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17 Luglio, 2026

Zi Rocco. Roma incontra i castelli romani

  A volte basta attraversare poche strade per avere la sensazione di essere già altrove. È quello che mi è successo arrivando da Zi Rocco. Roma è ancora lì, ma l’atmosfera è già quella dei Castelli Romani. È in questo punto di confine, dove la città lascia lentamente spazio a panorami più rilassati, che ho scoperto Zi Rocco, un ristorante che da tre generazioni accoglie gli ospiti con una cucina che mette il pesce al centro della tavola. Gli spazi esterni sono ideali per le sere d’estate, mentre la sala interna, elegante e curata, offre un ambiente accogliente in ogni stagione. Ad attendermi c’è Stefano, la terza generazione, che mi accompagna alla scoperta della storia del locale e del suo menu. Tra un racconto e l’altro emerge il legame con il nonno Rocco, da cui il ristorante prende il nome. Una storia di famiglia che continua ancora oggi, mantenendo viva la tradizione e aprendosi a una cucina contemporanea. La filosofia in cucina La cucina di Zi Rocco parte da un principio semplice: il rispetto della tradizione, senza rinunciare alla possibilità di guardare avanti. Le ricette che fanno parte della memoria gastronomica italiana restano il punto di riferimento, ma vengono interpretate con sensibilità contemporanea, cercando nuovi equilibri e nuovi abbinamenti senza alterarne l’identità. Tutto nasce dalla materia prima. Ogni piatto prende forma solo dopo un’attenta selezione degli ingredienti, perché è proprio la loro qualità a guidare la costruzione della ricetta. L’obiettivo non è aggiungere elementi superflui, ma trovare il giusto equilibrio tra sapori, consistenze e profumi, lasciando che ogni ingrediente esprima al meglio il proprio carattere. Anche il rapporto con il cliente occupa un ruolo centrale. Ciò che viene descritto nel menu deve corrispondere esattamente a ciò che arriva nel piatto e, soprattutto, a ciò che si ritrova al palato. La trasparenza diventa così parte integrante dell’esperienza gastronomica: nessuna promessa disattesa, ma un racconto che trova conferma al primo assaggio. La tecnica, in questa cucina, non è un esercizio di stile. È il risultato di anni di esperienza, della gavetta e della formazione, unite alla creatività maturata nel tempo. Non esistono virtuosismi fini a sé stessi: ogni scelta tecnica è al servizio del gusto e dell’equilibrio del piatto. Se questa cucina dovesse essere riassunta in tre parole, sarebbero semplice, italiana e gustosa. Tre caratteristiche che raccontano un modo di intendere la ristorazione in cui la tradizione continua a essere il punto di partenza, mentre la ricerca trova spazio nel rispetto della materia prima e nella volontà di offrire un’esperienza autentica. Il menu Il menù di Zi Rocco racconta una cucina che affonda le proprie radici nella tradizione marinara, senza rinunciare a qualche incursione dedicata agli amanti della carne. Il percorso può iniziare con una selezione di crudi che mette al centro la qualità della materia prima: ostriche Fine de Claire, gamberi di Mazara del Vallo, scampi, carpacci di pescato e tartare, fino alla ricca “Crudité Zi Rocco”, pensata per chi desidera esplorare il mare nella sua forma più autentica. Tra gli antipasti caldi trovano spazio preparazioni essenziali come il battuto di gambero e il cilindro di cernia con salsa ai carciofi, mentre la carta dei primi alterna grandi classici e piatti simbolo della casa. Spaghetti alle vongole veraci, fregola ai frutti di mare, maltagliati con gamberi e vongole e gnocchi ripieni al salmone affiancano quello che il ristorante considera il proprio cavallo di battaglia: il risotto alla crema di scampi, una ricetta che punta sulla cremosità e sull’intensità del crostaceo. La proposta prosegue con un’ampia selezione di secondi. Dal branzino in crosta di sale al rombo al forno con patate, passando per calamari, gamberoni, scampi e grigliate miste di pesce, ogni preparazione valorizza la semplicità della cottura per lasciare spazio al sapore del pescato. Non manca una sezione dedicata alla carne, con filetto e bistecca di manzo ai ferri, pensata per soddisfare anche chi desidera un’alternativa ai sapori del mare. Un menù ampio, costruito per offrire una scelta trasversale, nella quale il pesce rimane il protagonista assoluto e racconta l’identità gastronomica di Zi Rocco.   La degustazione

Nel primo calice arriva il Brusa Spumante Extra Dry. Il colore è un brillante giallo paglierino, attraversato da un perlage fine e continuo. Al naso si percepiscono fiori bianchi, mela, pera e pesca bianca, con una leggera nota agrumata. Il sorso è fresco, morbido e di facile beva, con un finale fruttato che invita subito all’assaggio successivo. Il percorso prende il via con un tris di carpacci: spigola con gelato allo zafferano, prugna e menta; ombrina con gelato al peperone e noci; ricciola con limone candito e cipolla di Tropea. A chiudere l’entrée una battuta di gambero cacio e pepe con chips di patate fritte. Più della qualità della materia prima, che ho trovato molto buona, mi hanno colpito gli abbinamenti. Quello che ricorderò più a lungo è il gelato allo zafferano, prugna e menta accostato alla spigola: una scelta originale, equilibrata e mai invasiva. Le bollicine del Brusa accompagnano con naturalezza l’intero antipasto. La loro freschezza e la leggera nota fruttata puliscono il palato dopo ogni assaggio, valorizzando la delicatezza dei carpacci e sostenendo la morbidezza della battuta di gambero senza mai coprirne i sapor Nel secondo calice arriva il Frascati Pietra Porzia, che si presenta con un intenso colore giallo paglierino. Al naso è fruttato, con sentori tipici di pera matura, mentre al palato è fresco e brioso, con un piacevole retrogusto secco e ammandorlato. Tra i primi mi viene servita la fregola ai frutti di mare, semplice ma ricca di gusto. Il Frascati ne accompagna la sapidità senza sovrastarla: la sua freschezza alleggerisce il palato, mentre la componente fruttata si integra con la dolcezza naturale dei frutti di mare, rendendo l’abbinamento armonico e molto piacevole. A seguire arriva la specialità della casa che Stefano voleva assolutamente farmi assaggiare: il risotto alla crema di scampi, uno dei piatti simbolo del ristorante, dove la cremosità accompagna senza coprire il sapore delicato del crostaceo. Il Frascati dimostra tutta la sua versatilità anche con il risotto. La sua freschezza alleggerisce la cremosità della crema di scampi, mentre il finale secco accompagna il gusto delicato del crostaceo senza interromperne la persistenza. Infine arriva la grigliata mista. È stato forse il momento che ho apprezzato di più. È uno di quei piatti dove non ci si può nascondere dietro tecniche o salse: se il prodotto è di qualità, arriva nel piatto con tutta la sua identità. Ed è proprio quello che ho ritrovato. Gamberoni, scampi, calamari e un buonissimo, morbidissimo tortino di cernia.. Con la grigliata il Frascati continua a fare il suo lavoro con discrezione. La freschezza pulisce il palato dopo ogni boccone e lascia emergere tutta la qualità di gamberoni, scampi, calamari e del morbido tortino di cernia. La cena si è conclusa con un tiramisù. Un dolce presente praticamente ovunque, ma che, quando è preparato nel modo giusto, riesce ancora a lasciare un bel ricordo. La cena termina lasciandomi la conferma di aver scoperto un ristorante che ha costruito la propria identità senza rincorrere le mode. Qui tutto parte dalla qualità della materia prima e da una cucina che punta sul gusto, senza complicare ciò che funziona già bene. Se siete alla ricerca di un buon ristorante di pesce alle porte dei Castelli Romani, pur restando a Roma, e volete trascorrere una serata circondati dal verde, Zi Rocco è un indirizzo che mi sento di consigliare. Qui Stefano vi accoglierà con il sorriso, vi farà sentire a casa e vi accompagnerà in una serata da vivere con calma, tra buon pesce, tanto verde e scorci che meritano di essere osservati prima ancora che fotografati. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano Arrow Right Top Bg

17 Luglio, 2026

Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano

  Alcuni luoghi non si lasciano mai davvero. Per Fabio Mecca è il Monte Vulture. Da quelle terre vulcaniche della Basilicata è iniziato un viaggio che lo ha portato a diventare uno degli enologi più apprezzati del Paese, senza perdere il legame con le proprie radici, con l’Aglianico e con l’idea che il vino sia prima di tutto una storia di persone Ogni uomo porta il proprio fuoco dentro di sé.
Alcuni lo custodiscono. Altri ci bruciano la vita.
I migliori ci fanno il vino. Barile. Un nome che sa di destino. In genere si dice che il destino è scritto nelle stelle. Pensare che possa essere scritto nei suoli vulcanici del Monte Vulture, in quel lembo di Basilicata che odora di zolfo rappreso e di mosto la mattina presto di settembre, fa un po’ strano. Eppure in Basilicata, Barile è un paese di grotte e cantine scavate nel tufo, di una comunità arbëreshë che parla ancora la lingua degli albanesi fuggiti secoli fa, di vigne piantate su cenere e pietra lavica da chi sapeva che quella terra brontolava ancora, sotterraneamente e che il fuoco spento di un vulcano è forse il padre più generoso che un vigneron possa desiderare. È su queste terre che Pier Paolo Pasolini decise di girare il suo Vangelo secondo Matteo nel 1964, intuendo in quei paesaggi pietrosi qualcosa di biblicamente vero. A Barile è nato nel 1982 Fabio Mecca. Anno 1982: l’Italia vince i Mondiali di Spagna e un bambino apre gli occhi a Barile, provincia di Potenza, quasi senza accorgersene. È Fabio stesso che me lo racconta. Ha il tono leggero e ironico che non posso che riconoscere in chi nel meridione non solo è nato ma ne è parte integrante. Un tono che trasforma la biografia in commedia La mia data di nascita è il 1982, quando hanno vinto i Mondiali. Mi sono laureato nel 2006, quando l’Italia si giocò la qualificazione agli ottavi con l’Australia. Mentre Totti segnava il rigore, stavo discutendo la tesi. Due Mondiali, una laurea, una vita intera compressa tra i calci di Gentile a Zico e quelli della testata di Zidane a Materazzi. Una parentesi storica durante la quale l’Italia smise di avere paura di se stessa, almeno per novanta minuti. Una paura che è tornata tant’è che sono dodici anni che non partecipiamo più ad un Mondiale di calcio. Se nasci a Barile, impari presto che la terra non si piega. A niente e nessuno. Devi ascoltarla e sapere ascoltarla. Se poi nasci con la Cantina Paternoster di fronte casa,  cresci inevitabilmente dentro un calendario scandito non dai giorni della settimana ma dalle fasi della vite: il grappolo che si forma, il trattamento, la vendemmia del moscato, l’attesa.  Fabio Mecca è cresciuto dentro quel ritmo. La sua famiglia è legata ai Paternoster ovvero la cantina fondata nel 1925 da Anselmo Paternoster. Non una cantina qualunque nel Vulture ma la prima ad imbottigliare l’Aglianico del Vulture per venderlo al mondo. La stessa che poi ha portato l’Aglianico del Vulture a diventare DOC grazie Giuseppe detto Pino, il primo enologo del territorio. Cento anni di storia viticola che Fabio non può che portare addosso come una seconda pelle. Ho vissuto sempre in sinergia con l’azienda, con i tempi della natura, con i tempi della vendemmia anche quando ero più ragazzo. Sai, iniziava l’estate e i miei amici andavano al mare la prima volta, ma il mio tempo era scandito dall’attesa del trattamento il giorno dopo o dalla vendemmia del moscato. È facile immaginarlo bambino, nemmeno adolescente, mentre i coetanei dormono ancora e lui già sa che quella mattina c’è qualcosa da fare in vigna. Sono quelle cose, quei pezzi di vita, che non si vivono come obbligo. È semplicemente appartenenza.  Il Classico che non ti aspetti e poi da Barile a Conegliano Il padre di Fabio, medico, aveva letto Benedetto Croce, forse anche Giovanni Gentile. Sicuramente credeva che una mente ben formata fosse una mente libera. E prima di lasciare il figlio all’agrario, dove sarebbe andato di corsa con naturalezza gli chiese una cosa sola: la maturità classica. Mio papà è medico e mi ha chiesto solo di prendere la maturità classica, in modo tale da poter avere una visione più ampia. Io non l’ho assecondato di primo acchito, ma poi ho accettato perché ho compreso quello che mi voleva dire. Devo dire che poi mi ha aiutato tantissimo: la metodologia dello studio, la determinazione, l’etimologia delle parole. Vi ricordate il professor Keating de L’attimo fuggente? Strappate la pagina, anzi l’intera introduzione. Non è la Bibbia, non andrete all’Inferno. Continuate a strappare, strappate, questa è una battaglia, una guerra, e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime Il padre di Fabio non era Keating. Era l’uomo che insistette perché il figlio leggesse i classici prima di sporcarsi le mani con il mosto, certo che un giorno quelle radici avrebbero dato frutti insospettabili. E aveva ragione. Dopo il liceo classico, Fabio segue la sua natura e va a Conegliano Veneto, Scuola Enologica, istituzione-madre di ogni enologo italiano che si rispetti. I primi tre mesi non può che essere drammatico visto che tutti i compagni di corso provenivano da percorsi tecnico-agrari, sapevano già di cosa si parlava. Lui arrivava dai drammi dei greci e dalla sintassi latina.  Non capivo un cazzo di quello che dicevano. Ancora quella ironia meridionale e, per ironia della sorte, mentre Totti calcia il rigore contro l’Australia, Fabio Mecca diventa enologo. Isole & Olena e Paolo De Marchi: la palestra di un’anima Prima di tornare a casa, Fabio fa una tappa che nella sua narrazione torna continuamente, come un leit motiv: la Cantina Isole & Olena, in Toscana, da Paolo De Marchi. È lì che impara il vocabolario del vino che ancora oggi parla. La viticoltura di precisione. Il legno lavorato barrique per barrique. L’analisi parcellare. Il rispetto per quella che lui chiama l’identità del vitigno. Da Paolo De Marchi è stata una palestra di vita, prima di tutto, e poi di approccio al mondo della viticoltura di precisione. Mi si è aperto totalmente un altro mondo, mirato davvero alla qualità. Legno per legno, barrique per barrique. Ma quando finirà che un enologo del Sud sia costretto ad andare in Toscana, in Piemonte, in Veneto, per capire cosa significhi lavorare il vino con cura maniacale? Perché al Sud sembra non essere possibile?  È la storia di un Paese che ha esportato la propria bellezza vinicola soprattutto dal centro verso il nord, lasciando il Sud a inseguire, spesso a rimorchio. Fabio Mecca è uno di quelli che ha capito che il recupero doveva partire da dentro. Dall’apprendere prima, dal restituire poi. Sono cose che si portano dentro come idee ossessive. Fabio è fatto così: cita il Cervaro della Sala, la Tunina di Jermann, l’Ornellaia del Beppe Caviola come se fossero testi sacri da comprendere. Non certo da imitare.  Vintage Tunina, Cervaro della Sala. Vini che stappano quotidianamente come si stappa il Tavernello. Eppure mi hanno sempre detto: sì, va bene il territorio, il vitigno, ma c’è l’uomo. Cosa fa l’uomo per ottenere questo?  L’inibizione della malolattica. La vinificazione in legno per certi vitigni. Il contatto sulle fecce fini per i bianchi. Tecniche che sembrano soltanto processo. In realtà sono scelte filosofiche. La porta chiusa in faccia e il debito di gratitudine Torna a casa. Torna alla Paternoster, alla cantina che ha davanti agli occhi da bambino, al profumo di Aglianico che gli ha invaso i polmoni. Ma l’azienda nel frattempo ha uno zio enologo rientrato dopo vent’anni. Come potrebbe accogliere bene il giovane nipote con la laurea di Conegliano e le idee di De Marchi ancora fresche in testa? Ero rientrato con mille stimoli, come dice Jovanotti, con mille visioni diverse. In cantina come enologo c’era mio zio, il quale non ha accettato di buon grado né la mia irruenza né la mia intromissione. Sono stato accompagnato con educazione alla porta. Me ne sono andato con tanto dispiacere familiare. Ma ora lo ringrazio.  Sembra paradossale, ma lo ringrazio perché mi ha messo nella condizione di applicarmi diversamente. I giovani. Irruenti. Decisi. Determinati. Sembrano sapere tutto con solo qualche vendemmia sulle spalle. Non ammettono che l’esperienza è come un vino che deve maturare nella botte. Può anche maturare da solo ma ha bisogno di essere controllato oltre che coccolato.  Davo tutto per scontato, per possibile. Per me la prova di una fermentazione in legno dell’Aglianico era semplicemente da fare. Quando ho preso e ho scoperchiato cinque tini per far fermentare all’interno, non ho chiesto il permesso. Dall’altra parte qualcuno avrebbe dovuto comprendere il mio perché senza gridare e sbattermi fuori. Ma erano vent’anni fa. E le porte chiuse in faccia insegnano, sempre. Il dolore è certamente il miglior maestro e non perché sia buono, ma perché è onesto. Non mente sui risultati. La porta chiusa in faccia è diventata per Fabio una sorta di molla. Già, una vera molla che lo ha proiettato fuori dalla Basilicata, dentro Roberto Cipresso, dentro l’Italia intera. Difficile non vedere in quella umiliazione, perché tale era, anche se Fabio non la chiama così, il seme di tutto quello che sarebbe diventato. Roberto Cipresso e l’Italia come mappa sentimentale Roberto Cipresso è uno degli enologi più influenti d’Italia, scrittore oltre che tecnico, uomo che ha tradotto la vigna in pensiero. Fabio lo contatta, Cipresso lo accoglie. Per tre anni diventa il suo responsabile nel centro-sud. Tre anni in giro per vigneti d’Italia. Dalla Campania all’Abruzzo, dal Veneto alla Toscana. Però serve. Serve ad imparare ogni giorno qualcosa che non sapeva di non sapere. Nel 2010 inizia la carriera da libero professionista. La prima azienda è la Cantina Villadora a Terzigno, in Campania, sul versante del Vesuvio. Un altro vulcano manco a farlo apposta. Altra cenere, altra mineralità primordiale, altro clima, altro vitigno. Ed è lì che Fabio capisce qual è il suo metodo da consulente: Ho applicato un approccio diverso rispetto alla Paternoster. Ho ascoltato quelle che erano le necessità, quello che voleva essere il percorso. Ho replicato con assoluta dedizione. E solo quando la fiducia era maturata, quando eravamo arrivati ai risultati che l’azienda aveva chiesto, ho iniziato a rompere le scatole, a proporre. Anche lì abbiamo fatto prove di vinificazione in legno del Caprettone, vitigno tornato protagonista. La fiducia prima, la sperimentazione poi. È una lezione che ha imparato dal legno della porta sbattuta in faccia. Ed è anche, mi pare, una lezione di eleganza umana. Ventidue cantine, un’identità, e la questione meridionale del vino Oggi Fabio Mecca lavora con ventidue cantine. Il numero spaventa chi ragiona in termini di omologazione. Una sorta di critica lecita e legittima che mi sento di avanzare. Potrebbe esserlo, l’omologazione. Io cerco di avere al massimo due aziende per realtà produttiva, mai aziende limitrofe. Non applico protocolli standard. Non lo faccio e ritengo di riuscire ancora a trovare quelle identità territoriali che vengono fuori. Poi c’è chi ne ha cinque e chi ne ha cento: è una fase. Al Sud siamo un po’ costretti: le aziende sono piccole, la visibilità è tutta da costruire, la geografia è vasta. Insomma, la questione meridionale del vino. Non un problema di qualità, spesso altissima (e chiunque abbia stappato un Aglianico del Vulture di annata, lo sa bene). È un problema strutturale: aziende piccole, mercati da costruire da zero, territori che ancora faticano a uscire dai confini regionali sui mercati internazionali. Luca Gardini, quando degustò i vini di Fabio anni fa, disse che «l’enologo Mecca è il futuro perché rispetta il vitigno e il territorio». Nel 2025, la Guida dell’Espresso lo ha eletto miglior enologo dell’anno. Forbes lo aveva già messo nella lista degli enologi da seguire nel 2023. Il futuro, evidentemente, è arrivato. Ciò che colpisce di Fabio non sono i premi. È il modo con cui li racconta ed identifica: punti di verifica, non di arrivo.  Quando è periodo di guide, me le compro tutte. Con fattura. Le studio e vado a cercare sia le certezze che le novità, compro le bottiglie perché voglio capire cosa accade, qual è l’espressione, qual è la metodologia. Faccio il calcolo combinatorio delle possibili combinazioni tra centinaia di vitigni: è una cosa pazzesca. Non si finisce mai. Quello che è semplicemente benchmarking, per Fabio è curiosità. In fondo, il cammino non è mai fine a se stesso, ma è il modo in cui la mente impara a conoscere il mondo prima del corpo. Fabio cammina così tra i vigneti d’Italia: con la mente già là, un passo avanti. Il ritorno a Paternoster e i cento anni sotto il Vulcano Dopo sei o sette anni, Fabio torna alla Paternoster. Lo zio si era allontanato. La famiglia lo richiama. Ed è come se il cerchio si chiudesse con una dolcezza inaspettata. Non è certo il ritorno del figliol prodigo, ma quello del figlio che nel frattempo è diventato qualcuno. Uomo prima di tutto. Nel 2016 la cantina viene acquisita dal Gruppo Tommasi, famiglia veneta, grande esperienza nella valorizzazione di territori autentici, da Valpolicella alle Langhe. Un’operazione che avrebbe potuto snaturare tutto. Non è successo. Ho la fortuna di lavorare con questo grande gruppo, il quale non ha assolutamente stravolto nulla dell’aspetto produttivo. Anzi, ha potenziato la strategia, la voglia di andare avanti, dando grande fiducia nel percorso lavorativo che avevo iniziato qualche anno prima. I vini in produzione oggi alla Paternoster sono i vini di Fabio. Dal Don Anselmo, cru storico che porta il nome del fondatore Anselmo Paternoster, nato nel 1985 nel momento più buio del vino italiano dopo lo scandalo del metanolo, quasi una risposta di dignità, fino al nuovo Barone Rotondo, Aglianico del Vulture Superiore DOCG, 2.500 bottiglie da vigneti storici a seicento metri di altitudine, affinato in un’antica neviera seicentesca scavata nella roccia vulcanica.  Non è solo una cantina, è un organismo vivo. Ogni pietra ha una voce. Nel 2025, la Paternoster ha celebrato i cento anni. Un secolo di Aglianico, di vulcano, di famiglia. Fabio, che in quella famiglia è entrato non per nascita ma per vocazione, ha fatto da tramite tra il passato e il futuro, come solo chi ama davvero un luogo sa fare. L’enologo come vice del produttore: una visione del mestiere Quello che mi sorprende di più, parlando con Fabio, è la sua visione allargata del ruolo dell’enologo. Non solamente il tecnico che entra in cantina, assaggia, prende appunti e riparte. È qualcosa di più strutturato e umano insieme. Ritengo che la figura dell’enologo sia totalmente stravolta in questo momento e mai come adesso debba affiancare ancora di più il produttore. Puoi fare il miglior vino del mondo, ma se lo sappiamo solo io e il titolare, ce la cantiamo e suoniamo. Per questo affianco le aziende anche nella comunicazione, nel racconto. Mi metto a disposizione per avere rapporti con giornalisti, con agenti, con distributori, con le guide. È esattamente quello che succede nel mondo del vino contemporaneo: non bastano più le bottiglie buone, bisogna che le bottiglie parlino. Fabio ha capito che l’enologo di oggi è anche e soprattutto un narratore, un mediatore culturale, quasi un agente letterario del vino. Almeno una volta al mese visita ognuna delle sue ventidue cantine. Non delega, non si fa mandare campioni. Va. Guarda. Tocca la terra. Non riesco a non andare almeno una volta al mese in tutte le mie cantine. Devo capire cosa succede, devo avere tutto sotto controllo. È una mia forma mentis, non è un giudizio verso nessuno. So lavorare così. Una forma mentis che, in un’epoca in cui si può seguire le fermentazioni da remoto attraverso sensori e app, è quasi una dichiarazione di principio. Il corpo presente. Le mani che sanno. Il sogno del metodo classico e le porte che si tengono aperte Tante cantine. Tante esperienze. Eppure una persona curiosa ha sempre qualcosa che manca. Non certo come una mancanza vera e propria ma quasi con un latente senso di incompiuto. Un perfezionista, uno che fa dell’imparare un proprio Credo, ha sempre qualcosa che manca. Mi piacerebbe lavorare nelle Marche o in Abruzzo. Li sento miei emotivamente, ci sento ancora quella parte umana, verace, disponibile che a me serve tanto. E poi vorrei fare un gran metodo classico. Non per moda, perché ora un po’ tutti lo stanno facendo. Ma perché mi piacerebbe misurarmi da un punto di vista tecnico: la sosta sui lieviti, i vitigni, il pH, l’acidità. Mettermi lì, da pignolo. Il Metodo Classico per chi ha fatto vini fermi e importanti. I vini fermi per chi ha fatto solo bollicine. Sembra qualcosa di scontato ma non lo è affatto. Due grandi aziende lo hanno contattato negli anni, offrendogli le chiavi dell’intero progetto produttivo. Ha detto di no a entrambe. L’istinto lo ha fermato. Se avessi avuto un’altra vita, una vita parallela, mi avrebbe fatto piacere sperimentare anche lì. Capire com’è la metodologia, cosa vuol dire quando ti affidano l’aspetto gestionale di tutto quello che hanno a livello produttivo. Ma il mio istinto mi porta ancora a dire di no. Mi piace fare quello che faccio. Scegliere di non fare è anch’essa una forma di libertà. Spesso la più difficile. La famiglia, la serenità, il figlio che va al liceo di grafica In genere c’è sempre qualcuno al quale si deve dire grazie. Maestri, mentori, colleghi. Però, a guardarsi bene attorno, c’è chi è davvero molto più importante. Spesso si sottovaluta, si da per scontato. Non è facile stare con una persona che sta sempre fuori, sempre al telefono, sempre con mille cose. Io riesco a fare tutto questo solo se ho la serenità emotiva. Se da quella parte c’è serenità, io sono sereno e affronto tutto. Se c’è qualcosa che non va, perdo la lucidità. Per questo ogni sera cerco di tornare a casa, cenare con la mia famiglia, guardare negli occhi mio figlio, parlarci. È la famiglia. È tua moglie, i tuoi figli. Sono loro ad aspettarti da un giro tra le cantine. Da un lavoro che ti porta fuori e ti tiene lontano da loro. Il rientro a casa, nell’armonia. Alla famiglia occorre sempre dire grazie. Ognuno ha il suo compito. Ognuno ha la propria parte. E può anche accadere, non certo per un contrappasso, che tuo figlio che andrà al liceo classico. Ci ho provato a convincerlo. Non andrà nemmeno all’agraria. Ha scelto un liceo sperimentale di grafica e comunicazione. È giusto che facciano le cose per cui sono portati e hanno voglia. È giusto così. Suo padre, il medico, gli aveva chiesto il liceo classico. Fabio invece non insiste, lascia andare. Forse è questa la più grande prova di maturità. La libertà di lasciare che qualcuno scelga il proprio fuoco. Fuori, da qualche parte sotto il Monte Vulture che, meno male, non erutta da centinaia di migliaia di anni anche se si sente ancora, nei suoli, nelle rocce, nei vini, l’Aglianico sta maturando. Lentamente, come deve fare. Fabio Mecca sarà lì, a settembre, a guardarlo. Forse con una guida sotto il braccio. Forse con un’idea nuova che non ha ancora nome. I vulcani non muoiono. Si trasformano. I migliori enologi, anche.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2026

Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella

  Il caldo intenso di luglio non ha scoraggiato il pubblico romano. Martedì 14 luglio, negli spazi esterni del ristorante Pulp, nel cuore del Teatro della Garbatella, si è svolta la prima edizione di Roma in Bolle, la manifestazione interamente dedicata alle bollicine italiane nata da un’idea di Roberta Marchese Ragona e realizzata grazie alla collaborazione di Luca della Regina, Marco Sargentini, Adriano Romano e Ivan Vellucci. Un luogo inconsueto per raccontare le bollicine La scelta della Garbatella non è stata casuale. Lontano dai saloni e dalle location più classiche degli eventi enologici romani, il quartiere ha regalato a Roma in Bolle una cornice informale e giovane, capace di restituire alle bollicine italiane un registro meno cerimonioso e più autentico. Tra le architetture liberty e l’anima popolare del Teatro della Garbatella, il vino ha lasciato per una sera i toni della celebrazione formale per indossare quelli della festa di quartiere, complice anche il palcoscenico bohémien del Pulp. La risposta del pubblico ha superato le aspettative: tanta gente, moltissimi giovani, un’atmosfera di festa protratta fino a tarda sera. A un simile risultato hanno contribuito le bollicine eccellenti proposte in degustazione, ma soprattutto una formula snella e diretta, pensata per il piacere di bere bene senza sovrastrutture. Roma in Bolle ha sdoganato le bollicine, dimostrando come un approccio semplice e immediato possa avvicinare al vino un pubblico nuovo, più giovane e curioso. Il riscontro ottenuto racconta da solo la direzione da prendere: per il successo che ha avuto, Roma in Bolle non potrà restare un’edizione isolata. Le voci della serata A dare ritmo alla serata sono stati anche i momenti di interviste e condivisione firmati da Luca della Regina e Ivan Vellucci, che hanno dialogato a lungo con i produttori presenti, raccogliendo storie di territorio, scelte enologiche e aneddoti di cantina. Un filo narrativo che ha accompagnato il pubblico lungo tutta la degustazione, dando alle bollicine in calice un volto e una voce e trasformando ogni assaggio in un piccolo racconto condiviso. Il premio del pubblico Tra i momenti più attesi della serata, la premiazione del pubblico, che ha votato le bollicine preferite attraverso l’app MyVinApp. A conquistare il maggior consenso sono stati il Ribelle di Cantina Messori, Charmat da uve Pignoletto, e Bolle di Borro de Il Borro, Metodo Classico da uve Sangiovese che reinterpreta in chiave contemporanea uno dei vitigni più identitari della Toscana. Professionisti e pubblico, insieme La prima parte della serata è stata dedicata anche al mondo del settore: giornalisti, ristoratori, distributori e addetti ai lavori hanno preso parte a un momento di assaggi riservato, pensato per approfondire con maggiore attenzione tecnica le bollicine in degustazione. Con il passare delle ore, però, ogni distinzione tra pubblico e professionisti si è dissolta: tutti si sono lasciati avvolgere dall’atmosfera glamour e bohémien della Garbatella e del Pulp, in un’unica, grande festa delle bollicine italiane. I partner della serata Un ringraziamento speciale va al Consorzio del Parmigiano Reggiano, che ha deliziato gli ospiti con i suoi prodotti, abbinamento naturale e mai scontato per le bollicine in degustazione. Grazie anche a VoiceWise, che grazie al contributo del pubblico ha potuto proseguire lo sviluppo del proprio alcol test vocale, progetto accolto con grande curiosità e partecipazione. Un grazie particolare va a Brigitta Boccoli, che con la sua presenza ha impreziosito la serata presentando il progetto Brillawear, e allo yoga in vigna che ha aperto la giornata all’insegna del benessere. Un ultimo, sentito ringraziamento va al Pulp, cornice ideale della serata con la sua atmosfera glamour nel cuore del Teatro della Garbatella. Le cantine protagoniste A rendere possibile questa prima, riuscitissima edizione sono state soprattutto le cantine, che Roma in Bolle ringrazia a una a una indicando anche i vino che hanno particolarmente colpito il pubblico. Abrigo Fratelli (Piemonte) – il Sivà Riserva, Metodo Classico da Chardonnay. Albamarina (Campania) — L’Eremita, Metodo Charmat da Fiano del Cilento. Ambasciatori del Gusto (Veneto) – Le Manzane, Glera in versione ancestrale. Blasi (Umbria) – 1742, Metodo Classico da Chardonnay e Trebbiano Spoletino. Bortolin Angelo (Veneto) – il Valdobbiadene DOCG e l’ancestrale Barch. Cantina Messori (Emilia) – lo Spettinato da Lambrusco Grasparossa, il Ribelle da Pignoletto, premiato dal pubblico e il Gasato da Lambrusco Salamino. Colle Uncinano (Umbria) – lo Spoleto DOC da Trebbiano Spoletino. Conca d’Oro (Veneto) – il Prosecco Superiore DOCG. Gozzelino (Piemonte) – il Moscato DOCG e Elena, Metodo Classico da Pinot Nero. Il Borro (Toscana) – Bolle di Borro, premiato dal pubblico, e il raffinato Chiaro di Bolle. Marco Capra (Piemonte) – Sei Tremenda, Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero. Mencaroni (Marche) – il Brut Nature da Verdicchio. Muratori (Franciacorta) – il Brut da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco. Poggio Bonelli Chigi Saracini (Toscana) – il loro Sangiovese in versione extra brut. Quaterluna – Fase 3 e Fase 4, Metodo Classico da Chardonnay e Pinot Nero. Raparelli (Lazio) – il Lallero da Vermentino. Rossi di Madelana (Lazio) – il Ferrino da Bombino. Rotari (Trentino) – la linea Alperegis, Trentodoc di montagna. Silvestri (Lazio) – Brut e Rosé, bollicine dei Castelli Romani dal 1929. Solis Terrae (Lazio) – Bullule, da Bellone e Chardonnay. Vin Viandante (Lazio) – Confine, Cesanese rifermentato. Tenuta Maffone (Liguria) – il Duezerosette da Ormeasco con 100 mesi di affinamento. Valdarno di Sopra (Toscana) – il Sangiovese con 18 e 60 mesi di affinamento Venturini Baldini (Emilia) – il Rubino del Cerro e il Metodo Classico, entrambi da Lambrusco. Vigna Madre (Abruzzo) – il Villa Roscià da Pecorino. Vitematta (Campania) – la Radice Etrusca da Asprinio d’Aversa. Zazzera (Umbria) – Serperosa da Sangiovese e Serpeoro da Grechetto. Zorzon (Friuli) – lo Spumante Brut da Pinot Bianco e Ribolla.   Grazie a tutte le realtà, grandi e piccole, che con le loro bollicine hanno reso possibile questa prima edizione di Roma in Bolle. Appuntamento alla prossima estate, ancora più ricca di energia, di giovani e di Italia nel calice.   La Redazione
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ALBANA DI ROMAGNA. Il bianco che non ti aspetti. Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2026

ALBANA DI ROMAGNA. Il bianco che non ti aspetti.

IL COSA E IL DOVE Come accennatoVi la settimana scorsa, nell’ambito del FALSTAFF WHITE WINE PARTY che l’omonima rivista ha organizzato a Roma lo scorso 23 Giugno, a contorno dei numerosi banchi d’assaggio, si sono tenute tre masterclass dedicate rispettivamente all’Albana di Romagna, al Soave e al Gewürztraminer. Qui, oggi, Vi racconto la prima di queste, quella che ha raccontato un vitigno che ha saputo attraversare la Storia a testa alta, che ha conosciuto fasti, rischiato l’oblio e che oggi, sfida il mondo del vino con un’energia che molti altri vorrebbero avere.   L’ALBANA DI ROMAGNA L’Albana è uno di quei vini che sembrano aver attraversato i secoli senza mai perdere il filo della propria identità, anzi, forse è proprio il tempo ad averle restituito il ruolo che le spetta. Per anni è stata raccontata attraverso un’immagine incompleta, quasi cristallizzata nella memoria collettiva come il vitigno del “doppione” a tavola e dei passiti romagnoli, custode di una tradizione nobile ma confinata in un perimetro ristretto. Oggi quello stesso patrimonio è diventato il punto di partenza di una rinascita che ha pochi eguali nel panorama italiano. Non è un caso che proprio l’Albana sia stata, nel 1987, il primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG, un riconoscimento storico che allora sembrava certificare un traguardo e che invece, col senno di poi, rappresentava soltanto l’inizio di un percorso molto più lungo, perché i grandi vitigni non vivono di medaglie, ma della capacità di essere reinterpretati da ogni generazione senza tradire la propria natura. La Romagna ha impiegato tempo per rileggere l’Albana con occhi nuovi, ha dovuto liberarla da una certa retorica produttiva, abbandonare la ricerca della semplice opulenza aromatica e imparare ad ascoltare quello che il territorio suggeriva. I gessi della Vena del Gesso Romagnola, le marne, le arenarie, le argille che si rincorrono lungo le colline tra Imola e Bertinoro, tra Faenza e Castrocaro, hanno iniziato a parlare con maggiore chiarezza attraverso un vitigno che possiede una qualità rara, quella di trasformare la materia del suolo in energia gustativa. L’Albana non concede molto a chi cerca scorciatoie. La sua buccia spessa, la naturale ricchezza fenolica e l’acidità spesso più severa di quanto il colore dorato lasci immaginare, chiedono decisioni precise sia in vigneto sia in cantina. È un’uva che pretende equilibrio, perché basta poco per renderla pesante o, al contrario, privarla della sua profondità. Quando invece tutto trova armonia, restituisce vini che uniscono volume e tensione, struttura e dinamismo, calore mediterraneo e sorprendente verticalità. È forse questa la cifra più contemporanea dell’Albana, non la ricerca dell’effetto, ma quella della precisione. Sempre più produttori scelgono fermentazioni spontanee, affinamenti sulle fecce fini, contenitori neutri, cemento, grandi botti o anfore, con l’obiettivo di lasciare emergere il carattere del vitigno piuttosto che modellarlo secondo schemi prestabiliti, altri continuano a utilizzare con intelligenza il legno, senza trasformarlo in protagonista. Le differenze stilistiche sono molte, ma condividono una stessa direzione: sottrarre anziché aggiungere. Il risultato è un mosaico sorprendentemente ricco. Esistono Albana tese e saline, quasi nordiche nella loro progressione, altre più mediterranee, ricche di polpa e di agrume maturo, versioni macerate che valorizzano la naturale vocazione tannica dell’uva senza scadere nell’eccesso, passiti che mantengono intatta la loro autorevolezza e dimostrano come la dolcezza possa ancora essere sinonimo di complessità e longevità. È la dimostrazione di quanto questo vitigno sia molto meno monolitico di quanto si sia creduto per decenni. La modernità dell’Albana non nasce quindi dal desiderio di assomigliare ad altri bianchi, ma dalla capacità di essere profondamente sé stessa. In un momento storico in cui il mercato sembra premiare vini immediati, aromaticamente espliciti e facilmente riconoscibili, l’Albana continua a richiedere attenzione. Non cerca consenso istantaneo, preferisce costruire un dialogo fatto di sfumature, di ritorni al bicchiere, di evoluzioni che cambiano con l’ossigeno e con il tempo. Anche la tavola sembra aver riscoperto questa sua natura. La ricchezza della cucina romagnola trova nell’Albana un alleato naturale, ma il suo profilo gastronomico va ben oltre i confini regionali. La trama fenolica, la sapidità e una struttura fuori dall’ordinario per un bianco italiano le consentono di affrontare piatti complessi, preparazioni speziate, lunghe cotture di pesce, carni bianche e formaggi stagionati con una sicurezza che pochi altri vitigni riescono a esprimere. Dietro questa nuova stagione c’è una generazione di vignaioli che ha scelto di non rincorrere mode effimere, ma di approfondire la conoscenza del proprio patrimonio. Il lavoro sulla biodiversità clonale, sulla gestione agronomica, sulle fermentazioni meno interventiste e sulla valorizzazione delle singole sottozone sta progressivamente costruendo un’identità più definita.  un processo ancora in corso, ed è forse proprio questo il suo aspetto più interessante, l’Albana non è arrivata, sta arrivando. La sua forza risiede nell’essere rimasta fedele alle proprie radici mentre cambiava linguaggio. Ha conservato il carattere, la generosità, quella lieve ruvidità che ne costituisce il fascino, ma oggi li esprime con maggiore eleganza e precisione. La tradizione non è stata archiviata, è diventata materia viva, reinterpretata senza nostalgie e senza forzature. Così l’Albana di Romagna si presenta oggi come uno dei progetti più convincenti della viticoltura italiana, non perché insegua una rivoluzione, ma perché dimostra che il futuro può nascere da una memoria ben custodita. Ogni bottiglia racconta una terra che ha finalmente imparato a riconoscere il valore del proprio vitigno simbolo, trasformando un’eredità antica in una delle espressioni più autentiche del vino contemporaneo. LA MASTERCLASS Condotta con piglio e dinamicità da Othmar Kiem (Direttore di FALSTAFF Italia) e Filiberto Mazzanti (Direttore del Consorzio Vini di Romagna) ha messo sul piedistallo un vitigno di non comune versatilità, raccontandone la Storia, le storie, i fasti, i periodi bui, l’oggi e il domani. Otto vini da otto cantine. Otto Albana “secche” dell’annata 2025 per evidenziare le diverse cifre stilistiche dei singoli Produttori e raccontare la Storia del vitigno da otto prospettive differenti. Nelle mie parole le impressioni di assaggio di chi, pur conoscendo “abbastanza” l’Albana, non smette mai di rimanerne affascinato. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “BIANCO DI CEPARANO” 2025, FATTORIA ZERBINA: flirta con l’eleganza tagliente di uno Chablis e la vibrante aromaticità di un Riesling, pur mantenendo salde le radici nella sua terra d’origine. Un Albana che, come un viaggiatore curioso, ha assorbito influenze lontane per poi tornare a casa, arricchito e più consapevole della propria unicità. E mentre tra erba e menta si fa strada il pompelmo e s’accenna la pesca bianca, sale il ritmo imposto da gelsomino e ginestra. È un Albana che si è fatto secco, che ha asciugato le sue dolcezze per rivelare una verticalità inaspettata, un sorso elettrico, sapido, iodato che Vi lascia con il dubbio di una pesca da Sauvignon. Un vino che richiede attenzione, mente aperta e un pizzico di sana irriverenza. Come un’opera d’arte contemporanea, ti provoca, ti interroga, ti spinge a superare i tuoi preconcetti per ripagarti con un’esperienza che va oltre il semplice assaggio. Un vino tra tradizione e innovazione, tra la Romagna e la Loira, tra il passato e un futuro ancora da scrivere, tra un pugno nello stomaco e una carezza al cuore. 87– Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, CA’ DI SOPRA: non sembra cercare il consenso immediato. È un atto di resistenza elegante. Il naso è un’entrata a gamba tesa, un profilo aromatico che evoca frutta a polpa gialla matura, note floreali di mandorlo in fiore e un sentore minerale che sa di terra e di storia. Non è solo un profumo, è un racconto che si dipana, un viaggio tra i ricordi di una passeggiata in un frutteto romagnolo baciato dal sole. In bocca, la maturità e l’energia si confrontano in un sorso che avvolge il palato senza mai stancare. Il tempo ha modellato la materia senza addomesticarne il carattere, lasciando intatta la sua autenticità. Il sorso procede senza strappi, con una traiettoria morbida e continua, quasi a scomparire per poi riaffiorare, pochi istanti dopo, cavalcando una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una giornata d’inverno vicino al mare. È un vino che non si preoccupa di raccontare il tempo trascorso, ma piuttosto quello che ha ancora davanti, promettendo un’evoluzione che sarebbe sciocco ritenere compiuta. 86++ Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “FRANGIPANE” 2025, TENUTA LA VIOLA: naso invitante e raffinato che sciorina fiori bianchi e acacia, f mela golden e pera, tocchi di pesca e albicocca. Poi quel velo di timo e quel respiro di salvia che portano una nota marina, sapida e mediterranea “irrustichita” da un’idea di oliva. In bocca colpisce il contrasto tra l’opulenza del grado alcolico e la sferzante acidità condita da una trama leggermente tannica che dona profondità e lunghezza senza appesantire. Sapido, minerale, con ritorni di frutta croccante, mandorla fresca e un finale pulito, teso, che invita a bere ancora. Non è un bianco da meditazione eterna, ma un compagno di tavola sincero un bianco che profuma di Romagna vera, di tradizione rinnovata e di bottiglie da finire con il sorriso. 87++ Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “I CROPPI” 2025, CELLI: il tappo esce con un sospiro soddisfatto e subito sale un profumo che ti prende per la collottola e ti porta dritto tra i filari. Pesca gialla matura, albicocca appena colta, un tocco di fiori bianchi di sambuco e quella nota di mandorla fresca che l’Albana sa regalare quando è in forma. C’è il mare dietro, quello che arriva col vento e tiene svegli i vigneti. Ci sono il calcare e l’argilla che parlano in sottofondo, ma soprattutto c’è il sole romagnolo, generoso, quasi sfacciato, che qui non si limita a maturare: scolpisce. Il sorso è una carezza decisa. Entra morbido, quasi avvolgente, poi l’acidità arriva come un vento di tramontana e rimette tutto in ordine. C’è struttura ma soprattutto bevibilità, frutta matura, erbe aromatiche, un leggero tocco minerale e un finale lungo e pulito. Se solo avesse un po’ più di “cazzimma”… 85 Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, ZAVALLONI: il naso è un’esplosione controllata nella quale gelsomino e ginestra si intrecciano a note di pesca gialla, albicocca matura e un tocco agrumato di cedro e arancia bionda. C’è una mineralità sottile, quasi gessosa, che ricorda le rocce delle colline romagnole, e un fondo aromatico di mandorla fresca e miele d’acacia che non stanca mai. È un bouquet potente ma elegante, di quelli che ti invitano ad affondare il naso più volte, scoprendo sempre un nuovo dettaglio. In bocca arriva con una pienezza inaspettata per un secco. L’attacco è fresco, quasi croccante, sorretto da un’acidità viva che pulisce e rinfresca. Poi il corpo si distende regalando sapidità minerale e una leggera nota mandorlata sul finale con una persistenza che invita a un altro sorso. Non è un vino leggero e sfuggente, ha nerbo, ha personalità, ha quella “stoffa romagnola” che unisce generosità e precisione. È il vino che parla della Romagna operosa, appassionata, orgogliosa della propria anima, è un bianco che emoziona, che ha identità, che si beve con piacere e si ricorda con affetto 88 Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, COLOMBARDA: un naso che non si perde in giri di parole regalando subito le mediterranee, vegetali aromaticità di salvia e rosmarino, salvo poi lasciarsi andare nelle morbidezze di pesca gialla matura e albicocca con un tocco ossidativo delicato che sa di fieno appena tagliato e fiori di campo. Si, profuma di Romagna, di terra, sole e sassi scaldati ma…quella frutta esotica… In bocca è colpo di frusta da domatore di circo. Entra fresco, quasi teso e poi sorprende con la struttura. Alcol integrato, sapidità vivace, tannini raffinati che asciugano e ravvivano e una chiusura abbastanza lunga giocata tra mandorla fresca ed erbe aromatiche. Un cavallo selvaggio ancora restio a galoppare nella giusta direzione. 85- Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “DUTIA” 2025, BRANCHINI: al naso propone il maturo di pera, susina e un tocco di mela golden per poi distendersi in una atmosfera rinfrescata da erbe aromatiche, con l’aneto a emerge trionfante, quasi a ricordare che questa è terra di sapori netti, di orto e di mare. C’è una nota floreale gentile, un filo di zafferano che accenna eleganza senza strafare, e quel fondo minerale che parla di suoli generosi eppure precisi. In bocca non è niente più di quello che promette: equilibrio tra morbidezza e acidità vibrante, corpo snello ma profondo, sapidità che ti accompagna senza mai stancare. Un vino dinamico, moderno nell’interpretazione eppure profondamente radicato nella tradizione dell’Albana in purezza. Rifugge complessità barocche scegliendo la semplicità della beva. 86– Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “VITALBA” 2025, TRE MONTI: nel calice il colore è premio, il profumo ricompensa. Un inno alla frutta esotica matura, all’albicocca disidratata che si mescola a sentori di erbe officinali, timo e ginestra. E poi respiri di zafferano, miele di castagno, scorza d’arancia candita e quel tocco di zenzero e tabacco che arriva solo quando il vino decide di aprirsi davvero. Il sorso procede dritto, senza esitazioni, sostenuto da una trama tannica che è ricamo e forsanche graffio. Un incedere elegante e sapido, che non cerca lo scatto bruciante ma la progressione infinita. È pura luce solare liquida, che si srotola generosa tra onde di pesca succosa e mela cotta al forno, chiudendo con un finale lungo e ammandorlato nel quale ritrovi un intrigante ricordo di arancia amara che ti invita a ricominciare il giro. Un vino che ci ricorda che la qualità non è una destinazione, ma un viaggio che richiede coraggio e un pizzico di sana follia. Un inno alla pazienza, un elogio dell’attesa. Uno scappellotto a chi crede che il vino si faccia solo con la tecnologia, un applauso a chi lascia che la natura faccia il suo corso, tra le pareti porose della terracotta, per cento giorni e oltre. Il punteggio? Quantomeno divisivo. Personalmente, seguendo il cuore, gli darei 90 Punti ma…assaggiatelo e fatemi sapere. E QUINDI? E quindi GRAZIE a FALSTAFF Italia e al Consorzio Vini di Romagna per aver voluto e saputo mettere al centro dell’attenzione l’Albana di Romagna, accendendo uno spot su un vitigno spesso ignorato nelle carte dei vini, nelle parole di chi di vino scrive e nei discorsi dei winelovers. È stata l’occasione per capire una volta di più che la Curiosità deve costantemente essere l’ago della nostra bussola e che, dietro l’angolo, c’è un inaspettato che sa regalare emozioni sempre nuove e spunti di approfondimento e conoscenza.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Arrow Right Top Bg

15 Luglio, 2026

Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino

  Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Un ponte, di notte, è sempre una promessa. È come se dichiarasse che le due sponde, in fondo, non sono mai state davvero separate. Per questo, qualcuno prima di noi, ha semplicemente reso visibile un legame che già esisteva. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli si allunga sul Tevere con le sue arcate bianche, sospese come una partitura, e per tre serate di giugno ha smesso di essere un semplice attraversamento per diventare un luogo. Un luogo che teneva insieme il quartiere Flaminio e la sponda del Foro Italico e dello Stadio Olimpico, certo, ma che teneva insieme soprattutto le persone e il vino, in quella maniera diretta, senza troppe cerimonie, che Roma d’estate riserva a chi ha voglia di scendere in strada . O, questa volta, su un ponte. Una degustazione all’aperto, in una città che di spazi belli all’aperto ne ha in abbondanza e di sale eleganti al chiuso ne offre invece pochissime, è già di per sé un piccolo privilegio. Se poi lo spazio in questione è un’architettura contemporanea che si specchia nel fiume, con il tramonto che si allunga sull’acqua e la temperatura calda ma non opprimente delle sere romane, il privilegio si fa quasi incanto. Calice alla mano, tra sorrisi scambiati e mani strette, si camminava avanti e indietro lungo la campata centrale, e ogni pochi passi un banco d’assaggio apriva una porta su un pezzo d’Italia diverso. Le Notti del Vino 2026: un ponte tra le due rive di Roma diVino sotto le Stelle è il nome che Roma ha scelto per la propria tappa de Le Notti del Vino, il circuito estivo promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e affidato, nella Capitale, alla cura organizzativa di Decanter Wine Academy. Per la seconda edizione consecutiva è stata ancora Roma ad aprire il calendario nazionale. Un calendario che da giugno a settembre attraverserà borghi e città del vino di tutta Italia. Per la seconda volta la scelta è caduta sullo stesso luogo: il Ponte della Musica Armando Trovajoli, tra il quartiere Flaminio e l’area dello Stadio Olimpico e del Foro Italico. Confermare una location significa anche dichiarare che ha funzionato, che il pubblico l’ha riconosciuta come propria. Per tre serate nel primo fine settimana di giugno, dal venerdì alla domenica, dalle diciannove a mezzanotte, il ponte si è trasformato in un percorso di degustazione con etichette provenienti da tutta Italia, raccontate direttamente da chi le produce. Non un’astrazione, non un catalogo: cantine vere, con le mani vere di chi la terra la lavora, disposte lungo la campata come tanti piccoli avamposti del proprio territorio. Al vino si sono intrecciati altri linguaggi. La masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” curata dalle Donne del Vino Lazio il venerdì, una degustazione alla cieca il sabato pensata per stanare “l’intruso” tra quattro vini laziali e uno straniero, un percorso guidato di abbinamento cibo-vino la domenica, insieme a musica dal vivo, un flash mob di tango e un’area food truck pensata per accompagnare i calici. Il vino, insomma, non veniva servito come un oggetto da analizzare al microscopio, ma come parte di una serata che aveva altre stelle altrettanto luminose: la musica, il fiume, la gente. Vini snelli per una serata leggera Quello che si respirava tra un banco e l’altro era soprattutto freschezza. Non solo quella delle bottiglie tenute in ghiaccio, ma quella di uno stile. I vini in degustazione raccontavano, quasi tutti, una stessa direzione di gusto: snella, poco ingombrante, distante dagli orpelli e dalle grandi architetture di legno e struttura che per anni hanno definito l’idea di “vino serio”. Bottiglie pensate per essere bevute con piacere immediato, senza troppi complimenti, capaci di accompagnare una conversazione senza mai pretendere di sovrastarla. «Assaggia questo, viene da un vitigno che qui non si arrende facilmente» si sentiva dire poco più in là, tra una risata e un calice riempito a metà. La sintesi perfetta di una serata in cui il vino sceglieva di restare un passo indietro rispetto alle persone, senza per questo perdere nulla della propria voce. Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Ponte della Musica ha restituito quest’anno: il vino funziona meglio quando non recita la parte del protagonista assoluto, ma quella dell’eccedenza che rende migliore tutto il resto. Il cibo, la tavola, gli amici, il divertimento. Un’eccedenza che, tra le tante cantine incontrate, ha trovato alcune interpretazioni particolarmente convincenti. Cantina Cellinese e il Negroamaro che si toglie l’abito rosso: il Frata del Salento Nel cuore del Salento, a Cellino San Marco, la Cantina Cellinese porta avanti da oltre cinquant’anni una storia cooperativa che oggi riunisce più di trecento famiglie di viticoltori, custodi di quella terra rossa e ventosa che i Messapi conoscevano già come vocata al vino. È una cantina che negli ultimi anni ha scelto di affidare le proprie decisioni enologiche a Fabio Mecca, lo stesso enologo lucano di cui questa rubrica ha già raccontato il percorso e il talento, e che qui applica la medesima cura sartoriale a un vitigno che si spoglia della propria identità più nota per indossarne una inedita. Il Frata nasce infatti da uve Negroamaro vinificate in bianco: un’operazione che richiede mani sicure, perché la buccia scura di questo vitigno pugliese, se lasciata macerare anche solo per poco, tradisce colore e struttura. Nel bicchiere, Frata si presenta invece con un giallo paglierino luminoso, quasi a smentire la propria origine, e apre un profumo delicato di fiori bianchi e agrumi, con un fondo di frutta a polpa chiara che ricorda la pesca acerba. La bocca è tesa, sapida, capace di quella freschezza che di solito si attribuisce a vitigni ben più settentrionali. La dimostrazione che il Negroamaro, interrogato con la giusta pazienza, sa rispondere con una voce completamente diversa da quella per cui è conosciuto. Tenute Agricole Santojanni: la Scintilla nata sul Vulture, tra Aglianico e Malvasia A Forenza, tra le montagne e i boschi dell’entroterra lucano, la famiglia Santojanni coltiva da tre generazioni una terra che porta ancora nel proprio nome la memoria delle antiche eruzioni del Vulture: cenere e lapilli trasformati, nei secoli, in humus fertile per la vite. Le due contrade storiche dell’azienda, Malandrino e San Zaccaria, custodiscono vigneti che per quasi cinquant’anni hanno cresciuto separatamente Aglianico del Vulture e Malvasia di Basilicata, come due voci che si conoscevano ma non si erano ancora incontrate davvero. È da quell’incontro che nasce Scintilla, uno spumante rosé extra dry millesimato ottenuto per il settanta per cento da Aglianico e per il restante trenta da Malvasia, che porta con sé la struttura del primo e i profumi aromatici della seconda. Il nome racconta la scintilla d’amore che nella storia della famiglia ha unito due giovani cresciuti in quello stesso vigneto, e che oggi si ritrova, quasi per gioco, anche nell’incontro fra le due uve. Nel calice, Scintilla si mostra rosa buccia di cipolla, con un perlage fine e persistente; il naso si apre su note floreali e di piccola frutta rossa, mentre il sorso resta secco e intenso fino a una chiusura che lascia intravedere un accenno dolce, quasi un ultimo sorriso prima del brindisi successivo. Cantina dei Colli Ripani: La Jella, il Mercantino e la nuova Chioccia d’Oro delle Marche Sulle colline marchigiane che scendono dolcemente verso l’Adriatico, a poco più di cinquecento metri d’altitudine eppure incredibilmente vicine alla costa, la Cantina dei Colli Ripani riunisce da oltre trecentotrenta produttori di Ripatransone e dei comuni limitrofi. È una realtà cooperativa che ha fatto della propria altitudine quasi un manifesto: la linea 508, dedicata al punto più alto del Colle San Nicolò, raccoglie le etichette che meglio rappresentano l’ambizione del territorio. Tra queste, La Jella interpreta la Passerina in versione Offida DOCG con un’eleganza che smentisce la fama minore di questo vitigno, regalando un bianco fresco e diretto, capace di raccontare gli agrumi e i fiori di campo senza mai appesantirsi. Il Mercantino, Pecorino della stessa denominazione, porta invece il nome di Luigi Mercantini, il poeta risorgimentale nato a Ripatransone: un omaggio che restituisce al calice un profumo intenso di melone e mango, sorretto da un palato sapido e persistente, quasi a voler onorare, sorso dopo sorso, la voce di chi in quelle terre è nato e ha cantato. Accanto a questi due nomi già noti agli appassionati, la cantina ha da poco presentato La Chioccia d’Oro, un nuovo Verdicchio Superiore pensato per posizionarsi su una fascia più ambiziosa: la prova che anche una cooperativa radicata nella tradizione può continuare a scrivere nuovi capitoli, senza tradire la propria storia. Tenuta Viglione e la Murgia in quota: il Metodo Classico 514 e il Maidomo mai domato A Gioia del Colle, nel cuore della Murgia pugliese, la famiglia Viglione coltiva la vite dal 1937 e arriva oggi alla terza generazione con centocinquanta ettari condotti in regime biologico certificato dal 2005. È una terra calcarea, ventilata, che vive di un’altitudine (circa quattrocentocinquanta metri) inusuale per la Puglia, e che regala ai vini una freschezza e una precisione difficili da raggiungere altrove, a quote più basse. Proprio a quell’altitudine è dedicata la linea 514 Altitude, un Metodo Classico Extra Brut che nelle sue due versioni, bianco e rosé, racconta due tempi diversi della stessa attesa: il bianco affina quarantotto mesi sui lieviti e si presenta affilato, verticale, con note di fiori bianchi, mela verde e agrumi accompagnate da una leggera crosta di pane; il rosé, ottenuto da un raffinato incontro tra Primitivo e Racemi di Primitivo, riposa addirittura sessanta mesi e si offre rosa salmone con riflessi ramati, un perlage fine e persistente, un naso di fragoline di bosco, lampone e ciliegia. Diversa e più giocosa è la storia del Maidomo, un bianco ottenuto da un’uva a bacca rossa, il Negroamaro, che il nome stesso dichiara “mai domato”: un vino che non si lascia ottenere facilmente, ma che ripaga con un giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi di cedro, bergamotto e frutta tropicale, e un sorso fresco, teso, quasi balsamico, che invita irresistibilmente al secondo calice. Cantina Belardi: il racconto etrusco di Cerveteri tra Radiante, Incanto, Sinuoso e Rapito A pochi chilometri da Roma, un territorio conosce il vino da tremila anni prima che diventasse una moda: Cerveteri, l’antica Caere etrusca, dove la necropoli della Banditaccia, patrimonio dell’umanità, ricorda che qui si beveva e si commerciava vino già quando Roma era poco più di un villaggio sul Palatino. È in questo paesaggio, tra uliveti e vigne che si affacciano sul Tirreno, che la famiglia Belardi coltiva le proprie etichette, ognuna delle quali porta con sé un frammento di leggenda. Radiante, il Vermentino dell’azienda, nasce nei terreni vicino al Monte Abatone, proprio di fronte al bosco sacro dedicato al dio Silvano: narra la tradizione custodita dalla cantina che fu qui, secondo Virgilio, che Enea, attraversate le acque gelide del fiume con le sue schiere, si fermò all’ombra di quegli alberi per far riposare uomini e cavalli, scoprendo dalla vetta del monte gli accampamenti etruschi di Tarconte, giunto in suo soccorso contro Turno e i Rutuli. Un vino che porta nel nome, Radiante, la luce di quella costa e di quel sole, con profumi di mela e pesca bianca e una sapidità minerale che richiama direttamente il mare vicino. Sinuoso, il Verdicchio della cantina, racconta invece una storia più intima e recente: quella di un capostipite di famiglia originario delle colline di Fabriano, patria del vitigno, che portò con sé fino a Cerveteri il ricordo di quel vino di casa, tanto che nel 2018 la famiglia scelse di piantarne il primo vigneto proprio in suo omaggio. Incanto, lo Chardonnay, cresce invece su un piccolo appezzamento detto “la collina dell’incanto”, circondato da ulivi, da cui si scorge l’azzurro del mare voltandosi appena verso nord. E infine Rapito, il Moscato giallo dai grappoli dorati così belli, sotto il sole della maturazione, che chi li raccoglie confessa quasi di non avere il coraggio di staccarli dalla vite: da qui il nome, un vino che profuma di tiglio, salvia, ginestra e fiori d’acacia, e che chiude con un accenno mandorlato capace di risvegliare il palato. Fontana Candida: Vigneto Santa Teresa e Luna Mater, l’anima di Frascati Poche etichette raccontano i Castelli Romani come quelle di Fontana Candida, storica cantina di Monte Porzio Catone che da decenni interpreta il Frascati attraverso i suoli vulcanici (le cosiddette “terrinelle”)  che caratterizzano l’intera denominazione. Qui il vino non è mai stato una scoperta recente, ma una consuetudine antica affinata bottiglia dopo bottiglia, annata dopo annata. Il Vigneto Santa Teresa, Frascati Superiore DOCG, nasce da un singolo cru selezionato per la sua posizione e le sue condizioni ideali: la Malvasia del Lazio (la Puntinata ovviamente), si accompagna al Trebbiano Toscano in un vino che l’affinamento in barrique e la successiva maturazione in bottiglia rendono complesso ed elegante, senza perdere la freschezza tipica dei migliori bianchi della zona. Ma è il Luna Mater Riserva a rappresentare il vertice della produzione, un vino che porta nel nome un richiamo alla genesi e alla procreazione, e insieme un legame con la luna, da sempre custode silenziosa delle pratiche agricole e delle fasi di imbottigliamento. Nasce da vigne che hanno superato il mezzo secolo di vita, un uvaggio di Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Greco e Bombino che matura per dodici mesi (almeno quattro dei quali in bottiglia) nelle antiche grotte di tufo scavate sotto le colline di Frascati, dove umidità e temperatura restano costanti come in un abbraccio. Nel calice, Luna Mater si mostra di un giallo dorato brillante, con un bouquet ampio di pesca bianca, pera, miele e una nota di vaniglia che ricorda l’affinamento nel legno; il palato è strutturato, equilibrato tra acidità e morbidezza, con un finale lungo che intreccia mandorla tostata, erbe aromatiche e una sottile mineralità. Tenuta Lungarella: Jvlivs, il vino degli imperatori tra i Monti Prenestini Poli è un piccolo comune romano incastonato tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, un luogo che gli antichi imperatori romani scelsero come rifugio quando cercavano pace, silenzio e serenità lontano dalla città. È a loro che la famiglia Lulli (con il padre Marino, che ebbe l’idea dopo la pensione, e i figli Luigi e Alexander, che oggi la portano avanti) ha voluto dedicare l’intera linea di etichette dell’azienda, tutte firmate JVLIVS, in un omaggio che si lascia illuminare anche dalla vicinanza al Santuario della Fortuna Primigenia, visibile dalle pendici della tenuta. Solo due ettari, strappati al bosco e coltivati a quattrocentocinquanta metri d’altitudine, bastano a raccontare un territorio che non appartiene a nessuna denominazione codificata e che per questo si concede il lusso della sperimentazione. Jvlivs Vermentino nasce da una scelta precisa della famiglia, che ha preferito questo vitigno, più vicino nello stile a certe interpretazioni toscane, alla Malvasia più diffusa nella zona dei Castelli: nel bicchiere restituisce riflessi chiari e verdolini, sentori di pesca gialla, susina e mimosa, un’acidità discreta che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Jvlivs Rosato, ottenuto da uve Cesanese, si mostra invece con un rosa pesca delicato ed elegante, quasi una versione mediterranea di certi rosé provenzali: litchi, pompelmo rosa e lampone accompagnano una beva fresca e persistente, capace di conversare a lungo con chi lo assaggia. A completare l’esperienza, tra gli assaggi finali della cantina, un Vermouth di produzione artigianale che chiude la serata con la stessa cura silenziosa con cui, tra le colline di Poli, si custodiscono i muretti a secco e il paesaggio disegnato dalla famiglia negli anni. Il vino resta un’eccedenza, la vera stella era la serata Alla fine di tre serate come queste, quello che resta non è tanto la somma dei calici assaggiati, quanto la sensazione, rara e per questo preziosa, che il vino avesse davvero fatto il proprio lavoro nel modo più giusto: aggiungendosi alla serata invece di occuparla, accompagnando la musica e il tango invece di competere con essi, aprendo conversazioni invece di chiuderle in una scheda tecnica. Ogni cantina incontrata sul Ponte della Musica, dal Salento alla Murgia, dal Vulture alle Marche, dall’Etruria di Cerveteri ai Castelli Romani fino ai Monti Prenestini, ha portato con sé non solo un’etichetta, ma un pezzo di terra e di famiglia, restituito attraverso un calice che chiedeva solo di essere ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un racconto. Il merito di aver saputo, per il secondo anno consecutivo, trasformare un ponte in un luogo di incontro va riconosciuto a Le Notti del Vino e a Decanter Wine Academy, capaci di intuire che la cultura del vino cresce meglio quando si toglie la cravatta e si mette a proprio agio tra la gente, il fiume, le luci della città. Il Ponte della Musica, intanto, resta lì, sospeso sul Tevere, pronto a diventare di nuovo, alla prossima occasione, quella promessa silenziosa che unisce le due rive.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Niccolò Dama e Antica Valpolicella. La bellezza di essere padroni di sé stessi Arrow Right Top Bg

14 Luglio, 2026

Niccolò Dama e Antica Valpolicella. La bellezza di essere padroni di sé stessi

  Produrre vino qui non è un lavoro. È un modo di stare al mondo. Alcuni luoghi sembrano custodire il tempo come si custodisce un vino: con pazienza, oscurità e rispetto. La Val di Lena, una piccola gola fluviale scavata dall’omonimo torrente a pochi passi dal centro di Fumane, nel cuore pulsante della Valpolicella Classica Veronese, è uno di questi luoghi. Qui il torrente, oggi quasi silenzioso e intercettato a monte per l’irrigazione ha modellato nei secoli una valle stretta e ventilata, plasmando il suolo con calcare compatto e depositando i segni di antiche frane che, attorno al Trecento, avevano persino creato un piccolo lago prima di essere travolte dalla fiumana di pietra. È su questa memoria geologica che Niccolò Dama ha scelto di costruire la sua storia. Una famiglia, tre generazioni , una vigna La storia inizia nel 1981, quando il nonno di Niccolò, farmacista di formazione, uomo di scienza prima che di campagna, acquistò la tenuta nella Val di Lena appena ne ebbe la possibilità economica. Non era un vignaiolo di professione: era un uomo che amava il territorio e intuiva il valore di quella terra. La farmacia di famiglia era aperta fin dal 1926, e la confidenza con la chimica si manifestava in strumenti curiosi, come l’ebulliometro per determinare il grado alcolico dei vini, uno di quei dettagli che raccontano quanto il confine tra sapere scientifico e cultura contadina fosse intrinseca in quella famiglia. A gestire la vigna era Tano, un uomo del posto, mentre il nonno produceva circa cinquecento bottiglie l’anno destinate al consumo personale e ai regali. Erano bottiglie di affetto. Il padre di Niccolò non ebbe la stessa vocazione agricola. Ma Niccolò sì. Quando il nonno morì nel 2015, la tenuta era già nelle mani di un giovane che aveva cresciuto il proprio amore per la terra tra i filari e i profumi della Val di Lena, che considera il lavoro in campagna qualcosa di simile a una vocazione gioiosa, a un hobby nobile. Quell’anno, il 2015, fu anche il primo anno di produzione ufficiale: una coincidenza che suona come un passaggio di testimone. Niccolò ha trent’anni scarsi, le mani callose e lo sguardo di chi sa aspettare. Non ha fretta. Non nella vigna, non in cantina, non nella vita. Nei suoi vini il tempo non è un costo da minimizzare: è il principale ingrediente. Le bottiglie riposano, le bucce cedono lentamente i loro tannini, le botti affinano senza interferenze. Poi, solo quando il vino è pronto, arriva il momento dell’imbottigliamento. Senza filtrazioni, senza correzioni. Il vino sa da solo cosa deve diventare. La passione era nata in adolescenza, tra i sedici e i diciotto anni, girando in motorino le piccole cantine della Valpolicella insieme a un amico. Una rivelazione progressiva: capire che il vino è un racconto, che ogni bottiglia contiene una storia di persone e di luoghi. Un professore di lettere, sommelier appassionato, gli aveva spiegato che la qualità non si trova mai sugli scaffali del supermercato, ma nelle cantine di chi mette anima, cuore e fatica in ogni vendemmia. Oggi Niccolò vive a Verona, a venti minuti dall’azienda, con la moglie e le loro figlie. D’estate la famiglia si trasferisce in campagna, perché Niccolò si sveglia alle cinque del mattino per sfruttare le ore fresche in vigna e riposa nelle ore più calde prima di riprendere al pomeriggio e fino a che il sole non tramonta. Una vita scandita dal ritmo della natura, di cui Niccolò non si lamenta mai perché nella libertà di non avere padroni e nell’essere padrone di sé stesso, trova la sua misura più autentica di felicità. Il territorio La Valpolicella è una delle denominazioni più celebrate d’Italia, ma al suo interno esistono micromondi che sfuggono alla narrazione collettiva. La Val di Lena è uno di questi. Il torrente che le dà il nome ha scavato nei secoli una piccola gola laterale, orientata in modo tale da favorire una corrente d’aria costante che scende e si riversa sui vigneti: un dettaglio che, per chi lavora in modo biologico, vale quanto un sistema di aerazione artificiale. Brina e rugiada asciugano in fretta; i funghi faticano a prendere piede; la vigna respira, si riduce al minimo la presenza di peronospora e oidio: è il terroir stesso a fare da difesa fitosanitaria naturale. La sera prima che io andassi in cantina aveva piovuto moltissimo e la mattina, al mio arrivo la terra era asciutta..molto asciutta! L’acqua era drenata alla perfezione e il suolo era già polveroso. Ecco perché in queste zone è consentita un abbondante irrigazione di soccorso. Già da giugno, e solo se serve, Niccolò inizia ad annaffiare le vigne giovani perché le loro radici abbiano la forza di maturare e svilupparsi scendendo nelle profondità della terra. In queste zone le radici, ramificandosi, riescono a estendersi notevolmente e sviluppare lunghezze considerevoli (sommandole si arriva anche a 100 metri). L’irrigazione sulle vigne vecchie invece non viene mai eseguita, proprio perché l’apparato radicale è talmente sviluppato che prende dal terreno il necessario. E ‘uno dei vantaggi di avere impianti longevi… Le viti sono allevate a pergola veronese solo perché offrono una superficie fogliare quasi doppia rispetto al Guyot, garantendo ai grappoli un’ombra protettiva nelle giornate più calde ed evitando scottature che comprometterebbero l’equilibrio aromatico, mentre le foglie superiori assorbono l’energia del sole e la trasferiscono ai frutti in modo ottimale. Niccolò ha imparato che sono i metri quadri di chioma per chilo d’uva il parametro ideale per la maturazione qualitativa: più superficie fogliare significa più complessità organolettica, migliore acidità, pH più equilibrato. Il suolo è calcareo e molto compatto, quasi roccia che regala grande mineralità al vino. Infatti anche scavare la cantina è stata un’impresa fisica notevole; Niccolò ricorda ancora la durezza di quella roccia sotto i colpi del martello pneumatico quando costruivano l’azienda. Ma la Val di Lena porta con sé anche una memoria storica più lontana. Prima dei Romani, queste colline erano abitate dagli Arusnati, una popolazione preromana che per prima coltivò la vite in queste zone. Il loro nome risuona ancora oggi nel vino AUAI, come un omaggio alla radice più antica di questo territorio viticolo. La Valpolicella non comincia con l’Amarone: comincia molto prima, con uomini che guardavano queste stesse colline e riconoscevano in esse la promessa di qualcosa di buono.   Le Quarette: terrazzamenti ritrovati Tra i dettagli più evocativi di questa tenuta vi sono le Quarette, termine dialettale veronese per indicare i terrapieni, ovvero i terrazzamenti ricavati sulle pendici collinari per strappare pianura coltivabile al pendio. Niccolò ne ha tre, piccole, famose in passato per il Recioto, il vino passito dolce, ricco e amabile, che era il cuore della tradizione della valpolicella prima dell’Amarone….ma questa è un’altra storia! Quando il nonno di Niccolò acquistò la proprietà, le Quarette erano state inghiottite dal bosco. Anni di abbandono le avevano restituite alla natura selvatica. Niccolò le ha recuperate, ripulite, restituite alla luce: oggi ospitano filari di vite misti ad alberi di ulivo, in un paesaggio che è allo stesso tempo produttivo e bellissimo. Il vino Le Quarette prende nome da questi terrazzamenti e porta con sé la memoria di questa rinascita.   In vigna e in cantina: la filosofia del rispetto Niccolò Dama ha tre ettari di proprietà, di cui uno di alberi da frutta , uno di bosco e uno di vigna da cui ricava circa cinquemila bottiglie all’anno. Numeri piccoli, volutamente piccoli, che permettono una cura artigianale impossibile su scala maggiore. Le varietà coltivate includono Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, Garganega e Malvasia Bianca (Queste ultime piantate nel 1951, e costituiscono un patrimonio genetico prezioso). L’anno scorso Niccolò ha introdotto in via sperimentale il Souvignier Gris, un vitigno PIWI resistente alle malattie fungine, che si sposa bene con la filosofia di una conduzione rispettosa dell’ambiente. In vigna non si usano prodotti chimici di sintesi: solo rame e zolfo, i presidi tradizionali dell’agricoltura biologica. Gli ho chiesto perché, lavorando in un modo così rispettoso della terra, non abbia mai voluto la certificazione biologica. Niccolò non ha la certificazione Bio perché la considera una questione burocratica più che agricola, una “rottura di scatole” che non aggiunge nulla alla qualità di ciò che fa. La Val di Lena, con la sua ventilazione naturale costante, gli consente di lavorare in modo biologico senza difficoltà. La natura aiuta chi la rispetta. In cantina, la filosofia si rispecchia nella pratica. Dopo la raccolta manuale, i grappoli vengono diraspati e da quel momento in poi è la forza di gravità a governare il processo. Il mosto scende dall’alto direttamente nei tini sottostanti, senza pompe, senza pressioni meccaniche, senza traumi per le bucce e gli acini. È una tecnica che Niccolò ha osservato in alcune cantine della Valpolicella e ha poi adottato questa scelta tecnica nella sua cantina ricavata nella roccia calcarea. Per Niccolò il vino deve nascere il più possibile senza forzature e la delicatezza è il primo ingrediente di ogni vino. I travasi vengono effettuati solo quando necessario. Nessuna filtrazione: il vino deve arrivare in bottiglia così com’è, con la sua naturale complessità e le sue impurità nobili, ed in bottiglia questa scelta si nota. La filosofia di Niccolò è quella del tempo lungo: i vini riposano in botti di acacia o di rovere per mesi e spesso per anni, finché lui non ritiene che siano pronti. Non esiste una scadenza di calendario: esiste solo il momento giusto. È questa pazienza, questa fiducia nel tempo, che distingue il suo approccio da quello di chi insegue la velocità del mercato. Niccolò sa bene che il vino ha bisogno di silenzio e tempo….Molto tempo. La tenuta di Niccolò non è solo vite. Nelle Quarette recuperate e nei terreni circostanti crescono alberi di ulivo e piante da frutto, in un sistema agroforestale che arricchisce la biodiversità e racconta una visione agricola integrata. Nel futuro di Niccolò c’è il melograno. Vuole piantarne presto alcune unità, aggiungendo un altro tassello a questo piccolo paradiso agricolo. Il Melograno cresce lentamente, con la stessa pazienza con cui i suoi vini maturano in cantina. È un albero antico e simbolico che si adatterebbe bene alle colline veronesi e al carattere di chi li coltiva: bellissimo, resistente, generoso solo con chi sa aspettare.  L’obiettivo è produrre succo di melograno artigianale, con la stessa filosofia che governa il vino: rispetto della materia prima, assenza di trattamenti chimici, lavorazione minima. Già oggi produce succo d’uva e Sugoli (il mosto cotto della tradizione veneta) per le figlie, con la cura di chi sa che il cibo che si dà ai propri figli racconta chi siamo. L’azienda non è solo vino, ma anche olio extravergine di oliva che segue la stessa logica dei vini: biologico di fatto, artigianale per scelta, limitato nella quantità e autentico nell’espressione del territorio. Piccole quantità destinate alla vendita diretta e alle degustazioni in cantina, dove accompagna assaggi di pane con origano essiccato e prodotti locali che raccontano il territorio in modo splendidamente autentico. Un olio che sa di vento, di calcare e dell’esposizione a sud di questa valle. Completano la produzione un frutteto misto di ciliegi, peschi, meli, che Niccolò ha recuperato con la stessa cura dedicata ai vigneti.   I vini. Cinque etichette assaggiate nella mia degustazione. Cinque storie da raccontare Ogni etichetta di Antica Valpolicella porta un nome che è memoria di un luogo, di una persona, di un popolo antico. E’ il modo in cui Niccolò omaggia questa terra e i suoi affetti. Cinquemila bottiglie l’anno, non una di più di quante ne consenta la vigna. Nessuna filtrazione. Tutto biologico (non certificato)   Sandro (2023/2024) Sandro è un gioco di parole tra Niccolò e i suoi amici, che ormai è rimasto nella memoria e nelle battute scherzose tra loro. E insomma un modo di essere. Niccolò ha scelto questo nome per un vino che nasce da una scelta insolita; Unire due annate difficili, il 2023 e il 2024, che separatamente non lo convincevano ma che insieme si compensavano, si equilibravano, come i caratteri di due amici che si completano. Le uve sono Corvinone con una piccola quota di Cabernet e Croatina. L’annata 2023 ha fermentato senza bucce e ha affinato due anni in botte di legno; Il 2024 ha invece macerato una notte ed è rimasto un anno in acciaio. I due vini sono stati assemblati nell’autunno del 2025 e imbottigliati nel marzo 2026. Questo vino, racconta Niccolò, rappresenta ciò che gli piace fare: stare insieme, ballare, camminare nella natura, bere un buon bicchiere su un prato, mangiare cose buone. È un modo di pensare la vita. Semplice, estivo, conviviale, come l’idea di vita che porta il nome.   Meteora (2017) Un nome che evoca il cielo, la caduta improvvisa, l’evento irripetibile. Meteora nasce dalla vendemmia del 7 settembre 2017 e da sole 350 cassette di uva raccolta nella piena maturità, con un assemblaggio classico delle varietà della Valpolicella: Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara. Le uve hanno riposato in fruttaio per tre mesi prima di una lunga fermentazione spontanea di trenta giorni a contatto con le bucce, con temperature che hanno oscillato liberamente tra i 19 e i 23 gradi. L’affinamento è durato più di tre anni in barrique di rovere francese a grana molto fine; imbottigliato nell’aprile 2021, senza alcuna filtrazione. Sedici gradi di alcol, stile ossidativo volutamente ricercato: un vino da meditazione e da abbinamento ardito. Declassato a vino rosso per evitare le maglie burocratiche delle denominazioni. Una scelta che la dice lunga sulla libertà che Niccolò difende in ogni decisione di cantina. Trecentotrentatré bottiglie: un numero scaramantico, preciso, quasi una firma.   Vin del Leo (2018) Il Vin del Leo porta con sé il sapore della tradizione e della semplicità.  Leo è Leonildo, il nonno farmacista. Il vino che porta il suo nome è il più complesso della cantina, quello che richiede la pazienza più lunga. Le uve, Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara sono state raccolte ad ottobre 2017 nella piena maturità e hanno riposato in cassetta per venticinque giorni prima di una fermentazione spontanea di otto giorni a temperature tra i 19 e i 23 gradi. L’affinamento è avvenuto per sedici mesi in botte di rovere da 10 ettolitri. Nessuna filtrazione, Ricco, concentrato, con quella bevibilità che solo le grandi annate sanno restituire a un passito secco. un vino che porta la patina del tempo sulla sua struttura e che continuerà a evolvere ancora a lungo.   Le Quarette (2022) Il nome racconta una storia di recupero e di memoria. Le Quarette, i terrapieni classici della zona che erano famose a Fumane per il Recioto che producevano. Blend di Corvinone prevalente, con Rondinella e Corvina, il 2022 ha subito una macerazione breve di soli quattro giorni per estrarre un profilo tannico elegante senza pesantezza. Metà della massa è poi affinata due anni in legno, l’altra metà due anni in acciaio; le due anime sono state unite e imbottigliate nell’aprile 2025 e dice Niccolò che ne viene fuori un vino da merenda, quello che si beve seduti su un muretto di pietra alla fine di una giornata di vigna.   Auai (2020) AUAI è forse il vino più personale e più radicato di questa piccola cantina. Il nome viene da alcune lettere rubate ad A R U SN A T I (AUAI), la popolazione preromana sviluppatasi attorno al primo secolo avanti Cristo e che per prima coltivò la vite in Valpolicella portando con sé duemila anni di storia viticola. È un vino bianco di macerazione, nato dall’intenzione di inseguire la tradizione del passito bianco che tanto era amato in queste terre. Nasce dai vigneti del 1951 (Garganega e Malvasia Bianca), i più vecchi in azienda, le cui uve vengono raccolte in momenti successivi, per rispettare la maturazione individuale di ciascuna varietà. La macerazione sulle bucce dura sette giorni, estraendo polifenoli e tannini che rendono questo bianco simile nella struttura a un rosso leggero, Un orange wine che insegue la tradizione quasi perduta del vino passito bianco della Valpolicella, poi un affinamento di circa diciotto mesi in botte di acacia. Imbottigliato nell’aprile 2022.   La libertà come metodo C’è una coerenza silenziosa nel modo in cui Niccolò Dama lavora. Non insegue certificazioni, non segue mode enologiche, non si uniforma ai disciplinari che regolano le grandi denominazioni. Produce quello che vuole produrre, nel modo in cui ritiene giusto, con la curiosità di chi ha ancora molto da scoprire e la solidità di chi sa quello che vuole. La gravità al posto delle pompe. Il tempo al posto delle filtrazioni. Le Quarette con il tendone veneto recuperate al posto delle mode importate. I melograni che verranno. Ogni scelta racconta una visione: quella di un giovane agricoltore che ha capito che l’indipendenza non è un lusso, ma una necessità, per sé e per il suo vino. Niccolò Dama appartiene a quella generazione di vignaioli italiani che ha scelto il ritorno alla terra perché spinto da una visione, da un progetto concreto. La cantina scavata nella roccia è ancora da realizzare: c’è il progetto di allargare la grotta, creare nicchie per i tavolini, trasformare quello spazio buio e profumato di legno in una sala degustazione dove l’ospite possa sedersi davanti a un calice e sentire la storia della valle risuonare nelle pareti calcaree. Niccolò ama il rumore del silenzio, delle ore passate in vigna dall’alba prima che le figlie si sveglino, di serate in cantina. Niccolò Dama non ha fretta. Sa benissimo che in una vita intera di lavoro si fanno trenta, quaranta vendemmie al massimo. E ciascuna merita tutto il tempo possibile per realizzare l’eccellenza. Quello che produce non è solo vino. È tempo solidificato. È la certezza che in un mondo che corre, qualcuno ha scelto di fermarsi e di aspettare che il bello arrivasse da solo. ANTICA VALPOLICELLA.  Un nome che rimarrà.   Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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Rojac. La cantina è la mia casa Arrow Right Top Bg

13 Luglio, 2026

Rojac. La cantina è la mia casa

Uroš Rojac, vignaiolo nella Slovenska Istra L’Istria, per me, è da sempre una terra di confine: mare, pescatori, borghi medievali, olio. E vino, ovviamente — un vino che negli ultimi decenni sta crescendo a vista d’occhio. Uroš Rojac è uno dei produttori che più mi ha colpito in questi anni. I suoi sono vini autentici, vivi. Siamo tra le colline di Gažon, tra Izola e Koper. Qui la famiglia Rojac vive dal Seicento. Ed è tra queste colline, ricche di vigneti protetti dalle Alpi e affacciate sul Mediterraneo, che Bruno Rojac ha fondato la sua cantina. Scomparso troppo presto, oggi l’azienda è guidata dal figlio Uroš, con l’aiuto del fratello Primož, che però vive a Lubiana e nella vita fa altro. Diciassette ettari, circa quarantamila bottiglie l’anno. Numeri che fanno di Rojac uno dei pilastri della viticoltura di qualità nella Slovenska Istra. Certificato biologico, con uno sguardo alla biodinamica. La viticoltura di Uroš è votata alla qualità assoluta, tanto che a un certo punto, davanti a un calice, ti guarda e dice Io vivo in cantina, questa è la mia casa Una mattinata con Uroš Mi accoglie un sabato d’inizio giugno. È un personaggio un po’ spigoloso, ma appena si apre ne esce una mattinata bellissima, fatta di assaggi in bottiglia e in botte e di storie di vigna. Mi racconta della nonna, di Korte, il paese dall’altra parte della collina. E del nonno, che cambiò quattro passaporti senza mai cambiare casa. Coltivava la terra: ortaggi, olio, vino, frutta, tutto secondo le stagioni. Allevava mucche e cavalli, e andava a piedi fino a Trieste a vendere i prodotti, soprattutto uova. Uroš è molto legato a questa storia. Nonostante sia laureato in economia, si sente contadino. E ama fare il contadino. La terra del Refosco Una cosa che si percepisce subito è il suo amore per il Refosco, e questa è una zona particolarmente vocata per questo autoctono a bacca rossa. Terra bianca, la chiamano qui: povera, piena di sassi, esposizioni a sud in collina, maestrale e bora che soffiano. Secondo Uroš, il Refosco esprime concentrazione e qualità solo nei terreni poveri — ed è esattamente quello che la sua terra gli offre. Olivicoltura e viticoltura convivono naturalmente (la famiglia produce anche un olio di livello), ma il focus è qui: Refosco, con il ReNero come punta di diamante, e Malvasia come grande varietà bianca — perché in queste zone la Malvasia dà risultati incredibili. In vigna: la tradizione e l’attesa Il principio base è semplice: aspettare i tempi della natura. Il vino si crea in vigna, anzi ancora prima — dalla scelta dei posti giusti per impiantare le barbatelle, alla selezione delle barbatelle stesse, fino al lavoro paziente lungo tutto l’anno. Osservare i vigneti, ascoltarli, capire quando e come intervenire. I vigneti sono terrazzati, sparsi un po’ ovunque su queste colline, e — come da tradizione locale — sono tutti piccoli appezzamenti. Si trovano tra i 120 e i 240 metri sul livello del mare, esposizioni ideali, protezione dai venti freddi del nord, sole e ventilazione che fanno il resto. Nelle posizioni più alte le varietà rosse, nelle più basse le bianche. Densità d’impianto elevate, rese bassissime anche per i vini freschi: la ricetta della qualità. Niente concimi minerali, solo zolfo e rame per i trattamenti — il minimo per restare in biologico. In cantina: intervento minimo Dal momento in cui le uve entrano in cantina al momento in cui escono come vino, l’intervento dell’uomo è ridotto all’osso. Fermentazioni spontanee, uso bassissimo di solforosa (in qualche vino non viene neanche aggiunta), ricerca della massima espressione del territorio d’origine. Da una parte i vini freschi, dall’altra i lunghi macerati della tradizione. Niente filtrazioni prima dell’imbottigliamento. È il marchio di fabbrica Rojac. I vini-simbolo sono il Refosco ReNero e la Malvasia fresca, ma la gamma è articolata. I vini Royaz — Pet Nat da Refosco, affinato in acciaio e poi imbottigliato per la rifermentazione. Bollicina divertente, frizzante al punto giusto. Amarene, fragole, lamponi, agrumi. Vivace anche al palato, di buona mineralità e bevuta facilissima. Malvazija 2022 — la versione fresca è buonissima, una delle migliori che si possano trovare. Profumi di fiori e frutta. Al palato è sapida, minerale, morbida, succosa, equilibrata, di una beva incredibile. La bottiglia è sul tavolo, e dopo il primo calice di assaggio Uroš ci dice: “bottiglia che è sul tavolo va finita”. Non ce lo facciamo ripetere. È già il mio vino dell’estate. Borac — da Malvasia e Bianchera istriana. Nasce da una collaborazione tra un ristoratore e un enologo: Boris Novak della Domačija Novak e Uroš stesso. Richiama la tradizione istriana, quando — date le estati molto calde — bisognava trovare un modo alternativo per conservare il vino. Uno dei sistemi era la macerazione, che arricchisce il vino di tannini, conservanti naturali. Macerazione e fermentazione in qvevri georgiane per circa cinque mesi, poi diciotto mesi di affinamento in legno francese e sloveno. Malvazija 2017 — altro vino che richiama la tradizione. Macerazione e fermentazione in qvevri georgiane per cinque mesi, poi trenta mesi in botti piccole e grandi senza travasi. Prodotta solo nelle migliori annate. Frutta secca, datteri, agrumi canditi. Succosa, piena, avvolgente, minerale, di ottima persistenza Refosk — la versione fresca del Refosco. Ribes, lamponi, fragole, fiori. Ottima acidità, beva facile, perfetto su un piatto di salumi istriani. Da bere leggermente fresco è il top. ReNero 2015 — prodotto solo nelle annate eccezionali, da uve selezionate, lunga macerazione e affinamento in botte per molti anni. Concentrazione e potenza: ha quella materia che ricorda i grandi rossi da lunga macerazione del mondo. Al naso prugna, viola, liquirizia, amarena, terra, sottobosco, cioccolato, caffè, tabacco. Cambia continuamente nel bicchiere, e così fa anche al palato. Morbido e robusto, corposo, profondo, pieno, di buona acidità e freschezza. Persistenza eccellente. Lo definirei un vinone, nel senso più nobile del termine: complesso, robusto, importante. Una chiusura inattesa Prima di andarcene, Uroš ci fa assaggiare la Feo, una birra spumantizzata che produce con l’amico Valter Kramar in anfore georgiane interrate. Beverina, piacevolissima — il classico fuoriprogramma che chiude il cerchio di una giornata fatta così. Uroš è diretto, senza troppi filtri, profondamente innamorato della sua terra. Un produttore che merita di essere ascoltato — prima lui, poi i suoi splendidi vini.   Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo    
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Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri Arrow Right Top Bg

11 Luglio, 2026

Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri

Champagne
per brindare a un incontro
con te
che già eri di un altro
ricordi
c’era stato un invito
stasera si va tutti a casa mia Un pianoforte ancora acceso a fine serata. I tavoli quasi vuoti. Un calice di champagne lasciato da qualcuno che se n’è andato senza finirlo. Poi una voce appena nasale, capace di attraversare il tintinnio dei bicchieri senza mai alzarsi di tono. Un sorriso composto che pareva promettere sempre qualcosa di più di quanto concedesse. L’uomo del piano bar che l’Italia ha sognato per sessant’anni Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, non è stato soltanto un cantante. È stato l’uomo che ogni italiano avrebbe voluto incontrare, ad un’ora tarda, al pianoforte di un piano bar. Ha fatto ballare intere generazioni con il twist e le ha fatte innamorare l’istante dopo, senza mai alzare la voce. Come se il segreto della sua arte fosse proprio dominare una sala restando quasi in disparte, dietro un paio di occhiali che funzionavano anche da distanza di sicurezza. Il suo genio non stava nell’esibizione, ma nella confidenza: cantava come si parla a una sola persona, anche negli stadi. Champagne, l’architettura di un addio Se Peppino di Capri ha un monumento, è una canzone che non racconta una festa ma il momento subito dopo. Champagne non è la storia di un amore che finisce con uno strappo: è la fotografia del gesto che resta quando tutto il resto è già sparito, il brindisi alzato per abitudine, per qualcuno che non risponderà più a quel gesto. Nel vino, la stessa bollicina che sale a raccontare la gioia porta già scritta nella propria fisica la sua sparizione: nasce per salire e per sparire. In questa doppia natura la canzone trova la sua verità più elegante. Aprire una bottiglia significa avviare un conto alla rovescia luminoso: ogni sorso che segue il primo è già un passo verso il bicchiere vuoto. Champagne non canta la rottura: ne canta l’eco. Proprio per questo generazioni diverse hanno continuato a riconoscersi in un pezzo che parla, in fondo, della fine di ogni cosa bella mentre è ancora bella. Il sorriso che schermava Ogni grande intrattenitore porta con sé una domanda mai del tutto risolta: quanto di quel sorriso appartiene davvero a chi lo indossa? Peppino di Capri ha attraversato sessant’anni di palchi con un’eleganza che sembrava naturale. La voce sempre calma colma di una malinconia che il pubblico non ha mai visto per intero e che forse lui stesso ha coltivato in silenzio. Soprattutto negli ultimi anni. Forse non è un caso se il suo brano più amato sia diventato, con il tempo, anche il più autobiografico: chi canta la fine di un amore con quella grazia composta, forse, ne conosce il peso più di chiunque altro. Il calice di un intero paese Da mezzo secolo l’Italia porta con sé Champagne come colonna sonora involontaria delle proprie estati, dei matrimoni, delle radio accese in macchina nelle notti di ritorno. Oggi quella stessa canzone è di un intero paese che vive, nei confronti del suo interprete, esattamente ciò che il brano racconta da cinquant’anni. Non un grido, non uno strappo, ma il gesto sommesso di alzare un calice per un amore che non risponderà più. È lo stesso brindisi solitario della canzone, moltiplicato per milioni di persone che lo hanno canticchiato senza sapere che, un giorno, l’avrebbero cantato per lui. Resta, come l’ultima bollicina in un bicchiere lasciato sul tavolo, quel sorriso, quella voce appena nasale che ha insegnato all’Italia come si può essere eleganti anche mentre si soffre.  Lo so
mi guardate lo so
mi sembra una pazzia
brindare solo senza compagnia
ma, ma io, io devo festeggiare
la fine di un amore
cameriere, champagne… Ciao Peppino. Mi hai fatto cantare. Mi hai fatto sognare. Mi hai fatto innamorare. Continuerò a cantare le tue canzoni e quando verserò un calice di Champagne, non potrò fare a meno di pensare a te e a quelle note struggenti. Ma, meravigliose. Canta anche lassù.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il Müller Thurgau di Cantina Valle Isarco tra i 5 Migliori d’Italia Arrow Right Top Bg

10 Luglio, 2026

Il Müller Thurgau di Cantina Valle Isarco tra i 5 Migliori d’Italia

  Un prestigioso riconoscimento premia l’impegno e la dedizione della Cantina Produttori Valle Isarco.   Nell’ambito della 23ª edizione del Concorso Internazionale Vini Müller Thurgau, la storica realtà altoatesina ha ottenuto una delle 5 Medaglie d’Oro assegnate con il suo DOC Alto Adige Valle Isarco Müller Thurgau 2025, vino straordinario dal rapporto qualità prezzo eccezionale (12 euro). Il premio è stato ufficializzato nella serata di giovedì 2 luglio, durante la cerimonia inaugurale della 39ª edizione della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”. Il concorso, che quest’anno ha visto la partecipazione di 64 etichette, ha confermato l’elevatissimo standard qualitativo dei vini di montagna, premiando solo le eccellenze che hanno saputo distinguersi per carattere aromatico, freschezza e tipicità. La medaglia ottenuta da Cantina Valle Isarco si inserisce in un medagliere d’eccellenza, confermando ancora una volta il ruolo di primo piano della cantina nella valorizzazione di uno dei vitigni più rappresentativi dell’arco alpino. Il Müller Thurgau 2025 premiato dalla giuria è espressione diretta del terroir unico della Valle Isarco: un vino che incarna perfettamente il profilo ricercato dai consumatori moderni, caratterizzato da una piacevole bevibilità, eleganza olfattiva e una moderata gradazione alcolica. Armin Gratl, direttore generale di Cantina Valle Isarco. Siamo estremamente orgogliosi di questo risultato. Ricevere una Medaglia d’Oro in un contesto di così alto profilo tecnico ci gratifica e ci stimola a proseguire nel nostro percorso di valorizzazione del territorio. Questo vino rappresenta la sintesi del duro lavoro nei nostri vigneti di montagna e della passione che ogni giorno i nostri soci conferitori dedicano alla cura della vigna. La Cantina invita tutti gli appassionati a scoprire questo vino pluripremiato e a celebrare questo importante traguardo nel corso delle giornate della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”, che proseguirà in Val di Cembra con un ricco programma di degustazioni, masterclass ed eventi dedicati alla cultura del vino di montagna. Müller Thurgau Alto Adige Valle Isarco DOC https://www.kellerei-eisacktal.it/it/mountainwines/3/mueller-thurgau-25/ A PROPOSITO DI CANTINA SOCIALE VALLE ISARCO Fondata nel 1961 da 24 famiglie, Cantina Valle Isarco è la più giovane cooperativa vinicola dell’Alto Adige, oggi i soci sono 135 che coltivano 150 ettari di vigneti in 11 Comuni, da Bolzano fino a sud di Bressanone (Varna, Bressanone, Funes/Tiso, Velturno, Chiusa, Laion, Castelrotto, Villandro, Barbiano, Fié e Renon). Ogni anno vengono prodotte 950mila bottiglie che rappresentano 14 varietà (10 bianche, 4 rosse), per un totale di 31 etichette dove la punta di diamante è rappresentata dalla selezione Aristos, dalla cuvée Adamantis e dalle edizioni limitate Sabiona di Kerner e Sylvaner, appena 3mila bottiglie all’anno per vitigno. Il 98% della produzione di Cantina Valle Isarco è dedicata ai vini bianchi, dove primeggia il Kerner affiancato da Sylvaner, Grüner Veltliner, Gewürztraminer e Müller Thurgau. Il fatturato è di 7,8 milioni di euro, conquistato nel canale Ho.re.ca per l’85% in Italia (di cui la metà in Alto Adige) e per il 15% all’estero. A guidare Cantina Valle Isarco ci sono il presidente, in carica dal 2010, Peter Baumgartner, e il direttore generale Armin Gratl, che ricopre questo ruolo dal 2013. Negli ultimi 5 anni la cantina ha investito oltre 2 milioni di euro per migliorare la propria struttura e le proprie tecnologie. La Redazione
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