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10 Aprile, 2026
Marco Parusso. Il vino assoluto
Le Langhe hanno un problema: sono troppo belle.
Le colline scendono morbide una dentro l’altra, i vigneti sembrano disegnati con il righello, le strade bianche salgono verso cascine restaurate con pietre antiche e piscine a sfioro. Nei pomeriggi d’autunno la luce diventa dorata e i turisti si fermano a fotografare i filari come se fossero davanti a un monumento. È un paesaggio che sembra eterno.
Ma non lo è.
Se si vuole capire davvero cosa sono state le Langhe bisogna leggere Beppe Fenoglio nel suo romanzo La malora: non c’è nulla della dolcezza da cartolina che oggi associamo a queste colline. Ci sono fame, debiti, campi magri e famiglie contadine che sopravvivono a fatica. Malora.
Per molto tempo le Langhe sono state una terra dura tanto dura che chi poteva, partiva.
Eppure, è da quella stessa terra dura che poi è nato uno dei vini più celebrati del mondo come il Barolo. Un paradosso che attraversa tutta la storia delle Langhe.
Quando il Barolo non valeva nulla
Oggi il nome Barolo è sinonimo di prestigio. Le bottiglie finiscono nelle carte dei vini di New York, Tokyo, Copenhagen. Gli ettari di vigneto valgono cifre che pochi agricoltori di mezzo secolo fa avrebbero mai potuto immaginare. Non avrebbero neanche saputo contare i soldi che oggi sono necessari per acquistare un ettaro di vigna. Sempre che ve ne siano in vendita.
Negli anni Settanta non era così.
Il Barolo si vendeva spesso sfuso, in damigiana. Il mercato era incerto. Molti contadini preferivano piantare altro e se proprio si fosse voluto piantare uva, non sarebbe stato certamente Nebbiolo. Semmai Dolcetto. Almeno quello si vendeva.
Se vendevo sei cartoni di Dolcetto era festa. Il Barolo lo regalavi.
Molte vigne di Nebbiolo venivano affittate per pochissimo. Richiedevano troppo lavoro e davano risultati incerti.
Il Nebbiolo non lo voleva nessuno. Era complicato, costoso, difficile da vendere.
Le Langhe erano ancora una terra agricola povera, segnata dall’emigrazione. Molti partivano per Torino con il miraggio della Fiat o per la Francia. Chi decideva di rimanere aveva una vita difficile. Dura.
Quando Marco Parusso racconta la sua infanzia, sembra di entrare in un’altra epoca. Un universo parallelo per chi è giovane oggi.
Alle elementari portavamo la legna da casa per scaldare la classe.
Non è una frase nostalgica. È una fotografia precisa. Pur sorridendo, credo ricordi ancora il freddo patito. Una volta che ce l’hai dentro, è come una stimmate. Tanto dura che non auguri a nessuno di patirla. È così però che ti fai le ossa, che capisci cosa voglia dire soffrire.
Le borgate delle Langhe erano piccoli mondi autosufficienti: una chiesa, qualche casa, una manciata di famiglie. Ognuno aveva un po’ di terra, spesso meno di un ettaro, e con quella terra doveva vivere. Vivere. O sopravvivere. Esattamente così. Non c’erano altri lavori, altre strade da percorre. Con quella terra, magari qualche bestia, dovevi vivere e far vivere una o più famiglie.
In quell’ettaro dovevi farci stare tutto. Vigna, orto, galline, magari una mucca. E con quello dovevi mandare avanti la famiglia.
La logica contadina era semplice. Ma concreta. Essenziale e al contempo cruda. Reale
Ci dicevano sempre una cosa: vendere il bello e mangiare il buono.
È una frase che sembra uscita da una poesia di Cesare Pavese. In romanzi come La luna e i falò il paesaggio delle Langhe è già pieno di malinconia: le colline come luogo di ritorno, di memoria, di infanzia perduta. Così, per chi ci viveva non era nostalgia. Era lavoro e il vino faceva parte della dieta quotidiana. Non era un lusso, né un oggetto da degustazione.
Era nutrimento.
Un ragazzo che non voleva fare il contadino
Marco non pensava di fare questo mestiere. Non era proprio nella sua idea di ragazzo. Perché avrebbe dovuto in un territorio così povero?
Io non avrei mai fatto il contadino. Mio padre non aveva neanche il trattore.
Il papà di Marco aveva iniziato a imbottigliare vino nei primi anni Settanta. Troppa fatica e un guadagno incerto. Non era cosa.
Come molti ragazzi delle Langhe, Marco sceglie la scuola enologica di Alba. Per lui, quasi per caso. Non perché sogni di diventare vignaiolo, ma perché era una scuola pratica, concreta. O magari perché pensava si studiasse poco. Poi succede qualcosa che spesso accade nelle storie di vocazione: un incontro.
Sono gli anni Ottanta. Le Langhe sono attraversate da una piccola rivoluzione culturale guidata da una generazione di giovani produttori: Domenico Clerico, Luciano Sandrone, Giorgio Rivetti, Enrico Scavino, Elio Altare. Molto tempo dopo qualcuno li chiamerà Barolo Boys.
Domenico Clerico, poi Marco De Grazia, italoamericano dalla cultura borgognona, che capì per primo come i piccoli produttori potessero avere un futuro se si comportavano come i vignerons di Borgogna: nome proprio, parcella propria, identità propria.
De Grazia ha fatto un lavoro pazzesco. Ha copiato il sistema borgognone per i piccoli produttori italiani e ci ha aperto un mondo.
Poi è arrivato il gruppo, quello che il film Barolo Boys ha reso leggenda.
Un documentario abbastanza romantico e non troppo lontano dalla verità.
Marco era il più giovane, lo avevano tirato dentro, ma l’energia era quella giusta.
Eravamo un po’ disperati. Ed è stato uno stimolo importante. Ci trascinavamo un po’ a vicenda. C’era questo spirito bello, di amicizia, dove tutti ci siamo dati a capofitto con questa sfida. Prima con noi stessi, poi tra di noi, poi con il mondo del vino..
È questa la cosa che distingue le rivoluzioni vere da quelle estetiche: l’aver messo il corpo dentro, non solo le idee. Non c’era nessuna idea di rivoluzione. un gruppo di amici che provava a fare qualcosa di diverso. Divertendosi
Eravamo ragazzi curiosi. Ci trovavamo, assaggiavamo, parlavamo di vino.
Marco ricorda una atmosfera di amicizia, di complicità, di risate.
Domenico Clerico mi ha aperto un mondo. Loro avevano capito che per far crescere questo territorio dovevamo coinvolgere i giovani.
Un momento di puro fermento. Si viaggia, si assaggiano vini stranieri, si scoprono territori fantastici come la Borgogna. Il fermento porta novità, scoperta, amicizia, gioia di vivere. Una luce di speranza nelle nebbie delle Langhe. Un po’ di sorrisi oltre la malora.
Quando ho iniziato a bere vini veramente buoni mi si è accesa una lampadina. Ho capito che il vino poteva essere qualcosa di molto più grande.
Nel 1986 Marco si diploma, parte militare, torna e comincia. L’azienda di suo padre non aveva neanche un trattore. Sua sorella Tiziana gli dice: dai, ti aiuto. Partono così, da poco o niente. I pensionati che lo aiutavano in vigna gli ridevano dietro, un ragazzo di vent’anni con le sue idee. Nel 1987, quando i bianchi in zona non li faceva nessuno, pianta dei vitigni a bacca bianca su una collina rotonda che chiama Rovella.
È stato il vino che mi ha aperto il mio concetto di vino. Ho capito che il vino buono non ha colore.
Quel ragazzo che non voleva fare il contadino si ritrova oggi insieme a sua sorella Tiziana a gestire una azienda con 23 ettari per la maggior parte coltivati a Nebbiolo. Non so se sia una sorta di contrappasso. Di certo è quello che il destino ha voluto per Marco e Tiziana e che loro non solo hanno accettato ma completamente interiorizzato. Dal 1990.
l momento in cui il mondo guarda le Langhe
Il vino ha una cosa in comune con il cinema o la letteratura: a volte basta un evento simbolico per cambiare una narrazione e nel 1993 accade qualcosa del genere.
Il Barolo Cannubi Boschis 1990 di Luciano Sandrone riceve 100 punti da Robert Parker. È un momento quasi mitologico per il mondo del vino. Un episodio che è comunque l’apice di un momento di fermento di tanti giovani produttori che, insieme e divertendosi, cercano di far rinascere un territorio. Un territorio fino ad allora appartenuto solo alla malora e al massimo al Dolcetto che inizia ad essere riscoperto. Come se la nebbia del Dio Nebbiolo cominciasse un po’ a diradarsi.
Improvvisamente le Langhe entrano nel radar internazionale. Barolo diventa una parola global e da quel momento il territorio inizia a trasformarsi rapidamente: turismo, investimenti, nuove cantine, nuove strade. Un territorio che per secoli aveva prodotto povertà diventa improvvisamente un luogo di desiderio. Con il rischio del paesaggio perfetto Un paesaggio costruito dagli uomini
Se si guarda una collina delle Langhe dall’alto si capisce una cosa semplice. Questo paesaggio non è naturale. È un’opera collettiva costruita in secoli di lavoro umano. Filari, terrazzamenti, strade sterrate, cascine. Perfino la piccola cappella colorata tra i vigneti di La Morra, oggi una delle immagini più fotografate della zona, era stata costruita semplicemente come riparo per i contadini durante i temporali: la Cappella del Barolo. Oggi è un’icona artistica.
È il destino delle Langhe: trasformare il lavoro quotidiano in paesaggio culturale.
Oggi le Langhe sono patrimonio mondiale dell’UNESCO e l’intero paesaggio vitivinicolo è considerato un bene culturale. Ma sotto la superficie perfetta si intravede una domanda: cosa succede a una terra contadina quando diventa un luogo di culto per il turismo internazionale?
Le vecchie cascine diventano resort. I vigneti diventano scenografia. E spesso il lavoro nei campi è affidato a lavoratori arrivati da altri paesi: Romania, Albania, Marocco. Il paradosso tipico dell’agricoltura contemporanea. Le terre diventano ricche proprio quando i contadini scompaiono.
Il vino come alimento
In mezzo a questo cambiamento Marco continua a ripetere un’idea che suona quasi radicale.
Il vino non è una bevanda. È un alimento.
È una visione che appartiene alla civiltà contadina europea. Per secoli il vino è stato parte della dieta quotidiana. Pane, minestra, formaggio, vino. Non degustazione. Non collezionismo. Semplicemente vita quotidiana.
In primavera le famiglie raccoglievano erbe spontanee nei campi, tarassaco, ortiche, borragine solo per trasformarle in zuppe o frittate. Il vino accompagnava questi piatti poveri. Era energia per il lavoro.
Il vino nasce per stare a tavola. Non per essere bevuto da solo. Oggi il vino è diventato un prodotto edonistico. Ma il suo ruolo originario era nutrizionale.
Il vino assoluto
Marco continua a ripetere vino assoluto. Non è un concetto tecnico. È quasi una filosofia. Qualcosa che è nella cultura di chi fa vino con il cuore e con l’anima. Un elemento primordiale. Un nutrimento essenziale.
Tutto parte dal grappolo. Dal frutto, custode del patrimonio nutritivo. Un alveo di elementi che raggiungono il culmine della loro irripetibile espressione con la grande maturazione ovvero il riposo in cantina dopo la raccolta. Una sorta di riposo del guerriero, di scura tranquillità necessaria perché avvenga il vero miracolo.
Poi continua a rimanere intero quel grappolo. Lo fa fino alla fine. Portandosi dietro i raspi nel freddo. Perché i profumi emergano. Perché ogni singolo precursore dia il proprio impagabile contributo.
Il riposo, quello vero, avviene nelle barrique di legno nuovo. Li e solo li, sollecitandolo ogni tanto, avviene la magia.
Il vino buono non ha colore.
Bianco o rosso non importa. Quando un vino è davvero grande appartiene a una categoria minuscola. Per questo ama sperimentare. Tecniche da rosso sui bianchi. Leggerezza dei bianchi nei rossi. Come una necessità di sfuggire alle categorie, di non essere catalogato.
È una ricerca che ricorda quella di certi artisti contemporanei: togliere, semplificare, ridurre fino all’essenziale.
Quando un vino è veramente buono appartiene a una piramide molto piccola.
Per questo ama sperimentare.
Nei bianchi cerco la profondità dei rossi. Nei rossi cerco la leggerezza dei bianchi.
Ride mentre lo dice.
Se chiudi gli occhi il mio Barolo sembra quasi un bianco. Il mio bianco in bocca sembra un rosso.
È una ricerca che non ha una conclusione precisa.
Il vino assoluto in teoria esiste. In pratica forse non si farà mai.
Sembra la ricerca della pietra filosofale, del Sacro Graal della immortalità. Ricercate per ogni dove ma mai trovate così da lasciarle nell’immaginario, nei romanzi, nei film. Per Marco è qualcosa di assoluto ma che lo porta sempre a ricercare qualcosa, qualche elemento che lo possa far avvicinare a quel vino. Una sorta di guardare lontano per arrivare lontano. Non necessariamente con se. Sicuramente con il pensiero, l’anima.
Ho assaggiato i vini di Marco durante un evento di Cuzziol Grandivini a Roma. La sensazione è stata di qualcosa di diverso, insolito eppure straordinario. Si le Langhe. Si il Nebbiolo. Ma c’era qualcosa di diverso nei suoi vini. Ecco perché gli ho chiesto di poter avere qualcosa sul quale meditare un attimo. Capire se quell’assoluto avesse un senso diverso.
Tre vini dunque dei quali parlare.
Il primo è il Rovella 2022. Un Sauvignon Blanc, vitigno che nelle Langhe, forse complice la vicina Francia, ha trovato spazio nel tempo per conquistare anche il settore dei bianchi. In realtà si è conquistato un posto di tutto rispetto sfruttando, ovvero arricchendosi, di un terroir che è palcoscenico incredibile. Sarebbe come portare alla Scala di Milano il Cyrano de Bergerac. Cosa avvenuta realmente nel 2008 con Placido Domingo a fare da protagonista. Il Rovella affina a contatto con i lieviti in piccoli contenitori. Piano piano. Senza fretta. Il tempo che serve.
Una profondità che si concede
Rovella è il nome della cascina acquistata nel 1925 in località Bussia, dove oggi sorge la cantina di famiglia. Un nome che porta con sé il tempo, la terra, il senso di permanenza che solo certi luoghi sanno custodire. Allora il nome doveva custodire qualcosa di inaspettato, qualcosa che rompesse la linearità di una storia costruita sul Nebbiolo: non poteva che essere un Sauvignon Blanc nato nel cuore delle Langhe.
Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia. Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede. Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto. Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita. C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida, desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più. Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti. Il tessuto del tempo Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi. Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà. Guardare lontano Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco. I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale. Ma poi torna su qualcosa di più semplice. La prima regola è non avere troppe regole. Sorride. L’importante è sapere dove vuoi andare. È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe. Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto. Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto. Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano. Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi. I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro. C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno. Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà. Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo. Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno. Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse. Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai. La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte. E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto. Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare. Io non posso che far tesoro di tutto questo. Grazie Marco Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia. Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede. Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto. Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita. C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida, desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più. Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti. Il tessuto del tempo Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi. Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà. Guardare lontano Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco. I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale. Ma poi torna su qualcosa di più semplice. La prima regola è non avere troppe regole. Sorride. L’importante è sapere dove vuoi andare. È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe. Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto. Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto. Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano. Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi. I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro. C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno. Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà. Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo. Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno. Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse. Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai. La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte. E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto. Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare. Io non posso che far tesoro di tutto questo. Grazie Marco Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
9 Aprile, 2026
Tedeschi protagonista a Operawine 2026
La storica azienda di Pedemonte di Valpolicella tra le 69 realtà della categoria “Classics” selezionate da Wine Spectator per l’evento inaugurale di Vinitaly
Pedemonte di Valpolicella (VR), aprile 2026 – Tedeschi sarà tra i protagonisti di OperaWine 2026, in programma l’11 aprile a Verona, l’esclusivo evento su invito che inaugura Vinitaly e riunisce una selezione dei migliori produttori italiani individuati dalla rivista Wine Spectator.
L’azienda è stata selezionata tra le 69 cantine della categoria “Classics”, all’interno di un totale di 150 produttori selezionati da Alison Napjus e Bruce Sanderson, Senior Editor di Wine Spectator, e suddivisi nelle tre categorie Legacy Icons, Classics e New Voices. La categoria “Classics” di cui anche Tedeschi sarà rappresentante identifica in particolare “produttori leader nelle loro regioni, con un curriculum qualitativo importante”.
Considerato uno degli appuntamenti più autorevoli del panorama internazionale, OperaWine rappresenta una vetrina d’eccellenza in cui si incontrano stampa, operatori e buyer provenienti da tutto il mondo. La partecipazione di Tedeschi conferma il riconoscimento del percorso intrapreso dall’azienda nella valorizzazione della Valpolicella, attraverso una visione che unisce coerenza stilistica, ricerca e forte identità territoriale.
Nel corso dell’evento, l’azienda presenterà una delle etichette più rappresentative: il Capitel Monte Olmi Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva 2011, espressione storica del concetto di cru in Valpolicella, uno tra i vini identitari di Tedeschi, capace di raccontare la diversità dei terroir aziendali. Un percorso che mette al centro il valore del vigneto e una lettura contemporanea della denominazione, mantenendo un forte legame con la tradizione.
La Redazione
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9 Aprile, 2026
Caiarossa porta la sua anima mediterranea a Vinitaly e Summa 2026
La cantina toscana torna in fiera a Verona con le nuove annate, espressione dei suoi terroir e della visione della tenuta
Caiarossa torna a Vinitaly (Pad. 9 – Stand D16) con uno spazio espositivo che racconta il legame profondo tra la cantina e la sua filosofia produttiva. Lo stand, caratterizzato da materiali naturali e da una scenografica parete realizzata con cassette di legno riciclate, ospiterà l’intera gamma delle etichette della tenuta, con particolare attenzione alla collezione dei suoi rossi iconici. Un allestimento pensato per raccontare, attraverso dettagli e contenuti dedicati, i valori di armonia, sostenibilità e ricerca che da sempre guidano l’azienda.
Tra le novità in degustazione, le nuove annate 2022 di Caiarossa, Aria di Caiarossa e Pergolaia, vini che interpretano in modo complementare la ricchezza dei diversi terroir aziendali.
Francesco Villa, Direttore Tecnico di Caiarossa
I vini che presentiamo nel 2026 raccontano con autenticità il carattere dei nostri vigneti e dei diversi terroir, esprimono equilibrio, complessità e una chiara identità territoriale, frutto di un lavoro meticoloso in vigna e in cantina. L’annata 2022 ha generato vini di notevole finezza, profondità e naturale freschezza, qualità che accompagneranno splendidamente la loro evoluzione negli anni.
Situata sulla costa toscana, tra boschi mediterranei e colline affacciate sul mare, Caiarossa è una cantina di proprietà della famiglia Albada Jelgersma, che dal 1998 porta avanti una visione produttiva fondata sull’armonia con l’ambiente e sui principi dell’agricoltura biodinamica e biologica, valorizzando vitalità e identità del suolo. È in questo contesto naturale e culturale che nascono vini contraddistinti da finezza, complessità e autenticità territoriale, frutto di una ricerca continua e di un impegno che la famiglia prosegue con dedizione.
Insieme a Vinitaly, Caiarossa sarà protagonista anche a Summa 2026, in programma l’11 e 12 aprile presso la Tenuta Alois Lageder a Magrè. L’evento, da oltre vent’anni punto di riferimento internazionale per i produttori impegnati in un approccio agricolo sostenibile, accoglierà le nuove annate delle etichette Caiarossa e il loro Olio EVO Biologico, espressione autentica dell’ecosistema della tenuta.
CAIAROSSA
L’energia della natura trova slancio e riparo vicino al borgo medievale di Riparbella, sulla Costa Toscana: la vegetazione rigogliosa, gli alberi da frutto, gli olivi, gli ortaggi e le piante aromatiche restituiscono il colore, i profumi e la meraviglia di un territorio unico, quello in cui sorge Caiarossa. Una luce magica di giorno, dovuta al riverbero dei raggi del sole sul mare in lontananza, un cielo stellato di notte, la suggestione è grande e abbraccia la cantina, rossa come il centro della terra, appoggiata sul versante sud-ovest della collina.
Era il 2004 quando Eric Albada Jelgersma decide di acquistare una tenuta in questa parte speciale d’Italia, portando con sè le conoscenze sviluppate negli anni a Bordeaux, con Château Giscours, nota azienda vinicola nella denominazione Margaux della regione francese di Bordeaux.
Eric Albada si innamora infatti di questa piccola ma bellissima cantina, immersa nella macchia mediterranea, sul versante occidentale di una collina che si affaccia sul mare. Oggi, i suoi figli Dennis, Derk e Valérie proseguono sulle orme del padre e continuano a lavorare alla ricerca della massima precisione nella produzione dei vini.
Questa ricerca è volta alla massima connessione con il ritmo della natura, ed è per questo che fin dalla sua nascita la cantina segue i principi dell’agricoltura biodinamica, con l’obiettivo di aumentare la vitalità e la resilienza del terreno. I vini Caiarossa sono unici: raffinati blend delineano una ricerca tra sperimentazione ed equilibrio. Un’armonia che restituisce l’interpretazione virtuosa del territorio con occhi francesi.
La Redazione
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9 Aprile, 2026
GoWIne. Intreccio tra Barolo e Nobile di Montepulciano
Il 28 e 29 marzo si è svolta a Monforte d’Alba la diciassettesima edizione de I Grandi Terroir del Barolo promossa dall’inesauribile GoWine, quest’anno con il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano come ospite per un approfondimento del progetto Le Pievi.
Un dialogo naturale con le MGA del Barolo: due grandi denominazioni unite della volontà di mettere al centro il territorio come elemento distintivo.
MGA, Menzione Geografica Aggiuntiva, è un progetto di zonazione voluto dal Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani introdotto nel 2010, non a caso anche l’anno della prima edizione de I Grandi Terroir del Barolo, che invita ad un livello di lettura più profondo del territorio, uno zoom sulle zone, sottozone e vigneti, evidenziando così le caratteristiche geologiche, minerali dei diversi terreni.
Il disciplinare ad oggi conta 181 MGA, divise in 11 Comunali e 170 Specifiche (zone, sottozone, vigneti).
Sul banco di assaggio di Gowine erano presenti ben 47 Menzioni, tra le più rappresentative del Barolo: da Serralunga a Cannubi, da Bussia a Castelletto, da La Morra a Parussi. Una panoramica decisamente rappresentativa dei terroir di questo grande vino.
L’edizione di quest’anno si è arricchita della presenza del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano egregiamente rappresentato dal suo Vicepresidente Luca Tiberini, che in un appassionante discorso introduttivo al Nobile ha raccontato la necessità, nata una decina di anni fa tra tutti i produttori di Montepulciano, di qualificare e valorizzare esclusivamente i vitigni storici della tradizione del Nobile di Montepulciano: Sangiovese, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo.
Con un disciplinare, giustamente, molto rigido nasce il progetto “Le Pievi”, 12 sottozone storiche basate sul trattato Leopoldino del 1800.
Il dialogo tra questi due grandi territori è stato completato da una vibrante Masterclass guidata dal Vicepresidente del Consorzio del Nobile Luca Tiberini e dal giornalista Gianni Fabrizio, autorevole firma del vino italiano, per decenni curatore della Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso.
In degustazione 5 Barolo e 5 Nobile di Montepulciano a ricordarci quanto il vino sia prima di tutto linguaggio: racconto di terre, di uomini e di visioni.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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9 Aprile, 2026
Consorzio Barbera D’asti e Vini del Monferrato: sarà Filippo Mobrici alla guida di un Cda rinnovato
Con 7 nuovi membri il CDA del Consorzio si presenta unito e dinamico in vista delle nuove sfide di mercato
L’assemblea dei soci del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato ha eletto il nuovo Cda che vede la conferma di 18 consiglieri e di 7 nuove realtà, pronte a portare energie, visione e sensibilità contemporanea nel percorso di crescita della denominazione. È stato altresì nominato Filippo Mobrici Presidente del Consorzio dell’azienda Bersano. Una nomina che segna un passaggio nel segno della continuità e della valorizzazione del lavoro svolto negli ultimi anni per rafforzare l’identità della Barbera e dei vini del Monferrato sui mercati nazionali e internazionali.
Presidente Filippo Mobrici
Assumere la guida del Consorzio in questo momento è per me motivo di grande soddisfazione e responsabilità. Arriviamo al prossimo Vinitaly con un Consiglio di Amministrazione rinnovato e con la volontà di rafforzare ulteriormente il dialogo con i mercati internazionali. Negli ultimi anni il settore ha dovuto confrontarsi con uno scenario particolarmente dinamico, caratterizzato da cambiamenti continui e nuove sfide competitive. Proprio per questo il nostro impegno sarà quello di proseguire il lavoro avviato, consolidando le relazioni costruite e guardando al tempo stesso ai mercati emergenti, sempre più interessati a vini capaci di coniugare qualità, identità e immediatezza. In questo percorso raccogliamo il testimone lasciato dal mio predecessore Vitaliano Maccario, che ringrazio per aver rafforzato il dialogo con stakeholder nazionali e internazionali e per il lavoro svolto in un triennio particolarmente complesso. Lo facciamo con uno sguardo rivolto anche all’importante traguardo degli ottant’anni del Consorzio, un anniversario che rappresenta non solo una ricorrenza, ma il risultato di una lunga storia condivisa e di un percorso costruito insieme ai produttori del territorio.
Ad affiancare il Presidente saranno i due Vicepresidenti Lorenzo Giordano della cantina sociale di Vinchio e Vaglio Serra e Giorgio Gozzelino di Cascina Castlet che sottolineano:
Vicepresidente Lorenzo Giordano
La Barbera d’Asti ha tutte le caratteristiche per parlare al pubblico contemporaneo: è un vino identitario ma al tempo stesso immediato, capace di essere autentico e accessibile. Il nostro obiettivo è continuare a raccontarla come un vino sempre più pop, riconoscibile e vicino ai consumatori, capace di unire qualità, versatilità e convivialità. Un linguaggio che permette alla Barbera di dialogare con nuove generazioni di wine lovers e con mercati sempre più dinamici.
Vicepresidente Giorgio Gozzelino
Il valore della Barbera d’Asti e dei vini del Monferrato nasce innanzitutto dal lavoro quotidiano dei produttori e dal legame profondo con un territorio unico, fatto di colline, suoli e tradizioni vitivinicole che da generazioni ne definiscono l’identità. Il nostro impegno sarà quello di rafforzare ulteriormente il lavoro di squadra tra produttori, istituzioni e filiera, affinché queste denominazioni possano continuare a essere ambasciatrici credibili del Monferrato nel mondo e a trasmettere il valore di un territorio che ha nella viticoltura una delle sue espressioni più alte.
Il nuovo consiglio di amministrazione consta di 25 membri:
Bersano Luigi – G.M. Mondo del Vino-ARGEA
Bianco Davide – Azienda Vitivinicola Tenuta La Graziosa
Bonzano Francesca – Castello di Uviglie
Brillado Pietro – Cantina Sociale di Mombercelli
Costa Andrea – Marenco Vini
Cucco Carlo – Cantine Manfredi
Ferraris Luca – Agricola Ferraris
Fortunato – Bruno Tre Secoli
Gallo Carlo – Azienda Agricola Gallo
Gasperini Davide – Cascina Gilli
Gerbi Enzo – Cantina sociale Barbera dei Sei Castelli
Ghignone Andrea – Cantina Sociale di Nizza M.to
Giordano Lorenzo – Cantina Sociale di Vinchio e Vaglio Serra
Gozzelino Giorgio – Cascina Castlet
Marasso Massimo – Fratelli Martini Secondo Luigi
Mobrici Filippo – Bersano Vigneti
Morando Franco – Società Agricola Montalbera
Pesce Daniela – Cantina Sociale Maranzana
Porzio Giulio – Cantina Post Dal Vin
Redoglia Mario – Cantina Sociale di Castagnole Monferrato
Ricagno Paolo Vecchia – Cantina di Alice Bel Colle e Sessame
Rovero Enrico – lli Rovero
Sartirano Paolo – Sartirano Figli Cantine e Vigneti
Savio Stefano – Terre dei Santi
Veronesi Federico – Pico Maccario – Agribel
IL CONSORZIO BARBERA D’ASTI E VINI MONFERRATO
Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946, ha il compito di tutelare e promuovere le sue denominazioni per garantire la loro diffusione e la loro immagine sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso appositi marchi distintivi. Attualmente il Consorzio conta più di 430 aziende associate e 12 denominazione tutelate.
La Redazione
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9 Aprile, 2026
IO VINO 2026. La Marche la Campania raccontate dai vitigni autoctoni.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 15 Marzo le accoglienti sale del COURTYARD by MARRIOTT ROMA CENTRAL PARK HOTEL hanno ospitato la nona Edizione di IO VINO, Evento dedicato alle produzioni da vitigno autoctono di Marche e Campania.
Organizzato dagli infaticabili Manilo Frattari e Romina Lombardi IO VINO è l’occasione per accendere uno spot su due Regioni ricche di Storia e patrimonio ampelografico, due Regioni diverse per affaccio marino, per geologia e tradizioni ma unite nel raccontarsi attraverso la grande qualità dei loro vini.
GLI ASSAGGI
Oltre ottanta le Aziende presenti e un numero impressionante di etichette imponevano una programmazione attenta degli assaggi ma, come era prevedibile, chiacchiere, tavoli affollati e curiosità sono stati gli unici punti fermi di una giornata molto intensa.
Tra i circa cento vini assaggiati ne ho scelti una ventina da proporre al Vostro insindacabile giudizio.
Venti vini che hanno tanto da raccontare e che sanno scavarVi nell’anima, venti etichette emozionanti nelle quali Vi invito a ficcare personalmente il naso criticando le mie scelte e condividendo le Vostre osservazioni.
QUELLI DA NOVANTA
– CAMPANIA IGP FIANO 2018, ALABASTRA (CAMPANIA): la mette subito pesante sul balsamico!
E quella menta piperita si impadronisce dell’olfatto, dando di gomito alla resina, al finocchietto selvatico, a un’arancia che scherza con dolcezze di tiglio e mandorla…
In bocca è materico, voluminoso, glicerico ben oltre quei 13° dell’etichetta, fresco si ma soprattutto sapido, marino.
Un sorso cremoso che s’appoggia a una sottile dose di riduzione per firmare l’anima “contadina” di un vino altrimenti troppo nobile per il mio palato.
Tanta, tanta roba!
90 Punti?
Magari non di più ma 90 sicuramente.
– CAMPANIA IGP FALANGHINA 2018, ALABASTRA (CAMPANIA): una Falanghina (del Taburno) per quelli che “la Falanghina è solo Falanghina”.
Come nel Fiano, il primo impatto “stura il naso” con schiaffi balsamici e di erbe officinali (origano).
Un piglio maschio a precedere l’allargarsi del panorama su toni più avvenenti di ananas e susina, ginestra e zafferano, acacia e pizzicori zenzerosi.
In bocca?
Voluminosa è forse l’aggettivo più azzeccato, una pienezza che vuole essere protagonista ma di cui il sorso non si accontenta, che richiama vieppiù l’attenzione con scudisciate fresco sapide e che, in chiusura, Vi calpesta con tacchi a spillo di vegetale durezza.
Una Falanghina “femmina” (con tutto quel che ne consegue)!
91 Punti.
– TAURASI DOCG 2016, ALABASTRA (CAMPANIA): un Taurasi scuro, profondo, che impone il ferro alla frutta, la torba e il muschio alla violetta e ai frutti di bosco, con quelle spezie dolci che sono smancerie di poco conto sullo sfondo del cacao e dell’atmosfera balsamica
In bocca trovate energia e tannini, freschezza e sapidità profonda, un sorso dal ritmo incalzante e con una scia fresco-sapida che toglie anni a quelli in etichetta e lascia vagare i pensieri.
Un Taurasi arrogante.
91- Punti.
– VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG CLASSICO “SALMARIANO” 2012 RISERVA, MAROTTI CAMPI (MARCHE): ci sono arrivato dopo un viaggio iniziato con una 2022 marina e vegetale per fermarmi poi nelle stazioni di una 2018 che, scalpitante, iniziava a scaldare i motori regalando i primi accenni di idrocarburo, di una 2017 sorprendente e campestre, centrata su erbe aromatiche e finocchietto selvatico e di una 2015 di mirabile equilibrio e svettante freschezza.
Ebbene, questa 2012 infonde calma con le sue note solari di camomilla e fiori d’acacia e scuote poi con mineralità gessose, amaritudini di salvia piccantezze di senape.
Al palato si mostra con sorprendente, grassa sfericità regalando sensazioni di buccia di mela, burro, caffè e caramello senza mai perdere di vista la freschezza sferzante e la sapidità di mare in burrasca.
90+ Punti.
– LACRIMA DI MORRO D’ALBA DOC SUPERIORE “ORGIOLO” 2017, MAROTTI CAMPI (MARCHE): anche qui ho dovuto scegliere tra questa e una 2023 che, messo da parte le smancerie di certi Lacrima, sa di inciampi di arbusti di macchia mediterranea, una 2021 che dimentica gli arbusti e si dedica alle bacche, una 2016 snella, armonica e ammaliante che sorprende con l’ultima goccia, quella che sporca il calice e tradisce un anima rustica e pellicciosa da cui è difficilissimo non lasciarsi ammaliare e una 2006 pensierosa che, giocata tra infusi di erbe, polvere e meditazioni tabaccose ci lascia con un “boh” che vuol dire “la DEVO riassaggiare”.
E dunque, questa 2017 ci lascia con un palmo di naso quando, ripensando agli impicci di una annata calda e complessa, ne apprezziamo la freschezza vegetale, erbacea, officinale, amaricante di rabarbaro nel suo strizzare l’occhio al Vermouth.
In bocca ha un ché di erotico, una silhouette fasciata di pelle, afrodisiaca di tartufo, piccante di pepe rosa, profonda di prugna, dura di bacche di ginepro.
Un vino da vivere più che da bere.
90 Punti (forse di più).
p.s. mi corre l’obbligo di dire almeno qualcosa anche del LACRIMA DI MORRO D’ALBA DOC “RÙBICO” 2004 che ancor meno degli altri ha bisogno di un punteggio per essere sorprendente.
Qui l’assaggio va oltre olfatto e gusto fondendoli in una esperienza che sa di anni ’70, di chinotto, di “ferrochina Bisleri” sorseggiata al banco del bar, di cenere, ricordi e risate.
Peccato non avergli potuto dedicare il tempo che meritava, peccato davvero.
I QUASIQUASI
– COLLI DI SALERNO IGT FIANO 2024, MILA VUOLO (CAMPANIA): la mela e la pera, le nocciole conservate nel miele, il tiglio e l’albicocca…
Sembra da subito un fino tuttifrutti (e qualche fiore) ma pian piano cresce un’onda salina che sa di terra e sudore e poi…quel tocco di fatica, di rustica eleganza che chiede rispetto per chi china la schiena verso la terra.
In bocca aleggia un’atmosfera di sapide piccantezze, quasi salmastra, che s’accompagna alla viva freschezza che sottolinea l’agrume.
Sostanza e agilità accompagnano il sorso e la chiusura racconta di mandorle e risate.
89- Punti.
– COLLI DI SALERNO IGT AGLIANICO 2011, MILA VUOLO (CAMPANIA): un olfatto subito coinvolgente mette sui piatti della bilancia more e amarene a pareggiare noce moscata e pepe nero, cannella e vaniglia.
Un equilibrio instabile sul quale si muovono funamboliche note di tabacco e spunti terrosi.
In bocca grida sostanza e sfoggia armonia; i tannini si celano dietro il frutto rinvigorendo il sorso laddove serve, la freschezza è d’avanzo e di inesorabile progressione, la sapidità impone attenzione ma senza arroganza.
Un Aglianico che racconta un Territorio e chi lo interpreta, un Aglianico da ascoltare con attenzione e che ha ancora tanto da dire.
89 Punti.
– TERRE DEL VOLTURNO IGT PALLAGRELLO BIANCO “LA LUNA E IL VENTAGLIO” 2024, TERESA MINCIONE (CAMPANIA): un Pallagrello Bianco che “facile” sembra ma non è.
Racconta di frutta gialla estiva, di fieno maturo, di agrumi anche canditi con quell’agguato vegetale sullo sfondo che costringe all’attenzione.
In bocca poi ha volume e agilità disneyane, danza sul filo della frutta tenuto in equilibrio dall’ombrellino di quella sapidità minerale che spinge avanti lo sguardo, oltre il precipizio, e il finale è un applauso balsamico tra risate di mandorla appena amara.
87++ Punti.
– FIANO DI AVELLINO DOCG “ARIANIÈ” 2023, LAURA DE VITO (CAMPANIA): decisamente minerale, non si vergogna di accennare a fumi di zolfo prima di distendersi su tropicalità di ananas, ben più nostrane sensazioni di pera e nocciola e dolci freschezze di agrumi in confettura.
Macchia mediterranea, misteri di spezie e graffi salmastri introducono un sorso che si rivela subito di grande volume e cicciosa sostanza nonostante il tentativo parzialmente riuscito di snellirsi a suon di esercizi fresco-sapidi.
Chiude ricordando agrumi, mineralità e sottili richiami ortolani.
Sicuramente di nobile lignaggio ma forse un po’ troppo supponente.
89– Punti.
– FIANO DI AVELLINO DOCG “ELLE” 2023, LAURA DE VITO (CAMPANIA): in un contesto ampio e profondo di freschezze fruttate e delicatezze floreali, si fa strada una sottile ma decisa mineralità, gessosa più che vulcanica, accompagnata da un corteo di spezie d’Oriente che dispone al mistero.
Il sorso racconta di una sapidità inattesa e un po’ troppo selvaggia in un contesto di gliceriche morbidezze e acidità tagliente.
L’allungo prova a sedurre con rimandi di frutta e agrumi ma questi paiono essere più un vezzo aristocratico che una sentita realtà.
Indeciso tra 87 e 89 Punti sospendo il giudizio (per avere la scusa di riassaggiarlo con più calma).
– FIANO DI AVELLINO DOCG “LI SAURUNI” 2022, LAURA DE VITO (CAMPANIA): olfatto profondo e complesso, nodo gordiano di spezie (noce moscata e chiodi di garofano) e polvere pirica, esuberanze fruttate e terragne vegetalità.
Muscoli e volume non gli mancano eppure il sorso appare di grande dinamica, morbido e ammiccante, travia con note marine e fumosità di mistero in un crescendo che invita al peccato.
89++ Punti.
– FALANGHINA DEL SANNIO DOC “KISSÒS” 2015, (CAMPANIA): susina e melone s’alternano a ginestre e nocciole inseguendo freschezze di scorza di cedro.
Sono però le spezie a sedurre, il finocchietto selvatico a far sognare, l’incenso a far vagare i pensieri.
E poi miele, talco…
Una Falanghina che in bocca sa di macchina del tempo, una Falanghina che mostra uno struggente equilibrio tra dolcezze della frutta e vegetalità di felce sottolineato da una elegantissima nota salina.
Difficile non pensare che sia ancora “giovane”.
89- Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO FIANO 48 MESI, DRYAS (CAMPANIA): mille bollicine una sola voce, quella del Fiano, profonda, iodata ma non priva di fiori d’acacia e nespola, pera, nocciola e cedro, una strizzata d’occhio di idrocarburo (ma appena una strizzata d’occhio).
In bocca complessità e bevibilità si tengono sotto braccio regalando un sorso dritto, mai sopra le righe, privo di cedimenti o inutili sovrastrutture.
Il 60 mesi era finito, ma questo 48 non me lo ha fatto rimpiangere per niente.
89– Punti.
– CAMPANIA IGT FIANO “GRISEO” 2019, DRYAS (CAMPANIA): origano, timo…decisamente mediterraneo l’incipit olfattivo.
Poi pera, mela, leggere tostature, dolcezze di miele, idrocarburi pronti a esplodere, fumose intimità…
Il sorso ha polpa, sostanza, freschezza e sapidità vivide ed equilibrate e un allungo degno di nota che ripropone erbe aromatiche e miele in quell’atmosfera fumé che mai accenna a diradarsi.
Beh, per essere un vino di “recupero”…
88++ Punti.
– ROSSO CONERO DOCG “ETERE” 2020 RISERVA, MORODER (MARCHE): un Montepulciano che gioca con le amaritudini e le dolcezze, che mette il carcadè vicino alle more, il rabarbaro alle visciole, la liquirizia alla marasca.
Balsamico di alloro, non dimentico del pepe, umido di terra.
In bocca ha calore da vendere e freschezza per tamponarla, tannini per alleggerire e sapidità per gestire l’allungo.
Profondo e giovane (dentro).
87++ Punti.
– ROSSO CONERO DOCG “DORICO” 2019 RISERVA, MORODER (MARCHE): più scuro del precedente, mette in mostra le cupe profondità del bosco a suon di resina e corteccia, inciampi di radici e humus.
E pare preferisca le tenebre alla luce anche quando, dopo un accenno di fiori rosi, si concentra su china e grafite pescando una presa di tabacco dalla bisaccia di cuoio.
Difficile qui nascondere la potenza dietro la freschezza, l’estratto e i tannini (molto composti) governano il sorso e solo la sapidità sembra non rinunciare al compito di bilanciare l’assaggio.
Lungo, molto lungo ma forse un po’ “troppotroppo”.
88++ Punti.
– VINO BIANCO “TEMPIO” 2021, LA LEPRE E LA LUNA (MARCHE): da un vigneto misto di Trebbiano, Malvasia, Verdicchio e Maceratino alla bottiglia passando per 12 mesi di confino in anfora, un vino che non si vergogna della propria aromaticità, che strilla lavanda e salvia, che strizza l’occhio agli agrumi, alla frutta candita e alle spezie.
Il sorso è fresco, succoso, astringente, appena fungino, forse funky, di sicuro affascinante.
88++ Punti.
– VINO ROSSO “LEPRE” E “LUNA” 2021, LA LEPRE E LA LUNA (MARCHE): difficile parlare dell’uno senza l’altro, gemelli diversi separati da permanenze e affinamenti ma che insieme raccontano il Montepulciano in maniera essenziale.
Veloce (ma non sbrigativo) come si conviene al nome di fantasia il primo, vegetale, vinoso, rustico nel raccontare il frutto rosso, il pepe, le erbe amare; più cupo e intenso il secondo, di rude ponderatezza nel proporre in primis mentolo, eucalipto, qualcosa di ortolano che fa pensare al sedano rapa e solo dopo una marasca che ben si abbina con il suo carattere selvatico.
In bocca, là dove il primo scorre succoso, allegro e scanzonato, il secondo si ferma a riflettere sottolineando materia e freschezze che diventano quasi medicali, note umide, erbacee e terragne che sanno di notte e nascondigli.
88 Punti, per entrambi.
– VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO SUPERIORE “DISINVOLTO” 2024, LA FOLLONICA (MARCHE): dà subito una sensazione di freschezza e la frutta prova a tamponare l’incedere più montano che marino di un Verdicchio segnato già in gioventù da un’evoluzione verso note di anice stellato e piriche mineralità.
Il sorso, decisamente saporito, segue invece la strada delle dolcezze vivendo del contrasto tra queste e le unghiate aspre di una scorza di limone che segna la chiusura.
86+ Punti (ma sto alla finestra in attesa del futuro).
E QUINDI?
E quindi Grazie a Manilo e Romina per avermi voluto ospitare ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di darmi retta e quelli che hanno avuto la fortuna di vedermi solo passare davanti al proprio tavolo.
IO VINO ha saputo ricavarsi un proprio spazio ben definito nel caotico mondo romano degli Eventi enoici, uno spazio che ogni anno si riempie di molto più che solo vino e winelovers, uno spazio nel quale, se non siete mai entrati, beh…fate come me: mettete in agenda l’Edizione 2027!
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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8 Aprile, 2026
Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez
Agustín Benjumeda e Brita Hektoen si sono innamorati due volte: tra loro e tra le colline bianche dello Sherry
Capita che certi luoghi smettono di essere semplici geografie per tramutarsi in destino. Solo che non lo sappiamo ne siamo in grado di saperlo.
Accade raramente e quando succede sembra di riconoscerlo subito. Come se fosse una immagine dentro di noi. Quasi un deja-vu. Può essere una strada polverosa, una casa antica, un ponte, un fiume. O vigne che respirano sotto il sole dell’Andalusia.
È più o meno così che nasce Santa Petronila, un progetto che ha il sapore delle storie romantiche e un po’ ostinate.
Per raccontarlo bisogna partire da lontano, da due vite che si incontrano a Barcellona, in una business school. Lei, Brita Hektoen, arriva dalla Norvegia; lui, Agustín Benjumeda, è figlio della terra dello Sherry, nato nel triangolo magico tra Jerez de la Frontera, El Puerto de Santa María e Sanlúcar de Barrameda.
Si incontrano studiando, si innamorano vivendo.
Come spesso accade nelle storie vere, costruiscono una vita altrove: tredici anni a Barcellona, tre figli, carriere solide. Lei nel mondo accademico, lui tra consulenze energetiche e grandi aziende.
La vita scorre ordinata. Ma sotto la superficie cresce un’altra idea.
Volevamo lasciare qualcosa dietro di noi. Qualcosa che non fosse solo lavoro… ma vita
Brita lo ricorda con una calma che suona come certe promesse mantenute.
La seconda volta che ci si innamora
Possiamo dire che è stato un progetto romantico. La seconda volta che ci siamo innamorati.
Non l’uno dell’altra. Quello era già successo. Di un luogo.
Nel 2006 arrivano davanti a una casa vecchia di oltre tre secoli, nel cuore delle colline di Jerez de la Frontera. Tutto intorno vigne. Solo vigne. Un orizzonte circolare che sembra non finire mai.
Agustín lo ricorda bene
Quando siamo arrivati davanti alla casa, lo abbiamo capito subito. Senza fare conti, senza ragionare. Era il posto.
La comprano. Non sanno ancora “come” né “quando”. Ma sanno perché.
Trecento anni di storia, diciassette ettari di vigneto e una valle che un tempo era considerata tra le più preziose per la produzione dello Sherry.
Il problema è che quasi nessuno se ne ricorda più.
Il mistero delle vigne dimenticate
Agustín è cresciuto in quella terra e ricorda bene ogni cosa della sua infanzia. Come lui però, anche gli altri se ne sono andati. Si cresce. Si fanno progetti di vita. Lontano da li. Dove ci sono le città, dove la vita scorre veloce. Senza accorgersi che è una vita che consuma, logora.
Quando ero bambino ogni dieci ettari c’era una casa de viña, una casa nel vigneto. Tutti facevano vino. Era fondamentale. Poi è sparito.
Non solo l’abbandono ma anche l’industrializzazione dello Sherry ha spostato il baricentro verso le grandi bodegas e verso logiche produttive più standardizzate. Le vigne sono diventate semplici fornitori di uva e non più luoghi dove il vino nasce e prende forma.
Eppure, cento anni fa, quelle stesse uve venivano pagate il doppio.
Perché? Una domanda che diventa quasi un’ossessione per Agustín.
Continuavo a chiedermi: perché prima era così importante il luogo? Perché si pagava di più quell’uva?
La risposta, come spesso accade nel vino, si trova scavando nel passato.
Parenti stretti del vento. Il terroir dello Sherry
Per comprendere Santa Petronila, bisogna ricordare Jerez come un ecosistema. Un luogo che se non lo si vede non lo si capisce fino in fondo. Quel suolo calcareo bianco, l’Albariza, sembra quasi uscito da un paesaggio lunare. Ha la grande particolarità di trattenere l’umidità invernale per restituirla d’estate quando il sole riflette rendendo la visione accecante. I venti qui sono come delle mani che modellano la vite con modalità diverse. Il Levante, caldo e secco, asciuga, spazza via dolcemente ciò che non serve. Quasi come un asciugacapelli che modella la piega di una donna. Il Ponente, umido e fresco, porta giovamento e refrigerio. Porta vita e prosperità.
L’ecosistema di Jerez, i venti che salgono dal mare e scendono dal nord sembra non fermarsi alla vigna. Sembra penetrare nelle case, nei sotterranei fino ad insinuarsi nelle botti. Grazie a questo microclima avviene la magia del Flor, quel velo d lieviti che copre i vini in affinamento biologico preservandone la freschezza salina e l’anima di mandorla.
Poi arriva la mano dell’uomo con la voglia di accompagnare i lunghi affinamenti, passando la memoria da botte a botte. Una eredità, un modo per trasmettere qualcosa a qualcuno. Sono le Solera e Criaderas. Sono le botti giovani superiori (Criaderas) che trasmettono il vino, una volta invecchiato, a quelle poste sul pavimento (Solera). Un ciclo vitale che diventa circolo di attesa per realizzare tre tipologie di vino ognuna dotata di specificità e unicità.
Fino: la lama di luce; teso, salino, asciutto, uno spartito scritto dal flor.
Amontillado: la doppia vita che nasce sotto flor perché poi prosegua l’invecchiamento ossidativo, riunendo due mondi.
Palo Cortado: l’enigma profilo olfattivo che sfuma tra l’eleganza del fino e la struttura dell’oloroso, spesso nato da selezioni e sorprese di cantina.
È in questo linguaggio che Santa Petronila ha deciso di parlare: poche botti, il passo corto, tempo al centro.
Cominciare da zero
Quando Agustín e Brita comprano la proprietà non hanno un piano industriale. Hanno un’idea: rimettere al centro di tutto il vigneto. Il tempo è quello che è e Jerez dista 11 ore di macchina da Barcellona così che per anni vendono tutta l’uva alle bodegas e intanto restaurano la casa, accolgono viaggiatori, studiano la terra.
La casa ha circa trecento anni; è stanca ma dignitosa. Loro continuano a lavorare nei rispettivi ambiti Ogni notte, ogni weekend, lo investono in Santa Petronila: prima l’ospitalità, poi, con il tempo, il vino.
Abbiamo iniziato dall’ospitalità. Avevamo bisogno di dare un ritmo al luogo, di sentirlo pieno di voci.
Come se Brita avesse bisogno si del loro nido, della loro oasi di fuga ma anche di dare nuova vita ad un luogo che di vita ne aveva vista tanta.
Agustín annuisce
Il vino sarebbe arrivato, ma prima bisognava che la casa tornasse a vivere
Poi un giorno decidono di fare un esperimento: una sola botte per ciascun stile di vino.
Una botte di Fino.
Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado. Era solo per noi. Per capire. Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo. Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo. La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo. Le domande giuste: la memoria come maestro C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”. Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino. Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché? Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi. Il tempo come ingrediente Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri. Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui. E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria. Come scriveva Ernest Hemingway: l vino è una delle cose più civilizzate del mondo. Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente. Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto Niente marketing, niente campioni. Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo. Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione. È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino. Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo. I Vini di Santa Petronila Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare. Fino Flor de Macharnudo en Rama 100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato. Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni, questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza. Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa. È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta. Oloroso Santa Petronila en Rama 100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni. Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras. Niente viene filtrato, niente viene corretto. Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini, non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione. Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo. Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte. P.X. Santa Petronila en Rama 100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto. Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo. Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo. Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez. Tornare all’origine La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento? Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo. E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado. Era solo per noi. Per capire. Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo. Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo. La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo. Le domande giuste: la memoria come maestro C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”. Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino. Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché? Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi. Il tempo come ingrediente Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri. Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui. E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria. Come scriveva Ernest Hemingway: l vino è una delle cose più civilizzate del mondo. Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente. Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto Niente marketing, niente campioni. Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo. Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione. È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino. Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo. I Vini di Santa Petronila Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare. Fino Flor de Macharnudo en Rama 100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato. Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni, questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza. Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa. È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta. Oloroso Santa Petronila en Rama 100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni. Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras. Niente viene filtrato, niente viene corretto. Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini, non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione. Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo. Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte. P.X. Santa Petronila en Rama 100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto. Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo. Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo. Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez. Tornare all’origine La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento? Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo. E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
8 Aprile, 2026
Il Pinot Grigio DOC Delle Venezie è Official Wine del Giro D’italia 2026
L’iconico bianco italiano, tra i più amati al mondo, entra nella leggenda della corsa ciclistica simbolo del Belpaese, in un viaggio a tappe che accende i riflettori su territori e paesaggi, raccontandone l’eccellenza e l’anima più autentica
La presentazione della partnership si terrà a Vinitaly il 13 aprile alle ore 12.30 presso lo spazio MASAF
Il Pinot Grigio DOC Delle Venezie sarà Official Wine del Giro d’Italia 2026, un evento iconico di grande prestigio capace di trasformare una competizione sportiva in un potente racconto di italianità.
La partnership – che sarà presentata in occasione di Vinitaly il 13 aprile alle ore 12.30 presso lo spazio MASAF – è il risultato di una scelta strategica: esprime identità, visione, coesione territoriale e ambizione, consolidando la reputazione della Denominazione di Origine, rafforzandone il posizionamento, agli occhi di pubblico, media e stakeholder nazionali e internazionali: da successo di categoria a eccellenza del Paese.
Durante la prossima edizione della più attesa corsa ciclistica a livello internazionale, dunque, il Pinot Grigio DOC Delle Venezie – primo bianco fermo italiano per esportazioni nonché vino tra i più apprezzati al mondo – affiancherà il Giro d’Italia (8-31 maggio), il Giro d’Italia Women (30 maggio-7 giugno), il Giro-E (9-31 maggio) e il Giro Next Gen (14-21 giugno), portando lungo tutto il circuito e nelle case degli spettatori il proprio Italian Style per raccontare al meglio il lavoro dei produttori, i territori viticoli e le comunità che li custodiscono.
A partire dall’8 maggio 2026 il Giro d’Italia, alla sua 109ª edizione, attraverserà i confini – dalla grande partenza in Bulgaria per poi approdare in Italia – con l’obiettivo di percorrere territori e costruire legami: un grande evento con una audience globale stimata che supera i 650 milioni di spettatori e una copertura televisiva in 200 Paesi che offrirà al Pinot Grigio DOC Delle Venezie una vetrina internazionale unica.
“Pinot Grigio DOC Delle Venezie – The Official Wine del Giro d’Italia 2026” – Ambasciatore dello stile di vita italiano nel mondo: la DOC Delle Venezie si propone a tutti gli effetti di interpretare, in chiave attuale, i valori della convivialità e della cultura enogastronomica italiana.
Luca Rigotti, Presidente Consorzio DOC Delle Venezie
Con la sponsorizzazione del Giro d’Italia, grande evento ciclistico simbolo del nostro Paese, porteremo ufficialmente il Pinot Grigio DOC Delle Venezie all’interno di una narrazione che unisce sport, territorio, comunità e stile di vita, consolidando il nostro ruolo di ambasciatori di un’italianità autentica e contemporanea. È un passo importante per affermare con chiarezza il valore della denominazione, la sua leadership sui mercati internazionali, difendendo qualità, origine e reputazione in uno scenario globale complesso ed in continua evoluzione. Riteniamo che questa iniziativa – ha proseguito Rigotti – sia una scelta di valorizzazione e di visione, un’occasione per creare e rafforzare sinergie e dialogo a più livelli con consumatori, media, istituzioni e stakeholder del territorio che durante le tappe brinderanno con la DOC Delle Venezie, rafforzando il valore simbolico della collaborazione.
Matteo Mursia, Chief Revenue Officer RCS Sport & Events.
Siamo orgogliosi di accogliere il Pinot Grigio DOC Delle Venezie come Official Wine dei nostri tre Grandi Giri – uomini, donne e giovani – una partnership che valorizza al meglio l’incontro tra sport, passione, territorio e cultura. Il Giro d’Italia è una piattaforma di comunicazione unica ed esclusiva, capace di amplificare storie autentiche e creare connessioni profonde con un vasto pubblico. Insieme, daremo vita a un racconto capace di esaltare l’eccellenza e lo stile di vita italiani. Questa collaborazione rafforza ulteriormente il posizionamento internazionale del nostro evento e il suo ruolo di Ambasciatore del Made in Italy nel mondo.
La coerenza della partnership con la visione della DOC si traduce anche in un forte impegno nella valorizzazione dei territori. Il Consorzio, tappa dopo tappa, darà origine ad un itinerario in grado di raccontare il territorio d’origine del Pinot Grigio Delle Venezie, che include le Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia e la provincia autonoma di Trento, attraverso paesaggi, borghi, ospitalità diffusa e tradizioni gastronomiche, promuovendo una visione sostenibile e slow e valorizzando la vocazione turistica e culturale del Triveneto, dal Lago di Garda al Friuli Venezia Giulia, dalle montagne trentine fino alla Laguna di Venezia.
Un progetto che, a proposito di territori e di eccellenze, si inserisce in un momento in cui l’Italia è più che mai sotto i riflettori per il recente riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO – assegnato per la prima volta nella storia – traguardo che ha riportato al centro del dibattito globale il valore identitario della nostra tradizione enogastronomica ed in grado di rafforzare la consapevolezza che il vino, da millenni, accompagna la nostra cultura gastronomica come elemento di convivialità, coesione e racconto dei territori.
INFORMAZIONI CONSORZIO TUTELA VINO DOC DELLE VENEZIE
Il Consorzio Tutela Vini DOC Delle Venezie viene costituito nel 2017 dalla comune volontà dell’intera filiera vitivinicola del Nordest d’Italia di creare il più grande modello di integrazione interregionale, includendo in un’unica grande denominazione di origine la Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia, la Provincia Autonoma di Trento ed il Veneto.
Con una superficie produttiva di 27.000 ettari ed una quantità pari a 230 milioni di bottiglie – nel contesto di una filiera produttiva composta da 6.141 viticultori, 575 aziende di vinificazione e 371 aziende di imbottigliamento – la DOC Delle Venezie rappresenta oggi l’85% del Pinot Grigio italiano ed il 43% di quello mondiale.
Sito web www.dellevenezie.it
La Redazione
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8 Aprile, 2026
Trentodoc. Due piccoli produttori dalle grandi bollicine
Chi di noi non ha mai bevuto un Trentodoc?
Forse non tutti sanno che il primo Metodo Classico trentino risale al 1902 importato e sviluppato da colui che poi fonderà la prima e più famosa cantina della zona.
Oggi il mondo Trentodoc racchiude quasi ottanta realtà produttive, alcune facenti parte di gruppi o cooperative altri piccoli produttori che si ritagliano il loro spazio di qualità.
Quello che voglio condividere con voi è l’esperienza della visita a due amici, piccoli produttori che con passione e sacrificio vogliono raccontare un territorio vocato alla produzione di spumanti ma aspro e spesso complicato come le coltivazioni montane.
Si parte, prima tappa un vecchio amico, Giulio Larcher, proprietario della Tenuta Maso Corno
Giulio non è nato viticoltore ma lo è diventato per passione, ci accoglie, affaccendato nei lavori di manutenzione invernale, nella cantina in località Valbona alle porte di Ala.
Un saluto affettuoso, veloci e precise indicazioni ai ragazzi e via in fuoristrada si parte per il cuore pulsante dell’azienda: i vigneti.
Meta la tenuta dove, attorno al Maso Corno, un maso secolare sulle pendici dei Monti Lessini, si estendono su terrazze da viticoltura eroica a strapiombo sul torrente Ala che scorre circa 500 metri più sotto. La strada è sterrata e si inerpica sugli stretti tornanti tra fango e neve, ma alla fine lo spettacolo che ci appare è unico.
Filari divisi sulle varie terrazze per vitigno in base all’esposizione ai venti ed al sole: il pinot nero a nord ovest nelle terrazze più alte, Chardonnay e Sauvignon Blanc ad est e nord est. Oggi è freddo, siamo a novembre, anche se è mezzogiorno si battono i piedi sulla neve, ma in estate, alla stessa ora il caldo è intenso, i raggi solari riflettono sulla dolomia e sul calcare che affiora tra le viti e se non ci fossero i venti serali che si infilano nella vallata mai si otterrebbero i profumi e le acidità necessarie. Il panorama abbraccia tutta la vallata dell’Adige e sullo sfondo le Piccole Dolomiti. Si ridiscende verso la cantina e li ci aspetta la degustazione. Speck tagliato a mano e formaggi ci aspettano per essere abbinati non solo alle bollicine ma anche a bianchi strutturati ed a uno splendido Pinot Nero. Ma prima si deve visitare dove sono conservati i segreti della produzione e quindi si scende per due livelli nel sottosuolo dove tra temperature controllate e condizioni ambientali perfette tini di acciaio, barrique, tonneaux svolgono il loro lavoro. Alla fine arriva la tanto agognata degustazione, a noi si uniscono alcuni ragazzi arrivati quasi per caso che rendono la compagnia più piacevole e permettono a Giulio di lanciarsi in racconti ed aneddoti sulla storia del Maso e della cantina e sulle sperimentazioni per perfezionare la produzione. Alla fine tra le chiacchiere sono i vini a prendere il palcoscenico: la vibrante acidità dello chardonnay crea con lo speck un connubio di sapori che appagano il palato cosi come la morbidezza dei bianchi fermi con affettati e formaggi di casera ed il Pinot Nero con quelli più stagionati
Purtroppo il tempo passa velocemente e Giulio deve tornare al lavoro. Noi non ci perdiamo d’animo e saliti in auto attraversiamo la valle e risaliamo verso Isera e superatala arriviamo a Folaso, dove tra i vigneti troviamo un altro amico. Marco Tonini dell’Azienda Agricola Omonima Marco alle bollicine affianca la produzione di Marzemino, forse ancora più identificativo del territorio del Metodo Classico. La cantina di Marco affonda le sue origini nel tempo, nasce infatti nel1911, e con i suoi quattro ettari di vigne tra i 200 e gli 800 metri si impegna a rispettare la tradizione pur essendo certificata come biologica. Ma veniamo a Marco, che ci accoglie con suoi sorriso contagioso, insieme alla sua insostituibile moglie Paola, ed immediatamente apre bottiglie, partendo da suo Le Grilè, Chardonnay Metodo Classico che gli ha consentito di conquistare le quattro viti AIS fino ad arrivare alla novità il nuovo Blanc de Noir 100% Pinot Nero. Marco è una persona semplice ma diretta e dice sempre quello che pensa soprattutto se ritiene che chi lo ascolta possa capire di come sia complicato coltivare e vendemmiare su terrazze ad 800 metri, che gli permettono di produrre quelle che lui definisce le vere bollicine di montagna. Le vigne sono coltivate in parte con la tradizionale “pergola trentina” e in parte a “guyot”, su terrazze sostenute da muretti a secco e formano un anfiteatro esposto ad est, in cui le viti vengono accompagnate dal sole per quasi tutta la giornata per poi essere rinfrescate dalle escursioni termiche indispensabili per ottenere gli aromi che poi assaporiamo quando degustiamo, mentre i terreni calcarei regalano tanta mineralità. Dopo essere arrivati ad apprezzare il suo Marzemino nella versione Superiore di Isera, che qui ha il suo habitat naturale, ci stupisce con una ennesima nuova sorpresa un Schiava Vigneti delle Dolomiti IGT. A questo punto salutiamo e ripartiamo convinti di aver avuto il piacere di aver conosciuto due piccoli produttori che raccontano e rappresentano una realtà non solo produttiva ma anche storica di passione. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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Meta la tenuta dove, attorno al Maso Corno, un maso secolare sulle pendici dei Monti Lessini, si estendono su terrazze da viticoltura eroica a strapiombo sul torrente Ala che scorre circa 500 metri più sotto. La strada è sterrata e si inerpica sugli stretti tornanti tra fango e neve, ma alla fine lo spettacolo che ci appare è unico.
Filari divisi sulle varie terrazze per vitigno in base all’esposizione ai venti ed al sole: il pinot nero a nord ovest nelle terrazze più alte, Chardonnay e Sauvignon Blanc ad est e nord est. Oggi è freddo, siamo a novembre, anche se è mezzogiorno si battono i piedi sulla neve, ma in estate, alla stessa ora il caldo è intenso, i raggi solari riflettono sulla dolomia e sul calcare che affiora tra le viti e se non ci fossero i venti serali che si infilano nella vallata mai si otterrebbero i profumi e le acidità necessarie. Il panorama abbraccia tutta la vallata dell’Adige e sullo sfondo le Piccole Dolomiti. Si ridiscende verso la cantina e li ci aspetta la degustazione. Speck tagliato a mano e formaggi ci aspettano per essere abbinati non solo alle bollicine ma anche a bianchi strutturati ed a uno splendido Pinot Nero. Ma prima si deve visitare dove sono conservati i segreti della produzione e quindi si scende per due livelli nel sottosuolo dove tra temperature controllate e condizioni ambientali perfette tini di acciaio, barrique, tonneaux svolgono il loro lavoro. Alla fine arriva la tanto agognata degustazione, a noi si uniscono alcuni ragazzi arrivati quasi per caso che rendono la compagnia più piacevole e permettono a Giulio di lanciarsi in racconti ed aneddoti sulla storia del Maso e della cantina e sulle sperimentazioni per perfezionare la produzione. Alla fine tra le chiacchiere sono i vini a prendere il palcoscenico: la vibrante acidità dello chardonnay crea con lo speck un connubio di sapori che appagano il palato cosi come la morbidezza dei bianchi fermi con affettati e formaggi di casera ed il Pinot Nero con quelli più stagionati
Purtroppo il tempo passa velocemente e Giulio deve tornare al lavoro. Noi non ci perdiamo d’animo e saliti in auto attraversiamo la valle e risaliamo verso Isera e superatala arriviamo a Folaso, dove tra i vigneti troviamo un altro amico. Marco Tonini dell’Azienda Agricola Omonima Marco alle bollicine affianca la produzione di Marzemino, forse ancora più identificativo del territorio del Metodo Classico. La cantina di Marco affonda le sue origini nel tempo, nasce infatti nel1911, e con i suoi quattro ettari di vigne tra i 200 e gli 800 metri si impegna a rispettare la tradizione pur essendo certificata come biologica. Ma veniamo a Marco, che ci accoglie con suoi sorriso contagioso, insieme alla sua insostituibile moglie Paola, ed immediatamente apre bottiglie, partendo da suo Le Grilè, Chardonnay Metodo Classico che gli ha consentito di conquistare le quattro viti AIS fino ad arrivare alla novità il nuovo Blanc de Noir 100% Pinot Nero. Marco è una persona semplice ma diretta e dice sempre quello che pensa soprattutto se ritiene che chi lo ascolta possa capire di come sia complicato coltivare e vendemmiare su terrazze ad 800 metri, che gli permettono di produrre quelle che lui definisce le vere bollicine di montagna. Le vigne sono coltivate in parte con la tradizionale “pergola trentina” e in parte a “guyot”, su terrazze sostenute da muretti a secco e formano un anfiteatro esposto ad est, in cui le viti vengono accompagnate dal sole per quasi tutta la giornata per poi essere rinfrescate dalle escursioni termiche indispensabili per ottenere gli aromi che poi assaporiamo quando degustiamo, mentre i terreni calcarei regalano tanta mineralità. Dopo essere arrivati ad apprezzare il suo Marzemino nella versione Superiore di Isera, che qui ha il suo habitat naturale, ci stupisce con una ennesima nuova sorpresa un Schiava Vigneti delle Dolomiti IGT. A questo punto salutiamo e ripartiamo convinti di aver avuto il piacere di aver conosciuto due piccoli produttori che raccontano e rappresentano una realtà non solo produttiva ma anche storica di passione. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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