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2 Ottobre, 2024
Beviamoci Sud Roma: dal 7 al 9 dicembre 2024
Pronti alla settima edizione di Beviamoci Sud Roma?
Che abbiate programmato il week end dell’Immacolata a Roma (ne vale davvero la pena) oppure avete deciso di rimanere nella Città Eterna, una passeggiata ai piedi del Colosseo occorrerà comunque farla. Ecco allora che troverete, dal 7 al 9 Dicembre 2024, presso l’Hotel Palatino di Roma, Beviamoci Sud Roma, uno tra i più importante eventi della Capitale volto alla valorizzazione delle realtà vitivinicole del meridione.
Le eccellenze che il Sud può offrire non devono temere alcun confronto. I territori, il clima e lo spirito di sacrificio di molti imprenditori devono assolutamente comunicati efficacemente. Lo sviluppo passa anche attraverso questi momenti e queste persone.
“Beviamoci Sud Roma“, realizzato da Riserva Grande, Andrea Petrini, wine blogger di Percorsi di Vino, con la preziosa direzione tecnica di Luciano Pignataro, giornalista, scrittore e gastronomo italiano, è rivolto sia a professionisti del settore che agli appassionati di vino che in questa edizione avranno l’opportunità̀ di conoscere e degustare un’ottima selezione dei vini del Sud Italia grazie alla presenza di oltre 50 vignaioli accuratamente selezionati.
Nelle due giornate del 7 e 8 Dicembre 2024 la manifestazione si dividerà tra degustazioni liberi ai banchi di assaggio alla presenza del produttori e masterclass su prenotazione e a numero chiuso.
La grande novità di questo anno, grazie alla prossimità del Natale, sarà la possibilità di acquistare direttamente dai produttori i vini preferiti. L’organizzazione dell’evento selezionerà particolari pacchi regalo.
La giornata del 9 Dicembre, invece, come di consueto sarà dedicata solo ed esclusivamente a giornalisti e a professionisti del settore Ho.Re.Ca la cui presenza, nel 2023, ha sfiorato le 300 presenze. Lunedì 9 Dicembre, inoltre, sarà la giornata dedicata alle premiazioni degli Ambasciatori di Beviamoci Sud Roma, seleziona tra gli esercizi commerciali che vantano una carta dei vini che valorizzi il Sud Italia, e le Eccellenze di Beviamoci Sud Roma, riconoscimento che assegna un diploma di merito ai migliori vini presentati delle aziende aderenti alla manifestazione.
Per la lista delle aziende e dei vini (in fase di aggiornamento) si rimanda al sito www.beviamocisudroma.it
In sintesi
Quando: sabato 7, domenica 8 e lunedì 9 Dicembre 2024
Dove Hotel Palatino, Via Cavour 213\M Roma (Metro B Cavour a 50 metri)
Orario di apertura al pubblico: sabato e domenica dalle 14.00 alle 19.00
lunedì (solo operatori accreditati) dalle 11.00 alle 18.00
Ingresso: 25,00 euro comprensivo di bicchiere per degustazioni
ridotto 20,00 euro per convenzioni con associazioni di settore Info: 339.6231232 | info@beviamocisudroma.it Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Dove Hotel Palatino, Via Cavour 213\M Roma (Metro B Cavour a 50 metri)
Orario di apertura al pubblico: sabato e domenica dalle 14.00 alle 19.00
lunedì (solo operatori accreditati) dalle 11.00 alle 18.00
Ingresso: 25,00 euro comprensivo di bicchiere per degustazioni
ridotto 20,00 euro per convenzioni con associazioni di settore Info: 339.6231232 | info@beviamocisudroma.it Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
1 Ottobre, 2024
Vino e comunicazione: dalla bottiglia alla conversazione
Non è mai solo un calice. È una storia che si svela, una connessione che si crea, un legame che si rinsalda. Il vino è il complice elegante dei nostri momenti più intimi, ma anche dei nostri grandi trionfi. Non lo si versa soltanto per brindare, ma per dare voce a qualcosa di più profondo. Ogni bottiglia è il testimone silenzioso di emozioni che si dipanano, di conversazioni che si aprono. È un invito implicito a lasciarsi andare, a far emergere verità nascoste. Il vino parla, e fa parlare.
Quante volte ci siamo trovati ore a parlare di vino, a inseguire quel ricordo olfattivo che solo una particolare annata o un bouquet speciale riesce a evocare? Non stiamo solo degustando: stiamo vivendo attimi che sembravano sfuggiti, come una bollicina che si dissolve in aria, o che restano con noi, intensi e profondi, come quel Brunello riserva del 1988. Ogni sorso è un viaggio verso memorie lontane, intrise di esperienze, emozioni e racconti. E, improvvisamente, il vino non è più solo una bevanda. È un filo sottile che ci collega a quei momenti indimenticabili.
Come quella volta al Giro d’Italia, ospite di Astoria Wines, dove il vero sprint l’ho fatto tra un calice e l’altro. L’ospitalità era impeccabile, le chiacchiere frizzanti quanto le bollicine, e i ricordi??? Beh, più che “pedalare dietro ai ciclisti”, mi sono portato a casa racconti di nuove persone, che grazie al “calice” si sono rivelati, raccontando le loro storie e trasformando la mia giornata in nuove storie da rivivere e raccontare. Quando poi qualcuno, tra un sorso e una risata, mi ha chiesto se avessi visto i ciclisti… sì, qualcosa tra un cheers ed un santè.
Ma seriamente, chi stava davvero gareggiando quel giorno???
Il vino non si limita a essere gustato, si vive e ti fa vivere.
E non importa che si tratti di una cena tra amici o di un evento di grande prestigio: il vino è sempre lì, protagonista silenzioso ma indiscusso. Lo troviamo nei piccoli momenti, in quegli aperitivi che sembrano casuali, e nei grandi eventi, dove un brindisi segna un nuovo inizio o celebra una conquista. È lo strumento sociale per eccellenza, quello che ci fa scoprire l’altro, che abbassa le difese, che apre le porte alla verità. Da secoli accompagna l’uomo nelle sue conquiste, nei suoi amori, nelle sue celebrazioni. Dai banchetti dell’antica Roma ai salotti moderni, il vino ha sempre segnato il confine tra il quotidiano e lo straordinario.
Ma ciò che lo rende davvero unico è il modo in cui ci fa comunicare. Hai mai notato come, dopo qualche calice, le parole diventino più fluide, le conversazioni più intime??? Ci si apre, si ride, ci si confronta. E non è un caso che ogni grande momento di festa, di riflessione o di cambiamento sia segnato da un brindisi. Il vino è quel filo rosso che collega le nostre storie, è il viveur che non aspetta altro che un’occasione per svelarsi e farci parlare.
Il vino, con la sua presenza discreta ma decisa, incide profondamente sulla nostra vita quotidiana e sui momenti straordinari. Ogni bottiglia è una storia che aspetta solo di essere raccontata. E dietro ogni brindisi, c’è un viaggio, una memoria, un legame che si rafforza. Perché il vino non è solo assaggiato, è vissuto.
Luca della Regina
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Wine Hunter Stories
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30 Settembre, 2024
Milano Wine Week 2024. Una fucina di idee e progetti per il mondo del vino
Dobbiamo rendere Milano il laboratorio della comunicazione del vino,
E’ l’ambiziosa dichiarazione di Federico Gordini, presidente di MWW Group che il 18 settembre ha fatto gli onori di casa alla presentazione ufficiale della settima edizione di Milano Wine Week, sulla magnifica terrazza panoramica del ristorante Isola di Palazzo Cordusio.
La determinazione e l’energia messe in campo sono all’altezza delle sfide che il settore vinicolo sta affrontando, confermate anche dal vice presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella: il cambiamento climatico che interessa tutte le zone di produzione della penisola, la flessione dei consumi specialmente tra le giovani generazioni, sempre più distanti dai linguaggi tradizionali del mondo del vino, ed infine la carenza di personale di sala adeguatamente formato nei ristoranti, indispensabile per diffondere la cultura del buon bere.
Alessandra Grendele, Direttrice Merchandise, Marketing e E-commerce del Main Sponsor Carrefour Italia ha sottolineato l’importanza del percorso di valorizzazione dell’agroalimentare Made in Italy sullo scaffale intrapreso da diversi anni:
L’obiettivo è quello di sensibilizzare i consumatori, indirizzandoli verso scelte più consapevoli. Siamo fieri di prendere parte a una manifestazione unica nel suo genere, che si impegna nel coinvolgimento attivo dei visitatori e vuole rendere il patrimonio vinicolo italiano accessibile non solo agli esperti del settore, ma anche ai curiosi neofiti. La GDO rappresenta sempre di più uno dei luoghi di riferimento per l’acquisto di vino.
Tra le novità annunciate quest’anno, in collaborazione con Carrefour e con l’obiettivo di accorciare le distanze con la Gen Z, debutta a MWW24 la One Wine Night. Mirerà ad unire lo storytelling del vino al sound della musica elettronica ed avrà luogo nella suggestiva cornice dei Dazi all’Arco della Pace, nei cui pressi ci sarà anche l’ “Enoteca Milano Wine Week”, che per nove giorni ospiterà un’area di degustazione interattiva e tecnologica e un calendario di iniziative pensate per avvicinare anche i consumatori meno esperti al mondo del vino.
Cambio di location anche per gli MWW Awards, che presso lo scenografico Teatro Manzoni, lunedì 7 ottobre, ritorneranno per la terza edizione dei Premi Carta Vini Italia, Premio Wine Retail e Premio Best Italian Wine Selection, assegnati da una giuria di esperti presieduti dal critico enogastronomico Andrea Grignaffini. Alla sua seconda edizione, sarà inoltre premiato da Freccianera il ristorante con la selezione bollicine più coinvolgente.
Proprio in tema di selezione beverage e di valorizzazione delle figure chiave nella promozione della cultura del vino, passa da 55 a 100 il numero dei sommelier coinvolti nella Guida Wine List Italia, come ha annunciato con orgoglio nel suo intervento Paolo Porfidio, curatore della Guida.
Gli stessi sommelier saranno impegnati in prima persona nel Grand Tasting di domenica 6 ottobre, che quest’anno si svolgerà in due location di grande prestigio: Palazzo Bovara e Palazzo Castiglioni, simboli del Liberty milanese. Prevista anche la delegazione di 30 Head Sommelier proveniente da tutto il mondo, grazie al supporto di ICE Agenzia.
Nel corso della conferenza è poi intervenuto Omar Bertoni, Co-Founder di LifeGate Way, che ha descritto gli obiettivi e le attività di Wine in Action, il primo programma d’incubazione e d’accelerazione dedicato alle startup vinicole più innovative, grande novità di MWW2024 in tema di sostenibilità.
In rappresentanza dei Consorzi Partner, Federico Gordini ha poi dato la parola a Francesca Seralvo, proprietaria di Tenuta Mazzolino e nuova presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese.
Per i saluti finali il microfono è poi passato ad Alessandro Misani, Director of Operations Meliá Hotels International, alleato strategico della giornata e dalla Milano Wine Week in generale, perché Palazzo Cordusio sarà headquarter luxury della manifestazione, con eventi dedicati a un target di consumatori esigenti, pronti ad esperienze di wine tasting di alto livello.
Non ci resta che aspettare, con curiosità ed entusiasmo crescenti, il 5 ottobre, quando l’immancabile brindisi inaugurale in Piazza Tre Torri darà il via alla nove giorni di manifestazione della Milano Wine Week nel cuore di Milano, sempre più punto di riferimento internazionale per l’innovazione, la comunicazione e l’ospitalità.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
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29 Settembre, 2024
Il vino si fa in vigna. In una capanna vinicola
Siamo nel pieno del periodo magico della vendemmia.
L’aria è intrisa di profumi intensi, odori dolci e fermenti gioiosi, e mai come ora il nostro contributo poteva essere più puntuale e… provocatorio! In queste notti di fine estate, mi torna in mente, come un ritornello di un’antica cantica, uno dei detti più noti e venerandi del mondo vinicolo: “il vino buono si fa in vigna”. O, secondo declinazioni alternative, “il vino si fa in vigna”. fig. 01 – Ottobre, affresco il Ciclo dei Mesi (1390-1400 circa) c/o castello del Buonconsiglio a Trento: la capanna vinicola del XV° secolo si trova nella parte superiore dell’affresco. Contestualmente, medito a pezzi di Storia enotecnica importanti, fondamentali, andati infranti, perduti nella notte dei tempi, dimenticati a beneficio della promessa della facile modernità e del progresso, lasciati andare come fossero scarti ed orpelli inutili senza arte né parte. Dioniso, Bacco ed io, siamo stati “assunti” dal Magazine per raccontare e descrivere le meraviglie della tecnologia enotecnica moderna e le avveniristiche metodologie di progettazione della “Madre del Vino“. Ci arriveremo! Ma Dioniso e Bacco, che la sanno più lunga di me, e vanno controcorrente, mi hanno convinto che era il caso di implementare tali racconti, fino a spingersi ad illustrare e raccontare le tecniche e i princìpi degli antichi impegnati nella realizzazione delle costruzioni enotecniche dei secoli passati. Ed è così che ho messo in relazione il detto “il vino si fa in vigna” con un pezzo di Storia enotecnica, definita secoli fa d’incalcolabile utilità, e in uso soprattutto nei periodi delle vendemmie già a partire dal XV° sec., soprattutto nel sette-ottocento, e parte del Novecento: la Capanna vinicola!
In Francia, les cabanes de vigne, <<petit patrimoine rural diffus>>, iniziarono ad apparire almeno dal XVIII° secolo e questo paesaggio culturale è classificato già Patrimonio dell’Unesco. fig. 02 – La Cabane de vigne dans la Juridiction de Saint-Emilion, Lussac et Puisseguin, in Lucu Pierre, 2014, op. cit. fig. 02 – La Cabane de vigne dans la Juridiction de Saint-Emilion, Lussac et Puisseguin, in Lucu Pierre, 2014, op. cit. Perché ciò mi tormenta? E per quale motivo? A sentir ripetere quella frase a pappagallo da tanti giovani e meno giovani inesperti influencer e blogger, privi del culto poderoso delle fonti storiche, dei riferimenti bibliografici, mi corre urgente raccontarvi di un’altra verità, sicuramente più antica, che è stata rimossa, dimenticata, e anche omessa.
Grave tutto ciò!
Ma, per fortuna, le sue numerose rovine giacciono tuttora lì fra le vigne, incredibilmente ancora lì sopravvissute a ricordarci che un tempo erano strumento funzionale alle vendemmie. E al vino. La verità è che quel vecchio detto “il vino si fa in vigna” cela un significato più profondo di quanto si possa pensare o di quanto vanno raccontando. Non si tratta solo di coltivazione, ma di un’arte antica che aveva nel suo cuore un luogo semplice e fondamentale. Forse è giunta l’ora di riportare alla luce l’importanza della Capanna vinicola, un ambiente umile ma carico di significato e fondamentale, dove il vino iniziava il suo viaggio verso la perfezione. E forse, è giunta anche l’ora di procurar imbarazzo. Alzi la mano chi sa cos’è e a cosa serviva la Capanna vinicola?! Uno, due … Lo sapevo! La Capanna vinicola: una lezione dimenticata fig. 03 – esempi di capanne vinicole ig. 03 – esempi di capanne vinicole La Capanna vinicola era il fulcro della vita vinicola durante la vendemmia. Era qui che il vino iniziava davvero a prendere vita, lontano dalle sofisticate tecnologie che oggi ci affascinano. Era un luogo dove la tradizione e il sapere antico si incontravano in modo naturale, senza la necessità di strumenti iper-precisi, ma con una consapevolezza artigianale che gli enologi moderni hanno un po’ perso per strada. La Capanna vinicola era una piccola, umile, struttura che i vignaioli costruivano nei punti strategici dei vigneti, per i lavori attinenti alla vendemmia. E non solo.
Quello era il vero cuore pulsante del lavoro, il punto nevralgico dove iniziava davvero la trasformazione dell’uva in vino. fig. 04 – Senatore Conte Vincenzo Dandolo Locale d’incalcolabile utilità, di dimensioni proporzionali alla quantità di uva che si voleva raccogliere in quella determinata vigna, doveva essere esposto a settentrione per riparare l’uva da balzi di temperature, rivestito di uno strato di paglia fitta capace di far filtrare un corso moderato di aria. Al suo interno, un letto di paglia, lontano dal terreno umido, alto due dita per riporvi l’uva appena vendemmiata.
Tuttavia, tra i vigneti si incontravano, e si incontrano tuttora, anche capanne realizzate in muratura, tufo, di pietra locale ed altri materiali, con minute finestre per produrre una ventilazione naturale. Per testimoniare le prove storiche di ciò, voglio servirmi della capacità narrativa dei due Dèi perché più volte hanno espresso il desiderio di inscenare e recitare, su un immaginario palcoscenico di un teatro greco-romano, le testimonianze riferite dal più importante studioso “dei locali necessarj all’arte di ben fare e conservare i vini“, e loro amico, Senatore Vincenzo Conte Dandolo. Pronti, via:
motore, azione! Ciak, si gira! Dioniso, con l’aria sorniona di chi conosce il Segreto, rompe il silenzio con le sue frecciatine: Quindi, moderni ragazzi, pensate davvero che il vino si faccia solo in vigna? Interessante… Ma sapete che noi ci servivamo delle Capanne vinicole? Bacco lo interrompe con una irriverente risata fragorosa, mentre pregusta l’irrisione alle spalle dei moderni wine influencer, wine lovers, wine specialist e chi più ne ha più ne metta, perché a suo dire ripetono come una litania sacra, una preghiera, un mantra, in ogni angolo del globo, il detto “il vino si fa in vigna” senza comprenderne il significato e la profondità che si cela dietro; Dioniso, ch’è più saggio e meno irriverente, tenta di stemperare l’atmosfera pesante che si è creata Ah, già! Ai nostri tempi la Capanna vinicola era tutto! Là si concepivano idee, progetti… e naturalmente, il vino. Si sentiva nell’aria, il cuore stesso lo sapeva quando era tempo di vendemmiare.” Dioniso, alzando teatralmente la mano, tuona: Le capanne erano piccole, sì, ma magiche. Qui si sentiva l’odore della terra… Quella, miei cari, era enologia! fig. 05 – Dioniso inscena le dieci regole del Senatore Vincenzo Conte Dandolo Così Dioniso, fattosi serio, annunzia di voler recitare le antiche regole del Senatore Dandolo. Testimoniate nel 1812, dieci erano le regole per eseguire il piano delle operazioni “Del modo di far la vendemmia“, citeremo quelle che interessano più da vicino la capanna.
La prima: “Il giorno avanti la vendemmia si fissa quali siano le vigne da vendemmiare ..(.) ..” La seconda regola è: “uomini e donne devono trovarsi tutti alla capanna della vigna all’ora in cui si comincia la vendemmia”; Bacco, con tono solenne, prosegue la narrazione recitando la quinta regola: le persone destinate alla vendemmia si dividono così. Se i vendemmiatori non sono molti, due donne rimangono costantemente colle forbici alla capanna. Gli uomini si dividano in proporzione, parte a vendemmiare e parte a trasportare a spalla alla capanna i cesti di uva vendemmiata a due per volta Dioniso, passa a ricordare l’ottava regola, aggiungendo: le donne alla capanna ricevono questi cesti pieni e danno i voti. Guardano pur esse i grappoli ad uno ad uno , di nuovo li mondano colla forbice, e levano le foglie, se ancor ve ne sono, indi ripongono ne’ rispettivi mucchj le uve monde e quelle di scarto Bacco, volgendo al termine, recita la decima e ultima regola: Questo piano di operazioni suppone la capanna: ma chi non l’avesse , chi non volesse mettere a coperto l’uva, chi trar non volesse i vantaggi derivanti dalla maturazione zuccherosa dell’uva, cerchi almeno:
1. Di far che l’uva venga raccolta colle indicate avvertenze, ponendo l’uva scelta in una ben monda beneccia ..(.)..;
2. Di assistere che non venga fatta adulterazione qualunque nel trasporto dell’uva posta nella benaccia al luogo dove si dee pigiare ..(.)..;
3. Di far sì che raccolta venga entro ventiquattr’ore al più tant’uva quanta basti, pigiata che sia ..(.).. Dioniso, invitando a riflettere “Per convincersi dei vantaggi di queste capanne, e quindi della grandissima loro influenza sulla qualità dei vini,..(.)..“, ricorda i sommi quattro vantaggi elencati dal Senatore Dandolo: Che le uve poste nelle capanne sono al coperto dalle rugiade dalle piogge e da ogni altra intemperie dell’aria che loro nuocerebbe quando dovessero rimanere esposte, come non rare volte succede. Che in una stagione che domandi una sollecita vendemmia per tempi piovosi od altro, il vignajuolo che ha la capanna, può di mano in mano riporre le sue uve all’asciutto ed al sicuro, senza perder tempo nel trasportarle alla lontana casa, e corre rischio, che prendano acqua nella benaccia; e sopra tutto gode del sommo vantaggio di unire tanta uva che basti per empiere di seguito o senza interruzione uno o più tini, vantaggio di cui abbiamo altrove dimostrata l’importanza. Che le uve quando si raccolgono, essendo necessariamente a temperature differenti, si riducono tutte nella capanna ad una temperatura uniforme, il che ha una utilissima influenza sulle successive operazioni. Che di queste capanne si ritrae un vantaggio maggiore di tutti, quello cioè, che nelle uve ripostevi ed ammucchiate si forma, mercè un movimento intestino fermentante che vi si eccita, molta più sostanza zuccherosa, che non era ancora giunta al suo compimento, e ch’è tanto necessaria alla generosità dei vini. Succede così alla maturità di vegetazione, che l’uva ha acquistato sulla vite, una progressione di maturità, opera di questa fermentazione zuccherosa, che in essa si eccita quand’è nella capanna.
Noi vediamo questa maturazione zuccherosa portata a grado ben maggiore in tanti altri frutti che si spiccano acerbi dalla pianta, come pomi, pera, nespole, sorbe, ec.
Questa addizione di maturazione zuccherosa diventa specialmente preziosa negli anni e ne’ luoghi, in cui l’uva non ha potuto maturar sulla vite. Queste capanne in somma vengono in soccorso della natura allorché la stagione ed atri accidenti tolgono ad essa le forze o le negano ajuti, mentre l’uva è sulla vite.” fig. 06 – unico esempio di capanna vinicola in paglia in Veneto, foto: arch. Edoardo Venturini Ed è così che, quella semplice struttura, la Capanna vinicola, seppur dimenticata e oserei dire disonorata dai più, era un luogo sacro, ponte tra la terra e il vino.
Un luogo in cui si custodiva un sapere antico, fatto di gesti, tradizioni e connessioni profonde con la natura, in cui si svolgevano operazioni che avevano un impatto profondo sulla qualità del vino.
Le uve, protette dal sole cocente e sottoposte a una fermentazione spontanea, sviluppavano una maturità zuccherina essenziale alla generosità del vino stesso. Come diceva il Senatore Dandolo: “Le uve, riposte nella capanna, sviluppano una dolcezza che la vigna sola non sa dare.” Ma non tutto è perduto, anzi!
Ogni cantina, azienda vinicola e agricola d’Italia che sia possiede almeno una capanna vinicola immersa e persa tra i propri vigneti.
Ebbene, Dioniso e Bacco hanno una idea ben precisa e innovativa di come questi luoghi sacri potrebbero essere rivalutati, riabilitati e riqualificati dal punto di vista dell’utilità e delle attività alternative. Anche enoturisticamente. Quindi, cantine vitivinicole d’Italia unitevi e, se possedete questo luogo ancestrale, fatevi avanti. Noi siamo pronti a rinvigorire la luce della magia. Ma intanto, la prossima volta che sentirete un wine qualcosa affermare “Il vino si fa in vigna”, chiedetegli cosa sa della Capanna vinicola. E poi guardate se il suo sguardo vacilla. Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero Per approfondimenti, mi trovi qui:
– Cantine fatte ad Arte (link Sito Web)
– Cantine fatte ad Arte (link Linkedin)
– Cantine fatte ad Arte (link Instagram)
– Cantine fatte ad Arte (link Facebook) Fonti bibliografia:
– Dandolo Senatore Conte Vincenzo, 1812, “Enologia ovvero l’arte di fare, conservare e far viaggiare i vini del Regno”, Parte I, Ed. Silvestri, Milano; – Lucu Pierre, 2014, “Guide des cabanes de vigne et de pêche. De la juridiction de Saint-Emilion“, Les Editions de l’Entre-deux-Mers, Saint-Quentin-de-Baron. Fonti immagini: – Maestro Venceslao o Wenceslao (1352 ? – 1411 ?) è stato un pittore boemo al quale è attribuito il Ciclo dei Mesi (1390-1400 circa) del castello del Buonconsiglio a Trento, in Welber M., Affreschi dei mesi di torre d’Aquila Castello Buonconsiglio (sec. XV), 1995; – Senatore Conte Dandolo Vincenzo, (copertina libro): Commendatore dell’ordine della Corona di Ferro, Cavaliere della Legion d’Onore, Membro dell’Istituto reale, uno de’ quaranta della Società Italiana delle Scienze, e socio di molte Accademie nazionali e straniere; – figg. 03-05-06 archivio Edoardo Venturini
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L’aria è intrisa di profumi intensi, odori dolci e fermenti gioiosi, e mai come ora il nostro contributo poteva essere più puntuale e… provocatorio! In queste notti di fine estate, mi torna in mente, come un ritornello di un’antica cantica, uno dei detti più noti e venerandi del mondo vinicolo: “il vino buono si fa in vigna”. O, secondo declinazioni alternative, “il vino si fa in vigna”. fig. 01 – Ottobre, affresco il Ciclo dei Mesi (1390-1400 circa) c/o castello del Buonconsiglio a Trento: la capanna vinicola del XV° secolo si trova nella parte superiore dell’affresco. Contestualmente, medito a pezzi di Storia enotecnica importanti, fondamentali, andati infranti, perduti nella notte dei tempi, dimenticati a beneficio della promessa della facile modernità e del progresso, lasciati andare come fossero scarti ed orpelli inutili senza arte né parte. Dioniso, Bacco ed io, siamo stati “assunti” dal Magazine per raccontare e descrivere le meraviglie della tecnologia enotecnica moderna e le avveniristiche metodologie di progettazione della “Madre del Vino“. Ci arriveremo! Ma Dioniso e Bacco, che la sanno più lunga di me, e vanno controcorrente, mi hanno convinto che era il caso di implementare tali racconti, fino a spingersi ad illustrare e raccontare le tecniche e i princìpi degli antichi impegnati nella realizzazione delle costruzioni enotecniche dei secoli passati. Ed è così che ho messo in relazione il detto “il vino si fa in vigna” con un pezzo di Storia enotecnica, definita secoli fa d’incalcolabile utilità, e in uso soprattutto nei periodi delle vendemmie già a partire dal XV° sec., soprattutto nel sette-ottocento, e parte del Novecento: la Capanna vinicola!
In Francia, les cabanes de vigne, <<petit patrimoine rural diffus>>, iniziarono ad apparire almeno dal XVIII° secolo e questo paesaggio culturale è classificato già Patrimonio dell’Unesco. fig. 02 – La Cabane de vigne dans la Juridiction de Saint-Emilion, Lussac et Puisseguin, in Lucu Pierre, 2014, op. cit. fig. 02 – La Cabane de vigne dans la Juridiction de Saint-Emilion, Lussac et Puisseguin, in Lucu Pierre, 2014, op. cit. Perché ciò mi tormenta? E per quale motivo? A sentir ripetere quella frase a pappagallo da tanti giovani e meno giovani inesperti influencer e blogger, privi del culto poderoso delle fonti storiche, dei riferimenti bibliografici, mi corre urgente raccontarvi di un’altra verità, sicuramente più antica, che è stata rimossa, dimenticata, e anche omessa.
Grave tutto ciò!
Ma, per fortuna, le sue numerose rovine giacciono tuttora lì fra le vigne, incredibilmente ancora lì sopravvissute a ricordarci che un tempo erano strumento funzionale alle vendemmie. E al vino. La verità è che quel vecchio detto “il vino si fa in vigna” cela un significato più profondo di quanto si possa pensare o di quanto vanno raccontando. Non si tratta solo di coltivazione, ma di un’arte antica che aveva nel suo cuore un luogo semplice e fondamentale. Forse è giunta l’ora di riportare alla luce l’importanza della Capanna vinicola, un ambiente umile ma carico di significato e fondamentale, dove il vino iniziava il suo viaggio verso la perfezione. E forse, è giunta anche l’ora di procurar imbarazzo. Alzi la mano chi sa cos’è e a cosa serviva la Capanna vinicola?! Uno, due … Lo sapevo! La Capanna vinicola: una lezione dimenticata fig. 03 – esempi di capanne vinicole ig. 03 – esempi di capanne vinicole La Capanna vinicola era il fulcro della vita vinicola durante la vendemmia. Era qui che il vino iniziava davvero a prendere vita, lontano dalle sofisticate tecnologie che oggi ci affascinano. Era un luogo dove la tradizione e il sapere antico si incontravano in modo naturale, senza la necessità di strumenti iper-precisi, ma con una consapevolezza artigianale che gli enologi moderni hanno un po’ perso per strada. La Capanna vinicola era una piccola, umile, struttura che i vignaioli costruivano nei punti strategici dei vigneti, per i lavori attinenti alla vendemmia. E non solo.
Quello era il vero cuore pulsante del lavoro, il punto nevralgico dove iniziava davvero la trasformazione dell’uva in vino. fig. 04 – Senatore Conte Vincenzo Dandolo Locale d’incalcolabile utilità, di dimensioni proporzionali alla quantità di uva che si voleva raccogliere in quella determinata vigna, doveva essere esposto a settentrione per riparare l’uva da balzi di temperature, rivestito di uno strato di paglia fitta capace di far filtrare un corso moderato di aria. Al suo interno, un letto di paglia, lontano dal terreno umido, alto due dita per riporvi l’uva appena vendemmiata.
Tuttavia, tra i vigneti si incontravano, e si incontrano tuttora, anche capanne realizzate in muratura, tufo, di pietra locale ed altri materiali, con minute finestre per produrre una ventilazione naturale. Per testimoniare le prove storiche di ciò, voglio servirmi della capacità narrativa dei due Dèi perché più volte hanno espresso il desiderio di inscenare e recitare, su un immaginario palcoscenico di un teatro greco-romano, le testimonianze riferite dal più importante studioso “dei locali necessarj all’arte di ben fare e conservare i vini“, e loro amico, Senatore Vincenzo Conte Dandolo. Pronti, via:
motore, azione! Ciak, si gira! Dioniso, con l’aria sorniona di chi conosce il Segreto, rompe il silenzio con le sue frecciatine: Quindi, moderni ragazzi, pensate davvero che il vino si faccia solo in vigna? Interessante… Ma sapete che noi ci servivamo delle Capanne vinicole? Bacco lo interrompe con una irriverente risata fragorosa, mentre pregusta l’irrisione alle spalle dei moderni wine influencer, wine lovers, wine specialist e chi più ne ha più ne metta, perché a suo dire ripetono come una litania sacra, una preghiera, un mantra, in ogni angolo del globo, il detto “il vino si fa in vigna” senza comprenderne il significato e la profondità che si cela dietro; Dioniso, ch’è più saggio e meno irriverente, tenta di stemperare l’atmosfera pesante che si è creata Ah, già! Ai nostri tempi la Capanna vinicola era tutto! Là si concepivano idee, progetti… e naturalmente, il vino. Si sentiva nell’aria, il cuore stesso lo sapeva quando era tempo di vendemmiare.” Dioniso, alzando teatralmente la mano, tuona: Le capanne erano piccole, sì, ma magiche. Qui si sentiva l’odore della terra… Quella, miei cari, era enologia! fig. 05 – Dioniso inscena le dieci regole del Senatore Vincenzo Conte Dandolo Così Dioniso, fattosi serio, annunzia di voler recitare le antiche regole del Senatore Dandolo. Testimoniate nel 1812, dieci erano le regole per eseguire il piano delle operazioni “Del modo di far la vendemmia“, citeremo quelle che interessano più da vicino la capanna.
La prima: “Il giorno avanti la vendemmia si fissa quali siano le vigne da vendemmiare ..(.) ..” La seconda regola è: “uomini e donne devono trovarsi tutti alla capanna della vigna all’ora in cui si comincia la vendemmia”; Bacco, con tono solenne, prosegue la narrazione recitando la quinta regola: le persone destinate alla vendemmia si dividono così. Se i vendemmiatori non sono molti, due donne rimangono costantemente colle forbici alla capanna. Gli uomini si dividano in proporzione, parte a vendemmiare e parte a trasportare a spalla alla capanna i cesti di uva vendemmiata a due per volta Dioniso, passa a ricordare l’ottava regola, aggiungendo: le donne alla capanna ricevono questi cesti pieni e danno i voti. Guardano pur esse i grappoli ad uno ad uno , di nuovo li mondano colla forbice, e levano le foglie, se ancor ve ne sono, indi ripongono ne’ rispettivi mucchj le uve monde e quelle di scarto Bacco, volgendo al termine, recita la decima e ultima regola: Questo piano di operazioni suppone la capanna: ma chi non l’avesse , chi non volesse mettere a coperto l’uva, chi trar non volesse i vantaggi derivanti dalla maturazione zuccherosa dell’uva, cerchi almeno:
1. Di far che l’uva venga raccolta colle indicate avvertenze, ponendo l’uva scelta in una ben monda beneccia ..(.)..;
2. Di assistere che non venga fatta adulterazione qualunque nel trasporto dell’uva posta nella benaccia al luogo dove si dee pigiare ..(.)..;
3. Di far sì che raccolta venga entro ventiquattr’ore al più tant’uva quanta basti, pigiata che sia ..(.).. Dioniso, invitando a riflettere “Per convincersi dei vantaggi di queste capanne, e quindi della grandissima loro influenza sulla qualità dei vini,..(.)..“, ricorda i sommi quattro vantaggi elencati dal Senatore Dandolo: Che le uve poste nelle capanne sono al coperto dalle rugiade dalle piogge e da ogni altra intemperie dell’aria che loro nuocerebbe quando dovessero rimanere esposte, come non rare volte succede. Che in una stagione che domandi una sollecita vendemmia per tempi piovosi od altro, il vignajuolo che ha la capanna, può di mano in mano riporre le sue uve all’asciutto ed al sicuro, senza perder tempo nel trasportarle alla lontana casa, e corre rischio, che prendano acqua nella benaccia; e sopra tutto gode del sommo vantaggio di unire tanta uva che basti per empiere di seguito o senza interruzione uno o più tini, vantaggio di cui abbiamo altrove dimostrata l’importanza. Che le uve quando si raccolgono, essendo necessariamente a temperature differenti, si riducono tutte nella capanna ad una temperatura uniforme, il che ha una utilissima influenza sulle successive operazioni. Che di queste capanne si ritrae un vantaggio maggiore di tutti, quello cioè, che nelle uve ripostevi ed ammucchiate si forma, mercè un movimento intestino fermentante che vi si eccita, molta più sostanza zuccherosa, che non era ancora giunta al suo compimento, e ch’è tanto necessaria alla generosità dei vini. Succede così alla maturità di vegetazione, che l’uva ha acquistato sulla vite, una progressione di maturità, opera di questa fermentazione zuccherosa, che in essa si eccita quand’è nella capanna.
Noi vediamo questa maturazione zuccherosa portata a grado ben maggiore in tanti altri frutti che si spiccano acerbi dalla pianta, come pomi, pera, nespole, sorbe, ec.
Questa addizione di maturazione zuccherosa diventa specialmente preziosa negli anni e ne’ luoghi, in cui l’uva non ha potuto maturar sulla vite. Queste capanne in somma vengono in soccorso della natura allorché la stagione ed atri accidenti tolgono ad essa le forze o le negano ajuti, mentre l’uva è sulla vite.” fig. 06 – unico esempio di capanna vinicola in paglia in Veneto, foto: arch. Edoardo Venturini Ed è così che, quella semplice struttura, la Capanna vinicola, seppur dimenticata e oserei dire disonorata dai più, era un luogo sacro, ponte tra la terra e il vino.
Un luogo in cui si custodiva un sapere antico, fatto di gesti, tradizioni e connessioni profonde con la natura, in cui si svolgevano operazioni che avevano un impatto profondo sulla qualità del vino.
Le uve, protette dal sole cocente e sottoposte a una fermentazione spontanea, sviluppavano una maturità zuccherina essenziale alla generosità del vino stesso. Come diceva il Senatore Dandolo: “Le uve, riposte nella capanna, sviluppano una dolcezza che la vigna sola non sa dare.” Ma non tutto è perduto, anzi!
Ogni cantina, azienda vinicola e agricola d’Italia che sia possiede almeno una capanna vinicola immersa e persa tra i propri vigneti.
Ebbene, Dioniso e Bacco hanno una idea ben precisa e innovativa di come questi luoghi sacri potrebbero essere rivalutati, riabilitati e riqualificati dal punto di vista dell’utilità e delle attività alternative. Anche enoturisticamente. Quindi, cantine vitivinicole d’Italia unitevi e, se possedete questo luogo ancestrale, fatevi avanti. Noi siamo pronti a rinvigorire la luce della magia. Ma intanto, la prossima volta che sentirete un wine qualcosa affermare “Il vino si fa in vigna”, chiedetegli cosa sa della Capanna vinicola. E poi guardate se il suo sguardo vacilla. Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero Per approfondimenti, mi trovi qui:
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– Cantine fatte ad Arte (link Instagram)
– Cantine fatte ad Arte (link Facebook) Fonti bibliografia:
– Dandolo Senatore Conte Vincenzo, 1812, “Enologia ovvero l’arte di fare, conservare e far viaggiare i vini del Regno”, Parte I, Ed. Silvestri, Milano; – Lucu Pierre, 2014, “Guide des cabanes de vigne et de pêche. De la juridiction de Saint-Emilion“, Les Editions de l’Entre-deux-Mers, Saint-Quentin-de-Baron. Fonti immagini: – Maestro Venceslao o Wenceslao (1352 ? – 1411 ?) è stato un pittore boemo al quale è attribuito il Ciclo dei Mesi (1390-1400 circa) del castello del Buonconsiglio a Trento, in Welber M., Affreschi dei mesi di torre d’Aquila Castello Buonconsiglio (sec. XV), 1995; – Senatore Conte Dandolo Vincenzo, (copertina libro): Commendatore dell’ordine della Corona di Ferro, Cavaliere della Legion d’Onore, Membro dell’Istituto reale, uno de’ quaranta della Società Italiana delle Scienze, e socio di molte Accademie nazionali e straniere; – figg. 03-05-06 archivio Edoardo Venturini
27 Settembre, 2024
Vigne Guadagno. La voglia di esserci
Nel lessico matematico una condizione necessaria e sufficiente indica un requisito che qualora soddisfatto, assicura il verificarsi dell’evento, se non soddisfatto, garantisce che l’evento non si realizzi.
Per capire bene questo principio occorre prima comprendere quando una condizione è necessaria e quando è sufficiente.
Siamo in presenza di una condizione necessaria quando l’evento si realizza solo se quella condizione si verifica. Però da sola non garantisce l’evento stesso.
La condizione è poi sufficiente perché si verifichi l’evento ma, se non c’è, non è detto che non si verifichi lo stesso.
Facciamo degli esempi vinicoli così ci capiamo meglio.
Condizione necessaria perché il vino venga bene è che il clima sia stato clemente. Però non è che basti questa condizione, ovvero la clemenza del clima per fare un vino buono. Ce ne sono molte altre di condizioni da rispettare!
Condizione sufficiente perché il vino si colori di rosso è il contatto prolungato con le bucce. Certamente vero ma per certe tipologie di uve, la semplice spremitura comporta comunque un colore rosso.
Questo panegirico perché, a volte, la narrazione nel mondo del vino induce a pensare che certe cose avvengano solo grazie a condizioni estrinseche. Se ad esempio si dice che il vino si faceva già al tempo dei bisnonni o anche più indietro, non è assolutamente certa la bontà del prodotto attuale. Al massimo è una condizione sufficiente cioè è sufficiente che si faccia il vino da tanto tempo per averlo imparato a fare (a meno di non essere proprio duri di testa!).
Ma se è una condizione sufficiente aver fatto il vino da generazioni, di certo non è necessaria poiché se uno non ha le generazioni precedenti che facevano vino può comunque fare vino buono.
Sembrano cose scontate però in un mondo come quello del vino dove è complicato entrare e soprattutto è complicato viverci senza avere nulla da raccontare.
Insomma è ovvio, ma bisogna avere il coraggio di dirlo, che essere una famiglia che produce vino da generazioni in un territorio vocato non è condizione necessaria e sufficiente perché il vino sia buono.
È altrettanto ovvio, ma anche qui occorre dirlo, che iniziare a fare vino da zero, non implica assolutamente che il vino non possa venir bene. Aggiungo che non è assolutamente vero che se il produttore non sta in vigna e/o in cantina il vino non è di qualità.
Giuseppe e Pasquale Guadagno hanno cominciato a fare vino in Irpinia dal 2010. Non tanto tempo fa ma nemmeno poco. Solo che entrambi erano promotori finanziari, non ne capivano nulla di vigna e vino, non erano mai entrati in una vigna prima di allora, nemmeno volevano farlo l’investimento.
Andiamo per gradi così capiamo meglio.
Nel 1984 Pasquale Guadagno apre un ufficio ad Avellino. Si occupa di finanziamenti e opera con società bancarie. Giuseppe entra in società con il fratello poco dopo. Loro che non sono irpini ma di Napoli (Napoli Napoli? No, Casalnuovo di Napoli…anche se Giuseppe si trasferisce a Salerno per amore e Pasquale in Repubblica Ceca per motivi di salute) in Irpinia si fanno ben volere. L’intermediazione finanziaria e quella del credito al consumo in particolare li porta a girare e ad interloquire con una miriade di persone.
Il 2008 è l’annus horribilis per il settore finanziario. La crisi dei mutui subprime negli USA, la bancarotta della Leman Brothers provoca un vero e proprio tsunami. Giuseppe e Pasquale sanno che devono differenziare la loro attività perché non sarà mai nulla come prima.
Decidiamo di fare un investimento non per il vino ma per l’agriturismo: accoglienza in una struttura con la vigna. Prendiamo una vigna di Fiano a Montefradane in provincia di Avellino.
L’idea alla base, la ristorazione con l’agriturismo. In fondo non era un grande sforzo. Ci sarebbe stato qualcuno a gestire e loro avrebbero beneficiato dei guadagni.
All’inizio nacque come attività in alternativa al lavoro principale. Non avevamo esperienza.
Con mio fratello Pasquale che è ancora socio al 50%. A luglio del 2010 l’investimento con l’acquisto del vigneto.
Anche chi è ai margini del settore vitivinicolo sa che, bene o male, intorno a settembre, c’è la vendemmia. Vendere una vigna a luglio può essere da pazzi a meno che non si possa spuntare un prezzo maggiore o l’intenzione di liberarsene sia dovuta alla scarsa qualità delle uve.
A settembre non abbiamo conferito le uve ma vinificato presso la cantina di una nostra amica. Abbiamo fatto il nostro primo Fiano imbottigliato poi a maggio 2011. Da li si è deciso di non fare più l’agriturismo ma produrre vini legati al territorio. Abbiamo cambiato il progetto iniziale. Ci siamo affiancati con un agronomo e un enologo. Abbiamo ricercato vigneti a Santa Paolina peri ll Greco di Tufo e Montemarano per l’Aglianico.
Ricapitolando. I fratelli Guadagno non hanno nulla a che spartire con il mondo del vino. Non provengono da una famiglia agricola. Non posseggono terreni. Si occupano di finanziamenti e credito ovvero niente di più lontano che dalla terra può esserci (in generale la finanzia che spesso non ha a che fare con niente di reale e lontana anni luce dall’economia reale). Per diversificare pensano di gettarsi in un business rapido e redditizio come quello della ristorazione. Acquistano un immobile con la vigna. Fanno vino per caso dando vita alla loro avventura vitivinicola con Vigne Guadagno.
La prima parte del lavoro è stata quasi un gioco. “Non mi vendo le uve e faccio una bottiglia”. Producemmo circa 7000 bottiglie di Fiano. Dopo un anno e mezzo vendemmo quasi tutto su una piattaforma di e-commerce. Nel 2011 ci troviamo difronte al bivio. Abbiamo di nuovo vendemmiato Fiano. Da questa vendemmia fatta già con Gennaro Reale (enologo) cambiammo idea. La prima bottiglia ci fece innamorare e abbandonammo l’agriturismo.
Proprio strano il mondo del vino. Non ci sono certezze, non ci sono consuetudini, non ci sono condizioni necessarie e sufficienti.
L’Irpinia è una di quelle regioni magiche della quale tutt’ora non se ne comprende bene le potenzialità. Micro aziende che non sempre vinificano. Produttori che fanno poco sistema. Eppure qui trovano vita vitigni meravigliosi come il Fiano, l’Aglianico, il Greco di Tufo, la Falanghina, tutti con espressioni diverse in funzione delle diverse zone ed esposizioni. Un meraviglioso e unico palcoscenico dove oggi c’è ancora infinito spazio di crescita. Figuriamoci quattordici anni fa quando la crisi c’era e si sentiva. E se non riescono a valorizzare il territorio chi coltiva la terra da generazione, forse è bene affidarsi ad altri. Per il bene di tutti.
Nel 2011 conosciamo le persone del luogo che fanno questo lavoro. Come l’enologo che voleva cose semplici, senza alterazioni in cantina. Tanto lavoro in vigna. Dunque abbiamo un aerotecnico che ci segue la vigna da dieci anni. Insieme a loro programmiamo. Io in vigna ci sto 50/60 giorni all’anno. Non partecipo alle lavorazioni. Il ciclo delle vendemmie lo seguo.
Giuseppe ha il modo di fare tipicamente partenopeo. Mi ricorda mio zio Pasquale che amava argomentare qualunque cosa ma non quello del quale non si sentiva competente, padrone della materia.
Con il fratello Pasquale hanno programmato tutto. Un vero e attento lavoro di analisi del territorio per la scelta dei terreni migliori e dei luoghi dove poter vinificare nei termini delle DOCG irpine.
I vini nascono da nostre scelte e dopo le esperienze commerciali. All’inizio abbiamo prodotto senza cognizione di causa. Poi nel 2013 abbiamo fatto una pausa di riflessione sul Fiano parlando con ristoratori e clienti. Si volevano i bianchi di annata ovvero di pronta beva. Il Fiano invece ha bisogno di tempo. Con la 2013 abbiamo fatto due vendemmie separate per la base e la riserva. Il vino era performante nonostante l’invecchiamento. Può evolversi bene nel tempo. Poi abbiamo acquistato delle uve di Greco e da li abbiamo ricercato una vigna di Greco presa poi nel 2018. Così da avere DOCG Greco di Tufo. Stesso discorso per l’Aglianico. Prima del 2015 introduciamo l’Aglianico con uve acquistate per poi andare alla ricerca della vigna. 2017/18 abbiamo completato.
L’agronomo e l’enologo per realizzare prodotti identitari ma che al tempo stesso potessero incontrare il favore del mercato. La rete di agenti per la corretta prospezione commerciale.
L’orgoglio del territorio e del suo essere campano da portare come valore aggiunto.
Con tutta la inesperienza che avevamo, deciso di fare il vino, abbiamo cercato di costruire una rete vendita con agenti. Allargare anche ai rossi serviva per la gamma. Gli agenti non potevano proporre una azienda piccola come la nostra. Serviva un incremento. Taurasi oltre ad essere una denominazione è un paese. Prendere un deposito e fare li la sede legale serviva a livello commerciale. Col tempo vedi che la scelta dei rossi te la porti dietro con un pò di peso.
Una azienda che conta cinque ettari.
A Montefredane nasco con tre ettari e sessanta. Tra qualche anno faremo qui la Falanghina. La vigna in altezza cosi da avere una variazione in termini di maturazione delle uve. Due selezioni che diventano tre. Anche una base spumante per il Fiano. Ci adeguiamo alle variazioni climatiche però nello stesso tempo portiamo avanti una linea enologica molto legata ala specificità delle uve.
Data la ricetta un buon enologo si ripete. Una piccola azienda ha bisogno di una identità che sono le materie prime. L’uva.
Sembra lapalissiano che debbano essere le uve ad essere protagonista. Purtroppo in molti casi non è, più, così. Prevalgono tanti e tali fattori che poi, l’uva, conta sempre meno.
A Montefredane siamo otto aziende che producono Fiano. C’è un filo conduttore ma ognuno di noi ha delle caratteristiche diverse. Dal terreno alla filosofia in cantina.
Il suo lavoro nel mondo dei servizi finanziari Giuseppe lo ha lasciato tre anni fa per dedicarsi a tempo pieno a questa attività. Sette etichette per circa 15.000 bottiglie. Parte dell’uva venduta perché imbottigliare non avrebbe senso. Un conto economico che sta in piedi a dimostrazione di come facendo bene le cose, le aziende possano sostenersi. Un futuro con la cantina di proprietà per vinificare, laddove possibile, le uve nella DOCG di riferimento. L’enoturismo da sviluppare come motore pulsante di un business che attende solo delle ali per decollare.
Adesso vinifichiamo conto terzi anche se legno e acciaio sono nostre. Affinamento e deposito a Taurasi. Il passaggio successivo sarà legato alla trasformazione delle uve e di contatto.
Pasquale si è trasferito dal 2012 in Repubblica Ceca. Ha avuto un trapianto di cuore ed è rimasto li per necessità. Facciamo comunque fiere insieme ed è partecipe del progetto. Sono riuscito a fargli venire la voglia dell’enoturismo.
Giuseppe è un commerciale che ha acquisito un suo bagaglio di esperienza enologico direttamente sul campo. Con modestia. Standosene quasi in disparte. Lasciando fare a chi sa. C’è voglia di fare e di imparare, giorno dopo giorno, sempre di più. Una esperienza che cresce anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia.
Non ho un nonno che faceva il vino e mi è rivenuta la passione. Ciò che vedo in Irpinia è la possibilità di penetrare nel mercato senza dover snaturare il territorio. Quello che mi spaventa sono le generazioni più giovani che per adesso sono lontane da questo mondo.
Giuseppe, da persona che ha una visione ampia tesse le lodi di aziende come Mastroberardino e Feudi San Gregorio poiché a loro va dato il merito di aver creduto ed investito in un territorio semi sconosciuto portandolo in alto nel mondo. Per questo occorre far sistema e lavorare tutti insieme per lo stesso obiettivo. Senza campanilismi e senza pensare a chi è entrato prima o dopo in questo mondo. L’appartenenza dovrebbe essere valutata solo dalla voglia, e capacità, di investire.
Come terreni e produzione riusciamo anche a vendere qualcosa. Non imbottigliamo tutto. Ho bisogno di fare mercato ma devo crescere. Per il Greco c’è una piccola vigna con poche migliaia di bottiglie. Idem per l’Aglianico. Vogliamo avere un prodotto importante ma di più facile beva. Oggi il tannino irpino è molto accentuato. C’è una sorta di paura nel berlo. Anche il Taurasi abbiamo cercato di renderlo più bevibile. Fatto secondo la tradizione è difficile
I vini.
Il metodo classico da Fiano non ha mercato. Facciamo 2000 bottiglie per vedere come gira la cosa e vedere le evoluzioni in bottiglia.
Come a dire che viene prodotto per esigenze di posizionamento ma soprattutto per verificare le evoluzioni del prodotto.
Fiano di Avellino DOCG Contrada Sant’Aniello. La bottiglia che ho provato era un 2017, per la serie il Fiano è un vino longevo!
La prima cosa che appare in contrasto con l’età è il colore: giallo paglierino con una limpidezza che rasenta la luminosità. Poi anche i sentori che non sembrano essere presagio di un vino particolarmente importante: agrumi, mela, pera mandorle, fiori bianchi. Semplicità ma non complessità. Occorre ricercarli con attenzione. Come se si nascondessero. O nascondessero qualcosa.
In bocca però la musica cambia e il concerto ha inizio. La spalla è ancora poderosa e l’equilibrio è perfetto. Sapidità marcata e persistenza decisamente lunga. Chiusura di bocca impeccabile. Torna molto l’agrume che si arricchisce della pesca bianca, impreziosita dalla mandorla e dalla nocciola. Il coinvolgimento è del palato intero che lascia la bocca in uno stato a dir poco meraviglioso. Che dire se non wow? Fiano di Avellino DOCG 2021. Un vivace paglierino al limite del luminoso è già un bel biglietto da visita. I sentori sono particolari perché è come se delle foglie di nocciola venissero adagiate in un cestino di erba appena tagliata a formare così un contenitore per pere, ananas, pesca bianca, melone bianco e agrumi. Fiori di biancospino, di ginestra e un mazzolino di margherite si adagiano sul cestino accarezzati da un vento che porta iodio così da far aprire balsamicamente il naso. Ciò che si respira sa di finezza e discreta complessità. Non mi da l’idea di qualcosa, o qualcuna, di particolarmente sensuale. Semmai di un’amante decisa che potrebbe tirar fuori le unghie da un momento all’altro.
Il sorso è in effetti veramente grandioso. La freschezza si sposa con la mineralità, gli agrumi e un retro olfatto di nocciola. Il primo sorso è un invito dato però con uno schiaffo, di quelli che si danno per desiderare il contrario. Infatti poi, arriva l’abbraccio, forte, impetuoso, avvolgente ma non morbido. La sensazione finale in bocca è quasi di sale tanto che mi è venuta in mente la canzone di Gino Paoli. Bellissimo e riuscitissimo equilibrio con una nota vegetale che viaggia in profondità per una persistenza anche lunga. Grande, grandissimo vino. Greco di Tufo DOCG 2021. Colore anche in questo caso al limite del luminoso. Se si presenta simile al Fiano come colore, i sentori cambiano verticalmente diventando più scarichi, meno invadenti, più fini, meno esuberanti. Raffinati direi. Il limone, il cedo, la pesca bianca, la mela: emergono con difficoltà come se occorra stanarli. La sensazione di gesso si unisce a quella del biancospino e torna lo iodio. Meno invadente del Fiano ma comunque presente.
In bocca continua la finezza arricchendosi di morbidezza. Cosa questa che nel Fiano era assolutamente latente. L’agrume dona freschezza e il finale mandorlato finezza. Non arriva mai ad essere amaro! La persistenza diminuisce e la chiusura di bocca sa di finezza. Finezza, finezza, finezza. Qui la differenza con il Fiano che è l’impeto, il Greco morbida finezza. Aglianico 2020. I riflessi porpora svelano la giovinezza di questo vino. Se quattro anni sembrano tanti, per un Aglianico rappresentano a malapena lo svezzamento. I sentori non possono che parlare di freschezza per via della frutta rossa non ancora matura. Neanche il passaggio, breve, in legno, è riuscito a far qualcosa. Sottobosco, vaniglia, noce moscata e i tanti fiori rossi completano il quadro olfattivo che comunque tende verso il vegetale/floreale. I sentori vinosi e gli agrumi completano il quadro fornendo ancor di più la sensazione di un vino fresco e giovane.
La bevibilità voluta da Giuseppe si evidenzia immediatamente al sorso per via dei tannini levigati. C’è un corpo non certamente importante; ci sono i frutti rossi e gli agrumi a valorizzare l’importante freschezza; c’è un finale meravigliosamente pulito ad esaltare il lavoro di vigna e cantina. Insomma, uno di quei vini che nella sua estrema semplicità (arricchita dal terroir ma anche dal passaggio in legno) si lascia ricordare. Dopo averne bevuto. Perché si lascia bere e bene. Taurasi Riserva 2017. L’evoluzione dell’Aglianico. Et voilà. Una evoluzione che parte dal colore rubino scuro e riflessi granata per approdare ai sentori che da frutti rossi non ancora maturi arrivano ad essere neri e quasi cotti. Pellame, tabacco, ciliegia, prugna, cannella, cacao, ematico e un sottobosco che assume un tono di minor freschezza. Le sensazioni offerte sono di un vino forte ed estremamente tannico: un attraente salto nel buio.
La bocca restituisce gradevolezza e bevibilità nonostante tannini vigorosi ed alcol tipico del sud. Gradevolezza per via di frutta matura e cotta che continua a rimanere nella bocca a lungo. Finale lievissimamente amarognolo a stemperare una frutta che potrebbe risultare quasi opulenta e un agrume che c’è senza essere invadente. Un grande vino, una grande espressione di Aglianico. Quella di Giuseppe e Pasquale è un visione imprenditoriale davvero chiara. Di quelle che dovrebbero avere in molti che lavorano, anche da tempo, in questo settore. Programmare con una strategia chiara e definita. Giusti investimenti e grande propensione alla vendita. Grandi vini. Voluti attraverso collaborazioni enologiche oculate e terreni scelti con precisione chirurgica. Il risultato di quanto ho assaggiato è di livello. Altro che voglia di esserci. Qui si dovrebbe parlare di diritto di esserci. Rimane, specialmente per Giuseppe, il grande cruccio del dopo. Perché tutto questo è certo un investimento, è certo un modo per valorizzare il territorio e creare qualcosa, ma poi, deve essere anche qualcosa che continua nel tempo. Magari con i figli e per i figli. Giuseppe ne ha due, gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. Vediamo quando finiscono il liceo cosa vogliono fare da grande. Speriamo che gli piacerà. Sto facendo un investimento che spero verrà seguito da un figlio. Vivi con questa speranza. Ecco, io credo che innamorarsi di un luogo può essere facile. Innamorarsi di un vino, altrettanto. Di una idea e di un modo di vedere il proprio futuro, un pò più complicato. Ma anche i giovani di oggi, sono in grado di riscoprire, dopo le giuste esperienze, i veri valori della vita. Io dei vini delle Vigne Guadagno, mi sono realmente innamorato e parlare con Giuseppe è stata una di quelle esperienze che porterò dentro di me per la sua pacatezza, allegria, visione e capacità di coinvolgere l’interlocutore. Piano piano, Giuseppe, coinvolgerai anche i tuoi figli. Ne sono certo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La prima cosa che appare in contrasto con l’età è il colore: giallo paglierino con una limpidezza che rasenta la luminosità. Poi anche i sentori che non sembrano essere presagio di un vino particolarmente importante: agrumi, mela, pera mandorle, fiori bianchi. Semplicità ma non complessità. Occorre ricercarli con attenzione. Come se si nascondessero. O nascondessero qualcosa.
In bocca però la musica cambia e il concerto ha inizio. La spalla è ancora poderosa e l’equilibrio è perfetto. Sapidità marcata e persistenza decisamente lunga. Chiusura di bocca impeccabile. Torna molto l’agrume che si arricchisce della pesca bianca, impreziosita dalla mandorla e dalla nocciola. Il coinvolgimento è del palato intero che lascia la bocca in uno stato a dir poco meraviglioso. Che dire se non wow? Fiano di Avellino DOCG 2021. Un vivace paglierino al limite del luminoso è già un bel biglietto da visita. I sentori sono particolari perché è come se delle foglie di nocciola venissero adagiate in un cestino di erba appena tagliata a formare così un contenitore per pere, ananas, pesca bianca, melone bianco e agrumi. Fiori di biancospino, di ginestra e un mazzolino di margherite si adagiano sul cestino accarezzati da un vento che porta iodio così da far aprire balsamicamente il naso. Ciò che si respira sa di finezza e discreta complessità. Non mi da l’idea di qualcosa, o qualcuna, di particolarmente sensuale. Semmai di un’amante decisa che potrebbe tirar fuori le unghie da un momento all’altro.
Il sorso è in effetti veramente grandioso. La freschezza si sposa con la mineralità, gli agrumi e un retro olfatto di nocciola. Il primo sorso è un invito dato però con uno schiaffo, di quelli che si danno per desiderare il contrario. Infatti poi, arriva l’abbraccio, forte, impetuoso, avvolgente ma non morbido. La sensazione finale in bocca è quasi di sale tanto che mi è venuta in mente la canzone di Gino Paoli. Bellissimo e riuscitissimo equilibrio con una nota vegetale che viaggia in profondità per una persistenza anche lunga. Grande, grandissimo vino. Greco di Tufo DOCG 2021. Colore anche in questo caso al limite del luminoso. Se si presenta simile al Fiano come colore, i sentori cambiano verticalmente diventando più scarichi, meno invadenti, più fini, meno esuberanti. Raffinati direi. Il limone, il cedo, la pesca bianca, la mela: emergono con difficoltà come se occorra stanarli. La sensazione di gesso si unisce a quella del biancospino e torna lo iodio. Meno invadente del Fiano ma comunque presente.
In bocca continua la finezza arricchendosi di morbidezza. Cosa questa che nel Fiano era assolutamente latente. L’agrume dona freschezza e il finale mandorlato finezza. Non arriva mai ad essere amaro! La persistenza diminuisce e la chiusura di bocca sa di finezza. Finezza, finezza, finezza. Qui la differenza con il Fiano che è l’impeto, il Greco morbida finezza. Aglianico 2020. I riflessi porpora svelano la giovinezza di questo vino. Se quattro anni sembrano tanti, per un Aglianico rappresentano a malapena lo svezzamento. I sentori non possono che parlare di freschezza per via della frutta rossa non ancora matura. Neanche il passaggio, breve, in legno, è riuscito a far qualcosa. Sottobosco, vaniglia, noce moscata e i tanti fiori rossi completano il quadro olfattivo che comunque tende verso il vegetale/floreale. I sentori vinosi e gli agrumi completano il quadro fornendo ancor di più la sensazione di un vino fresco e giovane.
La bevibilità voluta da Giuseppe si evidenzia immediatamente al sorso per via dei tannini levigati. C’è un corpo non certamente importante; ci sono i frutti rossi e gli agrumi a valorizzare l’importante freschezza; c’è un finale meravigliosamente pulito ad esaltare il lavoro di vigna e cantina. Insomma, uno di quei vini che nella sua estrema semplicità (arricchita dal terroir ma anche dal passaggio in legno) si lascia ricordare. Dopo averne bevuto. Perché si lascia bere e bene. Taurasi Riserva 2017. L’evoluzione dell’Aglianico. Et voilà. Una evoluzione che parte dal colore rubino scuro e riflessi granata per approdare ai sentori che da frutti rossi non ancora maturi arrivano ad essere neri e quasi cotti. Pellame, tabacco, ciliegia, prugna, cannella, cacao, ematico e un sottobosco che assume un tono di minor freschezza. Le sensazioni offerte sono di un vino forte ed estremamente tannico: un attraente salto nel buio.
La bocca restituisce gradevolezza e bevibilità nonostante tannini vigorosi ed alcol tipico del sud. Gradevolezza per via di frutta matura e cotta che continua a rimanere nella bocca a lungo. Finale lievissimamente amarognolo a stemperare una frutta che potrebbe risultare quasi opulenta e un agrume che c’è senza essere invadente. Un grande vino, una grande espressione di Aglianico. Quella di Giuseppe e Pasquale è un visione imprenditoriale davvero chiara. Di quelle che dovrebbero avere in molti che lavorano, anche da tempo, in questo settore. Programmare con una strategia chiara e definita. Giusti investimenti e grande propensione alla vendita. Grandi vini. Voluti attraverso collaborazioni enologiche oculate e terreni scelti con precisione chirurgica. Il risultato di quanto ho assaggiato è di livello. Altro che voglia di esserci. Qui si dovrebbe parlare di diritto di esserci. Rimane, specialmente per Giuseppe, il grande cruccio del dopo. Perché tutto questo è certo un investimento, è certo un modo per valorizzare il territorio e creare qualcosa, ma poi, deve essere anche qualcosa che continua nel tempo. Magari con i figli e per i figli. Giuseppe ne ha due, gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. Vediamo quando finiscono il liceo cosa vogliono fare da grande. Speriamo che gli piacerà. Sto facendo un investimento che spero verrà seguito da un figlio. Vivi con questa speranza. Ecco, io credo che innamorarsi di un luogo può essere facile. Innamorarsi di un vino, altrettanto. Di una idea e di un modo di vedere il proprio futuro, un pò più complicato. Ma anche i giovani di oggi, sono in grado di riscoprire, dopo le giuste esperienze, i veri valori della vita. Io dei vini delle Vigne Guadagno, mi sono realmente innamorato e parlare con Giuseppe è stata una di quelle esperienze che porterò dentro di me per la sua pacatezza, allegria, visione e capacità di coinvolgere l’interlocutore. Piano piano, Giuseppe, coinvolgerai anche i tuoi figli. Ne sono certo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
26 Settembre, 2024
ABRUZZO IN BOLLA 2024
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso Venerdì 13 (già, proprio come il film “de paura”) VIRTÙ QUOTIDIANE, con il patrocinio del CONSORZIO VINI D’ABRUZZO (e di L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA 2026), negli spazi del Palazzo dell’Emiciclo de L’Aquila si è svolta la seconda Edizione di ABRUZZO IN BOLLA, Evento dedicato alla spumantizzazione abruzzese che quest’anno, quasi triplicate le Aziende presenti, ha riunito nel capoluogo abruzzese il mondo delle frizzantezze.
Banchi d’assaggio, show cookings, talkings, pizza, caffè e masterclass hanno richiamato un folto pubblico che ha deciso di sfidare le inclemenze di un meteo che certo poco invitava alla freschezza di un calice bollicinoso
I TALKINGS
Interessanti e ben condotti hanno visto salire sul palco autorità ed esperti ed acceso dibattiti su più fronti, conditi con qualche assaggio di cui non Vi dirò perché fatti senza la dovuta attenzione.
DALLE CIME AGLI ABISSI, GLI AFFINAMENTI SPECIALI DELLO SPUMANTE
Si è iniziato con quegli “affinamenti speciali” che tanto fanno notizia e di cui si parla troppo poco e spesso a sproposito.
Protagonisti Antonio Arrighi (dell’Azienda ARRIGHI di Porto Azzurro, Isola d’Elba, in diretta streaming causa “vendemmia complicata”), Pierluigi Lugano (BISSON “LA CANTINA ADEGLI ABISSI” di Sestri Levante), Bruno Carpitella (VINI D’ALTURA) e Gianluca Grilli (TENUTA DEL PAGURO, Ravenna).
Dalle profondità del mare all’atmosfera rarefatta delle alte quote, tra uve e bottiglie sommerse (o sepolte nella neve), il dibattito ha toccato temi che hanno coinvolto sicurezza alimentare ed evoluzioni reali o supposte dei vini coinvolti suscitando interesse e discussioni anche “accese” tra il pubblico e i Produttori (e tra i Produttori stessi).
GLI SPUMANTI DEL MEZZOGIORNO E LA (RI)SCOPERTA DELL’AUTOCTONO
Il secondo appuntamento “dialettico” era con gli “spumanti del Sud”, quelli in cui i vitigni autoctoni recitano la parte del protagonista.
Puglia, Campania, Abruzzo e Sicilia; Bombino Bianco, Caprettone, Passerina e Carricante questi i personaggi interpretati da Antonio Pisante (PISAN-BATTÈL), Massimo Setaro (CASA SETARO), Federico Faraone(AZIENDA AGRICOLA FARAONE), Annapaola Cipolla (TENUTE ORESTIADI).
Vini che raccontano Storia, storie, Territori, forza, coscienza, provocazione, distruzione, rinascita, arte, sviluppo.
Che hanno solleticato la fantasia dei Produttori e che dovrebbero stimolare l’estro delle amministrazioni.
Che possono essere ricchezza e motore, punto di partenza per l’esplorazione di un “dove” passando dal conoscere un “chi” senza tener conto di un “quando”.
L’enoturismo può essere scevro da stagionalità.
LA BOLLA DELLE BOLLE: DOVE VA LA SPUMANTIZZAZIONE ITALIANA?
Il dibattito si è sviluppato tra storia e marketing, partendo dall’intervento in streaming di Mattia Vezzola(COSTARIPA) che ha raccontato di come il (la) Franciacorta sia nato da una intuizione e dalla voglia di confrontarsi con quello Champagne che sembrava irraggiungibile e che capacità e tecnologia al servizio della filosofia di produzione hanno consentito di avvicinare sempre di più.
Paolo Rossino (Presidente del CONSORZIO ALTA LANGA) ha detto della forza di un Territorio e di come il legame indissolubile tra questo e l’Uomo generino Qualità.
Umberto Cosmo (BELLENDA) ha poi inquadrato il “fenomeno” Prosecco dalla “timida nascita” negli anni ’60 dell’800 allo sviluppo folgorante dei giorni nostri, raccontando di come, tra l’Asti e Champagne, il Prosecco sia quasi “caduto” in una fetta di mercato che aveva bisogno di una “bolla democratica”.
Pietro Pellegrini (PELLEGRINI SPA) ha evidenziato come la Qualità senza il marketing rischi di non essere recepita dal mercato e di quanto sia dunque fondamentale lavorare sulla comunicazione.
Da ultimo, il Prof. Leonardo Seghetti, tecnologo alimentare, gastronomo e custode di infinite verità, ha tentato (invero senza troppa convinzione) di spezzare una lancia a favore di una tradizione spumantistica abruzzese che ha radici lontane e futuro incerto a causa dell’ancora reticente voglia di “fare quadrato” da parte dei Produttori con una “frecciatina” lanciata a questi ultimi circa la possibilità che il voler “disingolfare” le cantine faccia esplodere la bolla delle bolle.
L’ABRUZZO EFFERVESCENTE, DA DOVE VIENE E DOVE VA
L’ultimo dibattito ha visto autorità e Produttori cercare di convincere il pubblico (e di convincersi) che lo spumante abruzzese abbia radici solide (in parte vero se pensiamo a FARAONE e alla sua “Licenza N°1” del 21 Maggio 1983).
Il problema è il terreno nel quale queste radici stanno ora cercando nutrimento.
Quel “TRABOCCO” del quale tanto si parla, quelle “bollicine con il mare dentro” non sono il passato, non sono la Tradizione e non credo saranno il futuro.
Lo stesso “elemento paesaggistico” da cui prende nome lo “spumante d’Abruzzo” non comunica ormai più Qualità.
Nuove Denominazioni decise a tavolino per cercare di clonare i successi altrui (anche meritati) senza un adeguato supporto culturale e di marketing sono quantomeno un azzardo.
L’Abruzzo del vino non credo abbia “bisogno” di rincorrere le mode.
Le assecondi, per carità, ma valorizzi in primis quelle unicità enologiche che ben si sposano con l’unicità geografico-territoriale della Regione e che passano sotto il nome di Passerina, di Cococciola, di Cerasuolo d’Abruzzo…
L’Abruzzo, anche quello del vino, ha bisogno di concretezze, di fiducia nelle proprie capacità e di lavorare seriamente su una comunicazione a 360° che coinvolga tutti gli attori della promozione, della ricettività, del turismo eno-gastronomico.
Le bollicine?
Potrebbero aggiungere frizzantezze o essere utilizzate per festeggiare il raggiungimento dello scopo ma…la strada è ancora lunga e ricca di insidie.
E INFINE…LA MASTERCLASS
Protagonista, è il caso di dirlo, Tommaso Caporale autore della Guida “BOLLIZINE” ed ideatore di un metodo di degustazione che, anziché sgranare gli occhi e schioccare la lingua, fa aprire le orecchie.
Ingegnere informatico con la passione del vino ha mutato i propri interessi abbracciando il fascinoso mondo della radio.
Ed è così che, a forza di ronzii s’è piccato di “campionare” quelli delle bollicine, intuendo che ogni vitigno e ogni metodo di produzione possano avere un proprio timbro sonoro.
Quattro gli spumanti in degustazione (posto che si possa ancora usare questo termine).
VINCO, CITRA, EREDI LEGONZIANO e CASAL THAULERO i Produttori e una trentina di facce smarrite ma pronte a rivoluzionare il proprio metodo di approccio alla spumantistica.
Ora, non starò qui a descriverVi spettrogrammi e dettagli procedurali nè a dirVi del sentito entusiasmo di Tommaso, bensì di quello dei molti che cercavano di convincersi delle sue asserzioni avvicinando all’orecchio i calici quali fossero conchiglie.
E da quelle “conchiglie”, sotto un tendone colpito da una pioggia implacabile, si percepiva distintamente un mare in burrasca.
Davvero, fremevo di curiosità e sarei venuto a L’Aquila anche solo per partecipare a questo momento che sembrava aggiungere sprint a un mondo del vino troppo spesso “seduto” ma…
Vabbè…
Tralasciando il numero di variabili tale da inficiare qualsiasi metodologia sperimentale (soprattutto parlando di spumanti Metodo Classico) e diversi vulnus scientifici sui quali il ricordo dell’esame di “FISICA 1” mi invita a riflettere, vorrei teneste presente che le frequenze percepite dalla fascia di età più attenta al consumo del vino sono drammaticamente ridotte dall’inesorabile avanzare del tempo.
Quelle più alte sono le prime che perdiamo e, intorno ai sessant’anni (me, per esempio, nonostante la pluriennale passione per la riproduzione musicale di qualità) anche quelle tra i 3 e i 6Khz diventano un’ipotesi (dunque, cosa potranno mai apprezzare le orecchie del quasi ottant’enne illustre enologo che ha compilato la prefazione della Guida?).
L’idea poi dell’ipotetico sviluppo futuro di una app che ci consenta di analizzare un vino semplicemente avvicinando il microfono dello smartphone al calice beh…mi repelle!
Che ne sarebbe della poesia del vino?!
In un mondo in cui tutti siamo in cerca di certezze, le “incertezze” che ci regala il vino sono uno dei pochi beni rifugio su cui fare affidamento, uno dei pochi momenti in cui ci piace pensare che due più due possa non fare quattro.
Come potrà mai uno spettrogramma raccontare le emozioni suscitate dal nostro vino del cuore?!
Mah…
Avrete a questo punto sicuramente capito come io non sia riuscito a percepire differenze tra i vini in “auscultazione” e, peggio ancora, che le mie orecchie (ma anche quelle del relatore) non sono riuscite a carpire la nota stonata emessa dal sottile difetto di cui era affetto uno di loro.
E mentre penso di proporre questo “gioco” a un amico sommelier non vedente, immagino sedute di ascolto con un gruppo di amici audiofili e/o musicisti di riconosciuta fama.
È proprio il caso di dire: “chi ha orecchie per intendere, intenda”.
A LATERE
A latere c’erano i banchi d’assaggio di ben 27 Aziende del Territorio, tante bolle, davvero tante!
Tante cose conosciute, tante cose nuove, tante cose da conoscere ma…perdonatemi, a un certo punto avevo davvero troppo freddo per assaggiare con cognizione di causa e ho mollato la presa cedendo al richiamo di una doccia calda.
Tuttavia 4 vini (solo quattro) ve li voglio raccontare perché sono riusciti a zittire i brividi (provocandone di altro genere) e calmare l’animo.
SPUMANTE METODO CLASSICO “IL SANTAGIUSTA” 2014 (sbocc. 2022), VIGNA DI MORE: 70 parti di Pinot Nero e il saldo di Chardonnay per questo Metodo Classico davvero “eroico” (a cominciare dalla storia della Produttrice) che offre al naso un panorama ampio come quello che si scorge dai 700m slm delle vigne dalle quali proviene.
Frutta (anche tropicale), mela lungi dall’essere matura, cedro, nuvole tostate di nocciole e pane integrale stanno in finestra e, da dietro le tendine, gettano uno sguardo attento su sottigliezze di miele a contrastare il bastoncino di liquirizia per poi perdersi in una mineralità calcarea come la facciata della chiesa da cui prende il nome.
In bocca è bufera di freschezza, turbine sapido, quasi algido nel suo voler imporre la propria unicità, aspro nel raccontare le erbe rade dei pendii più scarrupati ma al contempo cremoso e avvolgente, pieno, ricco di suggestioni.
Un vino che sa d’Abruzzo e che non si vergogna delle proprie origini.
Da bere ascoltando PROTECT THE LAND dei SYSTEM OF A DOWN.
(92 Punti, forse 93).
SPUMANTE METODO CLASSICO “IL SANTAGIUSTA” ROSÉ (“DORÉ”) 2018 (sbocc. 2022), VIGNA DI MORE: “Doré”, come lo definisce Adriana (Tronca), un colore per errore (fa pure rima) corretto nelle analisi successive aggiungendo attenzione alla cura.
Racconta piccoli frutti rossi e petali di rosa in aggiunta al panorama che si scorgeva dalla finestra del vino precedente ma lo fa scostando le tendine di una rusticità che sa di compita eleganza, non vergognandosi di tirare in ballo la salsa di pomodoro e la torta di carote.
Sorso profondo e completo, di tensione fresco-sapida che non mostra cedimenti e grassezza che completa la percezione fruttato-agrumate.
Più forte che gentile, un vino di polso che racconta del cuore.
Da bere ascoltando TI REGALERÒ UNA ROSA di SIMONE CRISTICCHI.
(quasi 90 punti, meno del precedente ma…mi piace di più).
E lasciatemi ora dedicare due parole a quella Adriana che ha lasciato Milano e la Franciacorta per seguire il cuore e le proprie radici.
Quell’Adriana che non ha voluto sentire ragioni ed è stata più eroica dei vigneti che coltiva nel volere a tutti i costi che Pinot Nero, Kerner, Traminer stringessero amicizia con la Cococciola e colonizzassero i pendii di Goriano Valli (AQ).
Quell’Adriana che difende con i denti il proprio lavoro e le proprie idee (e che ha una figlia che, a occhio…).
Quello di Adriana è un mondo che rifugge il clamore e vive del fascino della calma, del silenzio urlato da quel Parco Sirente-Velino
che vive in pace all’ombra di aree protette ben più famose.
Qui c’è bisogno di approfondire e, soprattutto, di assaggiare con la dovuta calma.
Stay tuned.
SPUMANTE METODO CLASSICO “ANNA” 2016 (sbocc. Maggio 2024) MAGNUM, CENTORAME: incredibilmente mi accorgo di non aver mai speso parole per questo Metodo Classico da Pecorino “tradizionalmente” parcheggiato 50 mesi sui propri lieviti!
Dovrò porre rimedio a questa lacuna.
Nel frattempo diciamo di questa magnum la cui “pena” è stata inasprita di ulteriori 30 mesi.
L’effervescenza è onda, adriatica e lontana dietro la collina, è intrico di canne…
Un vociare continuo e sommesso ma affatto confuso in cui ciascuno degli attori recita la propria parte senza “impallare” l’altro.
E allora ecco l’aria carica di iodio, le erbe aromatiche e il burro fuso che aspetta di diventare dolcezza di pasticceria, la pesca bianca il tè delle cinque, quello al bergamotto…
E in bocca l’effervescenza diventa crema, sostanziosa, masticabile, un dolce contrasto alla minerale sapidità che cerca di staccare di ruota una freschezza comunque mai doma.
Dimenticate il vezzo di ascoltarlo con le orecchie e fatelo col cuore, Vi ripagherà a suon di emozioni.
Da bere ascoltando ANNA E MARCO di LUCIO DALLA.
(94 punti)
SPUMANTE METODO CLASSICO “48 MESI” BRUT, FAUSTO ZAZZARA: sinceramente, non serbavo un ricordo “entusiasmante” degli spumanti “made in Tocco da Casauria” di questo coraggioso Produttore assaggiati precedentemente.
Troppo “Majgual” per i miei gusti.
Qui invece le acque sembrano chetarsi e Pecorino, Cococciola e Passerina trovare una quadra.
Complesso e poco incline al frutto, il naso dice appena di frutta bianca prima di raccontare anice e una frutta secca che si sposa con un po’ di pane per accennare tostature affatto invadenti.
Fresco e sapido, in bocca la frutta si prende invece i propri spazi e fa da legante per i richiami olfattivi che caratterizzano la chiusura.
(Quasi 84 Punti, quasi)
E QUINDI?
E quindi è il momento di ringraziare VIRTÙ QUOTIDIANE (nella persona di Marco Signori) intanto per avermi voluto ospitare e poi per lo sforzo profuso nell’organizzare un Evento complesso come ABRUZZO IN BOLLA e per aver voluto fermamente affermare il valore della spumantizzazione abruzzese (quella VERA, non quella serva del mercato e dei “facili consumi”) organizzando incontri che la mettessero a confronto, senza paura alcuna, con i mostri sacri del perlage italiano.
Ed è il momento di mettere in agenda l’Edizione 2025, un’Edizione che mi auguro non solo ancora più ricca e partecipata ma, consentitemi un piccolo buffetto agli organizzatori, ripensata forse nel periodo (e nella giornata) e dotata di un “piano B” che…può sempre far comodo.
Avanti così, alzando l’asticella!
Roberto Alloi
VINODENTRO
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20 Settembre, 2024
Sorelle Pepe. Quattro donne al comando
Mettere su una band, un gruppo musicale, è sempre impresa ardua. Non è solo un trovare qualcuno che sappia suonare o cantare. C’è bisogno di volere la stessa musica, condividere lo stesso messaggio. C’è soprattutto la necessità di far convivere all’interno della band caratteri diversi che vanno messi alla prova quando arriva, se arriva, il successo. Occorre tanto ma tanto affiatamento per rimanere insieme. Quella bella dose di umiltà che in genere manca. Oltre che alla capacità di comprendere che la band esiste, anche per motivi commerciali e rimanere uniti, conviene. In un sito ho letto che la band più longeva è quella degli U2 che stanno insieme dal 1978. A leggere con più profondità si scopre però che ci sono i Golden Earring, creato nel 1964. Solo due anni prima dei mitici Pooh. Altro che U2.
Tenere insieme una band è complicatissimo anche per la straripante personalità dei componenti. Sempre pronti a voler essere la prima donna indipendentemente dal ruolo. Così che c’è da chiedersi cos accadrebbe se la band fosse costituita da sole donne. Diventerebbe impossibile. Davvero impossibile, tanto è vero che i pochi “esperimenti” commerciali di band costituite da sole donne, sono durati un battito di ciglia.
Come si fa a far convivere delle donne gestendo la dinamica (non certo l’unica) che ognuna vuole essere la prima?
Impossibile, le ho già sposate tutte.
È la battuta finale di Costantin alias Adriano Celentano nell’episodio “Venerdì” del film Sabato, domenica e venerdì di Martino, Castellano e Pipolo (1979).
Costantin, impresario del balletto stile Moulin Rouge per impedire alla ballerina Jacqueline di scappare con il suo innamorato, la sposa. Successo assicurato per il balletto che così che il suo il suo fido collaboratore Ambrose escama: Però l’hai pagata cara eh? Pensa un pò se te ne dovesse scappare un’altra… Costantin risponde Impossibile, le ho già sposate tutte. In fondo è quello che fa un padre quando si ritrova con quattro figlie femmine. Non può che trattarle allo stesso identico modo. Tenendo ovviamente conto delle differenze caratteriali. Tutto facile e tutto normale. Lapalissiano direi. Ovvio, si direbbe. Proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva. Siamo al sud, in Puglia, in un piccolo paesino, Poggiorsini nei pressi di Gravina di Puglia (BA). Il papà si chiama Raffaele Pepe e gestisce l’azienda che la famiglia possiede da generazioni: 200 ettari di terreno. Tanta terra, tante cose da gestire. Dalle persone, alle lavorazioni, ai fornitori, alla commercializzazione di prodotti che in queste terre sono principalmente cerealicoli. Sapete che c’è una Borsa del grano a Foggia? La mattina ci si sveglia e, al pari di un trader, si verifica la quotazione del grano così che la giornata può assumere mood diversi. Come un trader insomma. Con la differenza che qualunque sia la quotazione, il lavoro devi comunque farlo dalle prime luci dell’alba al calar del sole. Con quattro figlie femmine e nessun maschio, per quanto puoi essere di mentalità aperta, un minimo di preoccupazione ti assale. Non per il borsino ma perché i figli si vogliono proteggere. Il lavoro in campagna è duro assai e quando poi hai quattro figlie femmine, che stimi all’inverosimile, cerchi di proteggerle maggiormente. È per questo che Raffaele e la moglie decidono che le figlie devono fare ciò che meglio ritengono per loro. A partire dallo studiare lontano. Solo se vorranno, ritorneranno. Sarà una scelta loro senza che vi sia imposizione alcuna. Caterina è agronomo. Valentina ha studiato informatica e poi è diventata sommelier. Micaela ha studiato economia. Raffaella contabilità e logistica. Quattro figlie. Quattro donne che hanno percorso autonomamente un tratto della loro vita per poi tornare per avere un ruolo nell’azienda di famiglia Nelle aziende familiari per quanto si possono decidere dei compiti diventa tutto un minestrone. La giornata si deve chiudere. Chi raggiunge cosa con quali mezzi non è importante. Quando sei in piedi dalle cinque e si fanno le otto senza vedere la fine si diventa nervosetti. In famiglia c’è molta elasticità. Ognuno di noi ha orari flessibili. Mio papà ha settantatré anni e sta fuori la porta perché l’agricoltore muore in campagna e non va in pensione. Rimane li sempre. Essendo quattro figlie e invece di mandarlo via… Ma avremmo dovuto ahahah Per avere un ricambio generazionale soft abbiamo scelto di aggiungere all’azienda qualcosa che a me appassionava particolarmente. Siamo in un territorio vocato ed era una nostra passione. Avendo questi vigneti dai quali riuscivamo a tirare fuori un buon prodotto, abbiamo preso due ettari di Aglianico per destinarli ad una nostra produzione. In pratica abbiamo smesso di conferire creando una etichetta che fosse solo delle sorelle. Nasciamo da una famiglia di agricoltori da parecchie generazioni. In Puglia e nella nostra zona, dagli anni 70 in poi è stata prevalentemente cerealicola. Abbiamo questa azienda in mano. Fino agli anni 70 facevamo di tutto. Le mandorle, il vino, oltre ai cereali. La nostra è sempre stata una azienda molto diversificata. Ci abbiamo sempre tenuto. Papà, nonno. Noi siamo quattro sorelle e nate in questa realtà. Ognuna di noi ha fatto il nostro percorso di studi. Percorsi sempre finalizzati a tornare in azienda. Le sorelle Pepe. Una forza della natura. Quattro donne. Quattro personalità. Quattro modi di approcciare la vita. Un solo desiderio: gestire l’azienda di famiglia. In un contesto maschile e maschilista scelgono volontariamente di voler essere la continuità dell’azienda di famiglia. Non altri. Non i loro mariti. Loro. Solo loro. Non basta la volontà. Non è semplice vincere le diffidenze delle persone. Anche quella del papà che però diffidenza non è. Raffaele lavora nell’azienda da una vita. Anzi, da più vite. Anche quelle precedenti che si riversano sulle sue ossa. La sua non è diffidenza. È necessità di mettere in guardia il bene più prezioso della sua vita. Ma anche quel sano orgoglio di una persona che ancora non si sente pronto per mettersi da parte. È qui che subentrano le donne. Con la loro intelligenza prospettica e la capacità di attendere. La donna non è impulsiva come l’uomo, attende. Medita, programma, studia. Attende. Una attesa che è vera strategia perché mai attuata nell’immobilismo. È il 2015 quando le sorelle sfruttano l’occasione del vigneto di Aglianico piantato sei anni prima da papà Raffaele e creano l’Azienda Vinicola Famiglia Pepe. Un modo per diversificare in questo territorio così prossimo alla Basilicata dove l’Aglianico del Vulture è Re incontrastato. Uva da conferire perché di mettersi a fare il vino Raffaele non ha ne tempo ne voglia. Lui no…. Le viti c’erano già perché la nostra famiglia aveva la produzione vitivinicola. Nonno e papà avevano il Sangiovese e il Merlot venduti a cantine del centro Italia. Faceva la quantità Papà volle impiantare dopo una serie di analisi, l’Aglianico. Siamo dirimpettai con il Vulture. Il confine con la Basilicata dista due km. Abbiamo capito che l’Aglianico che tutti ci chiedevano magari era buono. Quando papà decise di impiantare il vigneto, era indeciso su cosa impiantare e ci ha chiamato. Noi abbiamo detto, ci siamo, ci scegliamo il vitigno ma sappi che sarà la tua fine nel senso che diventa cosa nostra. Ha capito di aver sbagliato solo a chiamarci. Gli uomini che vivono con tante donne si lasciano dolcemente condurre. Siamo entrate a gamba tesa nel senso positivo. Se sai che quello sarà il tuo lavoro diventa lo scopo della tua vita Anche perché ha avuto quattro lavoratrici gratis! Lui neanche la bolletta si va più a pagare. Siamo cresciute con l’idea di portare avanti quello che era già nostro. Nella cultura aziendale era offrirci un motivo valido per rimanere qui. Noi abbiamo studiato all’estero e ti rendi conto che non è tutto oro ciò che luccica. Poter lavorare a casa è un plus Loro pensano al lato umano. Sapevano benissimo che se non ci fossimo realizzati nel nostro lavoro, qui ci sarebbe comunque stato da mangiare. Ci sono stati molto vicini nelle dinamiche personali. Sul lavoro ci hanno lasciate libere. Nessuna cattiveria in queste parole. Anzi, rispetto totale per un padre che ha dato loro la possibilità di crescere e sbagliare, crescere e formarsi, crescere e farsi le ossa. Sapendo già in cuor suo che un simile momento sarebbe prima o poi arrivato. Ognuna delle sorelle ha nel padre il rispetto e l’ammirazione di chi, facendolo, capisce quanto sia complicato condurre una azienda del genere. Siamo come il riccio. Siamo entrate con due ettari e abbiamo piantato altri due ettari a Fiano e Primitivo. Poi abbiamo estorto un capannone, quello che lui adibiva alla essiccazione del tabacco dicendo “visto che il tabacco non lo fai più, ce lo prendiamo” Abbiamo fatto la cantina in questa cascina molto scenografica. In un contesto nel quale c’è la vigna e nel mezzo la cascina. Le due ali laterali destinati ad accoglienza ed uffici mentre il centro è per la produzione. Cosa faccia il riccio non lo so davvero ma la strategia delle sorelle Pepe è fin troppo chiara. Entrare in punta di piedi (non senza sgomitare) nell’azienda di famiglia. Un modo per non creare traumi al padre. Un modo per tributargli rispetto senza che questo possa apparire come elemento di debolezza. Perché tale non è. Ciò che è conquistato infatti diventa di totale, assoluta, esclusiva pertinenza delle sorelle. La vigna, la cantina, il vino: guai a toccarlo! Il rovescio della medaglia è lavorare con i genitori che diventano grandi. Non si comportano come con i dipendenti. Un padre si permette di fare il domus. Ti fa fare pure le figuracce. Abbiamo impiantato il vigneto nel 2008 ed il percorso è stato lento. Non ci riteneva capaci. Eravamo più giovani e venivamo dalla scuola. I primi anni sono stati difficili perché le difficoltà erano enormi. Anche di comunicazione. Quando abbiamo scelto ci siamo interrogate e abbiamo deciso. A noi questo lavoro piace. Chiunque quando inizia in questo tipo di aziende ormai meccanizzate ed informatizzate, si affascina. Papà ha sempre creduto nel bio dicendo che questa è casa sua e la deve trattare bene. Ci dice che se volete mantenere pulito dovete usare la zappa. Altro che prodotto. Vuoi il pratino all’inglese? Usa la zappa. Quattro sorelle sulla stessa lunghezza d’onda che nella loro grande intelligenza sono riuscite a dividere e ripartire i compiti per quanto questo sia possibile in una azienda agricola di stampo familiare. Poggiorsini è il comune più piccolo della Puglia e siamo riusciti a portare i turisti. Qui non c’è niente da vedere. È tutta campagna. Quando vediamo che apre un agriturismo, anche se sappiamo cosa gli aspetta ma non glielo diciamo, lo accogliamo sempre con felicità. Perché quando la campagna è viva, l’obiettivo è arrivare come la toscana e i Piemonte. È mentalità ,di quanto può far bene stare in campagna, osservare i tempi. Ti assicuro che se riesci a far combaciare i tempi della vita con quelli della campagna, la vita stessa ne trae giovamento. Sono innamorate della campagna. Della vita. Hanno una mentalità che magari si scontrerà con il contesto e sarà difficile, ma è quella giusta. Trovare gli elementi per far si che qualcosa possa accadere. Cercandola e costruendola. Come hanno fatto con il vino. L’agricoltura deve sfruttare i tempi della natura. Accettare. Quando si mette il tempo nero per giorni, gli operai li hai. Devi accettare. A fare questa vita piace. Ma non devi essere ingordo perché non è detto che se lavori dodici ore guadagni per dodici ore. Lo scorso anno abbiamo fatto un terzo della produzione di rosato. Ognuna di noi ha la sua dimora. Tre su quattro sono sposate e hanno il comparto familiare da portare avanti. Mia madre non ci vuole I nostri genitori non ci hanno voluto. Hanno un palazzo nel centro di Gravina e hanno una casa tutta loro. Si poteva pensare di mettere almeno una figlia ma non ci hanno voluto Quando c’è la separazione fisica trovi uno spazio La nostra è una forma di educazione molto rigida perché molto antica. Mia nonna, la madre di mio padre, è milanese. Milano Milano. Mio padre è cresciuto così e anche a noi hanno cresciuto così. I figli si baciano di notte e a diciotto anni si devono trovare, da soli, la loro strada. Loro non sono i genitori che vogliono i figli vicino. Il rapporto è tale per cui se vuoi vivere la tua vita, lo devi fare. Le persone sono felici quando libere. La grandezza di una famiglia sta tutta qui. Nell’educazione che sono riusciti ad impartire alle proprie figlie. La capacità di trasmettere la cultura familiare. Quella delle generazioni precedenti. “La nonna era milanese”. Quanto è strana la vita certe volte. Trovarsi in Puglia, nel cuore della Puglia rurale e pensare che le origini siano milanesi fa davvero strano. Però a scavare nel passato delle persone, le favole prendono corpo. Caterina Lubrano, oggi splendida donna di 97 anni che suona ancora il violino e legge ogni giorno il Sole24h, nasce a Milano da madre di origini pugliesi e papà milanese. Entrambi i genitori provenienti da famiglie della ricca borghesia. Direttore di banca il papà (quando essere direttore di banca era un mestiere per illustri professionisti), proprietari terrieri in Puglia la mamma. Oltre le terre anche un palazzetto nel centro di Gravina. Arriva la Guerra alla fine della quale Caterina e il papà scendono a Gravina per avere cura del palazzetto. Capirne le condizioni e provare a venderlo. Oltre ad evitare che venisse occupato da chi tornava dalla guerra senza avere neanche un posto dove dormire. È qui che incontra Michele Pepe. Mio nonno che era un giovane imprenditore agricolo volle acquistare l’immobile. Era un bel palazzo signorile in centro a gravina. Con un giardino molto grande. Situazione di prestigio e per lui che era ambizioso sembrò aggiungere un bel tassello. Entrò con mia nonna che gli aprì la porta e rimase folgorato. Da mia nonna. Una donna milanese, laureata, raffinata. Lui era fidanzato con una bella ragazza locale. Proprietaria terriera molto ricca. Ma quando vide mia nonna non capì più niente. Mia nonna è ancora viva. Ha 97 anni, legge il sole 24 ore e suona il violino. Lei è milanese nell’anima. Si è sposata con mio nonno e non è più uscita di casa. Si sono girati il mondo insieme ma non è mai andata a fare una spesa. Ci siamo dovute scontrare e scardinare tante di quei luoghi comuni e fissazioni che nella piccola borghesia ci sono ancora. Abbiamo amici che ragionano ancora come ragionavano i loro nonni. Noi che siamo donne che siamo state fuori abbiamo dovuto lottare per scardinare queste idee e questa mentalità. Un modo ragionare che andava cinquanta anni fa. Quando facevamo i pranzi di natale c’era l’etichetta. Avevamo delle regole. A casa di mio nonno andavano ambasciatori, diplomatici. Molto più formali. Ci hanno insegnato regole che abbiamo scardinato per il benessere nostro ma anche per dimostrare che non è questo che ti porta al successo. O alla felicità. Ti rimane una forma di buona educazione. Per quanto i miei nonni fossero benestanti, mantenere una proprietà non è facile. Mia nonna ha sempre lavorato. Vendeva le mandorle nel portone. Perché quando c’era da lavorare, nonostante fosse istruita e benestante, era lei che le vendeva decidendo il prezzo. Si metteva li con i sacchi. Il successo lo devi costruire con il lavoro e devi essere tu in prima persona. Abbiamo avuto questi esempi magistrali. Tutti si aprono la schiena. Mio nonno me lo ricordo chino sulle carte alle tre di notte. Quando raccogliamo il grano, ci sono 45 gradi. Ci svegliamo la mattina alle 5 e alle 10 stiamo ancora nei campi con una temperatura pazzesca. Anche se non ce la fai, ce la devi fare. Hai visto le persone a cui volevi bene che facevano un sacrificio personale per lasciarti qualcosa. Niente è caduto dal cielo. Pensare a tutte e quattro interessate forse non era nei sogni. Quattro femmine. Difficile pensare che tutte volessero lavorare in azienda. Che bel regalo hanno fatto al papà. Quattro figlie a lavorare insieme nella stessa azienda con grande voglia. E poi il vino. Impossibile, inimmaginabile solo pensare che queste quattro donne possano vedersi imporre qualcosa da qualcuno. Si informano, leggono, sperimentano, si lasciano consigliare ma poi sono lo a dedicare. Ecco perché i vini sono la loro esatta espressione di vitalità ed energia. Vini che possono essere schiaffi o carezze ma che sono non “delle” Sorelle Pepe. Sono “le” Sorelle Pepe. Dentro queste due bottiglie di Aglianico in versione rossa e rosato ci sono loro: Valentina, Caterina, Micaela, Raffaella. Produciamo un Rosso ed un Rosato. Rosato fresco. Non tutti gli anni. Rispettiamo la vendemmia e ci piace far vedere come è andata l’annata. Nel momento in cui abbiamo deciso di creare un vino nostro (era il 2015) abbiamo contattato una ragazza che è la nostra enologa Valentina Cicimarra. Non avevamo la cantina. Volevamo un posto per vinificare qui vicino e creare due etichette. Dovevano rispettare i nostri gusti. Non volevamo qualcosa di simile agli altri. Il nostro rosato è atipico perché di quasi 14 gradi. Intenso e caldo come aroma. Volevamo vini giovani, con la nostra mentalità di ricambio. Entrare è stato difficilissimo. Sembrava una impresa impossibile. Le 7000 bottiglie massimo diecimila rispetto alla annata sono poche. Poi arriveranno gli altri vitigni. L’Aglianico rosso fa un passaggio in legno in botti grandi per sei otto mesi. Cerchiamo di capire i canoni per poi portarlo li La barrique ce l’abbiamo li come estetica. Sono devastanti queste sorelle. Una forza. Che meraviglia!! Il nostro rosato non è un vino leggero. Vorremmo avere una gamma che solletichi i gusti di tutti. A me piacciono i rossi. Qui ci sono cantine che fanno buoni bianchi. Se ci metti cura vengono fuori bei vini. Magari un blend tra Aglianico e Primitivo. Qualcosa con personalità. Prodotti che assomigliano a chi li fa. Io bevo molto rosso ma non quelli a 18 gradi. Anche il Primitivo deve essere una via di mezzo. Le cose buone in campagna si fanno tirando fuori il meglio da ciò che hai. Quanto conosci il vigneto seguendolo dalla potatura alla vendemmia. Andiamo in vigna tutti i giorni. Facciamo noi. Assaggiando i loro vini ho immaginato nonno Michele che vede per la prima volta Caterina innamorandosene perdutamente: una porta che si apre, i sensi che si destano, il cuore che batte, la mente che inizia a vagare leggera. Se non è amore questo….. Quattro sorelle è il rosso da Aglianico con passaggio in botte grande. Bel colore rubino e bella vivacità già appena versato nel bicchiere. Non si presenta come un Aglianico importante, opulento, massiccio. Anche al naso appare si “vissuto” per via della frutta cotta ma sono poi i sentori vegetali di sottobosco che lo rendono più snello. L’impressione è di essere in una cucina a Natale con una “Stella di Natale” sul tavolo mentre la frutta cuoce sui fornelli corredata dai sentori acquisiti dalla botte: cacao, bacche di vaniglia, chiodi di garofano, cardamomo, pepe.
Al sorso si capisce poi la differenza di cui sopra. Vigoroso certamente con i tannini che non risultano troppo importanti e la freschezza che, meraviglia, lo rendono quasi verticale. Il frutto svetta con una arancia e il finale con la punta di amarognolo lo rende particolarmente intrigante necessitando ulteriori sorsi per capire. Ottimo bilanciamento e una bocca che rimane fresca e pulita con una persistenza non particolarmente lunga. Insomma un vino che può sembrare da tutti i giorni se non fosse che occorre abbinarlo con qualcosa (ma non di particolarmente importante). Determinato Rose di San Cataldo, ricorda la masseria dove hanno iniziato a vinificare proprio il rosato. Quello da 14° insomma. Avete presente quando vedi una bella casa che dentro risulta essere ancora più bella? Ecco, così è questo rosato. Fuori appare bellissimo e invitantissimo per via di un brillante colore rosso cerasuolo. Al naso i sentori inebriano per la quantità di frutta (melone, melograno, fragoline di bosco, lamponi, ribes, ciliegia bianca, arancia rossa) e fiori: semplicità e qualità come a dire chic. Quando si porta in bocca il primo sorso la vigoria sapida fa subito capire che c’è concretezza e intensità. Quella della Puglia con il suo sole e i venti del mare. Il finale quasi amarognolo, i piena continuità con il rosso, intriga così tanto che non si può fare a meno di portarlo nuovamente in bocca. Equilibrio raggiunto con una meravigliosa freschezza nella quale l’arancia e i frutti rossi dolci convivono senza eccessi, come se lo spessore e la forza dell’Aglianico si ingentilisse senza perdere la sua vigoria. Intrigantissimo. Il nostro collaboratore Luigi che sta con papà da trenta anni, ha avuto tanta pazienza nell’’insegnarci le cose. In campagna i segreti si tramandano e Luigi sapeva che se non li avesse insegnati a noi sarebbero andati persi. Lui ci tiene. Quando non andiamo perché c’è la parte amministrativa ci dice: siete andate in ferie? La vigna si segue. In vigna non si va mai senza le forbici. Uno dei più grandi insegnamenti in campagna è il fare. Non ce ne si sta con le mani in mano in una azienda agricola. Si entra in vigna con le forbici perché c’è sempre da fare. Ma devi sapere cosa fare e per questo devi avere la fortuna di qualcuno che te lo insegni. Così come devi avere la forza e l’umiltà per ascoltare. Solo così si impara. Solo cosi si può capire cosa fare. Luigi è per tutte e quattro una risorsa. Lo è stato per il padre e per l’azienda. Lo è per loro. Chissà cosa gli ha detto Raffaele a Luigi… Lasciatemi poi che conceda tutta la mia solidarietà ai mariti/compagni delle quattro sorelle. Vivere con questi tornado non deve essere affatto semplice. Ma l’amore è bello anche per questo. I nostri mariti sono le vittime del sistema. Subiscono in silenzio tutte le nostre decisioni. Quando andiamo alle fiere e preparo il borsone mi dice: te ne vai? Spesso vengono con noi. Ciò che traggo dalla meravigliosa conversazione con queste stupende donne è il profondo rispetto per la famiglia e per il territorio che le ospita. La capacità di guardare al futuro, l’intelligenza nell’affrontare la vita con pragmatismo e forza, la determinazione nel fare le cose. Ma ciò che sono in grado di trasmettere con tutto il loro fascino è l’allegria, intesa come capacità di guardare alle cose con sana leggerezza. Quella leggerezza data dal sapere che le cose occorre farle e allora non serve lamentarsi ma trovare il bello ovunque. Donne i cui impegni non si fermano in azienda ma continuano a casa. Ognuna con le proprie famiglie, i mariti, i figli. Perché così è per le donne. Quando smettono di lavorare in azienda iniziano il lavoro a casa. Continuando a percepire un solo stipendio però! Valentina, Caterina, Micaela e Raffaella. Sono loro le sorelle Pepe. Loro gestiscono adesso l’azienda di famiglia adesso, loro la gestiranno nel futuro. Tutto al femminile! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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È la battuta finale di Costantin alias Adriano Celentano nell’episodio “Venerdì” del film Sabato, domenica e venerdì di Martino, Castellano e Pipolo (1979).
Costantin, impresario del balletto stile Moulin Rouge per impedire alla ballerina Jacqueline di scappare con il suo innamorato, la sposa. Successo assicurato per il balletto che così che il suo il suo fido collaboratore Ambrose escama: Però l’hai pagata cara eh? Pensa un pò se te ne dovesse scappare un’altra… Costantin risponde Impossibile, le ho già sposate tutte. In fondo è quello che fa un padre quando si ritrova con quattro figlie femmine. Non può che trattarle allo stesso identico modo. Tenendo ovviamente conto delle differenze caratteriali. Tutto facile e tutto normale. Lapalissiano direi. Ovvio, si direbbe. Proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva. Siamo al sud, in Puglia, in un piccolo paesino, Poggiorsini nei pressi di Gravina di Puglia (BA). Il papà si chiama Raffaele Pepe e gestisce l’azienda che la famiglia possiede da generazioni: 200 ettari di terreno. Tanta terra, tante cose da gestire. Dalle persone, alle lavorazioni, ai fornitori, alla commercializzazione di prodotti che in queste terre sono principalmente cerealicoli. Sapete che c’è una Borsa del grano a Foggia? La mattina ci si sveglia e, al pari di un trader, si verifica la quotazione del grano così che la giornata può assumere mood diversi. Come un trader insomma. Con la differenza che qualunque sia la quotazione, il lavoro devi comunque farlo dalle prime luci dell’alba al calar del sole. Con quattro figlie femmine e nessun maschio, per quanto puoi essere di mentalità aperta, un minimo di preoccupazione ti assale. Non per il borsino ma perché i figli si vogliono proteggere. Il lavoro in campagna è duro assai e quando poi hai quattro figlie femmine, che stimi all’inverosimile, cerchi di proteggerle maggiormente. È per questo che Raffaele e la moglie decidono che le figlie devono fare ciò che meglio ritengono per loro. A partire dallo studiare lontano. Solo se vorranno, ritorneranno. Sarà una scelta loro senza che vi sia imposizione alcuna. Caterina è agronomo. Valentina ha studiato informatica e poi è diventata sommelier. Micaela ha studiato economia. Raffaella contabilità e logistica. Quattro figlie. Quattro donne che hanno percorso autonomamente un tratto della loro vita per poi tornare per avere un ruolo nell’azienda di famiglia Nelle aziende familiari per quanto si possono decidere dei compiti diventa tutto un minestrone. La giornata si deve chiudere. Chi raggiunge cosa con quali mezzi non è importante. Quando sei in piedi dalle cinque e si fanno le otto senza vedere la fine si diventa nervosetti. In famiglia c’è molta elasticità. Ognuno di noi ha orari flessibili. Mio papà ha settantatré anni e sta fuori la porta perché l’agricoltore muore in campagna e non va in pensione. Rimane li sempre. Essendo quattro figlie e invece di mandarlo via… Ma avremmo dovuto ahahah Per avere un ricambio generazionale soft abbiamo scelto di aggiungere all’azienda qualcosa che a me appassionava particolarmente. Siamo in un territorio vocato ed era una nostra passione. Avendo questi vigneti dai quali riuscivamo a tirare fuori un buon prodotto, abbiamo preso due ettari di Aglianico per destinarli ad una nostra produzione. In pratica abbiamo smesso di conferire creando una etichetta che fosse solo delle sorelle. Nasciamo da una famiglia di agricoltori da parecchie generazioni. In Puglia e nella nostra zona, dagli anni 70 in poi è stata prevalentemente cerealicola. Abbiamo questa azienda in mano. Fino agli anni 70 facevamo di tutto. Le mandorle, il vino, oltre ai cereali. La nostra è sempre stata una azienda molto diversificata. Ci abbiamo sempre tenuto. Papà, nonno. Noi siamo quattro sorelle e nate in questa realtà. Ognuna di noi ha fatto il nostro percorso di studi. Percorsi sempre finalizzati a tornare in azienda. Le sorelle Pepe. Una forza della natura. Quattro donne. Quattro personalità. Quattro modi di approcciare la vita. Un solo desiderio: gestire l’azienda di famiglia. In un contesto maschile e maschilista scelgono volontariamente di voler essere la continuità dell’azienda di famiglia. Non altri. Non i loro mariti. Loro. Solo loro. Non basta la volontà. Non è semplice vincere le diffidenze delle persone. Anche quella del papà che però diffidenza non è. Raffaele lavora nell’azienda da una vita. Anzi, da più vite. Anche quelle precedenti che si riversano sulle sue ossa. La sua non è diffidenza. È necessità di mettere in guardia il bene più prezioso della sua vita. Ma anche quel sano orgoglio di una persona che ancora non si sente pronto per mettersi da parte. È qui che subentrano le donne. Con la loro intelligenza prospettica e la capacità di attendere. La donna non è impulsiva come l’uomo, attende. Medita, programma, studia. Attende. Una attesa che è vera strategia perché mai attuata nell’immobilismo. È il 2015 quando le sorelle sfruttano l’occasione del vigneto di Aglianico piantato sei anni prima da papà Raffaele e creano l’Azienda Vinicola Famiglia Pepe. Un modo per diversificare in questo territorio così prossimo alla Basilicata dove l’Aglianico del Vulture è Re incontrastato. Uva da conferire perché di mettersi a fare il vino Raffaele non ha ne tempo ne voglia. Lui no…. Le viti c’erano già perché la nostra famiglia aveva la produzione vitivinicola. Nonno e papà avevano il Sangiovese e il Merlot venduti a cantine del centro Italia. Faceva la quantità Papà volle impiantare dopo una serie di analisi, l’Aglianico. Siamo dirimpettai con il Vulture. Il confine con la Basilicata dista due km. Abbiamo capito che l’Aglianico che tutti ci chiedevano magari era buono. Quando papà decise di impiantare il vigneto, era indeciso su cosa impiantare e ci ha chiamato. Noi abbiamo detto, ci siamo, ci scegliamo il vitigno ma sappi che sarà la tua fine nel senso che diventa cosa nostra. Ha capito di aver sbagliato solo a chiamarci. Gli uomini che vivono con tante donne si lasciano dolcemente condurre. Siamo entrate a gamba tesa nel senso positivo. Se sai che quello sarà il tuo lavoro diventa lo scopo della tua vita Anche perché ha avuto quattro lavoratrici gratis! Lui neanche la bolletta si va più a pagare. Siamo cresciute con l’idea di portare avanti quello che era già nostro. Nella cultura aziendale era offrirci un motivo valido per rimanere qui. Noi abbiamo studiato all’estero e ti rendi conto che non è tutto oro ciò che luccica. Poter lavorare a casa è un plus Loro pensano al lato umano. Sapevano benissimo che se non ci fossimo realizzati nel nostro lavoro, qui ci sarebbe comunque stato da mangiare. Ci sono stati molto vicini nelle dinamiche personali. Sul lavoro ci hanno lasciate libere. Nessuna cattiveria in queste parole. Anzi, rispetto totale per un padre che ha dato loro la possibilità di crescere e sbagliare, crescere e formarsi, crescere e farsi le ossa. Sapendo già in cuor suo che un simile momento sarebbe prima o poi arrivato. Ognuna delle sorelle ha nel padre il rispetto e l’ammirazione di chi, facendolo, capisce quanto sia complicato condurre una azienda del genere. Siamo come il riccio. Siamo entrate con due ettari e abbiamo piantato altri due ettari a Fiano e Primitivo. Poi abbiamo estorto un capannone, quello che lui adibiva alla essiccazione del tabacco dicendo “visto che il tabacco non lo fai più, ce lo prendiamo” Abbiamo fatto la cantina in questa cascina molto scenografica. In un contesto nel quale c’è la vigna e nel mezzo la cascina. Le due ali laterali destinati ad accoglienza ed uffici mentre il centro è per la produzione. Cosa faccia il riccio non lo so davvero ma la strategia delle sorelle Pepe è fin troppo chiara. Entrare in punta di piedi (non senza sgomitare) nell’azienda di famiglia. Un modo per non creare traumi al padre. Un modo per tributargli rispetto senza che questo possa apparire come elemento di debolezza. Perché tale non è. Ciò che è conquistato infatti diventa di totale, assoluta, esclusiva pertinenza delle sorelle. La vigna, la cantina, il vino: guai a toccarlo! Il rovescio della medaglia è lavorare con i genitori che diventano grandi. Non si comportano come con i dipendenti. Un padre si permette di fare il domus. Ti fa fare pure le figuracce. Abbiamo impiantato il vigneto nel 2008 ed il percorso è stato lento. Non ci riteneva capaci. Eravamo più giovani e venivamo dalla scuola. I primi anni sono stati difficili perché le difficoltà erano enormi. Anche di comunicazione. Quando abbiamo scelto ci siamo interrogate e abbiamo deciso. A noi questo lavoro piace. Chiunque quando inizia in questo tipo di aziende ormai meccanizzate ed informatizzate, si affascina. Papà ha sempre creduto nel bio dicendo che questa è casa sua e la deve trattare bene. Ci dice che se volete mantenere pulito dovete usare la zappa. Altro che prodotto. Vuoi il pratino all’inglese? Usa la zappa. Quattro sorelle sulla stessa lunghezza d’onda che nella loro grande intelligenza sono riuscite a dividere e ripartire i compiti per quanto questo sia possibile in una azienda agricola di stampo familiare. Poggiorsini è il comune più piccolo della Puglia e siamo riusciti a portare i turisti. Qui non c’è niente da vedere. È tutta campagna. Quando vediamo che apre un agriturismo, anche se sappiamo cosa gli aspetta ma non glielo diciamo, lo accogliamo sempre con felicità. Perché quando la campagna è viva, l’obiettivo è arrivare come la toscana e i Piemonte. È mentalità ,di quanto può far bene stare in campagna, osservare i tempi. Ti assicuro che se riesci a far combaciare i tempi della vita con quelli della campagna, la vita stessa ne trae giovamento. Sono innamorate della campagna. Della vita. Hanno una mentalità che magari si scontrerà con il contesto e sarà difficile, ma è quella giusta. Trovare gli elementi per far si che qualcosa possa accadere. Cercandola e costruendola. Come hanno fatto con il vino. L’agricoltura deve sfruttare i tempi della natura. Accettare. Quando si mette il tempo nero per giorni, gli operai li hai. Devi accettare. A fare questa vita piace. Ma non devi essere ingordo perché non è detto che se lavori dodici ore guadagni per dodici ore. Lo scorso anno abbiamo fatto un terzo della produzione di rosato. Ognuna di noi ha la sua dimora. Tre su quattro sono sposate e hanno il comparto familiare da portare avanti. Mia madre non ci vuole I nostri genitori non ci hanno voluto. Hanno un palazzo nel centro di Gravina e hanno una casa tutta loro. Si poteva pensare di mettere almeno una figlia ma non ci hanno voluto Quando c’è la separazione fisica trovi uno spazio La nostra è una forma di educazione molto rigida perché molto antica. Mia nonna, la madre di mio padre, è milanese. Milano Milano. Mio padre è cresciuto così e anche a noi hanno cresciuto così. I figli si baciano di notte e a diciotto anni si devono trovare, da soli, la loro strada. Loro non sono i genitori che vogliono i figli vicino. Il rapporto è tale per cui se vuoi vivere la tua vita, lo devi fare. Le persone sono felici quando libere. La grandezza di una famiglia sta tutta qui. Nell’educazione che sono riusciti ad impartire alle proprie figlie. La capacità di trasmettere la cultura familiare. Quella delle generazioni precedenti. “La nonna era milanese”. Quanto è strana la vita certe volte. Trovarsi in Puglia, nel cuore della Puglia rurale e pensare che le origini siano milanesi fa davvero strano. Però a scavare nel passato delle persone, le favole prendono corpo. Caterina Lubrano, oggi splendida donna di 97 anni che suona ancora il violino e legge ogni giorno il Sole24h, nasce a Milano da madre di origini pugliesi e papà milanese. Entrambi i genitori provenienti da famiglie della ricca borghesia. Direttore di banca il papà (quando essere direttore di banca era un mestiere per illustri professionisti), proprietari terrieri in Puglia la mamma. Oltre le terre anche un palazzetto nel centro di Gravina. Arriva la Guerra alla fine della quale Caterina e il papà scendono a Gravina per avere cura del palazzetto. Capirne le condizioni e provare a venderlo. Oltre ad evitare che venisse occupato da chi tornava dalla guerra senza avere neanche un posto dove dormire. È qui che incontra Michele Pepe. Mio nonno che era un giovane imprenditore agricolo volle acquistare l’immobile. Era un bel palazzo signorile in centro a gravina. Con un giardino molto grande. Situazione di prestigio e per lui che era ambizioso sembrò aggiungere un bel tassello. Entrò con mia nonna che gli aprì la porta e rimase folgorato. Da mia nonna. Una donna milanese, laureata, raffinata. Lui era fidanzato con una bella ragazza locale. Proprietaria terriera molto ricca. Ma quando vide mia nonna non capì più niente. Mia nonna è ancora viva. Ha 97 anni, legge il sole 24 ore e suona il violino. Lei è milanese nell’anima. Si è sposata con mio nonno e non è più uscita di casa. Si sono girati il mondo insieme ma non è mai andata a fare una spesa. Ci siamo dovute scontrare e scardinare tante di quei luoghi comuni e fissazioni che nella piccola borghesia ci sono ancora. Abbiamo amici che ragionano ancora come ragionavano i loro nonni. Noi che siamo donne che siamo state fuori abbiamo dovuto lottare per scardinare queste idee e questa mentalità. Un modo ragionare che andava cinquanta anni fa. Quando facevamo i pranzi di natale c’era l’etichetta. Avevamo delle regole. A casa di mio nonno andavano ambasciatori, diplomatici. Molto più formali. Ci hanno insegnato regole che abbiamo scardinato per il benessere nostro ma anche per dimostrare che non è questo che ti porta al successo. O alla felicità. Ti rimane una forma di buona educazione. Per quanto i miei nonni fossero benestanti, mantenere una proprietà non è facile. Mia nonna ha sempre lavorato. Vendeva le mandorle nel portone. Perché quando c’era da lavorare, nonostante fosse istruita e benestante, era lei che le vendeva decidendo il prezzo. Si metteva li con i sacchi. Il successo lo devi costruire con il lavoro e devi essere tu in prima persona. Abbiamo avuto questi esempi magistrali. Tutti si aprono la schiena. Mio nonno me lo ricordo chino sulle carte alle tre di notte. Quando raccogliamo il grano, ci sono 45 gradi. Ci svegliamo la mattina alle 5 e alle 10 stiamo ancora nei campi con una temperatura pazzesca. Anche se non ce la fai, ce la devi fare. Hai visto le persone a cui volevi bene che facevano un sacrificio personale per lasciarti qualcosa. Niente è caduto dal cielo. Pensare a tutte e quattro interessate forse non era nei sogni. Quattro femmine. Difficile pensare che tutte volessero lavorare in azienda. Che bel regalo hanno fatto al papà. Quattro figlie a lavorare insieme nella stessa azienda con grande voglia. E poi il vino. Impossibile, inimmaginabile solo pensare che queste quattro donne possano vedersi imporre qualcosa da qualcuno. Si informano, leggono, sperimentano, si lasciano consigliare ma poi sono lo a dedicare. Ecco perché i vini sono la loro esatta espressione di vitalità ed energia. Vini che possono essere schiaffi o carezze ma che sono non “delle” Sorelle Pepe. Sono “le” Sorelle Pepe. Dentro queste due bottiglie di Aglianico in versione rossa e rosato ci sono loro: Valentina, Caterina, Micaela, Raffaella. Produciamo un Rosso ed un Rosato. Rosato fresco. Non tutti gli anni. Rispettiamo la vendemmia e ci piace far vedere come è andata l’annata. Nel momento in cui abbiamo deciso di creare un vino nostro (era il 2015) abbiamo contattato una ragazza che è la nostra enologa Valentina Cicimarra. Non avevamo la cantina. Volevamo un posto per vinificare qui vicino e creare due etichette. Dovevano rispettare i nostri gusti. Non volevamo qualcosa di simile agli altri. Il nostro rosato è atipico perché di quasi 14 gradi. Intenso e caldo come aroma. Volevamo vini giovani, con la nostra mentalità di ricambio. Entrare è stato difficilissimo. Sembrava una impresa impossibile. Le 7000 bottiglie massimo diecimila rispetto alla annata sono poche. Poi arriveranno gli altri vitigni. L’Aglianico rosso fa un passaggio in legno in botti grandi per sei otto mesi. Cerchiamo di capire i canoni per poi portarlo li La barrique ce l’abbiamo li come estetica. Sono devastanti queste sorelle. Una forza. Che meraviglia!! Il nostro rosato non è un vino leggero. Vorremmo avere una gamma che solletichi i gusti di tutti. A me piacciono i rossi. Qui ci sono cantine che fanno buoni bianchi. Se ci metti cura vengono fuori bei vini. Magari un blend tra Aglianico e Primitivo. Qualcosa con personalità. Prodotti che assomigliano a chi li fa. Io bevo molto rosso ma non quelli a 18 gradi. Anche il Primitivo deve essere una via di mezzo. Le cose buone in campagna si fanno tirando fuori il meglio da ciò che hai. Quanto conosci il vigneto seguendolo dalla potatura alla vendemmia. Andiamo in vigna tutti i giorni. Facciamo noi. Assaggiando i loro vini ho immaginato nonno Michele che vede per la prima volta Caterina innamorandosene perdutamente: una porta che si apre, i sensi che si destano, il cuore che batte, la mente che inizia a vagare leggera. Se non è amore questo….. Quattro sorelle è il rosso da Aglianico con passaggio in botte grande. Bel colore rubino e bella vivacità già appena versato nel bicchiere. Non si presenta come un Aglianico importante, opulento, massiccio. Anche al naso appare si “vissuto” per via della frutta cotta ma sono poi i sentori vegetali di sottobosco che lo rendono più snello. L’impressione è di essere in una cucina a Natale con una “Stella di Natale” sul tavolo mentre la frutta cuoce sui fornelli corredata dai sentori acquisiti dalla botte: cacao, bacche di vaniglia, chiodi di garofano, cardamomo, pepe.
Al sorso si capisce poi la differenza di cui sopra. Vigoroso certamente con i tannini che non risultano troppo importanti e la freschezza che, meraviglia, lo rendono quasi verticale. Il frutto svetta con una arancia e il finale con la punta di amarognolo lo rende particolarmente intrigante necessitando ulteriori sorsi per capire. Ottimo bilanciamento e una bocca che rimane fresca e pulita con una persistenza non particolarmente lunga. Insomma un vino che può sembrare da tutti i giorni se non fosse che occorre abbinarlo con qualcosa (ma non di particolarmente importante). Determinato Rose di San Cataldo, ricorda la masseria dove hanno iniziato a vinificare proprio il rosato. Quello da 14° insomma. Avete presente quando vedi una bella casa che dentro risulta essere ancora più bella? Ecco, così è questo rosato. Fuori appare bellissimo e invitantissimo per via di un brillante colore rosso cerasuolo. Al naso i sentori inebriano per la quantità di frutta (melone, melograno, fragoline di bosco, lamponi, ribes, ciliegia bianca, arancia rossa) e fiori: semplicità e qualità come a dire chic. Quando si porta in bocca il primo sorso la vigoria sapida fa subito capire che c’è concretezza e intensità. Quella della Puglia con il suo sole e i venti del mare. Il finale quasi amarognolo, i piena continuità con il rosso, intriga così tanto che non si può fare a meno di portarlo nuovamente in bocca. Equilibrio raggiunto con una meravigliosa freschezza nella quale l’arancia e i frutti rossi dolci convivono senza eccessi, come se lo spessore e la forza dell’Aglianico si ingentilisse senza perdere la sua vigoria. Intrigantissimo. Il nostro collaboratore Luigi che sta con papà da trenta anni, ha avuto tanta pazienza nell’’insegnarci le cose. In campagna i segreti si tramandano e Luigi sapeva che se non li avesse insegnati a noi sarebbero andati persi. Lui ci tiene. Quando non andiamo perché c’è la parte amministrativa ci dice: siete andate in ferie? La vigna si segue. In vigna non si va mai senza le forbici. Uno dei più grandi insegnamenti in campagna è il fare. Non ce ne si sta con le mani in mano in una azienda agricola. Si entra in vigna con le forbici perché c’è sempre da fare. Ma devi sapere cosa fare e per questo devi avere la fortuna di qualcuno che te lo insegni. Così come devi avere la forza e l’umiltà per ascoltare. Solo così si impara. Solo cosi si può capire cosa fare. Luigi è per tutte e quattro una risorsa. Lo è stato per il padre e per l’azienda. Lo è per loro. Chissà cosa gli ha detto Raffaele a Luigi… Lasciatemi poi che conceda tutta la mia solidarietà ai mariti/compagni delle quattro sorelle. Vivere con questi tornado non deve essere affatto semplice. Ma l’amore è bello anche per questo. I nostri mariti sono le vittime del sistema. Subiscono in silenzio tutte le nostre decisioni. Quando andiamo alle fiere e preparo il borsone mi dice: te ne vai? Spesso vengono con noi. Ciò che traggo dalla meravigliosa conversazione con queste stupende donne è il profondo rispetto per la famiglia e per il territorio che le ospita. La capacità di guardare al futuro, l’intelligenza nell’affrontare la vita con pragmatismo e forza, la determinazione nel fare le cose. Ma ciò che sono in grado di trasmettere con tutto il loro fascino è l’allegria, intesa come capacità di guardare alle cose con sana leggerezza. Quella leggerezza data dal sapere che le cose occorre farle e allora non serve lamentarsi ma trovare il bello ovunque. Donne i cui impegni non si fermano in azienda ma continuano a casa. Ognuna con le proprie famiglie, i mariti, i figli. Perché così è per le donne. Quando smettono di lavorare in azienda iniziano il lavoro a casa. Continuando a percepire un solo stipendio però! Valentina, Caterina, Micaela e Raffaella. Sono loro le sorelle Pepe. Loro gestiscono adesso l’azienda di famiglia adesso, loro la gestiranno nel futuro. Tutto al femminile! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
19 Settembre, 2024
GIULIANO PETTINELLA, ovvero "il peso del Montepulciano d'Abruzzo"
Vabbè, di Giuliano (Pettinella) saprete già tutto (ne ho scritto persino io)!
Comunque, facciamo un ripassino insieme?
Marchigiano (ma abruzzese), avvocato (ma vignaiolo), modesto artigiano (ma ormai ben consapevole delle proprie capacità).
“Pendola” tra Macerata, Silvi Marina e Tocco da Casauria inseguendo non un vino (due in realtà) ma l’idea dello stesso.
Assurto alle cronache nel 2010 con le prime bottiglie di un Cerasuolo d’Abruzzo che poi si chiamerà “TAUMA” in onore delle due figlie gemelle e delle due vigne (gemelle anch’esse) dalle quali provengono le uve con cui lo produce, non ha mai deviato dal proprio percorso, lavorando di cesello su un’opera nata già capolavoro, sgrossando, arrotondando, dando enfasi all’arte della sottrazione anziché al barocco enoico.
Ecco dunque che mi ritrovo con Giorgio (D’Orazio) a Tocco da Casauria in quella casa che diede i natali al Nonno di un Giuliano che, con lo stesso impegno che mette nelle sue produzioni, la sta ora trasformando in quella che si appresta ad essere la sua nuova cantina.
Sono locali in cui si respira memoria e si assapora il futuro, un mix elegante che convoglia le emozioni nel presente di un bicchiere.
E proprio il bicchiere è, per una volta, già di per sé un’emozione.
Un bicchiere che riconosco subito pur non avendolo mai preso in mano prima d’ora, un contenitore di Emozioni privo di materia.
“ZALTO”, non “un” bicchiere ma “IL” bicchiere!
L’antimateria di quegli “scovapuzze” a norme ISO che Giuliano usa in cantina, un’arma assoluta capace di lasciare chi beve inerme di fronte al solo “peso” del vino (Iñárritu ci potrebbe girare un seguito del suo film).
Un peso che può opprimere coloro che si avvicinino all’assaggio senza aver purificato il proprio animo da sovrastrutture o preconcetti oppure un peso che può essere il giusto prezzo da pagare per arrivare all’illuminazione.
In ogni caso, di seguito troverete un sacco di parole inutili a descrivere tre vini “vivi”, mai domi, che incedono a testa alta e che sono continua scoperta.
Cercateli, assaggiateli, sfogliateli, illuminatevene!
– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “TAUMA” 2022: di questo 2022 avevo già scritto qui e, a distanza di qualche mese, confermo e correggo quanto già asserito.
Il vetro s’è rivelato lampada magica esaudendo il desiderio che il brutto anatroccolo si trasformasse in cigno.
Decisamente troppo freddo anche per una torrida giornata d’Agosto come questa, stenta un pochino a carburare nascondendo dietro inutili pudicizie olfattive quell’anima di concreta, rustica eleganza.
È la mano sporca di terra che si pulisce sulla gamba del pantalone prima di tendersi a cercare di stringere la vostra, quella mano che diventa invito ad accomodarsi sotto un albero di visciole (qui siamo in campagna e l’amarena, quella dei topping cui siamo abituati, non è di casa).
Con sottile gentilezza, il tannino accompagna l’aspra croccantezza della melagrana, quasi una risata che scioglie i cuori e lascia che il contadino, prima nascostosi, ricompaia privo ormai di vergogna alcuna.
Il sorso arriva per necessità, compulsivo, necessario.
Ed è una conferma, la firma in calce a un olfatto che era promessa e ora è certezza.
Forse la batteria batte un ritmo appena fuori tempo evidenziando l’incongruo di sottili tostature ma…
Siamo davvero sicuri che un vino debba essere didascalico?
Grande vino, GRANDE DAVVERO (peccato che sia veramente l’ultima bottiglia, sottratta per di più a chi avrebbe dovuto venderla)!
Da bere ascoltando BACK TO BLACK (LIVE) di AMY WINEHOSE.
(91 Punti, ma potrei essere di parte).
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2022: china appena il capo sotto la spinta di un alcol che s’allea a un clima che avrebbe sorpreso anche Annibale all’epoca del suo soggiorno peligno ma ritrova presto la dignità che gli compete.
S’appresta al naso sul filo di un tavolato di soffitta e vecchi ricordi, scandendo i toni di un legno perfettamente integrato nel racconto del calice e suggerendo forse il peso dell’anima dei vinaccioli.
Ed è in un sottobosco non dimentico di verdi cortecce e funghi che s’apre poi la radura del frutto croccante, delle bacche scure e delle spezie.
In bocca è arrembante e godereccio.
I piccoli sorsi non gli si confanno.
Ne vuole di lunghi, ripetuti, da spegnere la sete.
Ritrova poi la calma quando la ciliegia diventa quella sotto spirito della nonna e, di nuovo, l’assenza di orpelli e sovrastrutture rende l’assaggio un unicum con le emozioni.
Il fondo del calice rivela poi un futuro di incenso legandolo a un presente di vegetale tradizione.
Da bere ascoltando N.I.B. dei BLACK SABBATH.
(89 Punti, per ora).
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DI CASAURIA 2023 (no label): prova di botte che dimostra come “prova” sia soltanto una parola e che spetta a noi riempirla di significato.
E se lasciamo che il significato ce lo metta Giuliano allora dobbiamo scomodare termini importanti come “casa”, “radici”, Territorio”.
Saranno 600 bottiglie frutto di quanto sopravvissuto alla peronospora, il meglio, quello che la natura, nella sua spietatezza, ha deciso di salvare.
E questo “meglio” colpisce il naso con il dinamismo di un Hagler dei tempi migliori e Vi mette subito al tappeto.
Singolarmente più affine al “TAUMA” che al Montepulciano precedente, rivela una differenza macroscopica con questo.
Un libro con molte più pagine da sfogliare scritto con la penna meticolosa di un esistenzialista russo.
Una continua scoperta.
Il naso è grasso, materico ma affatto pesante.
Danza agile sui piedi vegetali della Tradizione per menare colpi a suon di tostature che accostano l’amaretto al caffè.
Accosta complessità di cioccolato e boero a balsamicità rustiche quanto serve e ci trascina inesorabile nel gorgo della voglia di un sorso lungo e dissetante.
In bocca, la massa olfattiva sembra svanire in una danza leggiadra tenuta viva dal tannino stuzzicante e da tocchi speziati che allargano a Oriente il panorama.
Un vino che va “oltre” i confini del già scritto.
Un vino che sa di futuro e che, in quanto tale, non ha bisogno di punteggi.
Da bere ascoltando CREEP dei RADIOHEAD (ma interpretata, live e unplugged, dai PRETENDERS)
Roberto Alloi
VINODENTRO
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18 Settembre, 2024
Andrea Desana. Il Monferrato Casalese può emergere
Sono nato a Casale Monferrato nel lontano 1949. Mio padre, quando ero piccolo, l’ho visto abbastanza poco perché era stato in Senato dal 58 al 63 ma impegnato anche prima in Comune poi Provincia. Percorso che poi ho fatto anche io. È sempre stato un punto di riferimento, un esempio per me. Cosa che spero abbiano altre persone. Mi ha dato una impostazione già da piccolo.
Siamo con tutta probabilità in un’epoca diversa da quella che era il passato. Contavano gli ideali, contavano i fatti. Si usciva da una disastrosa guerra che aveva lasciato solo macerie. Macerie fisiche e morali. Macerie delle anime e delle cose. Macerie dalle quali occorreva, necessariamente, risorgere. Ogni persona era consapevole che occorreva ricostruire, mattone su mattone. Rimboccandosi le maniche. Lavorando. Guardando al futuro. Dimenticando il passato.
Già il passato. Mica facile da dimenticare per chi, come Paolo Desana, oltre a fare la guerra era stato rinchiuso in un campo di concentramento. Ma, alla fine della Guerra, non c’era tempo per pensare al passato o leccarsi le ferite. Occorreva ricostruire un Paese.
Si faceva e si discuteva. Si discuteva e si faceva. Oggi purtroppo, si discute solo. Pure troppo. Ma senza fare.
Andrea Desana è uno di quelle persone che non rimane con le mani in mano. Non si da pace nel vedere il lavoro di suo padre e la storia che non riescono ad attecchire in un territorio con enormi potenzialità quale è il Monferrato. Non si da pace, ma combatte.
Paolo Desana era il papà di Andrea. Senatore della Repubblica della III Legislatura dal 1958 al 1963. Senatore dopo la Guerra e i campi di concentramento. Senatore con la voglia di fare qualcosa per un paese distrutto dal conflitto. Pensate solo alla differenza con i parlamentari di oggi. Altro che saltimbanchi, cantanti, attori, estremisti e nani ballerini. A quei tempi le Istituzioni erano cosa seria e per entrarci occorreva saper fare e aver fatto qualcosa. Per farne alter appunto. Paolo Desana riuscì, dove altri fallirono nel far approvare la legge che regolamentava la creazione delle DOC. (Dpr 930/1963, Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini).
Leggere oggi sul collo di una bottiglia “DOC”, Denominazione di Origine Controllata o “DOCG” (Garantita) sembra normale e scontato seppure importante per il sinonimo di “qualità” che le lettere suscitano. Chiamare le cose con il proprio nome è fondamentale poiché ne identifica immediatamente le caratteristiche.
Cosa ci sia però dietro un semplice e banale acronimo non è così chiaro. La complessa e complicata trama di leggi, indicazioni, specifiche, accordi, pratiche, ecc. ecc. ecc. diventa argomento, ostico, per pochi.
Quello che oggi appare scontato per il semplice fatto che c’è, è in realtà frutto di tanto lavoro sia per redigere l’apparato normativo sia, cosa ancora più complessa, trovare le giuste sponde per farlo approvare. Merito infatti di Paolo Desana, il Padre delle DOC, fu proprio quello di tessere una fitta rete di contatti volti a spiegare e superare le diffidenze dei produttori che non vedevano di buon occhio la creazione delle DOC.
Ero il figlio del senatore. Sembravo quasi un raccomandato. Ho fatto il militare anche se ero il figlio del senatore mentre altri no. A Udine. Mio padre era convinto che il militare potesse essere utile. Da giovane non ero il primo della classe. Cantavo in un complesso. Facevo molto sport. Ero un pò distratto. Ho fatto il liceo classico con mamma che era una professoressa di lettere. Essere rimandato in italiano non era bello. Però mai bocciato. Ho imparato in quel contesto a copiare dai primi della classe. Spesso lo dico ai produttori del Monferrato dai primi della classe che sono anche vicino a noi nelle Langhe o in Toscana. Papà mi portava dietro. In Toscana e a Ischia dove sono nate le prime DOC. Poi in Puglia. Mi aveva tutto interessato. Alla fine del liceo inizia a pensare a cosa dovevo fare all’università e sono arrivato a scegliere agraria. A Torino. L’interesse specifico è nato li. Dopo ho iniziato a lavorare alla Coldiretti seguendo l’agricoltura per gli aspetti che mi sono più consoni dell’organizzazione e del coordinamento. Le cose un pò specifiche mi annoiano. Devo vedere le cose più ampie. Sono 17 anni adesso che sono in pensione.
Andrea è innamorato del suo territorio. Di quel Monferrato che è zona di prossimità, passaggio, transito. Oscurato da un territorio nel quale, con il tempo, la giusta dedizione e un gran lavoro collettivo si è realizzato un vero capolavoro di notorietà: le Langhe.
Che sia Alto, Basso o Astigiano, il Monferrato è comunque un territorio meraviglioso riconosciuto solo da poco (2014) come Patrimonio dell’umanità UNESCO. Mentre però nell’Alto e nell’Astigiano lo spirito consortile, l’intraprendenza di alcuni e l’attento lavoro di marketing territoriale ne stanno contrassegnando la crescita, nel Basso, quello che fu con Casale capitale del Monferrato, le cose non vanno di pari passo.
Questo il cruccio di Andrea che con grande spirito di abnegazione e tante iniziative cerca di portare elementi atti a valorizzare il casalese. Lui è di qui. Suo padre Paolo era di qui. Eppure, e sembra un paradosso, un contrappasso o non so cosa, proprio nel luogo di vita del Padre delle DOC non c’è una DOC.
Non solo Paolo Desana ma altri tre grandi personaggi del mondo enologico scelsero Casale Monferrato per mettere a frutto elementi di fermento e innovazione, base per lo sviluppo del quale goderono solo altri distretti.
Giuseppe Antonio Ottavi, fondò nel 1854 il primo giornale agricolo “Il Coltivatore” che diede poi via alla nascita della Associazione della Stampa Agricola Italiana.
Federico Martinotti fu l’inventore (ma fa più fine parlare di Charmat forse per cercare di battersela con lo Champagne!) del Metodo di Spumantizzazione in autoclave. Il suo brevetto risale al 1895 mentre quello di Eugène Charmat risale al 1907.
Arturo Marescalchi, dopo aver sposato la figlia di Giuseppe Antonio Ottavi, iniziò, grazie anche alle sue esperienze enologiche e alla docenza a Conegliano, il suo grande lavoro di valorizzazione dei territori sia come giornalista sia come deputato e senatore (attività che svolse dal 1915 al 1944).
Nel 2013 abbiamo fatto un libro e uno spettacolo teatrale per il cinquantenario della DOC. C’erano i cori che cantavano le canzoni del vino. Quattro attori che impersonavano i quattro moschettieri del vino. L’abbiamo replicato dieci volte.
È infatti proprio durante quel 2013 quando Andrea Desana e la sua associazione individua in Paolo, Giuseppe, Federico e Arturo i Quattro Moschettieri della DOC. Pur non essendo in connessione diretta tra essi, il lavoro di ciascuno di loro fu determinante per l’enologia nazionale.
La legge è uno strumento per raccontare come è stato e come vorremmo che fosse il Monferrato Casalese dalla metà dell’800 in avanti. Un terreno fertile che grazie a Giovanni Lanza, Presidente del Consiglio dell’epoca, ha attirato grandi agronomi. Era un pò la Silicon Valley dell’agricoltura.
Se tanto il Monferrato Casalese ha dato al mondo del vino appare davvero strano come lo stesso territorio non abbia avuto la forza, specialmente consortile, di mettere a frutto la propria identità.
Il coordinamento è quello che manca nelle corde cromosomiche dell’Italia. Quest’anno è il centenario della scomparsa di Federico Martinotti e come Comitato Casale Monferrato Capitale della DOC, gruppo fondato nel 2015 e che grazie al comune di Casale risiede al Castello, abbiamo organizzato una serie di manifestazioni. Lo stiamo ancora facendo. Questo sforzo è culminato il dieci maggio quando abbiamo fatto un convegno importante nell’ambito di Golosaria. Coordinare una regione, più comune, consorzi, è stato uno sforzo immane.
Un uomo Andrea che ha certo preso l’abbrivio dal padre ma poi ha viaggiato da solo. Con idee proprie e con capacità proprie.
Andrea, Martello per gli amici, è sempre li. Lancia idee, come quella, in occasione della celebrazione di Martinotti, di mettere insieme i consorzi che lo usano come il lambrusco e il prosecco.
Quando venne qui il ministro Lollobrigida suggerii di creare un consorzio per il coordinamento dei spumanti di qualità metodo Martinotti.
Non c’è frustrazione nelle parole di Andrea. C’è però incredulità nel vedere il proprio territorio, al quale non manca nulla, non emergere come gli altri. Incredulità che si trasforma in voglia di fare. Senza mai un passo indietro. Mai un tentennamento. Andrea è un pozzo di informazioni. Il suo archivio, quello che ha messo a disposizione del Comune di Casale Monferrato e del Centro DOC (riconosciuto come Bene di importanza storica nel 2022), è pieno di documenti che Andrea ha raccolto partendo dalle attività di papà Paolo.
Durante il covid ho portato una serie di documenti che il Ministero della Cultura ha ritenuto di interesse storico. Sono in fase di riordino grazie ad un bando regionale e al supporto di un gruppo di albesi. Siamo dei volontari e i finanziamenti sono a zero. I bandi chiedono un contributo iniziale e abbiamo potuto iniziare il progetto tramite una fondazione di alba. Servono soldi per iniziare il bando.
Quei documenti e tutta la sua attività sono volti a fornire gli elementi e gli spunti per trovare una identità. È da qui che si deve necessariamente partire se si vuole metabolizzare, per poi narrare, la propria storia e quella del territorio.
Noi cerchiamo di fare tutto il possibile e non lo abbiamo ancora fatto. Siamo la cornice storica che valorizza i produttori nel territorio. Abbiamo dato una mano al gruppo che ha consentito il riconoscimento europeo del territorio del vino 2024. Con l’apertura della sede sono arrivate oltre 500 persone. Poi l’iniziativa su Martinotti. Nel Monferrato mancano alcuni strumenti importanti. Io sono di Casale ma il Monferrato è anche altro. Questo è il primo tema perché ognuno vede il suo Monferrato. Parlando del Barbera del Monferrato ad esempio, li manchiamo di strumenti che possono coordinare e sovvenzionare. La DOC Barbera del Monferrato da oltre quindici anni non ha un consorzio. Lo scrivo sui giornali locali ad esempio. Il primo ottobre dello scorso anno abbiamo festeggiato il sessantesimo anno della DOC ma niente.
Può sembrare ai più un lavoro inutile ma è come l’acronimo DOC: per arrivare a queste tre semplici lettere c’è voluto il lavoro incessante di tante persone, l’analisi di tanti documenti, l’azione di mediatori. Se il Monferrato vuole avere un futuro, non può che partire da qui. Non fosse altro perché c’è e va valorizzato.
La storia rappresenta le fondamenta. Le nostre fondamenta. Ma vanno trovate e valorizzate.
La Storia. Si parla tanto della Storia ma si dimenticano le storie. Quelle delle persone, artefici, interpreti fondamentali di azioni che ne hanno indirizzato il corso. Storie drammatiche, difficili, impossibili. Come quella di Paolo Desana che Andrea racconta nel suo libro La storia di due vite tra lager e vini DOC. Una toccante ricostruzione della vita del padre che dopo aver visto morte e sofferenza trova la forza per aiutare nella ricostruzione. Senza improvvisarsi e con la sola voglia di contribuire, fattivamente, alla rinascita di una nazione..
Andrea continuerà a lavorare, raccogliendo documenti, raccontando storie, promuovendo convegni, perché il Monferrato Casalese possa, finalmente, crescere e vedersi riconoscere quel credito che da tempo merita.
Occorrerebbe solo che tutti capissero che in questo, c’è il bene di una collettività.
PS se vi va di saperne di più delle carte di Paolo Desana, non mancate il 22 settembre alle ore 10.30 nella Sala Marescalchi, durante la Festa del Vino del Monferrato, quando si terrà il convegno Vitivinicoltura e resistenza. Tra passato e futuro. Ne vale la pena!
Ivan Vellucci
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