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28 Marzo, 2026
Dal Sud della Francia alle colline piacentine: il catalogo di Elemento Indigeno si amplia
Da aprile nuovi ingressi arricchiscono la selezione: tra le novità Le Temps de Fleurs, giovane realtà di Limoux, e Vecchio Consorzio 1953 con i suoi sidri della Val d’Arda.
A partire da aprile il catalogo di Elemento Indigeno si arricchisce di nuovi produttori e prodotti che condividono una visione comune: lavorare nel rispetto della materia prima e del territorio, lasciando che ogni prodotto sia espressione autentica del luogo da cui nasce. Tra le novità spiccano due realtà molto diverse tra loro ma accomunate da una forte identità agricola: Le Temps de Fleurs, giovane progetto vitivinicolo nel cuore della regione francese di Limoux, e Vecchio Consorzio 1953, già presente in catalogo e ora introdotto anche nella categoria sidro con una produzione legata alla tradizione contadina locale.
Il progetto Le Temps de Fleurs nasce a Limoux, territorio dove la tradizione delle bollicine ha radici profonde. Qui lavora Baptiste Gazeau, giovane viticoltore che ha scelto di valorizzare il terroir della regione con uno sguardo contemporaneo, senza allontanarsi dalle pratiche agricole tradizionali. I vigneti sono anche certificati biologici dal 2020 e in cantina l’intervento è ridotto al minimo, con l’obiettivo di lasciare spazio all’espressione dell’uva e del territorio. Il lungo affinamento sui lieviti contribuisce a definire vini che si distinguono per purezza, profondità e complessità aromatica.
La Blanquette de Limoux e il Crémant de Limoux, entrambi in versione Extra Brut, entreranno in catalogo come due interpretazioni eleganti e distintive delle bollicine della regione. La Blanquette, ottenuta da uve autoctone Mauzac provenienti da vigneti che possono raggiungere gli 80 anni, coltivati su suoli calcarei, si distingue per freschezza e tensione, con note di mela verde, agrumi e delicate sfumature floreali. Il Crémant, blend di 70% Chardonnay e 30% Chenin provenienti da parcelle selezionate in altitudine e vielles vignes, è affinato a lungo sui lieviti e mostra un profilo più ampio e complesso, mantenendo brillantezza e bevibilità. Si tratta di vini che raccontano con precisione il carattere di Limoux e il lavoro di una nuova generazione di vignaioli che sta contribuendo a dare nuova energia a questo territorio storico della spumantistica francese.
Accanto a questo progetto vitivinicolo, Vecchio Consorzio 1953 amplia la propria presenza in catalogo entrando nella categoria del sidro con due diverse etichette. Più che una semplice cantina, Vecchio Consorzio è un progetto di rigenerazione territoriale nato tra le colline piacentine grazie all’iniziativa di Massimiliano Croci e Pietro Gazzola. L’idea è quella di ridare valore a un’area in cui viticoltura e melicoltura stavano progressivamente scomparendo, sostenendo i contadini locali attraverso l’acquisto di uve e mele coltivate esclusivamente con metodo biologico.
La sede si trova a Bacedasco Basso, in Val d’Arda, all’interno di un ex consorzio agrario degli anni ’50 che oggi rappresenta simbolicamente un ritorno consapevole alla cultura agricola del territorio. Da questo progetto nascono i sidri Spacco, prodotti da varietà di mele antiche e fermentati spontaneamente con lieviti indigeni. Il nome richiama la pratica dell’innesto sugli alberi di mele che i nonni dei produttori eseguivano nei frutteti di famiglia, un gesto agricolo semplice che diventa simbolo di continuità tra passato e presente.
Lo Spacco Bianco Secco si distingue per un sorso fresco e scorrevole, con una leggera vena amaricante che ricorda la buccia della mela e una bollicina fine che rende la bevuta dinamica e conviviale. Accanto a questo, lo Spacco Rosé Secco, ottenuto anche da mele a polpa rossa, ha un profilo più teso e sapido, con una bolla persistente e un finale netto e dissetante.
Con l’ingresso di queste nuove referenze, Elemento Indigeno continua a costruire un catalogo che mette al centro progetti agricoli autentici e fortemente radicati nei territori di origine. Dalle colline calcaree di Limoux ai frutteti della Val d’Arda, il filo conduttore resta lo stesso: raccontare prodotti che nascono da un legame reale con la terra, il lavoro agricolo e le comunità che li rendono possibili.
La Redazione
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27 Marzo, 2026
Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche
Cosa c’è nel nostro dna?
Cosa ci porterà ad essere o a fare nella vita senza che neanche potremmo accorgercene? Non è un ineluttabile destino o il fato a decidere della nostra vita ma, forse, qualcosa che abbiamo già dentro. Un gene che ha il compito di indirizzarci a qualcosa che è già scritto. Solo che non lo sappiamo. O lo sappiamo ma non vogliamo ammetterlo.
DNA come binari di un tram
Quante possibilità
Dove si va, il destino è di la
Se vuoi però tu puoi fare zig zag Il DNA è come un tralcio di vite che scava nelle viscere della terra anche dove trova elementi solidi per far si che le radici trovino il nutrimento necessario. Scavano e continuano a scavare portando nel frutto tutto ciò che sono riuscite a trovare. La vita è così. È proprio così. Ciò che oggi noi siamo è frutto di quanto nel profondo le radici della famiglia sono andate. Nei nostri ricordi di bambino c’è molto di quella profondità. Solo che quando diventiamo adulti, non sempre ricordiamo tutto. Ma è dentro di noi. È nel DNA. Pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. Mio nonno mi fa: visto che tu un po’ di gente la conosci, prova a vedere se trovi qualcuno che possa apprendere in affitto la nostra campagna. Mi sono fatto quattro domande e ho detto: perché no io ? E ho iniziato. L’ho presa io in affitto e lo sono tutt’ora in affitto da mia madre. I ricordi di infanzia, quelli del saltare giù dai muri, l’aiutare il nonno, giocare al nascondino in mezzo alle vigne. Tutti bellissimi ricordi. Ma bastano? Bastano a mandare a rotoli anni di università e un futuro interessante? Niccolò Dama è un ragazzo tranquillo. Parla pacatamente, senza fretta. Non è abituato a raccontarsi, a dedicare del tempo a parlare di se. Non so se sia quasi in imbarazzo o è solo timidezza ma si vede quanto non sia particolarmente a proprio agio. Eppure sorride perché nella sua Fiumane, sta bene. Sta veramente bene. È felice. Con la sua poca terra e le sue appena 5.000 bottiglie annue. Non ha bisogno di nient’altro di questo, di sua moglie e delle sue due bambine, per essere felice. Sono figlio di un medico e di un’insegnante. Mio nonno materno era un farmacista, sua moglie una casalinga. Il padre di mia nonna ovvero il bisnonno è la radice di tutto questo. Lui veniva dalla campagna, dalle basse veronesi. Erano gli anni 20. Era una persona di umilissime origini, faceva il lustascarpe alla stazione di Isola della Scala. Da Isola della Scala si sposta a Fumane negli anni 30. La nonna nasce e cresce a Fumane. Poi arriva il benessere. Gli affari vanno bene e il tenore di vita cresce cosa questa che allontana tutti gli suoi eredi dall’agricoltura. Fare il contadino non era particolarmente apprezzato dalla società. Non era di appeal. Mia nonna sposa un farmacista che comunque ha origini in campagna. Così acquista un terreno nell’est veronese, con in mezzo una vecchia casa colonica che rimettono in ordine. Nella ristrutturazione creano anche questa piccola cantina. Una piccola cantina nella quale occorre giocare a Tetris per muoversi. Ricordi di domeniche con genitori, zii, cugini passati in campagna a scorrazzare per i campi a raccogliere olive. Un coinvolgimento familiare. Il calore della famiglia. Tre semplici ettari di terra dei quali uno a vigna, poi olivi, alberi da frutto e bosco. Si faceva tutto in casa. Si prendevano i rami per fare i sostegni delle viti. Si tagliava l’erba e la si dava alle capre. Poi i nonni sono mancati e la proprietà è stata divisa. La parte più strettamente agricola è rimasta a mia madre mentre la casa colonna agli miei zii. Sembra una storia di quelle già sentite. Un nonno, un bisnonno, la terra, l’eredità, ecc. ecc. ecc. Eppure, il modo con il quale Niccolò si esprime è proprio di una persona che ha studiato e tanto. Solo che è come se fosse così, completamente, preso dal suo presente che è come se il passato non esistesse più. È il 2014 quando Niccolò prende in mano le redini di quel terreno lasciato alla mamma. Nel 2015 il primo vino. Appena tre anni dopo essersi laureato in urbanistica. Durante gli studi aiutavo mio nonno e questa cosa mi faceva stare bene. Mi rimaneva. Non c’era l’idea di rendere questa campagna un lavoro vero e proprio perché sapevo non sarebbe stato abbastanza. Ma mi sono un po’ incaponito così che ho iniziato lo stesso fare quello che secondo gli altri non era possibile. Alla fine sono riuscito a tirare fuori qualcosa. Mia moglie è insegnante però viviamo grazie a questo appezzamento. Non c’era assolutamente la prospettiva di farne un lavoro. Prima la laurea, poi un centro di ricerca a Bolzano infine il ritorno per prendere in mano i terreni di famiglia. Mio nonno mi diceva: guarda, abbiamo bisogno di trovare una soluzione per la campagna. Dobbiamo affidarla a qualcuno. Avevo già una passione per il vino. Giravo le piccole cantine della zona. Ero curioso. Anche questo, dopo il COVID, sembra la stessa storia di tanti ragazzi annoiati o ispirati dal lockdown: abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a qualcosa di proprio. Insomma la trasformazione di Niccolò sembra normale ma non nel 2014 quando forse veniva considerato un vero alieno nonostante la sua passione del fare. Una bottiglia vino che è figlia totalmente tua, del tuo lavoro, della tua idea era comunque una cosa fighissima. A Bolzano una vita quasi monacale. I soldi messi da parte per comprare il primo trattore, le prime bottiglie. Già, anche le bottiglie. Una convinzione. Qualcosa che da dentro lo fa rinunciare ad un futuro. Qualunque esso potesse essere. Qualunque cifra potesse portare. Mi sono fatto i miei conti perché non è che sono arrivato senza sapere dove sarei andato a finire. La mia forza è stata il lavorare da solo. Se io avessi dei dipendenti da pagare, non riuscirei assolutamente a sostenermi. Un ettaro, poco più di 5000 bottiglie. Il lavoro non manca comunque ma rimane il tempo per la famiglia, alla parte commerciale. Non è un lavoro asfissiante. Adesso sono rimasto solo con l’apprezzamento storico ma negli anni ho avuto quasi il doppio che adesso. Non ho mai avuto un minimo di affanno a livello lavorativo. Poche pretese. Nessuna velleità di fare la bella vita, di avere agi, di spendere soldi in cose inutili. Non si sceglie altrimenti questo mestiere. Qui si dice: non è quel che guadagni ma quel che ti spendi. La mia fortuna è stata avere un bisnonno che veniva dal nulla, da una situazione di povertà vera ed è arrivato al benessere. Non bisogna volere qualcosa che è superflua. Non mi comprerò mai la Porsche però quello che ho io adesso, è la mia Porsche. La vera ricchezza è il tempo. Avere a disposizione tempo per le passioni come la montagna dove può andare a camminare e a sciare. Non c’è nulla di meglio che questo. Una passeggiata con gli amici o la moglie. Niente altro. Non serve niente altro. L’essenziale è quello che dona la felicità. Magari avessi quattro soldi in più, andrei più fuori al ristorante ma non la trovo neanche una cosa necessaria. Come dico sempre a mia figlia che mi chiede perché non possiamo andare tutti i giorni a mangiare il gelato: se tu mangiassi tutti i giorni il gelato, ti stuferebbe. È meglio mangiarlo meno spesso così ti piace tantissimo. Nessuna esagerazione. Una filosofia che abbraccia lo stare insieme senza superfluo fanno di Niccolò una persona equilibratissima. Ha imparato da zero con la voglia di farlo. Con l’umiltà di chi sa di non sapere. Sono arrivato in questo mondo, diciamo del vino fatto con l’uva, grazie al mio vicino. Quando sono arrivato qua, avevo la conoscenza limitata a quello che facevo con mio nonno. Ma mio nonno non è che fosse proprio un gran espertone di campagna. Per non sbagliare visto che mio nonno ormai era vecchio, mi sono rivolto al vicino, Antonio. Ho cominciato a chiedere cosa dovessi fare. Passo passo, partendo dalla potatura della vigna, mi ha spiegato tutto. Quando è arrivato il momento della prima vinificazione (prima la vendevamo) lui mi ha detto: prendi l’uva, la schiacci, la metti in una vasca, aspetti che fermenti, poi fai i travasi, ecc. Non mi ha mai parlato di prodotti chimici. Ho iniziato a fare il vino in quel modo lì perché mi ha spiegato che il vino si faceva così. Solo dopo ho scoperto questo movimento, del vino naturale. Il vino naturale, per caso. Perché è questo che fa Niccolò. Per caso, senza volerlo. Solo perché era così che lo faceva Antonio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Antonio non gli avesse dato quei suggerimenti. Lieviti selezionati, solforosa, magari un pò di chimica. Chissà! Quando sono arrivato qui in vigna, la prima cosa che ho pensato era fare biologico. Secondo me, quell’idea lì mi sarebbe arrivata da una parte o dall’altra. Poi sono convinto che quando il destino..Però, insomma, se il mio vicino mi avesse spiegato che il vino si faceva in altro modo, sicuramente lo avrei fatto così. Se chiedi a qualcuno un consiglio, poi lo segui. Per i primi rudimenti c’è stato Antonio, ma poi quando ha capito che occorreva fare sul serio, di fare qualcosa di fatto bene, la scelta di un enologo diventava obbligatoria. Mi sono rivolto ad un ragazzo poco più grande di me che è un enologo con una certa visione. Quella che interessava a me. Solo che se mi avesse detto di aggiungere qualcosa non gli avrei detto di no. Ma io volevo fare qualcosa senza aggiunte. Non è tanto la chimica ad infastidire Niccolò quanto il dover rispettare un protocollo ben definito magari per gestire le annate e realizzare un certo tipo vino. Qualcosa di costruito a priori. Per un urbanista, per uno che dovrebbe programmare e pianificare lo sviluppo di un territorio nel futuro, rigettare l’idea di qualcosa di costruito è un vero ossimoro. Se potessi campare senza soldi, se potessi vendere tutte le bottiglie a un euro, sarei felicissimo. Però, visto che questo è il mio lavoro e se quella vasca lì ha un problema, io non porto a casa i soldi per mantenere me e la mia famiglia. Dunque se il problema è risolvibile con qualcosa, non mi faccio scrupoli. la uso. Ma allo stesso tempo, lo dichiaro. Non è un talebano ma pragmatico. La necessità di dover portare a casa lo stipendio per aggiungerlo a quello della moglie insegnante, è un dovere. Scendere a compromessi non è una scelta, è una necessità. Trovare una persona onesta è complicato al giorno d’oggi ma ho dinanzi una persona che lo è. Senza dubbi e senza scandali. Al diavolo una connotazione chiara, una filosofia. Chissenefrega. Poche vendemmie (ma non così poche) sulle spalle e tante altre dinanzi per poter affinare tutto. Senza avere fretta e con la voglia di seguire un principio. La mia idea è proprio quella di produrre il vino nel modo più naturale possibile. Soprattutto credo che l’onestà nel confronto del consumatore sia la cosa più importante. Perché buttare tanto vino in fin dei conti? Certo, te lo puoi permettere se hai più ettari o altre attività ma non certamente se devi campare con un ettaro e 5.000 bottiglie. Fortunatamente in oltre dieci vendemmie per Niccolò non ci sono state problematiche. Forse è solo andata bene. La fortuna ha aiutato ma adesso che le vendemmie stanno diventando sempre più difficili sarà più complicato. La scelta del naturale, quando possibile, non è affatto in discussione. Ciò che deve essere gestito, conseguentemente comunicato, è quando questo non sarà possibile seguire tutti i dettami. I vini di Niccolò Le Quarette è il vino quotidiano. Quello più semplice. Corvinone, Molinara e Rondinella. Fermentazioni spontanee, travasi, affinamento in grandi botti di rovere. È alla fine un Valpolicella ma non gli si può dare il DOC. Poco male. Tanto i conformismi non ci piacciono. Sandro è il rosato a base Rondinella. Fermentazione a contatto con le bucce che poi vengono eliminate continuando la fermentazione stessa. Spontanea ovviamente. Filtrazione? Perché mai farla se si lavora bene. Ho tutto ciò che mi serve. Ora scrivo la sezione dell’articolo dedicata al vino Sandro, intrecciando le note degustative con il contesto narrativo dello stile di Ivan. Su certi vini, il nome non ha bisogno di spiegazioni. Arriva e si deposita, come una fotografia trovata in un cassetto. Sandro non “Cuvée du Domaine”, non un toponimo latino, non un codice alfanumerico che rimanda a parcelle e coordinate. Sandro. Un nome di persona, netto come una firma su un foglio bianco. E in quella scelta c’è già tutto Niccolò: la volontà di nominare le cose con familiarità, di togliere distanza tra chi fa e chi beve, di ricordare che il vino non nasce da un territorio astratto ma da mani precise, da affetti concreti, da storie che hanno un nome e un volto. Già la Rondinella è un comprimario ma vinificato in rosato in terra di Amarone mostra subito di voler raccontare qualcosa di diverso. Nel calice arriva un colore che ha il nome preciso delle cose belle: rosa antico. Non il rosa fragile di certi petali appena sbocciati, ma quello maturo, leggermente velato, di una rosa che ha vissuto. Un colore che non chiede di essere guardato, ma che trattiene lo sguardo. Al naso è un racconto di piccole cose selvatiche e gentili insieme: la ciliegia appena colta, la mela annurca con la sua dolcezza terrigna, un accenno di pomodoro che sa di orto e di estate, i fiori rossi tenui che somigliano a quelli dei bordi di campo. E poi, quasi nascosta, la rosa canina insieme a quel verde selvatico e lievemente speziato che cresce dove nessuno ha piantato nulla, che appartiene alla terra senza chiedere il permesso. Un profumo dolce e fresco insieme, come una mattina di fine estate quando l’aria porta ancora il ricordo della notte. In bocca è fresco, vivo, leggero nei piedi come chi sa dove andare senza bisogno di correre. Poi arriva qualcosa di inaspettato e meraviglioso come l’arancia amara. Non un’arancia qualunque. No, quella che penetra e riempie la bocca con una sensazione tattile, quasi masticabile, che rinfresca e avvolge lasciandi un senso di piacevolezza lunga, pulita, soddisfatta. Un finale che non smette subito, che rimane lì a ricordare che c’è stato qualcosa di bello. Il Sandro è un vino che fa quello che i vini migliori sanno fare: semplifica il mondo. C’è un’immagine che torna, bevendo il Sandro e non è un’immagine da enologia. È quella di qualcuno che ti dice il proprio nome con la mano tesa e uno sguardo diretto, senza cerimonie, senza titoli, senza pedigree. Solo un nome. Solo il vino che è. Valpo è il Valpolicella Superiore DOC. L’unico DOC in produzione. Tocca avere qualcosa che richiami il territorio in fin dei conti. Corvina, Corvinone, Rondinella affinate in rovere aspettando e assecondando la natura. I profumi prendon forma lentamente in un calice che si colora di granato dal timbro luminoso a ricordar la pietra bagnata dal sole: prima prugna e ciliegia, mature, vive, sostenute da una freschezza che sorprende; poi il lato intimo con fiori delicati, tabacco trinciato, chiodi di garofano, sottobosco balsamico; infine il legno, leggero, sullo sfondo, come un’eco lontano che regala un accenno di vaniglia, poi, di nuovo il territorio. Il sorso è snello, verticale, elegante. Fresco e sapido, con un tannino presente ma gentile, che asciuga senza ferire a lasciare la bocca pulita, viva. Prugna e ciliegia tornano, non appesantiscono, accompagnano. È un vino che non invade, rimane. 𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à è 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘳𝘦𝘮𝘢 Con Valpo, la semplicità è misura di autenticità e verità: sembra quel marmo levigato dall’acqua che non cerca la forza, semmai la durata di freschezza rivolta al futuro. Longevità, equilibrio. Valpo fa lo stesso: scorre leggero lasciando il segno. Nessun muscolo da mostrare. Solo fine delicatezza e complessità senza eccessi. Così che si beve con piacere, chiedendo solo silenzio (o tanta allegria) e un altro sorso Arusnati. Anzi no, Auai Arusnati adesso ha cambiato nome perché un produttore vicino ha fatto un vino che si chiamava così. Un nome che sa di antico, dell’antico popolo degli Arusnati, una popolazione di origine etrusca il cui nome potrebbe derivare dall’eroe, etrusco Aruns. Come gli entruschi vicino Roma, piantarono l’uva in Valpolicella. Arusnati è un blend di uve a bacca bianca: Cortese, Garganega e Malvasia fermentate spontaneamente sulle bucce senza controllo della temperatura eppoi affina e in barrique di acacia. Prima che Verona diventasse la città di Romeo e Giulietta, prima che gli Scaligeri costruissero le loro tombe gotiche lungo le strade della città, prima ancora che Roma portasse le sue strade dritte e la sua lingua nei boschi del Veronese c’erano gli Arusnati ad abitare queste colline. La Valpolicella fu una terra abitata dai fieri Arusnati, di origine retico-etrusca, che avevano divinità originali nel loro Pagus rispettato dai Romani. Il territorio romano prese il nome di Pagus Arusnatium e corrisponde grosso modo all’attuale distretto della Valpolicella. Non molto è noto di questo popolo: i nomi di alcune delle loro divinità ci sono stati tramandati attraverso il latino: Cuslano, Imnhagalle, Lualda, Schnagalle, Udisna Augusta. Divinità di cui non sappiamo quasi nulla. Nomi che suonano stranieri anche all’orecchio più allenato. Eppure eccoli qui, incastonati nel calcare veronese come fossili, a ricordarci che questa terra ha ospitato gesti e riti e vendemmie molto prima che qualcuno pensasse di classificarli. Niccolò lo sapeva. E quando ha cercato un nome per il suo bianco macerato, un vino che non assomigliava a nessun altro, un vino che era ostico e magnifico come la terra che lo aveva generato, ha guardato sotto i piedi. Ha scavato. Ha trovato gli Arusnati. Ha chiamato il vino Arusnati. Solo che Arusnati non si può chiamare. Non perché il nome sia sbagliato. È il più giusto che esista, storicamente, geograficamente, poeticamente. Ma perché qualcuno ha già registrato quella parola. Un birrificio, un altro produttore, un marchio. La burocrazia del vino ha le sue ragioni, che la ragione del vino a volte non conosce. Così Niccolò ha dovuto trovare un altro nome. E ha scelto Auai. Una parola che suona come un’eco lontana, come qualcosa udito attraverso i secoli, come il verso di un uccello che nessuno sa più identificare. Una parola che porta dentro di sé quella stessa alterità che ha il vino. Quella strana, scomoda, meravigliosa distanza dalla rassicurante normalità del gusto. Ma il nome originale rimane. Vive sotto, come le iscrizioni nel museo. Come le radici dei viti che scendono in profondità che l’occhio non vede. Garganega, Cortese, Malvasia Istriana e altre varietà a bacca bianca, raccolte insieme, senza separazioni di convenienza. Una vasca di acciaio da dieci ettolitri. Lieviti indigeni, fermentazione spontanea, nessun controllo della temperatura, lasciata oscillare tra i 19 e i 22 gradi come un respiro naturale. Il mosto fermenta in presenza delle bucce. Questo è il punto. Questo è il gesto che trasforma tutto. Poi in barrique di acacia per 16 mesi. Non in rovere. In acacia. Per le sue note gentili, che non vuole dominare, che accompagna senza sopraffare. Nessuna filtrazione. Nessun intervento che non fosse strettamente necessario. Il colore è oro. Non il giallo pallido, non paglierino, oro. Come quello di certi pomeriggi di settembre sulle colline della Valpolicella, quando la luce bassa prende i filari di taglio e li trasforma in qualcosa di antico. Al naso arriva tutto insieme, senza ordine di presentazione: erbaceo, miele di acacia, camomilla. Poi tiglio e menta, quasi medicinali nel senso più nobile. È il senso delle erbe di montagna. La frutta è disidratata, concentrata: mela e pesca che hanno perso acqua e guadagnato profondità, albicocca che sa già di confettura artigianale. Uno zest di arancia a ricordare che il frutto era fresco, una volta. Sentori quasi legnosi, appena accennati. È solo il segno del legno di acacia, presente ma discreto, come un ospite educato. In bocca Auai si apre, non si distende, non si adagia. Si apre, come una porta che girava arrugginita e poi cede. E dentro c’è tutto. C’è freschezza. Ci sono tannini. Veri, concreti, leggermente aspri. Auai non ha paura di essere sé stesso. Torna l’albicocca, come un tema musicale che si ripresenta nel finale. Un vino divisivo. Non nel senso deteriore della parola. Non divisivo come qualcosa che fa litigare, ma divisivo come qualcosa che rivela. Chi lo beve o lo ama o non lo capisce. E in entrambi i casi, ha ragione. Bassa gradazione alcolica bassa, sapido, quasi masticabile. È un vino vero, nel senso in cui certe cose antiche sono vere: non perché siano perfette, ma perché non fingono niente. Nella zona della Valpolicella era comune la coltivazione a bacca bianca e il vino proprio più pregiato che veniva fatto era il Recioto. La Garganega aveva le recie (orecchie) non l’uva rossa. Si faceva l’appassimento e via. Con Arusmati facciamo si fa la macerazione ma non l’appassimento. Con Il Vin del Leo arriva un leggero appassimento. È fatto come un Amarone ma non mi piacciono i vini con lunghi appassimenti perché sono vini un pò troppo complessi. Ho accorciato l’appassimento a circa un mese, legno per un anno e mezzo, tre anni di affinamento in bottiglia. Leo era mio nonno. Ha i sentori dell’amarone ma con una maggiore bevibilità. Forse sono troppi vini per un ettaro, ma Niccolò è curioso e sperimenta. Impara e impara con e attraverso i vini. Sa che è importante anche se da un punto di vista commerciale non l’aiuta certamente. Ma tanto lui è felice così. Sostiene di fare il lavoro più bello del mondo e di comprare una Porsche non gliene frega assolutamente nulla. PS Antica Valpolicella è a Fumane (VR) proprio sopra Sant’Ambrogio in Valpolicella e ad est del Lago di Garda. Una volta arrivati qui capirete senz’altro perché Niccolò abbia deciso di viverci Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Quante possibilità
Dove si va, il destino è di la
Se vuoi però tu puoi fare zig zag Il DNA è come un tralcio di vite che scava nelle viscere della terra anche dove trova elementi solidi per far si che le radici trovino il nutrimento necessario. Scavano e continuano a scavare portando nel frutto tutto ciò che sono riuscite a trovare. La vita è così. È proprio così. Ciò che oggi noi siamo è frutto di quanto nel profondo le radici della famiglia sono andate. Nei nostri ricordi di bambino c’è molto di quella profondità. Solo che quando diventiamo adulti, non sempre ricordiamo tutto. Ma è dentro di noi. È nel DNA. Pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. Mio nonno mi fa: visto che tu un po’ di gente la conosci, prova a vedere se trovi qualcuno che possa apprendere in affitto la nostra campagna. Mi sono fatto quattro domande e ho detto: perché no io ? E ho iniziato. L’ho presa io in affitto e lo sono tutt’ora in affitto da mia madre. I ricordi di infanzia, quelli del saltare giù dai muri, l’aiutare il nonno, giocare al nascondino in mezzo alle vigne. Tutti bellissimi ricordi. Ma bastano? Bastano a mandare a rotoli anni di università e un futuro interessante? Niccolò Dama è un ragazzo tranquillo. Parla pacatamente, senza fretta. Non è abituato a raccontarsi, a dedicare del tempo a parlare di se. Non so se sia quasi in imbarazzo o è solo timidezza ma si vede quanto non sia particolarmente a proprio agio. Eppure sorride perché nella sua Fiumane, sta bene. Sta veramente bene. È felice. Con la sua poca terra e le sue appena 5.000 bottiglie annue. Non ha bisogno di nient’altro di questo, di sua moglie e delle sue due bambine, per essere felice. Sono figlio di un medico e di un’insegnante. Mio nonno materno era un farmacista, sua moglie una casalinga. Il padre di mia nonna ovvero il bisnonno è la radice di tutto questo. Lui veniva dalla campagna, dalle basse veronesi. Erano gli anni 20. Era una persona di umilissime origini, faceva il lustascarpe alla stazione di Isola della Scala. Da Isola della Scala si sposta a Fumane negli anni 30. La nonna nasce e cresce a Fumane. Poi arriva il benessere. Gli affari vanno bene e il tenore di vita cresce cosa questa che allontana tutti gli suoi eredi dall’agricoltura. Fare il contadino non era particolarmente apprezzato dalla società. Non era di appeal. Mia nonna sposa un farmacista che comunque ha origini in campagna. Così acquista un terreno nell’est veronese, con in mezzo una vecchia casa colonica che rimettono in ordine. Nella ristrutturazione creano anche questa piccola cantina. Una piccola cantina nella quale occorre giocare a Tetris per muoversi. Ricordi di domeniche con genitori, zii, cugini passati in campagna a scorrazzare per i campi a raccogliere olive. Un coinvolgimento familiare. Il calore della famiglia. Tre semplici ettari di terra dei quali uno a vigna, poi olivi, alberi da frutto e bosco. Si faceva tutto in casa. Si prendevano i rami per fare i sostegni delle viti. Si tagliava l’erba e la si dava alle capre. Poi i nonni sono mancati e la proprietà è stata divisa. La parte più strettamente agricola è rimasta a mia madre mentre la casa colonna agli miei zii. Sembra una storia di quelle già sentite. Un nonno, un bisnonno, la terra, l’eredità, ecc. ecc. ecc. Eppure, il modo con il quale Niccolò si esprime è proprio di una persona che ha studiato e tanto. Solo che è come se fosse così, completamente, preso dal suo presente che è come se il passato non esistesse più. È il 2014 quando Niccolò prende in mano le redini di quel terreno lasciato alla mamma. Nel 2015 il primo vino. Appena tre anni dopo essersi laureato in urbanistica. Durante gli studi aiutavo mio nonno e questa cosa mi faceva stare bene. Mi rimaneva. Non c’era l’idea di rendere questa campagna un lavoro vero e proprio perché sapevo non sarebbe stato abbastanza. Ma mi sono un po’ incaponito così che ho iniziato lo stesso fare quello che secondo gli altri non era possibile. Alla fine sono riuscito a tirare fuori qualcosa. Mia moglie è insegnante però viviamo grazie a questo appezzamento. Non c’era assolutamente la prospettiva di farne un lavoro. Prima la laurea, poi un centro di ricerca a Bolzano infine il ritorno per prendere in mano i terreni di famiglia. Mio nonno mi diceva: guarda, abbiamo bisogno di trovare una soluzione per la campagna. Dobbiamo affidarla a qualcuno. Avevo già una passione per il vino. Giravo le piccole cantine della zona. Ero curioso. Anche questo, dopo il COVID, sembra la stessa storia di tanti ragazzi annoiati o ispirati dal lockdown: abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a qualcosa di proprio. Insomma la trasformazione di Niccolò sembra normale ma non nel 2014 quando forse veniva considerato un vero alieno nonostante la sua passione del fare. Una bottiglia vino che è figlia totalmente tua, del tuo lavoro, della tua idea era comunque una cosa fighissima. A Bolzano una vita quasi monacale. I soldi messi da parte per comprare il primo trattore, le prime bottiglie. Già, anche le bottiglie. Una convinzione. Qualcosa che da dentro lo fa rinunciare ad un futuro. Qualunque esso potesse essere. Qualunque cifra potesse portare. Mi sono fatto i miei conti perché non è che sono arrivato senza sapere dove sarei andato a finire. La mia forza è stata il lavorare da solo. Se io avessi dei dipendenti da pagare, non riuscirei assolutamente a sostenermi. Un ettaro, poco più di 5000 bottiglie. Il lavoro non manca comunque ma rimane il tempo per la famiglia, alla parte commerciale. Non è un lavoro asfissiante. Adesso sono rimasto solo con l’apprezzamento storico ma negli anni ho avuto quasi il doppio che adesso. Non ho mai avuto un minimo di affanno a livello lavorativo. Poche pretese. Nessuna velleità di fare la bella vita, di avere agi, di spendere soldi in cose inutili. Non si sceglie altrimenti questo mestiere. Qui si dice: non è quel che guadagni ma quel che ti spendi. La mia fortuna è stata avere un bisnonno che veniva dal nulla, da una situazione di povertà vera ed è arrivato al benessere. Non bisogna volere qualcosa che è superflua. Non mi comprerò mai la Porsche però quello che ho io adesso, è la mia Porsche. La vera ricchezza è il tempo. Avere a disposizione tempo per le passioni come la montagna dove può andare a camminare e a sciare. Non c’è nulla di meglio che questo. Una passeggiata con gli amici o la moglie. Niente altro. Non serve niente altro. L’essenziale è quello che dona la felicità. Magari avessi quattro soldi in più, andrei più fuori al ristorante ma non la trovo neanche una cosa necessaria. Come dico sempre a mia figlia che mi chiede perché non possiamo andare tutti i giorni a mangiare il gelato: se tu mangiassi tutti i giorni il gelato, ti stuferebbe. È meglio mangiarlo meno spesso così ti piace tantissimo. Nessuna esagerazione. Una filosofia che abbraccia lo stare insieme senza superfluo fanno di Niccolò una persona equilibratissima. Ha imparato da zero con la voglia di farlo. Con l’umiltà di chi sa di non sapere. Sono arrivato in questo mondo, diciamo del vino fatto con l’uva, grazie al mio vicino. Quando sono arrivato qua, avevo la conoscenza limitata a quello che facevo con mio nonno. Ma mio nonno non è che fosse proprio un gran espertone di campagna. Per non sbagliare visto che mio nonno ormai era vecchio, mi sono rivolto al vicino, Antonio. Ho cominciato a chiedere cosa dovessi fare. Passo passo, partendo dalla potatura della vigna, mi ha spiegato tutto. Quando è arrivato il momento della prima vinificazione (prima la vendevamo) lui mi ha detto: prendi l’uva, la schiacci, la metti in una vasca, aspetti che fermenti, poi fai i travasi, ecc. Non mi ha mai parlato di prodotti chimici. Ho iniziato a fare il vino in quel modo lì perché mi ha spiegato che il vino si faceva così. Solo dopo ho scoperto questo movimento, del vino naturale. Il vino naturale, per caso. Perché è questo che fa Niccolò. Per caso, senza volerlo. Solo perché era così che lo faceva Antonio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Antonio non gli avesse dato quei suggerimenti. Lieviti selezionati, solforosa, magari un pò di chimica. Chissà! Quando sono arrivato qui in vigna, la prima cosa che ho pensato era fare biologico. Secondo me, quell’idea lì mi sarebbe arrivata da una parte o dall’altra. Poi sono convinto che quando il destino..Però, insomma, se il mio vicino mi avesse spiegato che il vino si faceva in altro modo, sicuramente lo avrei fatto così. Se chiedi a qualcuno un consiglio, poi lo segui. Per i primi rudimenti c’è stato Antonio, ma poi quando ha capito che occorreva fare sul serio, di fare qualcosa di fatto bene, la scelta di un enologo diventava obbligatoria. Mi sono rivolto ad un ragazzo poco più grande di me che è un enologo con una certa visione. Quella che interessava a me. Solo che se mi avesse detto di aggiungere qualcosa non gli avrei detto di no. Ma io volevo fare qualcosa senza aggiunte. Non è tanto la chimica ad infastidire Niccolò quanto il dover rispettare un protocollo ben definito magari per gestire le annate e realizzare un certo tipo vino. Qualcosa di costruito a priori. Per un urbanista, per uno che dovrebbe programmare e pianificare lo sviluppo di un territorio nel futuro, rigettare l’idea di qualcosa di costruito è un vero ossimoro. Se potessi campare senza soldi, se potessi vendere tutte le bottiglie a un euro, sarei felicissimo. Però, visto che questo è il mio lavoro e se quella vasca lì ha un problema, io non porto a casa i soldi per mantenere me e la mia famiglia. Dunque se il problema è risolvibile con qualcosa, non mi faccio scrupoli. la uso. Ma allo stesso tempo, lo dichiaro. Non è un talebano ma pragmatico. La necessità di dover portare a casa lo stipendio per aggiungerlo a quello della moglie insegnante, è un dovere. Scendere a compromessi non è una scelta, è una necessità. Trovare una persona onesta è complicato al giorno d’oggi ma ho dinanzi una persona che lo è. Senza dubbi e senza scandali. Al diavolo una connotazione chiara, una filosofia. Chissenefrega. Poche vendemmie (ma non così poche) sulle spalle e tante altre dinanzi per poter affinare tutto. Senza avere fretta e con la voglia di seguire un principio. La mia idea è proprio quella di produrre il vino nel modo più naturale possibile. Soprattutto credo che l’onestà nel confronto del consumatore sia la cosa più importante. Perché buttare tanto vino in fin dei conti? Certo, te lo puoi permettere se hai più ettari o altre attività ma non certamente se devi campare con un ettaro e 5.000 bottiglie. Fortunatamente in oltre dieci vendemmie per Niccolò non ci sono state problematiche. Forse è solo andata bene. La fortuna ha aiutato ma adesso che le vendemmie stanno diventando sempre più difficili sarà più complicato. La scelta del naturale, quando possibile, non è affatto in discussione. Ciò che deve essere gestito, conseguentemente comunicato, è quando questo non sarà possibile seguire tutti i dettami. I vini di Niccolò Le Quarette è il vino quotidiano. Quello più semplice. Corvinone, Molinara e Rondinella. Fermentazioni spontanee, travasi, affinamento in grandi botti di rovere. È alla fine un Valpolicella ma non gli si può dare il DOC. Poco male. Tanto i conformismi non ci piacciono. Sandro è il rosato a base Rondinella. Fermentazione a contatto con le bucce che poi vengono eliminate continuando la fermentazione stessa. Spontanea ovviamente. Filtrazione? Perché mai farla se si lavora bene. Ho tutto ciò che mi serve. Ora scrivo la sezione dell’articolo dedicata al vino Sandro, intrecciando le note degustative con il contesto narrativo dello stile di Ivan. Su certi vini, il nome non ha bisogno di spiegazioni. Arriva e si deposita, come una fotografia trovata in un cassetto. Sandro non “Cuvée du Domaine”, non un toponimo latino, non un codice alfanumerico che rimanda a parcelle e coordinate. Sandro. Un nome di persona, netto come una firma su un foglio bianco. E in quella scelta c’è già tutto Niccolò: la volontà di nominare le cose con familiarità, di togliere distanza tra chi fa e chi beve, di ricordare che il vino non nasce da un territorio astratto ma da mani precise, da affetti concreti, da storie che hanno un nome e un volto. Già la Rondinella è un comprimario ma vinificato in rosato in terra di Amarone mostra subito di voler raccontare qualcosa di diverso. Nel calice arriva un colore che ha il nome preciso delle cose belle: rosa antico. Non il rosa fragile di certi petali appena sbocciati, ma quello maturo, leggermente velato, di una rosa che ha vissuto. Un colore che non chiede di essere guardato, ma che trattiene lo sguardo. Al naso è un racconto di piccole cose selvatiche e gentili insieme: la ciliegia appena colta, la mela annurca con la sua dolcezza terrigna, un accenno di pomodoro che sa di orto e di estate, i fiori rossi tenui che somigliano a quelli dei bordi di campo. E poi, quasi nascosta, la rosa canina insieme a quel verde selvatico e lievemente speziato che cresce dove nessuno ha piantato nulla, che appartiene alla terra senza chiedere il permesso. Un profumo dolce e fresco insieme, come una mattina di fine estate quando l’aria porta ancora il ricordo della notte. In bocca è fresco, vivo, leggero nei piedi come chi sa dove andare senza bisogno di correre. Poi arriva qualcosa di inaspettato e meraviglioso come l’arancia amara. Non un’arancia qualunque. No, quella che penetra e riempie la bocca con una sensazione tattile, quasi masticabile, che rinfresca e avvolge lasciandi un senso di piacevolezza lunga, pulita, soddisfatta. Un finale che non smette subito, che rimane lì a ricordare che c’è stato qualcosa di bello. Il Sandro è un vino che fa quello che i vini migliori sanno fare: semplifica il mondo. C’è un’immagine che torna, bevendo il Sandro e non è un’immagine da enologia. È quella di qualcuno che ti dice il proprio nome con la mano tesa e uno sguardo diretto, senza cerimonie, senza titoli, senza pedigree. Solo un nome. Solo il vino che è. Valpo è il Valpolicella Superiore DOC. L’unico DOC in produzione. Tocca avere qualcosa che richiami il territorio in fin dei conti. Corvina, Corvinone, Rondinella affinate in rovere aspettando e assecondando la natura. I profumi prendon forma lentamente in un calice che si colora di granato dal timbro luminoso a ricordar la pietra bagnata dal sole: prima prugna e ciliegia, mature, vive, sostenute da una freschezza che sorprende; poi il lato intimo con fiori delicati, tabacco trinciato, chiodi di garofano, sottobosco balsamico; infine il legno, leggero, sullo sfondo, come un’eco lontano che regala un accenno di vaniglia, poi, di nuovo il territorio. Il sorso è snello, verticale, elegante. Fresco e sapido, con un tannino presente ma gentile, che asciuga senza ferire a lasciare la bocca pulita, viva. Prugna e ciliegia tornano, non appesantiscono, accompagnano. È un vino che non invade, rimane. 𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à è 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘳𝘦𝘮𝘢 Con Valpo, la semplicità è misura di autenticità e verità: sembra quel marmo levigato dall’acqua che non cerca la forza, semmai la durata di freschezza rivolta al futuro. Longevità, equilibrio. Valpo fa lo stesso: scorre leggero lasciando il segno. Nessun muscolo da mostrare. Solo fine delicatezza e complessità senza eccessi. Così che si beve con piacere, chiedendo solo silenzio (o tanta allegria) e un altro sorso Arusnati. Anzi no, Auai Arusnati adesso ha cambiato nome perché un produttore vicino ha fatto un vino che si chiamava così. Un nome che sa di antico, dell’antico popolo degli Arusnati, una popolazione di origine etrusca il cui nome potrebbe derivare dall’eroe, etrusco Aruns. Come gli entruschi vicino Roma, piantarono l’uva in Valpolicella. Arusnati è un blend di uve a bacca bianca: Cortese, Garganega e Malvasia fermentate spontaneamente sulle bucce senza controllo della temperatura eppoi affina e in barrique di acacia. Prima che Verona diventasse la città di Romeo e Giulietta, prima che gli Scaligeri costruissero le loro tombe gotiche lungo le strade della città, prima ancora che Roma portasse le sue strade dritte e la sua lingua nei boschi del Veronese c’erano gli Arusnati ad abitare queste colline. La Valpolicella fu una terra abitata dai fieri Arusnati, di origine retico-etrusca, che avevano divinità originali nel loro Pagus rispettato dai Romani. Il territorio romano prese il nome di Pagus Arusnatium e corrisponde grosso modo all’attuale distretto della Valpolicella. Non molto è noto di questo popolo: i nomi di alcune delle loro divinità ci sono stati tramandati attraverso il latino: Cuslano, Imnhagalle, Lualda, Schnagalle, Udisna Augusta. Divinità di cui non sappiamo quasi nulla. Nomi che suonano stranieri anche all’orecchio più allenato. Eppure eccoli qui, incastonati nel calcare veronese come fossili, a ricordarci che questa terra ha ospitato gesti e riti e vendemmie molto prima che qualcuno pensasse di classificarli. Niccolò lo sapeva. E quando ha cercato un nome per il suo bianco macerato, un vino che non assomigliava a nessun altro, un vino che era ostico e magnifico come la terra che lo aveva generato, ha guardato sotto i piedi. Ha scavato. Ha trovato gli Arusnati. Ha chiamato il vino Arusnati. Solo che Arusnati non si può chiamare. Non perché il nome sia sbagliato. È il più giusto che esista, storicamente, geograficamente, poeticamente. Ma perché qualcuno ha già registrato quella parola. Un birrificio, un altro produttore, un marchio. La burocrazia del vino ha le sue ragioni, che la ragione del vino a volte non conosce. Così Niccolò ha dovuto trovare un altro nome. E ha scelto Auai. Una parola che suona come un’eco lontana, come qualcosa udito attraverso i secoli, come il verso di un uccello che nessuno sa più identificare. Una parola che porta dentro di sé quella stessa alterità che ha il vino. Quella strana, scomoda, meravigliosa distanza dalla rassicurante normalità del gusto. Ma il nome originale rimane. Vive sotto, come le iscrizioni nel museo. Come le radici dei viti che scendono in profondità che l’occhio non vede. Garganega, Cortese, Malvasia Istriana e altre varietà a bacca bianca, raccolte insieme, senza separazioni di convenienza. Una vasca di acciaio da dieci ettolitri. Lieviti indigeni, fermentazione spontanea, nessun controllo della temperatura, lasciata oscillare tra i 19 e i 22 gradi come un respiro naturale. Il mosto fermenta in presenza delle bucce. Questo è il punto. Questo è il gesto che trasforma tutto. Poi in barrique di acacia per 16 mesi. Non in rovere. In acacia. Per le sue note gentili, che non vuole dominare, che accompagna senza sopraffare. Nessuna filtrazione. Nessun intervento che non fosse strettamente necessario. Il colore è oro. Non il giallo pallido, non paglierino, oro. Come quello di certi pomeriggi di settembre sulle colline della Valpolicella, quando la luce bassa prende i filari di taglio e li trasforma in qualcosa di antico. Al naso arriva tutto insieme, senza ordine di presentazione: erbaceo, miele di acacia, camomilla. Poi tiglio e menta, quasi medicinali nel senso più nobile. È il senso delle erbe di montagna. La frutta è disidratata, concentrata: mela e pesca che hanno perso acqua e guadagnato profondità, albicocca che sa già di confettura artigianale. Uno zest di arancia a ricordare che il frutto era fresco, una volta. Sentori quasi legnosi, appena accennati. È solo il segno del legno di acacia, presente ma discreto, come un ospite educato. In bocca Auai si apre, non si distende, non si adagia. Si apre, come una porta che girava arrugginita e poi cede. E dentro c’è tutto. C’è freschezza. Ci sono tannini. Veri, concreti, leggermente aspri. Auai non ha paura di essere sé stesso. Torna l’albicocca, come un tema musicale che si ripresenta nel finale. Un vino divisivo. Non nel senso deteriore della parola. Non divisivo come qualcosa che fa litigare, ma divisivo come qualcosa che rivela. Chi lo beve o lo ama o non lo capisce. E in entrambi i casi, ha ragione. Bassa gradazione alcolica bassa, sapido, quasi masticabile. È un vino vero, nel senso in cui certe cose antiche sono vere: non perché siano perfette, ma perché non fingono niente. Nella zona della Valpolicella era comune la coltivazione a bacca bianca e il vino proprio più pregiato che veniva fatto era il Recioto. La Garganega aveva le recie (orecchie) non l’uva rossa. Si faceva l’appassimento e via. Con Arusmati facciamo si fa la macerazione ma non l’appassimento. Con Il Vin del Leo arriva un leggero appassimento. È fatto come un Amarone ma non mi piacciono i vini con lunghi appassimenti perché sono vini un pò troppo complessi. Ho accorciato l’appassimento a circa un mese, legno per un anno e mezzo, tre anni di affinamento in bottiglia. Leo era mio nonno. Ha i sentori dell’amarone ma con una maggiore bevibilità. Forse sono troppi vini per un ettaro, ma Niccolò è curioso e sperimenta. Impara e impara con e attraverso i vini. Sa che è importante anche se da un punto di vista commerciale non l’aiuta certamente. Ma tanto lui è felice così. Sostiene di fare il lavoro più bello del mondo e di comprare una Porsche non gliene frega assolutamente nulla. PS Antica Valpolicella è a Fumane (VR) proprio sopra Sant’Ambrogio in Valpolicella e ad est del Lago di Garda. Una volta arrivati qui capirete senz’altro perché Niccolò abbia deciso di viverci Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
26 Marzo, 2026
Top Seller Vino GDO 2025
Anticipazioni dello studio di Circana per Vinitaly: oltre 730 milioni di litri di vino e spumante venduti nei supermercati e discount italiani; Prosecco, Lambrusco e Trebbiano i più acquistati; volumi ancora in calo, si arrestano nuovamente le vendite a valore, dopo la lieve crescita dell’anno scorso; crescono solo gli spumanti.
La Ricerca completa verrà presentata lunedì 13 aprile nel corso della tavola rotonda “Il vino nella Grande Distribuzione: dinamiche di mercato e criticità emergenti”, organizzata da Veronafiere, in cui si confronteranno produttori e distributori.
Sono 737 milioni i litri di vino e spumante venduti nel 2025 nella Grande Distribuzione Italiana, 20 in meno rispetto al 2024. La GDO si conferma il canale commerciale privilegiato per il settore e permette di comprendere le propensioni di acquisto degli italiani in fatto di vini. Le anticipazioni dello studio realizzato ad hoc dall’Istituto di Ricerca Circana ci permette di avere una prima idea dell’andamento del mercato del vino, assegnando a Prosecco, Lambrusco e Trebbiano il podio dei top seller.
Virgilio Romano, Business Insight Director di Circana
Se il 2024 aveva visto migliorare il dato (pur sempre caratterizzato dal segno negativo) delle vendite di vino nella GDO, quest’anno il mercato è tornato indietro e si registra una decrescita su tutti i fronti. C’è da dire che è un trend che riguarda tutti i Paesi in cui si beve alcool, che stanno pagando il prezzo di una maggiore attenzione ai consumi di bevande alcoliche. E l’Italia lo paga sul vino perché storicamente grande produttrice e consumatrice di vino. Una delle domande che dobbiamo porci è se sia necessario agire da un punto di vista della produzione, visto che i cali sono un po’ più veloci di quanto non avvenga alla produzione annua.”
Primi dati Circana – Il settore chiude il 2025 con un -3,4% a volume sull’anno precedente, che quest’anno non trova alcuna compensazione sul dato a valore, anch’esso negativo: -1,1%. Gli spumanti continuano invece il loro percorso parallelo e, sebbene a rilento rispetto al 2024, crescono dell’1,5% a volume e dell’1,2% a valore. I vini in bottiglia a denominazione d’origine, che nell’anno precedente avevano registrato un dato positivo, quest’anno perdono 2,6 punti percentuali.
I top seller della Grande Distribuzione italiana – Per quanto riguarda il vino, gli italiani mostrano una decisa preferenza per il fermo rispetto al frizzante e per il bianco rispetto al rosso. Il vino più acquistato è il rosso fermo, con oltre 261 milioni di litri venduti. Tra gli spumanti, è il bianco frizzante a prevalere decisamente, con oltre 98 milioni di litri venduti contro i quasi 7 milioni del rosato frizzante e i 2,5 milioni del rosso frizzante. Come sempre, i vini liquorosi sono quelli che performano peggio.
Al primo posto il Prosecco (Veneto e Friuli V.G.) con oltre 53 milioni di litri venduti (+2,6% rispetto all’anno precedente), seguito dal Lambrusco (Emilia-Romagna, Lombardia) con oltre 28 milioni di litri, che però perde il 7,2% e dal Trebbiano (regioni varie) con oltre 23 milioni di litri, che si mantiene sostanzialmente stabile rispetto all’anno scorso (+0,3%). Il Vermentino (Sardegna, Toscana, Liguria) continua a crescere, anche se decisamente meno rispetto al 2024 (+2,5% vs 11,7%) con oltre 12 milioni e 300mila litri venduti, così come la Ribolla (Friuli Venezia Giulia), con oltre 9 milioni di litri venduti (+4,2%), il Primitivo di Puglia, con 8 milioni e 340mila litri venduti (+3%) e il Metodo Classico (Trento, Lombardia, altre) con poco più di 8 milioni di litri acquistati, che mostra una crescita, alquanto inaspettata, del +6,3%.
I vini più performanti – Nel 2025, crescono significativamente a volume, rispetto all’anno precedente, il siciliano Grecanico, con il +13,7%, il Nebbiolo (Piemonte e Lombardia) con il +9,7%, l’internazionale Pinot Nero (+7,8%), seguito dal Metodo Classico con il +6,7%. A registrare il maggior tasso di crescita a valore sono i cosiddetti “vini emergenti”, in cui ritroviamo sul podio gli stessi vini che hanno registrato una crescita a volume, e quindi il Grecanico (+9,4%), il Nebbiolo (+9,1%) e il Pinot Nero, seguiti dal trentino Lagrein (+6%). Da notare che si tratta di una crescita minima, se paragonata agli anni scorsi.
Andamento dei prezzi – Il costo medio per il vino a denominazione d’origine in bottiglia (Doc, Docg, Igt) è di 5,69 euro al litro, con un aumento medio del 2,1% sull’anno precedente, in linea rispetto al dato 2024, che aveva registrato un aumento del 2%.
Gianni Bruno, Direttore Generale Vicario di Veronafiere
Per incrementare la conoscenza e, di conseguenza, le vendite di vino non c’è che una strada: promuoverne la cultura, il racconto e il bere consapevole in tutti i canali commerciali. E’ per questo motivo che ogni anno dedichiamo uno spazio di confronto privilegiato all’analisi del mercato del vino nella Grande Distribuzione italiana, che si conferma protagonista nel programma di Vinitaly, con il prezioso supporto dell’Istituto di Ricerca Circana, nostro partner storico.
La ricerca realizzata ad hoc da Circana verrà presentata nella sua interezza a Vinitaly (Verona, 12-15 aprile) nel corso della 22° tavola rotonda su vino e Grande Distribuzione “Il vino nella Grande Distribuzione: dinamiche di mercato e criticità emergenti”, organizzata da Veronafiere. Moderata da Alessandro Torcoli, Direttore di Civiltà del Bere, si terrà a Vinitaly lunedì 13 aprile dalle 10,30 alle 12,30 c/o la Sala Puccini (Centro Congressi Arena, primo piano). Sarà un’occasione per fotografare l’andamento del settore vinicolo in Grande Distribuzione nel 2025, oltre che per presentare i numeri delle vendite dei primi mesi del 2026 e cercare di cogliere ed analizzare i segnali provenienti dai mercati e i relativi, possibili trend. Vi parteciperanno, oltre al già citato Virgilio Romano: Alberto Arcidiacono, Responsabile acquisti private label beverage di CRAI, Lorenzo Cafissi, Direttore beverage di NewPrinces Group, Valeria Gasparre, Country Director Italy – ILLVA Saronno e Duca di Salaparuta, in rappresentanza di Federvini, Alessandra Manzato, Group category manager grocery e bevande di CONAD, Laura Mayr, General manager di Ruggeri, Consigliere e coordinatrice del Tavolo del Commercio Internazionale di Unione Italiana Vini, Eleanna Pizzinelli, Responsabile reparto beverage di COOP Italia e Marco Usai, Wine specialist di MD Discount.
La Redazione
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26 Marzo, 2026
I Migliori Vini Italiani 2026. La nuova Edizione della Guida di Luca Maroni
IL COSA E IL DOVE
Dal 20 al 22 Febbraio scorsi il SALONE DELLE FONTANE dell’EUR ha ospitato la presentazione romana dell’ANNUARIO DEI MIGLIORI VINI ITALIANI di LUCA MARONI, appuntamento ormai irrinunciabile per i wine lovers romani giunto quest’anno alla 25° Edizione.
Tre giorni dedicati ai vini che hanno raggiunto i punteggi più alti (ma non solo), ai vignaioli che li hanno prodotti e a tanto altro ancora.
GLI ASSAGGI
Come sempre c’era tanto da assaggiare e tanta gente, necessitava un piano d’azione ben congeniato!
L’avevo pensata bene, fare un giro di perlustrazione, saltare quei Produttori che già conoscevo, lasciare che fossero l’occhio e la fantasia a guidarmi…
Bah…i piani migliori sono fatti per non essere seguiti!
Quando sono iniziate le danze non mi è restato che lasciarmi trascinare dalla corrente.
E, nonostante riconosca di essere ogni volta più severo, qualcosa che meritasse di essere posto alla Vostra attenzione l’ho trovato.
Vi propongo dunque una personalissima “TOP EIGHT” che, al di là dei punteggi, mette sul piedistallo otto etichette nelle quali, davvero, Vi invito a ficcare il naso.
UNO DA NOVANTA C’ERA
– BARBERA D’ASTI DOCG “MERUM” 2023, BELLICOSO (PIEMONTE): ancora una volta mi ritrovo a scrivere dei vini di Antonio e, mentre tralascio di dirvi di quell’ “AMORMIO” di cui leggerete presto una “monografia”, Vi rubo un po’ di tempo per raccontarvi di un vino il cui nome di fantasia sembra voler contraddire la schiva modestia del Produttore.
Una Barbera che Antonio veste di nero fin dall’etichetta, come un corsetto di pelle tirato fino all’ultimo gancio: stretto, provocante, impossibile da ignorare.
Nel calice è scura, densa, quasi oscena nella sua lentezza.
Non ammicca: fissa negli occhi.
E chi guarda capisce subito che non sarà un incontro innocente.
Il naso è un invito che sa già di trasgressione: viole essiccate che sfiorano la pelle, more nere gonfie di succo che sembrano pronte a esplodere tra le dita.
E quando le manette di liquirizia stringono i polsi e una nebbia calda di caffè imprigiona come una stanza chiusa a chiave, arrivano le scudisciate di pepe nero,
In bocca non seduce, provoca.
Non chiede permesso, prende. È una verità che sfida, perché molti si atteggiano a leoni, ma pochi hanno il coraggio di essere irriverenti fino in fondo. Il sorso è succo scuro e abbondante che disseta le passioni più sfrenate; i tannini mordono quanto basta per far inarcare la schiena e trattenere il fiato fino al precipizio del “secondo di troppo”. Freschezza ed estratto sono brividi sottopelle, tensione continua, graffi da accarezzare con lo sguardo perso nel vuoto per averne memoria. È una Barbera che vuole il tavolo, sì, ma non per mangiare.
Pretende il fuoco, il pavimento, il calore dei corpi vicini, parole sussurrate troppo piano per essere innocenti. Non è una Barbera da salotto educato. È una Barbera da desideri dichiarati, da sguardi che non si abbassano, materica, sfacciata, quasi indecente nella sua verità Una Barbera per pochi, da bere con chi merita rispetto e un “oltre”. 90 “cabalistici” Punti. E POI… – ROCCAMONFINA IGP AGLIANICO “REBALTO” 2018, TERRE DI TORA (CAMPANIA): la frutta comanda, il legno spalleggia. E poi…anche più di un semplice accento balsamico, boschivo, resinoso, una sottolineatura che sgretola le rotondità olfattive incidendo in profondità quella tavoletta di cioccolato fondente che è ultimo descrittore prima dell’assaggio In bocca tutto torna con leggerezza nonostante il volume glicerico, tannini giusti, sapidità vulcanica…il Territorio raccontato con una eleganza un po’ troppo internazionale. Non è il mio vino ma 88++ Punti se li merita tutti. – EMILIA IGT BIANCO “LA MALVAGIA” 2024, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): per quelli che pensano che Sauvignon faccia rima con sambuco e bosso ecco un vino in grado di scardinare convinzioni e aprire la mente. Salvia (quella con le foglie grasse e pelose) e pesca sono stambecchi in lotta per la femmina, il timo e gli agrumi spettatori pronti a parteggiare per l’uno o per l’altro. Il sorso è puro succo vegetale, erbe di campo, erbe officinali, erba limoncella, sfalci freschi…e poi agrumi e una chiusura graffiante in un sorso succoso e affilato che sa di sortilegio. 90– Punti. – VINO BIANCO “L’ALBA E LA PIETRA ANNODICIOTTO” 2018, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): Malvasia di Candia Aromatica “orange style” per una amplificazione a valvole dei varietali. Pochi Watt, calore e potenza. Dura come la salvia selvatica, dolce come l’albicocca, fresca come l’arancia, boschiva, silvestre, calda di fieno, stuzzicante di zenzero candito. L’incipit gustativo è fresco e di profonda, sapida mineralità, frutta e glicerina sono un abbraccio avvolgente, i tannini schiaffo che fa scuotere la testa, l’allungo un labirinto in cui perdersi, il nome di fantasia un inizio e una fine. Da non perdere. 90– Punti. – EMILIA IGT BIANCO “MAMI” 2024, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): un vino che ha in sé la calda freschezza delle brezze che accarezzavano le praterie di “Via col vento” il volume del personaggio di cui porta il nome, l’erba fresca diventa fieno caldo, la frutta gialla è maturata, delle erbe officinali si sono fatti oli, le spezie lasciano che lo sguardo si spinga a Oriente verso il “da dove proviene”… Sorso voluminoso, non scattante eppure ancora agile abbraccia e fa volteggiare guardandoVi dentro. Serve a capire, a comporre il puzzle. 87++ Punti. – OLTREPO’ PAVESE DOC PINOT NERO “UMORE NERO” 2024, CASTELLO DI LUZZANO (LOMBARDIA): un Pinot Nero cui il cemento regala peposa agilità, uno stropicciarsi il naso mentre si apprezza la vivacità della rosa canina e ci si bea dell’avanzare dei piccoli frutti in una atmosfera piacevolmente rustica. In bocca mostra disinvolta irriverenza, decisamente fresco stacca di ruota una sapidità che avrei preferito più tonica e regala un sorso che, succoso e compulsivo, cancella pensieri bui e regala allegria. L’etichetta? Un appunto per ricordarsi di uno stato d’animo che “era” (e che tornerà a essere qualora non abbiate una seconda bottiglia di scorta). 88++ Punti. – GUTTURNIO DOC CLASSICO “ROMEO” 2017 RISERVA, CASTELLO DI LUZZANO (LOMBARDIA): questo Romeo guardava in basso, non verso un balcone, custodiva la terra… Un vino che la terra non si vergogna di nasconderla, la sottolinea al naso con tratto grasso e materico ben prima di decidersi a raccontare frutta nera e spezie. In bocca colpisce il tannino prima che la freschezza, rotondo si ma privo di smancerie, marca il proprio territorio scavando un solco col tacco sulle gengive, ricordandoci amaritudini sulla lingua; evidenzia luminosità di amarena e ombre boisé e racconta poi di erbe fini e liquirizia chiudendo agile con un giro di valzer mentolato. 89 Punti. – ASOLO MONTELLO DOC RECANTINA “AUGUSTO” 2020, GIUSTI (VENETO): profuma di un bosco ricco di piccoli frutti, odoroso di funghi e foglie a contorno, lascia intravedere la ciliegia, stuzzica con le spezie, non nega accenni di pellame e ruvide ferrosità. In bocca l’acidità guida il sorso e la morbidezza di tannini pudichi gli fa da contrasto accompagnando l’assaggio verso un finale fresco di agrumi e sottili vegetalità. 87– Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a LUCA MARONI per avermi voluto ospitare ancora una volta a un Evento di così altro impatto emotivo, un Evento che consente di viaggiare lungo l’Italia seguendo la strada di mattoni gialli della Qualità senza compromessi. GRAZIE anche e soprattutto a tutti i Produttori Presenti, quelli che ho tediato con le mie chiacchiere e quelli che per tanti motivi non sono riuscito a “disturbare”. E mentre ringrazio anche Voi per avere avuto la pazienza di leggermi fino qui, Vi do appuntamento a un’Edizione 2027 che, personalmente, ho già messo in agenda Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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Non chiede permesso, prende. È una verità che sfida, perché molti si atteggiano a leoni, ma pochi hanno il coraggio di essere irriverenti fino in fondo. Il sorso è succo scuro e abbondante che disseta le passioni più sfrenate; i tannini mordono quanto basta per far inarcare la schiena e trattenere il fiato fino al precipizio del “secondo di troppo”. Freschezza ed estratto sono brividi sottopelle, tensione continua, graffi da accarezzare con lo sguardo perso nel vuoto per averne memoria. È una Barbera che vuole il tavolo, sì, ma non per mangiare.
Pretende il fuoco, il pavimento, il calore dei corpi vicini, parole sussurrate troppo piano per essere innocenti. Non è una Barbera da salotto educato. È una Barbera da desideri dichiarati, da sguardi che non si abbassano, materica, sfacciata, quasi indecente nella sua verità Una Barbera per pochi, da bere con chi merita rispetto e un “oltre”. 90 “cabalistici” Punti. E POI… – ROCCAMONFINA IGP AGLIANICO “REBALTO” 2018, TERRE DI TORA (CAMPANIA): la frutta comanda, il legno spalleggia. E poi…anche più di un semplice accento balsamico, boschivo, resinoso, una sottolineatura che sgretola le rotondità olfattive incidendo in profondità quella tavoletta di cioccolato fondente che è ultimo descrittore prima dell’assaggio In bocca tutto torna con leggerezza nonostante il volume glicerico, tannini giusti, sapidità vulcanica…il Territorio raccontato con una eleganza un po’ troppo internazionale. Non è il mio vino ma 88++ Punti se li merita tutti. – EMILIA IGT BIANCO “LA MALVAGIA” 2024, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): per quelli che pensano che Sauvignon faccia rima con sambuco e bosso ecco un vino in grado di scardinare convinzioni e aprire la mente. Salvia (quella con le foglie grasse e pelose) e pesca sono stambecchi in lotta per la femmina, il timo e gli agrumi spettatori pronti a parteggiare per l’uno o per l’altro. Il sorso è puro succo vegetale, erbe di campo, erbe officinali, erba limoncella, sfalci freschi…e poi agrumi e una chiusura graffiante in un sorso succoso e affilato che sa di sortilegio. 90– Punti. – VINO BIANCO “L’ALBA E LA PIETRA ANNODICIOTTO” 2018, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): Malvasia di Candia Aromatica “orange style” per una amplificazione a valvole dei varietali. Pochi Watt, calore e potenza. Dura come la salvia selvatica, dolce come l’albicocca, fresca come l’arancia, boschiva, silvestre, calda di fieno, stuzzicante di zenzero candito. L’incipit gustativo è fresco e di profonda, sapida mineralità, frutta e glicerina sono un abbraccio avvolgente, i tannini schiaffo che fa scuotere la testa, l’allungo un labirinto in cui perdersi, il nome di fantasia un inizio e una fine. Da non perdere. 90– Punti. – EMILIA IGT BIANCO “MAMI” 2024, IL POGGIARELLO – CANTINE 4 VALLI (EMILIA ROMAGNA): un vino che ha in sé la calda freschezza delle brezze che accarezzavano le praterie di “Via col vento” il volume del personaggio di cui porta il nome, l’erba fresca diventa fieno caldo, la frutta gialla è maturata, delle erbe officinali si sono fatti oli, le spezie lasciano che lo sguardo si spinga a Oriente verso il “da dove proviene”… Sorso voluminoso, non scattante eppure ancora agile abbraccia e fa volteggiare guardandoVi dentro. Serve a capire, a comporre il puzzle. 87++ Punti. – OLTREPO’ PAVESE DOC PINOT NERO “UMORE NERO” 2024, CASTELLO DI LUZZANO (LOMBARDIA): un Pinot Nero cui il cemento regala peposa agilità, uno stropicciarsi il naso mentre si apprezza la vivacità della rosa canina e ci si bea dell’avanzare dei piccoli frutti in una atmosfera piacevolmente rustica. In bocca mostra disinvolta irriverenza, decisamente fresco stacca di ruota una sapidità che avrei preferito più tonica e regala un sorso che, succoso e compulsivo, cancella pensieri bui e regala allegria. L’etichetta? Un appunto per ricordarsi di uno stato d’animo che “era” (e che tornerà a essere qualora non abbiate una seconda bottiglia di scorta). 88++ Punti. – GUTTURNIO DOC CLASSICO “ROMEO” 2017 RISERVA, CASTELLO DI LUZZANO (LOMBARDIA): questo Romeo guardava in basso, non verso un balcone, custodiva la terra… Un vino che la terra non si vergogna di nasconderla, la sottolinea al naso con tratto grasso e materico ben prima di decidersi a raccontare frutta nera e spezie. In bocca colpisce il tannino prima che la freschezza, rotondo si ma privo di smancerie, marca il proprio territorio scavando un solco col tacco sulle gengive, ricordandoci amaritudini sulla lingua; evidenzia luminosità di amarena e ombre boisé e racconta poi di erbe fini e liquirizia chiudendo agile con un giro di valzer mentolato. 89 Punti. – ASOLO MONTELLO DOC RECANTINA “AUGUSTO” 2020, GIUSTI (VENETO): profuma di un bosco ricco di piccoli frutti, odoroso di funghi e foglie a contorno, lascia intravedere la ciliegia, stuzzica con le spezie, non nega accenni di pellame e ruvide ferrosità. In bocca l’acidità guida il sorso e la morbidezza di tannini pudichi gli fa da contrasto accompagnando l’assaggio verso un finale fresco di agrumi e sottili vegetalità. 87– Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a LUCA MARONI per avermi voluto ospitare ancora una volta a un Evento di così altro impatto emotivo, un Evento che consente di viaggiare lungo l’Italia seguendo la strada di mattoni gialli della Qualità senza compromessi. GRAZIE anche e soprattutto a tutti i Produttori Presenti, quelli che ho tediato con le mie chiacchiere e quelli che per tanti motivi non sono riuscito a “disturbare”. E mentre ringrazio anche Voi per avere avuto la pazienza di leggermi fino qui, Vi do appuntamento a un’Edizione 2027 che, personalmente, ho già messo in agenda Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
25 Marzo, 2026
Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica
Gioielli, arredamento, moda, vino. Cosa hanno davvero in comune?
A pensarci bene non è soltanto una questione di lusso o di estetica. È qualcosa di più antico e, se vogliamo, più semplice. Il desiderio umano di abitare il mondo con grazia.
Potremmo chiamarlo edonismo, ma sarebbe riduttivo. È piuttosto quel sentimento che Oscar Wilde avrebbe definito con eleganza: Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Un gioiello nasce dal fuoco che fonde l’oro e dalla pazienza di mani che incastonano pietre. Un mobile dal legno di alberi che hanno visto più stagioni di noi. Un abito da fibre vegetali o animali trasformate in tessuto. Il vino da una vite che affonda le radici nella terra e combatte ogni anno la sua piccola battaglia contro il tempo. Tutti nascono da materie primordiali. Tutti sono figli della terra. Eppure, questi mondi raramente si parlano. Si sfiorano, si usano, talvolta si ignorano.
Forse perché alcuni di loro, soprattutto quelli più sedotti dall’industria, hanno dimenticato la loro origine. Il vino, invece, non può permetterselo. Perché il vino è memoria liquida. È paesaggio. È racconto.
E raccontarlo bene significa portarlo nello stesso territorio narrativo dell’arte, del design, della moda. Significa sottrarlo all’idea riduttiva di semplice bevanda e restituirgli la sua dimensione culturale. È esattamente su questa linea di confine che si muove Enzo Carbone, fondatore di Prodes Italia, l’azienda che organizza a Milano uno degli eventi più interessanti del panorama contemporaneo: Best Wine Stars. Un architetto che costruisce relazioni Enzo Carbone è pugliese, di Bari. Ma come molti spiriti curiosi ha seguito la traiettoria che porta verso Milano, la città dove, come scriveva Carlo Emilio Gadda le idee si muovono con la velocità dei tram. Arriva per studiare architettura. Poi la vita, come spesso accade, prende una direzione inattesa. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcuni studi di design e architettura. Nel frattempo, avevo creato una community web dedicata al design. Mi sono ritrovato con tantissimi contatti e da lì è nato prima un progetto editoriale e poi l’idea di un evento durante il Fuorisalone. Il design, a Milano, è quasi una religione laica. Durante il Salone del Mobile la città diventa una grande scenografia diffusa, un teatro urbano dove creatività e mercato si incontrano. È in quel contesto che nasce il primo esperimento. Durante il Fuorisalone lanciamo un primo evento. Da lì iniziamo a farlo crescere e ad affiancarne un altro dedicato al mondo del gioiello. Nel 2012 prende forma Artistar Jewels. Non soltanto una esposizione. Un piccolo universo: mostre, laboratori, cene, talk, premiazioni. Un catalogo finale curato come un libro d’arte e una piattaforma e-commerce pensata per i buyer. Un format. E i format, quando funzionano, sono come le buone vigne: prima o poi producono frutti. Poi il vino entra in scena A un certo punto la domanda diventa inevitabile: perché non portare questo modello anche nel vino? Enzo ha quella calma tipica di chi riflette prima di parlare. Come se le sue parole avessero bisogno di un adeguato affinamento. Riflessività certo ma anche grande capacità di guardare al contesto, di comprendere. Questo format era per il settore del design prima e del gioiello poi. Decidiamo di replicarlo in un altro settore e dopo alcune analisi decido di proporlo al settore del vino. Partiamo a fine 2017 a lavorarci su per poi dar vita, a maggio 2018 alla prima edizione di Best Wine Stars La location è il Museo Diocesano, nel suggestivo Chiostro di Sant’Eustorgio. Uno spazio raccolto, quasi contemplativo. Le cantine, abituate alle sale anonime degli hotel o ai grandi padiglioni fieristici, si trovano improvvisamente dentro una cornice che ricorda più un film d’autore che una fiera. Settanta aziende partecipano alla prima edizione. Per un debutto è già un piccolo successo. Eppure, il mondo del vino non è sempre pronto a capire. Sarà perché è come se fosse al paleolitico della comunicazione Se osservato da lontano, il vino sembra un universo luccicante. Etichette blasonate, castelli, vigne secolari. Il cinema lo ama anzi, lo celebra come la letteratura lo ha celebrato infinite volte, da Ernest Hemingway a Mario Soldati. Ma chi vive davvero la vigna sa che la verità è molto più semplice: terra, sole, lavoro. Persone spesso lontane dai riflettori delle città. Per questo la comunicazione, nel vino, rimane spesso un territorio inesplorato. All’inizio le aziende vitivinicole comprendevano un po’ meno il nostro format. Noi però abbiamo insistito. Fotografavamo tutte le bottiglie, curavamo ogni dettaglio. Abbiamo lavorato davvero tanto nelle edizioni 2018 e 2019. La sensazione è che, su questo fronte, il settore non sia cambiato poi così tanto. Molti eventi vinicoli sono ancora legati a un rituale elementare: si apre la bottiglia, si versa il vino, si spera che qualcuno importante passi di lì. Se accade bene. Se non accade, si riproverà alla prossima fiera. Comunicazione? Posizionamento? Storytelling? Spesso rimangono parole sospese. A un certo punto mi sono reso conto che per noi era uno sforzo enorme che non veniva riconosciuto. Così dalla quarta edizione abbiamo eliminato l’e-commerce e il libro e ci siamo concentrati ancora di più sull’esperienza dell’evento. Il Palazzo del Ghiaccio Nel frattempo Best Wine Stars cresce. Si trasferisce al Palazzo del Ghiaccio, uno degli edifici liberty più affascinanti della città. Arrivano aziende estere. Entrano anche spirits e realtà gastronomiche. Dalle 70 cantine iniziali si arriva alle 160 aziende del 2025. Un percorso che si realizza mantenendo una scelta precisa: privilegiare cantine medio-piccole, realtà che spesso non hanno grandi mezzi per comunicare. Quando i visitatori assaggiano questi vini rimangono stupiti. Perché c’è una selezione molto attenta delle aziende. Il punto è proprio questo: selezionare. Non tutto. Ma ciò che merita di essere raccontato. E per raccontarlo occorre prendersi cura dei narratori, di coloro che vivono l’azienda, realizzano i prodotti. Ecco perché Best Wine Star si prende cura degli espositori. Parlando con Enzo è la sua attenzione quasi artigianale per i dettagli organizzativi. Cerchiamo di offrire agli espositori un’esperienza il più possibile leggera. Ci occupiamo noi della logistica, delle spedizioni. Allestiamo i desk. Le bottiglie arrivano in magazzino e se l’azienda ha bisogno di altre referenze basta un messaggio WhatsApp: in due o tre minuti arrivano. Ghiaccio illimitato. Calici illimitati. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Chi ha frequentato fiere del vino sa quanto la logistica possa diventare un incubo. Per continuare a prendersi cura delle aziende, occorrono due elementi fondamentali. In primis la comunicazione. Parlare di vino, ma in modo diverso. Trovare modi nuovi di comunicare utilizzando, ad esempio, le masterclass ed i talk (che a Best Wine Star sono ad ingresso gratuito). Devono essere un ulteriore servizio alle aziende. Un ulteriore palcoscenico. Una scelta dettata dalla volontà di portare giornalisti e coloro che possono raccontare di esperienze particolari. A tenerle sono giornalisti, comunicatori, anche dj. Insomma, un modo diverso per parlare di vino. E qui torna quella contaminazione tra mondi di cui parlavamo all’inizio. Il vino non vive isolato. Respira la stessa aria della musica, del design, dell’arte. Il secondo elemento sono i collegamenti di business che si concretizzano in una piattaforma web che vive prima e dopo l’evento senza fermarsi ai tre giorni della manifestazione. Abbiamo creato una piattaforma web di nostra proprietà web dove sono caricai tutti gli espositori con le informazioni e la posizione all’interno del Palazzo del Ghiaccio. Tutti i visitatori, buyer inclusi, sono obbligati ad iscriversi alla piattaforma. Il buyer può anche fissare autonomamente appuntamenti tramite i calendari, possono scambiarsi messaggi con le aziende. Nel 2025 ci sono state oltre 70.000 interazioni tra aziende e visitatori. La apriamo circa un mese prima dell’evento e rimane attiva per un mese post evento Il vino continua a parlare non arresta il suo spirito comunicativo. Una sorta di continuità prima, durante e dopo l’evento. Non è solo una piattaforma ma l’universo delle possibilità che ogni azienda può cogliere. Con Enzo Carbone si continua a percepisce la sua calma. Non quella distaccata di chi osserva il mondo dall’alto, ma quella concreta di chi costruisce passo dopo passo. Per strada forse non lo noteresti. Ma quando inizi a parlarci emerge qualcosa di raro: una modestia autentica. Cosa questa che nel mondo degli eventi del vino, dove spesso l’ego viaggia a gradazioni più alte del tasso alcolemico medio, non è cosa comune. Forse è anche per questo che Best Wine Stars ha trovato una sua identità precisa. Non è una fiera come le altre. Da una parte i consumatori, curiosi e appassionati. Dall’altra i professionisti: buyer, ristoratori, distributori. Un equilibrio difficile. Molti eventi puntano quasi esclusivamente sul pubblico pagante. Altri, come Vinitaly, sono fortemente orientati al business. Qui invece le due dimensioni cercano di convivere. La prossima edizione di Best Wine Stars si terrà dal 16 al 18 maggio 2026 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Ma mentre ne parliamo, Enzo e il suo team stanno già pensando alla successiva. Perché gli eventi, come le vigne, non si costruiscono in un giorno. Serve tempo. Visione. E quella pazienza antica che appartiene a chi lavora con la terra. O con le idee. Ci vediamo a Milano. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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A pensarci bene non è soltanto una questione di lusso o di estetica. È qualcosa di più antico e, se vogliamo, più semplice. Il desiderio umano di abitare il mondo con grazia.
Potremmo chiamarlo edonismo, ma sarebbe riduttivo. È piuttosto quel sentimento che Oscar Wilde avrebbe definito con eleganza: Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Un gioiello nasce dal fuoco che fonde l’oro e dalla pazienza di mani che incastonano pietre. Un mobile dal legno di alberi che hanno visto più stagioni di noi. Un abito da fibre vegetali o animali trasformate in tessuto. Il vino da una vite che affonda le radici nella terra e combatte ogni anno la sua piccola battaglia contro il tempo. Tutti nascono da materie primordiali. Tutti sono figli della terra. Eppure, questi mondi raramente si parlano. Si sfiorano, si usano, talvolta si ignorano.
Forse perché alcuni di loro, soprattutto quelli più sedotti dall’industria, hanno dimenticato la loro origine. Il vino, invece, non può permetterselo. Perché il vino è memoria liquida. È paesaggio. È racconto.
E raccontarlo bene significa portarlo nello stesso territorio narrativo dell’arte, del design, della moda. Significa sottrarlo all’idea riduttiva di semplice bevanda e restituirgli la sua dimensione culturale. È esattamente su questa linea di confine che si muove Enzo Carbone, fondatore di Prodes Italia, l’azienda che organizza a Milano uno degli eventi più interessanti del panorama contemporaneo: Best Wine Stars. Un architetto che costruisce relazioni Enzo Carbone è pugliese, di Bari. Ma come molti spiriti curiosi ha seguito la traiettoria che porta verso Milano, la città dove, come scriveva Carlo Emilio Gadda le idee si muovono con la velocità dei tram. Arriva per studiare architettura. Poi la vita, come spesso accade, prende una direzione inattesa. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcuni studi di design e architettura. Nel frattempo, avevo creato una community web dedicata al design. Mi sono ritrovato con tantissimi contatti e da lì è nato prima un progetto editoriale e poi l’idea di un evento durante il Fuorisalone. Il design, a Milano, è quasi una religione laica. Durante il Salone del Mobile la città diventa una grande scenografia diffusa, un teatro urbano dove creatività e mercato si incontrano. È in quel contesto che nasce il primo esperimento. Durante il Fuorisalone lanciamo un primo evento. Da lì iniziamo a farlo crescere e ad affiancarne un altro dedicato al mondo del gioiello. Nel 2012 prende forma Artistar Jewels. Non soltanto una esposizione. Un piccolo universo: mostre, laboratori, cene, talk, premiazioni. Un catalogo finale curato come un libro d’arte e una piattaforma e-commerce pensata per i buyer. Un format. E i format, quando funzionano, sono come le buone vigne: prima o poi producono frutti. Poi il vino entra in scena A un certo punto la domanda diventa inevitabile: perché non portare questo modello anche nel vino? Enzo ha quella calma tipica di chi riflette prima di parlare. Come se le sue parole avessero bisogno di un adeguato affinamento. Riflessività certo ma anche grande capacità di guardare al contesto, di comprendere. Questo format era per il settore del design prima e del gioiello poi. Decidiamo di replicarlo in un altro settore e dopo alcune analisi decido di proporlo al settore del vino. Partiamo a fine 2017 a lavorarci su per poi dar vita, a maggio 2018 alla prima edizione di Best Wine Stars La location è il Museo Diocesano, nel suggestivo Chiostro di Sant’Eustorgio. Uno spazio raccolto, quasi contemplativo. Le cantine, abituate alle sale anonime degli hotel o ai grandi padiglioni fieristici, si trovano improvvisamente dentro una cornice che ricorda più un film d’autore che una fiera. Settanta aziende partecipano alla prima edizione. Per un debutto è già un piccolo successo. Eppure, il mondo del vino non è sempre pronto a capire. Sarà perché è come se fosse al paleolitico della comunicazione Se osservato da lontano, il vino sembra un universo luccicante. Etichette blasonate, castelli, vigne secolari. Il cinema lo ama anzi, lo celebra come la letteratura lo ha celebrato infinite volte, da Ernest Hemingway a Mario Soldati. Ma chi vive davvero la vigna sa che la verità è molto più semplice: terra, sole, lavoro. Persone spesso lontane dai riflettori delle città. Per questo la comunicazione, nel vino, rimane spesso un territorio inesplorato. All’inizio le aziende vitivinicole comprendevano un po’ meno il nostro format. Noi però abbiamo insistito. Fotografavamo tutte le bottiglie, curavamo ogni dettaglio. Abbiamo lavorato davvero tanto nelle edizioni 2018 e 2019. La sensazione è che, su questo fronte, il settore non sia cambiato poi così tanto. Molti eventi vinicoli sono ancora legati a un rituale elementare: si apre la bottiglia, si versa il vino, si spera che qualcuno importante passi di lì. Se accade bene. Se non accade, si riproverà alla prossima fiera. Comunicazione? Posizionamento? Storytelling? Spesso rimangono parole sospese. A un certo punto mi sono reso conto che per noi era uno sforzo enorme che non veniva riconosciuto. Così dalla quarta edizione abbiamo eliminato l’e-commerce e il libro e ci siamo concentrati ancora di più sull’esperienza dell’evento. Il Palazzo del Ghiaccio Nel frattempo Best Wine Stars cresce. Si trasferisce al Palazzo del Ghiaccio, uno degli edifici liberty più affascinanti della città. Arrivano aziende estere. Entrano anche spirits e realtà gastronomiche. Dalle 70 cantine iniziali si arriva alle 160 aziende del 2025. Un percorso che si realizza mantenendo una scelta precisa: privilegiare cantine medio-piccole, realtà che spesso non hanno grandi mezzi per comunicare. Quando i visitatori assaggiano questi vini rimangono stupiti. Perché c’è una selezione molto attenta delle aziende. Il punto è proprio questo: selezionare. Non tutto. Ma ciò che merita di essere raccontato. E per raccontarlo occorre prendersi cura dei narratori, di coloro che vivono l’azienda, realizzano i prodotti. Ecco perché Best Wine Star si prende cura degli espositori. Parlando con Enzo è la sua attenzione quasi artigianale per i dettagli organizzativi. Cerchiamo di offrire agli espositori un’esperienza il più possibile leggera. Ci occupiamo noi della logistica, delle spedizioni. Allestiamo i desk. Le bottiglie arrivano in magazzino e se l’azienda ha bisogno di altre referenze basta un messaggio WhatsApp: in due o tre minuti arrivano. Ghiaccio illimitato. Calici illimitati. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Chi ha frequentato fiere del vino sa quanto la logistica possa diventare un incubo. Per continuare a prendersi cura delle aziende, occorrono due elementi fondamentali. In primis la comunicazione. Parlare di vino, ma in modo diverso. Trovare modi nuovi di comunicare utilizzando, ad esempio, le masterclass ed i talk (che a Best Wine Star sono ad ingresso gratuito). Devono essere un ulteriore servizio alle aziende. Un ulteriore palcoscenico. Una scelta dettata dalla volontà di portare giornalisti e coloro che possono raccontare di esperienze particolari. A tenerle sono giornalisti, comunicatori, anche dj. Insomma, un modo diverso per parlare di vino. E qui torna quella contaminazione tra mondi di cui parlavamo all’inizio. Il vino non vive isolato. Respira la stessa aria della musica, del design, dell’arte. Il secondo elemento sono i collegamenti di business che si concretizzano in una piattaforma web che vive prima e dopo l’evento senza fermarsi ai tre giorni della manifestazione. Abbiamo creato una piattaforma web di nostra proprietà web dove sono caricai tutti gli espositori con le informazioni e la posizione all’interno del Palazzo del Ghiaccio. Tutti i visitatori, buyer inclusi, sono obbligati ad iscriversi alla piattaforma. Il buyer può anche fissare autonomamente appuntamenti tramite i calendari, possono scambiarsi messaggi con le aziende. Nel 2025 ci sono state oltre 70.000 interazioni tra aziende e visitatori. La apriamo circa un mese prima dell’evento e rimane attiva per un mese post evento Il vino continua a parlare non arresta il suo spirito comunicativo. Una sorta di continuità prima, durante e dopo l’evento. Non è solo una piattaforma ma l’universo delle possibilità che ogni azienda può cogliere. Con Enzo Carbone si continua a percepisce la sua calma. Non quella distaccata di chi osserva il mondo dall’alto, ma quella concreta di chi costruisce passo dopo passo. Per strada forse non lo noteresti. Ma quando inizi a parlarci emerge qualcosa di raro: una modestia autentica. Cosa questa che nel mondo degli eventi del vino, dove spesso l’ego viaggia a gradazioni più alte del tasso alcolemico medio, non è cosa comune. Forse è anche per questo che Best Wine Stars ha trovato una sua identità precisa. Non è una fiera come le altre. Da una parte i consumatori, curiosi e appassionati. Dall’altra i professionisti: buyer, ristoratori, distributori. Un equilibrio difficile. Molti eventi puntano quasi esclusivamente sul pubblico pagante. Altri, come Vinitaly, sono fortemente orientati al business. Qui invece le due dimensioni cercano di convivere. La prossima edizione di Best Wine Stars si terrà dal 16 al 18 maggio 2026 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Ma mentre ne parliamo, Enzo e il suo team stanno già pensando alla successiva. Perché gli eventi, come le vigne, non si costruiscono in un giorno. Serve tempo. Visione. E quella pazienza antica che appartiene a chi lavora con la terra. O con le idee. Ci vediamo a Milano. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
25 Marzo, 2026
Cembra Cantina di montagna presenta il trentodoc oro rosso blanc de noirs riserva
La cantina trentina simbolo della viticoltura eroica della Val di Cembra amplia la propria collezione con un Metodo Classico da uve Pinot Nero, espressione autentica del porfido, l’“Oro Rosso” dei valligiani
Cembra Cantina di Montagna, storica azienda trentina emblema della viticoltura eroica d’alta quota, arricchisce la sua gamma con il nuovo Oro Rosso Blanc de Noirs Riserva TrentoDoc. Un Metodo Classico d’altura che interpreta il Pinot Nero nella sua dimensione più profonda, restituendo nel calice la verticalità e l’eleganza della Val di Cembra. Con questa nuova etichetta, la cantina prosegue il racconto iniziato con l’Oro Rosso Riserva Dosaggio Zero, prodotto da uve Chardonnay, aggiungendo alla linea “TrentoDoc Oro Rosso” una sfumatura che ne completa la visione e ne rafforza l’identità.
Il nome stesso – Oro Rosso – è una dichiarazione d’appartenenza: un omaggio al porfido, la roccia effusiva di origine vulcanica che da millenni plasma l’anima della Valle. Questa pietra dalle tipiche sfumature rosse, risorsa economica per intere generazioni, qui non è solo materia, ma si fa nutrimento: la ritroviamo nei 700 chilometri di muretti a secco che ricamano i versanti e, soprattutto, nei suoli dove i vigneti affondano le radici. È da qui che il vino trae la sua impronta inconfondibile, una sapidità e una freschezza che raccontano, con voce chiara, il legame tra la vite e la roccia.
Stefano Rossi, enologo di Cembra Cantina di Montagna
Con il Blanc de Noirs abbiamo voluto esplorare un’altra espressione della nostra montagna. Il Pinot Nero, coltivato a queste altitudini, riesce a conservare freschezza, precisione ed eleganza. Il lungo affinamento in bottiglia ne amplifica la complessità, mentre il porfido restituisce nel calice un’accentuata sapidità che è la firma più autentica dei vini Made in Val di Cembra. Un vino che non è solo tecnica, ma il risultato di un continuo ascolto verso un territorio tanto generoso quanto esigente.
L’Oro Rosso Blanc de Noirs affonda le sue radici in vigneti tra i 600 e i 700 metri di altitudine. Qui, tra pendii scoscesi e forti escursioni termiche, le uve vengono raccolte a mano, con cura e dedizione, dai viticoltori cembrani e lavorate con estrema delicatezza per preservare l’integrità del frutto. Dopo la fermentazione a temperatura controllata e un primo affinamento sulle lisi in acciaio per circa sei mesi, il vino affina in bottiglia per 48 mesi, sviluppando complessità ed equilibrio. Il risultato è un vino di carattere, dal colore giallo paglierino impreziosito da sofisticati riflessi ramati e un perlage fine e persistente. Al naso sprigiona un bouquet di piccoli frutti rossi e crosta di pane, accompagnato da una spiccata mineralità. Il sorso è verticale e intenso, sostenuto da un’acidità vibrante e una straordinaria sapidità che richiama la matrice porfirica del suolo da cui nasce.
Con l’Oro Rosso Blanc de Noirs Riserva, la cantina si riconferma come fedele interprete della Val di Cembra, traducendo i tratti distintivi del terroir in un TrentoDoc di profonda identità e finezza. Una bollicina di montagna che unisce eccellenza e versatilità, trasformando ogni sorso in un momento di condivisione e celebrazione.
INFO E CONTATTI
Viale IV Novembre, 72
38034, Cembra Lisignago (TN)
cembracantinadimontagna.it
La Redazione
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25 Marzo, 2026
La primavera di Stajnbech ha i colori del sole di una big bench tra i vigneti
L’accoglienza in cantina, come ponte tra scoperta del territorio e impegno per la so-stenibilità
Le giornate si allungano, la luce cambia e nell’aria si percepisce già il profumo di primavera.
Nel cuore del Veneto orientale, lontano dai grandi circuiti turistici ma territorio ricco di tesori interessanti da scoprire, c’è Belfiore di Pramaggiore dove ha sede l’azienda Stajnbech, che si prepara alla nuova stagione per accogliere al meglio winelovers e visitatori, con una proposta capace di unire vino, paesaggio e creatività.
La presenza più scenografica ha la forma di una panchina gigante color giallo sole, immersa tra i filari. A pochi passi dalla sede dell’azienda infatti, grazie ad un percorso segnalato si può raggiungere il vigneto Casa Vecchia, di proprietà della famiglia, ed ammirare la Big Bench, la prima pan-china gigante installata in provincia di Venezia e la sesta in Veneto, parte del Big Bench Community Project, un progetto internazionale volto a promuovere e favorire i territori, le comunità locali, il turismo e le eccellenze artigiane.
Pur essendo situata nei terreni della cantina, l’accesso alla panchina gigante è libero, sette giorni su sette 24 ore su 24. Una vera e propria opera d’arte, di color giallo intenso, appositamente fuori scala, alta 2 metri e 30 centimetri e lunga 3 metri e 20 centimetri, immersa nei vigneti in un punto panoramico vicino al corso del fiume Loncon, che permette di ammirare il territorio circostante da un osservatorio inedito. Un esempio concreto che sottolinea l’impegno dell’azienda veneziana a favore della valorizzazione del turismo locale e nella condivisione del territorio.
L’esperienza prosegue in sala degustazione, in ambienti raccolti e curati nei dettagli, pensati per far vivere agli ospiti un’esperienza in un clima familiare dove i titolari accolgono personalmente gli ospiti proponendo percorsi di degustazione, anche in inglese. Dalla linea dei Classici a quella dei Superiori, fino alle referenze speciali e iconiche, ogni calice parla di radici e visione futura.
Il Lison Classico 150 DOCG, ottenuto da Tocai Friulano in purezza, racconta la storia di un vitigno identitario; il Metodo Classico Imagine, esprime eleganza e pazienza; il Bosco della Donna, 100% Sauvignon Blanc, rivela intensità e carattere.
Vicino alla cantina si può visitare il Mulino Etnografico di Belfiore, oggi luogo FAI. Sorge all’interno del parco della storica Villa Dalla Pasqua, sulle rive del fiume Loncon. L’edificio principale, un antico mulino ad acqua attivo almeno dal XV secolo, è stato restaurato e trasformato nel Museo delle arti molitorie e della coltivazione dei cereali.
Poco distante si raggiunge l’elegante cittadina di Portogruaro, dove il tempo sembra scorrere più lento con la dolcezza delle acque del Lemene. Passeggiando nel centro storico ci si immerge in un’atmosfera raffinata, tra palazzi gotici, portici medievali e antichi mulini che si specchiano nel fiume. Ogni angolo racconta secoli di storia, tra arte, cultura e tradizioni. Una destinazione dal fascino discreto di autentica bellezza veneta.
Qui si trova il Museo Nazionale Concordiese, che custodisce straordinari reperti romani provenienti dall’antica Iulia Concordia (il nome storico della cittadina). Tra statue, mosaici, iscrizioni e oggetti quotidiani, offre un affascinante viaggio nella storia del territorio e nella vita dell’epoca romana.
Da Portogruaro, in 40/50 minuti di treno si può raggiungere una meta romantica e sempre unica: Venezia. Oppure, in soli 30 minuti di macchina, si può arrivare nella vivace e pittoresca Caorle, affascinante località balneare dal centro colorato e dall’atmosfera autenticamente marittima, così come Bibione e Jesolo.
Questo e molto altro nella zona Veneziana, ma pianificare dopo una degustazione una sosta per un piacevole pranzo a base di pesce a Caorle, Concordia Sagittaria o a Torre di Mosto, tutte località dove la cultura del pesce di stagione è molto viva, è una soluzione perfetta.
Territorio significa anche responsabilità e Stajnbech ha sempre creduto e fatto dell’agricoltura sostenibile un punto cardine della propria filosofia, adottando metodi di coltivazione naturali nel pieno rispetto dei protocolli SQNPI. Una certificazione che garantisce attenzione all’ambiente, alla sicurezza sul lavoro e alla salute del consumatore. Il simbolo dell’ape in etichetta identifica i vini certificati: un segno distintivo che rassicura e orienta verso una scelta consapevole.
La primavera, qui, non è solo una stagione. È un invito a rallentare, a salire su una panchina gigante color sole, a brindare tra i filari e a riscoprire il piacere di un’esperienza che unisce vino, natura e meraviglia.
La Redazione
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25 Marzo, 2026
Ciserano Decanta. Il vino nasce dalle persone
Ci sono eventi che nascono da un progetto. E poi ce ne sono altri che nascono da un’abitudine, da un gesto semplice che si ripete nel tempo fino a diventare qualcosa di più grande.
Ciserano Decanta è un evento che nasce dalla passione di un gruppo di giovani per il mondo del vino: in un venerdi sera qualunque attorno a un tavolo, davanti a qualche bottiglia aperta, dallo scambio di idee e dal piacere di riunirsi a degustare insieme.
Proprio questo gruppo di amici calice dopo calice inizio a domandarsi come estende tutto questo nelle strade del loro tanto amato paese. Nel 2019, prende forma un’associazione culturale. I ragazzi di Ciserano Decanta partono da una consapevolezza semplice, ma potente: la consapevolezza che vivere in Italia significa avere a disposizione un patrimonio vitivinicolo straordinario. Un Paese capace di offrire centinaia di vitigni, territori diversissimi e una ricchezza di denominazioni che raccontano storie, tradizioni e identità uniche. Siamo custodi di una miriade di “opere in bottiglia” ben di 500 varietà di uve coltivate, oltre 300 denominazioni DOC, più di 100 IGT e più di 70 DOCG. Eppure, osservando le abitudini quotidiane, si rendono conto di quanto questo patrimonio venga spesso vissuto solo in parte. La maggior parte delle persone tende a scegliere sempre gli stessi vini, affidandosi a nomi conosciuti, senza spingersi oltre ciò che è familiare. È proprio da qui che nasce la loro idea di “piccola rivoluzione”. Non qualcosa di eclatante, ma un cambiamento culturale fatto di gesti semplici: avvicinare le persone al vino in modo più consapevole, stimolare la curiosità, incoraggiare a scoprire etichette nuove. Attraverso il festival, le visite in cantina e le attività dell’associazione, l’obiettivo diventa quello di creare un’abitudine diversa: parlare con i produttori, conoscere i territori, vivere il vino non solo come consumo, ma come esperienza. Un percorso che, passo dopo passo, può portare anche a qualcosa di più profondo: sviluppare un legame autentico con questo mondo, fino a immaginarsi, un giorno, dall’altra parte — tra i filari, a comprendere davvero cosa significa fare vino. Nasce Ciserano Decanta il festival di un piccolo borgo che negli anni è cresciuto, mantenendo intatta la sua anima. Un festival che cresce, un appuntamento autentico Il 19 aprile 2026 Ciserano Decanta torna con una nuova edizione, confermando un percorso iniziato nel 2022 e cresciuto passo dopo passo. Una manifestazione che si differenzia dalle altre, più commerciali ed industriali, perché si presta molta attenzione ad esaltare e celebrare la bellezza: non solo vino ma qui si respira soprattutto aria di tradizione nelle decorazioni per le vie, le balle di fieno, nei fiori, negli stand artistici, nei vinarelli, nella musica dal vivo. un festival che è cresciuto ma che resta sempre unico nel suo genere e nelle emozioni che regala. Partecipare a Ciserano Decanta è sempre un’esperienza che va oltre il vino: è qualcosa che arricchisce anche a livello personale. Ogni volta porto via qualcosa di diverso: una conversazione, un volto, una scoperta inattesa.
Un’atmosfera indimenticabile Passeggiare tra le vie del centro durante il festival significa entrare in un racconto fatto di dettagli.
Balle di fieno, fiori, musica dal vivo, artisti e persone che si fermano a parlare senza fretta.
Non è solo scenografia: è un modo di vivere il vino che mette al centro la bellezza e la relazione. Un festival che diventa un racconto e infatti il nome Decanta deriva da “decantare” che significa raccontare, esaltare e per esattezza nel mondo del vino si riferisce a quella tecnica specifica in cui dopo anni chiuso in bottiglia un vino viene travasato nel decanter per permettergli di respirare, di aprirsi e di esprimere al meglio tutte le sue proprietà organolettiche: da quelle olfattive e gustative fino alle tattili. Questa parola per me descrive perfettamente lo spirito del festival: creare uno spazio in cui il vino e le persone possano esprimersi con naturalezza e libertà. Una comunità forte Dietro Ciserano Decanta c’è una comunità vera: volontari, amici, famiglie, giovani del territorio.
È questo che rende l’evento diverso: non è solo organizzazione, ma partecipazione. Solo così è possibile portare avanti l’obiettivo di praticare, promuovere e diffondere la cultura del vino.
L’impegno non è dunque solo l’organizzazione Annuale di Ciserano ma l’impegno costante nelle visite in cantina, nei corsi di degustazione e in molto altro. Il festival e Il vino come scoperta Il Festival torna nel 2026 con nuove emozioni, incontri indimenticabili e il meglio della tradizione: un’occasione speciale per scoprire sapori autentici del vino italiano, la musica dal vivo in un’atmosfera che solo questo evento sa regalarci ogni anno.
Ogni anno ci si focalizza sull’ospitare cantine selezionate da tutta Italia, creando un percorso alla scoperta di territori e storie diverse. Sì prende il calice con la taschina e si va alla scoperta dei vini italiani con gioia e con un approccio lento che permette di fermarci ad ascoltare le storie, il lavoro, la tradizione dietro ogni vino, ogni produttore. Ci si ritrova a fare domande, a confrontarsi, a scoprire dettagli che non si leggerebbero mai su un’etichetta. Sono proprio queste conversazioni che ti restano impresse. Passeggiare tra le cantine di Ciserano Decanta significa costruire un percorso personale, senza una direzione obbligata. Qui ci si lascia guidare dall’istinto, da un’etichetta che incuriosisce, da una bottiglia che attira lo sguardo. Ogni banco è un incontro. Ogni produttore ha il suo modo di raccontarsi: c’è chi parte dal territorio, chi dalla vendemmia, chi da una storia familiare. Ed è proprio questo che rende l’esperienza così autentica: il vino non viene solo versato, ma condiviso. Il festival si sviluppa tra le vie del centro, trasformando il paese in un vero e proprio percorso sensoriale.
Non manca il lato artistico: la musica dal vivo accompagna il percorso, le installazioni artistiche creano angoli inaspettati, le persone si fermano, si incontrano, si riconoscono. C’è un ritmo naturale, mai forzato, che rende tutto più autentico. Artisti, musicisti, performer contribuiscono a costruire un’atmosfera che va oltre il semplice evento enogastronomico. Il vino diventa parte di un racconto più ampio, in cui anche l’estetica e la creatività hanno un ruolo centrale. Ogni volta che partecipo, mi rendo conto di quanto questo festival riesca a creare connessioni. Non solo con il vino, ma con le persone. Ci si sente parte di qualcosa, anche senza conoscere nessuno e forse è proprio questo che lo rende così speciale. Quello che rende davvero speciale questo festival è anche la libertà con cui lo si vive. Non esiste un percorso prestabilito: ognuno costruisce il proprio viaggio, seguendo il proprio ritmo e la propria curiosità.
Ci si lascia guidare da un’intuizione, da un racconto, da un produttore che riesce a trasmettere qualcosa di autentico. Così, proprio in questi momenti, il vino smette di essere solo un assaggio e diventa esperienza. Tra un banco e l’altro nascono connessioni spontanee. Si parla, si condivide, si scoprono punti di vista diversi.
È un modo semplice ma profondo di vivere il vino, che riporta tutto alla sua dimensione più vera: quella della condivisione. Informazioni sul festival Ciserano Decanta – Festival del Vino
19 aprile 2026 – dalle ore 10:00
Centro di Ciserano (BG) Se ami il vino, le storie che porta con sé e le esperienze autentiche, questo è un appuntamento da non perdere.
Per partecipare e scoprire tutti i dettagli dell’evento va su
https://ciseranodecanta.it Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
Mi trovi su Instagram come @divinamente.ely
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Proprio questo gruppo di amici calice dopo calice inizio a domandarsi come estende tutto questo nelle strade del loro tanto amato paese. Nel 2019, prende forma un’associazione culturale. I ragazzi di Ciserano Decanta partono da una consapevolezza semplice, ma potente: la consapevolezza che vivere in Italia significa avere a disposizione un patrimonio vitivinicolo straordinario. Un Paese capace di offrire centinaia di vitigni, territori diversissimi e una ricchezza di denominazioni che raccontano storie, tradizioni e identità uniche. Siamo custodi di una miriade di “opere in bottiglia” ben di 500 varietà di uve coltivate, oltre 300 denominazioni DOC, più di 100 IGT e più di 70 DOCG. Eppure, osservando le abitudini quotidiane, si rendono conto di quanto questo patrimonio venga spesso vissuto solo in parte. La maggior parte delle persone tende a scegliere sempre gli stessi vini, affidandosi a nomi conosciuti, senza spingersi oltre ciò che è familiare. È proprio da qui che nasce la loro idea di “piccola rivoluzione”. Non qualcosa di eclatante, ma un cambiamento culturale fatto di gesti semplici: avvicinare le persone al vino in modo più consapevole, stimolare la curiosità, incoraggiare a scoprire etichette nuove. Attraverso il festival, le visite in cantina e le attività dell’associazione, l’obiettivo diventa quello di creare un’abitudine diversa: parlare con i produttori, conoscere i territori, vivere il vino non solo come consumo, ma come esperienza. Un percorso che, passo dopo passo, può portare anche a qualcosa di più profondo: sviluppare un legame autentico con questo mondo, fino a immaginarsi, un giorno, dall’altra parte — tra i filari, a comprendere davvero cosa significa fare vino. Nasce Ciserano Decanta il festival di un piccolo borgo che negli anni è cresciuto, mantenendo intatta la sua anima. Un festival che cresce, un appuntamento autentico Il 19 aprile 2026 Ciserano Decanta torna con una nuova edizione, confermando un percorso iniziato nel 2022 e cresciuto passo dopo passo. Una manifestazione che si differenzia dalle altre, più commerciali ed industriali, perché si presta molta attenzione ad esaltare e celebrare la bellezza: non solo vino ma qui si respira soprattutto aria di tradizione nelle decorazioni per le vie, le balle di fieno, nei fiori, negli stand artistici, nei vinarelli, nella musica dal vivo. un festival che è cresciuto ma che resta sempre unico nel suo genere e nelle emozioni che regala. Partecipare a Ciserano Decanta è sempre un’esperienza che va oltre il vino: è qualcosa che arricchisce anche a livello personale. Ogni volta porto via qualcosa di diverso: una conversazione, un volto, una scoperta inattesa.
Un’atmosfera indimenticabile Passeggiare tra le vie del centro durante il festival significa entrare in un racconto fatto di dettagli.
Balle di fieno, fiori, musica dal vivo, artisti e persone che si fermano a parlare senza fretta.
Non è solo scenografia: è un modo di vivere il vino che mette al centro la bellezza e la relazione. Un festival che diventa un racconto e infatti il nome Decanta deriva da “decantare” che significa raccontare, esaltare e per esattezza nel mondo del vino si riferisce a quella tecnica specifica in cui dopo anni chiuso in bottiglia un vino viene travasato nel decanter per permettergli di respirare, di aprirsi e di esprimere al meglio tutte le sue proprietà organolettiche: da quelle olfattive e gustative fino alle tattili. Questa parola per me descrive perfettamente lo spirito del festival: creare uno spazio in cui il vino e le persone possano esprimersi con naturalezza e libertà. Una comunità forte Dietro Ciserano Decanta c’è una comunità vera: volontari, amici, famiglie, giovani del territorio.
È questo che rende l’evento diverso: non è solo organizzazione, ma partecipazione. Solo così è possibile portare avanti l’obiettivo di praticare, promuovere e diffondere la cultura del vino.
L’impegno non è dunque solo l’organizzazione Annuale di Ciserano ma l’impegno costante nelle visite in cantina, nei corsi di degustazione e in molto altro. Il festival e Il vino come scoperta Il Festival torna nel 2026 con nuove emozioni, incontri indimenticabili e il meglio della tradizione: un’occasione speciale per scoprire sapori autentici del vino italiano, la musica dal vivo in un’atmosfera che solo questo evento sa regalarci ogni anno.
Ogni anno ci si focalizza sull’ospitare cantine selezionate da tutta Italia, creando un percorso alla scoperta di territori e storie diverse. Sì prende il calice con la taschina e si va alla scoperta dei vini italiani con gioia e con un approccio lento che permette di fermarci ad ascoltare le storie, il lavoro, la tradizione dietro ogni vino, ogni produttore. Ci si ritrova a fare domande, a confrontarsi, a scoprire dettagli che non si leggerebbero mai su un’etichetta. Sono proprio queste conversazioni che ti restano impresse. Passeggiare tra le cantine di Ciserano Decanta significa costruire un percorso personale, senza una direzione obbligata. Qui ci si lascia guidare dall’istinto, da un’etichetta che incuriosisce, da una bottiglia che attira lo sguardo. Ogni banco è un incontro. Ogni produttore ha il suo modo di raccontarsi: c’è chi parte dal territorio, chi dalla vendemmia, chi da una storia familiare. Ed è proprio questo che rende l’esperienza così autentica: il vino non viene solo versato, ma condiviso. Il festival si sviluppa tra le vie del centro, trasformando il paese in un vero e proprio percorso sensoriale.
Non manca il lato artistico: la musica dal vivo accompagna il percorso, le installazioni artistiche creano angoli inaspettati, le persone si fermano, si incontrano, si riconoscono. C’è un ritmo naturale, mai forzato, che rende tutto più autentico. Artisti, musicisti, performer contribuiscono a costruire un’atmosfera che va oltre il semplice evento enogastronomico. Il vino diventa parte di un racconto più ampio, in cui anche l’estetica e la creatività hanno un ruolo centrale. Ogni volta che partecipo, mi rendo conto di quanto questo festival riesca a creare connessioni. Non solo con il vino, ma con le persone. Ci si sente parte di qualcosa, anche senza conoscere nessuno e forse è proprio questo che lo rende così speciale. Quello che rende davvero speciale questo festival è anche la libertà con cui lo si vive. Non esiste un percorso prestabilito: ognuno costruisce il proprio viaggio, seguendo il proprio ritmo e la propria curiosità.
Ci si lascia guidare da un’intuizione, da un racconto, da un produttore che riesce a trasmettere qualcosa di autentico. Così, proprio in questi momenti, il vino smette di essere solo un assaggio e diventa esperienza. Tra un banco e l’altro nascono connessioni spontanee. Si parla, si condivide, si scoprono punti di vista diversi.
È un modo semplice ma profondo di vivere il vino, che riporta tutto alla sua dimensione più vera: quella della condivisione. Informazioni sul festival Ciserano Decanta – Festival del Vino
19 aprile 2026 – dalle ore 10:00
Centro di Ciserano (BG) Se ami il vino, le storie che porta con sé e le esperienze autentiche, questo è un appuntamento da non perdere.
Per partecipare e scoprire tutti i dettagli dell’evento va su
https://ciseranodecanta.it Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
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24 Marzo, 2026
Il Consorzio Garda DOC torna a Vinitaly con “GARDA360”
Incontri, degustazioni e social tasting, nel segno del progetto europeo Euchronicles Eccellenze DOP : un savoir-faire tutto europeo
Il Consorzio Garda DOC si prepara a tornare protagonista a Vinitaly con un ricco calendario di appuntamenti dedicati alla scoperta della denominazione e del suo territorio. All’interno dello stand Garda DOC – Avenue H, Stand 1 – dal 12 al 14 aprile andrà in scena una nuova edizione dei Social Tasting Garda DOC, format che lo scorso anno ha riscosso grande successo tra operatori, giornalisti e wine lovers.
Paolo Fiorini, Presidente del Consorzio Garda Doc
Vinitaly rappresenta un momento fondamentale di incontro e confronto con il mercato nazionale e internazionale. È l’occasione per raccontare l’identità della nostra denominazione e presentare le novità che segnano l’evoluzione del Garda DOC. In questa edizione presenteremo anche il nuovo disciplinare dedicato ai vini low alcol, che fa del Garda DOC la prima denominazione nazionale a introdurre questa tipologia. Alcune referenze saranno disponibili in degustazione allo stand, a testimonianza della capacità del territorio di innovare rimanendo fedele alla propria identità.
Il tema scelto per l’edizione 2026 è GARDA360, un percorso di degustazione pensato per raccontare i vini Garda DOC insieme agli elementi che rendono unico il suo territorio. Un ambiente unico, sospeso tra Mediterraneo e Alpi, nel quale il Lago di Garda crea un microclima straordinario. I Social Tasting diventano così un racconto corale di questo equilibrio naturale, nel quale i vini Garda DOC si inseriscono come espressione autentica di un ecosistema complesso e armonioso.
Il programma delle degustazioni accompagnerà i visitatori lungo tre giornate tematiche dedicate agli elementi che definiscono l’identità del Garda. Domenica 12 aprile il percorso si aprirà con “Garda DOC e il vento, un sistema perfetto”, un incontro dedicato al ruolo dei venti del lago che, alternandosi durante la giornata, contribuiscono a creare un microclima ideale per la coltivazione della vite, dell’ulivo e dei limoni, oltre a rendere il Garda una delle mete più amate da velisti e sportivi. Lunedì 13 aprile sarà la volta di “Garda DOC da togliere il fiato”, un appuntamento che esplora il rapporto tra acqua, paesaggio e respiro: una degustazione che intreccia vino, natura e consapevolezza del respiro, con il contributo di un apneista. Martedì 14 aprile il ciclo si concluderà con “Garda DOC underwater. Tra mondo sommerso e mondo fluttuante”, un viaggio alla scoperta della biodiversità del lago e delle specie che popolano le sue acque – dal luccio alla trota, dalla tinca all’agone – elementi fondamentali dell’equilibrio dell’ecosistema gardesano. Ogni giornata prevede due appuntamenti di degustazione, alle ore 12:00 e alle ore 13:00, con gruppi ristretti di dodici partecipanti per sessione. Gli incontri saranno condotti dall’enologa e divulgatrice Sissi Baratella, che guiderà i partecipanti alla scoperta di tre vini Garda DOC in abbinamento ad alcune eccellenze del panorama enogastronomico: formaggio Montasio DOP, Prosciutto Crudo di Cuneo DOP e Salame di Varzi DOP. La partecipazione ai Social Tasting è gratuita previa registrazione al link dedicato.
Il racconto del territorio gardesano proseguirà anche nel centro storico di Verona con Vinitaly and the City, dove domenica 12 aprile alle ore 18:15 il Consorzio Garda DOC sarà protagonista di un wine talk condotto da Sissi Baratella. Un momento di confronto e divulgazione pensato per raccontare al pubblico il carattere unico dei vini Garda DOC e il legame profondo tra il lago, il paesaggio e la cultura del territorio.
Le attività si inseriscono nel programma del progetto europeo Euchronicles, iniziativa di promozione dedicata alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari europee, con l’obiettivo di rafforzare la conoscenza delle denominazioni tra operatori e consumatori.
Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o dell’amministrazione erogatrice. Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.
IL CONSORZIO GARDA DOC
Un territorio collinare dalle caratteristiche paesaggistiche uniche, tra Lombardia e Veneto, protetto dalle montagne e affacciato sul bacino più grande d’Italia: qui, tra le province di Brescia, Mantova e Verona, sorge la DOC Garda, un’area di produzione vitivinicola in cui le speciali condizioni climatiche hanno plasmato nel tempo le qualità delle diverse specie di uva che vi crescono e, tuttora, ne determinano le peculiarità. Riconosciuta per la prima volta nel 1996 con lo scopo di valorizzare i vini varietali prodotti nelle 10 storiche zone di produzione dell’area gardesana, la DOC Garda è una denominazione guidata da un forte spirito di innovazione, in grado, negli anni, di evolversi in base alle esigenze dei consumatori, pur rispettando un prodotto che qui ha origini antichissime. Ottenuto il riconoscimento ministeriale nel 2015 e operante erga omnes dal 2016, oggi il Consorzio Garda Doc rappresenta 250 utilizzatori della denominazione, dando voce e promuovendo una fra le più preziose eccellenze enogastronomiche d’Italia.
La Redazione
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