Il cielo su Torino Arrow Right Top Bg

20 Aprile, 2026

Il cielo su Torino

  A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto, a me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di magico pensiero. A.Merini Il Cielo Su Torino non è mai soltanto un cielo. È una soglia. Una pellicola sottile tra ciò che si vede e ciò che si osa sentire. A volte è di un azzurro tagliente, quasi severo, come se volesse rimettere in riga i pensieri. Altre invece, si abbassa, si fa torbido, complice; e allora Torino diventa una città che sussurra. Torino non si mostra subito. Non ti prende per mano, non ti seduce con clamore, non alza la voce per farsi amare. Torino ti guarda da sotto i portici, in silenzio, e aspetta. È una città che non ti dice “guardami”, ma ti sussurra “resta”.
Torino è bellissima, sì. Ma è una bellezza che non ha bisogno di specchi.
È la bellezza delle linee dritte, delle piazze che sembrano respirare, dei palazzi che stanno in piedi come persone educate: composte, austere. È una bellezza che non ostenta, che non chiede conferme, che non si mette in vetrina. E forse è per questo che chi la ama, lo fa lentamente. Con rispetto. Con gratitudine. Con quella forma di amore che non ha bisogno di urlare, perché sa restare. È in questi attimi quando la sera piano piano si appresenta, che le parole di Ada Merini sembrano trovare casa: negli anfratti bui, nelle osterie dormienti, nei luoghi dove la voce si alza non per farsi sentire, ma per perdersi. Dove il canto è eccesso e necessità insieme. Dove il vino non accompagna: accade. C’è un punto, nel centro della città, dove questo succede con una naturalezza quasi clandestina. È uno di quei luoghi che si trovano solo se si è già un po’ disposti a smarrirsi: l’enoteca Spaccio Vini e Olii.  Dentro, l’aria ha un odore preciso: legno, vetro, tempo e fermentazioni vive. Le bottiglie non sono allineate per estetica, ma per storia. Ognuna porta con sé una deviazione, una scelta, un errore riuscito. Qui il vino non è addomesticato, è naturale, a volte irregolare, spesso sorprendente. La stessa singolarità e sorpresa che ti riservano le persone che trovi e scopri in questo Spaccio. Qui, il legame tra bottiglia e territorio si estende idealmente verso l’alto, fino a coinvolgere il cielo stesso, elemento spesso trascurato ma determinante nella cultura enogastronomica piemontese. Torino è una città in cui il cielo non fa da semplice sfondo. Le nebbie autunnali, le giornate terse invernali, le improvvise aperture luminose primaverili: ogni variazione atmosferica influenza la percezione sensoriale del vino. Non è solo una questione romantica. Umidità, pressione e temperatura incidono sulla degustazione, amplificando o attenuando profumi e sapori. Allo Spaccio Vini e Olii, questo principio si traduce in una selezione che sembra dialogare con il clima. Entrarci significa vivere un’esperienza che va oltre la scelta di una bottiglia. Il personale accompagna il cliente in un percorso che tiene conto non solo dei gusti personali, ma anche del momento, della stagione e persino dell’umore della città. È un approccio che ricorda quanto la degustazione sia un atto dinamico. Lo stesso vino può cambiare radicalmente a seconda del contesto: una sera nebbiosa a Torino non restituirà mai le stesse sensazioni di un pomeriggio assolato. In questo scenario, lo Spaccio diventa un punto di osservazione privilegiato. Non solo del panorama enologico piemontese, ma anche del rapporto tra ambiente urbano e natura. Torino, con il suo cielo mutevole e la vicinanza alle colline, offre un contesto unico in cui il vino continua a raccontare storie di equilibrio. Racconti che ritroviamo in quella che è il vero cuore pulsante del luogo: la lavagna del giorno. Scritta a mano, senza pretese di perfezione, cambia come cambia l’umore di chi la compila. I “vini spacciati” non sono semplicemente in mescita: sono proposte, inviti, tentazioni. Non si leggono soltanto, si interpretano. Un rosso “nervoso”, un rosato “che non chiede permesso”, un bianco non solo da descrivere ma da “attraversare”: Semplicemente Vino Bianco Triple A Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti. Un vino che nasce sulle colline piemontesi, dove la terra non viene “gestita” ma ascoltata. Qui la biodinamica non è una moda, è una visione radicale: niente scorciatoie, niente interventi correttivi, solo stagioni, attese e fiducia. Il risultato è un bianco che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Nel bicchiere non è mai completamente prevedibile. Il colore può velarsi leggermente, come un cielo che non ha fretta di essere limpido. Al naso non è accomodante: arrivano note vive, a volte spigolose, mela non filtrata, erbe, un accenno di terra, qualcosa che ricorda il sidro ma senza nostalgia. È un profumo che si muove, che cambia mentre lo osservi. In bocca è diretto, quasi ruvido nel suo primo impatto, ma poi si apre. Non ha la morbidezza rassicurante dei bianchi “costruiti”: qui c’è tensione, acidità viva, una sensazione tattile che racconta la fermentazione senza trucco. È un vino che respira, che evolve nel tempo del bicchiere, che può sorprendere anche chi lo conosce. Triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti, non è un’etichetta decorativa, ma una dichiarazione di appartenenza a un’idea di vino che rifiuta l’omologazione. Questo bianco è, in fondo, un gesto: lasciare che l’uva diventi vino senza addomesticarla. Non è sempre facile. A volte può sembrare “strano”, persino scomodo. Ma è proprio lì che accade qualcosa di raro: smette di essere una bevanda e diventa esperienza. Semplicemente Vino Bianco Cascina degli Ulivi è il tipo di vino che potresti trovare scritto su una lavagna, in un’enoteca che non ha bisogno di convincerti. Uno di quelli che scegli più per istinto che per conoscenza. E poi, mentre lo bevi, capisci che non stai semplicemente degustando, stai partecipando a qualcosa di vivo, imperfetto e, proprio per questo, autentico. Lo Spaccio Vini e Olii interpreta questo dialogo con sensibilità contemporanea: non impone etichette, ma suggerisce connessioni. Tra bottiglia e stagione, tra sapore e atmosfera, tra terra e cielo. E forse è proprio qui il suo valore più autentico: ricordare che ogni calice non è solo ciò che beviamo, ma anche ciò che ci circonda. Anche, e soprattutto, Il Cielo Su Torino. E allora accade qualcosa. Le persone arrivano magari in silenzio, con addosso il peso della giornata, ma restano abbastanza a lungo da dimenticare perché erano stanche. I discorsi si accendono, si interrompono, si accavallano. Qualcuno ride troppo forte, qualcuno ascolta come se fosse l’ultima occasione. C’è chi parla d’amore, chi di lavoro, chi di niente e proprio lì trova tutto. Fuori, Il Cielo su Torino continua il suo gioco. A volte si intravede tra i palazzi, in una striscia obliqua che sembra osservare. Altre volte sparisce del tutto, lasciando che sia il riflesso nei bicchieri a sostituirlo. Perché in quei calici profondi, come scrive Merini, la mente esulta davvero, e lo fa senza chiedere il permesso alla realtà. Il vino, in fondo, è questo: una forma di pensiero magico. Non controllato, non perfetto, ma vivo.  Come certe notti torinesi non si lasciano raccontare fino in fondo. E quando si esce, magari un po’ più leggeri, un po’ più storti, il cielo sembra diverso. Non perché sia cambiato davvero, ma perché qualcosa, dentro, ha smesso di volerlo capire e ha iniziato, finalmente, a sentirlo.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Solo vini naturali   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Vinitaly Tourism: un'esperienza vincente che conferma l'enoturismo tra gli asset strategici del vino italiano Arrow Right Top Bg

19 Aprile, 2026

Vinitaly Tourism: un'esperienza vincente che conferma l'enoturismo tra gli asset strategici del vino italiano

  Prosegue con successo l’esperienza di Vinitaly Tourism, il progetto promosso da Vinitaly in collaborazione con Wine Tourism Hub, che in questi giorni di manifestazione si sta affermando come uno degli spazi più dinamici e partecipati dedicati all’evoluzione dell’accoglienza in cantina, del direct-to-consumer e delle nuove prospettive dell’enoturismo.   L’area sta ospitando 15 convegni, 30 degustazioni esperienziali e appuntamenti di networking ogni giorno, confermando quanto l’enoturismo sia oggi una delle parole più ricorrenti e rilevanti per il settore, sempre più riconosciuto come leva strategica per la competitività e la crescita delle aziende vitivinicole. Un primo elemento emerso con forza nel corso di Vinitaly Tourism riguarda la voce degli hospitality manager, protagonisti di un’indagine nazionale che ha coinvolto 176 professionisti attivi nel wine tourism italiano. Dalla survey emerge con chiarezza che la principale sfida per le cantine oggi è far arrivare turisti in cantina, indicata dal 36,8% dei rispondenti. Tra i principali ostacoli allo sviluppo dell’enoturismo compaiono invece le risorse finanziarie (31,6%) e la necessità di costruire maggiori collaborazioni con enti locali (27,6%). Sul piano più generale, i limiti più citati alla crescita del comparto in Italia sono la frammentazione del sistema (36,8%), le infrastrutture (30,3%) e la debolezza del marketing nazionale (25%). Un quadro che restituisce l’immagine di un settore con grande potenziale, ma che per crescere ha bisogno di più integrazione, visione e strumenti. Un focus specifico è dedicato anche ai tour operator, attraverso incontri B2B organizzati in collaborazione con Winedering, che coinvolgono circa 30 aziende italiane e altrettanti operatori del settore, con l’obiettivo di favorire il consolidamento dell’intermediazione delle offerte enoturistiche. Un momento particolarmente significativo che vivrà un ulteriore sviluppo domani, mercoledì 15 aprile, quando buyer e tour operator incontreranno le aziende partecipanti, rafforzando ulteriormente il dialogo tra domanda e offerta. Il confronto risulta particolarmente utile anche alla luce dei dati emersi dalla survey, secondo cui i tour operator chiedono alle cantine italiane alcuni requisiti ormai considerati fondamentali: guide in lingua inglese fluente (76%), capienza gruppi adeguata e dichiarata (63%), flessibilità negli orari, inclusi i weekend (54%), e tariffe trasparenti dedicate al canale trade (41%). Tra le principali difficoltà segnalate figurano invece risposte lente o assenti, prezzi poco chiari, barriere linguistiche, orari rigidi e assenza di prenotazione online. Un quadro che evidenzia con chiarezza quanto il rafforzamento del dialogo con l’intermediazione turistica passi oggi anche attraverso standard più definiti, maggiore accessibilità commerciale e una crescente capacità organizzativa da parte delle aziende. A confermare la centralità dell’enoturismo come asset economico e commerciale sono poi i dati contenuti nel Report Enoturismo e Vendite Direct-to-Consumer 2026 di Wine Suite, presentato nell’ambito di Vinitaly Tourism. Il report evidenzia che nel 2025 il prezzo medio dell’esperienza si attesta a 39,4 euro per persona, mentre il ticket medio per prenotazione raggiunge 136,6 euro. Il 43,3% dei visitatori proviene dall’estero, segno di una crescente internazionalizzazione della domanda, mentre il numero medio di esperienze ed eventi proposti da una cantina sale a 7 all’anno, a testimonianza di un’offerta sempre più strutturata e articolata. Sempre dai materiali presentati emerge anche la dimensione di mercato di questo fenomeno. In Italia l’enoturismo vale oggi 15 milioni di visitatori in cantina e 3 miliardi di euro di spesa, mentre nelle cantine più strutturate si registra una crescita del +16,8% dei visitatori annui e del +21% delle vendite dirette post-visita. Segnali che confermano come l’ospitalità ben organizzata possa rappresentare un vero motore di redditività per le imprese del vino e come l’esperienza in cantina sia sempre più un punto di contatto decisivo tra brand, territorio e consumatore finale. A completare questo percorso di contenuti, confronto e visione, i 15 convegni ospitati nell’area Vinitaly Tourism stanno portando il contributo di esperti italiani e internazionali su alcuni dei temi più innovativi e attuali per il comparto. Tra gli approfondimenti più significativi, la testimonianza americana dedicata al funzionamento dei Wine Club negli Stati Uniti, mercato leader in questo ambito, e gli interventi dedicati all’importanza di gestire in modo corretto e professionale il tema delle intolleranze alimentari nel mondo delle degustazioni e dell’accoglienza enoturistica. Temi diversi ma accomunati dalla stessa direzione: fare dell’enoturismo un settore sempre più maturo, inclusivo, strutturato e capace di generare valore reale per le aziende. In questo contesto, Vinitaly Tourism, realizzato da Vinitaly in collaborazione con Wine Tourism Hub, si conferma un’esperienza vincente, capace di intercettare un’esigenza concreta del settore e di trasformarla in un luogo di contenuto, relazioni, confronto e prospettiva. Il messaggio che arriva da questa edizione è chiaro: l’enoturismo non è più un tema collaterale, ma una delle direttrici più promettenti per il futuro del vino italiano. La Redazione
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Vino nella GDO: nel 2025 calo dei volumi, tiene il valore spumanti in ripresa e consumatori più orientati al premium Arrow Right Top Bg

19 Aprile, 2026

Vino nella GDO: nel 2025 calo dei volumi, tiene il valore spumanti in ripresa e consumatori più orientati al premium

  22° Tavola rotonda “Il vino nella Grande Distribuzione: dinamiche di mercato e criticità emergenti”   Presentata al Vinitaly la Ricerca Circana dedicata al mercato del vino nella GDO nel corso della tavola rotonda “Il vino nella Grande Distribuzione: dinamiche di mercato e criticità emergenti”, organizzata da Veronafiere, in cui produttori e distributori si sono confrontati di fronte ad un pubblico di cantine, giornalisti ed esperti del settore.  Il mercato del vino nella Grande Distribuzione Organizzata italiana chiude il 2025 con segnali contrastanti: calano i volumi, mentre il valore resta sostanzialmente stabile grazie a un progressivo orientamento dei consumatori verso prodotti di fascia più alta. È quanto emerge dall’analisi presentata da Virgilio Romano, Insight Director di Circana, responsabile della Ricerca presentata in occasione della ventiduesima edizione della tavola rotonda dedicata al mercato del vino nella GDO italiana. Nel 2025 il comparto di vini e spumanti nella GDO ha raggiunto un valore complessivo di 3,2 miliardi di euro e 737 milioni di litri venduti. A fronte di una lieve contrazione del valore (-0,5%), si registra una flessione più marcata dei volumi (-2,7%), accompagnata da un incremento medio dei prezzi (+2,3%). Virgilio Romano, Insight Director di Circana L’analisi evidenzia un mercato in trasformazione, tra pressione sui volumi e ricerca di valore. In questo contesto, sembra proprio che la competizione premierà gli operatori più efficienti, capaci di valorizzare il prodotto e intercettare nuovi consumatori, soprattutto nelle fasce medie e medio-alte. Consumatori più attenti al valore: cresce il premium – Uno dei trend più rilevanti riguarda infatti il cosiddetto “effetto mix”: sono gli stessi consumatori a spingere verso l’alto il prezzo medio, scegliendo vini mediamente più costosi rispetto al passato. Le fasce di prezzo più elevate (oltre i 10 euro) mostrano performance migliori, mentre i segmenti sotto i 5 euro, che concentrano i maggiori volumi, registrano i cali più consistenti. Scendendo più nel dettaglio, i bianchi superiori ai 5 euro registrano una crescita del 2%, che aumenta considerevolmente per quelli dal costo superiore ai 10 euro (+8,4%). Spumanti in controtendenza, soffrono i frizzanti – Tra le diverse categorie, gli spumanti mostrano segnali di tenuta e crescita, continuando la loro lenta ma progressiva erosione di quote di mercato, registrando un +1,5% nei volumi e un +1,2% nei valori. In particolare, il rosato cresce del 3,8% e il bianco del 2,2%. I vini fermi registrano un calo contenuto (-3,1% nei volumi, -0,5% nei valori), con i rossi che continuano a perdere terreno (-4,2%), pur rimanendo detenendo la quota di mercato maggiore (36%), mentre sono i frizzanti ad evidenziare le maggiori difficoltà (-5,7% nei volumi e -5,5% nei valori). In particolare, spumanti a parte, i bianchi fermi si distinguono come una delle poche tipologie in grado di contribuire positivamente al risultato complessivo, pur mantenendo il segno negativo (-2,1%). Cali diffusi nei canali, ad eccezione dell’e-commerce – La contrazione dei volumi interessa trasversalmente tutti i canali distributivi, con l’eccezione dell’e-commerce che mostra dinamiche più positive. Le vendite risultano in calo sia in promozione che a prezzo pieno, con un impatto più significativo sulle grandi aziende e sui prodotti a marchio del distributore (MDD), mentre le realtà più piccole dimostrano maggiore resilienza. Nuove opportunità tra territori e innovazione – Il mercato evidenzia una crescente attenzione verso denominazioni emergenti e territorialità, con una combinazione di sperimentazione e ricerca di sicurezza da parte dei consumatori. Parallelamente, si affaccia una nuova nicchia rappresentata dai vini dealcolati, ancora marginale ma in crescita, con un fatturato iniziale di circa 3 milioni di euro e una distribuzione in progressiva espansione. Uno sguardo al 2026: continuità e attesa – Le prime settimane del 2026 confermano i trend di fine 2025: volumi ancora in calo per il vino e segnali più positivi per gli spumanti. Tuttavia, per una valutazione più completa dell’andamento del mercato sarà necessario attendere i dati dei primi quattro mesi dell’anno. La Redazione
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19 Aprile, 2026

OperaWine 2026. Cronaca di un invito blindato

Terzo Atto del mio accesso esclusivo alle Gallerie Mercatali. C’è un orgoglio sottile, ma profondamente radicato nella consapevolezza del proprio percorso professionale, nel ricevere per la terza volta consecutiva l'invito a varcare la soglia delle Gallerie Mercatali.
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Lady Drink celebra 30 anni con il supporto di Paşabahçe, sponsor dell’eccellenza nella mixology Arrow Right Top Bg

18 Aprile, 2026

Lady Drink celebra 30 anni con il supporto di Paşabahçe, sponsor dell’eccellenza nella mixology

  Trent’anni di storia, innovazione e talento femminile si intrecciano con una visione contemporanea dell’ospitalità, dove estetica e sensorialità giocano un ruolo centrale.   In questo contesto, Lady Drink non è solo un concorso ma una piattaforma culturale capace di evolversi insieme al mondo della mixology, accogliendo nuovi linguaggi e interpretazioni del bere miscelato. Proprio su questa evoluzione si inserisce il contributo di Paşabahçe, partner storico della manifestazione che da sempre affianca il settore dell’ospitalità valorizzandone gli aspetti estetici e funzionali. In particolare, l’utilizzo della collezione JOY ha rappresentato un elemento distintivo capace di elevare ulteriormente l’esperienza dei cocktail presentati durante la 30ª edizione. La linea JOY esalta l’eleganza della belle-époque attraverso un design unico, caratterizzato da linee arrotondate e incisioni verticali. Realizzati in vetro di alta qualità, questi bicchieri coniugano estetica raffinata e funzionalità, risultando perfetti per servire shot e liquori. Il vero punto di forza della collezione è l’equilibrio tra tradizione e modernità, rendendola ideale per una mise en place contemporanea e curata nei minimi dettagli. Oggi più che mai, il cocktail non è soltanto una combinazione di ingredienti ma una vera e propria esperienza multisensoriale. La scelta del bicchiere diventa quindi parte integrante della narrazione: forme, trasparenze e design attivano innanzitutto il senso della vista, primo punto di contatto tra creazione e degustazione. Con la collezione JOY, ogni drink diventa un oggetto di eleganza e creatività, in grado di trasformare il gesto del servire in un’esperienza scenografica e raffinata. In un contesto come quello di Lady Drink, dove ogni proposta racconta una storia attraverso tecnica ed emozione, il bicchiere non è più un semplice contenitore ma un elemento distintivo che completa e amplifica il concept del cocktail. In questo dialogo tra talento, estetica e innovazione, Paşabahçe emerge come vero abilitatore di esperienze, contribuendo a tracciare nuove prospettive per il futuro della mixology internazionale. Lady Drink 2026: dalle 4 categorie, le vincitrici e i loro cocktail Pre dinner: Tiziana Sata del T@g di Marsala (TP) Ruby Rup 4 cl bitter Campari 3 cl Drup Anima di Olive Lemon 1 cucchiaino di composta di pompelmo rosa seltz ai frutti rossi scorza di pompelmo rosa frutti rossi Long drink: Valentina Sala del Bar Pasticceria D’Angelo di San Giovanni Tadino (Ch) Baciami Ancora 3 cl Bonaventura Maschio Barmaster gin 2,5 cl Bottega Rosolio alle rose 2,5 cl Casoni Amaretto 2 cl succo di limone 6-7 gocce di Naty’s Wonderfoam (un composto vegetale che sostituisce l’albume per ottenere una schiuma soffice e vegana) Tassoni Tonica Super Fine fiori eduli e lamelle di mandorle per decorare fiocchi di sale Maldon Categoria After Dinner: Chiara Perini del Ventinove di Padova Anima d’ambra 4,5 cl Hoxton Gin 4,5 cl Cedrata Tassoni 1,5 cl Moroso Vermouth rosso 0,5 cl Bonaventura Maschio Amaro Erbe e Fiori 0,5 cl sciroppo di zucchero di canna 2 gocce di angostura scorza di pompelmo e fiori eduli   Categoria Zero Alcol: Alessia Mittone del Flora 1925 di Torino Taxi Driver 6 cl gin Zero Tassoni Botanico Superfine 2 cl Sober bitter 4 cl cordiale all’arancia, finocchietto selvatico e cardamomo verde   About Paşabahçe Fondata nel 1935 nell’ambito della visione di industrializzazione della Repubblica di Turchia, Paşabahçe è cresciuta fino a diventare il più grande produttore mondiale di articoli in vetro e rappresenta oggi il brand di riferimento del gruppo Şişecam, l’unica azienda globale attiva in tutte le principali aree della produzione del vetro. Guidata dalla filosofia Live Beautiful, Paşabahçe non si limita a plasmare il vetro, ma contribuisce a dare forma ai momenti che contano davvero. Ogni design nasce dalla convinzione che la bellezza debba far parte della vita quotidiana: su ogni tavola, in ogni casa e in ogni esperienza condivisa. Presente in oltre 150 Paesi su cinque continenti, Paşabahçe porta eleganza e significato in innumerevoli abitazioni e nella vita delle persone in tutto il mondo. Con un portfolio di oltre 10.000 prodotti destinati ai settori household, hospitality e industriale, Paşabahçe unisce la maestria artigianale della tradizione all’innovazione contemporanea, dando vita a collezioni capaci di superare il tempo e le tendenze. Dai suoi siti produttivi di Kırklareli ed Eskişehir, in Turchia, e dagli stabilimenti in Bulgaria, Russia ed Egitto, Paşabahçe prosegue il proprio percorso con l’obiettivo di essere parte della vita quotidiana delle persone. La Redazione
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TuttoFood 2026. Cucina italiana e cucine di tutto il mondo per dare risposte ad un sistema alimentare sotto pressione Arrow Right Top Bg

18 Aprile, 2026

TuttoFood 2026. Cucina italiana e cucine di tutto il mondo per dare risposte ad un sistema alimentare sotto pressione

  Con questo manifesto è stata presentata a Milano martedì 14 aprile, nella bellissima Sala del Cenacolo presso il Museo delle Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci, la seconda edizione della manifestazione TuttoFood Milano in programma dal 11 al 14 maggio nel quartiere fieristico di Rho Fiere. Impressiona sin da subito la crescita, con numeri sempre in doppia cifra percentuale, rispetto all’edizione 2025: 10 padiglioni per 85mila metri quadri, circa 5.000 espositori, 45% europei ed il restante 55% da tutto il mondo. Numeri che riempiono di orgoglio Antonio Cellie, AD Fiere di Parma e principale organizzatore di TuttoFood, che non manca di sottolineare come in sole due edizioni la Fiera Milanese sia riuscita ad assumere lo status di Place to Be, così come il Ministro Francesco Lollobrigida in un video messaggio la definisce “Strategica per il Sistema Italia e per il Sistema Europa, per presentare il meglio del Made in Italy ad operatori e buyer provenienti da tutto il mondo”. Di certo uno degli eventi più attesi sarà il primo Forum Internazionale della Cucina Italiana, in programma durante la giornata inaugurale della manifestazione. Un appuntamento che si propone di raccontare al mondo il modello alimentare e culturale italiano, espressione autentica di valore, identità e tradizione. Ad introdurlo una raggiante Maddalena Fossati, direttrice della storica rivista La Cucina Italiana, e soprattutto principale promotrice del Comitato per la Cucina Italiana Patrimonio UNESCO, riconoscimento ottenuto lo scorso dicembre a New Dheli. Il Forum sarà anche l’occasione per presentare il Food Manifesto, Carta dei Valori del Futuro del Cibo (https://www.tuttofood.it/wp-content/uploads/2026/04/Manifesto-Food-ITA.pdf)) fortemente voluto da Antonio Cellie, Fiere di Parma e TuttoFood. Antonio Cellie Negli ultimi 5 anni tensioni geopolitiche, crisi climatiche ormai strutturali, problemi energetici, materie prime a rischio, costi fuori controllo, hanno messo in discussione anche produzione e accesso al cibo, elemento cruciale non solo in termini di sussistenza, ma di salute collettiva, coesione sociale, economica e ambientale. È arrivato il momento di fare scelte radicali e affrontare il futuro del cibo con senso di responsabilità. Pensiamo che nella nostra visione internazionale di TUTTOFOOD la manifestazione sia il luogo giusto da cui lanciare un messaggio senza confini, non ideologico, ma programmatico e concreto coinvolgendo tutti gli attori della filiera che qui si ritrovano, arrivando da tutto il mondo, consapevoli che ormai il Cibo non è solo una merce ma anche un Valore. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Cherry Pop Project: il design incontra la mixology nel nuovo signature cocktail di Cristian Lodi protagonista di Milord Arrow Right Top Bg

17 Aprile, 2026

Cherry Pop Project: il design incontra la mixology nel nuovo signature cocktail di Cristian Lodi protagonista di Milord

  Dal 20 al 27 aprile un omaggio al alla Milano Design Week 2026   Per la Milano Design Week 2026, il bartender e proprietario di Milord Cristian Lodi presenta Cherry Pop Project, un cocktail che combina la struttura intensa del Vermouth Tomaso Agnini all’aceto balsamico con la freschezza vivace della Three Cents Cherry Soda. Ne nasce un equilibrio netto e contemporaneo, in cui le note profonde e leggermente acidule si intrecciano a una componente più leggera e frizzante, traducendo nel bicchiere il dialogo tra rigore progettuale e slancio creativo. Il Vermouth Tomaso Agnini all’aceto balsamico costruisce la base con profondità e carattere, mentre la Three Cents Cherry Soda porta freschezza, colore e una nota brillante, quasi grafica. Il risultato è un drink che gioca tra contrasti e armonie, proprio come i migliori progetti di design. Minimal nella forma, ma d’impatto: linee pulite, colore deciso, un garnish essenziale che diventa segno distintivo. Un piccolo oggetto progettato per essere guardato, prima ancora che bevuto. Il drink è disponibile in esclusiva per tutta la Milano Design Week, da lunedì 20 a lunedì 27 aprile 2026 al Milord in Piazza Gian Lorenzo Bernini a Milano. About Cristian Lodi Cristian Lodi è l’anima di Milord Milano. Con un’esperienza nel mondo della miscelazione che affonda le radici nel 2013, Lodi ha costruito un’identità unica per il suo locale, combinando tradizione, ricerca e innovazione. Spinto dalla passione per il bartending e dall’amore per l’ospitalità, Cristian ha saputo creare un ambiente dove ogni dettaglio è studiato per offrire un’esperienza indimenticabile. Dai signature cocktails alla selezione musicale, ogni elemento del Milord porta la sua firma, trasformando ogni visita in un momento di puro piacere. Oltre alla sua abilità tecnica, Lodi è noto per la sua capacità di raccontare una storia attraverso i cocktail, esplorando nuovi abbinamenti e reinterpretando i classici con un tocco personale. Milord non è solo un bar, ma un’estensione della sua visione: un luogo dove l’eleganza incontra la convivialità, e dove ogni cliente si sente a casa. Milord Milano Piazza Gian Lorenzo Bernini, Milano
Aperto dal lunedì al mercoledì, dalle 18.00 all’1.00 Dal giovedì al sabato, dalle 18.00 alle 2.00
Tel. 333-8422868
milordmilano.com
@milord_milano La Redazione
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Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace Arrow Right Top Bg

17 Aprile, 2026

Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace

  Tarquinia è il luogo dove gli Etruschi seppellivano i loro re con anfore di vino, dove la terra conserva ancora il profumo del bosco che era. E dove un padre, tornato dalla Marina e da Parigi con la testa piena di vino, piantò due ettari di vigna come ultimo gesto di vita libera. Quella vigna è ancora lì. Adesso però la cura il figlio. Esiste una parola giapponese, shou sugi ban, che indica l’antica tecnica di bruciare il legno per preservarlo. La fiamma lo indurisce, lo protegge dagli agenti atmosferici, lo rende capace di durare secoli. Ciò che sembrerebbe distruggerlo, lo rende eterno. Pensavo a questo mentre Marco Muscari Tomajoli mi raccontava di suo padre. Di quella scintilla che brucia veloce, che consuma l’ossigeno intorno e poi si spegne. E del figlio, che di quella fiamma ha fatto brace. Brace che non ha fretta, che non illumina ma scalda, che dura. Il vino, se ci pensate bene, è sempre questa storia qui. È sempre la storia di una fiamma e di qualcuno che la porta avanti. Tarquinia è una di quelle città che il turismo di massa ha inspiegabilmente dimenticato. Forse perché è troppo vicina a Roma per sentirsi esotica, troppo lontana per essere comoda. Eppure lì, nella necropoli etrusca, ci sono affreschi del V secolo avanti Cristo dove la gente banchetta, danza, beve. Dove i morti vengono sepolti con tutto quello che amavano in vita. Il vino era tra queste cose. Lo era sempre stato. Ancora oggi si trovano reperti. Ancora oggi i tombaroli saccheggiano e portano via pezzi di vita (e di morte) perché qualcuno ama esporli nel proprio salotto. Su questa stessa terra, su un fazzoletto di quattro ettari che appartiene alla famiglia da prima della seconda guerra mondiale quando il bisnonno la acquistò dal comune che distribuiva terre ai reduci del primo conflitto, in enfiteusi, come si usava allora, Marco produce circa settemila bottiglie all’anno. Sette mila. Non mi trattengo dal ripeterglielo ad alta voce. Così che Marco sorride con quella pazienza leggermente rassegnata di chi ha già fatto i conti molte volte. È una dimensione complicata. Troppo piccola per essere grande, troppo grande per essere un passatempo. Una storia di mare e di terra Il padre di Marco, Sergio, era ufficiale della Marina Militare. Una vita intera. Prima imbarcato, poi a Roma, poi a Parigi per una missione interforze europea. Parigi, una città che notoriamente non è il posto peggiore del mondo per innamorarsi del vino. Al suo ritorno, nel 2007, con la pensione, come accade a quasi tutti gli uomini che si ritrovano improvvisamente liberi dopo decenni di disciplina, la ricerca di qualcosa di vivo a cui dedicarsi. Si piantò la sua vigna. Non su un terreno qualunque. Su un terreno di famiglia, quello che la madre di Marco aveva ereditato, quello dove c’era il casale di pietra, quello dove il nonno teneva i cavalli e gli animali. Un terreno che fino agli anni ‘20 era bosco fitto e che per tanti anni, dopo la morte del nonno nel 2000, era rimasto in quella specie di abbandono malinconico che prendono le cose quando non c’è più nessuno a guardarle. Quando abbiamo piantato nel 2007 era un terreno vergine dal punto di vista agricolo. Non c’erano mai state vigne. Dietro di noi, ancora oggi, uno dei pochi boschi intatti della zona. C’è qualcosa di potente nell’idea di piantare una vigna su un terreno vergine. Non è come subentrare a una tradizione. È cominciare. È dire: da qui, da questo punto, parte una storia nuova. Marco aveva vent’anni. Il ragazzo che tornava il fine settimana Mentre suo padre curava le prime barbatelle, Marco era a Perugia a studiare economia. Tornava il fine settimana, guardava i lavori di ristrutturazione del casale, seguiva la vigna con quella curiosità a distanza che si ha quando si è giovani e si ha ancora l’impressione che il tempo sia infinito. A ventitré anni, quasi per caso, Marco si iscrive ad un corso da sommelier. Proprio per caso o forse per capire di cosa stesse realmente parlando suo padre quando entusiasticamente raccontava di Montepulciano e Vermentino. Mi ha aperto una chiave. Ho iniziato a capire qualcosina. Qualcosina. Detto con quella modestia asciutta che è la firma delle persone che poi vanno lontano. La prima vendemmia ufficiale è del 2011. Anche se sul mercato ci sono arrivati solo nel 2014, dopo anni di sperimentazioni, di prove, di errori, di quel lavoro silenzioso che non fa notizia ma costruisce tutto.  Sempre nello stesso anno, Marco inizia a prendere le redini dell’azienda in modo sempre più diretto. Non perché qualcuno glielo avesse chiesto. Aveva capito che l’azienda aveva bisogno di qualcuno che ci mettesse mano con continuità, che il giocattolo, come lo chiamavano ancora, un po’ per scaramanzia, un po’ perché erano in due dimensioni troppo diverse, rischiava di costare tutto senza dare niente.  Soprattutto perché papà Sergio nel 2014 iniziata a stare male. Un destino. Quel destino che spezza le speranze, le ambizioni, i pensieri di chi ha speso una vita lavorando e vorrebbe godersi la libertà con le persone care.  Due anni dopo, Raffaele muore. La scintilla e la brace C’è un momento nell’intervista in cui Marco si ferma un secondo. Lo sento nella voce, in quella pausa microscopica prima di rispondere. Accade quando gli chiedo cosa avrebbe pensato suo padre di questi vini. Avevamo caratteri completamente diversi. C’era una stima e un rispetto profondissimo, però in questi anni di azienda, con visioni così diverse, è stato praticamente un litigio continuo. Lui era la scintilla che io non sarei mai potuto essere. Dopo la scintilla serve sempre qualcuno più posato che porta le cose avanti. Lui sicuramente avrebbe detto qualcosa, ma dopo un po’, secondo me, si sarebbe stufato. Avrebbe cercato un altro stimolo. Era proprio il suo carattere. Sono rimasto qualche secondo su questa immagine. Un padre che pianta una vigna come atto di libertà, come ultima avventura. Un figlio che la raccoglie e la trasforma in qualcosa di serio, di lento, di solido. Due modi di amare la stessa cosa. Il mondo del vino ha bisogno di entrambi, di scintille e di braci. Le scintille aprono strade, fanno nascere idee, rompono le abitudini. Le braci le percorrono. Il problema è che spesso parlano lingue diverse e si fanno del male, finché la storia non li mette nella giusta prospettiva. Quattro vini, una filosofia Quando Marco prende in mano l’azienda, fa una cosa che suo padre probabilmente non avrebbe approvato: abbandona l’idea dei blend. Niente più Montepulciano con un po’ di Barbera per il colore, niente più tagli per correggere o arrotondare. Monovitigno, sempre. Perché il monovitigno è come una fotografia senza filtri: non puoi nasconderti dietro ad altro. Amo molto i monovitigni. Personalmente è l’espressione pura del vitigno e del territorio. Esco ufficialmente sempre con linee monovarietali. Velca. Il Rosato Il Velca si presenta nel calice con un colore che non appartiene al vocabolario ordinario dei rosati: è ambrato, caldo, sospeso tra il buccia di cipolla e l’arancio che tramonta sul Tirreno. Un colore che ricorda, non per caso, gli affreschi della Tomba dell’Orco. Quegli stessi toni del crepuscolo da cui Guido Sileoni ha tratto l’etichetta, ritraendo Velia Spurinna, la fanciulla Velca, con la grazia immobile di chi appartiene già alla leggenda. Al naso è un vino che arriva con delicatezza, quasi con pudore. Eppure sa esattamente dove vuole andare. La pesca e l’albicocca si aprono per prime, morbide e solari, seguite da una traccia minerale che affiora come pietra bagnata dopo la pioggia. Poi la violetta, la rosa, il lampone selvatico. Note che non si sovrappongono, ma si avvicendano con l’ordine gentile di chi conosce il ritmo. La mela annurca, pastosa e granulosa, porta una concretezza quasi campagnola, subito temperata da scorza d’arancia e da pistilli di zafferano che lasciano presagire la sapidità. Salvia e mentuccia completano il bouquet con un velo di agrume fresco. È un insieme di fine complessità. Incantevole. Senza strafare. Come si conviene a chi ha classe vera. In bocca quella promessa di sapidità si realizza con piena convinzione. La pesca torna accesa ma sempre tenue, l’agrume si fa più diretto. Tra pesca e albicocca si instaura un dialogo alternato che tiene il palato in una curiosità piacevole. Persistente il giusto. Velca non precipita verticale. Sceglie un equilibrio laterale, disteso, che si amalgama senza fretta. Poi, quasi per sorpresa, il mandarino. Si nasconde per tutto il tempo dietro l’arancia per riapparire in fondo, come una firma discreta. Eleganza, appunto. Non dichiarata, ma vissuta. Montepulciano in purezza, vinificato in bianco con criomacerazione breve. Matura in acciaio sulle fecce fini, poi affina in bottiglia. Una tiratura limitata per un vino che sa di mare, di tufo e di storia millenaria. Àita 2022. Il canto che non puoi ignorare C’è un nome che gli Etruschi diedero alla divinità degli inferi: Àita. Barbuto, avvolto in una pelle di lupo, impetuoso e oscuro come le pareti dipinte della Tomba dell’Orco di Tarquinia. Ed è da quelle pareti, da quei pigmenti che hanno attraversato ventisei secoli senza perdere un grammo di intensità, che, sempre Guido Sileoni ha tratto l’etichetta di Àita. Non è un caso. Non lo è mai, con Marco Muscari Tomajoli. 533 bottiglie. L’annata 2022, la quarta di questo Montepulciano in purezza, esce in numeri che sembrano proteggere un segreto. Fermentazione spontanea, diciotto mesi in barrique di rovere francese di Tronçais, ventuno in bottiglia. Il tempo come scultore. Il colore è un abisso che non spaventa. Denso, scuro, impenetrabile, sinuoso come un liquido che conosce la propria forza e non ha bisogno di esibirla. È già tutto lì. Già nel bicchiere che si osserva contro luce. Quella densità che preannuncia qualcosa di irrevocabile. È tutto li. Al naso, Àita non lascia scampo. Non nel senso della prepotenza, ma nel senso del richiamo. Quel richiamo che Omero attribuiva alle Sirene e che non era una minaccia bensì una promessa. More, mirtilli, ribes neri: una frutta che non è dolcezza ma vitalità, freschezza quasi sorprendente per un vino di questa concentrazione. Poi il sottobosco bagnato, un balsamico che percorre il calice come aria dopo la pioggia. Il chiodo di garofano si fa insistente, il pepe lo accompagna e, sotto a tutto, una traccia ematica ricorda che il vino, in fondo, è sangue della terra. La ciliegia emerge poi con grazia, si intreccia all’arancia, alla prugna, si avvolge nelle spezie in un rincorrersi che alla fine approda, inevitabilmente, alla cioccolata fondente, al Mon Chéri, a qualcosa che è goloso senza essere volgare. Si rimane fermi davanti al bicchiere più a lungo del previsto. Non per incertezza, per resistenza. Perché quel canto è reale. Il sorso entra con tannini precisi, determinati. È il tipo di fermezza che non opprime, stabilisce le regole. Poi cedono e cedendo lasciano spazio a una freschezza che ridisegna la bocca. La ciliegia marasca prende possesso del palato con la sua lieve amarezza e quel tocco impercettibile che è la firma di Àita. Il dettaglio che separa l’eleganza dall’opulenza. Àita non è opulento. È dotato di quella eleganza che somiglia alla sicurezza con cui una scultura occupa lo spazio senza chiedere permesso. La persistenza è lunga, misurata, onorata. Il finale, con quell’amarognolo che arriva inatteso, che costringe a tornare al bicchiere, è il momento in cui si capisce davvero cosa significa fare vino in questo angolo di Etruria affacciato sul Tirreno. Un vero canto di sirena, un vero richiamo degli inferi. Proprio come il nome vuole. Àita è l’unica etichetta senza il nome sul fronte. Solo il disegno. Sono fatto così: rivoluzioni silenziose, piccole cose che magari qualcuno nota. Il Sangue del Santo Il nome di un vino è già un destino. Pantaleone, prima ancora di stapparlo, prima ancora che il vetro scuro lasci intravedere quella profondità color inchiostro, porta con sé il peso di una storia che affonda le radici nel martirio e nella misericordia. Il nome viene da un’antica chiesa che esisteva un tempo in questa zona, dove si conservavano le reliquie di San Pantaleone.  Un santo medico, venerato come patrono dei medici e appartenente al gruppo degli anàrgiri, coloro che offrivano cure gratuitamente, senza chiedere alcun compenso.  Senza argento, letteralmente. Un uomo che curava per vocazione, non per mestiere. Una sorta di ricompensa al terreno e al territorio che Marco si è sentito di dare. Petit Verdot in purezza. Un vitigno che in Bordeaux arriva sempre per ultimo, la riserva della riserva, il carattere che dà spessore agli altri senza mai prendere la scena. Qui invece è solo e quella solitudine lo trasforma. Nessun diserbo, nessun composto chimico, solo concime organico. Nel bicchiere, il Pantaleone si presenta con quella gravità che certi rossi sanno avere: un rubino cupo e fitto che già dice molto sulla sua concentrazione e sul suo potenziale di invecchiamento.  Al naso, è un vino che non si sbottona subito: bisogna aspettarlo, lasciarlo respirare, come si aspetta qualcuno che ha molto da dire ma non ha fretta di dirlo. Poi arrivano le more, le visciole, un soffio di violetta. In bocca è pieno, strutturato, con quella vivacità acida che ti riporta al bicchiere sorso dopo sorso.  I tannini ci sono, li senti, arrivano, avvolgono. La fermentazione malolattica, lo rende più rotondo e armonico. Senza riuscire a domarlo del tutto. Chiede un po’ di tempo. Non nel senso banale dell’abbinamento o della temperatura di servizio. Chiede tempo interiore. Il tipo di silenzio che si fa prima di una cosa importante. Alla fine del suo martirio, una voce dal cielo cambiò il nome di Pantaleone in Pantaleemone: colui che è misericordioso verso tutti.   Un vino misericordioso, allora. Uno di quelli che non ti giudica, che accoglie qualunque momento tu gli porti davanti. Una serata difficile, una cena silenziosa, un’ora rubata a te stesso davanti al camino. Lo bevi e senti che la terra di Tarquinia, quella stessa terra che gli Etruschi conoscevano meglio di chiunque altro, ha ancora qualcosa da insegnarti sulla pazienza e sulla bellezza.​​​​​​​​​​​​​​​​ Nethun. Il vino impara il nome del mare Nethun è la divinità etrusca delle acque, signore del mare prima che i Romani lo ribattezzassero Nettuno e i Greci Poseidone. Un nome che porta con sé millenni di vento salmastro, di civiltà sepolte e di onde che continuano, imperterrite, a fare il loro lavoro. Sull’etichetta, firmata, come per tutti i vini dell’azienda, dall’artista tarquiniese Guido Sileoni,  quattro pesciolini. Tre blu, uno rosso.  Marco è sicuramente il pesce rosso che nuota controcorrente, dimostrando che il sole splende anche in Lazio e che queste terre hanno tutto il potenziale di quelle più celebrate a nord.  Un manifesto in miniatura, silenzioso e ironico. Nel bicchiere il Nethun si presenta con una veste dorata dai riflessi verdolini, luminosa e consistente. Il naso è un paesaggio: ricordi intensi di salsedine e iodio aprono la strada, poi cenni di zafferano, toni tropicali gentili di mango e papaia, agrume di lime, erbe aromatiche, mandorla e un allungo finale di pietra focaia.  È il profilo di una costa che non ha ancora deciso se appartenere alla terra o al mare. Una indecisione che sa di grazia. Come quelle bambine che non sanno se farsi bagnare o meno dalle onde. In bocca la tensione è quella giusta: una dialettica avvincente tra morbidezza, freschezza e guizzo minerale. Un balletto ritmico che ricorda quello delle onde sul bagnasciuga. Mai identico, mai casuale. Il sorso è generoso e pieno, incalzante nella freschezza e nella sapidità minerale, con un finale lungo e ritorni aromatici.  Nethun sorprende già al primo sorso per la sua cristallina impronta varietale per poi continua a sorprendere con lo stesso ritmo con cui cambia la luce sul Tirreno nel corso di una giornata. Il mare, diceva qualcuno, non è mai lo stesso due volte. Il Nethun, nel suo piccolo, ha la stessa abitudine. Il prezzo della coerenza Sette mila bottiglie all’anno. Lo riformulo: Marco produce meno bottiglie di quante ne produca in un solo giorno qualsiasi grande cantina italiana. Eppure fa di tutto da solo, con due dipendenti fissi in vigna dal 2024. Prima ce n’era uno solo e lui era anche in vigna. Per tutto. Poi la sera a rispondere alle mail e la notte a controllare le fermentazioni. Una vita che non augura a nessuno, dice, e lo dice senza compiacimento, con quella franchezza di chi ci è davvero stato dentro. Ho molte difficoltà, perché la matematica è implacabile alla fine dell’anno. I guadagni sono pochi. Ma mi sono sempre battuto per concentrarmi su questo al cento per cento. Credo che non puoi fare una cosa bene se non gli dedichi tutto. C’è una domanda che il mondo del vino artigianale non riesce ancora a rispondere bene: è sostenibile tutto questo? Non parlo solo di sostenibilità ambientale. Marco lavora in biologico, pur senza certificazione. Scelta consapevole su cui tornerà quando le dimensioni lo permetteranno. Appunto, quella che preme è la sostenibilità umana. Di vita. Di quanto si può chiedere ad un essere umano in nome della qualità e della coerenza. Non ho una risposta. Marco forse nemmeno lui ce l’ha del tutto. Ma sa che la strada è quella giusta. Lo dice con quella calma ostinata di chi ha già deciso e non intende riaprire la questione. I primi riconoscimenti sono iniziati ad arrivare dal 2016. Uno dei più belli ancora oggi è arrivato proprio quell’anno. Per ironia della sorte, nello stesso anno in cui è morto mio padre. Aspettare C’è un tema che torna continuamente nella conversazione con Marco, come un filo che ricuce i pezzi di tutto il resto: l’attesa. Il vino va aspettato. Le barbatelle vanno aspettate. I clienti giusti vanno aspettati. I riconoscimenti vanno aspettati. La vigna nuova, un ettaro e mezzo impiantato due anni fa per portare la produzione a diecimila-dodicimila bottiglie massimo, va aspettata. In un mondo che premia la velocità come virtù cardinale, dove tutto viene valutato sulla base di quanto è stato scalato, di quanti follower ha, di quanto ha cresciuto anno su anno, Marco Muscari Tomajoli è un’anomalia tranquilla. Non ha fretta. Non perché non voglia crescere. Vuole crescere, eccome. Ma ha capito che la fretta produce cose che poi non reggono. Mi fisso. Sono una persona che si fissa. A lamentarmi sarò sempre. Però nel mondo del vino, le persone che hanno la capacità e la voglia di aspettare vanno bene. Il vino va aspettato, in qualche modo. Sua madre, insegnante di francese, è rimasta fuori dal progetto per sua stessa scelta. Fai tu, fai il tuo, gli ha detto nel momento più difficile, quello dopo la morte del padre, quello in cui Marco si è trovato ad andare in banca da solo a prendere un prestito personale con lei come garante. La cosa più bella che un genitore possa fare: non toglierti il peso. Aiutarti a portarlo. Penso alla terra di Tarquinia. Agli affreschi etruschi dove la gente banchetta con calici in mano, dove il vino era già allora un modo per stare insieme, per celebrare, per non dimenticare. Penso al bosco intatto alle spalle del casale, che nessuno ha mai tagliato. Penso a quel bisnonno reduce di guerra che compra due ettari in enfiteusi, non sapendo che novant’anni dopo il suo pronipote li trasformerà in vino. Penso alla scintilla e alla brace. A quanto siano diverse e quanto abbiano bisogno l’una dell’altra. Àita, la divinità etrusca sull’etichetta senza nome, custodisce l’aldilà. Ma custodisce anche la memoria. Quella memoria che in un bicchiere di vino diventa qualcosa di bevibile, di concreto, di vivo. È un progetto che sono felice di portare avanti. Immagino come un continuo, portare avanti una cosa che io da solo non sarei mai stato in grado di pensare. Già, Marco. Già.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Da Palermo il wine tour di “Borgia Group: un viaggio sensoriale in 8 tappe tra i sapori d’Italia Arrow Right Top Bg

16 Aprile, 2026

Da Palermo il wine tour di “Borgia Group: un viaggio sensoriale in 8 tappe tra i sapori d’Italia

  Otto cantine, otto serate, tre ristoranti. Prende il via il 22 aprile un wine tour attraverso quattro regioni d’Italia ideato da Borgia Group a Palermo, un percorso di degustazioni che coinvolge tre dei ristoranti della galassia dei fratelli Saverio e Vittorio Borgia: Terrazze Santamarina, Molo Sant’Erasmo, Mezzena.   Un itinerario tra vino e cucina. Ogni appuntamento propone una cantina diversa e un menu dedicato: piatti studiati per valorizzare ogni calice attraverso abbinamenti mirati. Un’esperienza dinamica che percorre l’Italia del vino, toccando quattro regioni d’eccellenza – Toscana, Veneto, Lombardia e Sicilia (con focus specifici che vanno dall’Etna a Salina) – e che vede protagonisti la visione e il talento degli chef dei tre ristoranti coinvolti: Giuseppe Calvaruso (Terrazze Santamarina), Salvatore Piccionello (Molo Sant’Erasmo), Davide Autovino (Mezzena). “Il nostro wine tour è più di una semplice rassegna di cene – spiega Saverio Borgia -. È un percorso itinerante che unisce luoghi, sapori e interpretazioni sempre nuove, pensato per chi vuole scoprire il patrimonio vinicolo italiano attraverso l’identità culinaria dei nostri ristoranti”. Ecco il calendario delle degustazioni che si svolgeranno tutte a partire dalle 20.30: 22 APRILE. Ristorante Mezzena (via Simone Corleo 2, Palermo) – Cantina Roccapesta (Maremma – Toscana) 29 APRILE. Ristorante Terrazze Santamarina (via Candelai 68, Palermo) – Cantine Donnafugata (Contessa Entellina, Pantelleria, Marsala, Etna, Vittoria) 7 MAGGIO. Ristorante Mezzena – Cantina Masi (Valpolicella – Veneto) 14 MAGGIO. Ristorante Terrazze Santamarina – Cantina Graci (Passopisciaro – Etna) 22 MAGGIO. Ristorante Terrazze Santamarina – Cantina Costaripa Mattia Vezzola (Lago di Garda – Lombardia) 28 MAGGIO. Ristorante Molo Sant’Erasmo (Caletta Sant’Erasmo 999, Palermo) – Palmento Costanzo (Passopisciaro – Etna) 3 GIUGNO. Ristorante Terrazze Santamarina – Cantina Hauner (Salina – Eolie) 10 GIUGNO. Ristorante Molo Sant’Erasmo – Cantina Milazzo (Campobello di Licata – Agrigento) BORGIA GROUP Un bilancio di 12 milioni di euro, 215 dipendenti, 11 locali fra diretti e in partnership. Sono i numeri di Borgia Group dei fratelli Vittorio e Saverio Borgia: quattordici anni di attività fra Milano e Palermo. L’idea è quella di una ristorazione informale ma con l’utilizzo in cucina di prodotti di altissima qualità, in luoghi centrali delle città e con un arredamento rilassante che metta a proprio agio i clienti.  Un format che i Borgia hanno adottato sin dal loro primo Bioesserì, aperto a Milano nel 2012, poi replicato nelle varie declinazioni negli altri locali. @mezzenapalermo @terrazzesantamarina @molosanterasmo La Redazione
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