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15 Marzo, 2026
Pinot Grigio DOC Delle Venezie. Strategie di posizionamento
Ci deve pur essere un motivo se alla città di Milano hanno dedicato un colore riconosciuto, anzi ufficiale: Grigio Milano.
Grigio come la “scighera”, la nebbia, o come la pietra più usata nei rivestimenti delle facciate dei palazzi signorili della Vecchia Milano, il Ceppo di Gre, dall’aspetto nuvoloso.
Eh già, perchè proprio quando la primavera sembra essere ad un soffio dalle tue mani, anticipata da fresche giornate ricamate dalle prime fioriture, dalla musica degli aperitivi a cielo aperto, ecco che arriva una giornata Grigio Milano, proprio come oggi 10 Marzo.
Freddo, pioggia e traffico. Un classico!
Però….Milan l’è semper un grand Milan, e per non smentirsi ospita a Villa Necchi Campiglio , riconosciuta come una delle dimore più belle al mondo e patrimonio del FAI, un incontro promosso dal Consorzio Vini DOC Delle Venezie “Tracciabilità e identità territoriale: il Contrassegno come garanzia e strumento di racconto del Pinot Grigio DOC Delle Venezie”
Il luogo.
Villa Necchi Campigli è un capolavoro dell’Architetto razionalista Piero Portaluppi, molto attivo a Milano dagli anni 20 agli anni 60 del secolo scorso, commissionata con il sogno di ogni Architetto cioè “senza limite di budget”. E Piero Portalupi l’ha preso alla lettera dando libertà a tutto il suo genio, e ne aveva tanto, tanto da pensare negli anni 20 ad una piscina all’aperto riscaldata, a materiali, a proporzioni degli spazi, agli stucchi a soffitto, agli arredi, persino alle tazzine del caffè, che non sono solo lussuosi ma suonano insieme in un modo semplicemente inarrivabile.
Senza considerare le collezioni di arte da quella antica sino alla meta del 1900, da Tintoretto a Giacomo Balla, dal Canaletto a Umberto Boccioni, Da Giorgio Morandi ad Arturo Martini. Così che anche il Grigio Milano ha più senso e dialoga con il calore di queste stanze, ricche di dettagli e di passioni.
Il Consorzio
In questo contesto il Consorzio Pinot Grigio DOC Delle Venezie ha presentato una conferenza stampa
Che segna un passaggio chiave nella nuova strategia di posizionamento della denominazione e che mette al centro il nuovo contrassegno di Stato tricolore come sintesi tra territorio, tutela istituzionale e innovazione tecnologica: non solo strumento di garanzia e tracciabilità, ma leva strategica di racconto e valorizzazione.
Il Triveneto è un enorme anfiteatro ricco di straordinari terrori e di biodiversità, dalle Dolomiti al Lago di Garda, fino al mare di Venezia ed alle colline del Collio, il Pinot Grigio ha trovato spazio in queste terre alla fine del 1800 diventandone un simbolo, tant’è che oggi è uno dei vini più esportati al mondo.
Da qui la necessità di un Consorzio che nasce nel 2017 dalla volontà comune di includere in un unica grande denominazione le aree del Friuli Venezia Giulia, la Provincia di Trento ed il Veneto, con l’obiettivo di promuovere ed a sviluppare la Doc Delle Venezie nel mondo.
Già ad oggi i numeri sono molto importanti, l’areale produce il 43 % del Pinot Grigio mondiale e l’85% di quello nazionale, e con il riconoscimento da parte del Ministero dell’Agricoltura nel 2020 e la collaborazione recente con il Poligrafico dello Stato con il nuovo contrassegno di Stato ed i nuovi QR Code più ricchi di informazioni, il Consorzio è pronto per consolidare i suoi mercati storici degli Stati Uniti, Canada, Germania ed Inghilterra, ed affrontare nuovi contesti quali l’Asia, l’America Latina, con particolare attenzione a Brasile e Messico.
Nella tavola rotonda moderata dal vicedirettore del Corriere della Sera Luciano Ferraro, tanti sono stati gli interventi dal Presidente del Consorzio Luca Rigotti a Francesco Liantonio Presidente di Triveneta Certificazioni, da Paolo Pigliacello di Symbola Fondazione per le qualità italiane a Matteo Taglienti Direttore dell’Istituto Poligrafico dello Stato, uniti nel sottolineare l’importanza di questo sforzo comune e strategia di mercato che parte dal nuovo contrassegno e dal nuovo QR Code, un passaporto digitale della bottiglia, capace di connettere tracciabilità, sicurezza e dialogo diretto con il consumatore in tutto il mondo.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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15 Marzo, 2026
08 marzo Eccellenza di Toscana. Ed è subito Donna
Alla Leopolda il calice si tinge di valori
Varcare la soglia della Stazione Leopolda a Firenze ha sempre il sapore di un ritorno a casa. Farlo l’8 marzo, in occasione della Giornata Mondiale della Donna, trasforma ogni passo in un gesto di consapevolezza. Non è solo una data sul calendario; è il momento in cui ci fermiamo a commemorare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, senza mai dimenticare le discriminazioni e le violenze che, purtroppo, segnano ancora troppe cronache. È con questo spirito, fatto di orgoglio e memoria, che ho partecipato anche quest’anno a Eccellenza di Toscana, e ancora una volta, il vino è diventato il linguaggio per raccontare la forza femminile.
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14 Marzo, 2026
Vinitaly & The City brinda con il Pinot Grigio DOC delle Venezie
Il bianco fermo italiano più consumato nel mondo è Official Wine del fuori salone veronese e rafforza la propria strategia tra reputazione, responsabilità e territorio
Il Pinot Grigio DOC Delle Venezie è Official Wine di Vinitaly & The City 2026, il fuori salone della più attesa fiera del vino italiana che ogni anno trasforma il centro storico di Verona in una grande vetrina internazionale. Una collaborazione che segna un passaggio chiave nella strategia del Consorzio, con un presidio culturale e promozionale capace di tenere insieme reputazione, territorio e grande pubblico, proprio nei giorni in cui Vinitaly accende i riflettori mondiali sul vino italiano.
Sarà dunque l’iconico bianco del Nordest a firmare il brindisi inaugurale della manifestazione, in programma il 10 aprile 2026, e a essere protagonista fino al 12 aprile presso la Loggia di Fra Giocondo e in Piazza dei Signori, nel cuore della città scaligera, dove la DOC Delle Venezie incontrerà operatori, stampa e wine lover nel momento di massima attenzione internazionale sul vino italiano. La presenza a Vinitaly & The City si traduce in un presidio ad alta visibilità pensato per raccontare, attraverso degustazioni e incontri, lo stile distintivo del Pinot Grigio DOC Delle Venezie e il suo legame con il Nordest, rafforzando la riconoscibilità della DOC in una cornice autorevole. L’iniziativa si inserisce nel percorso di promozione responsabile portato avanti dal Consorzio – anche attraverso collaborazioni come con il FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano, Fondazione Symbola e Wine in Moderation – e che potenzia il suo ruolo nella valorizzazione del territorio e dell’enoturismo, in linea con l’evoluzione del quadro europeo in tema di Indicazioni Geografiche.
Luca Rigotti, Presidente del Consorzio DOC Delle Venezie
Questa partnership rappresenta per il Consorzio una scelta strategica di posizionamento: vogliamo consolidare il valore identitario della denominazione e rafforzarne il percepito sui mercati attraverso contesti di alto profilo istituzionale essere Official Wine di Vinitaly & The City ha una doppia valenza: da un lato accresce il prestigio della DOC, dall’altro afferma il nostro legame con il territorio del Triveneto, dove Verona rappresenta una delle città più iconiche e visitate al mondo per bellezza, arte e patrimonio storico-artistico. In un momento in cui i riflettori del mondo sono puntati sul vino italiano, il Pinot Grigio DOC Delle Venezie si propone come bandiera di un sistema produttivo integrato, dinamico e responsabile, capace di coniugare numeri, qualità e certificazione.
Una visione che poggia su una dimensione unica: Pinot Grigio DOC Delle Venezie è la prima denominazione italiana per estensione e il primo vino bianco fermo italiano per export, oggi il Pinot Grigio più consumato al mondo. La DOC rappresenta la filiera produttiva di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento, il più grande modello di integrazione interregionale del Paese, con 27.000 ettari di vigneto potenziale, il 43% del Pinot Grigio mondiale e l’85% di quello nazionale, una produzione annua di circa 230 milioni di bottiglie e una filiera composta da 6.141 viticoltori, 575 imprese di vinificazione e 371 imprese di imbottigliamento: numeri che testimoniano la portata sistemica della Denominazione e la responsabilità che essa esprime sui mercati internazionali.
Stefano Sequino, Direttore del Consorzio DOC Delle Venezie
La promozione istituzionale è innanzitutto finalizzata a rafforzare riconoscibilità e distintività: far emergere con chiarezza ciò che rende unica la nostra denominazione e comunicare i valori, la qualità e l’autenticità della DOC Delle Venezie. E in tal senso la partnership con Vinitaly & The City è un’occasione preziosa per raggiungere un pubblico ampio e trasversale che potrà trovare e degustare in Piazza dei Signori, all’interno della nostra enoteca, una ricca selezione di etichette rappresentative dello stile unico del Pinot Grigio DOC Delle Venezie: un vino fresco, moderatamente alcolico e versatile, adatto a tutte le occasioni di consumo, capace di interpretare in chiave contemporanea i valori della convivialità e della cultura enogastronomica italiana.
Il Consorzio DOC Delle Venezie sarà inoltre nuovamente presente anche a Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati in programma a Verona dal 12 al 15 aprile 2026, con il proprio spazio espositivo (pad. 5/F2) come punto di riferimento per operatori e stakeholder: un luogo pensato per raccontare il territorio viticolo delle tre aree, orientare i professionisti tra le imprese associate e far conoscere, attraverso un’ampia selezione di etichette in degustazione, lo stile distintivo e contemporaneo del Pinot Grigio DOC Delle Venezie.
La Redazione
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14 Marzo, 2026
Tua Rita. Materia, tempo, identità
Il vino che sfida il mercato senza tradire la propria visione
C’è un momento in cui smetti di guardare una cantina come un’azienda e inizi a leggerla come un pensiero.
Accade quando osservi le vigne che cambiano con le stagioni, quando senti l’odore della terra appena lavorata, quando segui con attenzione ogni fermentazione e ogni annata, è un’osservazione che ti porta a percepire il lavoro, la pazienza e la coerenza come qualcosa di vivo, che cresce lentamente ma con una forza precisa.
Per me, Tua Rita è esattamente questo: un’idea di vino che si è fatta materia, tempo e identità.
Per capire meglio la visione, le scelte e il percorso della cantina, ho avuto l’occasione di confrontarmi direttamente con Giovanni Frascolla, figlio dei fondatori. Le sue parole offrono uno sguardo autentico su cosa significhi oggi gestire una realtà iconica nel panorama del vino italiano.
Identità, storia e peso del nome
Tua Rita è diventata un nome iconico. Quanto è difficile oggi essere all’altezza della propria leggenda senza diventarne prigionieri?
Se un giorno dovessi sentirmi prigioniero del mio lavoro, significherebbe che è arrivato il momento di cambiarlo. Il mondo del vino è un settore straordinario: complesso, certamente migliorabile, ma profondamente affascinante. Mi considero fortunato a farne parte.
È chiaro che quando un’azienda diventa iconica aumentano le responsabilità e le aspettative. Ma la pressione, se affrontata con serietà e professionalità, non è un peso: è uno stimolo a fare meglio.
Il successo storico di alcune vostre etichette vi condiziona nelle scelte attuali? C’è il rischio di difendere un’immagine invece di rischiare davvero?
Non credo. Tua Rita è sempre stata un’azienda dinamica, innovativa per natura. Non siamo mai stati legati a un’idea rigida di classicismo, ma allo stesso tempo non abbiamo mai inseguito cambiamenti frenetici.
Il nostro approccio è evolvere senza stravolgere: migliorare costantemente, senza ostinazione e senza tradire la nostra identità. L’innovazione, per noi, è un processo continuo, non un gesto teatrale.
Se Tua Rita nascesse oggi, con questo mercato e questa saturazione, avrebbe le stesse possibilità di emergere?
Probabilmente no, o comunque sarebbe molto più difficile. Tua Rita nasce tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, in un momento in cui il vino italiano stava ricostruendo la propria credibilità dopo lo scandalo del metanolo. C’era grande spazio per chi avesse visione e coraggio.
Oggi lo spazio esiste ancora, ma è più ristretto e richiede una capacità diversa: saperlo individuare, interpretare, costruire con grande precisione.
Prezzo, posizionamento e reputazione
I vostri vini sono entrati da tempo in una fascia alta. Il prezzo oggi riflette ancora solo il lavoro e la qualità o anche la forza del marchio?
Tua Rita copre diverse fasce di mercato: si va dai 18–20 euro del Rosso dei Notri o del Perlato del Bosco Bianco fino ai 280 euro del Redigaffi.
Salendo di livello aumenta inevitabilmente la selezione, a partire dalla vigna. Con la vendemmia multipla possiamo arrivare a fare anche cinque pre-selezioni sulla stessa pianta: è un lavoro estremamente meticoloso, con costi molto elevati.
Il prezzo riflette prima di tutto questo: tempo, competenza, selezione, rischio. Certamente il marchio ha un peso, ma senza qualità reale non reggerebbe nel lungo periodo.
Quando una bottiglia supera certe cifre, si vende ancora vino o si vende appartenenza?
Paradossalmente, credo che l’appartenenza pesi di più nelle fasce più basse. Nelle fasce alte si vende soprattutto emozione.
Viaggiando molto per lavoro ho incontrato culture e approcci al vino diversissimi. Spesso le persone mi raccontano di aver aperto una nostra bottiglia in un momento decisivo: una proposta di matrimonio, un anniversario, una scelta importante.
Il vino diventa memoria. Ed è questa la sua vera funzione: non è solo un prodotto, ma un legame emotivo con un istante della vita.
Vi sentite mai “ostaggio” del vostro posizionamento? Nel senso: potete permettervi di fare un vino più semplice senza che venga percepito come un passo indietro?
No, perché la nostra identità si fonda proprio sulla capacità di coprire diversi posizionamenti mantenendo uno standard qualitativo alto in ogni fascia.
Il Rosso dei Notri ne è un esempio chiaro: accessibile, ma coerente con la nostra filosofia. Semplicità non significa rinunciare alla qualità, significa interpretarla con un linguaggio diverso.
Stile e coerenza
I vostri vini sono sempre stati riconoscibili, strutturati, potenti. Oggi quel tipo di espressione è ancora una scelta o è diventata un’identità difficile da cambiare?
Tua Rita è sempre stata un’azienda in evoluzione. Negli ultimi quindici anni abbiamo progressivamente alleggerito estrazioni e approccio tecnico, anche in risposta a un cambiamento climatico che affrontiamo concretamente dal 1998.
Mia nonna scherza ancora: “Ai miei tempi facevamo quattro rimontaggi al giorno di trenta minuti per vasca”. Oggi un approccio simile squilibrerebbe completamente il vino.
Lavoriamo molto più sul concetto di infusione, rompendo il meno possibile la buccia e cercando un’estrazione più delicata, diversa, più rispettosa della materia prima. È stato un percorso lungo e graduale, mai uno strappo improvviso. E credo che il mercato si sia evoluto insieme a noi, premiando questa coerenza dinamica.
Mercato e realtà attuale
In un contesto di calo dei consumi e cambiamento generazionale, il vostro modello di vino è ancora sostenibile nel lungo periodo?
Difficile riassumere tutto in poche righe, è un macro argomento ancora sotto osservazione e che richiederebbe una risposta e un’analisi molto più accurata. Dipende come si legge il problema, la generazione più giovane beve meno, può darsi, si tralascia un aspetto fondamentale, i giovani sono molti meno rispetto al passato, hanno meno potere d’acquisto rispetto ai nonni o genitori e indubbiamente stanno più attenti a cosa, come e quando bevono. Detto questo dalla mia esperienza vedo molti giovani alle Wine Dinner in tutto il mondo, così come agli eventi legati al vino, che scherzano, si divertono, mi fanno domande. Per cui, siamo così sicuri che “i giovani non bevano più”?
Il mercato internazionale vi chiede di restare coerenti o di adattarvi?
Ogni mercato ha dinamiche proprie, legate a cultura, cucina, trend interni. È difficile dare una risposta univoca. Più che i mercati, credo sia cambiato il gusto dei produttori negli ultimi dieci anni. L’evoluzione è partita da dentro.
Oggi è più difficile fare un grande vino o venderlo al prezzo che merita?
Entrambi sono aspetti complessi e centrali. Chi produce vino deve accettare che esistano variabili incontrollabili: climatiche, economiche, geopolitiche. Mio padre me lo ha insegnato presto. Prima si comprende questo, meglio si lavora. Allo stesso modo il mercato può cambiare improvvisamente: chi avrebbe previsto una pandemia nel 2020 seguita da un’esplosione dei consumi? Non so dire cosa sia più difficile. So che in entrambi i casi servono studio, capacità di adattamento e visione di lungo periodo.
Futuro e coraggio
Qual è la scelta più radicale che Tua Rita potrebbe fare oggi senza perdere credibilità?
Non abbiamo mai amato le scelte radicali. Preferiamo evoluzioni profonde ma progressive. Posso dire che ci sono progetti e sperimentazioni in corso che stanno dando risultati molto interessanti.
Avete mai pensato di fare un passo indietro, ridurre, semplificare, invece di crescere?
No. L’idea è crescere in modo graduale, senza strattoni, mantenendo equilibrio.
Il prossimo grande salto per Tua Rita sarà stilistico, produttivo o culturale?
Stilistico e produttivo, certamente. Ma anche culturale. Vogliamo investire nell’accoglienza, migliorare ulteriormente l’organizzazione interna e portare avanti obiettivi di sostenibilità ambiziosi che ci siamo prefissati.
C’è qualcosa che non avete ancora avuto il coraggio di fare?
Molte cose. Un progetto di accoglienza più strutturato e ampio è tra queste, ma stiamo lavorando anche su questo fronte.
Se dovessi essere brutale: qual è il punto debole oggi di Tua Rita?
La comunicazione. Ma non è solo un nostro limite: è una sfida dell’intero mondo del vino. Dobbiamo innovare linguaggi e strumenti, togliere polvere. Il rischio è continuare a dirlo senza fare abbastanza. È un ambito su cui c’è ancora molto lavoro da fare.
Conclusione e punto di vista personale
Amo Tua Rita, mi affascina la loro cantina, la filosofia che guida ogni scelta, la coerenza con cui lavorano e la precisione del loro approccio. Giovanni, poi, è un ragazzo giovane ma già ben formato, che sa il fatto suo e trasmette passione e competenza in ogni parola. Incontrarlo di persona, essere sua ospite in azienda, percorrere la vigna, esplorare la cantina e assaggiare i vini mi ha permesso di percepire quanto ogni dettaglio rifletta una visione chiara e profonda del vino, trasformando cura, tempo e esperienza in qualcosa di tangibile
Vedere tutto questo da vicino mi conferma che Tua Rita non è solo un nome iconico, ma una realtà viva, autentica, che continua a parlare di vino con visione e rigore, e che riesce a trasmettere emozione a chi lo vive, assaggia e osserva, è una cantina che ti lascia percepire il valore della pazienza, della ricerca e della passione, senza mai perdere coerenza e identità.
Vale Wine – Oltre la carta dei vini
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13 Marzo, 2026
Master Design for Food POLI.design
Il Politecnico di Milano e l’Università di Parma hanno sottoscritto un Protocollo di Intesa per avviare una collaborazione pluriennale dedicata all’evoluzione dei sistemi alimentari, con un focus sulle sfide della transizione climatica, della circolarità e dell’innovazione di filiera.
L’intesa segna l’avvio di una collaborazione istituzionale tra due atenei con competenze complementari: da un lato il Politecnico, riferimento internazionale nel design, nell’ingegneria e nelle tecnologie; dall’altro Parma, polo accademico al centro della Food Valley italiana e punto di aggregazione per imprese e distretti del settore agroalimentare e delle scienze e tecnologie alimentari.
L’accordo definisce un ampio ambito di cooperazione che comprende l’avvio di una collaborazione con POLI.design – centro per la formazione post-laurea parte integrante del Sistema Design del Politecnico di Milano – per l’erogazione di didattica post curriculare: la quinta edizione del Master di Specializzazione di Primo
Livello di POLI.design e nuovi corsi executive tematici, a partire dall’anno accademico 2026-2027.
Il Master in Design for Food, attraverso un approccio pratico che combina design, scienze gastronomiche e food engineering, esplora la complessità del sistema alimentare contemporaneo. Forma figure altamente specializzate (come responsabili ricerca e sviluppo, progettisti, brand manager o startupper) in grado di affrontare la complessità del food system contemporaneo e sviluppare soluzioni di prodotti e servizi innovativi, con attenzione al tema della circolarità e sostenibilità dell’intera filiera.
Grazie a un network di aziende e realtà sul territorio, con cui sviluppa attività didattiche e progettuali, il Master si propone come “trait d’union” tra mondo accademico e professionale. In continuità con questa dimensione formativa e di trasferimento delle competenze, l’accordo prevede inoltre lo sviluppo di opportunità di ricerca consulenziale e competitiva sui sistemi alimentari a partire dal Living Lab Circular Food System Lab, costruito e organizzato attorno ai Dipartimenti di Design, Ingegneria Meccanica, Ingegneria Elettronica, Informatica e Bioingegneria del Politecnico e in connessione con il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Parma diretto da Stefano Magagnoli, e il Food Project dell’Università di Parma dedicato ai sistemi alimentari.
Il protocollo ha durata triennale e prevede accordi attuativi per ciascuna attività, nel rispetto dell’autonomia accademica dei due Atenei. L’asse di collaborazione Milano-Parma valorizza un insieme di competenze complementari: design e ingegneria da un lato, economia, tecnologia e filiera agroalimentare dall’altro. In prospettiva, la partnership allargherà il perimetro anche al terreno della terza missione, del trasferimento tecnologico e del dialogo con la filiera industriale, con particolare attenzione alle piattaforme fieristiche nazionali come TuttoFood e CibusTech.
L’obiettivo è generare nuove opportunità di formazione, ricerca e innovazione applicata.
POLI.design
POLI.design è il centro per la formazione post-laurea a livello nazionale e internazionale parte integrante del Sistema Design del Politecnico di Milano (1° in Italia, 3° in Europa e 6° nel mondo nella classifica QS World University Rankings 2025 per l’ambito Art & Design). Dal 1999, ha costruito e consolidato la propria offerta didattica sull’approccio project-based learning, sulla ricerca e sul sapere politecnico. Dai Master fino ai Corsi Executive e alle esperienze tailor-made rivolte alle organizzazioni, POLI.design offre percorsi cross-industry che trasferiscono il mindset progettuale necessario a guidare la trasformazione in settori differenti. Protagonista di un network italiano e globale per la formazione in ambito design, favorisce il dialogo tra mondi dell’accademia, delle istituzioni e dell’industria.
La Redazione
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13 Marzo, 2026
Osteria da Memmo – I Santori. L’identità dell’amatriciana
STORIA E RISTORANTE
A pochi passi da Piazza Navona, in via dei Soldati, Osteria da Memmo – I Santori è uno di quegli indirizzi romani in cui la ristorazione coincide con una storia familiare.
Il percorso nasce ad Amatrice, da una realtà contadina da cui Memmo Santori è partito costruendo nel tempo, con lavoro e sacrificio, un ristorante che oggi vive la sua terza generazione. Prima Guido, padre di Memmo, poi lo stesso Memmo e oggi i figli Alessandro e Antonio. Il legame con il territorio amatriciano resta ancora oggi uno degli elementi identitari della casa. Molti prodotti arrivano direttamente da lì: dal guanciale al pecorino fino ad alcune carni provenienti dall’allevamento di famiglia.
La sala mantiene il carattere della trattoria romana autentica, dove l’ospitalità è parte integrante dell’esperienza.
Non è raro vedere lo stesso Memmo muoversi tra i tavoli, raccontando storie di cucina e di vita, trasformando il servizio in un momento di relazione e convivialità con l’ospite.
LO CHEF
La guida della cucina è oggi affidata ad Alessandro Santori, figlio di Memmo.
Con orgoglio rappresenta la nuova generazione della famiglia.
Il suo lavoro parte dalla tradizione ma non si limita a ripeterla: l’obiettivo è mantenere riconoscibili i piatti simbolo della cucina laziale e amatriciana introducendo allo stesso tempo una lettura più contemporanea.
In cucina convivono quindi preparazioni fortemente identitarie – come gli gnocchi fatti in casa del giovedì o le grandi paste romane – e proposte nuove pensate per dialogare anche con una clientela più giovane.
Alessandro lavora molto sulla qualità della materia prima: oltre ai prodotti provenienti da Amatrice utilizza ingredienti freschi selezionati quotidianamente, compreso il pesce, che compare in alcune preparazioni del menu.
Accanto a lui opera lo chef Domenico Caputo, figura centrale della brigata che contribuisce a portare avanti la filosofia del ristorante attraverso una cucina solida, rispettosa delle tradizioni e attenta alla qualità degli ingredienti.
LA DEGUSTAZIONE
Il percorso si apre con una cacio e pepe proposta con tagliolino all’uovo fatto in casa e pecorino di Amatrice. Il piatto lavora su una cremosità piena e avvolgente: il pecorino costruisce una struttura sapida e intensa mentre il pepe nero emerge progressivamente con una nota aromatica calda che prolunga la persistenza del boccone.
Segue l’amatriciana, piatto identitario della casa e dichiarazione di appartenenza territoriale. Il guanciale di Amatrice, tagliato spesso, viene lasciato sciogliere lentamente in padella fino a liberare il proprio grasso, che diventa la base aromatica del sugo. Il pomodoro entra successivamente, raccogliendo quella componente grassa e trasformandola in una salsa densa e avvolgente, dove la dolcezza del pomodoro bilancia la sapidità del guanciale.
Il pecorino di Amatrice completa il piatto con una spinta sapida netta e leggermente piccante, capace di dare profondità gustativa e di allungare la persistenza al palato.
Il risultato è un’amatriciana piena, diretta, che restituisce con chiarezza il carattere della tradizione laziale senza cercare alleggerimenti o reinterpretazioni: un piatto che parla di territorio, memoria e identità.
Più inatteso il tagliolino all’uovo con gamberi e pomodorini pachino arricchito da pecorino romano a buccia nera. Qui la dolcezza del crostaceo incontra la sapidità lattica del formaggio mentre il pomodorino introduce una freschezza acida che mantiene il piatto dinamico e bilanciato.
Tra i secondi spicca il brasato, preparato con carne proveniente dall’allevamento di famiglia ad Amatrice e sottoposta a una frollatura di quaranta giorni prima della cottura. La lunga maturazione contribuisce ad ammorbidire le fibre e ad amplificare la profondità aromatica della carne, che dopo la cottura lenta sviluppa una consistenza tenera e succosa.
Il fondo, costruito con carota, cipolla, pomodoro e vino rosso, si concentra progressivamente fino a diventare una salsa intensa e avvolgente, capace di accompagnare il boccone con note calde e leggermente speziate.
Segue il pollo ruspante alla cacciatora, anch’esso proveniente dall’allevamento di famiglia. La carne mantiene una struttura compatta e saporita, mentre il fondo con sedano, carota e pomodoro costruisce un equilibrio tra dolcezza vegetale e componente aromatica che richiama la cucina domestica laziale.
Chiudono i secondi gli scottadito di agnello alla griglia con patate al forno, dove la cottura diretta sulla brace crea una crosta fragrante che racchiude una carne succosa e ricca. La componente grassa dell’agnello, amplificata dal calore della griglia, restituisce una sensazione piena e rustica che riporta ai sapori più autentici della tradizione.
Il finale è affidato a un tiramisù classico, preparato come lo si farebbe in casa, con la stessa semplicità con cui lo preparavano la mamma e la nonna. Uova, zucchero, mascarpone, savoiardi imbevuti nel caffè e una spolverata di cacao: pochi ingredienti che costruiscono uno dei dolci più riconoscibili della tradizione italiana.
La crema resta soffice e avvolgente, con una dolcezza equilibrata che incontra la nota amara del caffè, mentre il cacao chiude il boccone con una sfumatura leggermente tostata.
È un dessert che non cerca effetti scenografici ma che punta tutto sulla memoria del gusto, riportando alla dimensione più intima della cucina domestica, quella dei dolci preparati la domenica e condivisi in famiglia.
Osteria da Memmo non cerca di reinventare la cucina romana né di alleggerirne la storia con interpretazioni moderne. Qui la forza sta nella continuità: una tradizione che passa da Amatrice alle tavole del centro di Roma senza perdere identità.
I piatti parlano una lingua chiara, fatta di materie prime riconoscibili, ricette costruite nel tempo e gesti tramandati da una generazione all’altra. È proprio questa coerenza a rendere l’indirizzo interessante oggi: in una città gastronomicamente sempre più proiettata verso la sperimentazione, Memmo continua a difendere una cucina che vive di memoria e concretezza.
Chi cerca la romanità autentica, quella che nasce dal rapporto diretto con il territorio e con i suoi prodotti, qui trova un punto di riferimento. Non un esercizio di nostalgia, ma una tavola che continua a raccontare la storia della cucina laziale con naturalezza e convinzione.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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13 Marzo, 2026
Malvasia delle Lipari Tenuta di Castellaro. Il Nettare degli Dei dalla viticoltura eroica
Dalla meravigliosa cantina siciliana, nasce un passito di straordinaria identità territoriale che esprime la purezza minerale e la freschezza marina delle Isole Eolie
Vigneti terrazzati che sembrano sfiorare l’acqua del mare, sostenuti da antichi muretti in pietra lavica e radicati in suoli sabbiosi di matrice pomicea: nasce da questo incanto, nel cuore delle Isole Eolie, la Malvasia delle Lipari DOC di Tenuta di Castellaro, che firma l’essenza della viticoltura eroica mediterranea.
Estesa su una superficie di 7.000 metri quadrati, la Vigna Cappero, sul versante sud-orientale dell’isola di Lipari, a soli 80 metri sul livello del mare, ospita un equilibrio perfetto tra i due vitigni autoctoni protagonisti della denominazione: Malvasia delle Lipari (95%) e Corinto Nero (5%). Un patrimonio agricolo recuperato grazie a un importante lavoro di selezione massale condotto insieme ai consulenti della storica maison francese Pépinières Guillame, con l’obiettivo di preservare la biodiversità genetica e valorizzare le caratteristiche più nobili di queste varietà ancestrali.
La vendemmia avviene esclusivamente a mano, secondo ritmi rispettosi della natura e della tradizione.
L’enologo di Tenuta di Castellaro, Emiliano Falsini
Le uve di Malvasia vengono lasciate appassire naturalmente al sole per circa quindici giorni direttamente in vigna, su appositi graticci in un processo che concentra aromi, struttura e identità territoriale. La successiva vinificazione, condotta con pressatura soffice, consente al vino di sviluppare una complessità raffinata, seguita da un affinamento in bottiglia di almeno 18 mesi.
Il risultato è un passito che supera la definizione convenzionale del vino dolce. Al naso emergono intense note di albicocca matura, fichi, sambuco e uva passa, accompagnate da eleganti richiami alla macchia mediterranea. Al palato, la dolcezza è bilanciata da una sorprendente freschezza minerale e da una vibrante sapidità marina, che conferiscono profondità, equilibrio e straordinaria bevibilità.
Massimo Lentsch, colui che ha dato origine alla cantina siciliana
La nostra Malvasia delle Lipari è il riflesso del nostro impegno nella tutela dei vitigni autoctoni e nella valorizzazione della viticoltura eroica ed è anche il risultato di un lavoro rigoroso in vigneto e in cantina, fatto di selezioni attente, rese contenute e vinificazioni mirate a preservare equilibrio e precisione aromatica. È un progetto che richiede tempo, competenze tecniche e una gestione puntuale di ogni fase produttiva, dalla raccolta all’affinamento.
La Malvasia delle Lipari DOC di Tenuta di Castellaro si presenta così come un “nettare degli dei” capace di avvolgere con la sua dolcezza e sorprendere con la sua freschezza, raccontando in ogni sorso la forza del vento, la luce del sole e l’anima vulcanica delle Eolie.
La Redazione
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13 Marzo, 2026
Ventiventi. L’evoluzione del Metodo Classico
Nel distretto vitivinicolo a nord di Modena, Ventiventi continua a definire il proprio percorso nel Metodo Classico con un approccio contemporaneo che unisce visione familiare, precisione tecnica e attenzione al territorio.
La cantina della famiglia Razzaboni annuncia oggi un’evoluzione significativa: l’allungamento dei tempi di affinamento sui lieviti per i cinque vini di punta.
Una decisione che è nata in modo naturale, seguendo l’evoluzione delle basi in cantina. Quello che inizialmente era stato progettato come un affinamento di circa 30 mesi ha preso una direzione diversa, grazie agli assaggi e alla capacità di ascoltare il vino nel tempo.
Andrea Razzaboni
Essere giovani significa avere il lusso di lasciarsi sorprendere. Avevamo previsto 30 mesi, ma all’assaggio abbiamo capito la vera potenzialità dei nostri vitigni abbiamo obbedito, scoprendo che, a 40 e 50 mesi, la freschezza non svaniva ma si vestiva di un’eleganza che non osavamo immaginare. Modena non è solo velocità. In cantina, abbiamo imparato che l’eleganza ha bisogno di lentezza.
Per una realtà giovane, scegliere di aspettare più a lungo ha significato accettare un cambio di tecnica e di stile. L’obiettivo era verificare quanto i vitigni potessero evolvere senza perdere il loro carattere immediato e territoriale.
Diciamo che questo passaggio di affinamento è stato, a tutti gli effetti, una scommessa sulla curva evolutiva che, per un’azienda giovane, è una vera sfida. Abbiamo scoperto che le nostre basi possiedono un potenziale di invecchiamento superiore alle aspettative, dove la terziarizzazione degli aromi non copre la varietalità, ma la esalta, creando una sinergia perfetta tra lo stile modenese e l’eleganza del Metodo Classico
L’allungamento dei tempi di permanenza sui lieviti ha portato a vini più completi e armonici, senza rinunciare alla bevibilità che rappresenta uno dei tratti distintivi delle bollicine emiliane. Anche la scelta dei dosaggi si è orientata verso livelli contenuti, lasciando che fossero il tempo e il vitigno a guidare l’equilibrio finale.
Pignoletto, Lambrusco di Sorbara e Lambrusco Salamino di Santa Croce sono vitigni eccezionali. In partenza temevamo che affinamenti eccessivi potessero far svanire la freschezza delle singole varietà e far perdere l’autenticità delle bevute modenesi, estremizzando la complessità e rischiando di creare forzature”, racconta Andrea Razzaboni, “in realtà il risultato ottenuto è stato l’opposto: spumanti eleganti che non necessitano di grandi dosaggi, perché già in grado di raccontare il vitigno ed esprimere pienamente il lavoro svolto in campagna e il lungo affinamento sui lieviti.
Il risultato di questa evoluzione si traduce nei nuovi tempi di affinamento dei cinque Metodo Classico simbolo della cantina.
I cinque vini e i tempi di affinamento:
Blanc de Blancs V.2021 – 40 mesi sui lieviti, 3 g/l di residuo zuccherino
Rouge de Noirs V.2021 – 40 mesi sui lieviti, 4 g/l di residuo zuccherino
Ventiventi Rosé V.2020 – 50 mesi sui lieviti, 4 g/l di residuo zuccherino
Ventiventi Brut V.2020 – 50 mesi sui lieviti, 4 g/l di residuo zuccherino
Ventiventi Pas Dosé V.2020 – 50 mesi sui lieviti, 0 g/l di residuo zuccherino
Più che inseguire uno stile prestabilito, Ventiventi ha scelto di seguire il ritmo naturale dei propri vini, lasciando che fossero il tempo e l’esperienza a definire la direzione. Una scelta che racconta bene l’identità della cantina: giovane e dinamica, ma capace di rallentare quando serve.
Questa nuova fase si inserisce con coerenza nella visione della famiglia Razzaboni, che fin dall’inizio lavora per offrire una lettura contemporanea delle bollicine emiliane, valorizzando i vitigni locali attraverso il Metodo Classico e una filiera completamente controllata.
La Redazione
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13 Marzo, 2026
Federico D’Alessio. Il Bottino della vita
Abbiamo due vite. La seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una. Confucio
Non ho mai capito quando si realizza la consapevolezza cui Confucio fa riferimento. Magari non si realizza proprio. Si percorre la propria esistenza senza rendersi conto che non è quello il binario giusto. Alle volte capita di accorgersene troppo tardi. Però, se veramente capita e si ha ancora il tempo per cambiare strada valorizzando quella che si ha, l’unica che davvero si ha, allora il premio è davvero incredibile. Un premio o magari un bottino. Chi lo sa.
Per renderci conto della nostra vita, di quanto sia sul binario giusto, forse dovremmo guardare a quella degli altri. Anche se, una cosa che ho imparato nella vita è come non ci siano due vite uguali. Ognuno ha la sua storia. Magari somiglia a quella di qualche altro per qualche elemento, qualche tratto. In realtà, è unica. Non ve ne è un’altra uguale nella sua totalità. Nessun copia e incolla nonostante tanti tentativi di chi desidera tanto essere nei panni di qualcun altro. Ogni vita presenta aspetti così particolari da renderla perfettamente distinguibile dalle altre. Aspetti che meritano perlomeno di essere ascoltati, in pochi casi raccontati. Tutte le vite possono essere oggetto di spunti, idee e riflessioni. Anche insegnamenti.
Insegnamento. Ciò che viene insegnato (indipendentemente dalla capacità o volontà di apprendere), anche in modo occasionale
Quella di Federico D’Alessio, ragazzo nato e cresciuto a Lanuvio, in provincia di Roma, sembra una storia come tante altre. Normale si direbbe. Spesso però si guardano le storie delle persone dal buco della serratura, dai social, da chissà dove senza mai interrogarci sul cosa quella persona stia provando. Alle volte mi capita di guardare qualcuno per strada, una persona a caso e chiedermi cosa stia provando, dove sta andando, chi lo aspetta, cosa ha fatto ieri. Domande che rimarranno senza alcuna risposta. Ognuno di noi entra in contatto con migliaia di persone durante la vita ma solo di poche, spesso di nessuna, ne sa veramente tanto.
Lanuvio è uno dei 16 paesi dell’universo dei Castelli Romani.
Tranquillo, a tratti troppo tranquillo. Fuori dalle rotte degli avventori delle tipiche fraschette, rimane un pò in disparte nonostante il suo importante passato. Venne infatti scelto come residenza da imperatori romani come Augusto e Marco Aurelio e diede i natali a Commodo e Antonio Pio. Da sempre a vocazione agricola per la coltivazione di kiwi, grano, uva. Tanta uva, tanta quantità ottenuta dalle classiche coltivazioni a tendone.
Negli anni 60 e 70 sì sono piantate uve atte a produrrei vini di buon grado alcolico, facili da bere. Vigneti che rendessero tanto con tanta Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Merlot, Sangiovese. Si piantava Merlot è Sangiovese per dargli un pò di spinta acida. Non c’è stato mai stata un’evoluzione vera e propria nell’agricoltura e nel modo di fare vino.
A Lanuvio il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa.
Con i pregi e i difetti di una simile circostanza. Con le tradizioni e i valori tanto forti da rappresentare una calamita per gli abitanti. Solo dopo una sorta di maturità e non certo per i ragazzi per i quali c’è, purtroppo, poco. Sia come attività sia come futuro.
Sono di quella generazione nella quale i padri e le madri hanno detto: studia, vattene diventa avvocato, dottore, trova di un lavoro migliore di quello che abbiamo avuto noi. Papà è stato operaio è stato operaio per 43 anni in fabbrica, in una catena di montaggio; mamma, maestra elementare.
Una vita normale, in un paese normale, con una famiglia normale.
Eppure, nei modi di fare di Federico, nella dialettica, nei gesti, si intuisce come sia una persona che, ancorché giovane, abbia tanto da raccontare e al contempo da vivere. Padroneggia il linguaggio, usa riferimenti storici e culturali appropriati, è posato. Cosa diavolo c’entra con il vino?
Sta proprio qui la magia della vita delle persone. Quella che può sembrare qualcosa di normale, ad un certo punto rischia di virare completamente. O parzialmente. Ci si trova a capire come la normalità tanto sbandierata abbia sempre e comunque piccoli o grandi elementi dirompenti.
Le scuole superiori vissute con i problemi che può avere qualunque ragazzo anche grazie a docenti in grado di creare passioni o odi per le materie. Non è sempre colpa dei ragazzi se qualcosa va storto.
Andavo a scuola contro voglia. Fortunatamente in quarta mi sono appassionato alla chimica. Mi facevo i fuochi d’artificio da solo. Volevo capire come funzionavano dall’interno. La chimica degli esplosivi. Feci una tesina molto particolare entrando in classe con un fornello bunsen facendo cambiare colore la fiamma bruciando vari tipi di elementi così da spiegare il fenomeno molecolare che avveniva, ovvero la transizione elettronica sugli orbitali atomici di questi atomi. Da lì mi sono agganciato a tutta la fisica quantistica che c’è dietro l’atomo, i fuochi San Giovanni quindi Cesare Pavese e il contesto agreste.
Ferma ferma. Fornello bunsen, atomo, fisica quantistica?
Non sono certo discorsi di un ragazzo di sedici anni. Semmai di qualcuno che queste materie le ha studiate davvero. In ogni modo Federico è l’esempio di come i ragazzi stimolati e compresi nelle loro attitudini possano fornire contributi pazzeschi. Occorrerebbero docenti capaci, non svogliati, attenti e dotati di grande spirito di autocritica. È cosi comunque che dal fornello bunsen Federico si iscrive all’Università con due ammissioni in tasca: Chimica e Biotecnologie Agro Industriali.
Ho capito che la chimica mi sarebbe piaciuta ma sarebbe poi diventata ad un certo punto estremamente teorica, mentre le biotecnologie mi davano la possibilità di applicare i miei interessi nella chimica nella biologia. Potevo in qualche modo innovare o provare a portare innovazione in un settore così tradizionale come quello che c’era in questo territorio.
Il territorio è quello di Latina e dalle grandi pianure pontine ricche di tante realtà agricole sviluppatesi grazie ad un’agricoltura prettamente di tipo convenzionale e volta a produrre grandi quantità di prodotti alimentari per la grande distribuzione o per i mercati rionali.
Il ragazzo di Lariano, dopo la laurea inizia il dottorato in biochimica per spostarsi all’Università di Bologna per proseguire il percorso accademico.
Il percorso formativo offerto a Bologna aveva un approccio maggiormente pratico rispetto a quello di Roma dove era un po’ un minestrone. La tesina la feci con un professore che assecondò la mia passione per l’enzimologia ovvero l’utilizzo degli enzimi come catalizzatori di reazioni non necessariamente naturali, facilitatori. Delle figure microscopiche, anzi nanoscopiche di quello che poi vogliamo fare noi nella vita. Io faccio l’ottimizzazione dei processi, quindi facilito la vita a degli industriali. Gli enzimi fanno questo nella natura: facilitare.
Lui lavorava appunto nell’enzimologia e mi poteva dare la possibilità di esplorare l’enzimologia dei batteri. Aveva dei dei progetti molto particolari perché lavorava prevalentemente su due molecole: uno era una polimerasi cui stavano modificando alcuni attivi per vedere come si comportava, perché le polimerasi umane per poter fare il loro lavoro, hanno bisogno di uno stampo a doppia elica di DNA. Aveva trovato il modo di modificare questa polimerasi affinché non avesse bisogno più del doppio stampo.
Lo so, non ci state capendo nulla. In un articolo che dovrebbe parlare di vino ci si imbatte in enzimi, polimerasi, DNA, stampi di reazione.
Aiutoooooooo.
Se non capite, non importa.
Non è detto lo capisca bene anche io e non serve comprendere nel dettaglio il significato di termini tanto astrusi. Importante è comprendere come la vita di un ragazzo di Lanuvio, bocciato in quarto superiore e presentatosi in classe con un fornello bunsen, si sia evoluta così incredibilmente da portarlo fare il ricercatore, lo scienziato. Non proprio l’ultimo dei mestieri ne tantomeno il più semplice. Laboratori in giro per il mondo, analisi dalla mattina alla sera, attività, progetti.
A Cipro usavo le alghe e l’acqua di mare per produrre bio gas, bio metano. Ero partito da dei fanghi attivati, quindi dal rifiuto dei depuratori. Ho prodotto una miscela composta per l’87% da metano e per il 13% da azoto. Un prodotto che in realtà era vendibile già in Olanda.
Uno guarda Federico dietro il banco di degustazione di un evento del vino e vede un ragazzo sorridente, semplice, allegro, disponibile. Ti parla dei suoi vini, di Lanuvio, della vigna del padre. Nessuno e dico nessuno immaginerebbe di avere davanti una persona che ha nella mente enzimi e polimerasi qualunque cosa vogliano dire.
Ad un certo punto ho sentito il bisogno di ritornare in Italia così che vengo a fare il dottorato a La Sapienza. Per tre anni mi formo e allo stesso tempo capisco che l’Università e la vita accademica, non fanno per me.
Uno dei tanti. Uno dei tanti ragazzi fagocitati dal sistema universitario della ricerca, basato su concorsi, contratti temporanei, progetti e tutte le precarietà possibili. Giochi di potere, nepotismo, amichettismo. Nulla sembra avere un senso se non per chi continua ad essere parte del sistema. Chi non digerisce più, va via. Proprio come Federico.
C’è un meccanismo sporco e che soprattutto funziona tanto più quanto è grande il tuo network. Se sei in gruppi già grandi, è facile che tu emerga se stai in gruppi piccoli, non emergerai mai. Io ero in un gruppo piccolo che, tra l’altro, faceva ricerca .
La ricerca sembra essere interessante solo per vive per la ricerca.
Non per chi deve finanziarla. Finanziare qualcosa che ha a che fare con il cancro può anche essere mediaticamente vendibile ma se l’oggetto è il il metabolismo della vitamina B, non gliene frega niente a nessuno. Questo il dramma della ricerca in Italia dove ogni cosa è governata dalla politica che, non sapendo di cosa si tratti, si fa tirare la giacchetta dall’amico di turno.
Ho capito che non avrei avuto un futuro lì. Nel frattempo avevo ripreso in mano i vigneti di di famiglia. Quelli che mio padre aveva sempre avuto. Erano gli anni in cui le cooperative fallivano e lui voleva estirpare tutto. Io gli dissi: facciamo una cosa diversa e cominciamo a vendere ai privati le uve mentre una parte ce la vinifichiamo noi. La biochimica dei metabolismi dei lieviti è la stessa usata in laboratorio. Tanti vivono di vino, perché non possiamo farlo noi e dare un senso a questo territorio.
Aldilà di qualunque poesia che il vino può offrire o suscitare, la crescita delle piante è un fatto scientifico. Il trattamento in vigna è un fatto tecnico. La fermentazione è un fatto scientifico. L’affinamento, le filtrazioni, i batonnage, e ogni piccolo pezzo del processo di produzione del vino è un fatto scientifico. Chiaro che Federico senta di avere le competenze. Non solo per produrre vino ma anche per cambiare qualcosa da sempre realizzato allo stesso modo.
Nel 2017 ho cominciato a gestire la produzione in vigna.
Un ettaro.
Un solo ettaro al quale Federico applica le proprie conoscenze scientifiche aiutato dal papà che, come si usa da queste parti e in qualunque cultura contadina, ha ricevuto il testimone dal proprio padre e così via fino alla notte dei tempi.
Il nonno ha insegnato a papà quello che era il suo modo di potare e papà lo ha insegnato a me. In inverno gli do una mano così per la potatura verde. Io porto quelle conoscenze di fisiologia vegetali così che laddove mio padre usa un modello per tutte le varietà riesco a fargli fare cose diverse.
La prima bottiglia nel 2020 con l’Avvio. Un vino vecchio stile seguito nel 2021 con la sperimentazione dell’Orange.
Avvio
Il colore è un giallo che non sa decidersi se essere paglierino o dorato, proprio come il sole sui Castelli Romani nel tardo pomeriggio, quando la luce è ancora alta ma l’aria ha già smesso di bruciare.
Al naso arriva prima la pesca, matura ed estiva. Poi la ginestra, il tiglio, una brezza di camomilla e salvia. Le scorze di mandarino aprono uno spiraglio agrumato subito ammorbidito dalla Malvasia. E poi ci sono loro, mandorla nocciola, discrete ma persistenti, che crescono mentre il vino si apre e si intrecciano con fiori e frutti costruendo qualcosa di coerente e bellissimo.
È il profumo degli alberi di mandorlo in fiore. È l’ombra fresca sotto cui ci si siede d’estate senza dirsi niente, perché non c’è niente da dire.
Trebbiano Toscano e Malvasia di Candia: due anime, un solo vino. La Malvasia porta la sua dolcezza avvolgente, quella carezza che ti fa stare bene senza sapere perché. Il Trebbiano risponde con la sua spinta acida, precisa e onesta, ristabilisce l’equilibrio e rimette il mondo in ordine. Il sorso è ampio, fresco, con una sapidità che insiste e torna come il mare che risale sulla riva e non si stanca mai.
E quel finale di mandorla. Lungo, gentile, quasi affettuoso. Come il finale di una bella conversazione, quando ci si saluta ma la voce dell’altro ti resta ancora nelle orecchie.
La bottiglia si svuota e non sai come. Non perché sia banale, tutt’altro. Perché è vero. Ti lascia stare, ti lascia ridere con chi hai accanto, spezzare il pane, guardare il tramonto. Uno di quei vini che non fanno finta di essere qualcosa che non sono. E questa, nel mondo del vino di oggi, non è una virtù minore. È una virtù rara.
Avvio. Il nome non mente. È un inizio di un pasto, di una serata, di un’estate.
Prima ancora di produrlo, il vino l’ho bevuto. Ho cominciato a bere il vino a sei anni con mia nonna paterna, nonna Rosa. Era molisana e mi dava un dito di vino rosso e diceva: bevi che sei pallido. Era il vino rosso che facevamo noi in casa a partire da Sangiovese mischiato con Malvasia e Trebbiano. Un vinaccio che era buono per sei mesi, poi prendeva l’aceto.
Nelle zone di Lanuvio così come in tutta l’area dei Castelli Romani, bere vino sfuso era ed è la normalità. Berlo in bottiglia, qualcosa di poco usuale fatto un pò per cercare di evolversi, per darsi un tono, per sperimentare. Si beve di tutto con le poche risorse che si hanno a disposizione.
I miei anni a Bologna da questo punto di vista sono statiti formativi. Ho trovato delle compagnie che mi portavano a bere nelle enotechine giuste. Con il professor Hochkoeppler facevamo le nottate in laboratorio e poi andavamo a cena fuori nelle piccole trattorie della Bologna non turistica così da bere delle produzioni molto particolari di vari vitigni emiliano/romagnoli. Cominciai a sperimentare i vini non convenzionali dei piccoli produttori. Sono tornato, ho continuato a bere meno e meglio fino a che poi non ho cominciato a produrre vino facendo anche il corso da sommelier.
Un modo magari per istituzionalizzare il vino evolvendosi da semplice appassionato a produttore consapevole. Gli eventi, il confronto con gli altri produttori, il mercato. Tanto da imparare per chi proviene da un mondo così profondamente diverso e arriva invece in un altro dove la competizione è tanta al pari dell’ignoranza.
Dopo averli prodotti ho cominciato ad andare in giro per i ristoranti facendo il classico porta a porta. Tanto nella mia vita ho fatto di tutto. Ho cominciato a lavorare a 15 anni con mio zio che aveva un negozio di elettrodomestici facendo assistenza dei frigoriferi e lavatrici a casa delle persone. Con la transizione dall’analogico al digitale terrestre eravamo come i gatti e stavamo sui tetti del paese a montare le antenne. Ho fatto il pizzaiolo e consegnato pizze. A Bologna facevo il barista.
Nel 2020 la prima etichetta, nel 2021 l’Orange sempre vinificate conto terzi. Troppo poco un ettaro per permettersi una cantina. Adesso di etichette ce ne sono tre. Ma sempre troppo poche le bottiglie prodotte.
Ho trovato questo vinificatore che mi ha detto: senti, vieni, porta l’uva da me che ho un serbatoietto da 2000 litri. Feci 2214 bottiglie il primo anno (2020). Dopo il lavoro andavo in giro per i ristoranti bussavo: ciao senti, sono un piccolo produttore dei Castelli Romani, vuoi provare il mio prodotto? Ti va? Lasciavo la bottiglia da assaggiare spiegando il progetto. Poi capisci che era meglio aprire le bottiglie insieme a loro per farle assaggiare. Il primo anno vendo i tre quarti della produzione. Il resto mi rimase sul groppone.
Per un piccolo produttore iniziare a vendere dopo il covid, con tutti i medio grandi produttori con i magazzini pieni e la possibilità di fare sconti, non deve essere stato per nulla semplice. Federico come tanti. Tanta buona volontà, tanta voglia di fare bene, tante bottiglie rimaste nei magazzini. Anche fino a tutto il 2024.
Avevo prodotto l’Orange perché avevo assaggiato i vini di Gravner e mi erano piaciuti. Feci 300 litri per gioco e ho venduto praticamente solo quello. Nel 2022 lo rifaccio e ha ancora un gran successo.
Mille e una Vite è l’orange wine.
Una di quelle etichette che già nel nome promette complessità e racconto. E lo fa davvero. Divisivo come non mai. Lo potreste trovare meraviglioso come orrendo. Ma ciò che conta è che la sua nascita che è arte e l’arte nasce sempre dall’unione di cose che sembrano distinte. Come Mille e una Vite, costruito sull’unione in parti uguali di cinque uve autoctone: Trebbiano Toscano, Trebbiano Giallo, Malvasia di Candia, Malvasia Puntinata e Bellone. Cinque voci diverse che Federico ha scelto di far cantare insieme, macerandole sulle bucce, lasciando che il tempo facesse il suo lavoro. Perché è questo, in fondo, ciò che distingue un orange wine da tutto il resto: la pazienza ovvero il coraggio di aspettare.
Quando il vino entra nel calice, il primo pensiero è il colore: un oro caldo e profondo. È il colore del miele d’estate, dell’ambra antica, della luce che filtra attraverso le veneziane di una casa di campagna nel tardo pomeriggio. È già una promessa.
Il naso è generoso senza essere stancante. Arrivano profumi di albicocca e pesca gialla disidratata, come se la frutta avesse attraversato un processo di concentrazione, di essenzializzazione. Poi la papaya, esotica e la frutta secca, mandorle, noci che richiamano quella mineralità tostata propria dei terreni vulcanici. C’è anche zenzero, una nota piccante e fresca che sorprende e, sullo sfondo, delle erbe di campo quasi secche, come l’odore di un prato d’agosto, quando l’estate ha già tolto l’umidità all’erba e ne rimane solo la memoria aromatica.
Nel sorso, questo vino si apre come si apre una conversazione tra persone che si conoscono bene: con calma, senza forzare. C’è un ingresso sapido che prepara la strada, poi una progressione onesta, lineare, che porta a un ricordo di cedro e frutta secca nel finale. Non è un vino che cerca di essere quello che non è. È rustico, sì ma di quella rusticità che ha dignità, che non si scusa, che sorride di se stessa. Il tipo di carattere che si incontra raramente e che, quando si incontra, non si dimentica.
È un orange wine di approccio. Non costruisce labirinti né esige decifrazione. Si siede accanto a te, ti accompagna durante un pasto o in un aperitivo, e lo fa con una naturalezza che è, essa stessa, una forma di eleganza.
Mille e una vite non è un vino da meditazione. È un vino da compagnia ma come tutte le compagnie, occorre scegliersele.
Anche per quelle che sembrano poche bottiglie, Federico si impegna.
Ognuno ha una molla che lo spinge a fare le cose.
Per Federico è quel senso di precarietà latente che lo pervade. Lasciata l’università, entra prima in una azienda di ricerca poi inizia a fare il consulente. Etica, insofferenza per ciò che non gli va giù, idealismo, capacità di analisi del contesto. Tutto genera malumore, precarietà. Un ragazzo di poco più di trent’anni, con un figlio e una moglie avrebbe bisogno di maggiore stabilità. Forse è la vigna, il vino, quella stabilità ricercata. Non a titolo esclusivo ma, un supporto. Un elemento di stabilità in tanta instabilità. Un solo ettaro può bastare per iniziare un progetto. Magari per poi espandersi, per crescere, per credere che qualcosa di diverso, sia possibile. In fondo, i vini arrivano anche a Copenaghen. Quasi per caso, dopo aver letto un commento di un importatore su Facebook, Federico gli invia del vino. Piace subito. L’importatore gli dice di andarlo a trovare quando passerà per Copenaghen. Già, ma non è che uno ci passa così per caso.
Mi chiama un mio amico e mi fa: senti, voglio andare a vedere il concerto di Placebo. Dove lo fanno? A Copenaghen. Così ho risentito l’importatore e gli ho detto: senti io sto venendo a Copenaghen per un concerto. Se vuoi, vengo un giorno prima, ci sediamo attorno a tavolo, assaggiamo i vini e facciamo due chiacchiere. Da lì è nata questa piccola collaborazione.
Cinque enoteche in giro per Copenaghen, distributore per alcuni ristoranti italiani e di cucina contemporanea a Copenaghen.
A Copenaghen si aggiungono altri clienti di Roma. Le cose iniziano a girare.
3800 bottiglie. 2200 di Avvio, 1300 di Mille e una vite, 500 di Cesanese, poi 300 rifermentato in bottiglia.
Origine 2024 è il Cesanese che nel calice arriva con quel suo rubino semplice, sbarazzino, senza fronzoli, vivace e luminoso.
Non cerca di impressionare. Non ha quella densità opaca di chi vuole fare a tutti i costi la figura del grande vino. È trasparente, quasi sincero. Si lascia guardare attraverso, come si lascia guardare attraverso la luce del pomeriggio di aprile sui Castelli.
Poi al naso arriva la freschezza che non ti aspetti, o forse sì. Ma solo se conosci queste terre. Frutta rossa croccante, quella che ti viene voglia di mordere direttamente dalla pianta. Sentori balsamici vinosi, un verde vegetale che non è stanchezza ma vitalità. Un profumo che sa di vigna ancora addosso, di uva appena pigiata, di estate che finisce. C’è qualcosa di scrocchiarello in tutto questo, qualcosa di vivo e immediato, come mordere un grappolo direttamente dalla vite al tramonto.
In bocca, Origine si rivela senza sovrastrutture. La sapidità è la prima cosa che parla, decisa, vera. Una sapidità minerale che ti dice chiaramente da dove viene, su quale suolo si sono formate le radici. Poi la freschezza, che abbraccia tutto e un calore gentile che non brucia ma accompagna. I tannini? Ci sono, ma non fanno i prepotenti. Stanno al loro posto come gli ospiti educati di una cena semplice e buona.
Origine non ha l’ambizione di essere il vino della vita. Ha qualcosa di meglio: la generosità di chi non ha nulla da nascondere. È il vino del tavolo apparecchiato in fretta in giardino, quello della bottiglia stappata senza cerimonie, di quell’ora tra il lavoro e la sera in cui hai voglia di qualcosa di vero. Lo apri, lo bevi, lo finisci. E se ne avanza, lo richiudi. Poi lo riapri. E ancora via.
Poche, dannatamente poche le bottiglie, ma utili per ricavarne, lavorando in totale economia e senza grilli per la testa, un piccolo reddito. Per alleviare quel senso di precarietà. Di grilli per la testa Federico non ne ha. Non è tipo. Non è da lui.
Comprare un trattore costerebbe come una vettura ma io non c’ho mai avuto una macchina nuova. Ho cominciato girando con la vecchia Panda di mio nonno. Poi ho preso la macchina di mia madre. Adesso mi sono comprato l’Opel Corsa usata di una signora che mi ha fatto un prezzo d’occasione. Mi serve la macchina che mi porta un posto all’altro. Non ho bisogno di una macchina costosa. Il grosso delle riparazioni me le faccio da solo. Il tagliando me lo faccio da solo; il cambio come me faccio da solo.
Io non rifiuto l’intervento sui vini quando c’è bisogno, perché chiaramente tu devi dare prima di tutto una bevanda potabile alle persone. Tutto quello che non è necessario non viene dato per non influenzare l’espressione. Le fermentazioni sono spontanee ma possono essere innestati lieviti se c’è bisogno di terminare la fermentazione per evitare il residuo zuccherino. Sul bianco, per esempio, innestiamo un lievito che abbiamo selezionato anni fa e che riportiamo avanti negli anni. La spumantizzazione è fatta con un lievito selezionato per realizzare uno stile di vino che piace a me.
Federico è uno scienziato e la sua mente non può che ragiona in un maniera razionale.
Parla di vigna e di vino estraniandosi dai fronzoli di una narrazione poetica priva di concretezza e riscontro scientifico.
Gli impianti hanno settant’anni e cominciano ad avere i loro anni. Per quanto sia bella la poesia di avere un impianto di settant’anni è un impianto che comunque prima o poi dovrò cambiare. La generazione di mio padre era la generazione del primo dopoguerra, che vive unicamente sulla tradizione e che accetta malgrado la raccolta meccanizzata.
Ma la raccolta meccanizzata, in un’epoca in cui non ci sono più i braccianti agricoli, diventa fondamentale. In questo scenario va preso in considerazione anche l’idea di impostare i filari in maniera da poter, nel giorno in cui non la possibilità di raccoglierla a mano farlo a macchina senza rovinare il prodotto.
Zero fronzoli e solo scienza. Magari poca poesia ma ineccepibile dal punto di vista razionale. Senza braccia di supporto, raccogliere a mano vorrebbe dire portare l’uva in cantina a temperature poco consone ad un processo qualitativamente corretto. Cosa che Federico non transige: i suoi vini devono essere qualitativamente ineccepibili.
I miei vini sono identitari perché da vitigni autoctoni. Lavoro quasi esclusivamente in blend. Con il Cesanese in purezza, solo per motivi commerciali per assecondare la tradizione vitivinicola di zona.
Ecco dunque Federico D’Alessio, un ragazzo di Lanuvio diventato scienziato che per sopperire parzialmente alla sua precarietà si è messo a fare vino sulle terre della famiglia. Vini che gli vengono anche piuttosto bene e che evidenziano come non serva sempre essere arsi da qualche sacro fuoco per produrre qualcosa di notevolmente interessante. Un insegnamento che dovrebbe far riflettere molto coloro che si inventano storielle per promuovere qualche realtà vitivinicola. Non serve. Non serve davvero.
Certo, continuo a pensare a cosa ci siamo persi nel non avere Federico unicamente come scienziato o nel non averlo nel produrre vino in maniera ancora più dedicata. Credo rimarrà una di quelle cose che non scoprirò mai nella vita.
PS Federico non me l’ha detto ma credo che il nome Il Bottino rappresenti una sorta di guadagno meritato, di quella soddisfazione che arriva solo dopo il lavoro duro, dopo la pazienza, dopo l’attesa. Non la vincita improvvisa, ma il raccolto, quello che si ottiene perché lo si è seminato.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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