C’era una volta Cantine Dei in contrappunto di armonie Arrow Right Top Bg

28 Settembre, 2026

C’era una volta Cantine Dei in contrappunto di armonie

  Toscana, Montepulciano Oggi è facile dimenticarsi di salvare, di recuperare, di aggiustare e valorizzare. Viviamo dove l’accentramento dei valori in valori sbagliati, millantati, desemantizzati, non fa comprendere empaticamente il racconto della realtà culturale di un territorio, di un patrimonio. Non si vive più il concetto di valorizzazione: non si riesce a far comprendere a pieno il significato di una tradizione.  Non esiste più lo sforzo per scoprire e far scoprire la “rarità”, l’unicità, la perla all’interno della conchiglia, per quanto essa possa essere ostile ad aprirsi: a quanto pare la scoperta di un mondo all’interno di quella conchiglia, ormai, non vale più la fatica che richiede l’aprirla. Si punta sul già forte, sul conosciuto, sulla facile propaganda, sulla veloce comunicazione, sul certo risultato prevedibile. La scommessa invece, la reale ricchezza, sarebbe credere nel sostegno del patrimonio che si possiede in quanto Paese così ricco e pieno di ogni tipo di eccezionalità territoriale.  Sono proprio le innumerevoli particolarità a renderci così preziosi nel panorama mondiale.  Questo principio e questo scopo trova terreno fertile a Montepulciano: credere nella propria terra d’origine è diventato nel corso degli anni l’obiettivo della Patron di Cantine Dei.  Crederci al punto da far costruire il suo regno, inerpicato all’interno di boschi di alberi con le loro fronde e rami selvaggi, percorrendo sentieri nascosti coperti da varietà di arbusti, attraversando scorci tanto belli da suscitare continui stupori alla vista e il suo castello, circondato da un fitto bosco che si estende per ettari e protegge ciò che vi è all’interno, dalla realtà infida e superficiale che si trova al di fuori di esso.  Lei capì sin da subito il bisogno di creare cultura di tradizione e far conoscere l’importanza di quel tesoro nascosto entro quelle mura di travertino. Si concesse, quindi, la libertà e il tempo di comprendere il valore di ciò che la circondava e trovare di conseguenza un modo per farlo capire al mondo esterno, nel momento in cui sarebbe stata pronta, regalando un’identità tradizionale a tutti coloro che avrebbero saputo apprezzarla. Signore e Signori… …C’era una volta una bambina. C’era una volta Maria Caterina Dei. C’era l’amore di un nonno, Alibrando Dei, per l’arte e c’era la sua lungimiranza proiettata a futuri progetti vitivinicoli, in una zona vocata a vini di importante struttura.  C’era il travertino, personaggio quasi tangibile nella storia della famiglia Dei, in quanto possidenti di giacimenti. C’era anche l’amore di un padre, Glauco Dei: il suo amore cristallizzato in tante scaglie sottili di travertino, compresse tra loro, per dare vita al sogno di quella bambina che in un giardino del 1700 passava le sue giornate in sublime compagnia di statue artistiche, disseminate nella ricca vegetazione del suo bellissimo regno. Sola e autentica arte che prendeva forma per difendere ogni suo sogno. Maria Caterina Dei crescendo comincio però a chiedersi perché dovesse restare tutto lì, così nascosto, in modo che solo lei potesse vederlo. Perché non portare al di fuori quel mondo che amava e aveva tanto amato da bambina? Perché non far capire che tutto poteva essere diverso dalla regola, da com’era sempre stato? Che tutto poteva essere possibile, se solo si fosse riusciti a far apprezzare la tradizione, se solo si facesse caso alle piccole cose. Se solo si riuscisse a far capire che la differenza a questo mondo la fa chi sa dove e cosa guardare e chi riesce ad apprezzare il più piccolo acino di uva all’interno di un calice di vino. Il Nobile di Montepulciano appunto: un vino nobile in tutte le sue accezioni.  Elegante, complesso, dai mille volti e vinificato, in questo caso, in numerose declinazioni dalle mani e dall’inventiva acuta di quella bambina che crescendo si era cominciata a preoccupare del patrimonio tradizionale e così era riuscita in un compito davvero arduo: creare dall’artigianalità un mondo, un’identità in cui rivedersi e far si che chiunque avesse voltuto potesse rivedercisi a sua volta. Era stata lungimirante, caratteristica sicuramente di famiglia. Per questi suoi principi, un amorevole padre, pur di vedere tale sogno realizzato negli occhi della figlia e renderla felice, iniziò a costruire, ideare e creare con le sue mani…armonia.  Cominciò a seguire la melodia che Maria Caterina intonava quotidianamente. Trasportato da quelle note, ogni giorno, dava vita con il duro lavoro, a un castello, una cantina, fatta di accordi e travertino. Quando l’amore di una figlia si propaga diventando vibrazione sonora e liquefacendo la potenza della terra e quando l’amore per un territorio si manifesta con il Nobile di Montepulciano che in un anfiteatro ha il suo trono, ci si rende conto che quella che era una bambina chiusa nel suo regno a creare mondi con le sue idee rendendole liquide, alla fine è riuscita ad aprire finalmente le porte alla realtà esterna per poter raccontare la sua verità; stabilendo le sue regole per tutti coloro che hanno l’attenzione e i sogni di riuscire ad ascoltare la sua musica che incanalandosi attraverso quella scala a chiocciola, per quell’immenso anfiteatro,  arriva rimbombando tra le mura, direttamente al cuore di ognuno suggerendogli di destarsi dall’inconsapevolezza.  Un vino che all’interno degli ampi spazi si può sentire con il cuore e ascoltare chiudendo gli occhi, percependo le vibrazioni. C’era una volta l’amore di una cantina per il suo territorio: vi presento Cantine Dei. IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA: Visita a Cantine Dei a Montepulciano godendo del racconto della padrona di casa e facendovi coinvolgere dalla natura artistica di un luogo e di un vino. POMERIGGIO: Visita a Montepulciano una realtà racchiusa in piccole vie lastricate, a stretto contatto con panorami mozzafiato e cultura locale. Un salto fino in cima nella torre del comune per respirare l’aria del paese, merita la visita.  PRANZO/APERITIVO: Vi consiglio di fermarvi, durante la passeggiata, per fare un aperitivo d’obbligo, un pasto veloce, ma confortevole a “La Vineria di Montepulciano”: locale piccino e accogliente, tramandato di padre in figlio con l’unico scopo di far provare le tradizioni toscane a tutto quel mondo che lì si ferma per un momento di ristoro e curiosità.  Ormai divenuto uno dei fulcri centrali per le sue tipicità a Montepulciano, saprà sorprendervi con ogni tipologia di tagliere salumi e formaggi e specialità in ogni modalità di lavorazione. Salumi di ogni tipo, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i palati, anche quelli più temerari, adagiati su spianatoie di legno di davvero ogni grandezza. E non dimenticate le focacce fumanti! Non potete non provarle, conforteranno il cuore.  Basterà solo entrare e sedersi davanti al caratteristico specchio delle dediche che domina tutta la parete della sala principale e iniziare da quel momento a lasciarvi andare in un viaggio gustativo, assaporando metaforicamente e non, tutto ciò che la vostra fantasia poteva solo immaginare fino a quel momento. Non lesinate con i primi: grandi portate delle ricette più tipiche, non faranno altro che stuzzicare la vostra curiosità di gola. D’altronde non c’è niente di più bello che cedere e abbandonarsi alle tentazioni.  Non certo, quindi, il posto giusto per trattenervi, men che meno per non degustare caratteristiche enologiche locali: una grande scelta di vini, per far onore al nome del locale, è sapientemente proposta dai cinque padroni di casa. Fatevi consigliare! Ce n’è di tutti i tipi, ma non aspettatevi gradazioni alcoliche basse: se si entra in “La Vineria di Montepulciano” dovrete essere pronti a immergervi completamente nello stile di vita autoctono, ergo, degustate vini che riescano ad accompagnare nel calice e nel cuore le portate consistenti che verranno presentate alle vostre papille gustative.  Non ve ne pentirete…e magari, dopo aver goduto della bellezza e corposità culinaria di Montepulciano, una passeggiata sarà sicuramente imperativo farla. SUGGERIMENTI: “Cantine Dei” ha dato vita da qualche anno anche all’Osteria Dei, ristorante adiacente alla cantina, magistralmente portato avanti dallo chef Michele Mastrosanti.  Vetrate immense per tutta la facciata principale del locale che affacciano direttamente sul giardino, adornato da composizioni artistiche statuarie, vi ispireranno a intraprendere un sogno: il sogno della padrona di casa Maria Caterina Dei, in quelle che sono le tradizioni culinarie del luogo.  Tutto il menù segue la stagionalità delle materie prime, allo scopo di ricreare l’autenticità tradizionale di quello che è il principio su cui si fonda sia la cucina che la cantina stessa. L’orto, vicino l’Osteria Dei, ci regala prodotti sempre di primissima qualità che vengono sapientemente scelti dallo chef per poi diventare parte del suo percorso immaginativo con il fine di ricreare un’esperienza non soltanto culinaria, ma di identità locale.  Il tutto corredato e accompagnato dai vini della Cantina Dei che sapranno essere ottimi compagni di viaggio ad ogni portata, semplicemente chiudendo gli occhi, abbandonandovi ai sentori nel calice e lasciandovi trasportare nel sogno di Cantine Dei.    
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Roma fa Corto Circuito e accorcia la filiera del vino naturale Arrow Right Top Bg

27 Settembre, 2026

Roma fa Corto Circuito e accorcia la filiera del vino naturale

Lunedì 5 ottobre a Roma i vignaioli della rete Corto Circuito incontrano gli operatori che scelgono il rapporto diretto con il produttore per riscoprire il piacere di una stretta di mano Il vino è condivisione, relazione, incontro. E la rete Corto Circuito nasce proprio per rimettere al centro le persone: accorciare la filiera del vino, creando connessioni dirette tra vignaioli, ristoratori ed enotecari, senza intermediazioni. Conoscersi, lavorare insieme per un progetto comune, portare alle persone che nelle città bevono il vino un’idea di agricoltura e di vino diversa ma anche un diverso modo di lavorare insieme costruendo alleanze durature. Lunedì 5 ottobre 2026, dalle 11 alle 18 negli affascinanti spazi di LATTA (Via Pacinotti, 83- Roma), un cocktail bar al centro di Ostiense specializzato in cocktail d’autore, vini artigianali e cucina con contaminazioni internazionali con focus sulle fermentazioni e una forte vocazione verso gli esperimenti. Qui gli operatori potranno assaggiare i vini di una ventina di aziende, ciascuna con la propria identità, provenienti da territori e progetti agricoli diversi ma con importanti principi comuni: agricoltura biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee, solfiti minimi o assenti e un rispetto profondo per la terra e per le persone che la lavorano. Scegliere di acquistare direttamente da chi il vino lo fa è il modo più autentico per trasformare la carta dei vini in un viaggio emozionante per i propri clienti, sostenendo al tempo stesso la vitalità di piccole realtà agricole che fanno la differenza. L’appuntamento di Corto Circuito non è una semplice degustazione, ma un’opportunità per creare sinergie concrete mettendo al centro le persone valorizzando storie, territori e scelte produttive che spesso faticano a emergere attraverso i canali distributivi tradizionali. L’ingresso è gratuito e riservato agli operatori del settore con registrazione sul sito: cortocircuitovino.it/giornata-operatori-roma/ Per informazioni logistiche, contatti telefonici e indicazioni sul parcheggio presso la sede di LATTA: www.latta-roma.it   La Redazione
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Wines Experience & Fine Food: una rete di partner strategici a Città del Messico Arrow Right Top Bg

27 Settembre, 2026

Wines Experience & Fine Food: una rete di partner strategici a Città del Messico

  Il 5 e 6 novembre 2026 Expo Santa Fe riunirà produttori italiani e professionisti latinoamericani. Tra le novità, la collaborazione con Gambero Rosso e il coinvolgimento di importanti realtà messicane della ristorazione, della sommellerie, del turismo e della formazione.   Wines Experience & Fine Food si prepara al debutto a Città del Messico, in programma il 5 e 6 novembre 2026 presso Expo Santa Fe. La manifestazione, dedicata alle aziende italiane interessate a sviluppare la propria presenza in America Latina, rafforza il proprio posizionamento grazie alla collaborazione con Gambero Rosso e a una rete di partner profondamente radicati nel mercato locale. Importatori, distributori, buyer, ristoratori, sommelier e professionisti del food & beverage saranno al centro di due giornate pensate per favorire incontri commerciali, approfondimento e conoscenza del mercato. Il programma comprenderà masterclass, seminari, degustazioni guidate, momenti di networking e la Blind Tasting Area, lo spazio di degustazione anonima che permetterà alle aziende di raccogliere dati e indicazioni sul posizionamento dei propri vini. Tra gli appuntamenti di punta del 5 novembre figurano due masterclass realizzate in collaborazione con Gambero Rosso. Le degustazioni, una in programma quale momento inaugurale dell’evento, e l’altra nel pomeriggio del giorno 5, presenteranno dieci vini, selezionati tra le etichette già importate e disponibili sul mercato messicano: due spumanti, tre vini bianchi, quattro rossi e un vino da meditazione. Il percorso offrirà agli operatori una panoramica dell’eccellenza enologica italiana attraverso territori, vitigni autoctoni e stili produttivi contemporanei, con particolare attenzione al rapporto qualità-prezzo e alle opportunità commerciali. Per ciascun vino saranno indicati l’importatore ufficiale in Messico e i relativi contatti, trasformando le masterclass in uno strumento operativo per ristoratori e professionisti del settore. Tornano anche i Market Shapers Awards, come nelle scorse edizioni di Wines Experience (Londra e Ho Chi Minh City), il riconoscimento dedicato alle aziende, agli operatori e alle organizzazioni che contribuiscono alla crescita del food & beverage italiano sui mercati internazionali. La dimensione istituzionale dell’evento sarà rafforzata dalla partnership con CANIRAC, Cámara Nacional de la Industria de Restaurantes y Alimentos Condimentados, punto di riferimento nazionale per la ristorazione messicana, e con l’Ente del Turismo di Città del Messico. Il coinvolgimento della comunità professionale del vino sarà garantito dalla collaborazione con ONSOM, Organización Nacional de Sommeliers de México, e con l’Asociación de Sommeliers Mexicanos. Universidad Panamericana parteciperà in qualità di education partner, coinvolgendo gli studenti in un’esperienza di formazione sul campo e favorendo l’incontro tra imprese e nuove professionalità. Un’attenzione specifica sarà dedicata anche alla rappresentanza femminile nell’industria con Mujeres in Taninos, che collaborerà con l’ente Women in Wine & Spirits alla “mentorship hour” e al “networking reception”, creando uno spazio di confronto, orientamento e connessione tra professioniste. Anche NielsenIQ sarà Data Partner della manifestazione, mettendo a disposizione analisi e approfondimenti utili a comprendere dinamiche, consumi e prospettive del mercato. L’iniziativa potrà inoltre contare sul sostegno di ITA-ICE (Italian Trade Agency), presente con una collettiva di aziende, e sulla partecipazione di Italia del Vino, che riunirà alcune delle principali cantine italiane. Con oltre 130 milioni di abitanti, importazioni di vino pari a 315 milioni di dollari e un consumo pro capite cresciuto del 60% negli ultimi quindici anni, il Messico offre interessanti prospettive di sviluppo per i produttori italiani. Le importazioni coprono oltre il 70% del consumo nazionale e l’Italia figura già tra i principali Paesi fornitori. Il valore del comparto vinicolo messicano potrebbe inoltre raggiungere 6,6 miliardi di dollari entro il 2030. La manifestazione prevede la partecipazione di circa 130 aziende espositrici, con oltre 1.000 etichette in degustazione e più di 1.000 operatori internazionali. Accanto al vino, l’evento darà maggiore spazio al fine food, con prodotti gourmet, ingredienti di qualità e specialità territoriali italiane pensati per ampliare le occasioni di business e offrire una rappresentazione più completa del patrimonio enogastronomico nazionale. Wines Experience è un format internazionale ideato da United Experience in collaborazione con BolognaFiere. Il progetto nasce per connettere le imprese italiane con i mercati a maggiore potenziale attraverso un modello orientato alla qualità degli incontri, con lounge aperte, spazi condivisi e aree progettate per facilitare il confronto diretto tra produttori e operatori professionali. La tappa di Città del Messico segue le edizioni di Londra, che ha riunito oltre 170 espositori italiani e 1.200 professionisti, e di Ho Chi Minh City, con 70 espositori e 550 buyer internazionali. Dopo il Messico, il calendario proseguirà con il ritorno a Ho Chi Minh City il 19 e 20 maggio 2027 e a Londra il 4 e 5 ottobre 2027. Per maggiori informazioni e per consultare il programma aggiornato:
https://winesexperience.com/programming La Redazione
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Torna l’evento che nella prima edizione ha ottenuto tanto successo: “CREA IL TUO BLEND” Arrow Right Top Bg

26 Settembre, 2026

Torna l’evento che nella prima edizione ha ottenuto tanto successo: “CREA IL TUO BLEND”

  Isidoro e Susanna Rebatto, da 10 vendemmie titolari di Podere Casanova, ripropongono l’originale workshop che nella prima edizione ha divertito e fatto crescere tutti i partecipanti nella conoscenza del vino in generale e di Montepulciano in particolare.   La formula è semplice anche se richiede un grande lavoro di preparazione: ogni tavolo due postazioni, 5 bottiglie di vino 100% da uve Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Petiti Verdot e Syrah. I partecipanti muniti di bicchieri e aste graduate per decidere il blend che meglio li rappresenta, il vino che parla la loro stessa lingua. Non servono competenze straordinarie, solo la passione per il vino e il desiderio di mettersi in gioco. Niente paroloni per descriverlo, si torna al semplicissimo concetto: mi piace così! D’altra parte, nessuno conoscerà la percentuale dei vari vitigni a parte chi l’avrà decisa e l’azienda che ne realizzerà il numero di bottiglie richiesto.  Infatti, chi vorrà acquistare il suo blend perfetto, potrà addirittura disegnarne l’etichetta. Le bottiglie saranno coccolate per qualche mese di affinamento in cantina poi l’autore vorrà portarsele a casa per farle assaggiare agli amici potendo dire finalmente: “questo blend l’ho fatto io!” COSTI E MODALITÁ DI PARTECIPAZIONE: Le modalità di partecipazione sono due: PARTECIPAZIONE A TUTTO IL WEEKEND Per il pacchetto: sabato/domenica con: “Crea il tuo Blend” + pranzo + cena + pernotto, 425 € per 2 persone PARTECIPAZIONE SOLO AL WORKSHOP 95 € per 1 persona, 180 € per 2 persone (compreso il light lunch in cantina) Le bottiglie avranno la retro-etichetta di legge. I partecipanti potranno fornire un’etichetta da loro ideata da applicare sul fronte bottiglia. Sabato 31 ottobre – Ore 9
Podere Casanova – Montepulciano – Siena
Per ogni gruppo da 5 persone la 6° è in omaggio I posti disponibili sono pochissimi, la prenotazione è obbligatoria Per informazioni e prenotazioni:
marketingpoderecasanovavini@gmail.com
+39 3313316032
www.poderecasanovavini.com La Redazione
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Vitevis: tecnologia e digitale per una vendemmia a “doppio fattore” Arrow Right Top Bg

26 Settembre, 2026

Vitevis: tecnologia e digitale per una vendemmia a “doppio fattore”

  Col monitoraggio a luce infrarossa FOSS e la prenotazione dei conferimenti tramite app Vitevis assicura la qualità del vino, ottimizza i processi produttivi e premia i soci che producono le uve migliori.   È entrata nel vivo la vendemmia a “doppio-fattore” in Vitevis grazie all’interazione simultanea di due differenti sistemi tecnologici in grado di assicurare vini di qualità garantita e costante nel tempo, accanto alla remunerazione dei soci. Da un lato, infatti, l’azienda – oltre 1000 soci su 2700 ettari vitati tra Verona e Vicenza, e una produzione che sfiora annualmente i 16 milioni di bottiglie – applica il sistema a luce infrarossa FOSS che permette di valutare l’acidità volatile, l’acido gluconico e la presenza di botritys nelle uve conferite, stabilendo così, attraverso l’analisi di questi tre parametri, la sanità dei grappoli: il sistema FOSS garantisce il controllo della filiera e crea le condizioni ideali per fare vinificazioni separate. Con questo tipo di controllo l’azienda è in grado di offrire al mercato un livello qualitativo elevato, dettagliato su ogni singola partita di uva conferita e costante nel tempo su tutta la produzione mentre, da un punto di vista enologico, si pongono le basi per creare dei vini con interessanti potenzialità di invecchiamento per gli anni a venire. Dall’altro lato Vitevis, con l’impiego del gestionale ENOGIS, ha introdotto il sistema di prenotazione dei conferimenti, grazie alla predisposizione di calendari prefissati. Ogni viticoltore, tramite app, via computer o telefono oppure recandosi di persona, può prenotare il giorno in cui giungere nella sede della cantina con il carico di uva, previa comunicazione del numero di socio, tipo di raccolta (se manuale o meccanica), e varietà, che deve essere compresa tra quelle previste a calendario. Il sistema di prenotazione garantisce il controllo costante delle quantità di uve conferite e diventa strategico anche per la successiva fase di vinificazione: in questo modo le uve vengono lavorate molto più in fretta, senza rischi di deterioramento, a fronte di una migliore turnazione del personale di cantina coinvolto e degli spazi operativi meccanizzati. Direttore generale di Vitevis Gianfranco Gambesi L’introduzione di sistemi digitali non solo permette di ottimizzare i processi produttivi interni all’azienda e produrre vini di qualità ma ha anche una forte valenza sociale: il 33% dei nostri vigneti è posizionato in collina ed è molto parcellizzato; questo significa che tanti soci giungono nelle sedi produttive con piccoli conferimenti. Poter agevolmente prenotare il proprio turno per arrivare in cantina, senza fare eccessive code, significa bilanciare la meccanica e assicurare a tutti i soci una uguale rilevanza, indipendentemente dal “peso produttivo” che ognuno riveste nella compagine sociale. Ricerca & sviluppo e spinta alla digitalizzazione sono due obiettivi ben presenti all’interno della strategia produttiva di Vitevis. In tale direzione la piattaforma ENOGIS raccoglie al suo interno informazioni che vanno dai trattamenti sanitari ai sopralluoghi per la raccolta, dalle fatture della cantina al catasto viticolo, fino al potenziale produttivo. In questa piattaforma vengono registrati anche i dati raccolti dal sistema FOSS e le previsioni meteo rilevate, che andranno a integrarsi con i dati raccolti dalle 19 centraline Vitevis e i 95 punti di osservazione Sencrop per l’analisi meteo dettagliata, consultabile sulla piattaforma specifica. Un percorso in pieno sviluppo anche per l’immediato futuro. «A partire dal prossimo anno – conclude Gambesi – potrebbe già essere disponibile un sistema, basato sull’Intelligenza Artificiale, in grado di fare delle stime vendemmiali. Questo sistema, che analizzerà i vigneti dopo la fioritura, ci aiuterà a capire se ci troveremo sotto o sopra il livello produttivo atteso. Si tratta di un sistema avanzato per spostare progressivamente l’assistenza agronomica da una logica di calendario a una logica di previsione, correlando andamento climatico, fase fenologica e pressione fitopatologica per orientare in maniera più razionale tempistiche e intensità degli interventi. Ridurre i trattamenti, infatti, significa tutelare l’ambiente e, per il socio, risparmiare ore di lavoro e risorse». La Redazione
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26 Settembre, 2026

Cimone e l'Ingegneria della Bellezza. Il Mosaico Verticale di Spagnolli

Arrivare a Cimone, un piccolo borgo incastonato tra le pendenze vertiginose che guardano la Valle dell'Adige, significa esattamente questo: lasciare che lo sguardo venga rapito da un paesaggio mozzafiato, dove i vigneti sfidano la forza di gravità arrampicandosi su terrazzamenti che sembrano sospesi nel vuoto.
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Floriana Risuglia Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

Il talento ha bisogno di spazio. Floriana Risuglia e la voce delle Donne del Vino

  Floriana Risuglia unisce diritto, vino e impegno nell’Associazione Le Donne del Vino. La sua storia racconta competenze da rendere visibili, parole da cambiare e opportunità da costruire, perché il talento femminile trovi finalmente tutto lo spazio che merita. L’Apollo 11 è stata la missione spaziale della NASA che ha portato per la prima volta l’uomo sulla luna. Era il 1969 e gli USA erano appena usciti dalla segregazione razziale. Immaginate la scena: tre donne di colore attraversano proprio i corridoi della NASA con la consapevolezza di possedere delle competenze che andavano oltre quelle degli uomini che vi lavoravano da tempo. Donne, di colore e con la necessità di dimostrare, ogni giorno, il loro valore. Cosa che non era certamente richieste agli uomini. Il film era Il diritto di contare. Vedetelo se vi capita.
Anche se la storia di queste tre fantastiche donne appartiene agli anni Sessanta, conserva qualcosa di vicino, qualcosa che rimane sempre sospesa tra uffici, università, consigli di amministrazione, tribunali e cantine: quanto talento resta ancora fuori dalla porta soltanto perché nessuno ha pensato di farlo entrare? Questa domanda ha accompagnato la mia conversazione con Floriana Risuglia, avvocata specializzata in Diritto Vitivinicolo, Esperta Assaggiatrice e docente in ONAV, componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino. Una donna che ha attraversato luoghi, professioni ed esperienze con la curiosità capace di unire mondi apparentemente lontani. Siracusa, Terni, la Puglia, il Veneto, Roma: la sua vita sembra il passo irrequieto di chi cambia casa così che, insieme all’indirizzo, impara ogni volta un modo diverso di leggere le persone. Nella sua storia il vino arriva attraverso un corso aperto quasi sotto casa, seguito pensando di incontrare soprattutto calici e degustazioni, e diventato invece una porta spalancata sulla cultura dei territori. Pensavo di andare lì semplicemente a bere, poi si è cominciato a parlare di suoli, territori, storia. La cosa mi ha incuriosita e da quella semplice bevuta ho scoperto tutti gli aspetti culturali del vino. Da quel momento non me ne sono più allontanata. Floriana Risuglia, dal diritto al vino Il vino, quando entra davvero nella vita, difficilmente rimane confinato nel bicchiere. Non può proprio perché si viene rapiti dal conoscere la terra, le persone, le regole, le etichette, i confini di una denominazione e perfino le parole consentite per raccontarla. Floriana cercava un corso da assaggiatrice, molto più interessata alla conoscenza che alle cerimonie del servizio, e proprio durante una lezione sulla legislazione ha riconosciuto il punto in cui la sua professione e quella nuova passione potevano finalmente incontrarsi. Parlavo con i produttori e ascoltavo problemi concreti: l’etichetta copiata, l’acquisto dei terreni, i disciplinari, i regolamenti. Mi sono chiesta come potessi conciliare queste esigenze con il mio lavoro di avvocata e ci sono riuscita. Nel 2016 prendeva ogni settimana il treno per Firenze, dove frequentava un master in Diritto Vitivinicolo, entrando dentro una materia capace di tenere insieme responsabilità delle imprese, tutela dei marchi, etichettatura e normativa europea. Da allora la cantina è diventata anche uno dei luoghi del suo lavoro, con un vantaggio che racconta sorridendo e che rivela il suo modo concreto di stare nelle cose Parlare con un cliente in cantina, davanti a un bicchiere di vino, è molto meglio che farlo in studio. Non è solo la leggerezza della frase ma una visione precisa. Il diritto, come il vino, acquista senso quando incontra la vita reale, protegge il lavoro, accompagna un progetto e offre strumenti a chi investe il proprio nome, la propria terra e il proprio futuro in una bottiglia. Il percorso dentro Le Donne del Vino comincia nel 2017, attratta dalla qualità degli incontri, dalla formazione e da una rete che andava molto oltre il piacere di ritrovarsi. Convegni dedicati alle neuroscienze e al neuromarketing, occasioni di approfondimento, webinar, attività sui territori e uno scambio continuo tra competenze diverse. Nel 2020 diventa vice delegata del Lazio, poi arriva l’elezione nel Consiglio nazionale, mentre cresce l’impegno per raccontare un territorio che sente ormai come casa, pur conservando dentro di sé la luce e il carattere della Sicilia. Le donne e il vino, oltre l’immagine della vendemmia Nel Lazio, Floriana e le altre associate hanno lavorato molto sulla comunicazione dei vitigni e dell’origine vulcanica di una parte importante del territorio. Cercando parole nuove per raccontare una regione vitivinicola spesso schiacciata dall’immagine politica e monumentale di Roma. I laghi, i suoli, l’antico Vulcano Laziale, la colata arrivata fino alla tomba di Cecilia Metella compongono una geografia più profonda, nella quale il vino diventa memoria fisica del paesaggio. È un racconto che vorrebbe restituire al Lazio la sua identità agricola mostrando anche la pluralità dell’associazione. Dentro Le Donne del Vino convivono infatti produttrici, enologhe, agronome, ristoratrici, comunicatrici, giornaliste, professioniste dell’accoglienza, tour operator e figure come Floriana, capaci di accompagnare le aziende attraverso la complessità del diritto. Ecco allora un punto focale: la donna del vino non può coincidere con l’immagine rassicurante di chi sorride in vendemmia tenendo un grappolo tra le mani. Quella fotografia racconta soltanto una parte e, troppo spesso, trascura il lavoro che tiene in piedi un’impresa ogni giorno. Floriana restituisce anche dignità anche ai ruoli amministrativi e commerciali, troppo facilmente descritti come una posizione laterale La cantina è un’azienda. Chi tiene i conti, segue l’amministrazione, organizza il lavoro o sviluppa i mercati internazionali ha una responsabilità enorme. Se una donna sceglie quel ruolo perché corrisponde alle sue capacità e alle sue aspirazioni, quella scelta possiede lo stesso valore di chi lavora in vigna o segue la produzione. La differenza vive proprio nella parola sceglie. Una figlia può raccogliere l’eredità di famiglia, costruire una propria azienda oppure seguire una strada completamente diversa, perché il fascino che avvolge il vino conserva comunque la sostanza concreta di qualsiasi attività imprenditoriale. Floriana cita giovani produttrici laziali che hanno ripreso il lavoro dei nonni, studiato all’estero, avviato nuovi progetti e diviso responsabilità con fratelli e familiari secondo inclinazioni e competenze. Storie che spostano lo sguardo dall’obbligo all’opportunità e liberano anche la tradizione da quel sottile ricatto emotivo secondo cui appartenere a una famiglia significa necessariamente continuare ciò che altri hanno iniziato. Perché Le Donne del Vino servono ancora La necessità dell’associazione emerge lontano dalle dichiarazioni solenni, dentro una situazione ordinaria. Durante la preparazione di un convegno, Floriana osserva il gruppo dei relatori e qualcuno alza la mano: nove uomini e una donna. Vi siete accorti della composizione del panel? La risposta è stata semplice: non ci avevamo pensato. È proprio questo il punto. Le donne competenti esistono, eppure spesso nessuno pensa automaticamente di coinvolgerle. Il pregiudizio più resistente possiede raramente un volto aggressivo. Vive nell’abitudine, nella ripetizione, nelle scelte compiute senza guardare davvero l’intero panorama. Passa attraverso elenchi di nomi nei quali la presenza femminile rimane un’eccezione, attraverso un incarico assegnato alla persona che viene in mente per prima, attraverso la convinzione che alcune professioni abbiano ancora un suono maschile. Le Donne del Vino servono per accendere quella lampadina, rendere visibili professionalità già formate e costruire una spontaneità nuova, capace un giorno di includere senza bisogno di contare. Nuttata persa e figlia fimmina. Mi è venuto in mente proprio parlando con Floriana. Un proverbio crudo e rurale come il vino. Non è solo della terra natale di Floriana ma in tutte le culture contadine di un epoca forse non sopita del tutto. Dietro quelle poche parole, riemerge la contabilità severa delle vecchie famiglie rurali. La nascita di una figlia veniva considerata un “magro risultato” economico, perché alla donna si attribuiva una minore capacità di sostenere i lavori più pesanti nei campi e, al momento del matrimonio, la famiglia avrebbe dovuto affrontare anche l’esborso della dote. Una formula breve teneva insieme fatica, patrimonio e destino, trasformando una bambina appena nata in un bilancio già scritto dagli altri. Eppure proprio la vita delle campagne raccontava donne impegnate nella casa, nella cura dei figli, nella terra, nella raccolta e nella continuità stessa della famiglia. Quel proverbio oggi suona come la misura della distanza percorsa e, insieme, come il segno di una mentalità che ha bisogno di essere riconosciuta ogni volta che riaffiora sotto forme più educate e moderne. Floriana ricorda un episodio di famiglia capace di rovesciare quel detto con l’immediatezza di una vignetta. Alla nascita di una bambina, mentre qualcuno si preparava forse alla delusione tramandata dall’abitudine, il padre accolse la notizia con una gioia incontenibile, come se tutta quella vecchia contabilità contadina avesse perso improvvisamente ogni significato. In quella felicità c’è già una società diversa, nella quale una figlia arriva con il proprio nome, il proprio futuro e tutte le possibilità ancora aperte. A me l’espressione quota rosa fa arrabbiare, anche perché il nome è bruttissimo. Poi mi rendo conto che, finché questa attenzione manca, certe situazioni continuano a passare nell’ombra. Il punto resta la competenza, insieme alle condizioni concrete che permettono alle persone di esprimerla. Una donna con figli, anche quando possiede preparazione ed esperienza straordinarie, ha bisogno di un’organizzazione che le consenta di partecipare a un consiglio di amministrazione, assumere una responsabilità o proseguire il proprio percorso. Aprire formalmente una porta rappresenta l’inizio; creare le condizioni per attraversarla significa trasformare un principio in realtà. In questa differenza si trova il passaggio dai diritti alle opportunità. Il diritto afferma che tutti possono partire, l’opportunità fa in modo che ciascuno possa davvero arrivare alla linea di partenza. Floriana lo conosce anche attraverso il diritto del lavoro, materia alla quale dedicò la tesi di laurea La parità di trattamento significa riconoscere gli stessi diritti anche nella diversità delle condizioni. Una maternità si gestisce, come si gestiscono gli altri passaggi della vita. Il valore professionale della persona rimane. Ho lavorato per molti anni con donne, ne ho promosse, ho affidato loro responsabilità e ho sempre trovato naturale considerare i collaboratori prima di tutto persone e professionisti. Proprio per questo mi colpisce la persistenza di certe frasi, pronunciate spesso con il tono di chi pensa di descrivere soltanto una difficoltà organizzativa: una gravidanza, un figlio che si ammala, la disponibilità di tempo, la presunta affidabilità. Ogni organizzazione affronta imprevisti, assenze e trasformazioni; attribuirli in anticipo a un genere significa usare una previsione come confine e privarsi, nel frattempo, di competenze preziose. Il linguaggio offre alle donne le stesse opportunità Il cambiamento passa anche, forse soprattutto, dalle parole, perché una professione pronunciata soltanto al maschile finisce per suggerire inconsciamente un unico volto. Floriana oggi si presenta come avvocata e intorno a quella parola ha incontrato resistenze, ironie, obiezioni fondate quasi sempre sulla sua presunta bruttezza. Suona strano perché manca l’abitudine. Poi una persona apre la porta, mi vede e dice: “Signorina, mi chiama l’avvocato?”. L’avvocata sono io. Sembrano sciocchezze, però il linguaggio può collocare una donna al centro oppure lasciarla di lato. Essere nominati significa esistere anche nell’immaginario degli altri. Una bambina che ascolta le parole enologa, agronoma, direttrice o avvocata riceve una possibilità prima ancora di ricevere un consiglio. Vede un posto che potrebbe occupare e una storia nella quale può riconoscersi. Floriana porta l’esempio di articoli nei quali uomini di rilievo vengono presentati con nome, cognome, incarico e risultati, mentre accanto a loro compaiono genericamente “due donne”, quasi che il genere bastasse a esaurirne l’identità. Quelle donne hanno un nome, una professione, una storia. Chiamarle semplicemente donne le mette ancora una volta in una posizione laterale. Anche nel vino questa visibilità produce futuro. Conoscere il percorso di Donatella Cinelli Colombini, che cercò enologhe quando quasi nessuno le richiedeva, oppure quello di Graziana Grassini offre alle nuove generazioni una prova concreta. Vedere una donna arrivata ai massimi livelli aiuta chi sta cominciando a pensare: posso farcela anch’io. Gli esempi servono proprio a questo. La rappresentazione, prima ancora di celebrare chi è arrivato, rende immaginabile il viaggio a chi deve ancora partire. Un’associazione capace di parlare a tutti L’integrazione è integrazione. L’associazione valorizza prima di tutto le competenze interne, perché molte avrebbero meno occasioni di essere conosciute, e allo stesso tempo le nostre iniziative parlano a tutti. Questa forse è la sfida più interessante per il futuro delle Donne del Vino: conservare uno spazio capace di sostenere e rappresentare le donne, portando la conversazione oltre il perimetro femminile. Perché l’uguaglianza riguarda l’intera società e ha bisogno anche di uomini disposti ad ascoltare, comprendere, cambiare abitudini e condividere responsabilità. Un’immagine composta soltanto da donne può raccontare la forza della rete; un’immagine nella quale uomini e donne costruiscono insieme il cambiamento può raccontarne l’effetto. L’associazione diventa così un ponte. Da una parte offre alle donne esempi, relazioni, formazione e fiducia; dall’altra mostra alle aziende un patrimonio di competenze che chiede di essere incontrato. Il percorso è cominciato. Esistono ancora ragazze che possono provare timore davanti agli ostacoli ed esistono realtà nelle quali il problema è molto concreto. Per questo bisogna continuare a parlarne, far conoscere chi è arrivata, mostrare alle imprese quante professionalità siano già pronte. Il vino come spazio condiviso Il vino conosce da sempre il valore delle differenze. Ogni territorio trova la propria forza nelle caratteristiche che lo rendono riconoscibile, ogni annata interpreta condizioni diverse, ogni vitigno chiede cure adatte alla propria natura. Nessun vignaiolo penserebbe di trattare allo stesso modo una vite sulla sabbia e una piantata sopra un antico suolo vulcanico; eppure, nella società, confondiamo spesso l’uguaglianza con l’omologazione. Floriana riporta il ragionamento alla sua essenza Parità significa stessi diritti, stessa retribuzione, stessi percorsi di carriera e stesse opportunità. Significa mettere le persone nelle condizioni di esprimere ciò che sanno fare. Nel calice la diversità diventa ricchezza quando riceve cura, tempo e possibilità. Lo stesso accade con il talento. Chiede di essere visto prima ancora che celebrato, ascoltato prima di essere giudicato, messo alla prova prima che un’abitudine decida quale posto assegnargli. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Occorre dare un nome alle donne de Il diritto di contare perché solo così i loro passi dentro quei corridoi può dar voce alla determinazione con cui trasformarono una presenza considerata eccezionale in una competenza indispensabile. Floriana compie lo stesso gesto ogni volta che entra in una cantina da avvocata, pronuncia il nome esatto della propria professione, porta una collega competente dentro un convegno o racconta a una giovane donna che la strada esiste e può essere percorsa. Forse il traguardo arriverà quando la presenza di una donna alla guida di una cantina, di un’impresa, di uno studio legale o di un consiglio di amministrazione smetterà di sembrare una notizia e diventerà semplicemente la conseguenza del suo valore. Fino a quel momento serviranno parole, associazioni, esempi e persino espressioni imperfette come “quote rosa”, se capaci di accendere una luce dove l’abitudine preferisce ancora la penombra. Dentro ogni calice di vino riconosco la ragione per cui continuo a raccontare queste storie: la bottiglia permette l’incontro, poi si fa da parte e lascia emergere le persone. Floriana ha attraversato territori e professioni tenendo insieme diritto, cultura e passione, e nelle sue parole rimane una verità semplice: il talento appartiene a chi lo possiede, l’opportunità appartiene alla società che sa riconoscerlo. Il futuro comincerà davvero quando una donna entrerà in una stanza e nessuno dovrà più accorgersi che è l’unica. Ci accorgeremo soltanto che era la persona giusta.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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DISARONNO lancia la nuova bottiglia e rafforza il proprio percorso di evoluzione globale Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

DISARONNO lancia la nuova bottiglia e rafforza il proprio percorso di evoluzione globale

  L’iniziativa segna una nuova tappa nel percorso di sviluppo del liquore italiano più apprezzato nel mondo e si inserisce in un anno di forte evoluzione per il Gruppo, caratterizzato dalle acquisizioni di Amaro Averna e Zedda Piras.   DISARONNO INTERNATIONAL, divisione Spirits di DISARONNO GROUP, presenta la nuova bottiglia di Disaronno, una delle icone più riconoscibili del mondo degli spirits e simbolo del liquore italiano più apprezzato nel mondo. La nuova bottiglia rappresenta un rinnovamento strategico pensato per rispondere alle esigenze del consumatore contemporaneo, consolidandone la riconoscibilità sui mercati internazionali e valorizzando gli elementi distintivi che ne hanno definito l’identità nel corso delle generazioni, integrandoli in un linguaggio visivo rinnovato e coerente con l’evoluzione del brand. La nuova identità della bottiglia visiva nasce al termine di un percorso di progettazione, ricerca e sviluppo, realizzato insieme a Robilant e rappresenta il primo rinnovamento dell’identità dopo più di quindici anni. Il progetto nasce con l’obiettivo di preservare gli elementi distintivi che hanno contribuito a rendere il marchio immediatamente riconoscibile, introducendo al contempo un linguaggio più contemporaneo, premium e coerente con l’evoluzione del mercato e delle aspettative dei consumatori a livello globale. Più alta, più leggera e più luminosa, la bottiglia ridisegnata mantiene elementi distintivi come la forma e l’iconico tappo quadrato. Fra gli elementi di novità, spiccano l’introduzione della firma in rilievo di Domenico Reina e il nuovo monogramma DD (Disaronno & Domenico Reina), omaggio al fondatore e alla visione che ha contribuito a definire il marchio nel tempo. La palette di colori è rinnovata, inserendo un azzurro chiaro rinascimentale, unendo eredità e modernità in un’espressione più vivace e contemporanea. Ad accompagnare il lancio della nuova identità visiva della bottiglia, al via la nuova campagna “the Dolce Side of Life” creata dall’agenzia 72andSunny, un invito a celebrare quei momenti che arricchiscono la quotidianità: aperitivi improvvisati, conversazioni autentiche, brindisi spontanei ed esperienze condivise con gli amici. Sulle note di “Dolce Vita” di Ryan Paris, la campagna si inspira al fascino intramontabile della dolce vita italiana reinterpretata in chiave contemporanea, invitando le persone in tutto il mondo a riscoprire il lato più dolce della vita, fatto di momenti semplici, autentici e ricchi di significato. Luca Picotti – Global Chief Marketing Officer Con questa campagna abbiamo voluto rendere omaggio all’essenza di Disaronno, reinterpretandola in modo autentico e rilevante per i consumatori di oggi. In un contesto in cui le persone ricercano sempre più momenti di piacere genuino nella vita di tutti i giorni, the Dolce Side of Life racconta la bellezza delle esperienze autentiche, semplici e accessibili. Insieme alla nuova identità della bottiglia, questa campagna rappresenta un’evoluzione significativa per il brand, che guarda al futuro mantenendo saldo il legame con la propria eredità e i valori che da sempre lo contraddistinguono. Guido Chichierchia – Marketing & Trade Marketing Director Italy Le grandi icone non restano mai ferme: si evolvono per continuare a parlare alle persone. La nuova bottiglia di Disaronno racconta esattamente questo percorso. Arriva in un anno di risultati estremamente positivi, segnato dal successo delle Dolce Nights e da una forte crescita e rappresenta il nostro modo di guardare al futuro valorizzando ciò che da sempre rende unico il brand. Una nuova espressione della stessa identità che milioni di consumatori riconoscono e scelgono ogni giorno. Il progetto si inserisce infatti in un anno particolarmente significativo caratterizzato da importanti iniziative strategiche, tra cui le acquisizioni di Zedda Piras e Amaro Averna, che stanno contribuendo a delineare una nuova fase di crescita per l’organizzazione che guarda al futuro. La nuova bottiglia sarà introdotta progressivamente in Italia e nei principali mercati internazionali di Disaronno, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio per poi proseguire con il lancio in tutti gli altri mercati. * * * DISARONNO INTERNATIONAL è la divisione spirits di DISARONNO GROUP (ILLVA SARONNO HOLDING SpA), gruppo diversificato che conta oltre 800 dipendenti la cui proprietà è interamente della famiglia Reina e le cui linee di business comprendono oltre gli Spirits anche Wines e Ingredients. Nel settore delle bevande alcoliche è leader nel mondo con presenza in circa 160 paesi. DISARONNO INTERNATIONAL è particolarmente conosciuta per Disaronno, il liquore italiano più apprezzato nel mondo, così come per altri prodotti di grande prestigio come Disaronno Velvet, Tia Maria, The Busker Irish whiskey, Engine Gin, Sagamore Rye, Rabarbaro Zucca, Artic Vodka, Isolabella Limoncello, Sambuca, e di recente anche Amaro Averna e Zedda Piras. La Redazione
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Maso Furli. A nome di chi verrà Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

Maso Furli. A nome di chi verrà

  Una valigia di cartone, un maso conquistato con il coraggio e una domanda che attraversa le generazioni. A Pressano, la storia di Marco Zanoni e di Maso Furli racconta molto più del vino: parla di eredità, libertà e di ciò che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.   La terra possiede una memoria più lunga degli uomini. Conserva il passaggio di chi è arrivato senza nulla e quello di chi ha trovato qualcosa da custodire. Trattiene le impronte, il sudore, perfino le paure. Per questo, quando si guarda una vigna abbastanza a lungo, si finisce quasi sempre per vedere molto più del vino: si vedono famiglie, scelte, rinunce, scommesse, promesse affidate a persone che ancora non sono nate. A Lavis (TN) tutto comincia con una valigia di cartone e un uomo che decide di rischiare ogni cosa per comprare un maso che non era suo ma sul quale aveva lavorato per tanti anni. Il resto della storia arriverà dopo, vendemmia dopo vendemmia, dentro la fatica di Martino Zanoni, nella libertà conquistata a caro prezzo e nella vita di un figlio che avrebbe impiegato anni per comprendere fino in fondo ciò che quella terra gli stava consegnando. Quel figlio si chiama Marco e la sua storia comincia molto prima di lui.  La valigia di Martino  Mio padre arrivò qui nei primi anni Cinquanta. Veniva da Pranzo, sopra il lago di Garda, un paese che oggi vive di turismo e allora conosceva la povertà vera. Da bambino vendeva fiori e funghi agli alberghi, cercava di portare a casa qualcosa, poi arrivò a Maso Furli e lavorò per vent’anni come mezzadro, fino al giorno in cui decise di comprare tutta la proprietà. Si prese un mutuo enorme e si giocò tutto. Quando dico tutto, intendo davvero tutto. Tutto. Un pronome che sembra banale. In fondo lo diciamo spesso anche senza che rappresenti il vero significato. È così che, forse, si finisce per attribuirgli poco peso. Giocarsi però tutto, per la generazione di Martino, significava davvero tutto. Un azzardo che voleva dire affidare il destino della famiglia alla resistenza delle proprie bracci. L’atto che era stato firmato implicava che un raccolto cattivo o un imprevisto avrebbero potuto cancellare anni di sacrifici. Martino possedeva una possibilità sola e la impegnò interamente in quel maso antico, coltivato prima per altri e infine acquistato con quella combinazione di audacia e follia che appartiene a chi vede il futuro quando gli altri vedono soltanto un debito. Non è come puntare tutto su un numero alla roulette perché nella terra serve lavoro. Ma comunque era un azzardo. In fondo, l’unico possibile per cercare un futuro migliore. Per fortuna andò bene, anche se per l’epoca lo avevano preso tutti per pazzo. Io so che posso fare il vignaiolo grazie a lui. Ho ricevuto la terra, certo, ma prima della terra ho ricevuto il suo lavoro, la sua paura e il coraggio con cui l’ha attraversata. Rispetto a quello che ha fatto mio padre, io non ho fatto nulla. Ciò che ho apprezzato di Marco è la sua pacatezza legata ad una modestia incredibile. Ha sul volto e soprattutto negli occhi, una luce che è indica come sia felice così. Per quello che ha fatto e che fa. La sua è misura morale, severità contadina che riconosce il proprio sforzo continuando comunque a giudicarlo piccolo davanti alla fame affrontata da chi è venuto prima. È così che anche l’aver costruito quasi interamente la cantina con le proprie mani è ben poco rispetto a ciò che ha ricevuto. Una eredità che non è patrimonio ma quasi un intimo debito. È così che l’aggiungere qualcosa non può e non deve tradire ciò che si è ricevuto.  L’Alsazia e la lampadina  Per molti anni Marco coltiva le vigne di famiglia e conferisce le uve alla cantina sociale. Il vino imbottigliato porta il nome di altri, mentre dentro la sua testa girano soprattutto motori, ingranaggi e una incredibile curiosità meccanica che ancora oggi lo spingerebbe a smontare un motore fino all’ultimo bullone pur di comprenderne il funzionamento. Magari la sua idea di vino nasce prorpio dalla necessità di conoscere ogni passaggio rifiutando di considerare misterioso ciò che richiede applicazione, precisione e responsabilità.  Fino a ventidue o ventitré anni non avrei mai pensato di fare vino. Coltivavo i vigneti di mio padre, consegnavo le uve e immaginavo una vita diversa. Poi frequentai alcuni corsi all’Istituto di San Michele e partecipai a un viaggio in Alsazia organizzato da Peter Dipoli. Assaggiai vini che mi stregarono, vini nei quali ogni varietà conservava un’integrità e una chiarezza impressionanti. Tornai a casa con una lampadina accesa e dissi a mio padre: voglio fare il vino. Martino aveva trascorso una vita a conquistare una forma di stabilità e ora quel figlio appassionato di motociclette, privo di studi enologici, voleva riportare il rischio dentro casa proprio quando il mutuo cominciava finalmente a pesare meno. La rabbia del padre conteneva la paura di chi conosce il prezzo di ogni sicurezza; la scelta del figlio conteneva già l’impossibilità di tornare indietro.  Mio padre era arrabbiato nero e, guardando le cose dal suo punto di vista, aveva ragione. Pensava: ho faticato per decenni, finalmente vedo un po’ di luce e questo adesso vuole incasinarmi di nuovo la vita. Io mi rimboccai le maniche, sistemai personalmente una parte del maso e cominciai a vinificare piccole quantità. Francesco Polastri mi accompagnò con una competenza straordinaria e una grande libertà mentale. Piano piano quelle bottiglie cominciarono a piacere e capii che quella lampadina non si era accesa per caso.  Maso Furli avvia ufficialmente la produzione nel 1997 e rimane deliberatamente piccola, con circa tre ettari lavorati da Marco, rese contenute e una produzione tra dodicimila e quattordicimila bottiglie. La dimensione è una scelta puramente imprenditoriale prima di essere agricola: conoscere ogni vigna, seguire ogni passaggio e trasformare il limite in valore proprio mentre l’economia invita a crescere, aumentare e occupare altro spazio.  Potrei comunicare di più e aumentare il valore riconosciuto a ogni bottiglia, su questo mio figlio ha ragione. Aumentare la produzione, invece, cambierebbe la natura di ciò che faccio. Se ho scelto di evitarlo per trent’anni, sarebbe assurdo farlo adesso. La pietra, le mani, la misura  La medesima coerenza attraversa la cantina realizzata a partire dal 2016. Un’opera che Marco avrebbe potuto affidare ad altri ma che ha scelto di costruire insieme ai figli, dalle fondazioni alle armature, recuperando il sasso del luogo affinché l’edificio nascesse dalla terra invece di limitarsi a occuparla. Un gesto concreto, perfino scomodo, di sostenibilità vera. I sassi della terra, di quella terra. Di nessun’altra.  Il novantotto per cento del lavoro l’abbiamo fatto noi. Volevo una cantina in sasso, con la pietra del posto. Dormo poco, lavoro tanto e quando decido che una cosa deve essere fatta in un certo modo continuo fino a quando prende la forma che avevo immaginato. La tranquillità di Marco appartiene alla voce; sotto quella superficie lavora un’inquietudine instancabile che pretende di capire, correggere e migliorare. I suoi vini possiedono una tensione simile: all’inizio sembrano raccolti, poi occupano il palato con lentezza e mostrano una profondità che rifiuta l’effetto immediato.  Il Gewürztraminer 2016, il carattere dietro la calma  Il Gewürztraminer 2016 gira nel bicchiere mentre il racconto torna all’Alsazia. Più si apre, più riconosco la distanza tra ciò che Marco mostra subito e ciò che custodisce. Il paglierino tende verso l’oro, luminoso e pulito, come se dieci anni avessero concentrato la luce invece di spegnerla. Arrivano pesca e pera, nitide, poi la cera d’api porta qualcosa di manuale e antico, il ricordo di una materia lavorata lentamente; con il calore emergono rosa, burro, mela e una vaniglia discreta, mentre una lama fresca rimette ogni volta il sorso in movimento e impedisce alla ricchezza di diventare compiacimento.  In bocca è vivo, pungente nella parte vegetale, largo eppure asciutto. Il finale mandorlato, quasi amarognolo, compare proprio quando potrebbe cedere alla propria aromaticità e lascia sul palato una piccola ferita, una tensione che spinge a tornare al bicchiere. È divisivo nel senso più nobile: possiede una fisionomia, cerca un interlocutore più che un consenso e accetta il rischio di piacere meno pur di rimanere fedele a sé stesso. La pacatezza di Marco funziona allo stesso modo: sotto l’eleganza conserva la durezza del lavoro e una determinazione feroce nella precisione.  Terra e responsabilità  Sotto i filari Marco lavora il terreno con l’aratro, limita il passaggio del trattore, evita la cimatura e ricorre a rame e zolfo per la difesa. La biodinamica lo affascina, ne ha seguito corsi e utilizza alcuni preparati, osserva la luna nei travasi e nelle prime fermentazioni, ma rifiuta di attribuirsi un’identità che sente di non avere ancora compreso abbastanza: per lui ogni definizione comporta un dovere.  In vigna e in cantina cerco di intervenire il meno possibile, ma il meno possibile richiede molta più attenzione. Quando sento giustificare una volatile alta o un difetto dicendo che si lascia fare alla natura, per me qualcosa non torna. Anche una pasta ottenuta da un grano eccezionale diventa pessima se viene buttata nell’acqua fredda. Il vino nasce attraverso un processo e quel processo richiede testa, attenzione e conoscenza. Marco sottrae così la parola naturale a ogni alibi. Ridurre gli interventi significa aumentare la responsabilità, conoscere meglio la materia e accompagnarla senza abbandonarla. La libertà, nel suo modo di fare vino, coincide con la competenza.  Lo Chardonnay 2024 e il paesaggio nel sorso  Lo Chardonnay 2024 raccoglie questo pensiero e lo trasforma in un paesaggio che si può bere. Il colore è paglierino, pulito, attraversato da una luce netta; il limone arriva fresco e pieno, seguito dagli agrumi e da una frutta tropicale misurata, poi la mineralità diventa così intensa da sfiorare il salmastro, quasi il ricordo fisico di un mare antico custodito nella pietra. Le erbe e un soffio balsamico tengono il vino aperto e lo rendono verticale prima ancora che il sorso tocchi la bocca.  Lì la verticalità cambia forma, parte tesa e presto si allarga, mentre il limone diventa maturo, arrossato dal sole, e la frutta tropicale si avvicina al mango senza portare peso. È libero di accompagnare una cucina ambiziosa e di sedersi con la stessa dignità accanto alle patatine di un aperitivo, perché la qualità autentica non teme la semplicità. Uno Chardonnay come Cristo comanda. Una frase ruvida lo riconosco, ma così conserva meglio di ogni formula elegante la gioia dell’assaggio.  Il Manzoni Bianco 2022, il desiderio di compagnia  Il Manzoni Bianco 2022 cambia il tono e conduce dalla responsabilità alla condivisione. Nel bicchiere appare terso come acqua alpina, con acacia, lime, mela verde, fiori, erbe di montagna e una frutta tropicale discreta; la vena balsamica allarga il respiro e la mineralità prepara già una spina sapida. Nessun aroma reclama il centro, ognuno accetta di esistere accanto agli altri, come persone diverse intorno alla stessa tavola.  Il sorso è ampio, sapido e fresco, pulito dall’agrume e sostenuto da una persistenza che cresce senza irrigidirsi. Il finale di mandorla accende il desiderio di condividerlo con speck, polenta o semplicemente una conversazione che nessuno abbia voglia di concludere. La bottiglia sembra incompleta se bevuta da soli, perché contiene una generosità che acquista significato soltanto quando viene distribuita.  Ho piantato il Manzoni nel 2005 perché lo considero una varietà straordinaria. Produce poco, però possiede una capacità espressiva e una tenuta che meritavano fiducia. Vent’anni di lavoro mi hanno insegnato che una vigna va ascoltata a lungo prima di essere capita. Il Manzoni Bianco 2010 e ciò che resiste  Il tempo ritorna nel mutuo di Martino, nelle vecchie vigne, nella cantina costruita in quattro anni, nei clienti rimasti per decenni e nei figli ai quali Marco vorrebbe consegnare una possibilità senza trasformarla in obbligo. Il Manzoni Bianco 2010 raccoglie tutte queste linee. Sedici anni dovrebbero portarlo verso il passato, eppure il colore conserva un riflesso quasi verdognolo e una luminosità che contraddicono il calendario; l’agrume è vivo, camomilla e acacia emergono insieme a mela trentina, pera, pesca bianca e frutta tropicale. La nota balsamica amplia ogni profumo, poi arrivano menta, limone e mandorla.  In bocca la freschezza si è fatta morbida senza perdere forza, levigata come marmo sul quale l’acqua continua a scorrere. Miele e limone rimangono insieme, pera e ananas si rincorrono ai fiori, la sapidità conserva energia e la materia si espande con una pienezza tattile. La persistenza torna molto dopo la deglutizione e si fa memoria. Aprire la bottiglia provoca quasi rimorso, perché avrebbe potuto proseguire e perché rende fisica la distanza fra un gesto e il suo compimento: Martino firmò per un futuro che avrebbe visto soltanto in parte, Marco crea vini destinati a durare oltre il tempo necessario per venderli, i figli tengono fra le mani il diritto di scegliere.  Preferisco che all’apertura il vino sia raccolto e che l’ossigeno gli permetta di esprimersi lentamente, perché così può vivere quindici, venti, forse venticinque anni. Voglio che abbia spazio davanti a sé. Spazio davanti a sé potrebbe essere la definizione del vino e insieme il desiderio di un padre. La longevità, qui, non coincide con la sopravvivenza, ma con la capacità di trasformare gli anni in significato.  Il Gewürztraminer 2023 e il futuro indecifrabile  Il Gewürztraminer 2023 porta l’energia di ciò che cerca ancora la propria forma. Pompelmo, kiwi, mela, zest di limone, tiglio, camomilla e fiore di mandorlo si accompagnano a salvia, menta ed erba di campo. In bocca l’aromaticità prende slancio e incontra subito una sapidità quasi salata, capace di contrastare il ricordo di miele, più floreale che dolce. Il finale amarognolo lascia il palato pulito e pronto a ripartire. Il vitigno è chiaro, l’effetto rompe l’attesa: secco, verticale ma ampio, preciso senza diventare prevedibile.  Accanto al 2016, il 2023 evita ogni semplice successione di annate. Il primo mostra ciò che il tempo può scavare, il secondo conserva la tensione di una domanda appena formulata; insieme raccontano un pensiero iniziato in Alsazia e portato a Pressano, misurato contro queste vigne e reso duro, minerale, caldo, profondamente personale.  Il Sauvignon 2024. L’eleganza della precisione Il Sauvignon 2024 appena entra nel bicchiere ha già la sua identità che sa dì frutta tropicale, agrumi, note erbace. Un profilo aromatico che racconta con precisione il carattere del vitigno. Tutto appare nitido, leggibile, quasi inevitabile. Ogni profumo trova il proprio posto senza sovrapporsi agli altri. Al palato la promossa viene mantenuta. La sapidità entra subito in scena e l’acidità vibra di energia e profondità così che il sorso rimanga sempre agile. Ciò che lascia dietro è una scia agrumata e minerale che rimane a lungo. Sembra che il tempo dell’assaggio si allunga e muta cambiando sfumatura così che il nuovo sorso diventa scoperta necessaria. Trovo in questo Sauvignon una caratteristica che appartiene anche a Marco. Se c’è chi confonde la complessità con la confusione e l’originalità per eccentricità, lui continua a cercare la precisione. Riduce le rese, aspetta la maturazione corretta, costruisce lentamente e lascia sia il vino a parlare. In questo Sauvignon non ci sono effetti speciali o sorprese. C’è verità. Che è anche eleganza. I figli e la luce che non si può imporre  Il futuro entra attraverso tre figli che hanno lavorato alla cantina e possiedono oggi la libertà che Martino ebbe in misura minore. Uno coltiva vigne ma non ama vinificare, la figlia studia ingegneria industriale e ama i vini, il più giovane lavora nella consulenza alle imprese e vede nel maso un potenziale ancora inespresso. Nessuno, per ora, ha scelto interamente la strada del padre.  Spero che prima o poi a uno dei tre si accenda la stessa lampadina che si è accesa a me. Sarebbe una gioia, però questo lavoro deve piacere. Se quella luce arriverà, sarò felice. Deve arrivare da loro. Nel desiderio di Marco abita anche il rispetto, perché nessun padre può avvitare una lampadina nella vita dei figli. Martino avrebbe voluto sottrarlo al rischio e finì per assistere alla nascita di Maso Furli; Marco vorrebbe consegnare il maso e sceglie di lasciare ai figli la libertà di voltarsi altrove. La continuità familiare, liberata dalla retorica, è lo spazio doloroso tra la speranza di essere seguiti e la dignità di permettere a chi viene dopo di scegliere.  Gli piacerebbe produrre una bolla capace di riposare cinque o sei anni sui lieviti, ma conosce il decennio necessario per progettare un vigneto e comprenderlo, così frena un desiderio che rischierebbe di pesare sulle generazioni successive. Anche rinunciare, qualche volta, è capacità d’impresa: immaginare appartiene al coraggio, comprendere il peso futuro di un progetto appartiene alla responsabilità.  Una luce lasciata accesa  La storia di Maso Furli rimane sospesa tra due luci: quella che Martino vide apparire lentamente alla fine di un mutuo affrontato con il lavoro di una vita e quella accesa dentro Marco durante il viaggio in Alsazia. Fra loro scorrono le pietre del maso, i filari rinnovati, il vecchio Chardonnay, il Manzoni piantato nel 2005, la cantina costruita insieme ai figli e bottiglie capaci di resistere ben oltre il tempo richiesto per venderle.  Martino arrivò con una valigia di cartone e nessuna certezza, Marco ha trasformato quel rischio in una forma personale di bellezza e ora protegge il diritto dei figli di accogliere oppure cambiare quell’eredità. Nel mezzo rimane la terra, che riceve il lavoro senza promettere riconoscenza, conserva le tracce senza spiegare a chi apparterranno domani e ogni primavera ricomincia, offrendo germogli anche quando nessuno sa chi sarà chiamato a vendemmiarli.  Rimane una domanda, forse la sola alla quale questa storia non deve ancora rispondere: che cosa siamo davvero chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi? Una proprietà, un mestiere, un nome da difendere, oppure la libertà di riconoscere quella luce e darle una forma nuova? Marco ha ricevuto una terra pagata con la paura e il coraggio di Martino, l’ha attraversata con le proprie mani e l’ha trasformata in vini capaci di attendere; i figli riceveranno anche il diritto di scegliere. Forse l’eredità più alta abita proprio in questo gesto, nel preparare qualcosa che possa continuare diversamente da come lo avevamo immaginato, sapendo che custodire non significa trattenere e che il futuro comincia quando smettiamo di chiedergli di somigliare a noi. Quando arriverà il momento di consegnare ciò che abbiamo amato, sapremo lasciare accesa la luce senza decidere chi dovrà seguirla?      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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