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25 Giugno, 2024
Trionfo enogastronomico in Franciacorta
La Federazione Italiana Circoli Enogastronomici si ritrova sempre più affiatata con l’ospitalità di Muratori
Una giornata franciacortina all’insegna del gusto, delle tradizioni locali e della cultura enogastronomica.
Così descriverei la mia seconda domenica di giugno, ospite del Circolo Enogastronomico Lombardo La Franciacorta nell’azienda Muratori di Adro.
Il Circolo è un affiliato storico (si consideri che questo Incontro in Franciacorta ha raggiunto quest’anno la sua 31esima edizione!) della F.I.C.E., Federazione Italiana Circoli Enogastronomici, nata a Savona nel 1974 da per opera di Francesco Mazzoli e di un piccolo gruppo di amici.
Storicamente le “confraternite”, dal latino “cum” – con e “frater” – fratello, erano associazioni di laici, aventi scopo di culto, di beneficenza o di devozione, poste sotto la protezione di un santo.
Soprattutto tra il XIII e il XV secolo ebbero un enorme sviluppo, in quanto insieme alla famiglia e alla Chiesa, s’impegnarono in ciò che oggi può essere sintetizzato come “mutuo soccorso”. Molte attuali Confraternite hanno origine antica, mentre altre sono nate in tempi molto più recenti, con l’obbiettivo di tramandare alle future generazioni il bagaglio culturale e storico dei propri territori, con una particolare attenzione verso le loro tradizioni enogastronomiche.
Posso dire che il loro entusiasmo è palpabile e contagioso, perché ne ho conosciute diverse in Muratori quella domenica: la Confraternita della Corniola di Cornedo Vicentino, i 12 Apostoli dell’Enogastronomia di Scorzè, la Confraternita del Cotechino Magro di Spessa, l’Antica Cunsurtarija dal Tapulon di Borgomanero e molte altre.
Quella che più mi ha incuriosita, già a sentirne il nome, è stata la Confraternita del “Ris in Cagnun cul Persic”, che vuole rivitalizzare le acque del lago varesino riportando in auge con gli operatori locali della ristorazione e dell’ospitalità quest’antica ricetta di riso bollito, e non mantecato, con il pesce persico. Ad accogliere nella Sala Zero di Muratori le Confraternite ed il pubblico è stata Michela Muratori, che si occupa della comunicazione della cantina di famiglia, nata nel 1999 come Villa Crespia ma che dallo scorso anno ha cambiato veste in Muratori, valorizzando il nome della famiglia che porta avanti l’azienda da tre generazioni.
Michela, con orgoglio e affetto, ha parlato del nonno Gianni e di come, nonostante la grande passione di quest’ultimo per i vini rossi, la famiglia abbia deciso di cimentarsi senza esitazioni, “tardi, ma bene”, in un progetto di sola Franciacorta, coltivando su 55 ettari Chardonnay, Pinot nero e Pinot bianco. Sulla determinazione a lavorare bene non ci sono dubbi, vista la collaborazione con il celebre enologo Riccardo Cotarella.
La nuova linea di spumanti Muratori è stata presentata per la prima volta al Vinitaly 2023, con una degustazione guidata dallo stesso enologo. Lui che si è sempre occupato di aziende note a livello globale, ha ammesso in conferenza a Vinitaly che quella in Franciacorta è stata una sfida piacevole ed entusiasmante, e soprattutto guidata da idee molto chiare condivise con la famiglia Muratori: vendemmia manuale eseguita in poche ore, pochissimi zuccheri aggiunti, niente legno. Frutta e fiori in bocca sono un segno di un grande vino aveva commentato Cotarella, e confermo che i fiori bianchi, il gelsomino e la pera hanno colpito subito anche il mio naso alla degustazione di benvenuto del Brut Muratori, 100% Chardonnay. In bocca è cremoso e lungo, con un’acidità energica e ancora tanta frutta bianca. All’intervento di Michela Muratori è seguito quello del famoso giornalista gastronomico Riccardo Lagorio, che ha incoraggiato una presa di posizione più informata da parte dei consumatori che negli ultimi anni si sono avvicinati, ad esempio, al mondo del vino. Anche per la carne rossa, che ha vissuto anni recenti di demonizzazione, occorre più informazione. Anche per la carne bisognerebbe essere esigenti ed informati sulle razze, sui tagli e sulle ricette per valorizzarli. Lagorio ha illustrato come le razze bovine siano frutto di una selezione dell’uomo nei secoli, per la produzione di carne (ad esempio la chianina, da lavoro, con una carne soda e più sviluppata nel costato) o per la produzione di latte (ad esempio la bruna alpina).
Anche nell’intervento di Riccardo Lagorio, quindi, ha dominato il legame vincente tra i territori e le loro popolazioni, in un tramandarsi di cultura che le Confraternite FICE tutelano e valorizzano con il proprio operato. Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina
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Così descriverei la mia seconda domenica di giugno, ospite del Circolo Enogastronomico Lombardo La Franciacorta nell’azienda Muratori di Adro.
Il Circolo è un affiliato storico (si consideri che questo Incontro in Franciacorta ha raggiunto quest’anno la sua 31esima edizione!) della F.I.C.E., Federazione Italiana Circoli Enogastronomici, nata a Savona nel 1974 da per opera di Francesco Mazzoli e di un piccolo gruppo di amici.
Storicamente le “confraternite”, dal latino “cum” – con e “frater” – fratello, erano associazioni di laici, aventi scopo di culto, di beneficenza o di devozione, poste sotto la protezione di un santo.
Soprattutto tra il XIII e il XV secolo ebbero un enorme sviluppo, in quanto insieme alla famiglia e alla Chiesa, s’impegnarono in ciò che oggi può essere sintetizzato come “mutuo soccorso”. Molte attuali Confraternite hanno origine antica, mentre altre sono nate in tempi molto più recenti, con l’obbiettivo di tramandare alle future generazioni il bagaglio culturale e storico dei propri territori, con una particolare attenzione verso le loro tradizioni enogastronomiche.
Posso dire che il loro entusiasmo è palpabile e contagioso, perché ne ho conosciute diverse in Muratori quella domenica: la Confraternita della Corniola di Cornedo Vicentino, i 12 Apostoli dell’Enogastronomia di Scorzè, la Confraternita del Cotechino Magro di Spessa, l’Antica Cunsurtarija dal Tapulon di Borgomanero e molte altre.
Quella che più mi ha incuriosita, già a sentirne il nome, è stata la Confraternita del “Ris in Cagnun cul Persic”, che vuole rivitalizzare le acque del lago varesino riportando in auge con gli operatori locali della ristorazione e dell’ospitalità quest’antica ricetta di riso bollito, e non mantecato, con il pesce persico. Ad accogliere nella Sala Zero di Muratori le Confraternite ed il pubblico è stata Michela Muratori, che si occupa della comunicazione della cantina di famiglia, nata nel 1999 come Villa Crespia ma che dallo scorso anno ha cambiato veste in Muratori, valorizzando il nome della famiglia che porta avanti l’azienda da tre generazioni.
Michela, con orgoglio e affetto, ha parlato del nonno Gianni e di come, nonostante la grande passione di quest’ultimo per i vini rossi, la famiglia abbia deciso di cimentarsi senza esitazioni, “tardi, ma bene”, in un progetto di sola Franciacorta, coltivando su 55 ettari Chardonnay, Pinot nero e Pinot bianco. Sulla determinazione a lavorare bene non ci sono dubbi, vista la collaborazione con il celebre enologo Riccardo Cotarella.
La nuova linea di spumanti Muratori è stata presentata per la prima volta al Vinitaly 2023, con una degustazione guidata dallo stesso enologo. Lui che si è sempre occupato di aziende note a livello globale, ha ammesso in conferenza a Vinitaly che quella in Franciacorta è stata una sfida piacevole ed entusiasmante, e soprattutto guidata da idee molto chiare condivise con la famiglia Muratori: vendemmia manuale eseguita in poche ore, pochissimi zuccheri aggiunti, niente legno. Frutta e fiori in bocca sono un segno di un grande vino aveva commentato Cotarella, e confermo che i fiori bianchi, il gelsomino e la pera hanno colpito subito anche il mio naso alla degustazione di benvenuto del Brut Muratori, 100% Chardonnay. In bocca è cremoso e lungo, con un’acidità energica e ancora tanta frutta bianca. All’intervento di Michela Muratori è seguito quello del famoso giornalista gastronomico Riccardo Lagorio, che ha incoraggiato una presa di posizione più informata da parte dei consumatori che negli ultimi anni si sono avvicinati, ad esempio, al mondo del vino. Anche per la carne rossa, che ha vissuto anni recenti di demonizzazione, occorre più informazione. Anche per la carne bisognerebbe essere esigenti ed informati sulle razze, sui tagli e sulle ricette per valorizzarli. Lagorio ha illustrato come le razze bovine siano frutto di una selezione dell’uomo nei secoli, per la produzione di carne (ad esempio la chianina, da lavoro, con una carne soda e più sviluppata nel costato) o per la produzione di latte (ad esempio la bruna alpina).
Anche nell’intervento di Riccardo Lagorio, quindi, ha dominato il legame vincente tra i territori e le loro popolazioni, in un tramandarsi di cultura che le Confraternite FICE tutelano e valorizzano con il proprio operato. Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina
24 Giugno, 2024
Roma Hortus Vini 2024
Ci sono delle manifestazioni del vino che hanno una marcia in più. Qualcosa di speciale magari dato dalla presenza di produttori particolari. In pochi casi, la location fa la differenza, abituati a parlare con i produttori all’interno di sale di hotel.
Non capita spesso, anzi, purtroppo capita solo una volta l’anno, di passeggiare all’interno dell’Orto Botanico di Roma e degustare ottimi vini.
Una volta l’anno perché è questa la frequenza con la quale si svolge Roma Hortus Vini giunta quest’anno alla quinta edizione e tenutasi il 14, 15 e 16 giugno scorso.
Che sia con la luce del sole o con la luna illuminati solo da una giusta dose di luce artificiale, l’Orto Botanico ha un fascino che non è comune.
La passeggiata si snoda attraverso piccoli viali per arrivare alla Fontana degli Undici Zampilli dove è facile trovare gli spettacoli organizzati da Sens Eventi insieme a Francesca e Luca Maroni. Sorrisi, risate e brindisi al chiaro di luna hanno fatto da cornice alle brillanti e scanzonate pillole teatrali di Michele La Ginestra, alle incursioni musicali di Francigena in Jazz & Swing del Trio Borghese. Appuntamenti di sano intrattenimento che hanno portato, nel corso delle ore, al momento “clou” della serata: la dégustation sur l’herbe condotta da Luca Maroni. Tra i filari del Vitigno Italia illuminati a festa, seduti sull’erba fresca dell’Orto Botanico, i partecipanti, si sono lasciati coinvolgere dalle emozioni di un format vincente che unisce i profumi sprigionati dai calici in degustazione al fascino delle bolle di sapone (anche infuocate) create da Idà, abile performer originario di Capo Verde Proprio il Vigneto d’Italia al quale si arriva inerpicandosi lungo una docile collina, rappresenta una esperienza unica ed indimenticabile. Trovarsi infatti dinanzi ad una serie incredibile di vitigni è qualcosa che, da sola, merita il prezzo del biglietto. Dimenticare i vini poi non è possibile. La selezione delle cantine, effettuata da Luca Maroni, è assolutamente di livello con una serie di interessantissime cantine lungo tutto lo Stivale. Alcune di queste le avevo già trovate alla serata di premiazione dei Migliori Vini Italiani a riprova della qualità. E’ stata comunque una fantastica occasione per rivedere degli amici e sperimentare altre realtà. Ognuna diversa ed identitaria. Nelle storie del mio blog Instagram pubblicherò a breve i vini delle cantine che ho scelto. Cosa mi rimane di questa esperienza? Direi non solo uno splendido pomeriggio e l’aver conosciuto incredibili persone ma anche e soprattutto l’attesa per la prossima edizione. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La passeggiata si snoda attraverso piccoli viali per arrivare alla Fontana degli Undici Zampilli dove è facile trovare gli spettacoli organizzati da Sens Eventi insieme a Francesca e Luca Maroni. Sorrisi, risate e brindisi al chiaro di luna hanno fatto da cornice alle brillanti e scanzonate pillole teatrali di Michele La Ginestra, alle incursioni musicali di Francigena in Jazz & Swing del Trio Borghese. Appuntamenti di sano intrattenimento che hanno portato, nel corso delle ore, al momento “clou” della serata: la dégustation sur l’herbe condotta da Luca Maroni. Tra i filari del Vitigno Italia illuminati a festa, seduti sull’erba fresca dell’Orto Botanico, i partecipanti, si sono lasciati coinvolgere dalle emozioni di un format vincente che unisce i profumi sprigionati dai calici in degustazione al fascino delle bolle di sapone (anche infuocate) create da Idà, abile performer originario di Capo Verde Proprio il Vigneto d’Italia al quale si arriva inerpicandosi lungo una docile collina, rappresenta una esperienza unica ed indimenticabile. Trovarsi infatti dinanzi ad una serie incredibile di vitigni è qualcosa che, da sola, merita il prezzo del biglietto. Dimenticare i vini poi non è possibile. La selezione delle cantine, effettuata da Luca Maroni, è assolutamente di livello con una serie di interessantissime cantine lungo tutto lo Stivale. Alcune di queste le avevo già trovate alla serata di premiazione dei Migliori Vini Italiani a riprova della qualità. E’ stata comunque una fantastica occasione per rivedere degli amici e sperimentare altre realtà. Ognuna diversa ed identitaria. Nelle storie del mio blog Instagram pubblicherò a breve i vini delle cantine che ho scelto. Cosa mi rimane di questa esperienza? Direi non solo uno splendido pomeriggio e l’aver conosciuto incredibili persone ma anche e soprattutto l’attesa per la prossima edizione. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
21 Giugno, 2024
Ca' Moranda. Serena, la forza di un sorriso
E niente, c’è poco da fare. Quando mi trovo ad incontrare donne che lavorano in questo settore non posso che constatare la marcia in più che hanno. Sarà che nel mondo contadino le donne hanno sempre avuto un ruolo marginale, di secondo piano rispetto all’uomo anche se comunque sempre attive in azienda. Non è un senso di riscatto quello che vedo. Non c’è voglia di rivalsa, di prendersi una rivincita, di far veder che si è in grado. Nulla di tutto questo. C’è solo la possibilità di guidare l’azienda che fu del nonno prima, e del padre poi. Nella serenità più totale. Con il papà super contento nel vedere la figlia competente e felice.
Serena Montalto felice lo è anche lei tanto che dialogare è piacevolissimo per via di quel sorriso, vero e caldo, sempre presente. È felice. È felice così. Per la scelta di aver preso le redini dell’azienda. Prese senza lottare ma con quella decisione e fermezza che, agli occhi di un genitore, non può che voler dire: è pronta!
I miei nonni E i miei bisnonni lavoravano nelle vigne. Come tutti nelle Langhe. L’azienda è sempre esistita. Vendevano l’uva e il vino sfuso. Da quando sono entrata io nel 2018 abbiamo iniziato ad imbottigliare.
Siamo a Neviglie. Un paesino ad un quarto d’ora da Alba, un pò a margine delle Langhe, quelle dei grandi Barolo, delle vigne costosissime. Il vero Piemonte è questo però. Quello delle cascine dove ogni famiglia contadina vive e lavora la terra. Il Piemonte delle tradizioni che predilige cibo buono e vino schietto, genuino. Si comprava sfuso con le damigiane d riempiere dai carretti in piazza Savona ad Alba o direttamente in cantina. L’uva un tempo la si coltivava non per produrre le bottiglie che tanto non comprava nessuno perché i soldi erano pochi. La si coltivava per venderla al pari delle altre colture. Al massimo la si conferiva alla Cantina Sociale e quel che rimaneva, visto che ne rimaneva tanta visto l’abbondanza produzione, via nei fiaschi!
Le vigne sono un pò a Neviglie e un po’ a Neive. Per un totale di 10 ettari. Sono le due cascine di mia mamma e di mio padre messe assieme.
Non che fosse stato un matrimonio combinato quello di papà Dino e mamma Anna. Però capitava che ci si conosceva tra contadini. In fondo, i due paesi, dunque le due cascine erano distanti poco meno di sei km.
Anna e Dino. Sono loro che si occupano della cascina di Dino a Neviglie, unico dei sette fratelli a voler rimanere a lavorare la terra. Si occupano anche della cascina di Anna a Neive quando il papà non ce la fa più a portare avanti il lavoro. È proprio quando viene a mancare che occorre decidere cosa fare della cascina e delle terre. Mio nonno di Neive è mancato e si dovette decidere cosa fare della cascina. Prenderla noi, dividerla a metà con la sorella di mia madre. Venderla. Abbiamo preso tutto noi e visto che a Neive si può fare il Barbaresco mentre a Neviglie no, abbiamo fatto il barbaresco. Con la regione Piemonte abbiamo avuto degli incentivi per i giovani in azienda. Serena ha 32 anni. Quando ne ha 26 e una laurea in Economia e Commercio, magari qualche sogno nel cassetto, decide di prendere lei in mano l’azienda.
Le donne sono meravigliosamente così. Sanno di essere pronte o forse sono nate pronte. Magari se ne stanno in disparte per cultura o per rispetto. Quando però c’è da farsi avanti, sono dei treni che iniziano la corsa. Non si fermano, non hanno paura, non tentennano. Serena è così. A 26 anni non vuole perdere l’occasione di gestire lei l’azienda di famiglia. Giù senza paura. Quando uno nasce in questo mondo non è che torna. C’è sempre dentro. è stata solo una cosa di fermarmi a casa e dire che dovevo stare qui. Ho deciso io perché a me piace questo mondo. Ho detto io che volevo gestire. L’ho detto alla mamma perché figlia unica e le terre erano sue o potevano diventare sue. Serena è una di quelle persone, di quelle donne che ti fregano sorridendo. In senso buono eh!
Quello che voglio dire è che Serena sa il fatto suo. È tosta, sa prendere le decisioni, è determinata, precisa, puntigliosa. Ma ti dice le cose con il sorriso. Ecco perché ti frega. Ovvero ci sa fare e ci sa fare bene.
Il suo ingresso in azienda vuol dire mettere in piedi tante cose. Una dietro l’altra con una determinazione e una programmazione da far invidia ad una grande azienda.
Anzitutto la sovvenzione da parte della Regione. Serena si studia tutto e oltre a prendere i finanziamenti che usa per creare la sala degustazioni, si mette in graduatoria per trasformare la vigna di Chardonnay in Alta Langa. Con il Nebbiolo di Neive, inizia a realizzare il Barbaresco comprando botti, pigiatrice. Coibenta la cantina. Crea le etichette per i vini. Rimette a posto tutte le vigne convertendo le in biologico. Mica poco! In cantina ancora non siamo biologici perché dobbiamo fare tante scartoffie e sono sola. Con mio padre qualcosa è cambiato ma con me è cambiato proprio tutto. Lo sfuso ok ma con le bottiglie è diverso. Già devi studiare le etichette in un mondo dove ce ne sono migliaia. Ovviamente tiri fuori la tua storia con l’apostrofo, la foto di famiglia con mio nonno e mio zio che con il carretto attraversano le vigne negli anni 50. Tutte le bottiglie hanno un nome o di fantasia o della nostra storia. Il dolcetto Ottavio è dedicato a mio nonno che piantò le vigne. Sono nata nei filari, mi piace il vino. Sono contenta Le etichette sono davvero belle con l’accento sulla a di “Ca Moranda” si prende la scena contenendo comunque al suo interno la storia. Un accento che magari sta a porre l’attenzione su di lei. Un rafforzamento della propria presenza comunque legata ad una identità, una storia.
Quando le chiedo come mai non abbia studiato agraria o enologia la sua è una risposta che sembra scontata ma non l’ho è affatto. È però lo specchio dei tempi. Di una generazione che forse rifiutava il lavoro dei genitori, la terra, la fatica, le delusioni. Che mirava a qualcos’altro non sapendo che ciò che ti lega alla terra è un cordone ombelicale impossibile da recidere. Poi è anche vero che il movimento del vino oggi attrae molto. Ritornare può essere più semplice. O sembrare tale. Quando sei piccolino, quando scegli la scuola, non sai bene cosa vuoi dalla vita. Mi vedevo prima come veterinario, poi come notaio. Poi siamo passati a fare l’imprenditrice. L’amore per le vigne e il tuo lavoro te lo porta il fatto di esserci nato. In una azienda famigliare, qualunque azienda, l’amore ti viene. Quando ho visto uscire la mia prima bottiglia con il vino che a me piace, con l’etichetta che avevo creato, è stata una grande soddisfazione. È come un bimbo che nasce. Così quando ti chiedono quale è quello che ti piace di più, è difficile. Perché sono tutti bimbi tuoi. La delicatezza di Serena prende il sopravvento mantenendo comunque il suo sorriso. Quasi a rendere più leggero il discorso. L’atmosfera. In un contesto che comunque è difficile. Perché affermarsi è difficile in questo mondo.
Dieci ettari e poco più di ventimila bottiglie (continuando a fare lo sfuso) per una azienda dove lavorano comunque mamma Anna e papà Dino, sono comunque impegnativi.
A proposito. Quando scrivo questo articolo Serena si è appena sposata con il fidanzato storico, Claudio. Anche lui produttore di uva nell’azienda della famiglia e che ogni tanto da una mano a Serena. Sono dieci anni che ci conosciamo. Sin da piccola avevo deciso di sposarmi dunque mi sposo.
Vorrei andare in giro per il mondo a vendere il vino. Mi vedo come una famiglia normale, con i figli. Mamma e suocera per forza di cose mi daranno una mano. Una vita alla quale Serena non rinuncerebbe per nulla al mondo. Oggi, è palese la sua soddisfazione. Come si può toccare con mano la sua felicità che è anche quella dei genitori che vedono l’azienda andare avanti. In buone mani. Nelle Langhe vedere una donna al comando è sempre stato difficile. Le femmine dovevano stare dietro. Mio nonno Pietro diceva di una donna “È solo una femmina”. Oggi sarebbe molto contento. Gli ho dedicato il Nebbiolo. Serena è divertente e dolce. Sorride. Anzi ride. Di gusto. Leggiadra. Felice. Consapevole di aver fatto la scelta giusta. Consapevole della sua vita e del suo futuro.
Oggi in gamma sette etichette. Tutte identitarie del territorio. Un Dolcetto, una Barbera, un Nebbiolo, un Barbaresco. Poi due bianchi e un moscato. La Barbera mi rappresenta di più. Perché la Barbera per me è femmina. È stata dedicata alla mia bisnonna Catlinin, Caterina. Era una vera donna di una volta, quelle con il pelo sullo stomaco. Il moscato è invece è dedicato a me. perché dolce. Il Barbaresco è Ancermò che nella lingua piemontese vuol dire forza, la potenza. Quando l’ho bevuto mi è venuta in mente la figura di un ballerino che danza sulle punte con la capacità di muoversi toccando terra solo per il tempo necessario a spiccare il volo. Un vino elegantissimo al naso per le sue note che sanno di frutta ancora acerba e polposa. Prugna, ribes, arancia. Soprattutto fini note vegetali che lo collegano alla erra: fiori rossi di campo e castagno. La preziosità è quella del tabacco e del cioccolato amaro che scrocchia sotto i denti.
In bocca la danza si fa passionale ed intensa. Arriva subito la freschezza e sapidità che si uniscono ai tannini, forti e caparbi ma poi morbidi e sensuali. Segue la sensazione di arancia che arriva a danzare in bocca, non a riempirla, non a renderla pastosa, ma a bilanciare le sensazioni creando armonia. La parte inferiore della bocca è pervasa dagli agrumi mentre il palato continua a sentire i tannini aspettando cosi un nuovo sorso. Persistenza buona e chiusura di bocca al limite dell’eleganza. Un vino che ricorda il vero Piemonte per forza e freschezza e che abbinerei tranquillamente ad un formaggio. Una ottima interpretazione di Nebbiolo. Il prossimo anno uscirà un altro Barbaresco visto che abbiamo due menzioni geografiche. Ancermò è un blend tra le due menzioni. Dal prossimo anno uscirà il Bricco di Neive. La differenza sarà dal tempo di permanenza in legno e dalla grandezza di questo. La vigna di Neive è più alta e cambia anche l’esposizione. Sarà un vino diverso. Catlinin è la femmina, la Barbera d’Alba. La Barbera ha più struttura e grado alcolico di un tempo perché diradiamo e la raccogliamo più avanti. Non facciamo il legno perché la terra di Neive rilascia la morbidezza senza legno dunque senza essere Superiore. Fa un anno di bottiglia. Anche se non me lo avesse detto Serena, questa Barbera sarebbe stata femmina. La doppia anima di eleganze e sinuosità che si unisce a semplicità e leggerezza.
Quando lo verso nel calice è così limpido e trasparente che vedo distintamente le mie dita. I sentori sono immediatamente vinosi come si compete ad una Barbera. Sentori che sanno di freschezza con fiori rossi e sottobosco ancora verde. Si la frutta non particolarmente matura, certo, ma questa vivacità lo rende brioso.
Il sorso, in perfetta continuità con il naso è fresco, caldo, secco. Soprattutto avvolgente con una setosa sensazione di frutta grazie a tannini delicati e maturi senza per questo essere banale e scontata. Persistenza decisamente buona ma non lunga così che per una merenda o un pranzo domenicale ci sta alla grande. Lo berrei anche senza alcun accompagnamento.
Una Barbera che sa di Barbera e della quale nonna Catlinin ne sarebbe fiera. Il Nebbiolo Pietro II dedicato al nonno. Il Nebbiolo che non diventa Barbaresco e che si differenzia da questo in maniera concreta e decisa. Un vino determinato che si contrappone all’Ancermò ma senza sfidarlo, senza essere contro. Anzi, a rafforzare il concetto di Nebbiolo. Non ha la finezza del Barbaresco ma di questo mantiene la vigoria. Il Nebbiolo vien lavorato diversamente dal Barbaresco. In quest’ultimo facciamo una parte in acciaio poi botte grande e tonneau per 15 mesi circa poi bottiglia. Nell’imbottigliamento facciamo il taglio. Il Nebbiolo rimane circa un anno nel tonneau. Le vigne sono vicine al Bricco di Neive e al Bricco Micca. Sono vicini come vigne dunque ciò che cambia è la cantina. Raccogliamo tutto a mano dunque l’uva arriva sana in cantina. Lo Chardonnay Bon’imor ovvero il buon umore. Un vino semplice ma efficace. Di quelli che si bevono senza pensieri e senza tante sovrastrutture come a dire che il vino è buono anche così. Semplice nel colore paglierino con riflessi verdognoli. Semplice nei sentori di mela verde, prugna gialla acerba e pera; fiori di biancospino ed erba appena tagliata. Semplice nel sorso fresco e moderatamente caldo con la sapidità che dona leggerezza e spensieratezza. Un finale amarognolo che ti proietta in un campo erboso di una giornata di primavera. Ecco, con un vino così ci si può immaginare su un plaid a quadrotti a fare un picnic in una assolata, ma non calda, domenica di aprile. Sorseggiare un fresco calice di Bon’imor, mangiando anche un panino o una insalata di riso, rende felici e spensierati. La pulizia di bocca sarà meravigliosa e la bottiglia, da sola, non basterà. Occorre una piccola scorta! Il Dolcetto Ottavio. Il Dolcetto piemontese, quello semplice, schietto, vero. Il suo colore rubino, non intenso, non strutturato lascia intravedere l’immediatezza di questo vino. Il naso nel calice identifica facilmente la ciliegia e la rosa, la prugna e la peonia. Poco altro perché un Dolcetto deve essere semplice, non strutturato. Non certo “amabile” ma senza dubbio immediatamente fruibile. Pronto appena si stappa per versarlo nei calici senza perdere tempo. L’Arneis Bon’ora (dal nome della vigna) è il classicissimo Arneis. Un olfatto semplice di pesca bianca e fiori bianchi di campo. Una freschezza che si ritrova anche al sorso. Conquista per la sua schiettezza e semplicità risultando un vino che si beve con piacere dall’aperitivo alla tavola senza soluzione di continuità. Una bottiglia si finisce e anche in fretta. Mai averne una sola disponibile! Il Moscato d’Asti Duenovedue Serena se lo è dedicato. L’ha dedicato alla sua dolcezza. Impossibile darle torto. Duenovedue è la sua data di nascita dunque fatele gli auguri ogni quattro anni! Presto arriverà l’Alta Langa che Serena aspetta tanto. C’è un enologo. Alcune leggi le detta lui altre noi. Io una cosa che voglio sia cosi è che ci siano pochi solfiti perché anche io ne soffro la presenza. Il Barbaresco deve stare nove mesi ma noi lo facciamo stare di più. Poi acciaio. Ferma, decisa, dolce. Idee chiare. Tanta voglia di vivere. Questo è Serena. Questa è Ca’ Moranda. Serena ha reso questa giovane azienda sostenibile e dinamica. L’ha portata ad una dimensione imprenditoriale con la voglia, non la semplice speranza, di farla crescere. Sono assolutamente certo che ci riuscirà perché è una ragazza, una donna forte ma che sa prendere la vita con il sorriso. Vai Serena vai! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Anna e Dino. Sono loro che si occupano della cascina di Dino a Neviglie, unico dei sette fratelli a voler rimanere a lavorare la terra. Si occupano anche della cascina di Anna a Neive quando il papà non ce la fa più a portare avanti il lavoro. È proprio quando viene a mancare che occorre decidere cosa fare della cascina e delle terre. Mio nonno di Neive è mancato e si dovette decidere cosa fare della cascina. Prenderla noi, dividerla a metà con la sorella di mia madre. Venderla. Abbiamo preso tutto noi e visto che a Neive si può fare il Barbaresco mentre a Neviglie no, abbiamo fatto il barbaresco. Con la regione Piemonte abbiamo avuto degli incentivi per i giovani in azienda. Serena ha 32 anni. Quando ne ha 26 e una laurea in Economia e Commercio, magari qualche sogno nel cassetto, decide di prendere lei in mano l’azienda.
Le donne sono meravigliosamente così. Sanno di essere pronte o forse sono nate pronte. Magari se ne stanno in disparte per cultura o per rispetto. Quando però c’è da farsi avanti, sono dei treni che iniziano la corsa. Non si fermano, non hanno paura, non tentennano. Serena è così. A 26 anni non vuole perdere l’occasione di gestire lei l’azienda di famiglia. Giù senza paura. Quando uno nasce in questo mondo non è che torna. C’è sempre dentro. è stata solo una cosa di fermarmi a casa e dire che dovevo stare qui. Ho deciso io perché a me piace questo mondo. Ho detto io che volevo gestire. L’ho detto alla mamma perché figlia unica e le terre erano sue o potevano diventare sue. Serena è una di quelle persone, di quelle donne che ti fregano sorridendo. In senso buono eh!
Quello che voglio dire è che Serena sa il fatto suo. È tosta, sa prendere le decisioni, è determinata, precisa, puntigliosa. Ma ti dice le cose con il sorriso. Ecco perché ti frega. Ovvero ci sa fare e ci sa fare bene.
Il suo ingresso in azienda vuol dire mettere in piedi tante cose. Una dietro l’altra con una determinazione e una programmazione da far invidia ad una grande azienda.
Anzitutto la sovvenzione da parte della Regione. Serena si studia tutto e oltre a prendere i finanziamenti che usa per creare la sala degustazioni, si mette in graduatoria per trasformare la vigna di Chardonnay in Alta Langa. Con il Nebbiolo di Neive, inizia a realizzare il Barbaresco comprando botti, pigiatrice. Coibenta la cantina. Crea le etichette per i vini. Rimette a posto tutte le vigne convertendo le in biologico. Mica poco! In cantina ancora non siamo biologici perché dobbiamo fare tante scartoffie e sono sola. Con mio padre qualcosa è cambiato ma con me è cambiato proprio tutto. Lo sfuso ok ma con le bottiglie è diverso. Già devi studiare le etichette in un mondo dove ce ne sono migliaia. Ovviamente tiri fuori la tua storia con l’apostrofo, la foto di famiglia con mio nonno e mio zio che con il carretto attraversano le vigne negli anni 50. Tutte le bottiglie hanno un nome o di fantasia o della nostra storia. Il dolcetto Ottavio è dedicato a mio nonno che piantò le vigne. Sono nata nei filari, mi piace il vino. Sono contenta Le etichette sono davvero belle con l’accento sulla a di “Ca Moranda” si prende la scena contenendo comunque al suo interno la storia. Un accento che magari sta a porre l’attenzione su di lei. Un rafforzamento della propria presenza comunque legata ad una identità, una storia.
Quando le chiedo come mai non abbia studiato agraria o enologia la sua è una risposta che sembra scontata ma non l’ho è affatto. È però lo specchio dei tempi. Di una generazione che forse rifiutava il lavoro dei genitori, la terra, la fatica, le delusioni. Che mirava a qualcos’altro non sapendo che ciò che ti lega alla terra è un cordone ombelicale impossibile da recidere. Poi è anche vero che il movimento del vino oggi attrae molto. Ritornare può essere più semplice. O sembrare tale. Quando sei piccolino, quando scegli la scuola, non sai bene cosa vuoi dalla vita. Mi vedevo prima come veterinario, poi come notaio. Poi siamo passati a fare l’imprenditrice. L’amore per le vigne e il tuo lavoro te lo porta il fatto di esserci nato. In una azienda famigliare, qualunque azienda, l’amore ti viene. Quando ho visto uscire la mia prima bottiglia con il vino che a me piace, con l’etichetta che avevo creato, è stata una grande soddisfazione. È come un bimbo che nasce. Così quando ti chiedono quale è quello che ti piace di più, è difficile. Perché sono tutti bimbi tuoi. La delicatezza di Serena prende il sopravvento mantenendo comunque il suo sorriso. Quasi a rendere più leggero il discorso. L’atmosfera. In un contesto che comunque è difficile. Perché affermarsi è difficile in questo mondo.
Dieci ettari e poco più di ventimila bottiglie (continuando a fare lo sfuso) per una azienda dove lavorano comunque mamma Anna e papà Dino, sono comunque impegnativi.
A proposito. Quando scrivo questo articolo Serena si è appena sposata con il fidanzato storico, Claudio. Anche lui produttore di uva nell’azienda della famiglia e che ogni tanto da una mano a Serena. Sono dieci anni che ci conosciamo. Sin da piccola avevo deciso di sposarmi dunque mi sposo.
Vorrei andare in giro per il mondo a vendere il vino. Mi vedo come una famiglia normale, con i figli. Mamma e suocera per forza di cose mi daranno una mano. Una vita alla quale Serena non rinuncerebbe per nulla al mondo. Oggi, è palese la sua soddisfazione. Come si può toccare con mano la sua felicità che è anche quella dei genitori che vedono l’azienda andare avanti. In buone mani. Nelle Langhe vedere una donna al comando è sempre stato difficile. Le femmine dovevano stare dietro. Mio nonno Pietro diceva di una donna “È solo una femmina”. Oggi sarebbe molto contento. Gli ho dedicato il Nebbiolo. Serena è divertente e dolce. Sorride. Anzi ride. Di gusto. Leggiadra. Felice. Consapevole di aver fatto la scelta giusta. Consapevole della sua vita e del suo futuro.
Oggi in gamma sette etichette. Tutte identitarie del territorio. Un Dolcetto, una Barbera, un Nebbiolo, un Barbaresco. Poi due bianchi e un moscato. La Barbera mi rappresenta di più. Perché la Barbera per me è femmina. È stata dedicata alla mia bisnonna Catlinin, Caterina. Era una vera donna di una volta, quelle con il pelo sullo stomaco. Il moscato è invece è dedicato a me. perché dolce. Il Barbaresco è Ancermò che nella lingua piemontese vuol dire forza, la potenza. Quando l’ho bevuto mi è venuta in mente la figura di un ballerino che danza sulle punte con la capacità di muoversi toccando terra solo per il tempo necessario a spiccare il volo. Un vino elegantissimo al naso per le sue note che sanno di frutta ancora acerba e polposa. Prugna, ribes, arancia. Soprattutto fini note vegetali che lo collegano alla erra: fiori rossi di campo e castagno. La preziosità è quella del tabacco e del cioccolato amaro che scrocchia sotto i denti.
In bocca la danza si fa passionale ed intensa. Arriva subito la freschezza e sapidità che si uniscono ai tannini, forti e caparbi ma poi morbidi e sensuali. Segue la sensazione di arancia che arriva a danzare in bocca, non a riempirla, non a renderla pastosa, ma a bilanciare le sensazioni creando armonia. La parte inferiore della bocca è pervasa dagli agrumi mentre il palato continua a sentire i tannini aspettando cosi un nuovo sorso. Persistenza buona e chiusura di bocca al limite dell’eleganza. Un vino che ricorda il vero Piemonte per forza e freschezza e che abbinerei tranquillamente ad un formaggio. Una ottima interpretazione di Nebbiolo. Il prossimo anno uscirà un altro Barbaresco visto che abbiamo due menzioni geografiche. Ancermò è un blend tra le due menzioni. Dal prossimo anno uscirà il Bricco di Neive. La differenza sarà dal tempo di permanenza in legno e dalla grandezza di questo. La vigna di Neive è più alta e cambia anche l’esposizione. Sarà un vino diverso. Catlinin è la femmina, la Barbera d’Alba. La Barbera ha più struttura e grado alcolico di un tempo perché diradiamo e la raccogliamo più avanti. Non facciamo il legno perché la terra di Neive rilascia la morbidezza senza legno dunque senza essere Superiore. Fa un anno di bottiglia. Anche se non me lo avesse detto Serena, questa Barbera sarebbe stata femmina. La doppia anima di eleganze e sinuosità che si unisce a semplicità e leggerezza.
Quando lo verso nel calice è così limpido e trasparente che vedo distintamente le mie dita. I sentori sono immediatamente vinosi come si compete ad una Barbera. Sentori che sanno di freschezza con fiori rossi e sottobosco ancora verde. Si la frutta non particolarmente matura, certo, ma questa vivacità lo rende brioso.
Il sorso, in perfetta continuità con il naso è fresco, caldo, secco. Soprattutto avvolgente con una setosa sensazione di frutta grazie a tannini delicati e maturi senza per questo essere banale e scontata. Persistenza decisamente buona ma non lunga così che per una merenda o un pranzo domenicale ci sta alla grande. Lo berrei anche senza alcun accompagnamento.
Una Barbera che sa di Barbera e della quale nonna Catlinin ne sarebbe fiera. Il Nebbiolo Pietro II dedicato al nonno. Il Nebbiolo che non diventa Barbaresco e che si differenzia da questo in maniera concreta e decisa. Un vino determinato che si contrappone all’Ancermò ma senza sfidarlo, senza essere contro. Anzi, a rafforzare il concetto di Nebbiolo. Non ha la finezza del Barbaresco ma di questo mantiene la vigoria. Il Nebbiolo vien lavorato diversamente dal Barbaresco. In quest’ultimo facciamo una parte in acciaio poi botte grande e tonneau per 15 mesi circa poi bottiglia. Nell’imbottigliamento facciamo il taglio. Il Nebbiolo rimane circa un anno nel tonneau. Le vigne sono vicine al Bricco di Neive e al Bricco Micca. Sono vicini come vigne dunque ciò che cambia è la cantina. Raccogliamo tutto a mano dunque l’uva arriva sana in cantina. Lo Chardonnay Bon’imor ovvero il buon umore. Un vino semplice ma efficace. Di quelli che si bevono senza pensieri e senza tante sovrastrutture come a dire che il vino è buono anche così. Semplice nel colore paglierino con riflessi verdognoli. Semplice nei sentori di mela verde, prugna gialla acerba e pera; fiori di biancospino ed erba appena tagliata. Semplice nel sorso fresco e moderatamente caldo con la sapidità che dona leggerezza e spensieratezza. Un finale amarognolo che ti proietta in un campo erboso di una giornata di primavera. Ecco, con un vino così ci si può immaginare su un plaid a quadrotti a fare un picnic in una assolata, ma non calda, domenica di aprile. Sorseggiare un fresco calice di Bon’imor, mangiando anche un panino o una insalata di riso, rende felici e spensierati. La pulizia di bocca sarà meravigliosa e la bottiglia, da sola, non basterà. Occorre una piccola scorta! Il Dolcetto Ottavio. Il Dolcetto piemontese, quello semplice, schietto, vero. Il suo colore rubino, non intenso, non strutturato lascia intravedere l’immediatezza di questo vino. Il naso nel calice identifica facilmente la ciliegia e la rosa, la prugna e la peonia. Poco altro perché un Dolcetto deve essere semplice, non strutturato. Non certo “amabile” ma senza dubbio immediatamente fruibile. Pronto appena si stappa per versarlo nei calici senza perdere tempo. L’Arneis Bon’ora (dal nome della vigna) è il classicissimo Arneis. Un olfatto semplice di pesca bianca e fiori bianchi di campo. Una freschezza che si ritrova anche al sorso. Conquista per la sua schiettezza e semplicità risultando un vino che si beve con piacere dall’aperitivo alla tavola senza soluzione di continuità. Una bottiglia si finisce e anche in fretta. Mai averne una sola disponibile! Il Moscato d’Asti Duenovedue Serena se lo è dedicato. L’ha dedicato alla sua dolcezza. Impossibile darle torto. Duenovedue è la sua data di nascita dunque fatele gli auguri ogni quattro anni! Presto arriverà l’Alta Langa che Serena aspetta tanto. C’è un enologo. Alcune leggi le detta lui altre noi. Io una cosa che voglio sia cosi è che ci siano pochi solfiti perché anche io ne soffro la presenza. Il Barbaresco deve stare nove mesi ma noi lo facciamo stare di più. Poi acciaio. Ferma, decisa, dolce. Idee chiare. Tanta voglia di vivere. Questo è Serena. Questa è Ca’ Moranda. Serena ha reso questa giovane azienda sostenibile e dinamica. L’ha portata ad una dimensione imprenditoriale con la voglia, non la semplice speranza, di farla crescere. Sono assolutamente certo che ci riuscirà perché è una ragazza, una donna forte ma che sa prendere la vita con il sorriso. Vai Serena vai! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
20 Giugno, 2024
GAVI IS BACK! ("LA" masterclass)
“IL” GAVI
Gavi, un nome che nel Piemonte del Nebbiolo cela quel vitigno Cortese che proprio “cortese” è.
Una enclave bianca nel Piemonte dei rossi.
11 Comuni per una DOCG che racconta un Territorio in cui la geografia marcia al contrario.
Pianure a Nord e montagne a Sud, caldo di sopra e freddo di sotto.
Un Piemonte che è praticamente Liguria e mare.
Terre rosse e terre bianche, ciò che resta del bacino terziario piemontese, terreni più o meno profondi che incidono pesantemente sui risultati in bottiglia.
Un territorio in cui il vigneto è solo parte di un panorama più vasto, quasi intarsi tra boschi e altre coltivazioni, quasi a voler nascondere il tesoro di vini che fanno della propria strapiombante acidità quell’irriverente lama affilata che è la loro arma vincente.
Un’arma bianca che li assimila a cavalieri senza macchia e senza paura, integri, concreti, impavidi nel loro sfidare il tempo senza aromatici giri di parole.
GLI ASSAGGI
Quella proposta da CUCINA & VINI è stata una masterclass pazzesca, a cominciare dal nome “GAVI IS BACK” (che fa in parte riferimento alle alterne fortune commerciali della denominazione).
Una verticale “fuori schema” che coinvolge 8 Aziende e accende lo spot su altrettante annate.
Presentata da Francesco D’Agostino è stato poi Davide Ferrarese, agronomo del Consorzio, a guidarci tra mutazioni climatiche e suoli differenti, inquadrando ciascun vino in un contesto temporale-geografico in cui l’uomo, elemento cardine del concetto di Terroir, è attore protagonista e interprete di un’idea di vino unica e irripetibile.
8 vini da 8 Aziende diverse da 8 annate diverse e una sola, personalissima classifica (conoscevo solo un’Azienda) che Vi invito a confutare per avere un confronto costruttivo in termini di conoscenza.
1. GAVI DOCG DEL COMUNE DI GAVI “CARLO” 2023, MARCHESE LUCA SPINOLA: al naso comanda inizialmente il frutto, dolce di pesca e albicocca, fresco di quasi pompelmo.
Segue una nocciola importante e una sottile pungenza salina.
Sorso succoso, ben fresco, sapido di salgemma e con una piacevole chiusura agrumata.
(84/85 Punti).
2. GAVI DOCG DEL COMUNE DI GAVI ROVERETO “MINAIA” 2020, NICOLA BERGAGLIO: un CRU che alza la voce mettendo subito in chiaro le cose.
Il naso è complesso ma affatto complicato, c’è un po’ di tutto, è praticamente impossibile sbagliare!
Certo le note dolci di pesca e albicocca sono le prime ad alzare la testa ma l’imperiosa spinta minerale gli fa abbassare subito le penne.
E allora ecco gesso, silice (anche bagnata), gli idrocarburi che si fermano al motorino di avviamento e una nota fresca di salvia ad accompagnare quel quid di agrume che non poteva mancare.
L’assaggio è sicuramente di disarmante freschezza e sapidità ma c’è tutto un corteo di dolcezze d’acacia e di zafferano che arrotonda il sorso rendendolo quasi sferico.
Emozionante!
Da bere ascoltando “GOLD” degli SPANDAU BALLET.
(93 Punti).
3. GAVI DOCG “VIGNA MADONNINA” RISERVA 2019, LA RAIA: dalla zona più fresca della denominazione un vino da vigne vecchie e rese ridicole.
Un olfatto variegato che spazia dalle dolcezze di zucchero filato alle piccantezze di zenzero passando per una ammaliante nota di oliva dolce in salamoia.
In bocca non è sapido, è salato!
E quelle note d’agrume che s’avanzano inarrestabili rendono il sorso simile a un Margarita mentre l’ultimo goccio che sporca il calice rilascia note di pietra focaia.
4. GAVI DOCG DEL COMUNE DI TASSAROLO “IL MANDORLO” BIO 2017, TENUTA SAN PIETRO: olfatto orgogliosamente dritto pur nel suo animo carico di dolcezze (contrariamente a quanto l’annata lasciasse supporre).
Propone note di miele e fiori appassiti, una ruffianissima nota di banana e poi un guizzo ribelle di chinotto.
Sorso di grande equilibrio e coerenza con l’olfatto, in cui le dolcezze guidano le danze e la minerale sapidità fa da cavalier servente.
Sicuramente un gran vino ma senza quell’emozione che…
(87/88 Punti).
5. GAVI DOCG DEL COMUNE DI GAVI “MONTESSORA” 2016 (MAGNUM), TENUTA LA GIUSTINIANA: inizialmente un po’ restio ad aprirsi (e certo il formato delle bottiglia non aiuta) regala poi tutto il calore di una annata asciutta sotto forma di dolcezze di frutta disidratata.
Ma l’evoluzione in vetro ci presenta presto un conto del tutto diverso, in cui le voci sono camino spento, grafite, idrocarburi e una ricca componente green che sa di alloro e mughetto.
Il sorso è fresco ma ben centrato sulla sostanza di una frutta che è finita sotto spirito e s’accompagna con le sue dolcezze a una sapidità potente regalandoci note di quasi caramello salato.
La vera sorpresa è la solita “ultima goccia” che qui è addirittura empireumatica.
Da bere ascoltando “TEACH YOUR CHILDREN” di CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG.
(92 Punti).
6. GAVI DOCG “VIGNA DELLA ROVERE VERDE” RISERVA 2015, LA MESMA: quando avvicini il calice al naso capisci subito che il gioco si fa duro.
La frutta?
Certo che c’è!
C’è la pera fresca e candita (quella che nel panettone s’accosta al cioccolato) ma, in un quadro che complessivamente potremmo definire vegetale e salmastro, si distinguono fieramente la piccantezza del cemento e una nota sulfurea che…manca solo Belzebù.
In bocca quel frutto viene forse un po’ a mancare ma qui mica stiamo pettinando le bambole!
Questo è un vino di maschia consistenza, poco incline alla piacioneria e, se proprio mentre ci stiamo beando di quella sottile nota fumé ecco che ci stende con un diretto di radice di liquirizia.
Da bere ascoltando “FOREST” dei SYSTEM OF A DOWN.
(93+ Punti).
7. GAVI DOCG DEL COMUNE DI GAVI MONTEROTONDO “10 ANNI” 2011 (MAGNUM), VILLA SPARINA: da una vigna di ottant’anni un naso sicuramente seducente, di complesse dolcezze che spaziano dalla camomilla alla caramella mou passando per miele, zafferano e burro.
Un accenno di fumé e un ché di frutta secca sono le ultime percezioni prima di un assaggio succoso e rotondo, in cui le dolcezze calcano la mano lasciando poco spazio a soffi balsamici e a quella sapidità che stenta un po’ a integrarsi.
Il sorso si chiude tra burro e leggere amaritudini, segnato dalla forse eccessiva piacioneria del legno che è nota appena stonata in un vino di sicuro successo.
(88/89 Punti).
8. GAVI DOCG DEL COMUNE DI GAVI “GG” 2007, PRODUTTORI DEL GAVI: se qualcuno ancora non dovesse credere al fatto che l’unione fa la forza e dovesse pensare che le realtà cooperative (quelle che funzionano, quelle che fanno Qualità) siano una prerogativa del solo Alto Adige beh, ecco qui un vino che dimostra il contrario, a maggior ragione tenuto conto dell’annata di riferimento.
Alla soglia della maggiore età questa bottiglia sembra fatta apposta per sorprenderci.
Un naso di freschezza assurda, che sottigliezze di pesca e quasi banana provano inutilmente ad addomesticare, verde di lattuga e sedano, balsamico di erbe aromatiche infuse come anche la liquirizia che s’appropria del suo spazio sul palcoscenico gessoso.
Il sorso è disarmante.
Non vuole complicazioni, segue l’olfatto e attacca bottone con le morbidezze dolci della frutta lasciando pian piano spazio a tutti gli altri attori della compagnia su quel palco minerale dove, perfettamente allineati, s’inchinano riverenti all’edonismo della nostra sete.
Determinante!
Da bere ascoltando “THE GREAT GIG IN THE SKY” dei PINK FLOYD.
(95 Punti)
Roberto Alloi
VINODENTRO
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19 Giugno, 2024
AMontefalco - Cristina Mercuri: bendati per la masterclass
AMontefalco: Un nuovo volto per l’Anteprima del Sagrantino
Negli ultimi due anni, l’anteprima del Sagrantino ha subito una trasformazione significativa. Rinominata AMontefalco, l’evento ha ampliato i suoi orizzonti, abbracciando un concetto più ampio che va oltre il celebre vino Sagrantino, per raccontare una Montefalco ricca di storie e significati diversi.
Alla sua seconda edizione, la manifestazione di due giorni ha riscosso un notevole successo, attirando l’attenzione di appassionati, sommelier e operatori del settore, desiderosi di scoprire le novità e le tendenze del mondo enologico di Montefalco. La scelta di rinnovare l’Anteprima del Sagrantino si è rivelata vincente, confermando Montefalco come un punto di riferimento nel panorama vitivinicolo italiano.
Montefalco, oltre a essere un territorio di grande tradizione vinicola, si distingue per la sua forte vocazione green, promossa dai produttori locali negli ultimi decenni. Attraverso vari progetti, sono stati implementati l’uso di energie rinnovabili e pratiche sostenibili che hanno reso Montefalco un esempio di viticoltura eco-compatibile. Molte aziende vinicole della zona hanno adottato tecnologie all’avanguardia per la produzione di energia solare e la gestione efficiente delle risorse idriche. Inoltre, sono stati intrapresi progetti di riforestazione e tutela della biodiversità, contribuendo così a preservare l’ecosistema locale. Cristina Mercuri grande professionalità per diffondere la conoscenza del sagrantino La prima giornata di AMontefalco è stata arricchita da un’eccezionale Masterclass tenuta da Cristina Mercuri, esperta del settore vinicolo, candidata Master of Wine, DipWSET, Italian Wine Ambassador e Italian Wine Educator. Mercuri è anche la fondatrice del Wine Club of Italy.
La conferenza stampa, svoltasi presso il complesso museale di San Filippo, ha visto Cristina Mercuri al centro dell’attenzione. Durante il suo intervento, ha enfatizzato l’importanza di valorizzare il territorio di Montefalco non solo attraverso il Sagrantino, ma anche esplorando altre varietà di vini e le peculiarità enogastronomiche locali. Anche lei, proseguendo il gioco iniziato l’anno scorso, ha descritto il territorio con termini e aggettivi con iniziale “A” e ha proposto nuove definizioni. Mercuri ha scelto “Astonishing” per vini capaci di sorprendere e incantare; “Accurate” per la cura e l’attenzione dedicata ai dettagli; e “Aspirational” per rappresentare un continuo miglioramento e una visione futura ambiziosa per tutti i vini della denominazione. Un viaggio sensoriale tra Sagrantino e grandi Vini del Mondo La Masterclass, riservata ai giornalisti e agli operatori di settore, ha rappresentato un momento di alta formazione e approfondimento, offrendo ai partecipanti un viaggio sensoriale attraverso i vini di Montefalco.
Un elemento unico di questa Masterclass è stata la degustazione bendata, che ha coinvolto vini intrusi provenienti da prestigiose regioni vinicole del mondo, come Bordeaux, Cote du Rhone e Stati Uniti, oltre a eccellenze italiane provenienti da Bolgheri e dall’Etna. L’emozione di ascoltare una grande professionista come Cristina Mercuri e la sfida di degustare i vini alla cieca hanno aggiunto un tocco di mistero e divertimento all’evento. Eccellenza in Lingua e Gusto: un’esperienza sensoriale in lingua inglese La Masterclass è stata diretta magistralmente in lingua inglese. Cristina Mercuri l’ha svolta in modo dinamico e coinvolgente, rendendo protagonisti i vini ma anche la sala di esperti presenti. I partecipanti hanno potuto apprezzare l’alta qualità dei vini, concentrandosi su aspetti come la qualità dei tannini, il finish e la persistenza. La degustazione ha rivelato come il Sagrantino si difenda egregiamente anche in confronto a grandi vini internazionali, dimostrando la sua capacità di emergere e di essere apprezzato al pari di rinomate etichette mondiali.
Prima di immergersi nella degustazione bendata dei dieci vini selezionati, ha introdotto i partecipanti ai fattori naturali che definiscono Montefalco e influenzano lo stile dei suoi vini. Descrivendo il territorio collinare al centro dell’Italia con un clima continentale moderato dall’altitudine, ha sottolineato l’importanza dell’esposizione delle vigne nel determinare il carattere finale del vino.
Il Sagrantino, cuore della giornata, è stato esplorato nei suoi dettagli più intimi: dalla sua raccolta tardiva che richiede abbondante sole per una maturazione ottimale, fino alla delicata gestione dei tannini che possono risultare astringenti se non trattati con cura. Mercuri ha messo in luce i punti di forza del Sagrantino, come la sua longevità e la qualità sempre più alta dei vini. Ma scopriamo i vini protagonisti della Masterclass. Sagrantino di Scacciadiavoli 2019
Eccoci al primo vino: il Sagrantino di Scacciadiavoli 2019. Proveniente dalle colline di Montefalco, al confine con Gualdo Cattaneo, questo vino si presenta nel calice con un colore luminoso. La degustazione rivela una grande coerenza tra occhi, naso e bocca, con un’esplosione tannica che coinvolge ogni parte del palato. I tannini sono presenti ma setosi, dal profilo piuttosto arrotondato. Un’ottima acidità ben integrata contribuisce a riequilibrare la bevuta. Il corpo è abbondante, con un buon finish che completa l’esperienza sensoriale. Sagrantino di Bocale 2019 Il Sagrantino di Bocale è veramente impressionante! È più intenso ed espansivo rispetto al primo campione. Al naso, avvolge con profondi aromi di mora e note evolute di cioccolato. In bocca, i tannini sono importanti ma di ottima qualità, molto sfaccettati e non affatto scontati. Sono tannini maturi che promettono una maggiore morbidezza in futuro. La freschezza è altissima, indicativa di una grande longevità. Ha un corpo pieno e un finale lungo che si adagia delicatamente sul palato. C’è molta estrazione, ma anche una raffinatezza che il tempo confermerà. Questo vino più tradizionale proviene dal territorio di Montefalco, al confine con Castel Ritaldi Northern Rhone Côte-Rôtie Guigal Château d’Ampuis 2018 ( 111 euro) Con il terzo campione inizia il divertimento, perché non mi aspettavo che i vini “intrusi” fossero di così alta qualità. Cominciamo con un’eccellenza della Côte du Rhône, o meglio della Côte-Rôtie, famosa per il suo Syrah. Alla domanda di Cristina se fosse Sagrantino, la risposta è stata scontata: troppo diverso dal principe di Montefalco! Ha un colore vivace con sentori di frutti neri accattivanti, ribes nero, mora e amarene, accompagnati da note affumicate che richiamano i legni francesi. L’acidità sottile e vibrante è fondamentale per bilanciare dei tannini forse un po’ più asciutti. In bocca è denso e concentrato, ancora nervoso perché molto giovane. Bella esperienza! Passopisciaro Franchetti 2021 Terre Siciliane IGP (150 euro) Il quarto campione ci accoglie con aromi intensi e speziati, anticipando una bocca dove i tannini sono ben integrati e l’acidità è notevole. Il finale è minerale e fumoso, caratteristico di questo vino siciliano che esprime la sua qualità in modo unico grazie ai suoli vulcanici dell’Etna, molto diversi da quelli di Montefalco. Qui la sapidità finale domina, confermando la straordinaria qualità di questo vino. La sua eccellenza emerge chiaramente nella degustazione alla cieca. Sagrantino Antonelli San Marco 2018 Sagrantino Antonelli San Marco 2018: Il naso si apre con delicatezza, rivelando complessi aromi di arancia, fico e note balsamiche. In bocca, i tannini sono vellutati e l’acidità vibrante. Il vino è ben equilibrato, con un’alcol elevato che contribuisce all’armonia complessiva. Il finale è lungo e persistente, riflettendo fedelmente il territorio e l’anima del Sagrantino. Un’ottima interpretazione da parte di Antonelli. Messorio Merlot Le Macchiole 2019 ( 210 euro) Il naso si apre con un profumo saporito e balsamico, dominato da frutti rossi e prugna, con una sensazione di generosità. In bocca, i tannini sono vellutati e l’acidità è ben bilanciata. L’uso sapiente del legno contribuisce al perfetto equilibrio complessivo. È evidente che questo vino è un Merlot, espresso con grande maestria. Proveniente dal territorio di Bolgheri in Toscana, questa è sicuramente una delle più belle espressioni del Merlot italiano. Château Montrose 2021 (180 euro) Saint’Estephe – Bordeaux Già al primo sguardo e ancor più dalle prime olfazioni, emerge il livello straordinario di questo vino che esprime un’eccellenza fuori dal comune, testimoniando la grandezza del territorio di Bordeaux, precisamente di Saint-Estèphe. annata non eccezionale. Il naso è intensamente invitante, con note di frutta scura e spezie che si amalgamano armoniosamente. I tannini sono vellutati e succosi, mentre un’acidità vivace conferisce al vino freschezza e perfetto equilibrio. Assaporare questo vino in una degustazione bendata è un’esperienza emozionante, capace di suscitare brividi di piacere! Sagrantino Carapace LungAttesa Tenuta Castelbuono 2016 Siamo arrivati all’ottavo vino della degustazione, un momento emozionante in cui ci immergiamo nel Sagrantino di una tenuta che è un’opera d’arte in sé creata da Arnaldo Pomodoro. Sto parlando del Sagrantino Carapace Lunga Attesa delle Tenuta Lunelli, un vino che mi ha colpito profondamente. Accanto a me c’è l’enologo Luca Campaldini, il quale ha contribuito a rendere questa esperienza ancora più speciale. Questo vino si apre con un naso complesso, dominato da intensi aromi di frutta matura e suggestive note terrose. I tannini sono morbidi e l’acidità è perfettamente equilibrata, conferendo al vino una straordinaria armonia. È un vino raffinato, dotato di una struttura eccellente che promette una lunga evoluzione in bottiglia. La vendemmia 2016 si presenta davvero eccezionale, offrendo un profilo ricco e vellutato con intriganti note di cioccolato ed erbe secche. I tannini, maturati splendidamente, sono già ben integrati, rendendo l’assaggio un’esperienza indimenticabile. L’innovazione nel processo di vinificazione si esprime attraverso l’elevazione di una significativa parte della massa in anfora (Tava e Manetti), conferendo al Sagrantino Carapace delle Tenute Lunelli caratteristiche uniche che lo distinguono nel panorama enologico. Ridge Lytton Estate Petit Sirah 2019 – Dry Creek Valley, Contea di Sonoma (70 euro) Il penultimo vino si presenta con un naso ricco di frutta nera, accompagnato da evidenti note di vaniglia e tostature. In bocca, si distingue per i suoi tannini potenti ma vellutati, ben integrati e mai asciutti. L’alta estrazione conferisce al vino un corpo robusto, tipico del Petit Sirah californiano, arricchito dall’uso del legno americano. La struttura tannica e l’acidità bilanciata creano una sensazione di dolcezza che richiama al Nuovo Mondo, rendendolo nettamente diverso dalle espressioni umbre del Sagrantino, che evocano terre verdi e legni scuri. Un vino che sa come lasciare il segno. Sagrantino Memoira 2015 di Colpetrone L’ultimo vino in degustazione è il Sagrantino Memoira 2015 di Colpetrone, un vero capolavoro. Al naso, si presenta maturo con una complessità ossidativa che intriga e seduce. I tannini sono morbidi, mentre l’acidità vibrante dona freschezza e vivacità al palato. È un vino straordinariamente bilanciato, con una lunga persistenza che lascia il segno. Ciò che colpisce particolarmente sono le note balsamiche nette e avvolgenti, con sentori mentolati e di incenso che caratterizzano molti assaggi di questa cantina. Queste caratteristiche rispecchiano probabilmente i suoli unici del territorio di Marcellano, conferendo al vino un’identità distintiva e affascinante. Concludere la degustazione con un grande Sagrantino come questo è stato un vero piacere. Understanding High Quality by Tannins: obiettivo raggiunto! In conclusione, esplorando in degustazione bendata i 10 calici di vino, abbiamo capito che i tannini del Sagrantino non sono come vengono sempre indicati. La nomea di vino tannico per eccellenza e spesso sgraziato è stata ampiamente sfatata. Abbiamo soprattutto capito che il tannino del Sagrantino, quando è maturo e viene trattato a dovere, può donare vini di grande raffinatezza e precisione. Può addirittura competere con grandi vini del mondo come gli intrusi della masterclass, che grazie a questo confronto obiettivo non hanno fatto sfigurare il Sagrantino anche a confronto con Merlot, Syrah e Cabernet molto famosi. Tutto ciò mi ha confermato ancora una volta che la qualità di un vino si valuta nel calice e il Sagrantino ha vinto la sfida! Cin cin! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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Alla sua seconda edizione, la manifestazione di due giorni ha riscosso un notevole successo, attirando l’attenzione di appassionati, sommelier e operatori del settore, desiderosi di scoprire le novità e le tendenze del mondo enologico di Montefalco. La scelta di rinnovare l’Anteprima del Sagrantino si è rivelata vincente, confermando Montefalco come un punto di riferimento nel panorama vitivinicolo italiano.
Montefalco, oltre a essere un territorio di grande tradizione vinicola, si distingue per la sua forte vocazione green, promossa dai produttori locali negli ultimi decenni. Attraverso vari progetti, sono stati implementati l’uso di energie rinnovabili e pratiche sostenibili che hanno reso Montefalco un esempio di viticoltura eco-compatibile. Molte aziende vinicole della zona hanno adottato tecnologie all’avanguardia per la produzione di energia solare e la gestione efficiente delle risorse idriche. Inoltre, sono stati intrapresi progetti di riforestazione e tutela della biodiversità, contribuendo così a preservare l’ecosistema locale. Cristina Mercuri grande professionalità per diffondere la conoscenza del sagrantino La prima giornata di AMontefalco è stata arricchita da un’eccezionale Masterclass tenuta da Cristina Mercuri, esperta del settore vinicolo, candidata Master of Wine, DipWSET, Italian Wine Ambassador e Italian Wine Educator. Mercuri è anche la fondatrice del Wine Club of Italy.
La conferenza stampa, svoltasi presso il complesso museale di San Filippo, ha visto Cristina Mercuri al centro dell’attenzione. Durante il suo intervento, ha enfatizzato l’importanza di valorizzare il territorio di Montefalco non solo attraverso il Sagrantino, ma anche esplorando altre varietà di vini e le peculiarità enogastronomiche locali. Anche lei, proseguendo il gioco iniziato l’anno scorso, ha descritto il territorio con termini e aggettivi con iniziale “A” e ha proposto nuove definizioni. Mercuri ha scelto “Astonishing” per vini capaci di sorprendere e incantare; “Accurate” per la cura e l’attenzione dedicata ai dettagli; e “Aspirational” per rappresentare un continuo miglioramento e una visione futura ambiziosa per tutti i vini della denominazione. Un viaggio sensoriale tra Sagrantino e grandi Vini del Mondo La Masterclass, riservata ai giornalisti e agli operatori di settore, ha rappresentato un momento di alta formazione e approfondimento, offrendo ai partecipanti un viaggio sensoriale attraverso i vini di Montefalco.
Un elemento unico di questa Masterclass è stata la degustazione bendata, che ha coinvolto vini intrusi provenienti da prestigiose regioni vinicole del mondo, come Bordeaux, Cote du Rhone e Stati Uniti, oltre a eccellenze italiane provenienti da Bolgheri e dall’Etna. L’emozione di ascoltare una grande professionista come Cristina Mercuri e la sfida di degustare i vini alla cieca hanno aggiunto un tocco di mistero e divertimento all’evento. Eccellenza in Lingua e Gusto: un’esperienza sensoriale in lingua inglese La Masterclass è stata diretta magistralmente in lingua inglese. Cristina Mercuri l’ha svolta in modo dinamico e coinvolgente, rendendo protagonisti i vini ma anche la sala di esperti presenti. I partecipanti hanno potuto apprezzare l’alta qualità dei vini, concentrandosi su aspetti come la qualità dei tannini, il finish e la persistenza. La degustazione ha rivelato come il Sagrantino si difenda egregiamente anche in confronto a grandi vini internazionali, dimostrando la sua capacità di emergere e di essere apprezzato al pari di rinomate etichette mondiali.
Prima di immergersi nella degustazione bendata dei dieci vini selezionati, ha introdotto i partecipanti ai fattori naturali che definiscono Montefalco e influenzano lo stile dei suoi vini. Descrivendo il territorio collinare al centro dell’Italia con un clima continentale moderato dall’altitudine, ha sottolineato l’importanza dell’esposizione delle vigne nel determinare il carattere finale del vino.
Il Sagrantino, cuore della giornata, è stato esplorato nei suoi dettagli più intimi: dalla sua raccolta tardiva che richiede abbondante sole per una maturazione ottimale, fino alla delicata gestione dei tannini che possono risultare astringenti se non trattati con cura. Mercuri ha messo in luce i punti di forza del Sagrantino, come la sua longevità e la qualità sempre più alta dei vini. Ma scopriamo i vini protagonisti della Masterclass. Sagrantino di Scacciadiavoli 2019
Eccoci al primo vino: il Sagrantino di Scacciadiavoli 2019. Proveniente dalle colline di Montefalco, al confine con Gualdo Cattaneo, questo vino si presenta nel calice con un colore luminoso. La degustazione rivela una grande coerenza tra occhi, naso e bocca, con un’esplosione tannica che coinvolge ogni parte del palato. I tannini sono presenti ma setosi, dal profilo piuttosto arrotondato. Un’ottima acidità ben integrata contribuisce a riequilibrare la bevuta. Il corpo è abbondante, con un buon finish che completa l’esperienza sensoriale. Sagrantino di Bocale 2019 Il Sagrantino di Bocale è veramente impressionante! È più intenso ed espansivo rispetto al primo campione. Al naso, avvolge con profondi aromi di mora e note evolute di cioccolato. In bocca, i tannini sono importanti ma di ottima qualità, molto sfaccettati e non affatto scontati. Sono tannini maturi che promettono una maggiore morbidezza in futuro. La freschezza è altissima, indicativa di una grande longevità. Ha un corpo pieno e un finale lungo che si adagia delicatamente sul palato. C’è molta estrazione, ma anche una raffinatezza che il tempo confermerà. Questo vino più tradizionale proviene dal territorio di Montefalco, al confine con Castel Ritaldi Northern Rhone Côte-Rôtie Guigal Château d’Ampuis 2018 ( 111 euro) Con il terzo campione inizia il divertimento, perché non mi aspettavo che i vini “intrusi” fossero di così alta qualità. Cominciamo con un’eccellenza della Côte du Rhône, o meglio della Côte-Rôtie, famosa per il suo Syrah. Alla domanda di Cristina se fosse Sagrantino, la risposta è stata scontata: troppo diverso dal principe di Montefalco! Ha un colore vivace con sentori di frutti neri accattivanti, ribes nero, mora e amarene, accompagnati da note affumicate che richiamano i legni francesi. L’acidità sottile e vibrante è fondamentale per bilanciare dei tannini forse un po’ più asciutti. In bocca è denso e concentrato, ancora nervoso perché molto giovane. Bella esperienza! Passopisciaro Franchetti 2021 Terre Siciliane IGP (150 euro) Il quarto campione ci accoglie con aromi intensi e speziati, anticipando una bocca dove i tannini sono ben integrati e l’acidità è notevole. Il finale è minerale e fumoso, caratteristico di questo vino siciliano che esprime la sua qualità in modo unico grazie ai suoli vulcanici dell’Etna, molto diversi da quelli di Montefalco. Qui la sapidità finale domina, confermando la straordinaria qualità di questo vino. La sua eccellenza emerge chiaramente nella degustazione alla cieca. Sagrantino Antonelli San Marco 2018 Sagrantino Antonelli San Marco 2018: Il naso si apre con delicatezza, rivelando complessi aromi di arancia, fico e note balsamiche. In bocca, i tannini sono vellutati e l’acidità vibrante. Il vino è ben equilibrato, con un’alcol elevato che contribuisce all’armonia complessiva. Il finale è lungo e persistente, riflettendo fedelmente il territorio e l’anima del Sagrantino. Un’ottima interpretazione da parte di Antonelli. Messorio Merlot Le Macchiole 2019 ( 210 euro) Il naso si apre con un profumo saporito e balsamico, dominato da frutti rossi e prugna, con una sensazione di generosità. In bocca, i tannini sono vellutati e l’acidità è ben bilanciata. L’uso sapiente del legno contribuisce al perfetto equilibrio complessivo. È evidente che questo vino è un Merlot, espresso con grande maestria. Proveniente dal territorio di Bolgheri in Toscana, questa è sicuramente una delle più belle espressioni del Merlot italiano. Château Montrose 2021 (180 euro) Saint’Estephe – Bordeaux Già al primo sguardo e ancor più dalle prime olfazioni, emerge il livello straordinario di questo vino che esprime un’eccellenza fuori dal comune, testimoniando la grandezza del territorio di Bordeaux, precisamente di Saint-Estèphe. annata non eccezionale. Il naso è intensamente invitante, con note di frutta scura e spezie che si amalgamano armoniosamente. I tannini sono vellutati e succosi, mentre un’acidità vivace conferisce al vino freschezza e perfetto equilibrio. Assaporare questo vino in una degustazione bendata è un’esperienza emozionante, capace di suscitare brividi di piacere! Sagrantino Carapace LungAttesa Tenuta Castelbuono 2016 Siamo arrivati all’ottavo vino della degustazione, un momento emozionante in cui ci immergiamo nel Sagrantino di una tenuta che è un’opera d’arte in sé creata da Arnaldo Pomodoro. Sto parlando del Sagrantino Carapace Lunga Attesa delle Tenuta Lunelli, un vino che mi ha colpito profondamente. Accanto a me c’è l’enologo Luca Campaldini, il quale ha contribuito a rendere questa esperienza ancora più speciale. Questo vino si apre con un naso complesso, dominato da intensi aromi di frutta matura e suggestive note terrose. I tannini sono morbidi e l’acidità è perfettamente equilibrata, conferendo al vino una straordinaria armonia. È un vino raffinato, dotato di una struttura eccellente che promette una lunga evoluzione in bottiglia. La vendemmia 2016 si presenta davvero eccezionale, offrendo un profilo ricco e vellutato con intriganti note di cioccolato ed erbe secche. I tannini, maturati splendidamente, sono già ben integrati, rendendo l’assaggio un’esperienza indimenticabile. L’innovazione nel processo di vinificazione si esprime attraverso l’elevazione di una significativa parte della massa in anfora (Tava e Manetti), conferendo al Sagrantino Carapace delle Tenute Lunelli caratteristiche uniche che lo distinguono nel panorama enologico. Ridge Lytton Estate Petit Sirah 2019 – Dry Creek Valley, Contea di Sonoma (70 euro) Il penultimo vino si presenta con un naso ricco di frutta nera, accompagnato da evidenti note di vaniglia e tostature. In bocca, si distingue per i suoi tannini potenti ma vellutati, ben integrati e mai asciutti. L’alta estrazione conferisce al vino un corpo robusto, tipico del Petit Sirah californiano, arricchito dall’uso del legno americano. La struttura tannica e l’acidità bilanciata creano una sensazione di dolcezza che richiama al Nuovo Mondo, rendendolo nettamente diverso dalle espressioni umbre del Sagrantino, che evocano terre verdi e legni scuri. Un vino che sa come lasciare il segno. Sagrantino Memoira 2015 di Colpetrone L’ultimo vino in degustazione è il Sagrantino Memoira 2015 di Colpetrone, un vero capolavoro. Al naso, si presenta maturo con una complessità ossidativa che intriga e seduce. I tannini sono morbidi, mentre l’acidità vibrante dona freschezza e vivacità al palato. È un vino straordinariamente bilanciato, con una lunga persistenza che lascia il segno. Ciò che colpisce particolarmente sono le note balsamiche nette e avvolgenti, con sentori mentolati e di incenso che caratterizzano molti assaggi di questa cantina. Queste caratteristiche rispecchiano probabilmente i suoli unici del territorio di Marcellano, conferendo al vino un’identità distintiva e affascinante. Concludere la degustazione con un grande Sagrantino come questo è stato un vero piacere. Understanding High Quality by Tannins: obiettivo raggiunto! In conclusione, esplorando in degustazione bendata i 10 calici di vino, abbiamo capito che i tannini del Sagrantino non sono come vengono sempre indicati. La nomea di vino tannico per eccellenza e spesso sgraziato è stata ampiamente sfatata. Abbiamo soprattutto capito che il tannino del Sagrantino, quando è maturo e viene trattato a dovere, può donare vini di grande raffinatezza e precisione. Può addirittura competere con grandi vini del mondo come gli intrusi della masterclass, che grazie a questo confronto obiettivo non hanno fatto sfigurare il Sagrantino anche a confronto con Merlot, Syrah e Cabernet molto famosi. Tutto ciò mi ha confermato ancora una volta che la qualità di un vino si valuta nel calice e il Sagrantino ha vinto la sfida! Cin cin! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
19 Giugno, 2024
San Lorenzo Vini, una supernova brilla nel Teramano
Il nome di San Lorenzo Vini e le stelle presenti in etichetta richiamano immediatamente la notte più stellata dell’anno. Questa cantina è una stella, anzi una supernova brillantissima nei cieli del Teramano. La scelta del logo si deve alla chiesetta, dedicata al Santo, che sorge su un terreno di proprietà della cantina ma anche a una data importante per quella che è diventata l’odierna azienda. Mi trovo in Abruzzo e precisamente sulle dolci colline teramane per un press tour. Arrivata al B&B Cascina Giglio Rosso, esco ad esplorare il territorio.
Qualcuno, guardando il panorama, lo ha paragonato alla Toscana per via dei cipressi. Sono 600 per l’esattezza, tutti piantati da San Lorenzo Vini e che incorniciano le stradine bianche e i pendii delle colline come i bordi di un pizzo. Mi chiedo perchè cerchiamo sempre di paragonare tutto… questo è l’Abruzzo e ha un’identità tutta sua. Noto infatti che con la Toscana ci sono molte differenze, dalle cime innevate quasi di fronte al mare ai calanchi e alle palme. Un angolo incontaminato dove le vigne ti circondano e si respira aria pulita.
LA STORIA DI SAN LORENZO VINI
Incontriamo Gianluca Galasso, che insieme al fratello e allo zio Agronomo Gianfranco Barbone e coadiuvato dall’enologo Riccardo Brighigna, porta avanti l’attività. Fu però il bisnonno Francesco D’Amico, nel 1890, che acquistò i primi due ettari nel borgo medioevale di Castilenti per festeggiare la nascita del suo primogenito.
Il 10 agosto del 1940 il di lui figlio, Giuseppe D’Amico, di ritorno dall’America dove era emigrato in cerca di fortuna, comprò dal Duca Caracciolo i primi 80 ettari e iniziò a mettere a dimora le prime barbatelle. La scelta fu fatta con lungimiranza e saggezza. Infatti, la poca distanza dal Gran Sasso d’Italia (solo 20 km) e la vicinanza alla costa adriatica (altrettanti, i chilometri) garantiscono le condizioni climatiche ideali per la coltivazione della vite, sia per temperatura che per ventilazione.
Il nonno, dopo anni di conferimento delle uve ad altre cantine, decise di produrre in proprio e convertì anche le coltivazioni di frutta in vigne. In dieci anni e con notevoli investimenti, sono stati convertiti oltre 100 ettari dal sistema a pergola abruzzese a guyot e cordone speronato. Tutti i reimpianti sono stati fatti mantenendo la tipicità dei vitigni e riproponendo le marze dei vecchi vigneti preservando i cloni esistenti.
SAN LORENZO VINI OGGI
Ad oggi, San Lorenzo Vini si estende per una superficie di 220 ettari, di 160 dedicati alle vigne. Di questi, 50 sono in Provincia di Pescara in aree produttive molto vocate per la produzione del Trebbiano e del Pecorino. Tornando alle colline teramane, la proprietà si presenta in modo compatto. Formata da un unico grande lotto che si estende su tre crinali di colline di conformazione calcareo-argillosa, è posta ad un’altitudine tra 250 e 350 metri slm.
L’attenzione alla sostenibilità quasi maniacale si ritrova qui in moltissimi aspetti: il posizionamento della cantina nei pressi delle vigne, l’abbattimento degli interventi fitosanitari, il saldo a credito delle emissioni di CO2, l’utilizzo di energie rinnovabili, la tutela della biodiversità, il risparmio idrico, l’inerbimento permanente e le collaborazioni con le attività locali.
San Lorenzo Vini è da cinque anni in regime biologico e aderisce al sistema SQNPI, certificazione delle produzioni agricole ottenute in conformità ai disciplinari regionali di produzione integrata. Questi prevedono l’utilizzo di tecniche compatibili con la tutela dell’ambiente, la salute degli operatori agricoli e dei consumatori. Quella, per intenderci, con il bollino dell’ape!
Le vigne, di tipo autoctono e internazionale, si susseguono a perdita d’occhio. Tra loro, tre laghetti alimentati da acqua sorgiva, che qui scorre in abbondanza. La proprietà sta anche facendo un grande lavoro di recupero e restauro degli antichi casolari che sono destinati all’accoglienza. Io ho pernottato alla Cascina Giglio Rosso, alloggio semplice e curato con una bella piscina e una grande pace che, non vi nascondo, mi è dispiaciuto lasciare.
LA CANTINA
Gianluca ci spiega con orgoglio che le 33 storiche vasche in cemento, a dispetto delle mode, non sono mai state abbandonate. Sono grandi cisterne da 300 ettolitri l’una, fatte a stampo, che non si trovano più in commercio e che risalgono agli anni ‘80. Sono termocondizionate, in modo da garantire che la temperatura non scenda mai sotto i 10 gradi d’inverno e rimanga costante d’estate, e sono dotate di sistema antivibrante.
Parallelamente all’orgoglio di una storia di generazioni troviamo anche il dinamismo e la voglia di sperimentare, per creare nuovi prodotti sempre strizzando l’occhio a quello che offre il territorio. A preziosa chiusura della grande anfora di argilla vediamo infatti un coperchio di Maiolica di Castelli, un famosissimo centro nel Teramano che ebbe il suo apice nel ‘600.
La degustazione si svolge nella bellissima cornice del settecentesco Palazzo De Sterlich, nel centro di Castilenti, acquisito dalla famiglia nel 2015 per avere maggior spazio per l’affinamento e parallelamente un luogo per l’accoglienza e il tasting. Al piano nobile, ancora in fase di restauro, si potrà in futuro ammirare un affresco con una scena di caccia che si sviluppa a 360° gradi. Il palazzo faceva parte del patrimonio del Marchese De Sterlich, uno dei più famosi piloti automobilistici dell’inizio del ‘900 (se volete saperne di più…).
LA DEGUSTAZIONE
– Pecorino Terre Teramane 2020, sentori di idrocarburi più simile al marchigiano che all’abruzzese (qui la scheda tecnica).
– Pecorino Terre Teramane 2015
“Abbiamo puntato sul Pecorino – ha detto Gianluca Galasso ai presenti – fin dal ‘98 perché è un vitigno che in questo territorio si è adattato perfettamente. Inoltre, è stato molto interessante scoprire negli anni la sua potenzialità nell’invecchiare ed evolversi”. Del resto, proprio recentemente e riferendosi a una Masterclass al Vinitaly di Pecorino Marchigiano, anche il Gambero Rosso nel suo recente articolo “Sul Pecorino non abbiamo capito una mazza, storia di un vino che invecchia meglio di tanti rossi” aveva posto l’accento sul grande potenziale di invecchiamento di questa tipologia di uve.
– Oinos Montepulciano Colline Teramane DOCG 2013. La dolcezza delle spezie unita al bellissimo sentore di frutta rossa stramatura avvolgono e stravolgono l’olfatto. Al gusto è estremamente equilibrato, giustamente tannico, caldo, morbido, di grande struttura e persistenza aromatica e con un ottimo dosaggio del legno.
– Oinos Montepulciano Colline Teramane DOCG 2008. Qui si raggiunge il paradiso pur mantenendo il carattere vivo e fresco del sorso.
– Don Guido Montepulciano Colline Teramane DOCG Riserva 2015, prodotto in sola Magnum in onore del nonno e appena uscita in commercio. Un turbinio di frutta rossa con un tannino vitale ed elegante.
DON GUIDO, FIORE ALL’OCCHIELLO DI SAN LORENZO VINI
“Il Don Guido, ha proseguito Gianluca, è stato presentato in anteprima nazionale al Vinitaly e oggi vogliamo farlo assaggiare agli amici giornalisti e ristoratori. Per noi è un vino iconico, una produzione di 3.500 bottiglie, tutte numerate e in solo formato magnum dedicato a nostro nonno che è venuto a mancare nel 2019. Per la realizzazione, dopo vari test fatti con l’enologo, abbiamo optato per un appassimento breve, che conferisce maggiore morbidezza al vino. Infine, il vino fa un affinamento in tonneau per sette anni. Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino non invadente”.
La giornata è proseguita tra passeggiate tre le vigne, i casolari e i cipressi e un gustosissimo e raffinato brunch servito al Giglio Rosso, a cura dello chef Maurizio Della Valle del ristorante La Corte a Spoltore.
Ed è proprio all’insegna della sostenibilità caparbiamente perseguita dalla famiglia Galasso che abbiamo concluso in dolcezza con la dimostrazione del maestro cioccolatiere Centini di Teramo che ha realizzato davanti ai nostri occhi i cioccolatini partendo dalle diverse fave di cacao.
Queste le parole di Gianluca a seguito dei miei ringraziamenti per aver vissuto 24 ore tra la magia della natura, i sapori del territorio e l’evidenza di una squadra coesa e determinata che porta avanti con grinta questo lavoro: “Noi ce l’abbiamo messa tutta per farvi entrare nel nostro mondo, per farvi capire quanta passione riserviamo all’attività, giorno dopo giorno. Solo con grande dedizione e lungimiranza si costruiscono cose belle da tramandare alle generazioni future”.
E il mio pensiero è immediatamente andato al famoso proverbio dei Nativi Americani il cui messaggio le sue parole ricalcano: “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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14 Giugno, 2024
Komjanc Alessio. La famiglia. Družina
Non parlo sloveno. Sono italiana. Anche se ora dalla finestra vedo le case della Slovenia.
Italia. Slovenia. Confine. Terre di confine. Popoli che si uniscono o si dividono. Confini fisici che non sono quelli delle persone. Non esistono se non sulle carte geografiche, nelle competenze degli enti locali, degli stati sovrani. Mentre le persone, attraversano e attraversavano il confine nazionale senza curarsi della diversa nazionalità o etnia. Come se la nazionalità poi fosse un muro divisorio di culture: io di qui, tu di li. Diversi. Ma perché?
Solo una guerra può costringere le persone a restare da una delle due parti. Magari a combattere l’amico aldilà di quello stupido, imposto, confine. Magari invece a resistere. Insieme. Un uomo nato in Italia da madre italiana e da padre ignoto che cos’è?
Aspetti un momento mi lasci riflettere…nato in Italia..madre italiana…padre ignoto..è italiano!
Arrivederci
È sicuro che è italiano?
Sicuro
Ma se alla nascita è stato dichiarato al municipio francese, che cos’è?
Questo è un pochino più difficile. Nato in Italia…madre italiana…padre ignoto…ma dichiarato al municipio francese…è francese
È francese! Hai visto? La legge è legge, è un film del 1958 con gli indimenticabili Totò e Fernandel. Nel paesino immaginario di Assola, con la via principale a fare da confine tra Italia e Francia, i due nemici amici danno vita ad una spassosissima storia all’insegna proprio del rapporto tra persone di confine. Una guardia, l’altro ladro. Pur sempre persone. Che si conoscono da una vita. Indipendentemente dalla nazionalità.
Francia, Slovenia, Austria, Svizzera. Che cambia? Quando c’è un confine, tutto si miscela. Tutto diventa più sfumato. Filo spinato. Fiumi. Muri. Tutto si supera. Il confine con la Slovenia vuol dire Collio. Un meraviglioso territorio melting pot di due popoli in grado di produrre fantastici vini colmi di mineralità, eleganza, finezza, profumi e freschezza. Identità.
Un territorio incastonato tra le alpi e il mare, conteso da chi passava di li. La Grande Guerra a fare da spartiacque temporale: l’Austria prima, l’Italia dopo. I tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, le milizie di Tito e la nascente Jugoslavia poi. Repubblica Slovena e Italia alla fine. In pace. Così come la pace che regna in queste zone. Anche se per alcuni essere italiani, non sloveni o sloveni, non italiani è un vanto. Un orgoglio. Alessio Komjanc oggi ha superato gli ottanta anni. È lui la seconda delle tre generazioni della famiglia che produce vino. Famiglia. Družina.La famiglia che c’è e ci sarà. Qui a Giasbana, piccola frazione di San Floriano del Collio, a pochi metri dal confine con la Slovenia, l’azienda Alessio Komjanc e figli è davvero una azienda di famiglia. Di quelle che fanno tutto da loro. Che si sono strutturati per fare le cose da se. In famiglia. Siamo una famiglia da sempre e vogliamo rimanere tali. Siamo qui da inizio 800 e siamo da sempre viti viticoltori. Fino agli anni 70 questa era una azienda promiscua. Così erano le realtà e non solo nel Collio. Nessuno produceva vino per venderlo. Almeno in Italia dove le campagne si spopolavano.
Neanche lo si imbottigliava. Damigiane o sfuso. Per riempire le damigiane. Mio suocero negli anni 70, dopo aver lavorato con il padre e ricevuto da questo qualche appezzamento, decise di mettersi in proprio partendo con la viticoltura. Impianta i primi vigneti con l’idea di una azienda di sola viticoltura. Costruisce poi la cantina e ai primi anni 80 inserisce la linea di imbottigliamento per completare tutta la filiera. La prima bottiglia che abbiamo trovato è del 1973. La lungimiranza di una persona semplice che ha alle spalle l’esperienza della famiglia ma non gli studi. Studiare era per pochi e se abiti in una terra di confine, ancora per meno.
Alle viti aggiunge, negli anni 80, gli ulivi abbandonati nel Collio dopo il 1929.
Fino a quella data qui c’erano frutteti, vigneti ed oliveti. Il 1929 segna per l’Europa una delle ondate di freddo, intensa e inaspettata, più severe del secolo scorso (forse anche di quello attuale). Si ripeté in maniera simile solo nel 1956 e nel 1985. Arrivarono 30 cm di neve a Roma, 20 a Napoli, 70 a Bari. Figuriamoci qui nel Collio, porta di accesso all’Europa continentale e balcanica. Le coltivazioni furono devastate aggiungendo così alla macerie della guerra e della successiva crisi economica, solo altra povertà. Le persone erano già scappate per via della guerra e le gelate diedero la mazzata finale a chi rimase. Solo nel 1970 i monaci dell’Abbazia di Rosazzo provarono a reimpiantare qualche pianta di olivo per capirne la resistenza. Con la speranza, magari accompagnata da qualche preghiera, di non rivedere più quel freddo Mio suocero ha sei figli. Provò ad impiantare gli olivi dicendo “al limite faccio l’olio per la famiglia”. Adesso ci sono circa 2000 piante. 24 ettari a vite, 52 ettari ad olivo, 2 ettari a bosco. Una azienda, quella di Alessio, cresciuta nell’ottica della sostenibilità. Abbiamo avuto da sempre i vigneti inerbiti ed il bosco. Va di modo la sostenibilità, la biodiversità. Ma qui non hanno mai estirpato nulla. Mai tagliato i boschi per coltivare la vite. Non hanno impiantato selvaggiamente. Ci sono molti cacciatori anche in famiglia e ci tengono. Tutto serve a mantenere un certo equilibrio. Un legame con la terra. Un legame con le persone. Un legame all’interno della famiglia. Tutto per la famiglia.
Qui ogni legame è forte e duraturo. Si lavora e si lavora tanto. Senza mai tirarsi indietro. Perché solo così, con il lavoro, si cementano i rapporti all’interno della famiglia.
La famiglia.
Alessio è una di quelle persone che ha lavorato tanto desiderando tanto. Non per se. Per la famiglia. Numerosa. Come erano le famiglie di un tempo nelle quali servivano braccia forti per mandare avanti l’azienda. Sei figli. Quattro maschi: Beniamin, Roberto, Patrik, Ivan che nel 2004 si cementano per mandare avanti l’azienda di famiglia.
La famiglia.
L’intelligenza e la lungimiranza hanno posto le basi per una ripartizione di compiti. Difficile pensare di mandare avanti l’azienda con tutti a fare tutto. Evitare i contrasti attraverso specifici ruoli e rispetto reciproco. È cosi che Beniamin, Patrik e Ivan si dedicano alla terra aiutando papà Alessio; Roberto in cantina e la parte commerciale. Quattro figli a casa possono rappresentare una difficoltà. Nati qui in questa azienda, che è casa. Ci si sente a casa con la voglia e la libertà di dire tutto ciò che si vuole. L’intelligenza del dividere i compiti. La sensibilità e l’ulteriore grande prova di intelligenza, di tutti, nel rispettarli. Le decisioni importanti si prendono insieme ma poi ognuno nel proprio ambito È qui che entra in gioco Raffaella, la moglie di Roberto. È con lei che parlo. È lei che mi guida. Una donna venuta dal Friuli e che incontra l’amore, Roberto, a Milano. Entrambi studiano all’università. Roberto agronomia, Raffaella lingue. L’amore e il sogno di fare qualcosa insieme si legano alla difficoltà di due facoltà che poco hanno da spartire. Io vengo da studi linguistici a Milano e lavoravo con le lingue. Poi ci siamo sposati. Da studenti l’idea era di lavorare insieme. Lui faceva agraria, io lingue e ci sembrava un pò difficile. La fortuna era che lui aveva l’azienda a casa e ci siamo buttati. Buttati. Altro che buttati. È un salto quantico. Una sfida che ha in se due forze incredibili. La prima è ovviamente l’amore tra Roberto e Raffaella. La seconda è lo spirito di Raffaella che la porta a compenetrarsi così tanto nell’azienda e nella famiglia Komjanc che diventa parte di essa. Alessio aveva lasciato un pò andare la parte commerciale. Un figlio solo che lavorava in azienda ma in campagna. Erano gli anni 90, quelli nei quali molti nascevano molte aziende per via della fine della mezzadria. Alessio si è sentito in difficoltà. Roberto è intervenuto dicendo che l’azienda era seduta sull’oro del Collio e occorreva sfruttarlo. Abbiamo rinunciato entrambi a qualcosa. La donna con la quale parlo è una della famiglia. Lei non parla con il benché minimo distacco. Vive l’azienda e la famiglia come se ci fosse nata. Non ci sono tentennamenti. Non c’è nulla che possa far apparire, neanche minimamente, una incertezza. Mancano due sorelle che non lavorano in azienda. C’è anche qualche cognata che occasionalmente è in azienda. Siamo cinque famiglie che lavorano in questa azienda. Ci teniamo a rimanere azienda familiare perché per noi è un valore. Per quanto si voglia mantenere una certa filosofia, con altri dipendenti si perde quello spirito. I vini sono un omaggio ai vitigni autoctoni. Ci sono, come è tradizione in queste zone, tutti i bianchi consentiti dal disciplinare della DOC mentre per il rosso lo Schioppettino, autoctono ma non nella DOC. Dunque IGT. Poi il Pinot Nero, presente già negli anni 70. Nei documenti del Collio di inizio 900 il Pinot Nero era presente. Dunque è stato mantenuto. Noi siamo imparentati con l’Alto Adige e quella cultura. In effetti, i conti di Gorizia annetterono alla Contea, nella metà del XIII secolo, il Tirolo creando legami solidi anche con il vino e i vitigni. Legami solidi che si aggiunsero alla mescolanza del confine. Il Pinot Nero è stato impiantato negli anni 70. Le vigne sono esposte a nord ovest nella parte bassa della collina ai margini di un bosco. Una zona molto fresca che bene si addice al vitigno. Diciotto sono le tipologie di vino. Tanti? Forse si, forse no. Alessio, mio suocero desidera sempre avere tanto. Tanti ettari, tanti figli, tanti vitigni. Dunque tanti vini. Lui nasce nell’epoca dove ha fatto anche la fame. La sua mentalità era anche produrre tanto ma noi siamo riusciti a ridurre drasticamente la produzione per ettaro. Con la consulenza enologica che abbiamo, vengono bene dunque, perché dismetterli? Diciotto tipologie di vino rappresentano a pieno la capacità espressiva del territorio. La mescolanza porta frutti meravigliosi come a dire che le differenze, arricchiscono. Specialmente in una terra, il Collio, in grado di far esprimere al meglio anche varietà differenti. Con tutte le difficoltà del caso. Una difficolta e una fatica. Iniziamo la vendemmia, negli ultimi anni ad agosto, con Sauvignon, Pinot Grigio e Pinot Nero, la finiamo con lo Schioppettino, 45 giorni dopo. Se aggiungiamo pure il Picolit, che facciamo passito, un anno lo abbiamo pressato alla vigilia di Natale. Una fatica! In ognuno dei vini di Alessio Komjanc e figli c’è eleganza e tipicità. Tipicità nel lavorare vitigni autoctoni rispettando ciò che il Collio riesce ad esprimere. Rispettando la natura. Senza eccessi e con intelligenza. Rispettando la famiglia. Roberto, che si occupa anche del campionamento, quando assaggia l’uva nel momento migliore, dice: da sempre io voglio ritrovare nel bicchiere quello che sento nell’acino quando è matura. In cantina occorre rispettare questo. Siamo in agricoltura integrata dettata da una scelta oculata. Attaccati al territorio, siamo i primi consumatori e non vogliamo porcherie. La zona è abbastanza piovosa e grazie alla escursione termica, l’aromaticità è una componente essenziale. Fare biologico vorrebbe dire eseguire dei trattamenti con rame che potrebbero abbassare l’aromaticità dell’uva nei vini. Vogliamo mantenere vini nei quali si esprimano bene gli aromi primari. Siamo dunque una via di mezzo come agricoltura. Noi facevamo già quello che prevedeva il disciplinare dell’agricoltura integrata. Ci siamo accorti che non ci discostavamo. Il biologico ci limita. Proprio da parole come questo si capisce come Raffaella sia compenetrata nell’azienda. Sembra appartenere alla famiglia e alla storia. Parla dei familiari con rispetto passione ed amore così che la storia è anche sua. Avremmo voluto fare il Pignolo. Non l’abbiamo fatto perché ci spaventava. Tutti ci hanno sconsigliato. Dicevano che era da diventate matti. Ci attrae però. Anche il Pinot Nero ci sta facendo impazzire perché non tutti gli anni si raggiungono gli obiettivi che ci siamo posti. L’enologo è Gianni Menotti. Figlio di questo territorio dove conserva la anima. Da qui e per qui ha inanellato per le sue creazioni premi su premi. È una consulenza esterna. Lui nasce agronomo dunque ci fa supporto anche nelle vigne. Con lui abbiamo fatto un salto davvero. 80.000 bottiglie. 18 vini. 9 vitigni a bacca bianca. 4 a bacca rossa. Un immenso patrimonio di culture riunito nelle nuove etichette studiate, anzi, lasciate studiare per loro. I vini
Partiamo dal Pinot Nero Dedica. Il più internazionale e il più locale al tempo stesso. Qui assume colore e sentori finissimi anche grazie ai due anni di affinamento in tonneaux. Piccoli frutti rossi ancora non matura che si uniscono ad arancia e prugna per poi lasciare spazio al sottobosco erbaceo, ai fiori di peonia e rosa. Il balsamico ci ricorda a pieno dove siamo preparandoci a percepire le note speziate di pepe che pungono il naso. Poi nasce moscata e cannella per un bouquet di rara finezza.
Il sorso è caldo, fresco, secco con buona mineralità. I tannini maturi non aggrediscono anzi, contribuiscono a sottolineare la sensazione di finezza. Bilanciamento ottimo e persistenza non particolarmente lunga con una frutta che rimane a far compagnia senza essere invadente. Elegante! Bratje in lingua slovena significa fratelli. Roberto, Ivan, Beniamin, Patrik sono i fratelli Komjanc. Chardonnay, Riesling Italico, Friuliano, Pinot Bianco i vitigni che compongono Bratje. La sequenza non è a caso: ogni vitigno rispecchia la personalità di ognuno e la loro fusione in acciaio, con il solo Pinot Bianco che che affina in tonneaux per 12 mesi, da vita ad un vino interessantissimo.
Un vino che è un vero abbraccio tra fratelli: caldo e caldo (ovvero ad almeno 10°) va bevuto così che i sentori possano arrivano nella loro completezza alleviando tutte le spigolature. Il naso è di pera, frutti tropicale, agrumi, vaniglia e cera d’api. Morbidezza di velluto che solo una scorsa di limone candito prova a scalfire con un pizzico di brio. La sensazione è di sentori dolci accarezzati da una fresca brezza.
In bocca è fresco e secco ma soprattutto caldo, morbido e con una grandissima mineralità. La sensazione di morbidezza lascia il campo ad una astringenza che deve essere compensata con un qualcosa di succulento. Con lo scaldarsi la persistenza aumenta e la bocca rimane pulitissma con le note di frutta che diventano spezie. Torna l’agrume del naso che abbraccia morbidamente la bocca. Un vino complesso, particolare e identitario dell’azienda. Verticale ma solo quando la morbidezza lo consente. Ho ritrovato dentro il Collio e, soprattutto, il confine tra morbidezza e durezza che fondendosi aiutano a far capire quanto in famiglia i confini, non esistano. Chardonnay Dedica 2021. Non un semplice Chardonnay ma un elegante bouquet di fiori e frutta che spiazza e meraviglia. Fine, complesso, unico anche grazie ad un passaggio a metà fermentazione e per 12 mesi in tonneaux.
Al naso mi ha spiazzato. L’etichetta recita Chardonnay, il naso dice altro per via degli agrumi che si miscelano alla pera, alla pesca di mio padre messa nel vino, alla banana e, soprattutto, a salvia e mentuccia. Poi arrivano i fiori freschi che danno una ventata di campo fiorito: lavanda, margherite e fiori di camomilla che arrivano ad essere miele al limone. Difficile voler togliere il naso dal calice.
Il sorso è secco e morbido. Perfettamente in linea con lo stile della Komjanc. Grande avvoglenza e un finale di bocca molto ma molto convincente. La mineralità anche qui è presente in maniera evidente. La bocca si bea di una ampiezza iniziale che si trasforma poi in verticalità spinta con la mineralità che continua legandosi ad una sensazione di calore non eccessiva ma vivace (nonostante i suoi 15°). La temperatura di servizio non può essere superiore agli 8° altrimenti l’alcol si sentirebbe troppo.
Insomma, le sensazioni che questo vino fornisce sono indubbiamente eleganti e fine. Mi è piaciuto per la sua “vivibilità” e per essere uno Chardonnay atipico ma nobilitato. Non si può non finire la bottiglia. Malvasia IGT. Identitaria, pulita, memorabile. Mi è piaciuta e molto già al naso per le note olfattive semplici ma pulite. La pesca bianca, la pera, l’arancia (quella arancione con la buccia sottile), i fiori di camomilla e le margherite di campo. Niente è banale. Niente è complesso. Ma tutto preciso, puntuale, identitario.
Altrettanto il sorso niente affatto banale. Deciso e fine senza essere grandemente aromatico come magari ci si aspetterebbe da una Malvasia. Niente di opulento o sovrastrutturato. Bella freschezza, bella pulizia di bocca, bella sapidità. Il calore? Non si sente ma è traditore.I suoi 14° sono celati, nascosti dietro una superba morbidezza mai stucchevole, dietro una ampiezza di bocca ammirevole, dietro un suo essere buono ma buono. Proprio questo abilita a berne e berne ancora così che poi, gioco forza, i gradi si sentono tutti. La persistenza con il calore si allunga ma attenzione alla temperatura di servizio ovvero a non farlo scaldare troppo perché potrebbe dare un finale verso l’amaricante. Ma non credo si corra questo rischio! Sauvignon 2022. I frutti qui la fanno da padrone. Pera, mela, melone, pesca a pasta bianca, ananas, mango, albicocca. Poi agrumi. Frutti vivi e polposi che inebriano e conquistano. I fiori di biancospino e le note balsamiche donano freschezza consentendo al naso di percepire meglio i sentori. Insomma, sentori molto ma molto piacevoli grazie ad una altalenanza di freschezze e morbidezze. Mai stucchevoli. Piacevolmente estivi.
In bocca la prima sensazione è quella dell’agrume misto alla pesca. Che piacevolezza! Fresco, secco, estremamente sapido da subito e un calore che non parte immediatamente ma è progressivo. In fondo, sempre 14° ha questo Sauvignon. Ottimo equilibrio e una bocca che chiude piacevolmente. Un vino estremamente verticale che si lascia bere soprattutto per una non stucchevolezza. Lascia in bocca la giusta secchezza che merita di essere accompagnata con una pasta al pesce o con vongole ad esempio. Di grande carattere insomma. Di seria identità. Pinot Grigio 2022. Già il colore paglierino al limite del dorato lo differenzia dagli altri. Mantiene però il carattere dei Komjanc: riservato, semplice, non banale.
Non ci sono grandi sentori ma quelli che trovo, rinfrancati da una evidente, continua, sempre presente, mineralità, sono vivi. Puliti Semplici. Rigeneranti. Anche per via del balsamico che comunque mi ha accompagnato in questa degustazione. Roteando il calice però scopro inaspettatamente anche degli aghi di pino.
Fresco al naso con una pungente dovuta alla mineralità. La frutta è a pasta bianca non matura e i fiori sono, manco a dirlo, bianchi. Semplice ed efficace.
Ci si sarebbe aspettato un sorso semplice. Invece è proprio qui che arriva la meraviglia. Altra caratteristica dei Komjanc: pragmaticità. Estrema mineralità anche in bocca che si trasforma In sapidità. Secco e fresco dunque con un calore che si percepisce in maniera evidente. Mi viene da dire che stavolta i Komjanc non si sono risparmiati. Anche questo vino fa 14°. C’è sostanza! Il marchio di famiglia continua ad esserci: partenza morbida, poi secchezza, infine sapidità. Grande forza in questo Pinot. Lunga persistenza. Ampia avvolgente ed equilibrio raggiunto. Un vino che va abbinato per poterlo gustare al meglio. Ma basta un bel formaggio non stagionato per farlo esaltare. Non smetterei di berlo perché intriga ad ogni sorso anche grazie ad un finale piacevolmente vegetale. Abbiamo trovato un bravo grafico per un progetto importante sul quale abbiamo investito. Volevamo una etichetta che ci rappresentasse, che parlasse del Collio e della famiglia. Il grafico dopo aver assaggiato il vino e a parlare con noi ha colto le nostre anime e ci ha prodotto le nuove etichette. Nel 1988 una commissione austriaca venne qui per cercare una selezione di vini per il quarantesimo di Francesco Giuseppe. L’unico vino ritenuto “buono e perfetto” fu quello di Florian Komjanc. In etichetta abbiamo proprio messa questa notizia. La necessità e la voglia di continuare come famiglia. Anzi, cinque famiglie. 14 nipoti 9 dei quali figli dei fratelli impegnati in azienda. 20 persone di famiglia impegnati in azienda. Nessuna voglia di pensare ad un futuro diverso da questo status. Famiglia è oggi, famiglia sarà domani. C’è posto per tutti a casa Komjanc. Chi vuole può rimanere e dare una mano. Chi ambisce ad una esperienza esterna ha l’incondizionato supporto della famiglia pronta a raccogliere senza chiedere nulla in cambio.
Questa è famiglia. Famiglia o Družina, poco importa. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Solo una guerra può costringere le persone a restare da una delle due parti. Magari a combattere l’amico aldilà di quello stupido, imposto, confine. Magari invece a resistere. Insieme. Un uomo nato in Italia da madre italiana e da padre ignoto che cos’è?
Aspetti un momento mi lasci riflettere…nato in Italia..madre italiana…padre ignoto..è italiano!
Arrivederci
È sicuro che è italiano?
Sicuro
Ma se alla nascita è stato dichiarato al municipio francese, che cos’è?
Questo è un pochino più difficile. Nato in Italia…madre italiana…padre ignoto…ma dichiarato al municipio francese…è francese
È francese! Hai visto? La legge è legge, è un film del 1958 con gli indimenticabili Totò e Fernandel. Nel paesino immaginario di Assola, con la via principale a fare da confine tra Italia e Francia, i due nemici amici danno vita ad una spassosissima storia all’insegna proprio del rapporto tra persone di confine. Una guardia, l’altro ladro. Pur sempre persone. Che si conoscono da una vita. Indipendentemente dalla nazionalità.
Francia, Slovenia, Austria, Svizzera. Che cambia? Quando c’è un confine, tutto si miscela. Tutto diventa più sfumato. Filo spinato. Fiumi. Muri. Tutto si supera. Il confine con la Slovenia vuol dire Collio. Un meraviglioso territorio melting pot di due popoli in grado di produrre fantastici vini colmi di mineralità, eleganza, finezza, profumi e freschezza. Identità.
Un territorio incastonato tra le alpi e il mare, conteso da chi passava di li. La Grande Guerra a fare da spartiacque temporale: l’Austria prima, l’Italia dopo. I tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, le milizie di Tito e la nascente Jugoslavia poi. Repubblica Slovena e Italia alla fine. In pace. Così come la pace che regna in queste zone. Anche se per alcuni essere italiani, non sloveni o sloveni, non italiani è un vanto. Un orgoglio. Alessio Komjanc oggi ha superato gli ottanta anni. È lui la seconda delle tre generazioni della famiglia che produce vino. Famiglia. Družina.La famiglia che c’è e ci sarà. Qui a Giasbana, piccola frazione di San Floriano del Collio, a pochi metri dal confine con la Slovenia, l’azienda Alessio Komjanc e figli è davvero una azienda di famiglia. Di quelle che fanno tutto da loro. Che si sono strutturati per fare le cose da se. In famiglia. Siamo una famiglia da sempre e vogliamo rimanere tali. Siamo qui da inizio 800 e siamo da sempre viti viticoltori. Fino agli anni 70 questa era una azienda promiscua. Così erano le realtà e non solo nel Collio. Nessuno produceva vino per venderlo. Almeno in Italia dove le campagne si spopolavano.
Neanche lo si imbottigliava. Damigiane o sfuso. Per riempire le damigiane. Mio suocero negli anni 70, dopo aver lavorato con il padre e ricevuto da questo qualche appezzamento, decise di mettersi in proprio partendo con la viticoltura. Impianta i primi vigneti con l’idea di una azienda di sola viticoltura. Costruisce poi la cantina e ai primi anni 80 inserisce la linea di imbottigliamento per completare tutta la filiera. La prima bottiglia che abbiamo trovato è del 1973. La lungimiranza di una persona semplice che ha alle spalle l’esperienza della famiglia ma non gli studi. Studiare era per pochi e se abiti in una terra di confine, ancora per meno.
Alle viti aggiunge, negli anni 80, gli ulivi abbandonati nel Collio dopo il 1929.
Fino a quella data qui c’erano frutteti, vigneti ed oliveti. Il 1929 segna per l’Europa una delle ondate di freddo, intensa e inaspettata, più severe del secolo scorso (forse anche di quello attuale). Si ripeté in maniera simile solo nel 1956 e nel 1985. Arrivarono 30 cm di neve a Roma, 20 a Napoli, 70 a Bari. Figuriamoci qui nel Collio, porta di accesso all’Europa continentale e balcanica. Le coltivazioni furono devastate aggiungendo così alla macerie della guerra e della successiva crisi economica, solo altra povertà. Le persone erano già scappate per via della guerra e le gelate diedero la mazzata finale a chi rimase. Solo nel 1970 i monaci dell’Abbazia di Rosazzo provarono a reimpiantare qualche pianta di olivo per capirne la resistenza. Con la speranza, magari accompagnata da qualche preghiera, di non rivedere più quel freddo Mio suocero ha sei figli. Provò ad impiantare gli olivi dicendo “al limite faccio l’olio per la famiglia”. Adesso ci sono circa 2000 piante. 24 ettari a vite, 52 ettari ad olivo, 2 ettari a bosco. Una azienda, quella di Alessio, cresciuta nell’ottica della sostenibilità. Abbiamo avuto da sempre i vigneti inerbiti ed il bosco. Va di modo la sostenibilità, la biodiversità. Ma qui non hanno mai estirpato nulla. Mai tagliato i boschi per coltivare la vite. Non hanno impiantato selvaggiamente. Ci sono molti cacciatori anche in famiglia e ci tengono. Tutto serve a mantenere un certo equilibrio. Un legame con la terra. Un legame con le persone. Un legame all’interno della famiglia. Tutto per la famiglia.
Qui ogni legame è forte e duraturo. Si lavora e si lavora tanto. Senza mai tirarsi indietro. Perché solo così, con il lavoro, si cementano i rapporti all’interno della famiglia.
La famiglia.
Alessio è una di quelle persone che ha lavorato tanto desiderando tanto. Non per se. Per la famiglia. Numerosa. Come erano le famiglie di un tempo nelle quali servivano braccia forti per mandare avanti l’azienda. Sei figli. Quattro maschi: Beniamin, Roberto, Patrik, Ivan che nel 2004 si cementano per mandare avanti l’azienda di famiglia.
La famiglia.
L’intelligenza e la lungimiranza hanno posto le basi per una ripartizione di compiti. Difficile pensare di mandare avanti l’azienda con tutti a fare tutto. Evitare i contrasti attraverso specifici ruoli e rispetto reciproco. È cosi che Beniamin, Patrik e Ivan si dedicano alla terra aiutando papà Alessio; Roberto in cantina e la parte commerciale. Quattro figli a casa possono rappresentare una difficoltà. Nati qui in questa azienda, che è casa. Ci si sente a casa con la voglia e la libertà di dire tutto ciò che si vuole. L’intelligenza del dividere i compiti. La sensibilità e l’ulteriore grande prova di intelligenza, di tutti, nel rispettarli. Le decisioni importanti si prendono insieme ma poi ognuno nel proprio ambito È qui che entra in gioco Raffaella, la moglie di Roberto. È con lei che parlo. È lei che mi guida. Una donna venuta dal Friuli e che incontra l’amore, Roberto, a Milano. Entrambi studiano all’università. Roberto agronomia, Raffaella lingue. L’amore e il sogno di fare qualcosa insieme si legano alla difficoltà di due facoltà che poco hanno da spartire. Io vengo da studi linguistici a Milano e lavoravo con le lingue. Poi ci siamo sposati. Da studenti l’idea era di lavorare insieme. Lui faceva agraria, io lingue e ci sembrava un pò difficile. La fortuna era che lui aveva l’azienda a casa e ci siamo buttati. Buttati. Altro che buttati. È un salto quantico. Una sfida che ha in se due forze incredibili. La prima è ovviamente l’amore tra Roberto e Raffaella. La seconda è lo spirito di Raffaella che la porta a compenetrarsi così tanto nell’azienda e nella famiglia Komjanc che diventa parte di essa. Alessio aveva lasciato un pò andare la parte commerciale. Un figlio solo che lavorava in azienda ma in campagna. Erano gli anni 90, quelli nei quali molti nascevano molte aziende per via della fine della mezzadria. Alessio si è sentito in difficoltà. Roberto è intervenuto dicendo che l’azienda era seduta sull’oro del Collio e occorreva sfruttarlo. Abbiamo rinunciato entrambi a qualcosa. La donna con la quale parlo è una della famiglia. Lei non parla con il benché minimo distacco. Vive l’azienda e la famiglia come se ci fosse nata. Non ci sono tentennamenti. Non c’è nulla che possa far apparire, neanche minimamente, una incertezza. Mancano due sorelle che non lavorano in azienda. C’è anche qualche cognata che occasionalmente è in azienda. Siamo cinque famiglie che lavorano in questa azienda. Ci teniamo a rimanere azienda familiare perché per noi è un valore. Per quanto si voglia mantenere una certa filosofia, con altri dipendenti si perde quello spirito. I vini sono un omaggio ai vitigni autoctoni. Ci sono, come è tradizione in queste zone, tutti i bianchi consentiti dal disciplinare della DOC mentre per il rosso lo Schioppettino, autoctono ma non nella DOC. Dunque IGT. Poi il Pinot Nero, presente già negli anni 70. Nei documenti del Collio di inizio 900 il Pinot Nero era presente. Dunque è stato mantenuto. Noi siamo imparentati con l’Alto Adige e quella cultura. In effetti, i conti di Gorizia annetterono alla Contea, nella metà del XIII secolo, il Tirolo creando legami solidi anche con il vino e i vitigni. Legami solidi che si aggiunsero alla mescolanza del confine. Il Pinot Nero è stato impiantato negli anni 70. Le vigne sono esposte a nord ovest nella parte bassa della collina ai margini di un bosco. Una zona molto fresca che bene si addice al vitigno. Diciotto sono le tipologie di vino. Tanti? Forse si, forse no. Alessio, mio suocero desidera sempre avere tanto. Tanti ettari, tanti figli, tanti vitigni. Dunque tanti vini. Lui nasce nell’epoca dove ha fatto anche la fame. La sua mentalità era anche produrre tanto ma noi siamo riusciti a ridurre drasticamente la produzione per ettaro. Con la consulenza enologica che abbiamo, vengono bene dunque, perché dismetterli? Diciotto tipologie di vino rappresentano a pieno la capacità espressiva del territorio. La mescolanza porta frutti meravigliosi come a dire che le differenze, arricchiscono. Specialmente in una terra, il Collio, in grado di far esprimere al meglio anche varietà differenti. Con tutte le difficoltà del caso. Una difficolta e una fatica. Iniziamo la vendemmia, negli ultimi anni ad agosto, con Sauvignon, Pinot Grigio e Pinot Nero, la finiamo con lo Schioppettino, 45 giorni dopo. Se aggiungiamo pure il Picolit, che facciamo passito, un anno lo abbiamo pressato alla vigilia di Natale. Una fatica! In ognuno dei vini di Alessio Komjanc e figli c’è eleganza e tipicità. Tipicità nel lavorare vitigni autoctoni rispettando ciò che il Collio riesce ad esprimere. Rispettando la natura. Senza eccessi e con intelligenza. Rispettando la famiglia. Roberto, che si occupa anche del campionamento, quando assaggia l’uva nel momento migliore, dice: da sempre io voglio ritrovare nel bicchiere quello che sento nell’acino quando è matura. In cantina occorre rispettare questo. Siamo in agricoltura integrata dettata da una scelta oculata. Attaccati al territorio, siamo i primi consumatori e non vogliamo porcherie. La zona è abbastanza piovosa e grazie alla escursione termica, l’aromaticità è una componente essenziale. Fare biologico vorrebbe dire eseguire dei trattamenti con rame che potrebbero abbassare l’aromaticità dell’uva nei vini. Vogliamo mantenere vini nei quali si esprimano bene gli aromi primari. Siamo dunque una via di mezzo come agricoltura. Noi facevamo già quello che prevedeva il disciplinare dell’agricoltura integrata. Ci siamo accorti che non ci discostavamo. Il biologico ci limita. Proprio da parole come questo si capisce come Raffaella sia compenetrata nell’azienda. Sembra appartenere alla famiglia e alla storia. Parla dei familiari con rispetto passione ed amore così che la storia è anche sua. Avremmo voluto fare il Pignolo. Non l’abbiamo fatto perché ci spaventava. Tutti ci hanno sconsigliato. Dicevano che era da diventate matti. Ci attrae però. Anche il Pinot Nero ci sta facendo impazzire perché non tutti gli anni si raggiungono gli obiettivi che ci siamo posti. L’enologo è Gianni Menotti. Figlio di questo territorio dove conserva la anima. Da qui e per qui ha inanellato per le sue creazioni premi su premi. È una consulenza esterna. Lui nasce agronomo dunque ci fa supporto anche nelle vigne. Con lui abbiamo fatto un salto davvero. 80.000 bottiglie. 18 vini. 9 vitigni a bacca bianca. 4 a bacca rossa. Un immenso patrimonio di culture riunito nelle nuove etichette studiate, anzi, lasciate studiare per loro. I vini
Partiamo dal Pinot Nero Dedica. Il più internazionale e il più locale al tempo stesso. Qui assume colore e sentori finissimi anche grazie ai due anni di affinamento in tonneaux. Piccoli frutti rossi ancora non matura che si uniscono ad arancia e prugna per poi lasciare spazio al sottobosco erbaceo, ai fiori di peonia e rosa. Il balsamico ci ricorda a pieno dove siamo preparandoci a percepire le note speziate di pepe che pungono il naso. Poi nasce moscata e cannella per un bouquet di rara finezza.
Il sorso è caldo, fresco, secco con buona mineralità. I tannini maturi non aggrediscono anzi, contribuiscono a sottolineare la sensazione di finezza. Bilanciamento ottimo e persistenza non particolarmente lunga con una frutta che rimane a far compagnia senza essere invadente. Elegante! Bratje in lingua slovena significa fratelli. Roberto, Ivan, Beniamin, Patrik sono i fratelli Komjanc. Chardonnay, Riesling Italico, Friuliano, Pinot Bianco i vitigni che compongono Bratje. La sequenza non è a caso: ogni vitigno rispecchia la personalità di ognuno e la loro fusione in acciaio, con il solo Pinot Bianco che che affina in tonneaux per 12 mesi, da vita ad un vino interessantissimo.
Un vino che è un vero abbraccio tra fratelli: caldo e caldo (ovvero ad almeno 10°) va bevuto così che i sentori possano arrivano nella loro completezza alleviando tutte le spigolature. Il naso è di pera, frutti tropicale, agrumi, vaniglia e cera d’api. Morbidezza di velluto che solo una scorsa di limone candito prova a scalfire con un pizzico di brio. La sensazione è di sentori dolci accarezzati da una fresca brezza.
In bocca è fresco e secco ma soprattutto caldo, morbido e con una grandissima mineralità. La sensazione di morbidezza lascia il campo ad una astringenza che deve essere compensata con un qualcosa di succulento. Con lo scaldarsi la persistenza aumenta e la bocca rimane pulitissma con le note di frutta che diventano spezie. Torna l’agrume del naso che abbraccia morbidamente la bocca. Un vino complesso, particolare e identitario dell’azienda. Verticale ma solo quando la morbidezza lo consente. Ho ritrovato dentro il Collio e, soprattutto, il confine tra morbidezza e durezza che fondendosi aiutano a far capire quanto in famiglia i confini, non esistano. Chardonnay Dedica 2021. Non un semplice Chardonnay ma un elegante bouquet di fiori e frutta che spiazza e meraviglia. Fine, complesso, unico anche grazie ad un passaggio a metà fermentazione e per 12 mesi in tonneaux.
Al naso mi ha spiazzato. L’etichetta recita Chardonnay, il naso dice altro per via degli agrumi che si miscelano alla pera, alla pesca di mio padre messa nel vino, alla banana e, soprattutto, a salvia e mentuccia. Poi arrivano i fiori freschi che danno una ventata di campo fiorito: lavanda, margherite e fiori di camomilla che arrivano ad essere miele al limone. Difficile voler togliere il naso dal calice.
Il sorso è secco e morbido. Perfettamente in linea con lo stile della Komjanc. Grande avvoglenza e un finale di bocca molto ma molto convincente. La mineralità anche qui è presente in maniera evidente. La bocca si bea di una ampiezza iniziale che si trasforma poi in verticalità spinta con la mineralità che continua legandosi ad una sensazione di calore non eccessiva ma vivace (nonostante i suoi 15°). La temperatura di servizio non può essere superiore agli 8° altrimenti l’alcol si sentirebbe troppo.
Insomma, le sensazioni che questo vino fornisce sono indubbiamente eleganti e fine. Mi è piaciuto per la sua “vivibilità” e per essere uno Chardonnay atipico ma nobilitato. Non si può non finire la bottiglia. Malvasia IGT. Identitaria, pulita, memorabile. Mi è piaciuta e molto già al naso per le note olfattive semplici ma pulite. La pesca bianca, la pera, l’arancia (quella arancione con la buccia sottile), i fiori di camomilla e le margherite di campo. Niente è banale. Niente è complesso. Ma tutto preciso, puntuale, identitario.
Altrettanto il sorso niente affatto banale. Deciso e fine senza essere grandemente aromatico come magari ci si aspetterebbe da una Malvasia. Niente di opulento o sovrastrutturato. Bella freschezza, bella pulizia di bocca, bella sapidità. Il calore? Non si sente ma è traditore.I suoi 14° sono celati, nascosti dietro una superba morbidezza mai stucchevole, dietro una ampiezza di bocca ammirevole, dietro un suo essere buono ma buono. Proprio questo abilita a berne e berne ancora così che poi, gioco forza, i gradi si sentono tutti. La persistenza con il calore si allunga ma attenzione alla temperatura di servizio ovvero a non farlo scaldare troppo perché potrebbe dare un finale verso l’amaricante. Ma non credo si corra questo rischio! Sauvignon 2022. I frutti qui la fanno da padrone. Pera, mela, melone, pesca a pasta bianca, ananas, mango, albicocca. Poi agrumi. Frutti vivi e polposi che inebriano e conquistano. I fiori di biancospino e le note balsamiche donano freschezza consentendo al naso di percepire meglio i sentori. Insomma, sentori molto ma molto piacevoli grazie ad una altalenanza di freschezze e morbidezze. Mai stucchevoli. Piacevolmente estivi.
In bocca la prima sensazione è quella dell’agrume misto alla pesca. Che piacevolezza! Fresco, secco, estremamente sapido da subito e un calore che non parte immediatamente ma è progressivo. In fondo, sempre 14° ha questo Sauvignon. Ottimo equilibrio e una bocca che chiude piacevolmente. Un vino estremamente verticale che si lascia bere soprattutto per una non stucchevolezza. Lascia in bocca la giusta secchezza che merita di essere accompagnata con una pasta al pesce o con vongole ad esempio. Di grande carattere insomma. Di seria identità. Pinot Grigio 2022. Già il colore paglierino al limite del dorato lo differenzia dagli altri. Mantiene però il carattere dei Komjanc: riservato, semplice, non banale.
Non ci sono grandi sentori ma quelli che trovo, rinfrancati da una evidente, continua, sempre presente, mineralità, sono vivi. Puliti Semplici. Rigeneranti. Anche per via del balsamico che comunque mi ha accompagnato in questa degustazione. Roteando il calice però scopro inaspettatamente anche degli aghi di pino.
Fresco al naso con una pungente dovuta alla mineralità. La frutta è a pasta bianca non matura e i fiori sono, manco a dirlo, bianchi. Semplice ed efficace.
Ci si sarebbe aspettato un sorso semplice. Invece è proprio qui che arriva la meraviglia. Altra caratteristica dei Komjanc: pragmaticità. Estrema mineralità anche in bocca che si trasforma In sapidità. Secco e fresco dunque con un calore che si percepisce in maniera evidente. Mi viene da dire che stavolta i Komjanc non si sono risparmiati. Anche questo vino fa 14°. C’è sostanza! Il marchio di famiglia continua ad esserci: partenza morbida, poi secchezza, infine sapidità. Grande forza in questo Pinot. Lunga persistenza. Ampia avvolgente ed equilibrio raggiunto. Un vino che va abbinato per poterlo gustare al meglio. Ma basta un bel formaggio non stagionato per farlo esaltare. Non smetterei di berlo perché intriga ad ogni sorso anche grazie ad un finale piacevolmente vegetale. Abbiamo trovato un bravo grafico per un progetto importante sul quale abbiamo investito. Volevamo una etichetta che ci rappresentasse, che parlasse del Collio e della famiglia. Il grafico dopo aver assaggiato il vino e a parlare con noi ha colto le nostre anime e ci ha prodotto le nuove etichette. Nel 1988 una commissione austriaca venne qui per cercare una selezione di vini per il quarantesimo di Francesco Giuseppe. L’unico vino ritenuto “buono e perfetto” fu quello di Florian Komjanc. In etichetta abbiamo proprio messa questa notizia. La necessità e la voglia di continuare come famiglia. Anzi, cinque famiglie. 14 nipoti 9 dei quali figli dei fratelli impegnati in azienda. 20 persone di famiglia impegnati in azienda. Nessuna voglia di pensare ad un futuro diverso da questo status. Famiglia è oggi, famiglia sarà domani. C’è posto per tutti a casa Komjanc. Chi vuole può rimanere e dare una mano. Chi ambisce ad una esperienza esterna ha l’incondizionato supporto della famiglia pronta a raccogliere senza chiedere nulla in cambio.
Questa è famiglia. Famiglia o Družina, poco importa. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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13 Giugno, 2024
Vino & Arte che passione 2024
IL COSA E IL DOVE
Ottava Edizione di VINO & ARTE CHE PASSIONE, Evento organizzato da CT Consulting Eventsnell’elegantissima cornice della GALLERIA DEL CARDINALE all’interno di PALAZZO COLONNA a Roma.
Una giornata all’insegna del buono e del bello che ha attirato un gran numero di addetti del settore, giornalisti e semplici winelowers.
GLI ASSAGGI
Oltre 50 le Aziende presenti (in buona parte di persona) e un numero imprecisato di etichette in degustazione m’hanno costretto a scegliere nel mazzo cosa assaggiare, dribblando per quanto possibile le vecchie conoscenze per concentrarmi sul resto.
Certo i Produttori sono più o meno gli stessi da diversi anni e trovare qualcosa di nuovo è stato difficile, ma questo mi ha consentito di cedere alla tentazione di assaggiare annate diverse di vini di cui serbavo un bel ricordo.
Comunque, dalla ormai canonica cinquantina di assaggi sono riuscito a estrapolare (non senza difficoltà) una personalissimissima “TOP FIVE” (cui ho aggiunto due “chasers” perché sono buono e perché credo nel loro futuro).
Voi date una letta ai mie soliti deliri enoici e prendete spunto per i Vostri prossimi assaggi (se poi doveste aver voglia di leggere degli altri vini, potrete farlo qui).
LA TOP FIVE
– ALTO ADIGE DOC SAUVIGNON “KOLF” 2022, KURTATSCH (ALTO ADIGE): un naso che fa viaggiare con l’immaginazione.
Già in grado di esprimere senza vergogna i prodromi di una emozionante evoluzione, regala un palcoscenico di pesche e vegetalità preziose e complesse.
Eco dunque avanzarsi sedano, finocchietto selvatico, timo, salvia e delicatissimi mughetti in una atmosfera di pensose affumicature.
Sorso dritto, compatto, ricco ma al contempo scorrevolissimo grazie all’incedere inesorabile della profonda mineralità.
Sontuoso.
Da bere ascoltando “PEACHES EN REGALIA” di FRANK ZAPPA.
– TOSCANA IGT TREBBIANO “BÒGGINA B” (MAGNUM) 2020, PETROLO (TOSCANA): un Trebbiano che dribbla schemi precostituiti e che non concede spazi al legno nel quale riposa.
Fresco di frutta bianca, calca la mano sulle erbe aromatiche e lascia ricordare il finocchietto mentre affonda la lama a doppio filo delle dolcezze d’acacia e della salina mineralità.
Un soffio di camino spento introduce un sorso di freschezza succosa e irriverente sapidità, ricco di ricordi mentolati e che vorreste sia infinito.
Maravilloso!
Da bere ascoltando “BECAUSE OF YOU” degli SKUNK ANANSIE.
– VALDARNO DI SOPRA DOC SANGIOVESE “VIGNA BOGGINA A” 2021, PETROLO (TOSCANA): dove “A” sta per Anfora.
Io, che ho un’opinione “NI” sulle anfore lo chiamerei “S” come Sorpresa.
Sarà perché la terra delle anfore è la stessa in cui affondano le radici degli impianti o sarà perché così deve essere, sta di fatto che basta avvicinare il naso al calice per essere rapiti da un turbine di freschezze.
Conifere resinose e tabacchi mentolati danzano su amaritudini aromatiche di rosmarino e china stringendo alleanze con succosità di arancia rossa e sottili peposità lasciando ai frutti di bosco un ruolo da comprimari.
Chiude il cerchio una mineralità grafitica che rende impellente avvicinare il calice alla bocca per scoprire, accanto alla mirabile corrispondenza, quel grip tannico davvero intrigante che ci accompagna per tutto il lungo finale.
Bellobello!
– CHIANTI CLASSICO DOCG GRAN SELEZIONE CASTELLINA 2020, CASTELLO DI FONTERUTOLI(TOSCANA): scostate prugne e ciliegie e perdeteVi tra gli intrichi del sottobosco, spulciate il pot pourrì di fiori secchi per dominarne le essenze, respirate le brezze balsamiche e godetevi mineralità e toni green dei Sangiovese di un tempo.
Sorso di eleganza ed equilibrio che avrei preferito più “rustici”, tannico quanto deve lungo quanto serve.
Bello, peccato solo per quella cravatta che avrei preferito non indossasse.
– TERRE SICILIANE IGP BIANCO “QUOIANE DI SERRAMARROCCO” 2023, BARONE DI SERRAMARROCCO (SICILIA): il naso che regala questo Zibibbo è tutto uno svolazzare di zagare e fiori d’acacia cuj s’aggiungono dolcezze di miele e camomilla con un quid di esotico.
In bocca è fresco e veloce, una picchiata di erbe aromatiche, un mirino puntato sull’anice, un balcone sul mare, lo sguardo all’Africa.
Bellissimo!
Da bere ascoltando “PSALM 121 / FLIGHT OF THE FALCON” di PAT METHENY.
I QUASIQUASI
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “MAXIMO” 2021, VINUM HADRIANUM (ABRUZZO): il naso si apre su profonde note balsamiche vergate a ginepro e china cui fa seguito l’interezza di un bosco che propone terra bagnata e funghi.
Chiudono le note fruttate di visciola e prugna che intarsiano lo sfondo sottilmente vegetale.
Sorso coerente e compatto, sottolineato dalla fitta trama tannica e chiusura dedicata ai piccoli frutti rossi.
Un vino che conferma ancora una volta la poliedricità interpretativa del vitigno da parte dei Produttori delle Colline Teramane.
– BRUNELLO DI MONTALCINO DOCG 2019, SASSODISOLE (TOSCANA): decisamente arrembante, di giovanile irruenza nel sottolineare freschezze mentolate ed erbe aromatiche prima ancora che il frutto rosso maturo ed un corredo speziato che sottolinea i chiodi di garofano.
Sorso vigoroso, gustoso e fresco, che i tannini ancora ineducati rendono vieppiù vivace e con una chiusura tutta di lamponi dolci.
E ORA?
Ora è arrivato il momento dei ringraziamenti, a CT CONSULTING EVENTS per avermi ospitato e a tutti i Produttori per avermi sopportato.
È il momento di mettere sin d’ora in agenda l’Edizione 2025 di un Evento assolutamente unico ed è il momento di mettermi all’opera per mettere nero su bianco una serie di emozioni che, causa il gran numero di Eventi di cui dar conto, si stanno pericolosamente ammucchiando.
Je la posso fa’…con calma ma je la posso fa’
Roberto Alloi
VINODENTRO
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11 Giugno, 2024
Garda Wine Stories. Il Mediterraneo al Nord
Relazioni forti con il territorio, ricerca della qualità senza compromessi ed un approccio dinamico ai mercati internazionali.
Questi sono gli assi da giocare per il Consorzio Garda DOC, ora più che mai determinato a crescere, forte dei suoi numeri: con una produzione di 410.000 q.li di uva nel 2023 (+46% rispetto al 2017), il vino ottenuto nella denominazione ha superato i 287.000 hl e le bottiglie prodotte sono state più di 18.7 milioni, mentre 6 anni fa erano soltanto 5 milioni e mezzo.
Sono solo alcuni tra i dati che ho appreso durante l’evento “Garda Wine Stories“, organizzato il 6 giugno alla Dogana Veneta di Lazise, incantevole centro del Garda Veronese.
Proprio il Lago di Garda è simbolo condiviso e internazionale del territorio in cui opera il Consorzio Garda DOC, raffigurato nel logo con 10 file di onde che rappresentano i filari dei vigneti sui colli morenici, oltre che naturalmente le 10 denominazioni storiche dell’areale di produzione: Riviera del Garda Classico Valtènesi, San Martino della Battaglia, Lugana, Colli Mantovani, Custoza, Bardolino, Valpolicella, Valdadige, Lessini Durello e Soave.
Ne deriva, com’è prevedibile, una base ampelografica ampia e variegata con 8 vitigni principali: quattro a bacca bianca (garganega, trebbiano di Lugana, chardonnay e pinot grigio) e quattro a bacca rossa (marzemino, corvina, merlot e cabernet sauvignon, con tutti i vitigni locali dell’areale a completamento.
Una varietà che ben si presta alla flessibilità richiesta da mercati internazionali sempre più dinamici, al centro del dibattito di “Garda Wine Stories”.
Il Presidente del Consorzio, Paolo Fiorini, ha aperto la giornata con i saluti istituzionali, lasciando poi spazio al professor Eugenio Pomarici del Centro per la Ricerca in Viticoltura ed Enologia degli Studi di Padova. Il professor Pomarici ha illustrato come la Denominazione Garda stia passando da DOC funzionale ai vini varietali per i vini “popular premium” a scaffale (con prezzi fra i 3 ed i 6 euro) a DOC che riscopre nel proprio nome nuovi obiettivi, verso fasce di mercato più premianti.
Attraverso una serie d’interviste a 20 testimoni privilegiati, scelti tra produttori Garda DOC e operatori della distribuzione, anche internazionale, il team di ricercatori da lui coordinato ha messo in evidenza i punti di forza e di debolezza che contraddistinguono il posizionamento dell’offerta Garda DOC, nonché le possibili opportunità e minacce.
Principale punto di forza è indiscutibilmente il nome della denominazione “GARDA”, così breve, di facile memorizzazione e subito in grado di evocare le bellezze del lago come bacino turistico.
Un secondo potente vantaggio è la presenza di vitigni a bacca bianca internazionali, che soprattutto all’estero facilitano il consumatore nelle scelte d’acquisto.
Dalle analisi delle interviste emerge invece come punto di debolezza la mancanza di una specifica identità della Denominazione, derivante sia da un’offerta molto eterogenea che da un posizionamento di prezzo impreciso. Ne deriva che i consumatori acquistano in molti casi Garda DOC non per la denominazione in sé, ma per la varietà, il brand aziendale o la convenienza del prezzo.
Il contrasto alla minaccia di operazioni speculative che potrebbero sfociare in una lotta al ribasso dei prezzi di fornitura alla GDO non è semplice, ma un’azione di moral suasion nei confronti degli operatori della grande distribuzione è indispensabile per mantenere l’integrità dell’offerta del Garda DOC.
Un’ulteriore tattica potrebbe essere la scelta di focalizzarsi su poche tipologie di prodotto, ad esempio Chardonnay e Pinot Grigio, evidenziando con azioni di comunicazione mirate a cura del Consorzio la vocazionalità dei territori della Denominazione rispetto a questi vitigni.
Infine, l’introduzione nel disciplinare di menzioni valorizzanti (superiore, riserva) potrebbe agevolare un posizionamento di prezzo su fasce più premianti anche per aziende senza un marchio forte.
Un futuro ricco di sfide ma anche d’imperdibili opportunità si apre, dunque, davanti alla denominazione Garda DOC, che ha sì debuttato sul mercato servendo la grande distribuzione, ma che ora si sta evolvendo anche nel canale tradizionale con prodotti di prezzo più elevato offerti da una vasta compagine di imprese piccole e medie a filiera integrata: sono 250 i produttori verticali e le cantine cooperative che utilizzano la denominazione.
L’obiettivo su cui continueremo a lavorare è far capire il ventaglio di opportunità che questa DOC può offrire, muovendoci parallelamente e senza mai entrare in contrasto con le denominazioni storiche che coesistono in questo territorio. La denominazione Garda DOC mira a mettere tutti gli utilizzatori in condizione di sfruttare al massimo quello che questo areale può dare
dichiara Carlo Alberto Panont, Direttore del Consorzio Garda DOC.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
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