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14 Ottobre, 2024

Mi manca l'aria

In sostanza chiedevo un anestetico, un letargo, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace nel mondo. Chiedevo la mia. C. Pavese Che silenzio stamattina! Siamo soli nell’universo? Lo sguardo scandaglia i tetti di una città ancora addormentata, come fosse uno spazio siderale, nella speranza di intercettare un segnale, un qualsiasi segnale, che ci confermi l’esistenza di civiltà. Finora però ogni sforzo si è tradotto in uno strano, e un po’ inquietante, silenzio. Significa che dobbiamo arrenderci all’idea che si è davvero soli? Non necessariamente. Il silenzio che circonda forse vuol dire che si ricerca la cosa sbagliata nel modo sbagliato, e che un buon inizio per affrontare la probabilità dell’esistenza è affrontare l’eccezionalità nell’universo della presenza nei luoghi visti e vissuti. L’occhio ingannato dal vivido realismo delle immagini, si comporta come una mano, confondendo l’intelletto. Tale inganno suscita sensazioni legate a doppio filo alla nostra capacità empatica e alla percezione del corpo, portando ad interrogarsi sulla portata illusionistica della vita Questa riflessione nasce da una messa a fuoco della percezione. Da un esercizio di attenzione congiunto di chi scrive, che presuppone, una straordinaria sospensione interiore, un silenzio ed una quiete eccezionali. Ebbene, in questo momento, la mente non è sgombra. La verità è che il tempo in più, che è dato a molti di noi in questo periodo, non ha la stessa qualità che, se fosse il risultato di una trasformazione strutturale o “sana” delle nostre vite. Il tempo in più che abbiamo non è vuoto, è abitato da un nuovo campo di forze. In questo contesto, un’opzione è quella di non imporsi di scrivere. Mi Manca l’Aria è il risultato di un’indagine a partire da un improvviso impedimento fra la gola e i polmoni: in quell’assenza di respiro, si concentra, dipanata nella confessione di chi scrive. Ci sono luoghi che non si limitano a raccontare storie: sono salvezze silenziose, ripari invisibili quando l’anima vacilla. In questi luoghi in cui il mondo sembra sgretolarsi sotto i nostri piedi, sono i ricordi a trovarci, come fari nella nebbia. Tra i ricordi, scopriamo parole che sembrano scritte per noi, verità nascoste che ci confortano e ci scuotono, risvegliandoci dal torpore. Alcuni pensieri non ci offrono solo una via di fuga: ci portano a galla, ci danno respiro quando tutto il resto manca d’aria, restituendoci frammenti di noi stessi che credevamo perduti per sempre. Come un lungo racconto attraverso il sogno e lo spazio, La Vecchia Dogana, è una mappatura delle terre dell’immaginazione, dell’emergere di simboli, figurazioni, echi di strofe ed enigmi. Qui la poetica del luogo si situa, oltre il mero concetto di spazio, trovandosi costantemente errante attraverso le mete del possibile, viaggiando in un intrico minuzioso di segni, tra rovine e fabulae intimistiche, tra terre inconsce e natura, profilando una miscellanea di visioni che si costruiscono come percorsi del sentire, tra interiorità, cosmo e incanti del mondo naturale. Giuseppe e Natalia hanno realizzato qualcosa di unico a Bologna, città dove la proposta è molteplice ma spesso monocorde. Alla Vecchia Dogana, attraverso le proposte di beverage & food (Vini e Delizie dal Mondo), puoi sondare l’invisibile spazio confinale tra la persona e il globo. Esemplificazione di questo processo è Matthias Warnung – Potato Land 2023. Vino importato direttamente dal locale (altro plus del modus operandi da non sottovalutare) senza l’ausilio di intermediari (Agenzie/Distributori). Uve 100% Gruner Veltier raccolte a mano, pressate direttamente in cantina, dove effettuano una fermentazione malolattica per mezzo dei propri lieviti in vasche d’acciaio inox; qui viene lasciato affinare per 11 mesi. Un vino bianco soffice che assume caratteristiche nuove trasmesse nel bicchiere, facendo assaporare l’Austria e i suoi panorami. Quando ti Manca l’Aria, naturalmente, c’è anche l’opzione di continuare a scrivere. Comporre, potrebbe anche essere un modo di comprendere e rielaborare la congiuntura. Quasi ovunque, in questi giorni, il soundscape (così lo chiamerebbe Murray Schafer, il cui libro “Il paesaggio sonoro” si concentra molto sull’aspetto uditivo dei processi sociali) è cambiato radicalmente. Viviamo, al momento, nel bel mezzo di una sovrabbondanza di messaggi, di parole, di testi, di gesti che assumono spesso una valenza sonora. E la ridondanza, secondo l’intuizione di antropologi come Lang e Malinowski, è alla base del mito e del rito. Ridondanza di parole da un lato, di gesti dall’altro. E forse è proprio da qui che prenderà le mosse la rielaborazione del momento. Come i non detti, anche i non scritti contano moltissimo. Uomini senza anima, la poesia è morta ormai, musica, fiori di plastica……morirà? O. Petrini LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 15 prodotti in mescita: Francia, Austria, Portogallo, Grecia, Ungheria, Argentina, Nuova Zelanda. Bollicine e Vini Fermi, Bianchi e Rossi.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino  
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12 Ottobre, 2024

Ricomincio da ONAF!!

E adesso una nuova sfida! Dopo una lunga estate ricca di viaggi, assaggi, esperienze sensoriali, culturali e non solo, riprendo a scrivere sulla mia rubrica, partendo da una nuova sfida: il corso di Maestro Assaggiatore di formaggi con ONAF.
Il mondo dei prodotti caseari è vasto e affascinante. Attraverso lo studio approfondito e l’acquisizione di tecniche di assaggio specifiche, desidero dare il mio contributo per promuovere e diffondere la conoscenza di questi straordinari prodotti spesso artigianali e tradizionali, sostenendone così lo sviluppo e accrescendo il loro apprezzamento.
Per accedere al corso di secondo livello organizzato dall’ONAF e aspirare al titolo di Maestro Assaggiatore di formaggi, è necessario innanzitutto aver conseguito la qualifica di Assaggiatore. Tuttavia, questo non basta: è indispensabile maturare quattro crediti formativi certificati dall’associazione. I crediti possono essere ottenuti partecipando ad attività specifiche riconosciute e convalidate dall’ONAF, come visite didattiche presso caseifici o degustazioni formative. Questi eventi non solo permettono di accumulare i crediti necessari, ma offrono anche l’opportunità di arricchire ulteriormente le proprie conoscenze pratiche e sensoriali nel mondo caseari Il mio percorso con ONAF Il mio viaggio nel mondo dei formaggi è iniziato lo scorso anno, quando ho deciso di frequentare il corso di primo livello dell’ONAF, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi. Fondata nel 1989 a Cuneo, ONAF ha l’obiettivo di promuovere e valorizzare la qualità dei formaggi italiani attraverso l’analisi sensoriale e l’educazione sui metodi di produzione. Il corso di primo livello è stato il punto di partenza, un percorso fondamentale per acquisire le basi tecniche e di una corretta degustazione sensoriale necessarie per comprendere e apprezzare la complessità di questo universo. Struttura del corso di primo livello Il corso di primo livello si articola in dieci lezioni di due ore ciascuna, suddivise in una parte teorica e una pratica. Si inizia con lo studio del latte, esplorando le sue diverse tipologie, la composizione, i trattamenti a cui è sottoposto e le razze degli animali da latte. Successivamente, ci si concentra sul processo di produzione del formaggio, analizzando le diverse tecnologie applicate che danno vita a varietà come formaggi a pasta filata, erborinati e a crosta fiorita. Si passa quindi allo studio dei difetti. Un’altra fase importante del corso riguarda la cultura e la normativa casearia, con un’attenzione particolare alle denominazioni DOP, IGT e STG (Specialità Tradizionale Garantita), che rappresentano prodotti presenti sul mercato da almeno 30 anni; tra questi, ricordiamo con affetto la Mozzarella!
Sembra complicato, vero? Ma non vi siete già un po’ incuriositi? In ogni lezione, una parte è dedicata all’assaggio di tre o quattro formaggi, permettendo agli studenti di riconoscerne le caratteristiche organolettiche, come la consistenza, il profumo, gli aromi e il sapore. Durante questo viaggio sensoriale, abbiamo esplorato le diverse regioni dello Stivale, comprese le isole!
Al termine del percorso, è previsto un esame teorico, composto da un questionario a risposte multiple, e una prova di degustazione sensoriale in cui gli studenti devono compilare una scheda descrittiva. L’esame si conclude con un colloquio orale con il commissario, che ha il compito di verificare le competenze acquisite durante il corso. La cerimonia di investitura Superato l’esame con successo, si passa a una cerimonia davvero suggestiva. Uno dei momenti più emozionanti della serata è stato il momento in cui ho ricevuto la mia investitura ufficiale. In quell’occasione, oltre a ricevere il diploma di assaggiatore, mi è stata consegnata la spilla ufficiale dell’ONAF, un simbolo che attesta il riconoscimento del mio titolo. Durante la cerimonia, ho avuto l’onore di firmare il registro dell’albo degli assaggiatori di formaggi, un gesto simbolico che segna il mio ingresso ufficiale in questa comunità di appassionati e professionisti.   Il prossimo obiettivo: diventare Maestro Questo primo traguardo mi ha motivato a non fermarmi, e così non mi sono accontentata della qualifica di assaggiatore. Il passo successivo è diventare Maestro Assaggiatore di formaggi, un titolo che rappresenta il massimo livello di competenza nell’arte dell’assaggio. Per accedere al corso di secondo livello, è fondamentale essere in regola con la tessera associativa e affrontare un programma che si rivela davvero impegnativo! Il corso si compone di sei incontri di tre o quattro ore ciascuno, arricchiti da visite a caseifici, dove si può approfondire il processo di produzione del formaggio. Anche in questo caso, il percorso culmina con un esame finale che mette alla prova le competenze acquisite. Vi terrò aggiornati su come procede! Ho già partecipato alle prime due lezioni, e vi assicuro che non si scherza: ci sono sessioni di analisi sensoriale, test di riconoscimento dei sapori rigorosamente alla cieca per esplorare le soglie di percezione sensoriale e imparare a formare un panel di assaggiatori professionisti. Abbiamo anche approfondito la scheda a punteggio per i formaggi, uno strumento essenziale per attribuire un valore ai prodotti. Mi fermo qui per oggi! Promuovere la cultura dei formaggi Concludo esprimendo le mie intenzioni: attraverso questa nuova avventura, desidero contribuire a promuovere e divulgare la conoscenza dei prodotti caseari, un aspetto fondamentale della nostra tradizione enogastronomica. Come il vino, il formaggio è un’espressione del territorio, e conoscere le tecniche di assaggio ci permette di apprezzarne le sfumature e la qualità. Essere parte di questa comunità significa anche educare i consumatori e sostenere lo sviluppo di una cultura del formaggio che valorizzi il lavoro dei casari e la ricchezza dei nostri prodotti. Siete pronti a seguirmi in questo viaggio nel mondo dei formaggi?
Allora questa volta non alziamo solo i calici, ma anche le forme e… cheese cheese!🧀 Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo  
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11 Ottobre, 2024

Luca Dellisanti. Okùs, l’eleganza dell’essenzialità

Nella vita si parte tante volte e altrettante si torna. Per andare al lavoro. Per andare a fare la spesa. Per andare ad una festa. Per andare a cena con la propria metà. Si torna. Si torna sempre. In un modo o nell’altro si torna. Così come si torna alla propria terra. Quella in cui siamo nati e vissuti per brevi o lunghi attimi di vita.
si parte e si continua a partire. Brevi o lunghi viaggi che ci portano lontano o lontanissimo. Partir c’est mourir un peu. Sono gli unici versi che si conoscono di un poeta e scrittore francese che scrisse invece tanto ma tanto altro. Edmond Haraucourt . Partire è un pò morire. Perché quando parti per qualcosa che senti come duraturo, se non definitivo, muori un pò dentro. Ti lasci alle spalle pezzi di vita. Belli o brutti che siano, hanno fanno parte della tua vita. Anche se muovi passi verso un ignoto che sarà magari magnifico, dietro ci sono pezzi di vita. Difficili da dimenticare. Luca Dellisanti, da Gorizia, sua città natale, immediatamente dopo il liceo vola a Londra. Li ad aspettarlo c’è Costanza. Stanno insieme proprio dal liceo anche se lei è due anni più grande di lui. A Londra Luca studia e si laurea in genetica per poi andare a lavorare alla Anthony Nolan, una organizzazione no profit che opera nel campo delle cellule staminali.
Luca si occupa dei test di compatibilità tra i pazienti in attesa di trapianto. Analisi del dna, sequenziamento… Uno di quei lavori forse oscuro ma fondamentale per assicurare che un trapianto vada a buon fine. Due anni e mezzo di lavoro e mi è piaciuto tanto. Lavoro, colleghi. Tutto. Non mi è piaciuta per niente Londra. Sei in una grande città. Ci sono tante persone. Ma sei solo. Mi piangeva il cuore. Il week end mi piangeva il cuore. Aprivi Facebook e vedevi gli amici di Gorizia che andavano fuori e facevano festa insieme. Dopo un pò non ho resistito più. Ricordo i we da soli e una infelicità nemmeno latente. Costanza e Luca. Stare insieme a Londra e fare il lavoro che amano non basta. Non basta più. Troppo forte è il richiamo di casa. Le radici. La terra. Davvero a Londra si sentono come due esuli. Difficile capire per chi non è mai stato fuori di casa. Come quei bamboccioni che non riescono ad allontanarsi da casa. Ricordo quando dopo la laurea andai a lavorare a Torino. Non sapevo nemmeno quanto avrei guadagnato. Mi chiamarono il giovedì per essere operativo il lunedì seguente. Partii con il treno e una valigia con un albergo prenotato per solo tre notti. Da li costruii tutto. Furono anni all’inizio complicatissimi. Ma sono sopravvissuto. So bene cosa voglia dire sentirsi solo e lontano da casa. Un lavoro certo bellissimo, gli amici e le cose belle. Ma casa è un’altra cosa. Quando comunque parlo con persone giovani come Luca, capisco quanto ancora di buono ci sia in questo mondo. Quanta voglia di fare. Quanto spirito di intraprendenza e, soprattutto, quanta capacità di mettersi in gioco per ricominciare tutto d’accapo ci sia in certi giovani. Tornare a Gorizia per Costanza e Luca vuol dire salto nel buio. Cosa fare una volta tornati non era chiaro. Di certo, non stare con le mani in mano. Siamo tornati a Gorizia. Eravamo comunque fortunati nell’avere entrambe le nostre famiglie a Gorizia. Anche nella peggiore delle ipotesi di chi come noi si fa le ansie circa il lavoro, comunque c’era e c’è stato il sostegno delle nostre famiglie quando ne abbiamo avuto bisogno. Ma sapere che c’è aiuta. Mio papà è magazziniere in una ditta che commercia apparecchi medicali. Mia mamma lavorava (è appena andata in pensione) in un centro culturale sloveno. Con lei parlo in sloveno e con papà in italiano. Ho fatto le scuole qui a Gorizia con il programma italiano e la lingua che si insegnava in sloveno. Costanza si da da fare e riesce a diventare giornalista. Luca si da da fare e inizia a lavorare nel campo della viticoltura. Era la sua una passione fatta di frequentazioni e contaminazioni scolastiche. Alle medie andavo in classe con tre amici con i quali siamo ancora amici che avevano aziende vinicole su per i colli. Music, Fiegl, Paraschos. Non avevo però mai fatto nessun corso nemmeno da assaggiatore. Mi attirava istintivamente ma senza avere la capacità di comprendere bene. A Londra nel dopo lavoro mi ero iscritto al corso WSET livello tre con una preparazione fatta prima. Se prima c’era un istinto, una volta che ho cominciato a mettere insieme il puzzle ovvero capendo cosa c’è dietro al gusto del vino, ho scoperto un mondo. Così l’interesse è aumentato a dismisura. Quando siamo tornati ho pensato che c’è questa cosa che mi interessa tanto dunque riparto da zero con il vino. Riparto da zero. Ecco la bellezza dei ragazzi. La capacità di rimettere tutto in gioco e ricominciare partendo dalle basi. Luca è uno di quei ragazzi che non fa le cose tanto per farle. Ha bisogno di capire prima di qualunque altra cosa. Capire i processi e i fenomeni. Solo così può pensare di spiccare il volo da solo. Ecco quindi che Luca va a lavorare prima da Paraschos e poi da Radikon. Come dire, all’università del vino. Tornati a dicembre 2017. Nel 2018 la potatura da Paraschos, nel 2019 l’annata completa da Radikon. Sono andato ad imparare da quelli bravi. Ho la fortuna che sono attaccati a Gorizia. Paraschos poi è anche mio amico. Ho cominciato da li a sperimentare. Uno con la mentalità scientifica non può che sperimentare. Luca ha di che cimentarsi visto che qui a Gorizia, un nonno con un pò di vigna non si nega a nessuno. È vero che i miei genitori non sono vignaioli ma il nonno aveva un mini vigneto dietro casa. Così già dal 2018 ho cominciato a fare prove. Non sapendo cosa stavo facendo ho fatto comunque quattro damigiane. Con il culo del principiante sono pure venute bene. Nel 2019, aceto completo. L’annata dunque non esiste. Con la 2020 abbiamo fatto le bomboniere del matrimonio. La 2021 non era per niente buona. La 2022 era buona ed è in vendita. È il metodo scientifico in fondo. Fatto di sperimentazioni. Studio, analisi, sperimentazioni.
Peccato che serva altro per mantenere una famiglia. Luca lo sa ed è per questo che inizia a lavorare in una azienda di Cormons che si occupa di consulenza tecnica e gestionale nel mondo del vino, la Perleuve. Mi sono scervellato anche io per capire come si pronunciasse il nome per poi leggere nel logo che è solo l’acronimo di Per Le Uve.
Solo che senza esperienza specifica, si parte da zero. Motopompa in spalla, tuta bianca e maschera a trattare. Tutta l’estate cosi. Compito di Luca è quello di fare i trattamenti su micro particelle analizzandone poi le evoluzioni e i comportamenti al fine di valutare le migliori strategie. Per la serie, ci si rimbocca le maniche e via. Quando si parte da zero si fa di tutto. Ecco la meraviglia dei giovani che hanno voglia di fare. Dopo due anni sono diventato consulente. Adesso seguo più aziende anche importanti. Abbiamo anche un servizio per le previsioni meteo che ci fornisce i meteogrammi con temperature e umidità oltre che vento. Questo ci serve per i trattamenti fitosanitari. La cosa innovativa dello studio dove lavoro è il fare un monitoraggio serio in vigneto. È vero che ci sono le condizioni meteo giuste per fare il trattamento. È vero che c’è la data giusta. Abbiamo però sufficienti foglie aperte e sviluppate perché ci siano le condizioni ideali dello sviluppo della peronospora? Questo implica che si riduce di tanto. Si va in vigna si verifica la tipologia e poi si consiglia il trattamento. Incluso i prodotti. È molto elegante perché fai un bel lavoro resource demanding. Tante persone però che devono monitorare i vigneti. La voglia di un approccio scientifico di Luca è evidente dalle sue parole. Lui è fatto così. È la sua natura. Una natura che, unita alle frequentazioni dei suoi amici vignaioli, lo porta a capire cosa sia necessario fare per produrre vini naturali. Non è solo una questione di filosofia. L’approccio scientifico di Luca implica che per produrre vini naturali è necessario partire dal vigneto e per lui, che non ne ha, vuol dire trovarne di idonei. Altrimenti niente. Si usa la tecnologia per assecondare la natura. A me piace perché voglio avere un approccio scientifico. Anche se faccio vini naturali non vuol dire che li faccio sulla per partito preso. Certe volte nell’ambito di vini naturali o biodinamici si fanno i vini per religione quasi. Qui l’approccio è un altro. Luca va in cerca di vigneti. Devono avere non solo la giusta collocazione ma anche custodire i vitigni che lui ama. Nelle condizioni in cui abbiamo i vigneti a disposizione qui, è una cosa fattibilissima. Basta scegliere i vigneti giusti. Basta non piantare alcuni vigneti in zone sfavorevoli. Ci sono zone dove è impossibile, difficile o controproducente. Se occorre fare troppi trattamenti non vale la pena. La maggior parte delle aziende che seguo, sono biologiche. Basta non scegliere il posto sbagliato. Sceglie la vigna giusta per essere naturale. Anche in questo c’è programmazione. Il ragionamento dietro è semplice: se posso raggiungere lo stesso risultato con meno input diventa tutto più elegante e salubre. Una parte di rischio con un vigneto nel posto giusto e vendemmiando bene una parte di rischio rimane. Il gioco vale la candela però. È un tema di priorità. Preferisco avere un pò di rischio. Luca sa bene che un lavoro lo l’ha e questo gli consente di mantenere questa filosofia e il rischio che ne consegue. Sono circondato da aziende importanti che fanno vini molto precisi con input minimi. Anche in cantina. Sono super attenti. Sempre ad assaggiare. Hanno avuto una grande influenza e una grande rassicurazione per me. I vini di Paraschos sono strepitosi per me. Sono esempi che mi hanno dato fiducia. Mi hanno mostrato come si facevano i lavori e tuttora mi confronto con loro. L’azienda di Luca si chiama Okùs, una parola slovena che vuol dire “gusto”. Dopo aver iniziato con poco più di seimila metri quadri, adesso sono due ettari presi in affitto dopo due anni di ricerca. Prima c’era la persona che mi ha detto si ma con Pinot Grigio, Carmenere, ecce. Quando ha scoperto che volevo farlo in biologico mi ha detto no. Ho trovato vigneti della varietà giusta ma in zone troppo umide. Oltre alle sfighe che ci sono state, ci abbiamo messo tempo per trovare la soluzione. Parlando con la persona giusta al momento giusto, la zona che mi piaceva e la varietà che mi piaceva. È stata una botta di culo. Volevo una Malvasia Istriana e il Tocai Friulano. La Malvasia non ce la ho. O meglio ho solo mezzo filare. Tutto il resto è Tocai. Poi Merlot. Quando la terra non ce l’hai, devi andare in giro a cercartela. Non sembra, ma di contadini non più disposti o non più in grado di coltivare le viti, purtroppo, ce ne sono tanti. Lasciati da soli dai propri figli o dalle proprie forze. Ben vengano ragazzi come Luca che hanno solo la voglia di rimboccarci le maniche per coltivarli. Certo, che qualcuno si opponga al biologico non lo capisco proprio. Vigneti di venticinque o trenta anni si trovano. Più vecchie si sudano. Anche trovare in affitto in queste zone non è semplice e me le sono sudate. Conosco i vignaioli per il lavoro che faccio. Ma nonostante questo è difficile inserirsi perché prima di darti la loro vigna ci pensano. Quest’anno c’è stata la fiducia di una viticolture che mi ha ceduto parte dei suoi vigneti che non riusciva più a coltivare. Vinifico a casa di un mio amico che mi ha concesso due vasche. Una per il rosso e una per il bianco. Due soli vini per Okùs. Un bianco da Friulano e un rosso da Merlot. Entrambe prodotti secondo la filosofia di Luca che prevede niente se non le uve. Lieviti ovviamente nemmeno a parlarne. Macerazioni anche lunghe. Affinamenti in acciaio. Il Rosso Merlot è rosso ed è Merlot. Il colore rubino scuro con un lievissimo riflesso porpora è quello del Merlot. Sentori vinosi arricchiti dalla balsamicità e dal frutto croccante che emerge prepotente con ciliegia, prugna, mora. I fiori rossi e l’erba appena tagliata conferiscono freschezza a bilanciare sapientemente l’olfatto.
In bocca è un vino vero. Di quelli che ti aspetti per il semplice fatto di essere in queste zone. La freschezza si esalta anche grazie a tannini presenti ma non aggressivi. Persistenza anche abbastanza lunga per un vino senza tempo e con un tempo che ricorda il passato dei vini veri. Tanta sostanza con il frutto vivo e croccante che viene preservato nella sua freschezza. Questo è uno di quei pochi vini ancora rimasti che bevi con pane e salame e in grande scioltezza. Il Bianco da Friulano offre una visione bellissima: dorato, trasparente e luminosissimo. I sentori sono immediatamente di pesca percoca, frutti tropicali come ananas e mango; fiori di camomilla che diventano miele. Grande grandissima rotondità che si arricchisce anche di note di pera, salvia e vaniglia. Insomma tutto sa di rotondità stemperata dalle nuance di mandarino.
In bocca è decisamente meraviglioso con la freschezza, sì presente ma non invasiva; la pesca che torna riempiendo la bocca con un finale quasi mandorlato a stemperare la dolcezza. Sapido, secco e con una base tannica ottenuta grazie alla macerazione nei tini di legno. Persistenza lunga che non disturba, anzi, richiede sempre un altro sorso. Il mandarino torna insieme alla pesca a realizzare un tripudio di sapori. Sa di vino, di quelli veri e di un tempo che non c’è più.  Non c’è nulla di artefatto e si sente cosi che la sua concretezza, meraviglia. Essenziale ed elegante Mi piacerebbe che il cliente apprezzasse la varietà di provenienza del vino apprezzando ad esempio le differenze con un Tocai classico. Sullo stile, uno stile più acidulo, meno alcolico e con aromi e profumi intensi. Che sia fatto in maniera elegante. Se ci sono operazioni che si possono non fare per arrivare allo stesso risultato, non le faccia. Luca parla di eleganza. L’eleganza di uno scienziato che si approccia alla cantina così come alla vigna con metodo e precisione. L’eleganza o meglio l’essenzialità nel fare solo ed esclusivamente ciò che serve. Niente di più. In cantina, faccio solamente io. Ogni tanto mi da una mano un mio amico, Davide. Abbiamo due aziende separate ma ci diamo una mano per tutto. Da quest’anno, avendo preso dei vigneti in più e avendo la fortuna che mia madre e mia zia sono in pensione, mi danno una mano anche loro in vigna. Mamma lavorava in ufficio e mi ha detto che non voleva più lavorare in ufficio. Nonostante il livello raggiunto in così poco tempo, Luca ha la consapevolezza delle cose che fa e di ciò che può ottenere. Se sia l’ardore di un giovane o la sicurezza di chi sa il fatto suo, solo il tempo ce lo dirà. Però, detto tra noi, per uno che faceva sequenziamenti del genoma, seguire le indicazioni di un enologo o di un agronomo, non credo che vi siano particolari problemi. In barba a tutti coloro che pensano ci vogliano tante vendemmie per essere un vignaiolo serio. A livello enologico, potendo tornare indietro, vorrei avere le conoscenze di un enologo o di un agronomo. Non le ho ma non ho le risorse ne il tempo per rimettermi a studiare. Anche se nel tipo i vino che faccio molte cose non vengono applicate. Però conoscendo le basi, sapere perché succede una cosa nel vigneto, anche se decidi di non intervenire, è meglio saperlo. Sono pronto si. Anche per la parte enologica visto che dal 2018 faccio le prove. Ho capito lo stile di vino che mi piace e gli errori più grossi da non commettere. La mia percezione è di avere sufficienti esperienze per potermi dedicare. Eppure, la genetica gli manca. Così come gli manca quella vita con i colleghi a Londra. La genetica mi manca abbastanza. Mi manca molto l’ambiente lavorativo perché a Londra era super. In due anni e mezzo che ero su, sono riuscito a fare passi avanti incredibili con le persone che non vedevano l’ora di incoraggiarti e spingerti. Non è una cosa che si trova dappertutto. Quello mi manca tanto. Sicuramente mi manca quello che in prospettiva sarebbe diventato il mio lavoro. Nei laboratori eravamo chiusi e non vedevi la luce del giorno. In prospettiva non la volevo fare per il resto della vita. Sarei però entrato negli uffici a fare analisi dati e autorizzazioni dei risultati. Non lo volevo fare tutta la vita. Scelte di vita. È davvero stupefacente vedere come un ragazzo giovane come Luca sapesse già cosa volere dalla vita. Un vero ragionamento di prospettiva. Poco comune. Purtroppo.
Per staccarsi dal suo lavoro e dedicarsi esclusivamente al proprio progetto di vita, non è ancora tempo. Ma il ragazzo è sveglio e si farà Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette. Come cantava Francesco De Gregori nella canzone La leva calcistica della classe ‘68. Si sente pronto. Si sente di aver appreso tanto soprattutto perché la fortuna di vivere in un territorio pazzesco come quello del Collio lo ha agevolato nel conoscere tante realtà. Fortuna si ma anche e soprattutto umiltà nell’apprendere e contemporaneamente, sperimentare. Semmai, la vera fortuna è avere vicino una donna come Costanza che ha dimostrato una pazienza non indifferente. Non fosse altro perché Luca oltre al lavoro che sostiene il tutto, ha la sua cantina e le sue vigne a cui dar conto. La piccola Vida, da poco arrivata, sarà un ulteriore stimolo a continuare con questa fantastica avventura.
Non mollare Luca. Non mollare mai. Abbiamo bisogno di persone come te!       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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10 Ottobre, 2024

BUONO...NON LO CONOSCEVO 2024

Il COSA E IL DOVE Lo scorso 26 Settembre, gli ormai consueti spazi dell’Hotel SAVOY di Roma hanno ospitato un’altra puntata di BUONO…NON LO CONOSCEVO, appuntamento dedicato dall’instancabile GO WINE a quelle Aziende su cui, troppo spesso, non si accendono i riflettori e alla promozione dei vitigni autoctoni. Una cinquantina le Aziende presenti, alcune di persona e molte nella tradizionale “enoteca”, in rappresentanza della lunga Italia del vino.     GLI ASSAGGI Una cinquantina le Aziende presenti, alcune di persona e molte nella tradizionale “enoteca”, in rappresentanza del lungo stivale italico. Una panoramica che ha attirato un gran numero di addetti del settore e semplici winelovers. Come sempre c’era troppo da assaggiare e, tralasciate le vecchie conoscenza, ho “capato dal mazzo” seguendo istinto e fortuna. Di seguito troverete il mio personale report e un “podio” sul quale ho messo un vino che, per punteggio non ci sarebbe dovuto salire ma… Vabbè, Voi dategli una letta, correte ad assaggiare, confermate, confutate, condividete ma, soprattutto…emozionateVi. QUELLI CHE VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO SUPERIORE “FROCCO” 2018, VIGNEDILEO (MARCHE): se l’annata 2022 già diceva la sua qui si racconta un’altra storia. Avvicinatelo al naso e immaginatelo mentre strizza l’occhio al cugino di Matelica, dimenticandosi per un istante del mare e concentrandosi sull’aria frizzante dell’Appennino, barattando la salsedine con la pietra focaia atteggiandosi a Riesling. E poi quel sontuoso corredo di cespugliose erbe aromatiche, timo serpillo, salvia, origano ad adornare ripidi pendii di fienagione. Sorso materico, di glicericità perfetta, addirittura salato, con una freschezza mai doma ma che stenta a pareggiare i conti. Gli darei 90 Punti ma sono cattivo, quindi…90-. Da bere ascoltando OPEN THE KINGDOM di PHILIP GLASS. BARBERA D’ASTI DOCG “4 SORELLE” 2023, BERSANO (PIEMONTE): l’olfatto è ferroso come un elmo di guerriero dissepolto tra le zolle di terra. E se è sicuramente apprezzabile lo sforzo dei frutti neri e dei gerani per cercare di arrotondare gli spigoli il rabarbaro rema contro. Sorso brioso, a mandare avanti una morbidezza che poco può contro quella freschezza che ha nei vispi tannini dei solidi alleati. Un vino che mi piace un sacco ma…troppo maschio per essere “femmina”. Peccato (anche non averne un paio di bottiglie). (84 Punti). Da bere ascoltando I WAS MADE FOR LOVIN’ YOU dei KISS. TERRE SICILIANE IGT ROSSO “PINÒ” 2017, GULFI (SICILIA): quel fumo sul vulcano è una cometa di Pinot Nero che illumina i sensi. Sfrucuglia subito il naso con pepose piccantezze per poi lasciarsi andare e recitare il mantra degli agrumi amari e della loro scorza. E poi il bosco…quello dei radi piccoli frutti e delle umide cortecce con una nota tabaccosa ad armonizzare. Sorso privo di cedimenti, mai incline alle morbidezze e sempre sul pezzo con freschezza e trama tannica. Da buona cometa chiude con una lunga scia, bianca come il sale e fresca come una brezza balsamica. Un vino Maschio? Un vino Femmina? Un vino che guarda la Sicilia dallo spazio. Da bere ascoltando EYE IN THE SKY degli THE ALAN PARSONS PROJECT. (91 Punti). LE ALTRE SCELTE TENUTE TOZZI (EMILIA ROMAGNA) ALBANA DI ROMAGNA DOCG “TANTALILLI” 2020: un’Albana vinificata secca che racconta di campi fioriti costellati di alberi di pesche e di ammiccanti amaritudini di mallo di noce, nespole ed erbe aromatiche. Sorso delicato, mai sopra le righe, grasso quanto deve esserlo un vino della Romagna e sapido quanto serve. (88 Punti).   ALBANA DI ROMAGNA DOCG PASSITO “ALLY” 2020: sa di Appennino prima ancora che di quella frutta stramatura e disidratata pareggiata dall’amaricante respiro delle erbe aromatiche. E quella colatura di miele ci pensa la sottile balsamicità a pareggiarla. Sicuramente dolce, l’assaggio mostra una gessosa, minerale sapidità che va ben oltre il pareggio e il fondo del calice lascia un ricordo di fumo e agrume candito. (88/89 Punti). Da ricordare anche le atmosfere nebbiose e di fumi bassi evocate da “IKO”, un SANGIOVESE DI ROMAGNA SUPERIORE (2019). OBIZ (FRIULI VENEZIA GIULIA) FRIULI DOC MALVASIA 2023: un appena di alcol non ancora perfettamente integrato introduce amaritudini di erbe aromatiche (timo in testa) cui però mettono poi i piedi in testa gli acuti di una frutta forse troppo tropicale. Seguono sostanze floreali di mimosa e un incedere di spezia che fa volgere lo sguardo a Oriente. Sorso intrigante e ben più sostanzioso di quanto lascerebbero supporre i “soli” 13° alcolici in etichetta, morbido quanto serve, salato quanto deve e lungo…non a sufficienza per non lasciarci desiderare un altro calice. (85 Punti perché ho deciso di togliergli il – della valutazione iniziale). Da segnalare un REFOSCO DAL PEDUNCOLO ROSSO 2022 che mi aspetto sveli di che pasta è fatto non prima dell’anno prossimo e i due PIWI aziendali che, sotto lo stesso nome (L’OPPOSTO) e con livree differenti (Soreli BIANCO 2023 e Cabernet Volos ROSSO 2021) raccontano, non convincendo ancora completamente il sottoscritto, di un futuro alla finestra aspettando una viticoltura che sarà (forse). TENIMENTI CIVA (FRIULI VENEZIA GIULIA) FRIULI COLLI ORIENTALI DOC RIBOLLA GIALLA “VIGNETO BELLAZOIA IN ONORE DI DORA BASSI” 2022: una dedica a Dora Bassi, un quadro nel bicchiere. Anfora, tonneau e barrique si spartiscono le quote della massa per darsi poi appuntamento in acciaio e dipingono una natura morta di mele cotogne, pere mature, dolcezze di camomilla, su uno sfondo di calde fienagioni screziato di piccantezze zenzerose e amaritudini di erbe aromatiche. Nonostante la muscolatura potente e massiccia, si rivela più brioso dell’atteso in bocca, mostrando freschezza e larghe spalle sapido-minerali ma chiudendo con un eccesso di frutta a polpa gialla che rovina in parte l’equilibrio. Peccato. Un vino da parcheggiare in cantina per qualche anno. (87 Punti). VIGNEDILEO (MARCHE) VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO “ISSIMO (7 ANNI DI SILENZIO) 2015/2022” 2015: setteanni di letargo (o forse no), sulle fecce fini prima di riuscire “a riveder le stelle” e regalarci un naso amaricante di pasticceria e liquirizia. Intrigante di spezie orientali, suggerisce la calma dei fiori di tiglio e non si scorda una frutta che, tuttavia, non recita la parte della protagonista. Il sorso è materico ma di piacevole scorrevolezza, sottolinea cespugli di erbe aromatiche vista mare, asprezze d’agrume, rimanda ancora alla liquirizia e chiude lungo e piacevolmente ammandorlato. Gran bel vino ma…gli manca quel quid, quell’emozione che “solo lui”. (89 Punti). Merita essere ricordato anche il “FROCCO” 2022 con la sua potenza e la sua leggiadria che lo rendono “atto a divenire”. BERSANO (PIEMONTE) NIZZA DOGC “GENERALA” 2018 RISERVA: racconta il bosco e i piccoli frutti, le rose, ventate balsamiche e dolcezze di spezie e tabacco con un “ma” amaricante a fare venir voglia di sfogliare meglio il libro dell’olfatto. In bocca è abile stratega, controllando il campo di battaglia con mirabile equilibrio e azzardando sortite di vibrante freschezza protetto da tannini inquadrati ma bellicosi. Paga lo scotto della gioventù ed attende la saggezza del tempo. Si becca 88+ Punti e il mio premio SURPRAIS. GULFI (SICILIA) SICILIA DOC ROSSO “NEROSANLORÈ” 2018: un Nero d’Avola dal naso carico di grasse suggestioni fruttate rosse e mature eppure di inattesa agilità nel presentarle. E s’aiuta facendo perno sull’acida succosità della melagrana, sulle freschezze balsamiche per poi chiudere il cerchio lasciando intravedere suggestioni marine tra i graffianti cespugli di macchia mediterranea. Sorso di polso e ampio respiro, freschissimo (fin troppo), sostanzioso come la cucina della trinacria e barocco come i tannini che lo supportano accompagnandoci fino a un lungo finale in cui il sale sembra volersi far beffa della frutta. (89 Punti). ROCCHE DELLA SALA (SICILIA) SICILIA DOC GRILLO “GRI” 2023: s’atteggia a Sauvignon (anche evoluto) proponendosi al naso con un’esplosione di pesca gialla tale da zittire la pur sostanziosa presenza di frutta esotica ma non quella sottile vena vegetale data dalle erbe aromatiche amaricanti. In bocca copia e incolla l’olfatto aggiungendo una minerale sapidità che ci accompagna per tutto il sorso sino all’ammiccante finale segnato da sottigliezze carboniche. Un vino “divertente” fatto con serietà. (84+ Punti). E ORA? Ora è innanzitutto il momento di ringraziare GO WINE per l’ospitalità concessami e tutti i Produttori per la pazienza dimostrata nei miei confronti e poi di rimboccarsi le maniche, perché si preannuncia una stagione talmente carica di appuntamenti che sarà difficile dar conto di tutti. Je la posso fa (forse) Roberto Alloi VINODENTRO  
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9 Ottobre, 2024

Il mio tour tra i vini d’Italia. Una domenica con la guida di Doctor Wine sotto il braccio

Le luminose sale di un hotel 5 stelle in centro a Milano, il Principe di Savoia, sono diventate per due giorni il palcoscenico della viticoltura italiana d’eccellenza: il 28 e 29 settembre è stata presentata la “Guida essenziale ai vini d’Italia 2025” di DoctorWine, all’anagrafe Daniele Cernilli, giunta alla sua undicesima edizione. Oltre 1.300 aziende selezionate, per un totale di circa 3.250 vini recensiti sugli oltre 20 mila degustati da Cernilli e dai suoi collaboratori durante l’anno, con un “ricambio” di aziende del 10% circa rispetto all’anno precedente. Se gli ultimi mesi dell’anno – come per molti di noi avviene – si dedicano alla pianificazione dell’anno successivo, passeggiare tra i banchi d’assaggio dei produttori convocati da Doctor Wine diventa un modo ideale per fantasticare sulle proprie uscite enoturistiche da mettere a calendario. Ecco alcuni scorci della mia “gita” di domenica 29, dal Basso Piemonte alla Lucania. I “faccini” di Doctor Wine, assegnati ai vini che conquistano un punteggio da 95/100 in su, comprensibilmente affollano i grandi rossi piemontesi… ma ad attirare la mia attenzione è stata una bolla: l’Alta Langa Airali Brut 2020, da Pinot Nero e Chardonnay con 36 mesi sui lieviti. Paglierino brillante e con perlage fine, era un trionfo olfattivo di agrumi, fiori bianchi e pasticceria secca. Chiacchierando con i collaboratori della famiglia Miroglio, ho saputo che la sede di Tenuta Carretta, ricavata da un’antica villa nobiliare, ha accanto un albergo ed il ristorante stellato 21.9 dello Chef Flavio Costa.  Un motivo in più per pianificare un soggiorno in provincia di Cuneo Da lì, ho fatto un balzo mentale all’estremità occidentale della vicina Liguria, dove in quella terra di mezzo che sono i Colli di Luni, divisi tra Liguria e Toscana, la famiglia Bosoni di Lunae si fa interprete di questa dualità, mischiando la leggiadria croccante dei vini liguri all’opulenza di certi vini toscani. Il Numero Chiuso 2021 è un vermentino in purezza che passa 18 mesi in botti di rovere da 20hl, di un colore dorato e con aromi di frutta gialla e pietra focaia persistenti quanto il suo finale di bocca. Sempre in tema di terre straordinarie che producono straordinari vini bianchi, la mia tappa successiva è nella vallata di Matelica, l’unica parallela alla costa, contrapposta rispetto a tutte le altre percorse perpendicolarmente dai fiumi marchigiani. Qui all’interno della Regione il clima si fa più “nordico”, esposto ai venti di nord-est e alle perturbazioni balcaniche. Ne deriva solitamente un Verdicchio più grintoso e verticale rispetto al fratello dei Castelli di Jesi, ed il Verdicchio di Matelica Riserva NOI 150 2020 è un’ulteriore conferma, con il suo sorso teso e sapido nonostante la pienezza ulteriormente valorizzata dai 30 mesi in botte da 50hl. Doctor Wine afferma nella Guida che con la cantina sociale Belisario ci troviamo di fronte, per coerenza e costanza produttive, ad una delle migliori realtà cooperative italiane. Dopo averne provato i tre prodotti esposti, non ho motivo di dubitarne. Passando da ovest ed est del Centro Italia, eccomi nell’iconica Toscana, e più precisamente nel suggestivo borgo medievale di San Gimignano. Nella località di Santa Margherita, da 35 anni e con un cambio di proprietà nel 2005, Panizzi prosegue la sua produzione con approcci innovativi ma sempre rispettosi delle tradizioni, grazie alla direzione dell’esperto tecnico Walter Sovran, tra i più stimati conoscitori della Vernaccia. La Riserva Late Release 2014 è maturata in legni di varia fattura per oltre 15 mesi ed ora si presenta con un incantevole panorama aromatico di uva spina, mandorle, fiori bianchi e una lieve nota d’idrocarburo, oltre che sapida, persistente ed equilibrata al gusto. Nella postazione a fianco, l’amica e collega sommelier FISAR Barbara Pavanello mi porta a Bolgheri. Qui, ancor prima che la zona diventasse famosa, nei primi anni ’80 Le Macchiole investe in una produzione dall’alto profilo qualitativo, con attenzione maniacale in vigna, parcelle vinificate separatamente e continua ricerca. Il loro Toscana Rosso Paleo 2021 è un’ulteriore conferma della lungimirante ambizione di Cinzia Merli e dei figli Elia e Mattia Campolmi: un fuoriclasse da uve 100% Cabernet Franc con 18 mesi in barrique dal colore rosso rubino cupo e dall’olfatto complesso ed al contempo preciso di frutti rossi maturi, agrumi, spezie e tabacco, con un’elegante nota balsamica. Nel banco d’assaggio alla destra di Barbara, una terza perla toscana era offerta da Isole e Olena, da sempre punto di riferimento per la produzione enologica di alta qualità in Chianti Classico. Il Toscana Rosso Cepparello 2021, 100% Sangiovese con 24 mesi in barrique, avvolge subito il naso con note di ciliegia e spezie dolci confermando la sua agile piacevolezza fino in retrolfattiva, con un corpo pieno ma elegantissimo e tannini perfettamente integrati. Con un salto geografico notevole, ma sempre restando in tema di rossi blasonati, chiudo il mio viaggio in Basilicata, dove un antico vulcano spento ospita l’Aglianico del Vulture tra Rionero, Melfi, Lavello, Venosa, Barile ed un’altra decina di piccoli comuni. Il primo di quelli citati ha dato i natali alla fine degli anni ’90 a Cantine del Notaio di Gerardo Giuratrabocchetti, i cui vini sempre pieni di personalità portano tutti il nome di una pratica notarile, in omaggio all’attività dei suoi antenati. La Firma 2019 è un Aglianico in purezza con 12 mesi in botti, tonneau e barrique dall’olfatto maestoso di frutti rossi, spezie e sottobosco, dal sorso avvolgente e con tannini estremamente eleganti, oltre che con un finale dalla persistenza che pare infinita. Una domenica milanese memorabile, tra nuovi assaggi e nuove amicizie: ho infatti avuto la sorpresa di ritrovare Francesca Granelli, enologa e giornalista conosciuta pochi mesi fa alla Notte Rosa del Vino di Trebisacce, che da quest’anno collabora con lo staff di Daniele Cernilli. Alla prossima, DoctorWine! Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in  
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8 Ottobre, 2024

L’Italia del Pinot Nero a Roma

27 e 28 ottobre, Roma ospita l’evento dedicato al re internazionale dei vini rossi le due giornate in programma al Belstay Hotel Cimentarsi con una sfida non è per tutti. Una sfida è una lotta e una scommessa. Alle volte si vince, altre, si perde. Occorrono basi solide e una grande preparazione. Quando però si vince, il risultato è grandioso. No, non si disquisisce di competizioni sportive ma di Pinot Nero, uno dei vitigni antichi e più difficili del panorama vitivinicolo mondiale. Originario della Borgogna ha bisogno di terreni scarsi per contrastare la vigoria della pianta. La sensibilità alla botrite e all’oidio necessita di clima e controllo in vigna, spasmodico. La differente maturazione di bucce e semi richiede maestria e attenzione per evitare tannini ineleganti. La mancanza di antociani rende il vino molto scarico di colore. Il facile accumulo degli zuccheri comporta vini a bassa acidità. Insomma, una sfida continua che lo rende non per tutti e proprio per questo, tra le uve più pregiate al mondo. Il 27 e 28 ottobre 2024 Roma celebrare questa antica varietà con la manifestazione “L’Italia del Pinot Nero”. Organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere che nei mesi scorsi ha pubblicato anche la Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia 2024 (disponibile qui) e ospitato al Belstay Hotel (via Bogliasco 27, 00165), l’evento accoglierà circa 40 produttori che presenteranno i loro vini (non solo il Pinot Nero) ad operatori del settore (ristoratori, enotecari, agenti etc.), giornalisti, wine lovers, appassionati e sommelier. Si inizia domenica 27 ottobre alle 10:30 con la degustazione tecnica con alcuni posti riservati alla stampa e agli operatori, dal titolo “Il giro d’Italia attraverso il Pinot Nero” e guidata dai giornalisti di Vinodabere Antonio Paolini e Maurizio Valeriani e dal critico enogastronomico Dario Cappelloni (DoctorWine). Si proseguirà nel pomeriggio con l’apertura dei banchi di assaggio riservati alla stampa, operatori e sommelier (dalle 14 alle 16) e poi dalle 16 alle 20 aperti al pubblico. Il lunedì 28 ottobre si riprende dalle 10 alle 18:30 con un’altra giornata di assaggi dedicati al Pinot Noir ed alle altre referenze che i produttori porteranno in degustazione. Tutti i dettagli saranno resi disponibili sul sito del magazine enogastronomico (qui).     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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7 Ottobre, 2024

Aliprandi Beverage. Gusto, cultura ed allegria al suo terzo Beer Day

Settembre, mese di vendemmia. Ma non solo! Per Aliprandi Beverage, azienda operativa da più di 80 anni nell’importazione di birre e nella distribuzione di bevande, nonché punto di riferimento del settore horeca nel territorio bresciano e in tutta la Lombardia orientale, è anche il mese del Beer Day. Proprio la birra, specialmente in fusto, rappresenta infatti – come alle origini – il cuore pulsante ed il tratto distintivo dell’attività aziendale. Tecnici specializzati curano quotidianamente in prima persona gli impianti di spillatura birra installati presso i locali partner, aiutandoli anche a migliorare all’interno dei punti vendita la visibilità dei brand e la chiarezza delle informazioni condivise con i clienti. Se il cliente è soddisfatto, anche il titolare del locale lo sarà. E una giornata come il Beer Day, giunto ormai alla sua terza edizione lo scorso 16 settembre, è un’ulteriore prova di questo successo condiviso: circa 750 clienti, dal primo pomeriggio e per tutta la serata, hanno conosciuto di persona i produttori di una trentina di brand di birra dal mondo, degustando un totale di oltre 100 referenze, tra fusti e bottiglie. Spiccava la BQS (Beermania Quality Selection): una prestigiosa gamma di birrifici provenienti da Paesi con una lunga tradizione birraia, come Germania, Belgio ed Irlanda, oltre che naturalmente dall’Italia. Ogni birrificio della selezione porta con sé una storia rappresentativa del luogo e della cultura in cui nasce. Fra street food, musica dal vivo ed altri festosi elementi d’intrattenimento, la squadra Aliprandi non perde infatti mai di vista lo scopo divulgativo del Beer Day: far emergere stili birrai che in Italia sono ancora una nicchia, ma che racchiudono interessanti potenzialità. I clienti hanno infatti avuto modo di degustare birre a fermentazione spontanea, alla frutta, invecchiate in botti e prodotte con metodo classico, il tutto accuratamente esposto dal beer specialist aziendale Antonio Canale, il quale ha anche coinvolto Roland Dutoit, direttore vendite per l’Italia e la penisola iberica del birrificio De Halve Maan, per una degustazione verticale di Straffe Hendrik Wild di 3 annate: 2023, 2017 e 2014. La fabbrica di birra artigianale De Halve Maan, dal fiammingo “La Mezza Luna” – come ritratto sull’edificio di metà Ottocento nel centro storico di Bruges – dal 2005 è diretta da Xavier Vanneste, figlio di Véronique Maes, discendente diretta dei fondatori. Lo si deve quindi alla sua determinazione, se oggi questo birrificio è il museo più visitato del Paese ed un’eccellenza imprenditoriale nella sostenibilità: dal 2016, infatti, tutta la birra prodotta scorre in un sistema di tubature sotterranee di oltre 3 km, fino all’impianto d’imbottigliamento alla periferia della città, togliendo così traffico di mezzi pesanti dal centro storico di Bruges. De Halve Maan appartiene inoltre orgogliosamente al gruppo “Belgian Family Brewers”, 21 birrifici indipendenti, a conduzione familiare ed attivi da almeno 50 anni. Solo 165 birre ne riportano il simbolo in etichetta, ed una era aperta davanti a noi, in 3 versioni di grande personalità, grazie anche alla rifermentazione in bottiglia con un lievito selvatico (Straffe Hendrik “wild”, appunto) che ne fa evolvere il gusto nel corso degli anni. Da una miscela di sei varietà di cereali e due tipi di luppolo, Straffe Hendrik è una Tripla birra belga che già in giovinezza rivela subito un bilanciamento perfetto freschezza agrumata, dolcezza e note amaricanti. Nella bottiglia 2017 diventa un trionfo di frutta esotica, noci e miele di castagno, ed i dieci anni di affinamento della 2014 aggiungono alla sua rotondità un’elegante nota affumicata. Estasiata da questa immersione in una storia secolare d’arte birraia e di gusto, sono scesa a godermi l’evento ancora per un’oretta, tra le note della banda musicale, un succulento panino con la porchetta e due chiacchiere con alcuni corsisti FISAR Brescia. Riconoscente alla famiglia e alla squadra Aliprandi per avermi coinvolta in una così bel pomeriggio di festa e di cultura, suggerisco a tutti gli addetti del settore di Brescia e delle province limitrofe di prepararsi le agende 2026 per questo imperdibile appuntamento biennale, così da richiedere per tempo un accredito e ritrovarci tutti a Gambara, nella sede logistica Aliprandi in via Montello.   Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina
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4 Ottobre, 2024

Dario Sciuto. Manciaciumi: alla fine (o all'inizio), l'Etna

Ci sono espressioni dialettali che in un mondo politically correct sono totalmente bandite. Si usano magari sottovoce, al bar, tra amici. Ma se qualcuno le cita in contesti meno confidenziali, suscitano sdegno, disapprovazione, rigetto. La mia speranza è che non tramontino mai e non già perché offensive, ma perché, spesso, hanno una etimologia che nulla a che vedere con la discriminazione, l’offesa o la denigrazione hanno.
Una di queste è “pepe ar culo” detta alla romanesca maniera. Tradotta letteralmente vuol dire mettere del pepe all’interno dell’ano. Non si tratta però di una pratica omofoba ne tantomeno di una cura naturale o di una pratica di tortura. È un antico modo di dire, derivante dall’effetto che potrebbe provocare effettuare fisicamente l’operazione, che sta a indicare una persona dinamica, eclettica, sempre in movimento, sempre con la frenesia del dover fare qualcosa.
Nella meravigliosa e variegata bellezza tutta italiana, quello che a Roma sa di greve e volgare, assume, in altre località e altri dialetti, forma più criptica ma anche orecchiabile.
È il caso del Veneto dove il prurito è la spisa o della Calabria dove è Mangiasumi. Singolare quest’ultimo perché varcando lo stretto e approdando in Sicilia, diventa Manciaciumi, una parola che deriva dal verbo mangiare. Perché chi lo ha, vuole mangiarsi il mondo intero. Sono un ragazzo catanese nato e cresciuto a San Giovanni la Punta. Nato in montagna perché l’ho sempre frequentata fin da bambino. Sciavo da piccolo. Tormenta era l’ingiuria di mio nonno che negli anni 40 con un gruppo di pionieri iniziò a sciare sull’Etna quando ancora non c’erano gli impianti. Prese questa ingiuria perché sciava con la giacca aperta cosi da sembrare una tormenta.
Terra e mare in queste zone. Dario Sciuto ha 35 anni. È lui che ha il manciaciumi. E proprio perché ce l’ha, ha voluto chiamare così l’azienda creata con altri due soci, Giovanni e Leonardo, Manciaciumi. Nomen Omen si direbbe. Si direbbe bene visto come Dario è arrivato fin qui attraverso una storia di viaggi, di lavori, di sperimentazioni, di sfide, di scommesse, di rinunce, di sacrifici, di valori. Ma anche di libertà.
Prima di andare avanti tolgo al lettore il dubbio del termine “ingiuria”. Non è che il nonno di Dario venisse ingiuriato nel senso di offeso. L’ingiuria in siciliano è il soprannome. Quello che tutti hanno e guai a non averlo! Mi sono laureato in economia per poi iniziare uno stage in uno studio di commercialista alla fine del quale il titolare mi propose di rimanere. L’ho guardato e gli risposti che obiettivamente preferivo andare a lavare i piatti. Così è stato e sono partito per l’Australia iniziando a lavorare proprio nella ristorazione. Ho fatto di tutto: lavapiatti, aiuto cuoco, bar tender. Vedere una terra come turisti non è come viverla nella quotidianità. La Sicilia, Catania, l’Etna. Come non rimanere stregati. Colori, sapori, odori. Ogni cosa è speciale. Unico. Irripetibile. Irriproducibile.
Viverci è altra cosa. Quando certe cose le hai dentro, nel sangue, puoi avere due approcci: te ne stai “ammucciato” come dicono da queste parti ovvero ti accontenti di quello che hai perché lo apprezzi o non ti va di fare altro oppure vai via alla scoperta del mondo. Ammucciato contro Manciaciumi insomma.
Dario, manco a dirlo, non se ne può stare fermo. Quando sei giovane hai la spinta per andar via. Vedi tutto il negativo. Tutta la ristrettezza senza avere l’ampiezza di veduta che hai se viaggi. Non vedi ciò che di bello c’è perché ci sei cresciuto. Il mare e la montagna. La natura, il verde. Non le apprezzi. Penso di essere quello che sono perché ho il sangue etneo ma soprattutto perché ho avuto la fortuna di viaggiare. Questa è una grande verità. Solo se hai vissuto altro puoi apprezzare ciò che hai. Ne vedi le differenze. Ne cogli l’essenza. Ma dai viaggi ti porti dietro sempre qualcosa. Che poi alla fine è quanto ti distingue nella vita. Sono stato a Sidney quasi due anni. Li ho fatto la prima esperienza in un birrificio che alternavo al lavoro di base. In birreria non mi pagavano. Quando parlo con Dario capisco che è un ragazzo semplice. Non si atteggia. Parla con il sorriso e la serenità dell’animo di chi è in pace con se stesso. Pur avendo vissuto anni all’estero la “calata” catanese non l’ha persa. Anche se non quella tipica del centro.
Un ragazzo ammirevole Dario. Una laurea in tasca. Un lavoro sicuro all’orizzonte. Una famiglia. Gli amici. Una terra meravigliosa. Eppure parte e non già con un approdo sicuro, un lavoro, un contratto, una casa. Parte per l’altra parte del mondo. Quasi 24 ore di volo (con scalo). Parte. Sarà per quel suo manciaciumi. Sarà perché la Sicilia gli sta stretta. Ma parte. Senza sapere cosa troverà e senza sapere di che camperà.
Le esperienze. Sono quelle che segnano la vita delle persone. Positive o negative che siano, segnano come rughe sul viso. Puoi valorizzarle o cancellarle. Usarle in modo positivo o negativo. Ma sono dentro. Nel sangue. La passione per la birra partiva dal mio corso di laurea dove avevo iniziato a fare la birra in casa con un poco di amici. In Australia mi dissero che serviva un tecnico ma non potevano pagarmi. Questa esperienza mi ha spinto poi a iscrivermi all’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. Facevo un apprendistato per mastri birrai. Qui il primo approccio con Slow Food. Ero orientato all’impatto dei trattamenti sul cibo ecc. Da studenti si fa di tutto per far baldoria e stare con gli amici. Un periodo meraviglioso della vita di un ragazzo che si inserisce in quel pezzo di curriculum non visibile ma presente. Dario fa la birra a casa. Un modo per fare qualcosa di diverso e cimentarsi in una attività. Vallo a sapere che poi quello che è un gioco potrebbe tornare utile. Strana, stranissima la vita. Ti laurei in Economia e Commercio, parti per l’Australia senza arte ne parte e ti metti a lavorare in un ristorante e nel tempo libero, invece di riposarti, vai a lavorare in una birreria. Gratis.
Cosa gli vuoi dire ad un ragazzo del genere? Il corso è stato molto breve. Circo un anno. Consisteva in sei mesi di stage in birrifici. Iniziai uno stage in Birra del Borgo inizio uno stage. Qui ho conosciuto Leonardo che oggi è uno dei soci di Manciaciumi. Mi ha buttato in mezzo in maniera esagerata e sono cresciuto in quell’ambiente portando avanti progetti per lui che mi hanno formato. Dal punto di vista di cantina. Ricapitoliamo. Dario si laurea a Catania, parte per l’Australia dove sta tre anni. Torna per fare l’università a Pollenzo (dopo un anno di giri nel mondo). Esegue lo stage in Birra del Borgo dove inizia a lavorare. Beh direte voi, il prurito sarà un pò scomparso. Ma quando mai!! Borgo viene acquisito da AB-Inbev e pensavo di mollare perché non volevo lavorare per una multinazionale. In realtà mi arrivò una proposta proprio loro di diventare innovation brewer e direttore di produzione in Asia. Accettai ma dopo un pò mi resi conto che per me era un pò troppo. Non mi piacevano ì meccanismi industriali. I metodi insomma. Mi licenzio e accetto l’offerta di diventare mastro birraio in una società di Singapore. Torno a casa per le vacanza e arriva il covid. Resto bloccato nel peggior posto al mondo nel quale potevo trovarmi in quel momento. Il viaggio di Dario dopo essere passato per l’Asia ha uno stop forzato nella sua terra dalla quale era scappato e se ne trovava invece prigioniero. Il Covid non conosce pruriti. A casa dei genitori che era andato a trovare, con il fratello che non vede da un anno.
Ma secondo voi, uno che il prurito ce l’ha endemico, può mai rimanere fermo? Mai! Con dei vecchi amici, uno dei quali uno è uno dei miei attuali soci (Giovanni Nicita), decidiamo di prendere in gestione una vecchia vigna a Nicolosi. Avevamo in gestione, che poi non avevamo in gestione ma c’era una stretta di mano, anzi neanche perché c’erano le zone rosse. Una stretta di mano virtuale. “Andate in vigna perché noi non ci andiamo più e non è stato nemmeno potata”. Principalmente era un podere di circa 6 ettari. La colata lavica che nel 600 distrusse Catania tagliò questi sei ettari in una lingua dei vigna da circa 1.8 ettari. Alberello, piede franco. Almeno il primo mezz’ettaro in alto. Da li ci siamo trovati un muro d’uva. Eravamo in tanti i ragazzi che rientrando rimasero bloccati in Sicilia. Tutti con la terra. Questo Covid qualcosa di buono ce lo ha lasciato e ci ha fatto trovare il tempo per noi stessi. Facevamo tremila e cinquecento bottiglie. Quanto è strana e meravigliosa la vita. Ogni volta che ho la fortuna di catturare queste storie mi sembra di essere come i personaggi di un cartone animato che guardò con mia figlia: Gli acchiappagiochi. Si tratta di una serie di personaggi di fantasia che viaggiano di pianeta in pianete alla ricerca di nuovi giochi. Quando li trovano, oltre a provarli con gli abitanti del luogo, portano indietro il ricordo che poi custodiscono in una sfera di cristallo, la giocosfera. Ogni sfera un gioco. Ogni storia una sfera. Avevo accettato in Asia una offerta importante, uno sviluppo personale interessante. Il covid è stata una batosta per il dover rinunciare a tutto e rimanere bloccato a casa. Il rimettersi in gioco è stato un momento di pancia. I miei genitori mi hanno appoggiato. La madre del sud quando le dicevo che volevo andare a fare il maestro birraio era un pò perplessa. Ma non ha mai fatto mancare l’appoggio. In ogni modo, finisce il covid e i sogni si scontrano con la realtà. Il passatempo del lockdown non può certo essere un lavoro. Tremila e cinquecento bottiglie e della birra (fanno pure quella i ragazzi) non consentono di vivere. Anche perché ognuno ritorna al proprio lavoro. Non Dario che di tornare a Singapore non ha voglia. Riprendo a lavorare per i vecchi proprietari del Borgo che ora sono in Masseria la Cattiva. Con loro passo tre anni stupendi. Li porto qui e si innamorano di questo posto. Nel 2022 sono loro stessi che mi spingono a riprendere. L’aiuto che loro offrono si trasforma in una partecipazione societaria che aiuta a liquidare la parte di soci che non voleva continuare. Catania, Sidney, Pollenzo, Singapore, Seul, Catania, Turi (Bari). Il tutto in meno di dieci anni. Lavorando e reinventandosi ogni volta fino a diventare vignaiolo. Poi uno dice che i ragazzi non vogliono fare nulla. Certo, non tutti. Non Dario certamente. Ma che non si pensi che adesso, con i soci, sia tutto più semplice. I vini del 2022 sono stati vinificati in Puglia. Portavo le uve in Puglia. Ho fatto due viaggi. Due viaggi anche quest’anno. È stato l’ultimo anno di questo gioco un pò matto. Venivo la mattina in vigna con il furgone, vendemmiavo, caricavo il furgone, guidavo sei ore e la mattina lavoravo le uve. Arrivavo con quei trenta quintali. Dopo una settimana raccoglievo le uve più in alto. Una follia ma necessaria dal punto di vista degli investimenti. Per capire se il mercato c’era e se eravamo capire se eravamo capaci. Toh guarda il ragazzo. Umiltà? Necessità? Passione? Di tuto un pò. Di certo Dario non è uno che se ne sta con le mani in mano (manciaciumi…) e le sue esperienze manageriali e industriali, i viaggi, le lingue, sono bagaglio di esperienza. Ma poi si rimbocca le maniche e via. La vigna prese nel 2020 non ci sono più. Nel 2022 il fervore della nuova iniziativa porta nuove vigne ad Adrano prima e Linguaglossa poi. Tre ettari e mezzo in totale a Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Grenache, Carricante, Minnella. Piante di 75 anni. Alcune a piede franco. Questa è l’Etna. Questi i territori meravigliosi e al tempo stesso difficili. L’Etna è un costante ciclo di morte e di vita. Il vulcano è vita e come la vita c’è una nascita e una morte. Dalla morte c’è una nascita. La colata lavica distrugge tutto: brucia, calpesta, inghiotte. Ma poi si solidifica e la ricchezza che proviene dalle viscere della terra, diventa nutrimento per le piante. La fertilità e la ricchezza queste terre si scontra con la difficoltà nel lavorarle. Ciò che si ottiene però è unico. A cosa serve apportare qualcosa dall’esterno se già la natura ti da tutto? Questo è un territorio che non ha mai avuto bisogno di esagerati trattamenti. Si faceva solo un pò di rame. È un terreno molto fertile e resistente. La mia filosofia di vino passa attraverso il mio percorso. Ho una idea di cibo molto fondamentalista. Essendo stato un produttore da tanti anni mi sento in difficoltà nel mettere additivi in ciò che mangio e bevo. Fare tutto con il miglior aiuto possibile lasciando che l’ecosistema agisca da solo. Evitare di mangiare veleno. Mettere qualcosa di strano in caldaia era inaccettabile e se lo facevo era perché c’era qualche mancanza. Ma se lavori con scienza e conoscenza non serve. Non sono un fan di ancestralità e lune. Toccherà vedere se avrò ragione negli anni. Il rapporto con il vino di Dario non può che iniziare da bambino. Nella vigna di nonno Tormenta. Poi la fuga e il rientro senza rinnegare nulla. La laurea è stato comunque importante perché mi sta servendo come Dario imprenditore. Lavorare all’aria aperta è stupendo. Ho vissuto tante metropoli: Shangai, Seul, Roma, Sidney. Mi ero rotto di star chiuso in un ufficio come una sardina. Ho valorizzato altre cose. Stare più su qualcosa a dimensione uomo. La vita della città mi è risultata tossica. Ma ci vuole coraggio. Sono ancora ad un decimo di questo percorso. devo equilibrarmi continuando a viaggiare. Il passaggio da birra a vino può sembrare strano. Eppure le esperienze, quando le metabolizzi (e allora si che sono servite a qualcosa), portano i suoi frutti.
Essere mastro birraio vuol dire da te dipende la qualità del prodotto finale. La pulizia di ogni cosa che entra in contatto con gli ingredienti del processo di produzione è fondamentale. Errori non sono consentiti. Quando impari questo e poi lo riporti nel mondo del vino (che su questo deve ancora fare passi importanti) ti torna certamente utile. Così come l’utilizzo della tecnologia che c’è e va usata con sapienza. In questo modo ci si deve concentrare solo sul campo: la vigna e l’uva. È li che si gioca la partita. Sono a zero di solfororsa ma sempre sotto i venti di libera. Ho riportato le procedure birraie in cantina a livello di pulizia, contatto con l’ossigeno. Usare tecnologia e non additivi. La pulizia dei serbatoi con le metodologie della birra dove è più facile infettare visto il grado alcolico più basso.
Questo approccio ti consente, se la uva è sana, di non usare alcun stabilizzante perché non hai alcuna problematica. Guardo la pianta e l’uva e se è tutto sano e se sono estremamente pulito in cantina, non avrò bisogno di alcuna aggiunta. Per i nutrienti, se faccio un buon lavoro in vigna non dovrò aggiungere nulla in fermentazione. Semplice come bere un bicchiere di acqua. O di birra. O di vino!
Un approccio questo che sfata anche un altro mito, quello del dover avere la cantina prossima al vigneto per non stressare l’uva.
Premesso che molti fanno riposare l’uva per vari motivi, trasportarla su un furgone non refrigerato in un viaggio di sei ore, farebbe drizzare i peli ai puristi. Eppure, sanificano cassette e furgone, caricando poco le cassette stesse e raccogliendo l’uva sana, in che modo si stresserebbe il prodotto? Nessuno appunto. Tanto che i vini non ne risentono affatto. I vini. Ho avuto la fortuna di assaggiare due vini della produzione di Manciaciumi: Malpelo e Tormenta. Fortuna e sottolineo fortuna per due motivi. Il primo è che la produzione (annata 2022) era molto limitata tanto da produrre 2830 bottiglie di Malpelo e 523 di Tormenta. Il secondo è perché la filosofia di Dario, quella che considera i suoi vini “puro succo d’uva” non è un mero slogan ma realtà. Malpelo e Tormenta sono due vini eccezionali. Due creazioni ottenute senza aggiungere nulla a ciò che la terra riesce a produrre. Malpelo è il blend di Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Alicante. Lo versi nel calice, lo vedi di un bellissimo color rubino e ti chiedi come sia stato pulito. Quando ricordi che non c’è stata alcuna operazione ma semplici travasi, le parole legate alla filosofia di Dario, riecheggiano prepotenti. Al naso non ci sono infrastrutture da tostarure e spezie ma semplici sentori di frutta matura (ciliegie, prugna, arance) e fiori (viola e peonia). Poi un interessantissimo sottobosco e un intrigante balsamico. Ogni sentore richiama l’Etna e la Sicilia: sole e montagna che si uniscono.
Il sorso è un equilibrio dinamico tra imponente freschezza e maestosa morbidezza. Tannini ben presenti sui quali sembra essere intervenuto il sole a sedare. La frutta che torna ad invadere la bocca senza essere invadendo donando una bocca pulita ma dopo una lunga persistenza. Non particolarmente corposo.
Insomma, questo vino si identifica davvero con Idda, l’Etna: dall’esterno può sembrare una semplice montagna ma all suo interno custodisce la vera forza. Che ogni tanto rivela. Tormenta, il vino dedicato al nonno, è blend dei due Nerelli Mascalese e Cappuccio. Se Malpelo meraviglia per la pulizia ottenuta senza niente, Tormenta esalta. Nel calice è stupendo, vivo, scarico di colore, granata che sta diventando aranciato. Incredibile! Fine. Tanto fine nel colore tanto fine nei sentori: delicati e tenui di ciliegia, scorsa di arancia, fiori rossi. Il leggero sottobosco e il velo di balsamico continuano a ricordare che è dall’Etna che arriva.
In bocca è meraviglioso. Lo assaggio, lo riassaggio e la sensazione è quella. Poi capisco cosa mi fa venire in mente: la mano di mio nonno che mi accarezza. Sento il calore e l’affetto che mi trasmette la sua mano. Sento la rugosità di una mano che ne ha viste di lune. Ma non mi da fastidio, anzi, mi trasmette ancora di più l’amore. I frutti si amalgamano, la freschezza si fa sentire, la persistenza è buona, il finale è memorabile. Un senso di benessere mi assale e mi porta nei meandri della mente. Questo è un vino che si deve bere senza nulla di accompagnamento. Porta all’estasi anche cosi. Il manciaciumi non ti lascia per tutta la vita. È come essere portatori sani di un gene. Te ne fai una ragione senza mai pensare che qualcosa andrà storto. Perché pure se così fosse, qualcosa da fare la si trova sempre.
Dario e i suoi soci hanno bene in mente cosa fare nel futuro. Arrivare alle 40.000 bottiglie per poter avere la giusta sostenibilità. La cantina, la ricezione, un pò di stanze. Tutto programmato. Alla maniera di Dario. Un piano fatto su una tovaglietta di ristorante. In un pub. Davanti ad una birra. Quella che facevo io. Dovrò metterlo su excel. Con la resa bassa imposta da Dario sarà un bella sfida. Già perché se si vuole puntare e ottenere il massimo della qualità in vigna stressando meno il terreno, le rese non possono che essere basse. L’approccio al vino, quello che non vuole aggiunte e solo fermentazioni spontanee, porta con se anche tanta sperimentazione e divertimento. Al momento le etichette fisse sono Malpelo e Tormenta. Ci sarà un rosato che lo scorso anno era Saro. Dal 2020 ci portiamo dietro un bianco, Sindrome, da Carricante e Minnella che faceva 8 giorni di macerazione e sei mesi di tonneau scarico. Poi divertimento. Vorrei interpretare quello che mi da l’annata e la terra. Lavorando in un certo modo non c’è la standardizzazione. Magari c’è spazio per una bolla o un rosato. Occorrerà leggere tra le righe. Di base cinque etichette e poi divertirsi con le annate e nuove collaborazioni. Nel 2022 abbiamo fatto un bianco con uve etnee e pugliese. Mi spaventava per approccio e per vendite ma è uscito bene. Chiedere a Dario come si vede tra venti anni non sortisce risposte. Ma c’era da aspettarselo da uno che ha il manciaciumi. Cosa vuoi che ne sappia se quello che sta facendo oggi può essere diverso da quello di domani. Però Dario sa che dalla vita vuole questo. L’aria aperta. Il contatto con la gente. La possibilità di sperimentare. Di fare qualcosa che sia legato alla sua terra. Produrre qualcosa di sano e non avvelenato. Io vorrei che questa azienda facesse qualcosa di buono per il mio territorio e la mia gente. Per dimostrare che qualcosa di diverso c’è. Vorrei che l’azienda si allargasse per comunità e posti di lavoro. Ci vuole tanto lavoro che sono disposto a mettere ma ci vuole anche un pò di culo. Sto investendo tutto per fare in modo che questo succeda. Se mi sono sbagliato si ripartirà. Sono però sicuro che funzionerà. Qui è facile costruire un discorso del genere per via di un territorio unico. Non devo inventarmi nulla. Dario Sciuto, trentacinque anni. Con Giovanni e Leonardo sono Manciaciumi. Sono ragazzi con tanta voglia di fare, tanta energia ma, soprattutto, tante idee, buone, per la testa. Loro sono la dimostrazione che qualcosa di buono nel futuro ci può essere. E sono sicuro, ci sarà. Pensando comunque alla storia di Dario, mi vengono in mente le parole di una canzone di Franco Califano E io che non escludo…il ritorno (e ritorno) Come a dire che si commette un errore pensando che un grande amore si possa dimenticare mettendo chilometri nel mezzo. Prima o poi capita qualcosa che ti fa sobbalzare il cuore, o nascere un pensiero. Magari capita un ritorno.       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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3 Ottobre, 2024

CONTESA, una questione di Famiglia

Con Rocco (Pasetti) momentaneamente “in panchina” tocca a Pierpaolo, l’anima agronomica della Famiglia il compito di soddisfare le curiosità del sottoscritto scorrazzandolo tra vecchi e nuovi impianti, tra arnie e lumache (si, a Collecorvino fa capolino anche l’elicicoltura), raccontando di come non si possa parlare di VITIcoltura senza inserirla nel ben più ampio (e a volte lasciato in seconda fila) discorso dell’AGRIcoltura. Fa caldo a Luglio a Collecorvino ma i lunghi e ordinati filari sembrano non accusare il colpo. L’occhio allenato, la sapienza, la cura, la scelta filosofica di portare sulle Colline Pescaresi la sapienza enologica acquisita altrove, la “sfida” (anzi: il “confronto”) con realtà produttive con un secolo e mezzo di storia alle spalle (vv. Valentini), la voglia di “dare” al Territorio anziché prendere soltanto… Questi sono fattori imprescindibili all’interno di quell’ampio concetto di Terroir, termine con il quale troppo spesso si infarciscono discorsi dimenticandosi dell’elemento “Uomo”. Ed è il l’uomo (Pierpaolo) che parla quando, guardando i filari di Montepulciano mi dice delle differenze anche macroscopiche che il semplice inerbimento permanente consente di percepire all’assaggio, di come alla grassezza dell’erba corrisponda la grassezza del frutto rosso pieno e croccante o di come la nuda terra metta a nudo la rusticità del vitigno, quel suo “verde” di peperone, di tralcio masticato, quegli spigoli che oggi, in troppi, si affannano a nascondere. Una cosa che, detta così, dovrebbe essere scontata per il vignaiolo che la confessa e che invece sa di meraviglia. Quella meraviglia che regala l’eterna scoperta del nuovo, quella soddisfazione che regala l’avere conferma che la differenza la fanno le persone, l’attenzione alla pianta in quanto organismo vivente in simbiosi con l’Universo. Conoscenza, esperienza, competenze…questo è il Terroir. Questo è la Famiglia Pasetti. Questo è CONTESA. Dei 30ha “storici” dell’Azienda è inutile che Vi dica, sul “nuovo corso”, invece, qualche parola vale la pena spenderla. Vale dunque la pena parlare di quei 28ha recentemente acquisiti in quel Loreto Aprutino che è forse il CRU più importante e famoso d’Abruzzo e del gravoso compito di cui si è fatto carico Pierpaolo. La responsabilità di progettare un nuovo vigneto può essere peso schiacciante per chi si approcci alla vite provenendo da un percorso diverso anche se molto più vasto e abbia, per di più, una figura illuminata come quella di Rocco a indicare la strada da percorrere (per lo meno fino a un bivio che, prima o poi, dovrà imboccare). E proprio quegli 8ha destinati ai nuovi impianti (gli altri sono al momento dedicati al seminativo) possono essere “IL” bivio. Ottoettari sottratti con fatica, a colpi di ripper, a “lu cretone”. 3ha di Pecorino (vitigno sul quale CONTESA ha davvero molto da dire), 3ha di Montepulciano (impossibile dimenticarsene a Loreto Aprutino) e in mezzo…2ha di Sauvignon PIWI a fare da barriera a eventuali attacchi fitosanitari e, magari, a “insegnare” qualcosa di nuovo riguardo il futuro incerto di un’agricoltura già da tempo sotto attacco da parte dei cambiamenti climatici. Ottoettari che inseguono temperature “coerenti” doppiando la quota sul livello del mare di Collecorvino fino a un crinale e che, con gli altri 18 (e il favore dei “diritti di impianto”) potrebbero ospitare parte dei vecchi impianti per dar modo al terreno di rifiatare dopo trent’anni di viticoltura “old school”. Ottoettari per i quali si è scelto “lo sciagurato” come forma di allevamento, quel mix di Tendone e Guyot a un capo solo che alza e allarga l’impalco proteggendo i grappoli. Esperimenti mirati per cercare di essere sempre un passo avanti al futuro. Qualcosa si muove anche in cantina con la comparsa di anfore importanti per ospitare vini che “potrebbero essere”, ma quello è un discorso che affronteremo un’altra volta (così c’ho la scusa per tornare da Rocco,Pierpaolo, Franco… CONTESA vuol dire FAMIGLIA, non solo proprietari ma PROTAGONISTI di una Storia che inizia ancor prima della vigna e finisce sulla tavola Che inizia con un’idea e finisce con un’emozione. Vabbè, già che ci sono Vi racconto anche un vino, un vino che si…insomma…non mi piace. È un VINO  DA APPASSIMENTO, si chiama “ATTESO” e racchiude in bottiglia il passato (quel clone di Montepulciano selezionato dal vigneto del nonno), guardando al futuro con grande attenzione al presente. Dal profondo della sua impenetrabilità il calice racconta di una visciola che s’agghinda a ciliegia stramatura sposando la propria incipiente fermentazione con le note di un rum che l’avvolge e protegge dalla stretta croccante del cioccolato. Prugna e mora aggiungono acidità e freschezza, cassis, sottobosco, tabacco, s’aggiungono a all’orientale mistero della cannella e dei chiodi di garofano mentre una brezza mentolata impedisce alla complessità olfattiva di sedersi. In bocca l’avvolgenza glicerica è prepotente e mentre la potenza alcolica aiuta a districare l’importante massa dell’estratto la dolcezza complessiva, affatto celata, gestisce con garbata eleganza la sostanza tannica e l’asfaltato finale regalato dall’ultima goccia che sporca il bicchiere. (A 90 non ci arriva perché…perché sono cattivo e gli do 89 Punti). Eqquindi?! Un gran bel vino! Epperchénontipiace?! Perché è un “vinone”, affascinante, pensato e realizzato tenendo conto della tradizione e del mercato con una buona dose di autocelebrazione (che ci sta tutta) con tutte le carte in regola per avere successo ma…vabbè, lo sapete, sono uno che spoglierebbe i vini da ogni orpello e qui, pur non essendocene, la sensazione di ostentazione si fa un po’ sentire. Da bere ascoltando FAT BOTTOMED GIRLS dei QUEEN. Lo trovate in enoteca a un prezzo ben più che onesto. Roberto Alloi VINODENTRO  
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