Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
5 Gennaio, 2026
CastelBrando. Un’oasi di benessere e gusto dalla storia millenaria, immersa tra le colline del Prosecco
Se non fanno per te il cielo grigio e le temperature rigide che verosimilmente ci accompagneranno ancora per un paio di mesi, un’allettante risposta alle giornate invernali la troverai in CastelBrando, a Cison di Valmarino, in provincia di Treviso.
Ci si arriva salendo in funicolare in cima alla collina a circa 400 metri, dove il castello domina il paesaggio circondato da boschi e dal lussureggiante verde del parco, punto di partenza per rinvigorenti passeggiate dopo le quali ci si può rilassare tuffandosi – letteralmente – nella storia.
Immagina d’immergerti nell’acqua pura e incontaminata che più di 2.000 anni fa i Romani convogliavano al Castello.
Lungo l’antica via romana, il sito attuale di CastelBrando fu infatti scelto attorno al 40 d.C. per l’edificazione di un castrum, una fortezza alta una trentina di metri utilizzata dai Romani come base logistica per il controllo della Valmareno e dei passi alpini circostanti. Condotte in pietra e terracotta lunghe 5 km ritrovate durante gli scavi archeologici garantivano l’approvvigionamento idrico del castrum, prelevando l’acqua dalle fonti che ancora oggi alimentano il castello.
Oggi la Princess SPA, rinnovata e ampliata da pochi anni, regala un’esperienza unica ed emozionale con un design accattivante, ispirata alle antiche vestigia romane. Estesa su duemila metri quadrati, è una delle più grandi Spa all’interno di un castello in Europa. In una cornice preziosa, fatta di antichi reperti, giardini esclusivi e terrazze panoramiche, gli ospiti possono godersi saune, piscine idromassaggio, grotta dell’Himalaya, bagno romano, hamman, solarium, docce scozzesi e – su prenotazione – trattamenti viso e corpo condotti da professionisti qualificati.
Dopo alcune ore nella spa – che mette sempre un certo appetito – potrai continuare a coccolarti con le proposte enogastronomiche di CastelBrando.
Il ristorante La Fucina, anch’esso aperto agli ospiti esterni, è un locale informale e moderno, in cui si trovano una cucina rispettosa del territorio e anche alcune proposte di pizzeria.
Tra i piatti che più mi hanno colpita per gusto e valorizzazione territoriale, cito il “Flan ai carletti”: Silene inflata, scientificamente, è tra le migliori erbe commestibili diffuse in Veneto e qui si accompagna alla fonduta di Moesin, formaggio da latte vaccino delle Prealpi venete dalla pasta morbida e dal sapore delicato.
Quale vino del territorio abbinare? Una bolla “a tutto pasto”, dato che qui l’uva Glera dà il meglio di sé. Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco superiore DOCG CastelBrando, nelle versioni Brut ed Extra Dry, viene prodotto con le migliori uve dei vigneti che ornano le colline nei dintorni di Cison Valmarino.
Per concludere il pasto con un digestivo memorabile, L’Amaro CastelBrando, prodotto dalla celebre distilleria Castagner, è la scelta da compiere: si ottiene da un sapiente blend di più di quaranta erbe, alcune delle quali crescono proprio nell’orto botanico del castello.
Alla guida della brigata di cucina di CastelBrando c’è il giovane chef Luca Miceli, che cura ogni format food&beverage all’interno della struttura a partire dalle colazioni, servite all’interno del secondo ristorante Sansovino, situato nelle storiche sale del 700, disponibile per banchetti privati di minimo 20 persone. CastelBrando, con i suoi ampi e prestigiosi spazi sia esterni che interni, tra cui quattro saloni settecenteschi, viene infatti spesso scelto come location per cerimonie, convegni e grandi eventi, arrivando ad ospitare nel 2009 perfino il G8 dell’Agricoltura. Nella quiete di un luogo idilliaco circondato dalla natura e dalle Colline del Prosecco, Patrimonio Unesco, il castello può comodamente accogliere fino a 1800 ospiti con i più alti standard di privacy e sicurezza, grazie anche all’eliporto.
Per gli ospiti che scelgono di passare la notte a CastelBrando, la struttura mette a disposizione 50 camere. Magari dormiranno proprio in quelle dei Brandolini, nobili che avevano qui fin dalla metà del Quattrocento la propria dimora (da cui il nome “CastelBrando”, appunto), ora adibite a suites in stile veneziano decorate con raffinati stucchi, suggestivi caminetti ed originali vetrate con lavorazione a piombo.
Completa l’esperienza immersiva nella storia un percorso museale ed archeologico arricchito da mostre iconografiche ed esposizioni tematiche: l’esplorazione del castello parte dalle mura e torri guelfe e si sviluppa attraverso l’imponente scalone d’ingresso, il Salone degli Stemmi del Cinquecento, il Museo delle Armi e le antiche prigioni, a cui si legano testimonianze di torture fin dal Medioevo.
Se oggi possiamo compiere questo viaggio a ritroso nel tempo, lo dobbiamo a Massimo Colomban, fondatore del gruppo Permasteelisa, e sua moglie Ivana, che hanno acquistato nel 1998 il castello, chiuso al pubblico perché malridotto e pericolante. Dopo un’opera faraonica di restauro, hanno restituito a CastelBrando il suo fascino originario, collocandolo tra i più raffinati esempi di riqualificazione del patrimonio storico-artistico italiano.
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
Leggi
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
4 Gennaio, 2026
Cantine di Verona: bilancio 2024/2025 con utile in crescita e sostenibilità al centro
Fatturato 58,3 milioni euro (+1,57%), investimenti fotovoltaici e certificazioni Equalitas-Smeta
Cantine di Verona chiude l’esercizio 2024/2025 (11 mesi al 31 luglio) con fatturato consolidato di 58.269.009 euro, in crescita dell’1,57% su base annua, di cui 80% nazionale e 20% estero (Scandinavia, UK, Olanda, Svizzera, Germania). L’utile sale a 420.000 euro, con patrimonio netto di 30.720.000 euro che rafforza la solidità per investimenti strategici. GDO +2,5%, punti vendita diretti stabili (-1%); vendemmia 2024 a 177.090 ql (-17% per clima, ma qualità superiore).
Luigi Turco confermato presidente dall’assemblea del 29 novembre, con vice Bendazzoli e Bortignon e nuovo CDA (Albrigi, Ballini, Gruberio, Ledri, Moroni, Brunelli, Formenti, Tabarini, Valbusa, Venturelli). Primo Bilancio di Sostenibilità presentato da Quality Manager Manuel Orlandi, con emissioni CO₂ a 1,84 kg/bottiglia (vs 2,5 kg media nazionale).
Investimenti completati: fotovoltaico e filtrazione a Custoza, incartonatrice-etichettatrice a Quinto; in corso vasi vinari 30.000 hl (2026). Efficientamento: -43% consumi illuminazione, autoproduzione 33% Valpantena (35% previsto); economia circolare con 27.000 kg raspi per biogas e scarti bobine per etichette Fedrigoni; bottiglie a 190 g. Certificazioni: Smeta (Valpantena, in estensione), Equalitas, Biologica, Sqnpi, RafCycle, BRCGS, IFS.
Il gruppo unisce Cantina Valpantena, Custoza, Colli Morenici e Brolo dei Giusti, valorizzando terroir veronese (Amarone, Valpolicella, Garda) con 500 soci e impegno su sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Luigi Turco presidente
Risultati soddisfacenti in mercato complesso, con riorganizzazione e sinergie per produttività e costi ridotti.
La Redazione
Leggi
3 Gennaio, 2026
Vinitaly Design Award: Michelangelo Pistoletto Presidente di Giuria della 30ª edizione
L’arte contemporanea illumina il packaging di vino, spirits, birra e olio
La 30ª edizione del Vinitaly Design Award si apre con Michelangelo Pistoletto come Presidente Onorario della Giuria, elevando il premio dedicato all’eccellenza del packaging per vino, spirits, birra e olio a dimensione culturale unica. L’artista, figura monumentale dell’Arte Povera, porta la sua visione di design come linguaggio di responsabilità, sostenibilità e trasformazione sociale, legando Quadri specchianti e Cittadellarte al mondo enologico.
Nel 2010 Pistoletto firmò per Ornellaia la scultura “Vendemmia d’Artista”, aggiudicata a Sotheby’s per 80.000 sterline, riconoscendo il vino come antica civiltà della terra e del lavoro, oggi chiamata a rigenerazione artistica. Federico Bricolo, presidente di Veronafiere, sottolinea come questa presenza trasformi il packaging in specchio del tempo e atto creativo collettivo.
Le iscrizioni al concorso sono aperte fino all’11 marzo 2026, con tariffa Early Bird fino al 31 dicembre 2025 per designer, agenzie e aziende. Novità: Premio Sostenibilità, Premio SOLEXPO per l’olio e Best Student’s Work per giovani talenti; regolamento sul sito Vinitaly.
Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933), tra i più influenti artisti contemporanei, ha rivoluzionato l’arte dagli anni ’60 con Oggetti in meno, Le Stanze e Rebirth a Ginevra, fondando Cittadellarte e Terzo Paradiso per arte e impegno civile. Premiato con Leone d’Oro alla Carriera (Venezia 2003) e Praemium Imperiale (Tokyo 2013), ispira modelli etici per il futuro.
La Redazione
Leggi
3 Gennaio, 2026
Record di eccellenza per i vini Alto Adige nelle guide italiane 2026
387 punteggi massimi, 234 vini premiati e 95 produttori: Castelfeder e Cantina Terlano in vetta
I vini altoatesini conquistano le principali guide enologiche italiane con 387 punteggi massimi, in aumento di 42 rispetto all’anno precedente, 234 vini premiati (+25) e 95 produttori riconosciuti (+17). Eduard Bernhart, Direttore del Consorzio Vino Alto Adige, sottolinea come questi risultati posizionino il settore al vertice qualitativo, con una distribuzione equilibrata tra cantine sociali, tenute vinicole e vignaioli indipendenti.
In testa alla classifica dei vini più premiati si posiziona Castelfeder con 6 punteggi massimi per il Chardonnay Riserva Kreuzweg Family Reserve Alto Adige DOC 2021. A pari merito con 5 riconoscimenti seguono 10 vini di 7 produttori: Lagrein Riserva Taber Alto Adige DOC 2023 di Cantina Bozen, Chardonnay Nama Alto Adige DOC 2021 di Nals Margreid, LR Riserva Alto Adige DOC 2021 e Sauvignon Riserva Gran Lafa Alto Adige DOC 2022 di Cantina Colterenzio, Appius Alto Adige DOC 2020 e Sauvignon The Wine Collection Alto Adige DOC 2021 di Cantina Produttori San Michele Appiano, Pinot Bianco Rarity Alto Adige Terlano DOC 2012 e Terlano I Primo Grande Cuvée Alto Adige DOC 2022 di Cantina Terlano, Gewürztraminer vendemmia tardiva Epokale Alto Adige DOC 2017 di Cantina Tramin, Müller-Thurgau Vigna Feldmarschall von Fenner Alto Adige DOC 2022 di Tenuta Tiefenbrunner Schlosskellerei Turmhof.
I bianchi dominano con 189 punteggi massimi su 387 totali, seguiti da rossi (157), spumanti (24) e dolci (17), ma i rossi guidano la classifica dei vitigni: Pinot Nero (31), Schiava (24) e Lagrein (22), a conferma del valore delle varietà autoctone. Sauvignon (21), Pinot Bianco (17) e Gewürztraminer (15) completano il podio dei bianchi.
Tra i produttori, Cantina Terlano guida con 20 punteggi massimi, seguita da Cantina Tramin (17), Cantina Girlan e Cantina Colterenzio (15 ciascuna); Cantina Produttori San Michele Appiano, Elena Walch e Tenuta Tiefenbrunner Schlosskellerei Turmhof seguono con 13 riconoscimenti. Per numero di vini premiati, Girlan e Tramin dominano con 7 ciascuno, seguite da Andriano, Bozen, Colterenzio, Terlano, Tiefenbrunner ed Elena Walch con 6.
Le guide contribuiscono con Gambero Rosso 2026 (24 Tre Bicchieri), Slow Wine 2026 (27 Top Wines), Vitae 2026 (81 punteggi 90), I Vini di Veronelli 2026 (42 Stelle), Vinibuoni 2026 e Perlage Italia (30 Corone), Bibenda 2026 (40 Cinque Grappoli), Doctor Wine 2026 (54 Faccini 95), tra le altre. Tra i premi speciali: Vini rari Gambero Rosso a Lagrein Gries Riserva Trigon di Tenuta Hans Rottensteiner e Pinot bianco Fly Weinberg di AMProject; I 10 Migliori Vini d’Italia Bibenda a Chardonnay Nama di Nals Margreid.
La Redazione
Leggi
2 Gennaio, 2026
Casa Tobago: l'oasi milanese dove l'eleganza eclettica incontra una nuova idea di ospitalità
Tra gusto, mixology e relax, il concept firmato Alessandro Mario Cesario e Christian Brigliadoro
Punto di riferimento nel panorama milanese, Casa Tobago è il luogo dove l’arte della cucina, la passione per la mixology e il calore dell’ospitalità contemporanea si incontrano in perfetto equilibrio. Un indirizzo imprescindibile per chi cerca un’esperienza raffinata e conviviale, dove ogni dettaglio racconta una Milano cosmopolita nella sua essenza più autentica: elegante, vivace e cosmopolita. Un progetto firmato dai due eclettici imprenditori Alessandro Mario Cesario e Christian Brigliadoro, fondatori del gruppo Sequoia.
Casa Tobago è un locale che nasce per offrire un’esperienza immersiva e multisensoriale, in cui design, luce e materia dialogano in un’armonia sofisticata. Gli spazi ampi si svelano in un susseguirsi di accoglienti sale che permettono infinite possibilità di modulare tavoli e sedute, con un raffinato dehors esterno che si trasforma in veranda invernale e un’area dedicata alla griglia a vista che domina la sala. I 450 metri quadrati, di cui 200 di dehors, rievocano lo stile delle più raffinate guest house, richiamando i club londinesi più esclusivi.
Il bancone in marmo è il cuore pulsante della miscelazione contemporanea, guidato dal Barmanager Alberto Corvi e dal suo team di talenti come Nicolò Collonnelli, Alessandro Mazzoleni e Jacopo Bertoli. La drink list propone cocktail nominati dagli ingredienti principali, in un dialogo tra semplicità, ricerca e bilanciamento perfetto, accompagnati da tapas, piatti alla griglia, pizze e focacce dal secondo bancone. Ogni drink nasce da equilibri aromatici, texture e profumi, con distillati pregiati e preparazioni home made, per un’esperienza sartoriale dall’aperitivo al dopocena.
La proposta gastronomica ideata dallo chef Giovanni Lancuba fonde radici mediterranee e suggestioni internazionali: gamberoni in tempura con maionese al lime e pepe rosa, tartare di manzo con midollo e gel di tuorlo, tacos di tonno rosso con cipolla caramellata e crema di pecorino. La griglia a vista propone spiedoni di manzo e agnello marinato, filetto di branzino al beurre blanc, pluma di suino iberico e controfiletto di Wagyu A5 con salsa al Laphroaig 10. Umberto Iervolino domina l’area “Oven” con focacce, pizze e prodotti gourmet da forno.
Casa Tobago è un luogo dell’anima dove la convivialità diventa linguaggio universale: Ginger Baroni accoglie gli ospiti in un ambiente che fonde stile coloniale e club inglese, con lampade in tessuto, divani decorati, stampe a righe, dettagli orientali e legno scuro esaltato da una palette calda di beige, marrone e verde. Una sala intima e riservata, con bancone e consolle propri, è ideale per eventi privati.
Alessandro Mario Cesario, con esperienze in The Yard e Doping Club, porta creatività nel design e lifestyle; Christian Brigliadoro, top manager nel fashion con Subdued, aggiunge rigore e visione internazionale. La loro missione: creare esperienze oltre il dining tradizionale, fondendo cucina, mixology, design e musica in un nuovo concetto di casa contemporanea.
Casa Tobago, Viale Umbria 120, Milano. A dicembre aperto 7 su 7, dalle 18:00 alle 2:00.
La Redazione
Leggi
2 Gennaio, 2026
Roberta Valletti. Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più. Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi. Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore. Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti. Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali. Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto. Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta. Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne. Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa. Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale. Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle. Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino. Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata. Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica. Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento. Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei. Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie. Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme. Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che fa scuola pasticceria. Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più. Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno. Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle. E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello. I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio. Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico. L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla. Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io. Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar. Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia. Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita? Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse. Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere. Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte. Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo. Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita. Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre. Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva. Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione. Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità. Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione. Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici. Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente. Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così? Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile. Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già. Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione. Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo. I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme. Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza. Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto. Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla. Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta). Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza. Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza. Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro. Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più. Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi. Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore. Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti. Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali. Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto. Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta. Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne. Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa. Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale. Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle. Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino. Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata. Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica. Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento. Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei. Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie. Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme. Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che fa scuola pasticceria. Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più. Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno. Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle. E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello. I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio. Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico. L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla. Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io. Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar. Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia. Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita? Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse. Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere. Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte. Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo. Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita. Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre. Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva. Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione. Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità. Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione. Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici. Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente. Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così? Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile. Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già. Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione. Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo. I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme. Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza. Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto. Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla. Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta). Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza. Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza. Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro. Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Gennaio, 2026
Meno quantità, più valore: i trend 2025 e le prospettive per il 2026 secondo Vinarius
Dalla premiumizzazione alla sostenibilità concreta, passando per vini leggeri ed enoteche centrali
Il mercato del vino italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione, in cui diminuiscono i consumi in volume ma cresce il valore complessivo. È quanto emerge dall’analisi sui Trend del Vino 2025–2026 realizzata da Vinarius – Associazione delle Enoteche Italiane, sulla base dei dati raccolti dalla propria rete di enoteche su tutto il territorio nazionale.
Giuliano Rossi, il presidente
I dati raccolti dalle enoteche Vinarius raccontano un consumatore più consapevole, curioso e selettivo che chiede qualità e trasparenza. Le enoteche si confermano osservatori privilegiati e punti di riferimento culturali per intercettare e interpretare l’evoluzione del mercato del vino.
Al centro dello scenario futuro si conferma il processo di premiumizzazione: i consumatori acquistano meno bottiglie, ma scelgono vini di maggiore qualità, fortemente identitari e legati al territorio. Le denominazioni non sono più percepite come semplici sigle, ma come sistemi narrativi che valorizzano storia, zonazioni, vitigni e unicità produttive.
Accanto ai grandi rossi tradizionali, continua a crescere l’interesse per vini bianchi, rosati e spumanti, in particolare Metodo Classico, caratterizzati da freschezza e versatilità gastronomica. Parallelamente si registra l’ascesa dei vini leggeri e a basso contenuto alcolico, spinta soprattutto dalle nuove generazioni, sempre più attente a moderazione e bevibilità.
Un altro tema centrale è la sostenibilità, che entra in una fase di maturità: secondo Vinarius il mercato premia approcci concreti e misurabili, basati su certificazioni, tracciabilità e packaging sostenibili, mentre perde sempre più efficacia il semplice green washing.
Dal punto di vista dei canali, si rafforza il modello DTC (Direct to Consumer) integrato con l’enoturismo: vendite dirette, esperienze in cantina, wine club e contenuti digitali diventano strumenti fondamentali per costruire relazioni durature con il consumatore finale. Il mercato italiano appare sempre più polarizzato: i vini premium dimostrano una buona tenuta, mentre le fasce base sono chiamate a rinnovare linguaggi, posizionamento e comunicazione.
A livello industriale, Vinarius osserva un consolidamento dei grandi gruppi, sempre più forti anche sui mercati esteri, accanto alla crescita di micro-nicchie ad alto valore, spesso legate a produzioni artigianali e fortemente territoriali. Sul fronte internazionale, sono soprattutto i mercati extra-UE – Stati Uniti, Canada, Corea del Sud e Giappone – a trainare la domanda di vini premium italiani.
“L’analisi Vinarius sui Trend del Vino 2025–2026 restituisce l’immagine di un settore in evoluzione, chiamato a ripensare modelli produttivi, commerciali e comunicativi – conclude Rossi -. In questo contesto si inserisce anche il recente riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità UNESCO, un traguardo di straordinaria rilevanza che premia la cultura, la storicità e il valore identitario del nostro Paese”.
Vinarius è l’Associazione delle Enoteche Italiane e rappresenta oltre 120 associati (il cui fatturato totale sfiora i 50 milioni di euro) che coprono l’intero territorio nazionale. Fondata nel 1981 e presieduta da Giuliano Rossi, promuove la valorizzazione delle enoteche come attività specializzate nella proposta del vino di qualità, attraverso formazione, viaggi studio, stage e il Premio Vinarius al Territorio.
La Redazione
Leggi
1 Gennaio, 2026
Dall’8 gennaio 2026 su Food Network torna SWEET HOME
L’alta pasticceria APEI col Maestro Iginio Massari entra nelle case degli italiani
Dall’8 gennaio 2026 su Food Network torna SWEET HOME, il programma dedicato al mondo dell’alta pasticceria italiana, in onda ogni giovedì alle 22.00 su Food Network (canale 33 DDT) e disponibile in streaming su discovery+. Dopo il successo della prima edizione, il format offre un’occasione unica per scoprire il lavoro e la creatività dei grandi maestri pasticceri italiani dell’Associazione APEI (Ambasciatori Pasticceri dell’Eccellenza Italiana), sotto la guida del Presidente Maestro Iginio Massari.
SWEET HOME è un vero e proprio viaggio attraverso le diverse regioni italiane, grazie alla presenza di 40 Ambasciatori APEI che, nel corso delle puntate, raccontano la propria realtà produttiva e portano in scena l’interpretazione di un dolce della tradizione, rivisitato con tecniche e stili moderni. Ogni episodio è quindi una scoperta delle tradizioni locali, arricchite dal tocco unico di ciascun Maestro pasticcere.
Ospiti speciali della seconda stagione: il Maestro Iginio Massari, vero e unico protagonista di alcune puntate, il pasticcere Damiano Carrara, lo Chef Simone Finetti e, per la gioia dei bambini, la piccola Aria, indicata come futura star della televisione, protagonista di alcuni momenti esilaranti.
Maestro Iginio Massari, Presidente
La pasticceria in televisione avvicina il grande pubblico ad un mestiere che, per sua natura, unisce tecnica, disciplina e sensibilità. SWEET HOME è un racconto autentico che trasmette cultura, metodo e lavoro artigianale. Quando la tv riesce a trasmettere i valori dello studio e della continua ricerca, allora diventa uno strumento prezioso, capace di valorizzare le professionalità e, soprattutto, ispirare le nuove generazioni.
La produzione, a cura dell’agenzia In-Nova di Ferrara, è stata concepita per unire tecnica e storytelling, valorizzando la creatività e la passione dei protagonisti. Il programma è scritto da Gianluca Antonelli, con la direzione di produzione di Massimo Giudici e la regia di Michelangelo Ingrosso (Tulpa Studio). Come nella prima edizione, la conduzione è affidata a Irene Colombo.
Gianluca Antonelli, CEO di In-Nova
Con SWEET HOME riportiamo l’alta pasticceria direttamente nelle case degli italiani, ma in un modo più semplice, intimo e vicino alle persone. Ogni puntata è un momento di scoperta gastronomica e di percorso dentro il vissuto dei protagonisti. SWEET HOME vuol essere un invito a riscoprire la magia della pasticceria come gesto di affetto, convivialità e bellezza quotidiana.
Info e aggiornamenti su sweethomeitalia.it e sul canale Instagram @sweethome.ita.tv.
La Redazione
Leggi
1 Gennaio, 2026
SPARKLE Day 2025. L'Italia delle bollicine nella guida di Cucina & Vini
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 29 Novembre le ampie sale del THE WESTIN EXCELSIOR HOTEL di Roma hanno ospitato la ventiquattresima Edizione di SPARKLE DAY, appuntamento ormai irrinunciabile per gli enoappassionati romani organizzato dalla rivista CUCINA & VINI per presentare l’Edizione 2026 di quella Guida SPARKLE che quest’anno ha premiato 92 delle 976 etichette recensite con le ambitissime “5 Sfere”.
Una giornata dedicata al meglio della spumantistica nazionale, una giornata dedicata a chi sa e a chi ha voglia di scoprire e (forse) anche una giornata dedicata a quel pubblico “giovane” che, da una pregressa “distanza”, inizia or ad avvicinarsi al mondo del vino nonostante il periodo non certo felice che questo sta attraversando.
GLI ASSAGGI
Lo SPARKLE DAY è sempre impegnativo!
Oltre 200 vini in degustazione e pubblico degno delle migliori “aperture di buffet”.
Bisogna arrivare presto, armarsi di santa pazienza, essere pronti alla pugna ed evitare di fare qualsiasi tipo programma a meno di non essere preparati a cambiarlo in corso d’opera.
Mi sono armato dunque della mia consueta buona dose di estro e improvvisazione e sono partito all’attacco.
Una sessantina le etichette in cui ho ficcato il naso e tra queste ne ho scelte 10 (in realtà 12) che ho ritenuto di sottoporre alla Vostra attenzione; assaggiatele con curiosità e fatemi sapere cosa ne pensate (ché quello che di quello che scrivo non mi fido neppure io).
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC BLANC DE BLANCS EXTRA BRUT “600” 2019, CANTINA KURTATSCH (ALTO ADIGE): erbe alpine e fiori di campo squarciano il sipario di zest di limone e una profonda mineralità che racconta pietra focaia e calcare tagliente.
La pasticceria, dolce e salata, sta in finestra accennando a nocciole tostate, zenzero candito e pan brioche.
Sorso di grande freschezza e sapidità di mare che era, piacevolissimo nel suo ricordarVi della frutta e delle tostature percepite all’olfatto.
89- – Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC BRUT “1919” 2018 RISERVA, KETTMEIR (ALTO ADIGE): propone con semplice eleganza intensità di erbe aromatiche e crosta di pane, frutta secca, nespola e fiori gialli, mela Granny Smith e albicocca su uno sfondo di vulcanica mineralità.
Sorso energico e sostanzioso, decisamente fresco e finemente intessuto di sensazioni sapide e fragranti.
Lungo, goloso e mai sopra le righe.
89 Punti.
– FRANCIACORTA DOCG BRUT, TERRE D’AENÒR (LOMBARDIA): luminoso di frutta (pesca, arancia e mandarino) si lascia presto andare ai toni più cupi della polvere pirica e del pane abbrustolito suggerendo pasticcerie di pan di spagna su uno sfondo di erbe aromatiche e gessosa mineralità.
Sorso coinvolgente, ben giocato tra rimandi di frutta e incursioni fresco-sapide che, nel finale, diventano decisamente minerali.
89 Punti.
– ALTA LANGA DOCG BRUT “BIANC ‘D BIANC” 2019, GIULIO COCCHI (PIEMONTE): un olfatto esuberante propone agrumi e glicine, timo e mela cotogna, nocciole tostate, vaniglia, pepe, pasticceria di pan di spagna, mandorla, sbuffi minerali…
In bocca non accenna a chinare il capo nonostante le morbidezze cerchino di fargli mettere la testa a posto, sottolinea la frutta e s’allunga sulle note vegetali.
Peccato per quell’equilibrio che arriverà.
89 Punti (quasi).
– ALTA LANGA DOCG PAS DOSÉ “PSEA” 2019 RISERVA, PECCHENINO (PIEMONTE): fragranze di pasta frolla si confondono con dolcezze di agrumi e susine, note verdi boschive e di salvia accompagnano mineralità di pietra focaia mentre si apprestano caramello, tè e ancora una frutta che stavolta è tropicale e matura.
La carbonica finissima amplifica la decisa freschezza del sorso mentre la sapidità racconta il territorio e l’assaggio si dipana ricordando frutta e pasticceria secca con un appena di piccantezza pepata.
90- – Punti (e un BRAVO per quell’Albeisa che sa tanto di Tradizione).
– TRENTO DOC BRUT “R” 2017 RISERVA, CANTINA ROTALIANA (TRENTINO): un’apoteosi di pesca gialla sposa il mandarino e l’albicocca in un turbine che alza polvere pasticcera di zucchero a velo, pasta di mandorle e cannella senza dimenticarsi del pane appena sfornato.
In bocca è agile e scattante, la vivace sapidità detta il ritmo e l’allungo racconta di agrumi, tè e pietra.
89+ Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO – TRADIZIONALE RIESLING BRUT “COLLEZIONE”, LA PALAZZOLA – GRILLI (UMBRIA): per dire di questo vino bisogna spendere qualche parola per almeno quattro delle cinque annate presenti.
La 2018, subito fumosa e fungina, a comunicare brume, castelli e umide armature pronte alla pugna, che evolve poi in dolcezze di zafferano e mela cotogna a contrasto di amaritudini di salvia e rosmarino e rude mineralità.
In bocca è morbido e profondo, rimarca l’olfatto, sottolinea un idrocarburo prima acciaioso, spinge sulla vena minerale e vi aggiunge note pera e scorza d’agrume.
89- – Punti.
La 2013 “puzza” di polvere da sparo sparata e quella dolcezza di mela renetta in composta che gli si affianca sembra essere fuori posto, la crema al limone troppo “fighetta” per tener testa agli idrocarburi, la lavanda troppo delicata per arginare il pepe, le mandorle…le mandorle si, vanno d’accordo con i lieviti pasticceri e anche con il miele del torrone
In bocca ricama il fraseggio fresco-sapido con effervescenza di eleganza non comune e s’allunga quasi oltre la pazienza tra mineralità e note di fieno a contenere le freschezze amaricanti del chinotto cui fanno da contraltare mandorle, nocciole e cioccolato bianco.
89 Punti (ma forse si merita anche un +).
La 2010…la 2010 al naso è pura, erotica eleganza; la mela annurca in tacchi a spillo, una guepiere di camomilla, il lungo bocchino di gelso bianco e lo scudiscio di idrocarburi…vestito per uccidere in una atmosfera di tè e buccia di pesca.
In bocca stato gassoso e stato liquido si fondono in un abbraccio lubrico, un sorso epicureo in cui quanto immaginato con l’olfatto diventa maledetta realtà.
90 Punti (ma con un -).
La 2005 è un discorso a parte, intriga con un olfatto di spezie e caramello che tentano di arginare le amaritudini di chinotto e liquirizia, con il miele del torrone e il cedro a prender per mano gli idrocarburi in una atmosfera balsamica e fumé, ma in bocca…
Il sorso è cremoso (fin troppo), un esercizio di audace morbidezza che però prevarica indecente il sottile confine dell’equilibrio dimenticandosi della possibilità di allungarsi raccontando della propria indole nordica e minerale.
Io gli do 87+ Punti e il mio personalissimo premio “PECCATO”, ma so che per molti sarebbero almeno 91).
– VALDOBBIADENE PROSECCO SUPERIORE DOCG RIVE DI COLBERTANDO ASCIUTTO “VIGNETO GIARDINO”, ADAMI (VENETO): olfatto elegantissimo nel suo abito di macedonia di frutta reso vieppiù intrigante da sospiri agrumati che accarezzano dolcezze sussurrate di acacia, e vaniglia.
L’assaggio è morbida carezza, cremoso assaggio che dipana con calma i rimandi olfattivi e chiude lungo e vibrante solleticando la lingua con stuzzichevoli piccantezze salate.
89 Punti con un bel + per quell’“ASCIUTTO” che lega passato e presente, Storia e storytelling.
p.s. i DRY non mi piacciono!
– VALDOBBIADENE PROSECCO SUPERIORE DOCG DRY “CRUNER”, LE COLTURE (VENETO): al naso il glicine e l’acacia incontrano mughetti e sambuco in un tiramolla di dolcezze e vegetalità prima che le prime vincano la battaglia alleandosi con pera, mela, banana e confetto, lasciando sul campo di battaglia accenni pietrosi e mandorlati.
Morbido e cremoso mostra viva freschezza e la gessosa sapidità di fondo allunga il sorso oltre i rimandi di frutta.
89 Punti (con, forse, un +).
– ASOLO PROSECCO SUPERIORE DOCG EXTRA DRY “COLLEZIONE DEL COMMENDATOR”, COMMENDATOR POZZOBON ROSALIO (VENETO): tra mela, pera e mandarino maturo provano ad alzare la testa vegetalità di sambuco e freschezze di lavanda mentre una sottile mineralità gessosa riempie delicatamente l’atmosfera.
Il sorso è cremoso e dinamico, fresco, mai sopra le righe, invita al secondo bicchiere senza alzare la voce.
A volergli trovare un difetto…la chiusura, un abbassare il volume progressivo che vuole essere educato ma lascia con l’impressione che manchi qualcosa.
89- Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta, è stata una giornata impegnativa: successo di pubblico e organizzazione come sempre da “5 Sfere”.
Se posso fare un appunto beh…mi sarei aspettato un numero maggiore di Produttori presenti.
Mi rendo conto che gli Eventi sono tanti (anzi, direi troppi) e l’essere presenti è un costo importante in termini economici e di tempo, ma il vero “plus” di un assaggio sono le parole di chi quel vino lo fa.
Vabbè, in ogni caso teneteVi pronti, ché quella del prossimo anno sarà l’Edizione delle “nozze d’Argento” e se conosco CUCINA & VINI sarà scintillante
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
Leggi