Nel ventre della Sardegna. Ovvero della Cantina che si fa vena della Terra
03 Ago 2025
Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero

Nel ventre della Sardegna. Ovvero della Cantina che si fa vena della Terra

Nel nostro percorso attraverso l’Architettura del Vino — che è mestiere, visione e talvolta rito — abbiamo fin qui tracciato, con tono ora solenne, ora dissacrante o ironico, i capisaldi per progettare una cantina fatta ad arte.
In compagnia di Dioniso e Bacco abbiamo distinto le costruzioni enotecniche dalle cantine vere – scomodando scienziati del XV° e XIX° secolo -, esplorato la sicurezza da un punto di vista inedito, scalato l’Olimpo dell’enoturismo e raccontato la capanna vinicola come grembo del primo vino.

Ma ogni architettura che voglia durare comincia da un principio insediativo.
E ogni principio insediativo — se autentico — nasce da una domanda che i salotti del design contemporaneo hanno dimenticato:

Chi abita davvero quel luogo, prima ancora dell’edificio?

È tempo di affrontare il tema più silenzioso e più decisivo: il Genius Loci.

Tanto citato nei convegni, quanto assente nei progetti, esso è per chi scrive la vera radice di ogni cantina vinicola seria.

Perché il vino nasce nella capanna, sì.
Ma la cantina nasce dal luogo.

E allora eccoci: in Sardegna, su una collina che non tollera arroganza.
Dove il progetto non si impone, ma si raccoglie.
E dove ogni muretto a secco è un verso d’antico sapere.

Dello Spirito dei luoghi, prima della forma

Il concetto di Genius Loci nasce ben prima che l’architettura si dotasse di software e concorsi internazionali.
Nell’antica Roma, il genius era lo spirito tutelare del luogo, un’entità viva, presente, invisibile ma determinante. Ogni sito – dalla casa al campo, dal bosco al colle – ne possedeva uno.
Non era una metafora: era una presenza reale, da onorare, rispettare e mai offendere.

Vitruvio, pensate, nei suoi scritti, non lo nomina esplicitamente, ma lo evoca quando parla dell’importanza del clima, della direzione dei venti, dell’acqua, dell’orientamento degli edifici in armonia con la natura e il paesaggio.
Non esisteva un’architettura contro il luogo. Solo con.

È solo nel XX° secolo che il Genius Loci viene riscoperto in chiave fenomenologica e poetica, grazie soprattutto al filosofo Christian Norberg-Schulz, che lo riporta al centro del dibattito architettonico come l’anima concreta di ogni spazio abitato.
Il luogo, dice, non è solo dove si costruisce. È come si abita.
E ogni buona architettura è un atto di riconciliazione tra forma e spirito del contesto.

Ora, parliamoci chiaro.
Applicare questo principio alla progettazione di una cantina vinicola significa smettere di trattare il paesaggio come fondale scenico o come sfondo per etichette da Instagram.
Significa, piuttosto, capire che una cantina vera – fatta ad arte e di cui anche Bacco andrebbe fiero – nasce dal suolo, non lo sovrasta.
Che il suo corpo deve respirare con le stagioni, accogliere la luce, l’ombra e la penombra, ascoltare il vento come ascolta il silenzio della fermentazione.

Nel ventre della Sardegna. Ovvero della Cantina che si fa vena della Terra

 

Significa che l’architetto non è un demiurgo, ma un interprete.
E che a volte, per progettare davvero, serve togliere prima che aggiungere.
Togliere ego, togliere cliché, togliere fronzoli.
E ascoltare ciò che il luogo – e talvolta, chi ci ha amato prima – ci suggerisce senza alzare la voce.

Questa, forse, è la vera architettura del vino.
Non una vetrina, ma una dimora per il tempo e per il paesaggio.
Una forma che custodisce lo spirito del luogo, come il vino custodisce quello della terra.

Una Cantina vinicola ipogea che si fa presenza, che parla attraverso la pietra, il vento e il ricordo d’un padre.

Vi è un momento preciso, nell’andare del mestiere d’Architetto, in cui l’uomo colto e superbo depone il righello.
Quel momento, a chi scrive, è accaduto un mattino di un maggio lontano, su un pendio a sud di Usini, terra sarda di collina e d’ostinazione.
Lì dove il mirto cresce scontroso e le viti si aggrappano al cielo come preghiere rovesciate, un’Azienda vitivinicola — seria, devota e audace — mi pone la richiesta:

Qui, architetto, vogliamo una cantina. Ma che sia vera.

Vera. Dissero

Parola altissima, e pericolosa, perché non esiste più nel glossario dell’architettura convenzionale.
Vera è quella che non si mostra, ma serve.
Che non si impone, ma risponde.
Che non cerca gloria estetica, ma profondità.

E dove cercare la verità, se non sotto?
Nel ventre. Nella roccia. Nella terra che custodisce e preserva.

Del sopralluogo e di ciò che non si vede

Non vi fu plastico, né rilievo, né CAD.
Vi fu cammino.
E camminando, silenziosamente, si udirono suoni che non si dicono:
un soffio di vento che entrava da un canalone come un sospiro di secoli,
una curva del terreno che pareva invitar l’ingresso,
un dosso che bisognava lasciare intatto, quasi fosse una fronte posata al sole.

Il luogo parlava.
E il progetto si stava facendo, non per volontà mia, ma per rispetto.

La collina di Usini non accoglie chi pretende.
Si concede solo a chi ha l’umiltà di fermarsi. E ascoltare.

Fu allora che i venti, invisibili padroni del sito, si rivelarono:
il Maestrale, ruvido e benefico, che percorre il crinale con passo largo;
lo Scirocco, più umido e sornione, che scivola basso tra i filari;
e una lieve brezza serale, in odor di finocchietto e calcare, che pare spirito di pastore antico.

Ma ancor più eloquenti furono loro: i muretti a secco.
Serpeggianti, testardi, incastonati nella terra come righe d’un poema rurale.
Non vi è pietra fuori posto. Non vi è curva senza senso.

Quella sapienza costruttiva – anonima, millenaria – è l’origine della Cantina stessa.
E così ho deciso:
la Cantina nuova non si sarebbe elevata,
ma sarebbe scesa tra quei muri,
copiandone la logica, l’inclinazione,
diventando essa stessa muretto, anzi, vena della terra.

Ad accogliere il nuovo ventre ipogeo vi è già un fabbricato agricolo – onesto, concreto –
adibito da anni alle operazioni enotecniche ed enologiche.
Non lo si demolirà, no. Perché è testimonianza.
Lo si amplierà e raddoppierà con geometria sobria, per consentire ogni gesto necessario:
Diraspa-pigiatura, fermentazione, stoccaggio, invecchiamento, imbottigliamento, analisi, travasi, ricovero carri.
Un enopolio completo, ma nascosto.
Come certe biblioteche di eremiti.

Presenze e visioni (non sempre sobrie)

É in quel mentre che, tra un lentisco e una macchia d’elicriso, comparvero loro.
Dioniso e Bacco. Potevano mancare…? Certo che no!
Ubriaconi celesti, ma profondi come filosofi.
Osservavano, ridacchiavano, commentavano.

Uno portava una coppa ricolma, l’altro un ramoscello d’ulivo annerito dal sole.

Finalmente uno che scava per capire, non per stupire!

sbotta Dioniso.

Ma che non gli venga in mente di fare una passerella a sbalzo sulla bottaia…

gli risponde Bacco.

Come comparse d’un dramma satiresco, si misero a danzare tra i segni invisibili del tracciato.
Parlavano tra loro, eppure ogni loro parola — mi era chiaro — era rivolta a me.
Come se l’architetto non fosse progettista, ma iniziato.

E l’iniziazione, si sa, richiede sacrificio:
di vanità, di forma, di firma.

Di mio padre e della terra che custodisce i nomi

Tra tutti i segni, uno solo fu il più eloquente.
Un sasso. Un masso piatto, antico, che nulla aveva di architettonico e tutto di umano.
Sopra, licheni. Sotto, radici.

Mi fermai.
E lì, qualcosa mi parlò senza voce.

Non fu immaginazione.
Fu quella presenza sottile, che da qualche mese mi accompagna nei pensieri e nei gesti.
Mio padre.
Non come fantasma, ma come fibra del luogo.
Una forza non dichiarata, che mi indica i pendii migliori,
che mi fa abbassare il tratto quando diventa troppo dritto,
che mi sussurra:

Non fare il moderno. Fai il giusto.

E tutto diventa più chiaro, il progetto allora si orienta.
La cantina si distende, non invade.
Le pareti si lasciano scavare dalla luce.
Il mosto avrà una casa che non sarà vetrina, ma ventre.

Chiosa per chi commissiona e chi progetta

Una Cantina vinicola, ipogea o non, ispirata ai muretti a secco o non, non è un’operazione d’immagine.
Non è una vetrina da fotografare, né un’architettura da stupire.

È un atto di fedeltà verso la Terra, un gesto d’ascolto che scava più nell’anima che nel suolo.

La Cantina progettata con onestà non grida. Mormora.
È la dimora del tempo e dell’attesa, e come tale deve sembrare parte del suolo, non in lotta con esso.
Si costruisce senza firma vistosa, eppure parla di chi l’ha capita.

Chi progetta, e chi commissiona, dovrebbe saperlo:
una cantina non è un monumento, significa rinunciare alla tentazione del segno forte dove basterebbe il segno giusto.
Significa non cercare effetti, ma cause.
Non stupire, ma comprendere.

Se costruita bene, non chiede applausi.
Si fa riconoscere dal luogo.

E chi la visita, se ha cuore per ascoltare, non dirà “che bella”.
Dirà: era già lì.

 

Arch. Edoardo Venturini

Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero

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