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3 Aprile, 2026
Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è
Può il vino essere qualcos’altro? Qualcosa che rappresenta la memoria di un luogo migliore. Di una vita migliore?
Roma, tardo pomeriggio. Dietro Campo de’ Fiori, a due passi da Palazzo Farnese, l’Angolo Divino di Massimo Crippa si riempie di una luce particolare. È la luce che hanno certi luoghi quando sanno (e i luoghi lo sentono) di attendere qualcosa di particolare. Sulle mensole, le solite ottocento etichette sembrano presidiare silenziose la sala come sentinelle. Su un tavolo, qualcosa di insolito per un wine bar romano: un libro e una bottiglia di vino dalmatico. Un vino certamente non comune. Non fosse altro perché arriva da una cooperativa rinata sulle pietre calcaree di Primošten.
La serata si chiama Rotta Adriatica. Dialoghi tra vino, poesia e memoria. Un titolo che già dice tutto quello che serve sapere.
Silvio Ziliotto è traduttore, interprete, docente di lingua e letteratura delle terre post-jugoslave. Ha dedicato una vita a quell’area geografica e umana che l’Europa preferisce dimenticare. O ricordare solo con il pudore impacciato di chi sa di avere le mani sporche.
Il suo libro, Daytonska Stanica. Viaggio nella pace che non c’è, edito da Infinito Edizioni nel 2025, parte da una stazione, Dayton, Ohio, nel novembre 1995, per arrivare fino a noi. Un attraversamento di trent’anni di pace fredda, di divisioni etniche cristallizzate in carta bollata, di un continente che ha preferito congelare il problema piuttosto che risolverlo.
Un percorso per ricordare quello che non vuole essere più ricordato, rimosso dalla nostra memoria collettiva che ha cancellato una delle pagine più ambigue e oscure della storia europea. La guerra cominciò nel 1992 con l’aggressione alla Bosnia Erzegovina e si concluse, o meglio, si sospese, nel novembre del 1995 con quegli accordi firmati in una base aeronautica americana nel cuore dell’Ohio. Dall’inferno di un conflitto sanguinoso al purgatorio di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni prospettiva di autentico progresso civile, sociale ed economico. Non sono parole mie. Così l’hanno definita gli studiosi e così la racconta Ziliotto. Con la precisione affilata di chi conosce una terra non dai libri ma dalla vita vissuta in parallelo tra Italia e Balcani.
Accanto a lui, sul palco improvvisato tra le bottiglie, S.E. l’Ambasciatore Igor Žontar di Bosnia Erzegovina, S.E. Iva Pavić in rappresentanza della Croazia nonché Dario Quarta di Tv2000. A moderare Ilenia Petracalvina dell’Associazione Giornaliste Italiane. Una conversazione che si muove tra diplomazia, memoria e quella zona grigia in cui la pace esiste sulla carta ma non ancora nella testa e nel cuore delle persone.
Ho pensato, mentre li ascoltavo, a come certi conflitti europei abbiano la strana proprietà di diventare invisibili. La Bosnia è geograficamente vicina come un’isola del Tirreno. Eppure, sembra lontana come un altro continente. Le difficoltà per i giovani bosniaci permangono. Il sistema istituzionale ereditato non basta più. O forse non è mai bastato davvero. Finché lo stato delle cose rimarrà tale, non resta che unire ciò che altri hanno diviso. Il che mi ricorda quella bellissima e ormai desueta frase che si diceva ai matrimoni: non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito.
È un problema europeo, non solo balcanico. Così che ogni volta che in Europa si discute di allargamento verso Est o verso Sud, quella faglia riapre. Forse sono troppi i morti. Troppo il sangue versato perché il breve tempo trascorso possa esser bastato.
Il vino scelto per la serata è stato Massimo Crippa a selezionarlo. la scelta racconta di per sé una storia. Massimo è la terza generazione di osti della famiglia Crippa. Dal 1946 in questo angolo di Roma. Quando sceglie un vino lo fa come si sceglie un interlocutore per una conversazione importante: deve avere qualcosa da dire. Come un enotecaro di un tempo.
Andreis 2021 — Vinas Mora, Primošten, Dalmazia 75% Babić, 25% Plavac Mali
Il nome viene da un castello del Cinquecento, il Forte Andreis, che proteggeva la regione dall’invasione ottomana. C’è già nella storia del nome tutto quello che serve: la memoria, la resistenza, la sopravvivenza di un territorio attraverso secoli di pressioni esterne. Il Babić è un vitigno autoctono della Dalmazia settentrionale, tradizionalmente presente nei vigneti di Šibenik e Primošten, dove è coltivato da duemila anni, come testimoniano i testamenti dei tempi antichi. Un vitigno che non conosce grandi platee e non ha il carisma da palcoscenico del Nebbiolo o del Sangiovese, ma che ha in se qualcosa di prezioso: conserva bene la sua acidità così che i vini siano più vivaci rispetto al Plavac Mali suo parente stretto.
Vinas Mora nasce durante il Covid, quando Kreso Petrekovic, già fondatore di un’altra cantina nella zona di Spalato, decide di salvare una cooperativa locale quasi abbandonata insieme a Neno e Niko Dukan, riportando in vita una tradizione viticola che rischiava di scomparire. Una storia di recupero. Di radici ritenute perdute che invece resistevano sotto la pietra calcarea.
L’Andreis 2022, nelle sue versioni successive simile al 2021, è un rosso profondo, salino, di notevole tessitura, che porta nel suo DNA la mineralità della pietra, la freschezza del mare, la forza di chi lo coltiva. Come il castello che proteggeva la regione, questo vino custodisce la tradizione guardando al futuro, senza perdere di vista la terra che lo sostiene.
Nel bicchiere, quella sera, aveva profumi di ciliegia scura e prugna, un tocco speziato che non sopraffaceva, una sapidità marina che arrivava sul finale come un’onda bassa. Si beveva pensando al paesaggio che lo aveva generato: le terrazze in pietra a secco di Primošten, che sono così belle e così particolari da essere candidate, con quei muretti chiamati pizzo di pietra, al patrimonio UNESCO. Un vino che aveva il carattere di chi abita una costa battuta dal vento e non si lamenta.
C’è una domanda che mi giro e rigiro, in queste serate dove il vino e la storia si incrociano. Il vino può essere strumento di pace? O è solo una metafora comoda, una narrazione rassicurante che usiamo per non affrontare le questioni più dure?
Non lo so con certezza. Ma so che quella sera, a due passi da Palazzo Farnese, il vino della Dalmazia versato nelle coppe romane creava qualcosa di reale: uno spazio di attenzione. Un rallentamento. Le parole di Ziliotto sul fallimento degli accordi di Dayton come sistema costituzionale arrivavano con più forza perché si era in un posto bello, con qualcosa di buono da bere, e si era lì per scelta, non per obbligo. Il vino aveva fatto il suo lavoro: aveva tolto le difese.
A distanza di trent’anni, Dayton rimane il fondamento costituzionale della Bosnia Erzegovina, ma non ha appianato le divergenze. Alcune questioni rimangono tuttora irrisolte. Le etnie sono ancora separate, gli alfabeti diversi, la corruzione sistemica. Oltre un milione di persone hanno lasciato il paese. Il libro di Ziliotto non è comunque nichilista. È un libro coraggioso, nato sul campo, che cerca nel presente e nel futuro qualcosa che valga la pena di difendere.
Come i vigneti di Primošten sulle rocce calcaree. Come una cooperativa che qualcuno ha deciso di non lasciare morire.
Fuori dall’Angolo Divino era già buio e Campo de’ Fiori non poteva che piena di quella confusione serale che mi piace: turisti, studenti, odore di fritto. Ho pensato come l’Adriatico, quel mare stretto che abbiamo sempre considerato un confine sia in realtà un corridoio. Un passaggio tra civiltà che si sono mescolate per secoli prima di dividersi con le guerre.
Allora, certi vini, quelli che nascono da vitigni millenari su terre difficili, quelli che portano nel nome la storia di un castello e la memoria di chi ha resistito, ecco, quelli sono forse la forma più onesta di diplomazia culturale. Non perché risolvano qualcosa. Ma perché aprono una porta.
E una porta aperta, a volte, è già tutto.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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3 Aprile, 2026
I vini rosé di Costaripa brindano all’incontro con il grande cinema
The Drama – Un segreto è per sempre: anteprima italiana
Ci sono linguaggi che, pur nascendo lontani, condividono la stessa capacità di emozionare. Il cinema e i vini rosé d’eccellenza parlano entrambi di attesa, di aspettative, di rivelazione: costruiscono storie, le fanno evolvere e le affidano al tempo, lasciando che siano i dettagli a emergere, poco alla volta. Come in un film, anche in un calice d’autore ogni sfumatura rosé contribuisce a creare profondità, ogni nota apre a nuove interpretazioni.
È in questo dialogo naturale che si è svolta l’anteprima italiana di The Drama – Un segreto è per sempre, dove l’esperienza cinematografica si è intrecciata con quella enologica in un racconto capace di coinvolgere tutti i sensi.
Presso il Cinema Adriano di Roma, la serata si è aperta con un brindisi affidato alle bollicine del Mattia Vezzola Rosé, metodo classico che ha accompagnato, insieme al Costaripa RosaMara 2025, i primi momenti dell’evento come un’ouverture raffinata. Vini che dal 1928 rappresentano l’eleganza inarrivabile del Lago di Garda. Un inizio che ha richiamato il ritmo stesso del cinema: fatto di attese, suspence, che si svelano con decisione, preparando il pubblico a entrare nel racconto.
Il vino rosé di Costaripa è diventato così parte integrante della narrazione: un’esperienza parallela capace di amplificare emozioni e suggestioni, creando un ponte diretto tra ciò che accade sullo schermo e ciò che si vive nel brindisi.
In questo contesto si è alzato il sipario su I Wonder Pictures che ha presentato il film The Drama – Un segreto è per sempre, commedia romantica dai risvolti inattesi che segna il primo incontro sul grande schermo tra Zendaya — già protagonista di Spider-Man: No Way Home e Challengers — e Robert Pattinson, noto per i suoi ruoli in Tenet, The Batman e nella saga Twilight.
Diretti da Kristoffer Borgli, i due interpretano Emma e Charlie, una coppia affiatata che, nel pieno dei preparativi per il matrimonio, vede incrinarsi le proprie certezze a causa di un segreto capace di ridefinire ogni equilibrio. Un racconto che gioca con le sfumature delle relazioni, proprio come accade in un grande vino di Costaripa, dove ogni nota contribuisce a costruire carattere, complessità e profondità.
Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, The Drama – Un segreto è per sempre arriverà nelle sale l’1 aprile 2026, anticipando l’uscita americana.
Un incontro, quello tra cinema e vino, che ha celebrato la stessa essenza: la capacità di raccontare storie che restano.
La Redazione
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3 Aprile, 2026
Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici
C’è un’Emilia che non finisce mai sui libri di tendenza enologica. Non quella dei Barolo e dei Brunello, non quella dei grandi nomi che campeggiano sulle guide come insegne al neon. C’è un’Emilia di pianura, bassa e nebbiosa, fatta di strade provinciali che tagliano dritto tra i campi, di autogrill aperti di notte e di canzoni che escono dal finestrino dell’auto come confessioni. È l’Emilia di Ligabue, quella di Correggio e non è un caso che la stessa città abbia generato il cantore più autentico della provincia operaia e una cantina che sa di radici, di sfida e di futuro.
Ligabue lo sapeva bene. Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è. È una di quelle frasi che non hai bisogno di spiegare se sei nato in queste zone. La Pianura Padana ha questa capacità strana di trasformarsi di notte, di diventare altro, di aprire spazi che la luce del giorno chiude. E in queste stesse notti, qualcuno in quelle campagne pensava ai vigneti di famiglia, a cosa fare con quello che aveva ricevuto in eredità, a come trasformare un peso in un progetto.
Elena Messori aveva venticinque anni quando ha preso in mano la Cantina Messori.
Non è un dettaglio secondario. A venticinque anni si è ancora fatti di desiderio più che di prudenza, di visione più che di calcolo. E ci vuole esattamente quella temperatura interiore per fare quello che Elena ha fatto: rompere con un modello consolidato. Le cooperative e quel binario sicuro di chi mette il vino in un sistema e aspetta. Scegliere invece la strada più difficile, quella della bottiglia propria, del vino identitario, del racconto di sé attraverso il territorio, non è facile. Ma se sei una ragazza sveglia, con una laurea alla Bocconi in tasca, esperienze all’estero e tanta ma tanta voglia di far bene, forse è la cosa più naturale. O forse è l’unica strada possibile. Anche se per tornare a Correggio ci vuole coraggio. Non tanto perché sia un brutto posto, tutt’altro. È che la dimensione non è quella di chi ha visto e pensato in scala cosmopolita. In grandi città del mondo.
Correggio è uno di quei grandi paesoni dell’Emilia.
Al vertice del triangolo che collega Reggio Emilia a Modena. Tutta pianura attraversata da quelle strade che sembrano non finire mai eppoi, ad un certo punto, svoltano con una curva che non ti aspettavi. Una vita che scorre lenta e forse senza tanti scossoni.
Piccola città già vista
Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo. Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse. Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona. Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo. L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro. Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma. Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è. E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia. Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini. Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno. Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre. C’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo. I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te. Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma. Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé. Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo. Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse. Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona. Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo. L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro. Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma. Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è. E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia. Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini. Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno. Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre. C’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo. I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te. Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma. Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé. Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Aprile, 2026
Il Brut non è uno spumante. I vini di Luca Leggero e l'insaccato di Villareggia
Sabato 28 Marzo 2026 presso la Cantina Luca Leggero Villareggia si è svolta, in occasione della Sagra del Brut di Villareggia, una Grande Masterclass: Il Brut non è uno Spumante. Un tavolo di degustazione e di approfondimento sui vini della Cantina Luca Leggero e sulla valorizzazione del Brut, tipico insaccato Villareggese.
La determinazione del Comune di Villareggia, Proloco di Villareggia, del suo Sindaco Fabrizio Salono e della Cantina Luca Leggero, in collaborazione e sinergia con il Distretto del Cibo e del Vino del Mombarone, Serra e Naviglio d’Ivrea, ha reso possibile la realizzazione di un grande evento enogastronomico alla presenza dei più importanti esponenti delle principali Associazioni del Vino Piemontese (e quindi Nazionale): AIS (Associazione Italiana Sommelier) – ASPI (Associazione Sommellerie Professionale Italiana) – FISAR (Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori) – ONAV
(Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino) Per la parte dedicata alla disamina, approfondimento e valorizzazione del salume tipico Villareggese, presenti anche ONAS (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Salumi) e SLOWFOOD. I relatori d’eccellenza:
– Antonio Dacomo, Mastro Sommelier, già campione italiano sommelier 1992, per ASPI
– Leonardo Porcu, Esperto Assaggiatore Vice Delegato, per ONAV Torino
– Luciana Piubello, Esperta Assaggiatrice Vice Delegata, per ONAV Chivasso
– Massimo Bignardi, Vicepresidente Regionale SLOWFOOD
– Mauro Carosso, Presidente AIS Piemonte
– Roberta Poloniato, Docente e rappresentante FISAR Torino
– Sara Valentino, Esperta Assaggiatrice per ONAS Durante la disamina dei 5 vini proposti da Luca Leggero, Erbaluce di Caluso DOCG Turciaura – Erbaluce di Caluso DOCG Rend Nen – Langhe DOC Dolcetto Retrò –Canavese DOC Nebbiolo La Vila – Canavese DOC Nebbiolo Maura Nen, si sono affiancati 5 assaggi di Brut di Villareggia in diverse forme, da quella più tradizionale, tal quale, verso forme più elaborate, frutto del lavoro di sperimentazione e valorizzazione di questi ultimi anni, come il Brut in salsa verde, frittata con il Brut, risotto al Brut e per concludere, Brut fritto. In un clima disteso e gioviale gli ospiti e i relatori si sono quindi cimentati anche nell’assaggio e nell’abbinabilità di questi piatti con i vini proposti. Luca Leggero, titolare dell’omonima Cantina di Villareggia. È stato davvero un grande onore. Abbiamo ospitato un vero e proprio Concilio Ecumenico del Vino e del Cibo Piemontese, e quando diciamo piemontese automaticamente diciamo Nazionale e addirittura Mondiale, se pensiamo all’eccellenza che dimostra nel mondo la nostra Regione in questi ambiti. E in particolar modo per il Vino sono orgoglioso di aver ospitato una così straordinaria comunione di intenti tra le diverse Associazioni che hanno aderito con così grande piacere all’iniziativa. Una grande rarità vedere sullo stesso palcoscenico i diversi esponenti della Sommellerie e del Vino piemontese. Proprio in questo periodo nel quale il mondo del vino è stato così duramente colpito da diversi attacchi e su molteplici fronti, questa grande unità è la più importante ed elevata risposta che il mondo del vino possa dare. Fabrizio Salono, Sindaco di Villareggia Una grande emozione. La manifestazione ha avuto un enorme successo. Ha vinto il territorio e l’eccellenza locale. Abbiamo voluto fortemente realizzare questo evento. Questo successo è merito di tutti, nondimeno anche della nostra Proloco che ha aiutato nella preparazione dei piatti a base di Brut di Villareggia. Questa determinazione e questo successo di quest’anno dovranno servirci come base solida per riproporre eventi di questa caratura anche nei prossimi anni. Daniele Gianetto, Presidente della Proloco di Villareggia Ringraziamo tutti i Villareggesi facenti parte della nostra Proloco. Un’organizzazione di amici e volontari, ed è solo grazie a loro se queste tradizioni e il nostro patrimonio culturale può rimanere custodito e tramandato nel tempo alle prossime generazioni Tra gli ospiti giunti per celebrare quest’evento anche Massimo Ceresole, Segretario di Zona Coldiretti e Rappresentante del Distretto de Cibo e del Vino, Corrado Scapino, Presidente dell’Enoteca Regionale dei Vini della Provincia di Torino, Lorenzo Labriot, Delegato AIS Canavese, Luca Lisco, Sindaco di Moncrivello, Antonio Magnone, Sindaco di Rondissone, Antonella Pasquale, Sindaco di Borgomasino. La Redazione
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(Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino) Per la parte dedicata alla disamina, approfondimento e valorizzazione del salume tipico Villareggese, presenti anche ONAS (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Salumi) e SLOWFOOD. I relatori d’eccellenza:
– Antonio Dacomo, Mastro Sommelier, già campione italiano sommelier 1992, per ASPI
– Leonardo Porcu, Esperto Assaggiatore Vice Delegato, per ONAV Torino
– Luciana Piubello, Esperta Assaggiatrice Vice Delegata, per ONAV Chivasso
– Massimo Bignardi, Vicepresidente Regionale SLOWFOOD
– Mauro Carosso, Presidente AIS Piemonte
– Roberta Poloniato, Docente e rappresentante FISAR Torino
– Sara Valentino, Esperta Assaggiatrice per ONAS Durante la disamina dei 5 vini proposti da Luca Leggero, Erbaluce di Caluso DOCG Turciaura – Erbaluce di Caluso DOCG Rend Nen – Langhe DOC Dolcetto Retrò –Canavese DOC Nebbiolo La Vila – Canavese DOC Nebbiolo Maura Nen, si sono affiancati 5 assaggi di Brut di Villareggia in diverse forme, da quella più tradizionale, tal quale, verso forme più elaborate, frutto del lavoro di sperimentazione e valorizzazione di questi ultimi anni, come il Brut in salsa verde, frittata con il Brut, risotto al Brut e per concludere, Brut fritto. In un clima disteso e gioviale gli ospiti e i relatori si sono quindi cimentati anche nell’assaggio e nell’abbinabilità di questi piatti con i vini proposti. Luca Leggero, titolare dell’omonima Cantina di Villareggia. È stato davvero un grande onore. Abbiamo ospitato un vero e proprio Concilio Ecumenico del Vino e del Cibo Piemontese, e quando diciamo piemontese automaticamente diciamo Nazionale e addirittura Mondiale, se pensiamo all’eccellenza che dimostra nel mondo la nostra Regione in questi ambiti. E in particolar modo per il Vino sono orgoglioso di aver ospitato una così straordinaria comunione di intenti tra le diverse Associazioni che hanno aderito con così grande piacere all’iniziativa. Una grande rarità vedere sullo stesso palcoscenico i diversi esponenti della Sommellerie e del Vino piemontese. Proprio in questo periodo nel quale il mondo del vino è stato così duramente colpito da diversi attacchi e su molteplici fronti, questa grande unità è la più importante ed elevata risposta che il mondo del vino possa dare. Fabrizio Salono, Sindaco di Villareggia Una grande emozione. La manifestazione ha avuto un enorme successo. Ha vinto il territorio e l’eccellenza locale. Abbiamo voluto fortemente realizzare questo evento. Questo successo è merito di tutti, nondimeno anche della nostra Proloco che ha aiutato nella preparazione dei piatti a base di Brut di Villareggia. Questa determinazione e questo successo di quest’anno dovranno servirci come base solida per riproporre eventi di questa caratura anche nei prossimi anni. Daniele Gianetto, Presidente della Proloco di Villareggia Ringraziamo tutti i Villareggesi facenti parte della nostra Proloco. Un’organizzazione di amici e volontari, ed è solo grazie a loro se queste tradizioni e il nostro patrimonio culturale può rimanere custodito e tramandato nel tempo alle prossime generazioni Tra gli ospiti giunti per celebrare quest’evento anche Massimo Ceresole, Segretario di Zona Coldiretti e Rappresentante del Distretto de Cibo e del Vino, Corrado Scapino, Presidente dell’Enoteca Regionale dei Vini della Provincia di Torino, Lorenzo Labriot, Delegato AIS Canavese, Luca Lisco, Sindaco di Moncrivello, Antonio Magnone, Sindaco di Rondissone, Antonella Pasquale, Sindaco di Borgomasino. La Redazione
2 Aprile, 2026
Querce Bettina presenta la nuova immagine del Brunello di Montalcino DOCG
Querce Bettina presenta la nuova immagine del suo iconico Brunello di Montalcino DOCG, segnando un ulteriore passo nel percorso di sviluppo della Cantina, recentemente entrata a far parte del gruppo La Faretra. La nuova veste grafica, con etichetta e logo Querce Bettina completamente rinnovati, esprime un equilibrio tra modernità ed eleganza, valorizzando al tempo stesso l’identità territoriale del brand.
Raffinatezza ed essenzialità per una nuova identità visiva
L’etichetta si caratterizza per un colore sabbia naturale, un tono caldo e neutro che evoca la terra e il legame profondo con il territorio. Il layout minimalista, con spazi ben calibrati e una tipografia raffinata, valorizza la leggibilità e comunica una sobria eleganza. Al centro spicca il nuovo logo Querce Bettina, una “Q” stilizzata trasformata in un emblema distintivo, accompagnata da un tratto grafico sinuoso che richiama le colline e i filari dei vigneti, evocando il paesaggio di Montalcino e il profondo legame tra vino e territorio.
L’impegno verso un’agricoltura biologica e sostenibile
Querce Bettina adotta i principi dell’agricoltura biologica e segue il protocollo Biopass, un sistema di controllo rigoroso sviluppato in collaborazione con il team SATA (Studio Agronomico Tecnico Associato), realtà specializzata nella consulenza agronomica e nel monitoraggio scientifico della filiera, e le università di Milano, Brescia e San Michele all’Adige. Questo protocollo permette un monitoraggio attento della vitalità dei suoli, della biodiversità e della tracciabilità della filiera produttiva.
La qualità dei terreni è valutata attraverso analisi visive (VSA) e biologiche (QBS), mentre ogni intervento agronomico è progettato per rispettare i cicli naturali, preservando fertilità, vita microbica ed equilibrio ecosistemico. Siepi e fioriture spontanee completano questo approccio, favorendo la biodiversità e contribuendo a una filiera etica, trasparente e rispettosa dell’ambiente.
Il Brunello di Montalcino: espressione autentica del territorio
Prodotto dalla storica Vigna Alta, situata a circa 450 metri di altitudine sulle colline a sud-ovest di Montalcino, il Brunello di Montalcino DOCG Querce Bettina nasce da uve Sangiovese Grosso coltivate con metodi biologici e raccolte a mano in perfetta maturazione.
Nella vinificazione le uve diraspate e non pigiate iniziano la fermentazione ad acino intero in botti e barrique di rovere. Follature manuali e rimontaggi si alternano durante il periodo di macerazione per circa 20-25 giorni. Matura 24 mesi in botti di rovere e barrique seguita da almeno 8 mesi in bottiglia. Al naso offre profumi di ciliegia matura, prugna, violetta appassita e spezie dolci, con sentori balsamici e di sottobosco.
Al palato è armonico, ampio e persistente, con tannini eleganti e una fresca mineralità che bilancia la struttura, tipica dei terreni calcarei della vigna. Un vino di raffinata classicità, ideale in abbinamento a carni rosse alla brace, preparazioni brasate e formaggi stagionati, che esprime pienamente il carattere autentico di Montalcino e la filosofia produttiva di Querce Bettina, ora rafforzata da una identità visiva più contemporanea.
Disponibile in enoteca e Ho.Re.Ca. – prezzo consigliato al pubblico: € 57,50
La Redazione
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2 Aprile, 2026
VINI SELVAGGI 2026. L'indipendenza dei vini naturali sbarca a Roma
IL COSA E IL DOVE
Gli ampi spazi del SAN PAOLO DISTRICT di Roma hanno ospitato anche quest’anno VINI SELVAGGI, la Fiera dei Vignaioli Indipendenti e del vino naturale giunta ormai alla sesta Edizione.
Oltre 140 le Aziende presenti, a rappresentare un’Italia e un’Europa molto attente alla sostenibilità e a quell’approccio a “interventi zero” che se da una parte sottolinea una visione “conservativa” del Pianeta dall’altro sembra ancora voler cavalcare una “moda” del momento proponendo certi vini ad un certo pubblico.
GLI ASSAGGI
140 Aziende…immaginate quante etichette!
Impossibile pensare non solo di poter assaggiare tutto, ma anche solo di poter tornare a casa avendo una visione d’insieme di quanto proposto.
C’ero andato preparato, con la mia bella “road map” di assaggi in tasca ma, come nella migliore tradizione, mi sono perso praticamente subito e, fatto carta straccia della programmazione, ho deciso lasciarmi condurre dal fato (o quasi).
Ho dunque zigzagato seguendo il sentiero sconnesso segnato dai tavoli meno affollati e, tra gli oltre centocinquanta vini assaggiati ho selezionato venti etichette che mi permetto di segnalare alla Vostra attenzione.
Venti vini in cui Vi invito a ficcare personalmente il naso per capire quanti passi avanti si siano fatti negli ultimi anni in termini di Qualità e di quali tesori si celino là dove, troppo spesso per partito preso, non si va a curiosare.
QUELLI DA NOVANTA
– COLLIO DOC BIANCO 2023, EDI KEBER (FRIULI VENEZIA GIULIA): quasi tutto Tocai (Friulano chiamatelo Voi), fresco di timo ed erbe officinali mostra tutta la sostanza e il calore della frutta tropicale (mannaggia), della mela golden, degli agrumi canditi e della cera d’api mentre una spada calcarea mena fendenti minerali a sfalciare amaritudini di genziana e tarassaco.
Il sorso è un inno alla gioia, un tripudio tropicale che nel mio immaginario è stonatura ma che si accorda magicamente con la rigorosa mineralità del mare sepolto e che un’acidità rivoluzionaria sembra voler allungare all’infinito.
Retroceder nunca, rendirse jamás!
Gli darei 91+ Punti ma quel tropicale…quindi uno di meno: 90+
– KAKOVOSTNO VINO ZGP “BRDA” MEDANA 1ER CLASSE 2022, KRISTIAN KEBER (SLOVENIA): quasi tutta Ribolla, a macerare con il raspo perché nulla si perda di quanto la pianta estrae dalla terra, interventi zero, botte grande, cemento, bottiglia, bicchiere…
Un vino che Vi guarda da dentro e Vi propone albicocca e nespola, erbe di campo, pompelmo (rosa), sapidità minerale, terragna, che quasi fatica a staccarsi dalla terra che lo ha generato.
Il sorso è teso, i tannini una carezza fatta con guanto di crine, l’acidità spiccata ma domata con sapienza da albicocca disidratata, miele d’acacia e burro, pepe bianco, erbe aromatiche e anice sono impunture tra imprecazioni e inciampi di pietre di cui è lastricato l’allungo.
Un vino per chi crede che si debba credere ai sogni.
91 Punti.
p.s. due vini che parlano con una voce sola, gemelli diversi di un Territorio unico che l’uomo ha provato a dividere con una linea immaginaria ma che la natura ha riconquistato a suon di identità e di una Storia lunga cinquantaseimilionidianni.
Due vini per due Cantine, una a Est, l’altra “più a Est”.
– COLLIO DOC BIANCO “PONKA SVN” 2022 RISERVA, PARASCHOS (FRIULI VENEZIA GIULIA): un nome di fantasia che è profonda realtà, mare di pietra e simbolo di un Territorio che non vuole confini.
Al naso propone una ridda di profumi che vanno dalla pesca matura allo zenzero, dall’albicocca candita alle erbe aromatiche, dal mango alla resina, dallo iodio al marzapane, dalla cera alla liquirizia, alla noce moscata, alla frutta secca…il tutto con una profonda mineralità a fare da cemento.
In bocca ha sostanza da vendere ma spicca per freschezza, spinge sulla frutta, intriga con un appena di fumé ma vince con quelle note intriganti di sambuco e agrume, di quasi peperone e poi il sale, i tannini…traditori!
Complesso?
Boh? Se cercare di capire dove finisce il mare che era e inizia quello che è, di separare la pietra dal frutto significa complessità…
Si, è complesso.
90 Punti.
– VINO ROSSO “CUBA” 2019, VITICOLA MEREU (SARDEGNA): tipico taglio Mandrolisai (Monica, Cannonau e Muristellu) che al naso sfodera l’arma di una inattesa, profonda balsamicità fatta di eucalipto e tè.
Un profondo respiro che lo fa apparire superGGiovane e che introduce le dense, cupe grassezze dei frutti neri maturi, degli intrichi di mirto, il graffiare della corteccia, pietrisco nelle scarpe…
A far da legante una nota rustica, appena brettata (o di ricercata e spalleggiata riduzione) che firma l’olfatto e rende il vino maledettamente “umano”.
In bocca è la trama tannica ruvida ma ben tessuta a condurre l’assaggio separando come setaccio le more dai rovi, le bacche di mirto da quelle di ginepro, le erbe amare dai cespugli.
Un vino per chiacchierare, un vino per ricordare, un vino per augurare.
90 Punti (forse).
– ROMANGIA IGT BIANCO “DETTORI BIANCO” 2024, DETTORI (SARDEGNA): un Vermentino complesso che sa mixare con sapienza freschezze di agrume amaro a grasse dolcezze di frutta disidratata, che blendizza cupe resine boschive con leggiadre delicatezze di camomilla, l’orientale ancheggiare delle spezie con la ruvida realtà del granito.
Il sorso sorprende con un inatteso, sottaciuto incipit, un ingresso in bocca fatto di morbidezze che è tranello teso per celare una inarrestabile progressione di freschezza e sostanza sostenuta da una sapidità marina di panoramica ampiezza.
90+ Punti.
– CARSO, KRAS, KARST ZGP “VALERIJA” VINO CUVÉE 2014, EMIL TAVČAR (SLOVENIA): una annata infame, una bottiglia “fiftyfifty” di Malvasia e VItovska, di fumo e tabacco, di pensieri, parole, opere (e omissioni)…
Un vino che in bocca mostra un’acidità che solo gli anni sembra riescano a bilanciare.
Niente solfiti (ma proprio ZZero!), dodicigradiemezzo di pura sostanza che strizzano l’occhio al caramello salato e tolgono le parole di bocca.
Un vino di cui non voglio scrivere, perché voglio che siate spazio bianco sulla mappa quando lo assaggerete.
91 Punti.
– KRAS ZGP VITOVSKA 2015, EMIL TAVČAR (SLOVENIA): ci voleva Emil per farmi scoprire che Dutovlije non è solo RENČEL ma un intero universo, un caleidoscopio di realtà a tessere un territorio duro che le vecchie garitte a guardia di un confine tracciato solo dall’uomo sembrano voler, ancora e inutilmente, tenere “dall’altra parte”.
Qui e zona di “bianchi” e questa Vitovska “in stato di grazia” non dà voce solo al Territorio e alla Storia ma esprime anche le capacità tecniche di chi ha messo in bottiglia un capolavoro del genere.
L’olfatto è vasto e accecante di sole come solo il Carso sa essere, dura come le pietre aguzze sferzate da una burja che porta con sè salvia e menta, profonda come il sale di miniera, grassa di burro, dolce di pere mature, albicocca e agrumi canditi.
In chiusura una mineralità gessosa e note orientali di sandalo introducono un sorso scarno, essenziale, che subito sa di sale grosso e amaritudini di salvia e liquirizia ma che pian piano si apre a eleganze di frutto maturo e zenzero con quella mandorla che…
Un vino per dividere questo dagli altri, da cui sembra impossibile separarsi e che ci lascia un bruscamente, come porta chiusa in faccia da una donna indimenticabile.
Un vino che racconta di una vita.
94 Punti (forse 95).
Da bere ascoltando “SUZANNE” di MARK RONSON e RAYE.
– CARSO, KRAS, KARST ZGP MALVAZIJA 2020, EMIL TAVČAR (SLOVENIA): da una annata molto difficile un vino che mostra una freschezza sopra le righe sin da quando avvicinate il calice al naso; menta, rosmarino, pietra…essenziale.
Poi si lascia andare, solare di ginestra e camomilla, succosa di mandarino, calda di fieno, scherza, moscateggiando, su note di acino maturo.
Poi di nuovo calcare tagliente a introdurre un sorso che lo sottolinea più volte prima di sciogliersi in dolcezze fruttate di mela golden e mango e allungarsi su terziari di miele e soffi eterei.
Freschezza e concentrazione come l’alfa e l’omega, lo ying e lo yang.
Un vino da cercare.
90 Punti.
p.s. c’erano in degustazione anche le annate 2021 (esemplare, didattica ma davvero TROPPO giovane), 2018(chardoneggiante, grassa e sincopata nel proporre mineralità salina, cioccolato bianco, agrume e ancora sale che ha sfiorato i 90 Punti) e la 2019 (davvero molto elegante ma forse un po’ troppo diplomatica nel suo cercare di far andare d’accordo la 2018 con la 2020; il “Ponzio Pilato” delle Malvasie).
– CARSO, KRAS, KARST ZGP TERRANO “VLKOVIN” 2015, EMIL TAVČAR (SLOVENIA): Terrano (ma con una “R” sola come si dice da queste parti), paladino rustico di un Territorio unico, Brancaleone da Norcia delle rocce inciampabili di questo “di là” dal confine che per i vecchi come me è ancora “Jugo”.
Viti che affondano le radici nella terra sin dalla pausa tra le due Guerre, un vino autentico e profondo, scuro di boschi e frutti maturi, scontroso di foglie umide, erba fresca, terrosa mineralità, spezie…
Il sorso è diretto, scontroso sulle prime, quasi arrabbiato per essere stato cacciato dall’osmiza per una complessità che vuole parole più che risate, tannini decisi ma non sgarbati, mineralità sopra le righe, freschezza dritta e a doppio filo e chiusura materica, tangibile in cui la terra ruvida sposa il calore del cioccolato.
90 Punti (forse ci starebbe bene un – ma per una volta voglio essere di manica larga).
I QUASIQUASI
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC FRIULANO 2022, STROPPOLATINI (FRIULI VENEZIA GIULIA): un Tocai che, nei profumi, ricorda quelli di quando ero piccolo.
Semplicità di fiori di campo, grassezze di frutto maturo…una sferzata di zest di limone, l’amaricante freschezza da timo e della mandorla fresca…
In bocca la freschezza non manca ma è la sapidità a guidare le danze rendendo dinamico un sorso che la sostanza glicerica altrimenti appesantirebbe e governando il lungo e convincente finale.
89- Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC BIANCO “HONESTA MISSIO” 2019, STROPPOLATINI (FRIULI VENEZIA GIULIA): da un clone bordolese arrivato in Friuli nell’800, un Sauvignon dimentico del bosso e lontano anni luce dai profumi troppo spesso urlati.
Quasi schivo (d’altra parte siamo in Friuli) ci tiene a sottolineare il frutto estivo, maturo, tropicale (ahimé), il giallo della ginestra e una vegetalità sottesa che ravviva l’olfatto.
L’assaggio è ricco e cremoso, generoso nel raccontare di frutti esotici (anche disidratati), di pera e miele, più stringato nel dire delle erbe amare, garbatamente fresco, mai sopra le righe, in un mondo di “tutto e subito” spinge all’attenzione e lascia che lo sguardo si posi lontano.
88++ Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SCHIOPPETTINO 2019, STROPPOLATINI (FRIULI VENEZIA GIULIA): olfatto complesso, ricco di chiaroscuri, luminoso come i gerani in fiore colpiti dal sole, cupo come le ombre del sottobosco, la grafite, i frutti neri maturi e quel pepe che qui è piglio e non urlo (forse più verde che nero).
E poi birbanti entrate a gamba tesa di timo, soffi balsamici…
In bocca mostra polso, non irruenza nel raccontare il frutto e si affida a un tannino montato a pelo dalla decisa sapidità per allungare un sorso che chiude tra peposità e ritorni di frutta.
Uno Schioppettino femminista più che femminile.
88 Punti.
– VINO BIANCO “WALDO” 2023, NIKOLAS JURETIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): Malvasia Istriana, Ribolla Gialla, Tocai (cuvée antica che oggi passa sotto il nome di “COLLIO BIANCO”) viti vecchie che da oltre un secolo affondano le radici nel mare preistorico del Monte Quarin, tutto quello che la pianta produce, acini e raspi, pigiato coi piedi, relegato in roveri grandi e stanchi…
Un naso elegante come sanno esserlo i contadini che si preparano per andare a messa, quella giacchetta di frutta secca, il cappello di albicocca matura…poi fiori (secchi ma non troppo), agrumi, mineralità terrosa…
Il sorso scorre leggero, vivo, accompagnato da un tannino leggero (insomma…poi neanche tanto) che gli corre a fianco e lo punzecchia, quella sottile peposità cementizia che fa apprezzare un frutto presente in pectore, che riempie la bocca stratificando l’assaggio su piani degni di una Divina Commedia illustrata da Gustave Doré e che a tratti sembra tingersi anche di rosso (sic).
E la chiusura graffia di sale e d’agrume, da far impallidire un Margarita…
Un vino buono (e scusate se è poco), un vino con un’anima.
89 Punti, forse di più.
– VINO BIANCO “MONT” 2023, NIKOLAS JURETIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): altro vino altra cuvée…
Questa volta Tocai, Malvasia Istriana e un saldo di Picolit rendono l’olfatto complesso, rivelando solare e terrosa mineralità, fieno maturo, speziati misteri d’Oriente, tropici fruttati, agrumi maturi e frutta secca, erbe aromatiche e una sottile nebbia di ridotta rusticità.
Il sorso, nella sua longilinea dinamica, mostra concentrazione e sostanza, riempie con il frutto e pulisce con la profonda sapidità…
Ce ne vuole un altro sorso.
88 Punti (con, forse, un – ).
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2023, VALLERIS (FRIULI VENEZIA GIULIA): un Pinot Grigio che blendizza frutta e vegetalità amaricanti nascondendo pompelmo rosa e arancia candita, albicocca e buccia di pesca dietro note di mughetto, anice, pepe bianco e cardamomo.
La mineralità collega e introduce un sorso sicuramente sapido ma dalla freschezza un po’ in affanno, che ripropone con più nerbo le note di frutta e chiude con un allungo amaricante e vegetale che sa di liquirizia e viticcio masticato.
Un bel vino frutto di un bel lavoro di recupero, è dura Ricominciare ma quando si hanno idee e capacità la strada è segnata.
88- – Punti e tanta fiducia.
– COLLIO DOC SAUVIGNON “JZB” 2022 RISERVA, PARASCHOS (FRIULI VENEZIA GIULIA): di potente ma non urlata aromaticità, manda avanti il mallo di noce per cercare di tenere a bada pera, arancia e gelsomino che però, fatto l’occhiolino alla salvia, si fanno largo a spallate e prendono possesso dell’olfatto.
Il sorso è l’arma totale; avvolgente, vive dell’indomita sapidità che lo governa e di una freschezza che, appena in difficoltà, trova un valido alleato nell’eucaliptica balsamicità e in quei tannini fitti che rendono reale e presente il giallo della frutta matura e candita e delle spezie.
Un Sauvignon per quei pochi che…
89+ Punti.
– VENEZIA GIULIA IGT “ORANGE ONE” 2021, PARASCHOS (FRIULI VENEZIA GIULIA): l’olfatto Vi precipita tra i sassi lasciando che resina, frutta gialla in confettura, fieno, frutta secca, scorza d’arancia, erbe aromatiche sembrino solo inciampi.
Il sorso ribalta il panorama olfattivo mettendo la sostanza al centro della scena, rendendo presente la frutta e atmosferica la mineralità
Materico, reale.
89 Punti.
p.s. Beh, forse avrei dovuto dirVi anche del “KAI MCL” 2023 RISERVA, del “NOT SVN” 2021 (che a un anno di distanza sembra aver trovato la propria dimensione), della RIBOLLA 2021…ma erano vini di cui Vi ho già detto molte volte e quindi…
Tocai, Ribolla Gialla e Malvasia tre vitigni una sola identità, espressione di tradizione e Cultura.
– ROMANGIA IGP BIANCO “18 SETTEMBRE” 2024, DETTORI (SARDEGNA): un Vermentino che si nutre di quanto portato dal maestrale, le note calde del fieno al sole e della frutta secca, il sale, il mare e la macchia mediterranea che lo osserva dall’alto, la resina dei boschi, la terra agitata in vortici polverosi, un chè di incenso che arriva da chissà dove…
In bocca è occhio del ciclone, quiete dopo e prima della tempesta, un alternarsi continuo di morbidezze di frutto maturo e candito e amaritudini di erbe, finocchietto selvatico e liquirizia.
Il finale è lungo, salato e amaricante, scandisce ricordi e spinge a pensare.
Molto probabilmente merita molto più degli 89—punti (e secondo me stacca di ruota il più noto fratello maggiore) ma qui, oggi, non c’è modo di assaggiare con cura.
Peccato.
– TOSCANA IGT ROSSO “DISSIDENTE” 2022, SAN DONATINO (TOSCANA): gemello diverso del “POGGIO AI MORI”, separato alla nascita da questo da commissioni di assaggio cui si ispirò Ken Kesey per scrivere “Qualcuno Volò sul nido del Cuculo”, mostra il Sangiovese nella sua forma più vera.
Spettinato, quasi lo avessimo svegliato di soprassalto e buttato giù dalla bottiglia, dimentica di infilarsi le pattine del frutto rosso e nero e inciampa in un intricato sottobosco di humus, terra umida, in una ferrosa mineralità che sa di sangue della terra, nelle erbe aromatiche.
Il sorso è forse il suo asso nella manica, l’arma vincente, un’affilata spada fresco sapida cui i tannini reggono il gioco, incoronandone la coerenza gusto-olfattiva ed eleggendolo a paladino del Sangiovese con la “S” Maiuscola.
Di rustica, troppo rustica eleganza occupa secondo me il posto che merita ai piedi del podio della Denominazione, ma questo ha importanza solo per quelli che credono che la Dominazione meriti un podio.
Un vino da mangiare, anche lontano dai pasti.
88- Punti.
– TOSCANA IGT ROSSO “ERETICO” 2020, SAN DONATINO (TOSCANA): un Cabernet che certo non gioca a nascondino con il varietale sbandierando freschezze di foglia di pomodoro più che di peperone e, vinoso, relega il frutto nero maturo e la succosa rusticità della marasca a ruolo di comprimari.
In bocca si mostra impettito, verticale, arrogante nella sua vegetale coerenza.
È però proprio in questa testardaggine che sta il suo limite, pecca un po’ in struttura e profondità (posto che siano caratteristiche che il Produttore ricercava) e quel suo voler essere “naturalmente rustico” me lo fa incasellare nella categoria di quei vini “troppo rustici” che possono piacermi un sacco ma anche no o forse “ni” come in questo caso.
86 Punti con un – che il + dell’arroganza va a pareggiare.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE agli Organizzatori per avermi voluto ospitare ancora una volta a un Evento che, seppur ancora tra luci ed ombre, è servito a far capire quale sia la strada ormai segnata lungo la quale si muove la gran parte delle produzioni cosiddette “naturali”.
Certo, qua e là ci sono ancora diverse “buche”, ma siamo ben distanti dal “sentiero accidentato” di qualche anno fa e, se da un lato comincia a essere evidente come i Produttori abbiano ben chiaro il percorso, ancora tanto lavoro sembra si debba fare per educare un pubblico di consumatori spesso ancora impreparato e bigotto.
E ovviamente GRAZIE anche a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di sopportarmi e quelli che, più fortunati, mi hanno visto solo passare davanti ai propri tavoli.
L’appuntamento con tutti e per una Edizione 2027 che invito anche Voi a mettere in agenda sin da ora
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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1 Aprile, 2026
IoVino. Un Club senza cancelli
Il filo più robusto non è quello che non si spezza, ma quello che lega senza costringere.
Il Filo e la Matassa
Le fiere del vino, nella loro grande tradizione, cercano quasi sempre un senso. Lo cercano con accanimento, lo invocano nei comunicati stampa, lo promettono nelle brochure patinate. Un filo conduttore, dicono. Qualcosa che tenga insieme bottiglie, produttori e visitatori in un racconto unitario. Eppure, spesso, quel filo è teso così forte che finisce per spezzarsi. Peggio ancora, per sembrare finto, posticcio, tirato apposta. E parla uno che di capelli ne ha pochi.
Poi arrivi a IoVino. E capisci che il filo conduttore non è stato progettato. È nato. Come nascono le cose vere: lentamente, ostinatamente, senza che nessuno se ne accorga fino a quando non è già diventato qualcosa di solido.
C’è una differenza tra un evento costruito e un evento che cresce. IoVino appartiene alla seconda categoria. È il tipo di manifestazione che non si spiega con un prospetto, ma si respira appena si varca la soglia.
Marche e Campania: Luce del Nord, Fuoco del Sud
Due regioni. Apparentemente lontane per carattere, per storia, per la diversa musica che parla nei loro vini. Le Marche al centro-nord della penisola, con i loro colli che scendono dolcemente verso l’Adriatico, con il Verdicchio che regna incontrastato, principe bianco capace di una profondità che sorprende chi lo incontra per la prima volta e continua a sorprendere chi lo conosce da decenni.
La Campania, al contrario, brucia. I suoi suoli vulcanici custodiscono un’ampelografia ancora integra, ancora capace di stupire. Il Fiano, la Falanghina, il Greco: vitigni che sono insieme radici e ali, che portano in sé la memoria di un’Italia che il vino lo faceva prima ancora di sapere che lo stava facendo.
Manilo Frattari, con la tenacia affettuosa di chi ha scelto una causa e vi si è dedicato con gioia, ha deciso che queste due regioni avevano qualcosa da dirsi. E ha creato lo spazio perché lo facessero.
IoVino non è una fiera tematica nel senso convenzionale. È una conversazione a più voci tra territori che sembrano distanti e che, davanti a un calice, scoprono di avere molto in comune. Il vitigno autoctono come lingua franca, come alfabeto condiviso.
Un Club Senza Cancelli
Quando si parla di IoVino, la parola che torna sempre, ossessivamente, tra le labbra di chi vi partecipa è una sola: amicizia. Non nel senso banale di un ambiente piacevole. Quello si trova in qualsiasi evento organizzato bene. Ma nel senso profondo, quasi strutturale, di una comunità che si è formata nel tempo e che ogni anno si ritrova.
È come una club house dove i soci arrivano già sapendo di chi è il sorriso che incontreranno, dove si cercano da una parte all’altra della sala, dove si assaggia il vino del vicino non per giudicarlo ma per capirlo, per confrontarsi, per imparare. E cosa rara, cosa stranissima per una club house, si parla bene del presidente del circolo.
Perché Manilo parla sempre delle «mie cantine» con una possessività che non è possesso. È appartenenza. È il modo di un uomo che ha costruito un alveo e che vede scorrere al suo interno l’acqua viva di produttori che hanno scelto di esserci, di tornare, di portare ogni anno qualcosa di nuovo accanto a qualcosa di consolidato.
Ci sono produttori che sono lì da tante edizioni. Li riconosci da come si muovono: a proprio agio, senza fretta, come chi è tornato a casa. E poi ci sono i nuovi. Quelli che guardano con occhi spalancati e imparano già solo stando in questa stanza. Anche loro, il prossimo anno, avranno quella stessa andatura familiare.
La Manifestazione Orizzontale e Verticale
IoVino ha una struttura intellettuale che vale la pena di osservare con attenzione. È una manifestazione che si può attraversare in due direzioni diverse, e ognuna rivela qualcosa di diverso.
In senso orizzontale, si va alla ricerca delle espressioni. Quanto può essere diverso il Verdicchio da Jesi rispetto a quello di Matelica? Come cambia il Fiano spostandosi dall’Irpinia al Cilento? Cosa accade alla Falanghina quando cambia il suolo sotto le radici? IoVino offre la mappa di queste variazioni, mette fianco a fianco le interpretazioni, permette di vedere come il terroir scriva la sua firma sui vitigni.
In senso verticale, si scende nel tempo. I produttori storici portano annate diverse, permettono di leggere il vitigno nel suo divenire, di capire come il carattere si forma nel corso degli anni, come la mineralità si affina, come l’acidità trova il suo equilibrio. È una degustazione che insegna, che costruisce una cultura.
Il consumatore, in questo scenario, ha la sensazione di essere uno spettatore privilegiato di qualcosa che avviene tra i produttori stessi. Non un cliente davanti a uno stand, ma un ospite ammesso a una conversazione che lo precede e che continuerà dopo di lui.
Il bianco non è soltanto freschezza. È pensiero, profondità, racconto. Questa intuizione, che Manilo ha inseguito da quel primo calice folgorante di Verdicchio e Fiano, è diventata la filosofia di un’intera manifestazione. Ed è raro, nel mondo del vino, trovare un evento che sia anche una tesi.
Manilo, Romina e l’Arte del Riconoscimento
Bisogna spendere una parola su Manilo Frattari. Non sull’organizzatore, che pure è eccellente. Ma sull’uomo. Sulla sua capacità, rara in qualsiasi campo, di creare uno spazio dove le persone si sentono riconosciute.
Quella di Manilo non è la leadership rumorosa di chi occupa la scena (anche se quest’anno lo si trovava con un microfono stile Non è la Rai!). È la leadership silenziosa di chi crea le condizioni perché la scena esista. Porta i produttori dentro una logica di comunione, di sviluppo condiviso. Non li espone: li valorizza. Non li presenta: li abbraccia. Con la gentilezza concreta di chi sa che dietro ogni bottiglia c’è una storia che merita rispetto.
Al suo fianco, Romina Lombardi, moglie e vera musa ispiratrice nonché spina dorsale dell’organizzazione. È lei, come Manilo stesso ha raccontato, ad aver acceso la scintilla di questa passione. Ed è lei che tiene insieme con grazia e determinazione tutto ciò che Manilo immagina con entusiasmo.
IoVino è anche questo: un progetto a due voci che suona come uno. Il tipo di armonia che non si costruisce in fretta, ma che quando arriva diventa il fondamento di tutto.
Cosa ho trovato di interessante a Io Vino
Partiamo da un vino che dovrebbe essere la fine di un pasto. Ogni tanto, partire dalla fine fa bene al cuore.
I vini di Corte Laureana sono incredibili. Non fosse altro perché si tratta di bollicine che vanno da quelle più semplici e ancestrali a metodi classici sempre prodotti con vitigni campani che solo un personaggio dotato di lucida follia come Paolo Serpico poteva concepire.
Però a Io Vino sono rimasto impressionato e colpito dal passito di Fiano La Resilienza. Colpito perché al naso e maggiormente in bocca mi ha fatto immediatamente ritornare a casa dei miei nonni ricordandomi dei fichi secchi che venivano messi al sole a seccare. Poi ce li mangiavamo con la nocciola dentro. E in bocca ho risentito tutto. Con quel tono quasi vegetale e mieloso di castagna. Quando un vino suscita emozioni non può che essere memorabile.
Raffaele Barbato Capasso produce metodo classico da Asprinio. E lo fa decisamente bene. Il suo brut millesimato è qualcosa di croccante e incredibile. Prodotto dalle alberate aversane e affinato in grotta. Dal calice si respira freschezza e complessità in grado di appagare il palato. Di lui ho anche scritto un articolo che troverete su WineTales.
Alabastra è la mano sarda sui vitigni campani. Lucia Pintore è sarda. Ed è esplosiva. Così come i suoi vini dei quali ho amato particolarmente la Falanghina perché unica e diversa da tutte le altre. Mi ha emozionato per i sentori floreali e della immancabile nocciola tostata ma soprattutto per una spiccata mineralità che in bocca si è trasformata in meraviglia. Morbidamente setosa che contrasta con la sapida e imponente freschezza Un senso di soddisfazione. Questo!
Umberto Gagliardi e la figlia Lara mi hanno portato nel loro mondo fatto di tanto Verdicchio di Matelica. Il Maccagnano in particolare mi ha esaltato già per un naso ampio e corposo che sa di frutta calda e minerali intensi. Sapido e con un corpo amaricante che il tempo non scalfisce. Rimane impresso come una lama. Fresco e dotato di quella intensità che non scordi.
Viconari è a Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno). Due soli vini ma due vini che si ricordano. In particolar Jone, il rosso da Montepulciano che ha tutto per essere un grande rosso. Ho assaggiato il 2023 e sarei curioso di assaggiarlo tra vent’anni perché sono certo mi stupirebbe ancora di più. Austero, verticale, unico.
Masseria Felicia è a Sessa Aurunca, sulla strada per Caserta. Ci passavo sempre da piccolo con i miei genitori. Ricordi, ricordi, tanti ricordi. Vincenzo Mercurio ha tanto da raccontare con l’entusiasmo che lo contraddistingue. Etichetta Bronzo è un rosso da Aglianico e Piedirosso che evidenzia tutto il territorio e la complessità dei suoi abitanti. La frutta al naso è matura grazie anche ad un lieve appassimento. In bocca è avviluppante, setoso, complesso, incredibile. Chapeau!
Francesco Campanelli è il titolare della Azienda Agricola Campanelli. La sua idea è recuperare piccoli terreni nel territorio dei Castelli di Jesi per generare veri e propri Cru. Il San Michele è uno di questi. Tanto floreale ed erbaceo che si innestano nella mandorla minerale così che la sapidità in bocca diventa cremosità. Pazzesco
Con Carlo Menale siamo ancora in Campania con le alberate dell’Asprinio. Vini che mi hanno riportato indietro nel tempo e con il Metodo Classico da Alberata si riesce a raggiungere un livello incredibile. Profumi intensi di agrumi ed erbe officinali per poi in bocca risultare sapido e persistenza. Una verticalità senza fronzoli che si apprezza e si continua a bere. Wow!
Bianchini e Rossetti è a Casale di Carinola, sempre sulla strada per casa di nonna. Qui il Falerno del Massico domina e meno male che ci sono aziende come queste che lo preservano. Il Bianco Mille880 (data di fondazione della azienda) è un blend di Falanghina (Campi Flegrei e Beneventana). Ne risulta un vino che spazia dagli agrumi campani alla frutta esotica per poi, in bocca, esplodere con la fresca sapidità tipica del vulcano. Intensamente buono.
La Lepre e la Luna è qualcosa a parte. Due ingegneri che si mettono a fare vino naturale a Montecassiano (Macerata). Una gamma pazzesca di vini realizzati in piccole, piccolissime quantità. Il Condotto è una Malvasia di Candia in anfora. Il colore ambrato lo rende caldo. I profumi di frutta secca avvolta nell’erba ne danno preziosità. Il sorso sapido e profondo lo rendono irresistibilmente intrigante. Intrigante, appunto!
Federico Mencaroni è a Corinaldo (Ancona). Un perfezionista della vigna e della cantina. Ho già pubblicato un post sul suo X, Metodo Classico con 10 anni di affinamento sui lieviti. Verdicchio ovviamente. Fantasticamente sapido e cicciotto. Imperdibile
Le Divinità è una giovane realtà di Atripalda (AV). Nemesi è il Greco di Tufo DOCG. Un colore che evidenzia grande limpidezza e pulizia quasi adamantina. Al naso emerge la mela verde emana un profumo preciso, teso, senza cedimenti sentimentali. Al palato la sapidità è il filo conduttore, quella mineralità sulfurea che i suoli tufacei irpini cedono lentamente alla radice, anno dopo anno, come un segreto tramandato. Persistente, fresco, asciutto nel finale. Un bianco che non tratta, non convince: si impone. Come Nemesi, appunto.
Ciò Che Rimane
Quando si esce da IoVino, non si porta via soltanto il ricordo di qualche calice interessante. Si porta via qualcosa di più difficile da nominare. Qualcosa che assomiglia a una fiducia rinnovata nel vino come strumento di incontro tra persone.
Le Marche con il loro Verdicchio dalle espressioni pazzesche, la Campania con il suo fuoco bianco fatto di Fiano, Falanghina e Greco, Aglianico, Asprinio: due regioni che ogni anno si siedono a questo tavolo immaginario e parlano. E noi siamo lì, ad ascoltare. Ad imparare. A bere, certo, ma soprattutto a capire che il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato. E per generare incontro.
Grazie, Manilo. Grazie, Romina. E grazie a tutti i produttori che ogni anno scelgono di tornare. Ma anche a quelli che per la prima volta hanno scelto di iniziare.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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1 Aprile, 2026
Il Consorzio Morellino di Scansano approva il bilancio: denominazione in crescita nel 2025
L’assemblea dei soci conferma la solidità del percorso intrapreso.
In un contesto toscano più prudente a inizio anno, la DOCG dimostra equilibrio strutturale e capacità di reazione. L’assemblea dei soci del Consorzio Morellino di Scansano ha approvato il bilancio consuntivo, confermando un andamento positivo della denominazione anche in uno scenario di mercato non semplice per il comparto vitivinicolo regionale e nazionale. Il Morellino di Scansano DOCG infatti chiude il 2025 con un incremento del +4%, un risultato che evidenzia la solidità della denominazione e la capacità di affrontare uno scenario mondiale articolato, mantenendo coerenza strategica e competitività sui mercati. Bernardo Guicciardini Calamai, il Presidente del Consorzio. L’approvazione del bilancio e il +4% con cui abbiamo archiviato il 2025 rappresentano un segnale concreto della vitalità del Morellino. Ancora più rilevante è la riduzione delle giacenze: oggi il sistema è più equilibrato e meno esposto a tensioni, ancora più pronto a cogliere le opportunità del mercato. È la dimostrazione che, anche in fasi complesse del mondo del vino, il Morellino sa agire con responsabilità e visione strategica. In questo percorso si inserisce anche la nuova tipologia di Morellino Superiore, uno strumento importante per accompagnare la crescita qualitativa della denominazione e rafforzarne il posizionamento nei mercati. Questo ci consente di guardare ai prossimi mesi con ancor più fiducia nella capacità della denominazione di continuare a crescere in modo sostenibile. A gennaio 2026 lo stock complessivo si attesta infatti sui 9,44 milioni di bottiglie equivalenti, rispetto agli oltre 13 milioni registrati dodici mesi prima, con una riduzione di circa il 27% su base annua. Un risultato che modifica in modo sostanziale lo scenario rispetto all’inizio del 2025: la pressione di magazzino si è ridotta in maniera significativa e le scorte risultano oggi concentrate su annate recenti, con una struttura più ordinata e priva di accumuli. La Redazione
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In un contesto toscano più prudente a inizio anno, la DOCG dimostra equilibrio strutturale e capacità di reazione. L’assemblea dei soci del Consorzio Morellino di Scansano ha approvato il bilancio consuntivo, confermando un andamento positivo della denominazione anche in uno scenario di mercato non semplice per il comparto vitivinicolo regionale e nazionale. Il Morellino di Scansano DOCG infatti chiude il 2025 con un incremento del +4%, un risultato che evidenzia la solidità della denominazione e la capacità di affrontare uno scenario mondiale articolato, mantenendo coerenza strategica e competitività sui mercati. Bernardo Guicciardini Calamai, il Presidente del Consorzio. L’approvazione del bilancio e il +4% con cui abbiamo archiviato il 2025 rappresentano un segnale concreto della vitalità del Morellino. Ancora più rilevante è la riduzione delle giacenze: oggi il sistema è più equilibrato e meno esposto a tensioni, ancora più pronto a cogliere le opportunità del mercato. È la dimostrazione che, anche in fasi complesse del mondo del vino, il Morellino sa agire con responsabilità e visione strategica. In questo percorso si inserisce anche la nuova tipologia di Morellino Superiore, uno strumento importante per accompagnare la crescita qualitativa della denominazione e rafforzarne il posizionamento nei mercati. Questo ci consente di guardare ai prossimi mesi con ancor più fiducia nella capacità della denominazione di continuare a crescere in modo sostenibile. A gennaio 2026 lo stock complessivo si attesta infatti sui 9,44 milioni di bottiglie equivalenti, rispetto agli oltre 13 milioni registrati dodici mesi prima, con una riduzione di circa il 27% su base annua. Un risultato che modifica in modo sostanziale lo scenario rispetto all’inizio del 2025: la pressione di magazzino si è ridotta in maniera significativa e le scorte risultano oggi concentrate su annate recenti, con una struttura più ordinata e priva di accumuli. La Redazione
1 Aprile, 2026
Francesco Campanelli. La zonazione del Verdicchio
Pensando alla enorme varietà dei vitigni autoctoni che l’Italia può vantare, circa 600, mi ritorna sempre in mente una frase di Jules Guyot
Il genio del vino è nel vitigno.
Il genio ed il successo dei nostri vini rossi è ampiamente riconosciuto nel mondo, e passa attraverso il Barolo, il Brunello, il Chianti, l’Amarone, il Barbaresco, vini che nascono da vitigni non ubiquitari, Nebbiolo, Sangiovese, Corvina, divenuti giustamente simboli di identità di un territorio, piuttosto che di uno specifico Cru, capaci di evocare paesaggi e tradizioni culturali sedimentate nel corso dei secoli.
Eccezion fatta per il Prosecco, campione indiscusso di popolarità e simbolo del lifestyle italiano nel mondo, il Genius Loci dei nostri vitigni a bacca bianca soffre invece la concorrenza dei vari Sauvignon Blanc, Chardonnay, Riesling, Chenin Blanc, Pinot Blanc, vinificati spesso con affinamenti lunghi e pensati per evolvere nel tempo ed esaltarne complessità e struttura seguendo una logica ormai consolidata: il mercato premia i vini bianchi di carattere e capaci di invecchiare.
La nostra tradizione enologica, una cultura diffusa ahimè ancora oggi in alcuni corsi di formazione, ha a lungo considerato i vini bianchi come giovani e freschi, destinati ad un consumo veloce di un paio d’anni al massimo, una visione che ha contribuito a definirne lo stile ma che oggi appare sempre più riduttiva rispetto alle potenzialità espresse da molti territori.
Questa presa di coscienza ha fatto si che alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, e con una accelerazione esponenziale negli ultimi 20 anni, nuove aziende, nuovi professionisti, nuovi produttori hanno iniziato un cambiamento culturale che invita a rileggere il ruolo dei bianchi, esaltando il territorio attraverso i Cru per esempio, con tecniche enologiche meno sottrattive di sostanze e stabilizzando meglio il vino, con affinamenti prolungati, pensando ai vini bianchi come si pensa ai grandi vini rossi.
Il percorso ha evidenziato, a mio avviso con crescente consapevolezza, come molto territori e vitigni se lavorati con coscienza nulla hanno da invidiare ai grandi vini bianchi internazionali.
Penso velocemente ad alcuni vitigni come la Vernaccia, al Vermentino, al Soave, al Timorasso, al Fiano, al Carricante alla Ribolla ed a tanti altri. Si dice sempre che “Il vino nasce in vigna”, ed è vero, ma “si fa in cantina”.
In questo panorama emerge un vitigno carico di ambizione e di straordinaria qualità: il Verdicchio. Un’uva capace di coniugare struttura, profondità e longevità, e che oggi rappresenta una delle espressioni più convincenti della nuova maturità dei grandi bianchi italiani, in piena fase evolutiva anche con il proprio disciplinare alla ricerca della massima qualità e soprattutto con la convinzione che la DOC Castelli di Jesi possa valorizzare sempre di più l’identità del territorio diventando DOCG.
Questa “spinta verso l’alto” è direttamente proporzionale alla crescita di nuove cantine e di giovani produttori, con progetti ed idee nuove, spesso coraggiose.
Come spesso avviene queste tre caratteristiche, giovani produttori, idee nuove, coraggio, sono fondamentali per la genesi di nuove stelle, “emerging stars” per dirla alla James Suckling in un suo articolo dello scorso anno riguardo al Verdicchio ed alcune cantine, l’Azienda Campanelli è una di queste.
Nata dalla voglia di mettersi in gioco di Francesco, che da appassionato di vino e formatosi seguendo i corsi AIS, nel 2021 a San Paolo di Jesi acquista il suo primo vigneto, Palombare. Il salto è enorme come ci ricorda, ma con l’aiuto di alcuni amici che lo hanno ospitato in cantina e con la scelta di un giovane enologo come supporto produce il primo vino.
L’acquisto dell’attuale cantina e di nuovi vigneti sono stati passi conseguenti ed immediati.
Di Francesco ci ha subito colpito la determinazione, la chiarezza e l’ambizione del suo progetto, che passa anche da una nuova meticolosa zonazione del territorio, necessaria per evidenziare le differenti formazioni geologiche dei terreni che si traducono poi in sfumature sempre diverse nei vini.
Altra cosa che ho imparato è che dove c’è una strada quasi sempre c’è un cambio di suolo. E’ una lezione che mi sono portato a casa, evidentemente la strada non è mai un punto a caso.
Coinvolgendo molti viticoltori di San Paolo dopo tre anni di lavoro la mappa è pronta, chiara ed è un aiuto formidabile ed immediato per capire il “perchè” due Verdicchio di una stessa azienda, vinificati allo stesso modo ma provenienti da vigne distanti poco più di 50 metri l’una dall’altra hanno caratteristiche così differenti.
Comunicare il territorio attraverso il vino e viceversa, rendersi riconoscibili magari anche attraverso le MGA e la direzione per una maggiore qualità, precisione, identità non possono che passare per questa strada: affondare nei dettagli vinificando per particelle. E’ la strada scelta da Francesco e lo fa molto bene. Determinazione, chiarezza e ambizione.
A ricordarcelo è la degustazione dei suoi vini e lo stesso Francesco:
Partiamo prima di tutto sempre dai calici.
La degustazione
Iniziamo allora con Le Contrade 2024, Verdicchio Castelli di Jesi Classico Superiore, unico blend della cantina che raccoglie le espressioni migliori dei fratelli Cru, elevato in vasche di cemento a contatto con le fecce fini per almeno tre mesi.
Alla vista rivela un giallo paglierino molto luminoso con riflessi verdolini, ha un suo peso nel bicchiere che poi si ritrova bene in bocca, il profumo ricorda i fiori bianchi e di campo come il biancospino e la camomilla, gioca sui sentori delicati, si sente la pesca bianca, il pompelmo, la succosità dell’ananas, in chiusura sale il timbro della sapidità mentre l’acidità l’ho trovata contenuta. Morbido, fresco e come dicevo di buon volume.
Il secondo vino che assaggiamo viene dal Cru Follonica, 2024, versante di San Paolo, una delle zone migliori di tutti i Castelli di Jesi secondo Francesco tanto che
Se ipoteticamente ci fossero tre Grand Cru uno sarebbe li.
Nuova etichetta della cantina, anticipa una maggior complessità rispetto al primo già con gli aromi. Tra gelsomino e scorza di agrumi, frutta a polpa gialla con un ananas più maturo, in seconda battuta arriva un filo di anice ed una mineralità calcarea, secco potente e persistente. Questo è un vino che merita l’attesa, ricordando che è solo una 2024!
San Nicolò 2023 è il terzo assaggio, elevazione sempre in cemento su lieviti per sette mesi ed altri nove poi in bottiglia.
Dal suolo argilloso misto a calcare emerge una sfumatura di idrocarburo e di sale che lo rende bello tagliente e verticale, teso, che si completa con il fiore di sambuco, l’acidità verde del lime, la freschezza dell’erba tagliata e la mandorla nel finale.
Lascia un centrobocca in ottimo equilibrio, pieno e piacevolmente morbido a chiudere.
L’altro Cru che Francesco ci versa è San Michele 2023, anche per lui sette mesi sui lieviti in cemento e poi nove in bottiglia.
Molto variegato e sorprendente, la parte salata è sempre presente ma bilanciata da una frutta matura e gustosa, anche esotica. Si spinge su note balsamiche ed erbe aromatiche come maggiorana, timo, gli agrumi hanno caratteristiche più morbide come il cedro, ha una notevole struttura e lunghezza. Spacca. Pur essendo una 2023 è già in splendida forma, ma veramente la pazienza con un vino così trasforma la “splendida forma” in una “forma indimenticabile”, e vale anche per il prossimo vino, Palombare 2022.
Colpisce tanto l’eleganza di questo Cru, sarà l’anno in più sulle spalle, è plasmato divinamente.
Gode di maturazione dell’uva appena allungata, sufficiente per regalare una sensazione più morbida che smussa un po’ la tipica salinità del Verdicchio e che pareggia con l’acidità, il profumo del sambuco, la dolcezza della ginestra, la mandorla fresca, anche qui esce la balsamicità di una mentuccia, la salvia, non gli manca nulla….. Equilibrio, eleganza, persistenza, corpo. San Michele e Palombare oggi sono stati i vini che maggiormente mi hanno impressionato. Di livello assoluto.
L’anno scorso Francesco ci accennava all’idea di un rosso, eccolo!
Desiderio 2024, Canaiolo in purezza prodotto per ora in poche centinaia di bottiglie, vinificato con macerazione carbonica che accentua la linea morbida ed aromatica del vitigno.
E’ pensato come un vino agile, da bere fresco anche in estate con un brodetto di pesce per esempio, molto eclettico, lo bevi a 10/12 gradi con il pesce ed a 14/15 con una carne anche un po’ elaborata, o perché no, con una pizza.
Certamente esce un frutto piacevole tra fragole, lampone, ciliegia, con una piccola punta di acidità, di ottima beva, e qui un bicchiere tira l’altro con facilità.
Prima di salutarci assaggiamo i Cru della cantina direttamente dalle vasche di cemento, annata 2025, e le premesse dei campioni di vino fanno pensare ad una annata strepitosa per il Verdicchio, insomma per dirla alla Francesco qui nelle Marche, nei Castelli di Jesi,
Non tutti i cavalli sono stati ancora messi a terra.
E allora aspettiamo! In autunno sarà la sesta vendemmia di questa giovane cantina che ha segnato “una spinta verso l’alto” di tutto l’areale di San Paolo, Azienda Campanelli, e Francesco è il suo demiurgo.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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