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24 Aprile, 2026
MTV Umbria presenta Umbria Wine Trekking, per camminare tra vigne e colori di primavera
Dalle colline di Montefalco a Orvieto e Perugia, tra aprile e giugno, il Movimento Turismo del Vino Umbria, insieme ad Assoguide, propone un calendario diffuso di esperienze tra vigneti, borghi e paesaggi primaverili per scoprire l’Umbria passo dopo passo
Dopo il successo della prima edizione autunnale, il Movimento Turismo del Vino Umbria rilancia il progetto Wine Trekking con un calendario primaverile che, da aprile a giugno 2026, invita a vivere il territorio in modo immersivo e coinvolgente. Un format che unisce il piacere del cammino alla scoperta del vino, trasformando la visita in cantina in un’esperienza lenta e profondamente legata al paesaggio.
Se in autunno erano i colori caldi della vendemmia a fare da cornice, la primavera regala scenari completamente diversi: vigneti rigogliosi, colline verdi, fioriture spontanee e panorami che si aprono su borghi, castelli e vallate ancora poco conosciute. È in questo contesto che prende vita il nuovo ciclo di appuntamenti, pensati per chi desidera conoscere l’Umbria attraverso i suoi ritmi naturali, camminando tra filari, uliveti e sentieri.
Giovanni Dubini, presidente di MTV Umbria
Con il Wine Trekking vogliamo proporre un modo diverso di vivere il vino e il territorio, mettendo al centro il tempo, il paesaggio e l’incontro diretto con i produttori; La primavera è il momento ideale per questo tipo di esperienze: la natura si risveglia, i vigneti cambiano volto e il trekking diventa uno strumento privilegiato per rivelare l’identità dei nostri luoghi
Si parte il 25 aprile a Bevagna con l’Azienda Agricola Mevante, nel cuore della denominazione Montefalco, per un trekking pomeridiano ad anello tra vigne e campagna con rientro in cantina e degustazione di vini e light dinner. Il giorno successivo, il 26 aprile, e poi ancora il 17 maggio e il 7 giugno, l’esperienza si sposta alle porte di Perugia, in località La Bruna, con Chiesa del Carmine, per un itinerario tra la valle del Monte Tezio e il borgo di Castiglion Ugolino, tra panorami e storia, con visita finale alla cantina e degustazione di vini e prodotti biologici aziendali.
Il calendario entra nel vivo già dai primi giorni di maggio. Il 2 e il 16 maggio, e poi il 6 giugno, a Montefalco la cantina Fongoli propone un’escursione ad anello tra strade di campagna e tratti più naturali, fino al castello di Gaglioli che domina la valle del torrente Attone, in un contesto di grande fascino paesaggistico con visita all’antica bottaia e degustazione di vini biodinamici. Il 3 maggio e il 13 giugno, sempre a Montefalco, Perticaia accompagna gli ospiti tra vigneti e oliveti con visita e degustazione finale.
Il 3, 17 e 23 maggio e il 7 giugno, ad Assisi, la Cantina Meazzi organizza trekking ad anello nei boschi lungo i sentieri di Mora, abbinando al termine dell’escursione un pranzo con degustazione di vini della produzione aziendale.
Il 9 maggio rappresenta uno dei momenti centrali del programma: a Perugia, in località Colle Umberto, l’Azienda Agricola Carini guida un itinerario tra vigneti, ulivi e borghi medievali e degustazione finale di prodotti tipici di propria produzione e naturalmente vini; a Orvieto, in località Rocca Ripesena, Palazzone propone una passeggiata tra le campagne storiche con visita in cantina e pranzo finale; mentre a Montefalco, nelle giornate del 9 e poi del 13 e 14 giugno, la cantina Scacciadiavoli accompagna i partecipanti tra oliveti e borghi del territorio con degustazione conclusiva.
Sempre il 9 maggio e il 16 maggio, a Bettona, Vetunna organizza trekking tra i filari con momenti conviviali all’aria aperta e pic-nic con degustazione di vini. Il 10 maggio il calendario prosegue con altre tappe: a Perugia, la cantina Goretti propone un’esperienza tra vigneti e paesaggio collinare, e degustazione finale mentre a Collazzone l’azienda Baldassarri offre un percorso tra campagne e scorci rurali del territorio con pranzo.
Il 16 maggio è una giornata particolarmente ricca: a Sant’Enea, alle porte di Perugia, la cantina Chiorri propone una passeggiata tra vigne e borghi con aperitivo panoramico; a Marsciano, Cantina La Spina abbina il trekking alla visita del castello e alla degustazione; mentre Vetunna replica l’esperienza tra i vigneti.
Il 17 maggio si torna a Bevagna con La Fonte Azienda Agricola, per un percorso tra la campagna circostante con degustazione finale in cantina. Il calendario prosegue poi fino a giugno con ulteriori appuntamenti, consolidando una proposta diffusa che coinvolge alcune delle aree più rappresentative del vino umbro, da Montefalco a Orvieto, fino al territorio perugino e assisano.
Le giornate avranno inizio dalle 8.30 con l’accoglienza dei partecipanti in azienda e proseguiranno dalle 9 con la partenza del trekking (a seconda della cantina scelta). Un appuntamento aperto anche alle famiglie, con la possibilità di partecipazione per i bambini dai dieci anni in su.
L’Umbria Wine Trekking è reso possibile grazie al contributo di Screen Italia Srl e della BCC di Spello e del Velino. Sono obbligatori gli scarponcini da trekking e consigliati i bastoncini. Per informazioni e prenotazioni: umbria@movimentoturismovino.it – 347.7530924(Whatsapp).
La Redazione
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24 Aprile, 2026
Taste of Roma 2026: Il cibo in evoluzione tra Energia e Visione!
La kermesse capitolina festeggia la sua decima edizione e torna dal 6 al 10 maggio con un format in evoluzione: nuova location post industriale, 5 giorni di appuntamenti e oltre 20 ristoranti tra grandi nomi e giovani talenti della ristorazione romana.
Taste of Roma torna dal 6 al 10 maggio 2026 e celebra un traguardo importante: i primi 10 anni di una manifestazione che ha contribuito a rendere l’alta cucina più accessibile, conviviale e vicina al pubblico. Per questa edizione, il festival inaugura un nuovo capitolo scegliendo come scenario il Gazometro, luogo simbolico della Roma contemporanea, che per l’occasione si trasformerà in un villaggio del gusto animato dalle cucine di chef affermati, protagonisti storici della manifestazione, e da una nuova generazione di insegne della ristorazione cittadina.
La scelta della location industrial rafforza l’identità contemporanea della manifestazione e ne amplia la capacità di coinvolgere pubblici diversi: dagli appassionati gourmand alle generazioni più giovani di foodies in uno spazio che unisce memoria storica, rigenerazione urbana e nuove forme di socialità. In questa prospettiva, Taste of Roma conferma anche la propria attenzione ai temi della sostenibilità e alla valorizzazione degli spazi cittadini attraverso nuove esperienze culturali e conviviali.
L’edizione 2026, infatti, segna un’evoluzione del format sia per l’esperienza proposta al pubblico, che diventa più ricca di suggestioni e con un nuovo carattere, più attento a fotografare il panorama gastronomico capitolino in costante evoluzione, come pure per la durata, che passa da quattro a cinque giorni. Accanto ai percorsi di assaggio alla scoperta delle nuove proposte e idee di cucina presenti in città, il calendario ideato dagli organizzatori Mauro e Silvia Dorigo di Be.it Events propone anche masterclass esclusive con gli chef, talk con ospiti speciali moderati da Francesca Romana Barberini di RDS, degustazioni e momenti di approfondimento tematico sul mondo del food&beverage e sulle nuove tendenze di settore.
Ad animare il festival, il sound dei dj set targati RDS, media partner della manifestazione, in programma durante le cinque giornate.
In linea con la volontà di coinvolgere un pubblico gourmand ampio, variegato e giovane si inseriscono anche le nuove formule di biglietteria: Open (valido in una qualsiasi data), Happy Taste (pensato per l’after-work, con ingresso in fascia oraria dedicata) e abbonamento 2 giorni. Tali soluzioni sono state introdotte non solo per rendere l’esperienza ancora più flessibile ma soprattutto per attirare un pubblico più ampio e giovane, con modalità di accesso diverse a seconda dei ritmi e delle abitudini di ciascuno.
Mauro e Silvia Dorigo di Be.it Events
La decima edizione di Taste of Roma segna per noi un traguardo importante e, insieme, l’inizio di un nuovo capitolo. La scelta del Gazometro accompagna la volontà di portare il festival in un luogo contemporaneo, capace di raccontare l’energia di una città in continua evoluzione. Con oltre 20 ristoranti, tra presenze storiche e nuove proposte, questa edizione conferma il desiderio di dare continuità a un progetto molto amato dal pubblico, aprendolo allo stesso tempo a nuove visioni, nuovi linguaggi e nuove esperienze.
Per noi questa edizione rappresenta insieme una festa e una ripartenza. Abbiamo immaginato un’esperienza capace di emozionare e coinvolgere pubblici diversi: grandi piatti, masterclass, ottimi vini e cocktail, dj set, interviste dei protagonisti e un’illuminazione pensata per creare un’atmosfera suggestiva e accogliente. Taste of Roma continua a evolversi, ma resta fedele alla sua anima più autentica: far incontrare persone, storie e sapori in un contesto di condivisione, scoperta ed entusiasmo.
Il Gazometro
Ex area industriale nel quartiere Ostiense, il Gazometro è oggi uno dei luoghi più rappresentativi della trasformazione urbana di Roma. Nato nella prima metà del Novecento dall’Ansaldo da Genova per rispondere al fabbisogno energetico di una città in espansione, il sito è stato per decenni il cuore pulsante dell’approvvigionamento di gas per Roma. Attorno al grande cilindro di ferro alto quasi 90 metri, trovarono sede numerosi stabilimenti tra caseifici, distillerie, fabbriche di ceramiche, di cristalli, ditte di saponi, molini e pastifici. A partire dal secondo dopoguerra però l’area produttiva ha iniziato a perdere spinta, soprattutto per la diffusione di una nuova tecnologia: il gas metano.
Dagli anni Sessanta, la zona ha subito un sostanziale abbandono, diventando però un elemento caratteristico e amato dello skyline della città, sfondo di numerose pellicole di registi di grande pregio come Pasolini, Verdone, Özpetek e Placido. Fino al 2017 quando ha iniziato ad essere al centro di un importante percorso di bonifica, recupero e rigenerazione, fino a diventare, a oggi, un nuovo polo culturale e relazionale della città. Un intervento che ha saputo preservare la memoria storica del sito portandolo però verso il futuro. Il quartiere è diventato via via un importante polo culturale, centro della movida cittadina e simbolo di rinascita. Nel 2020, la nota rivista Guardian ha definito l’area in cui sorge il Gazometro come uno dei quartieri più “cool d’Europa”. Dal 2022 il Gazometro ospita la rassegna Videocittà dedicata alle forme più avanzate dell’audiovisivo e dei linguaggi digitali.
I protagonisti
A quasi un mese dall’inizio della manifestazione, in occasione dell’apertura delle prevendite dei biglietti, sono stati svelati i nomi di alcuni dei protagonisti della cinque giorni.
Ad accendere le cucine dal 6 all’8 maggio saranno Heinz Beck, chef del tristellato La Pergola all’interno del Rome Cavalieri Waldorf Astoria, Angelo Troiani chef e patron de Il Convivio Troiani (1 stella Michelin), Daniele Usai de Il Tino (1 stella Michelin) di Fiumicino. Insieme a loro ci sarà Giulio Zoli del ristorante Nomos Ante, recente apertura nel pieno centro di Roma, Andrea Cavallaro, chef di Sbracio, locale incentrato sulla cucina alla brace a carboni, Nicolò e Manuel Palescandolo Trecastelli di Trecca, osteria che ha fatto dell’autentica cucina romana il proprio cavallo di battaglia, e Davide Del Duca che da Osteria Fernanda valorizza l’artigianalità della cucina d’autore. Si aggiungono gli chef Roberto Bonifazi e Francesco Brandini di Tribuna Campitelli – Bottega 13, Danilo Mancini, che al ristorante Anavà propone una cucina fortemente identitaria e Natale Giunta, volto noto della tv e chef di Oro Bistrot oltre a Leonardo Malgarini di Casa Malgarini. A portare alta la bandiera dell’artigianalità nell’alta cucina ci sarà anche Federico Salvucci, chef del ristorante Fase.
Dal 9 al 10 maggio, a mettere le mani ai fornelli saranno, oltre ad Heinz Beck, Andrea Cavallaro, Davide Del Duca e Nicolò e Manuel Palescandolo Trecastelli, ci saranno Andrea Pasqualucci chef del ristorante Moma, 1 stella Michelin, pluripremiato anche per la sua attenzione alla filiera corta, etica e certa delle materie prime utilizzate, Heros De Agostinis, fresco di stella alla guida del ristorante Ineo, e Koji Nakai del ristorante Nakai che porterà i sapori d’Oriente tra le cucine del Gazometro. E ancora Alessandro Pietropaoli chef di The Green Restaurant presso Hilton Roma Eur La Lama, Ciro Cucciniello che da Carter Oblio con la sua cucina tocca tutte le sfumature del fuoco e Giacomo Zezza alla guida di Bistrot 64. Spazio ai sapori d’oriente con Yamamoto Ejii di Sushisen mentre, a portare alta la bandiera delle donne in cucina, sarà Anastasia Paris con il suo nuovo progetto Futura – Laboratorio di cucina.
Patrocini e partners
Taste of Roma 2026 si svolge con il patrocinio di Roma Capitale – Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda e della Regione Lazio. Un supporto istituzionale che attesta la coerenza del progetto che intende promuovere la città e il dialogo col territorio.
Come partners, oltre a RDS per la parte media, spiccano Italo, Atac e Cooltra per il settore mobility e Rinascente.
Info utili
Taste of Roma 2026
Dal 6 al 10 maggio 2026
mercoledì, giovedì e venerdì dalle 18:00 alle 24:00
sabato e domenica dalle 12:00 – 16:00 e dalle 18:00 alle 24:00
Gazometro – via Ostiense 82, Roma Tipologie di biglietti a partire da 14 euro Open: valido in una qualsiasi data Abbonamento 2 giorni: valido per l’ingresso in due date a scelta tra i 5 giorni Standard: valido solo per la data scelta Happy Taste: valido per l’ingresso entro le ore 19:00 e include un drink omaggio Pacchetti Famiglia da 3 o 4 persone: valido solo per la data scelta Taster: valido per accesso nella data scelta e con crediti inclusi VIP: valido per accesso alla lounge, drink omaggio e crediti per piatti e bevande Parcheggio interno: per chi acquista ingresso VIP Tutte le altre informazioni, inclusi costi degli ingressi, programma di masterclass e talk si trovano su www.tasteofroma.it La Redazione
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Dal 6 al 10 maggio 2026
mercoledì, giovedì e venerdì dalle 18:00 alle 24:00
sabato e domenica dalle 12:00 – 16:00 e dalle 18:00 alle 24:00
Gazometro – via Ostiense 82, Roma Tipologie di biglietti a partire da 14 euro Open: valido in una qualsiasi data Abbonamento 2 giorni: valido per l’ingresso in due date a scelta tra i 5 giorni Standard: valido solo per la data scelta Happy Taste: valido per l’ingresso entro le ore 19:00 e include un drink omaggio Pacchetti Famiglia da 3 o 4 persone: valido solo per la data scelta Taster: valido per accesso nella data scelta e con crediti inclusi VIP: valido per accesso alla lounge, drink omaggio e crediti per piatti e bevande Parcheggio interno: per chi acquista ingresso VIP Tutte le altre informazioni, inclusi costi degli ingressi, programma di masterclass e talk si trovano su www.tasteofroma.it La Redazione
24 Aprile, 2026
Terre di Marfisa. Nathalie Clarici e la scelta del cuore
Lei senza l’elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare. Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto. La guerriera e la nonna Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna. La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa. Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua. Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza. Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.” Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati. Il casale perduto Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile. Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto. Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM. Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto. La figlia di Bruno Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità. Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice. Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare. Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono. Costruire da zero Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA. I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio. Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla. Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via. Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora. Il caso e il destino: i vini La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot. Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato. Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione. L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato. L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.” Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro. Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo. Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero. Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto. Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro. In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero. Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire. Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso. Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza Tesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere. Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa. Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata. In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta. Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé. E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario. Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50. La pietra che diventa vino Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri. Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia. Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi. Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno. Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso. È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare. Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore. La guardia e il sogno Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali. Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola. Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti. C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui. Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare. Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto. La guerriera e la nonna Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna. La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa. Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua. Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza. Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.” Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati. Il casale perduto Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile. Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto. Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM. Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto. La figlia di Bruno Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità. Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice. Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare. Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono. Costruire da zero Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA. I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio. Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla. Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via. Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora. Il caso e il destino: i vini La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot. Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato. Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione. L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato. L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.” Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro. Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo. Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero. Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto. Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro. In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero. Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire. Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso. Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza Tesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere. Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa. Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata. In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta. Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé. E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario. Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50. La pietra che diventa vino Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri. Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia. Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi. Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno. Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso. È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare. Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore. La guardia e il sogno Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali. Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola. Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti. C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui. Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
23 Aprile, 2026
ANAG, Associazione Nazionale Assaggiatori Grappa e acquaviti - Corso online con ANAG Toscana per formare aspiranti assaggiatori di grappa e acquaviti fra lezioni e degustazioni a distanza
Iscrizioni aperte per cinque appuntamenti dal 28 aprile al 26 maggio
Cinque lezioni online per conoscere da vicino il mondo dei distillati attraverso la cultura del “buon bere” e diventare assaggiatori di grappa e acquaviti. Sono quelle proposte dal corso di primo livello organizzato da ANAG Toscana e rivolto ad appassionati e a professionisti del settore della ristorazione per acquisire competenze tecniche e apprendere i segreti della degustazione consapevole. Le lezioni sono in programma, sempre di martedì, dal 28 aprile al 26 maggio dalle ore 21 alle 23 sulla piattaforma Zoom. Ogni appuntamento sarà condotto da esperti docenti ANAG, che accompagneranno i partecipanti in un percorso sensoriale e formativo arricchito da degustazioni guidate di campioni di grappa e acquaviti spediti a ogni partecipante dopo l’iscrizione.
Come diventare professionisti del “buon bere”. Durante il corso i partecipanti apprenderanno le tecniche di assaggio di grappa e distillati e approfondiranno temi quali la storia e le tecniche di distillazione, le normative che regolano la produzione di grappa e acquaviti d’uva e l’unicità della grappa come eccellenza 100% italiana. L’ultima lezione sarà dedicata alla conoscenza dell’alcol e dei suoi effetti per promuovere un consumo responsabile. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione, necessario per accedere ai corsi ANAG di secondo livello che prevedono sei lezioni e un esame finale per conseguire la patente di assaggiatore dell’Associazione.
Come partecipare. Il corso è riservato ai soci ANAG ed è possibile associarsi anche al momento dell’iscrizione al corso. Per iscrizioni e informazioni, è possibile scrivere all’indirizzo corsi.toscana@anag.it oppure contattare il numero 377-2089682.
ANAG – Associazione Nazionale Assaggiatori Grappa e Acquaviti APS ETS, è un’associazione di promozione sociale senza scopo di lucro, fondata nel 1978 presso la Camera di Commercio di Asti, e oggi attiva e presente in tutta Italia. Attraverso corsi di formazione, manifestazioni enogastronomiche, serate di degustazione e abbinamenti, ANAG promuove la “cultura del buon bere” e valorizza un prodotto interamente italiano che porta con sé un bagaglio di tradizioni ed esperienze. La Grappa infatti è riconosciuta dal maggio 1989 come “acquavite di vinaccia prodotta in Italia esclusivamente da vinacce nazionali”. Per conoscere da vicino ANAG ed essere sempre aggiornati su attività e iniziative dedicate a grappa e distillati, è possibile consultare il sito anag.it oppure seguire ANAG Italia sulla pagina Facebook e sul profilo Instagram.
La Redazione
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23 Aprile, 2026
A casa di VILLA SIMONE. FRASCATI SUPERIORE DOCG "VIGNETO FALCONIERI" (la verticale).
Cronaca semiseria di una giornata a VILLA SIMONE: si parte con la scusa di “capire il territorio”, si finisce a parlare di Frascati come se lo si fosse scoperto ieri, quando in realtà è sempre stato lì, sotto il naso di tutti.
La verità è che il Lazio del vino sta vivendo una specie di seconda giovinezza: niente magie, solo gente che ha deciso di prendere sul serio quello che ha tra le mani.
E nel caso di Frascati, parliamo di un terroir mica banale, suoli vulcanici, escursioni termiche giuste, vigne che sanno il fatto loro.
A fare da Virgilio c’è Lorenzo Costantini, che a VILLA SIMONE gioca in casa e non ha bisogno di inventarsi nulla: conosce ogni zolla di terra e la racconta senza troppa retorica, con la sicurezza di chi la lavora da sempre.
L’occasione è una degustazione con un certo peso specifico: nel bicchiere arriva il “VIGNETO FALCONIERI”, l’ultimo arrivato, un Cru nato non per fare numero ma per dire la sua (e magari anche alzare l’asticella della Docg Frascati).
Il risultato?
Un vino che non ci tiene a fare il simpatico a tutti i costi (magari un po’ si) ma punta dritto a rappresentare il territorio per quello che è.
Insomma, uno di quelli che mentre lo bevi capisci che dietro c’è un’idea precisa (e pure realizzata bene).
IL VULCANO LAZIALE
Seicentomila anni di storia, quasi duemilamentri di altezza, il collasso centomila anni fa (quando si formarono i laghi di Albano e Nemi), venticinquemila anni fa le ultime attività eruttive, uno stato di attuale quiescenza che ci fa vivere ragionevolmente tranquilli (o preoccupati), oltre duecentoottantachilometricubi di materiali emessi nel corso di tre fasi eruttive (ceneri, tufi, lahar, lave…), sessantottochilometri di diametro.
Questi i numeri del Vulcano Laziale, un edificio fondamentale per la viticoltura dei Castelli Romani (e non solo) snocciolati con dovizia di particolari da un Lorenzo che non avrebbe sfigurato all’esame di vulcanologia e che dimostra di conoscere come pochi il Territorio, il suolo nel quale affondano le radici delle sue viti, il tufo che custodisce l’acqua, i venti che si incanalano nella Valle del Tevere e accarezzano i grappoli, il ponentino che smuove le foglie e asciuga il sudore della schiena.
Sul Vulcano la vite non soffre, cresce libera, adatta al clima, fedele alla sua terra da millenni.
VILLA FALCONIERI
C’è un luogo dove il tempo si stratifica come il tufo dei suoi colli, dove la terra porta impresso il respiro del tempo e il vento racconta storie antiche di vite e viti.
Frascati è il cuore dei Castelli Romani e al suo centro s’innalza Villa Falconieri, custode di segreti millenari e madre di un vigneto che parla con la voce dei secoli.
Le sue fondamenta poggiano su una villa romana, silenziosa testimone di imperatori, patrizi e contadini.
È la più antica tra le dodici Ville Tuscolane e ogni sua pietra racconta le mani che l’hanno costruita, ampliata, adornata.
Nata come Villa Rufina, nel 1546 Papa Paolo III Farnese volle che la ingrandissero e muri, sale e logge sorsero come un canto di marmo e luce.
Nei secoli successivi famiglie nobili se la passarono di mano in mano fino a quando Orazio Falconieri nel 1628 volle trasformarla in dimora e simbolo del suo nome.
Antonio da Sangallo il Giovane e Francesco Borromini misero la loro arte al servizio delle sue forme, e importanti pittori ne affrescarono le pareti di miti, virtù e gloria.
Nel 1733 i suoi giardini e i terreni circostanti cambiarono pelle e la vite cominciò a serpeggiare tra le colline promettendo frutti che raccontassero il sole, la pioggia e il tufo (una stampa della metà dell’800 rappresenta chiaramente la pianta della Villa con gli uliveti e il vigneto che la circondano).
Poi vennero i tempi turbolenti.
Nel 1907 il barone Ernst Mendelsshon-Bartholdy ne occupò le stanze e la sua storia si intrecciò poi con quella del Kaiser Guglielmo II.
Confiscata ai tedeschi al termine del primo Conflitto Mondiale ospitò Istituti Culturali e Ministeri fino a quando nel 1941 il generale Kesselring non la volle sede di quel comando militare tedesco che motivò il bombardamento del 1943 che lasciò cicatrici indelebili nel suo corpo e nel tessuto urbano di Frascati.
Restituita allo Stato italiano nel 1959 sopravvisse come silenziosa testimone della memoria (priva però delle zone agricole circostanti, cedute a privati e ben presto riassorbite dagli intrichi del bosco) e dal 2016 ospita l’Accademia Vivarium Novum che promuove lo studio delle lingue classiche e riempie nuovamente di memorie antiche i suoi corridoi.
LA FAMIGLIA COSTANTINI E VILLA SIMONE
La famiglia Costantini arriva dalle Marche, precisamente da Passo Sant’Angelo, dove una volta si faceva Rosso Piceno senza troppi fronzoli ma con tanta sostanza.
Poi la storia prende una piega meno romantica: nel 1936 il fondatore viene a mancare e iniziano anni duri, di quelli in cui più che parlare di vino si pensa a mettere qualcosa nel piatto.
A un certo punto Piero e Armando capiscono che lì si tira avanti ma non si cresce, quindi fanno le valigie e puntano su Roma, lasciandosi dietro vigne e ricordi.
Nella Capitale si arrangiano come possono, finché non trovano la loro strada tra bottiglie e lattine d’olio: prima un negozio, poi un’enoteca, e infine il colpo grosso del 1972 in una Piazza Cavour destinata a diventare un punto fermo per chi il vino lo prende sul serio (ma senza prendersi troppo sul serio).
Intanto Piero ogni tanto torna alle origini e si toglie pure qualche soddisfazione: il suo ROSSO PICENO “LA TORRACCIA” 1968 finisce addirittura tra i migliori 100 vini del mondo secondo Luigi Veronelli.
Non proprio l’ultimo arrivato, insomma.
Poi entra in scena Lorenzo, che invece di stare alla larga da viti e trattori ci si butta a capofitto con l’entusiasmo di un ragazzino, vendemmia compresa.
Studia, “gira…vede gente…si muove…conosce…fa cose” (cit.), fa esperienza un po’ ovunque (California compresa) e costruisce passo dopo passo il suo modo di vedere il vino: meno teoria e più sostanza nel bicchiere.
Nel frattempo nasce VILLA SIMONE, nei Castelli Romani, terra vulcanica vera, di quella che ti sporca le scarpe e dà carattere anche al vino.
Lorenzo ci torna definitivamente nel 2006, qualche sgomitata all’inizio poi trova il suo spazio e infine…il timone passa a lui.
Oggi porta avanti l’azienda con la famiglia, senza troppi proclami ma con le idee chiare: qui la Malvasia del Lazio (Puntinata per gli amici) non è una comparsa, ma la protagonista e su questi terreni regala fuori vini che non fanno solo scena, ma raccontano qualcosa.
In sostanza: meno poesia declamata e più verità nel bicchiere (che poi, detto da me che scrivo solo parole) è quello che conta davvero
IL VIGNETO FALCONIERI
Fu lo zio di Lorenzo (Piero) a intuire per primo il valore di un francobollo di terreno compreso a pochi passi dal centro di Frascati.
Qui, all’inizio del secolo scorso sorgeva un vigneto, poi sostituito da un uliveto che, vittima della gelata del 1985 e lasciato in stato di totale abbandono, divenne presto rifugio di sbandati.
La sua messa all’asta nel 1998 sembrò coronare il sogno di Piero ma…SEMBRÒ!
Ci vollero dieci anni prima che il Tribunale di Velletri ne formalizzasse la proprietà; a seguito dell’esproprio di una porzione di quei 16ha da parte del Comune di Frascati per la costruzione di un parcheggio venne alla luce un tratto di strada romana perfettamente integra che, sembra uno scherzo ma non lo è, attraversa il vigneto e che, pur essendo stato nuovamente interrato, lo divide ora in due parti essendo vietato piantarci sopra; nel 2010 si scopre che il deposito idrico che serve Frascati attraversa “casualmente” quei terreni ed è stato creato abusivamente negli anni ’60; il Comune di Frascati, interessato a quei terreni, propone a Piero, che ha ormai rinunciato al sogno di vederli trasformati in azienda agricola, una permuta burocraticamente impossibile con altri in zona Vermicino; nel 2014 l’area viene bonificata ma gli ulivi sopravvissuti alla gelata sono diventati piante protette e non possono essere estirpati; l’autorizzazione all’impianto del vigneto arriva nel 2015 ma i lavori di scasso (effettuati schivando diversi ordigni bellici inesplosi) rompono una conduttura idrica posta a soli 40cm di profondità e rischia di affogare Frascati…
Vabbè, il vigneto nasce nel 2017: 4.5ha (più un altro mezzo ettaro dedicato a vigneto didattico e sperimentale all’interno del quale vengono riproposte tutte le forme di allevamento tradizionali della viticoltura dei castelli romani: vite maritata, alberello, conocchia e capretta e allevati diversi cloni di vitigni locali su differenti portainnesti), 97% di Malvasia Puntinata con un 3% di Trebbiano, Malvasia di Candia, Greco Bombino e Bellone, 5000 ceppi per ettaro e, ovviamente, la possibilità di utilizzare in etichetta la menzione “vigna”.
Oggi il Vigneto Falconieri non è solo un terreno coltivato: è il risultato di anni di passione, perseveranza e attenzione alla tradizione viticola del territorio, con l’obiettivo di valorizzare la Malvasia del Lazio e le varietà storiche locali, in un progetto che unisce storia, tecnica e futuro della viticoltura di qualità.
LE TRE ANNATE
– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2019: prima vendemmia, per necessità curiosa, per voglia di toccare con mano il frutto di un’idea, prova d’autore non in commercio (ahimé) e non assaggiabile se non in presenza di Lorenzo (questo mi può stare bene).
Una “prova d’autore” che, Robin Hood dei boschi tuscolani, spezza in due la freccia dei Frascati che pensavate vincitori.
È un salto temporale, un ritorno ai Frascati che erano, forsanche memoria di quei “Tuscolani” che, ultima spina nel fianco dei Romani, uscirono infine dai propri ripari di “frasche” per fondare la città che dà il nome alla più vecchia Denominazione d’Italia.
Un Frascati campestre, ispido, per certi versi arruffato, un inciampo olfattivo tra stoppie, salvia e finocchietto selvatico fino al porto sicuro di quella frutta matura che in tanti sembravano agognare.
E allora la mela Golden profuma, la nespola attira lo sguardo nascondendo l’inganno del “più seme che polpa”, l’agrume si fa anche candito, l’acacia sfiorisce e imbianca il sottobosco e il vulcano è voce ruvida che tutto comanda, minerale presenza di cenere e lapilli…
Regali di un castagno che ha firmato la storia e che qui alza ancora la testa, conducendo con piglio un sorso caldo, materico nei suoi schiaffi di salgemma, forse un po’ smorfioso nelle sue carezze di cera d’api ma sempre voce sincera di un Territorio e della sua storia.
Un Frascati dimentico del tempo, l’anima di un vino.
92 Punti.
– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2020: un anno dopo in vigna, un’altra vendemmia, un anno in più di consapevolezza, il castagno ceduto per l’acacia e un anno meno in vetro…
Tante variabili, troppe per inquadrare questa 2020 come semplicemente una annata differente.
Là dove il Frascati si perdeva nella notte dei tempi c’è ora uno sguardo al futuro, a un pubblico diverso, sicuramente più “internazionale”, magari “radical chic”, non necessariamente più consapevole.
Ma il vino è anche questo, deve essere democratico, non lasciare indietro nessuno, abbracciare.
E qui, l’abbraccio è caloroso sin dall’olfatto, il frutto maturo occhieggia ai tropici, la nespola diventa albicocca il cedro è succoso, l’acacia va oltre i fiori, portata dalle api.
E le note dure, quelle che un anno prima erano spigoli in un blocchetto di tufo, qui sono collante per un equilibrio sostanziale; quell’appena terroso, lo scisto invece della lava, il sambuco, il finocchietto selvatico che si aggiusta la cravatta e diventa anice…sono appunti su un foglio calligrafico, compiti ben svolti.
E in bocca c’è ampiezza (forse anche troppa) e profondità, materia, sostanza, grassezza masticabile che fa impallidire la freschezza prima che questa faccia un fischio alla sapidità e, insieme, pareggino il conto riproponendo al retrolfatto quanto già apprezzato e regalando un equilibrio che suona come melodia ma, ripensando alla 2019, sembra quasi una nota stonata.
Un sorso di eleganza, un Frascati un po’ dimentico del passato, un Frascati arrivato dove può e deve arrivare il Frascati (o forse no).
88++ Punti
– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2021: qui si torna indietro facendo un passo avanti, scomodando l’acciaio, facendo forse tesoro del troppo per cercare nella sottrazione l’operazione vincente.
La frutta viene sapientemente imbrigliata nei propri spazi dai toni vegetali del gelsomino, del timo, della salvia, del bosco, da quella nota minerale di salgemma che bacchetta sulle dita il miele e lo zucchero di canna, da quelle nebbie di spezie dolci e orientali che si uniscono alle nebbie cinerine che impregnano l’atmosfera.
La freschezza domina il sorso, boriosa, convinta di poter staccare di ruota una sapidità che è invece chiodo conficcato in profondità, ritmato, incalzante incedere di un vulcano troppo grande per poter essere dimenticato e che, nel lungo finale, batte i pugni sul tavolo.
Un Frascati un po’ “prescioloso”, dimentico di aggiustarsi il nodo della cravatta, smanioso di raccontare il tanto che ha.
Un Frascati per pensare e arrivare lontano.
90 Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a Lorenzo (e a Sara) per la squisita ospitalità.
È stata una mattinata molto intensa, davvero istruttiva e ricca di spunti di approfondimento.
Il Frascati non smette mai di stupire e, se è vero che le nuove generazioni “sembra” abbiano le idee molto chiare riguardo il futuro della Denominazione è ancor più vero che ad Aziende come VILLA SIMONE e a gente “che sa” come Lorenzo spetta il compito di indicare la strada, essere faro di una rinascita che, partendo dalla conoscenza delle Tradizioni, della Storia e del Territorio può e deve ridare lustro a un vino che è molto più che “solo” un vino
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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22 Aprile, 2026
Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi
Mi trovo spesso a parlare con le persone e c’è un momento, in ogni conversazione che ti chiedi se ne vale davvero la pena. Intendo di investire del tempo in quella che è una relazione. Può dipendere dall’argomento, dall’interlocutore o interlocutrice, da ciò che ti passa per la mente. Financo dal tempo. Avete mai riflettuto sul fatto che in estate, sotto l’ombrellone, in costume, siamo più propensi a parlare con le persone? Comunque, c’è un momento durante le conversazioni che capisci se ne stia davvero valendo la pena. In quel momento, nel mio caso, ci si dimentica di stare facendo un’intervista. Si parla, ci si scalda e le parole smettono di essere risposte e diventano rivelazioni.
Con Enrico Zucchi è successo quasi subito.
Ricercatore di letteratura italiana all’Università di Padova, veronese di nascita, pendolare da dieci anni tra la città del Santo e quella di Giulietta e Romeo. Enrico ha un curriculum che potrebbe sembrare lontano anni luce dal mondo del vino: dottorato sulla letteratura teatrale tra Cinque e Settecento, seminari di gastroletteratura, laboratori di tecniche narrative per studenti di Scienze e Culture della Gastronomia. Eppure, è proprio da questo bordo apparentemente periferico che arriva uno dei libri più originali e necessari che il mondo del vino italiano abbia prodotto negli ultimi anni: Lambrusco in fabula.
Lo incontro in una di quelle conversazioni che solo apparentemente sembrano casuali. Non lo è. Ivan, mi dico spesso, i libri si capiscono solo dopo aver capito chi li ha scritti.
L’accademia, il vino, e il coraggio di stare ai margini
Enrico appartiene a quella categoria rara di intellettuali che l’accademia non è riuscita ad addomesticare del tutto. Entrato nei ranghi universitari attraverso bandi europei
Avevo scritto e pubblicato tantissimo, ma non avevo le spalle coperte
si è ritrovato a insegnare in corsi considerati meno prestigiosi dai colleghi di ruolo. Letteratura italiana nel corso di Turismo Culturale. Tecniche narrative per la scrittura gastronomica per gli studenti di Agraria.
Mi sono trovato ai margini e ho cercato di fare tesoro di questo, provando a dare agli studenti qualcosa di più utile. Qualcosa che li portasse a continuare a leggere, a utilizzare la letteratura anche nel loro lavoro.
È una frase che mi rimane addosso. Scritta come un tatuaggio. Quante volte il margine è, paradossalmente, il posto più fertile? Beppe Fenoglio lo sapeva bene e anche Enrico lo cita ricordando quando dalle Langhe che la gente chiamava malora tirava fuori romanzi immortali. L’eccellenza vera spesso nasce dove non te la aspetti.
Da quella posizione di confine, Enrico ha costruito qualcosa di straordinario: i Seminari di Gastrolеtteratura, incontri annuali in cui scrittori del mondo del vino e del cibo si confrontano con la letteratura in senso pieno. Oltre che le summer school che uniscono turismo, territorio e racconto del vino. Un lavoro paziente, di cucitura tra mondi che si ignoravano.
Il problema dei vecchi tromboni e della cultura tecnica come unico orizzonte
Quando il discorso scivola sul presente, Enrico diventa più tagliente. C’è qualcosa che lo irrita, e lo dice senza diplomazia inutile.
Quello che mi pesa di più è un’attenzione estrema all’aspetto tecnico in cantina, in degustazione, nella didattica. Davanti ad un prodotto che non è semplicemente il risultato di tecniche agronomiche, ma è a tutti gli effetti un prodotto culturale.
Gli faccio eco: lo so bene. Ho detto spesso che il vino è racconto prima ancora di essere bevanda. Stare insieme attorno ad una tavola con il vino a fare da comprimario. Non certo da attore protagonista. Ma la colpa non è certo del contadino, che del racconto non ha bisogno perché ce l’ha nel sangue, nel gesto, nel silenzio. La colpa è di un certo mondo della sommellerie, di giornalisti, di falsi esperti, di tutti coloro che si sono costruiti un’identità tutta tecnica, tutta punteggi così da finire per educare generazioni intere a pensare che il vino si capisca solo attraverso una scheda. Avete presente quei professoroni o quegli pseudo intellettuali che parlano solo con parole altisonanti? Quelli che poi considerano volgo le persone che non capiscono. Ecco, quelli sono tutto tranne che divulgatori. Sono personaggi che vogliono creare una barriera, un muro tra loro e il pubblico tanto per far vedere che sono forbiti. Peccato che ci siano tante persone che li considerano intelligenti.
Otto docenti su dieci che ho avuto erano totalmente privi di capacità didattica. Molto bravi sulle loro cose, competentissimi. Ma non si è docenti semplicemente sapendo le cose.
Esatto. Chi insegna è un divulgatore. Deve arrivare alle coscienze delle persone perché i concetti arrivino e attecchiscano.
O Capitano! Mio capitano.
Ricordate Robin William che recitava ai suoi ragazzi la poesia di Walt Whitman da sopra la sedia ne L’attimo fuggente? Ecco, un modo diverso per insegnare. Per entrare in empatia con chi avrebbe dovuto recepire il messaggio.
E poi c’è la questione dei punteggi. Argomento che torna spesso nelle mie conversazioni e che non smette di farmi riflettere. I grandi numeri gonfiati, il 92, il 95, il 99. La gaussiana che dovrebbe distribuire qualità su una curva normale e invece si schiaccia verso l’alto fino all’assurdo. Poi vado alle degustazioni, metto il naso sopra un calice di un vino sulla cui etichetta c’è un 95 e non mi capacito.
È come Google Maps. Se vedi un ristorante con meno di quattro stelle non ci vai. Tutto si è spostato verso l’alto, tutto è eccellente, e quando le persone cominciano ad avere una cultura anche solo leggermente diversa dallo standard, ti mandano a quel paese.
Siamo d’accordo, profondamente. Il punteggio era uno strumento. Pochi, come Parker, lo usavano con autorità e per un pubblico ristretto. Oggi chiunque assegna voti l’inflazione ha svuotato lo strumento di senso. Il futuro, se c’è un futuro per questa forma di comunicazione enologica, è altrove. È nel racconto.
Lambrusco in fabula: un libro che ridà dignità
Il libro nasce da un’esigenza precisa: fare storia della letteratura attraverso il vino. Non fare storia del vino, attenzione. La distinzione è sottile ma fondamentale.
Sono uno storico letterario e non mi interessa tanto la storia enologica del Lambrusco quanto quello che la letteratura ha detto di lui nel corso dei secoli. Perché attraverso quello che si scrive di un vino si può fare storia della cultura, della sensibilità, del gusto estetico di un’epoca.
Lambrusco in fabula è esattamente questo: un viaggio nella letteratura italiana (e non solo) che usa il Lambrusco come filo conduttore per attraversare secoli di storia culturale. Da Virgilio ai tre premi Nobel della letteratura italiana, Carducci, Montale, Deledda, passando per la letteratura emiliana e basso mantovana, fino ai romanzi americani di italo-americani che rivendicano le proprie radici battezzando col nome di questo vino i loro libri.
Ma c’è un passaggio del libro che mi affascina particolarmente: quello sull’epoca barocca. Quando la cultura ricercava raffinatezza e artificio, il Lambrusco, selvatico, aspro, indomito, veniva usato dai poeti come insulto. Darsi del lambrusco l’uno l’altro significava accusarsi di volgarità, di mancanza di stile. Poi arriva il Neoclassicismo, poi il Romanticismo e quella stessa selvatichezza diventa virtù: la pianta che cresce senza cure, che vince sopra ogni inciampo, che non si piega, diventa simbolo di una natura più forte della civiltà.
Attraverso il Lambrusco riesco a fare squadre di letteratura
Squadre suona come qualcosa di bellissimo. Quei tagli netti che dividono epoche e sensibilità.
La questione del pubblico e il vino come simbolo
Il libro ha un problema dichiarato e Enrico lo riconosce con onestà: non sa esattamente a chi parla. Chi ama il vino cerca spesso libri più tecnici. Chi ama la letteratura non si aspetta di trovare il Lambrusco tra le pagine di un saggio letterario.
Per adesso la presa maggiore l’ho avuta sui produttori. E sui giovani.
E qui cita due esempi che, per me, hanno un peso particolare. Il primo è Elena Messori giovane produttrice modenese, tornata dagli studi a Londra per prendere le redini dell’azienda di famiglia che Enrico descrive come un’anima che ti fa capire come i giovani vogliano cimentarsi in un mondo complicatissimo. La coincidenza vuole che io abbia scritto recentemente di lei e di Cantina Messori e risentire il suo nome in questa conversazione mi dice qualcosa: che attorno al Lambrusco si sta costruendo, lentamente, una nuova narrazione. Una narrazione di ritorno, di dignità recuperata.
Il secondo esempio sono le Langhe. Enrico racconta di una masterclass in cui ha parlato poco del vino e molto della storia del territorio. Di Beppe Fenoglio e delle Langhe, della malora perché lì si moriva di fatica e di miseria.
Quando lo dici alla gente, restano sbigottiti. Perché nell’immaginario collettivo le Langhe sono i filari instagrammabili, la bellezza ordinata, il Barolo da novanta punti. Non il luogo da cui la gente scappava.
È una lezione che vale per tutto il vino italiano. La storia non è sempre confortante, non è sempre patinata. Ma è vera. Ed è la verità anche quella scomoda che crea il racconto autentico. Ne ho parlato più volte nei miei articoli. In quello della famiglia Piazzo come di Parusso. Famiglie che hanno visto, toccato con mano, patito la malora. Resistendo. Credendo nel futuro e scommettendo sul Nebbiolo quando nelle Langhe, oltre la fame, c’era solo il Dolcetto.
Il progetto futuro: una storia letteraria dei vini d’Italia
Enrico non si ferma al Lambrusco. Ha già in cantiere il libro sul Prosecco, un vino la cui storia letteraria risale all’epoca romana e che, attraverso la letteratura rinascimentale, giustifica perfino l’ampliamento della DOC che oggi conosciamo. E poi, in prospettiva, un volume più corposo: una storia letteraria dei vini d’Italia, regione per regione, vitigno per vitigno.
In cima alla lista c’è la Lacrima Cristi: un vino con una storia antichissima, piena di significati rituali e religiosi, di letteratura sacra intrecciata con quella profana. E poi i vini del sud, la Calabria con il suo Greco di Bianco, la Campania col Falerno che risale ai Romani.
C’è poi un’ambizione che va oltre il saggio enologico
I disciplinari di produzione sono spesso pieni di errori storici. Fonti non citate, affermazioni approssimative, storia fatta male. Se metti la storia dentro un documento così importante, dovresti farla fare a uno storico.
È un punto che condivido senza riserve. Il marketing del vino italiano ha bisogno di basi solide, non di narrazioni improvvisate. E quelle basi, come dimostra Enrico, esistono, sono straordinariamente ricche, e aspettano solo di essere portate alla luce con rigore e passione.
Lambrusco in fabula è disponibile in libreria. Leggetelo e non perché sia un libro sul vino, ma perché è un libro su come un popolo ha usato un calice per raccontare se stesso attraverso i secoli. È, in fondo, quello che facciamo tutti noi che scriviamo di vino: cercare in una bottiglia qualcosa che vada oltre la bottiglia.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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21 Aprile, 2026
Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce
10 Aprile 2025, Via Margutta. Arte, vino e la forza di ciò che non alza la voce.
Al centro della scena troviamo Trasparenze d’acqua di Brigitta Ciampi Karner, un percorso visivo profondamente immerso nel mondo marino. Le sue opere evocano la leggerezza e la profondità dell’acqua, restituendo allo spettatore una dimensione sospesa, quasi meditativa, dove il mare diventa metafora di interiorità e trasformazione.
Accanto a questa dimensione fluida si colloca Arcadia di Antonella Proto, un progetto che si muove su un piano spirituale. Le sue creazioni raccontano una ricerca intima e sincera del divino, traducendo in immagini una tensione verso Dio che si fa racconto personale e universale allo stesso tempo.
A fare da contrappunto, la rassegna collettiva Arte in Caos riunisce più artisti in un dialogo dinamico e aperto, dove stili e poetiche si mescolano dando vita a una pluralità di visioni. Il caos diventa così non disordine, ma energia creativa, spazio fertile per nuove interpretazioni.
Tra i momenti più intensi spicca Freak di Amanda Rosi, un progetto che attraversa arti visive e sonore, unificate dal potente fil rouge del corpo, qui indagato come limite e prigione, ma anche come unico strumento di espressione e identità. L’opera di nudo fotografico dell’artista che utilizza il body horror per rappresentare la violenza subita dall’essere umano e dalla donna in particolare, impone Freak come un’esperienza che non lascia spazio all’indifferenza: lo sguardo è chiamato a confrontarsi con immagini che disturbano, ma proprio per questo necessarie. Amanda Rosi trasforma il corpo in un campo di tensione, dove vulnerabilità e resistenza convivono, e dove il dolore diventa linguaggio visivo capace di denunciare e al tempo stesso liberare. La sua ricerca è una dimensione sospesa tra inquietudine e consapevolezza, invitando lo spettatore a riconoscere nel corpo non solo una prigione, ma anche il primo, imprescindibile spazio di verità. L’esperienza si fa immersiva, quasi performativa, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda sulla condizione della donna.
A completare la serata, il contributo della Cantina Migrante, e non poteva esserci presenza più consonante con lo spirito di questa notte.
Migrante nasce ad Olevano Romano, sui Monti Prenestini, da una storia che somiglia a molte altre storie italiane vere: Lorenzo Fanfarillo, un passato da autista di tir e sua moglie Luciana Milana decidono nei primi anni Duemila di tornare alla terra, a quella cultura contadina che le famiglie di entrambi non avevano mai davvero abbandonato. La vigna era già lì, nella memoria e nel sangue. Quello che mancava era soltanto il coraggio di affidarsi ad essa. A raccogliere questa eredità e portarla avanti con mani e testa nuove è oggi il figlio Michele: la terra affidata, come recita il titolo dell’articolo che Wine Tales Magazine ha dedicato a questa famiglia, è la terra di chi non la possiede per diritto ma per scelta, per responsabilità, per amore. I quattro ettari di vigneto in conduzione biologica, affacciati sui rilievi che guardano verso il borgo antico di Olevano, producono poche migliaia di bottiglie all’anno, tutte di Cesanese, l’unico vitigno autoctono a bacca rossa del Lazio, capace di una complessità che il mercato ha impiegato decenni a riconoscere.
I due vini scelti per la serata raccontano questa storia da angolature diverse, eppure complementari.
L’Equo è il rosato della casa. Un nome non casuale che rimanda agli Equi, l’antico popolo italico che abitò questi territori prima della romanizzazione, gente tenace e discreta, di cui la storia ha conservato poco ma la terra ricorda tutto. Un rosa scarico, profumi di pesca, albicocca, arancia e fiori bianchi che sembrano promettere leggerezza. Poi il sorso arriva e rivela qualcos’altro: il calore del Cesanese, una sapidità tagliente, agrumi fini e un finale che chiude su una punta di mandorlato. Come le opere di Brigitta Ciampi Karner, che attraverso la trasparenza dell’acqua custodiscono una profondità inaspettata, l’Equo inganna chi si ferma alla superficie. Quello che sembra lieve ed evanescente porta in sé una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi, appunto.
Il Consilium, Cesanese DOC Olevano Romano, affinato ventiquattro mesi in acciaio e dodici in bottiglia. Un vino che si prende il tempo di raccontarsi, come se stesse davvero deliberando, nel senso pieno del suo nome latino: consilium, consiglio, deliberazione. C’è qualcosa di senecano in questo vino, nel modo in cui non ha fretta di imporsi. Al naso, amarene e frutto intenso con una speziatura che non disturba ma accompagna; in bocca, un sorso morbido e potente eppure fresco, sapido, mai pesante. Un vino che avvolge senza aggredire. Pensando alla ricerca spirituale di Arcadia, a quella tensione silenziosa verso qualcosa di più grande, il Consilium sembra rispondere con la stessa grammatica: non urla, non dimostra, non cerca consenso. Si offre allo sguardo e all’ascolto di chi è disposto ad aspettare. Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare, avrebbe detto Seneca. Il Consilium sa dove sta andando.
C’è infine un filo sottile, quasi impercettibile, che lega entrambi i vini di Migrante all’opera di Amanda Rosi.
Nel body horror di Freak, il corpo è insieme prigione e unico spazio di verità. Nei vini di Olevano Romano, il Cesanese, vitigno difficile, scomodo, a lungo sottovalutato, è insieme limite e possibilità: è la pelle rugosa di un territorio aspro che, se vinificato con rigore e rispetto, rivela una bellezza che non ha bisogno di essere gridata. La forza che si nasconde sotto ciò che appare fragile o minore è il tema invisibile di questa serata intera.
Questo vernissage si configura così come un crocevia di esperienze, dove acqua, spiritualità, caos e corporeità si incontrano in un dialogo continuo. Il vino, quello di Migrante in particolare. non è ornamento ma interlocutore. Un appuntamento che conferma Via Margutta e Area Contesa Arte come cuore pulsante dell’arte romana, capace ancora una volta di sorprendere e coinvolgere.
Ivan Vellucci Marco Sargentini
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21 Aprile, 2026
Le Donne del Vino delegazione Lazio. ABC della Degustazione a ViniAmo 2026
Voci, calici e storie al femminile raccontate da 6 protagoniste.
Il 29 marzo l’ABC della Degustazione ha partecipato a ViniAmo 2026 con un suo stand e i vini di alcune delle aziende partner. Fin dalla mattina sono immersa tra calici, bottiglie, racconti e persone, dentro un flusso continuo fatto di degustazioni, assaggi, domande e curiosità. L’affluenza supera le aspettative e ogni incontro diventa uno scambio diverso, uno sguardo nuovo, una storia che si aggiunge alle altre.
Le ore scorrono veloci senza quasi accorgermene, mentre l’energia non si abbassa mai.
Nel pomeriggio iniziano ad arrivare, una alla volta, le produttrici protagoniste della masterclass dedicata alle Donne del Vino delegazione Lazio in programma alle ore 19. Ci riconosciamo, ci presentiamo, iniziamo a parlare come se ci fossimo già incontrate altre volte. Si crea subito una connessione naturale, fatta di sorrisi, di foto scattate al volo, di racconti condivisi con leggerezza ma anche con profondità.
Poi arriva la comunicazione del ritardo della nostra masterclass, più di un’ora, e per un attimo sento salire l’ansia, penso alla sala, alle persone che aspettano, al rischio che qualcosa possa disperdersi prima ancora di iniziare. Continuo a guardare l’orologio mentre tutto intorno si muove veloce.
Vado a cambiarmi, mi siedo e finalmente il tempo rallenta. Fuori restano il rumore, i calici, le voci, mentre dentro si crea uno spazio diverso, più lucido.
Ripenso a quando è iniziato tutto, a quell’idea ancora informe che un anno fa esisteva solo nella mia testa, senza una direzione precisa ma con una forza difficile da ignorare. Ripenso alle scelte fatte, alla costanza, alle energie messe in ogni dettaglio, a tutte le volte in cui andare avanti è stata una decisione e non una conseguenza.
Ed è proprio lì che capisco davvero dove mi trovo, a pochi minuti da una sala piena, costruita passo dopo passo, scelta dopo scelta.
L’ansia lascia spazio alla concentrazione, diventa presenza.
Questo è il nostro momento e deve essere perfetto.
Quando entro in sala li vedo tutti, seduti, in piedi, appoggiati alle pareti. Hanno aspettato e questa è la prima risposta, la più forte.
La tensione si scioglie e lascia spazio a qualcosa di più profondo.
Mi presento e racconto l’ABC della Degustazione per quello che è davvero, un modo di vivere il vino attraverso le sensazioni, l’esperienza personale, il confronto. Racconto anche un pezzo di me, dico che solo un anno fa tutto questo non esisteva, che è stato un percorso intenso, costruito giorno dopo giorno, e che oggi rappresenta solo l’inizio.
Dico che sono felice, orgogliosa, ma soprattutto determinata a continuare, perché l’ambizione cresce insieme alla passione.
La sala ascolta in silenzio.
Poi arriva il momento di presentare Serena Scarpel, delegata Lazio delle Donne del Vino. Cresciuta in cantina, Serena porta con sé una visione del vino come cultura, relazione e condivisione, e oggi lavora per creare connessioni tra aziende, territori e persone. Il suo intervento è autentico, diretto, pieno di presenza, e racconta con chiarezza cosa rappresenta questa associazione: una rete concreta che valorizza il territorio e le donne che lo vivono ogni giorno.
Mi guarda, sorride e annuncia davanti a tutti il mio ingresso ufficiale nella delegazione Lazio delle Donne del Vino.
L’applauso arriva forte, pieno, continuo, e in quel momento tutto si ferma per un secondo. Sento il peso e il valore di quel passaggio, non come un punto di arrivo ma come un nuovo inizio, più consapevole.
La degustazione prende forma.
Invito subito la sala a partecipare, a lasciarsi andare, a dire la prima cosa che viene in mente senza filtri, perché è da lì che nasce il racconto più vero.
Qualcuno sorride, qualcuno è titubante, ma bastano pochi minuti perché le prime voci inizino a farsi sentire.
La prima a raccontarsi è Nina Farrel di Vigneti Jacobini, produttrice e sommelier che ha riportato in vita uno storico marchio dei Castelli Romani. Nel calice porta un Lazio IGP biologico da uve procanico in purezza, essenziale e preciso, con una freschezza che richiama la terra vulcanica. Il suo modo di raccontare è coerente con il vino, attento, rispettoso, radicato nel territorio che valorizza anche attraverso progetti e iniziative dedicate. Raccolto a mano ad Ariccia, il vino unisce frutta gialla e agrumi a una chiara impronta minerale, con una chiusura sapida che invita al sorso successivo. Qualcuno dal pubblico dice “sa di pulito, di qualcosa che ricomincia”, e in quel momento tutto prende una direzione più personale.
Annuisco e aggiungo che non esiste una risposta giusta, esiste quello che il vino riesce a smuovere in ognuno di noi.
Poi è il turno di Chiara Iacoponi di Eredi dei Papi con il suo Schietto. Chiara non è presente, ma il suo lavoro arriva comunque chiaro attraverso il racconto di Sara Costantini. Chiara guida l’azienda con uno sguardo attento al mercato e alle relazioni, portando avanti un impegno concreto nella valorizzazione del territorio. Il vino è diretto, autentico, e nel calice si apre uno spazio personale, dove emergono ricordi e sensazioni che ognuno interpreta a modo suo. Un Grechetto in purezza di Monte Compatri, fresco e morbido, che intreccia fiori bianchi e note minerali con una bevibilità immediata. Una ragazza alza la mano e dice che le ricorda una domenica in famiglia, qualcosa di semplice ma pieno, e la sala si apre a nuove interpretazioni.
Sorrido e li invito a fidarsi di quelle immagini, perché è lì che la degustazione diventa esperienza.
Con Martina Fianco di Torre dei Falchi il racconto si amplia. Martina segue ogni fase del lavoro, dalla vigna alla vendita, e questa completezza si ritrova nel suo Apà, Frascati Superiore DOCG, equilibrato e consapevole. Il suo è un percorso recente ma già molto definito, fatto di studio, ritorno alla terra e visione condivisa. In sala cala un silenzio pieno, di quelli che parlano da soli. Un vino da Malvasia e varietà autoctone, profumato di fiori e agrumi, che in bocca resta armonico e persistente. Per qualche secondo nessuno parla, poi qualcuno rompe il silenzio dicendo “questo vino ti fa fermare”, e non serve aggiungere altro.
Colgo quel momento per sottolineare quanto anche il silenzio faccia parte della degustazione.
Poi arriva Marina Boccia di Vini Valle Marina, che porta avanti un progetto di famiglia iniziato dai genitori e diventato nel tempo sempre più personale. Con il suo Lampione, Moscato di Terracina DOP, entra in sala il territorio pontino, fatto di luce e vento. Il vino sorprende, rompe le aspettative, accende reazioni spontanee e crea uno scarto che rende tutto più vivo. Qualcuno esclama che non si aspettava un Moscato così, più fresco, meno scontato, e da lì parte un piccolo confronto spontaneo tra i partecipanti.
Lascio spazio a queste reazioni, perché sono il cuore dell’ABC della Degustazione. Dai vigneti affacciati sul mare, regala profumi di fiori d’arancio e pesca, con una freschezza aromatica che avvolge senza appesantire.
Ora è il momento dei rossi, iniziamo con Alessandra Ceracchi di Casale Lucino. Quarta generazione di una famiglia legata al vino, Alessandra unisce esperienza e visione contemporanea, occupandosi attivamente della gestione e dell’accoglienza in cantina. Il suo Cesanese Red Light racconta identità, radici e scelte, e nel calice resta più a lungo, come se chiedesse tempo. Un rosso rubino intenso, tra frutti maturi e spezie, morbido e persistente, capace di esprimere tutta la forza del territorio di Olevano Romano. I toni si abbassano e una voce dice “questo è un vino che va ascoltato piano”, e la sala si raccoglie ancora di più intorno al calice.
Intervengo sottolineando quanto certi vini chiedano tempo, proprio come le storie più profonde.
A chiudere è Sara Costantini di Villa Simone, cresciuta tra le vigne e oggi punto di riferimento per eventi, enoturismo e comunicazione. Il suo approccio è giovane ma solido, capace di tenere insieme tradizione e contemporaneità. Con il suo Cesanese La Torraccia accompagna la chiusura con equilibrio, lasciando una sensazione piena e coerente. Un vino elegante e strutturato, dove frutti rossi e spezie dolci si fondono in un sorso armonico e ben bilanciato. In chiusura qualcuno commenta che è un vino elegante, che accompagna senza invadere, e si percepisce chiaramente che la degustazione ha ormai trovato il suo ritmo.
Li guardo e capisco che ormai non stanno più solo degustando, stanno vivendo davvero quello che succede nel calice.
La sala è cambiata senza che ce ne accorgessimo. Le persone si parlano, si confrontano, si riconoscono. Si crea uno spazio condiviso fatto di storie, di voci, di identità.
Mi fermo a osservare quella scena, sei donne, sei percorsi diversi, una forza comune che tiene tutto insieme, e io dentro questo racconto con una consapevolezza nuova.
Le Donne del Vino sono questo, una rete reale, una presenza che sostiene, valorizza e crea connessioni, uno spazio in cui il vino diventa linguaggio e possibilità.
Quando la degustazione finisce nessuno si alza subito, si resta ancora un po’, a parlare, a sorridere, a trattenere quel momento.
In quell’ora abbiamo condiviso molto più di una sequenza di vini, abbiamo dato spazio a storie, percorsi e visioni.
E quando le donne raccontano il vino, nel calice non c’è solo tecnica o territorio, c’è una voce che prende forma, una voce che nasce dall’esperienza, dallo studio, dal lavoro quotidiano, una voce che porta con sé identità, scelte, coraggio.
È una voce che lascia un segno, che resta anche quando il calice è vuoto, che continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso.
Ed è proprio lì che il vino smette di essere solo qualcosa da degustare e diventa qualcosa da ricordare.
ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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20 Aprile, 2026
Imparare il vino. Con le mani, i piedi e un po' d'anima
Quando accade che smetti di studiare il vino e cominci a sentirlo?
Non è un momento che arriva dai libri, anche se i libri servono, eccome se servono. Arriva quando sei in mezzo ad una vigna e capisci che il terreno sotto i tuoi piedi non è solo suolo: è memoria, è storia, è la firma di tutto ciò che troverà poi nel bicchiere chi, magari a centinaia di chilometri di distanza, stappando quella bottiglia, non sa nemmeno che esisti. Eppure, sei lì, in quel vino. Per sempre.
Ho incontrato nel tempo decine e decine di produttori. Li ho ascoltati, li ho seguiti tra i filari, ho guardato le loro mani mentre parlavano. Ogni volta, senza eccezione, la cosa che mi ha più colpito non era la loro competenza tecnica, pur straordinaria. Era il fatto che tutti, chi prima chi dopo, avevano toccato la terra. Si erano sporcati. Avevano sbagliato. Avevano imparato sul campo ciò che nessuna slide avrebbe potuto insegnare. Alessandro e Stefano di Radis, per esempio, hanno iniziato con una vigna di seicento metri quadri coltivata quasi per gioco e da lì hanno trovato la loro strada. Niccolò di Antica Valpolicella sperimenta in continuazione, impara e impara ancora con e attraverso i suoi vini, sapendo benissimo che questo percorso non lo aiuterà sul piano commerciale immediato, ma che è l’unico che vale la pena percorrere. Andrea Piubello o Cristian Ferrero hanno iniziato mettendo in botte, prima di ogni altra cosa, ciò che sarebbe diventato Amarone e Barolo. Potrei continuare per ore a narrare di giovani e meno giovani che hanno fatto il passo. Imparando.
Ecco perché quando ho saputo dell’esistenza del Corso di Laurea Magistrale in Innovazione Sostenibile in Viticoltura ed Enologia, ISVE per gli amici, ho sentito qualcosa scaldarsi dentro. Non il calore tiepido di chi legge un comunicato stampa, ma quello più profondo di chi riconosce qualcosa di giusto. È così che ho voluto, fortemente voluto, scrivere questo articolo anche dopo aver parlato con la Prof.ssa Paola Domizio, Presidente proprio del corso di Laurea.
L’ISVE è un corso interateneo, nato sei anni fa dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Firenze e l’Università di Pisa. Due eccellenze che si sono guardate e hanno deciso di non competere, ma di costruire insieme. Una sorta di blend accademico che vede come risultato il percorso di 120 CFU (che acronimo strano… sta comunque per Crediti Formativi Universitari) articolato in due anni. Due anni durante i quali l’ambizione è non solo formare tecnici del vino ma persone (e sottolineo persone) in grado di leggere il futuro del settore con gli occhi aperti e le mani pronte.
Il primo anno si divide tra i due atenei.
A Pisa si costruiscono le fondamenta agronomiche ed enologiche. A Firenze si approfondisce la filiera, quella cosa complessa e bellissima che porta un grappolo d’uva fino alla tavola di quel qualcuno che magari non si conoscerà mai ma che, speriamo, ringrazierà il cielo di aver alzato quel calice. Già dal primo anno, la didattica è pensata per applicare subito le conoscenze acquisite. Via quella distanza tra teoria e pratica che ho visto disorientare tanti giovani appassionati, come se il vino fosse una cosa e lo studio fosse un’altra!
Al secondo anno cambia poi tutto ancora più rapidamente. O meglio, è un anno che cambia le persone.
Gli studenti scelgono tra due specializzazioni. La prima, Viticoltura di precisione ed Enologia 4.0, è per chi ha nel sangue la voglia di capire come la tecnologia, quella fatta di sensori, automazione, analisi dei dati, possa diventare uno strumento per apportare scelte migliori in vigna e in cantina. Non la tecnologia come fine, ma come mezzo. Come un buon coltello in mano a un cuoco che sa già cosa vuole cucinare. Qui, permettetemi una piccola divagazione. Si sente spesso parlare di vini naturali, di biodinamica, di tecniche ancestrali. Se un tempo produrre un vino senza aggiungere nulla (bella questa cosa) poteva essere un azzardo e portare a difetti, oggi, grazie alla tecnologia, è possibile. È davvero possibile. Basta conoscere i processi in vigna e in cantina. Basta avere la strumentazione e le attrezzature giuste. Basta, da qui l’Università, una buona base di preparazione.
La seconda specializzazione, Viticoltura resiliente ed Enologia dei vini speciali, guarda invece al rapporto tra clima, suolo e pianta con quella attenzione ecologica che oggi non è più un’opzione romantica: è una necessità urgente, concreta, economica. La vigna come fulcro, snodo imprescindibile per realizzare vini eccellenti assecondando le stagioni. E il territorio.
Ho scritto spesso che il vino non è in crisi, è in metamorfosi. Lo credo profondamente. I numeri ci raccontano di consumi in calo, di mercati che faticano, di giovani che si allontanano dal calice. Ma ogni volta che vedo eventi come Vini Selvaggi a Roma che riempiono gli spazi di persone che ridono, parlano, ascoltano storie, mi convinco ancora di più che il problema non è il vino. Il problema è come il vino viene raccontato, prodotto, posizionato. E questa è esattamente la sfida che l’ISVE mette sul tavolo dei suoi studenti: non solo come fare vino, ma come farlo in modo che abbia un senso per chi lo berrà domani.
I giovani consumatori di oggi, quelli della Generazione Z e dei Millennials più avvertiti, non vogliono solo una bottiglia. Vogliono sapere chi c’è dietro. Vogliono capire se quella vigna è stata rispettata, se chi l’ha coltivata ci ha messo cura e pensiero, se c’è una storia vera o solo un’etichetta ben disegnata. In un mondo in cui i dazi americani sul vino italiano hanno rimescolato le carte e in cui i mercati emergenti asiatici pongono domande radicalmente diverse rispetto a quelle a cui eravamo abituati, formare persone capaci di ragionare sulla sostenibilità socio-economica e sul marketing strategico internazionale non è un lusso: è la differenza tra sopravvivere e prosperare. Non c’è una crisi del mercato ma c’è proprio un radicale cambiamento di paradigma che investe sia la parte produttiva sia la comunicazione. Solo che entrambe diventano interdipendenti e strettamente connessi.
Il secondo semestre del secondo anno non prevede lezioni frontali.
Nessuna aula, nessun professore alla lavagna. Solo tirocinio in azienda e tesi di laurea. Il mondo reale, con tutti i suoi imprevisti, le sue bellezze e le sue asperità. È in quel semestre che si diventa qualcosa. E qualcuno. Perché, e lo dico dopo anni passati ad ascoltare vignaioli che hanno costruito cose straordinarie, nessuno si è mai formato davvero guardando solo dal finestrino.
Penso a chi mi ha detto che la vigna la si capisce solo standoci dentro, alle tempeste di grandine che cambiano un’annata in pochi minuti, alle vendemmie notturne per preservare l’acidità, alle decisioni prese con la terra bagnata sotto gli stivali. Tutto questo non si impara a memoria. Si vive. E l’ISVE lo sa.
Se stai leggendo queste righe e sei uno studente che si chiede se valga la pena continuare, se abbia senso investire altri due anni in uno studio che richiede sacrifici, ti dico soltanto questo: il vino italiano è una delle cose più straordinarie che l’umanità abbia prodotto. Non è un prodotto agricolo, è una forma di civiltà. E quella civiltà ha bisogno di persone preparate, curiose, appassionate, che sappiano usare la tecnologia senza dimenticare la terra, che capiscano i mercati senza smettere di amare i vitigni.
Non basta più fare il vino come si è sempre fatto. Le sfide climatiche non aspettano, i consumatori cambiano, il mondo accelera. Ma la bellezza di questo momento è proprio questa: chi si forma bene adesso, chi si sporca le mani e studia insieme, chi impara a leggere i dati e a sentire il suolo, chi capisce la sostenibilità non come slogan ma come scelta quotidiana, quella persona avrà un vantaggio enorme.
Il futuro del vino italiano si costruisce adesso. Con studio, con esperienza, con coraggio. Con le mani nella terra e gli occhi al mercato internazionale.
L’iscrizione all’ISVE si trova su www.isve.unifi.it. Nessun test d’ingresso: solo la tua storia e un colloquio. A volte basta guardarsi negli occhi per capire che si è dalla stessa parte.
Ivan Vellucci – Direttore
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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