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25 Settembre, 2026
Maso Furli. A nome di chi verrà
Una valigia di cartone, un maso conquistato con il coraggio e una domanda che attraversa le generazioni. A Pressano, la storia di Marco Zanoni e di Maso Furli racconta molto più del vino: parla di eredità, libertà e di ciò che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.
La terra possiede una memoria più lunga degli uomini. Conserva il passaggio di chi è arrivato senza nulla e quello di chi ha trovato qualcosa da custodire. Trattiene le impronte, il sudore, perfino le paure. Per questo, quando si guarda una vigna abbastanza a lungo, si finisce quasi sempre per vedere molto più del vino: si vedono famiglie, scelte, rinunce, scommesse, promesse affidate a persone che ancora non sono nate. A Lavis (TN) tutto comincia con una valigia di cartone e un uomo che decide di rischiare ogni cosa per comprare un maso che non era suo ma sul quale aveva lavorato per tanti anni. Il resto della storia arriverà dopo, vendemmia dopo vendemmia, dentro la fatica di Martino Zanoni, nella libertà conquistata a caro prezzo e nella vita di un figlio che avrebbe impiegato anni per comprendere fino in fondo ciò che quella terra gli stava consegnando. Quel figlio si chiama Marco e la sua storia comincia molto prima di lui.
La valigia di Martino
Mio padre arrivò qui nei primi anni Cinquanta. Veniva da Pranzo, sopra il lago di Garda, un paese che oggi vive di turismo e allora conosceva la povertà vera. Da bambino vendeva fiori e funghi agli alberghi, cercava di portare a casa qualcosa, poi arrivò a Maso Furli e lavorò per vent’anni come mezzadro, fino al giorno in cui decise di comprare tutta la proprietà. Si prese un mutuo enorme e si giocò tutto. Quando dico tutto, intendo davvero tutto.
Tutto. Un pronome che sembra banale. In fondo lo diciamo spesso anche senza che rappresenti il vero significato. È così che, forse, si finisce per attribuirgli poco peso. Giocarsi però tutto, per la generazione di Martino, significava davvero tutto. Un azzardo che voleva dire affidare il destino della famiglia alla resistenza delle proprie bracci. L’atto che era stato firmato implicava che un raccolto cattivo o un imprevisto avrebbero potuto cancellare anni di sacrifici. Martino possedeva una possibilità sola e la impegnò interamente in quel maso antico, coltivato prima per altri e infine acquistato con quella combinazione di audacia e follia che appartiene a chi vede il futuro quando gli altri vedono soltanto un debito. Non è come puntare tutto su un numero alla roulette perché nella terra serve lavoro. Ma comunque era un azzardo. In fondo, l’unico possibile per cercare un futuro migliore.
Per fortuna andò bene, anche se per l’epoca lo avevano preso tutti per pazzo. Io so che posso fare il vignaiolo grazie a lui. Ho ricevuto la terra, certo, ma prima della terra ho ricevuto il suo lavoro, la sua paura e il coraggio con cui l’ha attraversata. Rispetto a quello che ha fatto mio padre, io non ho fatto nulla.
Ciò che ho apprezzato di Marco è la sua pacatezza legata ad una modestia incredibile. Ha sul volto e soprattutto negli occhi, una luce che è indica come sia felice così. Per quello che ha fatto e che fa. La sua è misura morale, severità contadina che riconosce il proprio sforzo continuando comunque a giudicarlo piccolo davanti alla fame affrontata da chi è venuto prima. È così che anche l’aver costruito quasi interamente la cantina con le proprie mani è ben poco rispetto a ciò che ha ricevuto. Una eredità che non è patrimonio ma quasi un intimo debito. È così che l’aggiungere qualcosa non può e non deve tradire ciò che si è ricevuto.
L’Alsazia e la lampadina
Per molti anni Marco coltiva le vigne di famiglia e conferisce le uve alla cantina sociale. Il vino imbottigliato porta il nome di altri, mentre dentro la sua testa girano soprattutto motori, ingranaggi e una incredibile curiosità meccanica che ancora oggi lo spingerebbe a smontare un motore fino all’ultimo bullone pur di comprenderne il funzionamento. Magari la sua idea di vino nasce prorpio dalla necessità di conoscere ogni passaggio rifiutando di considerare misterioso ciò che richiede applicazione, precisione e responsabilità.
Fino a ventidue o ventitré anni non avrei mai pensato di fare vino. Coltivavo i vigneti di mio padre, consegnavo le uve e immaginavo una vita diversa. Poi frequentai alcuni corsi all’Istituto di San Michele e partecipai a un viaggio in Alsazia organizzato da Peter Dipoli. Assaggiai vini che mi stregarono, vini nei quali ogni varietà conservava un’integrità e una chiarezza impressionanti. Tornai a casa con una lampadina accesa e dissi a mio padre: voglio fare il vino.
Martino aveva trascorso una vita a conquistare una forma di stabilità e ora quel figlio appassionato di motociclette, privo di studi enologici, voleva riportare il rischio dentro casa proprio quando il mutuo cominciava finalmente a pesare meno. La rabbia del padre conteneva la paura di chi conosce il prezzo di ogni sicurezza; la scelta del figlio conteneva già l’impossibilità di tornare indietro.
Mio padre era arrabbiato nero e, guardando le cose dal suo punto di vista, aveva ragione. Pensava: ho faticato per decenni, finalmente vedo un po’ di luce e questo adesso vuole incasinarmi di nuovo la vita. Io mi rimboccai le maniche, sistemai personalmente una parte del maso e cominciai a vinificare piccole quantità. Francesco Polastri mi accompagnò con una competenza straordinaria e una grande libertà mentale. Piano piano quelle bottiglie cominciarono a piacere e capii che quella lampadina non si era accesa per caso.
Maso Furli avvia ufficialmente la produzione nel 1997 e rimane deliberatamente piccola, con circa tre ettari lavorati da Marco, rese contenute e una produzione tra dodicimila e quattordicimila bottiglie. La dimensione è una scelta puramente imprenditoriale prima di essere agricola: conoscere ogni vigna, seguire ogni passaggio e trasformare il limite in valore proprio mentre l’economia invita a crescere, aumentare e occupare altro spazio.
Potrei comunicare di più e aumentare il valore riconosciuto a ogni bottiglia, su questo mio figlio ha ragione. Aumentare la produzione, invece, cambierebbe la natura di ciò che faccio. Se ho scelto di evitarlo per trent’anni, sarebbe assurdo farlo adesso.
La pietra, le mani, la misura
La medesima coerenza attraversa la cantina realizzata a partire dal 2016. Un’opera che Marco avrebbe potuto affidare ad altri ma che ha scelto di costruire insieme ai figli, dalle fondazioni alle armature, recuperando il sasso del luogo affinché l’edificio nascesse dalla terra invece di limitarsi a occuparla. Un gesto concreto, perfino scomodo, di sostenibilità vera. I sassi della terra, di quella terra. Di nessun’altra.
Il novantotto per cento del lavoro l’abbiamo fatto noi. Volevo una cantina in sasso, con la pietra del posto. Dormo poco, lavoro tanto e quando decido che una cosa deve essere fatta in un certo modo continuo fino a quando prende la forma che avevo immaginato.
La tranquillità di Marco appartiene alla voce; sotto quella superficie lavora un’inquietudine instancabile che pretende di capire, correggere e migliorare. I suoi vini possiedono una tensione simile: all’inizio sembrano raccolti, poi occupano il palato con lentezza e mostrano una profondità che rifiuta l’effetto immediato.
Il Gewürztraminer 2016, il carattere dietro la calma
Il Gewürztraminer 2016 gira nel bicchiere mentre il racconto torna all’Alsazia. Più si apre, più riconosco la distanza tra ciò che Marco mostra subito e ciò che custodisce. Il paglierino tende verso l’oro, luminoso e pulito, come se dieci anni avessero concentrato la luce invece di spegnerla. Arrivano pesca e pera, nitide, poi la cera d’api porta qualcosa di manuale e antico, il ricordo di una materia lavorata lentamente; con il calore emergono rosa, burro, mela e una vaniglia discreta, mentre una lama fresca rimette ogni volta il sorso in movimento e impedisce alla ricchezza di diventare compiacimento.
In bocca è vivo, pungente nella parte vegetale, largo eppure asciutto. Il finale mandorlato, quasi amarognolo, compare proprio quando potrebbe cedere alla propria aromaticità e lascia sul palato una piccola ferita, una tensione che spinge a tornare al bicchiere. È divisivo nel senso più nobile: possiede una fisionomia, cerca un interlocutore più che un consenso e accetta il rischio di piacere meno pur di rimanere fedele a sé stesso. La pacatezza di Marco funziona allo stesso modo: sotto l’eleganza conserva la durezza del lavoro e una determinazione feroce nella precisione.
Terra e responsabilità
Sotto i filari Marco lavora il terreno con l’aratro, limita il passaggio del trattore, evita la cimatura e ricorre a rame e zolfo per la difesa. La biodinamica lo affascina, ne ha seguito corsi e utilizza alcuni preparati, osserva la luna nei travasi e nelle prime fermentazioni, ma rifiuta di attribuirsi un’identità che sente di non avere ancora compreso abbastanza: per lui ogni definizione comporta un dovere.
In vigna e in cantina cerco di intervenire il meno possibile, ma il meno possibile richiede molta più attenzione. Quando sento giustificare una volatile alta o un difetto dicendo che si lascia fare alla natura, per me qualcosa non torna. Anche una pasta ottenuta da un grano eccezionale diventa pessima se viene buttata nell’acqua fredda. Il vino nasce attraverso un processo e quel processo richiede testa, attenzione e conoscenza.
Marco sottrae così la parola naturale a ogni alibi. Ridurre gli interventi significa aumentare la responsabilità, conoscere meglio la materia e accompagnarla senza abbandonarla. La libertà, nel suo modo di fare vino, coincide con la competenza.
Lo Chardonnay 2024 e il paesaggio nel sorso
Lo Chardonnay 2024 raccoglie questo pensiero e lo trasforma in un paesaggio che si può bere. Il colore è paglierino, pulito, attraversato da una luce netta; il limone arriva fresco e pieno, seguito dagli agrumi e da una frutta tropicale misurata, poi la mineralità diventa così intensa da sfiorare il salmastro, quasi il ricordo fisico di un mare antico custodito nella pietra. Le erbe e un soffio balsamico tengono il vino aperto e lo rendono verticale prima ancora che il sorso tocchi la bocca.
Lì la verticalità cambia forma, parte tesa e presto si allarga, mentre il limone diventa maturo, arrossato dal sole, e la frutta tropicale si avvicina al mango senza portare peso. È libero di accompagnare una cucina ambiziosa e di sedersi con la stessa dignità accanto alle patatine di un aperitivo, perché la qualità autentica non teme la semplicità. Uno Chardonnay come Cristo comanda. Una frase ruvida lo riconosco, ma così conserva meglio di ogni formula elegante la gioia dell’assaggio.
Il Manzoni Bianco 2022, il desiderio di compagnia
Il Manzoni Bianco 2022 cambia il tono e conduce dalla responsabilità alla condivisione. Nel bicchiere appare terso come acqua alpina, con acacia, lime, mela verde, fiori, erbe di montagna e una frutta tropicale discreta; la vena balsamica allarga il respiro e la mineralità prepara già una spina sapida. Nessun aroma reclama il centro, ognuno accetta di esistere accanto agli altri, come persone diverse intorno alla stessa tavola.
Il sorso è ampio, sapido e fresco, pulito dall’agrume e sostenuto da una persistenza che cresce senza irrigidirsi. Il finale di mandorla accende il desiderio di condividerlo con speck, polenta o semplicemente una conversazione che nessuno abbia voglia di concludere. La bottiglia sembra incompleta se bevuta da soli, perché contiene una generosità che acquista significato soltanto quando viene distribuita.
Ho piantato il Manzoni nel 2005 perché lo considero una varietà straordinaria. Produce poco, però possiede una capacità espressiva e una tenuta che meritavano fiducia. Vent’anni di lavoro mi hanno insegnato che una vigna va ascoltata a lungo prima di essere capita.
Il Manzoni Bianco 2010 e ciò che resiste
Il tempo ritorna nel mutuo di Martino, nelle vecchie vigne, nella cantina costruita in quattro anni, nei clienti rimasti per decenni e nei figli ai quali Marco vorrebbe consegnare una possibilità senza trasformarla in obbligo. Il Manzoni Bianco 2010 raccoglie tutte queste linee. Sedici anni dovrebbero portarlo verso il passato, eppure il colore conserva un riflesso quasi verdognolo e una luminosità che contraddicono il calendario; l’agrume è vivo, camomilla e acacia emergono insieme a mela trentina, pera, pesca bianca e frutta tropicale. La nota balsamica amplia ogni profumo, poi arrivano menta, limone e mandorla.
In bocca la freschezza si è fatta morbida senza perdere forza, levigata come marmo sul quale l’acqua continua a scorrere. Miele e limone rimangono insieme, pera e ananas si rincorrono ai fiori, la sapidità conserva energia e la materia si espande con una pienezza tattile. La persistenza torna molto dopo la deglutizione e si fa memoria. Aprire la bottiglia provoca quasi rimorso, perché avrebbe potuto proseguire e perché rende fisica la distanza fra un gesto e il suo compimento: Martino firmò per un futuro che avrebbe visto soltanto in parte, Marco crea vini destinati a durare oltre il tempo necessario per venderli, i figli tengono fra le mani il diritto di scegliere.
Preferisco che all’apertura il vino sia raccolto e che l’ossigeno gli permetta di esprimersi lentamente, perché così può vivere quindici, venti, forse venticinque anni. Voglio che abbia spazio davanti a sé.
Spazio davanti a sé potrebbe essere la definizione del vino e insieme il desiderio di un padre. La longevità, qui, non coincide con la sopravvivenza, ma con la capacità di trasformare gli anni in significato.
Il Gewürztraminer 2023 e il futuro indecifrabile
Il Gewürztraminer 2023 porta l’energia di ciò che cerca ancora la propria forma. Pompelmo, kiwi, mela, zest di limone, tiglio, camomilla e fiore di mandorlo si accompagnano a salvia, menta ed erba di campo. In bocca l’aromaticità prende slancio e incontra subito una sapidità quasi salata, capace di contrastare il ricordo di miele, più floreale che dolce. Il finale amarognolo lascia il palato pulito e pronto a ripartire. Il vitigno è chiaro, l’effetto rompe l’attesa: secco, verticale ma ampio, preciso senza diventare prevedibile.
Accanto al 2016, il 2023 evita ogni semplice successione di annate. Il primo mostra ciò che il tempo può scavare, il secondo conserva la tensione di una domanda appena formulata; insieme raccontano un pensiero iniziato in Alsazia e portato a Pressano, misurato contro queste vigne e reso duro, minerale, caldo, profondamente personale.
Il Sauvignon 2024. L’eleganza della precisione
Il Sauvignon 2024 appena entra nel bicchiere ha già la sua identità che sa dì frutta tropicale, agrumi, note erbace. Un profilo aromatico che racconta con precisione il carattere del vitigno. Tutto appare nitido, leggibile, quasi inevitabile. Ogni profumo trova il proprio posto senza sovrapporsi agli altri. Al palato la promossa viene mantenuta. La sapidità entra subito in scena e l’acidità vibra di energia e profondità così che il sorso rimanga sempre agile. Ciò che lascia dietro è una scia agrumata e minerale che rimane a lungo. Sembra che il tempo dell’assaggio si allunga e muta cambiando sfumatura così che il nuovo sorso diventa scoperta necessaria.
Trovo in questo Sauvignon una caratteristica che appartiene anche a Marco. Se c’è chi confonde la complessità con la confusione e l’originalità per eccentricità, lui continua a cercare la precisione. Riduce le rese, aspetta la maturazione corretta, costruisce lentamente e lascia sia il vino a parlare. In questo Sauvignon non ci sono effetti speciali o sorprese. C’è verità. Che è anche eleganza.
I figli e la luce che non si può imporre
Il futuro entra attraverso tre figli che hanno lavorato alla cantina e possiedono oggi la libertà che Martino ebbe in misura minore. Uno coltiva vigne ma non ama vinificare, la figlia studia ingegneria industriale e ama i vini, il più giovane lavora nella consulenza alle imprese e vede nel maso un potenziale ancora inespresso. Nessuno, per ora, ha scelto interamente la strada del padre.
Spero che prima o poi a uno dei tre si accenda la stessa lampadina che si è accesa a me. Sarebbe una gioia, però questo lavoro deve piacere. Se quella luce arriverà, sarò felice. Deve arrivare da loro.
Nel desiderio di Marco abita anche il rispetto, perché nessun padre può avvitare una lampadina nella vita dei figli. Martino avrebbe voluto sottrarlo al rischio e finì per assistere alla nascita di Maso Furli; Marco vorrebbe consegnare il maso e sceglie di lasciare ai figli la libertà di voltarsi altrove. La continuità familiare, liberata dalla retorica, è lo spazio doloroso tra la speranza di essere seguiti e la dignità di permettere a chi viene dopo di scegliere.
Gli piacerebbe produrre una bolla capace di riposare cinque o sei anni sui lieviti, ma conosce il decennio necessario per progettare un vigneto e comprenderlo, così frena un desiderio che rischierebbe di pesare sulle generazioni successive. Anche rinunciare, qualche volta, è capacità d’impresa: immaginare appartiene al coraggio, comprendere il peso futuro di un progetto appartiene alla responsabilità.
Una luce lasciata accesa
La storia di Maso Furli rimane sospesa tra due luci: quella che Martino vide apparire lentamente alla fine di un mutuo affrontato con il lavoro di una vita e quella accesa dentro Marco durante il viaggio in Alsazia. Fra loro scorrono le pietre del maso, i filari rinnovati, il vecchio Chardonnay, il Manzoni piantato nel 2005, la cantina costruita insieme ai figli e bottiglie capaci di resistere ben oltre il tempo richiesto per venderle.
Martino arrivò con una valigia di cartone e nessuna certezza, Marco ha trasformato quel rischio in una forma personale di bellezza e ora protegge il diritto dei figli di accogliere oppure cambiare quell’eredità. Nel mezzo rimane la terra, che riceve il lavoro senza promettere riconoscenza, conserva le tracce senza spiegare a chi apparterranno domani e ogni primavera ricomincia, offrendo germogli anche quando nessuno sa chi sarà chiamato a vendemmiarli.
Rimane una domanda, forse la sola alla quale questa storia non deve ancora rispondere: che cosa siamo davvero chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi? Una proprietà, un mestiere, un nome da difendere, oppure la libertà di riconoscere quella luce e darle una forma nuova? Marco ha ricevuto una terra pagata con la paura e il coraggio di Martino, l’ha attraversata con le proprie mani e l’ha trasformata in vini capaci di attendere; i figli riceveranno anche il diritto di scegliere. Forse l’eredità più alta abita proprio in questo gesto, nel preparare qualcosa che possa continuare diversamente da come lo avevamo immaginato, sapendo che custodire non significa trattenere e che il futuro comincia quando smettiamo di chiedergli di somigliare a noi. Quando arriverà il momento di consegnare ciò che abbiamo amato, sapremo lasciare accesa la luce senza decidere chi dovrà seguirla?
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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24 Settembre, 2026
Il tuo segno, il tuo vino
Esiste un vino capace di raccontare la personalità del tuo segno zodiacale? Durante il Festival Franciacorta, l’astrologo Stefano Vighi ha guidato una degustazione originale tra astrologia, carattere e convivialità, svelando cosa accade ai dodici segni quando un calice allenta le difese e lascia emergere la loro natura più autentica.
A concludere il Festival Franciacorta in Freccianera è stato un appuntamento fuori dagli schemi: domenica 20 settembre, nell’evocativa Casa delle Colonne, all’interno della tenuta della Cantina, il giornalista astrologo Stefano Vighi, noto per le sue collaborazioni con i più importanti magazine lifestyle nazionali, ha guidato gli ospiti in un percorso dedicato al curioso rapporto tra vino e segni zodiacali, per una degustazione che ha unito convivialità, gusto e intrattenimento.
Abbiamo sviscerato, segno per segno, il concetto di «In vino veritas»: come reagiamo quando – con la complicità del vino – allentiamo i freni inibitori?
L’Ariete è già fin troppo diretto nel quotidiano, non ha certo bisogno del vino per esprimersi in sincerità; annebbiato dall’alcol, potrebbe ammettere alcune sue debolezze.
Il Toro rappresenta il segno godereccio per definizione: ama tutti i piaceri della vita ma li vive con un senso di possesso, di controllo. Quando beve, diventa più fatalista e rilassato.
I Gemelli sono continuamente distratti a causa della loro mente ipercinetica; potrebbero diventare più riflessivi e focalizzati proprio grazie all’effetto calmante del vino.
Il Cancro, naturalmente empatico ed accogliente, anche a discapito della propria individualità, troppo spesso reprime la rabbia. L’ebbrezza lo induce così a tirar fuori ciò che normalmente terrebbe per sé, confessioni o rivendicazioni.
Il Leone tiene sempre a mostrare orgoglioso tutta la propria sicurezza; il vino potrebbe farlo sbottonare sulle sue reali ambizioni e sugli obiettivi ancora non raggiunti.
Per la Vergine il vino è terapeutico! Con qualche calice, potrebbe finalmente lasciar andare la sua ansia organizzativa ed il suo controllo millimetrico a favore di una maggiore spontaneità.
La Bilancia trova nell’ordine e nell’equilibrio la celebrazione della bellezza; con il vino potrebbe lasciarsi andare all’impulsività, anche in senso positivo, affrontando le situazioni scomode accantonate troppo a lungo e andando dritto al cuore delle questioni.
La fierezza dello Scorpione potrebbe manifestare qualche crepa, con un leggero stordimento alcolico: dopo qualche calice emergeranno delle vulnerabilità inconfessabili.
Il coraggio irrefrenabile del Sagittario si smorza con l’ebbrezza: come i segni di fuoco già citati, Ariete e Leone, ammetterà le sue preoccupazioni e accetterà alcune variabili fuori dal suo controllo: nella sua raffigurazione classica, la benda che lo acceca mentre sta per scagliare la freccia simboleggia – infatti – l’ignoto, il caso.
Le emozioni trattenute del Capricorno potrebbero finalmente, con un po’ di vino, avere un po’ di respiro. Anche per lui, come per la Vergine, il vino avrà la funzione terapeutica di restituire un po’ più di fluidità, uno stop momentaneo alla vocazione che solitamente riversa nel lavoro.
Uno spazio speciale Stefano Vighi l’ha dedicato all’Acquario, nella cui era siamo entrati, tra esaltazione della tecnologia e annullamento dell’ego. Idealista e a tratti sfuggente, con il vino potrebbe abbandonarsi in maniera più profonda all’emozione, che è solito vivere in maniera distaccata, lasciandosi leggere sinceramente dagli altri solo in rare occasioni.
I Pesci, intuitivi e sensibili, sono spesso divisi tra il fare e il disfare. Tengono aperte più situazioni che non vogliono affrontare in maniera diretta e così – come visto in precedenza per il Cancro – un sorso d’alcol potrebbe spingerli a confessare cose troppo a lungo taciute.
Non vedo l’ora di ripetere quest’esperienza astrologica con Stefano Vighi in Freccianera, magari – come si è ipotizzato – proprio in occasione di un seminario sull’Odissea: le tappe del viaggio di Ulisse ripropongono le dodici case astrologiche del viaggio del Sole, rappresentando i diversi ambiti dell’esperienza umana.
Sarà un incontro affascinante, vi terrò aggiornati!
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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24 Settembre, 2026
L’anima green degli spirits
Negli ultimi anni, accanto a terroir, botaniche, lunghi affinamenti e artigianalità delle produzioni, nel mondo degli spirits si sono fatti strada temi come biodiversità, carbon neutrality, packaging sostenibile e filiere virtuose.
Oggi la sostenibilità rappresenta una delle sfide più interessanti del settore e coinvolge produttori molto diversi tra loro, accomunati dalla volontà di ridurre il proprio impatto ambientale senza rinunciare alla qualità. Dalla tequila al rum, passando per il Calvados, il gin e la vodka, nascono così progetti che interpretano il bere contemporaneo in maniera sempre più consapevole, dimostrando come innovazione e tradizione possano convivere nello stesso bicchiere.
Il progetto Sostenibilità di Proposta Spirits
È proprio da questa visione che nasce la selezione di Proposta Spirits, che ha scelto di fare della sostenibilità uno dei temi centrali del suo catalogo. Un vero e proprio filo conduttore che attraversa realtà differenti per provenienza, filosofia produttiva e tipologia di distillato, accomunate dalla volontà di contribuire alla costruzione di un modello produttivo sempre più responsabile. L’iniziativa che premia i clienti
Per trasformare questa visione in un progetto concreto e condiviso, Proposta Spirits ha deciso di coinvolgere e premiare i clienti che grazie agli acquisti effettuati sui brand più attenti a questi temi, tra cui Buen Vato, Sapling (https://saplingspirits.com/), Two Drifters (https://twodriftersrum.com/) e Avallen (https://avallenspirits.com/), hanno contribuito a risparmiare una consistente quantità di CO₂. Infatti, a partire dai volumi acquistati e dai dati contenuti nei report di sostenibilità forniti dalle singole aziende, Proposta Spirits ha calcolato la quantità di CO₂ risparmiata grazie alla scelta di questi prodotti rispetto alle alternative convenzionali, offrendo così una misura concreta dell’impatto generato. Nel complesso, nel 2025 l’iniziativa ha permesso di risparmiare 6.317,94 kg di CO₂, un risultato che dimostra come anche le scelte di acquisto possano contribuire alla costruzione di una filiera degli spirits più attenta al proprio impatto ambientale. Buen Vato (Messico): la tequila sostenibile che guarda alle persone
Buen Vato nasce dall’incontro tra gli ingegneri ambientali di Alias Smith, azienda che dal 2004 distribuisce spirits messicani in tutta Europa, e la storica La Santa Rosa Distillery. L’azienda si pone l’obiettivo di rivoluzionare il settore attraverso un approccio che mette al centro la tutela delle persone e del pianeta, lavorando alla riduzione dell’impronta carbonica e al miglioramento delle condizioni di lavoro in ogni fase della produzione e della distribuzione, senza mai compromettere la qualità del prodotto. Protagonista della gamma è il Tequila Blanco, proposto sia nel tradizionale formato da 70 cl sia nell’innovativa Frugal Paper Bottle, una bottiglia in carta a basso impatto ambientale, oltre che nel formato Bag in Box da 5 litri pensato per il mondo dell’ospitalità. Two Drifters (Inghilterra): il rum carbon negative che guarda al futuro
Il progetto Two Drifters nasce dal sogno di Russ e Gemma Wakeham di creare una distilleria capace di riflettere i propri valori di qualità e cura del pianeta. Lui chimico di formazione, lei esperta di narrazione e marketing, hanno scelto la strada della sostenibilità per la loro produzione, con l’obiettivo di renderla accessibile, comprensibile e parte integrante della loro proposta. Alla base del progetto c’è una continua ricerca del miglioramento: perfezionare i propri rum, adottare pratiche sostenibili all’avanguardia e dimostrare come anche piccoli cambiamenti possano contribuire a costruire grandi soluzioni per il pianeta. Una visione che trova espressione anche nel packaging, con una selezione di referenze proposte nel formato Bag in Box da 5 litri – Pure White, Lightly Spiced e Overproof Spiced Pineapple – pensato per ridurre l’impatto ambientale e rispondere alle esigenze del settore Horeca senza rinunciare alla qualità del prodotto. Avallen Spirits (Francia): il Calvados che ha fatto della sostenibilità la propria firma
Nato dalla passione di Stephanie Jordan e Tim Etherington-Judge, entrambi ex brand ambassador di importanti marchi del mondo dei distillati, Avallen Spirits rappresenta oggi uno dei progetti più interessanti nel panorama degli spirits sostenibili. Premiata nel 2023 come l’azienda di spirits più sostenibile al mondo, Avallen ha saputo reinterpretare il Calvados contemporaneo trasformandolo in un manifesto di sostenibilità capace di coniugare innovazione, eleganza e rispetto per l’ambiente. Simbolo di questa filosofia è l’adozione della Frugal Paper Bottle, il cui impatto ambientale è significativamente inferiore rispetto a quello delle tradizionali bottiglie in vetro. Ma la sostenibilità non è l’unico tratto distintivo del brand: nella visione di Avallen il Calvados diventa un distillato versatile e contemporaneo, perfetto tanto da degustare liscio quanto come protagonista di cocktail a bassa gradazione alcolica come Calvados & Tonic o Calvados & Ginger Ale. Un approccio che dimostra come il futuro degli spirits possa nascere dall’incontro tra tradizione e innovazione. Sapling Spirits (Inghilterra): gin e vodka che fanno crescere una foresta «Esistiamo per tre ragioni; per contribuire ad aprire la strada alla sostenibilità nel settore del Beverage, affrontare il cambiamento climatico e produrre distillati di alta qualità. » È questa la filosofia che guida Sapling Spirits, una delle prime aziende britanniche fondate attorno a un progetto di sostenibilità chiaro e ambizioso. Riforestazione, agricoltura rigenerativa, riduzione degli sprechi e packaging ecologico rappresentano i pilastri di un modello produttivo che negli anni è diventato un punto di riferimento per l’intero settore. Tutti i distillati Sapling sono prodotti esclusivamente nel Regno Unito utilizzando ingredienti locali e grano britannico distillato quattro volte, una scelta che consente di ridurre le emissioni legate al trasporto e valorizzare le filiere del territorio. A questo si affianca una particolare attenzione al packaging sostenibile, che si traduce nell’utilizzo di formati refill e Bag in Box per l’intera gamma di gin e vodka. Il London Dry Gin è disponibile nei formati da 70 cl, refill e Bag in Box da 5 litri, mentre la vodka viene proposta nelle versioni Classic e Raspberry sia in formato refill sia Bag in Box da 5 litri. Soluzioni pensate per limitare gli sprechi e promuovere un approccio al consumo sempre più responsabile, senza rinunciare alla qualità che ha permesso al brand di conquistare numerosi riconoscimenti internazionali. Oltre ai brand già citati, anche altri brand del nostro portfolio contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale, ad esempio attraverso l’utilizzo di formati bag-in-box o grazie a progetti dedicati alla sostenibilità ambientale e sociale. Continueremo ad ampliare e valorizzare questa selezione, perché crediamo che il cambiamento nasca dalle scelte di tutta la filiera. Grazie all’impegno di nuovi brand che hanno attenti alla sostenibilità e grazie allo sviluppo di questi prodotti su un numero sempre maggiore di clienti, nel 2026 Proposta punta a superare i 10.000 kg di CO₂ risparmiati. Inoltre, oltre a certificare tutti i clienti che supereranno i 50kg salvati durante il 2026, Proposta premierà i locali più virtuosi con una sustainable experience in Trentino. La Redazione
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È proprio da questa visione che nasce la selezione di Proposta Spirits, che ha scelto di fare della sostenibilità uno dei temi centrali del suo catalogo. Un vero e proprio filo conduttore che attraversa realtà differenti per provenienza, filosofia produttiva e tipologia di distillato, accomunate dalla volontà di contribuire alla costruzione di un modello produttivo sempre più responsabile. L’iniziativa che premia i clienti
Per trasformare questa visione in un progetto concreto e condiviso, Proposta Spirits ha deciso di coinvolgere e premiare i clienti che grazie agli acquisti effettuati sui brand più attenti a questi temi, tra cui Buen Vato, Sapling (https://saplingspirits.com/), Two Drifters (https://twodriftersrum.com/) e Avallen (https://avallenspirits.com/), hanno contribuito a risparmiare una consistente quantità di CO₂. Infatti, a partire dai volumi acquistati e dai dati contenuti nei report di sostenibilità forniti dalle singole aziende, Proposta Spirits ha calcolato la quantità di CO₂ risparmiata grazie alla scelta di questi prodotti rispetto alle alternative convenzionali, offrendo così una misura concreta dell’impatto generato. Nel complesso, nel 2025 l’iniziativa ha permesso di risparmiare 6.317,94 kg di CO₂, un risultato che dimostra come anche le scelte di acquisto possano contribuire alla costruzione di una filiera degli spirits più attenta al proprio impatto ambientale. Buen Vato (Messico): la tequila sostenibile che guarda alle persone
Buen Vato nasce dall’incontro tra gli ingegneri ambientali di Alias Smith, azienda che dal 2004 distribuisce spirits messicani in tutta Europa, e la storica La Santa Rosa Distillery. L’azienda si pone l’obiettivo di rivoluzionare il settore attraverso un approccio che mette al centro la tutela delle persone e del pianeta, lavorando alla riduzione dell’impronta carbonica e al miglioramento delle condizioni di lavoro in ogni fase della produzione e della distribuzione, senza mai compromettere la qualità del prodotto. Protagonista della gamma è il Tequila Blanco, proposto sia nel tradizionale formato da 70 cl sia nell’innovativa Frugal Paper Bottle, una bottiglia in carta a basso impatto ambientale, oltre che nel formato Bag in Box da 5 litri pensato per il mondo dell’ospitalità. Two Drifters (Inghilterra): il rum carbon negative che guarda al futuro
Il progetto Two Drifters nasce dal sogno di Russ e Gemma Wakeham di creare una distilleria capace di riflettere i propri valori di qualità e cura del pianeta. Lui chimico di formazione, lei esperta di narrazione e marketing, hanno scelto la strada della sostenibilità per la loro produzione, con l’obiettivo di renderla accessibile, comprensibile e parte integrante della loro proposta. Alla base del progetto c’è una continua ricerca del miglioramento: perfezionare i propri rum, adottare pratiche sostenibili all’avanguardia e dimostrare come anche piccoli cambiamenti possano contribuire a costruire grandi soluzioni per il pianeta. Una visione che trova espressione anche nel packaging, con una selezione di referenze proposte nel formato Bag in Box da 5 litri – Pure White, Lightly Spiced e Overproof Spiced Pineapple – pensato per ridurre l’impatto ambientale e rispondere alle esigenze del settore Horeca senza rinunciare alla qualità del prodotto. Avallen Spirits (Francia): il Calvados che ha fatto della sostenibilità la propria firma
Nato dalla passione di Stephanie Jordan e Tim Etherington-Judge, entrambi ex brand ambassador di importanti marchi del mondo dei distillati, Avallen Spirits rappresenta oggi uno dei progetti più interessanti nel panorama degli spirits sostenibili. Premiata nel 2023 come l’azienda di spirits più sostenibile al mondo, Avallen ha saputo reinterpretare il Calvados contemporaneo trasformandolo in un manifesto di sostenibilità capace di coniugare innovazione, eleganza e rispetto per l’ambiente. Simbolo di questa filosofia è l’adozione della Frugal Paper Bottle, il cui impatto ambientale è significativamente inferiore rispetto a quello delle tradizionali bottiglie in vetro. Ma la sostenibilità non è l’unico tratto distintivo del brand: nella visione di Avallen il Calvados diventa un distillato versatile e contemporaneo, perfetto tanto da degustare liscio quanto come protagonista di cocktail a bassa gradazione alcolica come Calvados & Tonic o Calvados & Ginger Ale. Un approccio che dimostra come il futuro degli spirits possa nascere dall’incontro tra tradizione e innovazione. Sapling Spirits (Inghilterra): gin e vodka che fanno crescere una foresta «Esistiamo per tre ragioni; per contribuire ad aprire la strada alla sostenibilità nel settore del Beverage, affrontare il cambiamento climatico e produrre distillati di alta qualità. » È questa la filosofia che guida Sapling Spirits, una delle prime aziende britanniche fondate attorno a un progetto di sostenibilità chiaro e ambizioso. Riforestazione, agricoltura rigenerativa, riduzione degli sprechi e packaging ecologico rappresentano i pilastri di un modello produttivo che negli anni è diventato un punto di riferimento per l’intero settore. Tutti i distillati Sapling sono prodotti esclusivamente nel Regno Unito utilizzando ingredienti locali e grano britannico distillato quattro volte, una scelta che consente di ridurre le emissioni legate al trasporto e valorizzare le filiere del territorio. A questo si affianca una particolare attenzione al packaging sostenibile, che si traduce nell’utilizzo di formati refill e Bag in Box per l’intera gamma di gin e vodka. Il London Dry Gin è disponibile nei formati da 70 cl, refill e Bag in Box da 5 litri, mentre la vodka viene proposta nelle versioni Classic e Raspberry sia in formato refill sia Bag in Box da 5 litri. Soluzioni pensate per limitare gli sprechi e promuovere un approccio al consumo sempre più responsabile, senza rinunciare alla qualità che ha permesso al brand di conquistare numerosi riconoscimenti internazionali. Oltre ai brand già citati, anche altri brand del nostro portfolio contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale, ad esempio attraverso l’utilizzo di formati bag-in-box o grazie a progetti dedicati alla sostenibilità ambientale e sociale. Continueremo ad ampliare e valorizzare questa selezione, perché crediamo che il cambiamento nasca dalle scelte di tutta la filiera. Grazie all’impegno di nuovi brand che hanno attenti alla sostenibilità e grazie allo sviluppo di questi prodotti su un numero sempre maggiore di clienti, nel 2026 Proposta punta a superare i 10.000 kg di CO₂ risparmiati. Inoltre, oltre a certificare tutti i clienti che supereranno i 50kg salvati durante il 2026, Proposta premierà i locali più virtuosi con una sustainable experience in Trentino. La Redazione
24 Settembre, 2026
ENOTIRINO 2026. Il racconto delle Colline Teramane.
ENOTIRINO
Sabato 29 agosto, Bussi sul Tirino ha smesso i panni di tranquillo paesone in provincia di Pescara per indossare quelli, decisamente più scintillanti, di capitale enoica d’Abruzzo.
Terza edizione per ENOTIRINO, e già si respira quell’aria da “manifestazione che ce l’ha fatta”, mica scontato, per chi tre anni fa partiva da un territorio che aveva la Storia ma di tradizione vinicola strutturata ne aveva ben poca.
Eppure, cari Voi, l’associazione Eno Tirino il sogno se l’è tenuto stretto, e oggi il sogno cammina, anzi corre.
Il centro storico si è trasformato in un percorso à la carte tra Castello Cantelmo, Piazza Tirino, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani, Via Progresso e Via Dietro Corte: cinque itinerari di degustazione dedicati alle diverse aree vitivinicole abruzzesi, perché no, non ci si accontenta più del generico “vino d’Abruzzo”, si va a cercare l’identità zona per zona.
Oltre cento espositori in tutto, di cui più di settanta cantine, tutte abruzzesi, tutte lì a giocarsi la carta dell’orgoglio territoriale.
Un dato che permette a ENOTIRINO di fregiarsi, senza troppa modestia mi tocca dire, del titolo di evento tematico con più cantine di tutto il Centro Italia.
“Bella Pensata”, verrebbe da dire.
E se il vino è il protagonista indiscusso (con banchi d’assaggio, convegni e masterclass tematiche) il resto del cast non scherza: show cooking, musica dal vivo, street food, laboratorio sensoriale per i più piccoli, impegno sostenibile
Un programma che definire “eclettico” è quasi riduttivo, ma che rende bene l’idea di un evento pensato per accompagnare l’ospite dall’aperitivo pomeridiano fino alla mezzanotte, senza un attimo di noia.
Il bilancio finale, va detto senza tirarla per le lunghe, è di quelli che fanno scuola: ENOTIRINO non cresce soltanto in numeri, cresce in struttura, in visione, in capacità di trasformare un borgo dell’Abruzzo interno in un modello di rinascita replicabile.
Non è narrazione, non è marketing da comunicato stampa: è un paese che tre anni fa non aveva una vocazione enoica riconosciuta e che oggi si gioca, a pieno titolo, il ruolo di riferimento del Centro Italia.
Appuntamento, direi, al 2027.
LA MASTERCLASS: “La prima Docg d’Abruzzo: le Colline Teramane tra Gran Sasso e Adriatico”.
COLLINE TERAMANE: stessa DOCG, mille facce.
Partiamo da un dato che a molti sfugge, e che invece è la chiave di tutto: le Colline Teramane non sono una collina sola.
Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano: quattro vallate che scendono dal Gran Sasso fino all’Adriatico come dita di una mano aperta, disegnando in pochi chilometri un ventaglio di altitudini, esposizioni e suoli che altrove, in Abruzzo, semplicemente non esiste con questa densità.
Ed è forse proprio per questo che in questa DOCG (la prima e per anni unica di tutta la regione, arrivata nel 2003 dopo la sottozona del 1995) il territorio non è mai uno sfondo neutro davanti a cui il vitigno recita sempre la stessa parte.
È un protagonista capriccioso, che cambia copione comune dopo comune, a volte vigna dopo vigna, e Voi dovete imparare a fidarVi del bicchiere più che della mappa.
Prendete i vini della fascia costiera, quelli che nascono a manciate di chilometri dal mare: hanno un che di salmastro, quasi iodato, un’eco salina che si insinua tra il frutto e ti resta in bocca come il ricordo di una passeggiata sul bagnasciuga.
Spostatevi verso l’Appennino, sulle colline più alte e interne, dove l’aria si fa più magra e le notti più fresche, e lo stesso identico vitigno racconta tutta un’altra storia: pienezza diversa, sapidità più dura, una mineralità meno rotonda e più tagliente, quasi calcarea.
Stesso Montepulciano, stesso disciplinare, stessa provincia…due mondi che a stento si riconoscono fratelli.
E badate bene: non parliamo di distanze siderali.
Nell’alto teramano, lì dove pochi comuni stanno stretti attorno a un pugno di colline, pur con metodi di lavorazione e affinamento anche molto diversi da un’azienda all’altra, i vini mantengono un filo conduttore gustativo che li rende immediatamente riconoscibili come fratelli di sangue.
Lì il territorio parla più forte di qualsiasi scelta enologica.
Ma basta spostarsi di pochi chilometri e la regola si ribalta e la mano del produttore diventa la vera protagonista, quella che decide se un vino sarà scorbutico o levigato, ruvido o accomodante.
C’è chi, da queste parti, ha scelto la via più scomoda e affascinante: vasche di cemento, lieviti che nascono da soli in cantina senza essere invitati, nessuna filtrazione né chiarifica, affinamenti che si misurano in anni e non in mesi.
Un approccio quasi monacale, che lascia parlare l’annata senza filtri anche quando l’annata ha qualcosa di scomodo da dire.
A pochi chilometri di distanza, qualcun altro lo stesso vitigno lo veste con un abito più sartoriale, più levigato, più contemporaneo, cercando l’equilibrio tra potenza e finezza con la pazienza di chi sa che il tempo, in barrique come in botte grande, va rispettato e non forzato.
Altrove c’è chi ha scelto il biologico non come etichetta di marketing ma come conseguenza naturale di un rapporto quasi affettivo con le piante.
Più in alto, tra i 250 e i 300 metri, è l’altitudine da sola, più ancora della mano in cantina, a scolpire un profilo diverso rispetto ai vicini di pianura.
E poi c’è chi ha fatto della struttura la propria cifra stilistica, dimostrando che potenza ed eleganza, nel Montepulciano, possono benissimo stringersi la mano senza pestarsi i piedi.
Filosofie diverse, un solo disciplinare.
Ed è proprio il disciplinare, va detto, a istituzionalizzare questa centralità della mano umana e del pezzo di terra specifico.
Le Colline Teramane sono infatti l’unica denominazione abruzzese a misurare la resa per ceppo e non per ettaro e questo, unitamente all’imbottigliamento obbligatorio dentro la zona di produzione, evidenzia come qui non basti piantare Montepulciano, bisogna saperlo coltivare pianta per pianta, e vinificarlo restando fedeli, fino in fondo, al posto da cui viene.
Il risultato è una denominazione che, più di altre in regione, si racconta attraverso le differenze piuttosto che attraverso un’unica identità di gusto: il mare che si fa sentire su alcune colline, la montagna che pesa su altre, e in mezzo una quarantina di aziende che, tra tradizione e sperimentazione, continuano a dimostrare, bicchiere dopo bicchiere, che in questo angolo d’Abruzzo il vino non è mai soltanto una questione di uva ma, sempre e prima di tutto, una questione di dove e, subito dopo, immancabilmente, una questione di chi.
GLI ASSAGGI
Cinque i vini in assaggio, cinque espressioni di Montepulciano da cinque annate, cinque quadri del Territorio dipinti da cinque mani differenti.
Un caleidoscopio di emozioni a volte attese, a volte sconvolgenti per raccontare quelle Colline Teramane che troppo spesso il nostro sguardo dimentica perdendosi tra l’Adriatico e la montagna.
Date una letta alle mie personalissime note di assaggio, prendetele come sempre con molle molto lunghe e…correte ad assaggiare di persona.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “YANG” 2023, BARBA: se aprendo certe bottiglie Vi viene voglia di scusarVi con il vino per la fretta beh, con lo “YANG” non correte questo rischio.
Rosso di quasi impazienza di scurirsi, dinamico come vuole la filosofia tradizionale cinese, nel bicchiere sembra muoversi anche da fermo.
Amarena, prugna appena scura e un soffio di mora sono le prime note ad arrivare.
E dietro la frutta quella nota ferrosa che è un po’ la firma di questo vino, roba da scomodare sangue, chiodi arrugginiti, temporali…
Non è un difetto, è la mano che stringo dopo esserti tolto il guanto.
In bocca è un contadino che non si è ancora cambiato d’abito, di rustica eleganza, segnato da un tannino vivo, appena ruvido, che osa grattare prima di acquietarsi.
Un sorso sorretto dalla verticale freschezza e che non ha alcuna paura del frigorifero.
È un vino che parla ancora dialetto, non ha studiato le buone maniere del legno lungo, e proprio per questo convince.
La gioventù, qui, non è un limite da perdonare ma la sua condizione naturale, il momento in cui questo “YANG” dà il meglio di sé, prima che il tempo lo ingentilisca e forse lo addomestichi un po’ troppo.
Bere lo “YANG” oggi vuol dire bere una Polaroid, un vino ancora acerbo nei modi ma già chiaro nelle intenzioni.
Verrà forse il tempo dell’eleganza ma qui, oggi, si celebra la vita e la vita vale la pena di essere vissuta subito, fino in fondo al bicchiere.
Siate il suo “YING”.
87–Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “NEROMORO” 2021 RISERVA, FATTORIA NICODEMI: il primo incontro non è fatto di effetti speciali, “NEROMORO” non cerca di sedurre con una successione ordinata di profumi riconoscibili, come una lista preparata per convincere chi assaggia.
Ha piuttosto il carattere di un racconto in cui alcune pagine rimangono inizialmente chiuse.
Serve aria, serve pazienza, serve quel piccolo intervallo in cui il vino smette di essere soltanto una bottiglia appena aperta e comincia a diventare una presenza.
Il naso è un viaggio più che una fotografia.
Non c’è il desiderio di stupire con una teatralità aromatica costruita a tavolino, piuttosto una progressione lenta, fatta di sensazioni che emergono una dopo l’altra.
Il frutto appare maturo ma mai pesante, la parte speziata arriva come una traccia, mentre il lato più profondo del vino richiama qualcosa di antico, di rifugio, di pietra, sembra raccontare più il luogo che il vitigno.
In bocca il “NEROMORO” trova la sua voce.
Nessuna dimostrazione muscolare, ma l’ingresso è pieno, il sorso ha spessore.
Il tannino è protagonista, fitto, ancora un po’ selvaggio come si conviene a quei rossi che osano sfidare il tempo, magari burbero ma accompagnato da una freschezza che evita ogni sensazione di staticità.
Il vino procede lungo il palato con passo regolare, lasciando una persistenza che non è soltanto durata, ma memoria.
In “NEROMORO” si conciliano la ricchezza del Montepulciano e un’idea di misura, la complessità e l’identità.
Se fosse un film, la scena finale inquadrerebbe il bicchiere sul tavolo e una mano che lo ruota nervosamente quasi a voler estrarre emozioni da quell’ultima goccia che sporca il vetro.
Dissolvenza al nero.
“NEROMORO” arriva quando tutto il resto ha smesso di fare rumore.
87++ Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG 2017, ABBAZIA DI PROPEZZANO: ovvero: di come la fretta sia cattiva consigliera e di come, pure io😂, me possa sbajà.
l primo istinto è arrendersi.
Questa 2017 non ti tende certo la mano, addirittura la ritrae!
Appena il naso approccia il bicchiere inciampa in un’ossidazione ostinata, quasi provocatoria e il vino sembra guardarti negli occhi e chiederti: “Sei sicuro di voler continuare?”.
La tentazione è quella di archiviare il verdetto troppo in fretta e, mea culpa, confesso di averlo fatto (si! L’ho fatto e l’ho addirittura detto davanti a tutti).
Ma la mia solita irriverenza mi ha anche fatto fare un salto nel vuoto, guardare oltre l’ostacolo…assaggiare.
E quando ormai pensavo di aver capito tutto…è arrivata la bocca.
Maledettamente viva, irriverente.
L’acidità corre veloce, il sorso è dinamico, il tannino è presente ma non stanca, la salinità rimette continuamente in equilibrio ciò che il naso sembrava aver complicato.
È come leggere un romanzo il cui primo capitolo ti aveva fatto dubitare di aver scelto il libro giusto e ritrovarti, cento pagine dopo, incapace di chiuderlo.
E ho detto anche questo sospendendo il giudizio e mettendo un grosso punto interrogativo là dove avrebbe dovuto esserci un punteggio.
La masterclass aveva i suoi tempi, altri vini dovevano riempire i bicchieri, il tempo scorreva e…e l’occhio tornava ogni tanto a quel calice.
È bastato dimenticare il bicchiere sul tavolo, parlare d’altro, distrarsi, lasciare che il vino facesse il vino perché accadesse.
Minuto dopo minuto quella scorza ossidata ha perso terreno.
Non è scomparsa, per carità, sarebbe stato troppo facile, ma è rretrata.
Come una porta pesante che cigola lentamente sui cardini lasciando filtrare una luce che all’inizio non avevi nemmeno immaginato, da dietro hanno iniziato ad affacciarsi spezie dolci, resine, tabacco chiaro, scorze essiccate, un soffio d’incenso, un frutto che non è mai protagonista.
A quel punto il bicchiere sembrava aver cambiato latitudine.
Le atmosfere si sono fatte misteriosamente medio-orientali.
C’era qualcosa che ricordava i mercati delle spezie, le bancarelle di datteri e agrumi canditi, il profumo dell’ambra che rimane sospeso nell’aria dopo il passaggio di qualcuno.
Non era un’esplosione aromatica ma una suggestione.
Più che descrivere, evocava.
Ora fatemi fare un balzo di tempi e di modi, e continuare con un presente che mi pare essere più adeguato.
Tra olfatto e gusto c’è comunque una frattura, ma è proprio questa crasi a rendere il vino affascinante.
Qui non c’è coerenza immediata, c’è un’evoluzione che bisogna conquistarsi.
Serve pazienza, serve Curiosità e serve soprattutto la voglia di concedere una seconda possibilità. Perché questo Montepulciano non regala nulla a chi ha fretta.
L’immagine che continua a tornare è quella dell’araba fenice.
Non tanto perché rinasca dalle proprie ceneri, ma perché lo fa davanti ai tuoi occhi.
Ogni minuto passato nel bicchiere è una piuma che ricompare, un colore che si accende, una forma che torna riconoscibile, fino a quando quello che sembrava un vino stanco si trasforma in qualcosa di sorprendentemente vitale.
Non sarà il Colline Teramane più rassicurante, né quello che mette tutti d’accordo al primo sorso. Ma proprio per questo resta impresso.
Perché obbliga a rallentare, a dubitare delle prime impressioni e ad accettare che alcuni vini, come certi personaggi dei grandi racconti, si fanno conoscere solo dopo aver superato la diffidenza iniziale.
E quando finalmente decidono di raccontarsi, scopri che non parlavano la tua lingua
Stavano semplicemente aspettando che fossi tu a imparare la loro.
85-Punti (perché, insomma…sono forse anche tantini) ma l’esperienza è stata unica come il bagno di realtà cui mi ha costretto.
Da bere ascoltando “REALITY BATH” dei LAMB OF GOD.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “TORRE MIGLIORI” 2009, CERULLI SPINOZZI: sulla collina, quando arriva la sera, l’aria cambia odore, la terra smette di restituire il calore del sole e comincia a liberare ricordi.
È una sensazione difficile da spiegare a chi l’Abruzzo lo attraversa soltanto.
Questo Montepulciano sembra nascere proprio da quell’istante sospeso, quando il vigneto tace per lasciare la parola al tempo.
Si accomoda nel bicchiere e schiude l’uscio dei profumi.
Le spezie, impertinenti, sfrucugliano il naso graffiandolo con pepe da mortaio e lanciano un avvertimento: “Attenzione! Qui dentro c’è vita!”
Il silenzio che segue è quello che precede i racconti belli.
Dal fondo del calice si alzano il caffè appena tostato e la liquirizia, quella vera, quella che sa di radice e di mani sporche di terra.
Le ciliegie sotto spirito sono quelle uscite dalla credenza della nonna, custodite per gli ospiti importanti e dimenticate lì abbastanza a lungo da trasformarsi in memoria liquida.
Poi, quasi senza chiedere il permesso, un profondo graffio di mentolo attraversa tutto il quadro aromatico e, incidendo grassezze di cioccolato, gli restituisce luce, respiro, profondità.
È un vino che dà l’impressione di aver vissuto molto, ma di non essersi stancato mai.
Ogni anno trascorso in bottiglia non ha tolto energia ma eliminato il superfluo lasciando solo l’essenziale.
In bocca cammina con la sicurezza di chi conosce ogni pietra della propria strada.
Il tannino è ormai velluto che il tempo ha reso liso ma la freschezza continua a sostenere il sorso e la materia, scura di terra e ferro, non pesa mai.
Tutto sembra intriso di una sana eleganza contadina, quella delle scarpe impolverate e delle giacche buone tirate fuori la Domenica, quella di chi preferisce una stretta di mano a un biglietto da visita, la dignità alle mode.
Il finale è lungo, balsamico, quasi meditativo.
Ritornano il caffè, la liquirizia, le spezie e quella freschezza mentolata che continua a rincorrerti anche quando il bicchiere è vuoto.
Un vino adulto e coerente, capace di restituire il Territorio attraverso la sua parte più schietta: la materia, la speziatura, il frutto scuro e quella ruvida gentilezza che, quando il tempo riesce a metterla a posto, può diventare eleganza.
89 Punti con forse un + (perché me lo ricordavo appena più brillante).
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “VIZZARRO” 2003, BARONE CORNACCHIA: da un’annata memorabile per il calore e la nascita della DOCG, un vino che si presenta al naso come chi ha camminato a lungo sulle Colline Teramane, con il Gran Sasso alle spalle e il mare che di tanto in tanto manda un saluto salmastro, e ora si siede al tavolo senza chiedere permesso.
Scuro in volto, segnato dal tempo come quei marinai che si ostinano a spicciare le reti con le loro dita nodose.
È un racconto che non ha fretta, che sotto la copertina impolverata di necessaria ossidazione lasci si sfoglino pagine già lette ma ancora capaci di sorprendere.
La confettura di prugne e le marasche sotto spirito hanno lasciato il posto a qualcosa di più inquieto e profondo, trasformando il frutto in quasi memoria.
Quel ché di whisky arriva come una nebbia di ricordi, non grezzo ma intriso della dolcezza legnosa e leggermente bruciata di un bicchiere lasciato a metà su un vecchio tavolo, con la leggera traccia di alcol che si è fatta eleganza
Accanto, si fa strada la noce moscata a precedere la liquirizia, quella nera e densa che ti resta attaccata alle dita, quella che sa di pomeriggi lontani e di dolci promesse.
C’è tabacco, un filo di cuoio, un soffio di sottobosco umido e quella mineralità di pietra e di vento che le Colline Teramane non dimenticano mai, anche quando il tempo ha già fatto il suo corso.
In bocca è il tempo a controllare la potenza.
Il sorso arriva pieno, carnoso, graffiato dalle note ossidative ma non pesante, i tannini sono setosi eppure presenti, come una stretta di mano ferma e l’acidità tiene tutto in piedi senza mai alzare la voce.
Torna la frutta matura, più scura e seriosa, mentre spezie e torba portano il racconto lontano, verso un finale ostinato fatto di amaritudini e sapidità.
Un vino di territorio, di famiglia, di tempo.
Un vino che non ha perso la voce, un vino da ascoltare prendendo quasi tutto per buono e nulla sul serio fino in fondo.
88++ Punti.
E QUINDI?
E quindi eccomi qui a ringraziare ancora una volta ENOTIRINO (in primis nella figura di Giorgio D’Orazio” per avermi ospitato ancora una volta a quello che sembra proprio avviarsi a diventare l’Evento enoico più importante del centro Italia.
Cura, passione, voglia di raccontare un Abruzzo che merita certo altri spazi e panorami ben più ampi, questo c’è alla base di ENOTIRINO e il tempo sembra voler dare ragione alla tenacia degli Organizzatori.
Io ho già messo in agenda l’Edizione 2027 e, fossi in Voi, mi terrei libero per l’ultimo fine settimana del prossimo anno, Bussi ci aspetta
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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23 Settembre, 2026
World Bulk Wine exhibition (wbwe) 2026: lo sfuso tra nuovi mercati e trend emergenti
Dal 30 novembre al 1° dicembre ad Amsterdam torna la World Bulk Wine Exhibition (WBWE), l’appuntamento internazionale dedicato al mercato del vino e distillati sfusi. La 18ª edizione, organizzata da Vinexposium, mette al centro i cambiamenti strutturali del settore.
Si prepara a tornare ad Amsterdam la World Bulk Wine Exhibition (WBWE), che il 30 novembre e il 1° dicembre 2026 riunirà produttori, operatori, importatori, distributori e buyer internazionali per la sua 18ª edizione. Organizzata da Vinexposium, la manifestazione si conferma un appuntamento centrale per il comparto del vino e distillati sfusi, mettendo in connessione domanda e offerta e creando occasioni di confronto sui principali trend che interessano il mercato.
L’edizione 2026 arriva in una fase di profonda trasformazione per il settore. In dodici mesi, tra aprile 2025 e marzo 2026, le esportazioni globali di vino sfuso hanno registrato un calo del 10,3% in volume e dell’11,8% in valore, mentre il prezzo medio si è mantenuto relativamente stabile a 0,78 euro al litro (*Bulk wine market changes through to March 2026, Rafael del Rey / Del Rey Analysts of Wine Markets – AWM, giugno 2026. Qui il report completo). Per quanto concerne l’Italia, che rappresenta uno dei principali attori del mercato dello sfuso, le importazioni dipendono in larga misura dall’andamento della produzione nazionale rispetto alle vendite. I dati di marzo 2026 calcolati sui dodici mesi precedenti mostrano come il suo primo Paese fornitore resti nettamente la Spagna (in calo) con circa 109,5 milioni di litri, seguita dalla Francia (in crescita) con circa 20,2 milioni di litri. L’Italia resta inoltre nella top 3 dei principali Paesi esportatori, sia in volume che in valore, per il vero e proprio sfuso (inteso come vino spedito in contenitori superiori a 10 litri)*.
I dati globali evidenziano come, dietro la contrazione dei volumi, si stia delineando un mercato in cui cambiano le strategie di approvvigionamento, i flussi commerciali e le destinazioni del prodotto. In questo scenario, WBWE punta ad offrire non solo un’occasione di business, ma anche una lettura delle trasformazioni in corso. Nel 2025, la manifestazione ha riunito oltre 2.150 operatori provenienti da 60 mercati e 240 espositori, dando vita a più di 1.000 incontri di business qualificati. L’edizione 2026 proseguirà su questa traiettoria, con l’obiettivo di favorire l’incontro tra nuovi mercati e supportare le aziende nell’individuazione di nuove opportunità di crescita.
Caterina Tucci, direttrice della World Bulk Wine Exhibition.
WBWE è un appuntamento consolidato per il settore dello sfuso e il nostro obiettivo è continuare a far evolvere il suo ruolo in linea con i cambiamenti in atto”, “In un contesto complesso, vogliamo supportare i produttori nell’individuazione di nuovi mercati. Ci affidiamo a studi e dati concreti per identificare le aree a maggiore potenziale e raggiungere buyer qualificati, in particolare in Africa occidentale, Asia ed Europa centrale. Il nostro obiettivo rimane chiaro: sostenere il settore dello sfuso nella diversificazione dei mercati e nella creazione di nuove opportunità commerciali.
A ulteriore conferma del ruolo chiave della WBWE nell’interpretare i cambiamenti del mercato, il programma 2026 sarà particolarmente ricco. Attraverso Academy, conferenze, panel e masterclass, il palinsesto porterà al centro del confronto alcuni dei temi che stanno maggiormente interessando il comparto, dal no/low al futuro del mercato globale del vino sfuso, passando per resilienza, redditività e creazione di valore attraverso branding, packaging e storytelling. Saranno circa 10 le sessioni in programma, con il coinvolgimento di esperti europei e internazionali. Novità di questa edizione sarà inoltre uno spazio ibrido al centro dell’area espositiva, pensato per facilitare ulteriormente il dialogo su contenuti e analisi tra operatori. Ad arricchire il confronto sarà anche la presenza di rappresentanti delle regioni produttrici, affiancati quest’anno da rappresentanti diplomatici, che porteranno una prospettiva sulle dinamiche economiche, commerciali e internazionali che stanno influenzando gli scambi.
Tra gli appuntamenti della manifestazione torna anche l’International Bulk Wine Competition (IBWC), che nel 2025 ha premiato 39 vini e distillati provenienti da 10 Paesi, tra cui quattro medaglie Grand Gold. La giuria internazionale della scorsa edizione, presieduta da José Luis Murcia, ha riunito figure di rilievo del settore come Robert Joseph, Barry Dick MW di Waitrose, Cathrine Hernes di Vinmonopolet e Wanda Augustyn di Wineland Media, insieme ad altri 25 esperti internazionali tra professionisti dell’approvvigionamento, della produzione e dei media specializzati. Un livello di expertise che sarà mantenuto anche nel 2026, quando il 29 novembre la competizione riunirà 20 giudici internazionali, alla vigilia dell’apertura della manifestazione. Le iscrizioni saranno aperte da metà settembre al 9 novembre.
La prospettiva internazionale di WBWE si inserisce nella più ampia strategia di Vinexposium, che dal 2024 ha integrato la manifestazione nel proprio ecosistema di eventi dedicati al settore. Un percorso che nel giugno 2026 ha portato anche a Mendoza, in Argentina, per Vinexpo Explorer – Bulk Wine Chapter. Da Mendoza ad Amsterdam, l’obiettivo è offrire una lettura sempre più ampia dei mercati, mettendo in relazione le specificità dei singoli territori con le dinamiche globali del comparto.
Per ulteriori informazioni: www.worldbulkwine.com
La Redazione
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23 Settembre, 2026
ViVa 2026. La Chiavennasca all'ombra delle Alpi.
E se sono tanto piaciuti questi vini a luglio a Milano, con una temperatura di 38 gradi….vi immaginate a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi?
Si chiudeva così l’articolo di presentazione di ViVa 2026 dello scorso luglio, e finalmente ci siamo stati a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi!
Dal 12 al 14 settembre Sondrio ha ospitato la seconda edizione di ViVa, Vini della Valtellina, l’evento che vuole celebrare lo straordinario vitigno qual è il Nebbiolo, qui chiamato Chiavennasca o Nebbiolo delle Alpi. ViVa nasce dalla caparbietà di un Consorzio che sin da subito ci ha dato l’impressione di forte coesione, attento ai cambiamenti e propositivo, dimostrando di avere una visione chiara del futuro.
Il Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina, in collaborazione con La Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e la Fondazione Provinea, patrocinati e supportati dal Comune di Sondrio hanno capito sin da subito una cosa fondamentale: per raccontare la Valtellina e le sue cinque zone vinicole, Grumello, Sassella, Inferno, Maroggia, Valgella, non basta parlare solo di vino, ma è necessario attraversarla, raccontare il territorio mentre si fa trekking, mentre si fanno passeggiate e si visitano cantine con le e-bike, e così è successo a noi.
La manifestazione si è aperta venerdì sera, 11 settembre, con uno spettacolare DJ set dell’altrettanto spettacolare Ema Stokholma, che Emma ha particolarmente gradito, mentre per chi come me era più concentrato sull’aspetto enologico che danzante della serata la possibilità di una degustazione senza fine con una miriade di bottiglie di Chiavennasca in tutte le sue migliori interpretazioni e vinificazioni. Un piccolo paradiso enoico.
Come dicevo per raccontare la Valtellina è necessario attraversarla, è così che sabato mattina con un gruppo di enopodisti e con l’aiuto della guida Francesca abbiamo passeggiato tra le vigne ed i boschi della zona di Grumello e di Sassella, circa 3 ore di camminata attraversando i famosi terrazzamenti ed i muretti a secco, Patrimonio Immateriale dell’Umanità dal 2018, camminata molto utile per capire al meglio l’identità di questa valle.
Partendo dalla sua particolare esposizione: da est a ovest, ciò significa una luce, un sole costante durante tutta la giornata – tanto’è che ai piedi delle Alpi i fichi d’india nascono spontanei tra i filari – con i vigneti esposti a Sud a volte superiori a 800 metri di altitudine a godere di un clima perfetto dato dalle escursioni termiche importanti tra mattina e sera, protetti dai venti freddi del Nord grazie allo scudo naturale delle Alpi Retiche sulla valle, e da un vento termico, la Breva, che arriva dal vicino Lago di Como, asciugando l’umidità in eccesso.
A tutto questo si aggiunga il fatto che ogni terrazzamento è frutto di riempimenti con terra da riporto, con proporzioni e composizioni sempre diverse di granito, limo, sabbia e minerali.
Una parcellizzazione estrema che da origine a delle sfumature ogni volta variabili nel bicchiere, una ricchezza espressiva rara, a sottolineare ancora di più l’unicità dei vini di questa valle.
Terminata la passeggiata trekking ViVa 2026 entra nel vivo. E lo fa con una scelta espositiva che abbiamo particolarmente apprezzato: un tasting diffuso nel centro storico di Sondrio, ospitato all’interno di 5 palazzi storici e luoghi simbolo della città. In queste location abbiamo trovato 40 cantine, storie di famiglie, di amicizia, di ambizione, storie di sfide alla montagna, abbiamo trovato un clima ed una dimensione molto autentica e naturale, siamo stati bene.
Merito senz’altro anche del loro Nebbiolo delle Alpi, della loro Chiavennasca che in Valtellina è capace di esprimersi con una freschezza di beva sorprendente, accompagnata da una grande varietà e finezza aromatica. Con Emma abbiamo qui compreso quanto sia stata utile la camminata tra i vigneti, nei boschi, lungo i ruscelli, assaggiando l’uva dai grappoli al sole, aggiungendo così un nuovo alfabeto olfattivo ritrovato poi nei calici.
Aromi che giocano con la dolcezza del fico, le note balsamiche resinose di pino o il pino mugo, di menta selvatica, netti sentori di muschio, profumi più eleganti che esplosivi e che ben si intrecciano ai sentori varietali dell’uva Nebbiolo.
Quasi tutti i produttori hanno proposto in degustazione i tre rossi classici del territorio: il Rosso Valtellina, che rappresenta la versione più fresca ed immediata della Chiavennasca evidenziandone la fragranza e la facilità di beva, la Valtellina Superiore con un 90% minimo di Chiavennasca e un’elevazione minima di 24 mesi, di cui 12 in legno, a rappresentare a nostro avviso l’espressione più autentica e territoriale del vitigno, nella versione Riserva – almeno 36 mesi di elevazione – raggiunge livelli espressivi….commoventi. Ovviamente non poteva mancare il celebre Sforzato o Sfursat, il vino icona della Valtellina, potente e suadente, 20 mesi di elevazione di cui almeno 12 in legno. Il primo vino rosso passito italiano a ricevere la DOCG nel 2003, con una raccolta delle uve leggermente anticipata per poi farle appassire dai 60 ai 120 giorni, in funzione delle annate e delle condizioni di appassimento.
A fine giornata abbiamo riscontrato una proposta di vini in generale molto buona qualitativamente, alcune piacevoli sorprese come la Cooperativa Agricola Triasso e Sassella con il loro I Ciaz, Sassella, Valtellina superiore. Corposo e balsamico, e tanti squilli che piano piano escono allo scoperto.
Mentre ci siamo commossi per: Guast – Inferno, Valtellina Superiore della cantina Dirupi, finemente complesso, in bilico tra verticalità e pienezza di bocca porta nel bicchiere il carattere dell’Inferno, una delle zone più calde ed impervie della valle. Qui ritroviamo parte del nuovo alfabeto imparato camminando nei boschi come i sentori di resina ed erbe alpine, lo sviluppo dei terziari come la liquirizia ed il cacao insieme alla sapidità finale ed un tannino fine ne fanno un vino che non cerca la potenza ma la misura. Tutta la loro linea ci è molto piaciuta, così come la loro storia, una storia di amicizia. Senz’altro ci ha conquistato Clos Convento San Lorenzo, Valtellina Superiore Sassella Riserva di Mamete Prevostini, l’unico Clos presente in tutta la valle. Una struttura tannica avvolgente ed importante giocata tutta sulla morbidezza, una vera carezza al palato, caldo, balsamico, ricco di frutta rossa anticipa, secondo noi, lo Sforzato Albareda, sempre di Mamete Prevostini, e qui l’aggettivo “avvolgente” gioca un altro campionato. Ha una ricchezza di aromi e profumi che vanno dal fico al caffè, dalla menta selvatica al mirto, dal rabarbaro alla china, è si morbido ma anche decisamente potente.
Cambiando areale, passiamo in Valgella, c’è chi ha nella finezza e nella croccantezza del frutto la propria identità, la cantina Sandro Fay. Il suo Sforzato Ronco del Picchio, che nasce a 700 di altitudine, risulta molto fresco ed agile al palato, con una spiccata acidità che sovrasta le morbidezze tipiche dello sforzato facendolo risultare più…snello e dinamico, leggero nella percezione. Quasi opposta ma altresi interessante la visone della cantina Ar.Pe.Pe. con le sue estreme macerazioni, anche di 4 mesi ed oltre, ed i lunghi affinamenti tra botti grandi e cemento a cercare una stratificazione al palato. Nei loro vini si intrecciano le erbe di montagna con gli agrumi, netti sentori balsamici di resine e menta a sentori terrosi come il muschio, vini di importante struttura tannica capaci di restituire nel bicchiere il carattere del territorio dove nascono. Anche la cantina Plozza ci ha conquistato con uno Sforzato reinterpretato, Vivo, qui la macerazione è delicata a cappello sommerso, in pratica per infusione delle vinacce, che permette una estrazione delle sostanze fenoliche lenta e continua, una maggiore integrazione dei tannini che risultano essere meno aggressivi, e mettendo in primo piano il frutto. Un vino da 16,5% invisibili alla beva. Ci è particolarmente piaciuta anche la proposta della cantina Scerscè, con il Valtellina Superiore Essenza e lo Sforzato Infinito, infinito nella persistenza ed anche nel tempo, con quello che l’affinamento concede anno dopo anno.
Energia è quello che più ci rimane da questa esperienza in Valtellina, e un grandissimo merito lo ha avuto il Consorzio che ha saputo trasformare la promozione in una esperienza, mettendo in relazione vino, paesaggio, persone e cultura. L’equilibrio.
L’appuntamento è per ViVa 2027, sempre all’ombra delle Alpi.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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23 Settembre, 2026
Trebes. Mitja Princic e l’arte di tornare alle origini
Nel cuore del Collio, tra confini, mare e vigneti, la storia di Mitja Princic e della cantina Trebes è un racconto di coraggio, perdita e rinascita. Dalle zucchine al vino, fino alle sorprendenti bottiglie affinate sott’acqua, un viaggio umano che attraversa generazioni e restituisce al vino il suo significato più profondo.
Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno.
William Shakespeare, La Tempesta Lo ammetto. Quando ho conosciuto Mitja Princic, titolare della Trebes, azienda di San Floriano del Collio, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo assaggiato e apprezzato i vini, annotati mentalmente. Non conoscevo però l’uomo. O meglio, pensavo di conoscerlo. Il classico vignaiolo del Collio, con generazioni alle spalle, mani callose, un po’ di retorica sulla terra e sulla tradizione. Invece no. Mitja mi ha completamente disarmato. Mi ha parlato di zucchine, di sveglie alle tre del mattino, di un padre perso in tre mesi, di una pacca sulla spalla che bruciava più di uno schiaffo. E mi ha parlato del mare. Del Collio che una volta era fondale marino. Di bottiglie che tornano sott’acqua come salmoni che risalgono la corrente. Non certo per moda e per marketing. O almeno, non solo. Ma per un’idea che mi è entrata dentro e non mi ha più mollato: restituire il vino al luogo da cui tutto è venuto. Il confine come condizione dell’anima San Floriano del Collio. Il nome sembra quasi dire già tutto: un santo protettore, una collina, un confine. Siamo a pochi chilometri dalla Slovenia, in una terra che per secoli è stata attraversata da eserciti, mercanti, pellegrini, idee. Qui si mescolano lingue, cognomi, sapori. Qui il confine non è una semplice linea tracciata su una mappa. È una reale e sincera condizione dell’anima. Lo si respira, lo si beve, lo si riconosce negli occhi della gente. Siamo una famiglia originaria proprio di questo luogo. Siamo in zona di confine e il nostro cognome rispecchia questa cosa. Non colgo alcuna enfasi nel tono di Mitja. Quasi fosse un dettaglio secondario o, più semplicemente, qualcosa di così scontato che non merita nemmeno un accento. Però è come se sentissi dentro il basso continuo di tutta la sua storia. Una sorta di ritmo rimbombante che detta il tempo, scandendo i secondi. Mitja ha attraversato confini per tutta la vita: tra la terra e il mare, tra l’orticoltura e la viticoltura, tra il dovere e il desiderio, tra la vita e la morte. Essere figlio unico in un’azienda agricola familiare è di per sé una condanna e una benedizione. Non hai scelta, ma hai una direzione. Non puoi fuggire, ma puoi trasformare. Mitja, all’inizio, non ha trasformato nulla: ha semplicemente continuato. Ha frequentato la scuola alberghiera (imparando a cucinare, non a vinificare) ed è entrato nell’azienda dei genitori. Una azienda che, in quel momento, non produceva vino. Produceva zucchine. Le zucche di Cenerentola e la pacca sulla spalla Siamo cresciuti tanto con l’azienda orticola. Siamo diventati i maggiori produttori di zucchine in Friuli. Ve lo immaginate? Il Collio, terra di vini bianchi celebrati in tutto il mondo e Mitja Princic che sforna zucchine a ritmo industriale. Sette-otto ettari, consegne all’alba, operai che arrivavano alle cinque del mattino per la raccolta. Da diventar matti e, soprattutto, alienati. Rapiti da ritmi che dettano anche i respiri. Eppure Mitja non si lamenta. Anzi, quasi se ne vanta. In quel lavoro c’era una dignità che oggi fatichiamo a riconoscere. Forse, perché immaginiamo che ci siano stuoli di extracomunitari a fare quel lavoro, che non sia un lavoro dignitoso. Invece è la dignità di chi produce cibo, di chi nutre le persone, di chi si sporca le mani senza doverlo raccontare su Instagram. Le zucchine non bastavano a riempire tutto. C’era un’altra parte dell’azienda: i vigneti. Venti ettari in tutto, seminativi e filari. Le uve? Conferite a un grande gruppo, l’Italiana Vini. Ogni anno, la riunione di fine anno. Ogni anno, la pacca sulla spalla. Ci dicevano che le nostre uve erano le più belle e le migliori. Ma il regalo che ci facevano era quello: ‘bravi, continuate così’. Non un centesimo in più per la qualità. Quello mi dava fastidio. Avete presente una lama affilata? Ecco, quella frase aveva proprio lo stesso effetto. Non sono i soldi a cui Mitja mira. Ovvero non principalmente. Mi parla di rispetto, di riconoscimento, di quella rabbia sorda che ti prende quando fai un lavoro eccellente e qualcuno lo usa per arricchirsi senza nemmeno dirti grazie. È la rabbia del contadino, dell’artigiano, dell’operaio. È la rabbia che ha acceso rivoluzioni, scritto canzoni, fondato imperi. E, nel caso di Mitja, è la rabbia che ha acceso la scintilla del vino. 2013: l’anno più sbagliato per cominciare (e quello giusto per capire) Il primo anno è stato un 2013. La peggiore annata del secolo, penso. Giusto per cominciare bene. La risata di Mitja è quasi amara. Anzi è amara del tutto. Come se volesse imprimere una ironia forzata nell’iniziare un’avventura enologica proprio quando il cielo decide di rovesciarti addosso tutto il suo peggio. Pioggia, umidità, malattie della vite. Una battaglia. Eppure il vino non era venuto male. Mille bottiglie, un esperimento quasi clandestino. Mitja non aveva nemmeno una cantina: vinificava dal cugino, azienda grande e conosciuta. Portava lì le uve, le faceva lavorare come diceva lui. Un lusso da hobby, reso possibile dal fatto che intanto le zucchine rendevano, la famiglia mangiava, le spalle erano coperte. Era un gioco, ma anche una voglia di diversificare Che male c’è i fondo. Sarà pure stato un gioco ma io credo che i giochi più seri siano quelli che nascono per caso. Non quelli pianificati a tavolino, con business plan e proiezioni di fatturato. Quelli che nascono da un amore improvviso, da una curiosità che non ti molla, da una pacca sulla spalla che ti brucia ancora. Mitja si era innamorato del vino quasi per caso. Io prima ero un bevitore di birra, fondamentalmente. Il vino non lo consideravo più di tanto. Frequentava ristoranti, mangiava bene. Nei ristoranti, quelli seri, quelli dove la cucina è un’arte, l’abbinamento giusto era cibo e vino. Non cibo e birra. Così comincia ad assaggiare, a capire, a farsi sedurre. L’amore, quello vero, arriva sempre quando meno te lo aspetti. Un aspetto questo che allontana del tutto il pregiudizio iniziale! Il padre, il vuoto, la scelta Poi è arrivato il 2020. L’anno del COVID, per tutti. Per Mitja, l’anno in cui il mondo si è fermato e il suo mondo è crollato. Per me il COVID è stato il minore dei miei problemi. Come azienda orticola, la gente doveva pur mangiare. Non è cambiato niente. Anzi, i prezzi erano aumentati. Se pensate che queste parole suonino quasi ciniche, non lo sono affatto. Perché quello che arriva subito dopo è il vero colpo. Quello inaspettato e che fa male più di qualunque perdita economica. Perché senza prezzo Si è ammalato mio padre. Lui era la colonna portante dell’azienda. In tre mesi ci ha lasciato. Tre mesi. Un battito di ciglia. Il tempo di rendersi conto che stai per perdere tutto e poi, perderlo davvero. Mi è mancata la colonna per la parte orticola proprio quando stavo cominciando a dedicare più tempo al vino. Ha lasciato un vuoto importante. Vuoto. Ecco la parola chiave. Mitja non riesce a parlare di dolore o di lacrime. Non è il suo stile e credo non sia neanche lo stile di questi luoghi che di morti ne hanno visti molti. Parla di vuoto. Un vuoto apertosi sotto i suoi piedi come una voragine. Il padre non era solo un genitore: era il socio, il compagno di lavoro, la memoria storica, la rassicurazione silenziosa che tutto sarebbe andato bene. Quando è mancato, è mancata la terra sotto i piedi. Mitja aveva quarant’anni. Due figli piccoli. Un’azienda orticola che richiedeva 20 ore al giorno per cinque mesi all’anno. Una cantina in affitto, trovata per fortuna proprio accanto a casa, dove stava timidamente provando a fare il vignaiolo. Avevo le spalle coperte Così aveva detto prima. Adesso non più. Adesso era solo. La forza della fragilità È il 2022 quando Mitja decide di fare il passo. Difficile. Complicato. Ma aveva bisogno di essere felice. Non più orticoltura, non più zucchine, non più sveglie alle tre del mattino, consegne, operai, raccolta febbrile che durava fino a novembre. Ha scelto il vino. Non è stata solo una scelta imprenditoriale. È stata una scelta di vita. Una scelta di sopravvivenza, quasi. Non era più sostenibile. Ti porta via troppo tempo. Non puoi nemmeno saltare un giorno. Io ho la fortuna di non aver bisogno di dormire tanto: tre ore mi bastano. Ma fra vent’anni come sarà? Volevo che i miei figli non dovessero fare questi ritmi. Alle volte capita nelle chiacchierate tra persone. Alle volte ci si apre. E Mitja si apre. Parla dei figli. Del grande, che un giorno ha detto alla mamma che papà non era suo amico perché lavorava sempre. Quello ti rimane dentro. La fatica non ti pesa, ma ti consuma. Lentamente e inesorabilmente. Un morso per volta fino a che ti ritrovi con nulla tra le mani e nessuno intorno. Pensi di aver fatto tutto per i tuoi figli e la tua famiglia e capisci, in un istante che sembra un tuono in una giornata uggiosa, che hai sbagliato tutto. Ho cominciato a lavorare a otto anni. D’estate stavo in campo con gli operai, tenevo la cassettina. Avevo otto anni. Non mi pesa, è anche un mio difetto: penso sempre al lavoro. Però è una cosa che mi piace, la mia vita è questa. Non mi date del matto ora ma per puro caso, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivata la notifica di un reel Instagram. Sapete di quelli che hanno la voce narrante. Era un video in bianco e nero e la voce narrante diceva: “Il nostro passato ci accompagna sempre, come un fantasma, come una presenza invisibile”. L’ho ricercata ed era un film, davvero mai visto in vita mia, di Andrej Tarkovskij, Lo specchio. Solo tramite Internet lo scoperto che il protagonista, morente, ripercorre la sua vita attraverso immagini oniriche: la madre, la casa d’infanzia, i campi di grano saraceno mossi dal vento. Quella frase mi si è stampata in mente facendomi pensare proprio a Mitja: il suo passato ce l’ha scritto nelle mani, nella schiena, nel modo di parlare. Non lo rinnega, anzi, lo rivendica. Ma ha deciso di non farlo diventare il futuro dei suoi figli. Che è il più grande regalo che potesse fargli. Bollicine e bestemmie: la sfida al Collio Dedicarsi al vino con le vigne in un posto completamente vocato non è banale ma nemmeno impossibile. Collio uguale vino. Una equazione logica, vincente. Magari prevedibile. Certo, passare dal conferimento alla bottiglia non è per nulla immediato. Mitja, nel momento in cui si dedica completamente al vino, non sceglie la strada più ovvia. In una terra come il Collio, dove i bianchi fermi sono venerati come icone, lui decide di puntare sulle bolle. A me piacciono i vini puliti. Non sono uno dei macerati. E mi piacciono molto le bolle. Quella che sembra essere una dichiarazione di guerra credo lo sia davvero considerando che più di qualcuno gli ha detto: “Il Collio non è zona da bolle”. Dire una cosa del genere a Mitja, in faccia per giunta, senza criterio, senza argomentazioni, solo per sentito dire o per abitudine mentale (tanto le cose si sono sempre fatte così), non poteva che generare una sfida. Quando mi dicono così, parte la sfida personale Vedo i suoi occhi accendersi. Senza arroganza o presunzione. È solo quella sana testardaggine che ha spinto l’umanità a valicare montagne, attraversare oceani, scoprire nuovi mondi. È la stessa testardaggine che ha portato un frate benedettino a inventare lo Champagne quasi per caso (perché sì, la storia del Dom Pérignon che dice “Venite, sto bevendo le stelle” è una leggenda, ma racconta una verità: le bolle sono nate per errore). Mitja vuole dimostrare che il Collio può essere zona da spumante e lo sta facendo, bottiglia dopo bottiglia, con la meticolosità di chi sa che sta scrivendo una pagina nuova nella storia di questa terra. Sott’acqua: la poesia del ritorno L’intuizione più poetica, quella che mi ha convinto che Mitja Princic non è solo un bravo vignaiolo, ma un narratore di storie è l’Underwater Wine. Ho scoperto anni fa il discorso dell’affinamento in mare. Le bottiglie trovate nelle navi affondate. Mi piaceva come cosa. Il Collio era il fondo del mare. Milioni di anni fa, dov’erano queste colline? C’era acqua. Un oceano primordiale, silenzioso, buio. Poi la terra si è sollevata, le acque si sono ritirate e su quel fondale sono cresciute viti, ulivi, cipressi, uomini. Prendere un vino che nasce da quella terra e rimetterlo sott’acqua va oltre l’enologia. È filosofia. È poesia. È chiudere un cerchio che è rimasto aperto per ere geologiche. Abbiamo fatto esperimenti per anni. Abbiamo cercato di capire come fare. Poi ho trovato la quadra Parole, tono, espressione facciale. Tutto sa di semplicità. Mai di arroganza. Come quando si ha un problema pratico e lo si risolve. Sotto però, in quell’angolo nascosto dell’anima, sento l’emozione del pioniere. Come Cristoforo Colombo quando ha avvistato terra, come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla luna. Nella giusta proporzione, ovviamente. Non stiamo parlando di scoprire l’America, ma per un vignaiolo del Collio, far affinare il vino sott’acqua è un piccolo grande azzardo. Il mercato del vino va molto a brand. Ci sono 3-4 nomi che vendono il marchio e poi una marea di produttori bravissimi. Perché uno dovrebbe prendere il mio vino? Qui in Collio sono tutti bravi. Devo avere qualcosa per distinguermi. Onestà intellettuale che applaudo. Perché sì, il vino buono non basta. Oggi sono migliaia i produttori che fanno vini eccellenti. La differenza tra l’uno e l’altro è la storia che c’è dietro e dentro. Raccontare una storia. Creare un’esperienza. Dare al cliente un motivo per sceglierti. E una bottiglia che ha passato mesi in fondo al mare, con la salsedine che accarezza il vetro, con l’etichetta leggermente corrosa dall’acqua, quella è una storia che nessun altro può raccontare. Mi permette di entrare nei locali stellati dove non mi cagherebbero neanche. È onesto Mitja. Squisitamente e sfacciatamente onesto. Così onesto che non posso non pensare a tutti quei produttori bravissimi che conosco, che fanno vini straordinari ma non sanno venderli. Che aspettano che il mondo si accorga di loro, invece di andare a bussare alle porte del mondo. Mitja ha bussato con una bottiglia underwater. E il mondo gli ha aperto. Aveva qualcosa in mano che non si sarebbe trovata altrove. Ha raccontato la sua visione. Ha fatto assaggiare i suoi vini. Tutto qui. Il vino come figlio, il nonno come mito Se c’è un futuro, occorre trovarlo a partire dal passato. Da quei momenti e da quelle persone che hanno segnato la nostra vita. È così che Mitja mi racconta di suo nonno. Morto poco tempo fa a 97 anni. Era un mito. Fino all’ultimo anno andavamo a caccia insieme. A 96 anni ha preso due caprioli a 150 metri. Fino all’ultima settimana, testa lucidissima, autonomo. Quando gli dicevamo che a 97 anni si è un po’ rimbambiti, lui rispondeva: “ricordatemi che quando succede ve lo dico”. Un vecchio saggio, un patriarca, un uomo che ha attraversato il Novecento con la schiena dritta e lo sguardo fiero. Mitja ha bisogno di dedicargli un vino. Ma non uno qualsiasi. Non voglio che sia una forzatura. Deve venire naturale. Quando trovo il vino giusto, la linea giusta. Anche mio nonno diceva che i vini sono come i figli. Scegli il nome, li aspetti e poi quando nascono li guardi e dici: “è lui”. Sofocle diceba che “I figli sono le ancore che tengono alla vita le madri”. Allo stesso modo i vini, in fondo, sono le ancore che tengono i vignaioli alla terra. Senza vino, Mitja sarebbe rimasto un produttore di zucchine. Con il vino, è diventato un uomo che dialoga con suo nonno attraverso una bottiglia. Nel frattempo, la successione familiare è già in moto. Il figlio grande, 14 anni, ha preso dal nonno paterno: testa bassa, lavoratore instancabile. Si è iscritto alla scuola di agraria, vuole fare l’enologo. A lui piace il mondo del vino perché vede me che vado in giro e mi trattano come un papa quando vado a mangiare dai clienti. E a lui piace mangiare La piccola, 10 anni, è l’opposto: espansiva, parla con tutti, potrebbe diventare una commerciale formidabile. Mitja li guarda e intravede il futuro: lui in cantina, lei a vendere. Il sogno di ogni padre vignaiolo. I vini nel bicchiere Alcuni produttori si raccontano meglio attraverso le parole. Altri si capiscono davvero solo quando taci e bevi. Mitja è entrambe le cose. Ho stappato due bottiglie di Trebes con la stessa attenzione con cui si ascolta qualcuno che sta ancora cercando la propria voce, sapendo che quello che senti è già bello, e che il meglio deve ancora venire. Level 8. Ribolla Gialla Pas Dosé Level 8 arriva nel bicchiere arriva paglierino, con un perlage fine e persistente che sale lento, disciplinato, come chi ha qualcosa da dire e non ha fretta di dirlo. Al naso è pasticceria domestica, quella delle cucine vere: crema al limone ancora tiepida, fiori di glicine appena aperti. C’è una dolcezza che non è zucchero ma è profumo, e già lì capisci che questo vino ha una sua idea di sé. In bocca il perlage è sapido, fresco, con una punta di amaro finale che non disturba, anzi, è proprio quella punta a rendere tutto meravigliosamente pieno, gustoso, appagante. Il limone torna pulitissimo, porta via ogni residuo di ridondanza, e lascia una sensazione di piacevolezza che non riesci a smettere di inseguire. Un vino croccante, dissetante, semplice nel senso più nobile del termine: nessuna sovrastruttura, solo materia prima e onestà. Bravo, Mitja. Davvero. Ribolla Gialla Brut Millesimato 2022 Il 2022 è stato un anno difficile per chiunque lavorasse in vigna. Caldo, siccità, la natura che non chiedeva permesso. Eppure da questa annata complicata Trebes ha tirato fuori qualcosa di molto interessante: il Metodo Martinotti (lungo 18 mesi) Ribolla Gialla. Nel bicchiere il vino porta ancora addosso i segni di quell’estate lunga: colore caldo, perlage vivace ma non aggressivo, un naso che profuma di Ribolla nel senso più classico: agrumi gialli, un accenno di mandorla, quella mineralità da flysch che qui non è mai un’astrazione ma qualcosa di fisicamente percepibile, quasi tattile. In bocca l’acidità è la protagonista giusta: tesa, verticale, con un finale che rimanda a gesso bagnato e scorza di cedro. Un vino che non vuole compiacere, vuole convincere. E ci riesce. È ancora giovane. Tra un anno sarà ancora più interessante. Tenetelo a mente. La cantina di pietra e il borgo che verrà Mitja possiede una vecchia cantina in pietra. La stessa che usava suo padre. Adesso è in affitto in un’altra sede, ma l’intenzione è di ristrutturarla. Me la ristrutturerò come mi serve. Poi ci ragionerò per un domani: barrique, cuvée per gli spumanti, sboccatura. All’occorrenza, sbancherà il capannone accanto per farci una cantina interrata nella collina. Posso fare grande quanto voglio. Non è un problema. Anche in questo caso quella di Mitja è tranquillità vissuta senza spocchia o particolare ambizione. È la pazienza di chi vive senza fretta sapendo e volendo dedicare il proprio tempo anche alla propria famiglia. Sa che deve crescere, ma piano piano. In maniera sostenibile. Vigneti che si riconvertono piano piano, da Pinot Grigio e Sauvignon (i vitigni che andavano di moda trent’anni fa) a Ribolla, Malvasia, Friulano Vitigni che è giusto coltivare qui da noi per valorizzare il territorio. Un’attenzione quasi maniacale a non stravolgere, a non forzare, a non snaturare. Poi il sogno: creare un piccolo borgo dell’accoglienza. Cinque, dieci camere. Un posto dove i clienti possano venire, assaggiare il vino, dormire tra i vigneti. Per come siamo situati si presta perfettamente. Come si usa in Toscana, che sono molto più avanti di noi. La ristorazione? Mi piacerebbe tanto, il mio background è quello. Ma è una rogna apocalittica. Magari mando gli amici a mangiare fuori. Sorrido. Perché Mitja Princic sogna in grande tenendo i piedi ben piantati nella terra. Progetta il futuro senza dimenticare da dove viene. Vuole crescere, ma non diventare qualcos’altro. Il clima, i vigneti bassi e la verità sussurrata I vigneti di Mitja sono nella parte bassa di San Floriano del Collio, verso Cormòns. Se prima questo poteva essere una diminutio adesso, con i cambiamenti climatici, le cose cambiano. Sono contento. Il clima è diverso rispetto alla parte alta. Con il clima che è cambiato, vedo differenze di temperatura assurde a distanza di 200 metri. I vigneti che si esprimono meglio sono quelli nella parte in basso. Tra parte alta e bassa del Collio è come se ci fosse una tenzone. Come le tante che ci sono nel mondo del vino, pieno di gerarchie non scritte, di classifiche ereditate dal passato, di cru e di terroir che valgono più di altri. Oggi il clima sta ridisegnando tutto. Quello che era vero trent’anni fa non è più vero oggi. Mitja, che arriva dalle zucchine e non ha pregiudizi, lo vede con chiarezza. Non lo grida ai quattro venti perché sarebbe scortese, sarebbe pericoloso. E Mitja non è il tipo. Semmai lo sussurra mentre io lo raccolgo come si raccoglie un frutto maturo. Come sarà Mitja tra vent’anni? Felice. Sereno, in salute. Con un’azienda che lavora bene, con due figli accompagnati a fare quello che gli piace. Altro che proiettare fatturati, premi, riconoscimenti. Conta la serenità ovvero la cosa più difficile da raggiungere, per uno come lui, abituato a correre a una velocità che gli altri faticano a seguire. Mio cugino mi dice sempre: “voi Princic siete delle belle persone, ma avete un difetto: lavorate troppo. La velocità a cui andate è troppo alta per gli altri”. Mitja ne è assolutamente consapevole. Così come è consapevole che è nel suo dna, dunque non risolvibile. Il vino gli ha dato l’opportunità di trovare un equilibrio. Non certo la ricchezza perché magari con le zucchine era meglio. Nemmeno la fama perché per quella ci vuole tempo. L’equilibrio. Ecco, l’equilibrio si. Non ho ancora assaggiato le bottiglie che in questo momento sono sott’acqua, da qualche parte nell’Adriatico perché non pronte. Le lascio li ma nella mia mente sono un punto fermo di questa storia. Così come lo sono quel nonno che a 96 anni prendeva caprioli a 150 metri; il padre che se n’è andato in tre mesi lasciando non un vuoto ma il vuoto; i figli che crescono; il mare che è stato il principio di tutto; il vino che torna a casa. Contemporaneamente penso che sì, Mitja Princic ha fatto la scelta giusta. Non certo quella più facile o più ovvia. Sicuramente quella giusta. Bevi il vino, amico mio, e guarda le stelle. La vita è breve, ma il ricordo di un buon bicchiere dura per sempre. È una vecchia cantilena contadina che forse non è mai esistita, ma che mi piace immaginare sia stata sussurrata proprio tra i filari del Collio, in una sera che non si dimentica. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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William Shakespeare, La Tempesta Lo ammetto. Quando ho conosciuto Mitja Princic, titolare della Trebes, azienda di San Floriano del Collio, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo assaggiato e apprezzato i vini, annotati mentalmente. Non conoscevo però l’uomo. O meglio, pensavo di conoscerlo. Il classico vignaiolo del Collio, con generazioni alle spalle, mani callose, un po’ di retorica sulla terra e sulla tradizione. Invece no. Mitja mi ha completamente disarmato. Mi ha parlato di zucchine, di sveglie alle tre del mattino, di un padre perso in tre mesi, di una pacca sulla spalla che bruciava più di uno schiaffo. E mi ha parlato del mare. Del Collio che una volta era fondale marino. Di bottiglie che tornano sott’acqua come salmoni che risalgono la corrente. Non certo per moda e per marketing. O almeno, non solo. Ma per un’idea che mi è entrata dentro e non mi ha più mollato: restituire il vino al luogo da cui tutto è venuto. Il confine come condizione dell’anima San Floriano del Collio. Il nome sembra quasi dire già tutto: un santo protettore, una collina, un confine. Siamo a pochi chilometri dalla Slovenia, in una terra che per secoli è stata attraversata da eserciti, mercanti, pellegrini, idee. Qui si mescolano lingue, cognomi, sapori. Qui il confine non è una semplice linea tracciata su una mappa. È una reale e sincera condizione dell’anima. Lo si respira, lo si beve, lo si riconosce negli occhi della gente. Siamo una famiglia originaria proprio di questo luogo. Siamo in zona di confine e il nostro cognome rispecchia questa cosa. Non colgo alcuna enfasi nel tono di Mitja. Quasi fosse un dettaglio secondario o, più semplicemente, qualcosa di così scontato che non merita nemmeno un accento. Però è come se sentissi dentro il basso continuo di tutta la sua storia. Una sorta di ritmo rimbombante che detta il tempo, scandendo i secondi. Mitja ha attraversato confini per tutta la vita: tra la terra e il mare, tra l’orticoltura e la viticoltura, tra il dovere e il desiderio, tra la vita e la morte. Essere figlio unico in un’azienda agricola familiare è di per sé una condanna e una benedizione. Non hai scelta, ma hai una direzione. Non puoi fuggire, ma puoi trasformare. Mitja, all’inizio, non ha trasformato nulla: ha semplicemente continuato. Ha frequentato la scuola alberghiera (imparando a cucinare, non a vinificare) ed è entrato nell’azienda dei genitori. Una azienda che, in quel momento, non produceva vino. Produceva zucchine. Le zucche di Cenerentola e la pacca sulla spalla Siamo cresciuti tanto con l’azienda orticola. Siamo diventati i maggiori produttori di zucchine in Friuli. Ve lo immaginate? Il Collio, terra di vini bianchi celebrati in tutto il mondo e Mitja Princic che sforna zucchine a ritmo industriale. Sette-otto ettari, consegne all’alba, operai che arrivavano alle cinque del mattino per la raccolta. Da diventar matti e, soprattutto, alienati. Rapiti da ritmi che dettano anche i respiri. Eppure Mitja non si lamenta. Anzi, quasi se ne vanta. In quel lavoro c’era una dignità che oggi fatichiamo a riconoscere. Forse, perché immaginiamo che ci siano stuoli di extracomunitari a fare quel lavoro, che non sia un lavoro dignitoso. Invece è la dignità di chi produce cibo, di chi nutre le persone, di chi si sporca le mani senza doverlo raccontare su Instagram. Le zucchine non bastavano a riempire tutto. C’era un’altra parte dell’azienda: i vigneti. Venti ettari in tutto, seminativi e filari. Le uve? Conferite a un grande gruppo, l’Italiana Vini. Ogni anno, la riunione di fine anno. Ogni anno, la pacca sulla spalla. Ci dicevano che le nostre uve erano le più belle e le migliori. Ma il regalo che ci facevano era quello: ‘bravi, continuate così’. Non un centesimo in più per la qualità. Quello mi dava fastidio. Avete presente una lama affilata? Ecco, quella frase aveva proprio lo stesso effetto. Non sono i soldi a cui Mitja mira. Ovvero non principalmente. Mi parla di rispetto, di riconoscimento, di quella rabbia sorda che ti prende quando fai un lavoro eccellente e qualcuno lo usa per arricchirsi senza nemmeno dirti grazie. È la rabbia del contadino, dell’artigiano, dell’operaio. È la rabbia che ha acceso rivoluzioni, scritto canzoni, fondato imperi. E, nel caso di Mitja, è la rabbia che ha acceso la scintilla del vino. 2013: l’anno più sbagliato per cominciare (e quello giusto per capire) Il primo anno è stato un 2013. La peggiore annata del secolo, penso. Giusto per cominciare bene. La risata di Mitja è quasi amara. Anzi è amara del tutto. Come se volesse imprimere una ironia forzata nell’iniziare un’avventura enologica proprio quando il cielo decide di rovesciarti addosso tutto il suo peggio. Pioggia, umidità, malattie della vite. Una battaglia. Eppure il vino non era venuto male. Mille bottiglie, un esperimento quasi clandestino. Mitja non aveva nemmeno una cantina: vinificava dal cugino, azienda grande e conosciuta. Portava lì le uve, le faceva lavorare come diceva lui. Un lusso da hobby, reso possibile dal fatto che intanto le zucchine rendevano, la famiglia mangiava, le spalle erano coperte. Era un gioco, ma anche una voglia di diversificare Che male c’è i fondo. Sarà pure stato un gioco ma io credo che i giochi più seri siano quelli che nascono per caso. Non quelli pianificati a tavolino, con business plan e proiezioni di fatturato. Quelli che nascono da un amore improvviso, da una curiosità che non ti molla, da una pacca sulla spalla che ti brucia ancora. Mitja si era innamorato del vino quasi per caso. Io prima ero un bevitore di birra, fondamentalmente. Il vino non lo consideravo più di tanto. Frequentava ristoranti, mangiava bene. Nei ristoranti, quelli seri, quelli dove la cucina è un’arte, l’abbinamento giusto era cibo e vino. Non cibo e birra. Così comincia ad assaggiare, a capire, a farsi sedurre. L’amore, quello vero, arriva sempre quando meno te lo aspetti. Un aspetto questo che allontana del tutto il pregiudizio iniziale! Il padre, il vuoto, la scelta Poi è arrivato il 2020. L’anno del COVID, per tutti. Per Mitja, l’anno in cui il mondo si è fermato e il suo mondo è crollato. Per me il COVID è stato il minore dei miei problemi. Come azienda orticola, la gente doveva pur mangiare. Non è cambiato niente. Anzi, i prezzi erano aumentati. Se pensate che queste parole suonino quasi ciniche, non lo sono affatto. Perché quello che arriva subito dopo è il vero colpo. Quello inaspettato e che fa male più di qualunque perdita economica. Perché senza prezzo Si è ammalato mio padre. Lui era la colonna portante dell’azienda. In tre mesi ci ha lasciato. Tre mesi. Un battito di ciglia. Il tempo di rendersi conto che stai per perdere tutto e poi, perderlo davvero. Mi è mancata la colonna per la parte orticola proprio quando stavo cominciando a dedicare più tempo al vino. Ha lasciato un vuoto importante. Vuoto. Ecco la parola chiave. Mitja non riesce a parlare di dolore o di lacrime. Non è il suo stile e credo non sia neanche lo stile di questi luoghi che di morti ne hanno visti molti. Parla di vuoto. Un vuoto apertosi sotto i suoi piedi come una voragine. Il padre non era solo un genitore: era il socio, il compagno di lavoro, la memoria storica, la rassicurazione silenziosa che tutto sarebbe andato bene. Quando è mancato, è mancata la terra sotto i piedi. Mitja aveva quarant’anni. Due figli piccoli. Un’azienda orticola che richiedeva 20 ore al giorno per cinque mesi all’anno. Una cantina in affitto, trovata per fortuna proprio accanto a casa, dove stava timidamente provando a fare il vignaiolo. Avevo le spalle coperte Così aveva detto prima. Adesso non più. Adesso era solo. La forza della fragilità È il 2022 quando Mitja decide di fare il passo. Difficile. Complicato. Ma aveva bisogno di essere felice. Non più orticoltura, non più zucchine, non più sveglie alle tre del mattino, consegne, operai, raccolta febbrile che durava fino a novembre. Ha scelto il vino. Non è stata solo una scelta imprenditoriale. È stata una scelta di vita. Una scelta di sopravvivenza, quasi. Non era più sostenibile. Ti porta via troppo tempo. Non puoi nemmeno saltare un giorno. Io ho la fortuna di non aver bisogno di dormire tanto: tre ore mi bastano. Ma fra vent’anni come sarà? Volevo che i miei figli non dovessero fare questi ritmi. Alle volte capita nelle chiacchierate tra persone. Alle volte ci si apre. E Mitja si apre. Parla dei figli. Del grande, che un giorno ha detto alla mamma che papà non era suo amico perché lavorava sempre. Quello ti rimane dentro. La fatica non ti pesa, ma ti consuma. Lentamente e inesorabilmente. Un morso per volta fino a che ti ritrovi con nulla tra le mani e nessuno intorno. Pensi di aver fatto tutto per i tuoi figli e la tua famiglia e capisci, in un istante che sembra un tuono in una giornata uggiosa, che hai sbagliato tutto. Ho cominciato a lavorare a otto anni. D’estate stavo in campo con gli operai, tenevo la cassettina. Avevo otto anni. Non mi pesa, è anche un mio difetto: penso sempre al lavoro. Però è una cosa che mi piace, la mia vita è questa. Non mi date del matto ora ma per puro caso, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivata la notifica di un reel Instagram. Sapete di quelli che hanno la voce narrante. Era un video in bianco e nero e la voce narrante diceva: “Il nostro passato ci accompagna sempre, come un fantasma, come una presenza invisibile”. L’ho ricercata ed era un film, davvero mai visto in vita mia, di Andrej Tarkovskij, Lo specchio. Solo tramite Internet lo scoperto che il protagonista, morente, ripercorre la sua vita attraverso immagini oniriche: la madre, la casa d’infanzia, i campi di grano saraceno mossi dal vento. Quella frase mi si è stampata in mente facendomi pensare proprio a Mitja: il suo passato ce l’ha scritto nelle mani, nella schiena, nel modo di parlare. Non lo rinnega, anzi, lo rivendica. Ma ha deciso di non farlo diventare il futuro dei suoi figli. Che è il più grande regalo che potesse fargli. Bollicine e bestemmie: la sfida al Collio Dedicarsi al vino con le vigne in un posto completamente vocato non è banale ma nemmeno impossibile. Collio uguale vino. Una equazione logica, vincente. Magari prevedibile. Certo, passare dal conferimento alla bottiglia non è per nulla immediato. Mitja, nel momento in cui si dedica completamente al vino, non sceglie la strada più ovvia. In una terra come il Collio, dove i bianchi fermi sono venerati come icone, lui decide di puntare sulle bolle. A me piacciono i vini puliti. Non sono uno dei macerati. E mi piacciono molto le bolle. Quella che sembra essere una dichiarazione di guerra credo lo sia davvero considerando che più di qualcuno gli ha detto: “Il Collio non è zona da bolle”. Dire una cosa del genere a Mitja, in faccia per giunta, senza criterio, senza argomentazioni, solo per sentito dire o per abitudine mentale (tanto le cose si sono sempre fatte così), non poteva che generare una sfida. Quando mi dicono così, parte la sfida personale Vedo i suoi occhi accendersi. Senza arroganza o presunzione. È solo quella sana testardaggine che ha spinto l’umanità a valicare montagne, attraversare oceani, scoprire nuovi mondi. È la stessa testardaggine che ha portato un frate benedettino a inventare lo Champagne quasi per caso (perché sì, la storia del Dom Pérignon che dice “Venite, sto bevendo le stelle” è una leggenda, ma racconta una verità: le bolle sono nate per errore). Mitja vuole dimostrare che il Collio può essere zona da spumante e lo sta facendo, bottiglia dopo bottiglia, con la meticolosità di chi sa che sta scrivendo una pagina nuova nella storia di questa terra. Sott’acqua: la poesia del ritorno L’intuizione più poetica, quella che mi ha convinto che Mitja Princic non è solo un bravo vignaiolo, ma un narratore di storie è l’Underwater Wine. Ho scoperto anni fa il discorso dell’affinamento in mare. Le bottiglie trovate nelle navi affondate. Mi piaceva come cosa. Il Collio era il fondo del mare. Milioni di anni fa, dov’erano queste colline? C’era acqua. Un oceano primordiale, silenzioso, buio. Poi la terra si è sollevata, le acque si sono ritirate e su quel fondale sono cresciute viti, ulivi, cipressi, uomini. Prendere un vino che nasce da quella terra e rimetterlo sott’acqua va oltre l’enologia. È filosofia. È poesia. È chiudere un cerchio che è rimasto aperto per ere geologiche. Abbiamo fatto esperimenti per anni. Abbiamo cercato di capire come fare. Poi ho trovato la quadra Parole, tono, espressione facciale. Tutto sa di semplicità. Mai di arroganza. Come quando si ha un problema pratico e lo si risolve. Sotto però, in quell’angolo nascosto dell’anima, sento l’emozione del pioniere. Come Cristoforo Colombo quando ha avvistato terra, come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla luna. Nella giusta proporzione, ovviamente. Non stiamo parlando di scoprire l’America, ma per un vignaiolo del Collio, far affinare il vino sott’acqua è un piccolo grande azzardo. Il mercato del vino va molto a brand. Ci sono 3-4 nomi che vendono il marchio e poi una marea di produttori bravissimi. Perché uno dovrebbe prendere il mio vino? Qui in Collio sono tutti bravi. Devo avere qualcosa per distinguermi. Onestà intellettuale che applaudo. Perché sì, il vino buono non basta. Oggi sono migliaia i produttori che fanno vini eccellenti. La differenza tra l’uno e l’altro è la storia che c’è dietro e dentro. Raccontare una storia. Creare un’esperienza. Dare al cliente un motivo per sceglierti. E una bottiglia che ha passato mesi in fondo al mare, con la salsedine che accarezza il vetro, con l’etichetta leggermente corrosa dall’acqua, quella è una storia che nessun altro può raccontare. Mi permette di entrare nei locali stellati dove non mi cagherebbero neanche. È onesto Mitja. Squisitamente e sfacciatamente onesto. Così onesto che non posso non pensare a tutti quei produttori bravissimi che conosco, che fanno vini straordinari ma non sanno venderli. Che aspettano che il mondo si accorga di loro, invece di andare a bussare alle porte del mondo. Mitja ha bussato con una bottiglia underwater. E il mondo gli ha aperto. Aveva qualcosa in mano che non si sarebbe trovata altrove. Ha raccontato la sua visione. Ha fatto assaggiare i suoi vini. Tutto qui. Il vino come figlio, il nonno come mito Se c’è un futuro, occorre trovarlo a partire dal passato. Da quei momenti e da quelle persone che hanno segnato la nostra vita. È così che Mitja mi racconta di suo nonno. Morto poco tempo fa a 97 anni. Era un mito. Fino all’ultimo anno andavamo a caccia insieme. A 96 anni ha preso due caprioli a 150 metri. Fino all’ultima settimana, testa lucidissima, autonomo. Quando gli dicevamo che a 97 anni si è un po’ rimbambiti, lui rispondeva: “ricordatemi che quando succede ve lo dico”. Un vecchio saggio, un patriarca, un uomo che ha attraversato il Novecento con la schiena dritta e lo sguardo fiero. Mitja ha bisogno di dedicargli un vino. Ma non uno qualsiasi. Non voglio che sia una forzatura. Deve venire naturale. Quando trovo il vino giusto, la linea giusta. Anche mio nonno diceva che i vini sono come i figli. Scegli il nome, li aspetti e poi quando nascono li guardi e dici: “è lui”. Sofocle diceba che “I figli sono le ancore che tengono alla vita le madri”. Allo stesso modo i vini, in fondo, sono le ancore che tengono i vignaioli alla terra. Senza vino, Mitja sarebbe rimasto un produttore di zucchine. Con il vino, è diventato un uomo che dialoga con suo nonno attraverso una bottiglia. Nel frattempo, la successione familiare è già in moto. Il figlio grande, 14 anni, ha preso dal nonno paterno: testa bassa, lavoratore instancabile. Si è iscritto alla scuola di agraria, vuole fare l’enologo. A lui piace il mondo del vino perché vede me che vado in giro e mi trattano come un papa quando vado a mangiare dai clienti. E a lui piace mangiare La piccola, 10 anni, è l’opposto: espansiva, parla con tutti, potrebbe diventare una commerciale formidabile. Mitja li guarda e intravede il futuro: lui in cantina, lei a vendere. Il sogno di ogni padre vignaiolo. I vini nel bicchiere Alcuni produttori si raccontano meglio attraverso le parole. Altri si capiscono davvero solo quando taci e bevi. Mitja è entrambe le cose. Ho stappato due bottiglie di Trebes con la stessa attenzione con cui si ascolta qualcuno che sta ancora cercando la propria voce, sapendo che quello che senti è già bello, e che il meglio deve ancora venire. Level 8. Ribolla Gialla Pas Dosé Level 8 arriva nel bicchiere arriva paglierino, con un perlage fine e persistente che sale lento, disciplinato, come chi ha qualcosa da dire e non ha fretta di dirlo. Al naso è pasticceria domestica, quella delle cucine vere: crema al limone ancora tiepida, fiori di glicine appena aperti. C’è una dolcezza che non è zucchero ma è profumo, e già lì capisci che questo vino ha una sua idea di sé. In bocca il perlage è sapido, fresco, con una punta di amaro finale che non disturba, anzi, è proprio quella punta a rendere tutto meravigliosamente pieno, gustoso, appagante. Il limone torna pulitissimo, porta via ogni residuo di ridondanza, e lascia una sensazione di piacevolezza che non riesci a smettere di inseguire. Un vino croccante, dissetante, semplice nel senso più nobile del termine: nessuna sovrastruttura, solo materia prima e onestà. Bravo, Mitja. Davvero. Ribolla Gialla Brut Millesimato 2022 Il 2022 è stato un anno difficile per chiunque lavorasse in vigna. Caldo, siccità, la natura che non chiedeva permesso. Eppure da questa annata complicata Trebes ha tirato fuori qualcosa di molto interessante: il Metodo Martinotti (lungo 18 mesi) Ribolla Gialla. Nel bicchiere il vino porta ancora addosso i segni di quell’estate lunga: colore caldo, perlage vivace ma non aggressivo, un naso che profuma di Ribolla nel senso più classico: agrumi gialli, un accenno di mandorla, quella mineralità da flysch che qui non è mai un’astrazione ma qualcosa di fisicamente percepibile, quasi tattile. In bocca l’acidità è la protagonista giusta: tesa, verticale, con un finale che rimanda a gesso bagnato e scorza di cedro. Un vino che non vuole compiacere, vuole convincere. E ci riesce. È ancora giovane. Tra un anno sarà ancora più interessante. Tenetelo a mente. La cantina di pietra e il borgo che verrà Mitja possiede una vecchia cantina in pietra. La stessa che usava suo padre. Adesso è in affitto in un’altra sede, ma l’intenzione è di ristrutturarla. Me la ristrutturerò come mi serve. Poi ci ragionerò per un domani: barrique, cuvée per gli spumanti, sboccatura. All’occorrenza, sbancherà il capannone accanto per farci una cantina interrata nella collina. Posso fare grande quanto voglio. Non è un problema. Anche in questo caso quella di Mitja è tranquillità vissuta senza spocchia o particolare ambizione. È la pazienza di chi vive senza fretta sapendo e volendo dedicare il proprio tempo anche alla propria famiglia. Sa che deve crescere, ma piano piano. In maniera sostenibile. Vigneti che si riconvertono piano piano, da Pinot Grigio e Sauvignon (i vitigni che andavano di moda trent’anni fa) a Ribolla, Malvasia, Friulano Vitigni che è giusto coltivare qui da noi per valorizzare il territorio. Un’attenzione quasi maniacale a non stravolgere, a non forzare, a non snaturare. Poi il sogno: creare un piccolo borgo dell’accoglienza. Cinque, dieci camere. Un posto dove i clienti possano venire, assaggiare il vino, dormire tra i vigneti. Per come siamo situati si presta perfettamente. Come si usa in Toscana, che sono molto più avanti di noi. La ristorazione? Mi piacerebbe tanto, il mio background è quello. Ma è una rogna apocalittica. Magari mando gli amici a mangiare fuori. Sorrido. Perché Mitja Princic sogna in grande tenendo i piedi ben piantati nella terra. Progetta il futuro senza dimenticare da dove viene. Vuole crescere, ma non diventare qualcos’altro. Il clima, i vigneti bassi e la verità sussurrata I vigneti di Mitja sono nella parte bassa di San Floriano del Collio, verso Cormòns. Se prima questo poteva essere una diminutio adesso, con i cambiamenti climatici, le cose cambiano. Sono contento. Il clima è diverso rispetto alla parte alta. Con il clima che è cambiato, vedo differenze di temperatura assurde a distanza di 200 metri. I vigneti che si esprimono meglio sono quelli nella parte in basso. Tra parte alta e bassa del Collio è come se ci fosse una tenzone. Come le tante che ci sono nel mondo del vino, pieno di gerarchie non scritte, di classifiche ereditate dal passato, di cru e di terroir che valgono più di altri. Oggi il clima sta ridisegnando tutto. Quello che era vero trent’anni fa non è più vero oggi. Mitja, che arriva dalle zucchine e non ha pregiudizi, lo vede con chiarezza. Non lo grida ai quattro venti perché sarebbe scortese, sarebbe pericoloso. E Mitja non è il tipo. Semmai lo sussurra mentre io lo raccolgo come si raccoglie un frutto maturo. Come sarà Mitja tra vent’anni? Felice. Sereno, in salute. Con un’azienda che lavora bene, con due figli accompagnati a fare quello che gli piace. Altro che proiettare fatturati, premi, riconoscimenti. Conta la serenità ovvero la cosa più difficile da raggiungere, per uno come lui, abituato a correre a una velocità che gli altri faticano a seguire. Mio cugino mi dice sempre: “voi Princic siete delle belle persone, ma avete un difetto: lavorate troppo. La velocità a cui andate è troppo alta per gli altri”. Mitja ne è assolutamente consapevole. Così come è consapevole che è nel suo dna, dunque non risolvibile. Il vino gli ha dato l’opportunità di trovare un equilibrio. Non certo la ricchezza perché magari con le zucchine era meglio. Nemmeno la fama perché per quella ci vuole tempo. L’equilibrio. Ecco, l’equilibrio si. Non ho ancora assaggiato le bottiglie che in questo momento sono sott’acqua, da qualche parte nell’Adriatico perché non pronte. Le lascio li ma nella mia mente sono un punto fermo di questa storia. Così come lo sono quel nonno che a 96 anni prendeva caprioli a 150 metri; il padre che se n’è andato in tre mesi lasciando non un vuoto ma il vuoto; i figli che crescono; il mare che è stato il principio di tutto; il vino che torna a casa. Contemporaneamente penso che sì, Mitja Princic ha fatto la scelta giusta. Non certo quella più facile o più ovvia. Sicuramente quella giusta. Bevi il vino, amico mio, e guarda le stelle. La vita è breve, ma il ricordo di un buon bicchiere dura per sempre. È una vecchia cantilena contadina che forse non è mai esistita, ma che mi piace immaginare sia stata sussurrata proprio tra i filari del Collio, in una sera che non si dimentica. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Settembre, 2026
Evoluzioni
Dieci etichette di Franciacorta, altrettante interpretazioni di stile e territorio, si sono incontrate nel calice durante Evoluzioni, la degustazione pre-Festival firmata Tesori Liquidi di Francesco Bonomi e Francesco Mastrosimone. Servite rigorosamente alla cieca e in coppia, le bottiglie hanno raccontato il ruolo del tempo, la permanenza sui lieviti, la distanza dalla sboccatura, nella definizione di freschezza e complessità, con i produttori in sala a condividere la propria filosofia produttiva.
Nel calice e nella voce dei produttori, la ricchezza della Franciacorta con lo scorrere del tempo
Quando le vacanze estive sembrano soltanto un ricordo, in alcuni posti l’arrivo imminente dell’autunno si veste di emozioni con calici memorabili.
“Evoluzioni” è il titolo dato da Tesori Liquidi di Francesco Bonomi e Francesco Mastrosimone alla speciale degustazione pre-Festival Franciacorta che per il terzo anno consecutivo ha radunato appassionati e addetti ai lavori.
Dieci Franciacorta, espressioni diverse per stile, territorio e filosofia produttiva, hanno deliziato gli ospiti in un percorso inedito, ulteriormente impreziosito dalla presenza dei produttori in sala.
Il leitmotiv della serata è stato il valore che il tempo: con coppie di bottiglie, servite rigorosamente alla cieca, ci siamo divertiti a motivare il – presunto – effetto della permanenza sui lieviti e del tempo trascorso dalla sboccatura, lasciandoci sorprendere ogni volta dalla freschezza regalata da quei sorsi, ancora così tesi.
Con la prima coppia di bottiglie in servizio ci siamo lasciati cullare dalla cremosa opulenza di Riserva Lorenzo Ambrosini 2012: 70% Chardonnay e 30% Pinot Noir, parziale affinamento in legno e 120 mesi sui lieviti. Un tripudio di sentori di frutta secca, scorze d’arancia candite, crosta di pane e viennoiserie.
A fare da contraltare a questa opulenza di gusto, la sferzante freschezza di Facchetti, con le percentuali dei due vitigni invertite. Un “Dosaggio Zero” (2016) nel senso più assoluto del termine, con fermentazione e affinamento condotti esclusivamente in acciaio.
La seconda coppia di bottiglie ha vissuto sboccature molto più ravvicinate e la dominanza assoluta dello Chardonnay. Monte Rossa ha sfoderato il suo Dosaggio Zero S.A. con sboccatura 2021 e 28 mesi sui lieviti. Il 20% di vini di riserva di diverse annate lascia dietro di sé una scia voluttuosa che si amplifica nel calice, appena si scalda con l’ambiente circostante.
Con Romantica ed il suo Extra Brut 2018 aumentano leggermente i mesi sui lieviti (36) ed il dosaggio (3g/l) ma restano inalterate la freschezza e l’immediatezza di beva di questa coppia di calici.
La terza coppia, con sboccatura 2023 come elemento comune, ha segnato il record di permanenza sui lieviti. Assieme, le due bottiglie vantavano un tempo di riposo di quasi 28 anni!
Nella veste d’ineccepibili padroni di casa, i fratelli Alessio e Matteo Pizziol di Villa, ci hanno deliziati con RNA – Riserva Nobile Alessandro Bianchi 2007. Il lavoro scrupoloso di selezione dei lieviti, brevettati con l’Università di Firenze, firma questo prodotto straordinario, vero orgoglio del patrimonio di famiglia: la coincidenza “di genetica” nel nome trasmette tutta la fierezza del racconto.
Nel compagno di abbinamento lo Chardonnay passa dall’85% alla totalità: è l’Extra Brut 2010 di Rizzini, da vigneto unico, con 144 mesi sui lieviti. Disarmante per la sua longevità, con un giallo oro ancora così brillante ed un perlage setoso.
La penultima coppia aveva in comune il 2017 come anno di sboccatura, dosaggi simili attorno ai 3 g/l e una piccola percentuale di Pinot Blanc a completare il cugino Noir e lo Chardonnay, dominante.
Mirabella ha come segno distintivo proprio il Pinot Bianco: è l’Azienda che ne possiede di più in Franciacorta. L’Extra Brut 2009 anticipa un piacevole sorso di verde freschezza che il successivo ritorno di Villa enfatizza ulteriormente, con le note balsamiche e di liquirizia tipiche di Monticelli nel Riserva 2008 Emozione.
Il finale è scoppiettante, con stimoli provenienti da ogni fronte: diverse le vendemmie, diversi gli uvaggi, diversi i materiali per la fermentazione e lontane tra loro le sboccature.
Ronco Calino sfodera le migliori uve vendemmiate dalle vigne (all’epoca di 20 anni) di Pinot Nero, le sposa con un 60% di Chardonnay e lascia che le nozze si celebrino in barrique di rovere francese nel suo Brut 2010 con 70 mesi sui lieviti.
Andrea Arici di Colline della Stella racconta la viticoltura eroica della sua prima vigna piantata nel 1997, su terrazzamenti con muri a secco, un’unicità del territorio franciacortino. Il suo Dosaggio Zero Riserva 2007 è un sontuoso Chardonnay in purezza che combina la complessità data dai 5 anni sui lieviti con una sapidità sbalorditiva.
L’atmosfera della serata è stata resa ancora più speciale dall’eleganza calda ed accogliente di Éla – Osteria, con gli sfiziosi abbinamenti offerti, tra cui uno squisito Risotto Franciacorta Rosé con finger lime e gambero rosa. Coccole per il palato, quindi, durante questo viaggio tra terroir e interpretazioni, in cui la complessità aromatica e l’imperitura freschezza hanno fatto emergere tutta la grandezza della Franciacorta nel tempo.
Un appuntamento per annunciare il Festival Franciacorta, ma anche un’occasione preziosa d’incontro e condivisione tra produttori, sommelier e appassionati a cui conto di partecipare nuovamente.
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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22 Settembre, 2026
Un autunno di confronti per il Consorzio Collio: Collio Evolution, il grande appuntamento istituzionale della Denominazione, torna con la seconda edizione dedicata al Pinot Grigio
Si apre un autunno ricco di impegni per il Consorzio Tutela Vini Collio, che porta il territorio e i suoi vini dalla vendemmia in via di conclusione fino ai principali appuntamenti dei prossimi mesi, in Italia e all’estero, con Collio Evolution come punto centrale dell’anno.
La vendemmia 2026 nel Collio è ormai agli sgoccioli. Iniziata prima della metà di agosto, è stata la più anticipata di sempre per il territorio dopo quella del 2003: si è partiti dalle varietà più precoci, Pinot Grigio e Sauvignon, per proseguire con Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla e chiudere in questi giorni con le uve rosse.
L’assenza di piogge per quasi tutto il periodo estivo e le ondate di calore, concentrate soprattutto a ridosso della raccolta, hanno inciso sulle rese in alcune zone e per alcune varietà, riflettendosi anche sui parametri analitici delle uve, in qualche caso con concentrazioni zuccherine più elevate e acidità più basse. Le piogge, per quanto tardive, hanno però migliorato il quadro generale: la qualità dei mosti lascia oggi ben sperare per vini di ottima qualità.
Presidente Luca Raccaro
Dopo il 2003 non avevamo mai iniziato a raccogliere così presto e questo da solo dice molto di quanto il clima stia cambiando il nostro modo di lavorare in vigna. Un’estate senza piogge e le ondate di calore a ridosso della vendemmia hanno inciso sulle rese e, in qualche caso, sull’equilibrio tra zuccheri e acidità; le piogge, anche se tardive, hanno poi rimesso in ordine il quadro generale. Oggi guardiamo ai mosti in cantina con fiducia: ci sono le premesse per vini di ottima qualità.
È Collio Evolution il perno attorno a cui ruota gran parte dell’attività del Consorzio: dal 24 al 26 ottobre torna per la sua seconda edizione a Cormons, nelle sale del Comune in Piazza XXIV Maggio 22, la stessa sede dello scorso anno. Nato nel 2025, è l’evento istituzionale della Denominazione: il luogo in cui il territorio si racconta e si mette in discussione davanti a stampa e operatori. Il titolo scelto per il 2026, “Oltre il vitigno. Dalla terra al calice: l’essenza identitaria del Pinot Grigio”, indica anche il vitigno a cui è dedicata questa edizione: il Pinot Grigio, letto come chiave d’accesso a suoli, microclimi e scelte produttive del territorio.
Nei tre giorni della manifestazione il Consorzio attende oltre 50 giornalisti italiani e internazionali. Ad anticipare l’evento sarà un press tour riservato ai giornalisti stranieri ospiti di Collio Evolution, che arriveranno da Stati Uniti, Brasile, Polonia, Austria, UK, Canada e Paesi Bassi per vivere il territorio prima della manifestazione.
Lavinia Zamaro, Direttrice del Consorzio Collio
Siamo felici di questo press tour, perché dà la possibilità ai giornalisti stranieri di conoscere davvero il nostro territorio prima ancora che l’evento comincia.
Il programma entra nel vivo sabato con una masterclass dedicata al Pinot Grigio del Collio.
A seguire, il convegno con la presentazione della seconda parte della ricerca Nomisma, questa volta dedicata al canale Horeca. Domenica mattina è in programma una seconda masterclass, seguita dal walk around tasting con i produttori. Alla stampa è riservata inoltre una degustazione tecnica dedicata a diverse interpretazioni e annate di Pinot Grigio.
“Collio Evolution è il momento in cui la Denominazione fa il punto su se stessa: dalla degustazione tecnica al confronto con i numeri della ricerca, fino al dialogo diretto con i produttori. Strumenti diversi che servono a una cosa sola, dare ai nostri viticoltori e agli ospiti, una fotografia chiara dello stato dell’arte del Collio” – sottolinea Raccaro.
Intorno a Collio Evolution si muove poi un calendario fitto di appuntamenti, che il Consorzio segue su due fronti: da un lato gli impegni sul territorio nazionale, dall’altro alcune tappe internazionali. In Italia, il Consorzio è di scena già dal 18 al 20 settembre alla Festa dell’Uva di Cormons, edizione 2026 dal titolo “Il Vino si sposa con Tutto”. Nell’ambito del progetto “Un Consorzio per amico”, promosso in Piazza del Gusto (Piazza XXIV Maggio) insieme all’Enoteca di Cormons, vede come ospite l’Associazione Viticoltori di San Donato in Poggio (Chianti Classico): due le masterclass in programma, l’anteprima di giovedì 17 settembre dedicata alle vecchie annate di Collio ed Isonzo, ed il dialogo tra i calici di Collio e Chianti Classico nel pomeriggio di sabato 19.
Dal 3 al 5 ottobre il Collio è ospite d’onore della settima edizione de “Il Nizza è”, a Palazzo Crova di Nizza Monferrato – unico Consorzio invitato quest’anno. Un banco d’assaggio dedicato presenterà 17 etichette rappresentative del territorio, e sabato 3, alle 10.30, è in programma la tavola rotonda “Il cambiamento climatico: aspetti enologici, territoriali e di mercato”, a confronto tra le due denominazioni.
Si chiude poi il 12 novembre con Collio Day, l’evento ideato in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier (AIS) che quest’anno taglia il traguardo della decima edizione: le delegazioni AIS in tutta Italia si “tingeranno di giallo” per celebrare la Denominazione con degustazioni guidate dai produttori, abbinate a Montasio DOP e Prosciutto di San Daniele DOP. Numero di delegazioni e produttori è ancora in via di definizione, rispetto alle dodici delegazioni e ai venti produttori dell’edizione 2025.
Sul fronte internazionale, il 5 ottobre il Collio sbarca a Toronto con “Collio meets Canada”, una degustazione guidata di Pinot Grigio e Friulano condotta da John Szabo MS, presso 65 Front St W, all’interno di Union Station. A fine novembre è poi la volta di Londra, con due appuntamenti che condividono la formula ma si rivolgono a pubblici diversi. Il 30 novembre, in collaborazione con la UK Sommelier Association, masterclass e walk around tasting dal taglio B2B, rivolti a sommelier, importatori e operatori dell’hospitality britannica. Il 1° dicembre il Collio si sposta ai Courtyard Wine Cellars di Covent Garden, una location esclusiva nel cuore della città, dove i tanti visitatori che animano la zona potranno assaggiare i vini DOC Collio presentati direttamente dai produttori: il primo appuntamento della Denominazione dedicato ai consumatori finali, che apre nuove opportunità di presenza per il Collio nel centro di Londra.
Ufficio Stampa Consorzio Tutela Vini Collio
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