Il Rosamara 2026, il rosé di classe senza tempo Arrow Right Top Bg

21 Settembre, 2026

Il Rosamara 2026, il rosé di classe senza tempo

  La vendemmia 2026 di Costaripa racconta la vitalità di un vino intramontabile   La vendemmia 2026 in Valtènesi si è conclusa con uve di ottima qualità, che anche quest’anno permetteranno a Costaripa di interpretare la nuova annata senza perdere l’identità di un vino ormai iconico. È da questa attitudine che nasce il RosaMara, espressione di eleganza, equilibrio e capacità evolutiva. Per Costaripa il rosé non è infatti un vino legato esclusivamente alla stagione estiva o alla freschezza immediata. È un vino che può vivere nel tempo, poiché nasce da una viticoltura attenta, da una selezione rigorosa delle uve e da una precisa idea enologica, visione perfettamente racchiusa nel RosaMara. La vendemmia 2026 è iniziata il 5 agosto con Pinot Nero e Chardonnay, dedicati al Metodo Classico Mattia Vezzola, con circa una settimana di anticipo rispetto alla consuetudine. Le temperature elevate, con picchi superiori ai 36°C durante il giorno e ai 25°C nelle ore notturne, insieme ai fenomeni temporaleschi, hanno infatti accelerato la maturazione. Per poter rendere più graduale tale processo, si è intervenuto prima di tutto in vigna, mantenendo gli apparati fogliari rigogliosi e quindi capaci di proteggere i grappoli e gestendo con estrema attenzione le diverse parcelle. I 18 ettari destinati a Pinot Nero e Chardonnay sono stati raccolti manualmente da 42 vendemmiatori, dando priorità alle parcelle interessate dalle grandinate di maggio e giugno. Le perdite quantitative, pari a circa il 35%, hanno interessato solo una parte del comprensorio e non hanno compromesso la qualità delle uve. L’11 agosto, alla conclusione della raccolta, gli acini si sono presentati integri, con un’ottima maturazione e soprattutto una marcata freschezza. Il 19 agosto è invece iniziata la vendemmia delle uve rosse destinate al RosaMara, con circa due settimane di anticipo. Groppello Gentile, Marzemino, Sangiovese e Barbera sono stati raccolti dalle prime luci dell’alba alle 5.30 fino alle 13.00, per preservare al meglio l’integrità del frutto. Anche in questo caso, la selezione manuale e la rapidità di conferimento in cantina sono state determinanti per iniziare le lavorazioni con la massima delicatezza. Mattia Vezzola La Valtènesi ci insegna da sempre a confrontarci con l’imprevedibilità e a trasformarla in esperienza. Dopo 99 vendemmie la mia famiglia continua a sentirsi apprendista: il nostro compito è mettere a disposizione della natura la conoscenza maturata negli anni, senza cercare di forzarla. È proprio da questo equilibrio che possono nascere vini capaci di sorprendere e, soprattutto, di evolvere con coerenza la loro giovinezza». I vini rosé di Mattia Vezzola sono, in questo senso, “vini da sottrazione”: vini che scelgono di emanciparsi dai vezzi estetici e dalle mode per concentrarsi sull’essenziale. Comodi, belli, luminosi, capaci di accompagnare il tempo con naturalezza. Anche il colore, nel RosaMara, diventa parte di questa filosofia: una tonalità rosa cipria, delicata e luminosa, che punta all’eleganza piuttosto che allo stupore. È questa ricerca di essenzialità a rendere il RosaMara un rosé di classe senza tempo: un vino che non vive soltanto il presente della vendemmia, ma trova nella capacità di evolvere la propria più autentica contemporaneità. La Redazione
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Farneto del Principe. Memoria agricola e visione Arrow Right Top Bg

21 Settembre, 2026

Farneto del Principe. Memoria agricola e visione

  Nel cuore del Cosentino, ai piedi del Pollino, una giovane cantina biologica costruisce il proprio futuro a partire da un patrimonio genetico antico: Magliocco dolce, Calabrese, Montonico, Malvasia sono le protagoniste assolute della varietà identitaria di questa incantevole zona della Calabria. Una storia di famiglia, responsabilità, ambizione, che oggi guarda lontano senza perdere la direzione delle proprie radici, e lo fa mantenendo sempre il sorriso. La vigna, un archivio La Calabria è un mosaico climatico, geologico e ampelografico nel quale la vite abita da secoli, adattandosi a montagne, ripide valli, e coste assolate. È proprio questa stratificazione, più che qualsiasi esercizio di modernità enologica, a costituire oggi il capitale più interessante della regione. Farneto del Principe, ad Altomonte, ne è interprete più che mai schietto e concreto. L’azienda, oggi completamente biologica, possiede vigneti collocati intorno alla cantina, che si articolano fra quattro colline e una pianura, in una variabilità pedologica che passa dal medio impasto ai terreni più limosi, in prossimità di un piccolo lago. Una complessità che non viene semplificata, ma governata e valorizzata, grazie alle vinificazioni separate dei singoli appezzamenti. L’altitudine della cantina, intorno ai 230 metri, l’influenza del massiccio del Pollino e la vicinanza del mare contribuiscono a definire un quadro climatico con inverni di marcata impronta continentale ed estati calde e asciutte. Un contesto nel quale la gestione della maturazione diventa decisiva, soprattutto per varietà capaci di accumulare zuccheri e polifenoli mantenendo, se correttamente interpretate, una buona dotazione acida e una significativa componente sapida. È qui che la viticoltura diventa una meticolosa lettura del territorio. Dalle marze del padre alla nuova generazione Il progetto aziendale nasce da Graziano Paladino, padre di Francesco, attuale timoniere della cantina. La ricerca di marze nel vigneto del nonno, il recupero di materiale vegetale già acclimatato, la volontà di costruire il futuro a partire da una memoria biologica concreta costituiscono gesti che assumono oggi un significato forte.. Recuperare le proprie viti quando spesso si tende ad una progressiva omologazione varietale, significa conservare un patrimonio genetico, agricolo e culturale. E significa soprattutto dare un’identità differenziante al proprio vino. Oggi il testimone, come già detto, è nelle mani del figlio di Graziano e della sua compagna: giovani, intraprendenti, solari, con quella combinazione di determinazione e naturale ospitalità che appartiene intrinsecamente alla cultura calabrese. L’obiettivo è ambizioso: portare la Calabria nel mondo senza doverla edulcolorare. La prima impostazione enologica è stata affidata a Emiliano Falsini, che l’ha affrontata con gli agronomi del Gruppo Matura, tuttora coinvolti nel progetto. Si è trattato della sua prima esperienza in terra di Calabria. Dal 2024, invece, la direzione enologica è affidata a Massimo Bartolini. La tecnica che non si fa vedere La filosofia produttiva emerge con particolare chiarezza sui bianchi, dove l’obiettivo è preservare leggibilità e freschezza del vitigno. Vendemmia notturna, pigiatura soffice e decantazioni statiche compongono un protocollo orientato alla protezione della frazione aromatica e alla pulizia del mosto. Non c’è la volontà di “costruire”: la tecnica viene utilizzata per “preservare”, sottrarre rumore e lasciare emergere la materia prima. Nella Malvasia aromatica Milbesium la lettura è nitida: fiore d’acacia, caprifoglio e zagara precedono il corredo fruttato, costituito da pera matura e agrume giallo; melissa, salvia, muschio e una sottile componente balsamica ampliano il quadro. Il sorso mantiene una linea fresca e salina, con una gradevole progressione che perimetra l’incisiva componente aromatica. È un approccio particolarmente significativo in una regione nella quale la valorizzazione dei vitigni bianchi autoctoni rappresenta ancora uno dei terreni di maggiore sviluppo. Stupirebbe chiunque, in una degustazione alla cieca, il Montonico in purezza Balbino. Il nome di questa referenza rimanda al periodo dell’antica Roma, in cui Altomonte veniva chiamato “Balbia” da Plinio il Vecchio, per via del suo famoso vino, detto proprio “Balbino”. In primis esplodono i fiori, tra generoso gelsomino, lieve verbena e fresca lavanda. A seguire, il frutto gioca tra la polposità del tropicale e la verticalità dell’agrume. In chiusura un’elegante balsamicità. Teso, saporito, invitante, persistente nella sua gustosa scia agrumata. Il rosato, biglietto da visita calabrese Nel mondo dei rosati è facile che bevibilità e profumo vincano su espressività e coerenza varietale. Palatinus, rosato da Magliocco dolce, procede su un registro diverso. Completamente secco, verace, coerente, apre su rosa canina e fiori dolci, ciliegia matura e susina rossa. In bocca il frutto è pieno, ma il ribes rosso ne vivacizza il sorso, restituendo slancio e conducendo verso una chiusura di marcata sapidità. È un vino che sembra avere nel proprio DNA la convivialità calabrese: quella capacità tutta meridionale di trasformare un bicchiere in un invito a restare. Calabria rossa: la differenza la fa la precisione Se il bianco lavora sulla pulizia aromatica e sull’esaltazione floreale, i rossi di Farneto mettono in evidenza un’altra dimensione del territorio: quella della materia cesellata dal tannino. Il Gratus, vino che esprime la gratitudine della famiglia nei confronti di Graziano, esalta il carattere del vitigno principe del Cosentino: il Magliocco dolce. Il profumo spazia fra amarena e prugna, viola, mirto e chiodo di garofano. In bocca il frutto si fa più scuro e lascia progressivamente spazio a liquirizia e suggestioni boschive. Il tannino, vellutato ma persistente, evita tanto la rusticità quanto l’eccesso di levigatura. È un punto tecnico importante: il tannino deve essere integrato, progressivo, sostenuto dalla struttura acida e dalla componente sapida. Sfida di certo non facile con i cambiamenti climatici in atto. Nel Calabrese la trama si fa più scura e verticale. Mora, durone, rabarbaro e una sottile scia resinosa definiscono un vino più tannico, nel quale l’estrazione appare ben calibrata e il sale contribuisce a trascinare la componente fenolica verso un finale dinamico. Si tratta di una interessante lettura del rosso calabrese: non soltanto potenza, ma rapporto fra estrazione, acidità, sapidità e maturità fenolica. Ricupo, la materia diventa tattile Nel Ricupo i due vitigni rossi si fondono in parti uguali, rappresentando la sintesi più complessa del percorso stilistico di Farneto. Amarena, ribes nero e uva passa incontrano chiodo di garofano, ginepro, alloro, fiori dolci e cardamomo. Il frutto maturo non scivola in eccessiva morbidezza: il sorso resta teso, stratificato, progressivo. Il tannino è giovane, ma ben estratto. La chiusura sulla liquirizia conferisce al finale una piacevole dimensione tattile. Ed è proprio la tattilità una delle chiavi di lettura più interessanti dei vini di questa cantina: la ricerca non sembra orientata semplicemente all’intensità aromatica, ma alla costruzione di una sensazione di territorio attraverso materia, salinità e trama. Una Calabria che non si limita di certo a mostrare i muscoli. Il valore di chiamarsi Calabria Il vero tema, tuttavia, va oltre la singola cantina. Per troppo tempo il patrimonio vitivinicolo calabrese è rimasto in una posizione periferica rispetto alla narrazione del vino italiano. Eppure la regione dispone di una ricchezza varietale antichissima, frutto di una storia mediterranea nella quale popolazioni, culture e commerci hanno lasciato tracce profonde nella viticoltura. Il Magliocco, il Calabrese, il Montonico e le altre varietà regionali non sono semplicemente “autoctoni” da inserire in una scheda tecnica. Sono strumenti di riconoscibilità territoriale. Punti di forza per differenziare l’offerta. La sfida contemporanea consiste nel passare dalla conservazione alla valorizzazione. Farneto del Principe si inserisce a pieno titolo in questo passaggio. La sua produzione biologica, la filiera integrata e la scelta di lavorare sulle varietà territoriali costituiscono un modello nel quale sostenibilità e identità non rappresentano parole vuote, ma parti della stessa strategia. Il vino è forma di ospitalità La Calabria delle persone è quella che apparecchia la tavola prima ancora di spiegare il vino, che trasforma una visita tecnica in una relazione. Ad Altomonte, tra i borghi più belli d’Italia, questa dimensione è parte integrante dell’esperienza: cordialità prima che competenza, orgoglio e giovialità che vanno a braccetto. Farneto del Principe prova a definirla con le varietà che ha ereditato, con la tecnica più virtuosa che le rende leggibili e con una nuova generazione competente e motivata. Il futuro del vino calabrese potrebbe essere proprio qui: dare finalmente al mondo ragioni concrete per cercare la Calabria, non raccontandola “più forte”. Meglio.   Paola Restelli – Identità in fermento
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OltreGusto Oltrepò Terra di Pinot Nero Arrow Right Top Bg

20 Settembre, 2026

OltreGusto Oltrepò Terra di Pinot Nero

  Il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese e la grande ristorazione riuniscono a Voghera 1400 persone   32 cantine, 18 ristoranti dell’Oltrepò, 18 chef stellati, decine di suggestioni gastronomiche, oltre 100 etichette di vino e 1400 ospiti in due giorni. Sono i numeri di OltreGusto Oltrepò Terra di Pinot Nero, l’evento che il 7 e 8 settembre scorsi ha portato a Voghera la cultura del vino, il piacere della degustazione e la convivialità della grande cucina, di territorio e non solo. L’unione della seconda edizione di OltreGusto e della sesta edizione del classico evento consortile Oltrepò Terra di Pinot Nero ha dato vita a una due giorni intensa, tra il Teatro Valentino Garavani e l’Istituto Gallini di Voghera In primo piano il territorio, soprattutto grazie al lavoro di mappatura di Alessandro Masnaghetti, che per la prima volta ha dotato l’Oltrepò Pavese di una mappa vitivinicola: uno strumento prezioso — insieme al manuale e alla declinazione 3d della mappa stessa — per comprendere le peculiarità di una terra di confine, vocata soprattutto per il blanc de noirs e il rosé de noirs. Il Classese e il Metodo classico DOCG sono poi stati protagonisti — insieme al Pinot Nero DOC, anima rossa dell’Oltrepò — del walk around tasting di Olrepò Terra di Pinot Nero, nell’affascinante giardino interno del Gallini. Una giornata dedicata alla stampa e agli operatori, per dialogare e leggere l’unicità del Pinot nero oltrepadano, anche attraverso una degustazione alla cieca. Al calar del sole, lunedì e martedì sera è invece andato in scena OltreGusto, una celebrazione del territorio e dei suoi sapori, ma anche un’occasione imperdibile per immergersi nel mondo della ristorazione, sempre in abbinamento ai vini DOC e DOCG dell’Oltrepò. Piatti di ristoranti locali, pizze gourmet e dessert, ma anche showcooking stellati, un talk per ragionare sul ruolo delle nuove generazioni nei mondi dell’ospitalità e del vino e la presentazione del libro “99+1 per l’ospitalità”, opera di 100 co-autori tra i più noti protagonisti del settore, decine di opportunità di degustazione tra eccellenza agroalimentari italiane e non: OltreGusto, nell’atmosfera onirica di un Gallini illuminato da mille colori, ha suggellato il valore della collaborazione per promuovere il territorio. La doppia iniziativa, organizzata dal Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese nasce da un’ampia condivisione, che oltre ai produttori di vino e ai ristoratori, ha visto il supporto delle istituzioni — Regione Lombardia, Provincia di Pavia, Comune di Voghera, Comune di Torrazza Coste, I.C. Gallini — e il coordinamento di OltreGusto di Carlotta Viglini e Dario Fisichella, con la segreteria organizzativa di Scaramuzzi Team per entrambe le anime dell’evento. La Redazione
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Un paesaggio da gustare: l’autunno mediterraneo di AuraTerrae Arrow Right Top Bg

20 Settembre, 2026

Un paesaggio da gustare: l’autunno mediterraneo di AuraTerrae

  Nella storica dimora rurale di pregio, l’autunno diviene occasione per vivere, in modo inedito, la rigogliosa campagna pugliese tra Polignano a Mare e Conversano. Cene eleganti, aperitivi in vigna, cooking class, degustazioni e visite a masserie storiche diventano un racconto corale di paesaggio, coltivazioni, stagioni, produttori e cultura locale, per scoprire appieno i sapori del territorio in cui AuraTerrae è inserita.   L’autunno pugliese è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, dove lo scenario naturale in continuo mutamento diviene un affresco che racconta la storia, la passione e la tradizione del territorio. Il profumo delle olive, tradizionalmente raccolte in questo periodo, la suggestione delle vigne e i colori di frutta e verdura di stagione portano in tavola un panorama mozzafiato, da vivere anche attraverso il palato. Così, Masseria AuraTerrae, raffinata dimora storica a 5 stelle di Polignano a Mare incastonata in 24 ettari di verde, invita a immergersi nei sapori autunnali pugliesi attraverso esperienze autentiche raccolte nel pacchetto Convivio Mediterraneo. Un vero viaggio emozionale che attraversa ulivi secolari, vigneti, orti, macchia mediterranea, coronato da piacevoli momenti di benessere e distensione e dal calore della tipica convivialità pugliese, per nutrire corpo e spirito. Gli ampi spazi della proprietà, allora, ospitano momenti gourmet in cui scoprire sapori – come bietole, cime di rapa, puntarelle, melagrane (utilizzate in abbinamenti innovativi), funghi e tartufo– e il territorio. Cene d’autore che uniscono radici e contemporaneità in modo creativo, aperitivi al tramonto tra i vigneti, deliziosi pranzi tipici e ricche colazioni diventano modi inediti per conoscere la Puglia dalla prospettiva dei suoi tanti doni, la maggior parte provenienti dagli orti biodinamici dello chef. Accompagnato da degustazioni di vini selezionati, tra cui quattro vini firmati AuraTerrae, ogni momento sarà un invito a vivere l’essenza del luogo. Un’ulteriore tappa eno-gastronomica porterà gli ospiti in Masseria Croce Piccola, struttura con trulli storici, immersa nella rigogliosa natura della Valle d’Itria dove potranno deliziarsi in una degustazione di vini e in un pranzo privato. Per sperimentare in prima persona come le tante ricchezze del territorio diventino i piatti proposti in tavola, ad AuraTerrae, gli ospiti potranno partecipare a una conviviale cooking class dedicata a specialità come orecchiette, taralli, focacce o paste dolci di mandorle, arricchita da curiosi aneddoti e segreti. Ancora, un’esperienza di wine tasting, accompagnata da una passeggiata tra i filari, racconterà come la brezza dell’Adriatico e i suoli carsici plasmino il carattere delle uve e dei vini AuraTerrae, coniugando il piacere della scoperta con un tempo di qualità da vivere in totale serenità. Proseguendo nell’esperienza di benessere, gli ospiti potranno concedersi piacevoli momenti di distensione nella sauna a botte esterna con vista su mare e campagna o bagni rilassanti nella scenografica piscina  panoramica riscaldata. Ancora, potranno vivere il proprio tempo libero passeggiando tra i filari intermezzati da bracieri accesi che creano un’atmosfera accogliente e suggestiva, offrendo piacevole ristoro dalle temperature autunnali. All’interno, tra pareti e pavimenti in pietra, camini scoppiettanti infondono luce e calore ad ambienti intimi e raccolti, ideali per dedicarsi ad attività meditative come la lettura. I mesi autunnali diventano, allora, il periodo ideale per vivere i sapori locali nella dimensione autentica e suggestiva di AuraTerrae, vero e proprio retreat gastronomico mediterraneo,  dove il lusso risiede in un’esperienza di gusto che è piena espressione del territorio. Prezzo per 2 persone con camera inclusa: a partire da 2.390€  La struttura Di proprietà della famiglia Valentini, Masseria AuraTerrae si trova a Polignano a Mare, in provincia di Bari. Poggiata su un colle che domina la costa che va da Mola di Bari sino a Monopoli, è inserita armoniosamente in un incantevole paesaggio bucolico, con vista panoramica a 180° sul mare. Autentico luogo dell’anima, è una struttura vocata al benessere più puro. Interamente recuperata, presenta spazi interni veri ed autentici ma riadattati ai più moderni criteri di comfort, nel rispetto della masseria stessa e ne mantiene gli elementi storici più antichi e originali. Costruita in pietra calcarea del luogo ed altri materiali locali eco-compatibili, vede l’adozione di molteplici misure volte a ridurre l’impatto ambientale e gli sprechi di risorse e si può definire una struttura a “emissioni zero”. Presenta 22 camere – ognuna diversa e unica –con letto matrimoniale, di cui 6 con bagno turco, 3 con camino e 4 con vasca idromassaggio esterna. Circondata da oltre a 24 ettari di terreno dove vivere molteplici esperienze sensoriali e di benessere a contatto con la natura è dotata di 2 scenografiche piscine a sfioro, immerse nel verde e con vista mozzafiato e una sauna a botte esterna panoramica. Punto di partenza ideale per esplorare il territorio circostante e le sue meraviglie attraverso esperienze emozionanti e autentiche. AuraTerrae è associato a Relais & Châteaux. La Redazione
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Letrari al Trentodoc festival 2026 una degustazione storica e un wine party da non perdere Arrow Right Top Bg

19 Settembre, 2026

Letrari al Trentodoc festival 2026 una degustazione storica e un wine party da non perdere

  Due appuntamenti per raccontare il Trentodoc attraverso la storia, la ricerca e gli abbinamenti gastronomici.   Letrari partecipa al Trentodoc Festival 2026, in programma dal 25 al 27 settembre a Trento e dintorni, aprendo le porte della cantina di Rovereto sabato 26 e domenica 27 settembre con due esperienze molto diverse tra loro, tutte da vivere nella storica cantina di Rovereto (TN): una degustazione dedicata ai cinquant’anni dell’azienda e una giornata nel Wine Garden all’insegna dell’incontro tra bollicine di montagna e lievitati mediterranei. Sabato 26 settembre: “Trentodoc 50 – Essenza del tempo” Il primo appuntamento è in programma sabato 26 settembre alle 10.30 con “Trentodoc 50 – Essenza del tempo”, una degustazione pensata per celebrare i 50 anni di Letrari attraverso bottiglie rare e millesimi selezionati. Un percorso guidato, realizzato in collaborazione con la sommelier Rosaria Benedetti, che accompagnerà gli ospiti alla scoperta di annate storiche e cuvée d’eccezione, normalmente non disponibili al pubblico. Protagoniste della degustazione saranno le tre nuove etichette Trentodoc create da Letrari per il cinquantesimo anniversario. Non semplici bottiglie celebrative, ma tre interpretazioni del percorso compiuto dalla cantina attraverso il tempo, la memoria e la continua ricerca qualitativa. Lucia Letrari Le tre etichette sono state create appositamente per questo anniversario e sono il simbolo del nostro percorso. Il +4 Rosé Riserva Limited Edition racconta da dove siamo partiti e dove siamo arrivati; il 76 propone una nuova interpretazione dell’attuale Riserva della cantina, con tre vitigni e un passaggio in piccole botti di rovere; il 152 Rosé Extra Brut esprime invece tutta l’eleganza del Pinot Nero valorizzata da un lunghissimo affinamento. Anche le etichette sono state pensate per l’occasione e si ispirano alle lavagnette utilizzate per identificare i prodotti ed il numero di bottiglie sulle cataste dei Trentodoc, un richiamo concreto alla cantina e alla nostra identità. Si degusteranno quindi il +4 Rosé Extra Brut Riserva Limited Edition – 50 Anni, Trentodoc Rosé da Pinot Nero e Chardonnay, vendemmia 2012, affinato 156 mesi sui lieviti e prodotto in 852 esemplari; Letrari 76 – Edizione Cinquantesimo, Trentodoc Extra Brut Riserva da 50% Pinot Nero, 40% Chardonnay e 10% Pinot Bianco, vendemmia 2019, con affinamento in piccole botti di rovere e disponibile in sole 76 Magnum numerate; Letrari 152 – Edizione Cinquantesimo, Trentodoc Rosé Extra Brut da 90% Pinot Nero e 10% Chardonnay, vendemmia 2007, affinato 212 mesi sui lieviti e prodotto in appena 152 Magnum numerate. Ad accompagnare le etichette ci sarà inoltre una sorpresa in degustazione, che sarà svelata soltanto durante l’evento. “Trentodoc 50 – Essenza del tempo” si terrà sabato 26 settembre dalle 10.30 alle 12.30 presso Letrari, in via Monte Baldo 13/15 a Rovereto. La partecipazione è su prenotazione obbligatoria entro il 24 settembre, scrivendo a hospitality@letrari.it o telefonando allo 0464 480200. Costo: 70,00 euro Domenica 27 settembre: “Trentodoc Letrari incontra l’arte del lievitato mediterraneo” Domenica, dalle 11.00 alle 16.30, il Wine Garden di Letrari ospiterà “Trentodoc Letrari incontra l’arte del lievitato mediterraneo”, una giornata dedicata all’incontro tra una selezione di Trentodoc della cantina e diverse interpretazioni dell’arte bianca. Realizzato in collaborazione con La Gustosa di Rovereto, il percorso porterà in tavola pizza al padellino 2.0, focaccia pugliese e pizza a portafoglio, tra ingredienti selezionati, musica e bollicine di montagna. Ad accompagnare la giornata anche la musica jazz dal vivo, con Rudi Speri alla chitarra e al banjo e Luca Rubertelli al sax, che renderanno l’atmosfera del Wine Garden ancora più piacevole e conviviale. Un appuntamento più informale rispetto alla degustazione del sabato, pensato per esplorare la versatilità del Trentodoc a tavola attraverso una selezione delle etichette Letrari e il dialogo con impasti, consistenze e sapori della tradizione mediterranea. Il prezzo di partecipazione comprende due calici di benvenuto a scelta, mentre le ulteriori consumazioni saranno a pagamento. L’evento è su prenotazione obbligatoria entro il 24 settembre: per informazioni e prenotazioni è possibile scrivere a hospitality@letrari.it o contattare il numero 0464 480200. Costo: 20,00 euro In caso di maltempo, l’evento si terrà negli spazi interni della cantina. Due giornate per celebrare i cinquant’anni di Letrari guardando alla sua storia, ma anche alle molte possibilità espressive delle bollicine di montagna. La Redazione
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19 Settembre, 2026

Clio Cicogni. Magia istintiva in Valdambra

In un mondo enologico un po’ stravolto dai ritmi e dal clima, ritrovarsi invece in una tranquilla domenica di fine agosto a riabbracciare con immenso piacere Clio Cicogni e il suo compagno Antonio significa riassaporare la bellezza della lentezza e scoprire quella rara alchimia di due giovani in cui vedi chiaramente quel cosiddetto X Factor.
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Vino: Asti DOCG e Nitto ATP Finals, il match continua fino al 2030 le bollicine aromatiche piemontesi official sparkling wine del torneo per altri cinque anni Arrow Right Top Bg

18 Settembre, 2026

Vino: Asti DOCG e Nitto ATP Finals, il match continua fino al 2030 le bollicine aromatiche piemontesi official sparkling wine del torneo per altri cinque anni

  Il Consorzio Asti Docg consolida la partnership con le Nitto ATP Finals: a partire dall’edizione di novembre di quest’anno e fino al 2030 l’ente consortile piemontese sarà ancora una volta l’official sparkling wine della manifestazione che alla fine dell’anno vedrà sfidarsi i migliori otto giocatori del ranking mondiale, sia in singolare che in doppio.   Giacomo Pondini, direttore del Consorzio Asti Docg Dopo il quinquennio 2021-2025 che ci ha visti al fianco dell’élite del tennis mondiale abbiamo deciso di rinnovare per ulteriori cinque anni l’accordo questa volta con la Federazione Italiana di Tennis e Padel. Un sodalizio vincente che ci permette di abbinare al brand Asti il mondo tennistico, allargando la platea di pubblico di appassionati e potenziali nuovi consumatori che possiamo intercettare. Lo dimostrano anche i numeri: lo scorso anno, solo in Italia, la finale che ha visto Sinner trionfare contro Alcaraz è stata la partita di tennis più vista di sempre con circa 6,7 milioni di spettatori totali. Un successo – conclude Pondini – che si riscontra anche nell’aumento dei tennis lover che hanno raggiunto nel 2025 quota 19,8 milioni, in crescita del 23% tra il 2021 e lo scorso anno. Marco Martinasso, Direttore Generale della FITP Il rinnovo dell’accordo con il Consorzio Asti Docg conferma il valore di una partnership che ha accompagnato in questi anni la crescita delle Nitto ATP Finals di Torino. Insieme abbiamo rafforzato il legame dell’evento con il Piemonte e con una delle eccellenze più riconosciute del territorio. La conferma di Asti come Official Sparkling Wine delle Nitto ATP Finals risponde alla volontà di arricchire l’esperienza del torneo, anche attraverso partner capaci di esprimere qualità, identità e prestigio del Made in Italy. È particolarmente significativo poter proseguire questo percorso in una fase di straordinaria crescita del tennis nel nostro Paese, testimoniata dall’aumento della partecipazione e del seguito del pubblico, con il movimento azzurro protagonista di traguardi senza precedenti. In Italia la febbre per il tennis continua a crescere, alimentata dai risultati straordinari ottenuti negli ultimi anni dagli azzurri. Le imprese di Jannik Sinner, insieme alle prestazioni di tutto il movimento italiano e ai successi in Coppa Davis e Billie Jean King Cup, hanno contribuito ad avvicinare sempre più pubblico alla racchetta, sia in termini di seguito sia di pratica sportiva. Un entusiasmo che non accenna a diminuire e che si riflette anche nella grande attenzione verso le Nitto ATP Finals (quest’anno in programma ancora a Torino dal 15 al 22 novembre), ormai diventate uno degli appuntamenti sportivi più attesi dal pubblico italiano. La Redazione
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Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta Arrow Right Top Bg

18 Settembre, 2026

Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta

  Un uomo può perdere quasi tutto e continuare ad alzarsi presto, controllare il cielo, seguire il lavoro in vigna, rispondere al telefono, partire per Roma, tornare a Sessa Aurunca. In tutto questo, tenere aperta la porta di una cantina che porta il nome di sua moglie. Fabrizio Fiorenza vive dentro una vita alla quale sembra opporre poca resistenza. Non fosse altro per permettere a Masseria Felicia di avere ancora un domani. Una storia intensa di amore, coraggio e appartenenza nel cuore del Falerno del Massico. Masseria Felicia è la  masseria rosa posta alle falde del Monte Massico, nell’antico Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina alle spalle e il Tirreno a pochi chilometri. Qui il paesaggio ha accumulato strati di tufo grigio, pomici, cenere, vento e storie familiari; la vigna più importante dell’azienda cresce perfino sopra un terreno appartenuto al nonno paterno di Fabrizio, perduto a carte contro un barone e tornato, attraverso una concatenazione che sembra scritta da un romanziere, nella sua vita. Questa cosa l’abbiamo scoperta dopo. La vigna dell’Etichetta Bronzo era su un terreno di mio nonno. L’aveva perso a carte. Le coincidenze per me nemmeno esistono: sono cose che si incastrano perché lì ci devi stare. La terra aveva atteso.  Prima di ritrovare Fabrizio la terra era passata per Alessandro Brini, padre di Felicia, rappresentante di materiale tecnico industriale a Napoli e uomo legato a queste campagne da un desiderio antico. Comprò il casale nel quale suo padre aveva lavorato come colono, a duecento metri dalla casa di famiglia, quasi volesse riscattarne insieme ai muri la vita trascorsa dentro di essi. Nel 1995 reimpiantò un ettaro e mezzo con Aglianico e Piedirosso trovando spazio anche per la Falanghina. Voleva fare vino come lo avevano fatto suo padre e i suoi fratelli, dapprima per sé, senza intuire che quel gesto avrebbe cambiato il destino della famiglia. La prima vendemmia arrivò nel 1999. Poche bottiglie, una cantina ricavata sotto casa, la grotta, l’anticantina, l’incoscienza felice degli inizi. L’agronomo Nicola Trabucco conosceva profondamente il territorio e desiderava misurarsi con l’enologia. Il Falerno del Massico in quegli anni viveva soprattutto nei nomi di Moio e Villa Matilde. Attorno restavano vigne, memoria e un’identità ancora priva di una voce collettiva. Trabucco propose di rivendicare la denominazione. Alessandro accettò. Felicia entrò nella storia con la rapidità delle persone che riconoscono il proprio posto prima che gli altri riescano a vederlo. Felicia lavorava nella pubblicità. Con il suo art director fece l’etichetta. La tipografia ne stampò una parte con la lamina bronzo e una parte opaca. Avevamo due vini, uno passato nel legno e uno rimasto in acciaio, così usammo le etichette diverse per distinguerli. Etichetta Bronzo nacque anche da quell’errore. L’errore diventò un nome. Il nome diventò un caso. Alla manifestazione dedicata al Falerno organizzata dalla Camera di Commercio di Caserta, il vino della vendemmia 2000 conquistò cuochi e giornalisti. Tre bottiglie partirono verso una degustazione internazionale e tornarono sotto forma di un punteggio capace di spalancare il mondo: 95. Il fax cominciò a sputare fogli, il telefono a ricevere chiamate dall’estero, mentre in famiglia si cercava perfino di capire come spedire quelle millecinquecento bottiglie richieste dall’Arabia Saudita e da mercati fino al giorno prima impensabili. Pensavamo fosse una pubblicità o un listino. Poi iniziarono a chiamarci da tutto il mondo. Dicevamo: guardate, abbiamo mille bottiglie e nemmeno sappiamo come mandarvele. Loro pensavano che volessimo fare cartello sul prezzo. La verità era molto più semplice: eravamo impreparati a un successo del genere. Una cantina può crescere in fretta, la vocazione chiede invece tempo. Felicia lasciò la città, sposò Fabrizio, diventò madre di Alice e si dedicò con suo padre alla costruzione dell’azienda. Fabrizio, laureando in ingegneria meccanica, sistemista informatico, insegnante in palestra e fotografo nei matrimoni, continuava a fare avanti e indietro da Roma. Poi mollò tutto per partecipare al progetto. Felicia aveva conosciuto quelle campagne da bambina e aveva conosciuto Fabrizio quasi nello stesso tempo. Come nei romanzi, esistono fotografie in cui giocano insieme, anni prima di ritrovarsi nel luglio del 1999 a un matrimonio dove lui scattava immagini e lei era invitata.  La vita li aveva fatti passare uno accanto all’altra, poi aveva unito ogni filo nella stessa casa. Masseria Felicia: il nome di una donna, il lavoro di una famiglia. Felicia divenne una delle prime donne a imprimere una voce personale al Falerno del Massico e contribuì alla nascita di una coscienza territoriale, al consorzio, al racconto di una denominazione che aveva bisogno di uscire dalla citazione antiquaria e tornare materia viva. I nuovi vigneti, pur vicini tra loro, restituivano caratteri diversi; invece di forzarli dentro un’unica etichetta, lei ne ascoltava le differenze. Da quella capacità nacquero vini distinti, ciascuno legato a una parcella, a un’esposizione, alla risposta di un’annata. Aveva raggiunto una dimestichezza impressionante. Sapeva quello che voleva dai suoi vini e riusciva a trasferirlo dentro il bicchiere. Assaggiava e diceva: quest’anno facciamo così, mettiamo questo qui, aspettiamo. Aveva un legame fortissimo con i suoi prodotti. Ascolto Fabrizio che ne parla attraverso l’ammirazione prima ancora che attraverso il dolore. Recita ogni capacità di Felicia come si conserva una voce registrata nella memoria: la sicurezza negli assemblaggi, l’istinto sui bianchi, il coraggio di allontanarsi da un protocollo quando il vino chiedeva un’altra strada. Amare qualcuno significa anche conoscere la parte nella quale ci supera e continuare a esserne fieri quando quella superiorità diventa assenza. Felicia morì improvvisamente. Ho voluto una frase così secca perché la morte, ancor peggio quando è improvvisa, è dura, crudele, ingiusta. La frase occupa lo spazio di tre parole ma divide tutto. Il prima era un’impresa familiare lanciata nel futuro; il dopo diventò una casa attraversata dalla mancanza, un padre incapace di superare la perdita della figlia, una ragazza ancora minorenne, un’azienda sospesa fra norme, successione e vini fermi in cantina. Alessandro, il padre di Felicia, seguì la figlia due anni più tardi, spezzato da una storia clinica complessa e da un lutto che aveva scavato più a fondo della malattia. Per quasi due anni siamo rimasti fermi. Alice era minorenne.  Io con la mia posizione professionale non potevo figurare come imprenditore agricolo. L’eredità era bloccata. Secondo lo Stato non avremmo potuto nemmeno curare le vigne, assumere gli operai, mandare avanti il lavoro. Sembra qualcosa di kafkiano. La burocrazia, la necessità di dover continuare un lavoro, una figlia da crescere, la solitudine. Forse non c’era neanche il tempo per il dolore. Nel frattempo, la vigna continuava, insesorabilmente, a crescere. La burocrazia sa sospendere un’impresa mentre le stagioni ignorano i timbri. Per fortuna, i lavoratori scelsero di restare, legando la propria dignità alla sopravvivenza di quel luogo. I ragazzi dissero: siamo qui da dieci anni, non ti voltiamo le spalle adesso. Ci siamo rimboccati le maniche tutti insieme e abbiamo ricominciato. Ecco che, come accade, meno male spesso, l’azienda non coincidere solo con la proprietà. Si trasforma in comunità. Nessun proclama sulla resilienza, parola consumata proprio da chi ha conosciuto poco il dolore; soltanto persone che curano i filari perché abbandonarli avrebbe significato lasciare morire anche il lavoro di Felicia.  In questo contesto di difficoltà e solitudine, Fabrizio avrebbe potuto vendere, liberarsi di una responsabilità enorme e tornare senza particolari deviazioni al mestiere di ingegnere. La vendita avrebbe portato estranei a pochi metri dalla casa della suocera, ma la ragione decisiva abitava altrove. Vendere non è mai stata un’opzione. Ho visto il lavoro che c’è stato dietro da parte di Felicia e di suo padre. Piuttosto ho pensato di rinunciare a una parte del mio lavoro e capire come rimettere in marcia questa cosa. La fedeltà possiede spesso una forma poco spettacolare: doppio lavoro, trasferte, contabilità, potature, decisioni prese la sera, paura di sbagliare il vino di chi sapeva farlo meglio di te. Fabrizio lavora ancora come libero professionista, ha spostato lo studio a casa, divide la settimana fra la cantina e Roma, dove Alice frequenta l’università. La Masseria porta il nome della madre e appartiene alla figlia; lui la conduce sapendo che il proprio compito consiste nel consegnare una possibilità, mai un debito. Fatti il tuo percorso, fai quello che vuoi. Poi questa è tua. Un giorno deciderai se venderla oppure tornare qui e continuare quello che era il sogno di tua madre. Alice ha ventidue anni e il dolore conserva ancora stanze nelle quali entrare costa troppo. Fabrizio lo comprende. La speranza di vederla tornare resta vicina e silenziosa, privata di ogni ricatto affettivo. Un’eredità diventa amore soltanto quando lascia libero chi la riceve. I vini di Masseria Felicia: raccontare una promessa Vorrei portare i vini di Masseria Felicia nel racconto già prima che compaiano nel bicchiere perché è come se abbiano già attraversato queste righe insieme alle persone che li hanno immaginati, alle vigne che li hanno generati, alle stagioni che li hanno accompagnati. Hanno respirato il vento che sale dal Tirreno, hanno assorbito il calore antico del Roccamonfina, hanno osservato le stesse albe che per anni hanno accolto il lavoro di una famiglia. Per questo, quando finalmente arrivano nel calice, non sembrano semplici vini. Sembrano memoria liquida. Etichetta Bronzo è il luogo dove tutto comincia. Dentro quel vino vive ancora l’entusiasmo degli inizi, l’incoscienza delle prime vendemmie, la sorpresa di un sogno che improvvisamente trova una voce capace di farsi ascoltare lontano da queste colline. L’amarena matura, la prugna, le erbe mediterranee, la cenere e la profondità vulcanica del territorio si rincorrono in una materia generosa che il tempo continua a scolpire anno dopo anno. Le vecchie annate sembrano aprire lentamente uno scrigno di ricordi, lasciando emergere tabacco, spezie, sottobosco e frutta scura. Non entrano nel bicchiere con impeto. Arrivano come arrivano certe verità: lentamente. Etichetta Bronzo è il Falerno del Massico DOC 2017 da Aglianico (80%) e Piedirosso (20%). Affinamento in Barrique e Tonneaux per circa un anno poi vetro per un ulteriore anno. Abbiamo aperto un 2004 e aveva raggiunto un equilibrio meraviglioso, rotondo, pieno, con tremila sfaccettature. Poi assaggi il 2017 e capisci che è buono, ma ha ancora molta strada. I nostri vini hanno bisogno di tempo. Il tempo. Ogni volta si torna lì. Come se queste vigne avessero imparato che la fretta appartiene agli uomini, mentre la profondità appartiene alle radici. Dentro la stessa corrente scorre Anthologia. Qui tutto diventa più sottile. La Falanghina si muove come una luce che attraversa lentamente una stanza. Il cedro, la mela gialla, la ginestra, la mandorla e quella sapidità che sembra portare con sé il ricordo del mare costruiscono un vino che non cerca di essere protagonista. Preferisce restare accanto. Accompagnare. Svelarsi poco alla volta. Sui bianchi Felicia aveva una sensibilità incredibile. L’enologo praticamente non li toccava più. Si faceva i suoi tagli, decideva gli affinamenti, assaggiava e capiva dove voleva arrivare. Anthologia conserva qualcosa di quella sensibilità. Non perché voglia raccontarla, ma perché sembra averla assorbita. Ogni sorso possiede la calma delle cose che conoscono la propria direzione e non sentono il bisogno di dimostrarla. Poi arriva Io Posso e il racconto si apre verso il futuro. Per anni il Piedirosso ha camminato accanto all’Aglianico, compagno fedele e silenzioso, presenza costante all’interno della storia del Falerno. Qui trova invece una voce tutta sua. Le ciliegie croccanti, il melograno, il ribes rosso, le erbe spontanee e la tessitura minerale dei terreni vulcanici compongono un vino attraversato dalla luce, dalla freschezza e da una naturale eleganza che non ha bisogno di esibire forza per farsi ricordare. Il sorso procede con sicurezza e leggerezza insieme, come se conoscesse perfettamente il luogo dal quale proviene. Io non voglio andare dietro alle mode. Voglio che il vino continui a raccontare il territorio. Forse è proprio qui che si nasconde il significato più profondo di questo vino. Nella scelta di restare fedeli alla propria voce quando tutto invita ad assomigliarsi. Nella convinzione che l’identità abbia ancora un valore. Nella fiducia che una terra, se ascoltata davvero, sappia trovare da sola il modo di raccontarsi. E allora i tre vini non possono essere semplici etichette. Etichetta Bronzo custodisce il coraggio di cominciare. Anthologia custodisce la sensibilità necessaria per trasformare una terra in un linguaggio. Io Posso custodisce il coraggio di continuare. Tutti custodiscono qualcosa e non solo l’idea di Felicia. Custodiscono il ricordo insieme alla voglia di portarlo nel futuro. Io principalmente una cosa non la voglio abbandonare: l’idea di portare in bottiglia l’espressione del territorio. Questa è la cosa che ha sempre caratterizzato i nostri vini. Se una vendemmia è stata difficile e il vino viene diverso, va bene così. Racconta quello che è successo. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta dei nostri vini: li riconoscevi, capivi da dove venivano. La promessa che attraversa Masseria Felicia, è tutta qui. Nel rifiuto di cancellare le tracce del tempo. Nella volontà di lasciare che ogni annata conservi il proprio carattere, che ogni vigna mantenga la propria voce, che ogni vino continui a portare impressa la memoria dell’anno, della terra e delle persone che l’hanno accompagnato. Se fai così hai vinto. Perché il vino dice da dove viene. Le sue parole restano nell’aria anche quando il bicchiere è vuoto. Come restano le promesse vere. Quelle che attraversano gli anni, cambiano volto, passano di mano in mano e continuano a vivere senza bisogno di essere ripetute. Quelle che, tra il Massico e il mare, hanno trovato casa dentro una vigna e continuano a raccontarsi vendemmia dopo vendemmia. Restare fedeli mentre tutto cambia Il Falerno del Massico attraversa, e non da poco, una stagione fragile. L’entusiasmo ha moltiplicato le aziende, la contrazione del mercato ne ha ridotto il numero, alcune bottiglie finiscono a prezzi incapaci di sostenere il lavoro e uve, arrivate da altrove, minacciano di confondere il legame con l’origine. Il vino rosso potente incontra consumatori attratti da leggerezza e immediatezza, mentre il clima sposta maturazioni, acidità, gradazioni e tempi di raccolta. Fabrizio osserva tutto questo con lo sguardo dell’imprenditore, conosce la necessità di ricostruire distribuzione e mercati perduti durante la pausa, stima in anni il lavoro necessario e rifiuta di rispondere alla crisi svendendo il carattere della masseria. Eravamo arrivati a quaranta produttori, adesso siamo molti meno. Qualcuno chiude, qualcuno vende bottiglie a due euro e distrugge il lavoro fatto sul territorio. Fare vino sembra facile finché non inizi davvero. Il Falerno, poi, chiede esperienza e tempo. La capacità d’impresa di Fabrizio vive in questo equilibrio difficile: garantire sostenibilità economica, ridare ossigeno alla rete commerciale, ascoltare i gusti nuovi e continuare a produrre un vino riconoscibile. Nessuna nostalgia sterile per il passato, nessuna resa al presente. La masseria riparte da circa dodicimila bottiglie e da tre ettari e mezzo direttamente gestiti, con l’ambizione concreta di ricostruire i rapporti in Italia e all’estero, recuperare libertà decisionale e permettere alla cantina di sostenere chi la custodisce. Il mio mestiere mi piace e oggi mi dà da mangiare. Però sto lavorando perché la cantina torni ad avere un’autonomia, perché un giorno io possa scegliere di dedicarle più tempo. Voglio riportarla in auge e ristabilire un discorso commerciale serio. Imparare, per lui, significa sedersi accanto all’enologo Vincenzo Mercurio, ascoltare, discutere le vigne, capire perché una massa chiede una scelta e un’altra la respinge. Significa accettare di dipendere ancora da una competenza esterna e trasformare quella dipendenza in crescita. Fabrizio non vuole essere leader, stratega, imprenditore. Ha in se una sorta di fragilità diventata forza, amore, conoscenza. Io ne so molto, ma dipendo ancora dall’enologo. Con Vincenzo condividiamo la sensibilità per il territorio e l’idea che il vino si faccia in vigna, lasciando alla cantina il minimo lavoro possibile. Quando viene parliamo, mi fa capire. Sto crescendo anch’io. Le parole di Felicia abitano ancora quel confronto. Fabrizio le riconosce, evita di travestirsi da lei e costruisce una voce propria. Il lutto pretende spesso una fedeltà impossibile: restare identici per dimostrare amore. Lui ha scelto una fedeltà più adulta, capace di cambiare e di assumersi la colpa che accompagna ogni nuovo inizio. Mi dicevano: continui, ma i vini saranno diversi. Certo che saranno diversi. Era lei a farli, era lei ad avere quel sogno e quel modo di vedere le cose. Però allora dovevamo far morire tutto? Le cose succedono. Sarà diverso, ma continuerà sulla strada che abbiamo aperto. Continuare. Un verbo che contiene la parte più autentica, più vera e sincera di Fabrizio. Nessuna certezza sul ritorno di Alice, nessuna garanzia che il mercato restituisca ciò che ha tolto, nessuna illusione di replicare la mano di Felicia. Soltanto la decisione di consegnare al giorno successivo una cantina ancora viva. I ricordi vanno ancora alla vigna dell’Etichetta Bronzo. Apparteneva al nonno, passò ad un barone sopra un tavolo da gioco, venne riscattata da un’altra famiglia e oggi cresce sotto le mani di un uomo che la cura per una figlia. In quel fazzoletto di terra, che importanza può avere il possesso? Semmai restano le persone che lo hanno attraversato e la responsabilità temporanea di chi lo tiene fertile per chi verrà. Fabrizio avrebbe potuto chiudere la porta il giorno in cui Felicia se n’è andata. Avrebbe avuto ogni assoluzione. Invece l’ha lasciata aperta, ha permesso ai lavoratori di tornare, al vino di continuare il proprio riposo, alla madre di Felicia di abitare ancora la casa, ad Alice di conservare una scelta, perfino a se stesso di scoprire quale uomo sarebbe diventato dopo la perdita. Finché posso, io continuo. Poi sarà Alice a decidere. Anche se un giorno vendessimo l’uva e facessimo soltanto poche bottiglie per noi, questa storia rimarrebbe qui. Il dolore ha cambiato il vino, il lavoro, la famiglia e perfino il futuro, ma non è riuscito a chiudere quella porta. Forse l’amore adulto finisce qui, nel gesto di prendersi cura di ciò che l’altra persona avrebbe voluto vivo, accettando che assumerà una forma diversa. Fabrizio resta davanti a quella forma mentre cambia, la studia, la protegge, a volte la teme. Ogni vendemmia gli restituisce una domanda alla quale nessuno può rispondere al posto suo: quanto di Felicia deve rimanere e quanto di Fabrizio ha finalmente il diritto di entrare? La risposta matura lentamente nelle bottiglie, sotto la casa, dentro la grotta dalla quale tutto cominciò. Un giorno Alice tornerà oppure sceglierà altrove. In entrambi i casi troverà una porta aperta e un uomo che ha difeso per lei il diritto di decidere. Allora comprenderà che suo padre non le ha lasciato soltanto vigne, muri e vino. Le ha lasciato intatto il sogno di sua madre, senza trasformarlo in una catena. Masseria Felicia porta il nome di chi manca. Oggi vive grazie a chi avrebbe potuto andarsene. Tra questi due estremi, il Falerno del Massico continua a riempire i bicchieri e a pronunciare, vendemmia dopo vendemmia, la parola che Fabrizio non ha mai avuto bisogno di promettere: domani.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Marchesi Mazzei al fianco della 43ª coppa del chianti trofeo castello di fonterutoli Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

Marchesi Mazzei al fianco della 43ª coppa del Chianti trofeo castello di fonterutoli

  Castello di Fonterutoli e tutto l’omonimo borgo saranno protagonisti della storica cronoscalata, in programma dal 18 al 20 settembre   Marchesi Mazzei rinnova il proprio legame con il territorio sostenendo, in qualità di sponsor, la 43ª Coppa del Chianti – Trofeo Castello di Fonterutoli, la storica cronoscalata che dal 18 al 20 settembre tornerà ad animare le strade del Chianti Classico. Una manifestazione che, edizione dopo edizione, è diventata parte della storia e della tradizione locale e che a Fonterutoli trova uno dei suoi luoghi simbolo. Il borgo è infatti l’unica frazione attraversata dal percorso della Coppa del Chianti e vive la gara con una partecipazione particolarmente sentita da parte dei suoi abitanti. Sul tracciato storico della Strada Chiantigiana 222, che si sviluppa per circa otto chilometri dal Molino di Quercegrossa fino a Croce Fiorentina, Fonterutoli ospita anche uno dei passaggi più attesi della competizione: la celebre curva di Fonterutoli, considerata la più difficile e spettacolare dell’intera gara. Una curva ormai entrata nell’immaginario della Coppa e alla quale è legato anche un premio speciale: al pilota che saprà interpretarla meglio sarà assegnata una 6 litri di Castello di Fonterutoli, simbolo del legame tra la competizione e la storica tenuta della famiglia Mazzei. Durante i giorni della Coppa, la Tenuta Castello di Fonterutoli sarà parte dell’esperienza della manifestazione, con momenti dedicati di visita e degustazione riservati ai piloti, ai team e agli ospiti legati all’organizzazione. Un’occasione per raccontare, accanto alla passione per i motori, un territorio che da secoli trova nel vino, nel paesaggio e nell’ospitalità alcune delle sue espressioni più autentiche. La partecipazione di Marchesi Mazzei assume un significato ancora più forte nel nome stesso della manifestazione: “Coppa del Chianti – Trofeo Castello di Fonterutoli”, a testimonianza del ruolo di Fonterutoli e del sostegno della famiglia Mazzei a un appuntamento profondamente radicato nella comunità e nella storia del Chianti Classico. Con la 43ª edizione, la Coppa del Chianti torna così a unire sport, territorio e tradizione, riportando lungo le strade di Fonterutoli il rombo dei motori e l’atmosfera di una manifestazione che appartiene ormai alla memoria del luogo. La Redazione
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