Le scoperte enoiche di Benny

Benedetta Costanzo ci porta alla scoperta di piccoli vignaioli e territori che prima di essere raccontati, emozionano. Senza però disdegnare il raccontare le esperienze che devono essere considerate dei punti di riferimento o pietre miliari che dir si voglia, per gli appassionati di vino.

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14 Dicembre, 2024

Pievalta: grande e biodinamico, si può!

Un invito speciale a Pievalta Alcune settimane fa ho avuto l’onore di partecipare ad un evento speciale organizzato dall’azienda Pievalta, interamente dedicato al Verdicchio Riserva San Paolo. L’incontro si è tenuto a Maiolati Spontini, nel cuore delle Marche, e ha offerto l’opportunità di esplorare da vicino una delle realtà vitivinicole più interessanti della zona. Il pomeriggio è iniziato con un tour dei vigneti, seguito da una degustazione verticale del San Paolo, un Verdicchio straordinario per la sua profondità e complessità. La giornata si è conclusa con una cena, durante la quale abbiamo assaggiato altri vini dell’azienda, inclusa una sorprendente proposta dalla Franciacorta. Ma come al solito partiamo dall’inizio! La visione e il sogno di Silvano Brescianini La storia di Pievalta è un vero e proprio romanzo, nato dalla passione di Silvano Brescianini. figura di spicco nel panorama della Franciacorta, che  ha da sempre creduto nel potenziale dei grandi vitigni autoctoni italiani. Vent’anni fa, spinto da una profonda passione per il territorio dei Castelli di Jesi e da una sana dose di sfida, decise di investire nel territorio marchigiano. Oggi, il suo sogno è realtà! Unanimamente riconosciuto a livello internazionale, il suo Verdicchio è un vino affascinante in grado di vincere anche le sfide più ardue.
Ma per Brescianini il vero premio è aver contribuito a valorizzare quest’uva in un territorio caratteristico, trasformando Pievalta in un punto di riferimento per gli appassionati di vino. Pievalta: Una Storia di Passione e Biodinamica Pievalta non è solo una cantina, ma un esempio di come la viticoltura possa sposarsi perfettamente con il rispetto per l’ambiente. Fondata nel 2002, l’azienda è stata fin dall’inizio votata all’agricoltura biologica e, dal 2005, ha fatto il passo decisivo verso la biodinamica.
Acquistando i vigneti, Brescianini si trovò di fronte a una situazione critica: i terreni, impoveriti da anni di pratiche agricole intensive, erano quasi morti. I vigneti soffrivano molto, diventavano gialli, e il suolo era duro come cemento. La sfida era enorme: non solo recuperare la fertilità del suolo, ma anche cambiare radicalmente un sistema di coltivazione consolidato. Con pazienza e determinazione, Alessandro Fenino, enologo milanese e anima dell’azienda, ha guidato questa trasformazione. Quando Barone Pizzini, decise di esplorare le potenzialità del Verdicchio nei Castelli di Jesi, fu proprio Fenino a prendere in mano il progetto. Con ispirazione, lavoro e  un’equipe motivata e competente, si dedicarono a ripristinare la salute dei vigneti, introducendo pratiche biologiche e biodinamiche. Gradualmente, le viti si ripresero, adattandosi al nuovo regime e cominciando a esprimere tutto il loro potenziale. In pochi anni, i vini di Pievalta si distinsero per la loro autenticità e la loro capacità di riflettere il terroir d’origine. Situata nei Castelli di Jesi, oggi l’azienda si estende su 44,1 ettari, di cui oltre 30 vitati con metodo biodinamico. I vigneti abbracciano diverse aree, tra cui Maiolati Spontini, Montecarotto, San Paolo di Jesi e Cupramontana, ciascuna con suoli e condizioni climatiche differenti che arricchiscono e conferiscono unicità ai loro vini. Dal Biologico alla Biodinamica: Un Percorso Naturale Dunque Pievalta ha fin da subito abbracciato una filosofia produttiva incentrata sul rispetto per la natura e la valorizzazione del territorio. Il motto “Bio dalla nascita, biodinamici per passione, artigiani per natura” ne è la perfetta sintesi. In virtù  dei principi della biodinamica, Alessandro Fenino e il suo team utilizzano preparati naturali e coltivano i vigneti in armonia con i ritmi della natura. Il risultato sono vini autentici, che esprimono la mineralità del suolo e la complessità del terroir.
L’arrivo di Silvia Loschi nel 2008, collega in Barone Pizzini e oggi compagna di vita di Alessandro, ha completato il quadro, rendendo Pievalta un luogo dove la passione per il vino si unisce all’ospitalità. Silvia infatti si occupa dell’accoglienza (sperimemtata personalmente!), creando un’atmosfera calda e familiare che invita a scoprire i segreti di questa realtà unica. Una filosofia sostenibile Uno degli aspetti che più mi ha colpito è l’approccio sostenibile che l’azienda adotta non solo in vigna, ma anche in cantina. Pievalta segue una filosofia di economia circolare, riciclando il compost delle vinacce e riducendo al minimo l’impatto ambientale. Utilizzano bottiglie leggere, imballaggi senza plastica e producono energia rinnovabile grazie ai pannelli fotovoltaici sulla cantina. Questo impegno per la sostenibilità si riflette in ogni fase della produzione, dalla vigna alla bottiglia. Il Futuro di Pievalta Dal 2002 a oggi, Pievalta ha continuato a crescere. Nel 2018 ha acquistato nuovi vigneti a Montecarotto, e nel 2022 ha piantato il vigneto “Fosso del Lupo” a Maiolati Spontini. Questo costante sviluppo testimonia la dedizione dell’azienda nel portare avanti un’agricoltura etica e sostenibile, rispondendo con flessibilità ai cambiamenti climatici e alle sfide del settore. La Degustazione Verticale del Verdicchio Riserva San Paolo La parte più attesa dell’evento è stata senza dubbio la degustazione verticale del Verdicchio Riserva San Paolo, un vino che rappresenta l’anima di Pievalta e il legame profondo con il territorio dei Castelli di Jesi. Le “verticali” sono occasioni speciali per esplorare l’evoluzione di un vino attraverso il tempo, cogliendone le sfumature e i cambiamenti maturati negli anni. In questo caso, il protagonista assoluto non è stato il Verdicchio ma un territorio: Castelli di Jesi che riesce a imprimere in ogni bottiglia l’innata capacità di esprimere sia freschezza che complessità. E in questa verticale è risultato più che evidente. Annate a Confronto Durante la verticale, abbiamo assaggiato diverse annate del Verdicchio Riserva San Paolo, ciascuna in grado di raccontare qualcosa di unico sul microclima dell’annata e sulle scelte enologiche di Pievalta.
Il Verdicchio Riserva San Paolo è ottenuto da una selezione delle migliori uve della vigna vecchia, situata a San Paolo di Jesi, che fermentano con solo lieviti indigeni. E’ affinato due anni in acciaio su fecce fini e 6-12 mesi in bottiglia in base all’annata.  una scelta che permette di mantenere intatta la freschezza del vino e di valorizzarne la purezza. Il Verdicchio: Eleganza e Longevità Un aspetto che mi ha colpito durante la degustazione è stata la longevità del Verdicchio Riserva San Paolo. Anche le annate più datate hanno mantenuto una freschezza sorprendente, sostenuta da una struttura  in equilibrio che esprimeva sempre una vivacità che rendeva tipico ogni vino. È evidente che il Verdicchio ha un grande potenziale di invecchiamento, con la capacità di sviluppare aromi più profondi e complessi senza perdere la sua energia. La verticale nel dettaglio nel prossimo articolo Per il momento la nostra avventura a Pievalta  finisce qui. Nel prossimo articolo vi svelerò tutti i segreti di una verticale indimenticabile, un viaggio nel tempo attraverso le diverse annate del Verdicchio. E non solo: una cena gourmet, curata nei minimi dettagli, ci ha regalato molte emozioni, abbinando i vini dell’azienda a piatti che ne esaltavano le caratteristiche. Un’esperienza che ci ha permesso di comprendere quanto sia profonda la passione di Silvano  Alessandro e Silvia, i veri artefici di questo progetto. Un’azienda che vive e respira il suo territorio, un’azienda che ci ha conquistato. Un grazie speciale a Multimedia Milano che ha permesso tutto ciò e in alto i calici a Pievalta e ai Castelli di Jesi!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo  
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8 Dicembre, 2024

Merano Wine Festival: excellance is an attitude!

Merano Wine Festival: excellance is an attitude! Merano WineFestival 2024: Un brindisi all'eccellenza enologica Numeri impressionanti con 7.000 visitatori circa nelle 5 giornate per la 33° edizione di Merano Wine Festival.
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30 Novembre, 2024

Guida ai vini delle feste 2024.

Il vino non è mai solo una bevanda; è il testimone silenzioso dei nostri momenti più preziosi. Da millenni, il "nettare degli dei" accompagna i passaggi cruciali dell'esistenza umana, trasformando un semplice pasto in una celebrazione.
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16 Novembre, 2024

Le scoperte enoiche di Benny School: i Grands Crus Classés

Le scoperte enoiche di Benny School: i Grands Crus Classés 1855 La Nascita di un Mito Quando pensiamo ai vini di Bordeaux, l'immagine che ci viene in mente è spesso quella dei Grands Crus Classés del 1855. Ma cosa rende questa classificazione così speciale e duratura? La loro storia affonda le radici nella visione di Napoleone III. In vista dell'Esposizione Universale di Parigi del 1855, l'imperatore chiese di creare una classificazione ufficiale dei migliori vini di Bordeaux. L'obiettivo era presentare al mondo una lista autorevole e definitiva, che servisse da guida per i visitatori stranieri. I commercianti e i courtiers (intermediari) di Bordeaux furon o incaricati di stilare l'elenco, basandosi sulla fama e sul prezzo che i vini avevano raggiunto negli anni precedenti.
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9 Novembre, 2024

Lucca Comics & Games 2024

Lucca Comics & Games 2024. Tra fumetti e calici di vino. C'è un appuntamento che, più di ogni altro, scandisce il mio autunno e accende la mia fantasia: il mitico Lucca Comics & Games. E sì, Lucca, una delle perle della Toscana, non è solo storia e arte, ma anche un croceolo vibrante di eventi che la rendono unica al mondo. Prima di immergerci tra cosplayer e graphic novel, concedetemi un calice virtuale alla sua storia.
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26 Ottobre, 2024

Fivi 2023. Il cuore del vino italiano batte a Bologna

I Vignaioli Indipendenti: Custodi di un Territorio Con l’avvicinarsi della 13ª edizione del Mercato FIVI, che si terrà per la seconda volta a Bologna, è il momento perfetto per rivivere l’emozione e l’energia dell’anno scorso. Questo racconto appassionato, di chi c’è stato, vuole essere un faro: magari troverete ispirazione per visitare le cantine di cui vi parlerò, o deciderete di unirvi a noi al prossimo appuntamento!
Prima di immergerci nell’atmosfera vibrante del Mercato, è doveroso fare una breve introduzione su chi sono i Vignaioli Indipendenti (FIVI). Essere un Vignaiolo Indipendente non è solo una qualifica, ma una vera e propria filosofia di vita e di lavoro che pone l’uomo al centro della filiera. Questi produttori si distinguono per un impegno totale: seguono l’intero ciclo produttivo, dalla cura della vite all’imbottigliamento del vino, garantendo la massima espressione del loro terroir.
Il loro marchio di riconoscimento, noto come “Ampelio”, è un simbolo potente che ne riassume la filosofia. Il marchio raffigura un Vignaiolo che porta una cesta d’uva sulle spalle e la cui ombra prende la forma inconfondibile di una bottiglia. Questo dettaglio iconico sottolinea l’impegno totale: il Vignaiolo FIVI coltiva solo le proprie vigne, vinifica esclusivamente la propria uva nella propria cantina e imbottiglia personalmente il proprio vino. Dietro ogni singola bottiglia c’è il volto, la passione e il nome di un individuo o di una famiglia, a garanzia di un legame indissolubile con il territorio e la sua unicità. Il fascino di Bologna: un Mercato rinnovato Il 12° Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI, svoltosi per la prima volta a BolognaFiere dal 25 al 27 novembre 2023, è stato un evento cruciale. Dopo anni trascorsi a Piacenza, il trasferimento a Bologna era atteso con curiosità e ha segnato una svolta importante.
Le impressioni sulla nuova location sono state, in generale, molto positive, specialmente in termini di logistica e immagine. Il principale punto di forza è stata la migliore accessibilità: Bologna è un nodo nevralgico dei trasporti italiani, ben collegata da autostrade e alta velocità, rendendo la fiera raggiungibile più comodamente, persino in giornata, per operatori e visitatori da tutto il Paese. Inoltre, la struttura di BolognaFiere ha garantito spazi più ampi e moderni, consentendo una migliore distribuzione dei ben 720 produttori presenti. Questo ha contribuito a mitigare l’affollamento che a volte aveva caratterizzato le precedenti edizioni. Anche la logistica interna è risultata migliorata, facilitando l’allestimento e la gestione dei servizi, come il fondamentale punto ritiro acquisti.
Tuttavia, il trasferimento ha portato con sé anche qualche inevitabile aspetto da affinare. A differenza di Piacenza, dove il polo fieristico era vicino al centro, BolognaFiere è più distante dalla città. Questo ha reso necessario l’utilizzo di mezzi pubblici o taxi per molti, incidendo sui tempi e sui costi di chi non era automunito. Un altro punto critico sollevato da alcuni è stato il costo e la gestione del parcheggio, un tema comune nelle grandi strutture fieristiche. Nonostante questi piccoli “rodaggi” tipici di un grande trasloco, la manifestazione ha dimostrato una crescita notevole, sia in termini di presenze che di qualità dell’offerta, confermando la decisione di spostarsi a Bologna come un passo strategico per la crescita del movimento FIVI. 🍷 Gli assaggi del cuore e le nuove scoperte Sebbene la quantità di vini in degustazione fosse impressionante – oltre 700 produttori presenti – voglio raccontarvi le etichette che mi hanno davvero colpito, un mix tra “giocare in casa” e scoperte inattese. Toscana: Tra Arezzo e la Maremma (La mia scoperta Bio) Ho voluto iniziare il mio percorso con il sapore di casa, visitando Podere Pomaio (Toscana, in provincia di Arezzo). Essendo io stessa residente ad Arezzo, è stato un vero piacere assaggiare i loro vini, espressione di un territorio che conosco e amo. I loro Sangiovese, coltivati con attenzione alla sostenibilità e all’agricoltura biologica e biodinamica, esprimono finezza e struttura, confermando l’ottimo lavoro che la cantina sta portando avanti.
Sempre in Toscana, la sorpresa è stata l’incontro con Poggio ai Quadri. L’azienda si trova nel cuore della Maremma Toscana (vicino a Massa Marittima, in provincia di Grosseto) e la loro filosofia di produzione è interamente biologica. Il loro Ciliegiolo, per esempio, che ho avuto modo di assaggiare, si è rivelato di un colore rosso rubino limpido, con note fresche di piccoli frutti rossi. Il loro approccio attento e rispettoso in vigna e in cantina restituisce etichette di grande pulizia e identità territoriale, un vero esempio di come si possa unire qualità enologica e rispetto per la biodiversità. L’Irpinia che canta: struttura ed eleganza campana Dalla Toscana sono passata in Campania, precisamente in Irpinia, per farvi conoscere l’azienda Tenuta Cavalier Pepe. Situata a Sant’Angelo all’Esca (Avellino), la tenuta è gestita con passione e visione da Milena Pepe.
Milena è la nipote del fondatore, Angelo Pepe, e ha portato una ventata di internazionalità e rinnovamento in cantina. Dopo aver studiato e lavorato a lungo all’estero, è tornata in Irpinia per dedicarsi alla Tenuta, coniugando la profonda tradizione vinicola del nonno con tecniche e sensibilità moderne. Oggi, Milena porta avanti con determinazione la valorizzazione dei grandi vitigni autoctoni campani come l’Aglianico, il Fiano e il Greco. Cavalier Pepe è sinonimo di vini eleganti e potenti che racchiudono l’essenza di un territorio unico. L’assaggio imperdibile è stato l’Opera Mia Taurasi DOCG. Questo vino è il risultato della vinificazione in purezza delle uve Aglianico provenienti dalle migliori menzioni della denominazione (come Carazita e Pesano). Il vino affina per ben 12 mesi in barrique di rovere francese, seguiti da 24 mesi in vasche di cemento e poi un ulteriore affinamento in bottiglia, garantendo una complessità straordinaria. L’Opera Mia coniuga la potenza del vitigno con un’eleganza quasi sussurrata, regalando al naso note complesse di frutti rossi maturi, amarena, mirtillo, caffè e cioccolato. In bocca è strutturato, profondo, con una trama tannica fine ed elegante, meritandosi l’appellativo di “Barolo del Sud”. Un vero capolavoro enologico che ha meritato la sosta. Campi Flegrei: La Falanghina “Salata” de La Sibilla Continuando a muoverci in Campania, ma abbandonando le montagne dell’Irpinia per la costa vulcanica, ho fatto una sosta doverosa ai Campi Flegrei, nell’area di Bacoli e Pozzuoli. La Sibilla prende il nome dalla celebre Sibilla Cumana, la sacerdotessa che vaticinava in esametri tra mito e storia. L’azienda è un’ode a questa terra antichissima, dove le vigne affondano le radici in suoli di cenere, lapilli e sabbia vulcanica.
Una delle peculiarità qui è la sopravvivenza della vite su piede franco (non innestata), grazie alla natura vulcanica dei terreni che ha storicamente tenuto lontana la fillossera. Tuttavia, non tutte le vigne de La Sibilla sono a piede franco, ma molte delle parcelle più vecchie e preziose godono di questa condizione, esaltando la purezza del vitigno. Questa è la filosofia de La Sibilla: fare vini che raccontino la storia geologica e marina del territorio. La protagonista assoluta che ho assaggiato è stata la Falanghina Campi Flegrei DOC “La Cruna del Lago”. Già al naso si avvertono note agrumate intense, di erbe mediterranee e un sentore distintivo di zolfo e mare. Ma è al palato che regala un’esperienza unica: la sua sapidità è così pronunciata da risultare quasi salata, una vera e propria traccia lavica che si unisce a una freschezza vibrante. “La Cruna del Lago” è un vino che non è solo bevanda, ma un sorso di storia e minerale, l’abbinamento perfetto per la cucina di mare. Calabria: il riscatto autoctono con Terre di Balbia Lasciando il Sud più noto per la costa flegrea, ci spostiamo in una Calabria ambiziosa, precisamente ad Altomonte (Cosenza), per incontrare Terre di Balbia. L’azienda è stata rilanciata con vigore nel 2014 dall’ingegnere edile Giuseppe Chiappetta, che ha trasformato la sua profonda passione per il vino in un progetto di alta qualità e forte identità territoriale, in collaborazione con l’enologo salentino Gianfranco Fino.
Giuseppe ha scommesso sul potenziale della sua terra e, in particolare, sul recupero dei vitigni autoctoni. La sua filosofia è chiara: produrre Cru in purezza da agricoltura biologica. I loro vini si concentrano su tre vitigni principali: il Magliocco Dolce per il rosso di punta (Fervore), il Gaglioppo per il rosato (Ligrezza) e il Merlot (Blandus), l’unica uva internazionale rimasta dalla precedente proprietà, interpretata con eleganza calabrese.
Il mio incontro con Giuseppe Chiappetta è avvenuto, in realtà, durante una visita speciale in occasione della mia nomination per la Notte Rosa del Vino a Trebisacce – un evento che celebra le eccellenze in rosa, a riprova della sua dedizione anche verso i Rosati da Gaglioppo.
La qualità in cantina è palpabile e in continua ascesa, grazie a vinificazioni rispettose che mirano a esaltare il carattere del frutto e del terroir argilloso-calcareo della zona. I vini di Terre di Balbia, in particolare il Magliocco Dolce (Fervore), dimostrano grande struttura e profondità, unite a una beva sempre pulita ed equilibrata. È un’azienda che incarna una bellissima filosofia di riscatto per la viticoltura calabrese. La leggerezza e la simpatia del Prosecco Dopo i rossi di struttura, un intermezzo di piacevolezza e brio era d’obbligo. L’ho trovato allo stand di Siro Merotto, un’azienda veneta specializzata nelle bollicine, in particolare nel Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. L’incontro con  Siro, figura chiave dell’azienda, è stato una ventata di freschezza e spontaneità. Con lui ho assaggiato un Prosecco Superiore che era l’incarnazione della leggerezza e della convivialità. Non solo il vino era di grande pulizia, con un perlage fine e profumi floreali e fruttati, ma l’atmosfera allo stand era di una contagiosa simpatia. Un’esperienza che ci ricorda come il vino non sia solo tecnica, ma anche e soprattutto piacere, conversazione e leggerezza d’animo. Romagna: Il Calore del Sangiovese e il Cuore di Bertinoro Dal Prosecco leggero ci spostiamo verso il calore della Romagna, una regione che per me ha sempre un posto speciale nel cuore. La Romagna non è solo terra di Sangiovese e Albana, ma è anche il luogo in cui ho avuto l’onore di essere insignita, nel 2021, come Miglior Comunicatore dell’Albana nell’ambito del Master dell’Albana. Un risultato di cui sono molto orgogliosa, che mi ha spinto a conoscere in lungo e in largo le cantine più rappresentative del territorio. Tra gli assaggi imperdibili a Bologna c’è stata Tenuta La Viola, che si trova a Bertinoro (FC), un cru romagnolo d’eccellenza. L’azienda è guidata dalla passione di Stefano Gabellini, il proprietario, e dalla competenza dell’enologo Emilio Plentore. La loro filosofia è duplice: esaltare il Sangiovese autentico di Bertinoro e, al contempo, sperimentare con i cosiddetti “Super Romagna”. Con Stefano e l’enologo Emilio abbiamo ripercorso l’intera gamma. Abbiamo iniziato con il Bolleggio, il loro vino vivace e informale; si tratta di un rifermentato in bottiglia a base di Sangiovese e uve bianche locali che dona un sorso fresco, secco e piacevolmente rustico, perfetto per brindare con leggerezza. Siamo passati poi al Sangiovese Classico, un vino che esprime la vera anima del terroir di Bertinoro. Infine, abbiamo assaggiato il vino che Stefano definisce il “Super Romagna”: mi riferisco a etichette come il P. (Punto), un rosso importante ottenuto da un blend di uve internazionali (come il Merlot e/o il Cabernet Sauvignon) in taglio con il Sangiovese. Questo vino è l’esempio della loro visione che coniuga l’identità romagnola con una struttura e una complessità internazionale. I vini di Tenuta La Viola uniscono potenza e bevibilità, rispecchiando la generosità e la franchezza di questa terra, e l’incontro con Stefano e Emilio è sempre un momento di sincera convivialità. Trentino: L’Elogio della Biodinamica con Cantina Pisoni Lasciando il calore della Romagna, il viaggio nel cuore pulsante dei Vignaioli Indipendenti ci porta in Trentino, nella Valle dei Laghi, per incontrare Cantina Pisoni. L’incontro con Marco Pisoni non è stata solo una degustazione, ma una vera e propria lezione sulla filosofia. L’azienda, forte di una tradizione che risale al 1852, è certificata biologica dal 2008 e adotta con convinzione i dettami della biodinamica, un approccio che Marco trasmette con grande consapevolezza e rispetto. La scelta è quella di fare un vino che sia espressione autentica e non depauperata del territorio, un patrimonio da lasciare intatto alle nuove generazioni. L’assaggio che più mi ha colpito, in questo contesto di rispetto assoluto per la natura, è stato il Rebo. Questo vino incarna la storia e l’innovazione trentina: il vitigno Rebo nasce infatti da un incrocio tra Merlot e Teroldego, selezionato negli anni ’50 dal ricercatore Rebo Rigotti a San Michele all’Adige. Pisoni, insieme ad altri vignaioli della zona, è tra i pochi a valorizzare questo vitigno per la produzione del Reboro, un vino rosso di grande pregio e serbevolezza. Il Reboro della Cantina Pisoni è un rosso di grande struttura, ottenuto tramite un parziale appassimento delle uve (che lo lega alla tradizione del Vino Santo trentino). Il suo profilo è intenso e complesso: al naso spiccano profumi di frutta rossa matura e confettura, insieme a note speziate. In bocca è pieno, morbido e vellutato, con una lunghissima persistenza. È un “gioiello prezioso” che dimostra la straordinaria capacità del Trentino di creare grandi rossi da invecchiamento, frutto di una scelta etica e produttiva di altissimo livello. Trentino: La Nuova Generazione e la Piana Rotaliana (Bellaveder) Rimanendo in Trentino, ma spostandoci idealmente verso la celebre Piana Rotaliana, ho incontrato i giovani produttori di Bellaveder, un’azienda che guarda al futuro con radici ben salde nella terra. Qui, la famiglia Tonegatti porta avanti una tradizione di qualità, ma con l’energia e l’innovazione della nuova generazione in cantina. La loro filosofia è valorizzare al massimo l’anima della Piana Rotaliana, terra d’elezione per il Teroldego, combinando tradizione e tecniche enologiche moderne.
Al banco, è stato affascinante degustare il confronto tra i due grandi rossi autoctoni. Il Teroldego Rotaliano si è presentato con la sua classica struttura: un rosso vibrante, ricco di frutto e dai tannini che ne promettono la longevità. Il Lagrein, invece, ha offerto un sorso più morbido e vellutato, spesso con note speziate e un corpo più avvolgente, dimostrando la versatilità del terroir trentino anche su uve che richiedono maggiore complessità estrattiva. La mia attenzione è stata poi catturata dai bianchi, in particolare dalla loro Selezione Faedi. Questo nome indica una linea di alta qualità, proveniente dalle loro migliori parcelle, dove si concentrano vitigni come il Pinot Grigio o lo Chardonnay. La Selezione Faedi si è distinta per l’eleganza, una grande mineralità e una persistenza notevole. Sono vini di una pulizia impeccabile che mostrano il potenziale trentino non solo sui rossi potenti, ma anche sui bianchi di grande struttura, gestiti con la freschezza e la visione dei giovani Tonegatti. Piemonte: Il Nebbiolo Vulcanico di Le Piane a Boca Per il gran finale, ci spostiamo in Alto Piemonte, nel Novarese, un territorio che sta vivendo una vera e propria rinascita. L’azienda simbolo di questo riscatto è Le Piane, situata nel comune di Boca. Questa realtà è intrinsecamente legata alla passione e alla tenacia dello svizzero Christoph Kuenzli, il proprietario e enologo, che si innamorò di queste terre negli anni Novanta.
Christoph e il suo team – in particolare il vignaiolo Nicola del Boca e il cantiniere Sergiy Zhukov – sono i custodi di un sogno iniziato con Antonio Cerri, l’ultimo vignaiolo storico della zona, che convinse Kuenzli a rilevare la sua vigna. L’amore per il lavoro e il rispetto per il terroir vulcanico (costituito da ghiaie porfiriche ricche di minerali) sono il cuore della loro filosofia. Gli assaggi col Giampi Ho avuto il piacere di rivedere queste figure che incarnano la dedizione totale alla qualità, in particolare Giampiero Renolfi (che tutti chiamano affettuosamente Giampi), il responsabile della rete vendita Italia. È una figura che si incontra sempre volentieri agli eventi e durante le masterclass, perché la sua conoscenza e l’amore per il lavoro arricchiscono ogni degustazione.
Insieme a Giampi, abbiamo ripercorso l’espressione pura dei vini di Boca. Abbiamo assaggiato il Nebbiolo Colline Novaresi DOC, l’etichetta d’ingresso, un vino che esprime l’immediatezza del Nebbiolo d’altura, giocato su note di freschezza e una piacevole mineralità vulcanica. Poi, il Mimmo 2019 (Vino Rosso), un blend dedicato a Domenico (detto Mimmo), storico e fedele collaboratore, che è un omaggio all’amicizia e al lavoro manuale, offrendo un sorso più morbido e accessibile. Immancabile è stato il Boca DOC 2018, il capolavoro della casa, un blend storico di Nebbiolo (85%) e Vespolina (15%). L’annata 2018 dimostra già la sua stoffa: grande eleganza, tannino levigato e una profondità aromatica eccezionale. Infine, il Piane 2021 (Colline Novaresi DOC), un secondo vino rosso incentrato su una maggioranza di Croatina, che offre una struttura importante, bilanciata da una vena acida vibrante. I vini di Le Piane sono la testimonianza che la qualità estrema può risorgere grazie a persone che, come Giampi, Kuenzli e il loro team, amano il loro lavoro e la terra che lo rende possibile. Conclusioni: Non Solo Vino, ma Amicizia e Passione Potrei continuare a raccontare all’infinito i profumi e le storie assaggiate in questi due giorni intensi trascorsi a BolognaFiere, ma temo di aver finito l’inchiostro! Mi riservo quindi di dedicare articoli futuri alle molte altre splendide realtà che meritano di essere raccontate.
Il vero valore aggiunto di questa due giorni, oltre ai grandi vini, è stato senza dubbio la compagnia. Ho avuto il piacere di condividere gran parte degli assaggi con la grande amica e comunicatrice Claudia Riva di SanSeverino, e con altre fantastiche donne del mondo del vino. Vivere esperienze così arricchenti, scambiare pareri e passione con loro, è sempre un elemento insostituibile che alimenta la voglia di continuare questo viaggio. L’appuntamento è quindi alla prossima avventura enologica! Vi invito caldamente a segnare in agenda il 13° Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI, che tornerà a BolognaFiere dal 23 al 25 novembre 2024. Benedetta Costanzo
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19 Ottobre, 2024

Tenuta Angelici: Il Gufo e il Syrah Eroici

Tenuta Angelici: Il Gufo e il Syrah Eroici
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12 Ottobre, 2024

Ricomincio da ONAF!!

E adesso una nuova sfida! Dopo una lunga estate ricca di viaggi, assaggi, esperienze sensoriali, culturali e non solo, riprendo a scrivere sulla mia rubrica, partendo da una nuova sfida: il corso di Maestro Assaggiatore di formaggi con ONAF.
Il mondo dei prodotti caseari è vasto e affascinante. Attraverso lo studio approfondito e l’acquisizione di tecniche di assaggio specifiche, desidero dare il mio contributo per promuovere e diffondere la conoscenza di questi straordinari prodotti spesso artigianali e tradizionali, sostenendone così lo sviluppo e accrescendo il loro apprezzamento.
Per accedere al corso di secondo livello organizzato dall’ONAF e aspirare al titolo di Maestro Assaggiatore di formaggi, è necessario innanzitutto aver conseguito la qualifica di Assaggiatore. Tuttavia, questo non basta: è indispensabile maturare quattro crediti formativi certificati dall’associazione. I crediti possono essere ottenuti partecipando ad attività specifiche riconosciute e convalidate dall’ONAF, come visite didattiche presso caseifici o degustazioni formative. Questi eventi non solo permettono di accumulare i crediti necessari, ma offrono anche l’opportunità di arricchire ulteriormente le proprie conoscenze pratiche e sensoriali nel mondo caseari Il mio percorso con ONAF Il mio viaggio nel mondo dei formaggi è iniziato lo scorso anno, quando ho deciso di frequentare il corso di primo livello dell’ONAF, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi. Fondata nel 1989 a Cuneo, ONAF ha l’obiettivo di promuovere e valorizzare la qualità dei formaggi italiani attraverso l’analisi sensoriale e l’educazione sui metodi di produzione. Il corso di primo livello è stato il punto di partenza, un percorso fondamentale per acquisire le basi tecniche e di una corretta degustazione sensoriale necessarie per comprendere e apprezzare la complessità di questo universo. Struttura del corso di primo livello Il corso di primo livello si articola in dieci lezioni di due ore ciascuna, suddivise in una parte teorica e una pratica. Si inizia con lo studio del latte, esplorando le sue diverse tipologie, la composizione, i trattamenti a cui è sottoposto e le razze degli animali da latte. Successivamente, ci si concentra sul processo di produzione del formaggio, analizzando le diverse tecnologie applicate che danno vita a varietà come formaggi a pasta filata, erborinati e a crosta fiorita. Si passa quindi allo studio dei difetti. Un’altra fase importante del corso riguarda la cultura e la normativa casearia, con un’attenzione particolare alle denominazioni DOP, IGT e STG (Specialità Tradizionale Garantita), che rappresentano prodotti presenti sul mercato da almeno 30 anni; tra questi, ricordiamo con affetto la Mozzarella!
Sembra complicato, vero? Ma non vi siete già un po’ incuriositi? In ogni lezione, una parte è dedicata all’assaggio di tre o quattro formaggi, permettendo agli studenti di riconoscerne le caratteristiche organolettiche, come la consistenza, il profumo, gli aromi e il sapore. Durante questo viaggio sensoriale, abbiamo esplorato le diverse regioni dello Stivale, comprese le isole!
Al termine del percorso, è previsto un esame teorico, composto da un questionario a risposte multiple, e una prova di degustazione sensoriale in cui gli studenti devono compilare una scheda descrittiva. L’esame si conclude con un colloquio orale con il commissario, che ha il compito di verificare le competenze acquisite durante il corso. La cerimonia di investitura Superato l’esame con successo, si passa a una cerimonia davvero suggestiva. Uno dei momenti più emozionanti della serata è stato il momento in cui ho ricevuto la mia investitura ufficiale. In quell’occasione, oltre a ricevere il diploma di assaggiatore, mi è stata consegnata la spilla ufficiale dell’ONAF, un simbolo che attesta il riconoscimento del mio titolo. Durante la cerimonia, ho avuto l’onore di firmare il registro dell’albo degli assaggiatori di formaggi, un gesto simbolico che segna il mio ingresso ufficiale in questa comunità di appassionati e professionisti.   Il prossimo obiettivo: diventare Maestro Questo primo traguardo mi ha motivato a non fermarmi, e così non mi sono accontentata della qualifica di assaggiatore. Il passo successivo è diventare Maestro Assaggiatore di formaggi, un titolo che rappresenta il massimo livello di competenza nell’arte dell’assaggio. Per accedere al corso di secondo livello, è fondamentale essere in regola con la tessera associativa e affrontare un programma che si rivela davvero impegnativo! Il corso si compone di sei incontri di tre o quattro ore ciascuno, arricchiti da visite a caseifici, dove si può approfondire il processo di produzione del formaggio. Anche in questo caso, il percorso culmina con un esame finale che mette alla prova le competenze acquisite. Vi terrò aggiornati su come procede! Ho già partecipato alle prime due lezioni, e vi assicuro che non si scherza: ci sono sessioni di analisi sensoriale, test di riconoscimento dei sapori rigorosamente alla cieca per esplorare le soglie di percezione sensoriale e imparare a formare un panel di assaggiatori professionisti. Abbiamo anche approfondito la scheda a punteggio per i formaggi, uno strumento essenziale per attribuire un valore ai prodotti. Mi fermo qui per oggi! Promuovere la cultura dei formaggi Concludo esprimendo le mie intenzioni: attraverso questa nuova avventura, desidero contribuire a promuovere e divulgare la conoscenza dei prodotti caseari, un aspetto fondamentale della nostra tradizione enogastronomica. Come il vino, il formaggio è un’espressione del territorio, e conoscere le tecniche di assaggio ci permette di apprezzarne le sfumature e la qualità. Essere parte di questa comunità significa anche educare i consumatori e sostenere lo sviluppo di una cultura del formaggio che valorizzi il lavoro dei casari e la ricchezza dei nostri prodotti. Siete pronti a seguirmi in questo viaggio nel mondo dei formaggi?
Allora questa volta non alziamo solo i calici, ma anche le forme e… cheese cheese!🧀 Benedetta Costanzo
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14 Settembre, 2024

Le Donne del Vino alla Corte di Canova

Esiste un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega la mano di uno scultore come Canova al braccio del vignaiolo. Non è solo questione di manualità, ma di quella rara capacità di trasformare la materia grezza — che sia un blocco di marmo di Carrara o un grappolo di Sangiovese — in un’emozione eterna.
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