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31 Luglio, 2026
Un altro giorno
Tushingni suvga ayt,
Racconta il tuo sogno all’acqua, recita un proverbio uzbeko. Ad occhi chiusi, immagini onde che si avvicinano ai tuoi piedi: una sensazione lontanamente familiare, come un eco che riaffiora o un odore che sfugge alla memoria. Il vento sospinge la sabbia contro le tue gambe, aspetta: sono le gambe di tuo nonno, che spuntano dai suoi pantaloncini consumati dal sale. Stai sognando i suoi ricordi. Apri gli occhi e vedi le onde ritirarsi, lasciando dietro di sé una crosta salina.
Come puoi raccontare all’acqua il tuo sogno, se ciò che sogni è l’acqua stessa?
Forse non puoi. Forse puoi solo viverlo ancora, Un Altro Giorno.
A Chioggia l’acqua non è un paesaggio: è una lingua, una memoria, un modo di stare al mondo. Ogni calle conduce a una riva, ogni finestra sembra aprirsi sul riflesso di una marea diversa. Qui il tempo non procede in linea retta; segue il ritmo delle barche che rientrano, delle reti che si asciugano al sole, del sale che si deposita silenziosamente sulle cose.
È in questo dialogo continuo tra terra e mare che nasce l’Hosteria delle Emozioni. Non semplicemente un Bistrot, ma un luogo dove il vino diventa racconto e bere qui significa accettare un invito: quello di fermarsi abbastanza a lungo da riconoscere un sapore dimenticato. Magari una Glera come la faceva il nonno, o una Lugana, capace di riportare alla mente una giornata d’inverno sul porto. Sono ricordi che spesso non sapevamo nemmeno di avere, finché un profumo non decide di restituirceli. Perché le emozioni funzionano così. Non arrivano quando vengono chiamate, ma quando trovano il momento giusto. Un bicchiere condiviso. Una bottiglia passata dall’altra parte del tavolo. Una risata che interrompe una conversazione seria. Il silenzio perfetto dopo il primo sorso.
L’Hosteria delle Emozioni sembra conoscere questo linguaggio. Non cerca di imporre un’esperienza, ma crea lo spazio affinché ciascuno possa viverne una propria. C’è chi celebra la giornata, chi si ferma con amici, chi semplicemente sceglie di concedersi un momento diverso. Tutti, uscendo, portano via qualcosa che non compare nel conto. Ogni vino conserva qualcosa di chi lo ha immaginato, di chi lo ha realizzato, di chi l’ha servito, di chi lo condivide. Sedersi significa rallentare. Il rumore della città resta fuori, sostituito dal tintinnio dei bicchieri, dalla luce morbida che attraversa la sala come un riflesso sull’acqua. Nulla cerca di stupire con l’eccesso. È l’autenticità a guidare ogni dettaglio.
La mescita parla il dialetto della laguna senza rinunciare a una voce contemporanea. La carta dei vini custodisce la tradizione, ma non ne è prigioniera: la interpreta con rispetto, lasciando spazio alla creatività e alla ricerca, senza perdere il contatto con le proprie radici.
La vista del canale dall’Hosteria delle Emozioni è uno di quei luoghi che sembra resistere a tutto: alle mode, ai design che cambiano, alla velocità con cui consumiamo spazi e relazioni. È una linea lunga, spesso consumata, che separa e insieme unisce chi serve e chi viene servito. Non è tavolo né saletta: è una soglia. Non sei più del tutto in strada, ma non sei nemmeno altrove. Sedersi lì è diverso che stare all’interno.
Spesso nelle sale ci si isola, si costruisce un mondo privato. Lungo il canale invece ci si espone, si guarda e si viene guardati, si ascoltano frammenti di vite altrui e spesso si finisce per raccontare qualcosa di sé senza accorgersene. Il rapporto con chi sta accanto è una forma sottile di fiducia quotidiana: non è amicizia, non è solo servizio. È una zona grigia fatta di gesti ripetuti, di cenno, un bicchiere che arriva prima ancora di essere ordinato. Il canale è attesa, perché è qui che generalmente attendiamo una persona, che siano gli amici di una vita o una prima volta in visita nel corso di una pausa di lavoro; ma è anche introspezione. Si guarda il bicchiere, il riflesso nel vetro, il tempo che rallenta quel tanto da far emergere pensieri. È un luogo di attesa: qualcuno, qualcosa, o semplicemente il prossimo momento della giornata.
In un’epoca di prenotazioni e relazioni filtrate, il canale continua a imporre imprevedibilità. Non scegli chi siede al tavolo accanto, non controlli la conversazione, non puoi editare ciò che accade. È uno dei pochi luoghi in cui la città si lascia ancora incontrare per caso. Dove la solitudine è condivisa e l’introspezione convive con gli altri. Forse è per questo che scegliamo ancora quel ciglio vista canale e un calice veloce: perché lì non siamo mai del tutto soli e mai del tutto insieme. Siamo in quella zona intermedia in cui la vita accade.
In luoghi così il vino prende vita e le viti si intrecciano; ci sono vini che si degustano e vini che si vivono. L’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato Cantine di Aldeno appartiene alla seconda categoria: non è soltanto un’espressione dell’eccellenza spumantistica, ma un compagno silenzioso capace di trasformare un momento qualunque in un ricordo destinato a rimanere. Il sole è alto sopra la laguna, l’acqua del canale riflette le sfumature e il tempo sembra rallentare. Seduti sul ciglio del canale, con il profumo della salsedine che si mescola a quello della pietra bagnata, ogni rumore si attenua fino a lasciare spazio soltanto al suono dei calici che si sfiorano. È in un momento così che si comprende la differenza tra un vino e un ricordo. L’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato nasce da uve coltivate in alta quota (Chardonnay e Pinot Nero), dove l’escursione termica regala eleganza, tensione e una straordinaria finezza aromatica. La lunga permanenza sui lieviti dona complessità e profondità, mentre l’assenza di dosaggio, lascia che il vino racconti la propria identità senza filtri, con una sincerità rara.
Nel calice si presenta con un perlage finissimo e persistente, quasi un filo di perle che sale lentamente verso la superficie. Il colore è giallo paglierino luminoso con riflessi dorati. Al naso emergono note di crosta di pane, agrumi maturi, mela verde e fiori bianchi, accompagnate da delicate sfumature minerali che ricordano la roccia e la montagna da cui proviene.
L’assaggio è preciso, vibrante e verticale. La freschezza sostiene ogni sorso, mentre la sapidità accompagna un finale lungo e pulito, lasciando il palato asciutto e invitando naturalmente a un nuovo brindisi. È uno spumante che non cerca di stupire con la dolcezza, ma conquista con l’equilibrio, la purezza e la sua raffinata essenzialità.
Eppure, il vero valore di questo vino non risiede soltanto nelle sue qualità organolettiche. Vive nelle emozioni che riesce a custodire. Quel calice condiviso a Chioggia, con i piedi sospesi sopra l’acqua e lo sguardo perso tra le barche che rientrano lentamente al porto, smette di essere semplicemente una degustazione. Diventa un frammento di vita.
Perché il vino finisce. Il ricordo, invece, continua a maturare dentro di noi.
Forse è proprio questa la magia dell’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato: trasformare un brindisi in un’emozione, un sorso in una storia e un istante in qualcosa che il tempo non riesce a cancellare.
Alla fine, la differenza tra un vino e un ricordo è sottile. Il primo si versa in un calice. Il secondo resta nel cuore. E quando entrambi si incontrano, seduti sul ciglio di un canale a Chioggia, nasce qualcosa che va oltre il gusto: nasce un momento che merita di essere ricordato, ogni volta che una nuova bottiglia viene stappata.
Chioggia insegna che l’acqua non trattiene nulla: ogni onda cancella le impronte della precedente. Eppure, proprio grazie a questo continuo andare e tornare, riesce a conservare tutto. Le storie dei pescatori, le partenze, gli arrivi, le attese. Ogni giorno è diverso, ma ogni giorno assomiglia a quello che lo ha preceduto.
Un Altro Giorno, appunto.
Forse è questo il senso del proverbio. Raccontare il proprio sogno all’acqua non significa affidarglielo perché lo custodisca. Significa riconoscere che è lei ad averlo generato. Che alcuni luoghi continuano a sognarci anche quando ce ne andiamo.
E allora, seduti a un tavolo dell’Hosteria delle Emozioni, davanti a un vino che profuma di mare, si comprende che certi viaggi non servono a scoprire posti nuovi, ma a ritrovare parti di sé.
Quando andiamo via, Chioggia è ancora lì. Le onde continuano il loro paziente movimento, il sale resta sospeso nell’aria e il vento porta con sé la promessa discreta di ritornare.
Per vivere, semplicemente, Un Altro Giorno.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 8 prodotti: Bollicine rigorosamente italiane. Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati che attraversano il territorio Italia e strizzano l’occhio alla Francia.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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31 Luglio, 2026
Chiaro di Bolle 2023
Il Metodo Classico Blanc de Noirs da Sangiovese firmato Il Borro esce con la nuova annata
Dopo il grande successo delle annate precedenti Il Borro presenta la nuova annata di Chiaro di Bolle Metodo Classico Blanc de Noirs biologico, ottenuto da uve Sangiovese in purezza, vinificate in bianco. Un progetto che vede all’origine la volontà di Salvatore Ferragamo, vice presidente del Borro, di esplorare il potenziale di uno dei vitigni simbolo della Toscana, il Sangiovese, attraverso una lettura originale, capace di coniugare identità territoriale, ricerca e precisione enologica, in un vino di qualità di pronta beva.
Salvatore Ferragamo
Un vino che mi ha conquistato fin dal primo sorso: la finezza della bollicina, la freschezza agrumata e la sua straordinaria eleganza. Chiaro di Bolle è il risultato del costante lavoro di ricerca che portiamo avanti ogni giorno in vigna e in cantina e rappresenta la volontà di interpretare il Sangiovese da una prospettiva nuova. Quando abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto, immaginare un Metodo Classico toscano ottenuto da questo vitigno sembrava una sfida controcorrente. Oggi sono orgoglioso di vedere come quella intuizione di oltre 15 anni fa continui a esprimere in modo autentico e contemporaneo l’identità del nostro territorio, ampliando le possibilità espressive del Sangiovese e offrendo una nuova prospettiva su questo straordinario vitigno.
Chiaro di Bolle conferma un percorso che Il Borro porta avanti da diversi anni. In un momento in cui il Sangiovese era quasi esclusivamente associato ai grandi vini rossi del territorio, l’azienda ha scelto di esplorarne le potenzialità in chiave Metodo Classico, puntando su freschezza, tensione e finezza espressiva. Una visione che oggi trova nuova attualità nel crescente interesse verso gli spumanti ottenuti da vitigni autoctoni.
Chiaro di Bolle affonda le sue radici nel Valdarno Superiore, territorio storicamente vocato alla coltivazione del Sangiovese. Qui, tra suoli di matrice alluvionale e un clima caratterizzato da importanti escursioni termiche, il vitigno sviluppa una particolare combinazione di maturità, freschezza e precisione aromatica. Caratteristiche che Il Borro ha scelto di valorizzare attraverso il linguaggio del Metodo Classico, offrendo una lettura inedita ma profondamente legata al territorio.
Le uve vengono raccolte a maturazione precoce intorno a metà agosto, da vigneti selezionati. Una raccolta a mano, in cassette da 10kg per non stressare l’una e preservarla. Chiaro di Bolle si caratterizza per una permanenza sui lieviti di 18 mesi, elemento che contribuisce a definire complessità, profondità e armonia senza rinunciare alla nitidezza del frutto e alla riconoscibilità varietale.
L’annata 2023 è stata segnata da un inverno mite e asciutto, da una primavera particolarmente piovosa e da un’estate che, dopo una fase iniziale più calda, ha beneficiato di temperature più moderate. Le condizioni climatiche hanno contenuto le rese, favorendo al tempo stesso una maturazione equilibrata delle uve e una definizione aromatica particolarmente nitida.
Samuele Mammoli, Direttore Tecnico e Produttivo del Borro.
Il Sangiovese possiede una naturale energia acida e una precisione aromatica che nel Metodo Classico trovano una lettura particolarmente interessante. L’annata 2023 ha espresso un equilibrio molto favorevole, permettendoci di ottenere un vino nitido, dinamico e pienamente coerente con l’identità del vitigno», afferma Nel calice, Chiaro di Bolle 2023 presenta un perlage fine e persistente. Il bouquet richiama agrumi, fiori bianchi e leggere note di crosta di pane. Al palato spiccano freschezza, sapidità e una trama elegante che conduce a una chiusura armoniosa e di buona persistenza.
Chiaro di Bolle nasce dalla volontà dell’azienda di spumantizzare il proprio vitigno simbolo, il Sangiovese, seguendo il percorso già tracciato da Bolle di Borro, il Metodo Classico rosé affinato per 60 mesi sui lieviti. Il progetto prosegue così una visione enologica che ha saputo offrire una delle interpretazioni più originali e contemporanee del Sangiovese.
Questa scelta testimonia la capacità de Il Borro di coniugare ricerca, innovazione e identità territoriale, anticipando una tendenza oggi sempre più diffusa: quella di valorizzare i vitigni autoctoni attraverso il Metodo Classico, esplorandone nuove e affascinanti potenzialità espressive.
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Proprietà della famiglia di Ferruccio Ferragamo dal 1993, Il Borro è una tenuta biologica situata nel Valdarno Superiore, nel cuore della Toscana. Estesa su oltre 1.100 ettari, comprende vigneti, oliveti, un borgo medievale accuratamente restaurato e una realtà vitivinicola che negli anni si è affermata tra le più autorevoli del panorama enologico italiano. Guidata da una filosofia che coniuga sostenibilità, ricerca e valorizzazione del territorio, l’azienda produce vini capaci di esprimere identità, eleganza e profondo legame con il luogo d’origine. Tra le etichette più rappresentative figurano Il Borro IGT Toscana, Polissena, Petruna, primo Valdarno di Sopra DOC da Sangiovese in purezza vinificato in anfora, Pian di Nova, Borrigiano, Lamelle, storico Chardonnay in purezza e primo vino prodotto dalla tenuta, Borrorosa, Bolle di Borro e Chiaro di Bolle. Sempre da uve Sangiovese nasce anche il Vin Santo del Chianti Occhio di Pernice DOC. Completano la gamma due vini di grande prestigio e ricerca enologica: Nitrito, Valdarno di Sopra DOC da Cabernet Sauvignon in purezza, ottenuto grazie all’impiego di cavalli da tiro nelle lavorazioni in vigneto, in linea con la filosofia sostenibile de Il Borro; e Alessandro dal Borro, Valdarno di Sopra DOC Syrah, prodotto esclusivamente nelle migliori annate e soltanto in formato magnum.
La Redazione
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31 Luglio, 2026
Andrea Bonomelli. Borgo la Caccia, il vino come seconda possibilità
Alcune storie restano nei luoghi, nelle persone, nei gesti che si ripetono ogni giorno senza fare rumore. Quella di Andrea Bonomelli è una storia di eredità e di scelta. La scelta di portare avanti il sogno di suo padre, di continuare a credere nel lavoro come dignità, nelle seconde possibilità e nel valore di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Tra la Comunità Lautari e Borgo La Caccia c’è un filo invisibile che tiene insieme vite, speranze e futuro. Una storia che parla di fragilità, di coraggio e di persone che, nonostante tutto, trovano ancora la forza di ricominciare. Certe eredità, si scelgono.
…tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit harundine ripas.
Publio Virgilio Marone, Georgiche, III, 14-15 (…dove il grande Mincio erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna) Quando parlo con una persona, scopro quasi sempre moltitudini di personalità. È forse il lato più bello di questo mestiere: raccogliere storie, ascoltare come cambiano intonazione, sguardo, ritmo. Vedere una personalità prendere forma parola dopo parola. Molto dipende dalla loro propensione al fare. Ci sono persone che fanno una cosa sola e la fanno tutta la vita. Altre sembrano fare dieci mestieri diversi restando, in fondo, sempre la stessa identica persona. Andrea Bonomelli appartiene a questa seconda specie così che, la prima cosa che colpisce di lui, non è quello che fa. È la normalità disarmante con cui lo racconta. Parla di ragazzi accolti in comunità, di dipendenze e ricadute, di colloqui che finiscono in un no, di vigneti da potare, di cavalli, di distributori, di un secondo figlio in arrivo, di un allenamento per l’Ironman. Tutto nella stessa voce, senza gerarchie, senza una frase levigata per sembrare migliore. Chi ha del resto una vita perfetta da raccontare? Andrea, nel suo modo di ragionare dunque parlare, non lucida niente prima di metterlo sul tavolo: lo appoggia con la polvere sopra, gli angoli, le ammaccature, qualche sorriso improvviso. Soprattutto con la fatica di chi, come le colline che circondano la sua cantina, si è formato per depositi successivi, uno strato sopra l’altro, in un tempo che nessuno ha scelto di accelerare. Io con i ragazzi ci sono sempre stato La sintesi di trentasei anni di vita. Una famiglia larga trecento persone Andrea nasce nel 1989. Tre anni dopo, suo padre Gianni. fonda la comunità Lautari. Per molti figli sarebbe semplicemente una nota biografica da citare nelle interviste. Per lui è il paesaggio dentro cui è cresciuto: a sei anni, per un periodo, si ritrova ad abitare in comunità insieme alla sua famiglia, dopo un allagamento che aveva reso inagibile la casa. Non da spettatore, non da figlio del fondatore che passa e saluta. Da bambino che guarda, ascolta, impara. Senza sapere ancora che un giorno quella realtà gli sarebbe arrivata addosso insieme come responsabilità. Scelta. Quando ho conosciuto mia moglie, la prima vacanza l’ho portata in comunità. Le ho detto chiaramente che quello era il mio mondo. Disarmante, dissacrante verità. Prima del presidente, prima dell’imprenditore, prima del padre, c’è un uomo che non ha mai separato davvero la propria vita da ciò in cui crede. La moglie, che oggi segue la parte eventi e le attività aziendali, non è entrata in un lavoro: è entrata in un mondo. È arrivato un figlio e ne sta arrivando un altro. Entra un nuovo figlio nella famiglia Lautari È il messaggio che ha scritto nel gruppo di famiglia, mescolando senza soluzione di continuità, vita privata e comunitaria. Famiglia. Non quella alla quale noi attribuiamo il significato standard. La famiglia Lautari sono i trecento ragazzi. Altro che famiglia allargata. La parola figlio, per Andrea, non resta mai chiusa dentro il perimetro di casa. Il padre, il lavoro, la dignità La storia di Lautari nasce da una disposizione personale di Gianni Bonomelli e da una convinzione che il figlio ripete oggi con la stessa forza, asciutta e cruda, con cui probabilmente gliel’ha sentita ripetere per anni: per uscire davvero da certe fratture non basta essere accolti. Serve ritrovare una dignità. E la dignità, in questa famiglia, passa dal lavoro. Quello che sporca le mani, mette ordine alle giornate, obbliga a rispettare tempi e responsabilità. Mio papà diceva che l’unico modo per uscire da questo problema era trovare un lavoro, trovare una dignità. Da lì è nato tutto il progetto. Detta da un pulpito, sarebbe una frase da predicatore. Detta da Andrea, con quel tono che non concede pause retoriche, è semplicemente il resoconto di una vita passata a verificarla sul campo. Oggi Lautari ha sedi in diverse zone d’Italia: Pozzolengo, Ardea (vicino Roma), Firenze, Como, Pordenone. Poi un centro d’ascolto a Napoli. Circa trecento ragazzi seguiti e accettati, non più di ottanta l’anno, con i millequattrocento colloqui. Troppi i no, troppe le situazioni psichiatriche che richiedono altro. Andrea non rende facile ciò che facile non è. Difficile capire quando una persona sia davvero uscita dal buio e non è l’uscita dalla comunità a decretarlo. Fuori, comincia un’altra prova. La soddisfazione arriva, eventualmente, dopo. La soddisfazione non è quando escono: quando escono c’è ancora un punto interrogativo. La soddisfazione è quando vengono a trovarti e stanno bene. Quando arrivano con i figli. Il recupero allora non è un semplice nastro da tagliare o una foto da scattare. Significa accettare che il bene non sempre produce risultati ordinati e voler bene anche quando smette di convenire. Seneca, nel De Providentia, scriveva che il fuoco prova l’oro e la miseria prova gli uomini forti ignis aurum probat, miseria fortes viros. Difficile pensare a una definizione più esatta del lavoro che Lautari fa ogni giorno e ogni volta che qualcuno ne esce davvero. La famiglia, non il metodo Ciò che distingue Lautari non è un protocollo o un modello educativo. È la parola famiglia, che altrove suonerebbe come pura retorica. Qui no. Qui ha il peso di qualcosa vissuta per davvero. Un luogo in cui qualcuno rimane anche quando l’altro sbaglia, anche quando tradisce, anche quando promette una cosa e il giorno dopo ne fa un’altra. Il mio approccio è sincero, molto basilare. Sappiamo che sono persone che possono mentire. A volte quando ti danno il cuore te lo danno per sempre, però in un secondo te lo tolgono. La dipendenza non è una storia lineare e in questo tortuoso percorso la fiducia può consumarsi più in fretta di quanto la si costruisca. Eppure Andrea rimane. Non per ingenuità visto che ha smesso da tempo di confondere la bontà con l’ingenuità. Semmai per una specie di durezza calda, un affetto che non accarezza sempre ma che non cade mai. In fondo arriva da una vita passata dentro il concreto. L’impossibilità di laurearsi per un problema di vista non l’ha scoraggiato. Anzi, gli ha fatto essere tutto quello che serve per esperienza. Sono un po’ avvocato, un po’ psicologo, un po’ commercialista Mestieri imparati per necessità per osmosi vivendo ogni giorno fra famiglie, operatori, bilanci, errori, richieste d’aiuto. Non sto fermo A quattordici anni Andrea scopre un problema serio alla vista che non lo ferma anche se arrivato sull’orlo della cecità totale. Recupera tutto, con il tempo, con la forza d’animo legata alle cure. Prendere la patente diventa un successo. Cose che per molti sono scontate. Non per chi ha rischiato di essere chiamato non vedente. Ciò che mi stupisce è quel tono della voce che non chiede compassione. Come se quel problema fosse poca cosa rispetto a tante altre.Come se quel recupero fosse stata semplicemente la sfida che gli si presentava in quel momento. La stessa logica con cui, più avanti, ha perso trenta chili in tre anni e si è messo ad allenarsi per un triathlon, con l’obiettivo dichiarato di correre un giorno un Ironman. Sono uno che ama le sfide. Non sto fermo. Sono molto mentale su alcune cose, perché lavoro tutto il giorno con i ragazzi. Non dandomi un limite, sono dell’idea che volere è potere. Se “volere è potere” suona come uno slogan da spaccone, guardi Andrea e capisci, anche da quel suo sorriso sornione che non si avvicina minimamente alla definizione di spaccone. Certo, un limite c’è: non posso dire adesso volo Lo scorso febbraio, Borgo la Caccia abbia ospitato la presentazione della squadra della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici in vista delle Paralimpiadi di Milano-Cortina: un incontro che Andrea ha voluto leggere come naturale prosecuzione del proprio pensiero, quello per cui il limite fisico, esistenziale e sociale non è mai un punto d’arrivo, ma quasi sempre un punto di partenza. Questa energia attraversa tutto: la comunità, la cantina, l’impresa, la famiglia. Andrea non è fluido, patinato, perfetto. È vivo. Ha la velocità di chi pensa facendo, di chi probabilmente risponde a dieci telefonate mentre ne sta aspettando altre tre e quando parla di futuro non costruisce castelli: parla di migliorare i vigneti, alzare la qualità, stare attento ai costi, non caricare troppo l’azienda. Borgo la Caccia, prima del vino Borgo la Caccia nasce dentro questa storia. Non una parentesi elegante accanto alla comunità per raccontare qualcosa di bello. Nasce come un pezzo della stessa visione. Un luogo immaginato dal padre dove la terra potesse diventare lavoro. Il lavoro. una possibilità. L’ha iniziata papà. Nel 2000. Era visionario. Ho una sua fotografia con scritto: un sogno e un progetto. La maggior parte delle cose le ha pensate lui. Un sogno e un progetto. Cosa si può aggiungere ad una frase così bella. Se manca il sogno, un’azienda diventa solo amministrazione. Se manca il progetto, il sogno resta aria. Borgo la Caccia ha dovuto imparare a stare in equilibrio tra le due cose: da una parte l’origine sociale, dall’altra il mercato; da una parte i ragazzi, dall’altra la qualità che il bicchiere, spietato, non concede per compassione. Lavoriamo solo sulla qualità. Poco ma buono. Grande lavoro in campagna, grande lavoro in cantina. Tutto può essere progetto sociale, ma il vino deve essere buono. In vigna, il lavoro è affidato ai ragazzi della comunità che seguono percorsi individuali di reinserimento. Con l’eccezione di chi ha problemi di dipendenza da alcol, che per scelta di tutela reciproca non lavora né in campagna né in cantina. La vendemmia resta rigorosamente manuale. Scelta che pesa sui costi ma che è parte del percorso educativo e non certo un vezzo d’immagine. Il lavoro agronomico ed enologico è affidato da anni a Stefano Chioccioli, enologo che collabora con alcune delle realtà più riconosciute d’Italia, Francia e Ungheria, e con cui Andrea ha condotto sperimentazioni capaci di aprire un territorio fedele alla tradizione. Come quello del Lugana se dei nuovi linguaggi dell’anfora di terracotta, del legno grande, del cocciopesto. Il Lugana, una scelta Borgo la Caccia nasceva più orientata sui rossi. Andrea, che pure ama i rossi, ha intuito che la strada più giusta passava dal bianco, dalla Turbiana, dal Lugana. Non per rincorrere semplicemente il mercato, ma perché era il territorio stesso a chiederlo. La Turbiana, su queste terre, ha una voce precisa: può essere agile, salina, agrumata, ma anche profonda se le si concede tempo. Può stare nell’acciaio, nel legno, nell’anfora, senza smettere di essere sé stessa. Sempre che chi la lavora trovi la misura giusta. Io amo di più i rossi. Però il mercato vuole di più il bianco. Siamo partiti con i rossi, poi ho spinto per avere il Lugana. Voglio crescere a livello qualitativo, implementando i vigneti, cambiando alcuni sistemi. Un conto è il gusto personale, altro la direzione di un’azienda: leggere il momento non significa farsi trascinare. È così che accanto al grosso della produzione, sopravvive un piccolo progetto quasi sentimentale: un Pinot Nero di cinquecento bottiglie chiamato Patrem Una cosetta intima Qualcosa che vive più per fedeltà a un gusto personale che per logica di mercato. Il Lugana DOC che apre la gamma ha il passo del vino che deve presentarsi senza troppe spiegazioni: Turbiana in acciaio, una sosta sulle proprie fecce nobili, profumi di agrumi e fiori bianchi, mandorla appena percettibile, una bocca che cerca acidità, sapidità, chiusura minerale. È il vino dell’identità più leggibile della cantina. Quello che racconta il Garda non da cartolina. Nelle parole di Andrea resta comunque la punta di diamante, il vino che deve convincere prima di ogni storia, prima di ogni comunità, prima di ogni fondazione. Se dovessi scegliere un vino per raccontare Andrea Bonomelli partirei da questo Lugana. Perché ha la stessa maniera di entrare nelle cose. Senza farsi notare. Arriva e basta. Poi, lentamente, resta.
Nel bicchiere c’è la luce chiara delle mattine sul Garda. Quelle mattine che sembrano non avere fretta di diventare giorno. Profuma di agrumi appena tagliati, di fiori bianchi mossi dal vento, di mandorla fresca. Ma soprattutto profuma di ordine. Di cose al loro posto. Di lavoro fatto bene.
Percepisco una sensazione particolare che emerge dopo qualche istante. Quella sensazione che si prova sfregando tra le dita una pietra scaldata dal sole dopo un temporale estivo. Il sorso entra deciso. Non aggressivo. Deciso. Ha l’energia di chi sa dove andare e non sente il bisogno di dimostrarlo. Poi si allarga, trova spazio, respira. Mentre attraversa il palato lascia una scia sottile di cedro, mandorla e minerale che continua a raccontarsi anche dopo che il bicchiere è sceso. Mi ricorda Andrea proprio per questo. Non per quello che mostra. Per quello che lascia. Inanfora Lugana DOC riporta la Turbiana verso una materia più antica: mosto, fermentazione e affinamento avvengono per intero in anfore di terracotta, in un ritorno a tecniche di vinificazione che richiamano le pratiche degli antichi Romani che, duemila anni fa, affollavano le rive di quello stesso Mincio che Virgilio, nato non lontano da qui, descrisse come un fiume che erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna. L’anfora, che potrebbe sembrare una moda, qui ha senso solo perché diventa strumento, non costume. Inanfora è probabilmente il vino che più assomiglia alla storia che Borgo La Caccia porta dentro. Perché nasce da qualcosa di antico senza diventare nostalgico. Nel bicchiere il colore si fa profondo. Caldo, meditativo. Sembra trattenere la luce invece di rifletterla. Al naso non arriva subito. Bisogna aspettarlo. Una sensazione bellissima in un tempo che pretende di capire tutto immediatamente. Piano piano emergono fiori secchi, camomilla, ginestra, frutta gialla matura. Poi arrivano lo zafferano, il pepe bianco, le erbe di campo. Profumi che non aspirano alla perfezione. La parte più emozionante però è la bocca per via di una consistenza quasi tattile. La sensazione è di passare lentamente sulle cose come certe persone che conoscono il dolore e per questo imparano a non urtare più nessuno. Il vino accarezza il palato, lo percorre senza fretta, lascia dietro di sé una traccia di frutta matura, terra, spezie e sole. Quando sembra finito accade qualcosa. Resta. Resta come restano certe frasi pronunciate da Andrea durante la nostra chiacchierata. Resta come restano le persone che hanno attraversato un inferno e riescono comunque a conservare dolcezza. Resta non perché sia potente ma perché è umano. Rosaprima, Alto Mincio Rosato IGT, nasce da uve Merlot con un prolungato contatto sulle bucce portando una freschezza meno prevedibile di quanto si potrebbe pensare. Rosaprima è la parte più luminosa della storia così che se il Lugana racconta Andrea e Inanfora racconta il tempo, Rosaprima racconta la speranza. Una sorta di capacità di alleggerire il peso delle cose senza renderle meno importanti. Il colore ricorda la polpa di una melagrana appena aperta con sfumature che sembrano nate all’ultimo istante di un tramonto estivo. Lo avvicini al naso e arrivano subito piccoli frutti rossi, fragoline, lampone, melograno. Poi una nota delicata di rosa e agrumi che gli regala una grazia quasi inattesa. Al sorso cambia nuovamente tutto. La leggerezza lascia spazio alla profondità. La gentilezza si trasforma in emozione. Ha freschezza. Ha tensione. Ha una vena minerale che accompagna il frutto e impedisce qualsiasi cedimento alla banalità. Mi piace immaginarlo al termine di una giornata trascorsa tra i vigneti quando il sole scende dietro le colline e finalmente il rumore si abbassa. Quando si smette di correre. Quando si può guardare ciò che è stato costruito senza bisogno di aggiungere altro. Sarà per questo che Rosaprima mi riporta continuamente all’immagine dei ragazzi che tornano. A quelli che si presentano a Lautari tenendo per mano un figlio con la gioia trattenuta di chi ha rischiato di perdere tutto e scopre, un giorno, di avere ancora un futuro davanti. Vini che mi lasciano il significato di cosa significhi essere fedeli ad un territorio senza esserne prigionieri. Per estensione, cosa significhi essere fedeli ad una storia di famiglia senza restarne schiacciati. Fare impresa senza farsi mangiare dall’impresa Il modo in cui Andrea parla di vino tiene insieme passione e prudenza. Un’azienda agricola costa, una cantina non vive di buone intenzioni. Distributori, quantità, scelte commerciali, eventi, estero, gestione delle persone. Tutto deve coesistere senza lasciare nulla al caso. Oggi lasciare al caso un’azienda è pericoloso. Anzi, più pericoloso di prima. È una realtà grossa, con costi importanti: non puoi lasciare tutto al caso. Con ottanta ettari, di cui trentasette vitati, la produzione sfiora le trecentoquarantamila bottiglie l’anno. Circa centosessantamila con l’etichetta Borgo la Caccia, dedicate prevalentemente al canale Horeca e per il trenta per cento all’export (Germania e Austria principalmente) e altre centottantamila con il marchio dedicato a Lautari, i cui ricavi confluiscono direttamente nel sostentamento della comunità. Chi, di fronte a un’azienda che impiega ragazzi in percorso di reinserimento, avanza l’obiezione prevedibile dei costi del lavoro più bassi, concorrenza sleale, trova in Andrea una risposta che capovolge l’argomento senza esitazioni. Se dovessero fare loro con quel personale, sarebbe un’altra cosa. Voglio vedere chi paga bene le persone in questo campo. L’auspicio è di una crescita qualitativa più che di volume. Nuovi impianti, tecniche di vinificazione, cura del vigneto. Andrea non vuole ingrandire per il gusto di ingrandire. Scalare, aumentare, moltiplicare sono verbi che, senza un pensiero dietro, restano vuoti. Preferisce fare poche cose e farle con serietà. Intelligenza agricola e umana. La consapevolezza che non tutto deve diventare enorme per diventare importante. Il modello, del resto, è già pensato come replicabile altrove, ovunque si trovi un territorio agricolo adatto e la stessa disponibilità a costruire, ettaro dopo ettaro, un progetto sociale prima ancora che commerciale. Il territorio non come sfondo Pozzolengo e le colline moreniche non sono la cornice del racconto: sono parte del carattere di Borgo la Caccia. Sono terre nate da depositi glaciali, fatte di argilla, sabbia e ciottoli capaci di drenare, trattenere, restituire. Non certamente un territorio aggressivo, ma un luogo di passaggio. Forse, proprio per questo sa raccontare bene anche le persone in passaggio. Coloro che arrivano da una storia difficile cercando una forma nuova. Il Lugana è una scelta di qualità e non una denominazione da sfruttare. Il territorio non è una parola da mettere in etichetta, ma una responsabilità e, se lo usi, devi restituirgli qualcosa. Anche solo cura, attenzione, lavoro, reputazione. Altrimenti diventa solo geografia venduta bene. Lo stesso, identico, principio, con cui guarda ai ragazzi che passano da Lautari: non li usa per raccontare una storia, li accompagna a costruirne una propria. Una fondazione per non disperdere il nome Il futuro della comunità potrebbe passare per la trasformazione in fondazione ovvero una forma capace di custodire il nome e la continuità del progetto al di là delle singole persone che oggi lo animano. Lautari è l’unica comunità in Italia gestita dalla stessa famiglia da oltre trentacinque anni e occorre fornire continuità. C’è un progetto per mandare avanti questa cosa. Vogliamo trasformarla in fondazione, portarla avanti in modo che rimanga saldo il nome futuro della comunità. Torna il padre. Torna l’origine. Torna il bisogno di non lasciare che una storia così grande dipenda solo dalla presenza fisica di chi l’ha portata avanti finora. Andrea sa bene che non si può costringere un figlio a raccogliere una missione. Ho sempre detto a mio papà: hai avuto la fortuna che tra due figli, a uno interessasse portare avanti questa realtà. Perché non è scontato. Non posso obbligare mio figlio a farlo. Tutto torna qui. Al padre, al figlio, ai figli che verranno. Alla libertà di raccogliere o di non raccogliere. Al peso delle eredità, quando non sono patrimoni ma promesse. Finire con i figli Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri. Canto I del Purgatorio Sono versi scritti per un suicida politico dell’antichità romana, eppure capaci di attraversare i secoli fino a diventare, quasi per traslazione involontaria, la sintesi perfetta di ogni percorso di disintossicazione: la libertà da una dipendenza si paga sempre con la rinuncia a una vita, quella vecchia, per poterne vivere un’altra. Mi resta addosso, alla fine di questa conversazione, l’immagine di Andrea che annuncia nel gruppo della famiglia Lautari l’arrivo del secondo figlio. Non lo comunica come un fatto privato: lo mette dentro una famiglia più larga, dentro una comunità che, nel suo modo di guardare il mondo, non è mai davvero separata da casa. Un giorno i suoi figli guarderanno le vigne, i cavalli, i ragazzi, le fotografie del nonno, le parole del padre. Capiranno, a modo loro, cosa tenere e cosa lasciare. Forse prenderanno un’altra strada. Forse resteranno. Forse porteranno questa storia altrove, in una forma diversa. Troveranno comunque qualcosa di raro: non una favola costruita per sembrare bella, ma una vita intera passata a credere che una persona non sia mai soltanto il proprio errore. Il vino di Borgo la Caccia, allora, va letto non come una redenzione imbottigliata, ma come una prova quotidiana. La terra chiede presenza. I ragazzi chiedono presenza. I figli chiedono presenza. Restare accanto al sogno di un padre. Restare dentro la fatica di chi sta ricominciando. Restare fedeli a un territorio che non perdona le scorciatoie. Restare vigili davanti a un mercato che non fa sconti. Restare uomini, prima di tutto con le proprie paure, la propria energia, la propria vista ferita, la propria famiglia, il proprio bisogno di non fermarsi mai del tutto. Quando tutto questo passa nel bicchiere, non è soltanto vino. Diventa una domanda semplice, quasi ruvida, che le colline moreniche di Pozzolengo hanno impiegato ventimila anni a imparare a porsi: cosa siamo disposti a custodire per chi verrà dopo di noi? Andrea, per ora, risponde lavorando. Ogni giorno. Senza troppe frasi. Con un padre alle spalle e i figli davanti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Publio Virgilio Marone, Georgiche, III, 14-15 (…dove il grande Mincio erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna) Quando parlo con una persona, scopro quasi sempre moltitudini di personalità. È forse il lato più bello di questo mestiere: raccogliere storie, ascoltare come cambiano intonazione, sguardo, ritmo. Vedere una personalità prendere forma parola dopo parola. Molto dipende dalla loro propensione al fare. Ci sono persone che fanno una cosa sola e la fanno tutta la vita. Altre sembrano fare dieci mestieri diversi restando, in fondo, sempre la stessa identica persona. Andrea Bonomelli appartiene a questa seconda specie così che, la prima cosa che colpisce di lui, non è quello che fa. È la normalità disarmante con cui lo racconta. Parla di ragazzi accolti in comunità, di dipendenze e ricadute, di colloqui che finiscono in un no, di vigneti da potare, di cavalli, di distributori, di un secondo figlio in arrivo, di un allenamento per l’Ironman. Tutto nella stessa voce, senza gerarchie, senza una frase levigata per sembrare migliore. Chi ha del resto una vita perfetta da raccontare? Andrea, nel suo modo di ragionare dunque parlare, non lucida niente prima di metterlo sul tavolo: lo appoggia con la polvere sopra, gli angoli, le ammaccature, qualche sorriso improvviso. Soprattutto con la fatica di chi, come le colline che circondano la sua cantina, si è formato per depositi successivi, uno strato sopra l’altro, in un tempo che nessuno ha scelto di accelerare. Io con i ragazzi ci sono sempre stato La sintesi di trentasei anni di vita. Una famiglia larga trecento persone Andrea nasce nel 1989. Tre anni dopo, suo padre Gianni. fonda la comunità Lautari. Per molti figli sarebbe semplicemente una nota biografica da citare nelle interviste. Per lui è il paesaggio dentro cui è cresciuto: a sei anni, per un periodo, si ritrova ad abitare in comunità insieme alla sua famiglia, dopo un allagamento che aveva reso inagibile la casa. Non da spettatore, non da figlio del fondatore che passa e saluta. Da bambino che guarda, ascolta, impara. Senza sapere ancora che un giorno quella realtà gli sarebbe arrivata addosso insieme come responsabilità. Scelta. Quando ho conosciuto mia moglie, la prima vacanza l’ho portata in comunità. Le ho detto chiaramente che quello era il mio mondo. Disarmante, dissacrante verità. Prima del presidente, prima dell’imprenditore, prima del padre, c’è un uomo che non ha mai separato davvero la propria vita da ciò in cui crede. La moglie, che oggi segue la parte eventi e le attività aziendali, non è entrata in un lavoro: è entrata in un mondo. È arrivato un figlio e ne sta arrivando un altro. Entra un nuovo figlio nella famiglia Lautari È il messaggio che ha scritto nel gruppo di famiglia, mescolando senza soluzione di continuità, vita privata e comunitaria. Famiglia. Non quella alla quale noi attribuiamo il significato standard. La famiglia Lautari sono i trecento ragazzi. Altro che famiglia allargata. La parola figlio, per Andrea, non resta mai chiusa dentro il perimetro di casa. Il padre, il lavoro, la dignità La storia di Lautari nasce da una disposizione personale di Gianni Bonomelli e da una convinzione che il figlio ripete oggi con la stessa forza, asciutta e cruda, con cui probabilmente gliel’ha sentita ripetere per anni: per uscire davvero da certe fratture non basta essere accolti. Serve ritrovare una dignità. E la dignità, in questa famiglia, passa dal lavoro. Quello che sporca le mani, mette ordine alle giornate, obbliga a rispettare tempi e responsabilità. Mio papà diceva che l’unico modo per uscire da questo problema era trovare un lavoro, trovare una dignità. Da lì è nato tutto il progetto. Detta da un pulpito, sarebbe una frase da predicatore. Detta da Andrea, con quel tono che non concede pause retoriche, è semplicemente il resoconto di una vita passata a verificarla sul campo. Oggi Lautari ha sedi in diverse zone d’Italia: Pozzolengo, Ardea (vicino Roma), Firenze, Como, Pordenone. Poi un centro d’ascolto a Napoli. Circa trecento ragazzi seguiti e accettati, non più di ottanta l’anno, con i millequattrocento colloqui. Troppi i no, troppe le situazioni psichiatriche che richiedono altro. Andrea non rende facile ciò che facile non è. Difficile capire quando una persona sia davvero uscita dal buio e non è l’uscita dalla comunità a decretarlo. Fuori, comincia un’altra prova. La soddisfazione arriva, eventualmente, dopo. La soddisfazione non è quando escono: quando escono c’è ancora un punto interrogativo. La soddisfazione è quando vengono a trovarti e stanno bene. Quando arrivano con i figli. Il recupero allora non è un semplice nastro da tagliare o una foto da scattare. Significa accettare che il bene non sempre produce risultati ordinati e voler bene anche quando smette di convenire. Seneca, nel De Providentia, scriveva che il fuoco prova l’oro e la miseria prova gli uomini forti ignis aurum probat, miseria fortes viros. Difficile pensare a una definizione più esatta del lavoro che Lautari fa ogni giorno e ogni volta che qualcuno ne esce davvero. La famiglia, non il metodo Ciò che distingue Lautari non è un protocollo o un modello educativo. È la parola famiglia, che altrove suonerebbe come pura retorica. Qui no. Qui ha il peso di qualcosa vissuta per davvero. Un luogo in cui qualcuno rimane anche quando l’altro sbaglia, anche quando tradisce, anche quando promette una cosa e il giorno dopo ne fa un’altra. Il mio approccio è sincero, molto basilare. Sappiamo che sono persone che possono mentire. A volte quando ti danno il cuore te lo danno per sempre, però in un secondo te lo tolgono. La dipendenza non è una storia lineare e in questo tortuoso percorso la fiducia può consumarsi più in fretta di quanto la si costruisca. Eppure Andrea rimane. Non per ingenuità visto che ha smesso da tempo di confondere la bontà con l’ingenuità. Semmai per una specie di durezza calda, un affetto che non accarezza sempre ma che non cade mai. In fondo arriva da una vita passata dentro il concreto. L’impossibilità di laurearsi per un problema di vista non l’ha scoraggiato. Anzi, gli ha fatto essere tutto quello che serve per esperienza. Sono un po’ avvocato, un po’ psicologo, un po’ commercialista Mestieri imparati per necessità per osmosi vivendo ogni giorno fra famiglie, operatori, bilanci, errori, richieste d’aiuto. Non sto fermo A quattordici anni Andrea scopre un problema serio alla vista che non lo ferma anche se arrivato sull’orlo della cecità totale. Recupera tutto, con il tempo, con la forza d’animo legata alle cure. Prendere la patente diventa un successo. Cose che per molti sono scontate. Non per chi ha rischiato di essere chiamato non vedente. Ciò che mi stupisce è quel tono della voce che non chiede compassione. Come se quel problema fosse poca cosa rispetto a tante altre.Come se quel recupero fosse stata semplicemente la sfida che gli si presentava in quel momento. La stessa logica con cui, più avanti, ha perso trenta chili in tre anni e si è messo ad allenarsi per un triathlon, con l’obiettivo dichiarato di correre un giorno un Ironman. Sono uno che ama le sfide. Non sto fermo. Sono molto mentale su alcune cose, perché lavoro tutto il giorno con i ragazzi. Non dandomi un limite, sono dell’idea che volere è potere. Se “volere è potere” suona come uno slogan da spaccone, guardi Andrea e capisci, anche da quel suo sorriso sornione che non si avvicina minimamente alla definizione di spaccone. Certo, un limite c’è: non posso dire adesso volo Lo scorso febbraio, Borgo la Caccia abbia ospitato la presentazione della squadra della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici in vista delle Paralimpiadi di Milano-Cortina: un incontro che Andrea ha voluto leggere come naturale prosecuzione del proprio pensiero, quello per cui il limite fisico, esistenziale e sociale non è mai un punto d’arrivo, ma quasi sempre un punto di partenza. Questa energia attraversa tutto: la comunità, la cantina, l’impresa, la famiglia. Andrea non è fluido, patinato, perfetto. È vivo. Ha la velocità di chi pensa facendo, di chi probabilmente risponde a dieci telefonate mentre ne sta aspettando altre tre e quando parla di futuro non costruisce castelli: parla di migliorare i vigneti, alzare la qualità, stare attento ai costi, non caricare troppo l’azienda. Borgo la Caccia, prima del vino Borgo la Caccia nasce dentro questa storia. Non una parentesi elegante accanto alla comunità per raccontare qualcosa di bello. Nasce come un pezzo della stessa visione. Un luogo immaginato dal padre dove la terra potesse diventare lavoro. Il lavoro. una possibilità. L’ha iniziata papà. Nel 2000. Era visionario. Ho una sua fotografia con scritto: un sogno e un progetto. La maggior parte delle cose le ha pensate lui. Un sogno e un progetto. Cosa si può aggiungere ad una frase così bella. Se manca il sogno, un’azienda diventa solo amministrazione. Se manca il progetto, il sogno resta aria. Borgo la Caccia ha dovuto imparare a stare in equilibrio tra le due cose: da una parte l’origine sociale, dall’altra il mercato; da una parte i ragazzi, dall’altra la qualità che il bicchiere, spietato, non concede per compassione. Lavoriamo solo sulla qualità. Poco ma buono. Grande lavoro in campagna, grande lavoro in cantina. Tutto può essere progetto sociale, ma il vino deve essere buono. In vigna, il lavoro è affidato ai ragazzi della comunità che seguono percorsi individuali di reinserimento. Con l’eccezione di chi ha problemi di dipendenza da alcol, che per scelta di tutela reciproca non lavora né in campagna né in cantina. La vendemmia resta rigorosamente manuale. Scelta che pesa sui costi ma che è parte del percorso educativo e non certo un vezzo d’immagine. Il lavoro agronomico ed enologico è affidato da anni a Stefano Chioccioli, enologo che collabora con alcune delle realtà più riconosciute d’Italia, Francia e Ungheria, e con cui Andrea ha condotto sperimentazioni capaci di aprire un territorio fedele alla tradizione. Come quello del Lugana se dei nuovi linguaggi dell’anfora di terracotta, del legno grande, del cocciopesto. Il Lugana, una scelta Borgo la Caccia nasceva più orientata sui rossi. Andrea, che pure ama i rossi, ha intuito che la strada più giusta passava dal bianco, dalla Turbiana, dal Lugana. Non per rincorrere semplicemente il mercato, ma perché era il territorio stesso a chiederlo. La Turbiana, su queste terre, ha una voce precisa: può essere agile, salina, agrumata, ma anche profonda se le si concede tempo. Può stare nell’acciaio, nel legno, nell’anfora, senza smettere di essere sé stessa. Sempre che chi la lavora trovi la misura giusta. Io amo di più i rossi. Però il mercato vuole di più il bianco. Siamo partiti con i rossi, poi ho spinto per avere il Lugana. Voglio crescere a livello qualitativo, implementando i vigneti, cambiando alcuni sistemi. Un conto è il gusto personale, altro la direzione di un’azienda: leggere il momento non significa farsi trascinare. È così che accanto al grosso della produzione, sopravvive un piccolo progetto quasi sentimentale: un Pinot Nero di cinquecento bottiglie chiamato Patrem Una cosetta intima Qualcosa che vive più per fedeltà a un gusto personale che per logica di mercato. Il Lugana DOC che apre la gamma ha il passo del vino che deve presentarsi senza troppe spiegazioni: Turbiana in acciaio, una sosta sulle proprie fecce nobili, profumi di agrumi e fiori bianchi, mandorla appena percettibile, una bocca che cerca acidità, sapidità, chiusura minerale. È il vino dell’identità più leggibile della cantina. Quello che racconta il Garda non da cartolina. Nelle parole di Andrea resta comunque la punta di diamante, il vino che deve convincere prima di ogni storia, prima di ogni comunità, prima di ogni fondazione. Se dovessi scegliere un vino per raccontare Andrea Bonomelli partirei da questo Lugana. Perché ha la stessa maniera di entrare nelle cose. Senza farsi notare. Arriva e basta. Poi, lentamente, resta.
Nel bicchiere c’è la luce chiara delle mattine sul Garda. Quelle mattine che sembrano non avere fretta di diventare giorno. Profuma di agrumi appena tagliati, di fiori bianchi mossi dal vento, di mandorla fresca. Ma soprattutto profuma di ordine. Di cose al loro posto. Di lavoro fatto bene.
Percepisco una sensazione particolare che emerge dopo qualche istante. Quella sensazione che si prova sfregando tra le dita una pietra scaldata dal sole dopo un temporale estivo. Il sorso entra deciso. Non aggressivo. Deciso. Ha l’energia di chi sa dove andare e non sente il bisogno di dimostrarlo. Poi si allarga, trova spazio, respira. Mentre attraversa il palato lascia una scia sottile di cedro, mandorla e minerale che continua a raccontarsi anche dopo che il bicchiere è sceso. Mi ricorda Andrea proprio per questo. Non per quello che mostra. Per quello che lascia. Inanfora Lugana DOC riporta la Turbiana verso una materia più antica: mosto, fermentazione e affinamento avvengono per intero in anfore di terracotta, in un ritorno a tecniche di vinificazione che richiamano le pratiche degli antichi Romani che, duemila anni fa, affollavano le rive di quello stesso Mincio che Virgilio, nato non lontano da qui, descrisse come un fiume che erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna. L’anfora, che potrebbe sembrare una moda, qui ha senso solo perché diventa strumento, non costume. Inanfora è probabilmente il vino che più assomiglia alla storia che Borgo La Caccia porta dentro. Perché nasce da qualcosa di antico senza diventare nostalgico. Nel bicchiere il colore si fa profondo. Caldo, meditativo. Sembra trattenere la luce invece di rifletterla. Al naso non arriva subito. Bisogna aspettarlo. Una sensazione bellissima in un tempo che pretende di capire tutto immediatamente. Piano piano emergono fiori secchi, camomilla, ginestra, frutta gialla matura. Poi arrivano lo zafferano, il pepe bianco, le erbe di campo. Profumi che non aspirano alla perfezione. La parte più emozionante però è la bocca per via di una consistenza quasi tattile. La sensazione è di passare lentamente sulle cose come certe persone che conoscono il dolore e per questo imparano a non urtare più nessuno. Il vino accarezza il palato, lo percorre senza fretta, lascia dietro di sé una traccia di frutta matura, terra, spezie e sole. Quando sembra finito accade qualcosa. Resta. Resta come restano certe frasi pronunciate da Andrea durante la nostra chiacchierata. Resta come restano le persone che hanno attraversato un inferno e riescono comunque a conservare dolcezza. Resta non perché sia potente ma perché è umano. Rosaprima, Alto Mincio Rosato IGT, nasce da uve Merlot con un prolungato contatto sulle bucce portando una freschezza meno prevedibile di quanto si potrebbe pensare. Rosaprima è la parte più luminosa della storia così che se il Lugana racconta Andrea e Inanfora racconta il tempo, Rosaprima racconta la speranza. Una sorta di capacità di alleggerire il peso delle cose senza renderle meno importanti. Il colore ricorda la polpa di una melagrana appena aperta con sfumature che sembrano nate all’ultimo istante di un tramonto estivo. Lo avvicini al naso e arrivano subito piccoli frutti rossi, fragoline, lampone, melograno. Poi una nota delicata di rosa e agrumi che gli regala una grazia quasi inattesa. Al sorso cambia nuovamente tutto. La leggerezza lascia spazio alla profondità. La gentilezza si trasforma in emozione. Ha freschezza. Ha tensione. Ha una vena minerale che accompagna il frutto e impedisce qualsiasi cedimento alla banalità. Mi piace immaginarlo al termine di una giornata trascorsa tra i vigneti quando il sole scende dietro le colline e finalmente il rumore si abbassa. Quando si smette di correre. Quando si può guardare ciò che è stato costruito senza bisogno di aggiungere altro. Sarà per questo che Rosaprima mi riporta continuamente all’immagine dei ragazzi che tornano. A quelli che si presentano a Lautari tenendo per mano un figlio con la gioia trattenuta di chi ha rischiato di perdere tutto e scopre, un giorno, di avere ancora un futuro davanti. Vini che mi lasciano il significato di cosa significhi essere fedeli ad un territorio senza esserne prigionieri. Per estensione, cosa significhi essere fedeli ad una storia di famiglia senza restarne schiacciati. Fare impresa senza farsi mangiare dall’impresa Il modo in cui Andrea parla di vino tiene insieme passione e prudenza. Un’azienda agricola costa, una cantina non vive di buone intenzioni. Distributori, quantità, scelte commerciali, eventi, estero, gestione delle persone. Tutto deve coesistere senza lasciare nulla al caso. Oggi lasciare al caso un’azienda è pericoloso. Anzi, più pericoloso di prima. È una realtà grossa, con costi importanti: non puoi lasciare tutto al caso. Con ottanta ettari, di cui trentasette vitati, la produzione sfiora le trecentoquarantamila bottiglie l’anno. Circa centosessantamila con l’etichetta Borgo la Caccia, dedicate prevalentemente al canale Horeca e per il trenta per cento all’export (Germania e Austria principalmente) e altre centottantamila con il marchio dedicato a Lautari, i cui ricavi confluiscono direttamente nel sostentamento della comunità. Chi, di fronte a un’azienda che impiega ragazzi in percorso di reinserimento, avanza l’obiezione prevedibile dei costi del lavoro più bassi, concorrenza sleale, trova in Andrea una risposta che capovolge l’argomento senza esitazioni. Se dovessero fare loro con quel personale, sarebbe un’altra cosa. Voglio vedere chi paga bene le persone in questo campo. L’auspicio è di una crescita qualitativa più che di volume. Nuovi impianti, tecniche di vinificazione, cura del vigneto. Andrea non vuole ingrandire per il gusto di ingrandire. Scalare, aumentare, moltiplicare sono verbi che, senza un pensiero dietro, restano vuoti. Preferisce fare poche cose e farle con serietà. Intelligenza agricola e umana. La consapevolezza che non tutto deve diventare enorme per diventare importante. Il modello, del resto, è già pensato come replicabile altrove, ovunque si trovi un territorio agricolo adatto e la stessa disponibilità a costruire, ettaro dopo ettaro, un progetto sociale prima ancora che commerciale. Il territorio non come sfondo Pozzolengo e le colline moreniche non sono la cornice del racconto: sono parte del carattere di Borgo la Caccia. Sono terre nate da depositi glaciali, fatte di argilla, sabbia e ciottoli capaci di drenare, trattenere, restituire. Non certamente un territorio aggressivo, ma un luogo di passaggio. Forse, proprio per questo sa raccontare bene anche le persone in passaggio. Coloro che arrivano da una storia difficile cercando una forma nuova. Il Lugana è una scelta di qualità e non una denominazione da sfruttare. Il territorio non è una parola da mettere in etichetta, ma una responsabilità e, se lo usi, devi restituirgli qualcosa. Anche solo cura, attenzione, lavoro, reputazione. Altrimenti diventa solo geografia venduta bene. Lo stesso, identico, principio, con cui guarda ai ragazzi che passano da Lautari: non li usa per raccontare una storia, li accompagna a costruirne una propria. Una fondazione per non disperdere il nome Il futuro della comunità potrebbe passare per la trasformazione in fondazione ovvero una forma capace di custodire il nome e la continuità del progetto al di là delle singole persone che oggi lo animano. Lautari è l’unica comunità in Italia gestita dalla stessa famiglia da oltre trentacinque anni e occorre fornire continuità. C’è un progetto per mandare avanti questa cosa. Vogliamo trasformarla in fondazione, portarla avanti in modo che rimanga saldo il nome futuro della comunità. Torna il padre. Torna l’origine. Torna il bisogno di non lasciare che una storia così grande dipenda solo dalla presenza fisica di chi l’ha portata avanti finora. Andrea sa bene che non si può costringere un figlio a raccogliere una missione. Ho sempre detto a mio papà: hai avuto la fortuna che tra due figli, a uno interessasse portare avanti questa realtà. Perché non è scontato. Non posso obbligare mio figlio a farlo. Tutto torna qui. Al padre, al figlio, ai figli che verranno. Alla libertà di raccogliere o di non raccogliere. Al peso delle eredità, quando non sono patrimoni ma promesse. Finire con i figli Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri. Canto I del Purgatorio Sono versi scritti per un suicida politico dell’antichità romana, eppure capaci di attraversare i secoli fino a diventare, quasi per traslazione involontaria, la sintesi perfetta di ogni percorso di disintossicazione: la libertà da una dipendenza si paga sempre con la rinuncia a una vita, quella vecchia, per poterne vivere un’altra. Mi resta addosso, alla fine di questa conversazione, l’immagine di Andrea che annuncia nel gruppo della famiglia Lautari l’arrivo del secondo figlio. Non lo comunica come un fatto privato: lo mette dentro una famiglia più larga, dentro una comunità che, nel suo modo di guardare il mondo, non è mai davvero separata da casa. Un giorno i suoi figli guarderanno le vigne, i cavalli, i ragazzi, le fotografie del nonno, le parole del padre. Capiranno, a modo loro, cosa tenere e cosa lasciare. Forse prenderanno un’altra strada. Forse resteranno. Forse porteranno questa storia altrove, in una forma diversa. Troveranno comunque qualcosa di raro: non una favola costruita per sembrare bella, ma una vita intera passata a credere che una persona non sia mai soltanto il proprio errore. Il vino di Borgo la Caccia, allora, va letto non come una redenzione imbottigliata, ma come una prova quotidiana. La terra chiede presenza. I ragazzi chiedono presenza. I figli chiedono presenza. Restare accanto al sogno di un padre. Restare dentro la fatica di chi sta ricominciando. Restare fedeli a un territorio che non perdona le scorciatoie. Restare vigili davanti a un mercato che non fa sconti. Restare uomini, prima di tutto con le proprie paure, la propria energia, la propria vista ferita, la propria famiglia, il proprio bisogno di non fermarsi mai del tutto. Quando tutto questo passa nel bicchiere, non è soltanto vino. Diventa una domanda semplice, quasi ruvida, che le colline moreniche di Pozzolengo hanno impiegato ventimila anni a imparare a porsi: cosa siamo disposti a custodire per chi verrà dopo di noi? Andrea, per ora, risponde lavorando. Ogni giorno. Senza troppe frasi. Con un padre alle spalle e i figli davanti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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30 Luglio, 2026
Torna “Calici Di Stelle” a Cortina D'ampezzo, con Diesel Farm tra i protagonisti della 14ª Edizione
Sabato 8 agosto, l’Hotel Ancora Cortina di Renzo Rosso apre le porte a oltre 50 etichette del Movimento Turismo del Vino, con la selezione Diesel Farm a rappresentare il territorio vicentino
Sabato 8 agosto, dalle 17.00 alle 20.00, Cortina d’Ampezzo torna a essere teatro di uno degli appuntamenti enogastronomici più attesi dell’estate: la 14ª edizione di Calici di Stelle, organizzata da Venezia Eventi in collaborazione con il Movimento Turismo del Vino Veneto.
A dare ancora più valore all’appuntamento è la cornice che lo ospita: l’Hotel Ancora Cortina è infatti tornato recentemente al suo antico splendore grazie al progetto di recupero voluto da Renzo Rosso, imprenditore vicentino che negli anni ha costruito un legame profondo con la perla delle Dolomiti di cui ha saputo esaltare l’iconicità storica attraverso uno sguardo contemporaneo.
Un impegno che l’imprenditore porta avanti anche nel mondo del vino attraverso Diesel Farm, la cantina nata dalla sua passione per il territorio e per l’agricoltura di qualità, oggi realtà riconosciuta nel panorama vitivinicolo italiano.
Tra le cantine del Movimento Turismo del Vino Veneto e Lombardia presenti alla serata, con oltre 50 etichette in degustazione libera e la possibilità di dialogare direttamente con i produttori, spicca proprio Diesel Farm, che parteciperà portando la propria interpretazione della tradizione vitivinicola: un approccio che unisce rispetto della terra e ricerca dello stile, applicato con la stessa energia e visione che hanno contraddistinto Renzo Rosso anche in altri settori.
La selezione Diesel Farm si snoderà attraverso quattro etichette pensate per accompagnare il pubblico in un percorso completo. Si parte con 55 Celebrating Blanc, vino che apre la degustazione, espressione diretta dello stile della cantina. Segue RRosè 2025, rosato dal carattere immediato e dalla beva contemporanea. Spazio poi a CaRRnet 2023, interpretazione più strutturata e complessa del progetto. Chiude la selezione Rosso di Rosso 2017, etichetta di punta che racconta il percorso di affinamento della cantina, testimoniando la piena maturità raggiunta dal progetto voluto da Renzo Rosso negli anni.
Con la partecipazione a Calici di Stelle, Diesel Farm conferma il proprio progetto di crescita nel panorama vitivinicolo italiano, portando in uno dei luoghi più suggestivi delle Dolomiti la propria idea di vino, capace di raccontare il legame tra territorio e visione imprenditoriale.
Un percorso che si inserisce in una visione più ampia: quella di Brave Wine, la holding creata da Renzo Rosso per riunire e valorizzare le sue partecipazioni nel mondo del vino di alta gamma, di cui Diesel Farm rappresenta la prima e più identitaria espressione, insieme ad altre importanti realtà come Benanti sull’Etna e Josetta Saffirio nelle Langhe.
L’appuntamento di Cortina si conferma così occasione preziosa per condividere con il pubblico non solo il valore delle etichette Diesel Farm, ma anche la storia e l’ambizione di un progetto enologico che continua a crescere.
La Redazione
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30 Luglio, 2026
In arrivo la 22° Edizione della rassegna enogastronomica
Ardesio divino quest’anno omaggio a Pellegrino Artusi
Le vie, le piazze e le corti del centro storico di Ardesio, nel cuore delle Orobie bergamasche, si preparano ad accogliere la 22ª edizione di Ardesio DiVino, la mostra mercato enogastronomica che l’1 e il 2 agosto 2026 tornerà ad animare il borgo con degustazioni, incontri, musica e appuntamenti dedicati alla cultura del gusto.
Organizzata da ADIVÌ APS, la manifestazione conferma anche quest’anno la propria vocazione a valorizzare il patrimonio enogastronomico italiano attraverso un’esperienza capace di unire convivialità, tradizione e scoperta. Per due giorni, produttori provenienti da tutta Italia accompagneranno i visitatori in un viaggio tra vini, salumi, formaggi, dolci e altre eccellenze artigianali, raccontando il lavoro, la passione e la cura che si celano dietro ogni prodotto.
L’edizione 2026 renderà omaggio a Pellegrino Artusi, considerato il primo grande narratore della cucina italiana. Il tema scelto per quest’anno sarà infatti dedicato alle ricette come espressione di cultura, memoria e identità, in un percorso che intreccia gusto e racconto. Un viaggio che si arricchisce grazie alla collaborazione con Casa Artusi di Forlimpopoli, realtà impegnata nella promozione del riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO.
UN PROGRAMMA TRA SAPORI, TRADIZIONE E CULTURA
La manifestazione prenderà il via venerdì 31 luglio alle 20.45 con la tradizionale e attesa Cena DiVina, primo grande momento conviviale del festival ospitato presso l’Albergo Ristorante Da Giorgio. Protagonisti della serata saranno i cuochi ardesiani Gilles, Alberto e Davide, che accompagneranno il pubblico in un viaggio gastronomico ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi (prenotazione obbligatoria).
Sabato 1 (dalle 12.00 alle 21.00) e domenica 2 agosto (dalle 10.30 alle 20.00) il centro storico di Ardesio si animerà con stand, degustazioni e incontri con selezionati produttori, vignaioli e artigiani del gusto, e con l’esposizione di tutti i prodotto all’Enoteca DiVina con una selezione di vini dei produttori protagonisti della 22ª edizione.
Numerosi gli appuntamenti che animeranno la due giorni. Si inizia sabato 1, alle 15.30, nella sala consiliare del Comune (Piazza Monte Grappa), con l’ormai tradizionale Degustazione guidata del Seminario Permanente Luigi Veronelli: un viaggio sensoriale, condotto da Andrea Alpi, Responsabile Formazione del Seminario Permanente Luigi Veronelli e curatore della Guida Oro, alla scoperta di una selezione dei “Sole”, il prestigioso riconoscimento assegnato dalla storica Guida alle etichette, scelte tra migliaia di campioni assaggiati, i cui “racconti in forma di vino” sono rappresentativi della competenza, della creatività e dell’impegno dei rispettivi produttori (prenotazione obbligatoria). Si prosegue alle 16.30 presso il Parco Alpini della Casa Museo con il laboratorio gratuito di cucina delle Mariette di Casa Artusi: un’occasione per mettere letteralmente le mani in pasta e scoprire tecniche e segreti della tradizione gastronomica italiana. Chiude la giornata, dalle 19.30, sotto la tensostruttura nel piazzale delle Poste, la tradizionale Cena Popolare delle mamme di Ardesio, che quest’anno si arricchirà di suggestioni e ricette ispirate al ricettario di Pellegrino Artusi.
Domenica 2 agosto, alle 10.30 torneranno protagoniste le Mariette di Casa Artusi con un secondo laboratorio gratuito di cucina presso il Parco Alpini della Casa Museo, mentre dalle 12.30 il piazzale delle Poste ospiterà il tradizionale Pranzo Alpino organizzato dal Gruppo Alpini di Ardesio. Nel pomeriggio, alle 17.00, il Palcoscenico Letterario proporrà “Vite, Voci, Vino”, reading teatrale a cura del Teatro Minimo che accompagnerà, insieme a Casa Artusi, alla scoperta della figura di Pellegrino Artusi, intrecciando testi di grandi autori e musica dal vivo in un racconto poetico e coinvolgente dedicato al vino e alle sue storie. Conclude la giornata la Cena Popolare, sempre dalle 19.30 a sotto la tensostruttura del piazzale delle Poste.
MUSICA A KM ZERO PER RACCONTARE IL TERRITORIO
La colonna sonora di Ardesio DiVino 2026 sarà affidata a “Musica a Km0”, progetto pensato per valorizzare artisti e musicisti del territorio attraverso concerti gratuiti diffusi nelle vie del borgo.
Sabato 1° agosto, durante tutta la giornata, si alterneranno il cantautore Jahnet Beccarelli in duo con Mauro Tasca, la Sindaco Acoustic Guitar Band guidata da Enrico De Paoli, il pianista Luca Balduzzi e il duo acustico The Pizza’s Orphans, con repertori che spaziano dal cantautorato al rock internazionale. Alle 20.30, nel piazzale del Comune, gran finale con i Colpi di Soul e il loro coinvolgente omaggio alle sonorità soul, funk e pop.
Domenica 2 agosto il risveglio musicale sarà affidato alle sonorità internazionali di Giuseppe Jos Olivini e ai canti spirituali indiani dei Bhajanam. Nel pomeriggio spazio alle sonorità originali dei Katastrophé, alle sperimentazioni sonore del Japa Mala Duo, alle reinterpretazioni acustiche di Sveva & Fabio e al piano solo di Lorenzo Zani. A chiudere la manifestazione, alle 20.30 nel piazzale del Comune, sarà il Diego Ghenzi Trio con un tributo ai grandi cantautori italiani da De André a Guccini, da Dalla a De Gregori.
UN EVENTO CHE COINVOLGE TUTTA LA COMUNITÀ
Ardesio DiVino continua a essere un evento costruito grazie alla partecipazione dell’intera comunità locale. Un ringraziamento speciale va agli abitanti di Ardesio, che con il loro impegno e la loro accoglienza contribuiscono ogni anno a rendere unica la manifestazione, e alla Pro Loco Ardesio, che sostiene e anima il festival.
INFO E PREVENDITE
Le prevendite per partecipare ad Ardesio DiVino 2026 sono già aperte. Per informazioni, programma completo e acquisto dei biglietti è possibile consultare il sito ufficiale ardesiodivino.it.
La manifestazione si svolgerà anche in caso di maltempo. Ardesio DiVino 2026 | 1-2 agosto 2026
Cena DiVina | 31 luglio 2026
Ardesio (Val Seriana – BG) La Redazione
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La manifestazione si svolgerà anche in caso di maltempo. Ardesio DiVino 2026 | 1-2 agosto 2026
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30 Luglio, 2026
Concours Mondial de Bruxelles 2026. Dolcezze dal mondo (la masterclass)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 6 Luglio, gli eleganti spazi di Palazzo VALENTINI a Roma hanno ospitato la premiazione dei 475 vini italiani che si sono guadagnati una medaglia al CONCOURS MONDIAL DE BRUXELLES 2026.
22 le medaglie Grand Oro, 172 quelle Oro e 281 quelle Argento in rappresentanza di tutto lo stivale ma con Puglia, Veneto e Toscana sul podio.
Un Concorso, quello di Bruxelles, che nelle lunghe sessioni di assaggio ha coinvolto 320 giurati provenienti da tutto il mondo, che ha visto l’Italia essere seconda solo alla Francia per numero di riconoscimenti ottenuti e che, ormai, è ben più che un semplice concorso enologico, piuttosto uno strumento per mettere in contatto i mercati internazionali con i Territori, valorizzando storia e identità di ogni singola etichetta.
53 le Aziende presenti ai banchi di assaggio allestiti nel cortile del Palazzo per soddisfare la Curiosità dei numerosissimi ospiti intervenuti (stampa e operatori del settore).
Tante etichette in cui ficcare il naso e, a latere, tre interessanti masterclass di approfondimento.
LA MASTERCLASS
Delle tre una, la prima, quella che, sotto il titolo di “DOLCEZZE DAL MONDO: VIAGGIO TRA I GRANDI VINI DOLCI”.
Condotta da Marco Sciarrini, ha acceso uno spot su quei vini che, spesso relegati solo al fine pasto delle grandi occasioni, hanno dimostrato di avere, invece, ben più di qualche asso nella manica.
Cinque le etichette in degustazione in rappresentanza di altrettanti paesi e aziende; cinque etichette che ho provato come sempre a descriverVi confidando nel fatto che cerchiate quanto prima di assaggiarle di persona.
GLI ASSAGGI
– RIESLING ICE WINE 2023, CHATEAU VARTELY (MOLDAVIA): il profilo olfattivo è ampio e composto, costruito su una successione di aromi che raccontano, con nitore, albicocca disidratata, pesca sciroppata, scorza di mandarino candita, miele d’acacia e confettura di agrumi seguiti da sfumature di ananas e mango maturo senza mai scadere però nell’esotico caricaturale mentre s’apprestano leggere sensazioni floreali che ricordano il tiglio e i fiori di campo essiccati.
Non manca quella caratteristica vena minerale e appena idrocarburica che il Riesling sa sviluppare con eleganza anche nelle interpretazioni più dolci e che gli conferiscono profondità e complessità, ma dovete aspettare un po’ per averne contezza.
L’assaggio è la conferma di un equilibrio costruito con grande attenzione.
La dolcezza è importante, inevitabilmente protagonista, ma non risulta mai opulenta grazie a un’acidità vibrante che sostiene il sorso dall’inizio alla fine.
La tessitura è densa, vellutata, quasi cremosa, e non ci pensa proprio a perdere slancio.
Ogni componente sembra trovare il proprio posto in un insieme armonico, dove la concentrazione non diventa mai pesantezza e la ricchezza aromatica rimane costantemente attraversata da una freschezza che invita immediatamente al sorso successivo fino alla chiusura che si prolunga su ricordi di agrumi canditi, miele, frutta tropicale e una sottile nota minerale che lascia la bocca sorprendentemente pulita, dimostrando come anche un vino “da dessert” possa conservare dinamismo e precisione.
Da una “piccola” realtà di 550ha (sic) della Moldavia un vino che racconta, con autenticità, il volto nobile dei Riesling delle terre dell’Est.
86++ Punti.
– TOKAJ 6 PUTNOVY 2019, CHATEAU GRAND BARI (SLOVACCHIA): arriva generoso, come un amico un po’ sbronzo alle tre di notte, straparlando di miele, albicocca matura che gioca a fare la padrona di casa, arancia e caramello, con pesca e mandarino che fanno capoccella da dietro il sipario.
Non è timido, non è etereo, è presente.
Profuma di pasticceria vecchio stile, di dispensa di nonna che “non butta via niente” e, mentre sottolinea un tocco di propoli sorprende con una menta che rinfresca e pareggia le dolcezze.
Il sorso è dolce, oh se è dolce! ma l’importante acidità lo salva dall’orribile da quel destino orribile di “sciroppo da supermercato”.
Delicato si ma con spina dorsale, a raccontare di albicocche candite e crema alla vaniglia, con un finale lungo che continua a ronzarti in testa come una zanzara ubriaca.
Non stanca subito, anzi, ti invita a un secondo giro…e un terzo…poi ti ritrovi a fissare la bottiglia mezza vuota chiedendoti dove siano finite le ultime due ore.
Un vino che non chiede scusa per essere dolce, che ha zuccheri ma soprattutto carattere.
Non so se si meriti una canzone ma penso non stonerebbe vicino a un To https://maisoncastel.wine/en/m Waits in modalità ubriaco-poeta o a una Amy Winehouse che Vi ricorda quanto sia bello rovinarsi con stile.
88 Punti.
– JURANÇON DOUX ATC “LES AMOURS DE LA REINE” 2022, CASTEL (FRANCIA): naso intenso di ananas confit, miele, mela cotogna, note di albicocca e un velo di spezie dolci tipo cannella.
C’è aromaticità, c’è frutta esotica, c’è quel profumo da “dolce delle grandi occasioni”…
Non è timido, anzi: si fa sentire.
Peccato manchi quel guizzo minerale o quel lato più selvatico che hanno i Jurançon dei piccoli produttori.
Qui è tutto un po’ troppo educato, quasi fosse una dama che ha preso lezioni di bon ton.
Dolce ma non stucchevole grazie a un’acidità che fa il suo compitino e niente di più.
Ci trovate frutta gialla matura, miele, tocchi di agrumi canditi e una cremosità vanigliata sul finale.
È piacevole, bilanciato, di buona persistenza.
Si beve senza fatica e magari ne assaggi un altro goccio.
Si, ti lascia soddisfatto, è educato, corretto, democratico ma…manca di azzardo.
Beh, se speravate in uno “Jurançon” che con un’imboscata di acidità Vi salvasse dalla morte per zucchero…qui siete di fronte a una bottiglia che gioca a fare la seduttrice di corte ma resta… damigella.
84+ Punti (forse).
p.s. per emozioni e Territorio da pianto, andate dai piccoli vigneron.
– DR PORT WHITE 20 YEARS OLD (BOTTLED 2021), QUINTA DA LEVANDEIRA DO RONCÃO (PORTOGALLO): già il colore ti fa capire (e il naso conferma) che non sarà una passeggiata.
Intenso e complesso, un groviglio di vaniglia, cannella, mandorle caramellate, frutta tropicale candita, tostature di caffè, miele e un tocco di resine esotiche sovrastate da un alcol poco incline ai modi educati.
C’è profondità, evoluzione, quel tocco ossidativo che sa di tempo e non di oblio.
Certo non è timido
In bocca la dolcezza è importante ma comunque misurata e tenuta a bada da una coerente acidità mentre il sorso ripropone quanto apprezzato dal naso soffermandosi un po’ sulla nocciola tostata e sugli anacardi salati.
Certo avrebbe spessore, carattere e una lunghezza che racconta dei vent’anni di affinamento ma…
quell’alcol!
Peccato.
81+ Punti.
– KOIMANDARIA PDO “ST. JOHN COMMANDARIA” 1984, KEO (CIPRO): il colore…quel mogano scuro che ti conduce su un sentiero olfattivo fatto di fichi secchi, caffè, cioccolato fondente, noci, caramello bruciato, spezie dolci, kumquat e quel tono ossidativo che solo i vini che hanno visto Reagan alla Casa Bianca possono permettersi.
Non è fresco, è profondo.
Non è fruttato, è evoluto.
Un bouquet che sa di dispensa antica, di chiesa ortodossa e di nonno che nascondeva la bottiglia buona.
Dolce si, ma con un’acidità residua che tiene botta come un vecchio guerriero.
Denso, forse sciropposo ma non stucchevole, a tirar fuori note di dattero, cioccolato amaro, caffè, frutta secca, caramello e una mineralità terrosa che, nel lungo finale, ti ricorda che questo vino è nato su un’isola rocciosa in mezzo al Mediterraneo.
Un fossile dolce fatto con uve (Mavro e Xynisteri) appassite al sole di Cipro secondo metodi che odorano di Bibbia e Crociate.
Non è perfetto (la freschezza china un po’ la testa sotto il peso degli anni) ma è comunque un pezzo di storia liquida.
88 Punti, forse di più.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE agli Organizzatori per avermi voluto ospitare a un Evento ormai tra i più attesi tra quelli che compongono il vasto panorama romano, grazie a Marco Sciarrini per la conduzione di una interessantissima masterclass e grazie anche a Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto.
È stata una gran bella serata, appuntamento al 2027 per la 34a Edizione!
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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29 Luglio, 2026
Wines Experience & Fine Food arriva a Città del Messico: nuove opportunità per le eccellenze enogastronomiche italiane
Il 5 e 6 novembre 2026 Expo Santa Fe ospiterà la prima edizione messicana di Wines Experience & Fine Food. Un progetto internazionale pensato per favorire l’incontro tra produttori italiani e buyer latino-americani, con il sostegno di ITA-ICE (Italian Trade Agency), la partecipazione di Italia del Vino e la presenza di Decanter e Gambero Rosso.
Wines Experience & Fine Food approda a Città del Messico con un nuovo appuntamento dedicato alle aziende italiane interessate a sviluppare la propria presenza in uno dei mercati più dinamici dell’America Latina. L’evento si terrà il 5 e 6 novembre 2026 presso Expo Santa Fe e coinvolgerà importatori, distributori, operatori dell’ospitalità e professionisti del food & beverage.
Con oltre 130 milioni di abitanti, importazioni di vino pari a 315 milioni di dollari e un consumo pro capite cresciuto del 60% negli ultimi quindici anni, il Messico offre interessanti prospettive di sviluppo per i produttori italiani. Le importazioni coprono oltre il 70% del consumo nazionale e l’Italia figura già tra i principali fornitori. Il valore del comparto vinicolo messicano potrebbe inoltre raggiungere 6,6 miliardi di dollari entro il 2030.
La manifestazione riunirà circa 130 aziende espositrici con oltre 1.000 etichette in degustazione e più di 1.000 operatori internazionali.
Wines Experience è un format internazionale ideato da Fiere Italiane SEA in collaborazione con BolognaFiere. Nato per costruire una piattaforma globale dedicata al vino e all’eccellenza enogastronomica, il progetto punta a connettere le aziende italiane con i mercati a maggiore potenziale attraverso un modello fieristico innovativo e orientato al business.
La tappa messicana arriva dopo il successo delle precedenti edizioni di Londra, che ha riunito oltre 170 espositori italiani e 1.200 professionisti, e di Ho Chi Minh City, con 70 espositori e 550 buyer internazionali.
Il format propone un approccio alternativo rispetto alle fiere tradizionali, privilegiando la qualità degli incontri attraverso lounge aperte, spazi condivisi e aree pensate per favorire un confronto diretto tra aziende e operatori professionali.
Il programma comprenderà masterclass, seminari, degustazioni guidate e la Blind Tasting Area, uno spazio di degustazione anonima che consentirà alle aziende di raccogliere dati e insight sul posizionamento dei propri vini. Torneranno inoltre i Market Shapers Awards, il riconoscimento dedicato alle aziende, ai professionisti e alle organizzazioni che mirano alla crescita del food & beverage italiano nei mercati internazionali.
A rafforzare il progetto contribuiranno anche le collaborazioni con Decanter e Gambero Rosso, orientate ad accrescere la visibilità internazionale della manifestazione e il coinvolgimento della stampa specializzata.
L’iniziativa potrà contare sul sostegno di ITA-ICE (Italian Trade Agency), che sarà presente con una collettiva di aziende, e sulla partecipazione di Italia del Vino, che riunirà alcune delle principali cantine.
L’edizione di Città del Messico segna inoltre una più decisa apertura verso il fine food. Prodotti gourmet, ingredienti di alta qualità e specialità territoriali affiancheranno il vino, ampliando le occasioni di networking, in una rappresentazione più completa delle eccellenze enogastronomiche italiane.
Dopo Città del Messico, il calendario internazionale di Wines Experience proseguirà anche il prossimo anno con il ritorno a Ho Chi Minh City il 19 e 20 maggio 2027 e a Londra il 4 e 5 ottobre 2027, confermando la volontà di costruire una piattaforma internazionale stabile al servizio delle imprese.
Per saperne di più: https://winesexperience.com/
United Experience
United Experience è una società internazionale dedicata alla creazione di eventi, progetti di comunicazione e contenuti multimediali. Attraverso un approccio innovativo e integrato, unisce competenze creative e organizzative per accompagnare aziende e istituzioni in percorsi di valorizzazione e storytelling contemporaneo. Con sedi operative negli Stati Uniti e in Italia, la società collabora stabilmente con BolognaFiere nello sviluppo di nuove progettualità fieristiche e iniziative di respiro globale.
La Redazione
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29 Luglio, 2026
Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta
Sopra Montecorice, con lo sguardo sul mare del Cilento, Gianlorenzo Scola ha trasformato un uliveto di famiglia in Squasaria, un’osteria intima dove cucina, memoria e accoglienza si incontrano. Un luogo di pace in cui sedersi significa, prima di tutto, ritrovare il tempo.
La prima cosa che ricordo di Squasarìa non è un piatto. Non è nemmeno il vino. Non è la sala, non è la cucina a vista, non è Luciano che si muove tra i tavoli con quella sicurezza gentile di chi non serve semplicemente, ma accompagna. La prima cosa che ricordo è la luce. Quella luce strana che il mare restituisce quando la sera ha ormai deciso di diventare notte e la luna, senza chiedere permesso, comincia a mettere ordine nel buio. Da Montecorice lo sguardo scivola verso Acciaroli, accarezza il golfo, si perde in quella linea in cui l’acqua e il cielo sembrano avere fatto pace dopo una lunga discussione. E allora ti accorgi che stai seduto a un tavolo e non hai nessuna voglia di alzarti. Che non stai solo mangiando. Stai abitando un momento.
Il golfo, da qui, si guadagna in salita. Tornanti che si arrampicano tra ulivi secolari e muretti a secco, l’asfalto che si restringe fino a sembrare un errore del navigatore. Poi Montecorice si rovescia sotto i piedi tutto in una volta. Occorre andare oltre, ancora più su per poi svoltare in una stradina sterrata che si immerge tra gli olivi. Fino a trovare Squasarìa.
Mi è venuto in mente Nuovo Cinema Paradiso, non so bene perché. Forse per quella malinconia buona che hanno certi luoghi del Sud quando non cercano di sedurti ma finiscono per farlo lo stesso. Forse perché in alcuni posti sembra di sentire ancora le voci di chi li ha immaginati prima di costruirli. O forse perché Squasaria, come il cinema di Tornatore, appartiene a quella categoria rara di cose che sanno essere popolari senza diventare volgari, sentimentali senza diventare stucchevoli, semplici senza diventare banali. In fondo la semplicità, quando è vera, è la più difficile delle architetture.
Gianlorenzo Scola non ha aperto un ristorante.
Questa è la prima bugia che bisogna togliere dal tavolo. Lui ha costruito un posto di pace. Lo dice lui stesso, quasi senza enfasi, quasi con pudore:
Io volevo aprire un posto di pace.
La cosa sorprendente è che non è una frase preparata per il giornalista. Sapete, di quelle buone per una brochure o per un sito internet. Sembra piuttosto il residuo fedele di un pensiero antico, qualcosa che gli è rimasto addosso per anni mentre saliva su quella collina con i suoi cani e guardava il paese da lontano.
Mi affascinava l’idea di avere il paese a portata di mano e allo stesso tempo starci fuori. Vederlo, ma distaccarmi.
Una frase che racconta Gianlorenzo molto prima della sua cucina.
Montecorice non è uno un paese sullo sfondo. È parte integrante della sua biografia. Il padre era di qui, la madre veniva da Scala, in Costiera Amalfitana. Un paese antico e verticale che guarda Ravello come se custodisse un segreto più vecchio del mare. Padre impiegato alle Poste, madre insegnante di lettere. Una famiglia normale, verrebbe da dire. Come se normale non fosse una parola sempre un po’ ingiusta. Le famiglie normali non esistono.
Esistono famiglie che custodiscono silenzi, gesti, paure, educazioni sentimentali. Esistono tavole attorno alle quali si impara senza saperlo. Da bambino Gianlorenzo non cresce dentro una dinastia di ristoratori, non eredita un mestiere già apparecchiato, non ha davanti una strada tracciata. Eppure qualcosa, da qualche parte, lavorava.
Il nonno paterno era conosciuto nel Cilento antico come dolciere. Non pasticciere. Dolciere. Parola meravigliosa, quasi perduta, di quelle che andrebbero protette come si proteggono certe varietà antiche di grano o certe viti dimenticate sui terrazzamenti.
Si chiamava il dolciere a casa della sposa e lui restava lì tre o quattro giorni. Portava le attrezzature e preparava i dolci per il matrimonio.
Qui, in questa frase, c’è un mondo. Il matrimonio prima delle wedding planner, prima delle bomboniere coordinate con il colore dei tovaglioli, prima delle fotografie tutte uguali, prima dell’ansia da perfezione. Il dolciere arrivava a casa e trasformava l’attesa in profumo. Farina, zucchero, mandorle, mani, tempo. Quello vero. Quello che oggi diciamo di non avere più mentre lo sprechiamo in mille inutilità luminose.
Forse qualcosa di quel mestiere antico gli è rimasto dentro senza che lui lo sapesse. Forse il gesto di fare da mangiare agli altri, di preparare qualcosa perché una giornata diventi memoria, arriva da lontano. Un paese ci vuole in fondo e non basta averlo sulla carta d’identità. Bisogna portarselo dentro come una febbre mite. Gianlorenzo il paese lo porta dentro anche quando dice di volerlo guardare da fuori, dalla distanza che gli permette di amarlo senza retorica.
Prima della cucina ci sono stati altri lavori.
Il bar, la pescheria, il bed and breakfast di famiglia. Sei camere, le colazioni del mattino, gli ospiti seduti a tavola non davanti a prodotti imbustati o confezionati ma a dolci preparati giorno per giorno.
Le colazioni diventavano un momento di condivisione. Gli ospiti facevano amicizia tra loro, era quasi un appuntamento.
Forse nasce qui, senza volerlo e saperlo, la prima forma di Squasarìa. Non ancora ristorante, non ancora osteria, non ancora cucina a vista. Già una tavola attorno alla quale le persone non sono clienti. Sono presenze. Parte integrante del tutto. L’ospitalità non è procedura e accogliere non vuol dire sistemare qualcuno in una stanza o farlo sedere a mangiare. È invece creare le condizioni perché quella persona si senta meno straniera.
Poi ci sono i cani e anche questa potrebbe sembrare una deviazione che invece non è. Gianlorenzo ha amato (anzi ama) il cane Corso tanto da essere cinofilo serio, giudice della razza, persino negli Stati Uniti, nel 2015, all’Extravaganza, uno show nazionale con oltre duecento cani. Una passione che porta con se disciplina, osservazione, rispetto del carattere, capacità di leggere ciò che non passa dalle parole. Tutte cose che tornano, paradossalmente, anche nella sua cucina e nel suo modo di stare con gli ospiti. Il cane lo guardi, lo capisci, lo accompagni. Non puoi mentirgli. Forse non puoi mentire nemmeno ad un cliente seduto davanti a te se hai deciso che la tua osteria deve essere una casa.
Su quella collina Gianlorenzo saliva con i cani.
Allora non c’era nulla. Solo una proprietà di famiglia, un uliveto, il paese davanti e il mare più giù.
Venivo spesso qui e ci rimanevo tantissimo tempo. Guardavo. Non lo so, mi affascinava.
A volte le vocazioni non arrivano come fulmini e non hanno il rumore delle rivelazioni. Somigliano di più ad una goccia che insiste nello stesso punto finché scava la pietra. Per dieci anni l’idea di Squasaria è rimasta lì, a lavorargli dentro. Non voleva il classico locale sul mare, non il posto di passaggio dove entra la massa, non l’ennesima insegna sul marciapiede.
Io volevo un posto dove poter creare una cosa nel tempo, piano piano, che mi rappresentasse.
Squasarìa non è sul mare, ma lo guarda. Non cerca la folla, lascia che sia il passaparola a fare il suo mestiere. Non urla, chiama. Soprattutto, accoglie.
La cucina a vista dice molto di lui senza essere un vezzo estetico o la moda del momento. Nemmeno l’ennesima scenografia da ristorazione contemporanea.
Volevo una cucina dove si vedesse tutto. Non un buco da dove escono i piatti. Un vetro, così stiamo insieme.
È come se Gianlorenzo non volesse nascondersi dietro il mestiere per condividere il gesto. Non è teatro, perché il teatro prevede una separazione netta tra scena e platea. È più simile a certe case di una volta, quando la cucina era il centro morale dell’abitazione e tutti, prima o poi, passavano da lì. La nonna che cucinava e portava in tavola chiedendoti di andare a prendere qualcosa.
Una cucina che lui stesso ha disegnato. Sessanta fogli, metrature, spazi, percorsi, frigoriferi piazzati e ripensati, fasi di lavoro studiate una a una. La tenera ostinazione di un ragazzo che si mette a progettare la cucina senza essere ancora davvero cuoco nel senso canonico del termine. Ma forse è proprio qui che sta la forza. Gianlorenzo non arriva da una scuola alberghiera, non arriva da anni di brigata sotto chef celebri, non arriva da quella grammatica militare della ristorazione che spesso produce ottimi professionisti e qualche prigioniero. Arriva dalla curiosità. E la curiosità, quando è vera, è una forma di intelligenza affamata.
Io sono una persona molto curiosa. Non passa un giorno in cui non guardo qualcosa che tratti tecniche di cucina, anche se poi magari non le metterò in pratica.
Studia cotture, pesci, padelle, sottovuoto, bassa temperatura. Studia perché ha capito che rispettare un prodotto non significa lasciarlo lì sperando che faccia tutto da solo. Il rispetto non è ignoranza travestita da purezza. Il rispetto richiede competenza.
Un merluzzo, una triglia, possono essere più o meno grandi, più o meno giovani, più o meno sodi. Il tempo e la temperatura non sono sempre uguali.
La semplicità non è togliere a caso. È sapere esattamente cosa non fare.
Il padre cucinava il pesce. La madre era bravissima con le cose di casa. Pasta al forno, parmigiane. Quei piatti che spesso sono la grammatica affettiva delle madri. Il pesce, però, era un territorio paterno.
Mio padre era abbastanza maniacale su queste cose.
Quando però il padre viene a mancare Gianlorenzo ha poco più di vent’anni. Una perdita che torna come un basso continuo. Torna quando parla del pesce. Torna quando parla del presente. Torna quando dice che la vita non andrebbe programmata troppo.
Quando perdi un papà che hai poco più di vent’anni, la tua mente inizia ad andare in una direzione diversa. Io penso quasi ogni giorno come se fosse l’ultimo.
Chi pensa che sia una frase buttata li, sbaglia di grosso. È, purtroppo, semplicemente una ferita diventata filosofia.
Non pensate al patetismo perché non è il caso. Gianlorenzo non usa il dolore come carburante retorico. Non si racconta come eroe. Anzi, spesso sembra quasi stupito di essere finito lì, dentro una cucina, a fare un mestiere così difficile.
Io volevo cucinare, ma non pensavo di avere le capacità.
Poi succede una cosa che nei romanzi chiameremmo svolta narrativa e nella vita chiamiamo problema. Gianlorenzo apre il locale e le persone prese in cucina all’inizio se ne vanno dopo pochi giorni. Fine agosto. Il momento peggiore. Resta solo.
Mi sono buttato in cucina. Ho iniziato a sfilettare pesci. Scrivevo su internet: ragazzi, io sono solo, se qualcuno vuole venire a lavorare sono qua.
Potrebbe esserci una musica di sottofondo in questa scena che sembra un film. Magari un Paolo Conte lento, una notte pesante, il frigo pieno, i clienti che arrivano, il panico che bussa ma non può entrare perché non c’è tempo nemmeno per aprirgli.
È stato un bruttissimo periodo, però lo ringrazio.
Molti di noi diventano davvero se stessi quando non hanno più nessuno dietro cui nascondersi. Se le cose fossero andate bene, forse Gianlorenzo avrebbe continuato a fare l’imprenditore con altri in cucina. Avrebbe gestito, organizzato, magari guadagnato. Invece la crisi lo costringe a entrare nella stanza più calda del suo sogno. Da lì esce cuoco. Non per diploma ma per necessità, studio, errori, ostinazione. La necessità aguzza l’ingegno, certo. Ma qualche volta fa di più: ti prende per le spalle e ti dice chi sei.
A Squasarìa il menù non è l’esecuzione di un piano immobile.
È la conseguenza di quello che accade. Nell’orto, nel mare, nella stagione, nella testa di Gianlorenzo.
Per strada ti fermi e vedi che ha il contadino. Compri quei pomodorini come avresti potuto fare tu. Non vado a comprare la zucchina a febbraio. Sarebbe stupido.
hAnche la pesca decide. Se è periodo di crostacei, si cucinano crostacei. Se arrivano i totani, si cucinano totani. Se i totani finiscono, il piatto cambia. Tutto molto semplice, si direbbe. Ma la semplicità, di nuovo, non è banalità. È obbedienza intelligente alla realtà.
Lui la chiama cucina a chilometro buono. Non zero. Buono. La voglio brevettare questa espressione. Anzi no. Perché le cose belle perdono qualcosa quando diventano slogan. Però è una definizione perfetta. Il chilometro zero è diventato spesso una bandierina da piantare sul menù, una specie di assoluzione preventiva. Ma la vicinanza non garantisce la qualità.
Non è detto che quello zero sia buono.
Ecco la verità. Meglio un olio eccellente un po’ più in là che un prodotto mediocre sotto casa. Meglio il buono del dogma. Meglio la qualità dell’ideologia. In un tempo in cui tutti cercano formule facili per sentirsi dalla parte giusta della storia, Gianlorenzo rimette al centro il discernimento. Scegliere. Assaggiare. Conoscere. Fidarsi di chi lavora bene.
Il Cilento, in questo, gli offre una materia enorme. Olio extravergine, ortaggi, pesce, olive ammaccate, aziende agricole cresciute tantissimo negli ultimi anni, una filiera che non ha bisogno di travestirsi per risultare interessante.
Il Cilento in questo momento è incredibile. Ci sono aziende che fanno prodotti di altissimo livello.
Mi piace quando lo dice perché non suona come campanilismo. Non è “qui siamo i migliori”. È piuttosto la gratitudine di uno che si accorge di vivere in un territorio generoso e decide di non tradirlo.
I piatti che arrivano a tavola hanno questa stessa natura.
Sono pensati, ma non ragionati fino a perdere il sangue. Hanno una loro precisione, ma conservano spontaneità. Spontaneo non significa improvvisato male. Spontaneo significa che il piatto non sembra costruito per impressionare qualcuno con la pinzetta in mano e il sopracciglio alzato. Significa che la tecnica non fa rumore. Che l’idea arriva senza bisogno di mettersi in posa. Gianlorenzo racconta dei fiori di zucca e improvvisamente siamo dentro una cucina domestica, dentro un ricordo del padre, dentro l’orto.
Quando iniziavano a uscire i fiori di zucca ce n’erano cento. Non potevi fare sempre cose fritte. Allora si sbollentavano e si condivano con sale, olio e limone.
Tre o quattro minuti, acqua senza sale per non farli scurire, poi raffreddati e conditi. Niente di più semplice. Mettete quei fiori accanto a delle verdure grigliate e a un tentacolo di polpo. La brace, la sapidità, il limone che contrasta il fumo. Ed ecco che la memoria diventa piatto senza smettere di essere memoria.
Non si trasforma il ricordo in museo. Molti piatti della tradizione vengono trattati come reliquie, intoccabili, imbalsamate, quasi morte. Gianlorenzo invece sembra fare un’altra cosa. Prende il ricordo, lo ascolta, poi lo mette in movimento. Fa vita. E la vita, per fortuna, non resta mai ferma. Nessuna velleità di essere un grande chef, di quelli che aprono strade, indicano possibilità. Ognuno deve trovare la propria misura. La sua, oggi, è quella di un’osteria con pochi coperti, un menù che si muove, un rapporto diretto con il cliente e una voglia quasi testarda di far stare bene chi arriva.
Ecco che entra in scena Luciano.
Non come personaggio secondario, ma come parte essenziale dell’equilibrio. Gianlorenzo sta dentro, Luciano fuori. Uno cucina, l’altro accoglie.
Siamo perfettamente equilibrati. Se non avessi Luciano sarei in difficoltà.
Lo si percepisce. Ci sono servizi formalmente impeccabili che non lasciano nulla. E poi ci sono persone che hanno la qualità rara di non invadere e non sparire. Luciano è di questa seconda categoria. Ti accompagna senza occupare la scena, ti fa sentire seguito senza farti sentire controllato. In posti come Squasaria la sala non è un reparto. È parte del racconto.
Il racconto, però, non funziona se tradisci le aspettative. Gianlorenzo questo lo ha capito molto bene. Il suo posto non è per tutti, e non perché sia esclusivo nel senso più antipatico del termine. Non è per tutti perché ogni luogo serio ha una propria identità.
Non tutti i posti devono necessariamente essere adatti a qualsiasi tipo di clientela.
Siamo abituati a vedere attività che tentano disperatamente di piacere a chiunque finendo per non appartenere a nessuno. Squasaria invece sceglie. Se in una sera ci sono coppie che cercano silenzio, intimità, atmosfera non può esserci anche una tavolata numerosa. Qualcosa potrebbe rompersi. Non per colpa di qualcuno. Semplicemente perché le energie cambiano. E allora preferisce dirlo prima.
Se una coppia mi chiama e ho una tavolata, glielo dico. Preferisco che vengano un’altra sera piuttosto che tradire l’aspettativa.
È come resistere e oggi resistere significa spesso sottrarre. Non mettere un secondo turno. Non riempire ogni centimetro. Non trasformare la cena in una catena di montaggio elegante.
Nel prezzo del biglietto ci ho messo anche il tempo. Se vuoi stare tre ore e mezza, quattro ore, stai. Hai il parcheggio, l’aria fresca, il tavolo, il mare, la sera. Nessuno ti spinge via.
Sembra poco. È moltissimo. Perché la ristorazione contemporanea, in molti casi, ha imparato a essere efficiente dimenticandosi di essere ospitale. Squasarìafa il percorso opposto. Preferisce essere ricordata piuttosto che ottimizzata.
E qui torno a quella sera.
Alla luna sul golfo. Ai piatti arrivati con una naturalezza quasi disarmante. Prodotti a chilometro buono, appunto. Non zero per forza. Buono. Piatti intensi come i sapori del Cilento, spontanei come Bernardino e Silvia che mi hanno fatto scoprire Squasaria e Gianlorenzo aprendo una stanza intera della loro anima. Piatti semplici ma non sciatti, pensati ma non imprigionati nel pensiero, netti, veri, pieni di quella generosità misurata che ti fa capire quando una cucina non sta cercando di essere altro da sé. L’atmosfera funziona, il servizio funziona, la vista funziona. Ma “funziona” è un verbo povero. Dovremmo inventarne un altro per quei luoghi in cui tutto trova una specie di accordo segreto.
Perché Squasarìa non è soltanto bella. Bella è una parola insufficiente. Bella può essere una cartolina. Squasarìa ha qualcosa di più raro: una coerenza emotiva. Quello che mangi, quello che vedi, il modo in cui vieni accolto, la storia di chi ha costruito il posto, il nome stesso dell’osteria, tutto sembra appartenere alla stessa frase. E quando un luogo riesce a essere una frase compiuta, il corpo lo sente prima della testa.
Il nome merita un capitolo a parte, anche se questo non vuole essere un articolo a capitoli. Squasarìanasce da una parola del Cilento, “squaso”, o “squasi”, legata al fare, al fare moine, capricci, esagerazioni, atteggiamenti un po’ teatrali. Una parola difficilissima da tradurre, perché certe parole dialettali non significano soltanto qualcosa: portano dentro un modo di guardare il mondo. Poi arriva la madre di Gianlorenzo, con il suo accento della Costiera Amalfitana, e trasforma quel termine in “Squasarìa”.
Lo diceva mia madre. Io pensavo fosse un termine suo, poi ho scoperto che l’aveva preso da qui e trasformato.
È bellissimo. Una parola cilentana passata attraverso una voce di Scala e diventata nome di un’osteria sopra Montecorice. Più identità di così è difficile immaginarla. Non quella identità rigida, da cartello turistico. Un’identità viva, contaminata, familiare.
In un mondo di squasi, Squasarìa.
La frase è sua e dentro c’è tutto. Viviamo davvero in un mondo di squasi. Tutti impegnati a mostrare la versione migliore, lucidissima, ritoccata, felice, vincente. Tutti sorridenti nelle foto. Tutti performanti. Tutti in viaggio, tutti a cena, tutti innamorati, tutti realizzati. Poi magari chiudiamo il telefono e non sappiamo cosa farcene del silenzio. Squasarìa, invece, sembra nascere proprio come antidoto a questa recita collettiva. Un posto dove non devi dimostrare nulla. Ti siedi. Guardi. Mangi. Parli. Oppure taci. Che poi il lusso vero, in certi momenti, è proprio poter tacere senza sentirsi in imbarazzo.
Gianlorenzo non fa squasi quando cucina.
Non cerca effetti speciali inutili. Non vuole stupire l’ospite a tutti i costi. Vuole rassicurarlo senza offrigli cose prevedibili. Vuole fargli sentire che dietro ogni piatto c’è qualcuno che ha pensato a lui.
Oggi il cliente vuole essere rassicurato dalla persona.
Recensioni compulsive, menù consultati prima ancora di partire, foto viste e riviste, aspettative costruite online e spesso distrutte dal vivo. Il cliente ha bisogno di fidarsi. Non solo del piatto. Della persona che glielo mette davanti. Ha bisogno di sentire che qualcuno si è preso una responsabilità.
Forse è per questo che Gianlorenzo ascolta. Anche le critiche.
Molti consigli mi sono venuti dai clienti. Magari all’inizio ci rimani male, poi dopo qualche ora ci pensi e dici: forse aveva ragione.
Una forma rara di maturità. Perché chi ha costruito un luogo con tanta fatica potrebbe difenderlo da tutto e da tutti. Invece lui no. Ci rimane male, certo. È umano. Poi riflette. Se il cliente dà un consiglio, spesso lo fa perché si è trovato bene e vorrebbe tornare trovandosi ancora meglio. Dentro questa disponibilità c’è la differenza tra orgoglio e vanità. L’orgoglio costruisce. La vanità si offende.
Gianlorenzo non parla di espansioni furiose, format replicabili, consulenze, aperture in città. Parla di mantenere lo stile, magari ampliare la proposta, trovare una persona giusta per costruire un menù vegetariano alternativo, sistemare meglio l’esterno, rendere più comoda e accogliente la permanenza.
C’è ancora tanto da fare. Io ho fatto il possibile, l’indispensabile con il possibile.
Anche qui, nessuna posa. Sa che Squasarìa è già molto, ma non la considera finita. I luoghi vivi non sono mai finiti. Si aggiustano, respirano, cambiano come cambiano le persone che li abitano.
E poi ci sono i numeri. Ventisei, ventotto coperti. Pochi. Voluti.
Ho deciso di mantenere questi numeri. Chi viene non deve avere l’ansia del secondo turno.
La sua forza non sta nel volume, ma nel creare valore emotivo. In un posto così, il ricordo conta più della rotazione. E il ricordo nasce anche dal tempo che ti viene concesso. Dal fatto che nessuno ti guarda come un tavolo da liberare. Dal diritto, ormai quasi rivoluzionario, di restare.
Non so se Squasarìa entrerà mai in una grande guida con un simbolo importante accanto al nome. I riconoscimenti sono belli quando arrivano come conseguenza, pessimi quando diventano origine di ogni scelta. Una stella può illuminare un percorso, ma può anche bruciare gli occhi se la guardi troppo da vicino. Gianlorenzo, per ora, guarda il mare. E fa bene.
La cosa che resta, alla fine, non è solo la storia di un uomo diventato cuoco senza avere programmato davvero di diventarlo. Non è solo l’immagine del ragazzo che perde il padre e impara a cucinare il pesce anche per inseguire un sapore familiare. Non è solo il cinofilo che va in America a giudicare cani e poi torna sulla sua collina. Non è solo l’imprenditore che disegna una cucina su sessanta fogli. Non è solo il cuoco che studia ogni giorno e cambia menù seguendo l’orto e il mare. È l’insieme di tutte queste cose a fare di Gianlorenzo Scola un uomo che sembra avere accettato le proprie fragilità senza trasformarle in spettacolo. Che ha costruito qualcosa non per dimostrare ma per accogliere, che programma il lavoro e lascia alla vita la possibilità di sorprenderlo.
Forse è questa la vera lezione di Squasarìa. Dove tutto è definito, misurabile, replicabile, vendibile, esistono ancora luoghi che tengono per se una parte di mistero, di profondità. Qualcosa che non puoi spiegare del tutto anche se provi a scriverne. Io posso dire che si mangia bene, posso dire che i piatti sono ottimi nella loro semplicità, posso dire che il servizio è attento e familiare, posso dire che il panorama al tramonto e poi di notte, con la luna sul golfo da Montecorice ad Acciaroli, vale da solo il viaggio. Posso dire tutto questo, ma non basta.
Perché la cosa più importante non entra in una recensione, non si fotografa, non si mette in una guida. È quella sensazione precisa che ti prende quando sei seduto lì e capisci che potresti restare ancora. Un altro bicchiere. Un’altra parola. Un altro minuto a guardare il mare. Il tempo, per una volta, non ti sta inseguendo. Si è seduto anche lui. Ha ordinato qualcosa. E non vuole più andare via.
A Squasarìasuccede questo.
E non è poco.
PS Squasarìa è con l’accento sulla i
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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28 Luglio, 2026
La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione
Si potes Archiacis conviva recumbere lectis
nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5 (Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.) Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra. Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974 L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome. La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro. La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire. La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare. Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato. Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso. È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa. Un nome che racconta l’ospitalità Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie. La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5 (Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.) Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra. Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974 L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome. La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro. La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire. La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare. Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato. Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso. È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa. Un nome che racconta l’ospitalità Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie. La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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