Marchesi Mazzei al fianco della 43ª coppa del chianti trofeo castello di fonterutoli Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

Marchesi Mazzei al fianco della 43ª coppa del Chianti trofeo castello di fonterutoli

  Castello di Fonterutoli e tutto l’omonimo borgo saranno protagonisti della storica cronoscalata, in programma dal 18 al 20 settembre   Marchesi Mazzei rinnova il proprio legame con il territorio sostenendo, in qualità di sponsor, la 43ª Coppa del Chianti – Trofeo Castello di Fonterutoli, la storica cronoscalata che dal 18 al 20 settembre tornerà ad animare le strade del Chianti Classico. Una manifestazione che, edizione dopo edizione, è diventata parte della storia e della tradizione locale e che a Fonterutoli trova uno dei suoi luoghi simbolo. Il borgo è infatti l’unica frazione attraversata dal percorso della Coppa del Chianti e vive la gara con una partecipazione particolarmente sentita da parte dei suoi abitanti. Sul tracciato storico della Strada Chiantigiana 222, che si sviluppa per circa otto chilometri dal Molino di Quercegrossa fino a Croce Fiorentina, Fonterutoli ospita anche uno dei passaggi più attesi della competizione: la celebre curva di Fonterutoli, considerata la più difficile e spettacolare dell’intera gara. Una curva ormai entrata nell’immaginario della Coppa e alla quale è legato anche un premio speciale: al pilota che saprà interpretarla meglio sarà assegnata una 6 litri di Castello di Fonterutoli, simbolo del legame tra la competizione e la storica tenuta della famiglia Mazzei. Durante i giorni della Coppa, la Tenuta Castello di Fonterutoli sarà parte dell’esperienza della manifestazione, con momenti dedicati di visita e degustazione riservati ai piloti, ai team e agli ospiti legati all’organizzazione. Un’occasione per raccontare, accanto alla passione per i motori, un territorio che da secoli trova nel vino, nel paesaggio e nell’ospitalità alcune delle sue espressioni più autentiche. La partecipazione di Marchesi Mazzei assume un significato ancora più forte nel nome stesso della manifestazione: “Coppa del Chianti – Trofeo Castello di Fonterutoli”, a testimonianza del ruolo di Fonterutoli e del sostegno della famiglia Mazzei a un appuntamento profondamente radicato nella comunità e nella storia del Chianti Classico. Con la 43ª edizione, la Coppa del Chianti torna così a unire sport, territorio e tradizione, riportando lungo le strade di Fonterutoli il rombo dei motori e l’atmosfera di una manifestazione che appartiene ormai alla memoria del luogo. La Redazione
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Antica Bottega del vino di Verona: per il 23° anno consecutivo è grand award di wine spectator Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

Antica Bottega del vino di Verona: per il 23° anno consecutivo è grand award di wine spectator

  La storica insegna si conferma nell’élite mondiale delle carte vini, tra i soli 99 ristoranti premiati e appena 6 in Italia. Nel segno della continuità, Giacomo Boscaini prosegue il percorso di consolidamento del nuovo capitolo di Cortina d’Ampezzo.   Ventitré anni consecutivi, un traguardo che racconta la forza della continuità. Anche per il 2026 l’Antica Bottega del Vino di Verona conquista il Grand Award di Wine Spectator, il massimo riconoscimento assegnato dalla prestigiosa rivista statunitense alle migliori wine list del mondo. Premiata ininterrottamente dal 2004, la storica insegna veronese si conferma così nell’élite internazionale dei 99 ristoranti insigniti del Grand Award, di cui appena 6 in Italia. Un risultato che assume un significato particolare anche alla luce del recente passaggio di consegne alla presidenza. Giacomo Boscaini, export manager di Masi Agricola, è infatti il nuovo presidente di Antica Bottega del Vino di Verona e della nuova sede di Cortina, raccogliendo il testimone da Sabrina Tedeschi. Un avvicendamento nel segno della continuità, che conferma l’impegno delle dieci aziende di Famiglie Storiche – Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato – nel portare avanti un progetto fondato sulla condivisione e su una comune cultura del vino. Giacomo Boscaini, Presidente dell’Antica Bottega del Vino Questo ventitreesimo Grand Award consecutivo esprime un valore che appartiene profondamente a Famiglie Storiche: la capacità di costruire insieme, con costanza e visione nel tempo. Desidero per questo ringraziare Sabrina Tedeschi, che durante la sua presidenza ha saputo custodire e dare continuità a questo percorso. Un’eredità importante, che ci spinge a guardare avanti con la stessa coesione e con nuove ambizioni. Il Grand Award va ben oltre la profondità di una carta dei vini: premia la capacità di costruire un’esperienza completa intorno al vino, fatta di ricerca, competenza, servizio e cultura. Con oltre 4.000 etichette e una cantina di circa 20.000 bottiglie, l’Antica Bottega del Vino si conferma uno dei luoghi simbolo della cultura enologica veronese e un punto di riferimento internazionale per appassionati e viaggiatori. Un prestigio ribadito anche dalla recente selezione di Wine Spectator, che ha inserito la sede veronese tra le 12 destinazioni al mondo da visitare almeno una volta nella vita per gli amanti del vino, luoghi capaci di coniugare grandi vini e contesti d’eccezione in esperienze memorabili. Nel 2026 l’Italia conta complessivamente 64 ristoranti premiati da Wine Spectator, ma soltanto 6 raggiungono il vertice del Grand Award. Ed è proprio da questa storia e da questo patrimonio che prende forma il nuovo capitolo di Cortina d’Ampezzo, dove lo scorso 30 dicembre ha aperto la seconda Antica Bottega del Vino, portando per la prima volta il modello veronese nel cuore delle Dolomiti. Un progetto su cui Famiglie Storiche sta investendo con convinzione e che, già nei primi mesi di attività, ha registrato riscontri superiori alle aspettative. “Cortina è un progetto giovane, sul quale stiamo lavorando molto, a partire da una carta dei vini che sta crescendo e che promette soddisfazioni sempre più grandi. L’auspicio è che possa, nel tempo, raggiungere traguardi prestigiosi come quelli della sua “sorella maggiore” veronese”, aggiunge Boscaini. La nuova sede rappresenta così l’evoluzione naturale di una storia capace di crescere senza perdere la propria identità: un percorso che unisce Verona e Cortina nel segno della competenza, dell’accoglienza e di una visione del vino come cultura e patrimonio da tramandare. *** Antica Bottega del Vino Nata nel 1500 durante la Repubblica di Venezia, Antica Bottega del Vino prende il suo attuale nome nel 1890 con i Fratelli Sterzi, che mantengono l’affascinante stile ottocentesco, caldo e caratteristico che vediamo ancora oggi. Il locale diventa così uno dei punti di riferimento per la scena culturale di fine Ottocento e per gli amanti del vino, accogliendo ai suoi tavoli poeti, musicisti, letterati e artisti come Boccioni, ma anche giornalisti che vi si rifugiavano dopo una giornata in redazione. Nel 1957 il locale venne acquistato dalla famiglia Rizzo-Grigolo e si concentrò soprattutto sull’attività di ristorazione fino al 1987 quando arrivarono sulle scene Severino Barzan, che successivamente portò il modello della Bottega a New York con Giovanni Pascucci suo socio. La proprietà nel 2010 passa nelle mani delle allora undici Famiglie Storiche, che acquisiscono la Bottega del Vino salvaguardando la tradizione enologica del luogo simbolo di Verona. Il locale oggi è proprietà di dieci aziende che fanno parte dell’associazione: Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato. Famiglie Storiche Fondata nel 2009, l’Associazione Famiglie Storiche riunisce oggi tredici prestigiose aziende vitivinicole della Valpolicella, ciascuna custode di una tradizione secolare e di una visione produttiva incentrata sulla qualità e sull’autenticità del territorio. Le aziende socie sono: Allegrini, Begali, Bertani, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre D’Orti e Zenato.  Le aziende facenti parte di Famiglie Storiche, che insieme mettono a frutto un patrimonio consolidato da ciascuna nel tempo e un impegno costante verso la qualità per testimoniare questo grande vino che è l’Amarone, fondano tutte le proprie radici nei valori di storicità e artigianalità, espresse in ogni accezione. Famiglie Storiche rappresenta: Storia: tutte le aziende socie appartengono alla realtà della Valpolicella da moltissimi anni e ne sono profondamente radicate.
Passione: prima di essere viticoltori sono custodi del territorio.
Progetto: nascono con lo scopo preciso di testimoniare i valori di un territorio e di una denominazione unici al mondo. La Redazione
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ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle. Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle.

  ENOTIRINO Da Bussi sul Tirino ha mosso i primi passi la storia del vino di tutta una Regione, a Bussi il Montepulciano e il Cerasuolo raccontano autenticità e Tradizione, il Pecorino ha trovato casa e il Trebbiano non è mai stato solo un nome E a Bussi sul Tirino c’è un giorno dell’anno in cui succede una cosa piuttosto curiosa: un paese tranquillo, che per anni ha conosciuto solo veleni e menefreghismo, dove normalmente il tempo sembra avere un passo diverso, viene improvvisamente invaso da calici, bottiglie, vignaioli, appassionati, curiosi e persone che sostengono di voler “fare solo un giro” (e la frase “solo un giro”, nel mondo del vino, ha più o meno la stessa affidabilità di un navigatore che dice “tra cento metri svoltare a destra” mentre ti sta portando dentro un campo). ENOTIRINO nasce e cresce grazie alla volontà di Giorgio d’Orazio, Luca di Carlo e Marco Giuliani (Associazione ENOTIRINO ETS) e dalla collaborazione fattiva del Comune di Bussi. Giunto quest’anno alla sua terza Edizione, il Wine Festival ha scelto la strada meno ovvia di mettere il vino dentro un territorio e non il territorio dentro un evento. Il 29 agosto il centro storico di Bussi sul Tirino è diventato dunque una grande mappa del vino abruzzese, con oltre 70 cantine, più di 100 espositori, degustazioni, incontri, musica, cucina e prodotti tipici. La cosa interessante è che ENOTIRINO non sembra nato con l’ossessione di essere “grande” ma con l’idea, forse più complicata, di essere riconoscibile. Perché qui non si mette semplicemente una fila di banchi con delle bottiglie sopra. Il vino segue un percorso, attraversa luoghi, sale storiche, palazzi, piazze. Castello Cantelmo, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani diventano tappe di un viaggio tra aree vitivinicole diverse: Colline Pescaresi, Colline Teramane, Colline Teatine, Casauria, Terre Aquilane. Una specie di atlante del vino abruzzese fatto con il vetro dei calici invece che con la carta. E forse la parte più interessante di ENOTIRINO è proprio quella di raccontare una regione che spesso ha avuto bisogno di spiegarsi troppo. L’Abruzzo del vino non è una cosa sola, non è solo Montepulciano, non è solo Trebbiano, non è solo Cerasuolo. È una terra lunga e complicata, fatta di montagne che guardano il mare, vallate nascoste, microclimi, storie familiari e produttori che spesso hanno passato più tempo in vigna che davanti a una telecamera. Durante la giornata non sono mancati gli appuntamenti “seri”, gli incontri dedicati alla cultura del vino, le masterclass, gli showcooking, i momenti di approfondimento e quelli dedicati ai bambini, ma il bello è che tutto convive con il resto. Perché dopo una impegnativa masterclass della DOCG Colline Teramane può capitare tranquillamente di ritrovarsi davanti a un banco di street food, con una band che suona e qualcuno che sta ancora cercando di capire quale fosse esattamente il vino che aveva detto di voler ricordare. È la vecchia storia delle feste riuscite: a un certo punto il programma ufficiale perde il controllo e prende vita qualcosa di diverso. Un produttore che racconta una vendemmia, un visitatore che scopre una cantina mai sentita nominare, una bottiglia aperta “per curiosità” che diventa la sorpresa della giornata. ENOTIRINO sembra funzionare proprio perché non prova a mettere il vino in una teca, lo lascia stare in mezzo alle persone, lo riporta alla sua dimensione più antica, quella dell’incontro. Anche il nome, alla fine, dice tutto. Il Tirino è un fiume, e un fiume non sta fermo, passa, collega, porta con sé storie diverse. Forse è questa l’idea più bella della manifestazione: costruire un punto dove territori differenti possano incontrarsi senza perdere la propria identità. La terza Edizione arriva quindi con una responsabilità non semplice: quella di confermare un appuntamento che in pochi anni ha già trovato un suo carattere. Non essere l’ennesima festa del vino, ma una festa dove il vino è il pretesto per raccontare un pezzo d’Abruzzo. Poi, naturalmente, c’è sempre il rischio di quella frase famosa: “Assaggio quest’ultimo e poi vado”. Ma anche questa, nel mondo del vino, appartiene più alla narrativa che alla realtà. LA PRIMA MASTERCLASS: Spumanti delle province abruzzesi, fra tradizione e contemporaneità. BOLLE D’ABRUZZO: STORIA E GEOGRAFIA DEL METODO CLASSICO. In quell’Abruzzo stretto tra il Gran Sasso e l’Adriatico, la Bollicina non è una moda arrivata ieri sull’onda del Franciacorta o del Trento Doc. È una storia lunga, silenziosa, fatta di gente di casa prima ancora che di cantine. Perché sì, andate a chiedere ai vecchi di Teramo e vi racconteranno che il Montonico, quel vitigno bianco quasi dimenticato che profuma di erbe di montagna, lo si “spumantizzava” già in famiglia, per la festa, per il matrimonio della figlia, per Natale. Non era un Prodotto, era un Rito. E infatti non è un caso che sia stata proprio la provincia di Teramo, tra Colli e Val Vibrata, a dare il via, nei primi anni ’80 del secolo scorso, ai primi timidi tentativi di fare le cose sul serio: bottiglia, rifermentazione, lieviti. Il primo vero Metodo Classico abruzzese nasce lì, tra artigiani autodidatti che si procuravano le pupitre come reliquie e imparavano a maneggiare la sboccatura senza aver mai fatto un corso in vita loro. Gente che scopriva, quasi per caso, che la Passerina, acida, nervosa, mai doma, era perfetta per fare le bolle molto prima che diventasse di moda scriverlo sulle etichette. Da lì l’incendio si è propagato a macchia di leopardo su tutto il territorio regionale, ma con un ritmo tutto abruzzese: lento, cocciuto, mai uguale a sè stesso. Bisogna aspettare gli anni Duemila, e in particolare quel decennio a cavallo tra il 2005 e il 2010, perché la spumantizzazione smetta di essere un’avventura da autodidatti o un servizio affidato ai centri specializzati del Nord Italia e diventi finalmente un mestiere fatto in casa propria, con le autoclavi e le cantine di pertinenza. È in quegli anni che nasce a Bisenti, nel Teramano, per mano della sperimentazione pubblica regionale, il primo spumante interamente abruzzese ottenuto dal Montonico: un piccolo grande spartiacque, più identitario che commerciale, ma fondamentale per capire quanto la Regione credesse già allora nella propria Uva. E qui viene il bello, perché l’Abruzzo del vino non è mai uno solo: è quattro Abruzzi che si guardano, si assomigliano e insieme litigano dolcemente, ciascuno con la propria idea di Bollicina. A Teramo, culla di tutto, il Metodo Classico resta ancora oggi il più radicato nell’anima contadina di montagna: il Montonico, la Passerina, un’acidità che nasce dalle escursioni termiche delle Colline Teramane a ridosso del Gran Sasso, restano la cifra di una spumantistica che sa ancora di casa, di famiglia, di lunga permanenza sui lieviti quasi per tradizione più che per calcolo enologico. È il Territorio che ha inventato tutto e che, con understatement tutto abruzzese, continua a farlo senza troppo clamore. Poi c’è L’Aquila, ed è qui che la faccenda si fa affascinante per chi ama le storie di frontiera. Perché stiamo parlando della provincia più alta, più fredda, più “alpina” se mi passate il termine improprio, dell’intero Centro Italia: altipiani che sfiorano i settecento-ottocento metri, notti che d’estate ti fanno tirar fuori la felpa. Un habitat che più che al Montepulciano strizza l’occhio a vitigni come lo Chardonnay, il Pinot Nero e perfino il Kerner, coltivati in piccoli fazzoletti di vigna dove il Metodo Classico trova finalmente le condizioni climatiche che altrove, in Abruzzo, bisogna quasi inventarsi. Bollicine più verticali, più fredde, più “di montagna” nel senso più letterale della parola: qui la Marca abruzzese somiglia, per una volta, più all’Alta Langa che alla costa adriatica. Scendendo verso Pescara, la storia cambia ancora pelle. Qui la spumantistica si è fatta strada tra le colline del Casauria e le nuove sottozone del Montepulciano che stanno guadagnando identità propria, e convive con un tessuto fatto di piccole realtà diffuse e di agricoltura di collina che guarda al mare. Pecorino, Passerina e Chardonnay si intrecciano qui in Metodi Classici più mediterranei, più caldi nel frutto, meno spigolosi di quelli aquilani, mentre non manca chi sperimenta anche il Montepulciano stesso in chiave rosé, cercando quella freschezza che il vitigno principe abruzzese non sempre lascia intuire a chi lo conosce solo nella versione ferma. E infine Chieti, la provincia più vasta e più vitata di tutta la Regione, quella dei grandi numeri e delle cooperative storiche che per decenni hanno fatto la fortuna (e anche, diciamocelo, un po’ l’ombra) dell’enologia abruzzese. È qui che negli ultimi quindici, vent’anni la spumantistica ha fatto il salto più imponente in termini quantitativi, complice proprio la capacità industriale di queste realtà di investire in autoclavi e in progetti identitari (pensiamo al marchio collettivo dedicato agli spumanti regionali voluto dal Consorzio di Tutela, pensato soprattutto per il Metodo Italiano ma capace di accendere i riflettori anche sul Metodo Classico che cresceva, silenzioso, all’ombra dei grandi volumi). Proprio a Chieti, tra Ortona e la fascia costiera, convivono oggi Metodi Classici di taglio più contemporaneo, spesso a base di Chardonnay in purezza o di Pecorino, accanto alla spumantistica più industriale e “facile” che guarda al consumo quotidiano. Ecco, se dovessi raccontarvi l’Abruzzo delle Bollicine con un’immagine sola, userei proprio questa: quattro Territori che dalla stessa urgenza, raccontare l’Uva locale in una veste diversa da quella ferma a cui siamo abituati, hanno tirato fuori quattro caratteri diversi, quattro dialetti dello stesso Metodo. Teramo che inventa e conserva, L’Aquila che raffredda e verticalizza, Pescara che media tra collina e mare, Chieti che moltiplica e industrializza senza però rinunciare, negli ultimi anni, a cercare anche lei la propria Qualità artigianale. Una Storia giovane, se paragonata ai secoli di Champagne o ai decenni di Franciacorta, ma proprio per questo ancora tutta da scrivere e da bere, ovviamente, un calice alla volta. GLI ASSAGGI Quattro Aziende per otto spumanti, questa la linea conduttrice di una masterclass introdotta da Giorgio D’Orazio e condotta poi “a braccio” dagli stessi Produttori che hanno evidenziato come il mondo della spumantizzazione sia un’effervescenza cui è quasi necessario prestare attenzione (se non altro per adeguarsi alle richieste del mercato). Otto spumanti sensibilmente diversi tra loro per impostazione, filosofia produttiva, vitigni, tempistiche… Otto spumanti che Vi invito a provare personalmente e che provo a riassumerVi nelle mie consuete e personalissime note di degustazione. – SPUMANTE METODO CLASSICO “D’ORA 23” BRUT 2024 (SOLO MAGNUM), DORA SARCHESE (CH): la trama delle bollicine veicola al naso fiori bianchi, scorza di cedro, una mela decisamente più matura di quanto mi aspettassi e una vena erbacea che richiama il vitigno senza mai diventare invadente. I lieviti arrivano dopo e più che il pane appena sfornato sembra vogliano raccontare di pizza e focacce mentre la mandorla fresca e un’idea di pasticceria secca accompagnano senza coprire. In bocca entra morbido ma non si accomoda, richiama con buona precisione i descrittori olfattivi sottolineando un agrume che però ricorda un po’ le caramelle fizz al limone e lascia che l’acidità alzi la voce disegnando una progressione verticale che trascina il vino verso un finale di salina mineralità appena adorno di amaricanti dolcezze. 84+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “ESMERY’S” BRUT 2016 (sboccatura 2026), DORA SARCHESE (CH): dieci anni di reclusione con i lieviti sono tanti, lunghi da contare anche per quella Cococciola che si picca di comunicare riconoscibilità territoriale prima ancora che acidità e slancio lasciando al Trebbiano e allo Chardonnay quello di equilibrare tecnicamente la cuvée evitando che la freschezza si trasformi in durezza e che la lunga permanenza sui lieviti appesantisca il sorso. La fine effervescenza veicola frutta bianca e agrumi ma è la componente evolutiva a segnare l’olfatto, con il registro del pane tostato a dare profondità a quei lieviti che, altrimenti, sarebbero solo pasticceria alla mandorla. In bocca cremosità e spinta acida si contendono il filo sottile dell’equilibrio, il dosaggio mantiene il vino “accessibile”, i lieviti ampliano la percezione tattile e la sapidità quasi piccante governa il finale. Un vino che, più che rinfrescare invita all’ascolto e alla pazienza, giovandosi di una temperatura meno “polare” per rivelare con maggiore chiarezza quella sua doppia anima territoriale e tecnica. Un vino tecnico ma non freddo, maturo ma non stanco. Più che un brindisi, un appuntamento. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA ROSÉ” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): Il calice si accende di un rosa che non urla, di quelli che sembrano tenere per sé un piccolo segreto, animato da un perlage fine, sottile, quasi timido nel salire. Dodici mesi sui lieviti gli regalano quel tocco satin che si percepisce già dal modo in cui la spuma si posa e si scioglie, morbida senza mai perdere nervo. Al naso arriva puntuale l’appuntamento con i piccoli frutti rossi: il lampone in prima fila, il ribes subito dietro a punzecchiare con la sua croccante acidità, la leggera fragranza del lievito ad accompagnare. Il coup de theatre è quel guizzo di salvia che s’infila come lama vegetale allontanando il naso da ogni tentazione di dolcezza compiacente per ricordargli che Ed è qui che il vino si fa interessante, perché tra un frutto e l’altro s’infila un guizzo di salvia, una vegetalità sottile che rinfresca il naso e lo allontana da ogni tentazione di dolcezza compiacente: erbaceo quanto basta per ricordarti che sei ancora in Abruzzo, tra le vigne e non in pasticceria. Il sorso conferma e rilancia: fresco, teso, con un’acidità che il Montepulciano di montagna sa regalare senza sforzo e che qui, complice quel dosaggio ZZero “senza trucco e senza inganno”, trova le condizioni ideali per mostrarsi senza filtri. Lo scheletro è snello, scattante, disegnato apposta perché nulla si frapponga tra il palato e la sensazione di freschezza che rimane a lungo, richiamando ancora il ribes in quel suo finale sapido che invita al sorso successivo. Un vino per quando si è ancora lucidi abbastanza per ricordare quanto Lavoro e quanto Territorio ci siano dietro soli dodicimesisuilieviti. Un piccolo manifesto della cantina (ma con ancora un bel po’ di strada da percorrere). 84++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): “CARTA BIANCA BOLLATA”, è una cuvée che porta addosso il peso (bello e forsanche ingombrante) di un’eredità storica, quella di un bianco peligno che qui ritrova finalmente un corpo e un nome. Trenta mesi sui lieviti sono tempo che scava. Via dunque la fragranza immediata: la crosta di pane c’è, si intuisce, ma resta un sottofondo, quasi nascosta dietro una cortina di acidità e quella mineralità che qui comandano la scena senza discussione. Il frutto non è quello acerbo e squillante da “young bubbles”, è evoluto, ha smesso di correre e si è seduto, richiamando con calma ed eleganza non esibita pesca matura e scorza d’agrume candita. E poi arriva la firma, quella che riconosci solo se sai cosa cercare: la chiusura erbacea, netta, quasi salvia e fieno appena tagliato, testimonianza di una vendemmia anticipata che ha voluto blindare la freschezza prima che il caldo se la mangiasse. Il sorso segue fedele quello che il naso ha promesso: teso, verticale, con una sapidità minerale che si prende la scena e lascia il frutto e il pane sullo sfondo, quasi per pudore. Difficile non pensare che, se Soldati fosse riuscito ad assaggiare quel Peligno Bianco che sempre gli sfuggì, quel “vino del desiderio”, quel vino che nessun vino vero potrà mai eguagliare, avrebbe trovato in questo calice qualcosa di molto vicino a quell’idea. Un vino per un brindisi alla Valle Peligna e a Mario soldati, ovunque sia, per quella caccia che avrebbe meritato un finale migliore. 86++ Punti e tantatanta stima. – SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO 2022, FARAONE (TE): l’identità aromatica dichiarata è nitida. La componente agrumata e la frutta bianca firmano l’estensione varietale della Passerina, la spumantizzazione porta in dote la crosta di pane, il finale appena amaricante impedisce alla beva di diventare accomodante. Non è un’amaritudine difettosa o scomposta, è piuttosto una coda che asciuga il palato e riporta il vino verso la tavola. La freschezza non resta astratta, la sapidità non si limita a fare volume e la cremosità della bolla non cancella la struttura. Un vino che, servito non ghiacciato fino al silenzio, in un calice che non confini il naso in una colonna di anidride carbonica, è in grado di rimanere lì, dove lo sprint della Passerina incontra la calma del tempo. Un vino privo di orpelli, che non concede una carezza zuccherina, piuttosto una stretta di mano. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ PAS DOSÉ “ROSA” 2021, FARAONE (TE): nel calice ha un’effervescenza che lavora di cesello e non di clava che porta al naso porta ricordi di piccoli frutti rossi, rosa canina e contrappunti panificati. Il sorso è fresco, scattante, sostenuto da un dosaggio zero che non concede sconti e lascia parlare l’acidità. L’appena di tannico è una sorpresa. Un’ombra, un accenno, quasi una firma nascosta che il Sangiovese lascia sulla bolla come per ricordarti da dove viene, come quelle note erbacee, leggerissimamente foglia di pomodoro, che affiorano appena sotto la superficie fruttata e danno al sorso una spigolosità intrigante, mai sguaiata. È il tannino che non ti aspetti in una bollicina, la crepa nel marmo che rende la statua più vera. E poi c’è il tempo. Perché versato e lasciato lì, nel calice, questo Rosé non sta fermo: si apre, si stira, si complica in senso buono, ampliando quanto percepito, pungendo appena con le spezie. Contronatura come tutti gli spumanti, dippiù pensandolo nato sulle argille delle Colline Teramane. Un Metodo Classico che non cerca la perfezione levigata da rotocalco, ma la verità imperfetta del vitigno che lo genera. 87- Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): un naso intriso di classicità pasticcera, brioche appena sfornata, pane croccante, un tappeto di mandorle e nocciole tostate… Poi si fa spazio la voce dei fiori, biancospino, glicine, un’eco dei campi delle Colline Pescaresi; una voce che pian piano cresce divenendo il fil rouge dell’olfatto, chetando i terziari con leggerezza e persistenza mentre agrumi maturi, pesca bianca, una nota di salvia e una mineralità salmastra fanno da contrappunto. In bocca il sorso è secco, vivo, voluminoso quanto serve. L’effervescenza è discreta, non invadente, e si accompagna a una freschezza ben calibrata e a una sapidità che pulisce e allunga. La beva è piacevole e progressiva, tornano il frutto e la pasticceria, mentre i fiori s’accostano alla mineralità e chiudono il cerchio con eleganza. Un vino che non cerca di imitare, che ha trovato la propria voce, coerente con l’Abruzzo e con quella “vinosophia” che ispira le produzioni di Franco D’Eusanio: piacevolezza accessibile, profondità senza peso, purezza senza rigidità. 85+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): rosato affatto da salottino, insistente nella sua frizzantezza, a comunicare sostanza e richiedere attenzione. Al naso, tra i lieviti e il frutto rosso che ci si aspetterebbe, spicca invece una nota rustica, quasi a rivendicare un’identità contadina, che non vuole saperne di tacere sotto l’eleganza da Metodo Classico, un ché di terra bagnata, di humus, di radice, di erbe di campo, austerità compita che richiama le Colline Pescaresi e il carattere delle genti d’Abruzzo. Al di sopra si fa balsamico quanto deve e speziato quanto serve a misurare l’oriente all’orizzonte, oltre la linea del mare. In bocca conferma tutto quello che il naso aveva promesso: ingresso deciso, struttura piena, un sorso mai accomodante, con un finale austero per carattere e non per durezza gratuita. Un rosé senza trucchi per smussare gli angoli, nessuno sconto, un rosé che ha aspettato il suo tempo per raccontare, senza vergogna, da dove viene: dalla terra, prima ancora che dalla cantina. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a ENOTIRINO (soprattutto nella figura di Giorgio D’Orazio) per avermi invitato ancora una volta a una manifestazione che “finalmente c’è”. ENOTIRINO è l’Evento dell’Abruzzo intero, dell’Abruzzo che lavora, dell’Abruzzo che vuole far sentire la propria voce e che ha finalmente argomenti concreti, dell’Abruzzo che sa essere richiamo e bussola. Ho già messo in agenda l’Edizione 2027 (se non altro per vedere finalmente Bussi restituito in toto alla comunità sotto il profilo urbanistico); e mi sono ripromesso ancora una volta di riuscire a viverlo con più calma, ché pure quest’anno c’ho avuto un sacco di ‘mpicci. E Voi? Che farete nell’ultimo fine settimana dell’Agosto 2027? Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Ad Alba domenica 20 e 27 settembre la 28^ edizione dell’evento di Go Wine LA FESTA DEL VINO! Arrow Right Top Bg

16 Settembre, 2026

Ad Alba domenica 20 e 27 settembre la 28^ edizione dell’evento di Go Wine LA FESTA DEL VINO!

  Il centro storico si trasforma in una ‘via del vino’ con i produttori di Langhe, Roero e Monferrato Le prenotazioni in corso, con forti attenzioni dall’estero: biglietti già venduti in Australia, Stati Uniti, Svezia, Brasile, India, Norvegia, Irlanda, Olanda, Danimarca Go Wine lounge dedicata a Barolo e Barbaresco
Gli eventi collaterali   Go Wine presenta l’edizione 2026 della Festa del Vino di Alba. Due domeniche in cui saranno festeggiati anche i 25 anni di attività dell’associazione, nata ad Alba nel 2001 per promuovere cultura del vino ed enoturismo. Le esperienze delle ultime edizioni ed il successo di pubblico incoraggiano una formula che negli ultimi anni ha saputo crescere per partecipazione, qualità della proposta e richiamo di pubblico, fino a diventare uno degli appuntamenti del vino più attesi e partecipati in Italia. L’edizione si svolgerà in due domeniche, il 20 e il 27 settembre, con orario 11-19. Il cuore dell’evento resta quello che ne ha segnato il successo: il centro storico di Alba che si trasforma in una vera e propria Via del Vino, dove il pubblico incontra direttamente i produttori e compie un percorso di degustazione nel segno dei grandi vini di Langhe e Roero. Le cantine scendono in città La presenza diretta delle cantine, la piacevolezza del percorso nel centro storico e l’allestimento che racconta i territori del vino attorno ad Alba sono gli ingredienti distintivi della manifestazione. I produttori, organizzati attraverso i Comuni partecipanti, presenteranno in degustazione le loro etichette, raccontando il proprio territorio, il lavoro in vigna e l’identità dei vini. Dai celebri Barolo e Barbaresco, autentici fiori all’occhiello del territorio, agli altri grandi vini di Langhe e Roero: Nebbiolo d’Alba, Roero, Roero Arneis, Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Diano, Dolcetto di Dogliani e molte altre espressioni della viticoltura locale. L’atmosfera è quella della vendemmia: le cantine arrivano ad Alba e si raccontano, incontrando un pubblico variegato di enoappassionati, turisti e visitatori italiani e stranieri che affollano il centro storico della città. È proprio questo incontro diretto, senza intermediazioni, a rendere unica la Festa del Vino:
i volti, le mani, le storie dei produttori nel contatto immediato con il pubblico. Per l’edizione 2026 si preannuncia una edizione record di partecipazione, per numero di cantine e vini complessivamente presentati in degustazione. Una grande evento di degustazione nel cuore di Alba La manifestazione si svolgerà in entrambe le domeniche con orario continuato, dalle 11.00 alle 19.00, confermando la formula introdotta negli ultimi anni e molto apprezzata dal pubblico. Ogni visitatore potrà accedere al percorso acquistando calice e taschina, con la possibilità di degustare e confrontare liberamente i vini proposti lungo la Via del Vino. L’evento continua a distinguersi anche per la sua capacità di attrarre visitatori da molte regioni italiane e dall’estero, rafforzando il ruolo di Alba come città del vino e come punto di riferimento per il turismo enogastronomico del territorio. Un profilo sempre più internazionale dell’evento: si annunciano partecipazioni da molti Paesi nel mondo Go Wine, da alcuni anni, lancia una prevendita per l’acquisto delle degustazioni. E’ un modo per saggiare l’attenzione e per comprendere dove arriva il messaggio e come viene compreso. I mesi di luglio e agosto di quest’anno segnano un’attenzione record: i biglietti della Festa del Vino sono stati acquistati in molti Paesi del mondo: dall’Australia, all’India, dagli Stati Uniti (Texas, Colorado), ai Paesi Scandinavi (Norvegia, Svezia), all’Irlanda, Olanda. E’ il segno prima di tutto del grande richiamo che le terre di Alba, Langhe e Roero registrano sempre di più grazie al continuo lavoro degli Enti territoriali. La Go Wine Lounge Dopo il positivo riscontro delle ultime edizioni, torna anche nel 2026 la Go Wine Lounge, un’area speciale che affiancherà la Via del Vino con un percorso parallelo di degustazione dedicato a una selezione di Barolo e Barbaresco. L’accesso alla Lounge avverrà su prenotazione, con più turni nell’arco della giornata, offrendo un’esperienza di assaggio ancora più mirata e qualificata. Masterclass ed eventi collaterali, un omaggio ai 60 anni delle denominazioni Barolo e Barbaresco La Festa del Vino sarà arricchita anche da un calendario di masterclass ed eventi di approfondimento, che contribuiranno a rendere ancora più interessante la partecipazione del pubblico. Accanto alla Via del Vino, Go Wine proporrà momenti di degustazione guidata e focus tematici pensati per valorizzare il patrimonio vitivinicolo del territorio e offrire nuove occasioni di conoscenza agli enoappassionati. In particolare l’evento darà aperto domenica 20 settembre alle ore 11,30 con una Masterclass che intende celebrare i 60 anni del riconoscimento della denominazione d’origine a Barolo e Barbaresco, in assoluto fra i primi vini in Italia. Per ripercorrere una storia virtuosa, proponendo nel calice vini di cantine storiche che già operavano sul territorio negli anni ’60 e con bravura hanno seguito tutto il percorso di crescita di questi anni.  Go Wine Lab Giovani: spazio under 30, ogni domenica alle ore 15,30 E’ stata una delle novità dell’edizione 2025 e viene nuovamente proposta quest’anno. Un’iniziativa a favore dei giovani per avvicinarli al mondo del vino. E’ pensata per gli under 30, invitandoli ad una sorta di gioco dei colori, dei profumi e dei sapori sui grandi rossi del territorio. Una degustazione in parte alla cieca, per sviluppare i sensi, per far riflettere sulla biodiversità, con un’operazione promozionale nel segno della piacevolezza e della conoscenza. Il laboratorio si svolge ogni domenica alle ore 15.30 presso la Sala sensoriale del Mudet, nei pressi del Cortile della Maddalena. Una sorpresa (con omaggio) speciale sarà riservata a tutti i giovani partecipanti a questo Go Wine Lab.  Sostenibilità e accessibilità La Festa del Vino di Alba vuole favorire l’incontro tra il pubblico e il mondo del vino in modo diretto, aperto e coinvolgente. La presenza delle cantine in città, la possibilità di dialogare con i produttori, la varietà dell’offerta e la formula diffusa nel centro storico fanno della manifestazione un evento capace di unire qualità, convivialità e accessibilità, nel segno della cultura del vino. A questo tema si aggiungono altri profili, a cui si sta lavorando nell’organizzazione. Go Wine è impegnata nella definizione di un protocollo di sostenibilità degli eventi, nell’intento di avere sempre più attenzione a comportamenti che favoriscano un uso materiali e delle risorse nel rispetto di politiche ambientali; alcune di queste condotte saranno messe in campo nell’organizzazione della Festa del Vino, in un percorso continuo di apprendimento a cui tendere. La sostenibilità degli eventi va letta anche in chiave economica, di accessibilità. Ovvero creare le condizioni per cui l’evento possa essere partecipato, facendo in modo che i molti appassionati possano cogliere questa occasione per vivere non solo le degustazioni ma anche le molte opportunità che Alba offre. Dalla bellezza del centro storico, dal commercio fisso sempre vivace e attivo, con molti spunti in chiave gastronomica, fino ai molti locali del gusto che in città operano. “La Festa del Vino – dicono da Go Wine – vuole essere un evento per creare condivisione e coinvolgimento sotto più profili, varie iniziative sono in corso in queste settimane”. Go Wine ringrazia Sono molti i soggetti che cooperano e sostengono l’iniziativa. A tutti il grazie! di Go Wine Comune di Alba, Ente Fiera di Alba, Ente Turismo Langhe, Monferrato, Roero, Associazione Commercianti Albesi, i Comuni di Langhe e Roero e le cantine coinvolte. Banca d’Alba per il sostegno e i nostri partner Landini, Vetrobalsamo, Piero Mollo. Biglietti e aggiornamenti È aperta la vendita online dei biglietti. Tutti gli aggiornamenti sul programma, sulle cantine protagoniste e sugli eventi collaterali saranno disponibili sul sito www.gowinet.it e sulla pagina Facebook di Go Wine. 📞 Per info e prenotazioni
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16 Settembre, 2026

Hic et nunc. L’arte di essere presenti

Nel Monferrato, Massimo Rosolen ha trasformato una scelta radicale in Hic et Nunc, cantina dedicata al Grignolino, al Cortese e ai vitigni autoctoni. Una storia di terra, vino e coraggio, nata dal desiderio di non rimandare più la vita.     Non ti chiedere cosa può accadere domani. Qualunque giorno il destino ti dona, vivilo come un guadagno. Smettere di aver paura del domani, di quello che avverrà, di quel che sarà. Godere del presente così da costruire veramente il futuro. Bello l’insegnamento di Orazio. Sapete, è un po’ come quando una coppia continua a stare insieme sperando che il futuro sia meglio del presente. Rimangono legati non perché stiano bene ma perché sperano che le cose si risolvano. Solo che non solo non si risolvono per il semplice motivo che un vaso rotto non può mai tornare come prima, ma anche perché il presente, la vita, non la si vive appieno. Una volta la mia amica Alessia, avvocato che seguì il divorzio, mi disse che separandoci avevamo fatto il gesto d’amore più grande verso nostro figlio. Le diedi ragione, subito. Oggi e adesso non è la cultura di chiudere gli occhi e non guardare al futuro. Al contrario, è godere appieno del presente per costruire un futuro migliore. Massimo Rosolen ha costruito su questa verità semplice e vertiginosa, un’intera filosofia d’impresa. Avendolo conosciuto, dubito sia per vezzo letterario. Semmai per arrivare a considerare il vino come vero atto d’amore. In questo contesto, la sua azienda, non può che chiamarsi hic et nunc. Qui e ora. In questo momento, in questo luogo. Forse solo qui e solo ora. Il luogo è il Monferrato. Quello vero, quello selvatico, quello che non ha ancora ceduto alle lusinghe della patinatura. All’ombra di altri territori più blasonati, il Monferrato si è ritagliato una immagine di Piemonte vero. Senza orpelli. Alle volte scorbutico. Spesso distante dalle mode. Sempre vero. La follia di un uomo che ascoltava suo nonno Ho visto storie iniziare con un sorso di vino. Uomini diventati tali appoggiando le labbra al primo calice colmo di una qualche sostanza alcolica. Ma anche uomini che, ad un anno, venivano già svezzati con quel sorso. Massimo è uno di loro. Sangue friulano, radici contadine, un nonno che gli ripeteva come un mantra Quando hai qualche soldo, investili in terra, perché di terra non ne costruiscono più. Lui lo ha ascoltato. E come tutti quelli che ascoltano i vecchi saggi e ignorano i consigli prudenti, ha fatto una follia. Ha mollato tutto. Un’agenzia per il lavoro costruita dal nulla, altre società nel mondo dei servizi dedicati all’impiego. Tutto liquidato. Per cosa? Per comprare terre, vigne e un sogno. Avevo bisogno di trovare un po’ di pace Non è la pace di chi si ritira dal mondo. È la pace di chi ha deciso dove combattere la sua battaglia. O semplicemente dove vivere la propria vita. Pensateci un attimo: un imprenditore bergamasco, cresciuto tra la Val Brembana e le pizzerie di famiglia, che decide di piantare tutto e trasferirsi su una collina del Monferrato. Non è propriamente e solamente un cambio di vita. Sembra una vera e convinta dichiarazione di guerra alla normalità. La scelta del territorio: un atto d’amore, non di conquista Ho scelto il Monferrato per due motivi. Cercavo un territorio che fosse atto a fare grandi vini e il Piemonte era la risposta. Ma visto che non mi piacciono le cose facili, cercavo anche un territorio che non fosse già arrivato, saturo. Ho visto molti cercare la scorciatoia, il brand già fatto, la denominazione che si vende da sola. La velocità non del percorso ma dell’arrivo è, in fondo, quella delle nuove generazioni. Saranno magari i social per i quali basta scrollare per trovare qualcosa. Come per le notizie che non si leggono ma si intravedono dai titoli, non ci si sofferma a leggere così come a godersi il percorso. Si vuole già essere arrivato e quando non succede, si vede un video di chi è già li. Non per invidiarlo ma perché ci faccia vivere qualche emozione. Massimo ha scelto deliberatamente la strada in salita. Ha scelto un Monferrato wild, selvatico, pieno di biodiversità ma ancora in ombra rispetto alle cugine Langhe. Ha scelto di essere pioniere, non colonizzatore. Poi innamorarsi di queste colline, non è difficile. La differenza è tra chi compra un territorio e chi lo sposa. Massimo non è arrivato con l’atteggiamento del conquistatore. È arrivato con quello del pellegrino. Ha comprato da Giovanni, terza generazione di coltivatori, un uomo di cinquantacinque anni che era stanco, che vendeva vino sfuso, che viveva in un mondo dove la damigiana da un litro sul tavolo era ancora la normalità. Un mondo che stava morendo. E lui, il forestiero, l’uomo venuto dalla Val Brembana passando per Milano, ha deciso di farlo rinascere. Il nome è destino hic et nunc. Qui e ora. Era un po’ una filosofia, quella del qui e ora. Fare vino, farlo in quel momento, farlo qui. Non poteva che diventare il nostro brand. Anche come augurio di buona fortuna per il futuro. I latini avevano il carpe diem, certo, ma avevano anche il senso della terra, del genius loci, dello spirito del luogo che va rispettato e onorato. Una saggezza antica presa da Massimo per trasformarla in un progetto imprenditoriale contemporaneo. Non è poco. I nomi delle cantine sembrano oggi usciti da un distributore automatico di marketing e chiamare la propria azienda con un’espressione latina che significa “qui e ora” lo interpreto come un vero e proprio atto di coraggio. Una lingua per molti morta e invece viva più che mai. In ogni modo, il nome sembra voler affermare che non apparteniamo a una moda, apparteniamo a un luogo e a un momento preciso. Prendere o lasciare. Stessa cosa dicasi per i nomi dei vini. Quelli di Massimo non solo sono in continuità con ciò che l’azienda l’ha scelto di rappresentare ma rappresentano anche qualcosa di radicato. Nel Monferrato per i vitigni, nella vita per la scelta da portare avanti. Dentro il bicchiere: Monumento, Monolite, Altromondo Monumento è la Barbera del Monferrato Casalese nella sua espressione più pura. Solo acciaio, nessun legno, nessun trucco. Colore rubino profondo, già attraversato da riflessi granata e comunque trasparente che fa capire come non si sia davanti all’ennesimo vino muscolare che cerca di stupirti a suon di estratto. Il respiro è dei fiori rossi freschi, dell’erba tagliata, del pepe, del ribes, della mora, del lampone. Un’arancia sottile illumina tutto come una luna invernale sul Monferrato. Infine il pepe, che firma il tutto con autorità balsamica. Un naso elegante, deciso, pungente. Non grida, non bisbiglia, non urla così che, chi sa ascoltare, capisce. Scorre poi tesa, viva, lucente. Una morbida lama verticale. Freschezza tagliente, tannini maturi ancora pulsanti, frutta che conferma ogni promessa del naso. Non si allarga, sale. Come una guglia. Persistenza sobria, finale pulito, voglia immediata di un altro sorso. È una Barbera che cerca, trovandola, la verticalità, la voglia di pungere senza far male. Rispecchia in pieno la Barbera che voleva dire Piemonte, che si beveva a tavola. Il vino semplice non solo delle domeniche ma di tutti i giorni. Fresco e diretto come il marmo di un monumento. Immagino il vecchio piemontese che per lodare la Barbera dice: A bisognaria faje un monument! Monolite, Cortese Nasce dalle marne bianche di Vignale Monferrato. Le stesse Terre Bianche che furono fondale marino prima di diventare collina. Sarà per questo che ne porta impressa una sapidità che sa di firma geologica. Paglierino e luminoso, apre con un ventaglio di fiori bianchi, pera e pesca che non ha nulla di timido; la vinificazione quasi integrale in acciaio custodisce la freschezza varietale, mentre la piccola quota affinata in barrique dona corpo senza appesantirne il disegno. È un Cortese che rifiuta la vocazione all’immediatezza tipica del vitigno capace, come pochi bianchi piemontesi, di attraversare gli anni e restituire, in tarda evoluzione, note di pietra focaia e idrocarburo che ne confermano la stoffa. Un manifesto, prima ancora che un vino. Altromondo, Grignolino del Monferrato Casalese DOC La materia si trasforma, mai si perde: è la stessa vicenda del Grignolino, vitigno che il Piemonte ha amato e dimenticato più volte nel corso di un secolo e che ad Hic et Nunc trova una delle sue metamorfosi più convincenti. Altromondo nasce sul Bricco, il punto più alto della tenuta, da vigne che superano il mezzo secolo e affondano le radici in marne tufacee; matura solo in acciaio, per non tradire la sua natura di rosso scarico e ingannevolmente lieve. Al calice si apre su rosa e peonia, poi cede a piccoli frutti (ciliegia, lampone) e ad una speziatura di pepe bianco che ne disegna il carattere senza asprezza. In bocca la trama tannica, fine ma presente, sorregge un corpo più pieno di quanto il colore lasci immaginare: un equilibrio che si gusta meglio a quella temperatura di cantina che i nonni sapevano bene anche in estate. Un altro mondo, appunto, quello che si apre quando si smette di giudicare un vino dal suo colore. Forse un mondo dimenticato ma che in Piemonte e nel Monferrato in particolare, proprio per la sua lontananza dalle mode e dal turismo di massa, può dirsi ancora presente. Come a dire che un altro mondo, magari quello del passato, è possibile. Tre vini, tre dichiarazioni d’intenti. E in ognuno si sente la scelta radicale di lavorare solo con vitigni autoctoni.  Uno Chardonnay stupendo a me fa impazzire. Però lo troviamo in tutto il mondo. Il Grignolino no. Il Cortese no. Se ce l’hai, sei caratterizzato e caratterizzante. Un viticoltore importante delle Langhe, ricorda Massimo, gli disse una volta:  Il Barolo viene solo da qua. Puoi mettere il Nebbiolo dovunque, ma viene una schifezza. Se vuoi il Barolo, devi stare qua. Ecco, estremizzando, questo vale per ogni territorio. E hic et nunc ha scelto di essere, prima di tutto, un racconto autentico del Monferrato. Un’impresa familiare nel senso più profondo E poi c’è Emanuela. Le grandi storie d’amore nascono spesso dove meno te lo aspetti e quella tra Massimo ed Emanuela è nata proprio qui, tra i filari.  Galeotta fu l’azienda Ci scherza Massimo così che si capisce come ci sia una tenerezza autentica in questa frase, il pudore di chi non ama spettacolarizzare i sentimenti. Emanuela è cresciuta in zona e con Massimo stanno costruendo qualcosa che va oltre il vino. C’è l’ospitalità, con la vecchia casa dell’ex proprietario ristrutturata e aperta nel 2017. C’è l’idea di un’azienda che sia anche un luogo di incontro, di scambio, di vita vera. C’è la loro vita insieme fatta di azienda e vita privata. Bello vederli insieme e bello vedere come se la tengano per loro. E dire che l’anno scorso sono passati da hic et nunc circa cinquemila visitatori registrati, cinquemila persone che hanno respirato quest’aria, camminato su questa terra, bevuto questi vini ascoltando la storia di chi li produce. Forse sono stati i primi a puntare molto sull’accoglienza. Su questo territorio era tutto ancora un po’ chiuso. Ci sono ancora tante aziende che il sabato e la domenica sono chiuse. Insomma, un modo per rimanere fedeli a loro così come ad un territorio che meriterebbe migliore attenzione. Il Monferrato è uno dei territori più belli d’Italia, ma anche uno dei più timidi. Per anni, quando vivevo a Torino, il Monferrato era il posto dove non trovavi niente. Niente ristoranti aperti, niente cantine visitabili, niente segnaletica. Un tesoro nascosto, certo, ma nascosto un po’ troppo bene. Forse anche per le persone riservate e timide. Quasi timorose di mostrare qualcosa di meno bello rispetto alle Langhe. Un po’ come chi non crede in se stesso avendo invece molto, moltissimo da mostrare. Ora le cose stanno cambiando e persone come Massimo ed Emanuela sono parte di questo cambiamento. Non stanno solo facendo vino: stanno facendo territorio. Le fragilità che rendono umani Sarebbe facile dipingere Massimo come l’imprenditore vincente che ha avuto successo e poi ha realizzato il sogno nel cassetto. Ma la verità è più sfumata e molto più interessante perché, come in molte altre storie, c’era la pandemia che colpiva proprio mentre la cantina nuova veniva ultimata.  La zona degustazione l’abbiamo finita ad agosto 2020. Piena pandemia. Mi sono preso una pandemia, mille problemi, problemi legati al vino e non del vino. Ha imparato che le difficoltà sono parte del gioco. Come la sfida del biologico in una terra dove i contadini “vecchia maniera” diserbavano senza pensarci due volte. Un mezzo terremoto culturale che però non lo ha scalfito.  All’inizio, quando ho iniziato la conversione, Giovanni era ancora presente. È stata una sfida incredibile fargli capire che il mondo girava in maniera differente. Quelli di una certa età hanno sempre lavorato come diceva il nonno. Il nonno diceva che si faceva così e se ha funzionato per cinquant’anni perché cambiare? Eppure Massimo ha tenuto duro.  Biologico deve essere una filosofia, non uno strumento commerciale. Tanto non te lo pagano di più, non le vendi molto di più se è biologico. Ci devi credere. Ci devi credere. Vero, il biologico non si fa se non ci credi. Forse non tanto perché si possa utilizzare come strumento di marketing. Quei tempi sono finiti. Si inizia e si continua con un percorso biologico se pensi possa far bene alla terra prima, alle persone poi. Vera convinzione che non è estremismo da talebani. È semplicemente un modo per interpretare la vita. Qui ed ora, hic et nunc, costruiamo per un futuro. Un futuro con la fatica di farsi conoscere, di costruire credibilità, di uscire dall’ombra. Abbiamo fatto tanto, ma abbiamo ancora una montagna da scalare. Consapevolezza di chi sa che nel vino, come nella vita, non si arriva mai davvero.  Questo mondo è fantastico anche per questo: perché non sei mai arrivato. Quando pensi di essere arrivato, cambia tutto. Il coraggio di restare artigiani Centomila bottiglie, dieci etichette, presto tredici. Numeri da azienda strutturata, ma con un’anima artigiana. Vogliamo arrivare intorno alle 150-180 mila bottiglie, non oltre. Per mantenere l’artigianalità. Questa non sarà mai un’azienda che farà milioni di bottiglie. La saggezza di una scelta che è un mix tra imprenditoria e tradizione. La ricerca di uno sviluppo pur rimanendo dentro canoni legati a quella manualità artigianale frutto del passato. La crescita non è così l’unico parametro che sembra contare. Non serve andare sugli scaffali della grande distribuzione. Non per snobismo, ma per coerenza. Perché quando fai vino con questa filosofia, ogni bottiglia deve portare con sé il racconto del luogo da cui proviene. E quel racconto, su uno scaffale tra cento altre etichette, semplicemente muore. Tra le nuove uscite, tre progetti che mi hanno fatto brillare gli occhi: una riserva di Grignolino, frutto di una selezione maniacale acino per acino, che uscirà in sole 1500 bottiglie; un rosato fermo di Dolcetto a bassa gradazione, pensato per l’estate ma con un’anima seria; e una bolla metodo classico, sempre di Grignolino.  Con il Grignolino avremo tre referenze. È il vitigno che ci rappresenta di più. E la riserva sarà il vino più importante dell’azienda, il fiore all’occhiello, la “chicca”. Abbiamo provato diverse volte, ma non siamo mai riusciti.  Poi è cambiato approccio, passando più volte in vigna, selezionando acino per acino con una pazienza che ha dell’ossessivo. È questo il bello del vino: puoi avere i numeri, la struttura, la visione imprenditoriale, ma se non metti l’anima in quello che fai, la chicca non arriva. Piccola apologia del Grignolino, anarchico testabalorda Prima di proseguire, concedetemi una divagazione. Perché se è vero che ogni vino è un racconto, il Grignolino è un romanzo intero. E come tutti i grandi romanzi, ha bisogno di essere letto con calma. Le cronache lo menzionano già nel 1249 chiamandolo Barbexinus o Berbesino in un documento dei monaci del Capitolo di Sant’Evasio di Casale Monferrato. Otto secoli. Otto secoli durante i quali questo vitigno è rimasto fedele al suo fazzoletto di terra tra le colline astigiane e il Casalese, rifiutandosi di emigrare altrove. Meno del 2% della superficie vitata piemontese, una produzione di poco più di due milioni di bottiglie: numeri da setta segreta, non da grande vino internazionale. Eppure, quando Re Umberto I di Savoia nell’Ottocento lo scelse come vino di corte, il Grignolino se ne stava sulle tavole più raffinate accanto al Barolo, senza complessi d’inferiorità. Poi venne la fillossera, vennero le guerre, venne l’omologazione. E il Grignolino, fragile, sensibile alle malattie, bisognoso di suoli asciutti e sabbiosi, finì nel dimenticatoio. Troppo pallido per essere un rosso, troppo tannico per essere un bianco. Troppo spigoloso, troppo irregolare, troppo scomodo. Il nome stesso è un enigma che profuma di dialetto e di terra. Forse deriva da grignòle, i vinaccioli che negli acini del Grignolino abbondano più che in qualsiasi altra varietà. Forse è legato al verbo piemontese grignare, che significa ridere. Ma non la risata aperta e cordiale: il ghigno, il sorriso di traverso. Quella piemontese insomma. Quella di quando bevi il Grignolino, che ti strappa un’espressione ambigua: da un lato la piacevolezza del frutto, dall’altro la sferzata del tannino che ti ricorda chi comanda. Fu Gino Veronelli, il maestro, a trovare la definizione perfetta: anarchico testabalorda. Anarchico perché non segue le mode, non si piega ai disciplinari del gusto dominante, non cerca di assomigliare a nient’altro che a se stesso. Testabalorda perché, nonostante le basse rese, nonostante la maturazione irregolare, nonostante tutto, continua a crescere solo dove vuole lui. Mario Soldati, che del Piemonte conosceva ogni piega, aggiungeva che non è un vino fatto per i ritmi del consumismo. E infatti il Grignolino ha aspettato. Ha aspettato che una nuova generazione di vignaioli, testaballordi almeno quanto lui, lo riscoprisse e gli restituisse la nobiltà che meritava. Dante Garrone, presidente dell’Associazione Produttori, lo definisce il più bianco dei vini rossi o il più rosso dei vini bianchi. Ed è vero: colore rubino scarico, trasparenza che inganna, profumi di fragolina di bosco, pepe bianco e una vena ferrosa che sa di terra bagnata. In bocca è teso, verticale, con una tannicità che ti afferra il palato e non lo molla più. Un vino che non ti perdona niente, e proprio per questo non ti annoia mai. Nel Monferrato Casalese, dove Massimo ha scelto di piantare la sua bandiera, il Grignolino trova forse la sua espressione più autentica: suoli calcareo-marnosi, compattezza minerale, un’eleganza rustica che è l’esatto opposto della ruffianeria enologica. È un vitigno difficile, antimoderno, che matura bene solo in certe posizioni e solo se produce poco. Un aristocratico decaduto che però, quando lo assaggi, ti ricorda subito perché un tempo i Savoia lo tenevano in cantina. Divagazioni tra un calice e l’altro La terra non la leggi sui libri. La senti, la annusi, la vivi. Devi buttare via i manuali e non perché non servano. Hai bisogno di toccare con mano, vivere la giornata e sperare nella prossima. Massimo è arrivato qui con manuali, con business plan, con una visione imprenditoriale precisa. Ha dovuto imparare ad ascoltare la terra. Solo che la terra, nel Monferrato non urla come certi territori blasonati, sussurra. Bisogna chinarsi per sentirla. La felicità della tua vita dipende in fondo dalla qualità dei pensieri. La felicità che un vino riesce a trasmettere forse dipende dalla qualità di chi lo fa. Una qualità umana e vera. Qualcosa che in Massimo ed Emanuela ho trovato in maniera tangibile. Non artefatta e non nascosta. Ma aperta e vera. Il futuro: essere punto di riferimento Spesso mi piace sapere come qualcuno si veda tra venti, trenta anni. Difficilmente trovo risposte vere o comunque ragionate. Quando però la propria filosofia di vita è un qui ed ora, allora le risposte assumono un significato più intenso.  Intanto spero di essere ancora in vita. Arrivare a quel numero di bottiglie, migliorarci sempre sulla qualità, farci conoscere sempre di più. E mi piacerebbe essere un punto di riferimento per questo territorio. Non si parla di soldi, di espansione, di conquista. Si parla di territorio. Di essere utile. Di restituire qualcosa a queste colline che lo hanno accolto. Una sorta di consapevolezza di come il Monferrato sia un territorio che ha bisogno di ambasciatori, di persone che credano in esso con la stessa forza con cui si crede in un amore difficile ma vero. Forse il Monferrato aveva la pancia piena. E gli andava bene così. Le vecchie generazioni fanno molta fatica a capire il cambiamento. Sono molto chiusi. E di conseguenza hanno rallentato questo territorio. Però forse è andata bene così: magari erano quelle generazioni che si sarebbero fatte prendere troppo la mano e avrebbero distrutto tutto. Massimo non ha minimante l’intenzione di giudicare. Al contrario, comprende. Sa che ogni territorio ha i suoi tempi, le sue ferite, le sue resistenze. E che il cambiamento, quando arriva, deve arrivare con rispetto. Lui la collina l’ha riqualificata: ha buttato giù un vecchio capannone di cemento e lamiera che era “inguardabile”, ha costruito una cantina sotto terra, ha fatto tutto in maniera sostenibile. Non ha sfruttato: ha donato. La lezione del qui e ora Seneca, nel suo De Brevitate Vitae, scriveva: Mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa. Quante volte rimandiamo le cose da fare. Da quelle banali ai nostri sogni. Da progetti di vita a voglia di rivalsa. Mettiamo tutto da parte con la solenne promessa di riprenderli quando arriverà il momento giusto. Solo che quel momento non arriva mai e se pure arriva, lo ignoriamo. Tanto per evitare di prenderci delle responsabilità e fare. Eppure, basterebbe respirare e via. Come dire che purtroppo finisce tutto perché non si sta più bene insieme.  Massimo Rosolen ha smesso di indugiare. Ha smesso di rinviare. Ha preso la sua vita, l’ha ribaltata come un calice dopo l’ultimo sorso e ha deciso che il momento era adesso. Il luogo era qui. Non è solo una storia di vino. È una storia di coraggio. Il coraggio di ascoltare un nonno che parlava di terra in un mondo che parla di finanza. Il coraggio di mollare tutto per qualcosa che non dà certezze ma dà senso. Il coraggio di scegliere un territorio difficile, di puntare su vitigni che nessuno conosce, di fare biologico quando nessuno te lo paga. Il coraggio di restare artigiani quando potresti crescere, di restare umani quando potresti diventare un brand. Massimo, con la sua voce pacata, i suoi occhi che guardano lontano, la sua compagna al fianco, i figli di un’altra vita che forse un giorno prenderanno in mano l’azienda.  Sarei felicissimo se uno dei due decidesse di lavorare qui e seguirci. Sa che i sogni non possono essere imposti a nessuno.  Si seminano. Come si sono seminate le colline del Monferrato. Manca ancora qualcosa però. Manca di essere più presenti sul nostro territorio. A livello nazionale. E avere maggiore credibilità, essere più riconosciuti come marchio. Però siamo sulla strada giusta. Gli credo. Perché quando un uomo ha il coraggio di giocarsi tutto sul qui e ora, il futuro non può che dargli ragione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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15 Settembre, 2026

Hofstätter e l'anima di Mazon

  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e Riserva Mazon 2022, due interpretazioni di un grande Pinot Nero  Mazon è uno dei luoghi simbolo del Pinot Nero italiano e J. Hofstätter ne è da decenni uno degli interpreti più autorevoli. Attraverso il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022, emerge il racconto di un territorio capace di trasformare identità, eleganza e profondità in vino.   Non ricordo molti luoghi capaci di entrare così profondamente dentro un vino come l’altopiano di Mazon Lo ritrovi nel profumo del bosco dopo la pioggia, nella freschezza che scende dalle montagne al tramonto, nel respiro degli aghi di pino che accompagna il Pinot Nero fin dal primo istante. Qui l’eleganza è una conseguenza naturale del territorio. È il motivo per cui questo vitigno, più che altrove, sembra aver trovato qui una casa definitiva. E forse è anche il motivo per cui parlare di Mazon significa inevitabilmente parlare della famiglia Hofstätter, protagonista di una storia che da generazioni continua a definire il volto più autentico del Pinot Nero altoatesino.  Il Pinot Nero di Mazon  Il Pinot Nero non concede molto. È un vitigno capace di regalare emozioni straordinarie, ma altrettanto pronto a mettere in evidenza ogni limite del luogo in cui cresce. Per questo Mazzon (o Mazon) rappresenta qualcosa di raro. L’altopiano, sul versante più fresco della Bassa Atesina, offre luce senza eccessi, escursioni termiche capaci di preservare tensione e finezza, terreni antichissimi e un dialogo continuo con il bosco che accompagna la maturazione delle uve. Qui il Pinot Nero non ha bisogno di rincorrere equilibrio o eleganza. Li trova naturalmente. È una condizione che negli anni ha trasformato questo anfiteatro in uno dei riferimenti assoluti del vitigno in Italia e che la famiglia Foradori Hofstätter ha saputo interpretare con una visione pionieristica, arrivando a parlare di singole vigne e di cru quando questi concetti erano ancora lontani dall’immaginario enologico italiano.  Da questa lettura del territorio nasce la costellazione di Pinot Nero firmata J. Hofstätter. La tenuta, guidata oggi da Martin e Beatrix Foradori Hofstätter con il supporto dei figli Niklas ed Emma, ha fatto della zonazione una scelta precisa: distinguere le parcelle, rispettarne le differenze e riconoscere alla vigna un’identità propria. Nel 1987 fu la prima azienda della regione a introdurre il termine «Vigna» per alcuni dei suoi vini come logico riconoscimento che altitudine, esposizione, suolo e microclima non sono dettagli da uniformare. Sono il vino.  Il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022 condividono l’origine, la cultura produttiva e la ricerca di purezza, ma restituiscono due espressioni nettamente riconoscibili del Pinot Nero di Mazon.  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, il respiro del bosco  Il Pinot Nero di Mazzon possiede una voce riconoscibile e il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 ne rappresenta il registro più elegante. Nasce esclusivamente dalle uve dell’omonimo vigneto, collocato nella parte più settentrionale dell’altopiano, tra i 430 e i 460 metri di altitudine. Le viti derivano da una selezione massale della Vigna Roccolo, il più antico vigneto di Pinot Nero dell’Alto Adige, allevato a pergola e piantato nel 1942. È un legame concreto con la storia di Hofstätter e, nello stesso tempo, un nuovo capitolo della lettura parcellare di Mazon.  Nel calice il colore è un rubino luminoso, già attraversato ai bordi da leggere sfumature granate che suggeriscono il percorso evolutivo senza tradirne la gioventù. Al naso la personalità emerge con chiarezza: piccoli frutti rossi e neri, fragoline di bosco, ribes, mora, poi aghi di pino, resina e sottobosco umido. La balsamicità è nitida, profonda, e amplifica una freschezza che richiama le prime ore di una mattina autunnale in montagna.  Più rimane nel bicchiere, più il frutto si integra con il paesaggio. La componente balsamica non copre, non forza, non cerca il centro della scena. Tiene insieme il profilo aromatico e conserva al vino una tensione costante.  Il sorso entra fresco e diretto, poi cresce senza accelerazioni. La ciliegia, la prugna e i piccoli frutti di bosco perdono progressivamente la loro croccantezza e acquistano una consistenza più morbida, quasi la densità di una marmellata artigianale ancora fedele al frutto. Il vino si distende con precisione, ma tende a concentrarsi al centro della lingua, dove lascia un’impronta netta. La mineralità lavora in profondità senza dominare, mentre la persistenza aumenta con l’ossigenazione.  È proprio il tempo nel calice a chiarirne la statura. Ogni ritorno aggiunge un dettaglio, amplia il sorso, rende la trama più completa e rotonda senza sottrarle slancio. La struttura c’è, ma non diventa mai rigida; la profondità cresce, ma non appesantisce. Il risultato è un Pinot Nero elegante, snello e duttile, capace di tenere insieme intensità e delicatezza con una naturalezza non comune.  Nel Barthenau Vigna Herbsthöfl ritrovo ciò che cerco più spesso nel Pinot Nero: la forza non dichiarata, la finezza che non diventa fragilità, la capacità di cambiare nel bicchiere restando perfettamente riconoscibile. Pane, burro e marmellata di piccoli frutti affiorano come un ricordo semplice e preciso, mentre la freschezza mantiene il sorso vivo fino alla fine. È un vino raffinato nei gesti, mai altezzoso, e proprio per questo profondamente coinvolgente.  Riserva Mazon Pinot Nero 2022, la profondità del tempo  Se il Barthenau Vigna Herbsthöfl rende immediata la parte più fresca e sottile di Mazzon, il Riserva Mazon Pinot Nero 2022 porta nel calice la continuità di un lavoro iniziato molto prima. La prima annata risale al 1978 e nasce da una rigorosa selezione delle migliori parcelle della tenuta Barthenau. Le radici affondano in rocce formatesi in un’antica laguna risalente a 250 milioni di anni fa. Qui la storia non è un elemento ornamentale, ma una componente concreta del vino.  Il colore appare più intenso e profondo rispetto all’Herbsthöfl. Anche il profilo aromatico è inizialmente più compatto. Non concede tutto subito. Fragolina, prugna, ciliegia matura e marasca emergono con gradualità, legate a una sensazione calda e raccolta. La balsamicità è meno evidente, più integrata, e lascia maggiore spazio alla maturità del frutto.  In bocca il passo cambia grazie all’ingresso morbido e avvolgente. La frutta assume la consistenza di una composta di fragole, marasche e prugne mature e si espande con naturalezza. Il sorso occupa il palato, ritorna sulle sensazioni iniziali, aggiunge volume e continua a svilupparsi. La sapidità si fa più decisa e accompagna un finale lungo, segnato da leggere note amaricanti che ricordano il nocciolo della ciliegia. È un amaro sottile, piacevole, che rende immediato il desiderio di tornare al bicchiere.  La caratteristica più evidente è la stratificazione. Prima il frutto, poi la freschezza, quindi la sapidità e, infine, una persistenza che non si limita a prolungare il sorso, ma ne modifica la percezione. La materia è ampia, eppure non cede all’opulenza. La morbidezza non diventa compiacimento. Ogni componente rimane misurata e contribuisce a una sensazione di solidità e completezza.  Il calore del finale non coincide con la concentrazione. È la conseguenza di un frutto più maturo e di una presenza gustativa più estesa, capace di avvolgere senza stancare. Il Riserva Mazzon mostra così il lato più autorevole del Pinot Nero dell’altopiano: ampio, profondo, già espressivo ma ancora in grado di crescere con il tempo.  La misura di Mazon  Per diversi minuti ho continuato a passare da un calice all’altro. All’inizio cercavo le differenze. Era inevitabile. Da una parte il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, dall’altra il Riserva Mazon 2022. Poi ho smesso di analizzarli.  Il Riserva mostrava con chiarezza la propria struttura, l’ampiezza e quella progressione capace di lasciare tracce lunghe e profonde. L’Herbsthöfl continuava invece a guadagnare definizione, sorso dopo sorso, senza perdere la propria leggerezza espressiva.  A quel punto la degustazione è diventata qualcosa di più semplice. Sono tornato più volte a entrambi i calici, non per cercare conferme, ma per il piacere di farlo. Ed è lì che ho capito quale vino mi stava coinvolgendo maggiormente.  Il Riserva Mazon è un Pinot Nero autorevole, completo, costruito con grande rigore. L’Herbsthöfl possiede la naturalezza che non cerca di dimostrare nulla. Cresce nel bicchiere mantenendo precisione e coerenza.  Tra i due è quello che mi ha lasciato di più, non per un singolo aroma o per una particolare caratteristica tecnica, ma per il modo in cui ogni elemento contribuisce al risultato senza cercare protagonismo.  Alla fine mi sono rimasti entrambi nella memoria. Ma quando ho ripensato a questa degustazione, il primo vino che ho desiderato riassaggiare è stato il Barthenau Vigna Herbsthöfl.  È questa, per me, la differenza tra un vino che apprezzo e un vino che mi emoziona: il primo lo ricordo, il secondo continuo a cercarlo.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Tenuta Montauto. La purezza conquistata Arrow Right Top Bg

15 Settembre, 2026

Tenuta Montauto. La purezza conquistata

  A Tenuta Montauto la purezza arriva dal terroir ma, soprattutto, dalla scelta quotidiana di proteggerlo. Dalla vigna alla cantina, fino alla difesa del cielo: la storia di Riccardo Lepri e di Tenuta Montauto è una ricerca ostinata di purezza. Una purezza che la natura offre, ma che l’uomo deve saper preservare, conquistare e, quando arriva il momento, anche difendere   C’è una purezza che si eredita e una che si conquista. La prima è quella di un luogo: la terra rossa, iridata di Montauto, coi suoi suoli argillosi ricchi di quarzo e la brezza che arriva dal mare, con Capalbio a circa dieci chilometri in linea d’aria, che infonde ai vini naturale finezza e tensione. Ma questa, signori e signore, è fortuna, e per Riccardo Lepri la vita non è mai stata questione di fortuna. Così la strada indicata dal terroir, ovvero quella della purezza e dell’integrità dei vini, è diventata anche una scelta e, soprattutto, un lavoro quotidiano, estorto col sudore della fronte. Quello di Riccardo Lepri, che dopo una laurea in Economia e Commercio ha scelto di tornare alla terra di famiglia, affrontando un anno di apprendistato imposto dal nonno Enos prima di poter prendere in mano l’azienda. Un ritorno alle origini che, dal 2001, si è trasformato in una precisa idea di viticoltura: procedere per piccoli passi, investire con continuità, conoscere la materia, e la filiera, fino in fondo, e intervenire soltanto quando necessario. La purezza comincia così tra i filari. Nella gestione biologica delle vigne, nella raccolta manuale, nell’attenzione quasi maniacale alla salute dell’uva, che culmina con la vendemmia, quando la ricerca della massima integrità del frutto coincide con una resa sempre dimezzata rispetto a quella potenziale, sempre nelle ore più fresche della notte, con le lampade frontali per sottrarre l’uva al calore e così consegnarla alle celle frigo, in cantina. Perché la purezza, prima di essere un risultato, è una disciplina. Ed è anche tecnologia, quando serve. Nonché la decisione di non lasciare nulla al caso. Così negli anni Riccardo Lepri ha costruito la cantina secondo una filosofia incrementale, aggiungendo “tecnologie” come le botti di vetro, al secolo Wineglobe, utilizzate da altri maestri del Sauvignon, prima di lui, come Didier Dagueneau nella Loira. Il risultato è uno stile riconosciuto, incarnato da vini luminosi, tesi, precisi e minerali, palpitanti di una vita intima che promette loro una grande parabola evolutiva. Da qualche tempo, però, purezza e integrità assumono per Tenuta Montauto un significato ancora più radicale. A pochi passi dalla Tenuta, infatti, è previsto il progetto di un parco eolico il cui iter autorizzativo è tuttora in corso. Il progetto, nella sua configurazione oggetto della procedura VIA, prevede un impianto da 50,4 MW con 7 aerogeneratori (mentre una precedente configurazione prevedeva invece otto aerogeneratori per 48 MW). È qui, così, che la storia della purezza di Montauto esce dalla bottiglia e diventa una battaglia sul territorio. Riccardo Lepri ha scelto di opporsi attivamente al progetto perché ciò che è in gioco non è soltanto il profilo di un paesaggio, ma l’identità stessa di un luogo agricolo nel quale natura, biodiversità, silenzio e oscurità fanno parte del terroir tanto quanto il suolo, il vento e il mare. Montauto, infatti, è immersa in un’area caratterizzata da una delle più basse concentrazioni di inquinamento luminoso d’Italia: un cielo buio, il più buio d’Italia, che l’astrofisico Gianluca Masi ha scelto per collocare il Virtual Telescope Project (un osservatorio astronomico robotico e remoto). Ebbene Riccardo è convinto che sia quel buio l’elemento determinante di Montauto: La purezza non è qualcosa che abbiamo semplicemente trovato qui; è la filosofia che abbiamo scelto di seguire la natura ci ha dato condizioni straordinarie, ma conservarle richiede lavoro ogni giorno. In vigna, in cantina e anche fuori dalla cantina. Se investiamo per proteggere l’integrità dell’uva, non possiamo poi restare indifferenti davanti a ciò che può modificare irreversibilmente il territorio nel quale quell’uva nasce. Oggi quella stessa ostinazione si traduce nella difesa del paesaggio. Perché un grande vino non nasce soltanto da ciò che l’uomo aggiunge. Nasce, spesso, da ciò che sceglie di non compromettere. La purezza di Montauto è dunque una purezza conquistata: sudata nella cura quotidiana della vigna, nelle vendemmie condotte quando la notte rende più preziosa l’uva, negli investimenti tecnologici che consentono di preservarne l’integrità, nella scelta di un’agricoltura rispettosa della vita e del suo ecosistema. E, oggi, nella volontà di difendere anche il cielo che sovrasta quelle vigne. Perché preservare un territorio non significa conservarlo come una fotografia. Significa combattere per permettergli di continuare a essere quello che è. E a Montauto, la purezza è una promessa fatta alla terra e mantenuta, ogni giorno, con il lavoro.   La Redazione  
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èno Florence. Il vino che entra in carta nasce anche da incontri come questo Arrow Right Top Bg

15 Settembre, 2026

èno Florence. Il vino che entra in carta nasce anche da incontri come questo

  Una carta dei vini non si costruisce soltanto davanti a una bottiglia. A volte nasce da un incontro, da una conversazione con un produttore, da un assaggio inatteso o dalla scoperta di un’etichetta che, fino a quel momento, non aveva ancora trovato il suo posto. È proprio qui che èno Florence assume un significato che va oltre la degustazione. Quando a incontrarsi sono produttori, ristoratori, enotecari, distributori, buyer, sommelier e professionisti del vino, il calice diventa anche uno strumento di lavoro. Una manifestazione può trasformarsi in un’occasione concreta per creare relazioni, valutare nuove referenze e ampliare il proprio portafoglio. Firenze, il punto d’incontro La scelta di Firenze non è un dettaglio. Situata in una posizione strategica nel cuore dell’Italia, la città è facilmente raggiungibile da diverse regioni e rappresenta una sede ideale per un appuntamento rivolto agli operatori del settore. La Fortezza da Basso, inoltre, si trova a pochi minuti dalla stazione di Santa Maria Novella, rendendo ancora più semplice raggiungere la manifestazione anche per chi arriva da fuori città. Per un professionista questo significa poter organizzare la propria presenza con facilità, anche nell’arco di una sola giornata. Firenze diventa così il punto d’incontro tra aziende, professionisti e mercato: una posizione centrale che contribuisce a rendere èno Florence un appuntamento accessibile a un pubblico professionale ampio. Il vino diventa business Il valore di una manifestazione professionale non si misura soltanto dal numero delle bottiglie che si possono degustare. Si misura dalle opportunità che può generare. Per un ristoratore significa conoscere nuovi produttori e valutare quali referenze possano trovare spazio nella propria carta. Per un enotecario significa ampliare la propria proposta. Per un distributore significa individuare aziende e territori con un potenziale commerciale. Per un buyer significa poter confrontare, nello stesso luogo, una parte significativa dell’offerta del mercato. E per le aziende significa incontrare direttamente chi può portare il loro vino nei ristoranti, nelle enoteche e presso nuovi clienti. È questa la dimensione che rende èno Florence particolarmente interessante: non soltanto un luogo dove degustare, ma un luogo dove possono nascere opportunità commerciali. I nomi fanno la differenza A raccontare il livello della manifestazione è anche il parterre delle aziende presenti. Tra i nomi che saranno protagonisti di questa edizione troviamo Biondi Santi, Argiano, Ornellaia, Marchesi Frescobaldi, Bertani, Berlucchi, Ferrari Trento, Poggio di Sotto, Livio Felluga, Dionisio, Luca Leggero, Ceretto, Pio Cesare, Louis Roederer e Massolino. Quindici realtà diverse per storia, territorio, filosofia e posizionamento, ma capaci, insieme, di restituire un’immagine significativa della ricchezza del panorama vitivinicolo italiano e internazionale. Dalla Toscana al Piemonte, dal Friuli alle grandi bollicine italiane, fino alla Francia, il professionista può confrontarsi con denominazioni, stili e interpretazioni differenti, osservando non soltanto il prodotto, ma anche il suo possibile ruolo all’interno di una proposta commerciale. Proprio questo confronto rende una manifestazione di questo tipo interessante per chi costruisce una carta dei vini: poter assaggiare, parlare, fare domande e valutare con maggiore consapevolezza. Uno sguardo particolare alla Francia Tra gli elementi che caratterizzano questa edizione c’è anche un’attenzione particolare riservata alla Francia e al suo Champagne, più evidente rispetto alla precedente edizione. Una presenza che arricchisce ulteriormente il panorama di èno Florence e offre agli operatori l’opportunità di confrontarsi con alcune espressioni della tradizione vitivinicola francese, entrando più a fondo nel mondo dello Champagne e nelle sue diverse interpretazioni. Per chi lavora nella ristorazione e nell’enotecario, conoscere questo universo significa anche acquisire strumenti utili per compiere scelte più consapevoli e costruire una proposta capace di rispondere a una clientela sempre più attenta. Le masterclass: il valore della formazione Accanto agli incontri con le aziende e alle degustazioni, èno Florence propone un programma di masterclass e momenti di approfondimento pensati per entrare più nel dettaglio di territori, denominazioni, aziende e stili. È un aspetto importante, soprattutto per una manifestazione rivolta agli operatori. Degustare è fondamentale, ma approfondire permette di trasformare l’assaggio in conoscenza. Le masterclass offrono infatti la possibilità di fermarsi, ascoltare e confrontarsi in maniera più strutturata, acquisendo informazioni che possono diventare strumenti concreti nel lavoro quotidiano. Anche l’attenzione dedicata alla Francia e allo Champagne trova spazio in questo percorso, con occasioni per approfondire un mondo estremamente articolato e ricco di sfumature. Per un ristoratore, un sommelier, un enotecario o un buyer, la formazione non è un elemento accessorio: conoscere meglio un prodotto significa poterlo scegliere, raccontare e valorizzare meglio. Il mio punto di vista Ho partecipato anche alla prima edizione di èno Florence e, già allora, avevo avuto la sensazione di trovarmi davanti a un evento vincente. A convincermi erano stati gli elementi che, a mio avviso, fanno davvero la differenza in una manifestazione professionale: la location della Fortezza da Basso, la qualità delle aziende presenti e, soprattutto, l’energia che si respirava all’interno dell’evento. Quella voglia di incontrarsi, di parlare, di degustare, di conoscere realtà nuove e di creare relazioni. Un’energia che non è così scontata e che, quando la percepisci, ti fa capire che dietro una manifestazione c’è un progetto capace di funzionare. E poi c’è Firenze, che aggiunge all’esperienza un valore tutto suo. Dopo una giornata trascorsa tra produttori, degustazioni e incontri professionali, uscire dalla Fortezza da Basso significa ritrovarsi immediatamente in una città straordinaria, con tutto ciò che può offrire. È quel qualcosa in più che rende la partecipazione ancora più piacevole: si arriva per vivere un evento importante per il mondo del vino e ci si ritrova, una volta fuori, nel cuore di Firenze. Dopo aver vissuto la prima edizione, quindi, guardo alla seconda con particolare interesse. Se il primo appuntamento aveva già mostrato un’identità precisa e una bella energia, questa nuova edizione ha tutte le caratteristiche per consolidare èno Florence come un appuntamento sempre più importante per chi il vino lo produce, lo distribuisce, lo sceglie e lo porta in tavola. Perché, alla fine, dietro ogni bottiglia che arriva su una carta dei vini c’è una scelta. E molto spesso, prima di quella scelta, c’è proprio un incontro. È da incontri come questi che può nascere il prossimo vino della tua carta.   Vale Wine – Oltre la carta dei vini
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La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana

  La vendemmia è molto più della raccolta dell’uva. All’Orto Botanico di Roma, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni ha trasformato un gesto antico in una grande festa cittadina tra filari, laboratori, musica, famiglie e il sorprendente Vigneto Italia ai piedi del Gianicolo. La vendemmia riesce ancora a fermare il tempo. Per qualche giorno contano meno le scadenze, le preoccupazioni, il rumore che accompagna le nostre giornate. Restano i filari, i grappoli arrivati a maturazione e le persone che, dopo mesi di lavoro, raccolgono il risultato di una stagione intera, portando con sé la fatica dei sacrifici affrontati, la soddisfazione per il clima che ha saputo essere generoso e il peso delle giornate in cui la natura ha mostrato il suo volto più difficile.  Ogni raccolta custodisce sentimenti diversi. La gioia di un’annata andata come si sperava, il sollievo per aver superato gli ostacoli, l’incertezza per un vino che deve ancora nascere. Qualche volta arriva anche la tristezza per ciò che il vigneto avrebbe potuto offrire e che il tempo, la pioggia o il caldo hanno portato altrove. La vendemmia, però, non conclude il lavoro. L’uva lascia la pianta e raggiunge la cantina, dove comincia un altro cammino, attraversato da nuove attese e da incognite che soltanto i mesi successivi riusciranno a sciogliere.  Qualunque sia stato l’andamento della stagione, la vendemmia conserva il valore di una festa. Gioiosa, divertente e coinvolgente quando l’annata è stata generosa, più raccolta se qualcosa è andato storto. Rimane il momento in cui la terra e le persone si ritrovano intorno al frutto di un lavoro condiviso. Una rassicurazione semplice, quasi necessaria: qualcosa è arrivato fino a noi e da quel raccolto potrà nascere qualcosa di buono.  Anche Roma, domenica 13 settembre, ha avuto la sua vendemmia.  All’Orto Botanico, sotto le mura del Gianicolo, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni e organizzata da Sens Eventi ha celebrato proprio quell’atto capace di riunire le persone. Un gesto nato nei campi ha trovato spazio nel cuore della Capitale, portando con sé la gioia della raccolta e trasformandola in una giornata vissuta insieme, tra il verde, i filari e la voglia di scoprire quanto lavoro e quanta vita precedano il vino.  Il luogo scelto per questa festa custodisce una sorpresa che continua a fare un certo effetto anche a chi conosce Roma e il suo antico rapporto con i grandi spazi verdi. Nel Vigneto Italia convivono 170 varietà di uva: 155 vitigni autoctoni provenienti da venti regioni italiane e 15 varietà internazionali, tutti coltivati secondo tecniche biologiche e biodinamiche. Più di cinquecento metri quadrati di vigneto proprio sotto il Gianicolo, in una città nella quale basta attraversare un cancello per lasciare alle spalle il ritmo urbano e ritrovarsi davanti a filari che raccontano territori lontani.  La festa ha cominciato presto ad allargarsi oltre la vendemmia. Lungo i sentieri dell’Orto Botanico le persone si incontravano, si fermavano, riprendevano a camminare seguendo una musica, la voce di un laboratorio o la curiosità suscitata da uno spazio dedicato all’arte, all’artigianato e ai prodotti tipici del territorio. Il verde teneva insieme ogni cosa e restituiva alla giornata una naturalezza difficile da costruire a tavolino. La raccolta dell’uva rimaneva il cuore dell’evento, ma intorno a quel cuore la festa cresceva, ballava e coinvolgeva persone di ogni età.  I bambini correvano tra i sentieri dell’Orto impegnati nella caccia al tesoro, inseguendo gli indizi con la serietà che soltanto loro sanno riservare al gioco. Pochi passi più in là, altri seguivano con attenzione i consigli dello staff per realizzare prodotti naturali, osservando ogni gesto e provando a ripeterlo. Nei loro occhi la scoperta non aveva bisogno di essere spiegata: prendeva forma tra le mani, diventava qualcosa da mostrare ai genitori e da portare con sé al termine della giornata.  Intorno, gli adulti si lasciavano conquistare dallo stesso spirito. Qualcuno si fermava davanti ai prodotti artigianali, qualcuno cercava le tipicità del territorio, altri scoprivano piccoli laboratori d’arte nascosti lungo il percorso, altri ancora si concedevano un calice di vino. I balli restituivano leggerezza alla giornata e la partecipazione cresceva senza bisogno di separare chi era arrivato per la vendemmia, chi per visitare il giardino e chi desiderava soltanto trascorrere una domenica diversa nel verde di Roma. Ognuno trovava il proprio modo di appartenere alla festa.  Proprio questa mescolanza ha dato alla Vendemmiata Romana il suo carattere più riconoscibile. Una vendemmia capace di parlare il linguaggio della città senza perdere il legame con la terra e non solo dunque una riproduzione cittadina di qualcosa che appartiene alla campagna. I filari accanto ai laboratori, la raccolta insieme ai balli, l’uva vicina alle produzioni artigianali, le famiglie immerse in un luogo che invitava a rallentare e a guardarsi intorno. Sotto il Gianicolo, la tradizione agricola ha incontrato la vitalità di Roma e ne è nata una festa partecipata, aperta, attraversata da voci, passi e curiosità.  Il vino, rispetto alle tipiche occasioni, è rimasto totalmente sullo sfondo. Al centro si trovavano il vigneto, il verde e il desiderio di comprendere meglio da dove arrivino i prodotti presenti ogni giorno sulle nostre tavole e, perché no, anche il buon vino. Prima del calice vengono la pianta, l’uva, il clima e il lavoro. Viene la raccolta, con le aspettative che porta con sé e con quella fiducia nel futuro che accompagna ogni nuova annata.  Luca Maroni ha scelto di celebrare tutto questo attraverso una giornata che non si è limitata a raccontare la vendemmia, ma l’ha restituita alle persone. La grande partecipazione, le famiglie lungo i sentieri, i bambini intenti a cercare un indizio o a imparare come realizzare un prodotto naturale hanno dato alla raccolta una dimensione quotidiana e vicina, mostrando come la cultura del vino possa cominciare molto prima dell’assaggio, dalla conoscenza della terra e dalla curiosità verso ciò che da quella terra nasce.  Oltre i cancelli dell’Orto Botanico, Roma continuava a muoversi con la sua finta sonnolenza di una domenica di inizio settembre. Sotto il Gianicolo, invece, la vendemmia aveva trovato il passo della musica, le mani attente dei bambini, i colori dell’arte e i prodotti di una terra tornata vicina anche a chi vive ogni giorno tra palazzi e asfalto.  Tra i filari rimanevano le voci, i balli, le corse lungo i sentieri e quella felicità semplice che nasce quando una città riscopre qualcosa che le appartiene da sempre. Il vino avrebbe cominciato altrove il proprio cammino, nelle cantine e nel tempo necessario ad accompagnarne la nascita. Roma, intanto, ne aveva già raccolto la prima emozione.  Il tesoro cercato dai bambini era forse tutto lì, in una domenica capace di portare la campagna nel cuore della città, a Trastevere, dove per qualche ora un grappolo d’uva aveva restituito a Roma il piacere di stare insieme. La vendemmia chiude una stagione, ma il racconto del vino, quello vero, è appena cominciato.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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