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3 Settembre, 2024

Antonino Cannavacciuolo firma CONTRATTINO

L’aperitivo è un rito. Mi sono convinto di questa semplice affermazione quando sono andato a lavorare a Torino. Al sud l’aperitivo non era che qualche ciotola con olive o arachidi salate e se andava bene un bitterino. A Torino invece, nei meravigliosi caffè di Via Roma o di Piazza San Carlo, mi sono imbattuto in cocktail fantastici e cibo a profusione. Una abitudine, quella dell’aperitivo, che ora ha preso piede in tutta Italia: non c’è bar che non offra taglieri e cocktail. A volte di dubbia qualità, altre molto interessanti. Se si va indietro nel tempo si capisce però perché al nord e a Torino in particolare, l’aperitivo già dai primi del ‘900 è un rito di condivisione e di convivialità. È proprio a Torino che nasce, nel 1796 il vermouth. Antonio Benedetto Carpano, rifacendosi ai vini speziati greci, addizionò il Moscato di Canelli con una serie di spezie lasciate a macerare. Con l’assenzio che non poteva mai mancare. Sulla medesima scia alchemica nasce anche il bitter e da li in poi è un susseguirsi di cocktail e preparati. L’Americano nasce come abbinamento di vermouth e bitter così come i Negroni lo imita aggiungendo il Gin. Il nome Canelli è un nome che riecheggia sempre nei bicchieri per via di quel Moscato. Proprio a Canelli, la cantina Contratto crea negli anni 30 il Contratto Bitter e il Contratto Aperitif, veri apripista per una serie di aperitivi “ready to drink”: semplici da usare al bar come a casa. Un po’ di sano orgoglio italiano che oggi vede la nascita di Contrattino Aperitivo Bitter che, in una elegante bottiglia in stile Art Déco da 20 cl riesce a regalare una gradevole sensazione rinfrescante e floreale. Con una gradazione alcolica di appena 5,5%, Creato da Paolo Dalla Mora imprenditore già fondatore di Gin Engine, Vermouth & Bitter Strucchi e Sgrappa, Giorgio Rivetti, proprietario di Contratto e Luca Gargano, presidente di Velier. Una compagine di imprenditori di successo a cui da oggi si aggiunge lo chef Antonino Cannavacciuolo, che ha deciso di sposare un progetto che lo vede al suo debutto nel mondo del beverage. Contrattino regala una percezione dolce ed equilibrata e una parte amaricante variegata, che si differenzia dalla classica genziana o artemisia di molti aperitivi. La sua parte floreale è piacevole e decisa, così da amplificare molto il bouquet aromatico. Il colore rosa è assolutamente naturale e gli è donato dal succo concentrato di carota nera. Tutto questo mix porta ad una beva coinvolgente, dove un sorso chiama l’altro. Grazie all’ottima gestione del bilanciamento fra dolce, amaro e aromatico, il palato rimane sempre pulito e mai appesantito dalla parte zuccherina. Contrattino è preparato con zucchero di canna biologico, aromi naturali di piante officinali e agrumi. La gradazione del 5,5% deriva da alcol biologico. Si può anche mixare ma liscio e freddo senza ghiaccio è il modo migliore per apprezzarlo a pieno. Poi ci si può sbizzarrire in tanti modi!   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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2 Settembre, 2024

Graziana Costanzo. Grace, il bauletto carico di felicità

Palagonìa è uno di quei piccoli paesi della Sicilia orientale dove il tempo sembra essersi fermato. Non so dire a che anno, ma di certo non recente.  Poco più di quindicimila abitanti, si raggiunge da Catania in circa quaranta minuti andando verso Caltagirone. Non è un posto dove si va per qualcosa di particolare perché c’è poco. A parte le arance a polpa rossa tra le più buone della Sicilia. E del mondo direi io. Lungi da me l’idea di denigrare un qualunque paese e uno siciliano in particolare. Non fosse altro perché la Sicilia è nel mio cuore.  Palagonìa però, al pari di tanti altri paesini dell’entroterra siculo, offre purtroppo poco, sia a livello attrattivo ovvero per un non residente, sia per chi qui vuole vivere e mettere su famiglia.  Non è ne un bene ne un male. È una situazione di fatto con la quale le persone del luogo convivono. Senza drammi. Anzi, per certi versi rivendicando la vera sicilianità, l’essere siciliani con le tradizioni e lo spirito che da sempre caratterizza questa meravigliosa terra.  In un contesto del genere, proviamo a proiettarci, prima di qualunque altra cosa, a diciannove anni fa.  Si parla tanto oggi di interruzione di gravidanza, di sacrosanto diritto delle donne di gestire in libertà e coscienza il proprio corpo, di diritti. Se ne parla tanto ma, come al solito, si fa poco. Soprattutto nel guardare alle leggi esistenti nella loro totalità e non certo al lato preferito dal partito politico di turno.  Comunque sia, se hai poco meno di diciotto anni e sei incinta, senza mettere in mezzo qualunque tipo di stereotipo meridionalista, devi avere una grande, grandissima personalità per portare a termine la gravidanza. Specialmente se sei sola e sai che sarai sola ad andare avanti nella vita. Viene facile pensare a film come Sedotta e abbandonata interpretato dalla mitica Stefania Sandrelli. Era il 1964 quando Pietro Gelmi dipingeva la ricerca dell’onore di Don Ascalone Signor pretore, non siamo né miliardari né baroni; una sola ricchezza abbiamo…un nome onorato Ma quella era un’altra Sicilia. Diversa anni luce da quella attuale. Anche se con tanti, tantissimi punti di congiunzione. Graziana Costanzo, comunque la si metta, ne ha avuto di coraggio. Sua figlia ha appena compiuto diciotto anni e alla sua festa di compleanno ha voluto leggere una lettera. Era dedicata alla madre, a colei che da sola, con tanti immensi sacrifici, l’ha amata prima, cresciuta poi. Aiutata a diventare donna per camminare a testa alta nella vita. Il migliore dei regali che un genitore possa ricevere dalla propria figlia. Non comune, non scontato, non banale. Un dono meraviglioso. Io la proteggo. Ho cercato di dare sempre una visione del mio lavoro e non della vita privata. Mi sono diplomata col pancione e lei è nata quattro giorni dopo. Graziana è una donna forte e determinata. È una forza della natura che, con il sorriso sempre in primo piano e i grandi occhi luccicanti, guarda alla vita con serenità.  Da piccolina io la vedevo già nel futuro. Adesso la vedo cresciuta e capisco che c’è lei. Jennifer, Jenny. La bambina che oggi è maggiorenne. Sembrano due sorelle.  Jenny, la bambina per crescere la quale Graziana ha messo tutto da parte. Le sue idee, la sua vita privata. Non ne vuole parlare perché tende sempre ad alzare un muro tra pubblico e privato, tra lavoro e famiglia. Però le due cose si fondono e sono compenetrate l’una nell’altra e l’una trae ispirazione dall’altra. L’una influenza l’altra. Nel bene e nel male. Come il bauletto Grace che nasce come ricordo di nonno Salvatore.  Aveva venti mesi Graziana quando nacque suo fratello Davide. Troppo piccola perché la mamma potesse occuparsi a tempo pieno di lei e Davide contemporaneamente. Nonno Salvatore, che rimasto vedovo, viveva a casa con la figlia, iniziò ad occuparsi di Graziana. Un legame che diventa sempre più forte e consente a Graziana di assorbire la Sicilia, quella vera, da chi l’aveva nel sangue. Le tradizioni, i sapori, i colori.  Oggi tutti i bambini hanno lo zaino per andare a scuola. Spesso sono dei veri trolley poiché costretti da insegnanti poco intelligenti a portare in classe tutti i libri necessari alle lezioni. Non solo alcuni insegnando anche a condividere con il o la compagna di banco. Proprio tutti. ‘Nzia mai! Un tempo invece c’era la cartella. Una piccola borsa con tanto di manico e, a volte, le bretelle per la tracolla. Era tipicamente stretta e conteneva a malapena lo spazio per un quaderno ed un paio di libri. Stretti. Ricordo il sussidiario, una sorta di libro dove dentro c’erano più o meno tutte le materie ad esclusione della matematica. Non poteva mancare nella cartella anche la merenda. Generalmente una rosetta farcita o due fette di pane con qualcosa di companatico. Merendine? E mica c’erano. Acqua? No perché tanto quella del rubinetto era potabile. Pensate un pò, era potabile. Come ora certo ma pare che sia meglio non berla. Allora non è potabile? Ah no, lo è di certo. Mah! Graziana non aveva la cartella. A casa non se la potevano permettere. A scuola andava con una semplice borsa di tela. Nonno Salvatore vedeva gli occhioni di questa piccola carusa che saettavano taliando le cartelle scintillanti delle altre bimbe e il cuore si faceva piccolo piccolo. Tanto fu che decise di fargliela lui stesso una cartella. Pelle? Nonzi. Troppo cara. Stoffa? Nonzi. Sarebbe rimasta moscia. Cartone? Nonzi. Si sarebbe rotta subito. Legno. Una bella cartella di legno tagliato sottile a listarelle tanto da poter avere la curvatura giusta.  È così che realizzò la cartella per la piccola Graziana. Sarei voluto essere li per vedere il sorriso e gli occhi della piccola carusa che guardava la sua cartella nuova. Così come quelli di nonno Salvatore che una lacrima l’avranno sicuramente prodotta.  Una cartella con dentro i libri e la merenda che si trasforma in un bauletto con dentro la Sicilia. Graziana dopo aver lavorato nel panificio di famiglia è costretta, con sofferenza, a distaccarsene per via di una intolleranza alla farina. Apre un negozio dove vendere anche il pane del forno di famiglia. La chiama La Baguette. Un nome che per Palagonìa non deve essere stato propriamente in linea con le tradizioni locali. “Chi nicchi nacche Baguette? Poco forse ma questo è tipico di una donna come Graziana. Curiosa e vogliosa di scoprire il mondo. Una donna che non si accontenta dei confini del paese o della Sicilia. Ampie vedute e capacità di guardare oltre, immaginandosi il futuro. Solo che più che importare qualcosa in Sicilia, Graziana ha l’ambizione di portare qualcosa della Sicilia in giro per il mondo. La cartella! Graziana è una donna felice di natura. Se le chiedeste cosa vuole dal futuro, vi risponderebbe che lei dalla vita ha già avuto tanto e che è felice così. È ambizioso certo, ma di quell’ambizione che si fonda su una tale serenità d’animo che la porta a vivere le cose con felicità. Lei sa che riuscirà nelle cose dunque non prende proprio in considerazione il fallimento. Ci impiegherà anni e sacrifici. Ma ci riuscirà. Questa è la felicità. Con tutta questa felicità, mi stavo perdendo.  Invece no, perché è proprio la felicità la chiave di tutto. C’è una canzone che mi fa cantare sempre mia figlia che si chiama Se sei felice. Fa un pò cosi  Se sei felice e tu lo sai batti le mani
Se sei felice e tu lo sai batti le mani
Se sei felice e tu lo sai e mostrarmelo potrai
Se sei felice e tu lo sai batti le mani
Se sei felice e tu lo sai batti i piedi
Se sei felice e tu lo sai batti i piedi
Se sei felice e tu lo sai e mostrarmelo potrai Il senso è che se sei felice, devi farlo sapere agli altri perché la felicità è bella e contagiosa.  Graziana ha trovato dentro di se la felicità nelle cose che ha fatto e fa. Nelle cose per sua figlia. Nel panificio. Nel ricordo del nonno e di quel meraviglioso bauletto.  Il bauletto è stata la sua felicità. Un dono di nonno Salvatore per renderla felice.  Il bauletto me lo ha regalato mio nonno. Un ricordo di amore. Ora sono socievole ma da piccola ero timida. Mio nonno mi vedeva triste perché vedevo che gli altri bambini avevano il bauletto per la merenda. Così me lo ha fatto lui, non lo ha comprato. È un ricordo indelebile per questo perché fatto da lui per rendermi felice.  È così che Graziana vuole condividere con il mondo intero la sua di felicità. Ma sa che un solo bauletto, il cui contenuto è la intangibile felicità, non sarà in grado di diffonderla questa stessa felicità come lei vorrebbe. Ecco allora che immagina Grace come un contenitore della sua terra ovvero dei suoi prodotti. Grace. Eh qui la cosa da un lato si complica, dall’altro no se si comprende bene Graziana.  Anzitutto cosa è Grace Grace nasce come simbolo di raffinatezza. Grace Kelly.  Mi verrebbe da dire come per La Baguette “Chi nicchi nacche Grace? Che c’entra con la Sicilia? Per chi pensa che una ragazza di Palagonìa sia una sprovveduta, non solo pensa male ma è anche prevenuto.  Graziana nella sua determinazione sa bene che se vuole affermarsi in questo mondo per nulla tenero, deve studiare. Comprendere il mondo e i fenomeni che lo accompagnano per poi agire di conseguenza.  Mi piace colpire ed essere unica. Ho studiato i competitor e fatto una analisi di mercato e volevo stupire, colpire. Distinguermi. Il nome doveva essere un brand. Grace Kelly è una icona di bellezza cosi come sono i prodotti siciliani. Dei gioielli. Non una semplice idea la sua ma una vera e propria strategia di marketing volta a distinguersi in un mondo che sa di omologazione. Anche solo per i prodotti siciliani che se non recano il prefisso “Sicilia” o “Sicily” neanche nascono. Graziana identifica e si immedesima così profondamente in  Grace che la chiama, spontaneamente, “lei”.  Lei l’ho lanciata a dicembre e chi la riceveva la metteva sotto l’albero come fosse un ricordo. Voglio far rivivere il lato artigianale della Sicilia. Grace è un bauletto che nasce oggi in cartone. Completamente smontabile per essere trasportato anche in valigia (poi ditemi se questo non è marketing). Lo volevo simile al legno e cercavo una azienda che me lo facesse simile a quello di legno che mi fece mio nonno.  Un contenitore di eccellenze siciliane che Graziana ha l’ambizione di portare nel mondo.  La mia ispirazione è stata sempre questo di portare la Sicilia in giro per il mondo. Il bauletto nasce per custodire i prodotti siciliani. Il bauletto contiene prodotti propri come la marmellata delle arance provenienti dagli orti del nonno o quelli del forno di famiglia cosi come prodotti dei tanti artigiani del territorio. Produttori di eccellenza.   Lei è destinata a prodotti di eccellenza. Il mio progetto lo ampio facendo entrare solo gli artigiani che sono allo stesso livello di lei.  La Sicilia nel bauletto. La Sicilia con il bauletto. Artigianalità e sicilianità. Forza e determinazione, caparbietà, per una donna come Graziana che vuole la sua Grace in giro per il mondo. Il mio sogno è aprire Grace in un luogo turistico della Sicilia per essere conosciuta nel mondo. Lei si smonta tutta e si mette anche in valigia. Da li creare franchising per girare il mondo. Mi alzo sempre alle cinque di mattina dunque continuerò a farlo anche se non ci riesco. Nessuno mi toglierà il sogno di viaggiare con lei per tutto il mondo.  Graziana e lei, Grace. Magari a breve ci sarà anche la sorella maggiore di Grace per mettere tutto dentro ed essere pronti per un picnic chic. Tutto ma proprio tutto l’occorrente. Per ora basta Grace. Per Natale ci metto i panettoni piccoli. A Pasqua le uova. Creativa e tanta verve per Graziana. Una ne fa e cento ne pensa si direbbe. Una creatività che forse potrebbe essere eccessiva per il rischio di perdersi nelle idee. La sua determinazione, la voglia di riscatto per il lungo periodo passato con e per la figlia, le idee chiare circa il futuro, la porteranno certamente a non perdersi. Ne nelle idee ne di animo. Non vedevo l’ora lei crescesse per realizzare il mio sogno. Da piccola voleva le mie attenzioni e non potevo dedicarmi alle cose mie. Sono una tipa precisa e se le cose le devo fare bene. Anche la mia vita privata ho messo da parte ma adesso i risultati con lei ci sono. È la figlia che tutti vorrebbero avere. Mi sono sacrificata però ora raccolgo i frutti. Tanto sono giovane. Mio fratello mi ha chiesto più volte di andare a lavorare in ufficio. Ma a stare li, cosa che ho fatto, mi faceva sentire morta. Da mamma ad imprenditrice. Se lo vedo nella testa lo voglio realizzare. Perché no? Posso continuare a fare i panini con la mortadella e la mamma ma sono felice. Ogni cosa che ho avuto è frutto del lavoro e del sacrificio. Hai dato il buon esempio.  Lei alla sua festa ha fatto una lettera a me per ringraziarmi di questi diciotto anni.  Nel bauletto c’è tutta la Sicilia e tutta Graziana. L’anima, il cuore, la voglia. È un prodotto fatto con il cuore dentro il quale ci si può mettere tanto tanto altro. Magari il futuro.  Perché dentro c’è tutta Graziana. Una donna, una mamma, una imprenditrice che, in cuor suo, sa che dentro Grace c’è anche il futuro di Jenny. Perché è giusto che anche lei possa ricevere in dono un bauletto carico di felicità e di futuro. Per essere una donna indipendente e orgogliosa. Vogliosa di futuro e, soprattutto, felice. PS come sono i prodotti contenuti nel bauletto? Ho provato la marmellata di mandarini, il pesto di pistacchio e i capperi. Appena aperto i vasetti, gli odori della Sicilia hanno immediatamente detto la loro in maniera forte e decisa. I mandarini sono così presenti che sembrava avere uno aperto in mano; i pistacchi sono pistacchi e non surrogati; i capperi sono quelli del sole e del mare. Creano dipendenza   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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30 Agosto, 2024

Il Gusto dei Guidi. Ancora in giuria!

Un'esperienza che si consolida Poppi, con il suo maestoso Castello dei Conti Guidi che svetta sul paesaggio e il borgo medievale, si è trasformata per un intero weekend nella cornice perfetta per celebrare le eccellenze vinicole della Toscana.
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30 Agosto, 2024

Birrificio Sangermano 18. Lorenzo Pirani: piccolo piccolo, grande grande

Ne ho conosciuti nella mia vita di figli di papà. Ragazzi che hanno goduto dei successi dei propri genitori o dei nonni. Per nulla impazienti di cominciare a darsi da fare nell’azienda di famiglia. Per nulla vogliosi di contribuire allo sviluppo. Molto interessati a godersi la vita con i soldi della famiglia.  L’altra notte vedevo un film in seconda serata (che ormai inizia alle ventitré se va bene). Si chiamava Belli di papà. Un film del 2015 diretto da Guido Chiesa con Diego Abatantuono nel ruolo del padre imprenditore di successo e i figli, Andrea Pisani, Matilde Gioli e Francesco Di Raimondo impegnati, ognuno con le loro inettitudini, a sperperare i soldi paterni. Un convincente film ben diretto capace di mettere in risalto, con ironia, l’incapacità di alcuni giovani di assumersi le proprie responsabilità. Tanto, c’è sempre qualcuno in famiglia che lo fa per loro. Sono Lorenzo Pirani. Sono nato il 9 dicembre del 2003 dunque sono giovanissimo. Ho fatto le superiori a Fabriano, all’Agrario. Sono un Perito Agrario. Il mio birrificio è un birrificio agricolo perché la mia birra non parte dal birrificio ma dal campo. Per coltivare tutta la mia passione per la birra ho fatto la scelta di iniziare a studiare dal campo. Affascinato dalla terra che era ed è la mia passione. La natura, le piante, gli animali. Mi fa sentire bene. Due anni fa ho lavorato in fabbrica per tre mesi e mi sono trovato male. Essere un robot mi dava fastidio. Voglio essere padrone delle mie azioni e della mia vita variando ogni giorno.  La famiglia di Lorenzo è una famiglia semplice. Marchigiana di Camerano. Mamma Lisa, un fratello più grande Antonio e una sorella più piccola, Viola. Papà Corrado purtroppo non c’è più. Nel gennaio del 2013 una brutta malattia se lo è portato via. Aveva lavorato per tanti anni in quella che era l’azienda dove lavoravano gran parte delle persone della zona, la Merloni. Mai affidarsi totalmente ad una grande azienda: prima o poi presenta il conto. Già, ma come fai se c’è solo quella. Se i politici e gli amministratori fanno di tutto per far assumere persone. Se l’economia della zona si basa solo su quella. Ne abbiamo avuti di esempi, sempre mal gestiti e andati a finire male, in Italia.  Gli anni che vanno dal 2007 al 2010 segnano per il settore degli elettrodomestici una crisi che non può che sfociare in tagli e ristrutturazioni. Non bastano i soldi dello Stato per evitare i licenziamenti definiti, con scarso senso di innovazione, necessari per far ripartire l’azienda! Il 2009 è l’ultimo anno di Corrado Pirani alla Merloni. Una volta senza lavoro, occorre trovare altro. Complicato, dannatamente complicato per quelle zone e per quei tempi se non fosse che il papà di Lisa è proprietario di una bella azienda, la German Plast. Un posto per Corrado magari lo trova pure. Al tempo. Non voglio certo intromettermi in affari di famiglia ne giudicare nessuno. Dico solo che Corrado un posto lo avrebbe certamente avuto li. Lui però fa una scelta diversa: decide di produrre birra artigianale.  Le cose non vengono da sole. Hanno bisogno di essere coltivate come si coltiva un campo di grano. Crescono e si sviluppano solo se hai cura di loro. Se riesci, giorno dopo giorno, a non stancarti di curarle.  Corrado aveva la passione della birra. Come tanti, produceva la birra in casa sfruttando le varie ricette e i kit che oramai si trovano sempre più in commercio. Una tendenza che negli ultimi anni ha diviso e fatto discutere in rete e al bar per chi considerava gli homebrewer dei piccoli chimici o ancora peggio dei vignaioli mancati. Invece di inneggiare alla bellezza delle diversità, ci si divide in sette che si cortocircuitano da sole. È senz’altro vero che ì birraioli producono la birra con ricette ed ingredienti che si possono trovare in ogni momento dell’anno mentre i vignaioli possono fare il vino una volta l’anno. Ma non è anche vero che la chimica c’è in entrambe le parti? Occorre sempre quel sano equilibrio che non tutti hanno (anche se pensano il contrario). La passione delle birra è nata da mio padre. Nel 2009 papà venne licenziato dalla azienda di Camerano, la Merloni. Lui già faceva birra in casa con i kit. Gli veniva bene e gli piaceva. Io ci provo disse. Noi abitiamo sopra il birrificio che era una ex fabbrica di mio nonno. L’ha ristrutturata e ridipinta. Messo su un piccolo impianto. Da 100 litri. Da homebrewer più che da birraio professionista. Ha funzionato. Ha funzionato davvero perché il tredici luglio del 2013 nasce ufficialmente il Birrificio San Germano 18. Un nome per il quale papà Corrado non è che si sia sforzato più di tanto ne attuato particolari analisi di mercato. Ha scelto l’indirizzo di casa ovvero quello del birrificio. Situato appunto al numero 18 di via San Germano a Camerano. Che grande dico io: sono le cose semplici quelle davvero meravigliose. Così il nome, altrettanto il marchio. Corrado scelse la tigre di Sandokan, quello delle Tigri di Mompracem. Ve lo ricordate Kabir Bedi nello sceneggiato che ci ha tenuti incollati allo schermo nel 1976? Sei puntate così intense da creare una tale breccia nel cuore degli italiani che per ben 20 anni (fino al 1996!) siamo stati bombardati da film e ulteriori serie tv tutte tratte (o ispirate) ai romanzi di Emilio Salgari. Mitica la scena di Sandokan che, trovandosi faccia a faccia con la tigre della Malesia, le corre incontro e con un balzo nel vuoto a mò di tuffatore di una prova RedBull, le squarcia la pancia con il proprio affilatissimo coltello. Applausi a scena aperta di tutti gli spettatori ivi inclusa la Perla di Labuan alias Lady Marianna Guillonk alias Carole Andrè. Divina. A mio padre piaceva Sandokan. Rivisitata un pò per evitare problemi con il copyright.  Un piccolo birrificio che produceva e vendeva birra quel tanto che bastava per sperimentare, divertirsi e tirar su i soldi necessari a continuare a portare a casa uno stipendio. Un impegno non da poco perché Corrado oltre a studiare e creare birre diverse partecipava alle fiere di settore e gestiva il birrificio anche con i tavoli all’aperto in estate utili per creare una atmosfera da beer garden.  Mi sono appassionato a differenza di mio fratello e sorella che lo vedevano come un peso. Papà è riuscito a trasmettermi la sua passione. Così quando nel novembre del 2022 si è ammalato e nel gennaio del 2023 è morto, con la famiglia abbiamo preso il birrificio e io lo sto portando avanti. Lorenzo non ha ancora finito la scuola quando muore papà Corrado.  Una perdita. Uno shock. Alle volte è come uno schiaffone che ti arriva quando meno te lo aspetti anche se te lo aspetti perché sai di aver combinato qualcosa. Così puoi arrabbiarti con il mondo e prendere la strada della ribellione oppure capisci che la tua strada è proprio dinanzi ai tuoi occhi. È li. È sempre stata li. Ma eri troppo impegnato a fare (o non fare) altro per accorgertene.  Finito il diploma mi sono iscritto in un corso a Padova, una accademia per diventare birraio professionista. Corso intensivo e a marzo dello stesso anno mi sono diplomato dopo uno stage.  Avere un pezzo di carta vuol dire tutto e niente. È l’esperienza per far crescere la qualità di birra che mi interessa. Lorenzo vuole continuare nel solco tracciato da papà Corrado. Suo fratello Antonio ha preso un’altra strada e dopo la laurea in ingegneria, lavora in fabbrica dal nonno. Viola, sua sorella, è ancora troppo piccola per decidere. Mamma Lisa non può che assecondare questa passione mista a voglia di Lorenzo.  Papà non ha avuto la possibilità di insegnarmi le cose perché è stato male. Mi diceva butta questo, butta quello. Facevo le cose perché me lo chiedeva lui. Dopo l’ho capito. Mi ha trasmesso però l’educazione verso i clienti e la metodicità e l’attenzione ai particolari. Puntando sempre al top. Io so che potrei fare una birra più alta di qualità ma non avendo le attrezzature adatte, non riuscirei mai.  Quando parlo con Lorenzo trovo un ragazzo ancora acerbo (normale vista l’età) me umile e riflessivo. Non è di quelli che pensano di saper fare le cose meglio degli altri. Studia, si documenta, parla con le persone, si confronta in continuazione. Sa che per arrivare occorre rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. A partire da una filosofia di produzione delle birre. Prodotti del territorio e controllo della filiera sono i primi punti sui quali appoggiarsi con solidità così da ritrovarli nelle bottiglie. Pianto l’orzo, lo porto alla cooperativa per conferirlo. Viene stoccato e poi trasformato in malto. È mischiato ma è un malto d’orzo di qualità con filiera certificata. Selezioniamo ogni destinazione d’uso del singolo lotto. Lavoriamo con livelli elevati di proteine altrimenti perde tutta la caratteristica delle birre agricole. Diventa industriale. Quando i livelli di proteine salgono facciamo altri tipi di malto più intensi. Scartiamo fino al 55% del totale. Lo scarto serve per altri prodotti anche animali. Poi la standardizzazione dei prodotti che non vuol dire cercare di creare qualcosa di industriale ma la voglia di offrire una solidità al marchio attraverso la riconoscibilità dei prodotti.  Papà era più da vecchio birraiolo. Non era aggiornato nei tempi. Utilizzava ricette vecchie. Più da cose di casa che da birra professionale. Però vendeva la birra e andava pure bene. Solo che le sue birre erano sempre diverse. Provava, cambiava le ricette. Io sto cercando un prodotto più standard. Papà aveva delle birre a catalogo ma alle volte erano più amare, magari più dolce, poi più profumate. Erano buone e alla gente piaceva.  Se da un lato è affascinante trovare con lo stesso nome birre leggermente o profondamente diverse, dall’altro diventa complicato spiegarlo e motivarlo ai clienti.  Lorenzo lo sa e lo capisce. Da qui la necessità, mantenendo le ricette originali del papà, cercare di standardizzare la produzione per avere prodotti sempre simili. Ricette da custodire gelosamente e migliorare a poco a poco. Nessuna, davvero nessuna velleità di cambiarle perché sa di non essere ancora abbastanza esperto. Cambiare qualcosa, qualche piccola cosa, però per migliorare. Le mie sono quelle di una volta ma sto migliorando la linea di mio padre. Cambio le percentuali o un ingrediente per farla venire migliore. Soprattutto è cambiata la filosofia: prima si lavorava in famiglia e si produceva per far star bene la famiglia. Io voglio più produzione per far conoscere il birrificio e crescere con questo.  Giusta ambizione per un ragazzo che vuole puntare in alto. Perché questa deve essere la sua vita. In rispetto di se stessi e del padre che lo ha indirizzato.  È ancora agli inizi e lo sa. Gli attuali 10.000 litri annui lo collocano tra i micro birrifici.  Ne ha di strada da fare! Le sue birre o, se vogliamo, le birre di papà Corrado rivisitate da Lorenzo, sono decisamente interessanti. Ne ho assaggiate tre che, come tutte le altre, sono crude, non filtrate e rifermentate in bottiglia. La prima è la Giana. Una bionda che per la sua semplicità alcolica 4/5° è fatta perlopiù da acqua. Proprio all’acqua deve il suo nome ovvero a quella che per gli abitanti di Camerano è la presenza spettrale che si aggira a protezione de “La Fontanina”.  Giana è semplice ma di impatto per via del vegetale che si sposa con l’agrume donando alla bocca una piacevole freschezza e scorrevolezza. Grande sapidità e buona persistenza. Una birra che accompagna piacevolmente l’aperitivo o un pranzo leggero. Per goderne a pieno direi patatine fritte a go go! La seconda è la IPA Gradina che fa sentire subito il suo luppolo al naso per poi riprodurlo fedelmente in bocca. L’amaro del naso sembra quasi scontrarsi con l’affascinante colore dorato che sa di oro zecchino. Un finale di bocca pulitissimo che tende (tende e meno male non riesce!) grazie ad un olfatto e retrogusto di agrumi, carrube, banane, cedro e mallo di noce, ad alleviare quel meraviglioso senso di prezioso e tipico amarognolo. Persistenza anche lunga. A proposito, in omaggio al territorio, la Gradina di Camerano è una sorta di collina a forma conica utilizzata in epoche preistoriche come sede di villaggi fortificati.  La terza è l’Upupa, una birra rifermentata con il miele. L’Upupa è l’uccello che si nutre di ciò che trova nel bosco. Un pò come le api che vanno di fiore in fiore per generare il miele così da consentire all’azienda Upupa di produrre il miele che Lorenzo usa per la sua birra.  Molto rotonda quasi a ricordare una rossa. Le note di miele, luppolo e agrumi che appaiono al naso si ritrovano immediatamente al sorso donando avvolgenza, intensità e persistenza. Il finale amarognolo consente a questa birra di non essere stucchevole. Volete un abbinamento perfetto? Un’anatra con condimento al miele o, per stupire, dei biscottini di pasta frolla. Non ho assaggiato ma lo farò alla prima occasione alcune birre delle quali mi ha parlato Lorenzo. Stagionali perlopiù ma dal mio punto di vista interessanti per il gusto, la possibilità di abbinamenti ma ancor di più per gli elementi di produzione: Maratta la bionda aromatizzata al karkadè e ai frutti rossi (elementi coloranti utilizzati dai pittori del 1600 tra i quali Carlo Moratti detto Maratta nato a pochi metri da via Sangermano); Primizia, l’ambrata aromatizzata che coniuga i sapori dei frutti primaverili ed estivi (pesca e uva fragola) con quelli autunnali ed invernali (castagne e cachi); Sprevengoli (i folletti del Conero) per la birra Smoked Ale; Zen, la bionda aromatizzato allo zenzero; Sbriuda, la ragazza libera e ribelle del dialetto del Conero, fatta con la fermentazione e rifermentazione del mosto d’uva della campagna di Lorenzo. Ce ne sono tante altre. Ne ho contato sul catalogo oltre 15. Non so dire se troppe, forse si ma le ricette di papà Corrado da onorare e riformulare sono tante.  Molte birre che sono a listino non le facciamo tutti gli anni. Quando riusciamo facciamo quelle speciali. Negli ultimi anni è aumentata la richiesta di birra così metto da parte il fare quelle stagionali o speciali. Tutti gli stili delle birre le ha create mio padre. Io ho portato la standardizzazione di questi. Mi metto dalla parte del cliente che compra la mia birra. Non avendo un prodotto standard non lo racconterebbe bene. Devo essere certo che quando un cliente assaggia una birra sia riconoscibile. La passione per la terra. La passione per la birra. Uno shock che prima ti abbatte poi ti fa rialzare. Capisci che non puoi rimanere a terra. Che la tua strada è quella che qualcuno, in qualche modo, ti ha lasciato come vera eredità. Il tempo è giusto per te. La strada adesso è per te e solo tu dovrai trovare il modo per coinvolgere il resto della famiglia e chi verrà dopo di te. L’umiltà nel pensare di non essere già arrivato. Di dover preservare il lavoro fatto prima di te. La necessità di studiare e confrontarsi come come di sperimentare e innovare.  Bravo Lorenzo. Questo tuo essere piccolo piccolo oggi, ti aiuterà a diventare grande grande domani. Anche se la grandezza sta già nella tua umiltà e nei prodotti che crei. Me lo immagino papà Corrado si scola con soddisfazione una tua birra dicendo: bravo il mio ragazzo! Bravo Lorenzo! PS a via Sangermano 18 oltre al birrificio agricolo c’è anche il Pub di Lorenzo. Se passate da Camerano, magari per capire se qualche strega riuscite a vederla a La Fontanina, fateci un salto!   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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29 Agosto, 2024

L'ABRUZZO in Tour

IL COSA, IL DOVE E UN MISTERIOSO PERCHÉ Lo scorso 26 Giugno, il CONSORZIO VINI D’ABRUZZO e l’ENOTECA REGIONALE D’ABRUZZO hanno organizzato a Roma un Tour per presentare le eccellenze delle Regione al grande pubblico e proporle alla GDO. Certo la location non era delle migliori (un locale buio e seminascosto in pieno centro storico) ma, le mie perplessità sulla riuscita e sulla reale utilità dell’Evento vanno ben oltre il “dove” e il “come” merita un racconto. Vengo a sapere del “cosa” grazie all’amico Giammarco Cioce (TENUTA DEL PRIORE) che mi invita a partecipare a un “walk around tasting” dei suoi vini… Roma, fine Giugno, caldo africano, moto, traffico, sensi unici e divieti… Arrivo a Via Larina e…credo di aver sbagliato indirizzo. Mi accolgono un anonimo portoncino, un buio corridoio e un paio di manifesti della Regione Abruzzonascostamente appesi. “Permesso”?! Si accende una luce, s’affaccia qualche testa e un sommelier… L’inattesa comparsa di altri amici Produttori mi perplime! Baci, abbracci, una vigorosa stretta di mano a Giammarco, ripetuti “ma che ci fate qui”… Seguono presentazioni di rito con i responsabili dell’ENOTECA REGIONALE e…la scoperta di un “cosa” che mi lascia basito. Il Tour cui scopro di stare partecipando è iniziato da 10 giorni, scopo: commercializzare il vino abruzzese nella Capitale coinvolgendo i grossi nomi della GDO. Dunque: il Montepulciano d’Abruzzo, a Roma, non raccoglie grandi consensi (fors’anche meno del Frascati) e, per “spingerne” il nome mi sembrerebbe quantomeno necessario veicolarne l’immagine e comunicarne la Qualità. Ora, la domanda sorge spontanea: chi ha comunicato cosa al pubblico romano? E, a monte, chi doveva occuparsi della cosa? Chi doveva farlo sapere a me e agli altri che, come me, si piccano di promuovere Territorio e Qualità? Nessuno sapeva niente e, perdonatemi, la soddisfazione dei titolari dell’ENOTECA REGIONALE per aver venduto la più grossa partita di Montepulciano della storia al più importante gruppo romano della GDO la trovo davvero fuori luogo. Scaffalare centinaia di bottiglie senza preoccuparsi di promuoverne il valore intrinseco al consumatore finale equivale allo stesso numero di bottiglie invendute e ad un futuro di rapporti commerciali equivalente a zero. E se poi le perplessità dei Produttori presenti sull’utilità di aver investito tempo e denaro in una inutile trasferta romana vanno a sommarsi ai miei appunti… Vabbè, lasciamo perdere e parliamo di vini, quelli BBuoni! GLI ASSAGGI Diverse le Aziende presenti (in pectore) e tanti i vini da assaggiare. Tanta Tradizione, diverse sorprese, Qualità a 360° e… un manifesto sullo sfondo che non smette di tormentarmi e lasciarmi perplesso. Comunque, date un’occhiata alle mie note d’assaggio (i punteggi contano poco) e correte ad assaggiare l’Abruzzo, nel bicchiere troverete l’inaspettato! IL PODIO TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017, RABOTTINI: salta subito al naso quella nota ossidativa, voluta ma inattesa, che ci accompagnerà per il resto della degustazione. Un’atmosfera che avvolge i fiori bianchi, la mela renetta e la nespola, il sambuco e l’agrume amaro e, in chiusura, la liquirizia. Sorso sostanzioso, quasi compatto, di grande equilibrio e agile scorrevolezza nonostante la mole. Mettete le gambe sotto il tavolino e godeteVi ‘sta bottiglia! Da bere ascoltando “LET’S GET IT STARTED IN HERE” dei THE BLACK EYED PEAS. (89 Punti). CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “A SALIRE” 2019, RABOTTINI: se cercate un Cerasuolo “piacione” lasciate perdere! Qui si respira il succo della tradizione e non si usa il pantone colore! La ciliegia che sentite è quella sotto spirito della nonna, unica nota “sweet” (oddio, forse c’è un ché di fragola) in un vino in cui gli altri descrittori tendono all’amaricante: ruggine, radice di liquirizia, mallo di noce… Non mancano una sottile nota foxy e un tocco “fumé” che sa di camino e riposo. Il sorso è glicerico e sostanzioso, maledettamente coerente e, per fortuna, ben sapido. DimenticateVi il tintinnare dei calici e le risate sulla spiaggia, qui ci vuole calma e un bel Brodetto alla Vastese! Da bere ascoltando “HIGH” dei LIGHTHOUSE FAMILY (90 punti, e forse qualcosa in più). MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “ED INFINE” 2018, RABOTTINI: dalla stessa vigna del Cerasuolo, quella vecchia solo anagraficamente, un vino che non può non evidenziare lo stesso DNA. Certo, qui c’è una dolcezza di fondo che sa di pazienza e voglie, il frutto è più pieno e maturo e le spezie raccontano dell’evoluzione. Sorso glicerico, ammiccante e “traditore”, tannini forse ancora un pochino ineducati ma che invogliano al secondo calice e chiusura lunga e sapida. 15° gradi alcolici che voi potreste non riconoscere ma che potrebbero presentare il conto alle Vostre gambe. Da bere ascoltando “IN THE END” dei LINKIN PARK. (88 Punti). I QUASIQUASI TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2019, RABOTTINI: da un’annata sicuramente meno complicata un vino decisamente più “pulito”, meno complesso dal punto di vista olfattivo, più centrato sulle dolcezze di frutta e di miele che non sulle amaritudini. Sorso coerente, fresco e decisamente salato, deciso e solo apparentemente ammiccante. (85+ Punti).   TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “LUPUS” 2023, TILLI: appena ossidato, propone la dolcezza matura della mela renetta e dell’agrume, un cespuglio di ginestra e la minerale sapidità della pietra scottata dal sole. Il sorso punta sulla freschezza per gestire la sostanza glicerica e chiude coerente sottolineando l’animo sapido. (85 Punti). TERRE DI CHIETI IGT MERLOT “CONCETTO” 2020, TILLI: un Merlot che affianca alle note di prugna e marasca mature una verve vegetale di quasi Cabernet che oscilla tra corteccia, cassis, tabacco e una nota di carcadè senza dimenticare le spezie. Sorso fresco, vivo e avvolgente, corretto nel proporre i tannini, corrispondente e con un finale piacevole anche se forse sottolinea un po’ troppo un cioccolato che non ci avrei visto. Interessante. (85+ Punti).   CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “FEMINA” SUPERIORE 2023, MONTI: mentre mi colpisce una nota di messi assolate che generalmente associo al Trebbiano, mi riempie il naso con suggestioni di lampone e melagrana e chiude con la cicciona sostanza floreale del garofano rosso. Sorso di muscolata sostanza, dinamica agilità e bella coerenza con l’olfatto, peccato solo che il finale sia un tantino troppo corto. “FEMINA” si, ma con artigli da pantera. Da bere ascoltando “THE PINK PANTHER THEME” di HENRY MANCINI. (86 Punti). MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “PIGNOTTO” 2015 RISERVA, MONTI: olfatto di intrigante, balsamica intensità, quasi duro nel proporre le note scure di china e liquirizia. Si distende poi tra amarene e more mature, cullato dalla vaniglia dei piccoli legni, senza però dimenticarsi del brio delle erbe aromatiche. Sorso materico e succoso, con la carezza dei tannini e la decisa sapidità a invogliare la beva e un finale di bell’equilibrio. Un bel Montepulciano che, per gusto puramente personale, non avrei esiliato in barrique. (87+ Punti). E QUINDI? E quindi niente! Si, ho assaggiato tante emozioni ma…davvero non avrei voluto farlo in un contesto simile! Credo fermamente che al di là di tutto occorra non dimenticarsi mai il rispetto, per il Lavoro, per l’Uomo, per il Territorio, per il Prodotto Vino e questa volta, mi spiace dirlo, chi doveva lo ha fatto. Verranno giorni migliori, LO SO   Roberto Alloi VINODENTRO  
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28 Agosto, 2024

FIOROTTO FESTEGGIA I PRIMI 90 ANNI

Se da una parte è bello raccontare le nuove realtà vinicole, è altrettanto emozionante celebrare quelle che storicamente sono presenti da anni sul territorio, custodendolo. LA FELICITA’ Ho conosciuto Daniele Fiorotto qualche anno fa. Giovane, dinamico e appassionato, è nato in quel di Nervesa della Battaglia. Città, questa, che ha dato vita al celebre Galateo scritto nel ‘500 da Giovanni della Casa. Daniele è non a caso un ragazzo posato che ama la bellezza e l’eleganza. Una delle sue frasi preferite è quella recitata da Valeria Bruni Tedeschi nel film La Pazza Gioia di Paolo Virzì: “Ma dove si trova la felicità? Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili.” Daniele ha interpretato seriamente quest’affermazione, e questi elementi ce li ha regalati tutti quando, in occasione del 90° anniversario, ha presentato ai più di 300 invitati il nuovo Caveau del Gusto. Questo è uno spazio di 150 metri quadrati pensato appositamente per accogliere i clienti e coccolarli con i prodotti dell’azienda. Oltre ai vini, infatti, Fiorotto1934 produce formaggi e miele biologici. LA STORIA DI FIOROTTO Il fondatore, Vittorio Fiorotto, arrivò a Nervesa Della Battaglia negli anni ‘30 con moglie e figli per dare vita all’attività. Una decina di capi di bestiame, qualche filare di vigneto, campi di cereali e a prato furono il suo investimento iniziale. Da allora, la stessa passione ed intraprendenza si sono tramandate di padre in figlio fino ad arrivare, oggi, alla quarta generazione (in realtà quinta, data la nuova nascita di Giacomo il 31 maggio). Dal 2017, la gestione aziendale è passata alla ai fratelli Daniele, Marina e Stefano. Tra le varie proprietà e i numerosi terreni, il complesso aziendale si estende attualmente su 120 ettari, di cui circa 20 dedicati soltanto al vigneto, 3 a bosco e il rimanente coltivato a prati e cereali per alimentare i 180 capi di bestiame presenti in  allevamento. I FESTEGGIAMENTI PER I 90 ANNI L’inaugurazione del 14 giugno è stata allietata da musica, luci e un’atmosfera festosa, nella quale i Fiorotto sono stati idealmente abbracciati da amici, clienti e parenti che hanno loro dimostrato grande affetto e stima. Abbiamo avuto la possibilità di passeggiare sotto la bellussera, antico sistema di coltivazione della vite detto anche “a raggi”, illuminata scenograficamente. Questo particolare sistema, diffuso principalmente in Veneto, fu inventato dai fratelli Bellussi di Tezze di Piave (Treviso) alla fine dell’800, per combattere il flagello della peronospora e prevede un sesto di impianto ampio. Nella bellussera, pali in legno di circa 4 metri di altezza sono collegati tra di loro da fili di ferro disposti a raggi, mentre ogni palo sostiene 4 viti, alzate circa 2.50 metri da terra. Da ciascuna di esse si formano così dei cordoni permanenti che vengono fatti sviluppare inclinati verso l’alto e in diagonale rispetto all’interfilare, formando una raggiera. Nel tempo, chi ha mantenuto questo tipo di impianto ha conservato un importante patrimonio storico, a testimonianza e memoria dell’identità e della tipicità di questo territorio. I VINI DI FIOROTTO 1934 I nomi dei vini si rifanno alle figure storiche e romantiche, come il Florimonte, ad esempio, che deriva dal cognome di Monsignor Galeazzo Florimonte (1484-1565), vescovo italiano e fine umanista, letterato e riformatore.  Durante la serata abbiamo avuto modo di assaggiare tutte le referenze prodotte, abbinate ai piatti di Do Eat Ricevimenti, azienda partner con cui Fiorotto1934 condivide i principi di sostenibilità e genuinità dei prodotti.  Fiorosa Vino spumante Brut, ottenuto da uve 100% Pinot Nero, Charmat lungo 11 mesi Florimonte Extra Charmat Dry, da uve Glera vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale  Florimonte Brut Charmat, da uve Glera sempre vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale Florimonte Millesimato Cuvée Brut, Metodo Charmat lungo 7 mesi da uve Chardonnay, Pinot bianco e Glera   In anteprima, abbiamo potuto assaggiare una nuova referenza pensata per onorare il fondatore dell’azienda. “Vittorio Il Fondatore” è un Metodo Ancestrale con rifermentazione in bottiglia da 6 a 12 mesi da uve Glera di antichi vigneti di famiglia, mantenuti a Bellussera. Tutti i vini hanno ottenuto la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata). Fiorotto1934 è da sempre attenta al rispetto delle persone e dell’ambiente, e adotta un sistema di agricoltura intelligente nel quale vengono utilizzate attrezzature all’avanguardia unitamente ad antiche pratiche agronomiche tramandate nel tempo. Le uve vengono coltivate secondo metodi di produzione che garantiscono alti livelli di sostenibilità, raccolte manualmente e vinificate con pressatura soffice, al fine di diminuire l’impatto ambientale, la percentuale di residui e l’uso dei solfiti. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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23 Agosto, 2024

Judith e Michele. La Matina, youandme

Su di noi 
Nemmeno una nuvola
Su di noi 
L’amore è una favola
Su di noi 
Se tu vuoi volare
Lontano dal mondo, portati dal vento
Non chiedermi dove si va
Noi due respirando lo stesso momento
Poi fare l’amore qua e là
Mi stavi vicino e non mi accorgevo
Di quanto importante eri tu
Adesso ci siamo
Fai presto, ti amo
Non perdere un attimo in più Eh si lo so, Pupo. Anche Pupo direte voi. Si, Pupo. Proprio Pupo.
Che ci posso fare se la mia mente ogni tanto ha queste digressioni. Come è venuta in mente la canzone “Su di noi”? Semplice quando Judith mi ha parlato di You&Me. Ci siamo fidanzati che avevo diciassette anni. Adesso ne ho 45. Siamo cresciuti insieme singolarmente e come coppia. Dai compagni di scuola, ai parrocchiani, al calcetto, alla pallavolo siamo sempre stati Judith e Michele. Con l’avvento dei cellulari la Vodafone fece la promozione you&me. Per gli amici era nata per noi. Judith è Judith Sandonato. Michele è Michele Valentoni. Anzi il Barone Michele Valentoni. Una necessaria sottolineatura non per attribuire a Michele il grado nobiliare (cosa che nella sua semplicità non da a vedere neanche lontanamente) quanto perché si possa comprendere al meglio il contesto. Contesto che si arricchisce anche del luogo, San Marco Argentaro, comune di poco più di 6000 abitanti dell’entroterra cosentino. Judith e Michele sono una di quelle coppie monolitiche. Cresciute insieme dai tempi della scuola e insieme. tenendosi saldamente per mano, hanno attraversato gran parte della vita compensandosi vicendevolmente. Anche se per Judith non deve essere stato particolarmente facile: un paesino del sud, un Barone con il suo palazzetto e gli oltre cento ettari di terreni, una famiglia semplice. Un mix che fa sognare. O incute timore. O un mix tra questi. Nel momento stesso vado a vedere dove lui abita e vedo questa abbazia, capisci bene che la cosa non mi ha turbato ma di più. Chi ho io davanti? Per poi capire che è soltanto una sorta di involucro che si portano dietro per eredità ma loro hanno sempre vissuto con normalità e naturalezza. Ah già, l’Abbazia. C’è anche una abbazia.
Poteva accadere, nel passato, di avere una chiesa all’interno della proprietà. Sintomo di maggior potere e prestigio. Funzioni private con sacerdote personale. Visite di prelati, magari del Papa!
Nel caso della famiglia Valentoni, l’Abbazia è quella di Santa Maria de La Matina costruita e consacrata nel lontanissimo 1065. Da li in poi una storia altalenante fatta di crociate, papi, vescovi….Come quando nel 1194 Federico Barbarossa la concede ai monaci cistercensi. Arriva alla famiglia Valentoni con Luigi, generale borbonico che la acquista insieme ai terreni circostanti.
Una vera abbazia insomma. Nel patrimonio di famiglia. Come non rimanerne stupiti se hai 17 anni? Due ragazzi che aldilà dei titoli nobiliari e delle differenze che ci possono sempre essere, vivono la loro storia d’amore come solo due adolescenti (o quasi) possono e devono fare. Io sono dello stesso comune di mio marito, San Marco. Però con un stile di vita e un approccio familiare esattamente opposto. Mio padre parte quindicenne come emigrato in Svizzera. La sua famiglia era di stampo patriarcale dunque con i figli maschi dovevano andare a lavorare fuori per fare il corredo alle sorelle. Raggiunge i fratelli maggiori e lavora li. Nei ritorni si innamora di mia madre ma inizia una relazione a distanza perché al tempo la Svizzera aveva regole rigide per quanto riguarda il ricongiungimento. Mia madre poteva raggiungere mia madre solo quando lei aveva un contratto stagionale. Oggi si parla, giustamente, di cittadinanza per gli immigrati. Un diritto di civiltà certamente, per capire il quale occorre proprio guardare al passato. A quando eravamo noi, gli italiani, ad andare in luoghi ove questo diritto veniva negato. Non che il papà di Judith ci tenesse particolarmente a diventare cittadino svizzero, ma almeno a vivere con sua moglie si.
Costretti a vedersi solo in presenza di un contratto stagionale. Generalmente estivo. E cosa possono fare due sposini non vedendosi da tanto tempo? Il mio nome racconta la mia storia. Il nome svizzero tedesco Judith non fa che ricordare il mio concepimento. Certo non è un nome calabrese. Una bellissima suggestione per un nome tipicamente ebraico. Però una certa assonanza con giugno in italiano e juni in tedesco indubbiamente c’è. Papà mette da parte dei soldi e investe nel mattone dopo molti anni fuori. Cade la scelta su un piccolo appezzamento che è la parte alta dell’azienda Valentoni. In realtà mio padre acquista qualcosa che era stato di proprietà del nonno di Michele che lo aveva poi venduto perché al di fuori della sua visuale in quanto parte più alta. Mi viene da pensare che mio marito mi sposò per interesse affinché quello che era della sua famiglia tornasse indietro. Scherza Judith ma se lo può permettere per l’amore e la sintonia che c’è con Michele. Che Michele sia un Barone non ce ne si accorge davvero. Quando lo conosco, è la persona semplice che prevale. Uno che lavora la terra e non si atteggia. Le sue mani ne sono la dimostrazione. Per scelta abbiamo deciso di abitare sopra i miei. Nella casa che papà aveva realizzato sul terreno comprato. Papà ha costruito questa casa di 400 metri quadrati e noi scegliamo di vivere qui per staccare dal lavoro. Con l’azienda agricola giù stare sempre giù non andava bene.
Dal nostro terrazzo invece si vede tutta la proprietà a valle. Il contrario di quello che aveva fatto il nonno. Come sarebbe che il Barone Michele Valentoni va a vivere a casa della moglie?
Già me le immagino le teste coronate che spettegolano e la gente che si affretta ad immaginare ad un patrimonio dilapidato sul tavolo da gioco. Il paese è piccolo e la gente, mormora!
Niente di tutto questo. Anche perché le storie che sembrano patinate spesso celano lati o comunque situazioni che fano riflettere. Aristotele diceva che è chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato. Essa infatti h valore in quanto utile, cioè funzione di qualcos’altro Il papà di Michele muore giovane. A soli 47 anni. Michele ha appena otto anni e già capisce che la sua vita non sarà mai più la stessa. Sua mamma trenta. Sua sorella cinque. Si cresce in fretta. Si deve crescere in fretta in certe situazioni anche se non è lui a dover mandare avanti l’azienda.
Come in tutte le famiglie di un certo “rango” sono gli altri che scelgono il destino degli eredi: prima il liceo Classico (e meno male dico io altrimenti non avrebbe conosciuto Judith), poi la facoltà di Giurisprudenza. A Roma ovviamente. Come pensate che potesse trovarsi a Roma un ragazzo del profondo sud nato e cresciuto nella piccola contrada di San Marco Argentano? Si inseriva in tutte le feste, conosceva tutti. Gli studi ne hanno risentito. Mentre Judith studia a lavora perché si era imposta di voler finire l’università in cinque anni, Michele bighelloneggia a Roma. Fino a quando non incappa in uno dei fatti di cronaca più inquietanti della storia italiana. Uno dei tanti misteri che, per quanto processualmente risolto, ci portiamo sempre dietro.
È il 9 maggio 1997 quando Marta Russo, una studentessa dell’Università La Sapienza di Roma viene ferita alla testa da un proiettile. Morirà cinque giorni dopo in ospedale.
Michele ha appena sostenuto un esame con il prof. Lipari, padre di quella Maria Chiara che sarà testimone chiave del processo. Tutti gli esami di quel giorno non risultano e vanno rifatti. Misteri italiani. Lungaggini burocratici per farselo riconoscere, ecc. Ma non risultava e avrebbe dovuto rifarlo. Forse insabbiarono qualcosa perché non era possibile. Insomma si allontanò dagli studi anche con tre soli esami alla laurea. Nel mentre di questa brutta storia, Judith si laurea in Scienze Politiche con la grande ambizione di intraprendere la carriera diplomatica. Volevo fare il diplomatico. Il mio professore di Diritto Amministrativo mi diceva: le posso chiedere una cosa? Io la vedo sempre con un ragazzo. Ma è una cosa seria? Io pensavo ma a te che te frega. Nel rispetto dei ruoli rispondevo: si. Dal suo curriculum si evince che lei vuole e può fare la carriera diplomatica. Ci sono tutte le condizioni positive ma ce ne è una talmente negativa che le impedisce. Ebbe ragione. Dopo la laurea inizio dunque a fare degli stage aziendali nelle aziende agricole più importanti del cosentino. Guarda avanti Judith. Nella testa c’è la carriera diplomatica, nel cuore il suo futuro a San Marco vicino a Michele. Un conto sono le ambizioni che l’avrebbero portata chissà dove, altro è il cuore. Michele infatti è tornato a San Marco. Li c’è la sua casa. Li c’è la sua famiglia. Li, soprattutto, c’è la sua storia. Una storia, una grande responsabilità che fino a quel momento è gravata sulle spalle della madre.
Trovarsi a trent’anni, da sola, con due figli, una azienda, una Abbazia, un palazzotto, le tasse di successione da pagare. Tutto dannatamente complicato con solo i propri parenti a dare una mano visto che il marito, papà di Michele, era figlio unico.
Difficile. Dannatamente difficile. L’azienda agricola lavorava e lavora principalmente con le produzioni agricole stagionali. Peperoni, pomodori, ortaggi ecc. poi cereali. 104 ettari compreso il complesso monumentale.
Dannatamente difficile. Michele torna e capisce che l’azienda rappresenta una bela possibilità di fare il soldo facile. Solo con le risorse europee si poteva andare avanti. Adesso è molto complicato e spesso non ne vale la pena. Preso da questo guadagno e dallo stare sui trattori, non ha portato a termini gli studi. Nemmeno dopo con le università telematiche. Judith è schietta e vera. Non ha paura della sue parole. Parla a ruota libera con la voglia di raccontare ciò che li ha portati ad essere ancor più cementati come coppia e come persona. Anche quando era in vita il papà, l’attività pomeridiana di Michele era quella di andare dietro agli operai per vedere cosa facevano ma anche rubare il pranzo. Nella gestione aziendale sono subentrati gli zii materni di Michele. Il papà era figlio unico. Lo viziavano facendogli fare tutto ciò che volevano. Dopo qualche anno Michele si accorge che qualcosa di più con l’azienda si può fare e capisce che Judith, che nel frattempo si è fatta non solo le ossa ma anche le giuste esperienze, può essere la persona giusta ad affiancarlo. La convince. Nel 2016. Ci sono già entrambe i figli e insieme lavorano all’idea del vigneto. Prima Judith dava una mano come factotum amministrativo come “moglie di Michele”. Ora invece è un appoggio e un rafforzamento nelle scelte di Michele. Non solo la moglie ma anche spalla fondamentale. È You&Me che si rafforza. Si rafforza nella gestione. Si rafforza nelle scelte. Si rafforza nelle idee. Come quella del vigneto. In queste zone si è sempre prodotto vino. Per pochi e non per molti. Un pò come tutti i prodotti calabri mi verrebbe da dire. In questo caso però la vigna era il passatempo di nonno Michele che produceva vino solo per la propria famiglia e gli amici.
Impiantare una vigna e produrre vino può essere per Judith e Michele un modo per elevare l’azienda. Si dovrebbe dire “nobilitare”, ma essendo di proprietà di un nobile, sarebbe stato cacofonico. Impianto nel 2017. 2019 primo imbottigliamento. Poi inizia l’era covid che spezza la programmazione. Avevo programmato tutto anche gli appuntamenti. Avevamo investito nelle quote per i vigneti. Anziché partire con grande entusiasmo, iniziamo con grande preoccupazione. Judith è una donna spigliata e determinata. Capisce il contesto. Legge le situazioni. Studia, analizza, programma. Con Michele si rendono conto di avere per le mani non una semplice tenuta ma un vero patrimonio artistico culturale. L’Abbazia è monumento protetto dalla Soprintendenza alle Belle Arti. Però è di Michele. È della famiglia. Un bene, insieme alle terre, indivisibile. Inalienabile. Come si conviene ad una famiglia nobiliare. Ecco quindi che La Matina, qualcosa che durerà per sempre, non può che essere il loro brand. C’è una storia da raccontare. C’è un marchio che è nel portale dell’Abbazia. C’è un territorio da rispettare ed esaltare. Il vitigno non può che essere il Magliocco che qui è di casa. Le espressioni non possono che essere rosso e rosato. Niente altro. Non serve altro per iniziare l’avventura nel mondo del vino. Perché non registrare il brand La Matina? A seconda del progetto ci presentiamo come Azienda Agricola La Matina o come La Matina e il logo del portale. La Matina è il nome della località: contrada La Matina. Mata, bosco. Il fulcro è l’Abbazia. Oggi la stiamo valorizzando ma in passato il nonno di Michele utilizzava il parlatoio dei monaci come granaio, quella che è cantina di rappresentanza come cantina vera e propria. Il nonno di Michele produceva vino per gli amici senza venderlo. Lui viveva il ruolo di Barone. Il nonno di Michele, Michele Valentoni è stato il primo cavaliere al merito agricolo della Regione Calabria. Una azienda non solamente agricola. Un brand. Una storia. Un prodotto nobile e vendibile. Una vera strategia che comporta si investimenti ingenti ma, se non altro un impegno inferiore rispetto ad una produzione di tipo stagionale a campo aperto. La zucchina ad esempio richiede una raccolta quotidiana. Il vigneto ti da meno problemi. Tutta la zona collinare con impianto a vigneto è rendere l’azienda più profittevole immaginando nel lungo periodo una bella opportunità. Due ettari vitati per iniziare. Pochi si ma realizzati in autofinanziamento. Senza l’aiuto di nessuno e con le quote che consentirebbero di arrivare a sei. Non c’è spazio per la cantina a meno di non utilizzare ancora il parlatoio: non credo che le Belle Arti approverebbero. Vinifichiamo presso terzi ma la cantina è attaccata a noi. Vendemmia manuale e scarichiamo direttamente in cantina. Barone, terra, vitigno autoctono, abbazia. Se fossimo in altre regioni si sarebbe chiamato un enologo importante, si sarebbero affiancati vitigni nobili ed internazionali, si sarebbe studiata una etichetta con tanto di blasone. Una strategia di marketing pura che, qualora accompagnata da un cospicuo investimento di comunicazione, avrebbe portato ad uno, quasi, scontato successo. Michele però rimane con i piedi per terra. Judith gli va dietro. Elevarsi con un vitigno che non è nelle condizioni pedoclimatiche sarebbe stato un rischio inutile. Perlomeno senza le competenze necessarie. Occorre partire da ciò che si sa fare. Stare con i piedi per terra. Io non mi posso elevare con qualcosa che non mi appartiene. Devo iniziare con qualcosa che mi dia credibilità. Non devo Imitare o rubare qualcosa che non è mio. Credibilità. Non è solo una questione di dignità ma di rispetto per la propria storia e peri quella della famiglia. Rispetto per il territorio. Rispetto per le persone che lavorano la terra. Un Michele che sa comunque il fatto suo e già appena rientrato in azienda capisce che deve fare le cose a modo suo. Investendo. Michele tu vuoi fare le cose a modo tuo. Immagino gli zii che così gli dicevano. Quasi a lamentarsi della ventata di novità che un ragazzo vuole, forse perché padrone, potare in azienda. Magari portandola alla rovina.
Invece Michele conduce l’azienda con un occhio ai conti e l’altro alla innovazione.
Il vino è un investimento, senza ancora un ritorno economico, che risponde alla precisa necessità di elevarsi. Non tanto perché sia utile a Michele e Judith quanto ai loro figli Anastasia e Carlo Maria. Sono ancora piccoli ma Michele sa cosa voglia dire veder spezzati i propri sogni. Non vuole che accada ancora. Avere per le mani una azienda che si distingue, che ha un valore oltre le dimensioni. Ecco questo vuole lasciare ai suoi figli. Una volta che i vigneti ci sono possiamo anche mantenere la vigna per i clienti affezionati e per il brand. Magari ci sarà un momento nel quale il vino può diventare primaria come produzione. Oggi 10.000 sono le bottiglie prodotte. 1000 bottiglie di rosato Madame c e 9000 di rosso Muntu. Con certificazione biologica. Muntu e Madame raccontano la storia dell’azienda. Muntu e Madame sono i genitori di Michele e siamo noi. Muntu esprime il sacrificio, radicata alla tradizione. Madame la parte di pregio e prestigio del casato nobiliare e di anima. La nobiltà dell’animo la può avere ciascuno di noi
Si uniscono con il portale di ingresso dell’Abbazia. La storia aziendale è un contenitore così grande. Michele vuole arrivare a omaggiare il padre non già nel nome ma andando a trovare quanto di meglio gli ha lasciato: la sua assenza. Ciò che gli ha lasciato in dono è l’assenza, la mancata presenza. La vita che non ha potuto avere e che ha avuto. Forse se fosse rimasto in vita Michele sarebbe rimasto a Roma a fare la bella vita. Michele invece ha sperimentato sulla sua pelle cosa voglia dire fare impresa e farla al sud. Ma di quel sud lui ne porta con se l’orgoglio. Le tradizioni, la storia. Questo conta.
La fatica è tanta. Le idee in testa ancor di più. Gli ettari sono diventati cinque. Sempre e solo con il Magliocco. Michele ha il sogno di fare tutti vigneti. Un sogno al quale stiamo lavorando. Io sono più pratica e dico vediamo se si pone l’occasione. Non quella che arriva dal cielo ma quella che l’imprenditore deve creare con il lavoro e la programmazione. Non posso seguirla io questa cosa. L’enologo è il medesimo della cantina dove si vinifica ma Michele è uno che si mette di traverso se qualcosa non gli piace. Ecco perché i vini lo identificano senza necessità alcuna di adeguarsi alle logiche di mercato. Poche bottiglie per una vendita selezionata. Con tanto ricorso all’enoturismo che grazie all’Abbazia e alla sapiente mano di Judith è un punto di estrema forza. Stamattina ho fatto accoglienza ad una scolaresca di venti ragazzi. Mi facevano le domande e capivo che le risposte erano quelle giuste. Poi i professori hanno voluto fare la degustazione e mi sono messa i panni del sommelier. Poi accogli il dipartimento universitario di ingegneria o belle arti dai quali ho solo da imparare. Riesco a contestualizzarmi e questo mi da entusiasmo e la carica. Per il ritorno economico c’è da guardare a lungo tempo. Judith è una forza della natura. Parla a raffica con il sorriso. Si vede che le piace ciò che fa. Il contatto con le persone. Il racconto di una azienda e di un patrimonio. Non è distaccata ma coinvolta e coinvolgente. Lei si sente parte di una storia. Con una identità precisa. Io tendo a specificare quando do il benvenuto in struttura i ruoli familiari e il mio ruolo. Specifico che mia suocera abita gli appartamenti superiori e che la vedrete passare magari con i sacchetti della spesa o con delle uova visto che c’è il pollaio dietro la chiesa. Lei la abita come casa che però è un monumento protetto. Cerco però di contestualizzare il passato e soprattuto il presente che è frutto di esperienze familiari. Questa signora che trentenne rimane vedova e deve badare a questo bene non volendolo non lo gestisce. Ma si rimbocca le maniche. I vini sono identitari di una storia e del territorio grazie al Magliocco. Più che identificare solo Michele, identificano la coppia Michele e Judith. Caldo e passionale il Rosso Muntu; fresco, fragrante, vivo il Rosato Madame. Muntu dicevamo. Nel calice è pastoso così da sembrare caldo già a guardarlo. Quel rubino con riflessi granata che si potrebbe tagliare con il coltello.
Al naso c’è calore e pastosità. La frutta è cotta, i fiori sono in potpurri. La mela è quella cotta nella cannella e nei chiodi di garofano. La balsamicità esalta il cioccolato e il pellame. La nota ferrosa ed ematica finale è come un bacio passionale che ha lacerato il labbro.
Tutto sa di caldo e avvolgente. Come un abbraccio.
Al sorso ci si aspetterebbe dolcezza, invece arriva la freschezza accompagnata da tannini morbidi, non setosi. Come se l’abbraccio si fosse trasformato in amplesso.
Secco, caldo e corposamente avvolgente.
Mi piace il perfetto bilanciamento e perché è morbido quanto basta, forte quanto basta.
L’espressione è quella del sud con il calore del sole e il gioco di freschezza. Persistenza buona ma non lunga. Avvolgente Madame. Se Muntu è il calore, Madame è la freschezza. Se Muntu è la nobiltà, Madame è la spensieratezza. Se Muntu è il tempo, Madame è l’immediatezza.
Spensierato ancorché nobile già dal colore cerasuolo. More, prugna, fieno tagliato. Ciliegia bianca, fragoline di bosco, pesca macerata nel vino. Agrumi. La sensazione è quella di una grande vasca di frutti di bosco.
Sorso ampio con qualche residuo di tannino. Fresco e non particolarmente caldo si apprezza per un sapiente gioco di durezze e morbidezze e un senso di amaro latente. Piacevolissimo cosi come piacevolissima è il finale che richiede un altro sorso.
Se Muntu è l’etichetta, Madame è la fuga spensierata in un campo di fieno a piedi nudi. Judith e Michele. Michele e Judith. Due persone che si sono scelte nella vita e nel lavoro. Una coppia che fa della solidità, ma anche della fragilità, la propria forza.
Michele, per come lo definisce Judith, è un ingenuo ma anche una grandissima forza della natura. Una forza che compensa la Judith che si abbatte e si scoraggia. Che sprona e non si ferma. Ne dinanzi alle difficoltà del lavoro ne quelle della vita che lo ha messo di fronte ai problemi di salute. Poco conta. Conta solo l’andare avanti con la forza propulsiva propria e della coppia. Sono in due, spesso sono solo in due, ma valgono per cento, mille, diecimila. La forza motrice del nucleo familiare.
Li vedi insieme e capisci quanto la vita può togliere ma soprattutto quanto possa donare. Capisci cosa c’è dietro un lavoro frenetico, dietro tanti sacrifici, dietro apparenze patinate. Li vedi. Insieme. Tutto il resto è “solo” una logica conseguenza.
Judith e Michele, you and me. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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23 Agosto, 2024

Il Gran Finale della Convention tra Pesaro e Senigallia

Il sabato della mia prima Convention Nazionale delle Donne del Vino è iniziato con un’emozione che difficilmente dimenticherò. Ritrovarsi a Pesaro, eletta Capitale Italiana della Cultura 2024,
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22 Agosto, 2024

OLI D'ITALIA 2024 (by GAMBERO ROSSO)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 18 Giugno, gli ampi ed eleganti spazi di Palazzo Brancaccio a Roma hanno ospitato la presentazione romana della guida OLI D’ITALIA 2024 di GAMBERO ROSSO. Gli Eventi dedicato agli oli EVO sono diventati, nel panorama romano (e non solo), ormai rarissimi e va dunque dato merito a GAMBERO ROSSO di essere riuscito a catturare l’attenzione di un gran numero di curiosi parlando dell’oro verde delle nostre tavole e lasciando da parte, per una volta, il vino.     LA MASTERCLASS Sette gli oli in degustazione, provenienti da regioni diverse, prodotti da cultivar differenti e presentati da Indra Galbo. Sette oli che hanno evidenziato le molte criticità di un’annata come quella della campagna olearia 2023/2024 assaggiati molto al di là del loro picco qualitativo. EVO dunque segnati da una inevitabile “stanchezza”, che in almeno un caso percorrevano in precario equilibrio la sottile cresta del difetto. Prendete dunque le mie descrizioni con molle particolarmente lunghe e valutate i personalissimi punteggi con la dovuta cautela, tenendo conto che ho cercato di “fare la tara” a eventuali imperfezioni tenendo conto di quanto detto sopra. GLI ASSAGGI IGP SICILIA MONOCULTIVAR NOCELLARA DEL BELICE “NOTTETEMPO”, TERRE DI ZACCANELLO (SICILIA): al naso si distinguono pomodoro maturo, erba sfalciata di fresco, cardo, delicatezze di soncino e piccantezze pepate. L’assaggio, moderatamente piccante, vive di un piccante dalla progressione logaritmica che stuzzica l’ugola rinvigorendo le percezioni di erbe aromatiche e gli accenni agrumati. (88 Punti).   MONOCULTIVAR CORATINA “SELEZIONE”, OLEIFICIO CASALE (PUGLIA): il naso percepisce distintamente cicoria di campo, carciofo, cardo, un intero mazzetto di erbe aromatiche (rosmarino, timo e salvia), scambia l’osso di pesca per mandorla amara e, in chiusura, non si fa mancare un soffio di caffè. L’assaggio denota cura nella gestione dell’esuberanza della cultivar, equilibrato e corrispondente punta sull’amaro e propone un garbato piccante in una atmosfera sottilmente fumé. (85/86 Punti). DOP UMBRIA COLLI MARTANI, FARCHIONI OLII (UMBRIA): Moraiolo, Leccino e Frantoio che evocano pacatamente sentori di erba tagliata, cicoria, foglia di pomodoro e leggerezze agrumate. In bocca risulta essere meno “umbro” di quanto atteso, deciso nel presentare sin da subito il piccante e paziente nel proporre la lunga scia di amaro. Peccato per quel naso troppo timido… (86/87 Punti). “LAUDEMIO”, FRESCOBALDI (TOSCANA): “LAUDEMIO”… Consorzio storico, disciplinare antico, bottiglia “Giugiaro style”… In gran parte Frantoio, regala note di pomodoro maturo, fava e asparago. Poi accenni mentolati e una frutta secca che…non aiuta un olfatto che dimostra stanchezza. In bocca amaro e piccante marciano insieme segnando un assaggio che conferma le problematicità notate all’olfatto. Forse colpa della bottiglia, sicuramente non aiutato dal periodo in cui lo abbiamo assaggiato. Questo preferirei non valutarlo. MONOCULTIVAR PERANZANA “LIMITED EDITION”, DE CARLO (PUGLIA): tra la rucola e il basilico s’erge il carciofo e si fanno strada il pomodoro, le erbe di campo amare e un quid di frutta secca. Al palato appare elegante, corrispondente, equilibrato nel proporre amaro e piccante, deciso nel sottolineare la profonda sapidità e firmare la chiusura con acuti carciofosi. (87/88 Punti).   MONOCULTIVAR CROGNALEGNO “CROGNALE”, TRAPPETO DI CAPRAFICO TOMMASO MASCIANTONIO (ABRUZZO): un olfatto particolarmente complesso che non lesina balsamicità mentolate prima di imboccare la strada del carciofo, delle erbe aromatiche (salvia in primis), delle stuzzichevolezze del ravanello. In bocca dimostra autorevolezza e corrispondenza. L’ingresso amaricante non è a gamba tesa bensì di sportiva correttezza e la scia piccante è un piacevole sentiero da seguire fino in fondo, a quella chiusura che calca ancora la mano sulle freschezze aromatiche di salvia e rosmarino. (91 Punti, non di meno). MONOCULTIVAR CORATINA “GRAN PREGIO BIO”, MARIA CAPUTO (PUGLIA): ancora intense (nonostante il periodo) le sensazioni di prato sfalciato, cicoria, rucola, pomodoro e melanzana. Più dolci del previsto le note di frutta secca che, più che l’attesa mandorla, sembrano raccontare dolcezze di pinolo. In bocca dimostra tecnica frantoiana. Domata con sapienza l’irruenza della cultivar, rilascia prima piccantezze di pimento allungandosi con calma su amaritudini a pareggio (qui forse il periodo di assaggio ha influito). Lungolungo. (86 Punti) A LATERE Tra gli EVO assaggiati a latere della masterclass, mi preme segnalare alla Vostra attenzione: MONOCULTIVAR CUCCO, TRAPPETO DI CAPRAFICO TOMMASO MASCIANTONIO (ABRUZZO): un EVO che si merita la segnalazione per il come è riuscito a comunicare l’incidenza della stagione sul prodotto finito. Più carica e meno “sostanza” hanno significato, per questa cultivar a duplice attitudine tutto sommato “leggera”, un risultato inaspettatamente “strong”, con uno spot puntato sul pomodoro e una chorus line di erbe aromatiche, mandorla e sfalci. Piccante in evidenza e amaro ad inseguire per una correttissima gestione del palato. (86+ Punti) MONOCULTIVAR CORATINA “SELEZION [EVO]”, TERREDIMORRA (PUGLIA): naso divertente come un prato fiorito, ricco di vegetalità ortolane, pomodoro verde, salvia, erbe amare e pinoli. S’approccia in bocca spingendo sull’amaro per poi rivelare il proprio animo piccante. Chiude tra mallo di noce e peperoncino. Bella prova per questa giovanissima Azienda che entra con modestia ma a testa alta nell’olimpo della Qualità. BBravi! (89 Punti). PUGLIA IGP “PUGLIA, OLIO, AMORE”, DE CARLO (PUGLIA): naso complesso che evidenzia note di carciofo, erba di sfalcio, melanzana, basilico, alloro e l’immancabile pomodoro. Assaggio vigoroso nonostante il periodo, che punta decisamente sul piccante ma non dimentica un amaro che, nel finale, dice la sua con autorevolezza. Bello. (Quasi 90 Punti…quasi) E QUINDI? E quindi niente! Certo Vi aspetterete che dica: “finalmente una manifestazione dedicata agli EVO”! E invece no. Mi spiace ma non posso decantare le lodi di un Evento sicuramente lodevole dal punto di vista della comunicazione ma sbagliato nella programmazione temporale e con più di una pecca dal punto di vista tecnico. Innanzitutto, presentare a fine Giugno (quando nell’altro emisfero è iniziata la campagna olearia), in una Romache evidenzia temperature prossime a quelle della superficie del Sole, degli Evo le cui caratteristiche organolettiche risentiranno senz’altro di tutto ciò, non giova certo alla causa dell’EVO e non fa fare bella figura ai Produttori. E poi, capisco l’importanza di una masterclass indirizzata a un pubblico che si sta appena approcciando al mondo dell’extravergine ma gli errori sono errori e chi conduce non dovrebbe farne (oltreché dimenticare la supponenza e dimostrare voglia). Detto questo, al netto delle critiche che vorrei fossero intese in maniera assolutamente costruttiva, resta comunque il valore di una serata che ha provato a parlare dell’oro verde delle nostre tavole cercando di diffondere il verbo della Qualità. Si può fare di più e meglio ma, piuttosto che niente, è meglio piuttosto. E non dimenticate che: solo chi fa, sbaglia. p.s. un’ultimo “buffetto” agli Organizzatori: basta co’ ‘sti bicchierini di plastica!! Roberto Alloi VINODENTRO  
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