Il buon vivere

Il buon vivere è il vivere del made in Italy, della moda, del costume, della società, del food e della hospitaliy. Tutte le passioni di Roberto legate da un invisibile filo: la curiosità.
Parlerò solo del bello, di ciò che piace, che appassiona e rende ognuno di noi, unico. Nulla sarà lasciato al caso, ogni articolo sarà il figlio della accurata ricerca che guida le mie passioni.

Come resistere alla narrazione di un pugliese trapiantato in terra pontina?

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17 Maggio, 2025

Made in Italo – il Velletrano. La tradizione si fa rock (ed è buona da morire)

Siamo a Latina Lido in una sera di marzo, un po’ fredda. Il lungomare è deserto, quasi spettrale. Le luci di una insegna attirano la mia attenzione. È un ristorante. Ne ho sempre sentito parlare ma non avevo mai avuto la curiosità di provarlo. Però fa freddo fuori. Mi faccio venire la curiosità e entro. Non potevo immaginare che quella quasi diffidenza potesse nascondere una serata magica. Sulla porta ho il piacere di conoscere Gianluca e Maria, in veste da chef che con savoir faire e simpatia mi accolgono invitando ad accomodarmi per provare e conoscere i loro piatti e la loro cucina. Dal 1968, Made in Italo il Velletrano è molto di più di una semplice insegna: è un pezzo di storia cittadina, un luogo dove sapori autentici, tradizione e accoglienza si intrecciano da oltre cinquant’anni. Con radici ben piantate nella cultura di questo ristorante e uno spirito profondamente legato al territorio, Made In italo il Velletrano è diventato un punto di riferimento per chi cerca qualità, semplicità e quel calore che solo le attività a conduzione familiare sanno offrire. Diciamocelo: in un mondo gastronomico fatto di spume impalpabili e portate che sembrano uscite da un museo di arte contemporanea ogni tanto viene voglia di tornare alle origini, e quando Gianluca racconta che la loro è una cucina tradizionale con un occhio al futuro, felicemente prendo la sieda e mi preparo a scoprirlo Io parlo di quella cucina che sa di casa, ma con un’anima ribelle e a quanto pare sono nel posto giusto. Il nome del ristorante Made in Italo – Il Velletrano è un nome che già di per sé è una dichiarazione d’intenti: qui si fa cucina con orgoglio territoriale, senza troppi fronzoli, ma con una tecnica solida e rispetto maniacale per la materia prima. Come sarà la mia cena degustazione? A breve lo scopriremo, restate con me e nel frattempo vi do un consiglio: se vi capita di passare da Latina, fatevi un favore e prenotate un tavolo. Perché sono sicuro che qui non si mangia solamente ma si gode. In questo articolo vi accompagnerò in un viaggio tra sapori audaci e abbinamenti inaspettati: niente noiose formalità, solo pura estasi per il palato e qualche dritta controcorrente per chi pensa che la cucina debba rimanere in gabbia. Preparatevi a mettere in discussione ogni pregio e lasciatevi travolgere da una serata dove il gusto è sovrano e l’ironia è la migliore delle spezie. Gianluca presenta questa cena come un invito a rompere le regole e a vivere il cibo come un’esperienza irriverente e indimenticabile. Pronti a scoprire il lato ribelle della gastronomia? La serata inizia ora! Si inizia ovviamente con un calice che viene servito di Prosecco Canterini, un blanc de blanc del Valdobbiadene. Una bollicina che incarna la tradizione e l’eleganza del territorio, con un profilo aromatico raffinato e una beva immediata ma mai banale. Al naso si apre con un bouquet delicato di fiori bianchi, acacia e glicine accompagnato da note fruttate di pera Williams, mela Golden e al palato la bollicina è fine e cremosa, avvolgente ma mai invadente. L’equilibrio tra freschezza e morbidezza è ben calibrato, con una chiusura pulita e leggermente sapida che invita subito a farmi riempiere nuovamente il bicchiere. Ed ecco che arriva il primo piatto, prende inizio la serata. Un trittico ben studiato che invita alla fotografia. I calamaretti alla julienne sono un inizio delicato ma intrigante: la loro dolcezza naturale è esaltata da una testura quasi impalpabile che però non perde carattere. La tartare di tonno, morbida e saporita trova contrappunto perfetto nella cialda di alga nori che aggiunge una nota iodica e croccante evocando il mare in tutta la sua essenza e per concludere il tataki di salmone si gioca tutto sulla precisione della cottura: l’esterno leggermente scottato lascia spazio a un cuore ancora crudo, succulento e pieno di sapore, a guarnirlo la cialda di barbietola che porta un tocco di dolcezza terrosa che bilancia la grassezza del pesce mentre il cipollotto fritto aggiunge una spinta aromatica e croccante, regalando un effetto wow al piatto. Gianluca ha dato vita a un piatto ben studiato, dove ogni elemento ha il suo ruolo e la sua voce in un dialogo armonico tra mare e terra, delicatezza e intensità. Il tempo di bere un altro bicchiere di prosecco e arriva il secondo piatto con l’avvertenza che si cambierà bicchiere. Un piatto, un trittico, che sfida il palato con un equilibrio studiato tra dolcezza, sapidità e profondità marina, portando in scena ingredienti di grande pregio in un’armonia sofisticata. I gobbetti si fanno protagonisti di una trama delicata e avvolgente, amplificata dalla mousse velata al caffè, una trovata a dir poco geniale. Un dettaglio audace che gioca sulle sfumature tostate e leggermente amare, creando un contrasto raffinato con la dolcezza dei gobbetti. Il gamberone rosso di Mazzara del Vallo, succoso e carnoso, trova nella salsa di melone una spalla inaspettata soprattutto per me che la gusto, ma sicuramente ben calibrata perché la dolcezza fruttata enfatizza la mineralità del gambero, mentre il prosciutto di Bassino aggiunge un colpo di scena sapido e leggermente affumicato che rende il boccone un tripudio di golosità. Infine, a concludere il piatto lo scampo con uova di lompo, un’esplosione di sapori marini con la delicatezza dello scampo che si fonde con la spinta sapida delle uova regalando al palato un finale intenso e persistente. Anche questo è un piatto che mostra quanto Gianluca in cucina sia audace ma anche molto raffinato con una tecnica che non soffoca la materia prima. E terminato questo piatto così estroso ho il piacere di iniziare a bere il Capolemole bianco di Marco Carpineti. Un vino che è l’espressione autentica e luminosa del territorio di Cori, frutto di una viticultura biologica e di un’interpretazione moderna delle varietà autoctone. Al naso si presenta con un bouquet fresco e avvolgente, con note di fiori bianchi, pesca gialla e agrumi mentre al palato la struttura è equilibrata con una bella spalla acida che dona freschezza e slancio alla beva. Il sorso è morbido e sapido con un finale lungo e leggermente ammandorlato che invita a svuotare il bicchiere per chiedere il bis Con il bicchiere ancora in mano arriva un nuovo piatto davvero ricco. Si inizia con la cialda di pacchero fritto, un’intuizione interessante: croccante, dorata e leggera porta con sé il fascino della tradizione reinterpretata in chiave moderna, trasformando la pasta da semplice supporto ad elemento protagonista. Ad accompagnare il pacchero c’è il salmone macerato alla verza, un incontro tra mare e terra che punta sulla delicatezza: la grassezza elegante del pesce viene smorzata dalla nota vegetale della verza. E non posso non lodare la salsa di aglio e olio che aggiunge un tocco deciso, con una spinta sapida e avvolgente che richiama i sapori della cucina mediterranea mentre il caviale di verza rossa che chiude il piatto regala una nota cromatica intrigane e un’esplosione di gusto leggermente acidula che dona profondità al piatto. Accanto ci sono le seppie e i calamaretti cotti a vapore: mantengono intatta la loro consistenza naturale, la carne risulta tenera ma ancora leggermente elastica, rispettando la materia prima senza forzature. Il vapore tecnica semplice ma raffinata ne preserva i profumi marini e ne amplifica la dolcezza intrinseca, evitando qualsiasi eccesso di grassezza. E la soia fresca che accompagna il piatto a parer mio è una scelta interessante perché la sua nota vegetale e lievemente dolce si intreccia con la sapidità iodata della seppia e dei calamaretti creando un contrasto delicato ma efficace, regalando un tocco di freschezza davvero interessante al palato. Terminato con entusiasmo questo boccone passo alla mazzancolla cotta al vapore, la carne morbida e succosa non perde la sua dolcezza naturale regalando una consistenza che esalta la delicatezza della mazzancolla senza compromettere la struttura. Il gazpacho con la sua freschezza vegetale e la nota acidula crea un contrasto che rinfresca e pulisce il palato, spezzando la dolcezza della mazzancolla con un guizzo di vivacità mediterranea e per concludere il piatto la polvere di lampone diventa un dettaglio che sicuramente mi ha spiazzato e sorpreso. Una nota fruttata e acidula che aggiunge un tocco aromatico sofisticato creando un ponte tra mare e terra in un gioco di contrasti raffinato e mai scontato. Il piatto si conclude con un sol boccone fatto di una frolla con alice marinata e confettura di cipolla di tropea. La base di frolla è sicuramente l’elemento che ha sorpreso e regalato meraviglia: abituato a gustarla nel mondo della pasticceria qui viene reinterpretata in chiave gastronomica salata, offrendo una consistenza friabile e burrosa che avvolge il palato. L’alice marinata porta in scena la sua tipica sapidità marina, amplificata dalla marinatura che ne esalta il gusto senza coprirlo. Il suo carattere deciso trova un contrappunto perfetto nella confettura di cipolla di Tropea che aggiunge dolcezza e una nota leggermente caramellata creando un gioco di equilibri che rende il boccone intrigante e mai monotono. Che dire anche questo un bel piatto che oscilla tra dolce e salato e mostra una grande personalità dello Chef. Con grande sorpresa vedo arrivare Gianluca con in mano un contenitore in vetro, sono pronto per l’effetto wow. Poggia il piatto, solleva la cloche di vetro e dopo la fuoriuscita di una nube di fumo aromatico che avvolge la scena in un velo misterioso, quasi con effetti pirotecnici appare un polpo cotto a bassa temperatura con carciofi affumicato al legno di ciliegio. Un piatto a dir poco sorprendente che mostra tutta l’estrosità di Gianluca. L’impatto visivo e olfattivo è straordinario: il profumo di legno affumicato si diffonde nell’aria amplificando il desiderio di assaggio e creando un’anticipazione quasi scenografica. Un piatto che non si limita ad essere gustato, ma che coinvolge tutti i sensi in un’esperienza teatrale e immersiva. Il polpo cotto a bassa temperatura è pura perfezione tecnica: tenero, ma ancora consistente con una texture che esalta la sua natura carnosa senza perdere compattezza. Ogni fibra trattiene i succhi, regalando al palato un morso succulento e armonioso. Ma quello che per me è un’opera d’arte è l’affumicatura al legno di ciliegio che respiri e godi mangiando il polpo. Aggiunge una dimensione sensoriale profonda: una nota dolce e avvolgente che si insinua tra le sfumature iodate del polpo, arricchendolo senza sovrastarlo. I carciofi con la loro lieve amarezza e la texture carnosa, diventano il compagno ideale, bilanciando il piatto con un bel gioco di sapori. Un piatto che mi ha davvero emozionato, perché ha unito tecnica e suggestione in un boccone che non si dimentica facilmente. Il Capolemole continua a scendere gradevolmente e in arrivo un piatto che preavvisa al primo che arriverà. Un percorso gastronomico che celebra i sapori autentici del mare con eleganza e profondità. Il baccalà mantecato con vellutata di ceci profumato ai carciofi si presenta soffice e avvolgente, esaltato dalla vellutata di ceci, che ne arrotonda la sapidità mentre al naso arriva il dolce profumo dei carciofi che aggiungono un tocco di freschezza e complessità. A seguire in una terrina di coccio con piacere scopro una zuppa di polpo verace ai fagioli, un omaggio alla tradizione marinara, con il polpo cotto alla perfezione, tenero e saporito e i fagioli che accompagnano il polpo con grande eleganza, cremosità e sapore. Non poteva mancare il sauté di frutti di mare, un tripudio iodato, reso ancora più goloso dal pane abbrustolito che a pezzetta accompagna ogni boccone del piatto. Infine, il gioco di consistenze e contrasti raggiunge il culmine con i calamaretti occhi di canna e latterini, fritti con maestria per mantenere leggerezza e croccantezza con una ottima marmellata leggera di peperoncino che regala quel gusto piccante rendendo il piatto audace e a piacevole da gustare. Ed ecco che finalmente arriva il protagonista di questa degustazione, un piatto che gioca su equilibri raffinati e contrasti ben dosati. Lo spaghettone trafilato al bronzo offre una texture perfetta, porosa e avvolgente, valorizzando ogni sfumatura del condimento. I carciofi con il loro gusto leggermente amarognolo donano profondità e freschezza creando un perfetto contrappunto alla ricciola la cui carne soda e delicata aggiunge eleganza al piatto. A parer mio quello che fa brillare il piatto e lo rende unico è la spolverata di bottarga di muggine, che regala una sapidità marina intensa e persistente. Pensavo di non riuscire a finirlo e invece con il sorriso consegno il piatto vuoto. Ci avviciniamo ai nastri di arrivo e viene servito un piatto che gioca su delicatezza ed equilibrio, esaltando la materia prima con abbinamenti ben calibrati. Le mazzancolle, dolci e carnose, sono protagoniste indiscusse del piatto, esaltate dalla freschezza delle zucchine e dalla nota terrosa e leggermente amarognola dei carciofi che regalano al boccone un ottimo sapore. A parer mio la pennellata dello chef è regalata dalla crema di zucca gialla che avvolge il piatto con la sua dolcezza vellutata creando un contrasto armonioso con la sapidità naturale delle mazzancolle. Ed ecco che arriva il dessert, un piatto che gioca sulle consistenze e sull’armonia tra dolcezza e acidità. La Pavlova con la sua meringa croccante fuori e soffice dentro è eseguita con precisione, offrendo il giusto contrasto con la freschezza regalata dai frutti di bosco. Ovviamente da goloso mi lascio sedurre dalla nutella con la sua cremosità avvolgente bilanciata da una crema leggera che rende il piatto armonioso. La cena degustazione che Gianluca e Maria hanno realizzato è un viaggio sincero nella tradizione rivisitata con eleganza. Ogni piatto racconta radici profonde e passione contemporanea. Un’esperienza gastronomica che unisce territorio, tecnica e cuore, lasciando il palato appagato e la memoria colma di sapori autentici. Se sei sul lungomare di Latina, non perdere tempo e passa a trovarli per regalarti emozioni autentiche. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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Convivio Ampelo. Una serata speciale: grandi vini, grande cucina grandi emozioni Arrow Right Top Bg

5 Maggio, 2025

Convivio Ampelo. Una serata speciale: grandi vini, grande cucina grandi emozioni

Ogni serata è speciale per qualcosa. Alle volte per la qualità del cibo. Altre per i vini. Altre ancora per un mix di questo. Solo a volte, l’atmosfera si tinge di tinte speciali. Accade quando si sono incontri, racconti, sorrisi. È accaduto al Convivio Ampelo, a Roma, in occasione di una cena degustazione davvero speciale che resterà viva nei miei ricordi. Ad accogliermi in un locale splendido, studiato in ogni minimo dettaglio, che dire bello non renderebbe l’idea, il simpatico e appassionato Davide, titolare del ristorante, che ha pensato ad un menù studiato con cura, perfettamente abbinato ai vini della cantina Claudio Mariotto, eccellenza enologica dei Colli Tortonesi. Ogni piatto che vi racconterò è stato un viaggio raccontato direttamente da Davide sempre presente in sala, pronto a descrivere con passione ogni creazione, ogni ingrediente scelto con amore per esaltare l’incontro con i vini di Claudio Mariotto. La serata è stata impreziosita anche dalla presenza di Claudio Mariotto con il quale ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere e fare qualche selfie tra un calice e l’altro: un uomo autentico, come i suoi vini, capaci di raccontare la terra con sincerità ed eleganza. A rendere l’atmosfera ancora più frizzante e coinvolgente, la brillante conduzione della serata di Roberta Marchese Ragona, che con la sua allegria, la sua energia contagiosa e la grande capacità comunicativa, ha saputo guidare  i commensali attraverso la scoperta dei vitigni e dei vini di Claudio, rendendo la degustazione un’esperienza viva, divertente e profondamente umana. Roberta, con la sua energia contagiosa, ci accompagna nel primo assaggio della serata: il Colli Tortonesi Doc Freisa “Braghe” 2022 di Claudio Mariotto, versato nei nostri calici con cura da un personale attento ad ogni minimo dettaglio. La storia affascinante della Freisa, un vitigno antico di oltre cinquecento anni, legato profondamente al territorio dei Colli Tortonesi, un angolo del Piemonte dove la vigna è cultura, storia e vita, è resa vera e vivida dal suo modo di raccontare. Si comincia con il Braghe, Freisa in purezza, che affina sei mesi in vasche d’acciaio e ulteriori sei mesi in bottiglia così da mantenere intatta tutta la freschezza e l’espressività del frutto. Nel bicchiere si presenta elegante e delicato, con un bouquet raffinato che si apre su profumi di rosa, ciliegia marasca e lampone, per poi evolvere con il tempo in piacevoli sentori muschiati e di sottobosco. Un vino che incanta per la sua finezza capace di unire la freschezza della gioventù a una profondità che promette emozioni ancora più intense con l’invecchiamento. Un inizio di serata che già preannuncia una degustazione ricca di storie, sapori e suggestioni. In abbinamento al Braghe, Davide ha pensato a un piatto che ne esaltasse l’eleganza e la freschezza: involtino di carne bianca con lardo di patanegra e radicchio. Un boccone che racconta sapientemente equilibrio e contrasto: la delicatezza della carne bianca, resa succulenta dal velo di lardo di patanegra, si fonde con l’amaro gentile del radicchio, creando un insieme armonioso e mai banale. Il Braghe accompagna il piatto con grazia: i suoi profumi floreali e fruttati accarezzano la dolcezza del lardo, mentre l’acidità naturale pulisce il palato dalla morbidezza della carne, rendendo ogni morso fresco e invitante. Il sottile richiamo ai frutti rossi si sposa perfettamente con le note vegetali e leggermente amarognole del radicchio, completando l’esperienza gustativa in un perfetto gioco di bilanciamenti. Un primo incontro tra cucina e vino che conquista per semplicità apparente e profondità nascosta, esattamente come la serata che prende vita tra racconti, sorrisi e calici alzati. La serata prosegue con un nuovo protagonista: Il Colli Tortonesi Derthona “Bricco San Michele” di Claudio Mariotto, un Timorasso in purezza, vino simbolo di questo straordinario territorio. Roberta e Claudio, ormai affiatati come i presentatori di un festival, salgono idealmente sul palco della serata per raccontarcelo. Con entusiasmo e grande passione ci parlano della storia affascinante di questo vitigno antico, riscoperto dopo anni di oblio grazie al lavoro di vignaioli visionari come Claudio. Il Timorasso, spiegano, è un’uva capace di esprimere con forza l’identità del terroir dei Colli Tortonesi, regalando vini di straordinaria struttura e longevità. Nel calice il Bricco San Michele si presenta con un bellissimo colore giallo oro, nitido e di media intensità, già promessa di complessità. Al naso è un intreccio raffinato di fiori bianchi, frutta matura e una tipica nota minerale che richiama la pietra focaia. Con l’evolversi nel bicchiere emergono sfumature più delicate di camomilla, che aggiungono un tocco di dolcezza aromatica. In bocca si percepisce una sensazione calda, avvolgente ma perfettamente bilanciata della freschezza mentre i sentori minerali regalano profondità e tensione, lasciando il palato pulito e desideroso di un altro sorso. In abbinamento a questo elegante Timorasso, Davide ha pensato a un piatto capace di esaltarne le sfumature più fini: un flan di zucchine, adagiato su una crema di formaggi stagionati e completato da un crumble al sale che aggiunge un tocco croccante e sapido. La delicatezza vegetale delle zucchine si unisce alla perfezione con la componente floreale e fruttata del Bricco San Michele, mentre la ricchezza cremosa dei formaggi trova un contrappunto ideale nella mineralità e nella freschezza del Timorasso che riesce ad avvolgere e allo stesso tempo a sostenere il piatto senza mai sovrastarlo. Il crumble al sale, con la sua consistenza fragrante, richiama la sapidità naturale del vino, creando un dialogo continuo tra boccone e sorso, tra morbidezza e tensione, tra cremosità e freschezza. Davide continua a sorprendermi creando abbinamento pensati con intelligenza atti ad esaltare la complessità del vino e al tempo stesso valorizza ogni sfumatura del piatto, rendendo l’esperienza gustativa piena, dinamica e sicuramente appagante per le papille gustative. Roberta, sempre più show-woman della serata, affiancata da due sommelier presenti in sala, è sempre più travolgente. Scoprire il prossimo vino, il Montemiriano, una Croatina in purezza firmata da Claudio Mariotto, è un normale proseguimento. Con entusiasmo e un pizzico di teatralità, Roberta racconta la personalità forte di questo vitigno, spesso sottovalutato, ma che nelle mani di un grande interprete come Claudio riesce ad esprimere tutta la sua autenticità. Il Montemiriano nasce da una lavorazione sapiente: almeno 12 mesi in botti da 500 litri, alternate tra nuove e di primo passaggio, seguiti da ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia, per raggiungere la giusta maturità ed equilibrio. Nel calice si presenta con un bel rosso rubino che inizia ad accennare riflessi granata. Al naso è gradevole con richiami leggermente erbacei che aggiungono complessità, mentre al palato si rivela secco, leggermente tannico ma mai spigoloso con una persistenza interminabile che lascia il segno. Un vino di carattere, diretto e sincero che racconta senza filtri il legame profondo con la sua terra. In abbinamento a questa Croatina di carattere, Davide propone un piatto che sembra danzare sulle stesse corde gustative del vino: un sontuoso risotto vialone nano allo zafferano con selvaggina. Il riso, mantecato alla perfezione, avvolge il palato con la sua cremosità, mentre lo zafferano regala aromi caldi, avvolgenti, quasi dorati che si intrecciano meravigliosamente ai sentori erbacei e alla struttura decisa del Montemiriano. La selvaggina, con la sua sapidità intensa e la sua ricchezza, trova nel tannino elegante della Croatina un compagno perfetto: il vino ripulisce il palato ad ogni boccone, esaltando sia la profondità della carne che la delicatezza del risotto. Un abbinamento che Davide ha studiato con cura, dove ogni elemento si completa e si valorizza: il calore dello zafferano, la forza della selvaggina, la freschezza erbacea e la lunghezza interminabile del Montemiriano si incontrano in un’armonia vibrante, rendendo questo momento uno dei più emozionanti della serata. Un connubio che emoziona e che racconta ancora una volta, quanto amore e pensiero ci siano dietro ogni piatto e ogni calice servito al Convio Ampelo. Quando pensiamo di aver già toccato vette altissime, Roberta e Claudio presentano il vino che chiuderà in grande stile la serata: il Monleale, una barbera 100%, firmata sempre da Claudio Mariotto. Nel calice il Monleale, si mostra con un colore rubino brillante, vivo, che anticipa tutte l’energia di questo grande rosso. Al naso è delicato ma generoso, con profumi avvolgenti di tabacco dolce e fragola matura, che si intrecciano a note profonde di frutti rossi e amarena, regalando una complessità aromatica che invita a soffermarsi a respirare lentamente il bicchiere. In bocca il Monleale si conferma un vino di buon corpo, ricco, capace di riempire il palato senza mai appesantirlo. La sua struttura importante è perfettamente integrata da una freschezza viva, tipica della Barbera che lo rende piacevolissimo da bere e che sostiene una lunga persistenza. Ad accompagnare il Monleale, Davide sceglie un piatto capace di raccontare tutta la profondità e la ricchezza di questo grande vino: uno stracotto di manzo, servito con un purè di patate e una riduzione alla Barbera, preparata proprio con il vino di Claudio. Lo stracotto, morbido e succulento, si sfalda al solo tocco della forchetta, sprigionando aromi intensi di cottura lenta, di pazienza e tradizione. Il purè di patate, soffice e burroso, accarezza il palato con la sua cremosità avvolgente, mentre la riduzione alla Barbera aggiunge quel tocco vivo e vibrante che lega perfettamente il piatto al vino, creando un filo diretto tra calice e boccone. Il Monleale accompagna questo piatto con naturalezza: la sua struttura importante e la freschezza tipica della Barbera sostengono la ricchezza della carne, mentre i profumi di frutti rossi, amarena e tabacco si intrecciano con le note calde e avvolgenti della riduzione. Un grande abbinamento che regala emozioni, un dialogo continuo tra la potenza e la finezza, tra la cucina e il vino La cena volge al termine, ma l’energia in sala non accenna a spegnersi. Anzi cresce, si trasforma in quella complicità rara che nasce solo quando cibo, vino e persone si incontrano nel modo più autentico. Roberta con la contagiosa allegria raccoglie tutti intorno a sé come in un abbraccio. Claudio, con il sorriso di chi sa raccontare la sua terra in ogni sorso, si concede a chiacchiere e brindisi sinceri. Davide, sempre presente e disponibile, si muove tra i tavoli con lo stesso entusiasmo che ha accompagnato ogni piatto, ogni spiegazione, ogni attenzione dedicata  a ciascun ospite. I calici si sollevano ancora una volta, i sorrisi si moltiplicano, scattano i selfie: istantanee piene di gioia vera, di quel senso di festa che nasce spontaneo quando una serata non è solo una degustazione, ma diventa un’esperienza da portare nel cuore. Proprio quando sembrava che tutto fosse stato detto e assaporato, il Convio Ampelo ha voluto regalarci un ultimo gesto d’affetto: la dolcezza del convivio, un dessert pensato per chiudere la serata nel modo più dolce, lasciando sul palato e nell’anima un ricordo indelebile. Al Convio Ampelo in questa serata speciale ho ritrovato il significato più profondo del buon vivere: il piacere semplice di condividere un ottimo vino, un piatto pensato con amore una risata genuina. Ed è questo che resta, più forte di ogni nota di degustazione: il calore di una festa, l’autenticità di un incontro, la magia di sentirsi parte anche solo per una sera di una grande famiglia. Una serata da ricordare. Una serata da raccontare. Una serata da vivere ancora. Un grazie speciale e infinito a Roberta, Claudio e Davide che mi hanno accompagnato in questa magica serata non facendomi mai sentir solo al mio tavolo, con i loro sorrisi e la loro allegria contagiosa. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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29 Aprile, 2025

Primo vineria con cucina. Un viaggio nei sapori e nel calore

Ci sono luoghi dove vai per mangiare,  e poi ci sono quelli in cui torni ancora e ancora, perché ogni visita si trasforma in un’esperienza da vivere e ricordare. Primo – vineria con cucina appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria: un luogo dove il cibo incontra l’anima, e ogni dettaglio racconta una storia di accoglienza autentica, gusto e passione. Accolto dal sorriso contagioso di Guido e Giuseppe, padroni di casa, genuini, simpatici e pieni di passione, ho capito subito che questa non sarebbe stata una semplice cena, una delle tante a cui ho partecipato. È stata una cena dove la degustazione ha assunto connotati ben precisi: simpatica, divertente e piacevole. Guido mi illustra i piatti che avrò il piacere di provare, piatti pensati, equilibrati che raccontano un territorio e insieme una visione quella del simpaticissimo chef Salvatore che si palesa, mi stringe la mano e mi sorride con il savoir faire da buon napoletano. La sua cucina è fatta con tecnica ma soprattutto con cuore. Guido consegna la carta dei vini: è una piccola chicca, ben curata, con etichette che parlano di territorio, artigianalità e ricerca. Ho in mano un bellissimo calice e Giuseppe versa un bel vino rosso. E inizia a presentarmelo e raccontarmelo. Un rosso dal profilo intenso e mediterraneo, che racconta la Puglia con orgoglio e carattere. Susumaniello Igp Zolla del 2022. Al naso sprigiona note di frutti rossi maturi, prugna, amarena, con sfumature speziate di liquirizia, pepe nero e tutto balsamico. Al palato è morbido, strutturato, con tannini presenti ma ben integrati e una buona freschezza che bilancia la ricchezza del frutto. Il finale è lungo, con ritorni fruttati e una piacevole nota sapida. Talmente buono che insieme al simpatico Giuseppe il primo bicchiere vola via come se non fosse stato mai riempito. Ed ecco che Guido presenta e serve il primo piatto di questa lunga e piacevole cena. Rocher di vitella. Stracotto di vitella morbidissimo lavorato come una pralina e avvolto da una croccante granella di nocciole. Una veloce immersione nella friggitrice – tre secondi, il tempo giusto per sigillare la perfezione – e il tutto è servito su una colatura vellutata di provola affumicata. Un boccone che gioca con consistenze, calore e intensità portando in tavola un’idea che sorprende al primo morso, conquista al secondo e al terzo ti lascia estasiato. Dopo questo piatto credo che il gioco inizi a diventare serio, si sono presentati con un piatto audace e sono sicuro continueranno a stupirmi. Guido serve un piatto di mafalde con ragù di cervo. La Mafalda accoglie con la sua consistenza corposa un ragù di cervo profondo e avvolgente, reso elegante da una riduzione di datterino rosso che regala dolcezza e vivacità. L’emulsione al caprino, da standing ovation, aggiunge un tocco di classe lattico e pungente, spezzando con intelligenza la carnosità del piatto, mentre il tocco di genio dello chef Salvatore è la spolverata di cacao amaro perché gioca sul filo dell’amaro, chiudendo con una nota terrena e inaspettata. Mi alzo vado in cucina e mi complimento con Salvatore, gli stringo la mano e gli dico bravo perché mi ha regalato un piatto con un equilibrio studiato che unisce forza e delicatezza. Un primo piatto che racconta una bella storia e mi fa vedere la personalità di Salvatore con grande classe. Guido serve  un piatto che parla sottovoce, ma lascerà sicuramente il segno. Il filetto di maialino, cotto a bassa temperatura, mantiene tutta la sua tenerezza e succosità, esaltando la delicatezza naturale della carne. La brunoise di verdure saltate al wook per me è uno spettacolo, un inno alla gioia. Introduce una componente vivace, giocando su freschezza e sapori, croccantezza e precisione di taglio, mentre la demi glacé ai profumi di giardino avvolge il piatto con note aromatiche sottili, quasi sussurrate, che evocano erbe fresche, terra bagnata e stagioni che cambiano. Un piatto che regala emozioni, un insieme armonico dove nulla è lasciato al caso. Un piatto che non urla, anche se dovrebbe, ma racconta con eleganza il valore del dettaglio e della tecnica ben applicata da Salvatore. Un piatto che con felicità riporto vuoto in cucina e applaudo per il piccolo sogno che mi è stato regalato. Primo è il posto dove il gusto incontra l’accoglienza vera, quella che non si insegna. Dove si va per scoprire qualcosa di nuovo ma ci si sente subito a casa. Dove il vino scorre, ma senza fretta. Dove ogni dettaglio conta. Una serata che è andata ben oltre le aspettative. Ho trovato accoglienza vera grazie alla simpatia e alla passione di Guido e Giuseppe, e ho avuto il piacere di conoscere lo chef Salvatore, napoletano di cuore e anima, che sa mettere nei piatti calore, tecnica e personalità. Un luogo dove la cucina si intreccia con l’ospitalità, e ogni dettaglio è pensato per farti sentire nel posto giusto, In un mondo dove spesso la forma prevale sulla sostanza, Guido e Giuseppe ci ricordano che la buona cucina è prima di tutto una questione di autenticità. Ci tornerò? Assolutamente si ma in compagnia di tanti amici.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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21 Aprile, 2025

BellaCarne. Tradizione e identità kosher nel cuore di Roma

BellaCarne non è solo un ristorante ma è tradizione e autenticità. Entrando come in un giorno di festa vengo accolto dalla Famiglia Ouazana, i fratelli Ruben e Samuel e dai i genitori Alberto e Alessandra. E come nei giorni di festa, dopo abbracci e saluti, con sorrisi che non mancano, Ruben da padrone di casa mi accompagna al mio tavolo. Ruben sarà il mio compagno di questo pranzo degustazione e con lui inizio una piacevolissima conversazione. Iniziamo dal 26 novembre 2013 quando il ristorante fu aperto così come lo vedo oggi. BellaCarne è un progetto familiare, anche nel nome: BellaCarne è infatti un vecchio modo di dire della comunità ebraica, un vocativo affettuoso diretto ai più piccoli per esprimere tenerezza, per indicare qualcosa di buono, genuino, solitamente accompagnato dal classico pizzicotto sulla guancia che tutti abbiamo ricevuto almeno un volta. Essere seduto qui è molto più che un’esperienza gastronomica che vivrò: è un’immersione autentica nella storia e nella cultura della comunità ebraica romana. Siamo nel cuore del quartiere ebraico di Roma e Ruben sorridendo mi dice che proverò l’essenza della cucina kosher, preparata rispettando scrupolosamente le regole alimentari millenarie, ma senza rinunciare alla creatività e alla qualità.  Parlare con Ruben è come immergersi in una storia lunghissima, dove non solo tradizioni ma anche tantissimi ricordi rievocano storie affascinanti e bellissime da ascoltare. Mi racconta che le loro carni provengono dalle loro macellerie Kosher delight aperte dal 1990. Nelle loro macellerie offrono alla loro clientela tutto ciò di cui ha bisogno una famiglia ebraica in campo alimentare. I prodotti sono tutti certificati e di prima qualità grazie ad una solida collaborazione con il Rabbino di Roma. La carne viene preparata secondo le leggi kosher, inclusa l’immersione in acqua salata per mezz’ora o un’ora, rispettando tutte le prescrizioni rituali.  Negli anni sono diventate un punto di riferimento per la comunità ebraica locale. Ruben mi racconta le regole della Kasherut e, affascinato lo ascolto e prendo appunti. La kasherut è l’insieme delle norme alimentari ebraiche che determinano quali cibi sono permessi e come devono essere preparati. Ruben mi dice che alcuni principi fondamentali includono: la separazione di carne e latticini. Resto davvero senza parole ascoltandolo mentre mi dice che è vietato consumare carne e prodotti lattiero-caseari nello stesso pasto. Utensili e stoviglie utilizzati per l’uno non devono essere usati per l’altro. Anche per gli animali ci sono delle regole. Sono consentiti i mammiferi ruminanti con lo zoccolo fesso, come mucche, pecore e capre, tra i volatili sono ammessi quelli da cortile, mentre sono proibiti i rapaci. I pesci devono avere sia pinne che squame: sono vietati ad esempio l’anguilla e i frutti di mare. Affascinante è anche il processo di macellazione, shechita. Gli animali devono essere macellati da una persona appositamente addestrata, shochet, che esegue un taglio rapido e preciso alla gola, garantendo una morte istantanea e minimizzando la sofferenza. Il sangue deve essere completamente rimosso dalla carne attraverso processi come l’ammollo e la salatura, poiché il consumo di sangue è proibito. Queste regole, radicate nella Torah e sviluppate attraverso secoli di interpretazione rabbinica, non solo guidano le abitudini alimentari, ma riflettono anche i valori spirituali e morali profondi nella tradizione ebraica. Lo chef che ho il piacere di conoscere e mi delizierà con i suoi piatti è Paolo de Bonis. Dopo questa bellissima introduzione al mondo ebraico ecco che arrivano i primi piatti ed io inizio a predisporre le mie papille gustative. Il carciofo alla giudia è un capolavoro di semplicità e tecnica. Si inizia con gesti antichi: si pela con cura, si accorcia il gambo, si immerge la testa nel limone come a rendergli freschezza e grazia. Poi la doppia frittura: prima dolce, poi rovente. Il risultato? Una rosa croccante, dorata che profuma di Roma e di memoria. Un morso è un viaggio, con due lo finisco e sorrido felice come un bambino. Ruben mi presenta un piatto storico della loro tradizione, l’affettato di carne secca di manzo delle loro macellerie Kosher Delight. Un’eleganza che si affetta e si gusta. Ottenuto dalla copertina di bistecca di manzo, viene massaggiato con aromi scelti e lasciato maturare in una cella scura, in silenzio, come un segreto ben custodito. Il risultato è un taglio sottile, profumato, asciutto ma intenso, che racconta rispetto per la materia prima e maestria antica. Un concentrato di sapore che parla con voce bassa ma inconfondibile. Ruben mi consiglia di mangiarlo insieme alla concia di zucchine, perché il connubio regala emozioni forti e intense.  La concia di zucchine romanesche è un inno alla cucina ebraico-romana, nella sua forma più schietta e poetica. Ruben mi dice che ci sono modi diversi per affettarle, ma loro le affettano da sempre a rondelle. Una volta affettate vengono essiccate al sole, poi fritte e marinate con aceto e menta. Offrono un equilibrio perfetto tra dolcezza e acidità e freschezza aromatica. È un piatto umile solo all’apparenza: racchiude tecnica, memoria e un’identità che resiste al tempo. Sorpreso nel gustarle ho detto a Ruben che sono talmente delicate e saporite che la frittura non si sente e gustarle insieme alla carne secca è un connubio che regala emozioni e ti rimanda con la testa al passato. Mi viene servito un piatto che è un inno alla storia e alle tradizioni. Le fettuccine con stracotto di manzo, ispirate alla ricetta di nonna Rina Menasei, un abbraccio di sapori antichi e affetto trasmesso in ogni forchettata. La carne cotta lentamente fino a disfarsi, rilascia tutta la sua essenza in un sugo ricco, profondo, che avvolge le fettuccine fresche come solo una nonna sapeva fare. È un piatto che non rincorre la moda, ma custodisce la memoria: rassicurante, autentico e incredibilmente romano, talmente buono che consegno il piatto felicemente vuoto. Il tempo di sorseggiare un bicchiere d’acqua, parlare con Ruben del loro mondo, delle loro tradizioni di cui sono affascinato ed ecco che arriva la tagliata di manzo come un’onda carnivora in tre atti: succulenta, teatrale e spudoratamente golosa. I carciofi stufati con carne secca? Un colpo basso al cuore, ma ben assestato. E quel purè di carciofi e patate, vellutato e sapido, è il letto perfetto per questa sinfonia umami. Altro che piatto: è una dichiarazione di potenza. Chi cerca leggerezza è nel ristorante sbagliato. Questo piatto gioca su una paletta di sapori intensi e ben orchestrati. La tagliata di manzo è tenera, succosa, con una crosticina sapida che sprigiona note leggermente affumicate e terrose, tipiche della carne ben frollata e grigliata al punto giusto. Ogni morso è robusto ma raffinato, con una dolcezza naturale che si bilancia alla perfezione del piatto. I carciofi stufati, con carne secca, ma che bella sorpresa. Regalano profondità, i carciofi portano il loro classico saporo amarognolo, addolcito dalla cottura lente, mentre la carne secca, salata, aromatica quasi croccante, intensifica il tutto con una sapidità che strizza l’occhio. E poi la pennellata dello chef è il purè, la carezza finale. Morbido vellutato con la dolcezza terrosa delle patate e il sottofondo vegetale leggermente amarognolo del carciofo. Un piatto che regala emozioni, un tripudio di sapori che mi fa dire, ben fatto chef. Per concludere questo pranzo ricco di storia e tradizioni mi portano un dolce tipico della tradizione giudaico romanesca.  Un dolce che racconta una storia, la crostata di ricotta e visciole. Molto più di un banale dessert: è un inno alla tradizione giudaico romanesca, rispettoso delle regole kosher e straordinariamente autentico. Preparata senza latticini, ma con una ricotta parve dal gusto sorprendentemente rotondo, questa crostata conquista per equilibrio, delicatezza e profondità. La dolcezza gentile della ricotta si sposa con l’acidità vivace delle visciole in un abbraccio di pasta frolla friabile e fragrante. Un classico che nella sua semplicità lascia il segno. Un morso e si è a Roma, tra vicoli antichi e memorie di cucina di casa. E così si conclude il pranzo da BellaCarne, dove tra un carciofo stufato, una tagliata da standing ovation, pasta che racconta storia, ho avuto l’onore di sedere accanto a Ruben, affabulatore nato, memoria vivente della tradizione ebraico-romana, e degno rivale di qualunque maître a penser dell’arte conviviale. Tra un boccone e un aneddoto, mi ha raccontato storie di nonne, di Shabbat profumati di spezie e di ricette tramandate più gelosamente dei segreti di famiglia. Il pranzo? Delizioso. La compagnia? Un viaggio che regala emozioni autentiche. BellaCarne non è solo un ristorante è uno spettacolo da gustare con Ruben nel ruolo di narratore e un menù che sa parlare alla pancia ma anche al cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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19 Aprile, 2025

Hostaria Po. Matrimonio d’amore tra tradizione e innovazione

Siamo nella bella e rumorosa via Po, nel cuore di Roma, lontano dalle mode passeggere e dai ristoranti fotocopia. Qui c’è un indirizzo che gioca con la tradizione senza mai cadere nel dejà vu: Hostaria Po e ad attendermi c’è Giorgio con il quale per qualche mese mi sono sentito senza mai riuscire a trovare il giorno giusto per vedere. Ma il giorno è arrivato eccoci finalmente qui con una bella stretta di mano che entro per la prima volta in Hostaria Po e con Giorgio ne scopro la storia e i piatti che servono. Entrando ho potuto respirare il profumo di autenticità che Giorgio ha saputo plasmare introducendo un guizzo contemporaneo. Giorgio mi fa accomodare in un bel tavolo tutto per me pronto per iniziare il mio pranzo degustazione che promette di raccontare il territorio con una cucina sincera, senza fronzoli inutili ma con un carattere ben definito. Quello che mi lascia a dir poco sconcertato è la risposta alla mia domanda, come si chiama lo chef. Giorgio mi risponde noi abbiamo un ghost chef, quindi impossibile vederlo e conoscerlo. Da 3 anni hanno uno chef che lavora nell’ombra servendo piatti che sanno raccontare la loro autenticità. Giorgio mi versa un buon prosecco millesimato Rivaluce, un vino spumante del Valdobbiadene, territorio unico, gemma incastonata tra le Dolomiti e la laguna di Venezia. Prodotto con uve Glera con un colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati, al naso delicati sentori floreali di glicine, sambuco, acacia e gelsomino, al palato morbido, equilibrato, sapido e gradevolmente acidulo e fruttato. Il preludio a dir poco sorprendente per l’inizio di questa degustazione che sicuramente sarà splendida. La ragazza mi serve un cestino di pane lievitato per 3 giorni, con 50% di farina bianca e 50% di farina integrale e dell’ottima e gustosissima focaccia di cui non lascio traccia e un piattino di olio di Viterbo della famiglia Prosperi, un blend di oliva frantoio e leccina. Dopo questa intro sfiziosa e che sicuramente mi ha conquistato Giorgio mi serve il primo piatto, un fagottino di pasta fillo, ripieno di parmigiana di melanzane, sugo basilico e parmigiano. Un piatto che reinterpreta la tradizione in un piatto di perfetto equilibrio. Un’idea audace che prende uno dei piatti iconici della cucina italiana e lo trasforma in un boccone elegante e sorprendente. La pasta fillo che fa una leggera immersione nell’olio fritto prima di andare inforno, sottilissima e croccante regala un sapore che non ha eguali.  Il ripieno è avvolto con una leggerezza quasi impalpabile regalando una consistenza fragrante che contrasta splendidamente con la morbidezza della parmigiana di melanzane all’interno. La parmigiana cuore di questo piatto è un concentrato di sapori: melanzane fondenti, pomodoro dal gusto avvolgente e la giusta dose di parmigiano per regalare sapidità e profondità. Il sugo di basilico, fresco e aromatico, aggiunge una nota erbacea che esalta la dolcezza delle melanzane e dona un tocco di vivacità al piatto. Un piatto che gioca con contrasti il croccante dell’esterno con il morbido dell’interno. Una bella reinterpretazione raffinata e intelligente della parmigiana che ha conquistato il mio palato ed è svanita dal piatto in solo due bocconi. Ad accompagnare questo piatto Giorgio mi serve un piatto della tradizione romana tipico di questo periodo. Insalata di carciofi crudi, parmigiano 30 mesi, olio sale e limone. Semplicità che esalta l’essenza del carciofo. Un piatto che dimostra come la cucina non abbia bisogno di artifici quando la qualità degli ingredienti parla da sola. I carciofi crudi, affettati, sottilissimi, mantengono tutta la loro croccantezza e il tipico gusto amaricante, bilanciato alla perfezione dall’intensità del Parmigiano Reggiano 30 mesi. Un abbinamento che regala in bocca un sapore unico e deciso. L’olio con la sua componente fruttata avvolge gli ingredienti donando morbidezza, mentre il limone regala acidità. Un piatto semplice, raffinato che celebra il gusto autentico del carciofo con un’eleganza senza tempo. A termine di questi piatti a dir poco strepitosi Giorgio mi versa un bellone della Cantina Raparelli Amor Divino. Una cantina situata a Lanuvio nel cuore dei castelli romani, nota per la valorizzazione dei vitigni autoctoni laziali tra cui il Bellone. Il colore nel bicchiere è giallo paglierino brillante con riflessi dorati, al naso note floreali di fiori bianchi accompagnate da sentori fruttati di agrumi e pesca matura e al palato fresco e armonioso con una piacevole acidità che bilancia la naturale morbidezza del vino. Ora Giorgio mi presenta la loro matriciana con gnocchi di acqua e farina fatti da loro, un piatto ricco di tradizione, con grande carattere e morbidezza. Un piatto che porta con sé il calore della tradizione romana, riletto con attenzione alle materie prime e alla consistenza perfetta degli gnocchi. Gli gnocchi fatti solo con acqua e farina senza uova, sono una scelta audace e ben riuscita: sono soffici al palato, compatti, capaci di trattenere il condimento senza perdersi nel piatto. La salsa di pomodori piccadilly, naturalmente dolci e succosi, avvolge gli gnocchi con un gusto rotondo e bilanciato senza eccessi di acidità. Ma il protagonista del piatto è il guanciale di Viterbo, croccante fuori e fondente dentro, sprigiona la sua sapidità e il suo inconfondibile aroma affumicato, regalando al piatto profondità e struttura. E poi la spolverata di parmigiano e pecorino sapientemente dosati aggiunge quel tocco di sapidità e umami che chiude il cerchio. Di amatriciane a Roma ne ho mangiate tante, con i formati di pasta più disparati ma un’interpretazione così con gli gnocchi non l’avevo mai mangiata e gli gnocchi sono dei sostituti dei tipici formati di pasta che accompagnano la matriciana. Un piatto che sicuramente soddisfa e racconta il territorio con rispetto e carattere.  A seguire chiedo a Giorgio di mantenerci leggere perché vorrei arrivare al dolce. E così davanti ai miei occhi si presenta un piatto con polpette di baccalà e patate fritte in pastella accompagnate da una salsa di fichi di india. Un piatto che gioca con consistenze e sapori, unendo il gusto deciso del mare alla dolcezza esotica della terra. Le polpette sono davvero morbide e molto saporite, rivelano un equilibrio perfetto tra la delicatezza della patata e la sapidità tipica del baccalà. Quello che ammiro e per cui faccio i complimenti a Giorgio è la frittura della pastella, delicata, non untuosa che regala un sapore davvero unico al palato. Una pastella croccante e leggera che avvolge il baccalà e la patata con una doratura impeccabile. Sicuramente la sorpresa del piatto è la salsa di fichi d’india, un tocco inaspettato che spezza la sapidità con la sua dolcezza fruttata e la leggera acidità. Il suo gusto esotico diventa un contrasto intrigante con la frittura, regalando al palato un’alternativa di dolce e sapido davvero originale. Un piatto sicuramente ben riuscito, che dimostra come l’unione tra mare e terra possa trasformarsi in un’esperienza gustativa raffinata e sorprendente. Questo pranzo a dir poco sorprendente Giorgio me lo fa concludere con il loro cannolo alla romana che mi aveva incuriosito leggendolo sulla lavagna appesa alla parete. Un cannolo senza nulla dei tradizionali ingredienti ma creato con ricotta di pecora lavorata e zuccherata da loro e le visciole racchiuse in una cialda fatta da loro. Un dolce che prende ispirazione dalla tradizione siciliana ma la rilegge con un’identità tutta romana, giocando sulla qualità delle materie prime e sull’equilibrio tra dolcezza e acidità. La loro cialda, croccante e friabile è il primo indizio di un’attenzione artigianale che fa la differenza. Sottile, regala la giusta resistenza al morso prima di lasciar spazio al cuore morbido della farcitura. La ricotta di pecora che hanno saputo lavorare sapientemente ben zuccherata è sicuramente la protagonista del cannolo. Cremosa, vellutata, con una dolcezza mai stucchevole e la leggera nota animale tipica della pecora. E poi il tocco che sicuramente ti spiazza sono le visciole, piccole ma potenti. Il loro gusto leggermente acidulo e avvolgente spezza la dolcezza della ricotta creano un contrasto che rende il boccone più dinamico e interessante. Mi complimento con Giorgio per aver rivisitato un dolce siciliano lasciando solo un ricordo di quello che era il cannolo mangiato in Sicilia e regalando invece un sapore laziale a questo dolce, ovviamente il piatto lo riconsegno vuoto. Ci sono pranzi che si dimenticano prima ancora di uscire dal ristorante. E poi ci sono quelli come all’Hosteria Po, che ti restano addosso come il profumo del guanciale ben rosolato. Qui non si viene solo per mangiare ma per vivere un’esperienza fatta di sapori autentici, atmosfera sincera e un’accoglienza che sa di casa, con un pizzico di follia. Perché quando c’è Giorgio, oste per vocazione e intrattenitore per istinto, il pranzo non è solo un pranzo: è una chiacchierata, una battuta, un brindisi improvvisato. Ti racconta i piatti con la stessa passione con cui li porta in tavola tra un sorriso e un bicchiere di vino finisci per sentirti più ospite che cliente. E così dopo aver regalato il piatto vuoto dove una volta c’era un ottimo cannolo e il caffè arriva con quella lentezza da conversazione piacevole una cosa è chiara: qui si torna. Per il cibo, per l’atmosfera, per Giorgio e per quel senso di convivialità che rende un pranzo non solo buono ma indimenticabile. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere              
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14 Aprile, 2025

Le streghe ubriache. Vino e piatti che stregano

Siamo nella bella Frascati, terra di vino e di abbuffate memorabili e qui attirato forse dalla magia scopro un ristorante che prima di entrare accende mille suggestioni. Qui, tra vicoli dal fascino retrò e calici sempre pieni, si nasconde un luogo che ha capito tutto della vita: Le streghe ubriache. Sulla porta ad accogliermi c’è Gianluca un ragazzone simpaticissimo che mi abbraccia e mi invita a scoprire quello che è diventato il suo mondo. Mi avverte: la dieta si dimentica all’ingresso e la felicità si misura in bocconi. Se pensate che le streghe esistano solo nelle favole, è perché non siete mai stati qui, un ristorante covo di magia gastronomica nel cuore di Frascati. Entrando in questa “grotta” mi lascio suggestionare dagli affreschi sulle pareti e dagli arredi. Gianluca mi racconta che qui da piccolo veniva a giocare, era una cantina piena di botti con l’odore acre del vino e nella parte buia il proprietario, gli diceva che c’erano le streghe. E quelle streghe che lo incuriosivano da piccolo forse già ubriache all’epoca sono diventate le Streghe ubriache di oggi. Mi mostra ogni parte di questo locale davvero suggestivo ed entriamo in una vera grotta, con le pareti di pietra viva e poi come non esser colpito da una bellissima saletta con divanetto e bigliardino. In cucina i calderoni non ribollono di pozioni, ma di piatti realizzati con cuore, tecnica e un pizzico di sana follia. E il vino ovviamente scorre come in un ballo di samba e rock en roll. Sono qui per la mia cena degustazione, il che significa solo una cosa: mangiare fino a vedere gli spiriti. Pronti? Io prontissimo per farmi stregare da Gianluca diventato cuoco e chef ai fornelli con nonna ciociara e nonna modenese dalle quali ha imparato l’arte della buona cucina. Si parte con un bel cestino di pane al curcuma e con i sette cereali fatto da Gianluca tutti i giorni, davvero buonissimo e a seguire arriva un bel trittico. Pane e lardo di maiali ciociari – il riscaldamento perfetto. Il lardo si scioglie sul pane caldo, lasciando solo un vago senso di colpa che dura circa tre secondi. La terra della ciociara è presente come non mai e il lardo diventa un ricordo presente nella tua memoria e che non puoi dimenticare. Il pane? Rustico, fragrante, con la crosta spessa e la mollica giusta per accogliere il condimento. Sicuramente il primo boccone sarà difficile da dimenticare. Il lardo? Viene da maiali ciociari e si sente. È profumato, scioglievole, quasi irriverente nella sua untuosità perfetta. Fuso con il calore del pano è prefetto. In bocca un’esplosione di sapore tra dolcezza, sapidità e quella nota aromatica che sa di erbe e spezie ben dosate. Due ingredienti, nessuna magia, ma il piacere anche nelle cose semplici diventa vero gusto. Bruschette di polenta grigliata – croccanti fuori, morbide dentro, pronte ad accogliere il resto della festa e non finisce qui. Broccoletti ripassati e crema di pecorino, amaro e sapido che ballano insieme, un’accoppiata da manuale. E non possono mancare le spuntature al sugo perché la vera felicità si misura in quanto il sugo ti rimane sulle dita dopo aver ripulito l’osso.   Ovviamente Gianluca si siede accanto a me e con me beve: un bel calice di Topho della mia amica Sara di Borgo del Cedro. Profumato, minerale fresco. Sparisce nel giro di pochi minuti, ma tanto il vino qui è come le magie: sempre pronto a riapparire. Dopo questo inizio alla “sbraniamo il tavolo” arriva un piatto elegante, ma strepitoso. Lo speck di anatra ciociara, mai sentito e mai visto. Un piccolo colpo di classe che Gianluca segna a porta vuota. Affumicatura delicata, sapidità controllata, grasso che avvolge il palato. Sicuramente un piatto che sa raccontare il territorio meglio di mille parole. Al primo morso capisco subito che questa non è semplice carne stagionata ma un manifesto di gusto. Il primo impatto è tutto sul profumo: sentori affumicati decisi ma non invadenti, un’aromaticità elegante che promette bene. Al primo morso posso gioire con una carne morbida, ben venata di grasso, saporita senza essere eccessiva. C’è la dolcezza naturale dell’anatra, il sale giusto a esaltarla e quella nota affumicata che arriva alla fine che avvolge e chiude il boccone. Uno speck che non scimmiotta il maiale, ma gioca la sua partita con orgoglio, dimostrando che la tradizione può anche avere un’anima diversa. Assaporato con un buon bicchiere di Topho diventa eccezionale, applausi a Gianluca per averlo scoperto e gentilmente concesso. E poi non può mancare un’ottima selezione di pecorini: Primo sale, fresco, lattiginoso e delicato, semi stagionato, l’equilibrio perfetto tra dolcezza e carattere, 18mesi sapido, intenso, che si sposa alla perfezione con il vino e uno sguardo perso nel vuoto per la pura gioia gustativa e per finire il cremoso un pecorino molto morbido accompagnato da albicocca e mostarda di frutta fatta da Gianluca. Sento un leggero tambureggiare in cucina, i calderoni scoppiettano e Gianluca mi serve un piatto della tradizione che ha saputo reinventare mescolando la tradizione con un guizzo di follia ben studiata. La gricia con pera coscia, pecorino 18 mesi e guanciale stagionato. Un piatto che non ha bisogno di presentazioni, solo di una bella forchetta e della giusta dose di rispetto. Sapidità, dolcezza, croccantezza del guanciale e quella pera che sorprende: tutto funziona, tutto convince. La pera è quel tocco dello chef che aggiunge freschezza e spezza la potenza del piatto senza snaturarlo. Gli ingredienti sicuramente la fanno da padrona: il guanciale croccante e saporitissimo che sprigiona tutto il suo grasso sacro e intoccabile, il pecorino 18 mesi è intenso e deciso, di quelli che non si fanno mettere in ombra. E la pera coscia sicuramente è l’elemento che non ti aspetti di trovare in un piatto simile che sa spezzare la sapidità con la sua dolcezza. Un piatto che merita di alzarmi perché ha saputo giocare con il contrasto senza forzature, la grigia diventa sicuramente più elegante ma senza perdere la sua anima romana. Il vino sicuramente aiuta a finire il piatto perché non finirlo sarebbe una grande offesa. Siamo al secondo calice di Topho, il cameriere chiede se ne voglio ancora. Ovvio, mica si può mangiare così senza un’adeguata idratazione. Se la grigia è stato quel colpo di genio di Gianluca, quel colpo di scena che ha illuminato il tavolo, quello che arriva adesso merita rispetto. La guancetta di manzo cotta nel Cesanese di Villa Simone, mi alzo in piedi e applaudo a Gianluca. Tenera, succulenta, con una riduzione di vino che sa di domeniche in famiglia e lunghe cotture lente. Accompagnata da verdure alla francese con una cottura perfetta, sapori delicati che bilanciano il piatto e le immancabili patate. Cosa sarebbe una guancetta senza un letto morbido e cremoso su cui adagiarsi? Ultimo calice di Topho, che scende con facilità di un incantesimo ben riuscito. Le Streghe Ubriache non è solo un ristorante, ma una vera esperienza, per gli occhi e per la tua pancia. Una cucina che affonda le radici nella tradizione, ma con squarci creativi che rendono ogni piatto intrigante. Porzioni abbondanti, materie prime scelte con cura, vini che accompagnano il tutto con eleganza. Ovviamente se ci venite fatelo a stomaco vuoto perché qui si mangia sul serio. Qui se pensi di gustare pozioni magiche, ti sbagli, ma i piatti stregano sul serio. Si entra con la fame e si esce con la cintura allentata e la consapevolezza che la dieta può aspettare un altro paio di giorni. Dimenticate l’idea dell’assaggino, le porzioni sono quelle che ti fanno pensare ce la faccio al primo boccone e domani forse salto la prima colazione. Se non ci siete mai stati, rimediate. Se ci siete stati, tornate. Se non avete fame, aspettate, leggete il menù e cambierete idea.     Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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9 Aprile, 2025

Daniela De Marchi. Gioielli come arte da indossare

Se pensate che i gioielli siano solo accessori per completare un outfit, è ora di fare un salto nella dimensione di Daniela de Marchi, una designer di gioielli milanese, una donna eclettica, estroversa, appassionata, ribelle, fantasiosa, una personalità bella da conoscere e a cui stringere la mano. Qui in via dei Piatti, i gioielli non decorano: dominano. Non accompagnano: impongono la loro presenza. Siamo nella bellissima Milano, la città che detta le regole dello stile, e Daniela de Marchi è sinonimo di design audace e texture inconfondibili. Daniela si definisce una sartoria di gioielli, un abbinamento molto interessante che nasce dalla sua storia . Sua madre si faceva fare gli abiti dal sarto, quando da bambina le raccontava che lei sceglieva le stoffe, i colori, i bottoni e lui lo confezionava, le piaceva da pazzi. Nella “sartorie di gioielli” a daniela de marchi” le piace pensare che si riviva un po’ la stessa emozione. Daniela sorridendo confessa che loro ascoltano, suggeriscono, personalizzano. Negli anni ha creato talmente tante tipologie differenti di gioielli che adattandoli cromaticamente combinando, smalti e metalli si può dire di riuscire  a soddisfare molte personalità differenti. Daniela ha rivoluzionato il concetto di gioielleria con il suo inimitabile dropage, una tecnica che trasforma il metallo in un’opera d’arte viva, vibrante, quasi in movimento. Il Dropage è la texture che contraddistingue tutte le sue collezioni: è nato per sbaglio cercando di celare un difetto. Tanti errori nella sua vita col tempo sono diventati la sua direzione. L’ha chiamato DropAge perché la parola unisce la tecnica…una colata di gocce di cera e il desiderio che diventi immortale. Nessuna superficie liscia è perfetta: qui si celebra l’imperfezione affascinante, quella che  rende ogni pezzo unico e irripetibile. Se ami il minimalismo piatto, forse è meglio voltare pagina. Sono nella sua boutique e ammiro le sue creazioni, i suoi sono pezzi unici. Diventano unici quando si combinano perfettamente con la persona che li indossa. E come se fossero forme simili ma con anime sempre differenti. I doppioni qui non esistono. Daniela gioca con diversi materiali, ottone placcato oro, argento brunito, pietre preziose e smalti intensi. Il risultato? Creazioni che sembrano emergere da un universo parallelo, dove il colore e la materia danzano insieme. Ogni anello, bracciale o collana racconta una storia, ed è impossibile non innamorarsene. Ridendo ammette che lei non può vivere senza il suo anello al dito, si sente nuda senza, le casca il dito tanto è abituata a portarlo. Anzi mi confida che  ci sono occasioni nelle quali indosso due anelli, con la stessa foma ma in metalli differenti, uno sull’anulare destro e uno sul sinistro, la fanno sentire più forte e in equilibrio. La sua storia è affascinante, tutto nasce nel 1993, poi l’atelier nel 2000, casa e lavoro in un solo spazio. Daniela con il suo milanese inconfondibile e una modo di parlarti da donna di altri tempi mi racconta che la sua storia non nasce da una passione, da un piano, era semplicemente una studentessa universitaria frustrata che in un momento della sua vita ha deciso di cambiare strada. Il caso ha voluto che passasse davanti all’ingresso dello IED, che si sentisse attratta come una calamita ad entrare e a chiedere quanto costasse il corso di Industrial Design, il suo sogno. Il corso costava troppo, ma la segretaria che l’ aveva presa in simpatia le disse che c’erano in palio 16 borse di studio per l’anno che iniziava, che c’erano già 2000 iscritti ma che poteva fare un tentativo. Ha vinto, solo che ha vinto una borsa di studio per il corso di Design del Gioiello, perché aveva scritto un breve racconto su una collana che aveva presentato col progetto. Voleva morire perché a lei dei Gioielli non ne importava nulla, lei voleva studiare Design. Scoppia in una fragorosa risata e mi dice che l’ hanno quasi sbattuto fuori dalla scuola per il caos che ha fatto perché le cambiassero corso, poi si è arresa. Col tempo ha capito che i gioielli hanno scelto lei e non viceversa. Nel 2000 ha aperto il suo primo atelier, sempre in via dei Piatti, l’antica via degli orafi milanesi. Ha dormito nella cantina del suo negozietto per 3 anni ma tanto era già abituata perché i 5 anni dello IED ha dormito nella cantina dell’ufficio di sua zia, per la quale faceva la segretaria mezza giornata per pagarsi tutti i materiali che le servivano per la scuola, costosissimi. Poi la sua vita professionale ha preso l’ennesima svolta quando delle buyer giapponesi si sono innamorate die suoi gioielli e l’hanno invitata a raggiungerle a Parigi per mostrare loro l’intera collezione. Non voleva andare anche quel viaggio costava troppo per le sue tasche, doveva pagare l’affitto e aveva da rendere ogni mese i soldi che le avevano prestato per aprire. La sua assistente di allora “Aulira” le ha detto che non potevano non andarci perché lei sentiva che sarebbe andata bene. Sono andate e le hanno fatto un ordine di 20 pezzi, era felicissima ma sulla porta mentre le salutava abbracciandole , cosa che le avevano detto di non fare mai con giapponesi una di loro Satomi le ha sussurrato “these are just the samples”. Dopo due mesi mentre dormiva in atelier con due amiche inseparabili, è arrivato il primo ordine di 500 pezzi. Non sapeva neanche come produrli 500 pezzi considerando che ne vendeva 250 in un anno. Con loro lavora ancora oggi. I giapponesi le hanno dato la possibilità di crescere e con l’animo imprenditoriale che si ritrova ha investito tutto nell’apertura del suo attuale Atelier, uno spazio meraviglioso di 200 mq sempre in via dei Piatti. Al contempo si è innamorata di uomo molto più giovane di lei e ha dato alla luce due meravigliosi bambini, Giulia e Carlo, ma la separazione dal loro papà per ovvie ragioni le ha fatto trascorrere anni dove ora che si guarda indietro non sa proprio come ha fatto a fare così tante cose. Mamma sola, imprenditrice con una madre paralizzata a casa, ha portato avanti il suo sogno arrancando a volte, inciampando sempre in storie sbagliate, gestendo le persone con le quale lavorava con troppo affetto. Poi ha aperto altri due negozi sempre a Milano. l’Atelierino in Brera è stato un esperimento ben riuscito e bellissimo solo che era in una posizione che non le piaceva, sembrava di stare in autostrada e la persona dalla quale l’aveva affittato non le sembrava una persona onesta, così l’ha chiuso. Poi ha trovato la Boutique, un altro colpo al cuore, un negozio d’angolo con una piazzetta con gli alberi davanti e i bambini che ci giocano il pomeriggio. Insomma, la sua politica d’espansione è guidata come tutto nella sua vita dai suoi batticuori. Oggi è qui una bellissima donna che ha superato tante battaglie e con ancora tanti sogni da realizzare, un team che le piace due figli adolescenti molto diversi tra loro ma entrambi eccezionali, che dire non si  può lamentare. Oggi continua con passione a dare consigli perché le piace tantissimo ma ha una squadra fenomenale che la supporta. Ho provato a definire il suo stile con tante parole ma l’unica definizione corretta è “lo stile daniela de marchi”. Tutto nasce dall’empatia, verso gli altri, verso le forme, verso la natura. Ogni collezione di Daniela è ispirata a un tema differente, spesso legato alla natura, all’architettura o alle atmosfere urbane. Dune, metropolis, armonie, eclissi sono solo alcune delle sue linee iconiche, ognuna con un’identità ben definita, un’interpretazione artistica che si riflette in forme e dettagli che evocano mondi lontani. Le chiedo se le milanesi protagoniste del libro di Michela Proietti sono le persone che indossano i suoi gioielli e lei ridendo mi ha detto di darmi da solo una risposta. Sicuramente chi indossa i suoi gioielli non sono le persone che seguono la massa. I suoi gioielli sono per spiriti liberi, amanti del design e ribelli del buon gusto. Se la tua idea di accessorio è qualcosa di piccolo e discreto, forse non sei ancora pronto. Ma se vuoi un gioiello che parli per te, che si faccia notare e che renda ogni look un manifesto di personalità, allora benvenuto nel club daniela de marchi. Essere qui oggi e visitare il suo atelier è un’esperienza che va oltre l’acquisto di un gioiello. Il negozio è un piccolo santuario del design, dove ogni creazione trova il suo spazio tra giochi di luce e superfici materiche. Qui ogni cliente può trovare il pezzo che rispecchia la propria personalità, ricevendo una consulenza personalizzata per scoprire il gioiello perfetto. Siamo nel cuore di Milano, e questo atelier è un tempio per gli amanti del bello, un luogo dove il gioiello si trasforma in un’esperienza sensoriale. Diciamocelo: in un mondo saturo di gioielli banali, fatti in serie e senza anima daniela de marchi è quella boccata d’aria fresca che aspettavamo. Le sue creazioni non sono solo accessori, ma piccole rivoluzioni da indossare. Se i tuoi gioielli non fanno girare la testa – a te e agli altri – allora forse hai sbagliato strada. Qui non si gioca a fare i discreti: o brilli o ti spegni. daniela de marchi non è per tutti, ma chi la sceglie sa che non  tornerà più indietro. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più Arrow Right Top Bg

7 Aprile, 2025

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

A Monterotondo c’è un posto che non promette miracoli, ma li cucina. Qui affascinato dalla targa in pietra con il nome di Trattoria della fortuna entro e trovo ad accogliermi sorridente Francesca, titolare e chef di questo posto che promette bene. Se il nome non vi dice abbastanza, sappiate che qui la fortuna è quella di trovare ancora posto dopo le prime tre portate. Perché Francesca mi avverte, mangerò tanto e sicuramente bene. Non ci sarà cintura dei pantaloni che resisterà. Io da critico gastronomico e da essere umano con stomaco elastico mi sottoporrò con grande felicità alla degustazione che Francesca mi regalerà convinto che oggi la fortuna mi abbia baciato. Iniziamo con il resoconto di un pranzo che sicuramente avrebbe messo alla prova anche il più allenato dei buongustai. Mi siedo e arriva l’entrée quello che non manca mai in un ristorante che si rispetti. Un’oliva impanata con ricotta e ‘nduja. In pratica, la classica oliva all’ascolana è stata rapita, rivoluzionata e riportata in tavola in versione gourmet con dolcezza della ricotta che flirta con la piccantezza assassina della ‘nduja. Un boccone strepitoso, che dura qualche secondo, che crea dipendenza e ne vorresti subito dopo un’altra. Ma è un’entrée e quindi ahimè dovrò solo conservarne il piacevole ricordo. Ora il gioco inizia a farsi serio e Francesca inizia a svelarmi la sua creatività ai fornelli. Arrivano delle bellissime ciambelle fritte con coda alla vaccinara, cacao e pecorino. Si avete capito bene, io stesso quando ho visto il cacao ho chiesto a Francesca se ci fosse stato un errore in cucina. Dolce e salato, morbido e croccante, grasso e ancora più grasso.  Un mix che sulla carta sembra una follia e invece funziona e alla grande, come il ritornello di una hit estiva cantata a squarciagola in macchina con braccio fuori dal finestrino. Ti entra in testa, nel cuore, e non lo levi più. Francesca sicuramente ha giocato sporco e lo ha fatto con un piatto che sta a metà tra la tradizione romanesca e il colpo di genio da osteria senza paura. Al primo morso, primo shock: la ciambella è perfettamente croccante fuori e soffice dentro, il fritto non sovrasta, anzi, fa da tappeto neutro per quello che arriva dopo. Poi ecco la regina del piatto, la coda alla vaccinara: untuosa, ricca, con quella dolcezza di fondo che si lega al cacao in un abbraccio perfettamente studiato.  Il pecorino, quasi intimidito, entra in punta di piedi, dà contrasto, equilibrio e chiude il boccone con una spinta di sapidità che non fa rimpiangere nulla. Un piatto che sicuramente funziona perché non ha paura di osare, perché prende elementi che sulla carta potrebbero esplodere nel caos e li mette in fila e in equilibrio come un funambolo esperto su un filo sottilissimo di golosità. C’è tutto: dolce, salato, sapido, croccante e morbido. Sicuramente un colpo di scena per iniziare questa degustazione che ha lasciato il segno. Brava Francesca, mi alzo vado in cucina applaudo per questa sorprendente e gustosa meraviglia. Arriva il primo, quello che non ti aspetti, non a Monterotondo. Un piatto che forse suona classico ma non lo è affatto: fusillotti di Gragnano con genovese di coniglio.  Il risultato? Beh, sicuramente qualcosa di bello da vedere ma sicuramente ancor più bello dopo aver mangiato il primo boccone. Francesca ha preso la genovese regina dei sughi lenti e delle cotture pazienti e l ha stravolta con un tocco di eleganza rustica: niente manzo, qui il protagonista è il coniglio. Un sugo denso, avvolgente, che avresti voglia di bere direttamente dal piatto. Il profumo del piatto racconta già la sua storia: cipolle stufate fino a diventare crema, carne tenerissima che si sfalda alla forchetta, fusillotti di Gragnano che fanno il loro dovere assorbendo tutto questo ben di dio. Il primo boccone è sempre quello che conta, quello che ti invita a continuare. La dolcezza della cipolla avvolge il palato come un abbraccio materno, mentre il coniglio, delicato ma presente, aggiunge profondità e una leggerezza sorprendente rispetto alla versione tradizionale. Il formato di pasta sicuramente è quello giusto: ruvido, poroso perfetto per non perdersi nemmeno una goccia di questo sugo strepitoso. Un piatto che gioca con la tradizione senza rinnegarla, che porta in tavola la pazienza di una cottura lunga e la sorpresa di un ingrediente meno scontato. Un piatto che mi ha lasciato senza parole, che mi ha portato ad urlare: brava Francesca, lasciando tutti senza parole. Ma non potevo non farlo.   Poi arrivano i marubini cremonesi in brodo di gallina, un piatto nordico che invece si presenta bene anche qui a Monterotondo. Ripieni di brasato di vitello, maiale, salame, mortadella, parmigiano, noce moscata e pepe. Il parmigiano ovviamente non serve per questo piatto, si mangia così nudo e crudo.  Un raviolo che ha visto cose, vissuto esperienze, probabilmente combattuto in guerra e vinto. Il brodo è puro abbraccio, il ripieno un bignami di comfort food e sapore indelebile. Sicuramente un piatto che non va mangiato ma vissuto. Un piatto che diventa una macchina del tempo e mi riporta ai pranzi domenicali di un’Italia che sa ancora cucinare con il cuore. Inizio con il primo cucchiaio e inizia la poesia: un brodo limpido, dorato, profumato, come una carezza d’inverno. La gallina ha fatto il suo dovere regalando profondità e calore senza eccessi di grassezza Il marubino è il protagonista del piatto con una sfoglia sottile, con un ripieno saporito, sfavillante, un concentrato di gusto e tradizione. Quando Francesca mi elenca: brasato di vitello e maiale, la interrompo e le dico ma davvero c’è tutto questo? Un piatto che non ha bisogno di mode o reinterpretazioni, perché nella sua forma originale: è già perfetto. Un piatto che ti lascia esser cullato dal brodo e ti riporta al passato come una dolce carezza. A questo punto capisco che l’idea di un pranzo leggero e veloce è stata accoltellata alla seconda portata. Arriva il secondo se vogliamo chiamarlo così. Lingua di vitello sottilissima, cotta a bassa temperatura, con salsa tonnata, maionese aioli e salsa verde. Salse che dire ottime non ripaga il complimento. La carne è tenerissima, il mix di condimenti è da urlo e a questo punto ho già superato la soglia della sazietà. La lingua di vitello è uno di quei piatti che o lo ami o non l’hai mai assaggiato fatto come si deve. Sicuramente quello preparato da Francesca è un piccolo capolavoro. Si presenta davvero sottilissima, quasi vellutata. Niente stopposità, niente timore di un boccone troppo impegnativo: la carne è morbidissima, delicata che quando arriva al palato si scioglie senza nemmeno deciderlo. Sicuramente il colpo da maestro Francesca lo ha dato con le salse, la salsa tonnata cremosa e sapida al punto giusto, la salsa aioli aggiunge un tocco pungente e profumato e la salsa verde, fresca e acidula, perfetta per bilanciare il tutto. Un piatto che gioca con i contrasti e vince su tutta la linea. Sicuramente Francesca ha dimostrato che la tradizione, se tratta con tecnica e rispetto, può essere pura eleganza. Dovrei mollare, forse ma io resisto, sono qui per degustare e vado avanti. Si continua con un bombon di cioccolato e liquore di strega, piccolo, ingannevole, carico di personalità. Poi arriva la zuppa inglese, quella tradizionale, fatta come una volta, che chiude il pasto come un buon film: dolce, leggermente alcolica e perfettamente equilibrata. Un caffè per rimanere cosciente e l’idea di un pisolino direttamente al tavolo diventa estremamente allettante, ma Francesca per tenermi sveglio si siede con me e iniziamo a chiacchierare piacevolmente. La trattoria della Fortuna è un posto per chi ama la tradizione, le porzioni generose e il buon gusto senza troppi fronzoli. Qui si mangia con soddisfazione, senza paura, senza l’ansia da cucina minimal e con la consapevolezza che uscire con la fame è impossibile. Sicuramente da andarci con amici che mangiano sul serio. Qui non c’è spazio per chi assaggia e basta. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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5 Aprile, 2025

Patrizia Gabutti. Nocciole di famiglia

Cravanzana, alta langa. Profumo di terra buona e di nocciole appena raccolte. Qui tra le colline piemontesi, ogni albero ha una storia. Qui il tempo sembra avere un altro passo, lento come la nebbia che avvolge le colline all’alba e gentile come il vento che accarezza i noccioleti.  È in questo angolo autentico del Piemonte che si trova l’azienda agricola di Patrizia Gabutti, una realtà che sa di casa, di tradizione, di famiglia.   I noccioleti che mi fa ammirare sono della sua famiglia da generazioni. Quando lei era bambina ricorda che la raccolta venivafatta manualmente e lei con la nonna e il  papà raccoglievano le nocciole a mano, inginocchiati per terra con il cestino. Ricorda ancora le sue piccole mani che raccoglievano le nocciole e le mettevano nei cestini. Patrizia non ha solo ereditato ettari di noccioleti, ha raccolto una storia che affonda le sue radici nei secoli. A Cravanzana sono nati i genitori, i nonni, i nonni dei suoi nonni, e via via in un albero genealogico che ha radici profonde come quelle dei noccioli più carichi di anni e di storia. Le mani che oggi curano gli alberi sono le stesse da generazioni, conoscono ogni respiro della terra. La festa iniziava quando arrivavano tutti i parenti ad aiutarli e insieme si mettevano a raccogliere le nocciole fino ad arrivare a lunghissimi pranzi fatti di chiacchiere e condivisioni di questi momenti, di quel lavoro faticoso ma che faceva stare bene. Patrizia è passata dalla raccolta a mano delle nocciole al soffiare con un soffione tutte le nocciole in una fila, dove successivamente la macchina raccoglitrice le raccoglie mettendole in cestelli. Una grande evoluzione rispetto al passato. I noccioleti che oggi ammiro – ordinati, rigogliosi, silenziosamente vivi – appartengono alla sua famiglia da generazioni, ma la memoria di questi paesaggi è molto più antica. Sorridendo Patrizia racconta che oggi sono in quattro che mandano avanti i noccioleti, lei suo marito Daniele, un uomo simpaticissimo che è venuto a farci compagnia, i figli  Giulia e  Gabriele, entrambi coinvolti nella passione per le nocciole. Gabriele aiuta nei lavori in campagna, Giulia in laboratorio. Già, il laboratorio. Sacrifici e tanto lavoro per crearlo. A pochi passi dal noccioleto. Complicato ma necessario. Le nocciole sono così diventate un legame di famiglia che unisce  a questa terra. E così in ogni nocciola c’è qualcosa di Patrizia. E della famiglia intera. La casa dove l’intera famiglia vive è immersa nei noccioleti così che le nocciole sono la prima cosa che appare dinanzi ai loro occhi al risveglio, l’ultima (luce permettendo), prima di andare a dormire. Le colline dove ci troviamo sono bellissime, offrendo quella pace e armonia impossibile da trovare altrove: capisco come non sia difficile amarle. Vivere a contatto con la natura ti porta a voler restar qui senza voler andar via. In Alta Langa la nocciola non è solo una coltivazione, è cultura, identità, quasi una religione. Ed è proprio questa sacralità discreta quotidiana, che Patrizia porta avanti con passione e con uno sguardo limpido rivolto al futuro, senza mai tradire le radici. Molti campi di noccioleti sono ubicati in punti difficili, parti scoscese, non pianeggianti. Lavorarli  non è sicuramente facile, ma loro hanno imparato a conoscere il territorio che è casa. Selezionale le nocciole e sgusciarle comporta fatica. Ma quanto è bella la ricompensa Ne ho in mano una ed è bellissimo vederla emergere dal guscio con le  curve seducenti  preludio del suo gusto morbido e vellutato. Sono qui e ammiro una pianta di nocciole. Impossibile non fermarsi ad ammirare un arbusto così meraviglioso perché se non la vedi non capisci di cosa parli. Torniamo in laboratorio Le nocciole che Patrizia mostra, sono di pura origine di Cravanzana, Alta Langa, Igp Piemonte. La nocciola tonda gentile delle Langhe considerata la migliore al mondo per la sua eleganza, finezza e persistenza del sapore. Non ci si può chiedere cosa renda la nocciola dell’Alta Langa speciale, unica e la migliore: occorre assaggiarla per scoprire quel profumo che sa un po’ di pane e un po’ di cacao, Nutrimento come il pane, piacere come il cacao. Ogni nocciola raccolta è frutto di un’attenzione quasi artigianale, di gesti ripetuti con amore, stagione dopo stagione. Il risultato lo vedo con i miei occhi: nella qualità del prodotto, certo, ma anche nel racconto che porta con sé. Per non parlare del profumo della nocciola tostata che si sparge nel laboratorio: ne respiro a pieni polmoni! Non si fa magazzino qui. Gli ordini vengono processati così da garantire la massima qualità garantendo un prodotto il più possibile fresco. E buono ovviamente! Il merito di tutto ciò è una attenta dedizione che parte alla cura del ciclo vegetativo delle piante, le creature che Patrizia cura personalmente con metodi naturali e sostenibili. Meglio pochi prodotti con una qualità altissima. È così che nascono nocciole tostate, farina e granella di nocciole, pasta di nocciole e una crema la cui genuinità sta negli unici due ingredienti con la quale è realizzata: nocciole e zucchero di canna. All’assaggio c’è solo  e tanta felicità e una bocca sporca come quando ero bambino. Mi invitano a tornare a trovarli a fine agosto, quando nelle vigne delle Langhe l’uva prende il colore della maturità e fa presagire la vendemmia, la nocciola Tonda Gentile è pronta ad essere raccolta. Sono i giorni più movimentati qui a Cravanzana e in generale in Alta Langa: tutte le famiglie si riuniscono per raccogliere il lavoro di un anno. Le macchine semoventi raccoglitrici passano fra i noccioleti aspirando le nocciole che, cadute dagli alberi si sono posate sul terreno. Capita così di vedere gli anziani della famiglia chini a raccogliere una nocciola lasciata indietro dalle macchine. Ho scoperto un’azienda che rappresenta un perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione in grado di valorizzare il territorio delle Langhe attraverso una produzione a parer mio incredibile di nocciole. La loro dedizione alla coltivazione sostenibile, l’attenzione maniacale alla lavorazione artigianale e la passione per il proprio lavoro sono i pilastri di una realtà che non si limita a produrre, ma racconta una storia di eccellenza e autenticità. Che sia nella sua forma più pura o trasformata in deliziose specialità, le nocciole sono un’esperienza sensoriale unica, capace di racchiudere in ogni assaggio il sapore autentico della terra dalle quali nascono. Un piccolo gioiello del Made in Italy che continua a conquistare palati e mercati e che sicuramente hanno conquistato me che li porterò al Sud pronto a tornare a trovarli. Nel mondo veloce dell’agroindustria, l’azienda di Patrizia è una piccola oasi dove il tempo torna ad essere un alleato. Un luogo dove si coltiva la bellezza, non solo la nocciola. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere          
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