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20 Agosto, 2024

Famiglia Olivini. Pensiero libero in Lugana

Il giovane enologo Juri Botti in un’intervista informale, a ruota libera, racconta come sia stata proprio la libertà di pensiero a convincerlo ad intraprendere nel 2016 a Desenzano il suo percorso condiviso con la Famiglia Olivini: Fin dal momento in cui hanno accettato la partnership con la mia università, indispensabile per attivare il mio tirocinio, ho colto ed apprezzato la mentalità aperta e libera da preconcetti della Famiglia Olivini. Non deve stupire se sono stati tra i primi produttori a puntare sul Lugana nella sua versione più secca, proprio per lasciar parlare il vitigno ed il suo territorio. Una scommessa che la squadra Olivini rilancia ogni giorno, perché – come prosegue Juri Botti Ancora oggi il Lugana base è il nostro vino portabandiera. Vogliamo che sia immediatamente apprezzabile per chi si approccia al mondo Olivini per la prima volta, ma vogliamo anche che rappresenti un porto sicuro, una garanzia per quanti già ci conoscono. La consapevolezza delle potenzialità dei nostri Lugana ci ha resi saldi e coscienti nella creazione di nuove referenze, non è dunque un caso se la Famiglia Olivini è stata anche tra le prime cantine a scommettere sulla spumantizzazione del Lugana. Tutti i nostri Metodo Classico sono millesimati: ogni annata riporta integralmente le caratteristiche della propria vendemmia, ma noi vogliamo sempre essere riconosciuti come “Olivini”. L’autenticità ripaga sempre, e ne abbiamo fatto la chiave interpretativa per tutta la nostra produzione. Un’inossidabile fiducia in un metodo di lavoro trasparente e incurante delle mode emerge anche dalle parole del titolare Giovanni Olivini, che si unisce alla conversazione ribadendo il valore della costanza: C’è bisogno di tempo per entrare nella mente dei consumatori. In generale in Italia, in cui la viticoltura e l’enologia di qualità hanno pochi decenni di storia, ed in particolare nella nostra zona, dove diversamente da altre del Paese (si pensi al Chianti) non sono state condotte da famiglie nobiliari con tradizioni secolari. Noi per fortuna abbiamo un valido alleato nel turismo: l’accoglienza in cantina ci dà un termometro immediato ed insindacabile del percepito del consumatore. Altrimenti dovremmo viaggiare molto più di quanto già non facciamo! Ogni volta che accogliamo un ospite in cantina riusciamo a testare, in diretta e senza filtri, i punti di forza dei nostri vini, come anticipato da Juri. Possiamo puntare sia sulla freschezza della pronta beva nell’ultima vendemmia, sia sulla complessità delle vecchie annate, così da intercettare tutte le categorie di pubblico, dalle più alle meno esperte. In un clima di reciproca riconoscenza, se così vogliamo definirla, anche il territorio del basso Garda ha un valido alleato nell’enoturismo. Se non fosse per la produzione di Lugana, saremmo invasi da residence e case vacanze. Invece qui da noi l’accoglienza è bilanciata e ben integrata con l’ambiente, non si è dato spazio alle costruzioni forsennate e alla speculazione edilizia che hanno minato fin troppe zone balneari in Italia ed in Europa. In relazione al turismo europeo, e più in generale delle tendenze di consumo globali in cui diverse fonti riportano flessioni di mercato, Giovanni Olivini si esprime così, fermo e cordiale: I movimenti di mercato, nei picchi quanto nelle flessioni, sono ciclici. A chi mi fa notare che i giovani non bevono vino, rispondo che nemmeno nelle generazioni precedenti si avvicinavano presto al mondo del vino. I cocktail e le birre, pur con modalità di consumo e stagionalità diverse, sono sempre stati forti concorrenti. Sul vino dealcolato, invece, preferisco non esprimermi: oltre che essere una contraddizione in termini (l’alcool è risultato della fermentazione), non è sostenibile per un piccolo o medio produttore, decisamente troppo costoso. Vogliamo che il nostro vino sia sempre autentico, che parli di noi e del nostro territorio. Proprio a proposito di autenticità e di tutela del territorio, ci allacciamo in chiusura dell’intervista al marchio Agricoltura Ragionata ®, e Giovanni Olivini spiega com’è stato concepito: Abbiamo sempre voluto difendere la natura e garantire la salubrità dei nostri prodotti, ma non abbiamo mai voluto etichette. E soprattutto non abbiamo mai voluto imposizioni unilaterali ed ingabbianti: la normativa delle produzioni biologiche è univoca e trasversale per tutti i territori, dalle Alpi alla Sicilia. Abbiamo quindi preso ispirazione dalla Francia, dove Agriculture Raisonnée è da tempo un vero e proprio disciplinare. Conferma, in maniera sintetica e chiara Juri Botti: Valutiamo in vigna di volta in volta soluzioni agronomiche in base alle condizioni che l’annata ci mette a disposizione. Eseguiamo trattamenti solo se servono, quando servono e nella misura in cui servono. Percependo l’entusiasmo palpabile di Juri in merito al proprio lavoro in vigna ed in cantina, mi viene naturale chiedergli di sbilanciarsi e di dichiarare il nome di un vino a cui si sente particolarmente legato, ad esclusione del Lugana di cui ha già parlato in principio: Il nostro rosso IGT Notte a San Martino, composto da Merlot in purezza. Affascinante vedere come un vitigno internazionale, talvolta bistrattato, possa dare risultati così soddisfacenti in termini di struttura, longevità ed identità. Sì, identità: perché ci ritrovo in pieno le condizioni pedoclimatiche che rappresentano la nostra produzione. In primis, i nostri terreni, così argillosi. Juri poi svela che Olivini ha in serbo una nuova referenza, intercetta la mia evidente e comprensibile curiosità, ma non lascia trapelare ulteriori dettagli. Non resta che tornare a trovare Famiglia Olivini:. Restate sintonizzati su Wine Tales Magazine!   Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina
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16 Agosto, 2024

Vigneti Fontana. Il ritorno, la rinascita, il futuro

1868. Tunisia. La Goletta. Trattato della Goletta.
Ecco, un altro articolo che inizia con qualcosa di strambo direte voi. La vita delle persone non è stramba. È complessa, intrigata, dolorosa. Pezzi di storia che non si studiano sui libri ma che comunque toccano l’animo, modificano vite e generazioni di vite. Scelte personali o scelte indotte da avvenimenti passati sulla propria pelle. Avvenimenti, fatti, circostanze. Spesso subite, alle volte ricercate, altre ancora avvenute per caso. Storie che rimangono nascoste nelle pieghe di fatti altisonanti che sotterrano le vite dei singoli. Ci si passa sopra senza neanche guardare. Tanto, a chi si occupa di massimi sistemi, interessa altro.
Invece è la vita dei singoli che conta. Ogni singola vita che da quell’evento in in poi, è cambiata per sempre. La Tunisia è oggi un paese non propriamente sicuro. In viaggio tanti anni fa scoprì Tunisi, Sousse, Hammamet, il deserto, la Medina, le spiagge, le persone. Un paese meraviglioso, ospitale dove le tradizioni del passato berbero si mescolavano con quelle dei colonizzatori francesi. Si viveva in una sorta di pace apparente dove politici corrotti ed incompetenti, incapaci ed ingordi ne hanno, col tempo, decretato la decadenza. Crisi economico finanziaria, mala gestione degli aiuti e dei flussi migratori verso l’Europa lo hanno reso un posto dal quale scappare. Figuriamoci entrare.
Eppure, nel corso dei secoli, tanti italiani entravano in Tunisia in cerca di lavoro. Da ogni parte d’Italia e in particolar modo dalla Sicilia.
Pensate un pò, dalla Tunisia partono oggi i migranti alla volta della Sicilia, due secoli fa e nel secolo scorso dalla Sicilia gli italiani partivano verso la Tunisia. Da una parte o dall’altra mossi sempre da uno stesso motivo: lavoro e vita dignitosa.
Anche dall’Italia si partiva in maniera irregolare. Ci si imbarcava dai porti di Marsala, Trapani, Mazara del Vallo allo volta de La Goletta, avamposto di Tunisi nel Mediterraneo. Qui, un lavoro o un compaesano già introdotto disposto a dare una mano, lo si trovava sempre. Erano i francesi a dettare legge. Erano loro che gestivano aziende pubbliche e private. Erano loro i datori di lavoro.
Serviva manodopera a basso costo e nel 1868 venne siglato tra il Governo italiano e quello tunisino (protettorato francese si diceva tanto per non far vedere chi erano i padroni) il Trattato della Goletta che stabilì il principio della “nazione più favorita” per quanto concerneva la possibilità di immigrazione. L’Italia ovviamente. Se non altro per prossimità.
La colonia italiana in Tunisia si ampliò poi ulteriormente quando Mussolini, non potendo annettere la Tunisia al Regno essendo di pertinenza francese, si prodigò per gli italo-tunisini costruendo scuole, ospedali, banche, organizzazioni assistenziali.
Insomma, tanto sviluppo, tanto lavoro. Benessere. Quello che tutti cercavano e cercano tuttora.
Poi gli avvenimenti, i fatti, le circostanze. Di quelli che si studiano nei libri di storia. Senza però entrare nella vita delle persone. Sulle quali invece le conseguenze ne segnano l’esistenza. Propria e delle generazioni a venire.
È il 1956 quando la Tunisia raggiunge, non senza spargimento di sangue, l’indipendenza dalla Francia (altro che “protettorato”). Si insedia il nuovo governo che fa quello che tutti i governi riscattatosi dal colonialismo fa: nazionalizza le terre. È il 1959. I francesi, gli italiani, gli stranieri, non possono che raccogliere quanto gli è possibile portare con se e scappare. Tornare in quella patria dalla quale sono, dovuti, andar via. La Tunisia era un ricordo felice fino a quando i terreni non sono stati espropriati. Vivevano insieme in Tunisia e sono arrivati a vivere insieme a Nettuno. Tutti i fratelli e cugini. Sono tornati tutti insieme. Mamma era già andata li con la famiglia che veniva da Pantelleria. La famiglia di papà è emigrata li quando lui aveva sei mesi. Per lavoro. Mamma non so perché era li ma suppongo per lavoro. In famiglia di mamma c’erano dieci figli. Papà raccontava che li c’era più possibilità di lavoro. Qui trovarono le vigne a filari bassi e le lavorazioni che venivano fatte con l’aratro trainato dai buoi. In Tunisia avevano già i trattori. Il vigneto era un tendone. Avevano una grande cantina con grandi vasche di cemento. Ci trasmettevano questi ricordi. Papà faceva il vino in Tunisia. Viti e agrumi. Lui era siciliano e viveva di agrumi. Qui acquistò il terreno perché all’ingresso c’era l’agrumeto. Antonella e Rita Fontana sono figlie di Rosina e Michele che dalla Tunisia scapparono proprio dopo la proclamazione della nazionalizzazione delle terre. Antonella aveva due anni, Rita sei mesi. Non lo dicono ma non deve essere stato semplice rivivere un ricordo doloroso. Un ricordo di sradicamento dal luogo ove sono nate. Così come non sarà stato facile per Rosina e Michele lasciare tutta una vita e, provare, ad iniziarne un’altra. Avevano la forza. Avevano la volontà e l’esperienza. Avevano la famiglia. Avevano le figlie da far crescere. Quando papà torno qui vivevamo della terra. Papà comprò un’altra azienda nella zona di Sabaudia. Poi capì che era troppo lontano per gestirla e venne venduta. Il vigneto di Sabaudia aveva uve da tavola e da vino. Vinificavamo qui. Papà vendeva il vino all’ingrosso. Venivano i camion con le cisterna. Da ragazze finito il tempo della scuola andavamo ad aiutare i genitori in vigna e in cantina. I profumi erano nostri. Abitavamo sopra…
Papà in vigna aveva degli operai mentre in cantina gestiva tutto lui Ricordo le nottate per la torchiatura e il controllo del mosto. Tubi che colavano. Motopompe accese. Controlla stai attenta, non ti avvicinare che c’è il torchio in moto. Anche se gli operai non erano di famiglia si creava un rapporto amichevole e familiare. La vendemmia chiudeva il lavoro di un anno e a papà piaceva questo momento di festa e condivisione. I ricordi di Antonella e Rita si rincorrono e lascio che escano così come capita. Un pò di nostalgia mista a felicità. Nostalgia per quei tempi. Felicità per quei tempi. Un misto di sensazioni che si accavallano e convivono senza che si possano scindere.
Le famiglie in Tunisia vivevano tutte insieme. Fratelli, sorelle, cugini, nipoti. Tutti insieme perché tutti insieme si lavorava. Una piccola grande comune dove ogni cosa era in condivisione. Il concetto di famiglia rappresentava il vero motore di qualcosa che, una volta arrivati in Italia, non si poteva spegnere. Loro qui hanno ricominciato da capo. Quando sono venuti qui avevano trentacinque anni e due figlie io e Rita mia sorella. Avevano cominciato da capo con una casa e un piccolo appezzamento. Così in Tunisia, così a Nettuno. Qui papà Michele arriva, prima in avanscoperta, poi con tutta la famiglia. Qui decide di comprare casa e terra. Vicino al mare. Poco sotto Roma, porta di ingresso nell’Agro Pontino, Nettuno è paese di mare e di terra. Una sorta di congiunzione tra i due elementi, due anime. Probabilmente la fertilità delle terre e la provenienza delle persone che iniziarono ad abitare queste zone, fa prediligere la propensione verso la terra piuttosto che per il mare. Terreni argillosi e sabbiosi che portano con se il ricordo della palude.
Grandi pianure ove qualunque cosa si semini, cresce rigogliosa. Anche il vino, grazie alle barbatelle portate dai coloni del Veneto e dell’Emilia, dell’Umbria e della Lombardia che negli anni ’30 trovarono nell’Agro speranza di vita grazie alla bonifica. Un pezzo di terra e una casa in cambio del lavoro di bonifica. La speranza di un futuro invece che la povertà assoluta.
Poi ci si meraviglia se in queste zone si inneggi ancora al Duce e si voti principalmente a Destra. Antonella e Rita hanno vissuto la loro vita a Nettuno. Qui sono cresciute. Qui si sono sposate. Qui sono nati i loro figli (cinque nipoti in totale). Qui hanno lavorato anche se non solo nella terra dei genitori. Sono rimaste però nelle case che erano quelle di quando sono arrivate in Italia. Le case con la terra intorno. Quella dove papà Michele aveva impiantato le vigne. Quella dove si facevano le feste della vendemmia. Siamo andati avanti per diverse anni. Io le ricordo queste scene che ero piccola. Ricordo che con i cugini ci nascondevamo in attesa della festa con i pasticcini e le pesche. Era una festa. È Simona che si innesta nella conversazione. Lei è una dei cinque cugini: Alessia, Andrea, Sergio, Eva. Rappresentano la nuova generazione. La continuità, la spinta propulsiva necessaria a riprendere in mano qualcosa che non era stato più gestito dopo Michele e Rosina. Noi che siamo la generazione successiva, abbiamo il ricordo di quello che i nonni ci raccontavano. Nella quotidianità come a livello gastronomico. Il cous cous che tanto va di moda ad esempio. Anche nel parlato quotidiano i termini tipici ritornavano frequentemente. Abbiamo solo le foto e i sapori che ci hanno fatto vivere. I cinque ettari che circondano le case di Nettuno rappresentavano le uniche terre rimaste. Papà Michele aveva comprato anche dei terreni a Sabaudia che però vendette prima della sua morte avvenuta nel 1994. Con il pulmino di ritorno dalla vigna di Sabaudia la tappa fissa alla gelateria era un must.
Terre super ancora più fertili probabilmente ma lontane (per quei tempi) da Nettuno dunque difficili da gestire se l’agricoltura non rappresentava l’impegno principale. Abbiamo mantenuto questa azienda per motivi affettivi. C’era ancora mamma. Ognuno di noi aveva il proprio lavoro dunque si vendeva l’uva È una conversazione meravigliosa quella con Rita, Antonella e Simona che si accavallano nelle parole perché sono i ricordi che si accavallano. Un intreccio di ricordi generazionali che saltano avanti ed indietro nel tempo. Mamma è vissuta molti anni dopo papà. Deceduta nel 2018. Era gelosissima dei cinque ettari. Abbiamo pensato che lavorare e metterci impegno e vendere l’uva non andava bene. Finiva nel mucchio. Nel mentre figli e nipoti sono cresciuti e nessuno voleva mollare la presa su quei cinque ettari. I nipoti hanno fatto la maggioranza. Dopo la morte di papà Michele vinificare non era più possibile. C’erano le figlie con i loro mariti ma si sa che i genitori cercano sempre di migliorare le condizioni di chi viene dopo di loro. La terra non rappresentava più la fonte di vita con la conseguenza che la produzione di quei cinque ettari veniva venduta per intero. Non imbottigliavamo. Ma vendevamo solo l’uva. Non ce la facevamo. Conferivamo l’uva. Uve principalmente bianche come era normale in questa che è storicamente terra di bianchi autoctoni come il Bellone, la Malvasia o più avanti nell’Agro Pontini, il Moscato di Terracina. I rossi arrivano dopo, proprio con i coloni che si portarono dall’Alta Italia le barbatelle. Abbiamo pensato di dar valore a quello che era rimasto. I genitori non c’erano più però quello che era rimasto a noi era dovuto alla loro fatica, al loro lavoro, al loro amore. Questo posto era un posto tranquillo che hanno amato. Anche rispetto alla paura vissuta in Tunisia. C’era pericolo che portassero via noi che eravamo piccole. Questa era una oasi di pace. Anche gli altri che arrivavano si potevano appoggiare. Così l’attaccamento a questa terra. Noi abbiamo ricostruito quando ci siamo sposati per mantenere le radici qui. Io impiegata dello stato nella Polizia. Ora in pensione. Io lavoratrice autonoma. Mio marito lavorava alla Difesa e nel pomeriggio si occupava della vigna. Era il braccio destro del papà. È un intreccio di voci. Ognuna che prima timidamente poi con maggiore enfasi interviene nella discussione appena un ricordo affiora. La voglia di dire qualcosa che possa mettere un ulteriore tassello alla ricostruzione di una storia che non può cadere nel dimenticatoio. Vinificare è venuto fuori nel 2018. Una annata non troppo favorevole e non volevamo iniziare in maniera incerta. Il 2019 è stata una buona annata e abbiamo deciso di imbottigliare per dare valore. Purtroppo quando era pronto nel 2020 era tutto chiuso. Ci siamo fatte ricche bevute. Così ci siamo inventate progetti diversi. Eravamo soddisfatti del risultato del prodotto. La cantina non era più a norma e rinnovare tutto il macchinario non era possibile. Così appoggiamo presso una cantina. Sapevamo ciò che volevamo e anche da un punto di vista etico e morale abbiamo cercato le caratteristiche di chi fa vino. Biologici ad esempio. Ci hanno accolto come una seconda famiglia. Abbiamo iniziato a camminare insieme anche con l’enologo. Nasce Vigneti Fontana insomma. Un nuovo inizio non è mai semplice. Tante idee. Tanti progetti. Tanta euforia. Tante voci in questo caso. Ciò che però si respira in questa azienda è unione ed allegria. Unione di più famiglie che hanno mantenuto uno spirito di coesione e coesistenza. Lo stare insieme come momento di allegria, utile per ricordare e mantenere le tradizioni. Cinque nipoti e tre pronipoti. Con le forbici in mano siamo tutti all’opera. Con la vendemmia la squadra è già pronta. Non solo vendemmie ma tante attività a corollario della cantina. La vendemmia, fatta a mano che coinvolge le famiglie ed i bambini. La pigiatura come si faceva una volta: con i piedi. Facciamo vedere come si controlla il grado zuccherino. I bambini possono assaggiare anche il mosto. Si preparano dei dolci. Facciamo anche la raccolta delle fascine perché a Nettuno c’è la tradizione del falò della Immacolata e si accende il falò sulla spiaggia. Prepariamo le fascine e le facciamo preparare per essere pronti. Qui c’è la festa. Quella di una famiglia allargata. Tante persone che sono insieme con la voglia di rimanere insieme. Non un circolo chiuso ma un anfiteatro dove le persone vi entrano iniziando a farne parte. Festeggiamo Santa Lucia e San Nicola come mix tra Sicilia e Lazio. Tante serate di degustazione e preparazione di biscotti. Convivialità per stare insieme attorno alla campagna e al vino. Cerchiamo di trasmettere questo. Il vino si è importante ma è più importante lo stare insieme. Si respira. Si respira proprio quest’aria di festa ed allegria. Nelle parole e nei fatti. Attaccati alla portafinestra della cantina ci sono i disegni dei bambini che vengono qui per passare le giornate. Sono messi li con grazia e tenerezza. Sono belli. Trasmettono allegria. Trasmettono quella spensieratezza che Rosina e Michele hanno trasmesso alle loro figlie e ai nipoti. Dimenticando la fuga. Dimenticando o provando a dimenticare la paura. L’azienda c’è e ci vuole essere. Un senso di rispetto verso i sacrifici di Rosina e Michele ma anche e soprattutto un collante per la, anzi, le famiglie che oggi si riuniscono attorno a queste vigne. Oggi siamo a 5000 bottiglie a secondo della annata. Tremila di bianco, 800 di rosato. 1000 di rosso e 250 di spumante. Dal totale conferito a parzialmente conferito. Con l’obiettivo di imbottigliare tutto e ad un nuovo impianto. Aumentare la vigna per fare più rosso. Il primo anno abbiamo fatto solo il bianco e il rosso. Nel 2022 il rosato e lo spumante. Qualcuno diceva che ci volevano i maschi ma papà diceva che erano meglio le femmine. Era contento della sua famiglia e oggi sarebbe orgoglioso che si sta portando avanti il suo nome.
I primi due vini sono dedicati alla famiglia. Madamì e Chery erano i nomi di casa con i quali papà chiamava mamma. Madamì è un riuscitissimo mix di Malvasia di Candia, Trebbiano e Bellone. Sa di leggerezza. Sa di spensieratezza. Sa di un aperitivo al tramonto in riva al mare. Sa di una cena a base di pesce con i piedi nel mare. Note semplici di fiori bianchi che si fondono con lo iodio del mare. Note di agrumi e di mela farinosa. Note di frutti tropicali ed erba appena tagliata. Note di acacia e camomilla.
La freschezza e frizzantezza di tali sentori, invitano al sorso che, quando arriva, spicca per la sua sapidità. Fresco e secco, per nulla caldo così da essere estremamente bevibile. Tanto bevibile che la chiusura di bocca è un invito al prossimo sorso.
Ben strutturato nella sua sottigliezza, schietto. Un ritorno di melone in bocca, va giù che è un piacere. Stesso mix per lo spumante brut 5.0. 5 come i cinque nipoti. 5.0 come un nuovo corso che sta per cominciare e in parte è già iniziato. Un bel colore giallo paglierino, quasi dorato nel calice. Perlage non particolarmente fine ma ci sta. Sentori giusti, schietti e poco civettuoli.
Un sorso efficace, non banale e soprattutto incisivo. Ma senza essere invadente. Persistenza giusta. Secchezza giusta. Un brut che accompagna una cena senza voler essere protagonista ma giusto comprimario. Si stappa e si beve. Per creare allegria e continuità. Cherì è il rosso da Merlot e Cabernet Sauvignon. Il rubino intenso con venature porpora è vivo e avvolgente. I sentori sono freschi e vinosi con ciliegie, arance e anguria ad invitare il sorso. Il floreale e il tocco di balsamico donano vivacità e allegria. Niente è stucchevole, niente è banale. Sembra di vedere il sorriso di una donna che si gira quando la chiami Cherì così che possa venirti incontro e darti un bacio spensierato, di pura allegria. Come il sorso: fresco, non particolarmente caldo, secco e con una marcata sapidità. Il tutto per una sensazione di sottigliezza, non particolare struttura, snello. Uno di quei vini che si può bere anche più fresco, da aprire senza particolari sovrastrutture. Solo per strappare un meraviglioso sorriso. Été è infine il rosato da Merlot. Immediato e sbarazzino già dal colore quasi aranciato. Sentori vinosi con l’anguria, fresca e appena tagliata, in bella mostra. Se si chiudono gli occhi e si respira, lo iodio e l’anguria riportano immediatamente in riva al mare in una sera d’estate. Arriva poi un pò di limone e dello zenzero a rendere più frizzante il tutto. L’erba appena tagliata e i fiori di campo sono il legame con la terra di Nettuno.
Il gusto richiama ancora l’anguria (o cocomero come si chiama da queste parti), la pesca messa a macerare nel vino, l’arancia. Tutto in fusione con la sapidità del mare. Non particolarmente caldo ce con persistenza non lunga. Cosa questa che rende il sorso fluido, sbarazzino. Il finale di bocca è fine e quasi floreale. Meraviglia! Papà non era un amante di vini con una gradazione troppo alta. Nella vecchia cantina nonno teneva le vecchie bottiglie e aperte recentemente abbiamo notato che lo stile era quello di oggi. Lo stile era sempre uno stile francese con vini bevibili e non tosti. Vogliamo essere apprezzati noi ed il vino laziale. Farlo riscoprire anche andando ad eventi cosi facendo eventi in vigna anche a persone con disabilità. Abbiamo ricevuto tanto e vogliamo ridare. Dopo Rita ed Antonella ci saranno i figli a portare avanti l’azienda. Una continuità che a Rosina e Michele avrebbe fatto piacere. Non tanto per la parte economica quanto più per l’unione della famiglia. Il vero valore della vita. Ognuno fa la sua parte e ha i suoi compiti. Siamo cinque teste differenti spesso in contrasto però alla fine è un camminare unico. Un sentiero tracciato insieme da quando eravamo piccoli. Non è mio cugino ma mio fratello. Siamo molto uniti. L’unione tra mamma e zia è come in precedenza una sola famiglia. I valori e i principi sono comunque allineati sullo stesso cammino. Ognuno con altri lavori. Ognuno con la propria famiglia. La vigna unisce, non divide. Le discussioni non sono discussioni ma un modo per parlare di qualcosa in comune. Qualcosa che non è del singolo ma della famiglia. Le domeniche si mangiava e si diceva: che nome diamo a questo vino nuovo? Come lo facciamo? Iniziava e finiva tutto intorno alla tavola. Una discussione impegnativa perché siamo tanti. Ognuno riconosce la parte di competenza dell’altro. Ci si fida molto dell’altro. Piena fiducia nell’altro perché è come se lo facesse con le sue mani. Dal lavoro in vigna al decidere il tipo di vino. La grafica delle etichette. C’è spazio per tutti e per tutte le indoli. Il vigneto è circondato dalle olive. Produciamo olio ma va via subito essendo tanti. Non ci sono veri obiettivi per il futuro. Si, magari un pò di vigna in più. Magari una barrique per nobilitare il rosso. Magari una cantina vera così da vivere insieme anche la parte della vinificazione. Magari un pò più di struttura per seguire tutta la parte burocratica necessaria dopo esser passati al biologico. Magari più eventi per farsi conoscere e far conoscere il vino laziale.
Nulla di trascendentale e una sola certezza: continuare a stare insieme.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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15 Agosto, 2024

L'ALTA LANGA sbarca a Roma

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 17 Giugno, il CONSORZIO ALTA LANGA ha organizzato, negli eleganti spazi di Palazzo Brancaccio a Roma, una giornata dedicata a quelle bollicine piemontesi che troppo spesso passano in secondo piano rispetto ai vini “fermi” della Regione e che noi spesso dimentichiamo essere il più antico Metodo Classico d’Italia. 3 Provincie, 149 Comuni, 400ha vitati, non meno di 250m/slm la quota degli impianti, oltre 90 Produttori, 160 Etichette, almeno 30 mesi di permanenza sui lieviti, questi i numeri dell’ALTA LANGA. Nata come consorzio nel 2001 ottiene il riconoscimento della DOC nel 2002 e della DOCG nel 2011 (con retroattività fino alla 2008) vinifica esclusivamente Chardonnay e Pinot Nero in bianco o rosato, Brut o Dosaggio Zero che non esitano a rimarcare la minerale sapidità del Territorio e si sposano magnificamente con i piatti della cucina tradizionale piemontese, dagli Agnolotti del Plin al Tartufo d’Alba. GLI ASSAGGI A latere della masterclass di cui avete letto la settimana scorsa c’erano i banchi d’assaggio dietro i quali i Produttori (molti dei quali in presenza) presentavano le proprie eccellenze al numeroso pubblico di addetti del settore, stampa e semplici winelovers intervenuto all’Evento. Davvero tanto da assaggiare, soprattutto per me che arrivavo da una mattinata dedicata ad un altro Eveno enoico. Ho comunque ficcato il naso in un sacco di cose e, dal mio quaderno ho tirato fuori quella solita classifica che, stavolta, giudicherete come particolarmente severa. Voi dategli comunque un’occhiata e…dite la Vostra. IL PODIO ALTA LANGA DOCG “FOR ENGLAND ROSÉ” PAS DOSÉ 2019, CONTRATTO: nasconde nel nome e in quell’etichetta che, come le altre, rimanda alla Belle Époque, la voglia di proporre a una Inghilterra che cercava vini meno dolci, non tanto una alternativa allo Champagne quanto un vino con una sua propria identità. Decisamente minerale, lascia i piccoli frutti sullo sfondo dando più importanza a tostature mandorlate e freschezze più di melagrana che di agrume. Sorso cremoso ma di decisa dinamicità, quasi irruento nel proporre il proprio carattere spiccatamente sapido. Bello davvero! Da bere ascoltando “ENGLISHMAN IN NEW YORK” di STING. (88 Punti). Un plauso va sicuramente a quel packaging così poco “sabaudo” e quasi irriverente. Le etichette non passano certo inosservate, cercatele, troverete vini cui difficilmente saprete resistere. ALTA LANGA DOCG BLANC DE NOIRS BRUT NATURE “570M” 2019 RISERVA, DELTETTO: naso complesso che regala emozioni di frutta secca e vegetali florealità, agrumate sensazioni e nuances tostate. DestreggiateVi dunque tra arachidi e mughetti, cedro candito e scaglie di mandorle, sarà un bel viaggio sotto lo sguardo attento di una profonda, pirica mineralità. Sorso di elegante equilibrio, ben giocato tra spallate di viva freschezza e affondi di sapida mineralità. Da bere ascoltando “LIBERTANGO” di ASTOR PIAZZOLLA (nell’interpretazione di MARIO STEFANO PIETRODARCHI). (A 90 Punti non ci arriva, ma 89 se li merita tutti). ALTA LANGA DOCG PAS DOSÉ “ZERO SBOCCATURA TARDIVA 2018”, SERAFINO: pasticceria e frutto sono protagonisti! Nocciole pralinate, cedro candito, sofficezze lievitate, agrume maturo e…una mineralità conchigliosa che… Sorso affilato e verticale ma al contempo ampio e panoramico come quel mare che la profonda sapidità sembra evocare. Tanta roba! Da bere ascoltando “SHOUT” dei TEARS FOR FEARS. (91 Punti). AI PIEDI ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS EXTRA BRUT “BERA BLANC” 2020, BERA: fiori bianchi e mandorle fresche precedono scorze di cedro, ananas (?) e pane cotto a legna. Chiude lasciandoci respirare una mineralità che precede un sorso fresco, dinamico e verticale. Gustoso, richiama sensazioni agrumate e lunghe memorie aromatiche che…me lo fanno immaginare Pas Dosé. (86 Punti). ALTA LANGA DOCG BRUT “BERA”, BERA: 70 parti di Chardonnay e 30 di Pinot Nero che dopo 60 mesi sui lieviti ci regalano un naso che sa di ghiaioni smossi scendendo dall’alpe. Ampio il corredo di erbe aromatiche con la salvia in primo piano e chiusura dedicata a frutti che spaziano dal cedro a un ché di esotico. Sorso di suadente cremosità, sicuramente fresco ma di spiccata, piccante sapidità minerale. Davvero bello. (87 Punti). ALTA LANGA DOCG PAS DOSÉ MILLESIMATO 2020, CONTRATTO: Pinot Nero con un 20% di Chardonnay per un naso tutto pasticcere! Ci trovate i lieviti appena sfornati, il cedro candito, un ché di miele, le mandorle tostate e pralinate… E in bocca è cremoso e verticale. Fresco, sapido, dritto e con una lunghezza che non conosce cedimenti. Alla faccia dell’entry level! (86 Punti). ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS BRUT “FRANCESCO GALLIANO” 2020, BORGO MARAGLIANO: il naso apprezza sicuramente gli agrumi e le dolcezze pasticcere ma si stupisce per quel mix di balsamicità e sensazioni fumé che riempiono l’atmosfera di un ché di mistero. Chiude ricordando fragranze di pane e frutta secca tostata introducendo un sorso di grande sostanza che l’affilata freschezza e la profonda sapidità rendono snello e dinamico. Molto interessante. (86 Punti). E ORA? Ora, con questo caldo, mi ci vorrebbe almeno una bottiglia di ALTA LANGA per rinfrescarmi le idee ma, nell’attesa, mi toccherà approfondire la conoscenza di qualche Azienda che m’ha particolarmente colpito e…aspettare l’Edizione 2025 di un Evento davvero interessante Roberto Alloi VINODENTRO  
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13 Agosto, 2024

Vola piano

Sedersi in solitudine nell’attesa dello scorrere del tempo. Lasciarsi trascinare dal battere dei secondi e ascoltarne il ticchettio, trasportati dal rumore inesorabile delle lancette che contano incessantemente gli attimi. Il tempo fluisce e ci lascia meravigliati, ogni secondo che passa non tornerà mai più e questo genera domande del tipo: dove finisce il tempo trascorso? Dove si vanno ad accumulare tutti i secondi che passano? Un’infinità di particelle che restano in fila, in attesa di avere il loro attimo di notorietà che non potrà superare il Tic o il Tac. Il tempo continua imperterrito a scorrere, anzi a fuggire, “Tempus Fugit” si può leggere sui quadranti delle vecchie pendole da salotto; il tempo inquadra la vita e le detta il ritmo. Quante volte permettiamo al tempo di impadronirsi delle nostre vite, al punto da sentirci spossessati e totalmente dipendenti da una forza impersonale estranea a noi.Gli antichi greci indicavano il tempo con due termini diversi: Chronos e Kairòs.
Chronos è il tempo nelle sue dimensioni di passato, presente e futuro, il tempo oggettivo, misurato, che scorre in modo uguale ed inesorabile per tutti. 
Kairòs invece è il tempo opportuno, la buona occasione, il momento propizio, il tempo debito. Il tempo debito è l’occasione che dobbiamo essere capaci di cogliere, esercitando la nostra attenzione e la nostra sensibilità alle circostanze. Se ci lasciamo sfuggire il momento propizio, difficilmente si ripresenterà esattamente lo stesso scenario. Bisogna saper cogliere e vivere l’occasione, e in queste settimane è come se mi fosse stata concessa questa possibilità, e con lei un bel po’ di Kairos. Vola Piano e nel tuolento planare porta con te un luogo. Questo punto è l’Enoteca Cocktail Bar Star Bakery caffe, bistrot nel cuore del quartiere Aurelia (Roma). Un meta gourmet, dove il suo puzzle di culture e storie si riflette nei diversi sapori che Vincenzo, uno degli angeli dentro al bar di Eta Beta, offre, accompagnando gli ospiti in un viaggio tra i sensi enologici più diversi. Qui il momento propizio è da vivere nella Regione viticola del Bordeaux https://www.bordeaux-turismo.it/vigneti-e-vini-di-bordeaux/6-regioni-viticole; con una delle 6000 bottiglie di improbabilità e unicitàenologica realizzata nel terroir di Saint-Émilion: il Blanc de Nuit @blanc.de.nuit. Prodotto importato in esclusiva per l’Italia da @mjselections, il Blanc de Nuit è un Vino Bianco ottenuto dal vitigno Merlot (100% Merlot). Colore platino, caratterizzato da un’incredibile chiarezza e brillantezza. Bellissimo l’equilibrio con note agrumate sul finale, supportate da una nota tostata e minerale. Un vino che permette di viaggiare e scoprire il lato oscuro della luna. Vivere nel presente con consapevolezza è, dunque, non lasciarsi travolgere dal ritmo inesorabile del tempo misurato, ma riuscire ad opporsi al suo incedere incalzante per crearsi una dimensione temporale a propria misura: un tempo nel quale innanzitutto ci prendiamo cura di noi stessi. Ci siamo mai chiesti se tutto quello che facciamo sia realmente necessario?
Vivere esclusivamente il tempo oggettivo vuol dire rinunciare a vivere la propria vita, rinunciare alle proprie scelte, delegare la propria esistenza, facendo magari tantissime cose, ma senza chiedersi il senso di quello che si fa. Saper governare il nostro tempo in modo opportuno allarga il nostro spazio di esistenza, inserendoci positivamente nel contesto delle relazioni.
E forse è proprio in ciò, che il tempo debito si manifesta, come il più autentico tempo umano. Questo governare il nostro tempo non è inteso come saperlo “controllare”, ma saperlo “creare”, e riuscire a creare il tempo, il kairòs, si collega intimamente con la chiarezza, con la nostra consapevolezza, con la nostra decisione.  Spesso si cerca di capire cosa succederà dopo, quale sia il fine di ogni azione. Questi sono solo alcuni dei modi che mi sento di “consigliarvi” per dare “senso” a questo tempo. Vola Piano, ti potresti far male sai. Solo così potrai assaporare pienamente la situazione, darle una direzione, volgere lo sguardo in avanti e concederti il modo di ascoltarti, di prenderti cura di te stesso e di fare nel tuo “nuovo” spazio quello che più ti piace. Si dovrebbe più spesso prendere la vita così come viene, catturando l’attimo, senza troppe domande, gioendo delle piccole cose. “tu non cercare qual fine a me, quale a te hanno posto gli dèi […]” (Orazio, Odi, I 11) LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 10 prodotti in mescita: Italiani (del territorio) Francesi (Bollicine). Vini Fermi Bianchi e Rossi dove la provenienza dalla Regione Lazio fa da padrona. Locale Mixology oriented. Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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12 Agosto, 2024

Tra Travertino e Infinito. La Convention continua!

Se la prima giornata della Convention Nazionale delle Donne del Vino nelle Marche ci aveva svelato la grinta tecnica del Verdicchio, la seconda tappa è stata un inno alla bellezza monumentale e alla profondità intellettuale. Ma prima di immergerci nel marmo di Ascoli e nei versi di Leopardi, è stato un momento di pura convivialità a fare da collante: la cena in hotel.  Lontano dai protocolli ufficiali e dai palchi, cenare insieme ci ha permesso di socializzare, accorciare le distanze e conoscerci davvero. È stata un’esperienza profondamente arricchente che ha trasformato un gruppo di professioniste in una comunità vibrante, pronta a vivere con spirito nuovo le meraviglie del territorio.
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9 Agosto, 2024

Stefano Poser. Sassocorno, la vigna del medico

Stefano Poser è un medico specializzato in kinesiologia applicata. Una pratica scientifica volta a diagnosticare e curare una serie di malattie mediante l’analisi della forza e del tono muscolare. Come medico sono alternativo, uso rimedi naturali e una medicina non convenzionale. La disciplina che faccio io si chiama kinesiologia applicata che consiste nel lavorare con dei test muscolari. Individuare le cause dei problemi e curare la causa non i sintomi. Dovrebbe essere utile alla salute delle persone. La pratica kinesiologica gliela ha insegnata papà Giuliano salito alla ribalta delle cronache nel 2016 quando alcuni giornali scovarono Lionel Messi in quel di Sacile, un paesino poco distante da Pordenone e luogo ove il dott. Poser operava da tempo. Messi frequentava Sacile e il dott. Poser già da tempo per risolvere alcuni suoi problemini. Medicina dello sport e kinesiologia. Grande attenzione alla alimentazione con il principio di assumere solo cibi di derivazione biologica o comunque lavorati in maniera naturale; eliminazione di cibi contenenti conservanti, pesticidi, anticrittogamici, glutammato sodico, aspartame, grassi saturi, ecc; eliminazione di saccarosio, alcol, lattosio, lieviti, farina di frumento raffinata e comunque tutto quanto risultato non tollerato ai testi kinesiologici.  Se dobbiamo parlare di vini qualche principio del dott. Giuliano dobbiamo, purtroppo, non prenderlo in considerazione. O almeno non dirglielo. Alcol e vino sono ovviamente un binomio inscindibile (non ditemi che i dealcolati sono vino per cortesia!).  Stefano è il protagonista di questa storia e parlare subito del padre aiuta a capire come, visti gli insegnamenti avuti, si possa certamente connotarlo come vignaiolo poco “convenzionale”.  Un momento. Ma non si era detto che Stefano fosse un medico? Che c’entra ora la vigna e il vignaiolo? Eh direte voi, di personaggi che hanno deviato dalla professione originale alla vigna ne abbiamo visti un bel pò. Ingegneri, avvocati, impiegati, architetti. Mancava il medico.  È proprio vero che la vigna in qualche modo strega le persone. Secondo me occorrerebbe far spiegare questa cosa ad uno psicanalista. Uno bravo si intende. Per quanto infatti la professione del vignaiolo possa essere romanticamente affascinante, c’è da farsi il mazzo (sempre per essere romantici) tutto l’anno con la speranza di guadagnare qualcosa. Anche se, diciamocela tutta, chi fa il vignaiolo e lo fa per scelta, di guadagnare proprio non ha voglia. Basta quanto serve per vivere e mandare avanti la passione. Appunto, passione. Ho scoperto la passione per il vino nell’epoca in cui si tende a bere del vino. 18/20 anni.  Negli anni 90 quando ci fu un pò l’esplosione del vino. Mio padre, che come me fa il medico, portava a casa tante bottiglie di vino che gli venivano regalate. Non andavano a scatola ma a singola bottiglia. Così ne avevamo tante. In tante famiglie si compravano le damigiane mentre nella nostra con le bottiglie ho iniziato a capire le infinite possibilità.  Ecco la mia era una di quelle famiglie invece dove papà mi mandava a comprare il vino in damigiana. Voleva solo quello e quando, in età adulta, gli portavo le bottiglie, anche serie, niente, voleva la damigiana della Cantina Sant’Andrea di San Felice Circeo. Le bottiglie che portavo io finivano o nella credenza oppure in frigo. Non dite niente vi prego. Si assaggiava e la passione si sviluppava in parallelo con gli studi. Liceo Scientifico, Facoltà di Medicina. Visto che questo mondo mi piaceva parecchio, il bivio è stato se concentrarsi sull’aspetto degustativo, come è successo a molti che hanno fatto i sommelier o i giornalisti, oppure se impegnarsi sull’aspetto produttivo. L’aspettò agricolo aveva sempre avuto un certo fascino nei miei confronti. Mi sono trovato a capire cosa ci sta sotto e come si produce il vino. Ho iniziato a documentarmi come autodidatta senza iscrivermi ad un corso di studi ufficiali.  Nel 2010, a 28 anni, anno in cui mi sono sposato e ho iniziato ad avere figli ma questo è un altro capitolo, un amico mi ha prestato un piccolo appezzamento cosi che potessi fare i miei esperimenti. Un micro vigneto di Cabernet Sauvignon che tra l’altro non produco come vino anche se quel piccolo appezzamento continuo a gestirlo perché si fa un vino da garage per divertimento con degli amici. Fino al 2018 ci siamo divertiti a fare le nostre potature, vendemmia, comprare le barrique, metterci il vino, fare le bottiglie e bersele in compagnia senza vi fosse un intento commerciale sotto.  Un altro garagista. Un altro professionista che si mette a giocare non sapendo nulla di vino. Niente esperienza.  Già me le immagino queste espressioni, magari condite con del colore, da parte di chi nel vino e con il vino ci convive da generazioni spaccandosi la schiena tutti i santi giorni. Grazie però a questi pazzi sognatori passionali come Stefano abbiamo oggi in Italia una incredibile e unica varietà di prodotti qualitativamente eccellenti. La diversità è una ricchezza. Occorre ricordarselo. Poi si è innestata anche un’altra passione che è il ciclismo. Quando ero all’università mi facevo tanti giri nel Friuli orientale dove ci sono le colline. Girando mi sono innamorato di un posto che si chiama Rocca Bernarda e non lo so perché, sono quelle cose che non te lo chiedi, ma mi piaceva più degli altri. Casualmente guardando delle app di annunci immobiliari, intorno al 2016/17, salta fuori una vigna in vendita. Così ho iniziato a capire se era una strada percorribile. Inizialmente non lo sembrava molto anche perché non abito esattamente li ma in provincia di Pordenone a circa un’ora di strada. Quella con cui giocavamo stava pure lontano ovvero sempre in provincia di Pordenone ma vicino Treviso. Il Cansiglio si chiamava. Mi sono comunque interessato sempre di più a quel terreno che non veniva venduto. Così il prezzo è calato e per farla breve siamo arrivati all’acquisizione di questo terreno. Sempre in quel periodo parlando con mio cugino con la mia stessa passione decidemmo di metterci in società. Adesso però questa società si sta dissolvendo. Non so se la pazzia è contagiosa ma di certo è lucida. Certe cose avvengono per caso o magari dando a questo una spintarella. Cercare un terreno non è certo usuale. Trovarlo nel posto del quale ti sei innamorato può essere un caso. Se pure tuo cugino poi ti presta una spalla, o lo hai contagiato oppure la follia è davvero diffusa. Con l’aggravante che la stessa follia non si ferma. Continua e continua ancora. Abbiamo cosi trovato altri terreni più al cento del Corno di Rosazzo che comprendevano anche un casolare e un piccolo borgo che poteva diventare la cantina, il deposito degli attrezzi, la sala degustazione. Insomma tutto quello che adesso esiste e all’epoca non esisteva. Non abbiamo rilevato una azienda operativa nel settore ma terreni ed edifici che non erano utilizzati per questo scopo. Dunque la vigna a Rocca Bernarda, terreno ed immobili a Corno di Rosazzo. Nell’assetto attuale siamo arrivati a sei ettari di vigna. Un pò alla volta. Io mio cugino, sua moglie e mia moglie. Vedete come la pazzia dilaghi? Una vigna ci poteva stare. Un piccolo rifugio utile per fuggire nei fine settimana dalla monotonia della vita quotidiana. Un luogo dove coltivare la propria passione per farsi qualche bottiglia da bere con gli amici. Poco importa se poi il vino viene bene o male, tanto, nessuno si azzarderebbe a dire che fa schifo.  Invece si acquisiscono altri terreni da coltivare e altre vigne da impiantare. Poi strutture fisiche, attrezzi, utensili. Tanta roba e tanta follia. Fino a che qualcuno rinsavisce o perlomeno si rende conto che l’entusiasmo era solo iniziale. Un pò come quando compriamo qualcosa di stravagante sulle ali dell’entusiasmo e appena tornati a casa ci rendiamo conto di aver fatto una totale stupidaggine.  Mio cugino e la moglie hanno poi scoperto di non avere tutta questa propensione all’ambiente e hanno deciso di lasciare. Stiamo vedendo come fare per la parte societaria.  Prendete ora tuto quello che potete pensare circa la follia e metterlo da parte. Quando la ragione infatti assume la guida dei pensieri generando idee e progetti allora non c’è più follia ma diventa vita alimentata dalla irrefrenabile passione.    La mia idea era puntare su vigne vecchie soprattutto nelle zone di collina. Età tra i 50 e 100 anni, che ospitano il Tocai Friulano e un pò di Merlot. Nei terreni prossimi alla sede aziendale abbiamo deciso di piantare vitigni autoctoni idonei a quel tipo di terreno: Malvasia Istriana, Refosco, Schioppettino. Nel corso del tempo abbiamo aggiunto Pignolo, Verduzzo, Ribolla.  Vitigni autoctoni, viti vecchie, rese molto basse, trasformazioni senza interventi e lunghi affinamenti.  Eccolo il Credo di Stefano. Poche parole che dicono tutto.  Qualunque altro vignaiolo avrebbe specificato il significato di “trasformazioni senza interventi”. Invece Stefano no. Ci ho riflettuto a lungo su questa cosa e mi sono convinto che gli insegnamenti del padre prima, la sua professione medica con la particolare specializzazione dopo, comportino per Stefano il pensare che quello che lui fa e il modo con cui lo fa, sia l’unico veramente possibile.  La conseguenza per la su azienda, Sassocorno, è il produrre poco più di undicimila bottiglie.  Io sono in autonomia dal punto di vista decisionale. Ci sono delle persone che aiutano in campagna perché con queste superfici anche se fossi li al cento per cento non ce la farei. Abbiamo un trattorista e una operaia agricola che fanno i lavori in campagna. A livello di gestione enologica della cantina mi arrangio tutto io. Deraspatrice, pressa, travasi, batonnage.  L’esperienza della piccola vigna con gli amici è certamente servita. Piccolissime produzioni che hanno senz’altro avuto il merito di consentire sperimentazioni. Poi tante domande ai contadini e ai produttori della zona.  L’idea di non avvalersi di consulenti ma di documentarsi e chiedere in giro. Senza paura di sbagliare. Tutti sbagliano ed in effetti nella prima vendemmia 2018 ci sono stati errori grossolani. Dopo è stato aggiustato molto il tiro. Quando noi veniamo assaggiati nel contesto di fiere di vini naturali ci viene detto che siamo fin troppo puliti per essere naturali. Tutti i possibili errori grossolani si sono limitati alla 2018. Dopo niente più. Quando Stefano parla del 2018 è come se gli errori fossero stati commessi in laboratorio dove la paura di sbagliare non c’è e non deve esserci. In un laboratorio è necessario commettere errori perché solo attraverso questi e la comprensione di ciò che è accaduto si può generare il miglioramento necessario. Miglioramento e non involuzione. Chiunque dinanzi ad un vino non venuto bene avrebbe immediatamente preso la strada più facile, quella della chimica. Solforosa in fermentazione, inoculazione di lieviti, pied de cuve e chi più ne ha più ne metta. L’importante è non sbagliare più. E il proprio Credo? Può andarsi a fare benedire? Mi sono reso conto che le cose erano andate un pò come volevano loro. Come se il processo non fosse davvero governabile. Ho chiesto a qualcuno e la risposta è stata: se vuoi lavorare cosi dai la possibilità a queste masse di fare la fermentazione spontanea tanto la cantina si sarà già un colonizzata dall’anno prima. Importante è gestire bene le operazioni per ottenere fermentazioni pulite. Così ho fatto e sembrerebbe aver funzionato. Per certi versi abbiamo anche terreni e vitigni che hanno qualcosa di miracoloso. Tocai e Malvasia in questi terreni producono delle fermentazioni spontanee eccezionali. Uve che provengono da fuori come il Merlot ti fanno certe sorprese in negativo. Magari c’è necessità di rispettare la zona.  In effetti il ragionamento di Stefano è ineccepibile. I lieviti sono in cantina. Si sviluppano in cantina e qui rimangono. Quando si inocula un lievito selezionato, probabilmente quella cantina è segnata per sempre. Così, quello che si sarebbe potuto generare e sviluppare in quella cantina, di quel territorio, forse è perso. Se non per sempre per parecchio tempo.  Forse dovremmo considerare sempre la naturalezza delle scelte come necessarie per il raggiungimento della massima qualità ed espressione di quel territorio e di quella terra. Lo strumento più efficace per esprimere il territorio insomma. Per me era la strada più spontanea perché anche da un punto di vista degustativo mi stavo orientando verso quel mondo li. Consapevole del ritorno immediato con altri tipi di filosofia. Il mercato di questi vini esisti e nel Friuli orientale c’è una fetta di produttori che hanno fatto questo tipo di percorso già venti o venticinque ani fa.  Poi c’è il lungo affinamento. Una scelta dettata certamente dal dover domare alcuni vitigni tipicamente ostici ma al contempo per problemi di spazio. Si di spazio Abbiamo un lungo affinamento. Non puntiamo ad avere un grande affinamento in bottiglia perché tendo a mettere il vino pronto. Non abbiamo poi lo spazio fisico per le bottiglie. Un piccolo magazzino di bottiglie che non consente di accumulare annate. Gli affinamenti in legno gestiti per accompagnare al meglio il vino senza aggressione con il principio di usare botti solo già utilizzate in azienda. Nessuna barrique ma dimensione variabile da 10 a 15 ettolitri. Bassa tostatura e idrolizzate per consentire micro ossigenazione senza cessioni. Sto provando l’anfora e il cemento. Non voglio che la botte faccia da tisana. Stefano è davvero un personaggio. La sua è calma serafica. Di un dottore così potrei proprio fidarmi. Ogni pensiero è espresso in maniera pacata, pesando e scegliendo le parole giuste. Ogni tanto un pò di ironia ma senza strafare. Come se non siano questi gli ambiti nei quali si possa scherzare. Magari a tavola, bevendo il vino. Mi viene in mente una battuta del Marchese del Grillo quando diceva  Quando si scherza bisogna esse seri.  Dalla medicina mi sono portato che i sistemi biologici sono complessi e non si prestano alle banalizzazioni. Un sistema ipercomplesso in vigna e uno in cantina. Devi capire che stai lavorando con degli organismi viventi che non fanno esattamente quello che vuoi ma ciò che la genetica e l’ambiente in cui vivono li portano a fare. Tutti in genere mi dicono: Quando inizia la fermentazione metti un pò di solforosa cosi ti seleziona i lieviti. Ma io gli rispondo: tu hai provato a fare una vasca con e una senza? Perché l’approccio scientifico in realtà è questo: provare e vedere cosa succede. Nella mia esperienza succedono cose che non sono proprio quelle che si dicono in giro. Cose che non pensavi. Abbiamo avuto tante sorprese delle quali occorre fare tesoro.  L’approccio può sembrare tipicamente scientifico ma è del tutto romantico. Nelle sue parole c’è una sorta di fatalismo. Un modo per dire a se stesso prima, al mondo poi (anche se forse di questa seconda parte non è che gliene interessi più di tanto) che è la natura a dettare il corso delle cose. La chimica magari può influenzare, modificare, gestire. Ma che se ne ottiene? Non certo un prodotto di trasformazione. Semmai di manipolazione.  Io consiglierei essenzialmente di non bere troppo vino. Consiglierei di bere il mio vino in alternativa ad uno che contiene troppa chimica. Anche come medico sono alternativo, uso rimedi naturali e una medicina non convenzionale. Con un tipo di medicina del genere hai una mentalità e un animo che ti porta a lavorare alla fonte e non aggiungere. Ovvero non un farmaco. Così in vigna e in cantina. I vini anche a me fanno venire mal di testa. Molte persone quando vengono da me li hanno trovati molto digeribili e poco dannoso per la testa. Poi se esageri fa male lo stesso.  In vigna usiamo il rame perché comunque dalle nostre parti non ho alternativa al momento. Ne usiamo circa metà di quella che la normativa biologica ci consentirebbe di usare. Usiamo solfato di rame. Usiamo lo zolfo e l’olio essenziale di arancio dolce per il controllo delle malattie funginee. Nessun insetticida ma prodotti che cercano di evitare la peronospora. La chiave è la fermentazione spontanea per raggiungere la quale cerchiamo di evitare prodotti che non la inneschino.  I vini sono tutti caratterizzati dall’avere un solo ingrediente: l’uva. Niente altro che uva. A dimostrazione di come si possano realizzare vini intriganti ed interessanti solo immettendo nel processo tanta cura. Certo, come dice Stefano, i vitigni, la loro storia e il terreno dove sono nati e cresciuti, fanno la maggior parte del lavoro. Poi occorre “solo” assecondare il processo di trasformazione.  Noi raccogliamo in media i trenta quintali per ettaro anziché i cento dieci concessi dal disciplinare. Questo implica maggiore concentrazione, tanta mineralità. Nelle versioni più riusciti una complessità aromatica e per certi versi una pienezza del sorso. Il mio obiettivo è far trovare complessità ed eleganza senza che si perda la beva. Puntiamo li. Rex è l’espressione senza legno del Refosco dal Peduncolo Rosso a dimostrare che può essere un vino fresco e croccante anche con il solo acciaio. Lo definirei intrigante per quella sua capacità di stuzzicare il palato con una altalena di gusti non particolarmente corposi. Un vino non impegnato, sicuramente sapido, sicuramente fresco, sicuramente secco, non particolarmente caldo. Lo si può bere anche leggermente fresco per quanto è intrigante.
I sentori sono vinosi corredati da una frutta fresca e da un bel bouquet di fiori rossi che danno la sensazione di rosso scarlatto. La ciliegia prevale sul melograno e l’arancia sanguinella arriva al naso donando freschezza. I fiori piano piano diventano quasi in potpourri insieme ad un piacevole sentore vegetale. Sembra quasi arrivino delle spezie. 
Il sorso è fresco e sapido con la ciliegia che si presente prepotente unendosi a del giaggiolo. I tannini sono levigati così che in bocca si realizza un perfetto bilanciamento. La ciliegia si trasforma in candita come quella che si trova su certi pasticcini. Si realizza quella altalena di gusti che freschi e stuzzicanti necessitando di continuare a berlo. Anche perché la bocca rimane davvero incantata.  Badie (terroir storico nei pressi dell’Abbazia di Rosazzo) è il Tocai Friulano (qui lo chiamano così, c’è poco da fare) che proviene da vigne vecchissime di oltre 90 anni. Bassa resa (circa 0 quintali per ettaro e affinamento di due anni in botte d’acacia. 
La due settimane di macerazione e il successivo passaggio in botte hanno donato a questo vino un colore mieloso, quasi aranciato. La pulizia, in assenza di pratiche diverse, stupisce. Vivace al limite del luminoso. Davvero bello.
La “mielosità” torna al naso: miele di acacia. Poi frutta matura a pasta gialla come melone, pesca e mandarino rimane donando freschezza. I fiori la fanno da padrone: margherite e camomilla. Le spezie e le tostature sono delicate: tabacco, salvia e alloro ma anche del curry e della paprika dolce. Un accenno di pietra focaia e gesso. Che bel corredo!
Il sorso è fresco nonostante i suoi quattro anni (versione 2020), secco e molto minerale, non particolarmente caldo. Il sapore è vinoso, piacevole e pieno: sembra di bere il vino nel quale è stata in macerazione una pesca. I tannini sono evidenti ma non invadenti. Bilanciamento riuscito!
Non ci sono mezze misure: un vino come questo o lo odi o lo ami. Io l’ho amato già dal colore e poi per la avvolgenza che offre in bocca. Senza strafare, senza dare noia, anzi, lasciando una sensazione di “appagamento” che dura il giusto per via della buona persistenza. Freddo può provocare assuefazione; leggermente più caldo accompagna una carne bianca o del formaggio non stagionato. Super interessante. Io sono un innamorato della Malvasia in generale e me la sono piantata nel terreno che mi sono scelto io. Non vedo l’ora di arrivare con Refosco e Schioppettino dove voglio io. Cuar è il blend di Merlot (80%), Cabernet Franc (10%) e il resto di quello che c’è in vigna. Anche qui c’è la botte grande ma stavolta usata. Usata sempre in azienda secondo i dettami di Stefano.
Questo vino, al pari degli altri, è la dimostrazione di come si possa fare qualcosa di pulito e interessantissimo anche senza alcuna aggiunta. Meraviglioso infatti già  colore rubino con riflessi granata: di una pulizia unica.
I sentori sono immediatamente di frutta cotta con la prugna che spicca insieme al sottobosco. Un riuscito mix riuscito che dona una sensazione piacevolissima. Il balsamico apre subito le narici consentendo di apprezzare tutto il resto in maniera facile.
I frutti rossi continuano a farsi sentire in una alternanza di cotti, maturi, meno maturi. Il vegetale, come la foglia di pomodoro, si innesta in un gioco di caldo e fresco. La rotondità del Merlot viene fuori mentre la spigolosità del Cabernet Franc si intrufola garantendo l’alternanza necessaria. La ciliegia ed il lampone si uniscono alla cannella e alla vaniglia per poi lasciare spazio ai chiodi di garofano, al tabacco, al cacao, alla noce moscata, al goutron. Una bella, piacevole, intrigante complessità.
Un insieme di sentori di buona complessità, ben bilanciato e che lascia presagire una certa rotondità in bocca. Invece ecco che arriva l’inaspettato: c’è tanta freschezza, ma non asprezza, proprio freschezza. Tannino quasi rotondo, non particolarmente aggressivo, secco e con bella sapidità. La frutta, meno cotta di quella che ci si aspetterebbe, si insinua nel sorso e si lega alla freschezza donando una sensazione che richiede sempre di essere riprovata. Insomma un sorso fresco e rotondo al tempo stesso che lascia piano piano spazio alla finezza. La bocca si chiude in maniera elegante con la frutta che rimane nel sottofondo, senza essere stucchevole anzi, richiedendo un nuovo sorso. Bilanciamento da applausi. Questi vini li trovo puliti ed in ordine anche se il mercato non è che ci abbia premiato in modo clamoroso. Non vendo le bottiglie prima di averle prodotte.  Alla fine, chi è Stefano Poser? Un medico o un vignaiolo? Per quello che l’ho conosciuto, convintamente entrambe. Una persona che fa e bene entrambe i mestieri. Ama il suo lavoro da medico e ama la sua passione di vignaiolo. Per motivi finanziari devo fare ancora il medico. Mi piacerebbe fare il vignaiolo. Sono un libero professionista e posso gestirmi gli orari. Anche se c’è una agenda che tende ad essere molto piena. Mia moglie mi segue formalmente tutta la parte di imprenditrice agricola poi mi segue la segreteria del mio studio e poi abbiamo anche quattro figli misti dai tredici ai quattro anni. Noi abbiamo quarantadue dunque li abbiamo fatti giovani. Cosa sceglierà dunque appare decisamente chiaro. O forse no. Tra qualche anno mi vedo gradualmente semper più orientato nella direzione del vignaiolo. Se però le cose andassero come voglio io non è escluso che possa accogliere le persone in azienda. Faccio anche un approccio nutrizionale dunque si può trovare un punto di incontro. Non voglio aspettare la pensione perché quelli della mia età non la prendono la pensione. Avendo la bacchetta magica mi premerebbe prima riuscire a formare qualcuno che faccia il medico come lo faccio io. Mio padre ha formato solo me perché non è bravo ad insegnare. Come medico dello sport lui ha ottenuto il massimo del successo professionale. Mi piacerebbe quantomeno che non finisse qui questa esperienza e potesse avere un seguito e non andasse sprecata.  Il Giuramento di Ippocrate, quello antico, inizia cosi Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.  “Insegnerò quest’arte”. Si può essere folli. Si può cambiare la propria vita seguendo i sogni e la passione. Si può e si deve cercare di essere felici e di rendere felici le persone che ci sono care. Ciò che non si può e non si deve fare, è non rispettare un giuramento. Quello di Ippocrate è un giuramento che molti medici dimenticano anche di aver fatto, cosa questa che non giustificherebbe ma almeno renderebbe comprensibili gli scempi di taluni, presunti, medici.  Stefano, no. Stefano sa di aver non solo giurato ma ricevuto un dono dal padre. Uno di quei doni che non si può ne si deve tenere solamente per se. Deve essere trasmesso a qualcuno. Qualcuno che perlomeno avrà giurato come Ippocrate prescrisse.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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8 Agosto, 2024

ALTA LANGA: la masterclass

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 17 Giugno, il CONSORZIO ALTA LANGA ha organizzato, negli eleganti spazi di Palazzo Brancaccio a Roma, una giornata dedicata a quelle bollicine piemontesi che troppo spesso passano in secondo piano rispetto ai vini “fermi” della Regione e che noi spesso dimentichiamo essere il più antico Metodo Classico d’Italia. 3 Provincie, 149 Comuni, 400ha vitati, non meno di 250m/slm la quota degli impianti, oltre 90 Produttori, 160 Etichette, almeno 30 mesi di permanenza sui lieviti, questi i numeri dell’ALTA LANGA. Nata come consorzio nel 2001 ottiene il riconoscimento della DOC nel 2002 e della DOCG nel 2011 (con retroattività fino alla 2008) vinifica esclusivamente Chardonnay e Pinot Nero in bianco o rosato, Brut o Dosaggio Zero che non esitano a rimarcare la minerale sapidità del Territorio e si sposano magnificamente con i piatti della cucina tradizionale piemontese, dagli Agnolotti del Plin al Tartufo d’Alba. GLI ASSAGGI 4 le etichette in degustazione alla masterclass organizzata a latere di quei banchi d’assaggio presi letteralmente d’assalto dal numeroso pubblico di addetti del settore, giornalisti e semplici winelovers. Marco Reitano (Chef Sommelier del ristorante La Pergola dell’Hotel Rome Cavalieri) a condurla e Mariacristina Castelletta (Presidente del Consorzio Alta Langa) a coadiuvarlo.     – ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS BRUT NATURE 2019 RISERVA, DELTETTO 1953: certo che quella nota ossidativa che non vuole saperne di abbassare la testa disturba un po’… Il naso incontra la buccia di mela macerata e la mollica di pane, la scorza del cedro, fiori bianchi, pasta di mandorle e sottili piccantezze. Sorso cremoso e di grande freschezza, di buona rispondenza con l’olfatto e con una chiusura un pochino corta ma che riserva la sorpresa di una sapidità croccante che scomoda l’oliva. Peccato davvero per quel naso un po’ così… (84 Punti). – ALTA LANGA DOCG METODO CLASSICO BLANC DE NOIRS PAS DOSÉ BRUT NATURE “VIGNA GATINERA” 2016 RISERVA, FONTANAFREDDA: assolutamente minerale e silvestre (con tanto di resine e funghi), relega la frutta (candita e sciroppata) a ruolo di comprimaria e le stesse note croccanti e mielose di pasticceria pagano dazio alla sorpresa di quell’atmosfera di camino spento che… in bocca l’effervescenza è appena “aggressive” e castra un pochino l’elegante incedere di freschezza e mineralità. Chiude quasi piccante lasciando un bel ricordo e la voglia di riassaggiarlo. (86/87 Punti). – ALTA LANGA DOCG BRUT ROSÉ “GIOVANNI GALLIANO” 2020, BORGO MARAGLIANO: un rosé che punta il dito sui lamponi e non lesina tributi alle freschezze di melagrana e pompelmo rosa lasciandoci in chiusura con la voglia di farci un tost. Sorso fresco e dissetante, quasi easy per certi versi, con un tocco di sottile speziatura a rendere più interessanti i continui richiami alle dolcezze di frutta. Chiude con una sapidità ahimè poco convinta, tanto da essere preda della ridda di piacionerie. Non il mio vino, ma di sicuro successo. (84+ Punti). – ALTA LANGA DOCG “CUVÉE AURORA 100 MESI” (MAGNUM) 2012 RISERVA, BANFI: 85 parti di Pinot Nero, 15 di Chardonnay e, ovviamente, 100 mesi sui lieviti. Il naso regala subito speziati misteri d’Oriente per poi abbassarsi al nostro livello e raccontare fiori bianchi ed erbe aromatiche. È solo un breve intervallo, perché poi arriva la sorpresa di un mare che è molluschi e risacca a lasciare poco spazio alla contrastante chiusura di tostature e lieviti pasticceri. Il sorso è suadente e cremoso, fin troppo considerando quell’olfatto sopra le righe, freschezza e sapidità percorrono senza tentennamenti il sottile filo dell’equilibrio e il palato apprezza distintamente frutta appena candita, succosità di mandarino e sottili piccantezze zenzerose. Chiude ammiccante e anche questo contribuisce a sottrarre un po’ di “WOW” a un vino da assaggiare assolutamente. (89+ Punti e non 90, perché gli è mancato il coraggio). Da bere ascoltando “A NEW DAY YESTERDAY” dei JETHRO TULL. E QUINDI? Quindi VIVA L’ALTA LANGA! Una masterclass che ha sicuramente dimostrato come il Piemonte del vino sia in grado di regalarci bollicine di valore assoluto. Una masterclass che ci invita silenziosamente a cospargerci il capo di cenere e fare mea culpa per ricordarci dell’Alta Langa solo quando altri la nominano. Tutto bene quindi? Beh, tutto bene proprio no, ché quattro vini sono “pochini” per rappresentare un Territorio così complesso e una conduzione degli assaggi fatta con un pochino di umiltà in più e con almeno il minimo sindacale di preparazione gioverebbe sicuramente alla causa di chi crede nel vino come ambasciatore di un Territorio Roberto Alloi VINODENTRO  
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7 Agosto, 2024

La Grande Bellezza 2024

Si è appena concluso il Tour de La Grande Bellezza 2024. Sai di cosa si tratta? IL FORMAT DE LA GRANDE BELLEZZA 2024 E’ un evento dedicato alla degustazione e alla scoperta dei vini eccellenti del territorio italiano, frutto della accurata e attenta selezione condotta dai critici Raffaele Vecchioni e Federica Ferone, il primo convinto che “oggi più che mai, sia fondamentale creare connessioni fatte di storie, momenti, vita ed emozioni per aumentare la percezione di un brand e conoscerlo a fondo”. Bologna è la città che chiude il tour che ha toccato Amsterdam, New York,  Napoli, Milano in location di grande fascino. La degustazione di vino è costituita da un Grand Tasting principale, dove sono presenti circa venti aziende italiane e distributori, che hanno la possibilità di raccontare i loro prodotti a professionisti del settore. Nel corso del pomeriggio si sono svolte due masterclass, decisamente interessanti, di aziende che non conoscevo. Entrambe sono state un’esperienza arricchente sia dal punto vista umano che culturale. Mattatore unico Raffaele che con quel pizzico di informalità che mette tutti a proprio agio, ha magistralmente condotto le degustazioni dandoci la possibilità di confronti e approfondimenti di cui il mondo del vino ha così bisogno. 1° MASTERCLASS ORIZZONTALE DI BAROLO 2020, Poderi Gianni Gagliardo Sfumature preziose di Comunali e Cru, simbolo di unicità del territorio. Barolo del Comune di la Morra (scheda tecnica) Barolo del Comune di Monforte d’Alba (scheda tecnica)  Barolo Monvigliero (scheda tecnica)  Barolo Castelletto (scheda tecnica)  Barolo Fossati (scheda tecnica)  Barolo Mosconi (scheda tecnica)  Lazzarito Vigna Preve (scheda tecnica)  Serra dei Turchi (scheda tecnica) Da un’unica barrique di 10 anni, vengono prodotte solo 150 magnum e solo negli anni migliori  Incredibile, quanto siano emerse le differenze di territorio. Il produttore, che era presente, ci ha assicurato che il metodo di vinificazione è lo stesso per tutti i prodotti e che la cantina lavora per far emergere uno stile preciso che sia leggibile e riconoscibile, come un’impronta. Ovviamente, ho individuato i miei preferiti, ma in tutti gli assaggi è stata lampante la ricerca dell’eleganza e della bevibilità con una longevità sicuramente importante. Nei bicchieri, la storia di un sogno, quello di Paolo Colla. Nato a Santo Stefano Belbo nella terra del moscato, vinifica Dolcetto con grande passione ma sogna il Barolo. Nel 1961 riesce ad acquistare una cascina a La Morra, dove può finalmente coltivare e vinificare Barolo. Quando l’unica figlia di Paolo sposa Gianni Gagliardo, il suocero Paolo gli trasmette l’amore per la terra e per il vino. Da qui la produzione cambia passo e nome, e nel 1986 iniziano ad arrivare anche riconoscimenti e premi importanti. I vigneti sono in regime biologico certificato, alla cui conduzione vengono applicati i principi della biodinamica seguendo un approccio olistico che tiene conto dell’equilibrio generale dell’ambiente-vigneto. La filosofia produttiva è chiara: se un vino non viene ritenuto soddisfacente, non si produce. Una curiosità è che la bottiglia (con un’elegantissima etichetta) reca nel vetro una mascherina cadente, a simboleggiare la profondità del vino e la sua capacità di creare legami fortissimi fra le persone. Come dicevano gli antichi ‘’In vino veritas’’. 2° MASTERCLASS SAPAIO IN VERTICALE Quattro annate per ripercorrere un identikit di un successo. Podere Sapaio 2020  Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2019 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica) Podere Sapaio 2012 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2008, unico ad avere il 20% di Merlot nel blend (scheda tecnica)  Podere Sapaio si estende in 40 ettari di terra. Di questi, 27 sono vitati di cui 18 locati a Bolgheri e i restanti 9 a Bibbona. Decisione coraggiosa, quella di rimanere IGT pur potendo “vendere” il prestigioso nome Bolgheri che tutto il mondo conosce. La produzione si focalizza esclusivamente su Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot in regime biologico e, come si legge nel loro sito, anche oltre… La fermentazione avviene in acciaio e l’affinamento in barriques e tonneaux. In degustazione al Grand Tasting ho assaggiato l’altra referenza aziendale (ne sono prodotte due), il  VOLPOLO 2020, blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. Sempre con fermentazione in acciaio e affinamento in barriques e tonneaux, sosta in vasche di cemento fino all’imbottigliamento. L’intuizione del Marchese Mario Incisa della Rocchetta sulle potenzialità di Bolgheri rimane sempre attuale e viene puntualmente rinnovata nel tempo, pur nella diversità degli stili e delle visioni che ciascun produttore possiede. Un universo da scoprire, fatto di persone che interpretano il territorio e lo trasformano in eccellenze liquide. Ogni volta, non posso che sorprendermi e incuriosirmi ancora di più! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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6 Agosto, 2024

Enotirino è a Bussi sul Tirino (PE) il 31 agosto

Se a fine agosto siete stanchi del mare e del caldo, non potete che fare tappa in Abruzzo, una regione che non ha nulla a che invidiare alle montagne più blasonate del nord. In Abruzzo le persone sono schiette e vere. Al pari dei prodotti enogastronomici realizzati con amore e tradizione. Il vino in particolare è da tempo fiore all’occhiello della regione. Grandi varietà di Rossi e Bianchi di assoluto prestigio in grado di fondere perfettamente mare e montagna nell’abbinamento con i piatti tipici della tradizione. Il 31 agosto a Bussi sul Tirino (o Busce come la chiamano da queste parti) in provincia di Pescara, avrà luogo Enotirino, una interessantissima manifestazione che ha proprio l’obiettivo di fondere mare e montagna attraverso il cibo del territorio e il vino di oltre 65 cantine provenienti da tutto l’Abruzzo. Una giornata all’insegna del divertimento e della cultura enogastronomica che vedrà vari momenti due momenti ben distinti. Il primo, all’interno del Castello di Tirino, dalle 11 alle 19 con accesso a pagamento, per degustare i vini e il cibo del territorio nonché partecipare alle masterclass tutte dedicate al vino abruzzese. Il secondo, nel Parco della Quercia Rossa, con accesso libero, per la festa a base di buon cibo, vino e tanta musica. Il programma completo è sul sito enotrino.it Per i lettori di WineTalesMagazine è previsto uno sconto del 30% sui biglietti acquistati online con il codice SOMMELIER24 Insomma, vedrete che dopo qualche bicchiere anche voi direte frechete! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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