Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
16 Settembre, 2024
Oinoe, il metodo classico a Parma
La spumeggiante inaugurazione della Festa della Vendemmia proposta da Alex Cerioli
Cultura enologica, convivialità e senso d’appartenenza.
Sono pronta a scommettere che si ritroverebbero in questa sintetica descrizione tutti i numerosi presenti che erano con me in Oinoe – La Città del Vino per la prima tappa della Festa della Vendemmia 2024, ideata da Confagricoltura Emilia Romagna in collaborazione con le sedi provinciali di Parma, Modena, Ferrara e Bologna.
Hanno scandito questa terza edizione quattro eventi, organizzati in contesti vitivinicoli rappresentativi del territorio.
Per la serata inaugurale del 29 agosto a Guardasone di Traversetolo, Alex Cerioli ha accolto gli ospiti con un’energia spumeggiante come il titolo dell’evento: “Il metodo classico a Parma”.
Con un sorriso aperto e cordiale ha accompagnato il gruppo in una breve passeggiata tra le vigne di quasi 30 anni sotto la cantina, ad un’altitudine di circa 230 metri sul versante a nord-est della collina.
In questi terreni di limo e argilla, ricchi di fossili, cresce rigogliosa la Barbera, protagonista di un metodo classico inedito… su cui torneremo.
La valorizzazione delle varietà locali è un tratto distintivo della produzione in Oinoe, che predilige la vinificazione di Lambrusco Maestri, Malvasia di Candia Aromatica e Barbera. A queste si affiancano vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pinot bianco.
Anche su questi ultimi due torneremo.
Dalla vigna ci siamo spostati in cantina, dove una tecnologia d’avanguardia valorizza ulteriormente i frutti della vendemmia, già selezionati a mano nel loro momento migliore.
Un’ulteriore garanzia di qualità e salubrità per il consumatore è scaturita dall’intolleranza che Alex stesso ha per i solfiti, aggiunti in quantità di gran lunga inferiori a quanto concesso e sempre indicati in etichetta.
Il momento più emozionante della visita è stato il passaggio tra le bottiglie di spumante, vero fiore all’occhiello e vanto di Alex, che ama le bollicine e che riconosce:
Il metodo classico suscita un interesse evidente e crescente, ma siamo in territorio piccolo rispetto ad altri tradizionalmente vocati per questa tipologia di prodotto… occorre quindi investire più tempo ed energie per promuoversi.
Le 2 degustazioni in chiusura della visita, di particolari riserve ed esclusivamente in formati Magnum, sono state la conferma che tutti i suoi sforzi in quella direzione continueranno ad essere premiati.
La prima bottiglia, un “Cerioli X Brut”, dove “X” è la lettera finale del nome Alex.
Prodotto solo in formato magnum, questo millesimo 2018 con sboccatura a febbraio 2023, è un omaggio al 10° anniversario della cantina (come riportato dal sigillo in ceralacca sul collo della bottiglia) che per la sua quasi totalità di Pinot bianco si distingue dagli altri spumanti della stessa tipologia della cantina, normalmente prodotti con Pinot bianco al 60% e Chardonnay al 40%.
Un trionfo ancora vivacissimo, fino in retrolfattiva, di fiori bianchi ed agrumi accompagnavano una bollicina cremosa e leggermente sapida.
Poi la barbera, vera protagonista del terroir che ci circondava, l’abbiamo apprezzata nel secondo magnum di Metodo Classico “Cerioli Zero Nature Rosé”.
Un luminoso color buccia di cipolla nel calice ha subito fatto intendere la maestria di Alex nel domare i pigmenti indisciplinati di questo vitigno, specialmente in bolle dall’affinamento prolungato: stavamo infatti sorseggiando una vendemmia 2019, con sboccatura a marzo 2023.
Piccoli frutti rossi ancora freschissimi, dal naso al fin di bocca, accompagnati da sentori cremosi di pasticceria e da un’elegante nota affumicata in chiusura.
Una degustazione decisamente appagante, anche perché accompagnata da sfiziosi assaggi di fingerfood, da un Parmigiano selezionato e da salumi i cui allevamenti d’origine vengono curati sempre da Alex.
Non poteva quindi esserci debutto migliore per la Festa della Vendemmia 2024 di Confagricoltura Emilia Romagna, proseguita il 4 settembre a Modena con una giornata alla scoperta di varietà antiche a cura degli allievi dell’Istituto L. Spallanzani.
La produzione bio è stata poi al centro della tappa ferrarese del 10 settembre da Giorgio Donati, in Fondo Cà de Bartoli.
Due giorni dopo, a Podere Riosto nel bolognese, i fortunati visitatori hanno infine scoperto la “Vite del Fantini”, piante secolari d’un vitigno pre-fillossera che costituiscono uno dei vigneti più antichi al mondo.
Grata al direttore di Confagricoltura Parma Eugenio Zedda per l’invito all’inaugurazione della Festa della Vendemmia, esemplare iniziativa omaggio alla socialità e alla cultura del vino, mi tengo pronta per altre scoperte enologiche in una Regione di cui, per ricchezza e varietà produttiva, si parla ancora troppo poco.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
Leggi
14 Settembre, 2024
Le Donne del Vino alla Corte di Canova
Esiste un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega la mano di uno scultore come Canova al braccio del vignaiolo. Non è solo questione di manualità, ma di quella rara capacità di trasformare la materia grezza — che sia un blocco di marmo di Carrara o un grappolo di Sangiovese — in un’emozione eterna.
Leggi
13 Settembre, 2024
Tenuta Maffone. Eliana e Bruno. Ancora, ancora, ancora
Era fatale che anche per lui come per tutti i pensionati, scattasse la mortale trappola degli hobbies.
Primo hobby di Fantozzi: l’aeromodellismo.
Secondo hobby di Fantozzi: il golf
Terzo hobby di Fantozzi: il ciclismo
Alla fine capì che l’unico vero hobby possibile per lui era…il lavoro Fantozzi va in pensione è un film di Neri Parenti del 1988 con il mito, indimenticabile Paolo Villaggio. Per anni, il ragionier Ugo Fantozzi ci ha fatto ridere e riflettere con le sue verità nascoste dietro la goffaggine di un triste impiegato ingabbiato in un lavoro e una vita colma di conformismo e squallore. Una inesistente vita privata che ha come riflesso la necessità di un lavoro, unica vera alternativa di esistenza. La speranza è che lo squallore e la monotonia finiscano con la pensione, la agognata pensione arrivata la quale si può finalmente fare tutto. Tutto cosa? Non si è mai fatto nulla oltre il lavoro. La fabbrica, l’ufficio, i colleghi, il dopo lavoro, le poche risicate vacanze con la speranza di tornare presto al lavoro. Una schiavitù non scelta. Un girone dantesco degni ignavi. La pensione risulta invece essere la consapevolezza della propria inutilità con la necessità di ingannare il tempo i per non morire di noia. Purtroppo, neanche gli hobbies riescono ad alleviare la pena. Per tutti (quelli che lavorano occorre aggiungere) arriva inesorabilmente l’età anagrafica e lavorativa a partire dalla quale si inizia a pensare al dopo. Con le attuali leggi in materia pensionistica è meglio non pensarci proprio. Ricordo che tempo fa sono andato sul sito dell’INPS per capire la mia situazione contributiva e il tempo che mancava alla pensione: ho chiuso il sito immediatamente! Quando si intravede, anche da lontano, la pensione, nella mente iniziano a fare capolino i progetti. Quelli sul futuro. Come se il futuro apparisse solo dopo, senza averci mai pensato prima. Pensieri. Fantasie. Idee che si costruiscono come se fossero copri divano. Messe li per coprire la ver realtà per la quale, arrivata la pensione, sarà solo monotonia e depressione. Tutto tipico dei fantozziani. Individui che non hanno nulla da fare fuori dal contesto lavoro e che con tutta probabilità pregheranno per fare i consulenti o i lecca francobolli. Un lavoretto piuttosto che stare a casa in depressione. Eliana e Bruno hanno risolto la faccenda prima della pensione, licenziandosi per andare a fare i contadini. Ho iniziato questa avventura nonostante l’età avanzata con mio marito esattamente quindici anni fa, nel 2009. Quella cui Eliana Maffone fa riferimento è davvero una avventura. Una di quelle già difficili solo a pensarla in senso lato ma se poi la contestualizziamo al territorio, diventa una missione. La vignaiola o, come dice Eliana, la contadina. In effetti, si può colorare quanto si vuole questo mestiere, ma prima che produttore di vino occorre essere contadino: l’uva non è che nasca in cantina…. Eliana e Bruno sono coppia di vita che da giovani, partendo da un piccolo paesino dell’entroterra ligure, costruiscono la propria vita in città. A Savona. Sole, mare, una casa, un buon lavoro, niente figli. Insomma, grande stabilità e la pensione che si intravede. Memento tanto lontana. Ci si può preparare a girare il mondo. Le cose però non capitano mai per caso. Arrivano. Il libero arbitrio che ciascuno di noi possiede ci fa scegliere. Come se arrivati ad un incrocio possiamo andare a destra o a sinistra. Scegliamo senza mai sapere cosa sarebbe accaduto se fossimo andati dall’altra parte. È il 2008 quando il papà di Eliana viene a mancare e la mamma non se la sente di mandare avanti l’azienda di famiglia che produce uva da vino e olive. Il bivio è arrivato. Che facciamo? Mamma da sola non poteva fare nulla. Mamma ci disse “fate ciò che volete”. Solo l’idea di abbandonare i terreni dove tutta la famiglia si era rotta la schiena non mi andava giù. Dissi a mio marito che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa ma non sapevo bene cosa. Non pensavamo di cambiar vita in quel momento. Pensiamo di darli in gestione. Venderli no. Abbandonarli tanto meno. Mio marito mi dice: io tra cinque sei anni potrei andare in pensione. Magari facciamo qualcosa noi con una persona che ci aiuta. I vigneti sono meravigliosi in zone speciali. Pre fillossera a piede franco. Era un delitto abbandonarli. Se vi dicessi che siamo ad Acquetico probabilmente il 99.9% delle persone non saprebbero minimamente dove si trova. Aggiungendo che Acquetico è una frazione del piccolo comune di Pieve di Teco (poco più di 1200 abitanti), la percentuale degli ignoranti (in senso letterale sia bene inteso) scenderebbe di pochissimo. Ipotizziamo un 99%. Purtroppo temo che pure dicendo che siamo in provincia di Imperia la percentuale non scenderà mai sotto il 60%. L’ho sempre detto che prima di concedere il passaporto dovrebbero chiedere un test di geografia! Comunque sia, il luogo è uno di quelli dove non si capita per caso. Ci si passa, ad esempio, se da Torino si vuole andare ad Imperia o viceversa. Anche se difficilmente ci si ferma. Nella eventualità che vi capitasse di passare per Acquetico venendo da Torino, alzate lo sguardo verso sinistra per ammirare le terrazze con i vigneti. Fare il contadino prima, il vignaiolo dopo, è già un mestiere faticoso. Farlo su questi lembi di terra posti tra i 500 e i 700 metri di altezza, è eroico. Complicato insomma. Tanto che se i bisnonni di Eliana coltivavano la terra, se i nonni di Eliana coltivavano la terra, se i genitori di Eliana coltivavano la terra, la generazione di Eliana non ne ha voluto sentire di coltivare la terra. Un lavoro in città sarebbe stato sicuramente meno faticoso e indubbiamente più stimolante. Mio nonno tiene duro e continua a fare il vino. Negli anni 70 non c’era ancora la DOC Ormeasco. Era un vino rosso e nonno lo faceva, anche molto buono dicono, e lo vendeva a damigiane. Sfuso. L’unica erede era mia madre. Si sposa con papà che faceva altro mestiere. Da appassionato di queste terre decisero di mantenere i vigneti iniziando a vendere l’uva. Allora erano circa 2.5 ettari. Tanti perché pezzettini sparpagliati. Oggi abbiamo 7.5 ettari su 22 appezzamenti. Neanche tutti nello stesso paese. Tocchiamo quattro paesini diversi. Abbiamo un carissimo amico che ha una bella realtà in Piemonte e lui ha 25 ettari di vigneto e dice che impiega un giorno e mezzo. Noi impieghiamo oltre tre giorni. La terra è qualcosa che hai nel sangue. L’odore delle piante che si mischia a quello della terra. Il vento che accarezza le cime degli alberi. Lo scricchiolio sotto le scarpe. Il sole che ti scalda il viso. Ogni sensazione è un tatuaggio che non è possibile cancellare. Anche se vai altrove come hanno fatto Eliana e Bruno, i ritorno per la vendemmia o la raccolta delle olive, tengono vivi i ricordi e le sensazioni. Da ragazza venivo qui con il nonno. Tutto quello che ho imparato lo devo a mio nonno. Fino a venti anni. Mio marito era un responsabile tecnico di una multinazionale francese Saint-Gobain del sito di Savona. Io ero un funzionario di Poste Italiane. Avevo una bella posizione. E anche lui. Eliana è una donna solare. Può sembrare un pò chiusa ma poi ti conquista quando parla con tono soave che sa di tenerezza e leggerezza proprie delle persone innamorate della vita. Delle cose che fanno. Di ciò che potranno fare. Senza pensare, mai, a ciò che avrebbero potuto fare se avessero preso altre strade. Cosa fatta, capo ha. Non avevamo idea a ciò che saremmo andati incontro. Non avevamo cantina. Nulla. Iniziamo a studiare e a confrontarci. Cercare di capire. Ad un amico che aveva una cantina qui vicino chiesi se potevamo fare un pò di vino da lui. Lui disse che spazio ne aveva e se si poteva fare potevamo prendere in affitto un pezzo della sua cantina. Così abbiamo fatto. Abbiamo comprato due botticelle ridicole. Era 2009 e 2010. La prima etichetta. 2000 bottiglie. Eravamo emozionantissimi. Adesso che ne facciamo? Per una che ne comprava due per fare la cena….Così è cominciata l’avventura. Emozione e adrenalina che si uniscono. Produrre vino dalle proprie vigne è una sensazione indescrivibile. A casa Maffone non si produceva vino da un pò e arrivare a realizzare addirittura le bottiglie, 2000 bottiglie, era cosa da non stare più nella pelle. Bello. Bellissimo. Affascinante. Stimolante. Certo, tutto bello e tutto grandemente interessante ma Eliana ha il suo lavoro e Bruno non è da meno. Fare i vignaioli (eroici) ad oltre un’ora di macchina, non è quello che si può definire un hobby dunque una passeggiata di salute. Abbiamo cominciato a vedere vino ai nostri amici che avevano bar e ristoranti. Insomma è iniziato tutto per gioco. Poi però l’impegno era grande anche se avevamo una ragazza che ci aiutava. Alle 16 in estate mio marito terminava di lavorare. Arrivavamo qui dopo le 17. Facevamo i trattamenti, poi in cantina per preparare un pò di bottiglie. Tornavamo a casa doveva arrivavamo all’1 di notte. La mattina alle sei di nuovo operativi. Lo abbiamo fatto due tre anni. Era massacrante anche se la cosa ci appassionava sempre di più. Dissi a mio marito che uno dei due avrebbe dovuto fare la cosa a tempo pieno. Era impossibile continuare cosi. Lui mi diceva: io non me la sento di licenziarmi. Tu te la senti? No, nemmeno io. Era un mezzo bivio insomma. Una strada non propriamente intrapresa. La terra fino ad un certo punto. La cantina a metà. Il lavoro, quello che aveva permesso loro di emanciparsi e di garantirsi una vita serena, quello, li identificava. Ancora. Il vero bivio prima o poi arriva. Come quando guardi il cielo e non ci sono nuvole ma poi il temporale ti sorprende mentre sei allegramente per strada senza ombrello. Siamo andati avanti ancora. Nel 2012 penso che qualcuno da lassù ci ha guardato. Chiamano mio marito dalla direzione e gli dicono: sig. Pollero, lei è stato bravo ha fatto un lavoro meraviglioso. Il prossimo anno questo impianto lo trasferiamo in Polonia. Lei deve andare li e farlo funzionare come ha fatto qui. Mio marito è tornato a casa e ha detto: forse hai ragione te, mi licenzio. Il destino ci ha dato una mano. Niente vien per caso e ne sono sempre più convinta. Da li è cominciata l’avventura. È Bruno dunque che inizia a lavorare alla vigna a tempo pieno. Un perfezionista che ha l’occhio per i particolari. Certo, deve farsi le ossa ma la mentalità è quella giusta tanto che il modo con il quale tratta i vigneti attira subito l’attenzione dei veri esperti locali. Quei vecchietti che le terrazze le hanno sempre avute ma adesso non hanno più la forza per coltivarle. I vecchietti del paese venivano a cercarci vedendo che i vigneti venivano trattati bene: lo vuoi? Te lo do senza che mi dai nulla in cambio. Basta che me lo mantieni bene. Io non ce la faccio più. Gente attaccatissima a questi territori. Pensateci bene. Qui ad Acquetico, che stesse andando tutto in malora era chiaro. Di giovani ce ne erano pochi e di quelli con la voglia di coltivare i vigneti sulle terrazze, probabilmente nessuno. Chi ad Acquetico c’è nato e vissuto vedere qualcuno che, finalmente, si prendeva cura delle terre, deve essere sembrato un miracolo divino. L’unico modo per la conservazione della specie. Anche non volendolo apertamente, Eliana e Bruno si trovano a vedere la propria azienda crescere pezzettino dopo pezzettino. Terrazza dopo terrazza. Cantina inclusa. Il ragazzo che ci aveva affittato il pezzo di cantina mi disse dopo un pò: io non lo faccio più, se vuoi ti do tutto. Vigneti, cantina. Avevamo nel frattempo iniziato a farci la nostra cantina. La prendemmo e ora la usiamo come magazzino. Abbiamo preso tutti i sui vigneti raddoppiando la superficie. Un’altra cantina ci ha fatto la stessa proposta. Siamo cresciuti in pochi anni. In dieci anni la crescita è stata enorme. Crescere vuol dire investire e per investire ci vogliono i soldi. Risparmi, dilapidati, a parte, uno stipendio comunque serviva. Quello di Eliana ovviamente. Mi sono licenziata a fine 2018. Il lavoro di una vita è andato tutto li. Nell’azienda. In una attività che non era poi nemmeno un progetto di vita. Non abbiamo figli. È l’amore per questa terra. Ho una nipote che è la figlia di mia sorella. Speriamo che non abbiamo fatto questo lavoro per venderlo ai cinesi. Ma sono contenta per quello che stiamo facendo. La passione, l’impegno, la determinazione ci ha fatto costruire un bel nome in pochi anni. Va bene la determinazione. Va bene le vigne. Vanno bene i vecchietti del paese. Va bene la cantina. Ma il vino? Il vino in Liguria bisogna farlo e anche bene. Per ben due motivi. Il primo è che qui sono tutti con il mugugno facile e a criticare ci si mette un attimo. Il secondo è relativo alle piccole quantità che l’intera regione riesce a produrre visto che rappresenta lo 0.1% della produzione nazionale. Fanno meno solo la Basilicata e la Valle d’Aosta. Siamo nella valle dell’Arroscia, un piccolo (o grande giudicate voi) torrente che scorre tra le grandi colline dell’entroterra imperiese. Proprio a Pieve di Teco diventa meno impetuoso grazie alla congiunzione di due altri torrenti: l’Arrogna e il Giara di Rezzo. In queste valli prende vita la DOC dell’Ormeasco di Pornassio (paesino di poco più di 500 anime) che altro non è se non il Dolcetto. Oltre alla versione base se ne produce anche una superiore, poi un passito e un passito liquoroso. Senza poter dimenticare la versione Sciac’tra ovvero il rosato. Un altro colpo di fortuna che non vien per caso. L’enologo. Senza sapere cosa stavamo facendo (la contadina della famiglia ero io ma non sapevo nulla di enologia), compriamo due botticelle provando a fare il vino. Sarà meglio cercare un enologo dico a mio marito. Qui non siamo in Piemonte dunque gli enologi non abbondano. C’era un enologo che faceva un pò l’enologo di tutti. Era anziano con problemi di salute. Evitiamo di andarlo a cercare. Cerchiamo. Partiamo un giorno con Bruno per andare ad Alba a comprare un attrezzo per la cantina. Entriamo nel centro enologico che ci avevano indicato (bellissimo sembrava di stare ad Hollywood). Bancone bellissimo con i ragazzi dietro. Ci presentiamo e spieghiamo cosa ci serviva. Ci fa parlare un attimo e ci dice: avete un enologo? Vi ha indicato lui cosa serve? In realtà no non ce lo abbiamo ancora. Lo stiamo cercando. Mentre pronuncio queste parole passa dietro un signore di una certa età e il ragazzo del bancone dice: prendetevi lui. No no io sono anziano non faccio più niente. Ma chi sono questi ragazzi? Curiosissimo. Inizia a chiederci le cose e noi raccontiamo brevemente. Ma lei è un enologo? Si ma adesso faccio solo consulenze. Ma scusi noi siamo in difficoltà, si avvicina la vendemmia e non sappiamo come fare. Se lei ci desse una mano. Anche solo per quest’anno. Poi cerchiamo. Io una mano ve la posso dare ma non vengo giù. Non riesco. Se avete bisogno portate su i campioni e le analisi le faccio qui. Ok vi do una mano. Il racconto di Eliana è di quelli veri, spontanei e che sgorgano dalla memoria come un fiume, anzi un torrente visto dove siamo, in piena. Rimango ad ascoltarla ed è come se fossi li a vedere la scena. Lei e Bruno sembrano come Totò e Peppino che entrano in un negozio non avendo la più pallida idea di cosa serva. Solo che Eliana lo ammette. È meravigliosamente e orgogliosamente onesta. Un enologo che passa per caso poi. Che spasso. Ma ve la immaginate la sua faccia quando da dietro il bancone dicono “prendetevi lui”? Ora, se si trattasse di un enologo “qualsiasi” sarebbe come dire “il primo che passa”. In questo caso non era proprio così. Questo signore ha compiuto da poco 89 anni e non lo abbiamo più abbandonato. Poi abbiamo capito con chi ci eravamo imbattuti. Una persona di una sapienza incredibile. Si chiama Marco Biglino. Un grandissimo barolista. Persona eccezionale. Una conoscenza incredibile. Un guru. Ha fatto grande tante cantine del Piemonte. Ma lo abbiamo saputo dopo. È stata la nostra grande fortuna. Ci abbiamo messo la nostra forza, impegno determinazione. Ma lui ha messo la capacità di saper fare del vino come va fatto. Quando lo abbiamo portato nei vigneti ci ha detto che la fortuna è avere dei vigneti bellissimi con uva bellissima. Devo solo aiutarvi a non rovinarla. “Devo solo aiutarvi a non rovinarla”. Ecco, questo dovrebbe fare un bravo enologo. Non creare ma assecondare la natura e i suoi prodotti. Supportare i produttori nel fare bene le cose prima, non correre ai rimedi, dopo. Abbiamo fatto tuta la conversione in biologico. Siamo biologici da sempre con coltivazione super tradizionale ma mancava la certificazione. Eravamo troppo impegnati. È una storia un pò cosi Quella di Eliana e Bruno non è una storia un pò cosi. Ci hanno creduto e creduto tanto. Basta crederci in fondo e le cose arrivano. Le cose sono arrivate, si sono incastrate nel modo giusto e loro hanno avuto il grande merito di averci messo tanto di loro. Impegni fisici ed economici. Notti insonni. Viaggi su e giù da Savona. In giro per vendere il loro vino. Spostarsi da una vigna all’altra. Stiamo andando avanti. Abbiamo recuperato altri vigneti. Adesso stiamo recuperando un altro vigneto che oggi è bosco. Tutto terrazzato. Stiamo continuando andando avanti. Abbiamo piantato un altro vigneto abbandonato da trenta anni dove andavo con mio nonno a vendemmiare. Una soddisfazione immensa. È la bellezza di questo mondo. Ti spacchi la schiena, dilapidi i risparmi, imprechi contro il tempo e i parassiti, vai di matto se qualcuno fa le cose come non vorresti. Ma poi, quando vedi una bottiglia con la tua etichetta, quando la stappi, quando qualcuno ti fa un complimento per il tuo vino, passa tutto e capisci che ne hai bisogno. Hai bisogno di queste terre. Hai bisogno di far si che quello che vedi intorno, ritorni alla vita. Non c’è, come non c’è in Eliana e Bruno la voglia di accumulare ricchezze attraverso i terreni. Figli ai quali lasciare ciò che stanno vivendo, non ce ne sono. Tempo e voglia per goderne loro, non ce n’è. Ma vuoi mettere la soddisfazione di recuperare terreni abbandonati producendo da questi i loro vini? Una sorta di creazione che non vuol dire, nella maniera più assoluta, onnipotenza. Vuol solo dire essere contenti di ciò che si fa. Non cosa si farà o cosa si è fatto ma di ciò che si sta facendo. Lavorando in questo modo, con questo grande enologo stiamo valorizzando l’Ormeasco che è sconosciuto fuori dai confini regionali. Meraviglioso e con potenzialità pazzesche. Partiamo con il metodo classico che avevamo creato sperando che qualcuno ci seguisse ma niente. Abbiamo iniziato con poche bottiglie. Siamo arrivati a 72 mesi perché abbiamo visto che possiamo ottenere un prodotto migliore. Oltre l’Ormeasco avevamo poco Pigato. Poi dal terzo anno l’Ormeasco rosato Sciac’tra. Quindi Ormeasco superiore per fare invecchiamento. Ci siamo innamorati dell’invecchiamento. Viene considerato come il vino rosso che si fa e si vende. Invece per come la vediamo noi vale la pena di valorizzarlo con dei prodotti meravigliosi. L’anno scorso siamo usciti con poche bottiglie di Superiore 2016. Eccola l’Eliana che si inorgoglisce e sfodera tutto il suo amore per il territorio e l’Ormeasco del quale ne parla nella maniera più entusiastica possibile. Convintamente e con determinazione. Ci crede Eliana. Ci crede Bruno. Non è solo la voglia di vendere i loro prodotti ma la necessità di far capire quanto qualcosa di buono si possa ottenere da queste uve di questi terreni. Ho avuto il piacere e la fortuna di assaggiare alcuni vini di Eliana e Bruno. Partiamo dal rosato Sciac’tra. Un colore cerasuolo che al sole si esalta diventando luminosissimo.
Il naso lo si deve tenere a lungo nel calice perché non smette di meravigliare. Un leggero agrume, poi la mela verde, poi le fragoline di bosco, poi la mentuccia, poi la banana, poi l’erba fresca. Freschezza e frizzantezza che già esaltano ancor prima di assaggiarlo.
In bocca conferma queste caratteristiche con una piacevolezza che non consente di aprirne una sola bottiglia. Fresco e secco ha una fantastica nota di agrume miscelato con fragoline di bosco. Sapido e poco caldo, ha un equilibrio praticamente perfetto. Persistenza anche lunga e una chiusura di bocca memorabile. Meraviglioso. L’Ormeasco di Pornassio 2023 sa di vino di altri tempi. Vero e sincero ma al contempo complesso e bilanciato. La sua veridicità è chiara già dal colore rosso porpora. Un colore che sa di freschezza e nessuna modifica di affinamento. Al naso arriva subito il balsamico così da apprezzare al meglio pochi ma efficaci e schietti sentori: ciliegia ancora non matura, prugna, erba appena tagliata, sottobosco, melograno, arancia.
Il sorso non sa di struttura ne di grande complessità. La sua semplicità però lo rende grande, piacevole e grandemente apprezzabile. Fresco e secco, non particolarmente caldo per una quasi verticalità. Meraviglioso e impagabile il delicato e mai invadente ritorno della ciliegia che si mischia all’arancia.
Persistenza non elevata così che con una zuppetta di pesce si esalta. Buonissimo. Ligagna Granaccia ovvero la Grenache, Garanacha, Cannonau. Chiamatela come volete ma la derivazione è l’Alicante. Qui in Riviera trova il suo spazio con connotazioni profondamente diverse da quello coltivato in altre zone (poi non ditemi che il mondo del vino è meraviglioso!). In genere la Grenache dovrebbe far generare ad esempio una colorazione rosso scuro. Ma non in questo caso: il rosso c’è ma è un rubino scarico con riflessi porpora. In genere la Garnacha dovrebbe avere sentori di frutti neri che richiamano lo scuro del calice. Ma non in questo caso dove i frutti sono rossi: fragoline di bosco, lamponi, ribes, arancia (poi c’è anche tanto vegetale di sottobosco ed erba tagliata, tanto che al rosso si associa molto facilmente il colore verde) e tanta ma tanta viola. La sensazione è di tanta freschezza. Sarà anche per la vinosità che viene fuori in maniera prepotente ma gentile.
Al sorso la grande differenza è nella mineralità che questo Ligagna ha in dote. I tannini sono comunque maturi così che, unendosi alla grande freschezza, ci si aspetterebbe una particolare durezza. La morbidezza del vitigno viene fuori e rende tutto ben bilanciato con una punta di morbidezza in più. Interessante la persistenza: la sensazione all’inizio è di un vino tranquillo che si esaurirà in fretta. Non è assolutamente così. Stupisce davvero in questo. La bocca infine chiede in maniera precisa con un cenno di amarognolo ben bilanciato dai frutti. Rimane comunque latente nel sottofondo a galleggiare insieme alla mineralità lasciando, di fatto, un’aurea di mistero. Interessante poi quel senso di ardesia che si percepisce ogni tanto. Intrigante! Giuanò è il Pigato Superiore. Un vitigno tipicamente ligure che in questo caso viene ammorbidito da batonnage e passaggio in botte (anche se per poco). Nel calice è uno di quei vini che non meravigliano: il colore giallo paglierino lo rende abbastanza anonimo. Mai fidarsi delle apparenze però. Già portandolo al naso le prime avvisaglie di qualcosa di “diverso” si palesano. I sentori sono infatti immediatamente floreali arricchiti da un velo di balsamico. I fiori di pesco e di mandorla si avvolgono al biancospino per poi lasciare spazio agli agrumi (limone ma più lime). I fiori di camomilla si trasformano in miele e cera d’api per poi tornare a mela e pera. Non può mancare la mineralità dello iodio e la vaniglia. Nel perdersi in questo meraviglioso effluvio il vino si è leggermente scaldato così che il limone arriva prepotente nelle sembianze di una granita di limone. Insomma è un abbraccio ventoso, di quei venti caldi che si respirano solo in queste zone.
Quando il primo sorso arriva in bocca le avvisaglie dell’olfatto trovano non solo conferma ma si rafforzano. Se prima c’era un abbraccio ventoso adesso diventa accoglienza pura. Come se quel vento si fosse immediatamente placato per consentire di godere appieno di ogni piccola sensazione. La mela, la pera, la banana e la menta si mescolano con lo iodio del mare e la mineralità dei monti. Un bellissimo e piacevolissimo potpurri di sapori che si mischiano meticolosamente creando un bilanciamento incredibile. Secco, non particolarmente fresco, decisamente morbido e con una intrigante nota finale che sa di mandorla amara: non invadente, non forte. Sensazioni, suggestioni, abbracci. Anche con un piatto di terra, sta da Dio Il Vermentino Riviera ligure di Ponente. Un classico vermentino giovane (i riflessi verdognoli non si nascondono) di quelli senza fronzoli ma efficace per la sua morbidezza non stucchevole. I fiori di campo e di camomilla si fondono con i frutti tropicali e la pesca ed il melone bianco donando rotondità legata ad una spalla non particolarmente importante. Il Vermentino Maffone rientra in uno di quei vini che non si perde in fronzoli olfattivi ma una volta sorseggiato conquista senza possibilità di scamparla. Il percorso degustativo parte in bocca con una bella rotondità fruttata, di quelle che piacciono a tutti, per poi terminare con un non so che di amarognolo che bilancia e stempera tutto. Giusta persistenza e una bocca che vuole solo un ulteriore sorso. Buono e al tempo stesso discreto (nel senso di un vino che vale ma non sembra). Da tenere sempre in cantina. Pardon, in frigo Per me il vino deve essere fatto bene. Nel modo più naturale possibile. Stiamo molto attenti già dai solfiti perché a me non fanno bene. Sui rossi siamo a meno della metà di quello consentito per il vino biologico. Abbiamo la fortuna di avere delle uve sanissime che non ci danno problemi in fase di vinificazione. Utilizziamo lieviti indigeni. Non aggiungiamo niente. Le uve ce lo consentono. Abbiamo la vita un pò più facile anche per via delle forti escursioni termiche. Importanti. Arriviamo prima della vendemmia con venti gradi di differenza fra giorno e notte. 60.000 bottiglie con circa 25.000 di Ormeasco nelle varie forme e particolare dedizioni all’invecchiamento e all’affinamento (si sperimenta l’anfora ad esempio). Le altre tipologie sono frutto dell’acquisizione delle vigne. Come il Pigato, il Vermentino, la Garnacha. Volevamo avere dei bianchi per un fine commerciale. In estate se non hai il bianco sei morto. Abbiamo cercato di prender più vigne possibile. Facciamo un passito sempre di Ormeasco e poi un prodotto che ormai non fa più nessuno: con le vinacce fresche di solo Ormeasco facciamo distillare una grappa che è veramente eccezionale. Non pensavamo venisse un prodotto cosi. Sapete quale è il contrappasso di tutta questa storia? È che con l’azienda che si ingrandisce di tempo per andare in vigna, ne rimane sempre meno. Per una come Eliana che si era licenziata per fare la contadina, ritrovarsi sulla scrivania in mezzo alle scartoffie non deve affatto essere piacevole. Ci ride sopra però Eliana. Ride in maniera soave e soddisfatta. Della vita di prima non le manca nulla. Forse qualche amica che ritrova ogni tanto per mangiare una pizza e dalle quali deve sempre sentire discorsi relativi alla fortuna di essersene andata perché in fondo la vita della vignaiola è bella specialmente nella vendemmia. Ho avuto delle amiche che sono volute venire a vendemmiare. Arrivavano la mattina belle pimpanti e alle 17 erano stravolte. Non ce la facevano più. Si diverte Eliana. Vive la vita da quella passionale che è. Nel lavoro alle Poste prima, in quello di vignaioli a dopo. Non si risparmia e vive. Il momento. L’oggi. Del doman non v’è certezza. Non ricordo quasi più cosa facevo. Mai avuto un istante di rimpianto. Ho fatto la scelta giusta Un equilibrio raggiunto come persona e come coppia. Quell’equilibrio che di instabile non ha nulla. Che consente di guardare al passato con la consapevolezza di aver dato e ricevuto tanto, ma senza rimpianti. Che consente di pensare al futuro con la serenità e felicità di chi sa che, svegliandosi la mattina, sarà contenta di vivere quel giorno, poi quello ancora. E ancora e ancora. Come nella canzone di Mina (scritta da Cristiano Malgioglio nel 1978) è importante questo mio momento perché
io ti chiedo ancora il tuo corpo ancora
le tue braccia ancora
di abbracciarmi ancora di amarmi ancora
di pigliarmi ancora
farmi morire ancora
perché ti amo ancora. La maggior parte degli amici ci disse che eravamo stufi di star bene prima di iniziare questo lavoro. Senza figli e con la casa di proprietà. Ora ci chiedono perché cresciamo senza figli. A noi piace fare questo. Siamo appassionati. Adesso abbiamo sette ragazzi che lavorano con noi e abbiamo la responsabilità di sette famiglie. Siamo noi una grande famiglia. Sono super contenta. È una famiglia allargata. In questa dimensione ci stiamo benissimo. Ecco allora la vera felicità. La dimensione dell’essere che non ha bisogno di alcun hobby, perché c’è la vita. La propria, quella del compagno di una vita, delle persone che lavorano in azienda. La vita. Quella che merita di essere vissuta con il sorriso e la voglia di un nuovo ancora. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Primo hobby di Fantozzi: l’aeromodellismo.
Secondo hobby di Fantozzi: il golf
Terzo hobby di Fantozzi: il ciclismo
Alla fine capì che l’unico vero hobby possibile per lui era…il lavoro Fantozzi va in pensione è un film di Neri Parenti del 1988 con il mito, indimenticabile Paolo Villaggio. Per anni, il ragionier Ugo Fantozzi ci ha fatto ridere e riflettere con le sue verità nascoste dietro la goffaggine di un triste impiegato ingabbiato in un lavoro e una vita colma di conformismo e squallore. Una inesistente vita privata che ha come riflesso la necessità di un lavoro, unica vera alternativa di esistenza. La speranza è che lo squallore e la monotonia finiscano con la pensione, la agognata pensione arrivata la quale si può finalmente fare tutto. Tutto cosa? Non si è mai fatto nulla oltre il lavoro. La fabbrica, l’ufficio, i colleghi, il dopo lavoro, le poche risicate vacanze con la speranza di tornare presto al lavoro. Una schiavitù non scelta. Un girone dantesco degni ignavi. La pensione risulta invece essere la consapevolezza della propria inutilità con la necessità di ingannare il tempo i per non morire di noia. Purtroppo, neanche gli hobbies riescono ad alleviare la pena. Per tutti (quelli che lavorano occorre aggiungere) arriva inesorabilmente l’età anagrafica e lavorativa a partire dalla quale si inizia a pensare al dopo. Con le attuali leggi in materia pensionistica è meglio non pensarci proprio. Ricordo che tempo fa sono andato sul sito dell’INPS per capire la mia situazione contributiva e il tempo che mancava alla pensione: ho chiuso il sito immediatamente! Quando si intravede, anche da lontano, la pensione, nella mente iniziano a fare capolino i progetti. Quelli sul futuro. Come se il futuro apparisse solo dopo, senza averci mai pensato prima. Pensieri. Fantasie. Idee che si costruiscono come se fossero copri divano. Messe li per coprire la ver realtà per la quale, arrivata la pensione, sarà solo monotonia e depressione. Tutto tipico dei fantozziani. Individui che non hanno nulla da fare fuori dal contesto lavoro e che con tutta probabilità pregheranno per fare i consulenti o i lecca francobolli. Un lavoretto piuttosto che stare a casa in depressione. Eliana e Bruno hanno risolto la faccenda prima della pensione, licenziandosi per andare a fare i contadini. Ho iniziato questa avventura nonostante l’età avanzata con mio marito esattamente quindici anni fa, nel 2009. Quella cui Eliana Maffone fa riferimento è davvero una avventura. Una di quelle già difficili solo a pensarla in senso lato ma se poi la contestualizziamo al territorio, diventa una missione. La vignaiola o, come dice Eliana, la contadina. In effetti, si può colorare quanto si vuole questo mestiere, ma prima che produttore di vino occorre essere contadino: l’uva non è che nasca in cantina…. Eliana e Bruno sono coppia di vita che da giovani, partendo da un piccolo paesino dell’entroterra ligure, costruiscono la propria vita in città. A Savona. Sole, mare, una casa, un buon lavoro, niente figli. Insomma, grande stabilità e la pensione che si intravede. Memento tanto lontana. Ci si può preparare a girare il mondo. Le cose però non capitano mai per caso. Arrivano. Il libero arbitrio che ciascuno di noi possiede ci fa scegliere. Come se arrivati ad un incrocio possiamo andare a destra o a sinistra. Scegliamo senza mai sapere cosa sarebbe accaduto se fossimo andati dall’altra parte. È il 2008 quando il papà di Eliana viene a mancare e la mamma non se la sente di mandare avanti l’azienda di famiglia che produce uva da vino e olive. Il bivio è arrivato. Che facciamo? Mamma da sola non poteva fare nulla. Mamma ci disse “fate ciò che volete”. Solo l’idea di abbandonare i terreni dove tutta la famiglia si era rotta la schiena non mi andava giù. Dissi a mio marito che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa ma non sapevo bene cosa. Non pensavamo di cambiar vita in quel momento. Pensiamo di darli in gestione. Venderli no. Abbandonarli tanto meno. Mio marito mi dice: io tra cinque sei anni potrei andare in pensione. Magari facciamo qualcosa noi con una persona che ci aiuta. I vigneti sono meravigliosi in zone speciali. Pre fillossera a piede franco. Era un delitto abbandonarli. Se vi dicessi che siamo ad Acquetico probabilmente il 99.9% delle persone non saprebbero minimamente dove si trova. Aggiungendo che Acquetico è una frazione del piccolo comune di Pieve di Teco (poco più di 1200 abitanti), la percentuale degli ignoranti (in senso letterale sia bene inteso) scenderebbe di pochissimo. Ipotizziamo un 99%. Purtroppo temo che pure dicendo che siamo in provincia di Imperia la percentuale non scenderà mai sotto il 60%. L’ho sempre detto che prima di concedere il passaporto dovrebbero chiedere un test di geografia! Comunque sia, il luogo è uno di quelli dove non si capita per caso. Ci si passa, ad esempio, se da Torino si vuole andare ad Imperia o viceversa. Anche se difficilmente ci si ferma. Nella eventualità che vi capitasse di passare per Acquetico venendo da Torino, alzate lo sguardo verso sinistra per ammirare le terrazze con i vigneti. Fare il contadino prima, il vignaiolo dopo, è già un mestiere faticoso. Farlo su questi lembi di terra posti tra i 500 e i 700 metri di altezza, è eroico. Complicato insomma. Tanto che se i bisnonni di Eliana coltivavano la terra, se i nonni di Eliana coltivavano la terra, se i genitori di Eliana coltivavano la terra, la generazione di Eliana non ne ha voluto sentire di coltivare la terra. Un lavoro in città sarebbe stato sicuramente meno faticoso e indubbiamente più stimolante. Mio nonno tiene duro e continua a fare il vino. Negli anni 70 non c’era ancora la DOC Ormeasco. Era un vino rosso e nonno lo faceva, anche molto buono dicono, e lo vendeva a damigiane. Sfuso. L’unica erede era mia madre. Si sposa con papà che faceva altro mestiere. Da appassionato di queste terre decisero di mantenere i vigneti iniziando a vendere l’uva. Allora erano circa 2.5 ettari. Tanti perché pezzettini sparpagliati. Oggi abbiamo 7.5 ettari su 22 appezzamenti. Neanche tutti nello stesso paese. Tocchiamo quattro paesini diversi. Abbiamo un carissimo amico che ha una bella realtà in Piemonte e lui ha 25 ettari di vigneto e dice che impiega un giorno e mezzo. Noi impieghiamo oltre tre giorni. La terra è qualcosa che hai nel sangue. L’odore delle piante che si mischia a quello della terra. Il vento che accarezza le cime degli alberi. Lo scricchiolio sotto le scarpe. Il sole che ti scalda il viso. Ogni sensazione è un tatuaggio che non è possibile cancellare. Anche se vai altrove come hanno fatto Eliana e Bruno, i ritorno per la vendemmia o la raccolta delle olive, tengono vivi i ricordi e le sensazioni. Da ragazza venivo qui con il nonno. Tutto quello che ho imparato lo devo a mio nonno. Fino a venti anni. Mio marito era un responsabile tecnico di una multinazionale francese Saint-Gobain del sito di Savona. Io ero un funzionario di Poste Italiane. Avevo una bella posizione. E anche lui. Eliana è una donna solare. Può sembrare un pò chiusa ma poi ti conquista quando parla con tono soave che sa di tenerezza e leggerezza proprie delle persone innamorate della vita. Delle cose che fanno. Di ciò che potranno fare. Senza pensare, mai, a ciò che avrebbero potuto fare se avessero preso altre strade. Cosa fatta, capo ha. Non avevamo idea a ciò che saremmo andati incontro. Non avevamo cantina. Nulla. Iniziamo a studiare e a confrontarci. Cercare di capire. Ad un amico che aveva una cantina qui vicino chiesi se potevamo fare un pò di vino da lui. Lui disse che spazio ne aveva e se si poteva fare potevamo prendere in affitto un pezzo della sua cantina. Così abbiamo fatto. Abbiamo comprato due botticelle ridicole. Era 2009 e 2010. La prima etichetta. 2000 bottiglie. Eravamo emozionantissimi. Adesso che ne facciamo? Per una che ne comprava due per fare la cena….Così è cominciata l’avventura. Emozione e adrenalina che si uniscono. Produrre vino dalle proprie vigne è una sensazione indescrivibile. A casa Maffone non si produceva vino da un pò e arrivare a realizzare addirittura le bottiglie, 2000 bottiglie, era cosa da non stare più nella pelle. Bello. Bellissimo. Affascinante. Stimolante. Certo, tutto bello e tutto grandemente interessante ma Eliana ha il suo lavoro e Bruno non è da meno. Fare i vignaioli (eroici) ad oltre un’ora di macchina, non è quello che si può definire un hobby dunque una passeggiata di salute. Abbiamo cominciato a vedere vino ai nostri amici che avevano bar e ristoranti. Insomma è iniziato tutto per gioco. Poi però l’impegno era grande anche se avevamo una ragazza che ci aiutava. Alle 16 in estate mio marito terminava di lavorare. Arrivavamo qui dopo le 17. Facevamo i trattamenti, poi in cantina per preparare un pò di bottiglie. Tornavamo a casa doveva arrivavamo all’1 di notte. La mattina alle sei di nuovo operativi. Lo abbiamo fatto due tre anni. Era massacrante anche se la cosa ci appassionava sempre di più. Dissi a mio marito che uno dei due avrebbe dovuto fare la cosa a tempo pieno. Era impossibile continuare cosi. Lui mi diceva: io non me la sento di licenziarmi. Tu te la senti? No, nemmeno io. Era un mezzo bivio insomma. Una strada non propriamente intrapresa. La terra fino ad un certo punto. La cantina a metà. Il lavoro, quello che aveva permesso loro di emanciparsi e di garantirsi una vita serena, quello, li identificava. Ancora. Il vero bivio prima o poi arriva. Come quando guardi il cielo e non ci sono nuvole ma poi il temporale ti sorprende mentre sei allegramente per strada senza ombrello. Siamo andati avanti ancora. Nel 2012 penso che qualcuno da lassù ci ha guardato. Chiamano mio marito dalla direzione e gli dicono: sig. Pollero, lei è stato bravo ha fatto un lavoro meraviglioso. Il prossimo anno questo impianto lo trasferiamo in Polonia. Lei deve andare li e farlo funzionare come ha fatto qui. Mio marito è tornato a casa e ha detto: forse hai ragione te, mi licenzio. Il destino ci ha dato una mano. Niente vien per caso e ne sono sempre più convinta. Da li è cominciata l’avventura. È Bruno dunque che inizia a lavorare alla vigna a tempo pieno. Un perfezionista che ha l’occhio per i particolari. Certo, deve farsi le ossa ma la mentalità è quella giusta tanto che il modo con il quale tratta i vigneti attira subito l’attenzione dei veri esperti locali. Quei vecchietti che le terrazze le hanno sempre avute ma adesso non hanno più la forza per coltivarle. I vecchietti del paese venivano a cercarci vedendo che i vigneti venivano trattati bene: lo vuoi? Te lo do senza che mi dai nulla in cambio. Basta che me lo mantieni bene. Io non ce la faccio più. Gente attaccatissima a questi territori. Pensateci bene. Qui ad Acquetico, che stesse andando tutto in malora era chiaro. Di giovani ce ne erano pochi e di quelli con la voglia di coltivare i vigneti sulle terrazze, probabilmente nessuno. Chi ad Acquetico c’è nato e vissuto vedere qualcuno che, finalmente, si prendeva cura delle terre, deve essere sembrato un miracolo divino. L’unico modo per la conservazione della specie. Anche non volendolo apertamente, Eliana e Bruno si trovano a vedere la propria azienda crescere pezzettino dopo pezzettino. Terrazza dopo terrazza. Cantina inclusa. Il ragazzo che ci aveva affittato il pezzo di cantina mi disse dopo un pò: io non lo faccio più, se vuoi ti do tutto. Vigneti, cantina. Avevamo nel frattempo iniziato a farci la nostra cantina. La prendemmo e ora la usiamo come magazzino. Abbiamo preso tutti i sui vigneti raddoppiando la superficie. Un’altra cantina ci ha fatto la stessa proposta. Siamo cresciuti in pochi anni. In dieci anni la crescita è stata enorme. Crescere vuol dire investire e per investire ci vogliono i soldi. Risparmi, dilapidati, a parte, uno stipendio comunque serviva. Quello di Eliana ovviamente. Mi sono licenziata a fine 2018. Il lavoro di una vita è andato tutto li. Nell’azienda. In una attività che non era poi nemmeno un progetto di vita. Non abbiamo figli. È l’amore per questa terra. Ho una nipote che è la figlia di mia sorella. Speriamo che non abbiamo fatto questo lavoro per venderlo ai cinesi. Ma sono contenta per quello che stiamo facendo. La passione, l’impegno, la determinazione ci ha fatto costruire un bel nome in pochi anni. Va bene la determinazione. Va bene le vigne. Vanno bene i vecchietti del paese. Va bene la cantina. Ma il vino? Il vino in Liguria bisogna farlo e anche bene. Per ben due motivi. Il primo è che qui sono tutti con il mugugno facile e a criticare ci si mette un attimo. Il secondo è relativo alle piccole quantità che l’intera regione riesce a produrre visto che rappresenta lo 0.1% della produzione nazionale. Fanno meno solo la Basilicata e la Valle d’Aosta. Siamo nella valle dell’Arroscia, un piccolo (o grande giudicate voi) torrente che scorre tra le grandi colline dell’entroterra imperiese. Proprio a Pieve di Teco diventa meno impetuoso grazie alla congiunzione di due altri torrenti: l’Arrogna e il Giara di Rezzo. In queste valli prende vita la DOC dell’Ormeasco di Pornassio (paesino di poco più di 500 anime) che altro non è se non il Dolcetto. Oltre alla versione base se ne produce anche una superiore, poi un passito e un passito liquoroso. Senza poter dimenticare la versione Sciac’tra ovvero il rosato. Un altro colpo di fortuna che non vien per caso. L’enologo. Senza sapere cosa stavamo facendo (la contadina della famiglia ero io ma non sapevo nulla di enologia), compriamo due botticelle provando a fare il vino. Sarà meglio cercare un enologo dico a mio marito. Qui non siamo in Piemonte dunque gli enologi non abbondano. C’era un enologo che faceva un pò l’enologo di tutti. Era anziano con problemi di salute. Evitiamo di andarlo a cercare. Cerchiamo. Partiamo un giorno con Bruno per andare ad Alba a comprare un attrezzo per la cantina. Entriamo nel centro enologico che ci avevano indicato (bellissimo sembrava di stare ad Hollywood). Bancone bellissimo con i ragazzi dietro. Ci presentiamo e spieghiamo cosa ci serviva. Ci fa parlare un attimo e ci dice: avete un enologo? Vi ha indicato lui cosa serve? In realtà no non ce lo abbiamo ancora. Lo stiamo cercando. Mentre pronuncio queste parole passa dietro un signore di una certa età e il ragazzo del bancone dice: prendetevi lui. No no io sono anziano non faccio più niente. Ma chi sono questi ragazzi? Curiosissimo. Inizia a chiederci le cose e noi raccontiamo brevemente. Ma lei è un enologo? Si ma adesso faccio solo consulenze. Ma scusi noi siamo in difficoltà, si avvicina la vendemmia e non sappiamo come fare. Se lei ci desse una mano. Anche solo per quest’anno. Poi cerchiamo. Io una mano ve la posso dare ma non vengo giù. Non riesco. Se avete bisogno portate su i campioni e le analisi le faccio qui. Ok vi do una mano. Il racconto di Eliana è di quelli veri, spontanei e che sgorgano dalla memoria come un fiume, anzi un torrente visto dove siamo, in piena. Rimango ad ascoltarla ed è come se fossi li a vedere la scena. Lei e Bruno sembrano come Totò e Peppino che entrano in un negozio non avendo la più pallida idea di cosa serva. Solo che Eliana lo ammette. È meravigliosamente e orgogliosamente onesta. Un enologo che passa per caso poi. Che spasso. Ma ve la immaginate la sua faccia quando da dietro il bancone dicono “prendetevi lui”? Ora, se si trattasse di un enologo “qualsiasi” sarebbe come dire “il primo che passa”. In questo caso non era proprio così. Questo signore ha compiuto da poco 89 anni e non lo abbiamo più abbandonato. Poi abbiamo capito con chi ci eravamo imbattuti. Una persona di una sapienza incredibile. Si chiama Marco Biglino. Un grandissimo barolista. Persona eccezionale. Una conoscenza incredibile. Un guru. Ha fatto grande tante cantine del Piemonte. Ma lo abbiamo saputo dopo. È stata la nostra grande fortuna. Ci abbiamo messo la nostra forza, impegno determinazione. Ma lui ha messo la capacità di saper fare del vino come va fatto. Quando lo abbiamo portato nei vigneti ci ha detto che la fortuna è avere dei vigneti bellissimi con uva bellissima. Devo solo aiutarvi a non rovinarla. “Devo solo aiutarvi a non rovinarla”. Ecco, questo dovrebbe fare un bravo enologo. Non creare ma assecondare la natura e i suoi prodotti. Supportare i produttori nel fare bene le cose prima, non correre ai rimedi, dopo. Abbiamo fatto tuta la conversione in biologico. Siamo biologici da sempre con coltivazione super tradizionale ma mancava la certificazione. Eravamo troppo impegnati. È una storia un pò cosi Quella di Eliana e Bruno non è una storia un pò cosi. Ci hanno creduto e creduto tanto. Basta crederci in fondo e le cose arrivano. Le cose sono arrivate, si sono incastrate nel modo giusto e loro hanno avuto il grande merito di averci messo tanto di loro. Impegni fisici ed economici. Notti insonni. Viaggi su e giù da Savona. In giro per vendere il loro vino. Spostarsi da una vigna all’altra. Stiamo andando avanti. Abbiamo recuperato altri vigneti. Adesso stiamo recuperando un altro vigneto che oggi è bosco. Tutto terrazzato. Stiamo continuando andando avanti. Abbiamo piantato un altro vigneto abbandonato da trenta anni dove andavo con mio nonno a vendemmiare. Una soddisfazione immensa. È la bellezza di questo mondo. Ti spacchi la schiena, dilapidi i risparmi, imprechi contro il tempo e i parassiti, vai di matto se qualcuno fa le cose come non vorresti. Ma poi, quando vedi una bottiglia con la tua etichetta, quando la stappi, quando qualcuno ti fa un complimento per il tuo vino, passa tutto e capisci che ne hai bisogno. Hai bisogno di queste terre. Hai bisogno di far si che quello che vedi intorno, ritorni alla vita. Non c’è, come non c’è in Eliana e Bruno la voglia di accumulare ricchezze attraverso i terreni. Figli ai quali lasciare ciò che stanno vivendo, non ce ne sono. Tempo e voglia per goderne loro, non ce n’è. Ma vuoi mettere la soddisfazione di recuperare terreni abbandonati producendo da questi i loro vini? Una sorta di creazione che non vuol dire, nella maniera più assoluta, onnipotenza. Vuol solo dire essere contenti di ciò che si fa. Non cosa si farà o cosa si è fatto ma di ciò che si sta facendo. Lavorando in questo modo, con questo grande enologo stiamo valorizzando l’Ormeasco che è sconosciuto fuori dai confini regionali. Meraviglioso e con potenzialità pazzesche. Partiamo con il metodo classico che avevamo creato sperando che qualcuno ci seguisse ma niente. Abbiamo iniziato con poche bottiglie. Siamo arrivati a 72 mesi perché abbiamo visto che possiamo ottenere un prodotto migliore. Oltre l’Ormeasco avevamo poco Pigato. Poi dal terzo anno l’Ormeasco rosato Sciac’tra. Quindi Ormeasco superiore per fare invecchiamento. Ci siamo innamorati dell’invecchiamento. Viene considerato come il vino rosso che si fa e si vende. Invece per come la vediamo noi vale la pena di valorizzarlo con dei prodotti meravigliosi. L’anno scorso siamo usciti con poche bottiglie di Superiore 2016. Eccola l’Eliana che si inorgoglisce e sfodera tutto il suo amore per il territorio e l’Ormeasco del quale ne parla nella maniera più entusiastica possibile. Convintamente e con determinazione. Ci crede Eliana. Ci crede Bruno. Non è solo la voglia di vendere i loro prodotti ma la necessità di far capire quanto qualcosa di buono si possa ottenere da queste uve di questi terreni. Ho avuto il piacere e la fortuna di assaggiare alcuni vini di Eliana e Bruno. Partiamo dal rosato Sciac’tra. Un colore cerasuolo che al sole si esalta diventando luminosissimo.
Il naso lo si deve tenere a lungo nel calice perché non smette di meravigliare. Un leggero agrume, poi la mela verde, poi le fragoline di bosco, poi la mentuccia, poi la banana, poi l’erba fresca. Freschezza e frizzantezza che già esaltano ancor prima di assaggiarlo.
In bocca conferma queste caratteristiche con una piacevolezza che non consente di aprirne una sola bottiglia. Fresco e secco ha una fantastica nota di agrume miscelato con fragoline di bosco. Sapido e poco caldo, ha un equilibrio praticamente perfetto. Persistenza anche lunga e una chiusura di bocca memorabile. Meraviglioso. L’Ormeasco di Pornassio 2023 sa di vino di altri tempi. Vero e sincero ma al contempo complesso e bilanciato. La sua veridicità è chiara già dal colore rosso porpora. Un colore che sa di freschezza e nessuna modifica di affinamento. Al naso arriva subito il balsamico così da apprezzare al meglio pochi ma efficaci e schietti sentori: ciliegia ancora non matura, prugna, erba appena tagliata, sottobosco, melograno, arancia.
Il sorso non sa di struttura ne di grande complessità. La sua semplicità però lo rende grande, piacevole e grandemente apprezzabile. Fresco e secco, non particolarmente caldo per una quasi verticalità. Meraviglioso e impagabile il delicato e mai invadente ritorno della ciliegia che si mischia all’arancia.
Persistenza non elevata così che con una zuppetta di pesce si esalta. Buonissimo. Ligagna Granaccia ovvero la Grenache, Garanacha, Cannonau. Chiamatela come volete ma la derivazione è l’Alicante. Qui in Riviera trova il suo spazio con connotazioni profondamente diverse da quello coltivato in altre zone (poi non ditemi che il mondo del vino è meraviglioso!). In genere la Grenache dovrebbe far generare ad esempio una colorazione rosso scuro. Ma non in questo caso: il rosso c’è ma è un rubino scarico con riflessi porpora. In genere la Garnacha dovrebbe avere sentori di frutti neri che richiamano lo scuro del calice. Ma non in questo caso dove i frutti sono rossi: fragoline di bosco, lamponi, ribes, arancia (poi c’è anche tanto vegetale di sottobosco ed erba tagliata, tanto che al rosso si associa molto facilmente il colore verde) e tanta ma tanta viola. La sensazione è di tanta freschezza. Sarà anche per la vinosità che viene fuori in maniera prepotente ma gentile.
Al sorso la grande differenza è nella mineralità che questo Ligagna ha in dote. I tannini sono comunque maturi così che, unendosi alla grande freschezza, ci si aspetterebbe una particolare durezza. La morbidezza del vitigno viene fuori e rende tutto ben bilanciato con una punta di morbidezza in più. Interessante la persistenza: la sensazione all’inizio è di un vino tranquillo che si esaurirà in fretta. Non è assolutamente così. Stupisce davvero in questo. La bocca infine chiede in maniera precisa con un cenno di amarognolo ben bilanciato dai frutti. Rimane comunque latente nel sottofondo a galleggiare insieme alla mineralità lasciando, di fatto, un’aurea di mistero. Interessante poi quel senso di ardesia che si percepisce ogni tanto. Intrigante! Giuanò è il Pigato Superiore. Un vitigno tipicamente ligure che in questo caso viene ammorbidito da batonnage e passaggio in botte (anche se per poco). Nel calice è uno di quei vini che non meravigliano: il colore giallo paglierino lo rende abbastanza anonimo. Mai fidarsi delle apparenze però. Già portandolo al naso le prime avvisaglie di qualcosa di “diverso” si palesano. I sentori sono infatti immediatamente floreali arricchiti da un velo di balsamico. I fiori di pesco e di mandorla si avvolgono al biancospino per poi lasciare spazio agli agrumi (limone ma più lime). I fiori di camomilla si trasformano in miele e cera d’api per poi tornare a mela e pera. Non può mancare la mineralità dello iodio e la vaniglia. Nel perdersi in questo meraviglioso effluvio il vino si è leggermente scaldato così che il limone arriva prepotente nelle sembianze di una granita di limone. Insomma è un abbraccio ventoso, di quei venti caldi che si respirano solo in queste zone.
Quando il primo sorso arriva in bocca le avvisaglie dell’olfatto trovano non solo conferma ma si rafforzano. Se prima c’era un abbraccio ventoso adesso diventa accoglienza pura. Come se quel vento si fosse immediatamente placato per consentire di godere appieno di ogni piccola sensazione. La mela, la pera, la banana e la menta si mescolano con lo iodio del mare e la mineralità dei monti. Un bellissimo e piacevolissimo potpurri di sapori che si mischiano meticolosamente creando un bilanciamento incredibile. Secco, non particolarmente fresco, decisamente morbido e con una intrigante nota finale che sa di mandorla amara: non invadente, non forte. Sensazioni, suggestioni, abbracci. Anche con un piatto di terra, sta da Dio Il Vermentino Riviera ligure di Ponente. Un classico vermentino giovane (i riflessi verdognoli non si nascondono) di quelli senza fronzoli ma efficace per la sua morbidezza non stucchevole. I fiori di campo e di camomilla si fondono con i frutti tropicali e la pesca ed il melone bianco donando rotondità legata ad una spalla non particolarmente importante. Il Vermentino Maffone rientra in uno di quei vini che non si perde in fronzoli olfattivi ma una volta sorseggiato conquista senza possibilità di scamparla. Il percorso degustativo parte in bocca con una bella rotondità fruttata, di quelle che piacciono a tutti, per poi terminare con un non so che di amarognolo che bilancia e stempera tutto. Giusta persistenza e una bocca che vuole solo un ulteriore sorso. Buono e al tempo stesso discreto (nel senso di un vino che vale ma non sembra). Da tenere sempre in cantina. Pardon, in frigo Per me il vino deve essere fatto bene. Nel modo più naturale possibile. Stiamo molto attenti già dai solfiti perché a me non fanno bene. Sui rossi siamo a meno della metà di quello consentito per il vino biologico. Abbiamo la fortuna di avere delle uve sanissime che non ci danno problemi in fase di vinificazione. Utilizziamo lieviti indigeni. Non aggiungiamo niente. Le uve ce lo consentono. Abbiamo la vita un pò più facile anche per via delle forti escursioni termiche. Importanti. Arriviamo prima della vendemmia con venti gradi di differenza fra giorno e notte. 60.000 bottiglie con circa 25.000 di Ormeasco nelle varie forme e particolare dedizioni all’invecchiamento e all’affinamento (si sperimenta l’anfora ad esempio). Le altre tipologie sono frutto dell’acquisizione delle vigne. Come il Pigato, il Vermentino, la Garnacha. Volevamo avere dei bianchi per un fine commerciale. In estate se non hai il bianco sei morto. Abbiamo cercato di prender più vigne possibile. Facciamo un passito sempre di Ormeasco e poi un prodotto che ormai non fa più nessuno: con le vinacce fresche di solo Ormeasco facciamo distillare una grappa che è veramente eccezionale. Non pensavamo venisse un prodotto cosi. Sapete quale è il contrappasso di tutta questa storia? È che con l’azienda che si ingrandisce di tempo per andare in vigna, ne rimane sempre meno. Per una come Eliana che si era licenziata per fare la contadina, ritrovarsi sulla scrivania in mezzo alle scartoffie non deve affatto essere piacevole. Ci ride sopra però Eliana. Ride in maniera soave e soddisfatta. Della vita di prima non le manca nulla. Forse qualche amica che ritrova ogni tanto per mangiare una pizza e dalle quali deve sempre sentire discorsi relativi alla fortuna di essersene andata perché in fondo la vita della vignaiola è bella specialmente nella vendemmia. Ho avuto delle amiche che sono volute venire a vendemmiare. Arrivavano la mattina belle pimpanti e alle 17 erano stravolte. Non ce la facevano più. Si diverte Eliana. Vive la vita da quella passionale che è. Nel lavoro alle Poste prima, in quello di vignaioli a dopo. Non si risparmia e vive. Il momento. L’oggi. Del doman non v’è certezza. Non ricordo quasi più cosa facevo. Mai avuto un istante di rimpianto. Ho fatto la scelta giusta Un equilibrio raggiunto come persona e come coppia. Quell’equilibrio che di instabile non ha nulla. Che consente di guardare al passato con la consapevolezza di aver dato e ricevuto tanto, ma senza rimpianti. Che consente di pensare al futuro con la serenità e felicità di chi sa che, svegliandosi la mattina, sarà contenta di vivere quel giorno, poi quello ancora. E ancora e ancora. Come nella canzone di Mina (scritta da Cristiano Malgioglio nel 1978) è importante questo mio momento perché
io ti chiedo ancora il tuo corpo ancora
le tue braccia ancora
di abbracciarmi ancora di amarmi ancora
di pigliarmi ancora
farmi morire ancora
perché ti amo ancora. La maggior parte degli amici ci disse che eravamo stufi di star bene prima di iniziare questo lavoro. Senza figli e con la casa di proprietà. Ora ci chiedono perché cresciamo senza figli. A noi piace fare questo. Siamo appassionati. Adesso abbiamo sette ragazzi che lavorano con noi e abbiamo la responsabilità di sette famiglie. Siamo noi una grande famiglia. Sono super contenta. È una famiglia allargata. In questa dimensione ci stiamo benissimo. Ecco allora la vera felicità. La dimensione dell’essere che non ha bisogno di alcun hobby, perché c’è la vita. La propria, quella del compagno di una vita, delle persone che lavorano in azienda. La vita. Quella che merita di essere vissuta con il sorriso e la voglia di un nuovo ancora. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
12 Settembre, 2024
Roma incontra l'IGP Olio di Puglia
IL COSA E IL DOVE
22 Luglio, le eleganti sale di Palazzo Brancaccio in una Roma africana sono come un miraggio per i discepoli dell’Extravergine.
Qui, sfidando l’asfalto che fonde e l’aria che brucia il CONSORZIO IGP OLIO DI PUGLIA e GAMBERO ROSSO hanno presentato al pubblico romano le produzioni di una decina di Aziende di una Regione che, da sola, produce oltre il 50% dell’Olio Extravergine italiano.
Una decina di Aziende aderenti a un Consorzio nato nel 2020 (dopo il riconoscimento l’anno precedente della Denominazione IGP Puglia).
Una masterclass, di cui potrete leggere di seguito, ha preceduto l’apertura dei banchi d’assaggio accompagnati da scelte culinarie particolarmente azzeccate a livello di abbinamento
LA MASTERCLASS
Dieci gli EVO in degustazione nella masterclass guidata da Stefano Polacchi di GAMBERO ROSSO con l’aito di Maria Francesca Di Martino (Presidente del CONSORZIO IGP OLIO DI PUGLIA) e Giuseppina Lavalle (Referente Tecnico del CONSORZIO IGP OLIO DI PUGLIA).
Dieci EVO che illustrano le diverse anime di un territorio talmente vasto che, non a caso, alcuni chiamano ancora “LE Puglie”.
Di questi dieci 6 erano monocultivar di quella Coratina che nel tempo ha saputo ritagliarsi una fetta di mercato importante e conquistare un gradimento sempre maggiore da parte dei consumatori.
Vabbè, di seguito troverete le mi consuete note di assaggio e i miei personalissimi punteggi.
A proposito di questi ultimi devo spiegarVi per quale motivo potreste trovarli particolarmente “severi”.
Sapete certamente che l’olio EVO si degrada giorno dopo giorno dal punto di vista organolettico e, arrivati a un quasi Agosto romano con temperature prossime ai 40°C, anche i prodotti di una Regione in cui non si fa economia di polifenoli sono arrivati piuttosto stanchi.
In un paio di casi si è percorso pericolosamente il sottile crinale del difetto e altri due campioni, riassaggiati nei banchi all’esterno, si sono rivelati essere solo un problema di “quella bottiglia”.
Comunque, per questi e per gli altri mi sento di dire che, assaggiati al momento giusto, avrebbero ottenuto tutti da 3 a 4 punti in più, ma tant’è.
Leggete, assaggiate e fate le Vostre considerazioni.
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR LECCINO, AGRICOLA TAURINO: il naso, ahimè non pulito, comunica calore e poi nocciole fresche, un tocco di ravanello e uno d’agrume.
Un po’ meglio l’assaggio, condotto su delicati temi di amaro e piccante, un po’ grasso ma abbastanza lungo.
(N.V.).
IGP OLIO DI PUGLIA BIOLOGICO, ASSOCIAZIONE FRANTOIANI DI PUGLIA: naso sottile e delicato da cui si fa fatica a tirar fuori note di carciofo, mandorla e un appena di melanzana.
Assaggio coerente delicato nella parte amaricante e con un leggero piccante in crescendo.
(83- Punti).
IGP OLIO DI PUGLIA “PUGLIA OLIO MARE”, DE CARLO: questo l’avevo assaggiato un mese fa e m’aveva impressionato per pulizia (leggete qui), oggi si mostra particolarmente stanco nel proporci prati sfalciati, carciofo, erbe aromatiche e pomodoro maturo.
In bocca regala piccantezza decisa, un crescendo di amaritudini e una chiusura decisa su note di erbe amare.
(83 Punti).
p.s. riassaggiato ai banchi all’esterno merita 3 Punti in più ma…un mese l’ha decisamente cambiato).
IGP OLIO DI PUGLIA “CRU DI PUGLIA”, OLIO CICCOLELLA: naso sprint, ricco di sentori vegetali di rucola, carciofo, cardo, il giusto di pomodoro e sapienti pennellate di spezie e agrumi.
Assaggio maschio e deciso ma al contempo di educato equilibrio gustativo.
(87 Punti).
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA, LE 4 CONTRADE: quasi timido all’olfatto regala sentori di rucola e pomodoro appena maturo, belle note di erbe aromatiche (origano in primis) e un bel quid di frutta secca.
Sorso di bell’equilibrio amaro e piccante con il primo a gestire la bocca e il secondo a seguirlo in progressione allungando il finale.
(85 Punti).
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA, PANTALEO: olfattivamente non pimpante gioca le sue carte proponendo note di oliva verde e pomodoro maturo al fianco dei canonici carciofo e mandorla verde.
Assaggio sorprendente!
S’approccia in punta di piedi e poi…”BOOM”!
Deciso, maschio, amaro quanto serve, piccante quanto deve e di lodevole lunghezza.
(86+ Punti)
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA, OLIO GUGLIELMI: la bottiglia della masterclass aveva qualche “problemino” per cui Vi dico di quello in assaggio ai banchi che tra erbe amare, peperone e carciofo, lascia intravedere mandorla, mela e rosmarino.
Assaggio maturo, appena grasso e che punta con decisione sul piccante ma si assesta ben presto su intense amaritudini che allungano la chiusura.
(84 Punti questa bottiglia, forse 80 quella della masterclass).
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA “SCHINOSA”, AZIENDE AGRICOLE DI MARTINO: olfatto intenso, maschio nel proporre carciofo, cicoria, rucola, freschezze di mela verde e stuzzicanti peposità.
Assaggio di decisa coerenza, privo di cedimenti, di bella pulizia e intensità ragguardevole, equilibrato nei toni dell’amaro e del piccante e con un finale davvero salato.
(Quasi 90 Punti).
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA, LE FERRE: naso interessante, che associa verzure ortolane e leguminose a singolari tostature (anche di frutta secca) e amaritudini di carciofo a soffi balsamici.
In bocca, pur coerente e dinamico, si mostra più grasso dell’atteso e chiude in leggero calando evidenziando quanto il periodo di assaggio influisca sul risultato finale.
Peccato.
(84+ Punti).
IGP OLIO DI PUGLIA MONOCULTIVAR CORATINA BIOLOGICO, COOPERATIVA MADONNA DEL ROSARIO: anche qui qualche “problemino” disturba l’olfatto di una Coratina gestita con gentilezza.
Olfatto non troppo fresco, con sentori più di fieno che di erba sfalciata, note di rucola, carciofo e pomodoro maturo.
Assaggio che risente del clima e del periodo, un po’ grasso ma con una interessante nota balsamica in chiusura.
(82 Punti ma…).
E QUINDI?
E quindi niente!
Sicuramente devo ringraziare GAMBERO ROSSO per avermi invitato all’Evento e il CONSORZIO IGP OLIO DI PUGLIA per la tenacia con la quale porta avanti questo progetto ma…
Ci sono diversi ma.
Innanzitutto il periodo scelto per la manifestazione.
Sappiamo tutti quanto sia difficile comunicare il valore, soprattutto salutistico, dell’olio EVO, un prodotto da sempre immancabilmente presente sulle nostre tavole ma destinato a essere acquistato seguendo le offerte della GDO e non la Qualità.
Non capisco quindi (ma in tutta onestà me ne sono state spiegate le ragioni dai responsabili del Consorzio) perché si debbano presentare prodotti in un quasi Agosto romano con temperature prossime ai 40°C che risentono necessariamente, nonostante l’animo “strong”, di una intrinseca “vecchiaia”.
L’olio EVO non fa che degradarsi giorno dopo giorno (dal punto di vista organolettico) e credo che si faccia un torto al Prodotto e al Produttore non presentandolo al TOP della forma sottraendogli gran parte di quell’irresistibile appeal che dovrebbe avere rispetto ai prodotti “da scaffale”.
E poi basta con questi bicchierini di plastica (oltretutto senza una copertura che impedisca la perdita di profumi)!
Nel 2024 è ora di mandarli in pensione!
Comunque vale sempre il “purché se ne parli” e il fatto che “piuttosto che niente è meglio piuttosto”.
Quindi, nell’attesa di giorni migliori, lunga vita all’olio EVO
Roberto Alloi
VINODENTRO
Leggi
11 Settembre, 2024
L'uomo che ride
Come una fune ho teso, ho teso l’anima sul precipizio e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole. V. Majakovskj
La sveglia suona. Penso siano le 6.15. o le 6.17. Non ricordo a che ora ho puntato ieri sera l’orologio. Certamente ad un’ora dispari. Sono le 6.17. Ieri l’avevo programmata alle 6.15 e non è stata un granché di giornata. Allora ho puntato la sveglia ad un’altra ora. Come a volermi assicurare una giornata nuova davvero.
Che giorno è? Credo sia mercoledì. Mi capita spesso, ultimamente, di non saper dire subito e velocemente che giorno sia.
Appoggio una mano sul petto per accertarmi delle condizioni di salute del mio cuore. Batte a rilento, a colpi alterni. È malmesso. O forse è solo la tachicardia del mattino, quella che mi annuncia che sono sveglio e che è ora di rimettersi in piedi. Mi accorgo che il mio umore, appena sveglio, è neutrale. Assume le sfumature del caso solo quando ricordo come mi sono addormentato.
Faccio attenzione ad appoggiare il piede sinistro per primo. Ne va dell’andamento della giornata. Guai se dovessi appoggiare quello destro. Se oggi dovesse accedere qualcosa di negativo non riuscirei ad accettare il fatto che possa essere avvenuto il giorno in cui ho appoggiato il piede destro per primo. Piuttosto me lo amputerei. Ma questa opzione comporterebbe altri tipi di disagio.
Mi siedo e penso. Trovo che la mia attività cognitiva sia l’evento più interessante a cui io mi ritrovo a partecipare. Trovo che la riunione condominiale tra la parte più razionale del mio mondo cerebrale e il mio cuore sia eccitante. Mi dispiace solo che vinca sempre o quasi, la ratio (forse perché il cuore è tachicardico, chi può dirlo).
Vivere è avere storie da raccontare. Spesso queste storie non sono altro che la nostra quotidianità, molte volte volutamente distonica: come andare al bar per bere un caffè in un “quartiere sconosciuto”, fare la spesa in un mercato rionale diverso dal nostro o sorseggiare un calice di vino in un’enoteca dall’altra parte della città. Uscire per vivere, ricercare per essere. La nostra identità non è definita da ciò che possediamo, è piuttosto una miscela dei luoghi che abbiamo visitato, delle persone con cui abbiamo condiviso. Gli ambienti dove emergono le esperienze costituiscono particolari luoghi attraverso cui osservare la realtà, affrontare ostacoli, misurarsi con gli altri e con le regole, esprimersi, intervenire in modo attivo, mettersi alla prova: conoscere la vita.
A 34 km da dove abito, c’è il quartiere Garbatella, uno dei rioni più affascinanti di Roma, in cui l’anima popolare si sposa con i profumi e i colori di un’urbanistica unica nel suo genere www.romaapiedi.com/itinerari-turistici-roma/garbatella/.
Difronte al Palladium, mecca e luogo mistico per chi come me ha vissuto gli anni ’90, c’è l’Enoteca La Mescita.
Angelo, oste e punto cardinale dell’enoteca è il nostro Uomo che Ride. Con la sua passione denota l’amore per il suo locale, dove la proposta è interamente dedicata ai vini naturali, e stasera ci aiuterà a consacrarlo con un Pét Nat Les Sobrieres 2023 Domaine Obriere Blend di uve Muscat e Merlot prodotto in Linguadoca (Francia). Una bolla piacevole e sottile con note agrumate ben distinte, dall’acidità persistente con un finale di mousse di pompelmo. È un prodotto profondo, appagante e godurioso.
Questo luogo, dove alle pareti spiccano appese alcune stampe dell’artista torinese Cannizzo e questo vino, forniscono la possibilità di abitare lo spazio esistenziale. L’abitare, come indica Heideggher, implica la capacità di stare presso i luoghi e le situazioni, di esplorarli, di soffermarsi su di essi con la presenza del corpo, dei pensieri e dei sentimenti. Il tratto fondamentale dell’abitare è l’avere cura, il prendersi cura di ogni cosa nella sua essenza, Solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire (M.Heideggher), affermare “ci sono, esisto” e far parte autenticamente di un luogo, sentendolo parte di noi. Nel processo di interiorizzazione di un luogo e di conoscenza del mondo l’uomo qui usa il vino: inizialmente conquista lo spazio e gli fornisce un significato, poi con l’ausilio del calice ricorre a strategie di rinforzo del significato con una serie di attività ripetute con ritualità, come il roteare il bicchiere l’annusarne il profumo, goderne del gusto.
L’uomo che Ride, non tornerà mai più, l’ho visto andare via……il suo sorriso è promemoria della complessità, delle emozioni umane e delle scelte che facciamo nel perseguimento del nostro senso di valore.
Ti trovi nel cuore dello spazio. Lo senti intorno a te. Presta attenzione al tuo corpo. Ascoltalo. Ti guiderà alla scoperta. L’esperienza fisica è una forma di conoscenza. Ogni cosa suggerisce sensazioni e comportamenti diversi. Scegli quello che ti fa sentire a tuo agio. Ricorda, la vita è delicata, trattala con cura. Alcuni ambiti ti accoglieranno, altri potranno metterti alla prova. Ogni attimo ci parla in modo diverso, ogni persona è diversa, ogni esperienza è unica. Alcune ci distruggono, altre ci trasformano.
Questo è un invito a partecipare.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 8 prodotti in mescita: Francesi (Bollicine). Italiani Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati.
Tutti i prodotti proposti sono rigorosamente Naturali.
Marco Sargentini
Mi trovi su Instagram e Facebook
Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
Leggi
7 Settembre, 2024
Bolgheri DiVino 2024: alla "Cena dei Mille"!
Bolgheri DiVino: l’emozione di esserci!
Essere parte integrante di un evento prestigioso come la “Cena dei Mille” a Bolgheri è stata un’esperienza indimenticabile, un’opportunità straordinaria che ha superato ogni aspettativa. Il celebre Viale dei Cipressi, con la sua bellezza iconica e senza tempo, si è trasformato per una notte in una tavola imponente che ha riunito più di mille ospiti, creando un’atmosfera magica e irripetibile.
Il 4 settembre, dopo tre anni di attesa, il consorzio Bolgheri e Bolgheri Sassicaia DOC ha dato vita alla terza edizione di *no Bolgheri DiVino*, un evento che celebra l’eccellenza vitivinicola di uno dei territori più amati al mondo. È stato un onore far parte di questo grande gruppo come Ais Toscana, contribuendo all’organizzazione e alla riuscita di una serata che ha saputo esaltare il meglio di questo territorio straordinario.
Questa è stata la mia seconda partecipazione attiva nelle tre edizioni dell’evento, prendendo parte al servizio dei vini insieme ad Ais Toscana, che anche quest’anno ha curato in modo impeccabile l’organizzazione della parte enologica. La precisione, l’attenzione al dettaglio e la dedizione di tutti i sommelier hanno reso omaggio alla qualità straordinaria dei vini di Bolgheri, che hanno accompagnato la serata in maniera sublime.
Servire vini di tale prestigio a un pubblico di esperti e appassionati richiedeva una grande responsabilità. La necessità di garantire un servizio impeccabile, assicurando che ogni vino venisse servito nell’ordine appropriato e alla temperatura ottimale, ha messo alla prova tutta l’esperienza maturata in questi anni. Ogni gesto doveva essere calibrato con cura, consapevole del fatto che ogni dettaglio era fondamentale per esaltare al meglio le caratteristiche dei vini serviti. La pressione di dover soddisfare un pubblico altamente competente si è trasformata in una sfida che ha rafforzato ulteriormente la mia dedizione e professionalità durante la serata.
Un’emozione e un onore è stato anche avere l’opportunità di salutare personalità di spicco del mondo enologico come i Master of Wine Gorelli e Lonardi, nonché incontrare grandi enologi, produttori e altre celebrità del vino. Questi incontri hanno aggiunto un valore unico all’evento, confermando quanto sia straordinario il mondo del vino e quanto sia gratificante farne parte.
In particolare, sono orgogliosa di aver avuto l’occasione di salutare donne del calibro di Priscilla Incisa della Rocchetta e Albiera Antinori, giornaliste come Divina Vitali che hanno sempre comunicato con una passione particolare il territorio di Bolgheri. Questi momenti mi hanno resa profondamente consapevole del ruolo sempre più incisivo che le donne stanno imprimendo nel settore del vino. Come membro dell’Associazione delle Donne del Vino, ho sentito un senso di appartenenza e fierezza, vedendo quante figure femminili stiano contribuendo in modo significativo a modellare il futuro di questo straordinario settore.
Camminare tra i lunghi tavoli apparecchiati lungo il viale, circondato dai cipressi e dalle colline toscane, è stato come vivere un sogno. I brindisi, le conversazioni, la condivisione del vino Bolgherese e l’incontro con appassionati provenienti da tutto il mondo hanno reso questo evento un momento irripetibile, un simbolo della grandezza del territorio e della qualità dei suoi prodotti.
Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che hanno reso possibile questo evento – il Consorzio, i produttori, gli sponsor e le istituzioni – e a tutte le persone coinvolte, che hanno lavorato con dedizione e passione per rendere questa serata memorabile. La mia gratitudine è immensa, e il cuore è colmo di orgoglio per essere stato parte di un evento così importante per la storia di Bolgheri e per la valorizzazione del vino italiano a livello mondiale.
Non vedo l’ora di vivere nuove avventure con Ais Toscana, continuando a promuovere e sostenere i grandi vini di questo straordinario territorio, e di contribuire alla crescita della presenza femminile nel mondo del vino, oggi più che mai protagonista di questa magnifica storia.
Da Bolgheri è tutto! alla prossima avventura enologica! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
Leggi
Da Bolgheri è tutto! alla prossima avventura enologica! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
6 Settembre, 2024
Malerba. Marco, Filippo e la zingarata enologica
Amici di scuola, di caserma… E dunque, amici da tutta la vita.
Eccoli qui, gli amici miei. Cari amici. Oh, ma che fai? Dove vai?
Ha svoltato a sinistra.
Che c’è a sinistra?
So ‘na sega! Allo zingaro quando gli gira… gli gira. Ecco, questo è essere zingari.
Questa è la zingarata: una partenza senza meta e senza scopi,
un’evasione senza programmi.
Può durare un giorno, due o una settimana. Una volta mi ricordo, durò venti giorni.
Salvo complicazioni. Mario Monicelli firma nel 1975 l’indimenticabile Amici miei. Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Philippe Noiret, Duilio Del Prete. Il dialogo è la voce fuori campo del Perozzi, Philippe Noiret. Descrive l’amicizia nella loro voglia di stare insieme e insieme godersi la vita. Anche, ma non solo, attraverso gli indimenticabili scherzi. Anche, ma non solo, attraverso le zingarate, partenze senza una meta. Partenze verso qualcosa che non è importante perché ciò che conta è il viaggio e stare insieme. Marco Filippo Marco Valentini e Filippo Artini sono gli artefici di una vera e propria zingarata enologica. Il dialogo con loro porta alla luce persone, vignaioli, amici. Uniti in un progetto sempre in bilico tra qualcosa di serio e di goliardico ma che in realtà rappresenta il loro legame di vita. Non so come spiegarlo, ma la nostra chiacchierata a tre galleggia in un brodo primordiale fatto di allegria e cazzeggio, di scienza e spiritualità, di tempo e infinito. Una zingarata che può durare una vita. Salvo complicazioni. Marco e Filippo sono amici dai tempi del liceo a Montevarchi. Lo finiscono insieme e insieme, con tutti i maschi della classe, si iscrivono ad informatica per quello che loro definiscono “anno sabbatico”. Cosa c’è di meglio di un anno vissuto a non fare nulla dicendo invece di essere studenti di una facoltà che tanto non interessa a nessuno? Una strategia da vera zingarata. E dopo? Io per avere tutto più chiaro sono andato a fare l’idraulico. Dopo la parentesi informatica ho trovato un idraulico che cercava un apprendista. Ho fatto l’apprendista. Cinque anni. Poi ho fatto agraria. Ho fatto enologia cosi perché andava di moda e non avevo una visione chiara del futuro. Ma anche per un incontro avvenuto in maniera del tutto casuale. In estate in biblioteca c’era un ragazzo che faceva viticoltura ed enologia. Mi incuriosì molto e da li decisi di fare l’esame di ammissione. Fui preso e via. Marco ha il papà che compra un podere con 12 ettari ancora mentre faceva il professore. Era sul finire del liceo di Marco. Prima si iscrive pro forma ad informatica, poi fa l’idraulico, infine (!!) agraria. Mette la testa a posto? Ma no mica si può. Lavora pure in una enoteca a Firenze. Suvvia! Filippo dopo aver scelto con convinzione la facoltà di enologia ed aver completato gli studi, se ne va un pò in giro, per lavorare s’intende, all’estero e in Italia. Lavora specialmente in Franciacorta. Almeno fino a quando decide di voler ritornare in Toscana. Ma qui ci arriviamo dopo Noi siamo amici di liceo. Andavamo a liceo insieme. Ci siamo ritrovati anche se sempre rimasti in contatto. Abbiamo avuto l’esigenza di realizzarci in qualcosa di nostro con l’idea di fare vini irriproducibili. Siamo arrivati a questa esigenza da strade diverse. Lui ha visto la parte industriale e professionale cosi aggressiva del vino. Io ho una vigna che utilizziamo tuttora dal 1996. Ho imparato a fare il vino da mio nonno poi gli studi agronomici mi hanno aiutato. Grandi telefonate con Filippo per le vendemmie e sul come fare il vino. Mio nonno non voleva aggiungessi nulla al vino. Se aggiungevo mi toccava farlo di nascosto. Con gli studi agronomici ho avuto un punto di vista più critico su quanto veniva fatto nelle varie cantine dove andavo. Insomma, due amici dall’epoca del Liceo a Montevarchi. Due buontemponi che comunque non si risparmiano per il lavoro. Accomunati da una amicizia che si consolida quando Marco decide di rifare il vino del nonno con la piccola vigna del padre. Piccola perché gli ettari sono tanti ma di vigna ce ne è appena mezzo ettaro. Vigna buona però perché vecchia il giusto e con una serie di vitigni interessanti. Dal Sangiovese che in Toscana non può mai mancare, ai bianchi particolari come lo Zuccaccio. Le strade tra i due si separano dopo informatica. Ma in qualche modo percorrono due binari paralleli. Fino a ritrovarsi. Iniziamo a ritrovarci agli inizi degli anni 2010 quando Marco ha iniziato a sperimentare vinificazioni sempre più leggere. Cercava di spiegarmi la teoria su cose che mi succedevano. Lasciavo le barrique senza solfitare e li trovavo a zero di libera e il vino non difettato. Era lui l’esperto e mi doveva spiegare cosa era successo. Nella mia vigna ho Sangiovese ma anche tanta uva bianca. Ho anche l’Aleatico dal quale ho fatto il passito. Il mio impegno in viticoltura è sempre stato un passatempo succedaneo al lavoro principale. Il we principalmente. All’epoca stavo in una azienda dove spumantizzavo in Franciacorta. Da li è nata la sperimentazione di Marco sui metodi classici. Due amici che si ritrovano dinanzi a fermentazioni e travasi con una idea ben precisa e, soprattutto, condivisa, di come fare il vino. Un meraviglioso modo di stare insieme. Di sperimentare a distanza. Di comprendere come le amicizie, se coltivate, durano al tempo. Marco che ha già la vigna e, ancorché nel tempo libero, inizia a sperimentare su quello che gli passa per le mani. Oltre che per la testa. Volevo alleggerire il vino di tanti orpelli seguendo la linea di mio nonno dove non si poteva mettere niente altrimenti il prodotto perdeva di salubrità. Il vino di mio nonno era buono ma qualche evidente difettuccio lo aveva. Volevo riprodurlo ma senza difetti. Ero poi incuriosito dal metodo classico. I primi approcci sono stati proprio da metodo classico. Facevo settanta litri. Su bianchi e rossi avevo qualche esperienza. Quello di mio nonno era un rosso classico, classicissimo. C’era un bianco che veniva molto bruno. Il rosso veramente gli veniva molto scuro tanto che lo chiamava inchiostro. Io ho fatto l’enologo e ho lavorato in diverse parti di Italia e all’estero. Sono sempre stato un pò critico con li settore dove razzolavo perché lo trovato ambiguo. Tutti si spacciano di portare la propria unicità però poi nell’aspetto produttivo non ho visto apportare nulla. Tutti portano gli stessi materiali e tecnologie. Piano piano con Marco abbiamo invece cercato una nostra strada che considerasse il vino non un prodotto ma una sostanza. L’affermazione di Filippo racchiude in se tutta ma davvero tutta la filosofia della duetto. Il vino che è sostanza, non prodotto. Perché il prodotto è trasformazione di qualcos’altro. Di per se omologato. La sostanza invece è uno stato naturale oppure ottenuto per reazione chimica. Il prodotto è destinato ad un tipo di consumatore. La sostanza è quello che riesci ad ottenere senza portare il vino da nessuna parte. Difficile da vendere perché ci inseriamo in un contesto commerciale. Occorre confrontarsi però con chi fa di tutto affinché il vino dia particolari sensazioni. Questo però rende i nostri vini molto più aperti e riconoscibili per una caratteristica specifica. Difficile solo pensare una cosa del genere. Il vino è il prodotto di trasformazione dell’uva, degli zuccheri in alcoli. Insomma è qualcosa che è per quello che abbiamo sempre saputo sia. Ma se tutto questo invece venisse messo in discussione? Se il vino non fosse solo un prodotto ma una sostanza che è frutto di un procedimento volto ad ottenerne la vera essenza? Sarebbe tutto diverso. Ci arriviamo dopo. È iniziato a succedere nel 2017 circa. Parlammo in maniera più strutturata. Secondo me anche prima. Avevi voglia di rientrare. In effetti è vero. Sono stato dieci anni in Lombardia e volevo rientrare facendo una cosa mia. Non andando a lavorare da altre aziende. Ho cercato posti e coinvolgevo Marco. Dal punto di vista finanziario, comprare una cosa in Toscana era troppo oneroso. Mi ha portato a vedere delle vigne a Panzano in Chianti! Li costano quanto una gioielleria a metro quadro. Quando si stava concretizzando questo posto che poi ho comprato abbiamo iniziato a produrre in maniera professionale. Ecco, qui dove? Avete presente il liceo di Montevarchi? Ecco, quello è il baricentro che torna sempre. Baricentro tra le due tenute che costituiscono Malerba, questo il nome dell’azienda di Marco e Filippo. Due tenute perché così gli garba. Comunque sia, percorrendo la A1 si esce a Valdarno così da trovarsi quasi immediatamente a Montevarchi. La tenuta di Marco si trova verso l’interno, a Tenuta Bracciolini, in frazione Cicogna. Quella di Filippo, dalla parte opposta dell’autostrada, a Cavriglia, località Casino (nomen omen…). Distanti poco più di venti km e Montevarchi nel mezzo. Io abito in un lato e Marco nell’altro. Siamo distanti venti km circa. Due areali completamente diversi. Qui c’è il Chianti con terreni ripidi poveri e sassosi. Nell’altro versante l’argilla è profondissima. La balze del Valdarno. Qui si vedono colline nude di tutta argilla. Io avevo sempre avuto voglia di una linea di vino mio. Ho perso mio padre e mi sono trovato a gestire da solo tutta la terra. Per dare una destinazione pratica, per tutto il lavoro, mi serviva una società del genere. L’azienda Malerba vede i primi vagiti nel 2018 producendo vino nella vigna e nella cantina di Marco. Vigne e cantina di Filippo arrivano nel 2020 quando nasce ufficialmente Malerba. Venti ettari in totale con due e mezzo vitati. Nel casino più totale si vinificava in due cantine fino a che adesso avviene tutto nella cantina di Filippo destinando quella di marco per stoccaggio e come cantina storica. Bellissimo stare dietro a questi due o perlomeno cercare di farlo. Rimbalza tutto da una parte all’altra come se fossero due ragazzini che cercano di confondere le idee per coprire una loro marachella. Filippo ha il suo tono pacato e rilassato anche nella postura. Marco con la sua aria da buontempone e la battuta pronta. Entrambi dotati di tanta arguzia e capacità imbonitiva tanto che in alcuni passaggi mi è sembrato di essere il pupo tra due pupari. Quanto mi sono divertito! Biologici? Biodinamici? Naturali? (Tradizionali manco mi passa per l’anticamera del cervello!) Ad entrambi piace poco essere categorizzati. Già ad un toscano in generale l’essere accomunato a qualcos’altro non gli va a genio, figuriamoci a due come Marco e Filippo che hanno fatto della distinzione un loro manifesto di vita. In vigna ci comportiamo come se noi non ci fossimo. Ci avviciniamo molto al biodinamico senza essere nell’associazione. Non osserviamo i pianteti. La luna si perché mio nonno mi ha sempre detto di travasare in certe fasi di luna. Il biodinamico va un pò oltre. Metterci le mani non è semplice. Io sto molto a curare questa vite e a farla da solo. Mi sposto poi da Filippo che ha l’estensione di vigna più grande. Anche Filippo viene da me eh! In vigneto interveniamo pochissimo. Il nome della nostra azienda Malerba deriva del profondo rispetto dell’ecosistema comprese le erbacce. Il vigneto è volutamente tenuto in maniera disordinata. Ci sono un sacco di arbusti, di essenze. Ci nasce pure qualche albero. Cerchiamo di creare un ecosistema più integro in grado di reagire alle sollecitazioni esterne. Il meno possibile perché è sempre una gara di compromessi. In cantina siamo i più talebani possibile. Non utilizziamo nessun ingrediente in nessuna fase della lavorazione. Nessun macchinario. Non c’è tecnologia. Non c’è caldo non c’è freddo. Anche i metodi classici vengono fatti uno con un tiraggio invernale (freddo) e uno estivo più semplice. Non c’è niente. I nostri vivi si realizzano, a parte la pigiadiraspatura iniziale, senza corrente elettrica. Tutto a mano. Questo non per moda o per marketing ma perché nel corso degli anni ci siamo accorti che ogni aggiunta influenza il vino e cerca di portarlo da qualche parte. Impossibile non rimanere colpiti (e affondati) da affermazioni del genere. Rispetto tutte le opinioni e i Credi in termini di vino anche se non tollero la chimica più di tanto perché vuol dire artefazione. Più di tanto nel senso che se, in certe condizioni, occorre usare in vigna e solo in vigna, elementi in grado di curare (o prevenire) e questi non comportano poi residui nel vino, perché no. Nel caso di Malerba ci sono degli elementi molto interessanti che necessitano un vero approfondimento. Non mi riferisco alla vigna dove, certamente, il mancato utilizzo di sostanze chimiche e il ricorso all’inerbimento è pratica di buon senso. È in cantina che c’è da rimanere stupiti: zero tecnologia, zero aggiunte. Nessun intervento dell’uomo se non ad agevolare, mai a modificare il processo. Il concetto espresso da Filippo va nell’ottica di quella che lui stesso definisce sostanza. Materia che si trasforma non attraverso un processo produttivo ma dalla “semplice” interazione tra le sostanze e il sistema che le contiene. Tra le cose poco spiegabili c’è quello per cui i serbatoi sono dei bioreattori dove non manca nulla. Difficile da raccontare perché non aggiunge nulla alla narrazione. Ogni micro organismo ha bisogno di fattori e co fattori di crescita che in molti casi vengono aggiunti. Si aiuta, protegge, conserva per evitare inceppamenti. La formula alchemica è il bioreattore che se qualcosa manca se la crea da sola. Una sorta dunque di capacità intrinseca del sistema di regolarsi e di trovare al proprio interno gli elementi necessari per la trasformazione. Sembra facile ma non lo è affatto. Ciò che non si può raccontare facilmente è, ancorché nel completo disordine, una attenzione maniacale in vigna e in cantina. L’enologia non racconta secondo noi alcune cose che accadono nei nostri vini che stanno a contatto con le bucce per quasi duecento giorni, mentre nei testi o negli articoli di letteratura si parla al massimo di 90 giorni. Noi andiamo oltre e arriviamo ad un punto nel quale si perdono le parti fruttate e il vino diventa più semplice, vicino all’acqua. Sviniamo in quel momento li. Durante questo processo l’uva si è trasformata più profondamente di quando si possa fare con le normali tecniche enologiche. Avete letto bene: oltre duecento giorni di contatto con le bucce, utile non ad estrarre qualcosa ma per assottigliare il vino. Per togliere qualcosa semmai. Togliere la parte materiale per poi svinare ed andare in bottiglia dopo un paio di travasi. Così da fargli avere una seconda vita. Non c’è legno. Non c’è acciaio. C’è solo vetro e vetro resina per non aggiungere assolutamente nulla. Rimontaggi fatti rigorosamente a mano trattando tutto in maniera delicata. Come per il cappello che viene massaggiato per immergerlo senza farlo andare mai sul fondo. Se esistesse un macchinario in grado di fare le cose meglio di noi non avremmo problemi. Facciamo però un lavoro delicatissimo che non è possibile realizzare con macchinari. Che oltretutto portano a realizzare prodotti, non sostanze. La nostra presenza è sempre necessaria. Non facciamo analisi chimiche se non quando andiamo in bottiglia per i dati di legge o se spediamo all’estero. Tutto si basa sulla nostra sensibilità. I ritorni sensitivi ci guidano sulle operazioni da fare. La macchina non potrebbe fare questo. Si definiscono alchimisti e sul loro sito troverete Malerba vini alchemici. Un sito che quando mi ci sono imbattuto ha fortemente attirato la mia attenzione per un’aurea eterea, un senso di mancata immediatezza che porta, chi è curioso, a voler interagire. La curiosità. Ecco cosa serve per approcciarsi ai vini di Marco e Filippo. La voglia di scoperta che ha un bambino. Senza pregiudizi o contaminazioni. Senza la tara mentale derivante dalla consuetudine. In fondo, perché ci piace qualcosa? Perché l’abbiamo assaggiata o ce l’hanno fatta assaggiare. L’abbiamo vista o ce l’hanno fatta vedere. Ci piace qualcosa perché uno o più dei nostri sensi ha gradito la sensazione offerta. Così è per il vino. Ci piace non in senso assoluto ma per differenza. Noi riconosciamo le differenze. Anche i ricordi sono differenze poiché ricordiamo qualcosa accaduta nel passato ora non più presente. I vini di Malerba sono da approcciare non per il processo che c’è dietro ma per la loro capacità di stupire e risvegliare alcuni sensi. L’alchimista trasformerà anche e se ci si crede, i metalli in oro, ma è anche vero che E quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogniqualvolta il sole attraversa il cielo. (Paulo Coelho) Dalla vigna di sessanta anni ci facciamo ontano nero che non facciamo tutti gli anni. Una parte di questo vigneto se non facciamo Ontario entra nell’assemblaggio del secondo rosso. Uno dei due metodi classici viene fatto con le uve bianche di un vigneto misto di sessanta anni. Era il vigneto per fare il vino di casa. È diventato meno produttivo ma più interessanti. Sangiovese delicato e difficilmente inquadrabile come Sangiovese. Sembra quasi un pinot nero, scarico, non cosi tannico. Non tutti gli anni riusciamo a farlo. L’azienda è venti ettari. Il vigneto è due ettari e mezzo, tre ettari e mezzo di olivo. Il resto incolto e un pò di bosco oltre che seminativo. Incolto ma occorre tenerli puliti. I nostri vini hanno un aspetto aromatico aperto e non monodirezionale. Sono stilisticamente diversi. I vini di Malerba non dovrebbero stare su uno scaffale visibile poiché le sensazioni che si vogliono offrire attraverso una sostanza è talmente distante dal “normale” che li rende non classificabili. Concettualmente ci mettiamo su un altro scaffale ma poi ci dobbiamo stare. Giulebbo è il progetto di passito che al momento è in bottiglia ma non etichettato. È l’esclamazione di mio nonno. È un giulebbo. Un passito delle uve Malvasia, Trebbiano e Zuccaccio, un vitigno antico tipico del Valdarno, utile perché affronta molto bene l’appassimento grazie alla polpa carnosa e al grappolo spargono. L’ho sempre usata per il Vin Santo. Al nonno gli veniva dolce Due rossi da Sangiovese con qualche pianta di Canaiolo, Malvasia Nera ecc. In fondo la vigna è quella che è e non si interviene più di tanto. I rossi cambiano per la vigna di provenienza e vengono realizzati nello stesso modo attraverso 200 giorni circa di contatto con le bucce. Il Ronzamoro viene dalle vigne di Filippo. Ontano Nero da quella di Marco. Dalla vigna di Marco, con suolo argilloso e vigna vecchia viene fuori un Sangiovese tendente al frutto scuro. Quando abbiamo la sensazione che l’uva possa dare questo tipo di frutto, facciamo l’Ontano. Altrimenti solo il Ronzamoro. Prima di provare i due rossi importanti, ho voluto provare Schiribizzo, ottenuto dalle vigne dei Filippo con “soli” sessanta giorni di contatto sulle bucce. Un vino che, pur avvicinandosi ai canoni “tradizionali” funge da finestra sl cortile di Malerba. Nel bicchiere è rubino si ma pastoso. I sentori sono caldi di ciliegia in confettura, frutta cotta e scorza di arancia. Poi foglia di pomodoro, fiori in potpourri e tante note dolci di tabacco e cioccolata quasi ad essere Mon Chéry. Una sorta di intrigante intruglio melassoso nel quale ho voglia di tuffarmi.
In bocca è secco, moderatamente caldo, molto sapido, fresco. Tannini importanti. Ciò che meraviglia però è la sequenza delle sensazioni che avvolgono la bocca: partendo da una innata dolcezza per passare alla secchezza quindi freschezza e sapidità. Grande avvolgenza e lunga persistenza. Equilibrio interessante.
Un vino che va certamente accompagnato ma che ho comunque voglia di berlo (strana questa sensazione) senza alcun tipo di cibo per riprovare la sensazione di estrema verticalità iniziale che lascia poi spazio ad un incredibile ampliamento. Meravigliosa la sensazione finale della bocca. Andiamo al Ronzamoro il cui nome è l’espressione dialettale di quel meraviglioso insetto che ha il dorso argentato. Colore granata di grande bellezza con una intensità cromatica che è indice di leggerezza. Eppure i sentori sono di china, frutta matura marmellatosa quasi a riportare la dimensione a profondità, dimensione. Pastosità da addentare. Avete presente il Pensatoio di Abus Silente? Ecco, appena metto il naso nel calice ho la sensazione di venire pervaso da flussi magici che mi trascinano in profondità. Gomma, tabacco, noce moscata, pepe, alloro, origano, cardamomo, vaniglia, fiori appassiti…. Un complesso spettro olfattivo che sembra cambiare da calice a calice.
Il sorso è grandioso. Intenso e volitivo con tannini maturi e subito aggressivi quasi a difendere qualcosa. Secco, non particolarmente caldo e con un equilibrio che, piano piano, si raggiunge. Come se si chetassero le durezze una volta accarezzato. La frutta marmellatosa contribuisce a lasciare la bocca in un meraviglioso stato finale ancorché con una persistenza non lunga. Cosa quesa che fa si che si sia vogliosi di un ulteriore sorso. Abbinato ad una bistecca, l’ho trovato eccezionale. Ontano Nero è un albero capace di indurirsi con l’acqua tanto da essere usato come pali di fondamenta nelle città lagunari. La sua corteccia produce un colore nero così che nel passato venisse considerato un albero del Male.
Sangiovese in purezza per un vino che non si produce tutti gli anni e quando avviene è solo in poche bottiglie.
Rispetto al Ronzamoro cambiano i riflessi che qui sono aranciati. Cambiano notevolmente i sentori con un intrigante gioco di frutta cotta e ancora non matura. Una mutevolezza che diventa incomprensibile dunque stimolante. Il balsamico apre le narici come a volerci invitare a qualcosa di speciale. Arriva il goutron, il tabacco, il pellame. Spezie come noce moscata e pepe. Violetta e peonia. L’impressione è di un vino più energico, più determinato, meno dimensionale rispetto al Ronzamoro. Una sensazione di minor complessità olfattiva.
Il sorso è in generale più fine con una importante sensazione di freschezza aranciata e ai tannini maturi ma fortemente arrotondati, non aggressivi. Bello questo equilibrio che si raggiunge prima con la dolcezza, poi la sensazione di secco, quindi la sapidità a lasciare in bocca la bellissima sensazione di arancio che si mischia con prugna e ciliegia. Bellissima e piacevolissima sensazione. C’è comunque dimensione comunque meno profonda del Ronzamoro, come se ti portasse ad esplorare solamente la superficie per non volerti far inoltrare ulteriormente.
Un vino estremamente piacevole che merita sicuramente un cibo di accompagnamento. Due vini diversi per due esperienze di diverse di profondità. Ontano Nero si lascia scoprire e ammalia senza condurre nella dimensione ignota. Come se indicasse una porta aprendo la quale è possibile scoprire altro: va bene anche così, oppure spingiti oltre nel qual caso c’è Ronzamoro. Le due bolle sono lo Stracciabrache, che è un rosè metodo classico da Sangiovese e Zizzania realizzato con le bacche bianche macerate e fatte sempre a metodo classico. Entrambe i metodi classico vengono tirati con il mosto d’uva. Lo Zizzania con il mosto d’uva appassita. Qui torna lo Zuccaccio. Se i rossi sono stati una esperienza dimensionale, le bolle sono qualcosa di poco descrivibile. Perlomeno con i metodi “canonici. Stracciabrache, il cui nome deriva da un arbusto della macchia mediterranea simile alla vite, è il metodo classico da Sangiovese con 42 mesi di affinamento sui lieviti. Lo definirei viola perché il viola è il primo colore che mi è venuto in mente mettendo il naso nel calice e assaggiandone un sorso. Un gusto meravigliosamente insolito e che non è replicabile con altro. Piace o non piace. A me è piaciuto per la sua stravagante capacità di portarmi in un mondo colorato di viola dove è, finalmente, il frutto a prevalere. Anche in un metodo classico dove questo non riesce a resistere. Confesso una cosa poi che sa dell’incredibile. Ho assaggiato lo Stracciabrache a luglio e dopo averlo tappato bene con uno di quei tappi per bollicine, l’ho dimenticato in frigo. Assaggiato nuovamente dopo oltre un mese al rientro dalle ferie, l’ho trovato ancora più buono. Una leggerissima, impercettibile nota ossidativa lo ha nobilitato. Il frutto? ancora più evidente e meraviglioso. Zizzania. Malvasia, Zuccaccio, Trebbiano, Ansonica. Magari altro. Chi può dirlo. Di certo è un metodo classico (2018) che divide anzi, spacca completamente il “classico”. Non ci sono punti di riferimento ne contiguità. A partire dal colore che è più di un macerato che di un metodo classico bianco blanc de blanc. Qui c’è arancio e ambra. Che meraviglia.
L’olfatto poi è dirompente con l’albicocca disidratata che si mischia con la dolcezza dell’uva. Si, dell’uva. Pare strano ma qui c’è e si sente. C’è tanta mineralità, tanta macchia mediterranea per un non so che di minerale e vegetale. Sa di olivo e alloro, sa di miele e arance candite. Incredibile.
In bocca è proprio l’arancia candita che arriva prepotente insieme alla spiccata mineralità. Secco e con un perlage finissimo ricorda molto un macerato. Di quelli fatti bene però. Il finale è quasi “affumicato” e la persistenza lunga.
Insomma un metodo classico alternativo, diverso, dirompente. Di quelli che lasciano stupiti amandolo o odiandolo. Senza compromessi. Di sicuro, se lo ami, ti porta in un’altra dimensione: chiudendo gli occhi ti ritrovi in mondi diversi perché assolutamente non convenzionale. Abbinamento? Un pesce con gli agrumi, un risotto agli agrumi e gamberi, ma anche una meravigliosa panzanella. Dove lo vedo spaziale è con una insalata nella quale ci sono dei pezzi di arancia.
Quando il vino alla degustazione inizia a prendere una tendenza acquosa quasi di chiusura ovvero si è smontato dalla parte materiale, interrompiamo il contatto. La nostra dimensione aziendale è questa. Non ci sono margini di crescita sul numero di bottiglie che ora sono a 6/8000 bottiglie. Quello che dovremmo fare è raggiungere un livello di conoscibilità per l’impegno e l’idea che abbiamo avuto. Questo da parte mia poi Marco non so che impegni abbia per il futuro. Dal punto di vista aziendale siamo in una fase in cui il prodotto c’è ma abbiamo bisogno di far conoscere il brand per far si che questo diventi un lavoro che ci permetta di vivere. Ci stiamo muovendo in vari fronti per divulgare il verbo di Malerba. Quello che vedo è un grande impegno nel marketing e nel parlare molto. Una dimensione aziendale che non è certo elevata. Un impegno e una attenzione che, al contrario, è costante e spasmodica. Eppure Marco e Filippo, nella loro calma serafica e costanza di buonumore, non si fanno tanti problemi. Anzi, ci scherzano su. Il tempo vien da se. La scadenza temporale è di raggiungere risultati soddisfacenti in qualche anno. Abbiamo tutti e due delle compagne che ci hanno sostenuto in questo progetto e non è da poco ma poi magari ci mandano il conto Un tempo che sembra indefinito, evanescente. Entrambi hanno 45 anni. Entrambi delle compagne. Entrambi vogliono continuare la loro vita per quello che è perché (evviva!) piace così. Senza alcun tipo di pensiero relativo ad una sorta di continuità aziendale. Anzi. A me intriga molto che tutto questo si esaurisca con noi. Da un punto di vista sostanziale con i figli sarà un piacere che continuino. Quello che facciamo è però molto legato alle nostre persone. Come quelle distillerie strafiche in scozia che finiscono la torba e smettono di distillare ma continuano a vendere che hanno raggiunto un livello alto che va bene. Grazie per la torba. Ecco, mi viene a questo punto in mente, per chiudere questo articolo, una frase di Paolo Coelho tratta sempre dal libro L’Alchimista. Se quanto hai già trovato è fatto di materia pura, non potrà mai marcire. E tu, un giorno, potrai tornare. Se è stato soltanto un attimo di luce, come l’esplosione di una stella, allora non troverai più nulla quando tornerai. Ma avrai visto un’esplosione di luce. E anche solo per questo ne sarà valsa la pena. Secondo me calza a pennello con la filosofia di Marco e Filippo. Grazie ragazzi e un grande in bocca al lupo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Eccoli qui, gli amici miei. Cari amici. Oh, ma che fai? Dove vai?
Ha svoltato a sinistra.
Che c’è a sinistra?
So ‘na sega! Allo zingaro quando gli gira… gli gira. Ecco, questo è essere zingari.
Questa è la zingarata: una partenza senza meta e senza scopi,
un’evasione senza programmi.
Può durare un giorno, due o una settimana. Una volta mi ricordo, durò venti giorni.
Salvo complicazioni. Mario Monicelli firma nel 1975 l’indimenticabile Amici miei. Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Philippe Noiret, Duilio Del Prete. Il dialogo è la voce fuori campo del Perozzi, Philippe Noiret. Descrive l’amicizia nella loro voglia di stare insieme e insieme godersi la vita. Anche, ma non solo, attraverso gli indimenticabili scherzi. Anche, ma non solo, attraverso le zingarate, partenze senza una meta. Partenze verso qualcosa che non è importante perché ciò che conta è il viaggio e stare insieme. Marco Filippo Marco Valentini e Filippo Artini sono gli artefici di una vera e propria zingarata enologica. Il dialogo con loro porta alla luce persone, vignaioli, amici. Uniti in un progetto sempre in bilico tra qualcosa di serio e di goliardico ma che in realtà rappresenta il loro legame di vita. Non so come spiegarlo, ma la nostra chiacchierata a tre galleggia in un brodo primordiale fatto di allegria e cazzeggio, di scienza e spiritualità, di tempo e infinito. Una zingarata che può durare una vita. Salvo complicazioni. Marco e Filippo sono amici dai tempi del liceo a Montevarchi. Lo finiscono insieme e insieme, con tutti i maschi della classe, si iscrivono ad informatica per quello che loro definiscono “anno sabbatico”. Cosa c’è di meglio di un anno vissuto a non fare nulla dicendo invece di essere studenti di una facoltà che tanto non interessa a nessuno? Una strategia da vera zingarata. E dopo? Io per avere tutto più chiaro sono andato a fare l’idraulico. Dopo la parentesi informatica ho trovato un idraulico che cercava un apprendista. Ho fatto l’apprendista. Cinque anni. Poi ho fatto agraria. Ho fatto enologia cosi perché andava di moda e non avevo una visione chiara del futuro. Ma anche per un incontro avvenuto in maniera del tutto casuale. In estate in biblioteca c’era un ragazzo che faceva viticoltura ed enologia. Mi incuriosì molto e da li decisi di fare l’esame di ammissione. Fui preso e via. Marco ha il papà che compra un podere con 12 ettari ancora mentre faceva il professore. Era sul finire del liceo di Marco. Prima si iscrive pro forma ad informatica, poi fa l’idraulico, infine (!!) agraria. Mette la testa a posto? Ma no mica si può. Lavora pure in una enoteca a Firenze. Suvvia! Filippo dopo aver scelto con convinzione la facoltà di enologia ed aver completato gli studi, se ne va un pò in giro, per lavorare s’intende, all’estero e in Italia. Lavora specialmente in Franciacorta. Almeno fino a quando decide di voler ritornare in Toscana. Ma qui ci arriviamo dopo Noi siamo amici di liceo. Andavamo a liceo insieme. Ci siamo ritrovati anche se sempre rimasti in contatto. Abbiamo avuto l’esigenza di realizzarci in qualcosa di nostro con l’idea di fare vini irriproducibili. Siamo arrivati a questa esigenza da strade diverse. Lui ha visto la parte industriale e professionale cosi aggressiva del vino. Io ho una vigna che utilizziamo tuttora dal 1996. Ho imparato a fare il vino da mio nonno poi gli studi agronomici mi hanno aiutato. Grandi telefonate con Filippo per le vendemmie e sul come fare il vino. Mio nonno non voleva aggiungessi nulla al vino. Se aggiungevo mi toccava farlo di nascosto. Con gli studi agronomici ho avuto un punto di vista più critico su quanto veniva fatto nelle varie cantine dove andavo. Insomma, due amici dall’epoca del Liceo a Montevarchi. Due buontemponi che comunque non si risparmiano per il lavoro. Accomunati da una amicizia che si consolida quando Marco decide di rifare il vino del nonno con la piccola vigna del padre. Piccola perché gli ettari sono tanti ma di vigna ce ne è appena mezzo ettaro. Vigna buona però perché vecchia il giusto e con una serie di vitigni interessanti. Dal Sangiovese che in Toscana non può mai mancare, ai bianchi particolari come lo Zuccaccio. Le strade tra i due si separano dopo informatica. Ma in qualche modo percorrono due binari paralleli. Fino a ritrovarsi. Iniziamo a ritrovarci agli inizi degli anni 2010 quando Marco ha iniziato a sperimentare vinificazioni sempre più leggere. Cercava di spiegarmi la teoria su cose che mi succedevano. Lasciavo le barrique senza solfitare e li trovavo a zero di libera e il vino non difettato. Era lui l’esperto e mi doveva spiegare cosa era successo. Nella mia vigna ho Sangiovese ma anche tanta uva bianca. Ho anche l’Aleatico dal quale ho fatto il passito. Il mio impegno in viticoltura è sempre stato un passatempo succedaneo al lavoro principale. Il we principalmente. All’epoca stavo in una azienda dove spumantizzavo in Franciacorta. Da li è nata la sperimentazione di Marco sui metodi classici. Due amici che si ritrovano dinanzi a fermentazioni e travasi con una idea ben precisa e, soprattutto, condivisa, di come fare il vino. Un meraviglioso modo di stare insieme. Di sperimentare a distanza. Di comprendere come le amicizie, se coltivate, durano al tempo. Marco che ha già la vigna e, ancorché nel tempo libero, inizia a sperimentare su quello che gli passa per le mani. Oltre che per la testa. Volevo alleggerire il vino di tanti orpelli seguendo la linea di mio nonno dove non si poteva mettere niente altrimenti il prodotto perdeva di salubrità. Il vino di mio nonno era buono ma qualche evidente difettuccio lo aveva. Volevo riprodurlo ma senza difetti. Ero poi incuriosito dal metodo classico. I primi approcci sono stati proprio da metodo classico. Facevo settanta litri. Su bianchi e rossi avevo qualche esperienza. Quello di mio nonno era un rosso classico, classicissimo. C’era un bianco che veniva molto bruno. Il rosso veramente gli veniva molto scuro tanto che lo chiamava inchiostro. Io ho fatto l’enologo e ho lavorato in diverse parti di Italia e all’estero. Sono sempre stato un pò critico con li settore dove razzolavo perché lo trovato ambiguo. Tutti si spacciano di portare la propria unicità però poi nell’aspetto produttivo non ho visto apportare nulla. Tutti portano gli stessi materiali e tecnologie. Piano piano con Marco abbiamo invece cercato una nostra strada che considerasse il vino non un prodotto ma una sostanza. L’affermazione di Filippo racchiude in se tutta ma davvero tutta la filosofia della duetto. Il vino che è sostanza, non prodotto. Perché il prodotto è trasformazione di qualcos’altro. Di per se omologato. La sostanza invece è uno stato naturale oppure ottenuto per reazione chimica. Il prodotto è destinato ad un tipo di consumatore. La sostanza è quello che riesci ad ottenere senza portare il vino da nessuna parte. Difficile da vendere perché ci inseriamo in un contesto commerciale. Occorre confrontarsi però con chi fa di tutto affinché il vino dia particolari sensazioni. Questo però rende i nostri vini molto più aperti e riconoscibili per una caratteristica specifica. Difficile solo pensare una cosa del genere. Il vino è il prodotto di trasformazione dell’uva, degli zuccheri in alcoli. Insomma è qualcosa che è per quello che abbiamo sempre saputo sia. Ma se tutto questo invece venisse messo in discussione? Se il vino non fosse solo un prodotto ma una sostanza che è frutto di un procedimento volto ad ottenerne la vera essenza? Sarebbe tutto diverso. Ci arriviamo dopo. È iniziato a succedere nel 2017 circa. Parlammo in maniera più strutturata. Secondo me anche prima. Avevi voglia di rientrare. In effetti è vero. Sono stato dieci anni in Lombardia e volevo rientrare facendo una cosa mia. Non andando a lavorare da altre aziende. Ho cercato posti e coinvolgevo Marco. Dal punto di vista finanziario, comprare una cosa in Toscana era troppo oneroso. Mi ha portato a vedere delle vigne a Panzano in Chianti! Li costano quanto una gioielleria a metro quadro. Quando si stava concretizzando questo posto che poi ho comprato abbiamo iniziato a produrre in maniera professionale. Ecco, qui dove? Avete presente il liceo di Montevarchi? Ecco, quello è il baricentro che torna sempre. Baricentro tra le due tenute che costituiscono Malerba, questo il nome dell’azienda di Marco e Filippo. Due tenute perché così gli garba. Comunque sia, percorrendo la A1 si esce a Valdarno così da trovarsi quasi immediatamente a Montevarchi. La tenuta di Marco si trova verso l’interno, a Tenuta Bracciolini, in frazione Cicogna. Quella di Filippo, dalla parte opposta dell’autostrada, a Cavriglia, località Casino (nomen omen…). Distanti poco più di venti km e Montevarchi nel mezzo. Io abito in un lato e Marco nell’altro. Siamo distanti venti km circa. Due areali completamente diversi. Qui c’è il Chianti con terreni ripidi poveri e sassosi. Nell’altro versante l’argilla è profondissima. La balze del Valdarno. Qui si vedono colline nude di tutta argilla. Io avevo sempre avuto voglia di una linea di vino mio. Ho perso mio padre e mi sono trovato a gestire da solo tutta la terra. Per dare una destinazione pratica, per tutto il lavoro, mi serviva una società del genere. L’azienda Malerba vede i primi vagiti nel 2018 producendo vino nella vigna e nella cantina di Marco. Vigne e cantina di Filippo arrivano nel 2020 quando nasce ufficialmente Malerba. Venti ettari in totale con due e mezzo vitati. Nel casino più totale si vinificava in due cantine fino a che adesso avviene tutto nella cantina di Filippo destinando quella di marco per stoccaggio e come cantina storica. Bellissimo stare dietro a questi due o perlomeno cercare di farlo. Rimbalza tutto da una parte all’altra come se fossero due ragazzini che cercano di confondere le idee per coprire una loro marachella. Filippo ha il suo tono pacato e rilassato anche nella postura. Marco con la sua aria da buontempone e la battuta pronta. Entrambi dotati di tanta arguzia e capacità imbonitiva tanto che in alcuni passaggi mi è sembrato di essere il pupo tra due pupari. Quanto mi sono divertito! Biologici? Biodinamici? Naturali? (Tradizionali manco mi passa per l’anticamera del cervello!) Ad entrambi piace poco essere categorizzati. Già ad un toscano in generale l’essere accomunato a qualcos’altro non gli va a genio, figuriamoci a due come Marco e Filippo che hanno fatto della distinzione un loro manifesto di vita. In vigna ci comportiamo come se noi non ci fossimo. Ci avviciniamo molto al biodinamico senza essere nell’associazione. Non osserviamo i pianteti. La luna si perché mio nonno mi ha sempre detto di travasare in certe fasi di luna. Il biodinamico va un pò oltre. Metterci le mani non è semplice. Io sto molto a curare questa vite e a farla da solo. Mi sposto poi da Filippo che ha l’estensione di vigna più grande. Anche Filippo viene da me eh! In vigneto interveniamo pochissimo. Il nome della nostra azienda Malerba deriva del profondo rispetto dell’ecosistema comprese le erbacce. Il vigneto è volutamente tenuto in maniera disordinata. Ci sono un sacco di arbusti, di essenze. Ci nasce pure qualche albero. Cerchiamo di creare un ecosistema più integro in grado di reagire alle sollecitazioni esterne. Il meno possibile perché è sempre una gara di compromessi. In cantina siamo i più talebani possibile. Non utilizziamo nessun ingrediente in nessuna fase della lavorazione. Nessun macchinario. Non c’è tecnologia. Non c’è caldo non c’è freddo. Anche i metodi classici vengono fatti uno con un tiraggio invernale (freddo) e uno estivo più semplice. Non c’è niente. I nostri vivi si realizzano, a parte la pigiadiraspatura iniziale, senza corrente elettrica. Tutto a mano. Questo non per moda o per marketing ma perché nel corso degli anni ci siamo accorti che ogni aggiunta influenza il vino e cerca di portarlo da qualche parte. Impossibile non rimanere colpiti (e affondati) da affermazioni del genere. Rispetto tutte le opinioni e i Credi in termini di vino anche se non tollero la chimica più di tanto perché vuol dire artefazione. Più di tanto nel senso che se, in certe condizioni, occorre usare in vigna e solo in vigna, elementi in grado di curare (o prevenire) e questi non comportano poi residui nel vino, perché no. Nel caso di Malerba ci sono degli elementi molto interessanti che necessitano un vero approfondimento. Non mi riferisco alla vigna dove, certamente, il mancato utilizzo di sostanze chimiche e il ricorso all’inerbimento è pratica di buon senso. È in cantina che c’è da rimanere stupiti: zero tecnologia, zero aggiunte. Nessun intervento dell’uomo se non ad agevolare, mai a modificare il processo. Il concetto espresso da Filippo va nell’ottica di quella che lui stesso definisce sostanza. Materia che si trasforma non attraverso un processo produttivo ma dalla “semplice” interazione tra le sostanze e il sistema che le contiene. Tra le cose poco spiegabili c’è quello per cui i serbatoi sono dei bioreattori dove non manca nulla. Difficile da raccontare perché non aggiunge nulla alla narrazione. Ogni micro organismo ha bisogno di fattori e co fattori di crescita che in molti casi vengono aggiunti. Si aiuta, protegge, conserva per evitare inceppamenti. La formula alchemica è il bioreattore che se qualcosa manca se la crea da sola. Una sorta dunque di capacità intrinseca del sistema di regolarsi e di trovare al proprio interno gli elementi necessari per la trasformazione. Sembra facile ma non lo è affatto. Ciò che non si può raccontare facilmente è, ancorché nel completo disordine, una attenzione maniacale in vigna e in cantina. L’enologia non racconta secondo noi alcune cose che accadono nei nostri vini che stanno a contatto con le bucce per quasi duecento giorni, mentre nei testi o negli articoli di letteratura si parla al massimo di 90 giorni. Noi andiamo oltre e arriviamo ad un punto nel quale si perdono le parti fruttate e il vino diventa più semplice, vicino all’acqua. Sviniamo in quel momento li. Durante questo processo l’uva si è trasformata più profondamente di quando si possa fare con le normali tecniche enologiche. Avete letto bene: oltre duecento giorni di contatto con le bucce, utile non ad estrarre qualcosa ma per assottigliare il vino. Per togliere qualcosa semmai. Togliere la parte materiale per poi svinare ed andare in bottiglia dopo un paio di travasi. Così da fargli avere una seconda vita. Non c’è legno. Non c’è acciaio. C’è solo vetro e vetro resina per non aggiungere assolutamente nulla. Rimontaggi fatti rigorosamente a mano trattando tutto in maniera delicata. Come per il cappello che viene massaggiato per immergerlo senza farlo andare mai sul fondo. Se esistesse un macchinario in grado di fare le cose meglio di noi non avremmo problemi. Facciamo però un lavoro delicatissimo che non è possibile realizzare con macchinari. Che oltretutto portano a realizzare prodotti, non sostanze. La nostra presenza è sempre necessaria. Non facciamo analisi chimiche se non quando andiamo in bottiglia per i dati di legge o se spediamo all’estero. Tutto si basa sulla nostra sensibilità. I ritorni sensitivi ci guidano sulle operazioni da fare. La macchina non potrebbe fare questo. Si definiscono alchimisti e sul loro sito troverete Malerba vini alchemici. Un sito che quando mi ci sono imbattuto ha fortemente attirato la mia attenzione per un’aurea eterea, un senso di mancata immediatezza che porta, chi è curioso, a voler interagire. La curiosità. Ecco cosa serve per approcciarsi ai vini di Marco e Filippo. La voglia di scoperta che ha un bambino. Senza pregiudizi o contaminazioni. Senza la tara mentale derivante dalla consuetudine. In fondo, perché ci piace qualcosa? Perché l’abbiamo assaggiata o ce l’hanno fatta assaggiare. L’abbiamo vista o ce l’hanno fatta vedere. Ci piace qualcosa perché uno o più dei nostri sensi ha gradito la sensazione offerta. Così è per il vino. Ci piace non in senso assoluto ma per differenza. Noi riconosciamo le differenze. Anche i ricordi sono differenze poiché ricordiamo qualcosa accaduta nel passato ora non più presente. I vini di Malerba sono da approcciare non per il processo che c’è dietro ma per la loro capacità di stupire e risvegliare alcuni sensi. L’alchimista trasformerà anche e se ci si crede, i metalli in oro, ma è anche vero che E quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogniqualvolta il sole attraversa il cielo. (Paulo Coelho) Dalla vigna di sessanta anni ci facciamo ontano nero che non facciamo tutti gli anni. Una parte di questo vigneto se non facciamo Ontario entra nell’assemblaggio del secondo rosso. Uno dei due metodi classici viene fatto con le uve bianche di un vigneto misto di sessanta anni. Era il vigneto per fare il vino di casa. È diventato meno produttivo ma più interessanti. Sangiovese delicato e difficilmente inquadrabile come Sangiovese. Sembra quasi un pinot nero, scarico, non cosi tannico. Non tutti gli anni riusciamo a farlo. L’azienda è venti ettari. Il vigneto è due ettari e mezzo, tre ettari e mezzo di olivo. Il resto incolto e un pò di bosco oltre che seminativo. Incolto ma occorre tenerli puliti. I nostri vini hanno un aspetto aromatico aperto e non monodirezionale. Sono stilisticamente diversi. I vini di Malerba non dovrebbero stare su uno scaffale visibile poiché le sensazioni che si vogliono offrire attraverso una sostanza è talmente distante dal “normale” che li rende non classificabili. Concettualmente ci mettiamo su un altro scaffale ma poi ci dobbiamo stare. Giulebbo è il progetto di passito che al momento è in bottiglia ma non etichettato. È l’esclamazione di mio nonno. È un giulebbo. Un passito delle uve Malvasia, Trebbiano e Zuccaccio, un vitigno antico tipico del Valdarno, utile perché affronta molto bene l’appassimento grazie alla polpa carnosa e al grappolo spargono. L’ho sempre usata per il Vin Santo. Al nonno gli veniva dolce Due rossi da Sangiovese con qualche pianta di Canaiolo, Malvasia Nera ecc. In fondo la vigna è quella che è e non si interviene più di tanto. I rossi cambiano per la vigna di provenienza e vengono realizzati nello stesso modo attraverso 200 giorni circa di contatto con le bucce. Il Ronzamoro viene dalle vigne di Filippo. Ontano Nero da quella di Marco. Dalla vigna di Marco, con suolo argilloso e vigna vecchia viene fuori un Sangiovese tendente al frutto scuro. Quando abbiamo la sensazione che l’uva possa dare questo tipo di frutto, facciamo l’Ontano. Altrimenti solo il Ronzamoro. Prima di provare i due rossi importanti, ho voluto provare Schiribizzo, ottenuto dalle vigne dei Filippo con “soli” sessanta giorni di contatto sulle bucce. Un vino che, pur avvicinandosi ai canoni “tradizionali” funge da finestra sl cortile di Malerba. Nel bicchiere è rubino si ma pastoso. I sentori sono caldi di ciliegia in confettura, frutta cotta e scorza di arancia. Poi foglia di pomodoro, fiori in potpourri e tante note dolci di tabacco e cioccolata quasi ad essere Mon Chéry. Una sorta di intrigante intruglio melassoso nel quale ho voglia di tuffarmi.
In bocca è secco, moderatamente caldo, molto sapido, fresco. Tannini importanti. Ciò che meraviglia però è la sequenza delle sensazioni che avvolgono la bocca: partendo da una innata dolcezza per passare alla secchezza quindi freschezza e sapidità. Grande avvolgenza e lunga persistenza. Equilibrio interessante.
Un vino che va certamente accompagnato ma che ho comunque voglia di berlo (strana questa sensazione) senza alcun tipo di cibo per riprovare la sensazione di estrema verticalità iniziale che lascia poi spazio ad un incredibile ampliamento. Meravigliosa la sensazione finale della bocca. Andiamo al Ronzamoro il cui nome è l’espressione dialettale di quel meraviglioso insetto che ha il dorso argentato. Colore granata di grande bellezza con una intensità cromatica che è indice di leggerezza. Eppure i sentori sono di china, frutta matura marmellatosa quasi a riportare la dimensione a profondità, dimensione. Pastosità da addentare. Avete presente il Pensatoio di Abus Silente? Ecco, appena metto il naso nel calice ho la sensazione di venire pervaso da flussi magici che mi trascinano in profondità. Gomma, tabacco, noce moscata, pepe, alloro, origano, cardamomo, vaniglia, fiori appassiti…. Un complesso spettro olfattivo che sembra cambiare da calice a calice.
Il sorso è grandioso. Intenso e volitivo con tannini maturi e subito aggressivi quasi a difendere qualcosa. Secco, non particolarmente caldo e con un equilibrio che, piano piano, si raggiunge. Come se si chetassero le durezze una volta accarezzato. La frutta marmellatosa contribuisce a lasciare la bocca in un meraviglioso stato finale ancorché con una persistenza non lunga. Cosa quesa che fa si che si sia vogliosi di un ulteriore sorso. Abbinato ad una bistecca, l’ho trovato eccezionale. Ontano Nero è un albero capace di indurirsi con l’acqua tanto da essere usato come pali di fondamenta nelle città lagunari. La sua corteccia produce un colore nero così che nel passato venisse considerato un albero del Male.
Sangiovese in purezza per un vino che non si produce tutti gli anni e quando avviene è solo in poche bottiglie.
Rispetto al Ronzamoro cambiano i riflessi che qui sono aranciati. Cambiano notevolmente i sentori con un intrigante gioco di frutta cotta e ancora non matura. Una mutevolezza che diventa incomprensibile dunque stimolante. Il balsamico apre le narici come a volerci invitare a qualcosa di speciale. Arriva il goutron, il tabacco, il pellame. Spezie come noce moscata e pepe. Violetta e peonia. L’impressione è di un vino più energico, più determinato, meno dimensionale rispetto al Ronzamoro. Una sensazione di minor complessità olfattiva.
Il sorso è in generale più fine con una importante sensazione di freschezza aranciata e ai tannini maturi ma fortemente arrotondati, non aggressivi. Bello questo equilibrio che si raggiunge prima con la dolcezza, poi la sensazione di secco, quindi la sapidità a lasciare in bocca la bellissima sensazione di arancio che si mischia con prugna e ciliegia. Bellissima e piacevolissima sensazione. C’è comunque dimensione comunque meno profonda del Ronzamoro, come se ti portasse ad esplorare solamente la superficie per non volerti far inoltrare ulteriormente.
Un vino estremamente piacevole che merita sicuramente un cibo di accompagnamento. Due vini diversi per due esperienze di diverse di profondità. Ontano Nero si lascia scoprire e ammalia senza condurre nella dimensione ignota. Come se indicasse una porta aprendo la quale è possibile scoprire altro: va bene anche così, oppure spingiti oltre nel qual caso c’è Ronzamoro. Le due bolle sono lo Stracciabrache, che è un rosè metodo classico da Sangiovese e Zizzania realizzato con le bacche bianche macerate e fatte sempre a metodo classico. Entrambe i metodi classico vengono tirati con il mosto d’uva. Lo Zizzania con il mosto d’uva appassita. Qui torna lo Zuccaccio. Se i rossi sono stati una esperienza dimensionale, le bolle sono qualcosa di poco descrivibile. Perlomeno con i metodi “canonici. Stracciabrache, il cui nome deriva da un arbusto della macchia mediterranea simile alla vite, è il metodo classico da Sangiovese con 42 mesi di affinamento sui lieviti. Lo definirei viola perché il viola è il primo colore che mi è venuto in mente mettendo il naso nel calice e assaggiandone un sorso. Un gusto meravigliosamente insolito e che non è replicabile con altro. Piace o non piace. A me è piaciuto per la sua stravagante capacità di portarmi in un mondo colorato di viola dove è, finalmente, il frutto a prevalere. Anche in un metodo classico dove questo non riesce a resistere. Confesso una cosa poi che sa dell’incredibile. Ho assaggiato lo Stracciabrache a luglio e dopo averlo tappato bene con uno di quei tappi per bollicine, l’ho dimenticato in frigo. Assaggiato nuovamente dopo oltre un mese al rientro dalle ferie, l’ho trovato ancora più buono. Una leggerissima, impercettibile nota ossidativa lo ha nobilitato. Il frutto? ancora più evidente e meraviglioso. Zizzania. Malvasia, Zuccaccio, Trebbiano, Ansonica. Magari altro. Chi può dirlo. Di certo è un metodo classico (2018) che divide anzi, spacca completamente il “classico”. Non ci sono punti di riferimento ne contiguità. A partire dal colore che è più di un macerato che di un metodo classico bianco blanc de blanc. Qui c’è arancio e ambra. Che meraviglia.
L’olfatto poi è dirompente con l’albicocca disidratata che si mischia con la dolcezza dell’uva. Si, dell’uva. Pare strano ma qui c’è e si sente. C’è tanta mineralità, tanta macchia mediterranea per un non so che di minerale e vegetale. Sa di olivo e alloro, sa di miele e arance candite. Incredibile.
In bocca è proprio l’arancia candita che arriva prepotente insieme alla spiccata mineralità. Secco e con un perlage finissimo ricorda molto un macerato. Di quelli fatti bene però. Il finale è quasi “affumicato” e la persistenza lunga.
Insomma un metodo classico alternativo, diverso, dirompente. Di quelli che lasciano stupiti amandolo o odiandolo. Senza compromessi. Di sicuro, se lo ami, ti porta in un’altra dimensione: chiudendo gli occhi ti ritrovi in mondi diversi perché assolutamente non convenzionale. Abbinamento? Un pesce con gli agrumi, un risotto agli agrumi e gamberi, ma anche una meravigliosa panzanella. Dove lo vedo spaziale è con una insalata nella quale ci sono dei pezzi di arancia.
Quando il vino alla degustazione inizia a prendere una tendenza acquosa quasi di chiusura ovvero si è smontato dalla parte materiale, interrompiamo il contatto. La nostra dimensione aziendale è questa. Non ci sono margini di crescita sul numero di bottiglie che ora sono a 6/8000 bottiglie. Quello che dovremmo fare è raggiungere un livello di conoscibilità per l’impegno e l’idea che abbiamo avuto. Questo da parte mia poi Marco non so che impegni abbia per il futuro. Dal punto di vista aziendale siamo in una fase in cui il prodotto c’è ma abbiamo bisogno di far conoscere il brand per far si che questo diventi un lavoro che ci permetta di vivere. Ci stiamo muovendo in vari fronti per divulgare il verbo di Malerba. Quello che vedo è un grande impegno nel marketing e nel parlare molto. Una dimensione aziendale che non è certo elevata. Un impegno e una attenzione che, al contrario, è costante e spasmodica. Eppure Marco e Filippo, nella loro calma serafica e costanza di buonumore, non si fanno tanti problemi. Anzi, ci scherzano su. Il tempo vien da se. La scadenza temporale è di raggiungere risultati soddisfacenti in qualche anno. Abbiamo tutti e due delle compagne che ci hanno sostenuto in questo progetto e non è da poco ma poi magari ci mandano il conto Un tempo che sembra indefinito, evanescente. Entrambi hanno 45 anni. Entrambi delle compagne. Entrambi vogliono continuare la loro vita per quello che è perché (evviva!) piace così. Senza alcun tipo di pensiero relativo ad una sorta di continuità aziendale. Anzi. A me intriga molto che tutto questo si esaurisca con noi. Da un punto di vista sostanziale con i figli sarà un piacere che continuino. Quello che facciamo è però molto legato alle nostre persone. Come quelle distillerie strafiche in scozia che finiscono la torba e smettono di distillare ma continuano a vendere che hanno raggiunto un livello alto che va bene. Grazie per la torba. Ecco, mi viene a questo punto in mente, per chiudere questo articolo, una frase di Paolo Coelho tratta sempre dal libro L’Alchimista. Se quanto hai già trovato è fatto di materia pura, non potrà mai marcire. E tu, un giorno, potrai tornare. Se è stato soltanto un attimo di luce, come l’esplosione di una stella, allora non troverai più nulla quando tornerai. Ma avrai visto un’esplosione di luce. E anche solo per questo ne sarà valsa la pena. Secondo me calza a pennello con la filosofia di Marco e Filippo. Grazie ragazzi e un grande in bocca al lupo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
5 Settembre, 2024
La Farra: storia di scommesse vinte e valorizzazione del territorio
Un invito nato da una scommessa: un abbinamento coraggioso. Ovvero la cucina bolognese accompagnata a tutto pasto da Prosecco di Conegliano Valdobbiadene DOCG. A essere sincera, qualche pregiudizio lo avevo ma sono una persona curiosa, sempre pronta a fare esperienze e aperta a nuove sfide.
Ed è anche così che si scoprono le aziende, a tavola! Nella storica cornice del Ristorante La Cesarina, situato in quella che ritengo la più bella Piazza di Bologna (Piazza Santo Stefano), il Veneto più tradizionale ha incontrato la bolognesità più tipica. Una piacevole pausa dagli impegni quotidiani, in compagnia dei produttori. E’ una bella storia quella dei tre fratelli Nardi, oggi alla guida dell’Azienda La Farra e tutti dedicati alla valorizzazione del territorio. Siamo nel cuore del Conegliano, in una tenuta che si estende per circa 25 ettari. Qui, le uve Glera vengono coltivate e lavorate a mano per poi essere trasformate, e valorizzate, in vini iconici.
Scopro che La Farra offre un’esperienza enoturistica che è un vero viaggio sensoriale, dalla vigna al calice. Il percorso è lungo circa 3 km ed è percorribile in 50 minuti a piedi. Snodandosi dalla cantina attraverso i vigneti sulle colline, arriva fino al Belvedere La Farra. Questo è un casolare pittoresco e luminoso, immerso nei vigneti eroici e di proprietà della famiglia Nardi.
LA FARRA, VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO
“Il progetto di recupero del Casolare muove da una vera e propria esigenza di condivisione che tutti noi fratelli sentivamo profondamente – racconta Adamaria Nardi. Si tratta infatti di un angolo di mondo che abbiamo sempre vissuto con grande intensità e che desideravamo aprire agli altri. Più che un semplice luogo, è l’incarnazione di un legame profondo con la terra che lo circonda. Il vino che qui prende vita è infatti da noi interpretato come un frammento di un cosmo più vasto, intrinsecamente intrecciato con l’essenza stessa di questo territorio di cui il casolare è al tempo stesso simbolo e ambasciatore.”
“La decisione di valorizzare il Casolare”, racconta Innocente Nardi, “si radica nella volontà di contribuire, a nostra volta, all’eredità lasciataci dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basti pensare che questa struttura è ubicata nella suggestiva località Rive dei Nardi, collina che si inscrive armoniosamente in questo contesto. Qui, tra le colline punteggiate dai vigneti storicamente appartenuti alla famiglia Nardi, il casolare si è affermato come simbolo dell’arte viticola di questo luogo, teatro dell’impegno e della dedizione tramandatici. Valori, questi, che abbiamo scelto di onorare e perpetuare nel tempo.
Con questo spirito, abbiamo deciso di investire nel recupero dell’edificio, intenzionati ad aprire le sue porte a chi si riconosce nella nostra filosofia e desidera scoprire l’anima nascosta dietro ogni calice di vino firmato La Farra. Il nostro desiderio è infatti quello di condividere non solo il vino, ma anche le sfide e le peculiarità di questo territorio unico al mondo: la ripidità delle sue colline, i suoni distintivi, il microclima unico; tutti elementi che si fondono in un mosaico irripetibile.”
UNA SCOMMESSA VINTA
Come non essere curiosi dopo questa descrizione? L’enoturismo è indubbiamente un grande volano per l’economia – ma torniamo alla tavola e ai nostri assaggi.
Stuzzichino di salumi del territorio con crescentine con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut Millesimato 2023
Tortellini alla panna Cesarina inventati da Cesarina Masi nel 1940 con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Dry 2023
Lasagne verdi alla bolognese con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Sui lieviti Brut Nature 2022
Petto di tacchinella con punte di asparagi e contorni di stagione con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Brut 2022
Torta di riso tradizionale
Si dice che gli opposti si attraggono, e anche se i sapori della tradizione emiliana sono decisi e definiti, i profumi e le bollicine eleganti delle referenze assaggiate sono riusciti a tenergli testa. Abbinamento non facile, addirittura un po’ azzardato, che tuttavia è risultato piacevole nella sua inconsuetudine. Dimostrazione, questa, che non c’è una sola regola, così come non ce ne devono essere di assolute. La bellezza sta infatti nella ricerca e nel dinamismo della sperimentazione. La scommessa è stata vinta, e non solo a tavola in quel momento e in quella occasione, di certo frutto di un grande lavoro di qualificazione e valorizzazione di un territorio che merita di essere conosciuto più accuratamente.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
Leggi
5 Settembre, 2024
Frascati presenta Frascati (al Concorso Enologico Internazionale "Città del Vino" 2024)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 15 Luglio l’Aula Consiliare “FALCONE E BORSELLINO” di Palazzo Marconi a Frascati ha rivestito l’insolita veste di sala degustazione ospitando la premiazione dei vini “frascatani” che si sono fatti onore al XXII Concorso Enologico Internazionale “CITTÀ DEL VINO”.
Presenti il Sindaco Francesca Sbardella e l’Assessore Claudio Cerroni, diplomi e medaglie sono stati consegnati ad Aziende che da anni si impegnano a fare Qualità e a promuovere un Territorio assolutamente unico come quello dei Castelli Romani attraverso il prodotto Vino.
Vino quale prodotto estetico ed estatico, vino quale Cultura vino quale conoscenza, impegno e capacità.
LA MASTERCLASS
Dieci le etichette in assaggio.
Dieci vini tra “FRASCATI” veri e propri (DOC e DOCG) e vini prodotti da Aziende “DI” Frascati presentati dal Sommelier Francesco Radiciotti.
Dieci vini in rappresentanza di un areale molto ampio interpretato da ciascun Produttore in maniera personale.
Rileggendomi mi accorgo di essere stato forse un pochino “cattivo” e che nessuno dei vini ha meritato di essere accompagnato da un pezzo musicale ma…Voi date una letta alle mie note di assaggio, prendete con le molle punteggi e considerazioni e correte ad assaggiare.
IL PODIO (con molta difficoltà)
FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FILONARDI” RISERVA 2022, VILLA SIMONE: naso “boom”!
Per una volta, “Vulcanico” è il caso di dire!
Fresco di agrumi, propone suggestioni ombrose di glicine e schiaffi di erbe aromatiche amare.
Sorso sicuramente fresco e decisamente sapido, coerente e con un plus di cenere spenta ad aumentarne l’interesse.
Forse, ma forse, i rimandi fruttati strizzano un po’ troppo l’occhio ai mercati internazionali ma…
(Si becca 89 Punti e il mio premio “PECCATO” per quanto scritto nella riga precedente).
FRASCATI SUPEIORE DOCG “VILLA DEI PRETI” 2023, VILLA SIMONE: un naso importante, che spazia dall’agrume amaro alla salvia e dalla frutta tropicale al gelsomino seguendo una vena di tufacea mineralità.
Sorso gustoso e movimentato, decisamente fresco pur nella sua suadente morbidezza che chiude su note amaricanti sottolineando in blu una sapidità quasi piccante.
(86 Punti)
LAZIO IGT ROSSO “QUARANTA/SESSANTA ROSSO” 2022, L’OLIVELLA: in etichetta le parti di Syrah e Cesanese con il secondo che se la comanda e il primo che prova a metterci una pezza aggiungendo spezie orientali (cumino) a quell’imperante marasca e alla prugna che riempiono il naso.
Sullo sfondo un ché di tabacco e una sottile vena grafitica.
Sorso caldo e morbido.
Un pochino troppo compito nel presentare freschezza e sapidità fa leva sugli educati tannini per mantenersi in piedi e s’allunga su dolci ricordi di frutta.
Se solo avesse un po’ di grinta in più…
(85 Punti)
GLI ALTRI
FRASCATI DOC SPUMANTE “SPUMANTE SAN MARCO” BRUT, CANTINE SAN MARCO: sfrutta quel 30% di Malvasia Puntinata per rendere più brioso il naso e lasciare che si apprezzino frutta secca, erbe aromatiche, mela golden e agrume dolce.
In bocca mostra acidità importante mentre pecca sul piano della mineralità territoriale, rimanda ai descrittori olfattivi e, a calice vuoto, mostra una interessante nota balsamica.
Spudoratamente modaiolo.
(82 Punti).
FRASCATI SUPERIORE DOCG “BIOWINE” 2023, CANTINE SAN MARCO: dai vigneti dei conferitori storici dell’Azienda, un vino dall’olfatto pimpante ed espressivo.
In primo piano c’è una frutta, croccante e quasi acerba, che dice di mela verde e cedro, c’è poi uno sfondo di ginestre e gelsomini e l’atmosfera è pervasa di erbe aromatiche.
Sorso fresco, di decisa, minerale sapidità, succoso e ben centrato sulle note fruttate percepite dall’olfatto.
Forse un po’ troppo Ponzio Pilato nel dover decidere tra Territorio e mercato ma onestissimo.
(84 Punti).
FRASCATI SUPERIORE DOCG “HEREDIO” 2023, CASALE VALLECHIESA: la frutta si impossessa del naso proponendo esotismi in maniera fin troppo brutale, poi ci pensano i gelsomini e la succosa dolcezza dell’arancio a portare un po’ di calma mentre in chiusura s’affacciano note di frutta secca e l’attesa anima vulcanica s’azzarda a tirar su la testa.
Sorso decisamente morbido, di bell’equilibrio fresco-sapido, sicuramente fresco ma con la minerale sapidità un po’ in affanno e una chiusura di buona coerenza vegetale-amaricante.
Di piacioneria un po’ affettata mostra di non essere l’HEREDIO che mi colpiva duro anni fa.
(85 Punti, ma proprio tirati per i capelli).
FRASCATI SUPERIORE DOCG “DE’ NOTARI” 2023, CANTINE SAN MARCO: naso “profumiere”, che Vi lascia vedere il vulcano e poi Vi fa cadere nel tranello delle dolcezze dell’acacia e della frutta (uva e mela renetta).
Sorso coerente e di sicuro acchiappo ma che si lascia andare a piacionerie eccessive.
Sicuramente d’acchiappo ma non il mio vino e, mi azzardo a dire, anche poco “frascatano”.
(82 Punti)
VINO SPUMANTE “NERO FERRIGNO” BRUT ROSÉ, CANTINE SAN MARCO: tutto Cesanese con un animo giovanile e modaiolo.
Ammicca proponendo caramelle ai frutti di bosco veicolate da una effervescenza davvero troppo esuberante che, in bocca rende il sorso quasi effimero ancorché sicuramente corrispondente e cui la sottile scia agrumata aggiunge interesse.
(82 Punti).
LAZIO IGT BIANCO “QUARANTA/SESSANTA BIANCO” 2023, L’OLIVELLA: in etichetta le percentuali di Viognier (da vendemmia anticipata) e Bellone (da vendemmia tardiva) di un vino alla sua seconda annata di produzione che sauvignoneggia parecchio.
Propone susine e pesche noci, nespole e sambuco, salvia, timo e un accenno di pietrisco.
Sorso di vibrante freschezza e decisa sapidità per un risultato un tantino al di sotto delle aspettative che l’olfatto aveva lasciato intuire, piacione e modaiolo.
(83+ Punti).
LAZIO IGT ROSSO “> CESANESE” 2022, L’OLIVELLA: la vendemmia tardiva, il metodo “ripasso” e i dodici mesi di barrique regalano un naso (in verità non pulitissimo) che evidenzia un animo fumoso ben prima di quello della frutta ciccciona.
La vena alcolica un pochino troppo evidente evidenzia frutti di rovo maturi che s’accostano ad arancia rossa e ferrosa mineralità con un appena di acciuga e una bella nota di oliva sullo sfondo.
Sorso fresco e sostanzioso, estrattivo, cioccolatoso ben prima che fruttato e con un finale che esalta le spezie dolci.
Paga lo scotto della gioventù ma si merita un punto extra per quell’etichetta così d’acchiappo.
(84 Punti).
E QUINDI?
E quindi niente!
Per quanto Fulvio Comandini si sia sperticato nel tessere le lodi dei vini premiati, esaltandone le unicità organolettiche non posso non avere più di qualche perplessità.
Per carità, non è compito mio giudicare (men che meno chi giudica) ma, se questo è l’high level dei vini partecipanti al concorso e se la “tipicità” e l’aderenza di un vino alla Storia, alla Tradizione e al Territorio è un discrimine per i vini partecipanti beh…in molti dovrebbero farsi un esame di coscienza.
Qui, oggi, stiamo parlando di e “del” FRASCATI, di un nome che racchiude in sé migliaia di anni di Storia, di un Territorio che non ha uguali e che in molti (ancora troppi) dicono di voler esaltare e asseriscono traspaia dai propri vini ma…
È il “gusto internazionale” quello che poi governa l’assaggio e quel Vulcano di cui si fa un gran parlare è, nella gran parte dei casi, al massimo un’immagine sfocata lontana all’orizzonte.
Lo so, ci vogliono coraggio e spalle larghe per fare questo e per sacrificare entrate certe alla fine del mese, ma la Forza di un Territorio passa da questa presa di coscienza (pensate a Matelica e al cambiamento imposto al proprio Disciplinare).
Una presa di coscienza che, alla fine, paga
Roberto Alloi
VINODENTRO
Leggi