19 Set 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Clio Cicogni. Magia istintiva in Valdambra

 

Tra i filari della Valdambra, Clio Cicogni trasforma il vino in un racconto di istinto, biodinamica e simboli. Un viaggio tra tarocchi, Cabernet Franc, convivialità e vini che sanno sorprendere, emozionare e lasciare un segno profondo.

Siamo a fine estate e la vendemmia, in altri tempi, avrebbe fatto sentire la sua voce soltanto adesso. Ma i tempi sono profondamente cambiati: quest’anno mi è capitato di essere in Sicilia, alle Cantine Pupillo in Val di Targia, dove la raccolta è iniziata il 30 luglio, mentre nell’Oltrepò Pavese i primi grappoli venivano staccati addirittura il 24 luglio. In un mondo enologico un po’ stravolto dai ritmi e dal clima, ritrovarsi invece in una tranquilla domenica di fine agosto a riabbracciare con immenso piacere Clio Cicogni e il suo compagno Antonio significa riassaporare la bellezza della lentezza e scoprire quella rara alchimia di due giovani in cui vedi chiaramente quel cosiddetto X Factor.

Passi tra le vigne sotto il cielo d’agosto

L’arrivo in azienda ha già il sapore intimo di un rito. Significa camminare a piedi per oltre cinquecento metri, passo dopo passo, immersi tra i filari. Lungo il cammino assaggio i grappoli. L’uva ha già quel sapore dolce e succoso e i vinaccioli sono croccanti: è quasi pronta per la raccolta.

Tutto intorno c’è la luce calda del tramonto che cala dolce sulle colline della Valdambra. Le vigne sono floride, sane, piene di vita: guardarne la forza mi emoziona ogni volta. È inevitabile far correre i pensieri a quei vini così sinceri ed evocativi. Proprio quelli che lo scorso Natale ho sentito il desiderio profondo di donare agli amici più cari, insieme alle prelibatezze del mulino del padre di Clio, farine, pasta e quei cantucci fatti in casa che profumano di calore e autenticità.

Siamo a due passi da Arezzo. Qui la conduzione è rigorosamente biologica e rivolta alla biodinamica, animata da un rispetto quasi sacro per la terra. I vini di Clio sono liberi, istintuali, schietti. Eppure, conservano una correttezza impeccabile. Non c’è spazio per deviazioni o difetti: la pulizia tecnica è cristallina. Dentro ogni bottiglia, valorizzata dalla scelta elegante dell’inusuale renana, dimorano soltanto precisione, purezza e autentica magia.

L’accoglienza in vigna: sapori, risate

Guidati dai pali rosa che segnano il cammino tra i filari eccoci giunti in un luogo quasi magico. L’angolo approntato accanto ai filari delle viti si è rivelato di una semplicità calda e avvolgente, incorniciato dalla bellezza della natura e scaldato dalla luce del sole che calava. Ad attenderci, i meravigliosi taglieri preparati con cura dal marito di Clio: pane casereccio fragrante, grissini artigianali, salumi di straordinaria qualità a chilometro zero e una selezione di pecorini toscani, freschi e stagionati.

Seduti in tavoli conviviali, s’è creata tra i partecipanti un’immediata sintonia. Che bello trovarsi a chiacchierare, calice alla mano, tra semplici appassionati e professionisti del settore, scoprendo storie e condividendo emozioni in assoluta spontaneità. A rendere l’atmosfera ancora più viva e familiare c’erano le risate dei bambini che scorrazzavano liberi tra le vigne insieme a Gilda, la cagnolina di Clio, che con il suo fare dolce e discreto si avvicinava a tutti, sperando di conquistare qualche crosta di formaggio o una briciola da assaggiare. Quanta energia buona si è respirata! E mentre le chiacchiere si infittivano tra nuove conoscenze, il sole calava piano all’orizzonte e la luna saliva a salutarlo, dando ufficialmente inizio alla nostra serata d’assaggi.

I Tarocchi in vigna: intreccio simbolico tra uomo, cielo e terra

In questo luogo, il vino non è soltanto il frutto del lavoro agricolo, ma il punto d’incontro tra forze terrene e percezioni celesti. Il legame di Clio con il mondo dei tarocchi va ben oltre la scelta estetica: è un vero e proprio manifesto spirituale. Ogni sua bottiglia è associata a un Arcano, prendendo forma dalle illustrazioni del mazzo “Tarocchi Disturbanti” disegnate dalla sua cara amica e artista Valentina Naldini.

Ma cosa sono, in fondo, i tarocchi? Molto più che semplici carte da decifrare, sono mappe di archetipi visivi e simbolici, specchi dell’anima che guidano la comprensione di sé e del mondo sensibile. Non è un caso che questa dimensione esoterica si sposi in modo così armonico e profondo con la filosofia biodinamica. Come la biodinamica osserva le influenze cosmiche, i cicli della luna e le energie sottili che attraversano il suolo e la pianta, così i tarocchi traducono l’invisibile in simboli. È quell’alchimia antica che lega l’uomo e la vigna: un dialogo fatto d’istinto, ascolto e rispetto per le forze primordiali della natura, dove il viticoltore si fa tramite tra ciò che sta in alto e ciò che vive in basso.

La Papessa Nera: il risveglio dell’ancestrale e l’inizio del viaggio

Per comprendere appieno l’anima di questa bollicina occorre addentrarsi nell’universo visivo e simbolico creato da Valentina Naldini per i suoi “Tarocchi Disturbanti”. Nel viaggio tradizionale degli Arcani Maggiori, il percorso dell’anima si apre con Il Matto (la carta numero Zero) — il viaggiatore puro, libero da schemi, spinto dall’istinto e pronto a slanciarsi nel vuoto dell’esperienza — e si compie con Il Mondo (la carta XXI), che rappresenta la realizzazione totale, la pienezza e la perfetta armonia del ciclo concluso.

È proprio nell’intercapedine tra questo inizio assoluto e la sua fine che Valentina ha sentito il bisogno viscerale di creare un nuovo archetipo: La Papessa Nera. Se La Papessa classica (Arcano II) custodisce la conoscenza segreta, la meditazione e il sapere intuibile ma non ancora espresso, La Papessa Nera rappresenta l’ombra feconda, la congiunzione ideale di rinascita. È la matrice terrena e viscerale, la forza ancestrale che non si limita a custodire il mistero, ma lo risveglia, spingendo la trasformazione e consentendo al ciclo di rigenerarsi quando sembra essersi esaurito. Questa magia si fa deliziosamente concreta quando stappiamo La Papessa Nera, un Carmenere rifermentato in bottiglia con metodo ancestrale. Guardandolo nel calice, con la sua bollicina briosa e il colore scuro e profondo, ad un occhio superficiale potrebbe quasi incarnare lo stereotipo del Lambrusco; ma alla prova del naso e del palato è tutta un’altra storia. La straordinaria finezza dei profumi e la grazia della bolla lo rendono il compagno ideale per un aperitivo in vigna, capace di sposare a meraviglia la sapidità dei salumi, la semplicità dei crostini toscani e il carattere dei pecorini locali. Un calice vivo, gioioso e magnetico, che si trasforma in un autentico inno alla convivialità e alla rinascita più genuina.

Il mistero in rosa di Papessa

Tra le sue creature spicca Papessa, il rosato emblematico che vive di una vita del tutto propria e va regolarmente sold out ben prima dell’inizio della nuova vendemmia.
A stregare fin dal primo sguardo è il suo colore, una sfumatura magnetica che richiama in modo quasi ipnotico l’estetica della carta del mazzo a cui è legato. Ma il vero punto di forza di questo vino sta nel suo animo sfuggente e intrigante: nasce infatti da un blend segreto che fa sempre tanto chiacchierare tra appassionati e addetti ai lavori. Ti ritrovi così a girare il calice, a studiarne i profumi e a cercare di indovinarne le uve; eppure la bottiglia finisce molto prima di svelare l’enigma, lasciandoti addosso un’unica e schiacciante certezza: un calice non è mai abbastanza e il gioco sottile del mistero ti cattura del tutto.

Il calice delle celebrazioni e della stabilità

In questa serata così speciale abbiamo avuto il privilegio di assaggiare anche il 4B — ovvero il Quattro di Bastoni —, un vino celebrativo e intimista, prodotto in pochissime bottiglie per segnare le pietre miliari della vita insieme di Clio e Antonio: dai vent’anni d’amore ai cinquant’anni di lui. Un’etichetta ricca di significato che vede protagonista il Sangiovese, simbolo indiscusso del territorio toscano, capace qui di esprimentarsi con una stoffa profonda e sincera.
Nella simbologia dei Tarocchi, il Quattro di Bastoni è una delle carte più felici e rassicuranti dell’intero mazzo: rappresenta la casa, l’armonia ritrovata, la stabilità di una costruzione solida e la gioia di festeggiare i traguardi raggiunti con le persone amate. È l’archetipo della condivisione d’affetti dopo il lavoro profuso nei campi o nella vita.
Questo vino incarna alla perfezione la carica simbolica della sua carta: è un calice che mostra ancora la sua fiera giovinezza e un fisiologico bisogno di riposare in bottiglia per distendersi appieno, ma che rivela già da ora una trama tannica ben scolpita e un carattere profondo, fiero e destinato a farsi ricordare a lungo.

L’anima del Cabernet Franc: il soffio di Pandora e la terracotta della Regina di Bastoni

Per me la serata trova la sua consacrazione nel vitigno che più di ogni altro fa vibrare le mie corde: il Cabernet Franc. È il momento del confronto tra due interpretazioni che raccontano la straordinaria sensibilità enologica di Clio. Da una parte c’è Pandora, il vino che me l’ha fatta notare per la prima volta: un’etichetta bellissima, conturbante ed elegante, dove il Cabernet Franc affronta un’evoluzione di dodici mesi in barrique di rovere francese sui propri lieviti. Un calice avvolgente, profondo e sofisticato, arricchito da una trama balsamica e di frutti scuri che seduce sin dal primo sorso. (di questo vi ho parlato già qui)

Questa volta vi racconterò invece la Regina di Bastoni. Qui il Cabernet Franc cambia veste e sceglie la via pura e ancestrale della terracotta, attraverso una macerazione sulle bucce di due settimane e un riposo cadenzato da cinque cicli lunari in anfora. Se Pandora conquista per struttura, eleganza e avvolgenza, la Regina di Bastoni sorprende per la sua tridimensionalità materica, la sua verticalità e una freschezza vibrante. L’anfora regala tannini fitti e incredibilmente setosi, lasciando che il frutto emerga in tutta la sua verità terrosa e balsamica. Due espressioni diverse di uno stesso vitigno d’elezione, ma unite da una precisione espressiva che lascia un segno profondo nel cuore.

Un amuleto per il cammino e la notte di luna quasi piena

A rendere davvero indimenticabili i saluti finali è stato un piccolo rito propiziatorio: pescare d’istinto una carta dal mazzo di Valentina prima di rimettersi in cammino. Tra le mie dita è scivolato il Fante di Coppe, un arcano in cui, lo ammetto, mi sono sentita subito profondamente rispecchiata. È la carta del messaggero del cuore, l’archetipo dell’anima sognatrice, sensibile, aperta all’emozione e all’ispirazione poetica. Il Fante di Coppe ci invita a guardare il mondo con gli occhi della meraviglia, ad accogliere i nuovi legami e a lasciarsi guidare dall’intuizione pura. Portare a casa questa carta e i vini di Clio è stato come custodire un amuleto di questa notte speciale.

Così, ci siamo ritrovati in un gruppo di nuovi amici a ripercorrere a ritroso la strada che costeggia i filari. Nessuna luce artificiale, soltanto il chiarore argentato di una luna quasi piena ad illuminare i nostri passi e a scandire le ultime risate condivise. Camminando al buio tra i profumi della terra d’agosto, restava nel cuore una certezza dolce e luminosa: quella di aver vissuto un’altra di quelle giornate autentiche e magiche che meritavano profondamente di essere scoperte e raccontate.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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