Nebbiolo e non solo nel cuore
02 Feb 2026
Dal vino in poi

Nebbiolo e non solo nel cuore

 

Il 17 e 18 gennaio, all’hotel The Westin Excelsior, a Roma, si è svolto, per la XII edizione, l’evento “Nebbiolo nel cuore”, organizzato dall’Agenzia RISERVA GRANDE, che da anni promuove la cultura del vino anche con corsi e master.

Nebbiolo e non solo nel cuorePiccola premessa: il nebbiolo è un vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, territorio d’elezione. Tra le motivazioni legate al nome, la più diffusa fa riferimento alla maturazione generalmente tardiva, per cui la vendemmia spesso avviene quando iniziano le prime nebbie autunnali.

Naturalmente si ottengono vini diversi, a seconda della zona, del suolo, del clima e dell’azienda produttrice, ma, per quanto mi riguarda, il comune denominatore è uno: finezza ed equilibrio.

Detto questo, vi racconto qualcosa sugli assaggi che mi hanno più colpito, precisando che erano presenti anche ottimi vini bianchi e bollicine originari di queste zone, autentiche meraviglie enoiche.

Partiamo dal Canavese, area situata tra Torino e la Valle d’Aosta. Qui, a Villareggia, dove è nato e cresciuto, si trova l’azienda di Luca Leggero, da  sempre appassionato di vino. Dal 2014 coltiva vitigni storici della zona: il primo è un biotipo di Nebbiolo, il Picotendro, così chiamato per il picciolo tenero che lo contraddistingue. Luca è giovane e molto disponibile, e presta grande attenzione anche all’ambiente, limitando al massimo, ad esempio, l’utilizzo del rame e controllando spesso il taglio dell’erba nei vigneti.  Ama molto l’affinamento in anfora, che permette una maturazione graduale,  e, per i vini rossi, in botti grandi di rovere, per  dare morbidezza e complessità.

Da questa filosofia, nasce un vino come “La Vila”, che richiama il nome del piccolo paese ed è 100% Nebbiolo: 10 mesi in botti di rovere e in anfora. Prugna, rosa canina e leggera noce moscata al naso, anticipano un gusto morbido, rotondo.

Nebbiolo e non solo nel cuoreL’altro vitigno storico è l’Erbaluce, vitigno a bacca bianca molto antico, i cui acini illuminati dal sole hanno riflessi dorati tra i filari dei vigneti (da qui il nome). L’assaggio è “Rend Nen”, 100% Erbaluce, espressione dialettale che significa “non rende”, bel ricordo dei primi tentativi di vinificazione di Luca Leggero nella cantina del nonno, che lo ha introdotto in questo settore. Affinamento 7 mesi in anfora, che contribuisce alla lunga persistenza del vino, caratterizzato da freschezza e mineralità. Nell’etichetta è riportato un passo dal libro “Passeggiate nel Canavese” opera in più volumi, pubblicata tra il 1867 e il 1878, di Alessandro Bertolotti, proprio per sottolineare la storicità dell’Erbaluce e il legame con la zona.

Abbino questi vini a un poeta crepuscolare vissuto tra fine Ottocento e inizi del Novecento: Guido Gozzano. Nacque a Torino, ma amava molto soggiornare nel Canavese, dove è sepolto, e ne descrive l’atmosfera in alcuni componimenti della raccolta “I Colloqui”.

Ci spostiamo nella culla di una denominazione di origine controllata e garantita tra le più conosciute in assoluto: Barolo. Per l’esattezza a Serralunga d’Alba, in provincia di Cuneo, dove la famiglia Garesio ha risistemato una vecchia cascina, trasformandola in una struttura molto elegante, un wine resort. Le colline di quest’area, le Langhe, sono Patrimonio Unesco e il borgo ha una forma allungata, in dialetto Sera Longa, proprio sulla cresta collinare. Il suolo è composto da argilla, calcare, marne, che, per la sedimentazione e stratificazione, regalano longevità e potenza ai vini.

Cerretta, annata qui eccezionale del 2021, oltre ad essere il nome della bottiglia di cui ho degustato un assaggio, è il nome di una MGA, Menzione Geografica  Aggiuntiva, termine che si riferisce a un’area di produzione specifica e delimitata all’interno della zona  di produzione, in questo caso, del Barolo DOCG. Prodotto ottimo, 100% Nebbiolo con affinamento in botti grandi di rovere austriaca, in cui dominano note di marasca, viole, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano, seguite da un sorso vellutato e avvolgente. Lungo potenziale di invecchiamento.

L’abbinamento è con un giornalista e scrittore nativo di quest’area, precisamente ad Alba: Aldo Cazzullo. Autore e divulgatore molto bravo, di cui consiglio di leggere l’ultimo libro sul Patrono d’Italia: “Francesco: il primo Italiano”.

Nebbiolo e non solo nel cuore

Il Nebbiolo è presente anche in un’altra DOCG piemontese: Roero, zona Patrimonio Unesco, a nord di Alba, nel Cuneese.  A Monteu Roero si trova l’Azienda Cascina Lanzarotti, esistente dal 1883 e guidata dalla famiglia Ferrero. La biodiversità del territorio è molto tutelata. Un segno tangibile, è rappresentato dalla certificazione Equalitas, legata alla sostenibilità ambientale, e dalle casette colorate per gli uccelli tra i vigneti, costruite con materiale di recupero grazie all’aiuto del centro diurno I Portici.  Ho assaggiato un vino, dall’etichetta molto bella, affinato in botte grande e barrique, dal tannino molto morbido, con note olfattive di frutti rossi, viola del pensiero, anice stellato, vaniglia e finale persistente: Riserva 2020 Carlinöt  Srü (MGA del comune di Canale).

Della stessa azienda segnalo un bianco: Arneis “Arlass” Sant’Anna, affinamento in acciaio, sur lies e batonnage,  che consiste nel rimescolamento delle fecce che si depositano sul fondo della botte. Il contatto prolungato tra il vino e le fecce fini contribuisce a potenziare organoletticamente il vino, qui caratterizzato dall’Arneis,  un vitigno a bacca bianca autoctono piemontese tipico del Roero. All’olfatto emerge subito l’odore di pera, seguito da fiori bianchi e vaniglia, a cui si aggiungono al palato sapidità e mineralità.

Il collegamento è con uno scrittore nato in provincia di Cuneo, a Santo Stefano Belbo, che con le sue opere, soprattutto il suo ultimo romanzo “La luna e i falò” ha evidenziato l’importanza dell’attaccamento alla terra e alle proprio radici: Cesare Pavese.

Continuiamo il viaggio con una bollicina metodo classico, che mi è piaciuta molto: Blanc de Blancs (cioè ottenuto da vitigno a bacca bianca, in questo caso lo Chardonnay) Extra Brut 2021 dell’azienda Taverna. Siamo a Neive, nel cuneese, e questa famiglia è viticoltrice dagli anni Cinquanta e nel 2016 ha iniziato a imbottigliare. La zona è quella del Barbaresco, altra DOCG piemontese. Lo chardonnay di questo spumante è coltivato nella MGA Gaia-Principe e l’affinamento è di 37 mesi sui lieviti. Note agrumate e di frutta secca, anticipano un gusto cremoso, con un perlage molto fine.

L’abbino a un film, di cui alcune scene sono state girate in questa località : “Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa, tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, scrittore nativo di questa splendida regione.

Concludo con un vino bianco prodotto a Briona, in provincia di Novara, da Castaldi Francesca. La famiglia Castaldi è nel mondo del vino dalla fine del Settecento e oggi, tra le colline novaresi, coltiva le viti in un suolo argilloso e ciottoloso, prediligendo varietà autoctone e applicando filosofie di basso impatto ambientale, come ad esempio la confusione sessuale dei parassiti per controllare le malattie della vite. “Lucia”, figlia di Francesca Castaldi, vinificato in acciaio, è ottenuto dal vitigno Erbaluce e si caratterizza per freschezza, sapidità, sentori agrumati, erbacei e lunga persistenza.

L’abbinamento è con una band piemontese, i Subsonica, di cui consiglio l’ascolto di una canzone intitolata con un aggettivo adattissimo a descrivere i vini presentati: “Incantevole”.

Mi raccomando, bevete con moderazione e responsabilmente.

A presto con i prossimi assaggi!

 

Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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