Moscato vs. Bollicine. Un confronto serrato sul ring di GoWINE. Arrow Right Top Bg

23 Luglio, 2026

Moscato vs. Bollicine. Un confronto serrato sul ring di GoWINE

  IL COSA E IL DOVE Lo scorso 1 Luglio l’instancabile GoWINE ha organizzato negli ambienti dell’Hotel Diana la tappa romana di MOSCATO WINE FESTIVAL che festeggia quest’anno le nozze d’argento. In una sala invero un po’ troppo “raccolta” ma sufficiente a contenere un pubblico che il caldo cattivo di questo Luglio romano ha purtroppo ridotto c’erano una ventina di etichette per raccontare da Nord a Sud un’Italia di dolcezze e aromaticità, un’ampia panoramica delle molteplici interpretazioni possibili di Moscato affiancate dalla freschezza e dalla vivacità di un’ampia scelta di bollicine Metodo Classico e Martinotti.   GLI ASSAGGI GoWINE ha ben presente il senso della misura. Quel tanto che non stroppia, etichette scelte con cura, che stimolano la curiosità e in numero tale da non rischiare di essere “snobbate”. E dunque, schivando l’Africa che attanagliava il pomeriggio romano, mi sono lasciato trasportare nel mood di calici di cui troppo spesso ci si dimentica anche nelle “feste comandate”. In quel valzer di dolcezze aromatiche che ha saputo sfidare senza la minima soggezione il tango delle bollicine ho scelto cinquepiùcinque etichette che mi fa piacere sottoporre alla Vostra attenzione. Dieci vini che sanno raccontare il Territorio con coraggio ed eleganza. LE FRIZZANTEZZE – SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO ROSÉ “ESSE” 2015, DUBL (CAMPANIA): un naso da rosé affatto frivolo e immediato, che evoca piccoli frutti rossi, lampone, marasca…che evolve verso nespola, marzapane, biscotti al burro e zenzero… Una complessità ossidativa elegante e un bouquet intenso e stratificato che parla di Irpinia vulcanica e pazienza enologica. In bocca è di accogliente austerità, fresco, secco, strutturato, avvolge senza mai appesantire. I ritorni di frutta rossa si intrecciano a note speziate, con una persistenza lunga e sapida che lascia il palato pulito e voglioso del sorso successivo. Un “dosaggiozzero” che esalta l’anima dell’Aglianico e dei suoli campani, senza concessioni alla morbidezza zuccherina. Uno spumante che esalta il Territorio e “osa” NON copiare i cugini d’oltralpe. 88+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “OLUBRA” 2016, TORRE FORNELLO (EMILIA ROMAGNA): mentre la cremosa effervescenza lo stuzzica, il naso svela un bouquet di straordinaria eleganza, segnato (ben oltre l’immaginato), da quel “diecipercento” di Malvasia di Candia Aromatica e fatto di mela verde, pera, biancospino e gelsomino. Sentori che si intrecciano a quelli più complessi di crosta di pane e frutta secca che si stagliano su una distintiva sapidità marina, salmastra, di quasi alga. Secco, fresco e ben equilibrato, con una struttura snella ma definita che non appesantisce mai. E se l’acidità vibrante e perfettamente integrata gli conferisce una beva dinamica e scattante, la sapidità è una costante, un filo conduttore che attraversa il sorso lasciandoci di fronte a un finale lungo e appagante, un manifesto di eleganza e territorialità. 88++ Punti. – LAMBRUSCO DI SORBARA CRU “LECLISSE” 2025, PALTRINIERI (EMILIA ROMAGNA): se l’occhio rimane affascinato dal colore e il cuore respira la vivacità della schiuma, è però al naso che questo Lambrusco rivela la sua anima più traviante. I piccoli frutti rossi portano la firma di lamponi e ribes e si fondono con note agrumate di scorza d’arancia e sentori floreali di viola e rosa canina. Non mancano poi accenni più complessi, come una leggera sfumatura di fragola (si, forse un po’ caramellosa), la freschezza della mela Fuji, il carcadè, il garofano, spezie piccanti e un inaspettato quid erbaceo che ricorda la rughetta In bocca…in bocca conferma e atterra. Il sorso è brioso e di dinamica freschezza, ritmato da un’acidità vibrante e affilata che pulisce il palato e da una sapidità che ci tiene a non arrivare seconda, con un finale che è un trio jazz nel quale performano rimandi di dolcezze fruttate, sensazioni vegetali e succosità di agrume rosso che regalano un’esperienza coinvolgente e dissetante. Più che un vino un racconto liquido dell’Emilia, un sorso che evoca nebbie e opulenze felliniane, capace di imprigionare in un calice la vivacità di un Territorio. 89 Punti. – DAUNIA IGP BOMBINO BIANCO SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “RN” MILLESIMATO 2020, D’ARAPRÌ (PUGLIA): una “Riserva Nobile” dal naso intenso e avvolgente, che sciorina note di pasticceria al burro, frutta matura a polpa gialla, sentori di vaniglia e frutta un po’ troppo esotica che, per fortuna, timo e agrumi fanno presto dimenticare. In bocca è suadente e vellutato, pieno eppure equilibrato, con una struttura importante sostenuta da una bella acidità che dona freschezza e persistenza. Un sorso complesso ed elegante, con ritorni di frutta matura, burro e una mineralità discreta che allunga il finale. Un Metodo Classico Mediterraneo. 88++ Punti perché…perché la 2019 aveva più “cazzimme”. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “VIOLA” 2019, FONGARO (VENETO): al naso è un abbraccio caldo ma mai pesante di crosta di pane, burro di arachidi, nocciola tostata che poi evolve verso frutta esotica, pompelmo giallo, mela limoncella, vaniglia e un tocco di tabacco dolce. La profondità del vulcano e una nota autunnale introducono un sorso asciutto e teso, ma al tempo stesso morbido e vellutato, nel corso del quale slancio minerale e freschezza elegante duettano per poi evolvere in note tostate e di frutta esotica fino alla chiusura armonica e persistente. Davvero ben fatto. Da provare, senza fretta. 88 Punti LE DOLCEZZE – MOSCATO D’ASTI DOCG 2025, LA TRIBULEIRA (PIEMONTE): un naso di intense, intrecciate delicatezze di pesca, albicocca e pera matura, di zagare e gelsomini, con quella salvia irriverente a rinfrescare il tutto rendendoci curiosi quel tanto che ci impone di ficcare di nuovo il naso nel calice. E, nell’ovvia dolcezza del sorso, apprezzerete la freschezza e quella sapidità che bilancia perfettamente il residuo zuccherino, ritrovando quella pesca di cui serbavate memoria amplificata dalla sottile e cremosa effervescenza. Forse non è un vino “da concorso” ma racconta onestà e tradizione senza retorica. Mica ce ne sono tanti così! 87+ Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA SELVATICA” 2025, ROMANO DOGLIOTTI (PIEMONTE): l’olfatto è più compita apertura che esplosione, un ordinato susseguirsi di pesca bianca, lime, sambuco, salvia, fiori d’arancio, uva appena colta. Poi una sfumatura erbacea, quell’appena di finocchietto selvatico che, insieme alla freschezza agrumata, impedisce al corredo aromatico di risultare semplicemente dolce. Un olfatto che è aria di collina. Il sorso conferma le promesse del naso senza cercare effetti teatrali. La dolcezza c’è, naturalmente, ma non è mai protagonista assoluta. Lavora insieme all’acidità e a una vena sapida sorprendente che attraversa tutto il palato e allunga la beva. La bolla è cremosa, minuta, quasi tattile; accompagna il vino invece di gonfiarlo. La pesca ritorna, insieme agli agrumi, ai fiori bianchi e a quella sensazione di mosto fresco che è quasi un marchio, precedendo un finale fatto di una persistenza che parla più di equilibrio che di zucchero. Un Moscato capace di cambiare ritmo, schivando il prevedibile e rimanendo fedele al Territorio senza trasformarsi in mero esercizio di nostalgia. 88 Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA CAUDRINA” 2025, ROMANO DOGLIOTTI (PIEMONTE): il naso è intenso ma mai ridondante, il profumo dell’uva appena colta domina la scena, accompagnato da glicine, fiori d’acacia, sambuco, salvia fresca e una sottile sfumatura agrumata fatta di richiami di cedro e bergamotto. Poi, senza mutare una trasparenza del registro aromatico basata sulla purezza del frutto e sulla precisione, è la volta di pesca bianca, albicocca, pera Williams e litchi L’assaggio conferma immediatamente le promesse del naso. La dolcezza è piena ed evidente ma perfettamente domata da una freschezza viva e da una trama acida che sostiene il sorso senza irrigidirlo. La lieve spuma naturale accarezza il palato con estrema delicatezza, amplificando la sensazione di leggerezza e contribuendo a una progressione dinamica, mai appesantita dagli zuccheri residui. Il frutto rimane sempre protagonista, succoso e croccante, mentre il finale si allunga con eleganza su ritorni di pesca, agrumi maturi e fiori bianchi, lasciando una persistenza sorprendentemente lunga per la tipologia. Un vino di luminosa immediatezza. 87+ Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA GIOSTRA” 2025, GIANNI DOGLIA (PIEMONTE): un profilo olfattivo ampio e nitido, composto da fiori d’arancio, gelsomino, salvia, menta fresca, pesca bianca, pera Williams, albicocca, litchi e una delicata nota agrumata compongono una “GIOSTRA” gioiosa nella quale nessuno sembra volersi atteggiare a “capo”. Varietale a trecentosessantagradi, ma varietale vero, nessuna caricatura! In bocca la dolcezza non rappresenta il punto di arrivo; è piuttosto il punto di partenza di un equilibrio costruito su acidità vibrante, sapidità e una bollicina cremosa che alleggerisce continuamente la materia. Il vino scorre con sorprendente dinamismo, evitando qualsiasi sensazione di pesantezza, la frutta rimane croccante, il finale è un continuo ricordo di richiami floreali, sfumature di agrume candito e di erbe aromatiche, e la persistenza, che è spesso merce rara…beh, qui ce n’è anche per altri. Lontano dagli stereotipi, dentro il Territorio (con discrezione). 88 Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG 2025, G. D. VAJRA (PIEMONTE): un naso ricco, con le zagare in primo piano e pesca gialla matura ma croccante, albicocca e mela golden su uno sfondo nel quale non manca un tocco di ananas e frutti tropicali discreti. La salvia e le erbe aromatiche arrivano poi, con un graffio minerale quasi gessoso che riporta alla collina, e quel sentore di uva fresca, vera, come raramente capita di trovare. In bocca, l’affilata acidità e quella sapidità che fa spesso da discrimine tra un Moscato e un “buon” Moscato, domano con maestria una dolcezza tutt’altro che contenuta mentre la sottile e cremosa effervescenza pulisce il palato da qualsiasi sensazione “appiccicosa” e veicola e mantiene fedeli alla realtà i ritorni di albicocca candita, miele d’acacia pesca ed agrumi fino al lungo finale. Un Moscato con la schiena dritta, da bere senza troppe cerimonie e…con il sorriso. 88– Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a GoWINE per avermi ospitato ancora una volta e a tutti Voi per aver avuto la pazienza e la gentilezza di leggermi fino a qui. È stata una bella serata, all’insegna di una Qualità fuori dagli schemi e affatto banale che, all’appeal suscitato inevitabilmente dalle effervescenze, ha voluto coraggiosamente contrapporre l’eleganza (molto spesso sabauda) delle dolcezze aromatiche. E per non lasciarVi “con l’amaro in bocca” Vi do appuntamento alla prossima settimana spoilerandoVi che si parlerà ancora di dolcezze.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Calici Valtellina 2026: sotto le stelle, il racconto della Valtellina Arrow Right Top Bg

22 Luglio, 2026

Calici Valtellina 2026: sotto le stelle, il racconto della Valtellina

  Il 10 agosto torna Calici Valtellina: una serata di degustazione itinerante alla scoperta dei produttori, dei grandi vini del territorio e del fascino del centro storico di Sondrio   C’è una sera d’estate in cui il cielo si riempie di stelle e la Valtellina si racconta attraverso il vino. È la notte di San Lorenzo, quando il centro storico di Sondrio diventa il palcoscenico di Calici Valtellina, l’appuntamento che ogni anno richiama appassionati, curiosi e visitatori per vivere un’esperienza di degustazione e incontro diretto con i produttori. Lunedì 10 agosto, dalle 18.00 alle 24.00, le vie del centro ospiteranno un percorso enologico che accompagnerà i partecipanti dal fascino architettonico di Palazzo Martinengo fino all’eleganza panoramica di Castel Masegra, attraversando vicoli, piazze e alcuni degli scorci più suggestivi della città. Un itinerario che invita a scoprire le diverse espressioni dei vini valtellinesi direttamente dalla voce di chi li produce, valorizzando per l’appunto il dialogo tra cantine e pubblico. A rendere ancora più speciale il percorso sarà la tappa conclusiva a Castel Masegra dove, grazie alla collaborazione con Onav Sondrio, sarà possibile degustare esclusivamente lo Sforzato di Valtellina DOCG. Il vino simbolo della denominazione avrà infatti uno spazio dedicato, distinto dalle postazioni lungo il centro storico, offrendo ai partecipanti un momento finale per celebrare una delle massime espressioni dell’enologia valtellinese.
Inoltre, anche quest’anno, grazie alla partnership con con Unione-Confcommercio di Sondrio, i visitatori potranno degustare le eccellenze gastronomiche della Valtellina lungo il percorso. Ma Calici Valtellina è molto più di una degustazione itinerante: è un’occasione per entrare in contatto con una viticoltura unica, fatta di terrazzamenti, lavoro manuale e passione, e per conoscere da vicino le persone che, ogni giorno, custodiscono e interpretano il Nebbiolo delle Alpi. Mamete Prevostini, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina. Calici Valtellina rappresenta uno dei momenti più significativi dell’estate per il nostro territorio. È una serata che permette ai produttori di incontrare direttamente il pubblico, raccontando il lavoro, la storia e i valori che si celano dietro ogni bottiglia. Oggi vogliamo che questo racconto sappia coinvolgere anche le nuove generazioni, avvicinandole al mondo del vino attraverso un’esperienza autentica e consapevole. Il Nebbiolo delle Alpi è un vino che racchiude oltre mille anni di storia, il carattere della nostra valle e il lavoro di chi la coltiva ogni giorno. Se riusciamo a trasmettere tutto questo, possiamo far nascere curiosità e creare un legame nuovo con il nostro patrimonio vitivinicolo. Per le nostre cantine questa è la sfida più importante. E proprio nella magia della notte di San Lorenzo, il vino diventa così il filo conduttore di un’esperienza che parla di identità, paesaggio e condivisione: gli elementi che rendono la Valtellina una terra unica. Cantine partecipanti Agrilu, Alberto Marsetti, Alessio Magi, Alfio Mozzi, Ascesa, Azienda Agricola Andreoli, Balgera, Cantina Menegola, Caven Camuna, Convento San Lorenzo, Coop. Agricola Triasso e Sassella, Dirupi, F.lli Bettini, Francesco Folini, La Grazia, La Perla, Le Strie, Marino Lanzini, Nino Negri, Pizzo Coca, Plozza, Radìs, Retica Vini, Riter, Rupi del Nebbiolo, Sandro Fay, Vita Nova. Info e modalità di partecipazione al seguente link. Il Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina, fondato nel 1976, protegge e promuove i vini che nascono sui terrazzamenti alpini della provincia di Sondrio. In un paesaggio unico, sorretto da oltre 2.500 km di muretti a secco, il Nebbiolo delle Alpi (Chiavennasca) esprime eleganza, freschezza e autenticità. Il Consorzio rappresenta le DOCG Valtellina Superiore e Sforzato di Valtellina, il Rosso di Valtellina DOC e l’Alpi Retiche IGT, sostenendo produttori locali e preservando tradizione e qualità. Insieme alla Fondazione Provinea, valorizza il paesaggio e promuove la sostenibilità e attraverso la Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina invita a scoprire la Valtellina più autentica: un vino che racconta la montagna, un territorio da vivere, un’identità da conoscere. La Redazione
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Il Candore di Roma. Il Falstaff White Wine Party Arrow Right Top Bg

22 Luglio, 2026

Il Candore di Roma. Il Falstaff White Wine Party

  Al Grand Hotel Plaza di Via del Corso, la Capitale ha vestito di bianco la sua prima festa firmata Falstaff, tra storia liberty, walk-around tasting e i grandi bianchi d’Italia Grand Hotel Plaza, Roma — 23 giugno 2026 Vides ut alta stet nive candidum Soracte…
Orazio, Odi, I, 9 Il bianco non ammette mezze misure. Veste la sposa il giorno delle nozze e il neonato al fonte battesimale, ricopre il Soratte come lo vide Orazio duemila anni fa dalla sua villa sabina, si porta in agosto sulla pelle abbronzata per farla risaltare ancora di più. È un colore di soglia, il confine netto tra due stati. Il prima e il dopo; l’inverno e l’estate; il silenzio e la festa. Come ogni soglia vive di contrasto: bianco e nero, il diavolo e l’acqua santa, tannino e freschezza. Per una generazione intera il vino bianco italiano ha inseguito il rosso, cercando nel legno, negli affinamenti lunghi, negli arrotondamenti da grande struttura. Una legittimità che forse non gli apparteneva affatto. Poi qualcosa si è capovolto, non ovunque e non subito, ma con la forza lenta delle correnti di fondo. Oggi il rosso, che resta il principe indiscusso del mercato, flette leggero verso la freschezza, la beva pronta, la temperatura più bassa nel bicchiere. Caratteristiche queste che un tempo appartenevano solo al bianco. Il mondo enologico sembra essersi ribaltato e forse è proprio in un simile ribaltamento che affonda le radici un evento come il Falstaff White Wine Party: non una fiera o una degustazione professionale in senso stretto, ma una dichiarazione d’intenti travestita da festa. Il Grand Hotel Plaza si veste di bianco Martedì 23 giugno, con l’estate romana già nel pieno del suo caldo secco, Falstaff ha scelto Roma per il debutto italiano del suo format internazionale. La cornice non poteva essere più giusta: il Grand Hotel Plaza, cinque stelle lusso incastonato nell’antico Palazzo Lozzano di Via del Corso, disegnato nell’Ottocento dall’architetto Antonio Sarti e arricchito nel secolo successivo dagli interventi di Armando Brasini e dagli affreschi di Renzo Mongiardino. Un palazzo che ha visto Fellini attraversarne i saloni e le troupe hollywoodiane, da Ocean’s Eleven a Gangs of New York, posare le cineprese sotto i soffitti a cassettoni e i lampadari di cristallo del Salone delle Feste, ai piedi dello scalone di marmo di Carrara dove un leone scolpito veglia silenzioso da più di un secolo. Raggiungerlo in scooter, tagliando il traffico impossibile del tridente in un pomeriggio di giugno, ha lasciare fuori il caos della città per entrare in un tempo sospeso, dove il dress code fatto di tonalità di bianco, per tutti, trasformava ogni ospite in una piccola nota dello stesso accordo cromatico. Dalle 14.30 alle 22, oltre cinquanta cantine provenienti da quattordici regioni italiane hanno animato gli spazi del Plaza con un percorso di assaggio libero, alternato a masterclass verticali dedicate all’Albana romagnola, al Super-Soave firmato Inama, alla longevità del Gewürztraminer raccontata a due voci dalle Cantine Bozen e Tramin. A completare il quadro, un dj set che ha trasformato il pomeriggio in una festa vera e propria. Con buona pace di chi cercava il silenzio necessario per concentrarsi su ogni singola etichetta, ma in perfetta coerenza con l’idea stessa di vino bianco: leggerezza, gioia, voglia di vivere senza troppe cerimonie. Friuli Venezia Giulia, la culla del vino bianco italiano Se esiste una regione che più di ogni altra incarna la vocazione italiana al bianco, è il Friuli Venezia Giulia. Terra di ghiaie, di brezze adriatiche che risalgono le vallate, di una luce diversa da qualunque altra, più tersa, quasi baltica nella sua trasparenza. Il calice di Pierpaolo Pecorari, che lavora le ghiaie alluvionali dell’Isonzo a pochi passi dal fiume che dà il nome alla denominazione, ha restituito tre facce diverse di quella luce: la Ribolla Gialla 2025, ancora giovanissima, tutta scatto acido e polpa di mela verde; il Pinot Grigio, che qui non concede nulla al colore scarico da moda commerciale ma trattiene un’ombra ramata e una nota di pera matura; il Pinot Bianco, il più silenzioso dei tre, teso come una corda, percorso da quella salinità che solo i terreni di fiume sanno restituire. Diversa, ma non lontana nello spirito, la voce di Butussi, che dai Colli Orientali porta in dote il Pinot Grigio Ramato. Un vino che rifiuta la sbiancatura da battaglia commerciale e sceglie la macerazione sulle bucce, il colore rame che anticipa un sorso ampio, quasi tannico, profumato di scorza d’arancia candita e miele di castagno. Poi la Malvasia, aromatica senza mai essere invadente, percorsa da una nota di salvia e fiori bianchi che rende i vini di collina friulani riconoscibili a occhi chiusi. Grande sapidità, ovviamente! Amandum, il cui nome è un gerundivo latino «ciò che deve essere amato». Un’etichetta che ha scelto un destino più preciso da onorare: nel trittico di Pinot Bianco, Friulano e Malvasia da Manzano non noto affatto spettacolarità. Semmai una coerenza che è anche naturalezza da bere senza pensarci . Che, a pensarci bene, è forse la qualità più difficile da raggiungere in un vino bianco.  A chiudere il cerchio friulano è I Magredi, cantina che prende il nome dalle omonime distese ghiaiose scavate nei millenni dai torrenti Cellina e Meduna: un suolo povero, quasi arido, che costringe la vite a scavare in profondità e restituisce vini di grande mineralità. Il Friulano porta quella tipica nota di mandorla amara sul finale che lo rende inconfondibile, mentre il Traminer aromatico si apre su rosa e litchi senza mai perdere la spina dorsale acida che il terreno magro impone a ogni cosa che vi cresce sopra. Trentino-Alto Adige, la patria alpina del Gewürztraminer Salendo verso nord, il paesaggio cambia e con esso cambia la grammatica stessa del vino bianco: non più ghiaie di pianura ma terrazzamenti scavati nella montagna, escursioni termiche sempre più marcate, un’aromaticità che si fa via via più esplicita.  Albino Armani, famiglia che ha origine in Vallagarina e si espande prima con Antonio, il papà di Albino, in Val d’Adige poi con lo stesso Albino in Friuli, nella Marca Trevigiana e in Valpolicella. I tre vini bianchi che ho assaggiato derivano proprio dei tre territori vocati per questo tipo di vino. Terradeiforti prende il nome dai soldati che nei secoli presidiavano questo passaggio alpino. I suoi vigneti di ghiaia e roccia calcarea restituiscono un Pinot Grigio Valdadige teso nella sua sapidità e suadente nei sentori e soprattutto nella sua colorazione d’oro per via della macerazione sulle bucce. La Ribolla Gialla conduce nelle terre friulane restituendone una espressione pulita, minerale, fruttata. Insomma persistentemente piacevole. Infine, il Gewürztraminer Crosano riporta alle origini offrendo una apertura che si esprime con un ventaglio di rosa canina e frutta esotica e un meraviglioso equilibrio in bocca che si chiude con un finale che strega. Se un luogo può chiamare casa propria il Gewürztraminer, quel luogo è Termeno, Tramin, in tedesco, è il borgo che secondo la tradizione ampelografica ha dato il nome stesso al vitigno. È qui che lavora Elena Walch, tra le interpreti più eleganti dell’Alto Adige contemporaneo, che ha portato in degustazione un trittico capace di attraversare tutto lo spettro dei bianchi altoatesini: il Pinot Bianco 2023, verticale e quasi austero; il Sauvignon 2024, che alla consueta esuberanza aromatica affianca una mineralità di montagna rara da trovare altrove; il Gewürztraminer 2023, sintesi più alta del trittico: litchi, rosa, un accenno di pepe bianco, una morbidezza glicerica che non scade mai nello stucchevole. L’apice assoluto della sezione alpina porta la firma di J. Hofstätter: il Vigna Pirchschrait 2016, un Gewürztraminer di dieci anni che dimostra, contro ogni pregiudizio sulla presunta incapacità di questo vitigno di invecchiare, come un grande cru possa affinarsi in bottiglia con la stessa grazia di un bianco borgognone. Il tempo ha smussato la parte più esplosiva del frutto per lasciare spazio a miele, zafferano, frutta secca, senza che la spina aromatica che rende il Gewürztraminer unico al mondo si perdesse mai per strada. Lombardia e Veneto, tra Lugana, Custoza e le Venezie Il Lugana appartiene a quella ristretta categoria di denominazioni italiane capaci di rendere un vitigno, la Turbiana, sinonimo di un intero territorio: le argille di origine glaciale che circondano il basso lago di Garda, sedimentate migliaia di anni fa dal ritiro dei ghiacciai, trattengono l’umidità e restituiscono vini di grande sapidità e longevità.  Cà Maiol, tra i nomi storici della denominazione, ha attraversato tre annate e tre livelli diversi della piramide qualitativa: il Prestige 2025, immediato e agrumato me lo vedo già pronto per la beva dell’estate; il Molin Superiore 2023, più ampio, percorso da quella nota di mandorla è la firma della Turbiana matura; il Sùere Riserva 2021, che ha riposato abbastanza a lungo da sviluppare sentori quasi ossidativi controllati di camomilla, cera d’api, mantiene la schiena dritta e rende il Lugana un bianco capace di affinare, non solo di dissetare. Poco distante, tra Verona e il lago, nella zona di Custoza, con Monte del Frà ho scoperto il Cà del Magro Custoza Superiore 2023: un blend che mescola Garganega, Trebbianello e altre varietà locali in un equilibrio che è tutto un elogio della misura. Frutto bianco maturo, un accenno di erbe di campo, un finale che non strafà mai. È il bianco della cucina veneta quotidiana, pensato per accompagnare e non per dominare la tavola. A introdurre, infine, il primo capitolo di un racconto che nel corso del pomeriggio avrebbe attraversato l’Italia intera è stato Tinazzi, con l’Istà, Pinot Grigio delle Venezie 2025: fresco, diretto, la versione più immediata e solare di un vitigno che qui, tra le pianure venete, trova l’espressione che lo ha reso un fenomeno globale. Valle d’Aosta, i vigneti più alti d’Europa Non esiste, in tutto l’arco alpino europeo, un vigneto che si spinga più in alto di quelli valdostani, dove la vite si aggrappa ai pendii fino a sfiorare i milleduecento metri e il Monte Bianco domina l’orizzonte come un testimone immobile.  Di Rosset Terroir, che lavora tra Quart e i comuni limitrofi, ho assaggiato tre etichette capaci di raccontare l’altitudine come un vero valore. Il Sopraquota 300, teso e verticale; lo Chardonnay 770, che nel nome porta la quota del vigneto e nel calice tutta la tensione di un frutto che matura lentamente, cullato da escursioni termiche che qui sono la regola e mai l’eccezione; il Chamave Muscat, aromatico, mai stucchevole, che profuma più di fiori di montagna che di frutta tropicale. Se Rosset gioca con l’altitudine come concetto, Le Cime Basse la vive come condizione assoluta: siamo a Morgex, nella Valdigne, dove crescono i vigneti più alti d’Europa e il Prié Blanc, vitigno autoctono allevato ad alberello basso, spesso ancora a piede franco perché la fillossera qui non è mai riuscita ad arrivare, regala vini di una purezza minerale quasi tagliente. Il Valimaro, il Balzani e il Grifamante sono tre interpretazioni diverse dello stesso principio: frutto bianco appena maturo, agrumi di montagna, una sapidità che ricorda più la neve appena sciolta che il mare. Bere questi vini significa assaggiare un’idea di viticoltura eroica nel senso più letterale del termine grazie alle vigne coltivate a mano su pendii che nessuna meccanizzazione potrà mai raggiungere. Ogni bottiglia trasforma in leggerezza una fatica quasi alpinistica. Toscana, la Maremma che guarda il mare Scendendo verso il centro Italia, il paesaggio si apre sulla Maremma Toscana, dove La Fattoria di Magliano lavora tra le colline che degradano verso la costa tirrenica, in un territorio che deve la sua identità enologica tanto al mare quanto alla macchia mediterranea che lo circonda. Brissaia, Brissi e Pagliatura sono tre nomi che suonano quasi come toponimi contadini, e nel calice restituiscono la stessa concretezza: vini che non cercano l’esotismo aromatico ma la salinità diretta, il frutto bianco maturo sotto il sole, un finale che richiama la macchia fatta di ginestra, elicriso, rosmarino selvatico. Poi la frutta esotica da manuale. È il bianco mediterraneo nella sua accezione più autentica, solare senza essere pesante, capace di reggere il caldo di un pomeriggio romano di giugno come pochi altri sanno fare. Campania, il Pallagrello e la memoria dei Borbone Pochi vitigni raccontano una storia di rinascita quanto il Pallagrello Bianco. Coltivato nell’area di Caserta e Terra di Lavoro era amato alla corte borbonica al punto da essere impiantato nella tenuta reale di Carditello, poi quasi scomparso nel secondo Novecento e riportato in vita solo negli ultimi decenni da un manipolo di produttori ostinati.  Canestrini è tra questi. Il suo Pallagrello Bianco ha mostrato tutta la ricchezza aromatica che ha reso questo vitigno un caso di studio nel panorama enologico campano: frutta a polpa gialla, una speziatura dolce che ricorda la cannella, un corpo pieno che non scade mai nella pesantezza grazie a un’acidità sempre presente sotto la superficie. Accanto, il Melograno ha aggiunto una nota di frutto rosso e una freschezza quasi croccante, un contrappunto capace di alleggerire ulteriormente un pomeriggio già dominato dal caldo di giugno. Sicilia, l’Etna e la lava che si fa luce Non esiste territorio italiano dove il rapporto tra suolo e vino sia più diretto, quasi brutale nella sua evidenza, del versante nord dell’Etna. Pietradolce lavora contrada per contrada su quelle colate laviche che il tempo ha trasformato in terra fertile così che il suo Etna Bianco 2024, Carricante in purezza come vuole la tradizione, ha restituito agrumi ancora acerbi, una salinità quasi marina nonostante la distanza dal mare, un’acidità tagliente che è la firma inconfondibile del vitigno. L’Archineri 2023, dalla contrada omonima, ha aggiunto un livello di complessità ulteriore: erbe aromatiche di montagna, un accenno affumicato che richiama la pietra lavica stessa, un finale lunghissimo che sembra non voler mai concludersi. Sullo stesso versante, ma con un progetto diverso, con Alberelli di Giodo h degustato due annate consecutive di Carricante in Terre Siciliane: 2023 e 2024. Coltivato, ovviamente, ad alberello, la forma di allevamento tradizionale che protegge i grappoli dal sole implacabile e costringe la vite a radicare in profondità nella roccia vulcanica. Il confronto tra le due annate è stato un piccolo esercizio di degustazione verticale in miniatura: il 2023 più aperto e già armonico, il 2024 ancora scattante, tutto nervo e agrume, con davanti anni di evoluzione possibile. Tinazzi, l’Italia intera in tre calici Tornando a Tinazzi, che aveva aperto questo viaggio con l’Istà delle Venezie, il cerchio si chiude con altre due etichette capaci di dimostrare quanto un’unica azienda possa oggi permettersi di raccontare l’Italia intera in un solo assaggio: l’Arasi Pinot Grigio 2025, più mediterraneo e speziato rispetto al cugino veneto; il Cavallere Chardonnay Puglia 2025, che chiude idealmente il viaggio nel Sud più profondo. Uno Chardonnay che rinuncia al legno per puntare tutto sulla freschezza fruttata, sulla pesca bianca, su un finale che profuma di macchia mediterranea pugliese e di terra rossa scaldata dal sole. Tre Pinot Grigio e Chardonnay diversi, tre territori distanti centinaia di chilometri, un’unica firma capace di adattarsi a ogni latitudine senza perdere mai la propria riconoscibilità. Bianco, il colore che resta Alla fine di un pomeriggio che ha attraversato quattordici regioni in un solo salone, sotto i lampadari di cristallo di un palazzo che ha visto passare Fellini e le troupe di Hollywood, resta la sensazione che il bianco, colore neutro solo in apparenza, sia in realtà il più democratico dei colori enologici italiani: quello che mette d’accordo le ghiaie friulane e la lava etnea, le altitudini alpine e le coste maremmane, senza mai chiedere ai territori di rinunciare alla propria voce. Orazio, guardando il Soratte imbiancarsi di neve, consigliava all’amico Taliarco di non pensare al domani e di godersi il vino portato in tavola. Duemilaseicento anni dopo, con un dj set a fare da colonna sonora al posto della lira, il consiglio resta identico: il bianco, quando è fatto con cura, non chiede di essere capito fino in fondo. Chiede solo di essere bevuto, con la leggerezza di chi sa che l’estate, in fondo, dura poco.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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21 Luglio, 2026

ViVa 2026. Il Nebbiolo delle Alpi si racconta

  Ve li immaginate 2.500 kilometri di muretti a secco? Dalla Lombardia alla Sicilia e ritorno per intenderci. Un’ opera immensa costruita pietra su pietra, capace di sostenere i terrazzamenti dove cresce il Re dei vitigni, il Nebbiolo. O meglio il Nebbiolo delle Alpi, la Chiavennasca. Una tecnica di coltivazione che è un esempio formidabile di Architettura rurale collettiva, di rispetto verso la natura, arte costruttiva riconosciuta, nel 2018, come Patrimonio Immateriale dell’Unesco. L’areale è quello della Valtellina, oltre 800 ettari di vigneti terrazzati, una realtà senza eguali al mondo. Qui la viticoltura si esprime attraverso una parcellizzazione estrema: ogni terrazza è diversa dalla successiva, cambia l’altitudine, muta la composizione geologica del suolo, varia l’esposizione al sole e il microclima. È una frammentazione che rappresenta la più grande ricchezza della valle e che permette di raccontare espressioni sempre diverse della Chiavennasca. Con queste premesse il Consorzio a Tutela Vini della Valtellina mercoledì 8 luglio ha presentato a Milano presso l’enoteca Onest, la seconda edizione di ViVa, Vini Valtellina, che si terrà a Sondrio dal 12 al 14 settembre, in collaborazione con La Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e Fondazione Provinea. Tre giorni immersivi dedicati al Nebbiolo delle Alpi, ai suoi terrazzamenti, a visite in cantina, a degustazioni, tre giorni dove Sondrio diventerà la porta d’ingresso ad uno dei paesaggi vitati più straordinari. In una Milano dal clima bollente abbiamo avuto il piacere di incontrare un Consorzio molto coeso e determinato, veloce e propositivo, una realtà che trasmette la sensazione di avere una visione chiara del futuro e la capacità di tradurla rapidamente in azioni. Abbiamo avuto soprattutto il piacere di degustare dei vini che raccontano con precisione l’eterogeneità del territorio, un Metodo Classico di Nebbiolo, Inferno, Valtellina Superiore, Sfursat, sono solo alcuni dei vini che saranno protagonisti di una tre giorni che invita a scoprire ed innamorarsi della Valtellina. E se sono tanto piaciuti questi vini a luglio a Milano, con una temperatura di 38 gradi….vi immaginate a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi?   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come  @atti_a_divenire    
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Tecnologia, innovazione e performance: la nuova competitività dell'Ho.Re.Ca. passa dalle attrezzature professionali Arrow Right Top Bg

21 Luglio, 2026

Tecnologia, innovazione e performance: la nuova competitività dell'Ho.Re.Ca. passa dalle attrezzature professionali

  Un mercato da oltre 100 miliardi di euro, più di 324 mila imprese e oltre un quarto delle aziende che investe già nell’ammodernamento delle proprie strutture. Facile Noleggiare porta nel foodservice una nuova filosofia: mettere la migliore tecnologia al servizio delle performance.   L’Ho.Re.Ca italiano continua a rappresentare uno dei motori dell’economia nazionale. Secondo il Rapporto FIPE Ristorazione 2026, nel 2025 il valore dei consumi fuori casa ha raggiunto 100 miliardi di euro, il comparto conta 324.436 imprese e genera un valore aggiunto di 59,3 miliardi di euro. Un settore dinamico che continua a evolversi e che investe sempre più nella qualità dell’offerta, nell’efficienza operativa e nell’innovazione tecnologica. Tra i dati più interessanti emerge anche una crescente attenzione agli investimenti: il 28,4% delle imprese Ho.Re.Ca. ha realizzato interventi di ammodernamento nel corso del 2025, mentre il 25,8% prevede nuovi investimenti nel 2026, segnale di un mercato che considera la tecnologia un fattore sempre più determinante per competere. È proprio in questo scenario che si inserisce Facile Noleggiare, realtà italiana specializzata nel noleggio a lungo termine di macchinari professionali per il settore Ho.Re.Ca., con una visione chiara: aiutare ristoranti, hotel, bar, pasticcerie, panifici e laboratori a lavorare con le migliori tecnologie disponibili, mettendo al centro performance, continuità operativa ed eccellenza del servizio. La tecnologia è diventata un vantaggio competitivo La cucina professionale sta cambiando rapidamente. Forni intelligenti, abbattitori di ultima generazione, sistemi avanzati di refrigerazione, lavastoviglie professionali e attrezzature ad alta efficienza non rappresentano più semplicemente strumenti di lavoro, ma veri e propri acceleratori di produttività. Le tecnologie più evolute consentono di standardizzare i processi, migliorare la qualità del prodotto finale, ottimizzare i tempi di lavorazione, ridurre i consumi energetici e supportare brigate sempre più orientate all’efficienza. Per questo motivo, oggi la scelta delle attrezzature incide direttamente sulla competitività di un’impresa, indipendentemente dalle sue dimensioni. L’eccellenza nasce dall’unione tra tecnologia e servizio Secondo Facile Noleggiare, il valore di un’attrezzatura professionale non si misura soltanto nelle sue caratteristiche tecniche, ma nella capacità di garantire prestazioni elevate ogni giorno. Francesco Profili, fondatore di Facile Noleggiare Oggi un forno professionale, un abbattitore o un sistema di refrigerazione incidono direttamente sulla qualità del servizio, sulla produttività della brigata e sull’organizzazione del lavoro. Il nostro obiettivo è permettere ai professionisti dell’Ho.Re.Ca. di lavorare sempre con le migliori tecnologie disponibili sul mercato, accompagnandole con un servizio costruito per garantire continuità operativa e performance elevate. Performance misurabili e costi sempre sotto controllo Il modello proposto da Facile Noleggiare porta anche nel mondo della ristorazione una filosofia già consolidata in altri settori industriali: permettere alle imprese di concentrarsi esclusivamente sul proprio lavoro, affidando a un partner specializzato la gestione delle attrezzature. L’azienda propone esclusivamente macchinari professionali di fascia alta, selezionati tra i principali produttori internazionali, corredati da assistenza tecnica, garanzia e servizi dedicati per tutta la durata del contratto. Il vero valore non risiede nel semplice utilizzo del macchinario, ma nella possibilità di conoscere fin dall’inizio il costo complessivo della soluzione, comprensivo di attrezzatura e servizi, potendo così pianificare con precisione le proprie performance operative e lavorare senza interruzioni o imprevisti. Innovazione per crescere L’evoluzione del mercato Ho.Re.Ca. racconta un settore che continua a investire nel futuro. Nuovi format, catene in espansione, crescente attenzione all’efficienza energetica, digitalizzazione delle cucine e ricerca di standard qualitativi sempre più elevati stanno ridefinendo il modo di fare ristorazione. In questo contesto, la tecnologia non rappresenta più un semplice supporto operativo, ma uno degli elementi che contribuiscono maggiormente alla crescita e alla competitività delle imprese. Francesco Profili Noi non noleggiamo semplicemente macchinari», conclude . «Mettiamo a disposizione dei professionisti strumenti che permettono di lavorare meglio, produrre di più e offrire un servizio di qualità superiore. Perché oggi la vera differenza non la fa il possesso di una macchina, ma ciò che quella macchina permette di realizzare. NOTE PER I REDATTORI Facile Noleggiare Facile Noleggiare è il portale italiano specializzato nel noleggio a lungo termine di macchinari professionali per il settore Ho.Re.Ca. L’azienda si rivolge a ristoranti, bar e caffetterie, hotel, pasticcerie, panifici, laboratori professionali, catering ed eventi, offrendo soluzioni per forni professionali, abbattitori, frigoriferi e congelatori, lavastoviglie professionali, macchine per gelato e sistemi di refrigerazione e conservazione. La missione di Facile Noleggiare è rendere l’innovazione tecnologica più accessibile alle imprese della ristorazione, attraverso formule di noleggio semplici, flessibili e sostenibili, per garantire performance elevate. Web: https://www.facilenoleggiare.com/ La Redazione
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Da Burde e Starhotels Michelangelo Arrow Right Top Bg

21 Luglio, 2026

Da Burde e Starhotels Michelangelo. Un grande gruppo alberghiero italiano e la cucina tradizionale fiorentina

  L’amore vive non solo di sentimento ma di bistecche. Così Carlo Dossi, nobile scrittore della scapigliatura milanese, sottolineava con ironia che le buone relazioni hanno bisogno – molto concretamente – anche di buon cibo, per sopravvivere nel quotidiano. Mi piace pensare che la succulenta bistecca fritta Da Burde abbia portato davvero tanto amore nei 125 anni di storia della Trattoria, e che ne porterà ancora molto. Ne ho avuto un assaggio (a dir il vero, almeno un paio, di assaggi) nel press dinner del 30 giugno organizzato dall’ufficio PR Alexander Kim insieme a Fedegroup, Starhotels e Da Burde. L’invito stampa ha dato l’occasione di annunciare che dal 1° luglio Starhotels Michelangelo Firenze offre ai propri ospiti, anche esterni, un’esperienza di enogastronomia firmata dalla Trattoria Da Burde, storica insegna fiorentina fondata nel 1901 e tuttora punto di riferimento della tradizione culinaria toscana. Il nuovo ristorante porta nel cuore dell’ospitalità Starhotels l’identità gastronomica più autentica della città, in questo avvincente progetto sviluppato in collaborazione con Fedegroup, azienda leader in Italia nei servizi di ristorazione in outsourcing, con un’esperienza ventennale nel ramo della ristorazione per l’hôtellerie. L’obiettivo è quello di valorizzare nelle strutture Starhotels le eccellenze gastronomiche dei territori nei quali il Gruppo, primo per fatturato in Italia tra i privati, opera. Mauro Polmonari, General Manager di Starhotels Michelangelo Firenze Accogliere Da Burde allo Starhotels Michelangelo significa rafforzare il legame dell’hotel con la città e offrire ai nostri ospiti un’esperienza che racconta Firenze attraverso una delle sue espressioni più autentiche: la cucina. Per Starhotels, l’ospitalità non si esaurisce nel soggiorno, ma vive anche nella capacità di far scoprire il territorio e le sue eccellenze. Questo progetto va esattamente in questa direzione: rendere il ristorante dell’hotel un luogo aperto e capace di dialogare con la città. La proposta resta fedele alle ricette storiche della trattoria di Via Pistoiese e alcuni classici casalinghi di nonna Irene con piccole aggiunte per la stagione estiva: dal lampredotto alla pappa al pomodoro e panzanella, dalla tartare di manzo all’insalata di trippa, dal baccalà alla fiorentina ai pici al ragù bianco toscano, fino alla bistecca fritta e il peposo. Oltre ovviamente altri grandi classici che hanno reso Da Burde un simbolo della cucina fiorentina autentica come il crostino ai fegatini servito con un calice di vin santo. A questi si affianca una proposta più informale, pensata per gli ospiti dell’hotel e per il servizio in camera, con un’offerta internazionale semplice e contemporanea – insalate, club sandwich, burger gourmet – accompagnata da una selezione di vini Burde. Paolo Gori, founder della Trattoria Da Burde Quando cucino penso sempre a chi ha cucinato prima di me in questa cucina, che poi era anche la cucina di casa di nonna dove lei cucinava per la nostra famiglia.  Sono 125 anni di storie di casa e sapori tramandati: le ricette che portiamo al Michelangelo non sono rielaborate per piacere a tutti: sono quelle che abbiamo sempre fatto, con gli stessi ingredienti, gli stessi tempi, la stessa mano. Il lampredotto è lampredotto, il baccalà è baccalà. Firenze ha un gusto preciso, intransigente se vuoi, e noi non abbiamo nessuna intenzione di addomesticarlo. Chi entra da noi deve sentire che sta mangiando come si mangia a Firenze da sempre, non come qualcuno ha immaginato che si mangi a Firenze. Anche la carta vini contribuirà a raccontare il territorio, in un percorso pensato per valorizzare la profondità enologica della Toscana e completare l’esperienza gastronomica del nuovo ristorante. Andrea Gori, founder della Trattoria Da Burde Grandi nomi e piccoli produttori del Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri, affiancati da territori meno conosciuti e scelte stilistiche coraggiose provenienti dalle zone vocate nel Casentino, in Garfagnana, sulle Apuane, nel Mugello, nella Costa Toscana. Ci sarà anche la nostra libreria: vecchie annate di grandi vini toscani, tesori in bottiglia che fino ad oggi vivevano nei nostri scaffali, disponibili anche al calice serviti con Coravin per chi vuole un’esperienza fuori dal comune. La nostra carta vini nasce da decenni di esplorazione del territorio toscano, e quello che portiamo al Michelangelo è esattamente questo: una Toscana del vino raccontata senza semplificazioni Ed ecco la Toscana del vino che ho sperimentato durante il press dinner. L’Ansonica Hortuli Hosiani Costa Toscana IGT 2025 dell’Azienda Fratelli Osio, i cui vigneti si affacciano direttamente sul mare, nella baia di Calagrande, la cala più bella e suggestiva del promontorio. Le uve, 100% Ansonica, sono raccolte rigorosamente a mano e rappresentano in maniera autentica la viticoltura della costa maremmana, offrendo un vino dal colore paglierino brillante che ricorda il sole di quei luoghi. Arriva al palato gentile, ma vigoroso, perfetto per accompagnare il succulento baccalà alla fiorentina firmato “Da Burde”. Più a nord, in Val di Pesa, un altro vitigno in purezza impreziosisce i primi assaggi del menu… Ma questa volta è un internazionale a bacca rossa: l’elegante e speziato Syrah. Il Rosé & Me Toscana IGT 2024, curato dall’enologo Luca D’Attoma per Tenuta Maryamado è fruttato e sapido al punto giusto per accostarsi, con il suo finale di bocca persistente, ai primi piatti saporiti della tradizione, come i pici al ragù. Passiamo poi al vino portabandiera della Toscana nel mondo, con il Chianti Classico DOCG Monteraponi 2024 e le sue note intense di viola, pepe verde e lampone. Corpo e struttura importanti bilanciati da una sferzante freschezza e da tannini setosi. L’ideale accostamento per la celebre bistecca della casa. Continuando con le denominazioni toscane più blasonate, per il tradizionale stufato “Peposo” il calibro degli abbinamenti si alza ulteriormente: a regalarci soddisfazioni è la famiglia Rabissi, il cui amore per la terra risale – almeno – a metà dell’Ottocento. Poche parole per descrivere una produzione intima: un ettaro di vigneto e circa 4 mila bottiglie all’anno di Brunello di Montalcino DOCG. Delle bottiglie del 2021, ho assaggiato la numero 602 di 3.850: al naso prevalgono i frutti rossi e la ciliegia matura, poi arriva il legno e in chiusura sentori minerali e speziati. Al palato è una bomba, i tannini sono eleganti e indicano un grande potenziale di affinamento: equilibrato, per quanto lo consenta la sua tenera età. Sono felice di questa esperienza e felice per tutti gli ospiti che potranno godersela a partire da questo mese. Confermo che con l’arrivo della Trattoria Da Burde, Starhotels Michelangelo Firenze ha rafforzato il proprio legame con la città e arricchito la proposta di soggiorno con un’offerta gastronomica autentica e profondamente fiorentina. Il ristorante si propone come nuovo indirizzo per chi desidera vivere la tradizione toscana in un contesto internazionale ed elegante, dove l’ospitalità incontra i gusti più autentici Mirko Sanna, CEO di Nabucco Srl, società proprietaria di Fedegroup: L’incontro tra Starhotels e una realtà storica come Da Burde dimostra come le eccellenze della tradizione gastronomica italiana possano diventare un elemento distintivo dell’ospitalità contemporanea. Il nostro ruolo è proprio quello di costruire connessioni tra brand iconici della ristorazione e strutture ricettive di alto profilo, sviluppando modelli innovativi che valorizzino identità, cultura e qualità. Siamo orgogliosi di aver ideato e realizzato un progetto che porta per la prima volta la storia di Da Burde all’interno di un contesto internazionale, contribuendo a rafforzare il legame tra ospitalità e territorio. Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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Bullescence. Arte e scienza incontrano la Champagne Arrow Right Top Bg

20 Luglio, 2026

Bullescence. Arte e scienza incontrano lo Champagne

  Il suo sguardo ha rivelato il carattere straordinario di ciò che per me era diventato normale : il terroir, la vite, lo Champagne.  Fra tutte le risposte ricevute durante la preparazione di questo articolo è questa che continua a tornarmi in mente. A pronunciarla è Mireille Jacquesson e non sta parlando di un vignaiolo cresciuto tra le colline della Vallée de la Marne, ma di Andrei Mogoutov, fisico, ricercatore e docente universitario. Un uomo arrivato in Champagne da un mondo fatto di ricerca e analisi, che ha finito per insegnarle a guardare con occhi nuovi la terra nella quale era nata. Siamo abituati a pensare che sia chi cresce in un territorio a trasmetterne il valore a chi arriva da fuori. Per Mireille è accaduto anche il contrario. Lo sguardo di Andrei le ha restituito la capacità di stupirsi di ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi. È da questo dialogo che prende forma Bullescence: non semplicemente una maison di Champagne, ma l’incontro fra due persone che hanno imparato a leggere la stessa realtà attraverso esperienze diverse. Mireille appartiene a una famiglia che coltiva la vite da generazioni. Per molti anni le uve vennero conferite alle grandi Maison della Champagne, fino a quando i suoi genitori decisero di produrre Champagne con il proprio nome, entrando a far parte di quella generazione di piccoli récoltant-manipulant che ha contribuito a valorizzare il patrimonio viticolo familiare. Quando le chiedo dove abbia origine Bullescence, la risposta è immediata. L’origine di tutto è l’appartenenza a un piccolo villaggio della Champagne. È lì che si nasce, si cresce e si lavora. In queste parole c’è il senso di appartenenza a una terra dove il vigneto non è soltanto un luogo di lavoro, ma il paesaggio dell’infanzia. È lì che si impara a misurare il tempo osservando la vite cambiare con le stagioni e dove il rispetto per la natura diventa parte del modo di vivere ancora prima che del mestiere. Fra tutti i ricordi condivisi durante la nostra conversazione, uno mi colpisce più di ogni altro. Quando mio padre terminava un lavoro, si fermava qualche secondo a guardarlo. Poi diceva semplicemente: “È bello”. Sono parole che spiegano molto del progetto Bullescence. Per il padre di Mireille la bellezza non era un obiettivo da inseguire, ma la naturale conseguenza di un lavoro eseguito con attenzione e rispetto. È un insegnamento che continua a vivere nella cura delle vigne, nella pazienza delle attese e nelle scelte compiute ogni giorno in cantina. Il percorso di Mireille avrebbe potuto seguire una strada completamente diversa. Studia alle Belle Arti, realizza documentari, lavora come videomaker e si dedica alle installazioni artistiche. Per anni racconta il mondo attraverso le immagini, fino a quando comprende che il suo lavoro e quello del padre condividono la stessa finalità. Mi sono resa conto che il mio lavoro non era poi così diverso da quello di mio padre. Lui cercava di regalare felicità attraverso il vino. Io provavo a fare la stessa cosa con l’arte. Da quel momento il vino smette di essere soltanto una tradizione di famiglia e diventa un linguaggio attraverso il quale esprimere emozioni, memoria e identità. L’incontro con Andrei completa naturalmente questo percorso. Fisico di formazione e ricercatore nel campo dell’analisi semantica dei testi e dell’intelligenza artificiale, proviene da un universo che sembra lontanissimo dalla viticoltura. Eppure, sarà proprio il suo approccio, fondato sull’osservazione e sulla curiosità, a offrire una prospettiva nuova sul lavoro in vigna. Le chiedo quale sia stato il contributo più importante di Andrei, Mireille non parla di tecnica. Il suo sguardo ha rivelato il carattere straordinario di ciò che per me era diventato normale : il terroir, la vite, lo Champagne. Quella frase racchiude l’essenza di Bullescence. La memoria di chi quella terra l’ha sempre chiamata casa incontra la curiosità di chi ha imparato a scoprirla senza dare nulla per scontato. L’incontro tra Mireille e Andrei non modifica la storia della famiglia Jacquesson. Le offre una prospettiva nuova. Se per Mireille il vigneto rappresenta un’eredità ricevuta fin dall’infanzia, per Andrei è un universo da esplorare con lo stesso metodo che ha guidato la sua attività di ricercatore: osservare, formulare domande, mettere continuamente in discussione ciò che sembra già conosciuto. Questo approccio emerge con chiarezza quando la conversazione si sposta sul rapporto tra arte e vino. Chiedo a Mireille se esista un filo che unisca le installazioni artistiche al lavoro del vignaiolo. Sorride prima di rispondere. Le nostre installazioni artistiche sono soprattutto legate a ciò che chiamiamo il “treno di bollicine” nel calice di Champagne. In questo movimento le bollicine non sono soltanto elementi effervescenti: diventano un supporto di percezione, rivelano immagini, forme e colori. Allo stesso modo, nello Champagne, le bollicine rivelano aromi e sensazioni. In entrambi i casi si tratta di rendere visibile, o sensibile, ciò che di solito sfugge all’attenzione. È una risposta che va oltre il vino. Arte e Champagne non vengono messi a confronto, ma condividono la stessa ricerca: imparare a osservare con maggiore attenzione ciò che normalmente passa inosservato. È una filosofia che accompagna ogni scelta dell’azienda e che trova la sua espressione più concreta tra i vigneti. Bullescence ha sede a Trélou-sur-Marne, ma le parcelle si distribuiscono principalmente tra Champillon, sulle pendici settentrionali della Montagne de Reims, e Chavot-Courcourt, a sud di Épernay. Due territori differenti per esposizione, composizione dei suoli e comportamento delle vigne, capaci di offrire interpretazioni complementari della Champagne. Questa diversità geografica ci permette di beneficiare di espressioni altamente complementari dei terroir della Champagne. Per Mireille e Andrei il terroir non coincide semplicemente con il terreno. È l’incontro fra geologia, clima, storia e lavoro dell’uomo. Ogni parcella conserva la memoria di ciò che è stata e continua, stagione dopo stagione, a dialogare con la vite. Passeggiando tra i filari questa attenzione diventa evidente. Le giovani vigne convivono con quelle più vecchie, una sorgente attraversa silenziosamente la proprietà e le rose continuano a vegliare sulle vigne come accade da generazioni. Nulla appare costruito per stupire il visitatore. Tutto parla di una quotidianità fatta di osservazione, pazienza e rispetto. Anche il modo di lavorare di Andrei riflette questa filosofia. Lo si vede fermarsi davanti a una gemma appena schiusa, raccogliere una zolla di terreno, osservare la vegetazione spontanea o controllare un germoglio. Sono gesti semplici, quasi silenziosi, che raccontano un approccio preciso: prima di decidere bisogna capire ciò che la natura sta comunicando. La vite, del resto, ricorda ogni anno quanto sia inutile cercare di dominarla. Una gelata primaverile, una grandinata estiva o un’estate particolarmente siccitosa possono cambiare completamente il carattere di una vendemmia. Per questo a Bullescence non esistono ricette valide per ogni stagione. Ogni annata richiede uno sguardo nuovo, perché ogni annata pone domande diverse. Lo stesso principio accompagna il lavoro in cantina. Scendendo nella cave scavata nel gesso il rumore del mondo sembra attenuarsi. Le bottiglie riposano sui lieviti mentre il tempo continua lentamente il proprio lavoro. Qui il vino non viene corretto, ma accompagnato. Nasce da questa convinzione anche la scelta di produrre alcune cuvée senza solfiti aggiunti. Non per seguire una tendenza, ma per lasciare che ogni vendemmia racconti il proprio carattere con la maggiore trasparenza possibile. Dopo aver ascoltato Mireille e Andrei parlare del loro lavoro, il primo calice assume un significato diverso. Non è semplicemente uno Champagne da degustare. È il naturale punto d’arrivo di un percorso iniziato tra i filari, proseguito in cantina e costruito, giorno dopo giorno, intorno a un’idea tanto semplice quanto difficile da realizzare: lasciare che sia il territorio a parlare con la propria voce. I vini come espressione di una visione Dopo aver trascorso alcune ore con Mireille e Andrei, degustare i loro Champagne non significa più soltanto analizzarne il profilo sensoriale. Ogni vino diventa la naturale conclusione di un percorso iniziato tra i vigneti, proseguito in cantina e costruito attorno a un’idea precisa: intervenire il meno possibile perché sia il territorio a esprimere la propria identità. Il Brut Premier Cru è il vino che meglio sintetizza questa filosofia. L’assemblaggio di Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier, completato da una quota di vini di riserva, restituisce uno Champagne di grande equilibrio. Nel calice si presenta con un luminoso giallo paglierino dai riflessi dorati, attraversato da un perlage fine e continuo. L’apertura olfattiva richiama fiori bianchi, acacia e biancospino. Poco alla volta emergono pesca bianca, susina gialla e agrumi maturi, accompagnati da leggere note di pasticceria e miele d’acacia. A sostenere l’intero profilo aromatico è una nitida impronta minerale che riporta immediatamente ai terreni gessosi della Champagne. L’assaggio conferma la stessa armonia. L’attacco è fresco e preciso, il Pinot Noir dona struttura senza appesantire il sorso, il Meunier ne arrotonda il centro bocca e lo Chardonnay mantiene il vino dinamico fino a un finale lungo, sapido e di grande eleganza. È uno Champagne che non cerca l’effetto immediato. Preferisce aprirsi lentamente, lasciando che ogni minuto trascorso nel calice ne riveli una sfumatura diversa. Il Blanc de Blancs, ottenuto esclusivamente da Chardonnay e affinato quarantotto mesi sui lieviti, rappresenta invece il volto più essenziale di Bullescence. La veste è brillante, il perlage finissimo accompagna un bouquet che si sviluppa con gradualità. Tiglio, acacia e fiori bianchi introducono sentori di cedro, lime, pesca bianca e frutta gialla croccante. L’ossigenazione mette progressivamente in evidenza una marcata componente calcarea, accompagnata da delicate note di pasticceria che ampliano il profilo senza alterarne l’equilibrio. Al palato colpisce la precisione. La freschezza sostiene l’intera progressione gustativa mentre la lunga permanenza sui lieviti dona cremosità e profondità. Il finale, lungo e cristallino, restituisce con chiarezza il carattere dello Chardonnay su questi suoli. Se il Blanc de Blancs rappresenta la purezza, è il Blanc de Noirs Sans Sulfites Ajoutés, ottenuto da Pinot Meunier in purezza, a raccontare meglio lo spirito di ricerca che anima Bullescence. Per molti anni il Meunier è stato considerato il vitigno più immediato della Champagne, spesso relegato al ruolo di comprimario negli assemblaggi. Mireille e Andrei hanno scelto di percorrere una strada diversa, cercando di comprenderne il potenziale senza lasciarsi condizionare dalle consuetudini. Quando domando a Mireille che cosa rappresenti questa bottiglia, la risposta arriva con la stessa semplicità che accompagna tutta la nostra conversazione. Con questa cuvée stiamo scoprendo tutta la complessità del Pinot Meunier. È il verbo scoprire a riassumere meglio il loro progetto. Il vino si apre su piccoli frutti rossi maturi, melograno e scorza d’arancia candita, ai quali si aggiungono leggere note speziate, richiami di pane appena sfornato, nocciola e delicate sfumature fumé. L’assaggio è pieno ma perfettamente equilibrato. La freschezza accompagna una materia ricca senza mai appesantirla, mentre una sottile trama salina conduce il sorso verso un finale lungo, elegante e persistente. Degustando l’intera gamma emerge con chiarezza un filo conduttore. Non esiste una cuvée costruita per stupire più delle altre. Ognuna interpreta un volto diverso della Champagne, mantenendo però la stessa coerenza stilistica: rispetto del territorio, pazienza e fiducia nel tempo. Ed è forse proprio questo l’aspetto che più colpisce. Nei loro vini non si avverte il desiderio di dimostrare qualcosa, ma quello, molto più difficile, di lasciare che ogni bottiglia racconti con sincerità il luogo da cui proviene. Il valore del tempo Prima di salutarci rivolgo a Mireille e Andrei ancora qualche domanda. Sono quelle che, spesso, raccontano le persone meglio di qualsiasi approfondimento tecnico. Se doveste descrivere Bullescence con una sola parola diversa da Champagne, quale scegliereste? Allegria e gioia condivisa. La risposta sorprende per la sua semplicità. Dopo aver parlato di vigneti, ricerca e vinificazione ci si potrebbe aspettare parole come precisione, equilibrio o complessità. Invece scelgono un’emozione. È un dettaglio che racconta il loro modo di vivere il vino: prima ancora di essere una bottiglia, lo Champagne è un momento da condividere. Provo allora a spostare lo sguardo ancora più lontano. Se poteste stappare una bottiglia di Bullescence con un personaggio della storia, chi invitereste? La risposta arriva senza esitazione. Epicuro, nel suo giardino. Per il piacere di condividere un momento di pensiero e di riflessione, apprezzando le cose semplici della vita. È difficile non ritrovare in questa scelta la stessa filosofia che accompagna il loro lavoro. Nessuna ricerca dell’effetto, nessuna ostentazione, ma il desiderio di fare bene le cose essenziali, rispettando il tempo della natura e quello del vino. L’ultima domanda guarda invece al futuro. Quale emozione desiderate lasciare a chi visita Bullescence o degusta i vostri Champagne? Felicità, scoperta, complessità, bellezza, apertura mentale. E tra cento anni? Per la prima volta Mireille si prende qualche istante prima di rispondere. Forse questa idea : la bolla non scompare mai del tutto. Nel calice di Champagne ogni bolla che scoppia viene immediatamente sostituita da un’altra. Si crea una continuità, come se il movimento stesso fosse eterno. Bullescence sarebbe questo: un tempo sospeso che si rinnova senza sosta, un’esperienza gustativa sempre in divenire. Mentre rileggo queste parole mi torna inevitabilmente alla mente il ricordo che Mireille aveva condiviso all’inizio della nostra conversazione. Quando suo padre terminava un lavoro si fermava qualche secondo a osservarlo. Poi diceva semplicemente: È bello. Forse Bullescence è tutta qui. Nella pazienza di osservare prima di intervenire. Nel rispetto di una terra che non smette mai di insegnare qualcosa a chi la coltiva. Nella curiosità di continuare a scoprirla, anche quando si pensa di conoscerla da sempre. Lasciando Trélou-sur-Marne rimane la sensazione di aver incontrato due persone che hanno costruito il proprio progetto senza inseguire mode o scorciatoie. Mireille porta con sé la memoria di una famiglia che vive la Champagne da generazioni. Andrei lo sguardo curioso di chi ha imparato ad avvicinarsi alla vite con il rigore della ricerca scientifica. Insieme hanno dato vita a una realtà che unisce esperienza, sensibilità e desiderio di comprendere. I loro Champagne raccontano certamente un territorio, ma soprattutto il modo in cui quel territorio viene ascoltato ogni giorno. Ed è forse questa la lezione più preziosa che Bullescence lascia a chi ha la fortuna di conoscerla. Perché i grandi vini non nascono soltanto da un grande terroir. Nascono da persone che continuano a guardarlo con la stessa meraviglia del primo giorno.   Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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Dom Pérignon. Dodici annate, due mani, dieci anni dopo Arrow Right Top Bg

20 Luglio, 2026

Dom Pérignon. Dodici annate, due mani, dieci anni dopo

Verticale tra amici, un sabato di giugno Dieci anni esatti. Tanto è passato dall’ultima volta che ci siamo trovati a fare la stessa cosa: una verticale di Dom Pérignon, un amico generoso, Emanuele, una tavolata di appassionati e la voglia di guardare dentro un mito. Quella volta avevamo chiuso sulla 2006, e fu eletta annata della serata. Stavolta l’invito arriva di nuovo dallo stesso amico — uno di quelli che il vino lo collezionano sul serio, ma soprattutto lo bevono in compagnia, che è il modo giusto. Sabato di giugno, casa sua, dodici intorno al tavolo. E dodici annate da bere. Coincidenze così, in questo mestiere, vanno benedette. Dopo un mese, marzo, interamente in Champagne e in organizzazione per un altro mese penso che questa sia un esperienza che va raccontata. Una stella sulla bottiglia, un monaco a Hautvillers Prima di entrare nei calici, due parole sul Dom — perché di Dom Pérignon si parla sempre come di un dato di fatto, ed è invece una storia che vale la pena ricordare. Il nome è quello di Pierre Pérignon, monaco benedettino e cellario dell’Abbazia di Hautvillers tra fine Seicento e inizio Settecento. Non ha inventato lo Champagne — la leggenda è una leggenda — ma ha lasciato un metodo: assemblaggio di uve da parcelle diverse per cercare l’equilibrio, attenzione maniacale alla qualità dell’uva, rispetto del vino. Il marchio Dom Pérignon, quello che conosciamo oggi, nasce molto più tardi, nel 1936, quando Moët & Chandon lancia la sua prima cuvée prestige: una bottiglia interamente vintage, mai sans année, prodotta soltanto nelle annate che la Maison ritiene all’altezza. È un’idea radicale per l’epoca, ed è ancora oggi il principio fondante della cuvée: nessun blend di annate, nessuna sicurezza dell’assemblaggio multivintage. O l’annata regge da sola, o il Dom non esce. C’è poi un secondo principio, altrettanto fondante: il tempo. Ogni Dom Pérignon attraversa quelle che la Maison chiama Plénitudes — finestre di maturazione che il vino raggiunge dopo lunghi affinamenti sui lieviti. La P1, la prima Plénitude, è quella della prima uscita, dopo circa sette-otto anni. La P2 arriva dopo una seconda fase di affinamento, oltre i quindici anni, e ne esce un vino diverso, più verticale, più teso, con un’energia che è quasi un secondo debutto. La P3, infine, è la maturità piena, oltre i venticinque-trent’anni, una rarità che pochi hanno bevuto. Tre vite, dello stesso vino. Due chef de cave, due idee dello stesso Dom E qui arriviamo al filo che tiene insieme tutta questa verticale. Perché tra le dodici annate sul tavolo — dalla 2017 alla 2002 — non c’è una sola firma in cantina: ce ne sono due. Per oltre trent’anni, dal 1990 al 2018, il Dom Pérignon è stato la creatura di Richard Geoffroy. Una mano riconoscibilissima: ricerca dell’armonia, della pienezza, di un Dom che sa essere insieme tensione e materia, con una vocazione quasi gastronomica e una capacità unica di evolvere in bottiglia. Le sue annate hanno costruito il mito moderno della cuvée. Dal 2019 — quindi a partire dall’annata 201o commercializzata sotto la sua firma, dopo l’apprendistato accanto a Geoffroy — il testimone è passato a Vincent Chaperon. Stesso vino, stessa casa, stessa filosofia di partenza. Ma una mano diversa: più cesellata, più verticale, con una ricerca della precisione e del dettaglio che cambia il passo della cuvée. Non è meglio o peggio. È diverso. Ed è esattamente quello che una verticale come questa permette di leggere. La scelta del senso di marcia Dieci anni fa avevamo bevuto al contrario, dalla più vecchia alla più giovane. Questa volta, scelta condivisa, partiamo dalla 2017 e arriviamo alla 2002. Andare a ritroso, dalla mano nuova alla mano storica. Significa cominciare dallo stile di Chaperon — più nitido, più giovane, più verticale — e arrivare lentamente alle annate di Geoffroy, dove il tempo ha già fatto il suo lavoro. Le dodici annate vengono servite in sei mini-batterie da due, accoppiate per vicinanza temporale: 2017 e 2015, 2013 e 2012, 2010 e 2009, 2008 e 2006, 2005 e 2004, 2003 e 2002. Le prime due batterie sono in pieno territorio Chaperon. La terza è di passaggio. Dalla quarta batteria in giù siamo nel cuore della stagione Geoffroy, fino al 2002, una delle annate-monumento della Champagne degli ultimi vent’anni. Le sei batterie Batteria 1 — 2017 e 2015. Si parte forte. La 2017 è probabilmente l’annata migliore dello stile Chaperon vista finora, sicuramente superiore sia alla 2015 sia alla 2013 che ritroveremo poco dopo. È un Dom che ha la precisione cesellata della mano nuova ma anche una sua materia, una sua presenza. La 2015 regge il confronto senza esaltare. Buona prima coppia, con la 2017 a uscire pulita dalla batteria. Batteria 2 — 2013 e 2012. Le mie due delusioni della serata. La 2013 l’avevo già messa come delusione all’uscita, due anni fa, e oggi conferma il giudizio: non all’altezza. La 2012 ha tantissima acidità e una finezza notevole, ma — almeno per i miei gusti — rimane solo questo. A molti del tavolo è piaciuta moltissimo, e capisco perché. A me manca qualcosa: manca lo stile Geoffroy che amavo, e non è una colpa, è semplicemente la cifra della transizione. Batteria 3 — 2010 e 2009. Coppia particolare. La 2010 è molto strana, soprattutto in bocca, mentre al naso è identitaria, riconoscibile. La 2009 è la grande delusione personale della serata. Avevo grosse aspettative perché una bottiglia bevuta qualche mese fa mi aveva stupito in positivo, e invece qui si presenta stanca, opaca. A sua difesa va detto che la bottiglia non era perfetta — e capita, anche al Dom — quindi prendo il giudizio con beneficio d’inventario. Ma in batteria, in quel momento, ha sofferto. Una curiosità è che la 2009 è stata commercializzata prima della 2008, quindi la 2009 porta la firma di Geoffroy. Batteria 4 — 2008 e 2006. Si entra nel cuore Geoffroy, e si sente. La 2008 è il vino più fresco della serata, con una freschezza prodigiosa, davvero notevole. Ritengo da sempre che le due usite, la legacy in cofanetto con la firma dei due chef de cave, e la vintage classica siano diverse, con preferenza per la prima. Accanto al 2006, perde. Anzi: non fa una grande figura. Perché il 2006, dieci anni dopo essere stato il vino della prima verticale, resta al top assoluto. È uno di quei vini che il tempo ha continuato a far crescere, e l’incontro tra freschezza giovane e maturità compiuta, in batteria, lo vince sempre la maturità. Batteria 5 — 2005 e 2004. Coppia regina. Entrambe superiori alle attese, ma soprattutto la 2004, che per me è l’unica annata della serata capace di guardare il 2006 dall’alto. La 2005 è classico Geoffroy: armonia, pienezza, profondità, quella firma che cerco nel Dom e che qui torna nitida. Sono due bottiglie da fermarsi a pensare. Batteria 6 — 2003 e 2002. Il 2003, annata caldissima e difficilissima in Champagne, sorprende: superiore alle attese, molto stile Geoffroy, con una materia e una rotondità che raccontano il talento di chi seppe gestire una vendemmia complicata. Il 2002, invece, arriva con un sentore di muffa iniziale che poi sparisce, ma offusca un po’ il giudizio. Peccato, perché è una delle annate-monumento e meritava il calice giusto. È andata così. Il verdetto, dieci anni dopo Le mie tre preferite della serata: 2004, 2006, 2005, in quest’ordine. Sono tre annate Geoffroy, tutte in piena P2 o nelle vicinanze, tutte dentro quella finestra dove il Dom Pérignon smette di essere un grande Champagne e diventa qualcosa di altro — una lettura del tempo. E qui sta il punto della verticale: la mano di Chaperon è precisa, contemporanea, va apprezzata. Ma lo stile di Geoffroy, oggi, nel calice, vince. Specie quando alle annate dai dieci ai vent’anni di età. Confronto con la verticale di dieci anni fa: la 2006, regina di allora, è ancora là — e questa è la conferma più importante. Ma stavolta non è da sola sul podio, e il 2004 le si è messa accanto. Significa che il tempo continua a lavorare, e che una verticale fatta tra dieci anni darà un’altra gerarchia ancora. È il bello del Dom: non si chiude mai. A tavola, con il pescato dell’Adriatico Una verticale così, senza il cibo giusto, sarebbe stata un esercizio di stile. Invece è stata una giornata vera, anche grazie agli amici di Muggia e Trieste — Andrea, Diego, Giuliano, Luca, Stefano e Adriano — che si sono presentati con un banco da fare invidia a qualunque ristorante di mare. Seppie, calamari, scampi (i crudi al top assoluto), un tonno monumentale, dentice servito a carpaccio crudo — pescato da Andrea, che in giornata è da Champions League. E ancora capesante dolci come caramelle. Tutto pescato nella zona di Trieste o comunque in Adriatico, tutto arrivato direttamente dai pescatori. È un livello di qualità che, ormai, fatica a raggiungere persino la ristorazione, schiacciata dalla logistica e dai canali tradizionali. Lì, in quel tavolo, c’era qualcosa che si trova sempre meno. Menzione speciale al baccalà mantecato fatto da una signora di Muggia, che è poi il tipo di cosa che chiude il cerchio: il Dom Pérignon, monumento globale, accanto al baccalà mantecato di una cuoca di paese. Funziona perché il vino vero, anche quando si chiama Dom, ha sempre fame di cose vere. E un’ultima nota: il Dom 2002 abbinato a un Comté 24 mesi. Tanta roba. Il sentore di muffa iniziale era svanito, lo Champagne aveva trovato il suo passo, e il formaggio gli ha dato esattamente il contraltare grasso e sapido di cui aveva bisogno. Una delle accoppiate più belle della giornata. Per chiudere Dodici annate, due mani, due stili, dieci anni di distanza dalla prima verticale. Una giornata che, mentre la vivi, sai già che ricorderai. Un grazie all’amico che ci ha accolti — discrezione sul nome, ma non sulla generosità — e a tutto il tavolo. Tra dieci anni, se le bottiglie e le forze terranno, ci si rivede. E magari, allora, sarà la 2004 a essere ricordata come la regina di questa serata.     Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo  
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18 Luglio, 2026

Camigliano. A Montalcino si proietta il futuro!

Avrei voluto esserci dal primo all’ultimo minuto. Avrei voluto vivere ogni singola proiezione, ogni workshop e ogni dibattito di questa terza edizione del RED LINE Film Festival, che dal 10 al 14 giugno 2026 ha trasformato Montalcino nel cuore pulsante del cinema internazionale.
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