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28 Luglio, 2026

Bodega Terramoll. L'atmosfera calda e rilassata di Formentera è l'essenza di questi vini

  Chi almeno una volta nella vita non ha sognato una vacanza dall’atmosfera calda e rilassata a  Formentera, magari assaggiando i vini prodotti in questa terra di mare? Forse, facendo un po’ invidia, ho fatto di più….l’ho scelta come meta estiva per le mie consuete working/holidays, che in quell’occasione sono durate due mesi! Fra “svitare” un Cloudy Bay e stappare un Whispering Angel ho trovato il tempo di visitare Bodega Teramoll, la storica azienda vinicola di Formentera. Le radici di Terramoll Siamo alla isole Baleari, Spagna. Per la precisione l’isola più meridionale, quella più arida, la più soleggiata. Bodega Terramoll è stata fondata nel 2000 ed è  situata sull’altopiano de La Mola a circa 200 m di altitudine, con circa 14 ettari di vigneti esposti ai venti salmastri del mare. E’ situata in un paesaggio rurale intatto dove la natura detta i tempi. Lentezza e silenzio dominano questo scorcio di Formentera, che si può scoprire solo salendo verso la Mola, l’antico faro dell’ isola, posto nel suo versante ad est e ad un’altitudine di 120 metri. Produzione biologica e rispetto del territorio Nel 2022, la cantina ha ricevuto il premio dall’ “Academia de Gastronomía” di Ibiza e Formentera come miglior prodotto locale sostenibile, segno tangibile dell’impegno e della coerenza nella produzione. Infatti Bodega Terramoll ha adottato da subito pratiche di agricoltura ecologica, utilizzando pochi solfiti e lieviti selezionati. La filosofia è quella di preservare l’integrità del terroir spagnolo-balearico. Tutti i vini hanno la menzione “Certificacion ECO”. Ogni fase, dalla raccolta manuale alle fermentazioni separate per vitigno, è controllata con rigore per ottenere risultati di elevata qualità. La scelta dei contenitori avviene rispettando quella che è la natura del vitigno, per questo viene diversificata tra acciaio, legno e anfore di terracotta. Varietà autoctone e antiche Tra le uve coltivate spiccano varietà storiche dell’isola, che vengono messe al centro della produzione per raccontare il carattere autentico di Formentera. Fra i vitigni troviamo Malvasia, Moscatel de grano menudo (o Moscatel Blanco, varietà molto antica che si pensa risalga all’epoca greca) e molti internazionali ma a farla da padrone è il Monastrell. Immune alla filossera ottocentesca grazie all’isolamento geografico, Formentera conserva ancora viti su piede franco, elemento chiave per vini puri e ricchi di personalità. Monastrell Il Monastrell (conosciuto come Mourvedre in Francia) è un vitigno a bacca nera, dalla buccia blu-nera molto spessa, adatto a sopportare i grandi periodi di siccità e il sole cocente dell’ isola, di cui ha bisogno per raggiungere una maturazione completa. La sua grande concentrazione in zuccheri fa si che ne risulti un vino molto alcolico. Il gusto ha sempre un’ aroma di more e mirtilli accompagnati da una piacevole sensazione dolce. La struttura di questa uva, che ha un’ acidità medio-bassa ma molto tannica e del vino che ne deriva,  consente lunghi invecchiamenti. Qui lo troviamo a piede franco  e le viti hanno un’ età media di 70 anni. I caratteristici Muretti Per tutta l’isola troviamo questi muretti che qui a Terramoll spiccano particolarmente, in contrasto con il rosso della terra e il verde vivo delle viti. Non solo “contorni” dell’isola, queste caratteristiche costruzioni, attribuite all’ epoca dei  Mori, servono a delimitare spazi e a proteggere le viti dal forte vento. Costruiti solo con l’ausilio di pietre locali abilmente sovrapposte, sono stati in grado di resistere per secoli ed ancora oggi sono un tratto distintivo dell’architettura autoctona. Il terreno rosso di Formentera Rosso mattone è il colore di questa terra ricca di minerali fra cui il ferro che in parte è il responsabile del colore. Argilla e calcare con residui di falesia completano la formazione, nelle zone agricole dedite alla coltivazione di vite, fichi  e ulivi. La macchia mediterranea ben si adatta, con pini marittimi e arbusti di rosmarino, timo, ginepro e lentisco. Il rosso intenso sembra quasi un fuoco, quasi a rimarcare la calura a cui sono sottoposte queste viti. Eppure la natura sa come preservarsi e anche in questa condizioni estreme la vite riesce nel suo intento: produrre ottima uva. Viticultura”En secano” A Formentera c’è un clima mediterraneo e secco, con temperature medie che  si aggirano intorno ai 30° nei mesi di giugno,luglio e agosto con una media giornaliera di 11 ore di sole. Piove poco, all’incirca si raggiungono 450 millimetri annui di pioggia. La brezza marina è costante e questo consente di avere un po’ di pace dal calore di Formentera, ma anche una buona ventilazione delle viti che permetterà di avere sempre  un’uva sana Con il termine “Secano” ci riferiamo a una viticoltura in siccità. Ed in quest’isola non potrebbe essere altrimenti. L’irrigazione artificiale non viene mai effettuata per cui si cerca di adoperare altri stratagemmi per consentire la sopravvivenza alla vite. Le viti vengono distanziate maggiormente per non competere per le scarse risorse idriche e potate in modo da limitare la produzione fogliare, riducendo così la dispersione d’acqua per traspirazione. I grappoli risultano più piccoli e con bucce più spesse, ideali per la produzione di vini strutturati, longevi e con una spiccata espressione del terroir. Vulnerabilità: Sebbene ideale per la qualità, nei periodi di prolungata siccità estiva la pianta può subire stress idrici estremi, gestibili solo con interventi mirati di irrigazione di soccorso, che qui non viene praticata. Il risultato sono uve molto concentrate che esprimeranno al meglio i sentori propri dell’uva e le caratteristiche della terra di Formentera. La mia visita risale al 2024, per cui troverete le foto delle vecchie etichette. Ho aspettato a scrivere di Terramoll finché mi è venuta la nostalgia…per vedere le nuove, non mi resta che ritornarci! Il vino essenza di Formentera “La Savina” , Blanco Joven. Vino de la Tierra de Formentera. Viognier, Garnacha blanca, Malvasia, Moscatel de grano menudo. ‘Lo dice il nome stesso. “La Savina”, il porto, la zona che più rappresenta l’isola. E quando arrivi a questo porto in particolare sono tre le cose che colpiscono: mare, sole, luce. I tre elementi che su Formentera sono come enfatizzati e rendono unica l’atmosfera dell’isola.Questo bianco dal colore giallo paglierino con riflessi verdolini, ci fa vedere già nel calice i riflessi del mare di Formentera.Fresco dalla freschezza marina, sapido e con un buon retrogusto fruttato,risulta un vino molto identitario di una terra di mare, da bere in aperitivo o in abbinamento a frutti di mare. A ccompagnerà tutta la giornata in spiaggia Ses Salines di Formentera Il Re dell’ Isola: “Es Monestir” 2018. Tinto monovarietal con crianza.  Vino de la Tierra de Formentera, Monastrell de “pie franco”, 14%, produzione limitata 12 mesi in barrique nuove di rovere francese di Allier e un anno in bottiglia. Rosso granato di media intensità, con un naso già evoluto in note di cuoio e liquerizia, dal sottobosco marcato, con una buona acidità e un tannino fine, dal finale di frutta matura e note balsamiche. Sull’ isola si usa molto cucinare i “bullit de pescado”, zuppe dal sapore intenso e di buona consistenza. Suonerà strano questo abbinamento ma con la sapidità propria di questi vini,a nche questo rosso si abbina perfettamente. La Chicca: “Vermut Es Calo Illes Pitiuses” Vermut Blanco de elaboracion artesanal. Il vino base è prodotto con le uve dei vigneti a La Mola. Al vino bse viene aggiunto mosto per aumentarne la dolcezza, Un’ attenta selezione di erbe aromatiche il cui protagonista è l’assenzio resta a macerare nel vino base fino ad ottenere il sapore desiderato. Con l’ aggiunta di una parte di alcool diventa una bevanda dal gusto armonico e rotondo, lievemente amaricante e molto dissetante se servita in mixing con altre bibite. Dal sapore delle erbe mediterranee è perfetto servito ghiacciato. Da bere al tramonto al faro di Formentera.   La Sorpresa: “LLIRI”,Bianco naturalmente dulce, Vino de la tierra de Formentera Garnacha blanca, Viognier, Malvasia y Moscatel de grano menudo Gradazione13,5% Vendemmia manuale tardiva alla fine di Settembre, sur maturazione sulle piante. Sorprende per il naso fine non stucchevole e per la corrispondenza gusto olfattiva. Il colore dorato pallido richiama al naso note di pesca bianca e floreali di gelsomino. La dolce nocciola accompagna il palato smussando con gentilezza la grande salinità di questo vino! Sul fondo, note minerali e di frutta tropicale appena accennata lo rendono goloso e carnoso e la danza di tutte queste note, perfettamente in armonia con l’acidità, ne fanno un vino molto elegante nel suo genere! Lo scelgo perché sa del mare e del vento di Formentera, isola che ho scelto come meta work/holiday per questa estate! E con la libertà che qui si respira mi sento libera di abbinarlo a una dozzina o più di ostriche! Con la fantasia immagino che la persistente salinità del vino si possa sposare bene alle note iodate delle ostriche, la freschezza e l’acidità possano bilanciarne la vena sapida e il frutto croccante possa evitare quel fastidioso sentore metallico che a volte si avverte con un vino non ben abbinato al mollusco!! Il tutto in totale libertà, così come si addice all’isola….. unica regola…….servito molto fresco! Che ne pensi di questa atmosfera calda e rilassata? Formentera e i suoi vini dall’essenza isolana vi aspettano per un tramonto salino davvero indimenticabile! Valeria Valdata – Riccio Viticcio
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Associazione Insieme per la vita. Nave Palinuro, 1° Luglio 2026 Arrow Right Top Bg

27 Luglio, 2026

Associazione Insieme per la vita. Nave Palinuro, 1° Luglio 2026

    Quarantuno Anni di “Insieme per la Vita”: Una grande Famiglia e la Beneficenza che non ammaina mai la bandiera Nave Palinuro, da oltre trent’anni ospita un rito che si rinnova puntuale ogni estate: l’incontro tra la Marina Militare Italiana e l’Associazione “Insieme per la Vita” ODV di Livorno, che sale a bordo per raccontare un altro anno di impegno accanto ai bambini malati e alle loro famiglie. Mercoledì 1° luglio 2026 quella tradizione ha celebrato i quarantuno anni di un’associazione nata dal dolore più grande e trasformata nel tempo in una rete solida di cura, gratitudine e amicizia. La nave palinuro: cenni storici La Palinuro è un pezzo di storia navigante. Varata in Francia nel 1934 con il nome di “Commandant Louis Richard”, fu acquistata dall’Italia negli anni Cinquanta e sottoposta a un’importante opera di ammodernamento. Dal 1955 affianca ininterrottamente Nave Vespucci nella formazione dei giovani della Marina Militare. Nave  Vespucci forma gli allievi ufficiali, la Palinuro forma gli allievi sottufficiali, in particolare i nocchieri, la categoria specializzata nella manovra delle vele. A bordo vivono e lavorano circa ottanta persone, un numero che in questi giorni si è arricchito degli allievi dell’ANMI, la Lega Navale, ragazzi tra i sedici e i venticinque anni che condividono con l’equipaggio una tappa di navigazione di due settimane. La nave conserva l’impianto delle imbarcazioni d’epoca ed è suddiviso in tre zone distinte. Il cassero, dove un tempo alloggiavano gli ufficiali, il centro nave riservato ai sottufficiali e il castello, verso prua, un tempo occupato dalla ciurma. Il timone è un pezzo di autentica archeologia navale: una sola, grande ruota manuale che aziona una vite senza fine, capace di trasmettere il movimento al timone vero e proprio senza alcun ausilio elettrico. Vele, cime e manovre sono tutte azionate a mano dall’equipaggio o dagli allievi in formazione: Ogni sera, attorno alle 20:40, la nave osserva la cerimonia dell’ammainabandiera con l’equipaggio che si schiera a poppa, un fischio scandisce i tempi e viene recitata la preghiera del marinaio, un momento che chi sale a bordo per la prima volta, come la maggior parte degli ospiti della serata, difficilmente dimentica. Una tradizione nata nel 1994 Tutto cominciò trentadue anni fa, quando l’allora direttore dei corsi allievi Cristiano Pettini e il comandante di Nave Vespucci Gabriele Cola aprirono per la prima volta i ponti della Marina all’Associazione “Insieme per la Vita”. Da allora, ogni anno, lo Stato Maggiore Marina rinnova la disponibilità a ospitare a bordo di uno dei suoi due velieri storici, la Vespucci o la Palinuro, la presentazione del bilancio sociale dell’associazione. La Marina ha inoltre autorizzato “Insieme per la vita” a inserire il proprio logo accanto a quello istituzionale sugli inviti dell’evento. Quest’anno, in assenza della Vespucci, impegnata nel giro del mondo che l’ha condotta fino agli Stati Uniti per i festeggiamenti dei 250 anni dell’indipendenza americana, è toccato ancora una volta alla Palinuro accogliere la serata. “Insieme per la vita”: quarantuno anni di impegno L’Associazione “Insieme per la Vita” ODV nasce a Livorno nel 1985 per volontà di un gruppo di genitori che avevano perduto i propri figli a causa della leucemia. Tra i fondatori, nomi che l’associazione non smette di ricordare con affetto e riconoscenza: il professor Luciano Vizzoni, Gianfranco Grossi, il dottor Ettore Simoncini, l’allora capitano Silvio Fusari e il dottor Dimitri Cagidiaco. Da quel dolore condiviso è nata una missione che dura ormai da oltre quattro decenni: sostenere le famiglie in difficoltà con bambini affetti da leucemie, tumori e altre gravi patologie, finanziare la ricerca oncologica pediatrica attraverso borse di studio per giovani medici e donare apparecchiature ai reparti di Pediatria e Ostetricia dell’Ospedale di Livorno, in stretta collaborazione con il Centro Regionale Pediatrico di Trapianto di Midollo dell’Università di Pisa. Oggi l’associazione è guidata dalla presidente Paola Pomponi, che ne ha raccolto il testimone dopo la scomparsa di Ettore Simoncini, portando avanti con la stessa dedizione l’eredità del professor Vizzoni. la presidente Pomponi nel suo intervento a bordo ha ricordato l’intuizione che nel 1985 spinse Vizzoni e i suoi compagni a trasformare un lutto in un impegno collettivo. Un impegno che si traduce ogni anno in gesti che si concretizzano con la donazione di apparecchiature mediche, sostegno diretto alle famiglie, pacchi natalizi e uova di Pasqua per i bambini ricoverati. Sono quarantuno anni che cerchiamo di stare sempre dalla parte dei bambini meno fortunati e delle loro famiglie. Oggi abbiamo il dovere di  puntare su nuove energie giovani, capaci di dare continuità all’associazione Il segretario Gianfranco Grossi: la memoria che si fa azione Se Paola Pomponi è oggi il volto pubblico di “Insieme per la Vita”, Gianfranco Grossi ne è la memoria vivente. Segretario storico dell’associazione fin dalla sua fondazione nel 1985, Grossi è uno degli ultimi testimoni diretti di quella prima generazione di genitori che scelsero di trasformare il proprio dolore in aiuto per altre famiglie. Nel suo intervento a bordo della Palinuro ha voluto ringraziare personalmente “le donne e gli uomini di bordo” per l’entusiasmo con cui anno dopo anno collaborano alla riuscita della serata. Ha rivolto un pensiero speciale al comandante Gianluca Montella per l’amicizia dimostrata fin dai primi contatti. Ho avuto modo di scambiare qualche parola con lui a verso la fine della cerimonia, mentre l’equipaggio preparava i tavoli per il taglio della torta: un uomo schivo ma diretto e fiero, poco incline a mettersi in mostra, che parla dell’associazione con la stessa naturalezza con cui altri parlerebbero della propria famiglia. Lo ringrazio per la sua grande disponibilità e per aver condiviso con la semplicità di chi lo fa da quarant’anni, il senso più profondo di questa lunga fedeltà: non lasciare mai sole le famiglie che l’associazione ha ormai imparato a conoscere una per una. Il dottor Roberto Danieli: la pediatrìa che non dimentica Un’altra figura centrale della serata è il dottor Roberto Danieli, direttore della Pediatria dell’Ospedale di Livorno, il cui legame con “Insieme per la Vita” attraversa quasi tutta la sua carriera professionale. È stato lui, da giovane medico, a ricevere oltre trent’anni fa la prima borsa di studio per la ricerca in emato-oncologia pediatrica finanziata dall’associazione, un gesto che considera ancora oggi decisivo per il proprio percorso. Nel suo intervento ha ricordato con commozione la figura del professor Luciano Vizzoni che ricorda come un padre. Lo ha definito  capace non solo di risultati clinici, ma di costruire una vera e propria scuola di pediatria di cui Danieli si sente “l’ultimo degli allievi”. Ha poi ripercorso una collaborazione fatta di doni concreti nel tempo: un ecografo per la diagnostica delle patologie cerebrali, e più di recente il nuovo monitor per il controllo delle apnee nei neonati, strumento che permette di seguire in continuo l’attività respiratoria e cardiaca dei bambini più a rischio. Al termine del suo intervento ho avuto la possibilità di ringraziarlo personalmente per la disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato nonostante la serata fitta di impegni. Danieli mi ha parlato del valore, per un reparto ospedaliero, di sentire “una parte della città” trasferirsi tra le sue corsie attraverso la generosità di realtà come questa: una solidarietà, ha sottolineato, che definisce “fattiva” perché si traduce sempre in strumenti concreti a beneficio dei più piccoli. La serata a bordo Ad accogliere gli ospiti sulla Palinuro è stato il comandante C.F. Gianluca Montella, alla sua seconda esperienza in questo ruolo dopo l’edizione dello scorso ottobre — una rarità, ha sottolineato lui stesso, essere tra i pochi comandanti a vivere due volte questa ricorrenza. Nel suo saluto ha voluto sottolineare un parallelo che ritorna ogni anno in questi incontri: I valori dell’Associazione “Insieme per la Vita”. L’onore e il rispetto per chi lavora con fatica per raggiungere i propri obiettivi, si rispecchiano nelle stesse tradizioni della Marina Militare Italiana. Presente alla serata anche l’ammiraglio Alberto Tarabotto, comandante dell’Accademia Navale, che si è cordialmente intrattenuto con gli ospiti confermando ancora una volta la vicinanza della Marina a questa iniziativa. Il comandante Giovanni Canu, impegnato a rientrare in ufficio per improrogabili motivi di servizio, non ha potuto prolungare la propria presenza a bordo, ma prima di congedarsi ha voluto comunque porgere il proprio saluto e i propri ringraziamenti all’associazione, ricordando come il legame di amicizia tra la Marina e “Insieme per la Vita” affondi le radici proprio in quel lontano 1994. Se tu impari ad amare, impari a capire quello che è giusto. La via della vera giustizia è solo attraverso l’amore. Paola Pomponi, presidente “Insieme per la Vita” ODV I doni del 2026 Anche quest’anno il bilancio sociale racconta gesti concreti. In collaborazione con la Pediatria dell’Ospedale di Livorno è stato donato un monitor per il controllo delle apnee nei neonati, strumento che permette di registrare in continuo l’attività respiratoria e cardiaca dei bambini a rischio e di condividerne i tracciati con il centro di riferimento regionale. A questo si sono affiancati sostegni diretti a famiglie con figli non autosufficienti , dai respiratori alle strumentazioni necessarie per una vita quotidiana più dignitosa, oltre ai tradizionali pacchi natalizi e alle uova di Pasqua e colombe, pensati non solo per aiutare ma per regalare un sorriso ai bambini nei momenti che contano di più. Un incontro sul ponte: la sottotenente Rachele Gemignani Tra un calice e l’altro, complice il caldo di luglio e la curiosità che ogni nave storica sa suscitare, mi sono trovato a chiacchierare con la Sottotenente di Vascello Rachele Gemignani, una delle tre donne ufficiale a bordo della Palinuro. Con grande semplicità mi ha raccontato il proprio percorso, che è iniziato tramite il cosiddetto “vecchio complemento”: un desiderio, ha spiegato, che nasce da lontano, fin da quando era bambina e sognava di diventare biologa marina. Un sogno che oggi cerca di coniugare con la divisa, puntando alla specializzazione presso l’Istituto Idrografico della Marina e un giorno a un imbarco sulle navi che risalgono i fiordi del Nord Europa seguendo una vocazione che ha già conosciuto in un viaggio personale tra le cascate e i canali scandinavi. Le ho chiesto se una carriera del genere, ancora oggi non semplice per una donna in un ambiente storicamente maschile, la spaventasse. Mi ha risposto con un sorriso che le difficoltà esistono, ma che “uno non deve concedere per forza tutto al lavoro”: la vita privata, ha detto, resta un diritto, non un lusso. Prima di lasciarci le ho regalato una piccola perla filosofica, un detto buddista che spero porti con sé: “il destino ti attende sulla strada che hai scelto per evitarlo”. Le ho augurato buon vento per la sua carriera, certo che la rivedremo, un giorno, al comando di qualcosa di più grande. Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori: le anime del buffet Dietro l’eleganza discreta del buffet a degustazione che accompagna ogni edizione della serata c’è il lavoro silenzioso di Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori di Enoteca Iriswine, che hanno curato  l’organizzazione dell’accoglienza enogastronomica a bordo. Li ho ringraziati personalmente per la disponibilità mostrata con la stampa e per la cura, quasi maniacale, con cui ha coordinato le aziende partecipanti nel corso della serata, restando presenti fino agli ultimi minuti prima del maltempo in arrivo, quando è stato necessario accelerare i le operazioni per liberare il ponte. Un lavoro che raramente finisce sotto i riflettori, ma senza il quale la serata non avrebbe avuto lo stesso calore. Il comandante Montella: un saluto prima della Francia Prima di lasciare la nave ho avuto l’onore di un ultimo scambio, più personale, con il comandante Gianluca Montella, che seguendo questo appuntamento per due anni consecutivi, ha contribuito piò di altri a consolidarne il valore simbolico per l’associazione. Mi ha raccontato della vita di bordo, del proprio anno al comando della Palinuro, e di un futuro che lo attende lontano dal mare aperto. Tra qualche mese lascerà infatti il comando per un nuovo incarico in Francia, che lo porterà a trasferirsi con tutta la famiglia a Parigi per circa tre anni, in rappresentanza della Marina Italiana. Un cambiamento importante, affrontato con la stessa serenità con cui parla del proprio ruolo attuale: l’orgoglio di poter rappresentare il governo e la Marina italiana su questa nave scuola, prima ancora di guardare al prossimo capitolo della propria carriera. Gli ho augurato, a nome di WineTales Magazine e mio personale, un grande in bocca al lupo per la nuova avventura parigina. Il riconoscimento alle aziende Un momento della serata è stato dedicato, come da consuetudine, al ringraziamento delle realtà che ogni anno arricchiscono il buffet a degustazione a bordo della nave. Tutte, sottolineano con orgoglio gli organizzatori, provenienti da fuori Livorno e presenti da più di un’edizione. Comandante e presidente hanno consegnato una targa ricordo a Vini Contucci di Montepulciano, che ha presentato la nuova annata del Vino Nobile Superiore, a Giulio Larcher per i sui spumanti metodo classico eccezionali e a IrisWine di Martina  e Massimiliano Liberatori, l’enoteca di Pieve a Nievole. Un ringraziamento speciale è andato anche alla Pasticceria Carli di Lamporecchio e al biscottificio Fratelli Lunardi di Quarrata, che hanno curato la parte dolce della serata, Non sono mancati i ringraziamenti alla Fiaschetteria Da Burde della famiglia Gori e a La Dispensa di Lamporecchio. Un pensiero speciale, infine, ad Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori, che con il loro lavoro discreto e silenzioso hanno contribuito alla splendida riuscita della serata. Quello che accade ogni anno a bordo della Palinuro o della Vespucci è la dimostrazione che la generosità, quando è raccontata con la verità di un segretario che non dimentica, di un medico che non smette di restituire quello che gli è stato donato, di una presidente che continua a credere nei giovani, sa farsi ponte tra mondi diversi, tenuti insieme da un obiettivo comune: restituire un po’ di leggerezza a chi ne ha più bisogno. “Curare i bambini vuol dire curare il futuro di tutti.” Paola Pomponi, presidente Associazione “Insieme per la Vita” ODV   Associazione “Insieme per la Vita” ODV · Viale G. Carducci, 31 · Livorno www.insiemeperlavitalivorno.it — info@insiemeperlavitalivorno.it — 366.9527686 Associazione “Insieme per la Vita” ODV – Organizzazione Di Volontariato Viale G. Carducci, 31 – 57122 Livorno Per eventuali contributi, queste le coordinate bancarie dell’associazione: IT 25 W 030 6909 6061 0000 0140 864 Banca Intesa Sanpaolo Oppure: c.c.p. 11590577 Associazione “Insieme per la Vita ODV”  Livorno “Insieme per la Vita ODV” si può aiutare con la donazione del 5 per mille scrivendo nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi il numero del nostro Codice Fiscale 00822850491 L’Associazione “Insieme per la Vita” ODV di Livorno è un ente di volontariato nato nel 1985 per supportare le famiglie con bambini affetti da leucemie, tumori e altre gravi patologie, oltre a finanziare la ricerca e donare apparecchiature ai reparti pediatrici e materno-infantili. Tra i fondatori storici e promotori figurano figure di spicco come il Prof. Luciano Vizzoni, Gianfranco Grossi, il Dott. Ettore Simoncini, Silvio Fusari e il Dott. Dimitri Cagidiaco. La guida attuale: L’associazione è oggi presieduta dalla Dott.ssa Paola Pomponi. Segretario GIANFRANCO GROSSI   Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier    
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27 Luglio, 2026

La quiete nella Lungarella

  Lazio, Poli, Palestrina (Roma) Sin dai tempi degli antichi romani, nobili e imperatori fuggivano dal caos cittadino per ricercare la pace fuori dall’Urbe. Un caos che i romani, fino ai giorni nostri, conoscevano e conoscono bene: la frenesia di tutte le epoche, la velocità del cambiamento, l’adattarsi a ogni tipo di disagio cittadino e infine il rumore assordante di un brusio così continuo e costante al punto da far perdere la cognizione della propria volontà. Per questo si evadeva e noi, al giorno d’oggi, facciamo lo stesso, cercando posti incontaminati per rientrare in contatto con la natura e noi stessi; cerchiamo di ascoltare attraverso il silenzio i nostri pensieri, le nostre voglie, la nostra vita troppo spesso messa a tacere e di cui dimentichiamo il valore: ci dimentichiamo di noi. Per questo Marino Lulli, imprenditore Prenestino che viveva la sua vita nella frenesia romana, nel 2014 decise di cercare un posto dove poter ascoltare ciò che di più vicino al silenzio esistesse. Lo trovò nel comune di Poli, una piccola cittadina ai piedi del Monte Guadagnolo, vicino la città di Palestrina, dove abitava. Una Vallata circondata dai Monti Prenestini che ricreavano una vera e propria oasi quasi completamente isolata. Come entrare in una stanza, chiudere la porta e lasciare il mondo fuori. Tutto questo è la Tenuta Lungarella, fondata da Marino Lulli e alimentata dai suoi due figli, Luigi e Aleksander che attivamente e a dire di Marino, sconsideratamente, danno seguito all’idea di portare avanti questo sogno di quiete. Ma che impresa sarebbe se non si fosse un pochino sconsiderati dopotutto? Nei progetti bisogna buttarcisi a capofitto poiché è l’unico modo per entrare in empatia con ciò che il territorio chiede e con ciò di cui si sente il bisogno. Libero sfogo, quindi, ad esperimenti, idee, innovazioni, progetti perché le piccole cose, soprattutto quelle più identitarie, vanno valorizzate e devono essere divulgate con parsimonia e cura. Per questo la famiglia Lolli ha anche ristrutturato e ridato vita a un casale diroccato già presente nei sette ettari della tenuta, costruendo degli appartamenti nei quali vi è la possibilità di alloggiare, qualora non voleste più andare via dalla pace di questo lembo di terra. La cantina è circondata da una fresca e fitta realtà silvestre, dove la vegetazione isola da tutto ciò che intorno, al di fuori, nel meccanismo caotico del mondo, c’è. Fino al 2013 era completamente coperto da superficie boschiva, dopodiché è stato bonificato e sono state impiantate le prime barbatelle nel 2014. Due ettari dei sette sono di vite, il resto è uliveti, noccioli, piante e arnie per api persino. Una passeggiata, mentre si gode del paesaggio suggestivo, magari durante un aperitivo al tramonto, è ciò che di più rinvigorente possa esistere, tanto da non poterne farne a meno. Non si riesce a pensare ad altro mentre si è lì. Aperitivo, ovviamente e rigorosamente goduto con i vini dell’azienda: sette etichette che girano intorno ai tre vitigni presenti sul territorio, Vermentino, Cesanese e Montepulciano. Immaginatevi lì, su un telo a quadri adagiato sull’erba e voi seduti, circondati solo da ulivi; alle spalle il fitto bosco, così impenetrabile che scherma dai rumori e dal caldo che scherma dal resto della vostra vita. Davanti a voi la distesa di filari a vista, ordinati, verdi, magari in maturazione primaverile e il paesaggio sui monti con il sole che passa tra le foglie della vite e tra i rami di ulivo, è mozzafiato. E il silenzio. Coincidenza vuole che proprio qui gli imperatori romani venivano a rifugiarsi dal trambusto quotidiano. Proprio in questa porzione di mondo e di quiete. Una quiete che accettiamo che venga timidamente interrotta solo ed esclusivamente dal suono della bollicina che viene versata nel calice. Un Brut Rosato di Montepulciano metodo Charmat: sembra tutto tranne che pungente, al contrario di come invece solitamente si presentano le bollicine con questo tipo di spumantizzazione. Piuttosto pastoso, composto, elegante, fresco, armonico, con un colore che da solo invita a berne un’intera bottiglia: un rosa tendente alla buccia di cipolla, rosa antico, ravvivato da piccole bolle, ma diffuse, un ottimo compagno per un aperitivo direttamente in vigna. Un calice, due… al terzo ci si comincia a immergere completamente nella realtà di questa cantina, dove le sperimentazioni sono alla base della ricerca, con l’intento di trovare il compromesso assoluto che identifichi questo territorio specifico. Una grande responsabilità per la Tenuta Lungarella, l’unica cantina nel raggio di parecchi km in questa parte della provincia. Per questo la famiglia ha come obiettivo il totale impegno, sposando il progetto nella sua interezza, cercando di far ritrovare nel calice ciò che l’avventore o Marino Lulli o Luigi Lulli o Alexander Lulli hanno cercato di trovare fuori la propria quotidianità, fuori la propria porta di casa, fuori dal caos cittadino, cercando il “silenzio” ideale che consentisse di poter dare l’identità che merita a questa parola. E mi raccomando non fuggite per troppo tempo, ma sfuggite alla realtà per ciò che basta per riconoscervi in un calice. IL PERCORSO IN BREVE:   MATTINA: Visita alla città di Poli per poi fermarvi alla Tenuta Lungarella e godere del loro aperitivo rafforzato che fungerà da pranzo per la sua generosità. POMERIGGIO: La cittadina di Palestrina merita un’intera mezza giornata di passeggiate: l’antica Praeneste, che dà il nome alla Via Prenestina, è presente e domina la vallata da almeno tremila anni. Creata come luogo di culto della Dea Fortuna Primigenia divinità oracolare importante per i romani, alla quale veniva affidata la fortuna e il buon auspicio. Importante centro di artigianato di ceramiche, rame  e ferro battuto. Perdetevi tra le viette e fotografate scorci in mattoni. SUGGERIMENTI: Quando ami fortemente la cucina nipponica in abbinamento all’enocultura dei vini del tuo territorio e oltre, non puoi fare altro che credere in un progetto che li valorizzi entrambi. Ed è questo che è successo da “Marè Sushi & Wine” ristorante al centro storico di Palestrina. Con forza, una dose di coraggio e sicuramente tanta dedizione è ciò che ha portato tre soci, tra cui uno Chef, Davide Melani, con esperienze nei migliori ristoranti di Roma e un amante del mondo enologico, Diego Calvano, a intraprendere questa sfida nel cuore storico di Palestrina. Ristorante in piena attività da almeno otto anni: unisce cucina nipponica con idee italiane. Ristorante ormai diventato un istituzione a Palestrina, consolidata con un evoluzione sempre maggiore…ad astra. Davide Melani ha dato vita a quello che è un menù dai risvolti sorprendenti e ha fatto dell’autenticità delle materie prime il suo cavallo di battaglia. Scommetto che non avete mai degustato il sushi in abbinamento con la giusta bottiglia di vino: qui la carta del vini è stata accuratamente scelta e selezionata da Diego Calvano, il patron assoluto e cicerone dell’esperienza culinaria che proprio sul menù ha bilanciato le proposte enologiche. Chiedete a lui per ogni tipo di abbinamento e su ogni tipo di vino presente nella sua Carta dei vini, sarà pronto a consigliarvi e ad accogliervi in quello che è un locale minimal pensato per la comunicazione tra cibo, vino ed esperienza. Vi posso assicurare che diventerà una reale dipendenza.     Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio   
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I grandi vini di Allegrini protagonisti a Casa Brera, a luxury collection hotel, milan per un nuovo appuntamento con “the art of winery” Arrow Right Top Bg

26 Luglio, 2026

I grandi vini di Allegrini protagonisti a Casa Brera, a luxury collection hotel, milan per un nuovo appuntamento con “the art of winery”

  Giovedì 23 luglio da Etereo la rassegna di cene degustazione dedicata alle più celebri realtà vitivinicole italiane con la storica cantina, punto di riferimento della Valpolicella in Italia   Da Etereo, il signature restaurant di Casa Brera, a Luxury Collection Hotel, Milan, prosegue il calendario di appuntamenti esclusivi dedicati all’alta gastronomia, alle grandi etichette e alla convivialità. Un programma che trasforma la terrazza panoramica dell’hotel in un luogo d’incontro privilegiato per gli amanti del buon vivere. Giovedì 23 luglio è tornato The Art of Winery, il format dedicato alle eccellenze del panorama vitivinicolo italiano. Protagonista della serata è Allegrini, storica cantina della Valpolicella e punto di riferimento dell’enologia italiana, con un percorso di degustazione pensato per valorizzare il dialogo tra cucina contemporanea e grandi vini. L’esperienza nasce per raccontare il vino come protagonista del percorso gastronomico, attraverso un menu degustazione studiato per esaltarne le caratteristiche e accompagnare gli ospiti in un viaggio tra sapori, territori e tradizione. Per l’occasione, il team guidato dall’Executive Chef Antonio Gentile, ha ideato un percorso di cinque portate, in cui ogni piatto è abbinato a un’etichetta Allegrini selezionata per creare un perfetto equilibrio tra aromi, struttura e intensità. La cena si apre con una Crocchetta di genovese, Parmigiano Reggiano e sedano, accompagnata dal Valpolicella Classico 2025, seguita dalla Tartare di manzo con fichi, rucola e Parmigiano Reggiano 24 mesi. Il percorso prosegue con il Tortello ripieno di melanzane affumicate, gambero rosso e maggiorana, valorizzato dal Valpolicella Classico Superiore 2024, per poi lasciare spazio al Branzino arrosto con zucchine e salsa alle mandorle, accompagnato dal Grola Valpolicella Classico Superiore 2023, espressione dell’identità e dell’eleganza della cantina. A concludere la degustazione, un Babà con spuma al rum e sorbetto all’amarena, abbinato al Giovanni Allegrini Recioto della Valpolicella Classico 2021, vino simbolo della tradizione veronese, che accompagna il dessert con le sue note intense e avvolgenti. Con The Art of Winery, Casa Brera conferma la propria vocazione a creare esperienze enogastronomiche di alto profilo, offrendo agli ospiti l’opportunità di scoprire alcune delle più prestigiose realtà vitivinicole italiane attraverso percorsi di degustazione che uniscono ricerca gastronomica, cultura del vino e ospitalità contemporanea. Casa Brera, a Luxury Collection Hotel, Milan Casa Brera, a Luxury Collection Hotel, Milan porta nel cuore del capoluogo lombardo un concept di accoglienza che unisce anima milanese e spirito cosmopolita. A pochi passi da Piazza della Scala, l’hotel, situato in Piazzetta Bossi, si annovera quale esclusivo punto di riferimento in città per la ristorazione e l’intrattenimento d’alta gamma. Elegante e ricercato, nelle sue 116 camere incarna la quintessenza del design, dell’arte e della cultura che si respirano nella realtà meneghina. Al suo interno presenta esclusive destinazioni gastronomiche. Il progetto di Casa Brera, interamente curato da Patricia Urquiola, è frutto del restauro conservativo di un edificio realizzato a fine anni Cinquanta dall’architetto Pietro Lingeri, figura di spicco del razionalismo italiano. La designer gioca sulla dicotomia tra rigore stilistico ed estro creativo, due volti di Milano opposti e complementari, rendendo omaggio all’architettura razionalista del capoluogo lombardo. Per maggiori informazioni o prenotazioni, visitare www.casabrera.com The Luxury Collection® Hotels & Resorts The Luxury Collection® riunisce una selezione di hotel e resort che offrono esperienze uniche ed autentiche ed evocano tesori e memorie durature. The Luxury Collection offre all’ esploratore globale accesso alle destinazioni più affascinanti del mondo. Ogni hotel e resort è un esempio unico e prezioso della destinazione in cui si trova, un vero e proprio accesso alle tradizioni e al fascino del luogo. Ha origine nel 1906 sotto il brand CIGA come collezione delle più celebri e simboliche proprietà d’Europa, oggi il brand The Luxury Collection raccoglie oltre 130 hotel e resort fra i più famosi del mondo, in più di 42 paesi e nelle città e destinazioni più spettacolari. Tutti gli alberghi The Luxury Collection, alcuni dei quali testimoni di tradizioni centenarie, sono riconosciuti a livello internazionale per essere fra i più affascinanti del mondo.  Per ulteriori informazioni e per le nuove aperture, visitare theluxurycollection.com o seguire Instagram e Facebook. The Luxury Collection è orgogliosa di partecipare a Marriott Bonvoy, il programma di viaggio globale di Marriott International. Il programma offre ai membri uno straordinario portafoglio di marchi globali, esperienze uniche su Marriott Bonvoy Moments e vantaggi senza pari, tra cui punti validi per soggiorni e pernottamenti gratuiti in alberghi del gruppo e per il riconoscimento dello status Elite. Per iscriversi gratuitamente o per ulteriori informazioni sul programma, basta visitare marriottbonvoy.com. La Redazione
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DOC Delle Venezie a Vinitaly and The City Sibari: il pinot grigio incontra storia, cultura ed enoturismo Arrow Right Top Bg

25 Luglio, 2026

DOC Delle Venezie a Vinitaly and The City Sibari: il pinot grigio incontra storia, cultura ed enoturismo

  Dal 17 al 19 luglio il Consorzio ha partecipa per la prima volta all’evento firmato Veronafiere e Regione Calabria, portando il Pinot Grigio DOC Delle Venezie nella suggestiva cornice del Parco Archeologico di Sibari, tra degustazioni, cultura e valorizzazione del territorio   Il Consorzio DOC Delle Venezie ha partecipato per la prima volta a Vinitaly and the City Sibari, la manifestazione organizzata da Veronafiere in collaborazione con Regione Calabria tenutasi dal 17 al 19 luglio nel Parco Archeologico di Sibari. Giunta alla sua terza edizione, l’iniziativa conferma il crescente successo del fuori salone di Vinitaly, nato per portare la cultura del vino oltre i confini della fiera veronese e trasformare luoghi di straordinario valore storico e paesaggistico in spazi di incontro tra prodotto enologico, territorio e pubblico. Quella calabrese si conferma una tappa di riferimento per la promozione delle eccellenze vitivinicole, attraverso degustazioni, masterclass, show cooking, talk, appuntamenti culturali e proposte enogastronomiche, contesto in cui il Pinot Grigio DOC Delle Venezie, Official Wine di Vinitaly & The City 2026, incontrerà appassionati e turisti attraverso un’esperienza che unisce identità territoriali, cultura ed enoturismo. Per tutta la durata della manifestazione il Consorzio è stato presente con un proprio spazio brandizzato, dove il pubblico ha assaporato lo stile unico della DOC Delle Venezie e conoscere da vicino il sistema produttivo del Pinot Grigio del Nordest. Stefano Sequino, Direttore del Consorzio DOC Delle Venezie. La partecipazione a Vinitaly and the City Sibari rappresenta una straordinaria occasione per raccontare la nostra denominazione direttamente ai consumatori, in un contesto che presenta il vino come espressione di territorio, cultura e convivialità. Essere presenti a una manifestazione che coniuga patrimonio storico, turismo ed eccellenze enogastronomiche significa rafforzare il percorso di valorizzazione del nostro Pinot Grigio DOC Delle Venezie – con la sua freschezza, versatilità e qualità certificata – presso un pubblico sempre più interessato a conoscere l’origine e l’identità dei vini che sceglie. La partecipazione all’evento calabrese conferma la strategia del Consorzio orientata ad affiancare alle attività rivolte agli operatori anche iniziative dedicate al consumatore finale, rafforzando al contempo il filo diretto tra vino, tradizione e turismo esperienziale. Con una superficie produttiva di 27.000 ettari, una produzione di circa 230 milioni di bottiglie e una filiera composta da 6.141 viticoltori, 575 imprese di vinificazione e 371 imprese di imbottigliamento, la DOC Delle Venezie rappresenta oggi l’85% del Pinot Grigio italiano e il 43% di quello mondiale, confermandosi la più grande denominazione dedicata a questa varietà e uno dei principali ambasciatori del made in Italy nel mondo. Maggiori informazioni Consorzio DOC Delle Venezie PR & Ufficio Stampa Valentina Fraccascia +39 349 6225578 | Email: press@dellevenezie.it La Redazione
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24 Luglio, 2026

Castello Banfi. La storia del buon bere raccontata ben oltre il calice

  Arrivare a Montalcino significa entrare in uno dei territori che hanno contribuito a scrivere la storia del vino italiano. È qui che incontro Castello Banfi, una realtà conosciuta in tutto il mondo per il Brunello, ma che durante la mia visita si rivela molto più di una grande azienda vitivinicola. È un progetto che unisce ricerca, ospitalità, cultura e innovazione, trasformando ogni esperienza in un tassello di un racconto più ampio. Fondata nel 1978 dalla visione dei fratelli italoamericani John e Harry Mariani, Castello Banfi rappresenta uno degli esempi più significativi di come ricerca, innovazione e rispetto del territorio possano convivere. Grazie alla collaborazione con Ezio Rivella, tra i più autorevoli enologi italiani, i terreni acquisiti a Montalcino sono diventati il cuore di un progetto capace di contribuire in maniera decisiva alla crescita del Brunello nel mondo. L’acquisizione della storica cantina piemontese Bruzzone ha poi ampliato questa visione, portando la tradizione dell’Alta Langa e degli spumanti metodo classico all’interno dell’universo Banfi. Il mio viaggio comincia a Podere Collelupino, immerso tra i vigneti della tenuta, a pochi minuti dal Castello Banfi. Un luogo dove il tempo sembra rallentare e l’ospitalità diventa parte integrante dell’esperienza. Gli appartamenti conservano tutto il fascino della Toscana più autentica, tra travi in legno, pavimenti in cotto e dettagli che raccontano la storia di queste campagne. Fuori, il paesaggio invita semplicemente a fermarsi. Le piscine a sfioro si affacciano sulle colline di Montalcino mentre la lavanda, con il suo profumo e le sue sfumature violacee, disegna l’orizzonte come una cartolina. È uno di quei luoghi dove il relax non è soltanto un momento della giornata, ma diventa parte del viaggio. A Podere Collelupino la natura si racconta anche attraverso gli incontri più inaspettati. Qui vivono Paperina e Pierina, due asine amiatine — o “micci”, come vengono chiamati affettuosamente in Toscana — custodi silenziose di un legame antico con questa terra. L’asino amiatino è una razza storica che, pur avendo origini africane, ha trovato sul Monte Amiata il proprio habitat ideale, diventando parte della cultura rurale toscana. Avvicinarle, accarezzarle e osservarle mentre si muovono tra i prati significa riscoprire il valore dei gesti semplici, della lentezza e di quel rapporto autentico con la natura che rende speciale il soggiorno a Podere Collelupino. La visita prosegue all’Enoteca, accompagnato da Lorella Carresi, che mi guida in un percorso capace di unire degustazione, ospitalità e cultura del vino. Un racconto che parte dai calici e permette di comprendere come Banfi interpreti territori diversi senza rinunciare alla propria identità stilistica. La prima sorpresa arriva ancora prima del primo sorso. È proprio Lorella a farmela notare. Siamo nel cuore di Montalcino eppure nei calici non troviamo subito un Brunello. Una scelta che potrebbe sorprendere chi conosce Castello Banfi esclusivamente per la sua storia toscana. Lorella mi racconta che è il modo migliore per comprendere l’evoluzione dell’azienda. Con l’acquisizione della storica cantina piemontese Bruzzone, Banfi ha ampliato il proprio progetto anche al Piemonte, entrando nel mondo dell’Alta Langa e degli spumanti Metodo Classico. È così che capisco come la stessa filosofia produttiva riesca a esprimersi attraverso territori diversi, mantenendo intatta la propria identità stilistica.” Si comincia con la Cuvée Aurora Alta Langa DOCG 2021, ottenuta da Pinot Nero e Chardonnay e affinata oltre trenta mesi sui lieviti. Nel bicchiere conquista per il perlage fine e continuo, mentre al naso emergono agrumi canditi, leggere note di lievito e delicati richiami di vaniglia. Il sorso è elegante, scorrevole e armonico, sostenuto da una freschezza che accompagna il finale con naturalezza. Il percorso prosegue con la Cuvée Aurora Blanc de Blancs 2019, espressione in purezza dello Chardonnay delle alte colline piemontesi. I sessanta mesi di affinamento sui lieviti regalano profondità senza appesantire il vino. La frutta bianca, gli agrumi canditi e le sfumature di crema pasticcera si intrecciano a richiami balsamici, mentre il palato sorprende per precisione, mineralità e una lunga persistenza sapida che invita immediatamente al sorso successivo. A chiudere la degustazione è la Cuvée Aurora Blanc de Noirs, realizzata esclusivamente con Pinot Nero. È probabilmente il vino che più incuriosisce: al bouquet floreale seguono lentamente nocciola tostata ed erbe aromatiche, mentre in bocca struttura, cremosità e freschezza convivono in perfetto equilibrio, restituendo uno spumante di grande personalità. Tre etichette diverse, un’unica firma stilistica. Precisione, eleganza e capacità di lasciare che sia il territorio a parlare senza mai rinunciare alla riconoscibilità della mano Banfi. Lasciata l’Enoteca, Lorella mi accompagna alla scoperta di un’altra anima del Castello: La Taverna. All’ombra del Castello Banfi, nel borgo medievale di Poggio alle Mura, la Taverna accoglie gli ospiti in un ambiente che conserva il fascino della storia. Le sue sale si sviluppano sotto le volte delle antiche cantine del castello, dove un tempo riposavano le grandi botti di legno destinate all’affinamento del Brunello di Montalcino. Un luogo che racconta il profondo legame tra questo territorio e il vino ancora prima di accomodarsi a tavola. Il menu Qui l’ospite può scegliere se lasciarsi guidare dal menu degustazione, un percorso in quattro portate accompagnato dai vini della tenuta, oppure esplorare liberamente il menu alla carta, costruendo un’esperienza su misura. Due proposte diverse che condividono la stessa filosofia: valorizzare il patrimonio gastronomico toscano attraverso materie prime del territorio, stagionalità e preparazioni capaci di esaltare l’autenticità dei sapori. Il percorso degustazione rappresenta una sintesi della cucina della Taverna, accompagnando il commensale in un viaggio che va dalla tradizione contadina ai grandi vini di Castello Banfi. Il menu alla carta amplia invece questo racconto con una proposta che attraversa tutte le anime della cucina toscana: dagli antipasti dedicati ai prodotti della Val d’Orcia e della Maremma, ai primi che celebrano la pasta fresca fatta in casa e le ricette storiche della regione, fino ai secondi dove protagoniste sono le carni del territorio, il pescato e le verdure dell’orto. A chiudere il percorso sono dessert che richiamano alcuni degli ingredienti simbolo della tenuta e della tradizione locale, come miele, prugne, mandorle e Moscadello di Montalcino. Più che due menu distinti, sono due modi diversi di raccontare la stessa identità: quella di una cucina profondamente toscana che trova nel dialogo con i vini di Castello Banfi il suo naturale completamento. La degustazione A tavola, presso la Taverna, il dialogo tra cucina e vini ha proseguito il racconto di un’azienda capace di esprimersi attraverso molteplici linguaggi: dalla ricerca enologica all’accoglienza, dalla ristorazione alla valorizzazione delle materie prime. Nel calice arriva Principessa Gavia, Gavi DOCG da uve Cortese in purezza. È il vino che Lorella racconta con maggiore entusiasmo. Dopo il primo sorso capisco il perché. Dal colore giallo paglierino luminoso, profumi di tiglio, agrumi e mela Golden, accompagnati da una raffinata vena minerale. Il sorso è fresco, equilibrato e persistente, caratteristiche che trovano il loro naturale completamento nel carpaccio di manzo marinato con Condimento Balsamico Etrusco, panzanella e rucola. La vivace acidità del vino ripulisce il palato dalla morbidezza della carne, mentre la componente minerale dialoga con la sapidità del piatto. Le note agrumate e floreali, infine, alleggeriscono la balsamicità del condimento e valorizzano la freschezza della panzanella, dando vita a un abbinamento elegante e perfettamente equilibrato. Il carpaccio conquista per la consistenza tenera e succosa della carne. Il Condimento Balsamico Etrusco aggiunge profondità aromatica senza coprire la materia prima, mentre la panzanella introduce una piacevole componente croccante e una freschezza vegetale che rende ogni boccone dinamico e armonioso. Nel calice arriva il Rosso di Montalcino 2024, espressione in purezza del Sangiovese secondo la visione Banfi. Un vino che conquista fin dal primo impatto per la sua immediatezza: i profumi di ciliegia e piccoli frutti rossi si intrecciano a eleganti richiami di liquirizia e tabacco, anticipando un sorso avvolgente, sostenuto da tannini fini e da una freschezza che accompagna la beva con grande equilibrio. È un rosso capace di coniugare profondità e dinamismo, senza mai perdere in eleganza. L’abbinamento con il galletto nostrale arrotolato con peperoni e spinaci si rivela particolarmente riuscito. La succulenza della carne trova nei tannini del vino il contrappunto ideale, mentre la freschezza del Sangiovese alleggerisce la componente grassa del piatto, mantenendo il sorso sempre vivo. Le note fruttate accompagnano la dolcezza naturale dei peperoni, mentre le sfumature speziate del vino dialogano con la leggera tostatura della pelle croccante, creando un insieme armonico e mai invadente. Il galletto convince per la cottura precisa: la carne rimane morbida e succosa, mentre la pelle aggiunge una piacevole croccantezza. Peperoni e spinaci completano il piatto con una dolcezza naturale e una nota vegetale che dona equilibrio all’intera preparazione A completare il percorso dei vini arriva Aska Bolgheri Rosso DOC, l’interpretazione di Banfi della costa toscana ottenuta da Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Un rosso di grande personalità, che alterna la generosità del frutto a sfumature più profonde di cacao, tabacco, liquirizia e pepe nero. Al palato convince per equilibrio, profondità e una trama tannica vellutata, sostenuta da una freschezza che accompagna il sorso fino a un finale lungo ed elegante. Più che accompagnare una singola portata, Aska rappresenta la naturale conclusione del percorso dedicato ai sapori salati. Un calice che amplia il racconto di Banfi oltre Montalcino, dimostrando come la stessa ricerca dell’equilibrio e dell’eleganza trovi espressione anche nei grandi rossi della costa toscana. È il passaggio ideale prima di lasciare spazio al dessert, concludendo il percorso gastronomico con profondità e armonia. A chiudere il percorso arriva una crostatina al cioccolato fondente e bianco con gelato alla marmellata di latte, salsa all’amarena e gocce di cioccolato. Un dessert che gioca sull’equilibrio tra consistenze cremose e croccanti, dove la profondità del cioccolato trova nella vivace acidità dell’amarena una piacevole nota di freschezza, evitando qualsiasi eccesso di dolcezza. Ad accompagnare il finale della degustazione arrivano anche una piccola selezione di dolci della tradizione: cantucci, ciambelline al cacao e ciambelline al vino rosso. Un gesto di ospitalità che richiama i sapori più autentici della Toscana e prolunga con semplicità ed eleganza il piacere della tavola. L’abbinamento con Sciandor Moscato d’Asti DOCG, ottenuto da Moscato Bianco in purezza, accompagna il finale del percorso con grande eleganza. I profumi di pesca bianca, fiori d’acacia, salvia e delicati richiami agrumati dialogano con la componente aromatica del dessert, mentre la lieve effervescenza e la brillante freschezza alleggeriscono la ricchezza del cioccolato e del gelato alla marmellata di latte. La dolcezza del vino non sovrasta quella del piatto, ma la sostiene con equilibrio, lasciando che sia la nota fruttata dell’amarena a prolungare il finale di bocca. Un abbinamento che chiude la degustazione con armonia, freschezza e una piacevole sensazione di leggerezza. Usciti dalla Taverna Lorella. mi accompagna alla scoperta di un’altra anima di Castello Banfi. Anche qui il tempo non è semplicemente un elemento della produzione, ma diventa parte integrante del risultato finale. Una filosofia che accomuna ogni esperienza vissuta all’interno della tenuta. La Balsameria, dove il tempo diventa l’ingrediente più prezioso. Qui nasce il Condimento Balsamico Etrusco, custodito in una batteria di botti che, dal rovere francese al castagno, dal ciliegio al frassino fino al gelso, accompagnano un lungo percorso di affinamento. L’aria è impregnata di profumi intensi e avvolgenti, mentre ogni passaggio racconta una lavorazione fatta di pazienza, conoscenza e rispetto della materia prima. La visita prosegue nella cantina, una struttura dall’architettura contemporanea dove innovazione e tecnologia sono al servizio della qualità. Ad accogliermi è la statua di Albert Einstein. Una presenza che sorprende, ma che diventa immediatamente comprensibile osservando ciò che questa cantina rappresenta. Ricerca, conoscenza e capacità di guardare oltre sono infatti i principi che guidano ogni scelta di Banfi. Un messaggio che trova piena espressione negli spazi della cantina, progettati per seguire ogni fase della vinificazione e dell’affinamento con la massima precisione, valorizzando il carattere delle uve e l’identità del territorio. È proprio qui che si comprende fino in fondo la visione di Castello Banfi. Non solo una delle aziende simbolo del Brunello di Montalcino, ma una realtà capace di coniugare ospitalità, cultura, ricerca e innovazione in un unico progetto, dove ogni luogo visitato, dalla Taverna alla Balsameria fino alla cantina, contribuisce a raccontare una stessa filosofia: custodire la tradizione, investendo costantemente nel futuro. La visita a Castello Banfi dimostra come l’enoturismo possa trasformarsi in un’esperienza completa, capace di unire vino, cucina, ospitalità, cultura e paesaggio. Dal relax di Podere ColleLupino alla tavola della Taverna, fino alla Balsameria e alla cantina, ogni tappa contribuisce a raccontare una visione coerente: quella di un’azienda che custodisce la tradizione con lo sguardo costantemente rivolto al futuro. È questo che rende Castello Banfi un luogo diverso da tanti altri. Qui il vino è il punto di partenza, non quello di arrivo. Perché la storia del buon bere, a Montalcino, viene raccontata davvero ben oltre il calice. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio Arrow Right Top Bg

24 Luglio, 2026

La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio

  Chi è Francesco Welti e come nasce La Sughera? Un viaggio tra Sardegna e Svizzera alla scoperta di una piccola cantina artigianale che valorizza vitigni autoctoni come Caricagiola, Bovale, Cagnulari, Vermentino e Arvesiniadu attraverso una produzione naturale e profondamente legata al territorio. Ogni cosa che ho fatto nella vita l’ho fatta per poterla avere sott’occhio. Quanto sono complicate le vite delle persone. Più ascolto racconti di vita e più mi rendo conto che certe esistenze non procedono in linea retta. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Vanno in una direzione per poi virare. Anzi, se dovessimo vederle in maniera tridimensionale, sono vite elastiche: si tendono, tornano indietro, ripartono, si lasciano strattonare dal destino e poi lo strattonano a loro volta. La storia di Francesco Welti è così: un continuo su e giù tra Svizzera e Sardegna, tra la pagina e la vigna, tra la disciplina e l’istinto. Mentre lo ascolto rimango affascinato da quella che si rivela una chiacchierata vera, di quelle che ti fanno sentire il peso e il senso delle cose. Capisco che La Sughera non è solo un luogo o soltanto un’azienda. È un gesto. Un’idea di vita messa in pratica. È una di quelle follie che, se non le fai, ti rimangono dentro come una musica interrotta. Capita così che, ripensando oggi alla lunga e profonda chiacchierata avuta con Francesco, ciò che mi rimane in mente non è un’immagine di vigne, non è il mare di Aglientu che d’estate sfuma nel turchese tra le rocce di granito. È lui in inverno, sul confine svizzero-tedesco dove è cresciuto, che da bambino guardava verso la Germania come verso una promessa incompiuta. E poi lui oggi, in Sardegna settentrionale, che dalla finestra di casa guarda la vigna. Lo stesso gesto. La stessa necessità profonda di tenere il proprio mondo nello spazio di uno sguardo. Francesco ha la doppia cittadinanza. Padre svizzero, madre italiana, cresciuto sul confine. Una qualità che vede. Quella qualità rara nelle persone di frontiera: la capacità di guardare da due lati senza appartenere del tutto a nessuno. Il che non è una forma di sradicamento. Magari di libertà. È la libertà di scegliere dove piantare le radici non per caso, non per eredità. Per visione. Proprio di visione si tratta. Anche se Francesco comincia a raccontarsi sembra un uomo che scivola nelle cose Sono un po’ scivolato nel vino Nessuno scivola mai a caso nelle cose. Figuriamoci nel vino dove hai bisogno di sporcarti le mani e i piedi nella terra. Il suo è forse si uno scivolamento, ma studiato. Come se ogni deviazione avesse una direzione. Il giornalista diventato vigneron, lo svizzero trapiantato in Sardegna, il cronista divenuto contadino-filosofo, era sempre la stessa persona, con la stessa bussola, anche quando cambiava strada. Ho incontrato Francesco in una di quelle conversazioni che si fanno quando il vino ha tempo così da lasciarlo anche alle persone. Sua moglie, Regula Graf. La Cantina, La Sughera. Tre ettari ad Aglientu, nel nord della Sardegna, a dieci minuti dal mare. Tre ettari scelti con cura quasi maniacale: vicini al mare, in collina per inseguire freschezza e gradazioni meno esasperate, con un’esposizione che pareva giusta. E la vigna sott’occhio. Sempre. Non sono partito con l’idea di fare naturale. Cercavo il minimo degli interventi perché mi sembrava congruo con come lavoravo la vigna. Se là fuori cerco un equilibrio con la natura, non ha senso che poi dentro faccio il contrario. Non c’è bisogno di costruirsi un’identità di marca. È più importante costruirsi una coerenza etica prima che produttiva. In un panorama dove il vino naturale è diventato spesso estetica, tribù, bandiera da sventolare alle fiere, sentire qualcuno parlarne come di una conseguenza logica di uno stile di vita fa un certo effetto. Pasolini diceva che la coerenza è la virtù dei mediocri, intendendo però che la vera coerenza non è quella dichiarata bensì quella praticata in silenzio, quella che non ha bisogno di pubblico. Francesco non ha bisogno di pubblico. Ha bisogno della vigna sott’occhio. Le origini de La Sughera vanno ricercate a Lugano o forse prima ancora, in un ricordo di bambino nel Bellunese, dove c’era uno zio con una vecchia botte, delle vigne e un’infanzia che sapeva di mosto. Uno zio morto giovane, in un incidente e Francesco che da bambino provava a fare quel vino mettendo i piedi nell’uva e aspettando la fermentazione con la trepidazione dei dodici anni. Peccato che ritornando a Pasqua trovò solo l’aceto.  Una grande delusione La prima produzione. Come ogni prima produzione che conta, era inevitabile che finisse male. Poi tutto si dimentica o si stratifica sotto altro. Sotto le pieghe della vita, dei mille rivoli, delle mille svolte. La professione di giornalista in Ticino per giornali di lingua tedesca. La carriera. L’incarico di direttore di una testata.  Facevo il tuo lavoro Sorrido, perché in quella frase c’è una fraternità improvvisa: due persone che conoscono la stessa fame di parole, lo stesso bisogno di capire.  Direttore. Poi freelance. Poi ancora libri: biografie, ricostruzioni, storie lunghe. Finché, ad un certo punto, entra la vigna. Ho iniziato a fare dei corsi… in Ticino c’è una scuola agricola che offre formazione sul vino. E poi ho trovato una piccola vigna in affitto e una cantina familiare dove collaborare. Un giorno direttore, un giorno operaio in vigna, un giorno sulla sua vigna. La testa e le mani. L’inchiesta e la terra. Una doppia anima, sì, ma non come esibizione: come necessità. E in quella necessità riconosco qualcosa di molto attuale: oggi che tutti parlano di “ritorno alla natura” come fosse una moda, Francesco racconta una cosa più scomoda e più vera:  La natura non è un rifugio, è un lavoro.  È fatica. È presenza. È rischio. E intanto, come chi non riesce a stare fermo, una vigna in affitto cominciando a produrre Merlot, Cabernet Franc e Bondola. Bondola, l’antica uva autoctona ticinese. Quella che nessuno voleva più perché soppiantata dal Merlot certamente più facile e commerciale.  Direttore di giornale cinque giorni, operaio in vigna il sesto, vignaiolo nella sua piccola produzione il settimo. Scrivevo i capitoli con la testa mentre lavoravo in vigna. L’unico problema era che arrivavo a casa con il novanta per cento dell’articolo già fatto. Credo che sia un po’ filosofica l’idea che il lavoro manuale sia anche lavoro intellettuale, che zappare e pensare non siano antitetici. La stessa filosofia dei greci che camminavano mentre parlavano. Lo sapeva Thoreau Walden nella sua Vita nel bosco. Lo sa chiunque abbia mai fatto un lavoro fisico con sufficiente concentrazione da trasformarlo in meditazione. 3000 bottiglie prodotte e un inaspettato riconoscimento importante da parte di una rivista tedesca che classifica il Merlot come miglior Merlot del Ticino. Il tipo di risultato che, per molti, sarebbe un traguardo. Per Francesco è un segnale. Non di arrivo. Di partenza. Ho già deciso di mollare… perché fare come mi sarebbe piaciuto non era possibile, in modo ragionevole. Quel “ragionevole” colpisce come uno schiaffo improvviso. Perché la sua storia, in apparenza, è una follia. Ma nella sua testa è quasi l’opposto: la follia è restare in una vita che non ti assomiglia più. Insomma, il Ticino era troppo piccolo, il clima non permetteva quello che voleva fare, i prezzi dei terreni erano inarrivabili. E c’era la Sardegna, che Francesco frequentava da ragazzo, che lo chiamava con quella insistenza silenziosa che hanno i luoghi dove senti di dover tornare. La Sughera: partire da zero per restare fedeli a sé stessi La Sardegna per me era chiara. Come se fosse l’unica alternativa reale. L’altra sarebbe stato il Veneto, dove mia madre era di casa, ma non avrei cambiato molto dal punto di vista climatico. Regula preferiva la Corsica. Francesco non riesce a negare la tensione che è scaturita dalle due visioni differenti. Regula era attratta dall’isola francese e la Sardegna non aveva lo stesso richiamo sentimentale. Il compromesso, pur di portarla nell’isola che voleva, è stato il vivere tra Ticino e Sardegna .  Era il suo turno di scegliere dove spostarci. Ma anche quella volta ho scelto io. Però le è piaciuta Tanti giri. Tante segnalazioni di chi avrebbe voluto abbandonare la terra cedendola a qualcuno. La necessità di avere una posizione particolare per ottenere i vini che aveva in mente. Fino a trovare qualcosa che faceva al caso loro.  Abbiamo cercato la collina… pensando ai cambiamenti climatici e pensando di produrre un po’ meno alcolici. Alla fine si trovano tre ettari. Una scelta precisa: non troppo vicino al mare, ma “a dieci minuti dal mare” e con un’altitudine che aiuta a ragionare sul futuro. Inevitabilmente mi parte una divagazione mentale. La questione dell’alcol che non è solo tecnica, è cultura. È un modo di immaginare il vino nei prossimi vent’anni. Se la viticoltura continua a inseguire potenza e maturazioni estreme, rischiamo di perdere la cosa più preziosa: la bevibilità. Quella che ti fa desiderare un secondo bicchiere, non solo un applauso. Nel 2013 i primi lavori, nel 2019 il primo vino commercializzabile. Nel mezzo, cinque anni di attesa, di garage wine, di B&B per sopravvivere, di un progetto editoriale a Ginevra che assorbe energie. E il COVID, naturalmente, arrivato come una beffa proprio quando finalmente c’era il prodotto.  Sembrava quasi pensato Ride Francesco. Di quel riso amaro con cui si raccontano le sfortune quando non fanno più male. Diecimila bottiglie adesso. Sei etichette, forse sette. Nove varietà in vigna con Cannonau, Bovale, Cagnulari, Carignano, Monica, Vermentino, l’oscuro Arvesiniadu che nessuno vinificava in purezza, il Merlot arrivato quasi per gioco in un angolo nascosto della proprietà. Una lista che Francesco ha costruito come un architetto costruisce una pianta: pensando prima al risultato, poi cercando i materiali. Ho piantato la vigna in base ai vini che volevo ottenere. È una frase di una semplicità spiazzante. È anche la frase di qualcuno che ha capito qualcosa che molti produttori non capiscono mai: che si parte dal vino, non dall’uva. Che la vigna è un mezzo, non un fine. Che l’identità di un territorio non si eredita, si costruisce con le scelte. Torna in mente il Cagnulari.  C’erano due produttori in tutta la Sardegna settentrionale che imbottigliavano quest’uva. Io la volevo perché era quasi sparita. Era l’uva antica della Gallura, del nord dell’isola. Non imbottigliando non la conservi. In un’epoca in cui il vino naturale rischia di diventare un’estetica globalizzata, la stessa arancione sbiadita sull’etichetta, la stessa cuvée senza solfiti da Berlino a Tokyo, Francesco Welti, svizzero di Locarno con l’anima veneta della madre e il rigore tedesco del padre, decide di fare il custode di varietà che nessuno ricorda. Non per marketing. Non perché sia di moda. Perché gli sembrava una cosa giusta. Il problema della visibilità, però, esiste e Francesco lo nomina con la franchezza di chi ha fatto i conti con il mercato senza perdere l’utopia. Vendo più in Inghilterra e negli Stati Uniti che in Italia. In etichetta posso scrivere solo “Isola dei Nuraghi“. Non posso scrivere Sardegna. Dillo a un inglese, isola dei Nuraghi: non sa neanche dove sia. È un paradosso crudele quello della denominazione italiana: un sistema creato per proteggere le tipicità locali che finisce spesso per renderle illeggibili al consumatore. Se produci un Isola dei Nuraghi con Cagnulari e Bovale o Arvesiniadu, sei tecnicamente fuori dalle DOC della Sardegna, che hanno le proprie regole sugli uvaggi. Quindi ci si rifugia nelle IGT perdendo così la possibilità di scrivere il nome dell’isola. Paradossale, sì. Kafkiano, forse. Tipicamente italiano, certamente. Non posso scrivere il nome dei vitigni. Non posso scrivere dove sono. Il consumatore curioso che vuole sapere non ha strumenti. Chi decide di berlo lo fa quasi per fede. Questo ci riguarda tutti. Occorrerebbe riflettere seriamente su queste regole arcaiche e senza senso. Siamo bombardati da informazioni di ogni tipo ma il vino artigianale rimane spesso opaco per scelta regolamentare. Non per pigrizia del produttore, non per mancanza di storia ma perché il sistema burocratico non ha ancora capito che la trasparenza, oggi, non è un lusso ma una necessità competitiva. Non sarà che il sistema normativo invece di difendere le tipicità locali tende a prendere le parti dei grandi produttori? Pensiamoci bene. Le grandi etichette non hanno questo problema: il nome da solo vale decenni di distribuzione. Le micro-produzioni di Francesco Welti ad Aglientu devono combattere con strumenti spuntati. Con stupidi legacci burocratici che non permettono di indicare la provenienza o l’uvaggio. Inconcepibile. I vini de La Sughera La praticità di Francesco e Remula è bellissima e disarmante. I vini hanno un nome che è una sorta di vezzeggiativo del vitigno dal quale derivano. Quasi per chiamarli con quel nomignolo affettuoso con il quale si chiama un figlio.  Ino è il Vermentino Isola dei Nuraghi IGT Dodici ore di macerazione sulle bucce, fermentazione spontanea per trentacinque giorni, sessanta di battonage sulle fecce nobili. Non filtrato. Francesco ha costruito questo vino per dimostrare che il Vermentino, quando viene preso sul serio, non è solo la bottiglia fresca dell’estate sarda ma qualcosa di molto più complesso e duraturo. Così Ino non cerca di piacere subito. Non è quello il suo scopo. Si apre lentamente, come fanno le persone vere. Al naso è la Gallura che parla con la macchia mediterranea, i fiori secchi, una nota minerale che rimanda al granito di queste colline a quattrocento ottanta metri. In bocca ha tensione, ha nerbo, ha quella sapidità che non abbandona mai il finale. Uno dei migliori Vermentino assaggiati. Per un solo motivo: è vero, intenso, capace di riportarti ad un vino che bevi, guardi il bicchiere perché sembra che non hai capito qualcosa. Eppure ti piace. Così ribevi un sorso. Ti piace di più ma continui a non capire altro. Non è poco. È quasi tutto. Iola. Caricagiola e Monica. Isola dei Nuraghi IGT Francesco lo definisce vino estivo. Ma estivo non significa semplice. Significa che ha capito che in certi climi, certi momenti, hai bisogno di qualcosa che si beva fresco, senza cerimonie, senza aspettare. La Caricagiola è l’uva più locale di tutte, la più rappresentativa della Gallura alta, quella che il nord dell’isola custodisce come un segreto mal tenuto. Affinamento in acciaio, macerazione di dieci giorni, imbottigliamento a inizio estate. Nel bicchiere ha un colore rosso rubino vivo, quasi luminoso. Al naso aromi di ciliegia e frutti di bosco, una spezia leggera. Pochi tannini, acidità vivace, una beva che non stanca. Da servire leggermente fresco, con una pasta, un pesce cucinato senza troppi fronzoli o con niente, su una terrazza con il mare davanti. Una suggestione incredibile. Vale. Bovale sardo, Cannonau e Merlot. Isola dei Nuraghi IGT Il Merlot nell’angolo nascosto della vigna. Francesco lo ha piantato per vedere cosa dà, senza un progetto preciso. Poi si è ritrovato a usarlo esattamente come lo usavano nel Mandrolisai ovvero come elemento di eleganza in un assemblaggio dove il Bovale dà struttura e il Cannonau dà calore. O magari sono solo le reminiscenze della loro Svizzera. Fermentazione spontanea separata per le tre uve, il Cannonau affina in botti di castagno per alcuni mesi con battonage, Bovale e Merlot in acciaio. Non filtrato. Ovviamente. Ne risulta il vino più complesso della gamma, quello che ha bisogno di un po’ di tempo nel bicchiere per aprirsi. Se proprio non si riesce a non bere immediatamente. Al naso spezie scure, frutti neri maturi, una nota balsamica che arriva dal castagno senza coprire. In bocca è pieno, tannico ma non duro, con una lunghezza che sorprende per una cantina giovane su una vigna giovane. Il Bovale porta carattere, il Cannonau porta il sud, il Merlot porta il Merlot ovviamente. Ma con una certa grazia inaspettata. Per aziende come quella di Francesco e Remula, il futuro è complicato. Magari non quello del vino, non della cantina. Forse proprio del futuro vero, quello biologico e sentimentale. Ho detto: se voglio farlo lo faccio prima dei cinquant’anni, perché il ciclo della vigna voglio seguirlo. Quando la vigna comincerà a calare, comincerò anch’io. Andiamo a braccetto. È un ragionamento bellissimo e un po’ malinconico, come tutti i ragionamenti veri e profondi. Quelli che vengono da dentro. Dal profondo dell’animo. Francesco e Remula non hanno figli che continuino. Non sanno se qualcuno raccoglierà quello che hanno piantato.  Sarebbe bello  Lo dice con quella cautela con cui si esprimono i desideri troppo grandi per essere pronunciati ad alta voce.  Potrebbe arrivare qualcuno. Ma non è qualcosa su cui conto. In queste zone, negli ultimi quarant’anni, l’esplosione del turismo ha generato come effetto quasi scontato, il totale abbandono della campagna. Chi se ne è andato a lavorare per gli alberghi e le spiagge, chi ha tramutato la propria azienda in agriturismo. Pieno d’estate e completamente vuoto (e desolato) in inverno.  Adesso, forse, sta tornando qualcosa. Giovani che imbottigliano vini che i loro padri conferivano alla cooperativa. Piccoli produttori artigianali che si incontrano, si confrontano, si scambiano esperienze senza quella diffidenza da trincea che si sente invece in certi ambienti del vino convenzionale. Nel vino naturale c’è un clima completamente diverso. Più collaborazione, più voglia di sperimentare, più confronto sano. Senza la necessità di battere l’altro. Non romantizzo. So che anche lì ci sono ego, rivalità, pretese. Ma c’è qualcosa di vero in questa osservazione: quando si opera ai margini del sistema, si tende a costruire comunità invece che gerarchie. È sempre stato così. Nei movimenti artistici, nelle avanguardie letterarie, nelle scene musicali che nascono underground prima di essere inglobate dal mainstream. Il vino naturale ha la stessa parabola. Ed è una parabola interessante da seguire. Francesco Welti tornerà in Ticino e poi ritornerà ad Aglientu dove c’è un bianco che sta ancora fermentando Vediamo quando torno se ha finito La serenità di chi ha imparato ad aspettare. In Ticino aspettano i funghi, i gallinacci arrivati finalmente a dicembre dopo anni di siccità. In Sardegna si aspetta la primavera, che è il momento in cui la vigna sott’occhio ricomincia a vivere. Non smetto però di pensare ai confini. Al bambino sul confine svizzero-tedesco. Al ragazzo che guardava l’Italia da casa. Al produttore che dalla Sardegna vede la Corsica.  Forse fa parte del DNA Lo dice ridendo mentre io non rido. Penso che i luoghi che abitiamo ci scelgono tanto quanto noi scegliamo loro. E che certe persone hanno bisogno di vivere sul margine per vedere tutto con più chiarezza. La vigna sott’occhio, sempre. Ah, dimenticavo Regula che avrebbe preferito la Corsica. Adesso pota le vigne in inverno senza paura del freddo. Adesso collabora anche in cantina. Adesso è La Sughera tanto quanto Francesco. Le persone si trasformano nei luoghi che abitano, specialmente quando quei luoghi sono scelti con intenzione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Fattoria Mantellassi porta “Le Sentinelle Riserva” a bordo dell’Amerigo Vespucci per il Vinitaly International Tour in Canada Arrow Right Top Bg

23 Luglio, 2026

Fattoria Mantellassi porta “Le Sentinelle Riserva” a bordo dell’Amerigo Vespucci per il Vinitaly International Tour in Canada

  Il prossimo 25 luglio 2026, l’eccellenza della Maremma Toscana solcherà l’oceano per salire a bordo della nave più bella del mondo. Fattoria Mantellassi, storica cantina di Magliano in Toscana, sarà infatti tra i grandi protagonisti del Vinitaly USA Preview nella prestigiosa tappa di Québec City.   Ad ospitare l’evento sarà una cornice d’eccezione: l’Amerigo Vespucci, ambasciatrice globale della cultura, dell’arte e dell’ineguagliabile Made in Italy. L’appuntamento esclusivo punta a promuovere il vino italiano d’eccellenza sui mercati nordamericani e rientra nel programma internazionale di Vinitaly e Verona Fiere, con la collaborazione di Coldiretti, per consolidare la presenza delle nostre migliori etichette italiane in Canada e negli Stati Uniti. Sarà un momento cruciale di networking, business e cultura vinicola, grazie alla presenza di produttori, buyer strategici, giornalisti e professionisti del settore. A rappresentare l’anima autentica del territorio maremmano ci sarà Fattoria Mantellassi con il suo straordinario: LE SENTINELLE RISERVA, un vino che racconta la filosofia dei patron dell’azienda che, da oltre sessant’anni, interpreta la Maremma attraverso vini che valorizzano il territorio la biodiversità e una viticultura sempre più orientata alla sostenibilità. Esperienza, innovazione e rispetto per il consumatore e per la natura guidano da sempre la sua produzione tanto da aver raggiunto riconoscimenti internazionali importanti. LE SENTINELLE RISERVA, nasce da una selezione rigorosa delle migliori uve e da un lungo sapiente affinamento. Un vino elegante e complesso che rivela intensi sentori di frutti rossi maturi, spezie e delicate note balsamiche. Al palato offre struttura, armonia e una lunga persistenza, esprimendo carattere e autenticità. Di colore rosso rubino intenso si distingue per un bouquet ricco e avvolgente anche durante le degustazioni. La partecipazione di Fattoria Mantellassi al Vinitaly Tour in Canada non è solo un traguardo ma è un viaggio sensoriale che conferma la vocazione internazionale della sua cantina e il suo impegno costante a promuovere la cultura del made in Italy nel mondo. In occasione di una cena istituzionale riservata a operatori selezionati, verrà inoltre svelato ufficialmente il grande progetto Vinitaly USA. L’iniziativa, che vede sempre il supporto di Coldiretti, culminerà nella attesissima fiera di New York il 26 e 27 ottobre 2026. Per maggiori informazioni:  www.fattoriamantellassi.it La Redazione
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In arrivo la 22° Edizione della Rassegna Enogastronomica Ardesio Divino Arrow Right Top Bg

23 Luglio, 2026

In arrivo la 22° Edizione della Rassegna Enogastronomica Ardesio Divino

  Quest’anno omaggio a Pellegrino Artusi   Ardesio DiVino 2026 | 1-2 agosto 2026
Cena DiVina | 31 luglio 2026
Ardesio (Val Seriana – BG)
#ArdesioDiVino Le vie, le piazze e le corti del centro storico di Ardesio, nel cuore delle Orobie bergamasche, si preparano ad accogliere la 22ª edizione di Ardesio DiVino, la mostra mercato enogastronomica che l’1 e il 2 agosto 2026 tornerà ad animare il borgo con degustazioni, incontri, musica e appuntamenti dedicati alla cultura del gusto. Organizzata da ADIVÌ APS, la manifestazione conferma anche quest’anno la propria vocazione a valorizzare il patrimonio enogastronomico italiano attraverso un’esperienza capace di unire convivialità, tradizione e scoperta. Per due giorni, produttori provenienti da tutta Italia accompagneranno i visitatori in un viaggio tra vini, salumi, formaggi, dolci e altre eccellenze artigianali, raccontando il lavoro, la passione e la cura che si celano dietro ogni prodotto. L’edizione 2026 renderà omaggio a Pellegrino Artusi, considerato il primo grande narratore della cucina italiana. Il tema scelto per quest’anno sarà infatti dedicato alle ricette come espressione di cultura, memoria e identità, in un percorso che intreccia gusto e racconto. Un viaggio che si arricchisce grazie alla collaborazione con Casa Artusi di Forlimpopoli, realtà impegnata nella promozione del riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO. UN PROGRAMMA TRA SAPORI, TRADIZIONE E CULTURA La manifestazione prenderà il via venerdì 31 luglio alle 20.45 con la tradizionale e attesa Cena DiVina, primo grande momento conviviale del festival ospitato presso l’Albergo Ristorante Da Giorgio. Protagonisti della serata saranno i cuochi ardesiani Gilles, Alberto e Davide, che accompagneranno il pubblico in un viaggio gastronomico ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi (prenotazione obbligatoria). Sabato 1 (dalle 12.00 alle 21.00) e domenica 2 agosto (dalle 10.30 alle 20.00) il centro storico di Ardesio si animerà con stand, degustazioni e incontri con selezionati produttori, vignaioli e artigiani del gusto, e con l’esposizione di tutti i prodotto all’Enoteca DiVina con una selezione di vini dei produttori protagonisti della 22ª edizione. Numerosi gli appuntamenti che animeranno la due giorni. Si inizia sabato 1, alle 15.30, nella sala consiliare del Comune (Piazza Monte Grappa), con l’ormai tradizionale Degustazione guidata del Seminario Permanente Luigi Veronelli: un viaggio sensoriale, condotto da Andrea Alpi, Responsabile Formazione del Seminario Permanente Luigi Veronelli e curatore della Guida Oro, alla scoperta di una selezione dei “Sole”, il prestigioso riconoscimento assegnato dalla storica Guida alle etichette, scelte tra migliaia di campioni assaggiati, i cui “racconti in forma di vino” sono rappresentativi della competenza, della creatività e dell’impegno dei rispettivi produttori (prenotazione obbligatoria). Si prosegue alle 16.30 presso il Parco Alpini della Casa Museo con il laboratorio gratuito di cucina delle Mariette di Casa Artusi: un’occasione per mettere letteralmente le mani in pasta e scoprire tecniche e segreti della tradizione gastronomica italiana. Chiude la giornata, dalle 19.30, sotto la tensostruttura nel piazzale delle Poste, la tradizionale Cena Popolare delle mamme di Ardesio, che quest’anno si arricchirà di suggestioni e ricette ispirate al ricettario di Pellegrino Artusi. Domenica 2 agosto, alle 10.30 torneranno protagoniste le Mariette di Casa Artusi con un secondo laboratorio gratuito di cucina presso il Parco Alpini della Casa Museo, mentre dalle 12.30 il piazzale delle Poste ospiterà il tradizionale Pranzo Alpino organizzato dal Gruppo Alpini di Ardesio. Nel pomeriggio, alle 17.00, il Palcoscenico Letterario proporrà “Vite, Voci, Vino”, reading teatrale a cura del Teatro Minimo che accompagnerà, insieme a Casa Artusi, alla scoperta della figura di Pellegrino Artusi, intrecciando testi di grandi autori e musica dal vivo in un racconto poetico e coinvolgente dedicato al vino e alle sue storie. Conclude la giornata la Cena Popolare, sempre dalle 19.30 a sotto la tensostruttura del piazzale delle Poste. MUSICA A KM ZERO PER RACCONTARE IL TERRITORIO La colonna sonora di Ardesio DiVino 2026 sarà affidata a “Musica a Km0”, progetto pensato per valorizzare artisti e musicisti del territorio attraverso concerti gratuiti diffusi nelle vie del borgo. Sabato 1° agosto, durante tutta la giornata, si alterneranno il cantautore Jahnet Beccarelli in duo con Mauro Tasca, la Sindaco Acoustic Guitar Band guidata da Enrico De Paoli, il pianista Luca Balduzzi e il duo acustico The Pizza’s Orphans, con repertori che spaziano dal cantautorato al rock internazionale. Alle 20.30, nel piazzale del Comune, gran finale con i Colpi di Soul e il loro coinvolgente omaggio alle sonorità soul, funk e pop. Domenica 2 agosto il risveglio musicale sarà affidato alle sonorità internazionali di Giuseppe Jos Olivini e ai canti spirituali indiani dei Bhajanam. Nel pomeriggio spazio alle sonorità originali dei Katastrophé, alle sperimentazioni sonore del Japa Mala Duo, alle reinterpretazioni acustiche di Sveva & Fabio e al piano solo di Lorenzo Zani. A chiudere la manifestazione, alle 20.30 nel piazzale del Comune, sarà il Diego Ghenzi Trio con un tributo ai grandi cantautori italiani da De André a Guccini, da Dalla a De Gregori. UN EVENTO CHE COINVOLGE TUTTA LA COMUNITÀ Ardesio DiVino continua a essere un evento costruito grazie alla partecipazione dell’intera comunità locale. Un ringraziamento speciale va agli abitanti di Ardesio, che con il loro impegno e la loro accoglienza contribuiscono ogni anno a rendere unica la manifestazione, e alla Pro Loco Ardesio, che sostiene e anima il festival. INFO E PREVENDITE Le prevendite per partecipare ad Ardesio DiVino 2026 sono già aperte. Per informazioni, programma completo e acquisto dei biglietti è possibile consultare il sito ufficiale ardesiodivino.it. La manifestazione si svolgerà anche in caso di maltempo. La Redazione
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