Milano Wine Marketing | Nasce il primo evento itinerante di degustazione: la prima Italian Wine Cruise Arrow Right Top Bg

16 Aprile, 2026

Milano Wine Marketing | Nasce il primo evento itinerante di degustazione: la prima Italian Wine Cruise

  Cinque walk-around tasting in mercati chiave del Nord-Europa a bordo di una nave di lusso   Dal 26 maggio al 6 giugno 2027 Milano Wine Marketing lancia per la primavera 2027 un format esclusivo dedicato al business del vino: una crociera di lusso a bordo di Celebrity Cruises, partner dell’iniziativa, che permetterà a 35 selezionate cantine italiane di presentare la loro produzione in cinque mercati strategici del Nord Europa. Il tour di 12 giorni partirà il 26 maggio da Amsterdam, proseguendo per Oslo, Skagen, Stoccolma, Tallin, Helsinki e Copenhagen. A bordo, in un’area dedicata della nave, si terranno cinque walk-around tasting esclusivi della durata di 4 ore ciascuno – a Oslo, Stoccolma, Tallin, Helsinki e Copenaghen – per incontrare importatori, ristoratori e trader locali interessati a inserire vini italiani di qualità nella loro offerta. Questa iniziativa rappresenta un’opportunità unica per accrescere il portafoglio clienti e fare networking professionale in un contesto esclusivo, ottimizzando tempo e risorse su mercati alto spendenti. Paola Bacchetti, Co-Founder & CEO di Milano Wine Marketing I mercati del Nord Europa – Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia ed Estonia – sono una nicchia strategica per le cantine italiane, con un forte interesse per i nostri vini di qualità. Questo itinerario consente di approcciarne cinque in un unico viaggio, massimizzando l’impatto commerciale con walk-around tasting mirati e contatti diretti, e vivendo un’esperienza eccezionale a bordo della nave di lusso Celebrity Eclipse di Celebrity Cruises.   Michael W English, Head of Business Development – EMEA di Celebrity Cruises Siamo assolutamente entusiasti di collaborare con il team di Milan Wine Marketing e di essere coinvolti nella prima Milano Wine Marketing Cruise, che si terrà a maggio 2027. Il percorso intrapreso finora è stato entusiasmante, caratterizzato da una straordinaria collaborazione tra le due aziende, e ora ci troviamo in una posizione fantastica per lanciare quello che si preannuncia come un evento davvero eccezionale. Questa partnership è una delle più solide che abbiamo mai stretto e non vediamo l’ora di continuare a sviluppare insieme nuove ed entusiasmanti opportunità in futuro. Non vediamo l’ora di dare il benvenuto ai nostri ospiti a bordo della Celebrity Eclipse. La Crociera del Vino in breve
Quando: dal 26 maggio al 6 giugno 2027
Itinerario: partenza da Amsterdam, con tappe a Oslo, Skagen (visita), Stoccolma, Tallin, Helsinki e Copenaghen. Sistemazione in cabine doppie con balcone, servizio All Inclusive e pensione completa.
Eventi: walk-around tasting di 4 ore ciascuno nella conference room della Celebrity Eclipse, dedicati a incontri B2B con operatori locali.
Per informazioni e prenotazioni: milanowinemarketing.com Milano Wine Marketing Milano Wine Marketing nasce nel 2025 da un’idea di Paola Bacchetti, Co-Founder & CEO. L’agenzia unisce competenze ed esperienze maturate negli ultimi 30 anni nei settori dell’editoria, del commercio, del marketing e degli eventi, con specializzazione nel comparto vitivinicolo. Supporta cantine e aziende del settore nello sviluppo strategico e nel posizionamento del brand, accompagnandole nella crescita sui mercati nazionali e internazionali attraverso progetti di comunicazione, marketing e valorizzazione del prodotto. La Redazione
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La Sardegna presenta a Vinitaly la Rete Enoturismo: “Fare sistema per costruire una destinazione” Arrow Right Top Bg

16 Aprile, 2026

La Sardegna presenta a Vinitaly la Rete Enoturismo: “Fare sistema per costruire una destinazione”

  Oggi la prima uscita nazionale per il progetto RES: modello regionale per sviluppare turismo del vino e destagionalizzazione   Prima uscita nazionale per il progetto pilota RES finanziato dall’assessorato dell’Agricoltura: le cantine sarde insieme per sviluppare un turismo destagionalizzato legato al vino e alle esperienze Un modello di sviluppo dal basso fondato sulla cooperazione per un settore in costante crescita negli ultimi anni, quello dell’enoturismo. La Sardegna presenta al Vinitaly 2026 di Verona la Rete Enoturismo Sardegna (RES), progetto pilota finanziato dall’Assessorato dell’Agricoltura della Regione Autonoma della Sardegna che punta a trasformare il turismo del vino in una leva di sviluppo territoriale e destagionalizzazione dell’offerta. L’incontro, ospitato nella mattina di oggi nello spazio istituzionale della Regione Sardegna, ha visto la partecipazione di operatori, esperti e stakeholder del settore, e ha rappresentato un momento di analisi delle prospettive del turismo del vino in Italia e sul ruolo delle reti territoriali. Dal confronto con le altre realtà regionali già affermate, è emersa la necessità di superare la frammentazione del comparto e di costruire modelli organizzati capaci di integrare produzione, accoglienza e narrazione del territorio sardo. In questo senso, la partecipazione a Vinitaly rappresenta per la RES un primo passo di posizionamento nei circuiti nazionali dell’enoturismo, fatto con l’obiettivo di avviare relazioni, scambi di buone pratiche e future collaborazioni. Per questo, accanto a Luigi Cau, presidente della Rete Enoturismo Sardegna RES, all’evento di presentazione hanno preso parte, Chiara Astolfi, Direttrice di Destinazione Romagna, e Fausto Faggioli, Presidente della Commissione Nazionale Turismo della CIM – Confederazione Italiani nel Mondo. «La sfida principale oggi è passare da una somma di eccellenze individuali a un sistema organizzato capace di parlare con una sola voce – dichiara Luigi Cau, presidente della Rete Enoturismo Sardegna RES –. Con questo progetto di rete vogliamo costruire strumenti concreti per integrare l’attività produttiva con quella turistica, offrendo alle imprese nuove opportunità di sviluppo e contribuendo a rendere la Sardegna una destinazione enoturistica riconoscibile». Fausto Faggioli, Presidente della Commissione Nazionale Turismo della CIM – Confederazione Italiani nel Mondo Oggi il valore non è più solo nel prodotto, ma nell’esperienza complessiva che un territorio è in grado di offrire. L’errore più comune è pensare che basti avere delle eccellenze e non aver necessità di costruire un racconto e un sistema intorno. L’enoturismo funziona quando diventa relazione, identità e capacità di accoglienza. «Portiamo la nostra Romagna in un confronto con gli operatori della Sardegna che credono come noi che il prodotto enogastronomico sia strumento e veicolo per la promozione del territorio – sottolinea Chiara Astolfi, direttrice di Destinazione Romagna – Insieme crediamo che attraverso il confronto, mettendo know how competenze, professionalità e formazione, possiamo davvero distinguerci. In un momento in cui le scelte di viaggio vengono fatte anche con l’intelligenza artificiale è importante creare suggestioni uniche e portare ciascuno la propria identità».   IL PROGETTO   Il progetto si sviluppa come un vero e proprio circuito diffuso su scala regionale, che attraversa territori tra loro diversi per caratteristiche paesaggistiche, identità culturale e tradizioni enogastronomiche. Dalle aree costiere a quelle interne, la rete valorizza questa diversità come elemento distintivo, costruendo un’offerta integrata in cui ogni territorio contribuisce con le proprie specificità. L’insieme di queste esperienze rappresenta il valore dell’offerta RES, capace di raccontare la Sardegna nella sua pluralità e autenticità. Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la dimensione sociale del progetto: in un contesto spesso segnato da individualismi tra operatori e imprese, la Rete Enoturismo Sardegna introduce una forma associativa che favorisce collaborazione, condivisione di competenze e crescita comune, contribuendo a superare alcuni dei principali ostacoli allo sviluppo del settore. Per la prima volta, dunque, si sta costruendo una rete che nasce dal basso e unisce realtà diverse per dimensione e produzione in tutta la regione. L’obiettivo è duplice: da un lato creare nuove opportunità di reddito per le imprese vitivinicole, dall’altro contribuire alla destagionalizzazione dei flussi turistici, ampliando l’attrattività della Sardegna oltre il turismo balneare. Tra le attività di progetto già avviate: percorsi di formazione per gli operatori, azioni di animazione territoriale e iniziative di confronto internazionale. Nei mesi scorsi, 14 operatori vitivinicoli sardi hanno partecipato a un educational tour nella Rioja Alta, uno dei principali modelli europei di enoturismo, mentre è già in programma una visita studio a Bordeaux. La partecipazione al Vinitaly rappresenta il primo momento di presentazione pubblica nazionale del progetto e un passaggio strategico per posizionare la Sardegna all’interno dei circuiti dell’enoturismo, avviare confronti e nuove relazioni e costruire partnership. Il percorso proseguirà sino a novembre con l’obiettivo di consolidare il modello entro il 2026 e ampliare progressivamente la rete, mantenendo un approccio selettivo orientato alla qualità dell’offerta. La Redazione
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Otto+ottO. Due Eventi raccontati in sedici vini. Arrow Right Top Bg

16 Aprile, 2026

Otto+ottO. Due Eventi raccontati in sedici vini.

IL COSA E IL DOVE Nel quadro del sempre troppo vasto calendario romano degli Eventi enoici si sono inquadrati anche gli appuntamenti proposti dall’instancabile GoWine e da Fondazione Italiana Sommelier. Il primo ha riempito le sale dello STARHOTELS METROPOLE per la seconda giornata dedicata all’Edizione 2026 della Guida CANTINE D’ITALIA mentre la seconda ha dato appuntamento ai winelovers romani nell’iconica cornice del ROME CAVALIERI WALDORF ASTORIA per il 47° FORUM DELLA CULTURA DELL’OLIO E DEL VINO. GoWine ha portato in degustazione le etichette di circa trenta Aziende in rappresentanza di quattordici Regioni italiane; trenta Aziende tra famose e meno note che ben rappresentano quanto la Guida propone, la scoperta cioè di nuovi Territori guidati dalla bussola del vino di Qualità prodotto da chi, attento a Storia e Tradizioni, si premura di comunicarle al consumatore attento e curioso. Più complessa invece la proposta della F.I.S. che, a latere del convegno “DA ARTUSI A VERONELLI, L’EVOLUZIONE DELL’ENOGASTRONOMIA ITALIANA”, ha proposto in assaggio oltre duecentocinquanta oli EVO (tutti quelli insigniti delle 5 GOCCE dalla Guida BIBENDA) e i vini di ventinove Aziende selezionate dall’enologo Vincenzo Mercurio tra quelle da lui seguite. Nelle righe che seguono potrete trovare sedici “consigli per l’assaggio”, otto vini scelti tra quelli degustati da GoWine e otto tra quelli proposti dalla F.I.S. (nessun EVO perché…perché quel giorno m’ero messo in testa di assaggiare il lavoro di Vincenzo Mercurio e basta). Voi dategli una letta ma, soprattutto, ASSAGGIATE! Siate Curiosi, SEMPRE! GLI ASAGGI GLI “OTTO” – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “TENUTA DEL CEPPETE 74” 2020 RISERVA, GUARDIANI FARCHIONE (ABRUZZO): un Montepulciano fresco, quasi tagliente, che si propone con note erbacee e balsamiche accostate con cura a dolci richiami di more di rovo e di gelso. Seguono garofani noce moscata, rugginosa ferrosità e amaritudini di radice che lasciano pensare più alla genziana che alla liquirizia. In bocca i tannini scalpitano e la sapidità conduce le danze accompagnata dal ritmico incedere di freschezze e morbidezze sino al finale dominato dai richiami di rabarbaro, tabacco e accenni di agrume. 87++ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “LAFÓA” 2023, COLTERENZIO (ALTO ADIGE): tra sambuco e salvia sbucano mela Fuji, pesca, lime, uva spina e un qualcosa di ortolano su uno sfondo di piccante, salina mineralità. Il sorso mostra grinta ed equilibrio lungo l’intero percorso gustativo, muovendosi tra affilata freschezza e profonda sapidità al ritmo dei richiami olfattivi in una atmosfera sottilmente fumé. 88+ Punti.   – BARBERA D’ASTI SUPERIORE DOCG “GENIO” 2023, GIANNI DOGLIA (PIEMONTE): prima ancora che le visciole e la prugna arrivano le note vegetali e amaricanti di felce e liquirizia tra richiami di terra bagnata, tabacco, lavanda e sottili peposità. Il sorso ha calore da vendere e freschezza che, un pochino in affanno, chiede aiuto ai tannini per tenere il passo e gestire con garbo un tenore alcolico tutt’altro che indifferente. 87++ Punti.   – BAROLO DOCG CANNUBI 2020, DAMILANO (PIEMONTE): un Barolo che si presenta al naso con inattese note di fieno, aneto e menta. Appena segnato da soffi di canfora propone poi prugne e ciliegie mature su uno sfondo di appena cuoio. In bocca è scorrevole ed equilibrato, più centrato sulla frutta, sembra quasi vergognarsi di quelle vegetali sottolineature che lo caratterizzano ma nulla può, nel finale contro tabacco, liquirizia e un tocco ortolano di quasi sedano. Giovane, troppo giovane per poterlo lodare, lo aspetto tra una decina d’anni e per adesso lo inquadro come un “nebbiolone” da tenere d’occhio. 88—Punti. – BAROLO DOCG “MERIAME” 2022, PAOLO MANZONE (PIEMONTE): profondo nel frutto, ruvido nel presentare ruggine, terra e radici, trova nella grinta con cui espone le note boschive la sua vera forza e, dopo essersi lasciato andare a un qualcosa di rosa essiccata si rilassa con una buona presa di tabacco. Sorso che impone attenzione e mostra grande feeling tra morbidezze e tannini, con una chiusura elegantemente minerale. Peccato non abbia ancora l’età. 89 Punti. – LANGHE DOC BARBERA “CADÒ” 2019, ANNA MARIA ABBONA (PIEMONTE): una Barbera “evoluta” forse un po’ restia ad aprirsi (almeno sulle prime) ma che si concede poi a freschi respiri di fiori freschi e frutta macerata, a dolci speziature e, in chiusura, a pensieri di cacao e caffè. L’assaggio procede su due binari paralleli che, struttura da una parte e freschezza e tannino dall’altra, sembrano incontrarsi laggiù, lontano, dove il sorso sembra finire. 88+ Punti.   – DOGLIANI DOCG SUPERIORE “SAN BERNARDO” 2019, ANNA MARIA ABBONA (PIEMONTE): da subito vegetale si rilassa poi sulle note più dolci di ciliegia e succo di mirtillo e, accennato alle viole, chiude a testa alta raccontando senza vergogna balsamicità di liquirizia e canfora. Il sorso ha sostanza da vendere e scorrevolezza impensata, compatto nella tessitura tannica, sapido, brioso, mai scontato e lungo…davvero lungo. Quando il Dolcetto decide di fare il Barolo… 89+ Punti (ma forse 90). – MALVASIA DI CASTELNUOVO DON BOSCO DOC “GILLI” 2024, CASCINA GILLI (PIEMONTE): sotto quella spuma che friccica vinosa nel calice si nasconde un cuore di gelso, mora e susina, ciliegioso si (sotto spirito) ma sfumato di mineralità, spezia e geranio. In bocca strizza l’occhio alla freschezza e affianca una sottile sapidità a quella nota piacevolmente dolce che disseta senza mai accennare alla stucchevolezza mentre tiene per il finale l’inatteso di una virgola vegetale. Pensate che il Moscato sia da “signorine”? Ecco l’alternativa! 89- Punti. I “+ OTTO” – FIANO DI AVELLINO DOCG 2023 RISERVA, DE GAETA (CAMPANIA): il naso ha il suo bel da fare per cercare di dirimere il nodo gordiano dei profumi fruttati, districandosi tra pera e mela, albicocca e melone bianco… E poi i fiori, di ginestra, gelsomino, acacia, tiglio… E ancora muschio, timo, spezie, mineralità, un appena di ridotto che quella nuvola di zolfo cerca di nascondere ma che in realtà regala rustica aderenza alla terra. In bocca regala freschezza acida e balsamica, raffinata sapidità, struttura massiccia e agile svincolo fino al sorso successivo e al finale che richiama a sé agrumi e mandorla. 88+ Punti. – IRPINIA DOC CAMPI TAURASINI 2014, DE GAETA (CAMPANIA): quando da una annata difficile ti aspetti un vino che ne sia figlio beh…eccone uno che conferma la regola facendo eccezione ad essa. Profondo nei suoi profumi di prugna e ciliegia, luminoso nel tratteggiare gerani e violette, brillante nel proporre la macchia mediterranea e misterioso nel raccontare l’oriente delle spezie. Il sorso lascia che freschezza e morbidezza si adoperino per frenare il morso alcolico e lasciare poi campo aperto a una austera sostanza, proposta con una dinamica inattesa e mantenuta con piglio fin nel finale di rimarchevole persistenza. 88+ Punti (con un altro + perché si). – TAURASI DOCG “DUECAPE” 2015 RISERVA, DE GAETA (CAMPANIA): la frutta spazia da quella a nocciolo a quella a guscio, proponendo ciliegie e noci passando per intermezzi di mela e strilli di arancia sanguinella. Rose e frutti di bosco precedono poi la freschezza delle erbe officinali mentre, chiudendo gli occhi, si ha netta la percezione di un Oriente speziato che introduce all’abbandono terziario di incenso, tabacco, liquirizia e tanto altro ancora. In bocca propone un sorso voluminoso, massiccio ma non opulento, di muscolare potenza e agilità sostenuta dalla viva freschezza e dai tannini in splendida forma. Chiude lunghissimo, in un erotico alternarsi di sale e frutta. Quasi 90 punti (ma “solo” quasi). p.s. mentre Vi tengo sulle spine dicendoVi di un Metodo Classico assaggiato “sottobanco” mi preme assegnare una nota di merito alle etichette, quelle “due cape” che sembrano guardarsi di sottecchi in un sottosopra che ben rappresenta il carattere dei vini prodotti. – CILENTO DOC AGLIANICO “PIETRALENA” 2022, CANTINE BARONE (CAMPANIA): ci vogliono calma e sangue freddo per accettare che questo aglianico scelga di raccontare sottovoce le rotondità della frutta per lasciare libero sfogo alla spigolosa arte oratoria del ginepro e dell’incenso, dei chiodi di garofano e dell’eucalipto mentre un brusio empireumatico riempie l’atmosfera. In bocca materia, freschezza e mineralità governano un sorso che l’elegante impalcatura tannica sostiene agilmente e che quella nota di rustica terra rende concreto. 89—Punti. – POMPEIANO IGT ROSSO “TIRSO” 2020, BOSCO DE’ MEDICI (CAMPANIA): olfatto scuro di frutti di bosco e marasche, liquirizia, caffè, chiodi di garofano, screziato di esplosioni pliniane di arancia sanguinella, garofani e gerani e ammantato di una profonda, sulfurea rusticità. In bocca mostra una netta sapidità, indecisa se propendere per le profondità minerali del vulcano o quelle panoramiche del golfo. Di equilibristica freschezza allunga il sorso giocando con i tannini ben svolti e i richiami fruttati dilungandosi forse un po’ troppo in inattese smancerie vanigliate. 90–Punti. – FIANO DI AVELLINO DOCG “PIETRAMARA ETICHETTA BIANCA” 2022 RISERVA, I FAVATI(CAMPANIA): pirico, sulfureo e appena cupo e terroso, mostra presto il proprio animo esuberante sciorinando nuances mentolate e resinose, agrumi, intrichi di macchia mediterranea e orientali speziature di curcuma e noce moscata. In bocca propone grande freschezza e inarrestabile progressione sapida a bilanciare una componente calorica che regala sostanza e materia. Chiude con pregevole lunghezza tra rimandi balsamici e di agrume. 89++ Punti. – TAURASI DOCG “TERZOTRATTO ETICHETTA BIANCA” 2015 RISERVA, I FAVATI (CAMPANIA): netta la sensazione di visciole in confettura e di prugna e forse ancor di più quelle balsamico-amaricanti di eucalipto, rabarbaro, tabacco, liquirizia e ginepro, con un appena di violetta a ingentilire il ruvido substrato pirico e ferroso. L’assaggio è un caldo e morbido abbraccio, scarno e privato di inutili sovrastrutture, che vive più dei tannini levigati dal tempo che delle morbidezze gliceriche e che predispone all’ascolto dell’eco dei rimandi olfattivi nel finale lungo e preciso dominato dalla sapida mineralità. 90+ Punti. – IRPINIA DOC CAMPI TAURASINI “LEO CUBANS” 2020, GIOVANNI CARLO VESCE (CAMPANIA): un po’ ciliegia c’è, magari macerata, sotto spirito, ma sono le freschezze di felce e lavanda, liquirizia e resina, eucalipto, chiodi di garofano e ginepro a colpire, quell’idea di after eight che sembra essere inglobata nel substrato vulcanico e sulfureo. Il sorso è un gioco a rincorrersi tra tannini e sostanza, goloso, scorrevole, mai sovradimensionato e soprattutto mai seduto (alla faccia del “leone che giace”) a ricordare l’olfatto accelerando sul timo e ammiccando alla scorza di limone. Un Aglianico forse “funky”, sicuramente per chi pensa che l’Aglianico possa essere anche “diverso”. 88++ Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a tutti, agli Organizzatori per avermi voluto ospitare ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di sopportarmi e quelli che mi hanno invece solo visto passare davanti al proprio tavolo. Sono state due giornate molto intense e ricche di spunti che costringeranno me ad approfondire diversi argomenti nei giorni a venire e Voi a leggere ancora le mie personalissime considerazioni.     Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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15 Aprile, 2026

Cascina Cuccagna. La città respira la campagna

A Milano, in zona Porta Romana, c’è una cascina settecentesca che negli anni è tornata a vivere e oggi è diventata uno dei luoghi più interessanti della città.
Cascina Cuccagna non è solo uno spazio recuperato.
È un punto in cui succedono cose: persone che si incontrano, progetti che prendono forma, attività che tengono insieme agricoltura urbana, cultura e quotidianità.
Varcato il portone, respiri l’aria di questo cambiamento, vedi con i tuoi occhi quello che accade.
Fuori la città continua a correre, dentro cambia il ritmo: corti, orti, alberi e tavoli costruiscono un tempo diverso, più lento ma concreto.
La cascina riapre nel 2012 dopo un lungo lavoro di recupero e da allora diventa un luogo vissuto, non solo frequentato.
È dentro questo spazio che nasce “Un posto a Milano”.
Non è semplicemente un ristorante.
È un progetto più ampio, dove la cucina convive con il bar, la foresteria, il mercato e una comunità che ruota attorno a un’idea chiara: mettere in relazione città e campagna senza forzature.
Alla base c’è un lavoro concreto sui produttori. Non una dichiarazione, ma una pratica. Il cosiddetto chilometro vero significa sapere da dove arriva ogni ingrediente, come è stato prodotto, da chi. Chef Nicola Cavallaro
Nicola Cavallaro arriva da una realtà agricola, e questa cosa nei piatti si sente.
Non è un concetto costruito dopo. È un punto di partenza: terra, prodotti, stagioni, lavoro.
Nel tempo il percorso si definisce. Prima Bologna, poi la cucina che diventa scelta. La formazione al Cordon Bleu di Londra e l’esperienza a bordo della Royal Caribbean allargano lo sguardo, ma non cambiano la direzione.
Quando arriva a “Un posto a Milano” nel 2012, trova il contesto giusto.
La sua cucina tiene insieme tradizione e lettura contemporanea senza forzature. I piatti restano leggibili, ma non banali. Funzionano perché sono costruiti su un equilibrio reale. Il Rito del Jazz
Il martedì sera Cascina Cuccagna cambia atmosfera.
Dal 2022 prende forma Il Rito del Jazz, progetto curato dall’associazione Musicamorfosi con la direzione artistica di Saul Beretta.
Non è solo musica dal vivo.
Sono due set, alle 19.30 e alle 21.30, che accompagnano la serata e trasformano lo spazio. La musica non resta sul palco: entra tra i tavoli, si mescola alle persone, diventa parte dell’esperienza. La degustazione
Durante la degustazione, alle 19:30 lo spazio si riempie di suono: sul palco Andrea Andreoli al trombone, Dario Spezia alla chitarra, Carlo Bavetta al contrabbasso e Matte Rebulla alla batteria, con il progetto My Family.
Le note accompagnano ogni portata, entrano tra i tavoli e costruiscono un ritmo che segue la cena.
Il vino
Cabernet Franc
Un rosso equilibrato, con note vegetali e speziate che accompagnano il percorso senza sovrastarlo.
Focaccina di avena e mais rostrato rosso di Ravetta, con gorgonzola, pere e crudo.
Il primo morso è diretto: dolce e sapido insieme. La focaccia è morbida ma con una base rustica, il gorgonzola spinge sulla cremosità, la pera alleggerisce, il crudo chiude con una nota salina più netta.
Mondeghili con maionese all’aglio e salsa verde.
Croccanti fuori, morbidi dentro. La carne resta succosa, la maionese aggiunge rotondità, la salsa verde porta freschezza.
Giardiniera fatta in casa.
Croccante, acida, pulita. Serve a rimettere ordine nel palato.
Risotto Carnaroli DOP di Baraggia biellese e vercellese selezione Zaccaria con salsa gremolada.
Il riso è preciso, con il chicco ben definito e una consistenza uniforme. La gremolada porta freschezza e alleggerisce il piatto nel finale.
Coscia d’oca in onto cotta a bassa temperatura con polenta di mais Rostrato Rosso di Ravetta e verdure di stagione ripassate con aglio, olio e peperoncino.
La carne è tenera e si apre facilmente. Il grasso accompagna senza appesantire. La polenta tiene insieme il piatto, le verdure riportano equilibrio.
Il dolce
Panettone con crema al mascarpone.
Soffice, profumato, senza eccessi.
A Cascina Cuccagna non si viene solo per mangiare.
È un luogo che tiene insieme cucina, musica e persone senza forzature.
E quando esci, quello che resta non è solo il ricordo dei piatti, ma il modo in cui hai vissuto lo spazio. Una esperienza che porti dentro e che non dimentichi. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere          
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Sotto il velo del flor. L’incanto senza tempo dell’Andalusia Arrow Right Top Bg

15 Aprile, 2026

Sotto il velo del flor. L’incanto senza tempo dell’Andalusia

  Andalusia, regione della Spagna dove si respira un’atmosfera sospesa tra cultura europea e araba, terra di vini unici e straordinari come lo Sherry ma anche di qualche bollicina interessante. Il mio viaggio comincia e finisce a Malaga, attraversando l’Andalusia in direzione Granada, Cordoba, Siviglia e Jerez de la Frontera, attraversando le esperienze religiose delle imponenti processioni della Semana Santa per arrivare alle più laiche e spensierate famose bodegas, dove, insieme alle tapas, si possono degustare vini locali spillati direttamente dalle botti. Le più note: Antigua Casa De Guardia, autentica, senza tempo ed affollatissima, a Malaga; Bodega Castaneda storica, atmosfera autentica e più tranquilla, a Granada; Bodegas Mezquita tradizione, buona cantina e tapas, a Cordoba; per finire a El Gallo Azul, storico, elegante e iconico, e Tabanco el Pasaje Sherry, Flamenco e tradizione a Jerez de la Frontera. In mezzo a questa atmosfera autentica e senza tempo ho scovato due bollicine interessanti che ho il piacere di raccontarvi: alla Bodega Castaneda di Granada il Lumé Brut Bodega Contreras Ruiz – Huelva, un Metodo Classico 100% Zalema, affinato 18 mesi sui lieviti nel cuore dell’Andalusia che si distingue per un profilo fresco e sapido con note di mela, fiori bianchi e crosta di pane, ideale per l’aperitivo e alla Bodega Mezquita di Córdoba il Robles Brut Nature 18 Bodegas Robles – Montilla, che è un originale Metodo Classico biologico da uve 100% Pedro Ximénez, affinato per 18 mesi in bottiglia. Si caratterizza per aromi di lievito, brioche e frutti tropicali, con un sorso strutturato, fresco e un finale armonioso dai richiami di liquirizia. Arrivo alla Bodega Tío Pepe un’icona del mondo dello Sherry, un connubio straordinario di tradizione e modernità in stile quasi Disneyano. La Bodega Tío Pepe è molto più di una semplice cantina … è proprio una realtà a sé, dove vino, ospitalità e cultura si intrecciano tra hotel, ristorante e spettacoli di flamenco equestre. Alloggio al Wine Hotel Tío Pepe, unico Sherry Hotel della regione, l’accoglienza è familiare ma formale e la camera con una splendida vista sulla Cattedrale di Jerez, il rooftop è da brivido e concede proprio l’effetto “Wow” con bar e piscina che permettono una visuale sublime sul centro storico. La mattina di Pasqua comincia la visita in cantina, l’inizio non è entusiasmante, un giro in trenino per la tenuta, molto, forse troppo turistico, ma riusciamo comunque a cogliere qualcosa di unico qui tra i filari. Il protagonista silenzioso è il suolo: l’Albariza. Di un bianco quasi accecante, questa terra calcarea possiede una straordinaria capacità di trattenere l’acqua durante i brevi periodi di pioggia, per poi rilasciarla lentamente nei mesi più aridi. È una riserva naturale che consente alla vite di sopravvivere e prosperare in condizioni climatiche estreme, regalando uve di grande equilibrio; il vitigno simbolo è il Palomino, varietà discreta che, proprio per questo, diventa la tela perfetta su cui il territorio può esprimersi con precisione assoluta. Entrando in bodega, la percezione cambia radicalmente. La luce si attenua, la temperatura si abbassa, e l’aria si fa densa di umidità e profumi sottili. Le alte navate custodiscono file ordinate di botti in rovere americano, disposte su più livelli. Qui il tempo non è lineare: è stratificato, circolare, vivo. È il regno del sistema Solera, il metodo di invecchiamento dinamico che rappresenta il cuore pulsante dello Sherry. La Solera non è soltanto una tecnica, ma una filosofia. I vini più giovani vengono progressivamente uniti a quelli più vecchi, in un processo continuo di travasi che crea una miscela complessa e armonica. Ogni bottiglia è il risultato di un equilibrio delicato tra annate diverse. Non esiste un’età definita nel senso tradizionale: ciò che conta è la profondità, la coerenza stilistica, la memoria che ogni sorso riesce a trasmettere. Ma è osservando la superficie del vino che si scopre uno degli elementi più affascinanti di questo universo: il velo di Flor. Si tratta di un sottile strato di lieviti che si forma naturalmente e che protegge il vino dall’ossidazione, trasformandolo lentamente. La sua azione conferisce al vino caratteristiche inconfondibili: note di mandorla, pane fresco, sensazioni saline e una freschezza vibrante. L’esperienza in Bodega si conclude con la rassegna delle produzioni più antiche o esclusive per le visite dei Reali di Spagna o del Papa; e con un po’ di storytelling: la botte autografata da Valentino Rossi, il bicchiere con scaletta di Pedro Ximenes per permettere anche ai topini di godere di questo nettare e si passa alla sala degustazioni. Tanto la Bodega è sobria e tradizionale quanto la sala degustazioni è moderna e colorata, ma molto stilosa. Nella degustazione guidata ci servono 6 vini, 4 tradizionali e 2 novità, andiamo per ordine. Partiamo dalle novità “Croft Twist Fino Spritz” è un rinfrescante British-Andalusian Spritz che miscela sapientemente il Fino Sherry con fiori di sambuco, limone e menta. Con la sua leggera effervescenza e il basso grado alcolico, offre un profilo aromatico agrumato e floreale perfetto per l’aperitivo; “Elisa Vino Blanco de Albariza 2024”, 100% Palomino Fino che cattura l’essenza gessosa dei terreni di Jerez senza l’uso di lieviti flor, si distingue per una spiccata mineralità marina, note di frutta a polpa bianca e una freschezza vibrante tipica dei vini di Albariza.   Ed arriviamo alla tradizione “Leonor Palo Cortado seco 12 anos” unisce l’eleganza aromatica dell’Amontillado alla struttura decisa dell’Oloroso, al palato è secco, persistente e sprigiona intensi sentori di nocciola tostata, mandorla e delicate note di quercia; “Alfonso Oloroso seco” invecchiato per otto anni, caratterizzato da un colore ambrato intenso e da una struttura robusta e vellutata, al naso e al palato dominano note decise di frutta a guscio, rovere e vani; “Solera 1847 Cream” Cream Sherry dolce e vellutato, nato dal blend di uve Palomino e Pedro Ximénez invecchiate per 8 anni, si distingue per il colore mogano scuro e gli aromi avvolgenti di uvetta, datteri, vaniglia e fichi, perfetti per i dessert; “Nectar Pedro Ximenes Dulce” dolce intensamente aromatico, caratterizzato da note profonde di fichi secchi, uvetta e datteri. Al palato è denso e vellutato, con una dolcezza mielata bilanciata da una piacevole freschezza sul finale. La forza della Bodega Tío Pepe risiede proprio in questa capacità di coniugare tradizione e contemporaneità. Da un lato, la fedeltà a pratiche secolari, tramandate di generazione in generazione, dall’altro, la volontà di raccontare lo Sherry a un pubblico nuovo, curioso, internazionale. In un mercato globale sempre più orientato verso vini immediati, lo Sherry rappresenta una scelta controcorrente perché richiede attenzione, invita alla scoperta, premia chi è disposto ad ascoltarlo. La visita in Bodega è finita ma non l’esperienza perché a questo punto si accede al Ristorante Pedro Nolasco, sempre all’interno della struttura; questo ristorante unisce enogastronomia ed architettura con una vista previlegiata sulla Cattedrale. L’ambiente è elegante e rilassato con dettagli legati al mondo del vino, la cucina propone tradizione andalusa rivisitata con un tocco contemporaneo. Il percorso gastronomico è pensato in abbinamento ai vini di Jerez. Tra i piatti proposti ho apprezzato dell’Hummus di anacardi con melanzane arrosto, vinaigrette di kalasparra e melograno abbinato ad un Vigna AB Amontillado come il Carciofo alla griglia con pesto shiitake, marmellata di pomodoro con rosmarino accompagnato con pane al timo ed i Calamari alla griglia marinati nella polpa di granchio ragno; mentre per la Tagliata di tonno rosso con cipolle e riduzione di Sherry Tio Pepe en rama stile Pietro Nolasco un Tio Pepe en Rama. Non resta nient’altro da raccontare di questa esperienza Andalusa, resta la sensazione di aver vissuto qualcosa di autentico, non solo una degustazione, ma un incontro perché lo Sherry, e in particolare un grande Fino come Tío Pepe, non è soltanto un vino: è un modo di raccontare il mondo.   Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne Arrow Right Top Bg

15 Aprile, 2026

Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne

  Conjuguer. Coniugare, mettere insieme, fare accordo di voci. La grammatica spesso è una metafora della vita. Difficilmente riusciamo a fare grandi cose da soli. Anzi, direi mai. L’unione fa la forza direbbero quelli bravi. Non qualcosa di banale e scontato ma una profonda verità della quale spesso ce ne si dimentica. Ad esempio quando si parla del vignaiolo, di colui che è l’artefice di grandi vini. Ho conosciuto rarissimi casi di one man band. In tutti gli altri, anche se ci si professava come unici artefici, in realtà è sempre stato un concerto. In Champagne, a Passy-Grigny, nella Vallée de la Marne, c’è una cooperativa che ha fatto di questa parola la propria filosofia da quasi cent’anni. Nel mondo del vino, alcune storie, assomigliano alle favole. Non perché siano false, ma perché hanno quella struttura archetipica che le rende universali. Un prete generoso e visionario, un villaggio di vignerons che sopravvivono vendendo uve agli altri, la tavola come luogo di rivelazione. L’idea. Conjuguons nos savoir-faire! Uniamo i nostri saperi.  Nel 1929, mentre il mondo stava per sprofondare nella Grande Depressione, l’Abbé Aimé Caudron riuniva ventitre vignaioli di Passy-Grigny intorno a un progetto cooperativo che avrebbe cambiato per sempre la loro storia.  Oggi quella storia la racconta, con la precisione di chi la porta nel sangue e la leggerezza di chi ama il proprio lavoro, Gersende Carquex, Export Manager di Dom Caudron, il marchio che porta il nome del prete epiculeo come una bandiera. Champagne Experience a Bologna è l’occasione per conoscere tanti produttori. Io rimango affascinato dal sorriso di Gersende. Quel tipo di sorriso che mette subito a proprio agio. Non è la cordialità di facciata di chi fa pubbliche relazioni. È qualcosa di più genuino, la disponibilità di chi è convinto di quello che fa e vuole che tu lo capisca davvero. Dom Caudron: un abate, una cooperativa, un gesto che diventa futuro Dom Caudron nasce nel 1929. Un abate del villaggio, Aimé Caudron, decise di aiutare i vignaioli. All’epoca vivevano vendendo solo uva. Lui li convinse a unirsi per produrre il loro Champagne. Non è un inizio epico, ed è proprio questo a renderlo potente. Un gesto concreto, mille franchi, un torchio, qualche strumento e, soprattutto un’idea: insieme si può fare qualcosa che da soli non esiste. Passy‑Grigny, Vallée de la Marne è un paese incastonato tra colline morbide, oggi abitato da circa novanta famiglie di vignaioli che condividono non solo un marchio, ma una visione. Dom Caudron nasce così: non come Maison da imporre, ma come voce collettiva. E forse è per questo che, ancora oggi, non ha bisogno di alzare il volume. Siamo una cooperativa, ma forse la parola cooperativa, in Italia, evoca qualcosa di generico, di anonimo. Noi siamo, il contrario. Ha ragione. Il problema con la parola “cooperativa” è che nel mondo del vino di qualità è spesso usata come sinonimo di produzione industriale, di livellamento verso il basso. Dom Caudron è esattamente l’antitesi di questo pregiudizio. Novanta famiglie di vignaioli, tutte radicate attorno a Passy-Grigny, più di 130 ettari sui versanti della Vallée de la Marne e un’ossessione condivisa: il Pinot Meunier. Il Meunier Bisogna fermarsi un momento su questo nome. Nella gerarchia non scritta dello Champagne, il Meunier è sempre stato il terzo incomodo. Il fratello minore di Chardonnay e Pinot Noir, il vitigno delle zone fredde e difficili, quello che matura prima ma viene considerato meno nobile, meno adatto all’invecchiamento, meno degno di stare in etichetta da solo. Per decenni, le grandi maison l’hanno usato come ingrediente anonimo negli assemblage senza mai metterci la firma sopra. Quando poi il mondo del vino iniziò a cercare autenticità, territorialità, identità precise invece di profili standardizzati, proprio il Meunier, fruttato, diretto, con quella fragranza che ti porta direttamente nella vigna, ha trovato la sua rivalsa. Dom Caudron questa rivalsa l’aveva anticipata. O meglio: non l’aveva mai abbandonata. Passy‑Grigny e il Pinot Meunier. È il territorio che decide lo stile Qui siamo nella Vallée de la Marne e il Meunier non è una scelta di marketing. È semplicemente il vitigno giusto. L’80% del vigneto di Dom Caudron è Pinot Meunier. Un dato che altrove sarebbe una nota tecnica, qui diventa identità. Suoli argillo‑calcarei, esposizioni differenti, nebbie mattutine, una freschezza naturale che permette al Meunier di esprimersi senza essere corretto. Gersende lo descrive come un vitigno empatico, capace di adattarsi e cambiare voce. Ci definiamo conjugueurs de Meunier. Specialisti del Meunier perché lo decliniamo in molti modi diversi. Puro, in legno, da vecchie vigne. Il nostro obiettivo è far assaggiare il Meunier in tutte le sue sfumature. Non un dogma, ma una grammatica. Una gamma costruita per mostrare come questo vitigno possa essere interpretato in modi completamente diversi. Dal più accessibile e immediato fino ai prodotti più complessi, con anni di sosta sui lieviti. Gersende prova una certa soddisfazione quando ne parla. È come aver scommesso su un underdog che invece emerge. Vinificazioni parcellari e precisione: la tecnica come atto di rispetto Dieci anni fa abbiamo fatto uno studio approfondito del sottosuolo e poi abbiamo investito in micro‑vinificazioni per parcella. La frase chiave arriva subito dopo. Così il nostro chef de cave, quando assembla, sa esattamente cosa sta cercando. Una tecnica che non è mai esibizione. Semmai un ascolto organizzato così che ogni parcella resta separata il più a lungo possibile, ogni vino arriva all’assemblaggio con una voce riconoscibile. Il risultato non è la complessità fine a sé stessa, ma la chiarezza. Noi vogliamo Champagne che si bevano. Che ti facciano venire voglia del secondo bicchiere. Sei champagne, tutti espressione di Passy-Grigny, tutti fondati sul Meunier come protagonista. C’è il brut come porta d’ingresso, la purezza zero dosage, il blanc de noirs in cui il Meunier si racconta senza mediazioni e poi la grande cuvée vintage, metà Meunier, metà Chardonnay che riposa dieci anni sui lieviti prima di essere messa in commercio. Dieci anni. In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, immediato, consumabile, c’è qualcosa di quasi rivoluzionario in questo. Il vino deve aspettare. Abbiamo anche una riserva in cantina che ancora non abbiamo lanciato. Il goal non è lanciarla per lanciare.  È lanciarla quando sarà pronta. E non lo è ancora. Questa pazienza mi colpisce ogni volta che la incontro nei produttori che rispetto davvero. È la stessa cosa che mi diceva, qualche settimana fa, un vignaiolo abruzzese. Non è il mercato a dettare i tempi della vigna e della cantina, ma è la cantina, quando  pronta, a presentarsi al mercato. Un lusso che non tutti possono permettersi, certo. Ma è anche, spesso, la differenza tra chi fa vini grandi e chi fa vini semplicemente buoni.  Dom Caudron Extra Brut È il Meunier nella sua forma più pura e verticale Per me l’Extra Brut è il modo migliore per capire Dom Caudron. È la purezza del Meunier. È anche la mia perché amo sentire il vitigno nella sua espressione più pura.  Infatti arriva nel calice arriva immediato, senza preamboli. Al naso è scorza di limone, zest, pompelmo, poi una mandorla netta, asciutta, quasi severa. C’è qualcosa che ricorda il rame, la pietra viva, e una profondissima sensazione calcarea. In bocca il perlage è fine, delicato, mai aggressivo. L’agrume pulisce in modo quasi chirurgico, la sapidità accompagna senza allargarsi. E poi, sul finale, ritorna quella mandorla amara, precisa, identitaria. È un Meunier che non cerca compromessi. Un vino che non ti prende per mano: ti guarda, e basta. Dom Caudron Épicurienne Vecchie vigne e piacere: il lato più carnale del Meunier Épicurienne nasce da vigne di oltre cinquant’anni. È una cuvée più ampia, più generosa. Più da tavola. Il colore è luminoso, quasi ambrato. Il naso è un’esplosione controllata di grande pasticceria: brioche, marmellata di albicocche, poi agrumi maturi come arancia e mandarino. Poi un floreale che ripulisce e apre il bouquet. C’è gesso, frutta secca, profondità. In bocca il perlage è finissimo, ma la materia diventa voluttuosa. Gli 8 g/l di dosaggio non appesantiscono: danno corpo, stabilità. L’agrume non è più teso, ma largo, avvolgente. La bocca resta sorprendentemente pulita, come se il vino avesse una sua capacità di rimettere ordine. Il finale, lievemente mandorlato, evita qualsiasi stucchevolezza. Resta una sensazione quasi masticabile, carnale, come un’albicocca che si è fatta polpa. Dom Caudron Cornalyne Brut Il Meunier e il legno: equilibrio, profondità, dialogo Cornalyne è il Meunier che incontra il fût. Ma senza perdere se stesso. Qui il registro cambia, si arrotonda. Al naso emergono pere mature, fragoline di bosco, more, lamponi. Una nota floreale delicata, poi una vena gessosa che fa da spina dorsale. L’insieme ricorda una piccola pasticceria: crema, frutti rossi, una tartelletta elegante. La mandorla resta, ma più morbida, sfumata. In bocca il perlage è ancora finissimo, ma la struttura cresce. La frutta si espande, la mineralità allunga il sorso, la persistenza diventa più profonda. È uno Champagne gastronomico, ma mai pesante. Si beve con naturalezza, con una facilità che non rinuncia alla profondità. Il finale, lievemente mandorlato, aggiunge una nota di civetteria elegante. È uno Champagne che sta benissimo a tavola, ma soprattutto in compagnia. Vogliamo che i nostri champagne siano accessibili. Che si possa finire il bicchiere e volerne un altro. Che siano gastronomici senza essere pesanti. Per questo facciamo fermentazioni a basse temperature che magari perdono un po’ di velocità, ma  guadagnano in freschezza conservando quella leggerezza che per noi è identità. Freschezza come stile. Non come mancanza di struttura, ma come scelta precisa di campo. In un panorama champagnistico che negli ultimi anni ha abbracciato con entusiasmo i vini ossidativi, i lunghi affinamenti, i dosaggi azzerati che portano a Champagne bellissimi ma non sempre bevibili senza riflessione, la scelta di Dom Caudron di puntare sulla piacevolezza diretta è, paradossalmente, originale. Gersende parla dell’Italia con un affetto genuino.  Siamo distribuiti da Bolis, in Lombardia. Uno dei distributori più seri del Paese. L’Italia è uno dei nostri mercati più forti. Mi fa sempre piacere sentire, questo. Molti produttori stranieri arrivano in Italia non perché sia un mercato facile, ma perché la cultura del vino qui è profonda, gli intenditori sono esigenti, e quando un prodotto funziona, funziona davvero. Tra meno di un anno saremo centenari. Stiamo preparando qualcosa di speciale per questo anniversario. Una cuvée che è ancora sui lieviti, che uscirà per i cento anni.»  1929-2029. Quasi un secolo di storia cooperativa, quasi un secolo di Meunier coniugato in tutte le forme possibili. Non è poco. C’è una cosa che mi chiedo spesso, di fronte a storie come questa: quanto pesa l’origine cooperativa nell’identità di un marchio? Quanto è difficile, nel mondo contemporaneo del vino, dove il racconto del produttore-artigiano singolo ha conquistato ogni forma di comunicazione, raccontare la bellezza di qualcosa che nasce dalla somma di tante storie individuali? Dom Caudron ha trovato la risposta nell’idea stessa di “coniugare”, non l’omologazione, ma l’armonia delle differenze. L’Abbé Caudron, epicureo visionario, aveva capito che la tavola condivisa è più ricca della cena solitaria. Ogni bottiglia di Dom Caudron porta dentro di sé novanta famiglie, centinaia di appezzamenti, generazioni di sapere accumulato sulle colline della Vallée de la Marne. E Gersende Carquex, con la sua calma entusiasta, è la voce che porta tutto questo nel mondo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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La Staffa. Riccardo, vedere il punto di arrivo Arrow Right Top Bg

14 Aprile, 2026

La Staffa. Riccardo, vedere il punto di arrivo

  Ci sono delle storie che sembrano dei film. Quella di Riccardo Baldi è senz’altro toccata dalla magia, dove tutto si incastra alla perfezione, dove tutto sembra un copione scritto da chi vuole commuovere, stregare e conquistare lo spettatore. Siamo a Staffolo, nei Castelli di Jesi, il destino nel nome: la leggenda romantica vuole che derivi da Staphilo, figlio di Dionisio, e a noi piace la leggenda romantica! L’areale è tra i più antichi e vocati di tutti i Castelli di Jesi, un poggio che domina tre valli, la valle dei fiumi Esino, Musone e Misa, e qui il Verdicchio si fa praticamente da sempre. Crescere in un borgo meraviglioso come questo, in cima ad una collina e in mezzo alla natura ti lega fortemente al territorio e così è accaduto anche per la famiglia di Riccardo che nel 2004 rileva a Contrada Castellareta, da un parente, una casa colonica con due ettari circa di vigneti, il pallino di suo padre. Fare qualcosa in campagna, coltivare un pezzo di terra. Avendo due ettari di vigneti inizia a fare vino dedicando tanto impegno, tanto tempo e lavoro, e Riccardo lo segue. Andavo a scuola con la corriera che passava alle 6.50, venivo sempre ad aiutare il sabato e la domenica, ed oltre la vendemmia spesso d’inverno venivamo a fare i travasi dopo cena, durante la settimana e stavamo in cantina fino alla mezzanotte e mezza, poi alle 6.30 dovevi svegliarti per andare a scuola. Però….c’era già una mira di fare un Verdicchio di qualità. Poi le cose accadono, sempre succedono e mai per caso. Accade che incontrano e conoscono Umberto Trombelli, enologo braccio destro di Giacomo Tachis e consulente di numerose firme  tra le più prestigiose dell’enologia italiana. Ma che senso avrebbe per un personaggio di questo calibro aiutare, collaborare con una cantina di soli due ettari, portata avanti con fatica da un padre ed un figlio quindicenne, senza uno storico e, all’epoca, probabilmente senza un futuro? Una intuizione. Ha visto una possibilità, forse proprio negli occhi scintillanti di Riccardo, ancora grezzi ma vivi di magia. Una maggior qualità richiede però un maggior impegno, gli sforzi sono già tanti, troppi, ed il padre nel 2009 decide che quella sarebbe stata l’ultima vendemmia. Il 2009 è però anche l’anno della fine del Liceo e l’inizio dell’Università, per uno studente una estate più lunga sino ad ottobre, giusto il tempo della vendemmia che Riccardo decide di fare in prima persona. Punto. Da qui ha inizio un’altra storia. L’essere finalmente in prima persona a decidere, organizzare, fare, dissolve i dubbi che Riccardo poteva avere, resta ammaliato dal fare vino Mi ha molto affascinato il fatto che il vino comunque tu lo pensi, lo ragioni, non è mai una ricetta, c’è sempre l’elemento dell’imponderabile che ti dà quel pizzico di sale in più nella vita. Perché tu fai tante cose, ti impegni tanto, organizzi tutto e poi alla fine ti trovi un prodotto che non sei riuscito a pensare sulla carta, ci può essere la variabile della vendemmia o della fermentazione, elementi della natura. La decisione è immediata e trova nella famiglia la forza ed il coraggio di pensarsi viticoltore, a diciannove anni! E’ il premio più grande per un padre che consegna il suo sogno a suo figlio, con la serenità e la consapevolezza di vederlo compiuto. E poi….e poi gli Incontri Con Uomini Straordinari non sono ancora terminati, Riccardo incontra e frequenta con assiduità Lucio Canestrai, anima della cantina Fattoria Coroncino di Staffolo, icona assoluta del Verdicchio e impollinatore di idee nuove, stravolgenti, spesso controcorrente, per esempio sui tempi di vendemmia spinti fino alla maturazione piena più un po’, rese per ettaro drasticamente contenute, tra i primissimi a metà anni 80 del secolo scorso ad avere una visione agronomica per i suoi vigneti, insomma una persona che non segna regole ma disegna traiettorie nuove, in anticipo. Un incontro profondo per Riccardo, per il suo background di viticoltore e tanto per l’aspetto umano di Lucio, ed il suo ricordo emoziona: Lucio purtroppo è mancato nel 2021, è stata una perdita tremenda, però è stata una persona che a me ha veramente dato tantissimo. Succedeva che  quasi tutti i giorni verso le quattro e mezza chiamavo Lucio, dicevo “Lucio che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù” e andavo a casa sua, chiacchieravamo, ci bevevamo una bottiglia di vino, parlavamo di tutto, di vino. E’ stata una conoscenza, una frequentazione per me fondamentale. Io volevo fare vini di qualità e Lucio è stato il primo passo, un grande passo. Grazie a lui ho capito come ragionava una azienda di qualità, cosa era la qualità, come parlare della qualità. Lucio è stato uno degli incontri più importanti. E quando tutto si incastra alla perfezione significa che le stelle ti stanno guidando, il 2021 è l’anno della scomparsa di Lucio Canestrai, quindici anni prima con il suo Verdicchio Gaiospino era riuscito ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, riconoscimento che proprio nella guida del Gambero Rosso 2021 torna a Staffolo, assegnato a Riccardo, alla Staffa con il suo Verdicchio Classico Riserva Rincrocca, e sempre nel 2021 a 31 anni Riccardo vince il premio come Best Winemaker Under 35 promosso dalla rivista Food&Wine. Che dire….Dio non gioca a dadi. E forse beve Verdicchio! In cantina e nei vigneti nulla è lasciato al caso, dai corsi di potatura Simonit&Sirch che permettono per esempio la continuità del flusso linfatico all’interno della pianta senza brusche interruzioni rendendola meno vulnerabile alle malattie del legno, alla realizzazione di piedi di fermentazione con lieviti spontanei per un maggior controllo della fermentazione finale. Facciamo piede di fermentazione, perché la spontanea pura non è il mio modo di lavorare, non ci credo, è esageratamente casuale. Significa abbandonarsi ad una natura predatrice che non ha nessun interesse a fare un vino di qualità ma ad alimentare i batteri. Sarebbe un’esaltazione dell’errore e del pressapochismo. Mentre se si ha una conoscenza tecnica molto alta in quello che si sta facendo, si riesce a lavorare bene senza bisogno di prendere delle scorciatoie, senza bisogno di utilizzare prodotti chimici per arrivare ad un obiettivo, quando la natura stessa può darti quell’obiettivo. Beh, è tempo di iniziare ad assaggiare i vini della Staffa. Il primo è Mai Sentito, un vino frizzante sui lieviti rifermentato in bottiglia, un metodo ancestrale, il primo di tutto l’areale, 80% Verdicchio con il saldo di Trebbiano, per Riccardo è Il suo innamoramento per l’Emilia ed i suoi Lambruschi. I lieviti presenti in bottiglia velano un po’ il colore che rimane giallo paglierino, i sentori sono quelli tipici del Verdicchio con frutta gialla, agrumi tra limone e cedro, fiori bianchi di campo, fieno, i lieviti fanno emergere delicatamente il sentore di crosta di pane, mi sembra di cogliere anche una nota balsamica, la bollicine è perfettamente adatta a questo stile di vinificazione, è bella vivace. Più sapido che acido in bocca scivola molto agile e con grande freschezza. Ottimo apristrada per le altre etichette della cantina. Il secondo vino è La Staffa 2024, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, dopo la fermentazione e l’affinamento si assembla partendo da 14 serbatoi differenti, uno per ogni esposizione dei vigneti tutti a Staffolo. Siamo sempre su un giallo paglierino con riflessi verdolini, con aromi di frutta a polpa bianca di pesche e mela, l’agrume lo riconosco nel lime, ancora il fieno secco e fiori di camomilla, emerge anche una buona mineralità di pietra focaia, si sente bene, trovo bilanciate l’acidità e la sapidità che portano il sorso lungo e in progressione. Il terzo assaggio è Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva Rincrocca 2022, uno dei due Cru della cantina vigneto Contrada Castellareta, l’altro è Selva di Sotto. Notevole, molto notevole! Viene da un vitigno piantato nel 1972, fermenta in cemento e sempre in cemento si eleva per 12 mesi, imbottigliato si affina per 24 mesi prima della commercializzazione. Ancora un giallo paglierino più intenso, molto luminoso, ha una trama sensoriale complessa e molto ben definita che va dai fiori di sambuco alla mineralità calcarea e della focaia, alle erbe aromatiche di timo e di leggera salvia, esce bene l’aspetto balsamico ed è netta la mandorla, è un vino energico bello verticale e di lunga persistenza, il secondo sorso definisce ancora meglio tutti i sentori, trovo anche in questo vino una maggior sapidità rispetto all’acidità. Gioca con il tempo, ne vuole parecchio per esprimersi al meglio. Elegante, potente, complesso, definito. L’ultimo vino che assaggiamo è un Marche IGT Rosato da uve di Montepulciano, Euphoria 2024. E’ un vino gioioso, di un rosa confetto e il colore anticipa già la delicatezza del gusto, melograno, ribes, lamponi, frutti suadenti dall’anima acida, elegante anche all’olfatto con rosa canina in evidenza insieme ad un gelsomino scarico. Noi lo abbiamo abbinato di sera ad una insalata di finocchio, mela, salmone affumicato e gamberi, e….stava perfettamente a suo agio. Raffinato ed estremamente beverino. Salutiamo Riccardo portando con noi tante cose, i suoi occhi scintillanti e vividi, la lucidità, l’entusiasmo e il coraggio di un ragazzo di 19 anni con la sua volontà di imparare, e proprio ripensando alla sua strada, ai suoi 19 anni Riccardo, ora che ne ha 36, mi da l’occasione per riprendere le parole di un altro grande viticoltore, Valdostano, Giorgio Anselmet “Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai”. Proprio così, la passione nega l’esistenza del tempo e nega la fatica trasformandola in attesa, ti fa vedere solo il punto di arrivo, non la strada da fare. E chissà che tra qualche anno un ragazzo di 19 anni…”Riccardo che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù”. Dopotutto è in debito con la magia.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Loquis porta il travel podcasting a Vinitaly 2026: focus su enoturismo e valorizzazione delle cantine Arrow Right Top Bg

13 Aprile, 2026

Loquis porta il travel podcasting a Vinitaly 2026: focus su enoturismo e valorizzazione delle cantine

  Nuove modalità di racconto per il mondo del vino: contenuti audio geolocalizzati e storytelling digitale al centro dell’esperienza in cantina   Loquis, la prima piattaforma al mondo di travel podcast geolocalizzati – che nel corso del 2025 ha superato i 10 milioni di ascolti complessivi e gli oltre 2,2 milioni di ascoltatori unici – sarà presente a Vinitaly 2026, in programma a Verona dal 12 al 15 aprile, per presentare le potenzialità del travel podcasting applicato al mondo del vino e dell’enoturismo. All’interno della più importante manifestazione internazionale dedicata al settore vitivinicolo, Loquis porterà la propria visione su come i contenuti audio geolocalizzati possano diventare uno strumento concreto per valorizzare le cantine, i territori e le filiere produttive, trasformando la visita in un’esperienza narrativa e immersiva. Attraverso podcast ascoltabili direttamente nei luoghi di produzione, le aziende vinicole possono raccontare la propria storia, i processi produttivi, il legame con il territorio e le persone che ne fanno parte, arricchendo l’esperienza dei visitatori e creando nuove forme di connessione con il pubblico. La partecipazione a Vinitaly sarà anche l’occasione per presentare “Wine Stories – La voce della tua Cantina”, un servizio che consente a imprenditori, enologi e produttori di raccontarsi attraverso contenuti audio geolocalizzati, integrando lo storytelling nelle strategie di accoglienza e promozione. Un approccio che si inserisce in un contesto in cui l’enoturismo è sempre più percepito come leva strategica per le aziende vitivinicole, chiamate a strutturare esperienze capaci di generare valore, relazione e fidelizzazione. Il tema sarà al centro anche di uno degli appuntamenti in programma all’interno di Vinitaly Tourism, l’area dedicata all’enoturismo: domenica 12 aprile alle ore 11:30 Bruno Pellegrini, CEO di Loquis, interverrà nel panel “Progettare l’Enoturismo: trasformare l’ospitalità in unità strategica di business per le cantine”, a cura di Silvia Ghirelli, docente e consulente di Wine Hospitality, insieme ad altri esperti del settore. L’incontro sarà dedicato all’evoluzione dell’accoglienza in cantina, sempre più orientata a modelli strutturati, misurabili e integrati con il turismo, con un focus su strumenti, processi e opportunità di sviluppo per le imprese del comparto. In un contesto in cui l’enoturismo rappresenta una leva di sviluppo strategica per le aziende vitivinicole e per i territori, Loquis si propone come abilitatore di nuove forme di fruizione e racconto, capaci di unire tecnologia, contenuti e esperienza diretta. La partecipazione a Vinitaly si inserisce in questo percorso, con l’obiettivo di dialogare con operatori del settore, cantine e stakeholder e contribuire alla costruzione di modelli innovativi per la valorizzazione del patrimonio enologico italiano. Per maggiori dettagli su tutte le altre soluzioni già disponibili in merito allo sviluppo dell’enoturismo, è possibile consultare i seguenti link dedicati: Genius Loquis – https://www.loquis.biz/it/genius-loquis-new/ Open Winery – https://www.loquis.biz/it/open-winery-new/ Loquis è la prima piattaforma di podcast dedicata ai viaggi, gratuita e accessibile a tutti da Mobile App e Sito Web www.loquis.com. Loquis è a tutti gli effetti un atlante sonoro che arricchisce l’esperienza del viaggio. I podcast di Loquis sono geo-localizzati, disponibili in 7 lingue, suddivisi in migliaia di canali creati da travel podcaster, travel bloggers, associazioni ed esperti appassionati dei luoghi, ma anche da centinaia di istituzioni locali, consorzi eno-gastronomici, concessionari stradali e ferroviari, editori. Loquis connette le persone con i territori e la loro cultura, promuovendo un nuovo modo di viaggiare, più consapevole e sostenibile, utilizzando in maniera umanistica le nuove tecnologie e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Il Loquis Labs, il centro di innovazione e sviluppo del progetto, è sulla frontiera nell’adozione dell’AI e dell’AR nel settore dei viaggi mentre la Loquis Factory, l’hub di produzione specializzato in travel podcast, riunisce un network internazionale di travel podcaster, autori e autrici, speaker e sound designer. La Loquis Factory offre supporto e strumenti professionali a chi vuole trasformare la propria idea creativa in un prodotto di alta qualità. Il progetto Loquis è nato da un’idea di Bruno Pellegrini, pioniere dell’innovazione digitale in Italia, e sostenuto da importanti fondi ed investitori privati italiani. La Redazione
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Sorsi di Bellezza in Franciacorta. L’iniziativa di Freccianera e BE Cosmetics Arrow Right Top Bg

13 Aprile, 2026

Sorsi di Bellezza in Franciacorta. L’iniziativa di Freccianera e BE Cosmetics

  Ci sono Aziende che fin dalla loro fondazione mostrano una spontanea predilezione per il Bello. Una di queste è Fratelli Berlucchi, che durante il Festival di Primavera del 14 e 15 marzo ha valorizzato la sua “Collezione Freccianera” di Millesimati Extra Brut, Satèn, Rosé e Nature in un percorso multisensoriale dedicato al benessere. Ho accettato l’invito all’evento “Sorsi di Bellezza”, curiosa d’iniziare la primavera attraverso un nuovo punto di vista, quello della bellezza che nasce dal territorio… e ne sono rimasta entusiasta! La degustazione si è trasformata in un viaggio completo: mentre il vino stimolava l’olfatto e il gusto, le formulazioni cosmetiche raccontavano un’altra espressione della stessa materia prima d’origine, l’uva, trasformando l’esperienza in un racconto coerente di eleganza e naturalità. In un concerto a quattro mani, Renato Della Bartolomea, direttore commerciale di Freccianera e Jenny Volpi, collaboratrice della founder di BE Cosmetics Elena Bonassi, hanno messo al centro dell’esperienza l’uva di Franciacorta, simbolo identitario del territorio e ingrediente prezioso anche in ambito cosmetico, con il suo carico di antiossidanti, primo fra tutti il resveratrolo. A ciascuno dei quattro Millesimati Franciacorta DOCG Freccianera, ai noi ospiti è stato fatto provare in accostamento un prodotto BE Cosmetics,  in un dialogo raffinato tra aromi, texture e sensazioni tattili. Abbiamo cominciato con un FRECCIANERA EXTRA BRUT MILLESIMATO 2021, in cui si fondevano l’eleganza dello Chardonnay, la ricchezza del Pinot Bianco ed il vigore del Pinot Nero; agrumato, con una freschissima nota minerale, croccante e sapido. Questa sferzata d’energia fresca ed agrumata l’ha ricevuta anche la pelle di noi ospiti all’inizio della degustazione, perché ci siamo fatti conquistare dalla crema viso multivitaminica BE Cosmetics. Adatta sia di giorno che di notte, contiene tutti i polifenoli dell’uva dal potere antiossidante e anti age, insieme a vitamina E, vitamina C per stimolare il collagene a ridurre le macchie e vitamina B5, con la sua azione calmante, lenitiva e riparatrice. Abbiamo poi proseguito con il FRECCIANERA EXTRA BRUT MILLESIMATO 2021, in cui la freschezza armonica dello Chardonnay in purezza si è fatta ricordare insieme alla delicatezza del perlage. Proprio alla finezza delle bollicine si è legata Jenny, facendoci provare la carezza rinvigorente del gel scrub BE Cosmetics. Qui i microgranuli ottenuti dalla polvere di pietra pomice svolgono un’azione esfoliante talmente delicata da rendere questo prodotto perfettamente sostituibile ad un bagnoschiuma, da utilizzare anche più volte alla settimana.  Lascia una pelle liscia e setosa perché agli attivi dell’uva, presenti in tutta la gamma, qui si aggiunge l’estratto di foglie di fico d’India siciliano, paragonabile per proprietà all’acido ialuronico, per la sua azione sia protettiva che idratante. Al terzo calice il nostro viaggio si è tinto di rosa, con FRECCIANERA ROSE’ MILLESIMATO 2022, da 60% Pinot Nero e 40% Chardonnay. Il suo colore oro rosa brillante con riflessi di rame e il suo aroma fruttato di ribes e agrumi hanno letteralmente fatto volare nella goduria i presenti, stimolati da Renato a pensare agli accostamenti gastronomici più arditi. Dopo qualche pietanza, si sono presto fatte strada proposte di coccole e di relax a tutto tondo, come una vasca da bagno piena di petali di rose. Jenny si è così inserita, proponendo la miglior soluzione dopo bagno presente nella gamma BE Cosmetics: la crema corpo, arricchita di olio di mandorle dolci, aloe ed amido di riso, rinfrescanti e calmanti per pelli sensibili. Ci siamo infine – ahimé – congedati da questo tour di gusto e benessere con il sorso più verticale, complesso ed elegante della “Collezione Millesimati Freccianera”: un NATURE 2021. La sua personalità austera ma ricca di fragranza, con note di spezie e canditi a stemperare l’acidità, ha trovato un giusto accostamento con il vero cavallo di battaglia della linea BE Cosmetics: la mousse detergente.  Ne basta una sola erogazione per poterla stendere delicatamente su tutto il viso e lasciarsi inebriare dal profumo distintivo di uva fragola, presente anche nelle creme. Oltre ai polifenoli antiossidanti dell’uva contiene un’alta percentuale di acqua distillata di calendula, che calma e lenisce pelle; gli emulsionanti contenuti sono tutti naturali, per rispettare al massimo il PH cutaneo. Affascinata da questa linea di prodotti, così essenziale e al tempo stesso complessa per formulazione, ho contattato la Titolare di BE Cosmetics, Elena Bonassi. Sentire l’attaccamento alla nonna, protagonista della sua infanzia, che l’ha ispirata nel suo progetto è un’esperienza potente che v’invito a provare di persona, prenotando un appuntamento nel centro benessere Franciacorta Fitness che gestisce a Paratico. Posso invece anticiparvi da che cosa deriva il nome della linea cosmetica “BE”. Sono le due lettere con cui inizia Bellezza non solo in italiano, ma anche in molte altre lingue: beauty, beauté, bellezza… Ho voluto legarle al senso della mia missione, ritrovandole anche nelle mie iniziali, Bonassi Elena. Mi piace pensare che non sia un caso, quindi, l’incontro fortunato con altre “B” ed “E”… quelle con cui inizia il cognome della famiglia Berlucchi, titolare di una delle rare aziende del settore che non ha mai cambiato proprietà e operante in una cantina in ampliamento, in cui i Franciacorta maturano sotto volte autentiche del ‘300 e gli ospiti sono ricevuti in sale con affreschi di varie epoche, i più antichi risalenti al Rinascimento. Qui la Bellezza è davvero di casa.   Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
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