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10 Luglio, 2026
Tenuta Fanton. Come cambiare vita ed essere felici.
Capita spesso, visitando una cantina, di trovarsi davanti alla sesta o alla settima generazione della stessa famiglia. Storie in cui il vino è passato di mano in mano insieme alla terra: più di un secolo di vendemmie condensato in una stretta di mano. Capita molto più raramente di incontrare chi quelle storie le sta appena iniziando a scrivere. Magari è alla seconda vendemmia e la sua famiglia non ha nulla a che fare con la viticoltura.
Una scelta personale, non un’eredità – Sono nato a Padova e ho seguito un percorso lineare: laurea in Economia, e un paio d’anni di lavoro a Francoforte, in un’importante istituzione europea. Ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di cambiare direzione. Volevo fare qualcosa di concreto, costruire qualcosa che mi rappresentasse davvero. Non vengo da una famiglia di viticoltori. Non ho ereditato terreni ne tradizioni agricole. Ma con il tempo è cresciuto un interesse forte, semplice: il vino. Da li è nata una domanda chiara – E se provassi davvero a farlo diventare il mio lavoro?
Queste sono le parole che si possono leggere sul website dell’azienda Tenuta Fanton, fondata nel 2024 da David Fanton, un ragazzo di 28 anni di Padova, una scelta…..c’è chi la definerebbe folle e chi la definerebbe saggia. Sicuramente una scelta coraggiosa dettata da una forte necessità interiore: cambio vita.
Slegarsi dagli orari di ufficio così perentori per godersi la libertà di questi angoli meravigliosi, a due passi dal mare, con una sala degustazione en plein air tra le più belle proprio perchè tra le più semplici, consapevole che, come racconta lui stesso:
Adesso lavoro molto di più, ma è molto meno pesante.
Come mai da Padova proprio l’Abruzzo? Per diversi motivi il suo cuore è rimasto legato a queste terre. E’ rimasta anche l’amicizia con il proprietario del fondo di 22 ettari, di questi, 18 li ha in gestione David, tra uliveti – produce anche un olio, extravergine – frutteti e vigneti con varietà autoctone, Pecorino, Trebbiano, Montepulciano, ed internazionali, queste ultime destinate al conferimento in cooperativa.
Affiancato da Ilario Evangelista, enologo teramano, David produce circa 10.000 bottiglie all’anno, suddivise in cinque referenze da circa 2.000 bottiglie ciascuna.
Dell’esperienza lavorativa a Francoforte si è portato anche un’idea diventata il filo conduttore delle etichette: gli orari che scandivano le sue giornate in ufficio e, ancora adesso, l’immancabile camicia. Orenove l’inizio della giornata lavorativa è il Pecorino; Oretredici la pausa pranzo è il Cerasuolo; Orediciotto la fine dell’orario d’ufficio è il Montepulciano.
A completare la gamma ci sono Terraincamicia, due rifermentati in bottiglia ottenuti da vini base: un Rosato da uve Montepulciano e un Bianco da uve Trebbiano.
Siamo andati a trovarlo in mezzo ai suoi vigneti dove si è accolti da una barca che guardando il mare aspetta qualcuno che la trascini via, una sauna funzionante immersa nel verde, una casetta di legno che si trasforma in un banco degustazione sotto l’ombra degli ulivi.
Lo stile della cantina è focalizzato su vini freschi e sapidi, con una gradazione alcolica contenuta e, forti di una vendemmia sempre anticipata e su una gestione attenta delle microzone, con una acidità spiccata quasi dissetante verrebbe da dire. In totale antitesi con lo stile abruzzese David preferisce sottrarre che estrarre, alla concentrazione polifenolica preferisce un alleggerimento, maggior freschezza e bevibilità. Forse è anche il riflesso del percorso di chi questi luoghi non li ha ereditati ma scelti, uno sguardo esterno che non aveva tradizioni da rispettare ma soltanto la propria idea di vino, giovane e fuori dagli schemi.
Chiacchierando abbiamo bevuto una bottiglia di Orediciotto Montepulciano, accompagnati solo dal suono delle cicale, sotto gli ulivi e con davanti il blu condiviso tra cielo e mare. Bellissimo!
Il vino risulta molto agile in bocca, ha una buona struttura dove primeggia la frutta rossa, la prugna, il melograno, il ribes, il lampone, frutta con un finale acidulo, si sente anche una speziatura fine di pepe ed erbe secche come la maggiorana, ed un leggero origano, una violetta fresca conferisce un tono più morbido al naso, in bocca corrisponde tutto, con un tannino accennato e leggero. Sicuramente una versione diversa da quelle tradizionali che merita l’assaggio, la gradazione a 12% contribuisce a renderlo equilibrato, fresco e scorrevole.
Il tempo di un ultimo bicchiere con David, di portare con noi qualche bottiglia e ci salutiamo.
Qui si sta davvero bene! David sta davvero bene, la sua scelta di misurare le giornate con la luce del sole, di prendersi in mano la propria vita e di costruirsi una eredità è un traguardo ed anche un nuovo punto di partenza, la sua seconda vendemmia sta per arrivare, gonfia di quella sana inquietudine che spesso è la via per la felicità.
La degustazione per me ed Emma è continuata a cena con il Terraincamicia Rosato, la delicatezza dei frutti rossi e le sfumature di lievito a chiudere, il sentore di rosa canina, l’acidità del pompelmo rosa, la piacevole sapidità che tanto richiama il mare ed una intrigante complessità hanno accompagnato la sera verso la notte con una certezza: meglio la bottiglia da 1 litro che da 0,750!
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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10 Luglio, 2026
Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro
Ogni storia importante nasce da una domanda. Quella di Andrea Piubello ne contiene una particolarmente semplice: cosa accadrebbe se avessimo il coraggio di entrare nel garage di qualcun altro? Da questa immagine prende forma un racconto che parla di opportunità, visione e della capacità di riconoscere il valore delle idee prima che diventino evidenti a tutti.
Alle volte le immagini che si formano nella nostra mente sono così potenti da diventare delle suggestioni vere e proprie. Un pò come le favole, quelle che i nonni ci raccontavano da piccoli tenendoci sulle ginocchia. Evocavano immagini. Che rimangono impresse nella nostra mente. Magari in un angolo nascosto per poi riemergere all’improvviso. Senza che neanche le evochiamo.
Andrea Piubello è un ragazzone che ti fa subito simpatia. Senza spocchia. Senza nessun tipo di sovrastruttura mentale. La semplicità di una persona che ha nel cognome una sorta di nomen omen. È così che quando ripenso alla nostra chiacchierata, non è il vino che mi torna in mente. Almeno non subito. È un’immagine che diventa quasi la scena da film. Vedo un ragazzo che di notte, dopo ore di vendemmia, attraversa il buio per andare a controllare le temperature di un fermentino in una cantina non sua. Il signore che possedeva quella cantina era a letto da tempo. Dalle otto di sera. Stanco dal suo lavoro e troppo stanco per curarsi di quello altrui. Da quel momento in poi, il problema era di Andrea. Così, notte dopo notte, Andrea vegliava su sessanta quintali d’uva che erano già, anche se lui ancora non lo sapeva con certezza, i sessanta quintali più importanti della sua vita.
Avrei potuto iniziare da altro. Dalla Valpolicella, per esempio, territorio che negli ultimi anni è diventato uno dei più dibattuti d’Italia, dove la tradizione dell’appassimento si misura ogni giorno con una generazione di produttori che vogliono alleggerire, rinfrescare, reinventare. Dove il rischio del pendolo che oscilla troppo da una parte è reale quanto quello di non oscillare affatto. Oppure potevo iniziare dai numeri: quarta generazione di viticoltori, 2021 come anno zero, due bicchieri del Gambero Rosso appena ottenuti per i primi due vini mai prodotti. Ma i numeri vengono dopo. Prima viene la notte in quel garage. Non il suo garage, tiene a precisare.
Un domani, quando le cose andranno bene, potrò dire di essere partito da un garage. E aggiungere che non era neanche mio.
Questa piccola parentesi, quel “neanche mio”, dice tutto di Andrea Piubello. L’ironia leggera che serve a non prendersi troppo sul serio. L’orgoglio che non ha bisogno di gonfiarsi. La precisione di chi vuole che le cose siano raccontate come stanno davvero.
Andrea è nato nel 1990, da una famiglia di viticoltori della Valpolicella che porta il soprannome idola, soprannome proveniente da un’epoca di povertà rurale in cui chi passava da quelle parti trovava sempre qualcosa da mangiare: un uovo, un salame, un posto a tavola. Il bisnonno aveva il vigneto insieme al maiale e alla gallina, come si usava. Il nonno cominciò a specializzarsi. Il padre e lo zio completarono la transizione verso la viticoltura pura. Andrea è cresciuto in quella sorta di ineluttabile continuità cominciando a lavorare nell’azienda di famiglia a diciotto anni. Rimanendoci fino ai trentuno. Quattro generazioni in linea diretta. Un pedigree, direbbero in Francia.
Eppure qualcosa non tornava.
Per me era quasi un dovere andare al lavoro, per prendere lo stipendio tra virgolette
Lo dice con quella calma che ho imparato a riconoscergli. Una calma che è armatura raffinata più che un temperamento naturale. Il problema non era la vigna. Era cosa ci si faceva con l’uva. Perché nell’azienda di famiglia il ciclo finiva lì: si coltivava, si raccoglieva, si portava tutto alla cantina sociale.
Vedere mio papà e mio zio fare ore e ore di lavoro e ridurlo in cantina senza valorizzarlo, non mi sembrava giusto, neanche a livello di fatica.
L’erede che vuole imbottigliare, il padre che dice stiamo bene così, la frattura silenziosa che cresce sotto la superficie dei pranzi di famiglia. Un vero e proprio archetipo, in questo. Non è l’Amarone del conflitto tragico. Non c’è dramma, non c’è sangue versato. È più la storia di una divergenza lenta, di un bivio che si apre per gradi. Le nuove generazioni che capiscono la fatica del lavoro che le precedenti hanno così interiorizzato da non rendersene più conto. Come se bastasse quell’atavico passaggio dalla schiavitù alla mezzadria alla proprietà. Le nuove generazioni non si accontentano e non perché vogliono di più. Vogliono solo un giusto riconoscimento.
Andrea ha provato, ha proposto, ha trovato porte chiuse. Una chiusura d’amore e di rassegnazione. La cantina sociale era comoda. Economicamente sicura. Organizzativamente semplice. Cambiare avrebbe significato stravolgere tutto.
Finché Andrea ha deciso che stravolgere tutto era esattamente quello che voleva fare.
Il 2019, il garage non suo.
Il 2020, un enologo, le prime sperimentazioni serie. Il 2021, la proposta al padre e allo zio.
Vi pago le uve quanto vi darebbe la cantina sociale, ma le prendo io e le vinifico io.
Un accordo pulito, senza strappi. Una continuità che si biforca invece di spezzarsi.
Ho fatto subito Amarone, Recioto, Valpolicella Superiore e due Metodo Classico.
E qui, se non lo si conosce ancora, ci si potrebbe fermare a ridere bonariamente. Partiamo dall’inizio: Amarone. Certo. Perché no? Eppure non c’è incoscienza in questa scelta. C’è progettazione. Andrea aveva già in testa una gamma e ha cominciato dai vini con affinamento lungo perché così, quando sarebbe arrivato il momento di commercializzarli, avrebbe avuto tutto pronto insieme.
Cominci con i vini a invecchiamento e poi quando si avvicinano all’uscita, hai già pronta anche la parte più fresca.
Una logica da imprenditore e non certo da visionario solitario.
Due Metodo Classico. Uno fermentato in legno, l’altro in acciaio. Pensati inizialmente per una sboccatura a cinquanta o sessanta mesi. Poi l’assaggio dell’anno scorso e il vino era già. Così, anche per una questione di cassa si è deciso di uscire prima. Almeno si sarebbe cominciato ad ammortizzare.
Una scelta sia tecnica che di bilancio
Senza imbarazzo. Mi piace questa franchezza. Il mondo del vino ha troppi romantici che fingono di non fare i conti. Andrea li fa e non se ne vergogna.
In questi anni trascorsi ad ascoltare produttori mi sono sempre chiesto: cosa si nasconde sotto la superficie di chi fa vino in solitudine? Non in solitudine esistenziale, ma in solitudine operativa. Quelli che sono soli a prendere le decisioni, a fare gli investimenti, a svegliarsi la mattina con il pensiero di una cantina nuova da costruire e di debiti da onorare.
Andrea è fisicamente tranquillo. Voce bassa, ritmo misurato, nessuna enfasi gratuita. Ma quando gli dico che lo vedo calmo, ride piano
All’apparenza sì. Dentro sono abbastanza il contrario. Da giovane ero abbastanza vivace e ribelle, diciamo.”
È un paradosso interessante e non è solo carattere. È estetica.
Mi piace dare l’impressione di essere una persona inquadrata, seria. I vini sono così anche loro.
È vero. I vini di Andrea Piubello sono vini posati. Vini da affinamento, da attesa, da silenzio. Ma dentro, lui lo sa e lo dice, cerca qualcosa che li spiazzi un po’. Una freschezza, un’acidità, una nota che non ti aspetti.
Ti aspetti una cosa e trovi qualcos’altro. Non il solito marmellatoso. La modernità, per me, è quella.
Questa è la sfida della Valpolicella oggi. E non è una sfida semplice. Da un lato ci sono i produttori che alleggeriscono tutto trovando vini con undici gradi e mezzo, solo acciaio per realizzare il Valpolicella moderno che secondo Andrea rischiano di snaturare il territorio
Vanno a scimmiottare altri vini e perdono identità.
Dall’altro c’è la tradizione che se non viene rimessa in discussione diventa inerzia zuccherina. La via stretta, la sua via, è quella di chi vuole tenere struttura, tannino, grado, ma non rinunciare all’eleganza.
La sfida è quella. La potenza con la piacevolezza.
Chissà quanto questa tensione sia in realtà universale. Non solo nel vino. È la stessa tensione che attraversa ogni artigianato contemporaneo: come rimanere fedeli a una tradizione senza diventarne prigionieri. Come innovare senza tradire. Come essere riconoscibili in un mercato che premia la novità. L’Amarone non è il Barolo e non dovrebbe cercare di esserlo. Sono due mostri sacri diversi nati con strutture e schemi di finezza ed eleganza diverse. Perché copiarsi? Perché provare ad imitarli? Copiare l’uno con l’uva dell’altro non funziona e non ha senso.
I miei assaggi
Amarone della Valpolicella DOCG 2021
Corvina, Corvinone, Rondinella provenienti da viti di 45 anni a Monte Cereolo ovvero terreno calcareo. Appassimento 90 giorni. Affinamento 30 mesi in tonneau di rovere francese e americano, poi 1 anno in bottiglia.
L’Amarone di Andrea si presenta con la consapevolezza di chi sa esattamente di cosa sia fatto, senza bisogno di alzare la voce. Il colore è rubino fondo, quasi impenetrabile, da osservare con la lentezza che merita un’uva che ha dormito novanta giorni in fruttaio prima ancora di diventare vino. Al naso l’apertura è scura e composta: ciliegia sotto spirito, prugna matura, un filo di cacao amaro che tiene a bada la dolcezza. Con il tempo nel calice emergono sfumature di tabacco, cuoio leggero e una speziatura calda fata di pepe e chiodi di garofano. Un contributo discreto del legno, mai prevaricante. È il rovere che non parla sopra il vino, attende il suo turno e lo accompagna. In bocca la struttura è importante, i tannini ben estratti e già levigati dall’affinamento, ma ciò che sorprende, evidenziando la mano di Andrea, è una certa verticalità di fondo, un’acidità che tiene tutto in tensione e impedisce al vino di afflosciarsi nella dolcezza che la denominazione potrebbe tentare. Il finale è lungo, con un ritorno di frutta secca e un’eco quasi iodica che riporta al calcare di Monte Cereolo. Un Amarone che vuole essere bevuto, non solo contemplato.
Valpolicella Superiore DOC
Corvina, Corvinone, Rondinella, Teroldego da viti di 25 anni a Monte Scalucce, terreno calcareo ricco di scheletro. Affinamento 24 mesi tra tonneau e barrique di rovere francese e americano, poi 6 mesi in bottiglia.
Se l’Amarone è il vino che Andrea ha scelto per dimostrare di saper aspettare, il Superiore è quello in cui si vede cosa abbia in mente per il futuro della Valpolicella. Un futuro in cui struttura ed eleganza smettono di essere in contraddizione per andare a braccetto. Il rosso è intenso, con riflessi granati che compaiono ai bordi come una firma dell’affinamento. Al naso è vivo, fresco, più gaio del fratello maggiore: frutti rossi a polpa soda, una nota floreale residuo e un cenno di speziatura dolce che non sovrasta. In bocca è tonico, con una trama tannica ancora decisa ma non aggressiva. Un residuo zuccherino talmente basso da risultare virtualmente secco con il rovere che arrotonda quel che serve. È un vino che sta cercando il suo punto di equilibrio definitivo e lo sa. Proprio per questo è interessante berlo adesso: c’è ancora un po’ di movimento dentro, qualcosa che non si è ancora seduto del tutto, e in quella tensione sta molto del suo carattere. Andrea dice che i suoi vini devono spiazzarti un po’. Questo ci riesce.
Cuvée N°7 Spumante Metodo Classico Pas Dosé
Garganega e Trebbiano di Soave provenienti da viti di 40 anni di un terreno vulcanico con fascia calcarea. Fermentazione in tonneau di acacia, 7 mesi di bâtonnage sulle fecce fini. 7 come il nome della cuvée. 36 mesi sui lieviti in bottiglia. Si vede che il ragazzo ha studiato
Il legno di acacia rappresenta un dettaglio che racconta già tutto: non la quercia, non il rovere, così da essere più delicata, più floreale, meno invasiva. Una scelta precisa in un vino dove ogni scelta è precisa. La Cuvée N°7 è la sorpresa della gamma, quella che uno non si aspetta da un produttore della Valpolicella e che invece dice molto di chi è Andrea quando può fare quello che vuole. Dorato brillante, bollicina fitta e longanime, persistente come deve essere un metodo classico che ha passato tre anni a maturare in bottiglia. Al naso è composto ma generoso: la mela cotogna e la pesca bianca sono mature. C’è, ovviamente, una vena di acacia e, sotto tutto, un fondo di crosta di pane, lievito integrato, autolisi discreta. In bocca la beva è verticale, come piace ad Andrea: non larga, non opulenta, ma dritta, con una acidità che taglia e pulisce. La bollicina cremosa accompagna senza ingombrare. Il pas dosé è una scelta coraggiosa ma che personalmente approvo su tutta la linea. Si chiude lungo, minerale, con quel rimando vulcanico del terreno che torna puntuale come una firma.
Due bambine piccole. Una di tre anni, cosa questa che ci fa sorridere all’unisono. Anch’io ho una figlia di tre anni e c’è un linguaggio segreto tra chi vive questa fase. Un linguaggio fatto di sguardi stanchi e tenerezze continue.
Penso spesso a cosa vorranno fare le mie figlie. Mi ricordo quando non riuscivo a incanalare le mie idee. Mi ricordo quanto era difficile. Quindi seguirò i loro sogni, non i miei.
Detto così sembra semplice. Non lo è. Ci vuole una generazione intera, a volte due, per smettere di confondere il proprio progetto con quello dei figli. Andrea ci è già arrivato a trentaquattro anni. Non male.
Nel mondo di una cantina c’è spazio per tutto. Per chi ama il vigneto, per chi studia enologia, per chi fa marketing, per chi gestisce il commerciale. Se vorranno, ci sarà posto. E se non vorranno, saranno libere.
Fine.
Prima di salutarci Andrea mi parla della cantina nuova che sta costruendo, degli investimenti, dei pensieri, della paura.
Ma mi tiene vivo. Mi fa svegliare la mattina. Devo andare, devo fare, devo correre. È benzina. Se perdessi quello, perderebbe tutto il fascino.
Ho sentito dire cose simili molte volte, in molte cantine. Ma da Andrea suona diverso. Forse perché viene da qualcuno che è partito davvero da zero. Da un garage non suo, da sessanta quintali, da notti a controllare le temperature mentre il proprietario dormiva e che quindi sa esattamente quanto vale quella benzina. Non è una frase fatta. È una biografia compressa in due parole.
Il bello del percorso, non della meta. Lo so, è un luogo comune. Ma come tutti i luoghi comuni, è diventato tale perché è vero. E Andrea Piubello, che ha trentaquattro anni, un Amarone in affinamento, una cantina nuova da costruire, due bambine che lo aspettano a casa, ne è la dimostrazione silenziosa e precisa.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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9 Luglio, 2026
Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova
Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt.
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano. Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia. Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso. I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito. Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso. Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto, persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio. Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo. Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce. Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”. Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi. Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia. La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura. Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea. Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano. Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia. Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso. I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito. Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso. Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto, persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio. Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo. Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce. Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”. Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi. Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia. La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura. Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea. Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
9 Luglio, 2026
Masottina celebra 80 anni di storia a New York
La famiglia Dal Bianco sceglie Felice 83, primo R.D.O. Ambassador estero, per portare oltreoceano R.D.O. Multivintage Brut Heritage Collection, l’avvio di un progetto che unisce memoria, ricerca e visione e che festeggia 80 anni di azienda
Masottina, storica cantina veneta situata tra le colline di Conegliano Valdobbiadene e guidata dal 1946 dalla famiglia Dal Bianco, celebra nel 2026 un traguardo importante: 80 anni di storia. Un anniversario che segna non solo la continuità di una tradizione familiare, ma anche l’inizio di una nuova fase progettuale per la cantina. Le celebrazioni approdano anche a New York, da Felice 83, celebre indirizzo dell’Upper East Side, che dal 2024 fa parte del programma di R.D.O. Ambassador, il progetto ideato dalla famiglia Dal Bianco per valorizzare la longevità delle vecchie annate di R.D.O. e il loro straordinario potenziale gastronomico. Una collaborazione fondata su valori comuni, che oggi diventa il contesto ideale per celebrare un anniversario che non è un punto di arrivo, bensì nuova energia da trasformare.
Per festeggiare questo percorso lungo otto decenni, Masottina presenta a New York Heritage Collection, una nuova collezione che guarda al futuro partendo dall’eredità tecnica e culturale costruita nel tempo. La collezione va oltre il concetto tradizionale di terroir: non è soltanto interpretazione del luogo, ma anche espressione di una visione lungimirante. La collezione abbraccerà spumanti che, partendo da una profonda consapevolezza tecnica ed enologica, esplorano nuove strade anche al di fuori degli schemi convenzionali, mantenendo sempre salda l’identità stilistica di Masottina.
Il primo capitolo di questo progetto è R.D.O. Multivintage Brut, un progetto enologico di precisione che rappresenta un ponte ideale tra l’identità storica di R.D.O. – collezione dedicata al terroir d’elezione per la famiglia Dal Bianco – e una prospettiva più ampia, capace di superare i confini del singolo terroir per radicarsi nell’eredità viva e in continua evoluzione della famiglia Dal Bianco.
R.D.O. Multivintage nasce dall’assemblaggio di cinque annate – 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024 – provenienti dai migliori vigneti di famiglia. Ogni vendemmia è manuale, con raccolta in cassetta e doppia selezione, prima in pianta e poi in cantina, all’inizio di settembre. La vinificazione avviene per singola annata, a grappolo integro e sfruttando la gravità. Dopo la spremitura soffice, il mosto fiore fermenta a temperatura controllata (15–18 °C) per 8–10 giorni. Il vino base matura quindi sui lieviti per circa 60 giorni. Seguono la presa di spuma e una fermentazione lenta in autoclave per circa un mese a 13 °C, con un successivo affinamento di circa 100 giorni. Ogni annata viene filtrata e preservata nella propria tipicità in autoclave, fino a 60 mesi per la più evoluta. L’assemblaggio finale riflette la sensibilità enologica maturata nel tempo dalla famiglia Dal Bianco: un lavoro di equilibrio e armonia che restituisce l’essenza più autentica dell’arte spumantistica di Masottina. Con un dosaggio di 9 g/l, questa referenza esprime tensione, profondità e una complessità stratificata. È imbottigliata in edizione limitata, nel rispetto della natura e dei suoi cicli: una scelta produttiva che custodisce la qualità nel tempo e sottolinea il valore progettuale del vino.
Federico Dal Bianco, Vicepresidente di Masottina.
Siamo orgogliosi di proseguire le celebrazioni per gli 80 anni di Masottina anche a New York, una città simbolo dell’internazionalità e dell’incontro tra culture, insieme a Felice 83, il nostro primo R.D.O. Ambassador estero. Dopo i festeggiamenti avviati in Italia, ci sembrava naturale portare questo importante traguardo anche oltreoceano, condividendo con il pubblico americano un progetto che racconta la nostra storia, la nostra visione e il nostro modo di interpretare il tempo. Heritage Collection nasce proprio da questo percorso: un omaggio agli ottant’anni della nostra famiglia e della nostra azienda, ma anche una dichiarazione di intenti per il futuro. Con R.D.O. Multivintage Brut confermiamo la volontà di continuare a innovare nel rispetto della nostra identità, unendo ricerca, precisione tecnica e profondo legame con il territorio.
Masottina
La storia di Masottina fonda le sue radici nei 5 ettari di vigna acquisiti nel 1946 da Epifanio Dal Bianco. Grazie a un restauro della casa padronale che domina il vigneto, viene riportata alla luce un’antica scritta: Casa Masottina. Da qui il nome dello storico marchio controllato della famiglia Dal Bianco da tre generazioni. Oggi i vini di Masottina sono il risultato di oltre 370 ettari, che si estendono nelle colline della Conegliano Valdobbiadene, patrimonio Unesco e nelle terre veneziane. Un parco vitato, costruito nel tempo, fatto di vigne sapientemente scelte e coltivate dalla famiglia, secondo le regole SQNPI. È però nelle colline di Ogliano, che Masottina esprime il meglio della propria filosofia produttiva e qualitativa, grazie ai cru espressione di un terroir unico: R.D.O. Ponente e R.D.O. Levante, che grazie a Wine Spectator ha portato le Rive di Ogliano per la prima volta nella famosa TOP 100 dei vini più importanti del mondo.
La Redazione
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9 Luglio, 2026
FALSTAFF White Wine Party. Emozioni in bianco.
IL COSA E IL DOVE
C’era un’aria diversa martedì 23 giugno al Grand Hotel Plaza, nel cuore di Roma.
Non era una delle solite kermesse enologiche affollate e caotiche, ma qualcosa di più elegante, più luminoso, più bianco.
Il debutto italiano del FALSTAFF WHITE WINE PARTY ha trasformato i saloni storici del 5 stelle di Via del Corso in un grande salotto estivo dedicato ai vini bianchi della Penisola, e chi c’era se n’è accorto subito: qui si è bevuto bene, si è parlato meglio e si è respirata una bella energia.
Oltre cinquanta produttori in rappresentanza di un’Italia del vino che non aveva voglia di riempire semplicemente i bicchieri ma che voleva che questi raccontassero qualcosa.
Tre masterclass hanno scandito il pomeriggio offrendo momenti tecnici e sensoriali che hanno soddisfatto operatori del settore e winelovers.
Poi, dalle ore 20, mentre fuori il sole tramontava sulla Capitale, musica, intrattenimento e un’atmosfera conviviale si sono impossessati gli spazi del Plaza, trasformando la degustazione in una vera celebrazione estiva durante la quale bicchieri, sorrisi e scambi tra produttori, sommelier, giornalisti e pubblico hanno creato quel network informale che rende unici eventi di questo tipo.
Il dress code ovviamente ispirato al bianco e rispettato da molti ha dato un tocco di leggerezza estiva e “informale” a una location rivelatasi perfetta.
Per FALSTAFF ITALIA era il primo passo ufficiale nel nostro Paese.
Un passo deciso, elegante, centrato.
GLI ASSAGGI
Tanto, tantissimo in cui ficcare il naso!
Dall’ampio spazio dedicato all’Alto Adige (beh, forse un pochino troppo ma…ci sta) fino alla Sicilia, un lungo viaggio in un’Italia che sembra riscoprirsi bianchista ogni giorno di più.
Dalla sessantina le etichette nelle quali ho ficcato il naso ho dunque estrapolato una personalissima “TOP TWELVE” che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione.
Dodici vini che Vi invito ad assaggiare e dei quali mi piacerebbe sapere cosa ne pensiate.
QUELLI DA NOVANTA
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “APPIUS” 2021, CANTINA SAN MICHELE APPIANO (ALTO ADIGE): lo Chardonnay fa la parte del leone, ma è l’abbraccio con il Pinot Grigio, il Pinot Bianco e quel tocco di Sauvignon a creare la magia.
È un inno alla precisione millimetrica (forse anche “troppo millimetrica”).
Al naso è un’esplosione di luce, un flash di pesca bianca, agrumi che sanno di rugiada mattutina, mughetto e quella mineralità che ti ricorda il porfido bagnato dalla pioggia.
È un respiro profondo a pieni polmoni tirato quando, assicurato in sosta, il tuo metroquadro di piccoli appigli può diventare un intero panorama.
Il sorso?
Un’ascesa “en danseuse”, leggera ma potente.
Non c’è fatica, c’è solo progressione.
È un vino che non scatta, ma accelera con una costanza disarmante.
La freschezza è una lama affilata che taglia la struttura burrosa, lasciando spazio a una sapidità marina, quasi inaspettata a queste altitudini, che ti pulisce la bocca e ti chiede il secondo giro.
E il finale, lungo e verticale, sa di mandorla tostata e di un futuro che non ha paura di invecchiare.
Un vino che ci ricorda che la perfezione non è un punto d’arrivo, ma un percorso fatto di piccoli passi, di mani sporche di terra e di sguardi rivolti al cielo.
A proposito…una bottiglia ce l’ho pure io.
91 Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA PIRCHSCHRAIT” 2016, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): Nasce da un fazzoletto di terra sepolto nel cuore di Vigna Kolbenhof, esposto a NE come un condannato che volta le spalle al mondo, dove la vite “sopravvive” stringendo i denti contro il vento gelido e il sole avaro per risorgere come un Conte di Montecristo dopo essere stato intrappolato per 10 anni sui lieviti.
Un naso affatto facile, nessuna carezza.
Ti colpisce una sinfonia cupa e matura, fatta di pane un po’ troppo tostato sul fondo di un forno ormai spento, nespole mature, miele scuro, fiori selvatici appassiti, frutta secca, cera d’api e mobili che ne hanno viste tante.
E poi quella mineralità fredda, spietata, che sale dalle ossa di pietra delle Dolomiti come il respiro della terra.
Un tantra di terziari che si apre lento, ossessivo, come un segreto che non avresti voluto ascoltare.
In bocca è una stretta violenta e setosa insieme.
Consistente, di “agilissima pesantezza”, una struttura che ti prende per la gola, una sapidità minerale che morde come sale su ferite aperte.
L’acidità è lama affilata, fatta per tagliare e tener sveglio il dolore e la dolcezza è lì, nascosta, quasi colpevole, mentre il finale si allunga in un abisso di miele scuro, spezie dolci che svaniscono come ultimi sospiri, e un ritorno di freschezza alpina gelida che ti lascia solo, vuoto e stranamente vivo.
Un vino che porta le cicatrici di un equilibrio tragico di una profondità da abisso e di una vitalità nata dalla sofferenza.
Una leggenda?
Forse.
Da bere ascoltando “ATLAS RISE” dei METALLICA.
93+ punti.
– VINO DA TAVOLA BIANCO “SOPRAQUOTA 900” 2023, ROSSET TERROIR (VALLE D’AOSTA): a Villeneuve, dove il terreno è un mosaico di sabbia, ardesia, granito e quarzo, la Petite Arvine trova la sua casa ideale e quella che riempie la bottiglia di “SOPRAQUOTA 900” non si accontenta di essere “solo” un vitigno vuole essere un’esperienza.
Come lo è il viaggio che intraprende dopo la vendemmia: un viaggio che la costringe alla separazione.
L’anfora, l’orcio toscano, la barrique e l’acciaio ne dividono l’anima in quattro e ci vuole un anno intero perché, finalmente “redenta”, possa accontare una storia di equilibrio perfetto tra la sapidità ancestrale della terra e la freschezza cristallina delle vette.
Al naso è un’esplosione di eleganza.
Fiori bianchi e zagara aprono le danze, il pompelmo è vibrazione, la scorza di lime pizzicore dell’anima.
E poi quel sussurro di frutta tropicale che spunta timido, quasi a voler ricordare che anche quassù la natura sa essere generosa.
È un bouquet che respira, intenso e raffinato, sostenuto da quella verticalità che solo l’altitudine sa regalare.
Il sorso è una lama, teso, vibrante, con la delicatezza del frutto che Vi è compagna lungo una progressione gustativa che non conosce soste.
È un incedere sicuro su un sentiero di cresta, dove ogni passo è una scoperta di sapidità decisa e mineralità pura.
Il finale è infinito, una persistenza che ti lascia in bocca il sapore della montagna vera, quella che non scende a compromessi.
È un vino che ci ricorda che per arrivare in alto bisogna avere radici profonde e il coraggio di percorrere strade nuove, anche quando sono fatte di argilla e legno.
90 Punti?
Credo proprio di si.
I QUASIQUASI
– ALTO ADIGE VALLE ISARCO DOC SYLVANER “STIFTSGARTEN” 2021, ABBAZIA DI NOVACELLA (ALTO ADIGE): nel bicchiere si presenta promettendo densità senza pesantezza.
Il naso è un abbraccio maturo e raffinato di mela golden ben matura, pera e albicocca.
Sa di luogo e di tempo.
Silvano quanto deve, intriso di mineralità granitica, con un sottofondo di spezie fini, fiori bianchi e quella freschezza alpina che non tradisce mai che affiancano ritorni di brioche burrose.
In bocca è potente ma mai ingombrante.
L’acidità vibrante sostiene una struttura importante, con un estratto secco generoso e un sorso cremoso, quasi tattile, che evolve verso note di frutta a nocciolo, spezie bianche e una mineralità salina che allunga il finale in maniera impressionante.
Ancora giovane, sembra stia iniziando a mettere la testa a posto.
Un vino che conferma come, in certi luoghi sacri, anche il bicchiere possa diventare preghiera.
88++ Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “TAL 1930” 2022, CANTINA BOZEN (ALTO ADIGE): un vino che sembra più un paesaggio che un progetto enologico, una geografia che, nel bicchiere, diventa materia.
Il naso si dipana lentamente come certi racconti che stentano ad arrivare al punto.
Arrivano i fiori bianchi, il biancospino, poi la camomilla, poi ancora qualcosa che ricorda la crema pasticcera e i bignè della Domenica, una sfumatura quasi domestica che rende tutto più umano, meno algido.
E intorno, come una cornice, la frutta gialla, gli agrumi, quella componente luminosa che impedisce al vino di ripiegarsi su sé stesso.
Nulla che prevalga, tutto che funziona.
Certamente ricchezza ma soprattutto movimento.
Il sorso avanza senza fretta.
Ha il passo di chi sa esattamente dove andare.
Nessuna accelerazione.
Nessuna ricerca dell’applauso.
Solo una progressione continua che porta lontano, molto lontano, verso un finale che sa di roccia, sale e distanza.
Di quelle distanze che in montagna sembrano sempre più vicine di quanto siano davvero.
Un vino che non chiede volume, chiede spazio.
88++ Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC CHARDONNAY “NAMA” 2022, CANTINA NALS MARGREID (ALTO ADIGE): al naso è un’esplosione controllata.
Dimenticate le dolcezze scontate, qui domina una mineralità severa, quasi gessosa, che richiama la grafite e il fumo trafitta da lampi di pompelmo e zolfanello appen sfregato.
È un olfatto verticale, “green” nel suo essere vitale, dove il legno non è un vestito ingombrante ma una sottile trama di seta che avvolge note di fiori bianchi e agrumi.
In bocca il pugno glicerico della struttura cerca di domare una freschezza alpina che non concede sconti.
Il sorso è sostanzioso, quasi masticabile, eppure scorre con un’agilità disarmante, lasciando dietro di sé una scia sapida che sa di pietra e di vento.
È un vino che danza tra la cremosità del burro e la lama dell’acidità, chiudendo con un finale lunghissimo che ti costringe a riflettere su quanto il tempo e il territorio possano trasformare un vitigno internazionale in un interprete purissimo di un luogo.
Un vino con dentro il battito della montagna.
89 Punti.
– DOLOMITI IGT BIANCO “CUVÉE ADAMANTIS” 2023, CANTINA VALLE ISARCO (ALTO ADIGE): un coro polifonico dove il Sylvaner tiene le fila con la sua eleganza innata mentre il Grüner Veltliner e il Pinot Grigio aggiungono sostanza e speziatura, lasciando al Kerner il compito di chiudere con quel guizzo aromatico che è la firma della valle.
Il naso è un viaggio sensoriale che parte dai fiori bianchi di campo per poi perdersi tra le note esotiche della pesca e del mango, trafitte da un’insolita e affascinante piccantezza di pepe bianco e un soffio d’incenso che parla di tempi lenti.
Il sorso è una danza di contrasti.
La cremosità figlia del lungo nelle prigioni di legno e vetro si scontra con una freschezza minerale che non fa prigionieri, lasciando il palato pulito, vibrante, quasi elettrico.
Un vino in cui la struttura non è mai opulenza fine a se stessa ma supporto a una bevibilità disarmante e la chiusura, agrumata e sapida, un richiamo continuo al sorso successivo che fa leva su una persistenza che ti accompagna mentre cerchi di decifrare la complessità di un’annata che sembra aver trovato una delle sue espressioni più alte e identitarie.
89- Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA CASTEL RECHTENTHAL” 2022 RISERVA, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): un naso che racconta un giardino di montagna dopo un temporale estivo: roselline selvatiche appena sbocciate, lavanda…
E poi la pesca noce, un tocco esotico di litchi maturo, quella sottile speziatura che “sennò che Gewürz sarebbe?”, una pennellata di incenso, una di mandorla, un forse grasso di cioccolato.
Tanto, si, ma niente di barocco.
Qui tutto è slanciato, aereo, cesellato dal vento e dalla pietra.
Un’aromaticità che non travolge, ma seduce con intelligenza.
In bocca è carezza decisa.
Il corpo è pieno, strutturato, eppure sorretto da una sapidità minerale che lo rende verticale, da un’acidità brillante che danza come acqua di sorgente tra i sassi.
Alcol e glicerina non mancano ma colpiscono la tensione e quella freschezza salmastra che allunga il sorso verso un finale leggermente tostato, con echi di spezie dolci, mandorla e un ritorno floreale che invita al bis.
Un vino di dolomitica precisione che profuma di mani sapienti che sanno ascoltare la terra.
89++ Punti.
– MARCHE IGT CHARDONNAY “LE PICCOLE” 2022, LANCIANI (MARCHE): il naso si apre piano, come una conversazione come una conversazione dopo che hai preso confidenza.
E allora arrivano la mela golden e la pera matura, poi un soffio di agrumi canditi e fiori di acacia, quindi la nocciola tostata e leggiadra e quel tocco burroso elegante che il legno sa regalare senza imporre.
Sotto, discreta ma presente, la mineralità argillosa delle colline picene, con un filo balsamico a rinfrescare tutto.
Il sorso entra pieno, strutturato, con una grassezza avvolgente che però non appesantisce.
L’acidità tiene la barra dritta, la sapidità (il Territorio) pulisce e allunga, e la chiusura è firma calligrafica e armonica, con ritorni di frutta gialla, mandorla e bianca, delicata speziatura.
Non un omaggio al vitigno francese ma un dialogo riuscito con il luogo, una piccola storia marchigiana che merita di essere raccontata un sorso alla volta.
88 Punti.
– COLLI MACERATESI DOC RIBONA “ANGERA” 2013 (MAGNUM), IL POLLENZA (MARCHE): il naso è un turbine di emozioni, un intreccio di agrumi canditi che brillano come sole al tramonto, mela matura e albicocca sciroppata, fiori di ginestra selvatica, salvia e timo di collina, una mineralità pietrosa e salina che sa di mare lontano e di terra sacra.
Profondo, stratificato, commovente.
Un bouquet che non si limita a raccontare: incanta, ferisce, seduce.
Al palato è pura intensità.
Un sorso che ti avvolge come un abbraccio appassionato e ti trafigge con un’acidità vibrante, tagliente come lama di luce.
Struttura possente, estratto generoso, sapidità marina potente e rocciosa che si allunga in un finale infinito, quasi doloroso nella sua bellezza.
Frutta a nocciolo matura, erbe aromatiche, miele millefiori e spezie antiche emergono dal tempo in bottiglia, creando un’armonia commossa tra giovinezza eterna e saggezza profonda.
È un bianco che non invecchia: si evolve, si fa più grande, più vivo, più indomito.
un sospiro delle colline maceratesi che ti afferra l’anima, un sussurro millenario che si trasforma in urlo silenzioso dentro al calice.
89– Punti.
– MARCHE IGT BIANCO PASSITO “GRIFAMANTE” 2025, LE CIME BASSE (MARCHE): si distende al naso con eleganza, regalando sensazioni di albicocca disidratata e fichi maturi, note di miele d’acacia e scorza d’arancia candita, un tocco di mandorla fresca e quel fondo minerale che ricorda tanto il territorio di Matelica, con le sue brezze fresche che arrivano dall’Appennino anche quando il sole picchia.
C’è poi una vena balsamica sottile, quasi erboristica, che impedisce al frutto di diventare stucchevole che introduce un sorso avvolgente ma mai pesante.
La dolcezza è ben bilanciata da una freschezza acida che è filo tesissimo e da una sapidità che pulisce il palato e invita al secondo bicchiere.
La trama è vellutata, glicerica quel tanto che serve a dare volume, e il finale lungo, con ritorni di frutta gialla matura, miele e un’ammandorlata persistenza che rende la chiusura pulita e quasi salina.
In un panorama di passiti a volte troppo opulenti o troppo semplici, questo ha carattere, misura e una personalità che sa delle Marche, quelle vere; è una storia di colline e mani che lavorano la terra.
88++ Punti.
– SOAVE CLASSICO DOC “VINTAGE COLLECTION” 2016, INAMA (VENETO): dal calice i profumi arrivano per gradi, come da una porta che si apre lentamente.
Prima la pesca gialla e la pera matura, poi il lime, la camomilla, il miele.
E mentre voi e il vino respirate il racconto si allunga arricchendosi di paragrafi fatti di scorza di limone essiccata, albicocca, una lieve sfumatura di caramello, un ricordo di fiori appassiti che non ha nulla di stanco e molto di elegante.
Tutto rimane sottile, sfumato in una complessità suggerita piuttosto che dichiarata.
E l’assaggio concretizza quanto il naso aveva immaginato.
Materico, disteso, setoso, occupa il palato senza invadere né appesantire.
La materia è piena, distesa, quasi vellutata.
La frutta è nitida, accompagnata da una freschezza ancora sorprendentemente viva e da una sapidità che emerge poco alla volta, come una corrente sotterranea.
Il finale rimane sospeso tra miele leggero, agrume candito e una traccia minerale che continua a riaffiorare anche quando il bicchiere è ormai lontano dalle labbra.
È una persistenza discreta, che rimane lì, anche quando il bicchiere torna a posarsi sul tavolo e la conversazione prosegue.
Un vino che sa farsi ascoltare.
89- Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a FALSTAFF ITALIA e a tutti i Produttori presenti.
In un periodo in cui i bianchi conquistano sempre più spazio nelle carte dei ristoranti e nelle preferenze di chi beve con curiosità, questo WHITE WINE PARTY è arrivato al momento giusto: non a caso, ma perché i vini bianchi italiani stanno vivendo un momento splendido, fatto di freschezza, complessità e grande versatilità.
È stata una giornata intensa, in cui i protagonisti sono stati il vino, il tempo, l’uomo e il Territorio.
Si è assaggiato il futuro di una categoria che non ha più bisogno di giustificazioni e, soprattutto, si è capito che eventi di questo tipo, quando fatti con misura e passione, riescono a unire operatori, appassionati e produttori senza trasformarsi in fiera o in passerella.
Un esordio convincente, di quelli che lasciano voglia di rivedersi presto.
Mettete in agenda l’Edizione 2027, io l’ho già fatto
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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8 Luglio, 2026
Canelli Città del Vino: il territorio si racconta tra grandi denominazioni ed esperienze immersive
Masterclass, degustazioni, mixology e visite nelle Cattedrali Sotterranee UNESCO per un week-end dedicato all’eccellenza enologica
Canelli si prepara ad accogliere un fine settimana interamente dedicato alla cultura del vino. Venerdì 10 e sabato 11 luglio torna Canelli Città del Vino: Sparkling Canelli – Bollicine a Canelli, manifestazione che celebra le grandi denominazioni del territorio attraverso degustazioni, masterclass, incontri, musica ed esperienze diffuse nel centro storico e nelle Cattedrali Sotterranee, parte del sito Patrimonio Mondiale UNESCO “Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato”.
L’iniziativa, promossa dal Comune di Canelli in collaborazione con i Consorzi di tutela e le associazioni dei produttori, propone un percorso che unisce approfondimento, degustazione e intrattenimento, valorizzando il patrimonio vitivinicolo e culturale che rende Canelli una delle capitali del vino italiano.
Ad anticipare il programma sarà il tradizionale Concerto d’Estate dell’Orchestra Fiati Città di Canelli, ospitato presso le Cantine Bosca il 9 luglio alle 21.
L’inaugurazione ufficiale della manifestazione si terrà venerdì 10 luglio alle 18 con un momento istituzionale presso le Cantine Gancia. In questa occasione avverrà la presentazione al territorio della mappa “I Cru di Enogea: Canelli DOCG”, realizzata dal cartografo e giornalista Alessandro Masnaghetti.
Sempre alle 18 partirà il Canelli Tour, una passeggiata guidata della città di circa un’ora e mezza con partenza da Piazza Cavour, alla scoperta del centro storico e dei percorsi panoramici della Sternìa, oltre agli itinerari nelle cantine dismesse inserite nel progetto di valorizzazione del patrimonio Canelli Ipogea. Il tour verrà riproposto anche sabato 11 alla stessa ora.
A partire dalle 19, il centro storico si animerà con l’apertura dei banchi d’assaggio dell’Enoteca Regionale di Canelli e dell’Astesana in Piazza Cavour e Via G.B. Giuliani, insieme alle proposte gastronomiche degli stand di cucine di strada lungo il percorso cittadino.
Contestualmente sarà attivo il Cortile delle Bollicine presso il Cortile Ex Contratto Vermouth, in via G.B. Giuliani 27, con degustazioni dedicate alle denominazioni del territorio: Alta Langa DOCG, Asti DOCG, Brachetto d’Acqui DOCG, Canelli DOCG, Moscato d’Asti DOCG e Vermouth di Torino IGP.
Dalle 20 la Chiesa di San Rocco in cima alla Sternìa ospiterà Mixology e degustazioni in purezza, con cocktail d’autore realizzati da bartender professionisti e ispirati ai grandi vini del territorio, affiancati da degustazioni in purezza degli stessi vini. L’intera serata sarà accompagnata da musica live e dj set diffusi nel centro cittadino.
Sabato 11 luglio si svolgeranno tre masterclass nelle storiche Cattedrali Sotterranee, guidate dai sommelier AIS Asti.
Si partirà alle 10.30 con “Alta Langa in quattro calici”, presso la Cantina Contratto, dedicata alle diverse espressioni del Metodo Classico piemontese.
Alle 15 sarà la volta di “Canelli DOCG: identità e vocazione”, ospitata alla Cantina Coppo, con degustazioni guidate e approfondimento sulla nuova mappa del Canelli DOCG firmata da Alessandro Masnaghetti.
Alle 17.30 la giornata si chiuderà con “L’aroma prima del gusto. Moscato d’Asti, Asti Spumante e Brachetto d’Acqui: emozioni nel calice. Ospite d’eccezione: Asti Rosé”, nella Cantina Gancia, dedicata ai grandi vini aromatici piemontesi.
Durante entrambe le serate, il centro cittadino sarà animato dal programma musicale diffuso “Le note di Canelli Città del Vino”, con dj set e live performance in diversi punti della città. Si inizierà alle 19 con gli aperitime in musica, per proseguire sino a notte. A partire dalle 22, Piazza San Leonardo sarà protagonista delle notti in musica, venerdì con i Tutta Fuffa e sabato con il dj set di Abba Dj, Daniele Bertaina e Dj Ro-gârd.
Sarà attivo un servizio navetta dedicato per collegare le principali aree dell’evento.
Dalle 18 saranno attivi i banchi d’assaggio dell’Enoteca Regionale e il Cortile delle Bollicine che oltre al banco dei Consorzi sarà arricchito della presenza di 18 produttori: Araldica Castelvero, Bosca, Bocchino, Ca’ de Lion, Cantina La Maranzana, Cascina Cerutti, Colombo, Coppo, Diego Pressenda, Ca’ Bianca, Daffara & Grasso, La Canellese, La Torre di Castel Rocchero, L’Armangia, Pianbello, Tenuta Carretta, Tosti1820, Tre Secoli.
A seguire apriranno gli stand delle cucine di strada. Il sistema di accesso prevede diverse formule di degustazione pensate per il pubblico: dal ticket “POP” al percorso assaggi “Sparkling Wine Lovers” dedicato al Cortile delle Bollicine, fino alle consumazioni dedicate alla mixology.
L’intero calendario nasce con l’obiettivo di raccontare la storicità, la ricchezza e la varietà del patrimonio vitivinicolo canellese, offrendo ad appassionati e visitatori un’esperienza immersiva tra storia, paesaggio, cultura e innovazione, nel cuore dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, Patrimonio Mondiale UNESCO.
Sindaca di Canelli Roberta Giovine
Canelli Città del Vino è la festa del nostro essere parte della civiltà italiana, mediterranea e mondiale del vino, all’interno della quale Canelli si identifica con la storia dello spumante italiano e del Moscato bianco. La collaborazione con i consorzi dell’Alta Langa, dell’Asti, del Brachetto e con l’Associazione Produttori Moscato Canelli è l’inizio di una rivalutazione del potenziale dei nostri territori Unesco.
Per l’Enoteca Regionale di Canelli spiega il Vicepresidente reggente Franco Penna: «L’Enoteca Regionale di Canelli si è molto impegnata per organizzare al meglio questo evento. Le idee ci sono, il vino di qualità non manca: sarà una bellissima festa. Il Direttivo ci ha molto creduto e, con i giovani, abbiamo lavorato per creare un evento per chi ama il vino senza eccessi. Sarà una gran bella festa».
Queste le parole di Gianmario Cerutti, Presidente dell’Associazione Produttori Moscato Canelli: «Nella seconda edizione estiva di Canelli Città del Vino celebriamo le bollicine, la “Sparkling Canelli”, identità tutta canellese legata al Metodo Classico e al Metodo Martinotti, al punto di trovare una storica e indiscutibile linea di bollicine che unisce più di una denominazione in modo indissolubile a questa città e alle colline che la circondano. Parlo di vini come Alta Langa DOCG, Asti DOCG e Canelli DOCG. Quest’anno poi per il Canelli è un anno molto importante perché a 15 anni dall’ottenimento della sottozona e tre anni dalla nascita del Canelli DOCG Moscato ci apprestiamo alla quarta vendemmia come denominazione autonoma. In particolare, ricordo che quest’anno abbiamo realizzato la mappa ufficiale del nostro territorio, grazie ad Alessandro Masnaghetti di Enogea. Ora ciascuno di noi può puntare il dito e far vedere le vigne da dove arriva il proprio Canelli. Quindi il 10-11 luglio vi aspettiamo per raccontare tutto questo attraverso degustazioni, specifiche masterclass e alla voce degli stessi produttori che vi accoglieranno nel Cortile delle Bollicine, al centro della città».
Dice Giovanni Minetti, Presidente del Consorzio Alta Langa: «Rimettere Canelli al centro, riconoscere alla città una genitorialità nella storia del metodo classico e più in generale dello spumante italiano: questo è l’obiettivo del Consorzio Alta Langa. Una strada non semplice e non breve, che richiederà tempo, investimenti e l’indispensabile supporto di altri partner istituzionali. In questo contesto, la nostra partecipazione a “Canelli Città del Vino” è una tappa di avvicinamento e allo stesso tempo il modo di esprimere gratitudine a un territorio in cui ci si ri-conosce. L’obiettivo è quello di far apprezzare l’Alta Langa in questa parte dell’ampia area di origine, che coinvolge ben 149 comuni distribuiti nelle Province di Cuneo, Asti e Alessandria, attraverso workshop, degustazioni e masterclass. Un momento di proposta del nostro vino al mondo dei consumatori e di incontro con alcune delle sue interpretazioni più autentiche».
Stefano Ricagno, Presidente del Consorzio per la Tutela dell’Asti: «Il binomio tra la città di Canelli e l’Asti Spumante rappresenta uno tra gli elementi chiave che hanno contribuito al riconoscimento UNESCO del territorio vitivinicolo piemontese. Anche per questo è forte l’attenzione che il nostro Consorzio riserva alle attività di promozione territoriale, testimoniando la centralità di questo patrimonio nel contesto delle politiche di valorizzazione locale».
Il Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Acqui Paolo Ricagno
Siamo felici di essere presenti a Canelli Città del Vino con il Brachetto d’Acqui DOCG, la bollicina aromatica rossa, unica nel suo genere, che incarna lo spirito della convivialità. Con i suoi profumi intensi di rosa, la sua leggerezza e la sua straordinaria versatilità, è un vino che sa accompagnare ogni momento: dall’aperitivo tra amici al brindisi più speciale, alle serate estive più informali. Canelli e il suo straordinario territorio rappresentano per noi una vetrina preziosa, non solo per far conoscere la denominazione, ma per raccontare un’identità unica che, in questa stagione, attira turisti e appassionati da tutto il mondo.
La Redazione
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8 Luglio, 2026
Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino
Omnia mutantur, nihil interit. Tutto si trasforma, nulla va perduto. Ovidio lo scriveva pensando agli dèi e alle metamorfosi dei corpi, ma avrebbe potuto scriverlo guardando una vasca di fecce sul fondo di una cantina, o un blocco di marmo di Carrara ridotto in polvere sul pavimento di un laboratorio. Le cose, quando muoiono, raramente finiscono. Più spesso aspettano qualcuno che le guardi due volte.
Mattia Franzelli quel “qualcuno” lo è da sempre. Lo avevamo lasciato, nel racconto del legno, chino sulle doghe di rovere consumate dal vino e dal tempo, a restituire dignità a ciò che le cantine considerano rifiuto. Oggi torna, e non è più solo: ha trovato due compagni di viaggio che parlano la stessa lingua, quella dei materiali che hanno già vissuto una vita e ne reclamano una seconda. Il risultato è qualcosa che assomiglia, per dimensioni e per ambizione, a un piccolo manifesto: un mosaico di esagoni, otto centimetri per cinque, dove convivono legno di barrique, marmo “ubriaco” di vinaccia e resina naturale traslucida. Tre materiali, una sola origine: il vino.
Il marmo che si è ubriacato di vino
Marmo ubriaco. Non è propriamente un vezzo linguistico. È la descrizione esatta di un processo. Da uno scarto della lavorazione del marmo, quella polvere finissima che normalmente finisce in discarica o, nella migliore delle ipotesi, in qualche fondo stradale, nasce una pasta che viene letteralmente immersa nelle vasche e nelle botti dove il vino ha appena finito di fermentare. Quella polvere bianca assorbe i residui umidi delle fecce, si impregna del colore e dell’odore della vinificazione e, quando viene ricompattata in lastra, non è più marmo: è qualcosa che del marmo ha la struttura, ma del vino ha la memoria.
Questa polvere riassemblata ha la possibilità proprio di immagazzinare colori e profumi. Non è semplicemente un marmo colorato.
È una frase che mi ha fatto molto pensare, per associazione bizzarra, a un passaggio di Patrick Süskind: in Profumo l’odore diventa memoria, identità, persino potere. Qui l’operazione è (meno male) più umile e più onesta. Non si tratta di catturare l’anima di nessuno, ma di lasciare che un materiale racconti, anche attraverso il naso, da dove viene.
Tre materiali, un’unica matrice
Al legno delle doghe e al marmo imbevuto di vinaccia si aggiunge un terzo elemento: una resina naturale, trasparente, dentro cui vengono immerse foglie o vinacce
Capace di diventare una superficie traslucida retroilluminabile.
Tre materiali che arrivano da tre lavorazioni completamente diverse, falegnameria, lapideo, design degli interni, che però condividono lo stesso punto di partenza: lo scarto della filiera del vino.
Mattia ha una lucidità che gli conosco. La stessa lucidità che gli fa subito mettere le mani avanti
Bisogna stare attenti alla comunicazione. Il riciclo ce l’ho io con il legno, lo ha il marmo con le fecce. La resina, invece, è semplicemente un materiale naturale e sostenibile, ma non nasce da uno scarto.
Onestà narrativa prima ancora che onestà commerciale: in un mondo del vino che spesso usa la parola “sostenibilità” come un profumo da spruzzare ovunque, sentirla maneggiata con questa precisione chirurgica è quasi un sollievo.
La geometria che racconta: perché un esagono
Perché proprio l’esagono? Avrebbe potuto essere un quadrato, una forma più semplice, più “già vista”. E invece no. L’esagono è la forma dell’alveare, ma è anche, per chi lavora il legno, la forma che ricorda vagamente la sezione di una botte. È la forma con cui, da Pompei a Ravenna, gli artigiani romani componevano i loro mosaici: piccoli frammenti di materiale di scarto, marmi spezzati, tessere irregolari, messi insieme uno accanto all’altro fino a diventare immagine, fino a diventare arte.
Nella storia i mosaici nacquero proprio per recuperare lo scarto. Poi, piano piano, sono diventati capolavori.
Mi viene in mente, non ci posso fare nulla perdonatemi, Le città invisibili di Calvino così come la città di Tamara, fatta di segni che vanno letti uno dopo l’altro per ricostruire un senso. Anche queste formelle esagonali, otto per cinque centimetri, pensate per essere affiancate in un mosaico libero, quasi casuale, sono segni. Rivestimenti per pareti, balconi, superfici da abitare con lo sguardo e con le dita, pensati per i luoghi dell’accoglienza vinicola: sale degustazione, spazi che hanno bisogno di stimoli nuovi una versione evoluta dell’accoglienza nel mondo del vino.
La perfezione dell’imperfezione
Gli esagoni hanno spessori diversi, tre millimetri, cinque millimetri, mai uguali.
Non c’è uniformità e questo è anche bello. C’è proprio questa perfezione dell’imperfezione che ci piace mantenere.
il kintsugi è l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta saldando le crepe con l’oro: l’oggetto, dopo la rottura, non torna com’era. Diventa più prezioso di prima, perché porta visibile la sua storia. La stessa filosofia che trovo in queste tessere irregolari: il legno segnato dai cerchi della botte, il marmo che porta nei pori il colore di una vendemmia, la resina che trattiene una foglia. Ogni pezzo racconta un prima. E nessun pezzo è uguale all’altro, esattamente come non esistono due annate identiche, né due calici versati nello stesso identico modo.
Oltre l’esagono: metallo, pietra, vetro
Non è questo un punto di arrivo. Semmai il primo passo. Il primissimo passo.
Proprio il giorno prima della nostra chiacchierata, Mattia aveva parlato con una designer che lavora il metallo: i cerchi delle botti, quella “parte nobile” delle bardature che spesso finisce buttata, ossidati e tagliati, potrebbero diventare altri esagoni dello stesso mosaico. E poi la pietra locale, il galestro toscano, la pietra lavica, il vetro, qualsiasi materiale che un territorio porti con sé.
I limiti sono veramente inesistenti
Insomma, un vero programma di lavoro per i prossimi anni.
Non c’è più l’archistar che cala il progetto dall’alto come un oracolo, ma un lavoro a quattro o sei mani. L’artigiano, il designer, il vignaiolo, tutti seduti allo stesso tavolo, con tre bicchieri di vino davanti.
Toccare il vino con le dita
Se può servire a creare suggestioni, a evocare certe sensazioni e magari a rendere memorabile la piccola esperienza di gustare un vino mentre con una mano si sfiora un materiale che ha partecipato all’evoluzione di quel vino, allora abbiamo raggiunto lo scopo.
Tutto questo è Vinergy, il progetto che unisce tre anime: Barriquade di Mattia, Myuca Design Studio, Maarmo. Tre mani, tre materiali, una superficie che sfida il tempo e lo spazio.
È un’idea piccola e enorme insieme: il vino non si racconta solo con il naso e con la lingua, ma anche con i polpastrelli, appoggiati su una superficie che, letteralmente, è stata dentro quella botte, dentro quella vasca, prima che il vino arrivasse nel calice. Una memoria tattile della cantina, trasferita in una sala d’accoglienza. Dopo il primo capitolo dedicato al legno (qui il racconto originale: Mattia Franzelli, il racconto del legno), questo è il secondo: meno individuale, più corale e, ne sono certo, solo l’inizio. Perché Mattia ha l’entusiasmo del bambino che scopre qualcosa di nuovo e la fa suo. Ha la voglia di sperimentare per accostare qualcosa a qualcos’altro. Per dare vita a qualcosa che altrimenti avremmo buttato. Ma non si butta mai ciò che può e deve avere un’altra vita.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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8 Luglio, 2026
Principe di Corleone. Non è solo un nome, è un destino
Pronunciare Corleone significa evocare immagini che appartengono all’immaginario collettivo. Eppure esiste un’altra storia. È quella della famiglia Pollara e di Principe di Corleone, un’azienda nata alla fine dell’Ottocento che oggi custodisce una Sicilia fatta di boschi, vigne di montagna, varietà autoctone e legami familiari capaci di attraversare le generazioni.
Corleone è un piccolo paese al centro della punta della Sicilia diventato famoso anche grazie ai film memorabili della saga de Il Padrino usciti dal genio di Francis Ford Coppola. Le origini di Don Vito Corleone erano solo la trasfigurazione cinematografica del fenomeno mafioso che aveva in Corleone un centro nevralgico.
Occorre però andare oltre e capire come Corleone non sia solo saghe e Mafia. Per andare oltre la linearità del tempo c’è bisogno di attraversare quel paesaggio che smette di essere cartolina di mare turchese, degli agrumeti, delle tonnare abbandonate per diventare qualcos’altro. Qualcosa di più antico, più serio, più silenzioso. Boschi di sughero, querce, mucche al pascolo, la neve che ad agosto non è fantasia ma realtà concreta, acqua che scorre sul terreno mentre il resto dell’isola brucia. È la Sicilia dell’entroterra, quella che non finisce nelle brochure del turismo enogastronomico, quella che bisogna meritarsi attraversando venticinque minuti di bosco senza segnale per arrivarci. Il bosco di Ficuzza, vicino Corleone. Uno dei polmoni verdi più grandi di tutta la Sicilia, dove le vigne arrivano a quote che nessuno si aspetterebbe trovare su quest’isola.
Poi perdi il segnale. E capisci di essere arrivato nel posto giusto.
Leoluca Pollara ha trentotto anni e quattro generazioni sulle spalle. Il bisnonno Giuseppe aveva acquistato queste terre dal Principe di Corleone a fine Ottocento, nel 1892. Una storia di mobilità sociale prima ancora che di vino: un agricoltore che compra da un aristocratico, che trasforma la proprietà nobiliare in impresa contadina, che costruisce mattone dopo mattone qualcosa che oggi sfiora il milione di bottiglie l’anno. Cento ettari di vigneto tra Monreale e le pendici di quel bosco. Un agriturismo ricavato dal caseggiato originario. Tre generazioni di Pollara a tenerla in piedi, tra avvocati e passaggi generazionali, tra mode del mercato e fedeltà al territorio.
Il nome dell’azienda porta un peso specifico enorme e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Principe di Corleone. Tutti pensano a Marlon Brando, a Coppola. Poi invece si scopre che Corleone è un comune dell’entroterra siciliano, che il bosco di Ficuzza è un’altra cosa rispetto all’immaginario collettivo, che lì le vigne crescono in condizioni che stravolgono ogni preconcetto sulla Sicilia vitivinicola. E il Catarratto, già il Catarratto, quello che tutti considerano il vitigno più anonimo dell’isola, il cavallo da tiro della produzione di massa, a quelle altitudini diventa qualcos’altro.
Tutti pensano alla Sicilia e pensano al mare. Io sono qui ad aspettare un cliente e per arrivare da me ha passato un bosco, le montagne, le mucche. La settimana scorsa c’era pure la neve.
Una vendemmia anticipata, niente irrigazione di soccorso, perché non serve: lì d’agosto c’è ancora acqua sul terreno. Il risultato è un Catarratto che al naso non assomiglia a nessun altro Catarratto siciliano. Sembra qualcosa di friulano, di trentino, di elegante e profumato, di contemporaneo. Un vino che disorienta piacevolmente chi arriva con i preconcetti giusti per essere smentiti.
Leoluca porta questa storia con la disinvoltura di chi è cresciuto dentro e non ha bisogno di enfatizzarla. Ha studiato Economia Aziendale, fatto il master in management delle aziende vitivinicole, il tirocinio da Frescobaldi a Firenze. Un percorso costruito con coerenza, orientato fin dall’inizio verso un unico punto di arrivo. Eppure quando gli si chiede se da giovane avesse mai pensato di andare altrove, la risposta è quasi sbrigativa nella sua onestà
Ho studiato, ho fatto il mantenuto. Ma la mia testa era sempre lì.
Non c’è nostalgia, non c’è retorica della vocazione.
C’è la lucidità di chi ha capito presto cosa voleva e ha costruito gli strumenti per ottenerlo. Il fratello Pietro, libero di scegliere, ha scelto Agraria e poi enologia ad Asti così che adesso segue la parte agronomica e vitivinicola. Un cugino si è aggiunto da poco sul fronte commerciale. Una quarta generazione compatta, in un settore dove le famiglie tendono a dividersi più che a tenersi insieme.
Siamo in azienda io, mio fratello Pietro e mio cugino. Bisogna andare d’accordo, perché è importante farlo. Con cento ettari e quasi un milione di bottiglie non è che puoi permetterti di stare a fare i dispetti.
Le aziende di famiglia non sono mai solo poesia e Leoluca lo sa meglio di chiunque. Anni fa, quando lo zio Pippo è venuto a mancare e sua figlia Delia era ancora minorenne, forse mal consigliata, ha scelto di non proseguire l’attività, di liquidare la sua quota.
Avvocati, casino, casino. Ritornando nel tempo, ha detto: forse ho fatto un grande sbaglio.
Una frase che rimane sospesa, con tutto il suo peso irrisolvibile. Arriva sempre così, quella consapevolezza. Arriva quando l’azienda va bene, quando le bottiglie escono, quando ci si accorge che quello che si è ceduto valeva molto di più di quello che si è incassato. Non è un giudizio sulla cugina che aveva sedici anni, era sola, e le decisioni che si prendono in quel momento non sono mai del tutto libere. È un’osservazione sulla natura brutale dei passaggi generazionali nelle aziende familiari, su come siano sempre snodi dolorosi anche quando vanno bene, su come ogni volta che si recide un ramo si perda qualcosa che non si recupera.
È così. Nel momento in cui le cose vanno bene, è facile cercare di impegnarsi di più. Ogni passaggio generazionale non è mai nuovo. È sempre tosto mediare. C’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha un po’ di torto.
Il vino in Italia è pieno di queste storie. Di sangue che non è mai solo metafora.
Leoluca è anche presidente nazionale dei Giovani di Confagricoltura. Seicentomila iscritti, sede a Roma, collaborazioni con La Sapienza per percorsi di orientamento alla carriera agricola. Non è un dettaglio secondario. È la cartina di tornasole di un certo tipo di personalità: quelli a cui non basta il proprio campo, che hanno bisogno di un orizzonte più largo, che trasformano la propria esperienza in sistema.
Ci sono posti in Italia dove l’agricoltura non va granché bene e posti dove un ettaro di terreno vale tantissimo. In Trentino, in Alto Adige, in Toscana. Io ho duecento ettari in Sicilia. Paradossalmente, in proporzione, dieci ettari in Alto Adige valgono più di quello che ho io qui.
Non c’è amarezza in questa constatazione. C’è la consapevolezza fredda di chi conosce bene i numeri e non si racconta favole.
Si torna sempre ai vini. Si torna sempre al Catarratto di montagna, che è il primo che sceglie se gli si chiede di indicare tre bottiglie della cantina.
È un vitigno di alta montagna, un prodotto unico nel suo genere. Ha profumi molto eleganti al naso, molto da vino trentino o friulano. Molto contemporaneo, quando invece il Catarratto di per sé è considerato un po’ spento.
Sophia Bio Catarratto IGP Terre Siciliane
Ottocento metri sul livello del mare. Contrada Ciccotta. Corleone ovviamente. Quando si dice che un vino racconta un posto, di solito è una metafora. Qui è una descrizione precisa. Il Sophia Bio Catarratto è la trascrizione fedele di un territorio che non assomiglia a nessun altro vigneto siciliano: alta montagna, suolo limo-argilloso, vendemmia che si sposta verso ottobre quando il resto dell’isola ha già finito da un pezzo. Nel bicchiere, giallo paglierino con riflessi verdolini che sembrano catturare la luce filtrata tra i rami del bosco di Ficuzza. Al naso sorprende e disorienta. In senso buono. Fiori bianchi di pesco, agrumi luminosi, mandorla fresca: un profilo che il Catarratto siciliano di pianura non conosce, che appartiene più ai vini del nord che al sud, eppure è tutto qui, in questa terra di querce e mucche al pascolo. In bocca è fresco, verticale, persistente, con un finale armonico che non chiede nulla in più perché non ne ha bisogno. Un vino che dimostra, con eleganza e senza alzare la voce, che la Sicilia ha ancora molte cose da raccontare che non si aspetta nessuno.
Poi c’è l’Orlando ovvero lo Syrah che come vitigno internazionale si è adattato con una fedeltà sorprendente al territorio del Monrealese.
Ha questa nota di cioccolato fondente che è veramente molto distintiva.
Ridente Orlando Syrah DOP Monreale
Il nome viene ovviamente dalla poesia epica siciliana, quei poemi cavallereschi in ottava rima che i cantastorie siciliani tramandavano di piazza in piazza con la voce e il gesto. Sembra che ci qualcosa di teatrale e di antico in questo vino, qualcosa che si annuncia già al naso con una complessità che non ti aspetti qui in Sicilia per via dei frutti di sottobosco scuri e maturi del cioccolato fondente decantato da Leoluca , liquirizia, un filo speziato che attraversa tutto come un filo conduttore. Trecentotre metri di altitudine, Contrada Malvello, Monreale, il Syrah qui non è l’internazionale anonimo che tanta parte d’Italia ha piantato e dimenticato. Si è adattato, ha messo radici, ha trovato il suo modo di essere siciliano senza smettere di essere se stesso. In bocca è rotondo e complesso, con tannini setosi che accompagnano una persistenza lunga e soddisfacente. Un vino che racconta bene quella storia di vitigni stranieri arrivati in Sicilia e diventati, nel tempo, qualcosa di irripetibile altrove. Come spesso accade alle cose migliori: arrivano da fuori e diventano più autentiche di quelle nate qui.
Poi il Nero d’Avola, ovviamente
Quando parli di Sicilia il Nero d’Avola ci deve stare, ci sta sempre.
Sophia Bio Nero d’Avola DOP Sicilia
Il Nero d’Avola è il vitigno più siciliano che esista, nel bene e nel male: quando viene maltrattato è scontato e pesante come certi cliché sull’isola; quando viene rispettato, come qui a Contrada Ciccotta a settecento metri di altitudine, diventa qualcosa di genuino e commovente. Rosso rubino intenso nel calice, con quella densità cromatica che preannuncia una bocca seria. Al naso le note di frutta rossa sono nette e pulite, accompagnate da un gioco insolito e piacevole di mandorla e arachide tostata che rimanda alla terra vulcanica e calcarea dell’entroterra palermitano. La macerazione breve, solo quattro o cinque giorni e l’affinamento in bottiglia senza passaggi in legno restituiscono al vitigno la sua voce naturale, senza forzature. In bocca è elegante e corposo allo stesso tempo, tannini gentili, struttura generosa, quella morbidezza di fondo che è il marchio di fabbrica del Nero d’Avola quando cresce lontano dal caldo soffocante della costa. Un vino che non cerca consensi facili. Li ottiene lo stesso
Come non citare il Nerello Mascalese, reimpiantato dopo che i nonni lo avevano estirpato perché negli anni Novanta non valeva niente e gli internazionali valevano tutto.
I miei nonni avevano totalmente strappato il Nerello Mascalese perché nessuno lo voleva. Nessuno. Adesso lo abbiamo reinnestato, ci facciamo anche un metodo classico, un blanc de noir di mascalese.
La storia del vino italiano è piena di queste ironie amare. Di chi ha strappato via quello che oggi varrebbe una fortuna e piantato quello che oggi non vuole più nessuno.
A proposito di quello che non vuole più nessuno
Abbiamo ancora in portafoglio l’unico Pinot Bianco di Sicilia. Così come il Cabernet, il Merlot. Siamo l’ultimo dei Mohicani degli internazionali siciliani.
Una punta di orgoglio bizzarro, come si porta un reperto di archeologia commerciale. Sa benissimo che il vento è cambiato. Sa che i mercati esteri come il Giappone, l’Australia, la Thailandia, il Belgio, il Regno Unito, vogliono sempre più gli autoctoni, i vitigni che non trovano da nessun’altra parte.
Se arrivi in certi mercati con un vitigno autoctono che non fa legno, solo acciaio, ti guardano male. E poi è esattamente quello che comprano.
Questo è il paradosso del mercato globale del vino: più si allontana dalla produzione di massa, più pretende autenticità. Ma l’autenticità deve essere spiegata, raccontata, confezionata in modo comprensibile per chi non ha mai sentito parlare di Catarratto o di Perricone. Ed è lì che entra in gioco Leoluca con tutta la sua parte: marketing, etichette, fiere internazionali, export. Il Fancy Food di New York, il Foodex in Giappone, la TX Bangkok. Un uomo che detesta fare la dichiarazione dei redditi
La faccio fare, non la voglio nemmeno vedere, i numeri sono cose amorfe
Lui che ha usato il background da economista per capire il mercato, per leggere i consulenti, per tradurre quello che le vendemmie producono in storie che il mondo vuole sentirsi raccontare.
Quando facciamo gli incontri con i consulenti, so come rispondere, so agganciarmi bene ai discorsi, so capire cosa propongono e cosa non ci dicono. Il background formativo mi è stato di grande aiuto.
È una divisione del lavoro familiare che funziona proprio perché ognuno sa dove stare.
Mio fratello e mio padre dicono: questi sono i vini, tu vendili. In realtà poi si cerca sempre di adattare. Se il mercato mi chiede un Catarratto più profumato, lo dico in cantina prima della vendemmia successiva. Sono io che detto un po’ le specifiche, perché sono io che so cosa chiede il mercato.
Una storia affiora quasi di passaggio ma che vale la pena fermarsi a considerare. Il Perricone, vitigno autoctono siciliano che i Pollara vorrebbero recuperare insieme al Nerello Mascalese. Un metodo classico che richiede cinque, sei anni prima di dare i primi frutti.
Quello che ci spaventa è che fra cinque, sei anni saremo pronti con un vino che magari il mercato non chiede più. Siamo titubanti. Volevamo prima trovare un vigneto già esistente nella zona, fare un pre-esperimento senza mettere in terra noi per primi. Ma non abbiamo trovato nessuno con il nostro stesso protocollo.
Biologico, sostenibile, metodi di raccolta precisi. Non si entra a caso, non si compra l’uva al chilo da chiunque. L’identità passa anche da questo: scegliere con chi stare, anche a costo di aspettare.
L’attesa oggi ha un sapore diverso rispetto a vent’anni fa, perché nel frattempo la Sicilia agricola sta cambiando in modo che sarebbe sembrato fantascienza a chi la coltivava un tempo. La notizia della tenuta di Baglio di Pianeto a Noto, venduta a una società che la trasformerà in coltivazioni tropicali, circola tra i produttori siciliani con il tono di un lutto. Mango. Frutta esotica. Addio vigneto. E nella zona di Balestrate, a due passi dall’aeroporto di Palermo, stanno strappando gli agrumeti per piantare mango, sorvegliato di notte da guardie armate perché vale tre euro al pezzo.
Stiamo tropicalizzando. Lo capisco benissimo, per arrivare a fare frutta tropicale ci vuole coraggio, però mi sembra un po’ eccessivo. Ci stiamo adattando, certo, ma c’è un limite oltre il quale non è più adattamento. È resa.
La famiglia Pollara, quel sole estremo non ce l’ha, non del tutto. A quelle altitudini del Monrealese, il bosco di Ficuzza fa da scudo e da serbatoio. È un privilegio geografico che si è trasformato nel tempo in identità produttiva, in ragione di esistere che va oltre il nome dell’azienda.
Il sogno di crescere è bellissimo, senza dubbio. Ma a volte di crescita si può pure morire. Voglio una crescita sostenibile. E mi piacerebbe concentrarmi ancora di più sulle varietà autoctone siciliane, anche all’estero. Quello sì, quello è il sogno.
Una crescita sostenibile.
Non è solo lessico aziendale. È una filosofia che si forma solo attraverso l’esperienza diretta di un’azienda che in centotrenta anni è sopravvissuto a tutto: due guerre, le mode degli internazionali, il ritorno degli autoctoni, i passaggi generazionali con i loro strappi e le loro cicatrici. Chi ha visto tutto questo da dentro non insegue la crescita come valore assoluto. La valuta, la pesa, decide quanta ne può reggere senza perdere il controllo di quello che si è.
Quando siamo a Vinitaly con duecentocinquanta aziende intorno, noi ci siamo sempre stati. Quando siamo arrivati eravamo in sette. La storia, la tradizione, la famiglia, l’essere stati sempre presenti e riusciti sempre ad adattarsi. Questo è il primo valore. Gli altri sono arrivati dopo. Quasi tutti dopo.
Ha ragione. Nel vino italiano, dove ogni anno nascono decine di nuove cantine finanziate da capitali di ritorno dall’edilizia o dalla finanza, la storicità non è un optional. È un argomento. È qualcosa che non si compra.
Il nome Principe di Corleone è un destino pesante da portare. Leoluca lo porta con disinvoltura, quasi sfidando chi si aspetta che se ne scusi. Non c’è niente da cui scusarsi. C’è invece tutto da raccontare: un bisnonno che compra terre da un principe, quattro generazioni di Pollara che costruiscono, un bosco che protegge vigne di montagna, un Catarratto che profuma di nord, un Nerello che torna dopo essere stato strappato, un giovane presidente di Confagricoltura che sogna una crescita sostenibile mentre il mango avanza.
La Sicilia del vino è anche questa. Non solo mare. Non solo sole. Non solo Etna. C’è un entroterra che aspetta, paziente e silenzioso, di essere raccontato, di andare oltre un nome, che merita di essere identificato con quello che di buono, di tanto buono, un territorio è in grado di offrire.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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7 Luglio, 2026
Tutto pronto per la quindicesima edizione di VinoVip Cortina
Conto alla rovescia per il 12 e 13 luglio. Il programma completo della due giorni di Civiltà del bere tra talk show, incontri e 54 top Cantine al Grand Tasting.
Mancano ormai pochi giorni al ritorno di VinoVip Cortina, il summit biennale ideato e organizzato da Civiltà del bere, che, domenica 12 e lunedì 13 luglio riporterà sulle Dolomiti alcuni dei protagonisti più autorevoli del vino italiano. La quindicesima edizione conferma una formula che negli anni ha saputo coniugare contenuti, occasioni di networking e degustazioni di alto livello, offrendo uno sguardo sulle tendenze e sulle prospettive del settore, coinvolgendo produttori, operatori, appassionati e giornalisti provenienti da mercati chiave come Repubblica Ceca, Svezia, Finlandia, Lituania, Polonia, oltre che da Brasile, Giappone, Corea del Sud e Singapore.
Il programma della due giorni si annuncia denso di appuntamenti, pensato per alternare momenti di riflessione strategica a grandi occasioni di assaggio. La manifestazione si aprirà domenica alle ore 15.00 presso l’Alexander Girardi Hall con il talk show “I tenori del vino italiano”. Condotto da Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere, l’incontro metterà a confronto quattro figure che hanno segnato la storia del comparto: Piero Antinori, Sandro Boscaini, Angelo Gaja e Fausto Maculan. Sarà un’occasione per fare il punto sull’evoluzione dei mercati globali, distinguendo tra i trend passeggeri e i reali punti fermi della qualità. Durante l’evento verrà inoltre consegnato il Premio Khail 2026, intitolato al fondatore di Civiltà del bere e destinato a chi si è distinto nella valorizzazione del vino italiano nel mondo.
Subito dopo, dalle 17.00 alle 19.00, i riflettori si sposteranno sul Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg. Sul palco dell’Alexander Hall, Alessandro Torcoli e il direttore del Consorzio di Tutela Diego Tomasi analizzeranno le ultime novità della denominazione. L’approfondimento proseguirà nel foyer con una degustazione mirata che vedrà protagoniste le etichette di 23 Cantine di riferimento del territorio: Andreola, Bellenda, Bisol1542, Bortolin Angelo, Bortolomiol, Sorelle Bronca, Carpenè Malvolti, Colle Regina, Fasol Menin, Nino Franco, Gabe Tenute, Le Manzane, Sara Meneguz, Cantina Progettidivini, Ruggeri, Sanfeletto, Santa Margherita, Tenuta degli Ultimi, Valdo, La Vigna di Sarah, Le Vigne di Alice, Villa Sandi e Le Zitelle.
La giornata di lunedì si aprirà alle 9.30 all’Hotel de la Poste con la sessione “I tre volti del Pinot e le loro espressioni“. Un walk-around tasting esplorerà le diverse anime stilistiche di Pinot bianco, grigio e nero, con un’attenzione speciale per il Pinot bianco, vitigno che intercetta l’attuale richiesta del mercato orientata verso eleganza, delicatezza e mineralità. Ad arricchire il focus sul Pinot grigio, invece, ci sarà una collettiva del Consorzio Tutela Vini Collio, che porterà a Cortina le produzioni di 21 aziende del territorio.
Il culmine del summit è previsto per il pomeriggio, dalle 16 alle 20, con il tanto atteso Grand Tasting presso lo Chalet Tofane. In una cornice panoramica mozzafiato, 54 aziende leader selezionate da Civiltà del bere presenteranno i loro vini più identitari. Un banco d’assaggio d’alto livello che offrirà ad appassionati e operatori l’opportunità di un confronto diretto con i produttori, confermando VinoVip Cortina come un osservatorio privilegiato sullo stato dell’arte dell’enologia nazionale.
VinoVip 2026: i 54 Protagonisti
Marilisa Allegrini • Andreola • Marchesi Antinori • Argiolas • Banfi • Bellavista • Berlucchi Franciacorta • Bortolomiol • Le Caniette • Castello di Querceto • Cesarini Sforza • Cleto Chiarli • Cantina dei Colli Ripani • Il Colombaio di Santa Chiara • Costa Arènte • Marco Felluga – Russiz Superiore • Fèlsina • Tenute Folonari • Fontanafredda • Fonzone • Nino Franco • Gabe Tenute • Isole e Olena • Kettmeir • Lamole di Lamole • Cantine Lvnae • Maculan • Le Manzane • Masciarelli • Masi Agricola • Mezzacorona • Monte Zovo • Pasqua Vini • Pio Cesare • Planeta • PuntoZero • Rottensteiner • Ruggeri • Tenuta San Guido • Tenuta Sant’Antonio – Famiglia Castagnedi • Sartori di Verona • Tedeschi • Cantina Terlano • Tinazzi • Tommasi • Cantina Tramin • Umani Ronchi • Varvaglione 1921 • Velenosi • Villa Bogdano 1880 • Villa Sandi • Vite Colte • Zorzettig • Spirits: Castagner
Info e biglietti: vinovipcortina.it
La Redazione
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