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10 Gennaio, 2026
Vermouth di Torino 2026 a Torino: la più grande degustazione IGP il 23 gennaio
Walk-around tasting con 85% produttori, talk MASAF e Maestri Formulatori ad AIS Piemonte
Ritorna “Il Vermouth di Torino … a Torino”, l’evento imperdibile per gli amanti del Vermouth di Torino IGP venerdì 23 gennaio 2026 (10.30-20.00) presso AIS Piemonte, Via Modena 23.
LA DEGUSTAZIONE PIÙ GRANDE D’ITALIA
85% produzione Consorzio Vermouth di Torino (6 milioni bottiglie, 80 paesi)
Walk-around tasting con Maestri Formulatori e produttori storici
Unico evento 100% dedicato al Vermouth IGP organizzato da Consorzio + AIS
📍 DOVE E QUANDO
Data: 23 gennaio 2026
Orario: 10.30 – 20.00
Luogo: AIS Piemonte – Via Modena 23, Torino
Ingresso: [DETTAGLI BIGLIETTI A BREVE] PROGRAMMA ESCLUSIVO Degustazione libera tra etichette iconiche e new entry Talk e seminari su tutela MASAF e futuro IGP Incontri diretti con produttori (multinazionali + artigiani) Bruno Malavasi, Presidente Consorzio Con grandissimo piacere rinnoviamo l’appuntamento dopo il riconoscimento MASAF che affida al Consorzio tutela, valorizzazione e promozione del Vermouth di Torino IGP, prima IGP italiana dei vini aromatizzati. PERCHÉ PARTECIPARE
✅ Unicità territoriale: solo Vermouth IGP piemontese
✅ Networking esclusivo: 90% filiera erbe aromatiche + produttori
✅ Aggiornamenti normativi: novità MASAF e strategie 2026
✅ Esperienza sensoriale: spezie, storia, tradizione torinese Consorzio Vermouth di Torino: 2019-2025 crescita costante, 6M bottiglie/anno, esportato in 80 paesi. “È sempre l’ora del Vermouth di Torino!”
Dettagli e prenotazioni a breve su siti ufficiali Consorzio e AIS Piemonte. La Redazione
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Data: 23 gennaio 2026
Orario: 10.30 – 20.00
Luogo: AIS Piemonte – Via Modena 23, Torino
Ingresso: [DETTAGLI BIGLIETTI A BREVE] PROGRAMMA ESCLUSIVO Degustazione libera tra etichette iconiche e new entry Talk e seminari su tutela MASAF e futuro IGP Incontri diretti con produttori (multinazionali + artigiani) Bruno Malavasi, Presidente Consorzio Con grandissimo piacere rinnoviamo l’appuntamento dopo il riconoscimento MASAF che affida al Consorzio tutela, valorizzazione e promozione del Vermouth di Torino IGP, prima IGP italiana dei vini aromatizzati. PERCHÉ PARTECIPARE
✅ Unicità territoriale: solo Vermouth IGP piemontese
✅ Networking esclusivo: 90% filiera erbe aromatiche + produttori
✅ Aggiornamenti normativi: novità MASAF e strategie 2026
✅ Esperienza sensoriale: spezie, storia, tradizione torinese Consorzio Vermouth di Torino: 2019-2025 crescita costante, 6M bottiglie/anno, esportato in 80 paesi. “È sempre l’ora del Vermouth di Torino!”
Dettagli e prenotazioni a breve su siti ufficiali Consorzio e AIS Piemonte. La Redazione
10 Gennaio, 2026
Nuovo Pacchetto Vino 2026: svolta per Consorzi, enoturismo e gestione crisi
Federdoc plaude: fondi cumulabili, estirpazione finanziata e prezzo minimo uve
Il “Pacchetto Vino”, in Gazzetta Ufficiale a febbraio 2026, rafforza i Consorzi di tutela come attori di governance, con accesso a fondi enoturismo, estirpazione vigneti non remunerativi (fino 100% aiuti UE/nazionali) e distillazione crisi. Federdoc Piemonte (Filippo Mobrici, vice nazionale e Consorzio Barbera d’Asti; Massimo Marasso, vice Asti Spumante, Moscato, Gavi, Brachetto) ne evidenzia l’impatto strategico per sostenibilità economica e paesaggistica.
Novità Principali
Consorzi accedono a fondi enoturismo, riconoscendone valore identitario: “Funziona solo tutelando vigne e viticoltori” (Mobrici-Marasso). Estirpazione finanziata via piani strategici per riequilibrare produzione ed evitare surplus che penalizzano redditi. Riammessa raccomandazione prezzo minimo uve DOC, per frenare speculazione come ex Commissione Paritetica Moscato.
Promozione e Governance
Fondi promozione cumulabili: UE 60% + nazionali 30%, boost per mercati strategici. Distillazione crisi con risorse UE/nazionali per gestire eccedenze in calo consumi/export. Mobrici: “Frutto istanze Federdoc; ora sinergie Consorzi-politica per prossimi 10 anni”. Marasso: “Sistemazione strategica vigneto Piemonte/Italia, superando emergenze”.
Prospettive
Pacchetto affronta clima, consumi giù e concorrenza globale; auspicati “Stati Generali del vino” per progetti coordinati. Confcooperative apprezza ma nota nodi su estirpazione/distillazione; UIV perplessità su fondi UE per estirpazione.
La Redazione
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9 Gennaio, 2026
C’era una volta il vino: l’industria vinicola europea a un punto di svolta?
Piano UE con estirpazioni insufficiente: consumi -35% dal 2000, export in crisi Cina-USA
La Commissione europea ha approvato a dicembre 2025 un piano di sostegno al settore vinicolo, con sussidi per estirpazione vigneti (Francia 130 mln euro a 4.000 euro/ettaro), ma affronta solo parzialmente calo consumi (-35% Europa dal 2000) e difficoltà export. Francia, Italia e Spagna (60% produzione mondiale) prevedono consumi globali a 214 mln hl nel 2025, minimo storico (-10% produzione/consumo ultimi 10 anni; Europa -25%).
Piano Sostegno UE
Il piano finanzia estirpazioni permanenti per riequilibrare offerta in eccesso: Francia mira a 34.428-50.000 ettari (1,5 mln hl, 10% eccedenza 2025), con contributo UE e distillazione scorte per biocarburanti. Italia e Spagna applicano misure simili, ma critici sottolineano focus solo su produzione, ignorando domanda in calo e abitudini consumatori. Francia ha perso primato produttivo a Italia.
Crisi Export e Consumi
Cina: consumi vino -60% post-pandemia; export Francia -13,57% (300 mln euro), Italia -8,53% (72,91 mln), Spagna -15,7% (43,96 mln). USA: dazi Trump 2025 complicano accesso (25% export vino italiano, 2 mld euro +6,6% 2024), rischi -10% volumi con cambio euro/dollaro. Vini base sud-est Francia competono con extra-UE; repositioning alto di gamma essenziale.
Opinioni Esperti
Pietro Vargiu (Coface Italia): “Squilibrio strutturale richiede revisione strategie, solidità finanziaria, diversificazione mercati e gestione rischio credito”. Simon Lacoume (economista): “Crisi senza precedenti; misure insufficienti per sostenibilità, serve riposizionamento”. Estirpazione maschera disparità produttori e calo domanda.
La Redazione
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9 Gennaio, 2026
Consorzio Barbera d’Asti e Vini Monferrato: un 2025 ricco di eventi e internazionalizzazione
Bilancio positivo con Wine Festival, Anteprima Ruchè, Vinitaly e prospettive 2026
Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato archivia un 2025 di intensa promozione, con eventi territoriali, fiere e mercati esteri per valorizzare 13 denominazioni e 431 aziende associate. Vitaliano Maccario, presidente, enfatizza l’identità “pop” della Barbera d’Asti DOCG: accessibile, versatile e autentica.
Principali Eventi 2025
Il calendario ha spaziato dal Barbera d’Asti Wine Festival (7-10 novembre, Asti Piazza Alfieri: masterclass Veronika Crecelius, degustazioni, street food, oltre 100 cantine) a Douja d’Or (Asti, settembre), Festival delle Sagre e Giro di DOC per convivialità e racconto territoriale. Anteprima Ruchè ha aggiornato stampa e operatori sulla DOCG identitaria del Monferrato, rafforzandone il posizionamento nazionale. Relazioni stampa con invio campioni a testate nazionali/internazionali per guide e approfondimenti.
Presenza Internazionale
Vinitaly ha consolidato il ruolo autorevole, attirando buyer USA (inclusi Pennsylvania State Store Monopolio) con incoming dedicati, aprendo prospettive commerciali. Promozioni in Norvegia hanno valorizzato versatilità delle denominazioni in un dialogo culturale B2B. Focus su nuove generazioni con degustazioni guidate e narrazione contemporanea del Monferrato.
Prospettive 2026
Fondato nel 1946, il Consorzio (4 DOCG: Barbera d’Asti, Nizza, Ruchè Castagnole Monferrato, Terre Alfieri; 9 DOC: Albugnano, Cortese Alto Monferrato, Dolcetto d’Asti, Freisa d’Asti, Grignolino d’Asti, Loazzolo, Malvasia Castelnuovo Don Bosco, Monferrato, Piemonte) mira a consolidare risultati, ampliare mercati e pubblico con marchi collettivi. Maccario: “Consolidare crescita e rendere Barbera vicina alle persone”.
La Redazione
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9 Gennaio, 2026
Biancopecora. Da MIlano a Monsampietro Morico
Lo dichiaro subito così siete più tranquilli nel leggere l’articolo, Monsampietro Morico è nelle Marche. Dista da Milano cinque ore e cinquecento km.
Secondo il sito idealista.it il prezzo delle case in vendita a Milano negli ultimi nove anni è salito mediamente del 69%. Per acquistare una casa nel centro storico, da sempre inavvicinabile, occorre sborsare almeno 10.776€ al metro quadro contro i 5.164€ della media. Gli affitti sono cresciuti, nello stesso periodo, del 51%.
È così che per una casa in centro si spende 34,2€ al metro quadro mentre. Per prezzi meno onerosi (ma sempre poco abbordabili) occorre spostarsi in area Baggio pagando 17.4€ al metro quadro. È così che per un monolocale in periferia si arriva a spendere circa 700€ più spese al mese.
Invivibile sia per i prezzi sia per la tipologia di alloggi offerti. Poi però, nel regno dei controsensi, paesini come Gangi, Mussomeli, Patrica (sapete dove sono?) offrono case al prezzo simbolico di 1€ (certo, occorre una fideiussione di 5000€ ma sempre pochi sono).
Business, élite, radical chic, sembra che a Milano ci vogliano stare tutti mentre solo in pochi possono veramente permettersela. Anzi, chi se la può permettere ha una disponibilità economica così elevata che non si preoccupa di spendere centinaia di migliaia di euro in locali notturni con escort, droga e champagne (il cibo non è importante).
Eppure ci sono tantissime persone che lavorano “normalmente” nelle fabbriche, negli uffici, nei negozi. Ingabbiati in un ritmo forsennato, elettrico, eccessivo che li fa sembrare delle biglie impazzite di un flipper. Tutti con la speranza di accendere qualche special prima o poi.
Infine la delinquenza con extracomunitari di seconda generazione mossi dalla voglia di riscatto sociale e incuranti delle regole civili che si uniscono alla delinquenza locale rendendo di fatto Milano una delle città meno sicure d’Italia. Non perché lo sia in generale ma perché, semplicemente andando in giro (specialmente tra ragazzi) si può incappare in qualcuno che ti chiede di levarti le scarpe o dargli il giubbotto semplicemente perché gli piace.
Sì fottano tutti. Morte agli sbirri. Viva i maranza.
Chissà in quante canzoni ci saranno questi e altre frasi del genere.
Ora, se abitaste a Milano, ve la fareste la domanda: perché rimanere? Chi ce lo fa fare? Magari si, magari no. Dipende sempre dal tenore di vita, dal quartiere dove si abita, dal tessuto sociale. Dipende.
Massimo Ciscato era un fotografo freelance prima, Direttore della fotografia poi.
Ero quella figura che illumina le scene. Lavoravo soprattutto nel mondo del game con come clienti Nintendo, Mattel, Hasbro, però anche Heineken. Tanti clienti importanti interessanti. Dopo circa una decina d’anni mi sono reso conto che se continuavo con quella vita lì non facevo nient’altro che. Pochissimo tempo libero. Lavorando poi soprattutto con l’America, lavoravo di giorno, lavoravo di sera e non smettevo.
Michela, la moglie, è ragioniera. Un lavoro semplice e dignitoso. Un figlio, Davide, di poco più di dieci anni. Una di quelle famiglie “normali”. Senza eccessi. Borghesi si sarebbe detto un tempo.
Nel 2011 decidiamo di iniziare a cercare qualcosa per cambiare vita. All’inizio era una idea di trovare qualcosa per una fuga poi in realtà è diventato quello che è diventato nel senso che nel 2011 abbiamo comprato questa proprietà che non era ancora un’azienda agricola ai tempi. Era un terreno che abbiamo rimesso apposto. Nel 2014 abbiamo impiantato la vigna.
Un senso latente di insoddisfazione per i ritmi da pallina da flipper impazzita. Nessuno special acceso. Una città che inizia a cambiare sotto i propri occhi, piano piano, senza sosta. Colpa della crisi economica di quegli anni. Da li in poi il divario tra ricchi e poveri diventa incolmabile e la classe media che letteralmente si disintegra.
Qualcuno come Michela e Massimo guardano avanti, con quella loro positiva leggerezza che li contraddistingue. Si lanciano in una avventura. Sì, il verbo lanciarsi è proprio quello più opportuno.
Non c’era all’idea di venire delle Marche, non la conoscevo neanche. Non c’ero mai stato. Mia moglie c’era stata da bambina, nelle zone di mare. Quindi l’idea era quella di cambiare nel centro Italia. Trovare una bella proprietà alla nostra portata. Abbiamo iniziato a girare un pò. La Toscana l’abbiamo tralasciata per i costi. L’Umbria non ci piaceva tanto perché troppo centrale e distante dal mare. Mi dava un pò l’dea che fosse molto cupa d’inverno. Magari non è vero. Poi siamo arrivati nelle Marche e ci sono piaciute molto. Abbiamo iniziato dal nord delle Marche arrivando qua nel sud in provincia di Fermo. Ci è piaciuta molto questa zona per il paesaggio. Dopo un anno circa di ricerca, abbiamo acquistato una casa. Pensavamo di fare 2/3 appartamenti per arrotondare. Poi, in realtà l’idea è andata avanti nel senso che abbiamo deciso di lasciare di lasciare Milano.
Tra Michela e Massimo, era Michela a pressare maggiormente per il cambiamento. Un salto nel vuoto magari ma era quello che ci voleva per dare un senso al tutto. Massimo non poteva non amare il suo lavoro. Dinamico, di livello, visibilità, volti noti, aziende importanti. Tutto era figo. Stress a parte.
Ogni volta che venivamo qua e tornavamo a casa, ci mancava qualcosa. Non vedevamo l’ora di tornare la volta dopo. Cercavamo sempre di stare più giorni, cosa che per me era quasi impossibile. Avevamo poco poco più di quarant’anni ai tempi e ci siamo detti: dai facciamolo.
Guardarsi negli occhi e dirsi: facciamolo.
Quanto è meravigliosa la coppia. Due persone che si guardano e decidono, insieme, di intraprendere qualcosa. Insieme. Quell’unione che consente di attraversare i mari o di spostare la vita della famiglia da Milano a Monsampietro Morico, provincia di Fermo. È qui che nasce Cantina Biancopecora. Nasce è proprio il termine giusto. Si nasce quando c’è un piccolo embrione e nient’altro. Quello che acquistano Michela e Massimo e un vero embrione.
Michela, Massimo, Davide. Anche Simone però.
Quando ci siamo trasferiti nel 2014, Davide aveva 10 anni. Simone è figlio del progetto nel senso che se non fosse nato il progetto, non sarebbe arrivato. A Milano non avremmo potuto permettercelo in termini di tempo da dedicargli.
Massimo è un tipo decisamente tranquillo. La provenienza milanese non la può certo nascondere ma nemmeno servirebbe. La sua tranquillità è invece nel modo di porsi e di parlare. Lo stress probabilmente ora non sa nemmeno dove sia di casa. Di certo, gli è rimasta quella sana incoscienza, quella positiva leggerezza che contraddistingue l’avventura della sua famiglia.
Avventura e famiglia sono proprio i due capisaldi dell’essere di Massimo. Anzi, l’una unisce l’altra. Proprio per avere una famiglia unita sotto un unico tetto, senza stress e patemi d’animo, senza preoccupazioni per i figli e per il loro futuro, nasce l’avventura di Biancopecora.
Siamo partiti con due appartamentini e ha iniziato a andare subito bene. Abbiamo ricostruito una vecchia porcilaia per il terzo appartamento con la cantina sotto.
Di fatto, Michela e Massimo acquistano un rudere con due ettari e mezzo di terreno coltivati da terzisti. Un po’ incolti, un pò con degli ulivi.
Mi ricordo una scena bellissima di questi nostri amici che sono venuti a trovarci per l’estate. Non qui, perché non ci si poteva vivere. Avevamo preso una casa insieme vicino. Quando siamo venuti a vedere la casa, io e Michela eravamo entusiasti mentre la nostra amica non ha voluto neanche scendere dalla macchina perché aveva paura ci fossero serpenti e animali strani. Per anni lei ha detto: ora veniamo a trovare in cantiere. Dopo tanti anni ci ha detto: cavolo avete fatto proprio una bella cosa, avevate una visione.
Il sogno di una casa in campagna, magari con una piccola vigna per fare un pò dì vino. Niente di più, niente di meno. Un posto dove vivere. Un nido per una famiglia che vuole fortemente stare insieme.
Nel 2014 abbiamo impiantato un ettaro di vigna non avendo bene idea di cosa da fare. Sapevamo le varietà, avevamo fatto una bella ricerca sulle varietà da mettere, però poi l’idea era quella di trovare qualcuno che vinificasse per noi.
Massimo un pò di passione per il vino l’aveva. Passione importante ma pratica, ovviamente men che zero
Avevo fatto un lavoro per un amico che aveva una cantina in Piemonte. Ero sempre lì a rompergli le scatole per capire come fare, le attrezzature consigli, eccetera, Quando sono venuto qui, ho collaborato con un’altra cantina per qualche anno per avere un po” dì know how. La prima bottiglia l’abbiamo l’abbiamo fatta nel 2017 però era un mosto, macerazione, poco bevibile. Siamo operativi ufficialmente dal 2022. Nel 2023 abbiamo fatto anche la richiesta di entrare nel FIVI e ci hanno accettato.
Un ettaro di vigna. Poca per fare qualcosa di rilevante a meno di farlo con intelligenza. È così che Massimo scegli di impiantare qualcosa di locale come il Pecorino.
Già il nome dell’agriturismo è bianco pecora quindi il Pecorino è stata una scelta naturale. Anche se non lo conoscevamo. Poi la la scelta del Gaglioppo è stata un pò particolare. Non volevamo il Rosso Conero perché lo fanno in tanti e lo fanno bene.
È inutile copiare. Volevamo percorre una strada alternativa. Parlando con il nostro vicino di casa, ci parla di questa pianta che lui ha nel suo piccolo vigneto vicino a casa. Quattro piante di questa vecchia pianta che l’Università di Ancona, qualche anno prima, aveva controllato. Avevano poi preso delle campionature. Cerco di capire di più e parlo con un tecnico della VCR per le barbatelle che mi dice: come no certo che conosco il Gaglioppo, una pianta che è stata scoperta riscoperta in zona da te e abbiamo iniziato a riprodurla. L’aveva piantata un tedesco vicino a Monte Rinaldo.
Magari qualche calabrese all’inizio del secolo scorso avrà portato con se le barbatelle di Gaglioppo perché pensare di trovarlo nelle Marche è già di suo abbastanza strano. Poi l’abbandono.
Abbiamo messo questi 10 filari di Gaglioppo. È quindi un pó il vino che poi ci contraddistingue. Non è facile da vinificare però genera tanta curiosità.
Uno straniero nelle Marche che pianta anche un vitigno straniero. Quando ho conosciuto Massimo ad un evento a Roma, venni attratto dalla definizione che si dava: micro cantina. In effetti pochi ettari e poche bottiglie prodotte (4000), nome accattivante, etichette che catturano l’attenzione. Poi l’assaggio del Pecorino che ti aspetti visto che siamo nelle Marche mentre, quando pensi che adesso ti faranno assaggiare il Rosso Conero, arriva il Gaglioppo. L’effetto wow è servito. Quasi, senza quasi, una strategia che conquista. Se non altro te la ricordi. Così come ricordi i vini.
Il Gaglioppo sta alle Marche come il Verdicchio sta alla Calabria. Ovvero non ci sta proprio. Però è una bellissima sfida quella di Rossoforte 22 che parte con un colore rubino molto trasparente ed una piccola venatura granata. Sentori vinosi, semplici e croccanti. Come la frutta che esprime. Poi tanto erbaceo e floreale e quello speziato che sa di chiodi di garofano, di liquirizia (ma non si diceva che il Gaglipppo sapesse di liquirizia perché questa si coltiva in Calabria?), quasi di incenso e di rosmarino. Infine bacche di ginepro e vaniglia. I 18 mesi di botte di rovere hanno fatto il loro lavoro. Senza invadere il campo più di tanto ma conferendo quel non so che di antico e conservando il balsamico. Che emerge.
In bocca è prima di tutto godurioso poi secco e fresco con i tannini aggressivi che, ammorbidendosi facilmente, non disturbano più di tanto. La frutta dimostra la sua ampiezza che è schiettezza, vivacità, determinazione. Manco il legno riesce a domare il Gaglioppo per via di una struttura intensamente tannica. Bella ampiezza, bella pulizia di bocca e persistenza sicuramente non lunga.
Un vino semplice, non non banale, leggermente impreziosito dal legno e che forse meriterebbe un tappo di maggiore caratura.
Facciamo un bianco Pecorino quasi in purezza con una parte di trebbiano. Poi un altro vino che è di una vigna vecchia, entry level. Si chiama piccolo Pecora Pop. Malvasia di Candia, Trebbiano, Verdicchio, Passerina. Poi il Gaglioppo e il rosato del Gaglioppo. Quattro tipologie di vino.
Vitalbero è il blend di Pecorino e Trebbiano rende omaggio alla memoria del luogo dal quale nasce.
Al naso la dolcezza della frutta matura, in bocca la freschezza che disseta come ombra d’estate, la mineralità che è roccia e radice.
È un sorso che ha la grazia di un tramonto, la memoria di un fiume, l’eco delle colline che profumano di vento, la verticale morbidezza di un fiore che nasce sotto un albero.
Un sorso vero, non edulcorato, non artefatto. È uno di quei pochi vini che si beve in maniera spensierata pensando di bere qualcosa di semplice ma che, invece, restituisce molto di più di tanti altri blasonati. Per questo, bevendolo mi è venuta in mente una frase di Mario Soldati
Il vino è la poesia della terra
Come a dire che in questa piccola bottiglia di una piccola azienda marchigiana c’è tutta la voce discreta di una campagna che non grida, ma sussurra.
Poi metteremo Grenache e Malvasia di Candia. La Grenache è stata riscoperta da Oasi degli Angeli una decina di anni fa. Quindi sì sta un pò diffondendo. È anche un vino che già a parte con un prezzo un pochettino più interessante. Una bella sfida.
Una sfida che parte dalle etichette. Fatte tutte da Massimo ovviamente. Macchie di colore. Disegni che si fanno guardare. Nomi che destano interesse. In queste non si può non riconoscere una professione che sembra solo un lontano ricordo. Che alle volte però serve.
Io ho la fissa del Gaglioppo. Vorrei fare un rosso perfetto. Ci stiamo lavorando anno dopo anno. Vorrei tendenzialmente abbassare ancora di più la gradazione per quanto è possibile. Siamo partiti dai 16° e siamo arrivati con l’ultima annata a 14°. Mi piacerebbe che diventasse un punto di riferimento.
Ho fatto principalmente da solo e ho un enologo ovviamente. Mi sta molto dietro, è molto appassionato, gli piaceva molto il progetto, gli piaceva lavorare anche con una cantina più piccola.
La caratteristica di questa azienda è la famiglia che si ritrova insieme a fare le cose quando sarebbe stata destinata a vedersi solo, se andava bene, per cena. Che poi se vogliamo è quanto accade a tutti noi.
Per stare veramente insieme quando sei in una città e il lavoro porta necessariamente a rientrare a casa proprio poco prima di cena, è scappare. Prendere armi e bagagli e trasferirsi in un posto dove poter fare le cose li ma proprio li senza muoversi. Non c’è altro che la terra. La terra di impone di lavorare insieme. Chini sulle zolle piuttosto che intenti a curar le foglie o a raccogliere i grappoli. Ma insieme.
Sembra semplice. Un pò come tuffarsi il mare da uno scoglio altissimo. Sì rimane li a guardare l’acqua, fermi, indecisi. Fino a quando non si vince la paura o non la si vince e si torna indietro. Solo che alle volte tornare indietro è ancora più complicato che andare avanti.
Poi il tuffo. Attimi interminabili che sembrano durare minuti. Fino allo splash, l’acqua che ti ingoia fino a che riemergi e ti dici: beh? Tutto qui? Facciamone un altro.
Tante persone che magari vogliono iniziare a fare questo tipo di scelta ci chiedono: avete fatto un business plan? E io guarda: non lo fare. Se lo fai non non cambierai mai vita. Non lo avevamo fatto però ci eravamo dati dei piccoli obiettivi che abbiamo superato brillantemente.
Non pensare. Non occorre pensare quando la motivazione principale è cambiare vita. Sì vende casa. Sì fanno due conti con i risparmi. Nient’altro. Altrimenti non ci si tufferà mai.
Poteva essere un gran buco nell’acqua. Un non ritorno. Il rischio è stato grosso per quello che dico a chi lo vuole fare, pensateci bene.
Ci vuole alla base una fortissima motivazione. Ma veramente forte perché devi farltelo andare bene a tutti i costi.
Razionalizzi che devi vendere casa. Che ti compri un rudere, che ti ci devi impegnare, che devi in qualche modo utilizzare i soldi per ristrutturare e per vivere pure. Nel momento che non si sa quando diventerà operativo.
Un rudere che si trasforma in farfalla. Ci vuole tempo e le cose che possono da storte sono tantissime
L’anno in cui eravamo finalmente pronti e già programmavamo l’estate c’è stato il terremoto. Panico veramente totale. Abbiamo aperto l’estate del 2017 che è stata una buona estate poi è andata sempre crescendo per fortuna.
Tre anni sono lunghi e possono essere bui. Per nulla facili.
No, non credo che nessuno di voi abbia fatto questa esperienza. Da Milano a Montesanpietro Morico. 1.4 milioni di abitanti contro 645. Si, avete letto bene, 645. Da due lavori con due stipendi a zero. Da un appartamento ad un rudere. Dal lavorare dietro lo schermo o di una macchina fotografica al trattore, vanga, zappa e compagnia cantando.
No, non avete proprio idea.
Mi ricordo che ero a casa di mia madre a Milano ed è arrivata una prenotazione. Non sapevamo come gestirla. Era tipo a dicembre per agosto. Eravamo a fare una gita a Pasqua ed è arrivata una un’altra prenotazione per due giorni dopo ma mancavano ancora le scale per arrivare a questa casa. Ci siamo organizzati di corsa, abbiamo fatto arrivare della ghiaia, abbiamo lavorato tutto il giorno dopo. Quando sono arrivati primi ospiti olandesi ci hanno fatto un sacco di complimenti. Li abbiamo trovati con solo il forno aperto si scaldavano. Hanno capito anche che era proprio l’inizio.
Una famiglia che lavora insieme deve necessariamente dividersi i lavori. È cosi che Michela e Davide sono in vigna, Massimo sul trattore e in cantina. Simone è ancora in quella fase dove sta pensando al suo futuro.
Davide si era iscritto a Biologia. Ha fatto il primo esame in matematica prendendo 30. Dopo quello ha deciso che non era per lui. Se vuoi farlo seriamente lo facciamo seriamente e da circa un anno collabora con noi. A Milano ne avrebbe avuto la possibilità. C’è ancora con la mia nonna. Ha deciso così e allora poi abbiamo ampliato l’uliveto ecc. Simone ha 14 anni ma ha una mentalità più artistica. Mi sa che ce lo perdiamo.
Qui si produce anche olio. Circa una trentina di piante più altre venti secolari recuperate con tanto lavoro e che, finalmente, solo dopo anni iniziano a produrre. Da un terreno limitrofo, altre 150 piante completamente abbandonate e ora in fase di recupero.
Poi abbiamo acquistato un pezzettino di uliveto di un signore che aveva una particella dentro il nostro terreno con 50 piante. Quindi abbiamo trecento piante in questo momento.
Sei ettari in totale. Quattro appartamenti sempre affittati. Una micro cantina vera, nel senso che sono 43 m quadri. Molto difficile da gestire ma per fortuna c’è il progetto per una nuova e legata all’ampliamento del vigneto per arrivare a due ettari e mezzo rispetto all’ettaro attuale.
Abbiamo fatto un impianto stretto, perché anche lì non non abbiamo fatto una ricerca. Facevamo quello che faceva figo. C’è l’impianto alla francese con 5500 piante per ettaro. Peccato che poi noi abbiamo una grossissima pendenza, quindi te la devi decespugliare a mano. Abbiamo investito tantissimo sulla tecnologia, nel senso che la cantina è piccola, ma abbiamo i tini raffreddati, utilizziamo la micro ossigenazione durante la fermentazione, utilizziamo i gas inerti, azoto, ghiaccio. Abbiano legni molto buoni.
Michela da ragioniera oltre ad aver fortemente voluto questo cambiamento, non solo si è riconvertita a vignaiola convinta ma si è innamorata anche della antica arte della panificazione.
Anche questa è una storia divertente perché lei non sapeva fare il pane. Poi sono venuti a trovarci questi nostri amici di Milano. Lui è un art director della stampa che, stressatissimo, si è preso un anno sabbatico e la moglie gli ha regalato un corso di panificazione. Ha fatto un suo corso con la pasta madre, poi uno stage a Roma, poi a Torino ed è venuto qua. Ha insegnato a Michela e le è presa la passione. Quindi anche il pane arriva da Milano in realtà. Gli ospiti la mattina gli ordinano il pane. Fa lei ora i corsi di panificazione a persone entusiaste.
Meraviglioso. Non posso che continuare a pensare e dire meraviglioso. Un vero cambiamento di vita. Radicale. Un taglio netto con tutto ciò che era incluso in una vita passata. Una positiva leggerezza di fondo, quella che non ti porta a fare i piani ma a vivere con la serenità che deriva dalla leggerezza. O magari è la leggerezza che deriva dalla serenità. Non so bene. Però è comunque bello perché le cose, quando le prendi con leggerezza e sorriso, vengono anche più facili, senza angoscia. Anche con un figlio per il quale si pensa che la città possa offrire di più, possa dare più possibilità, più certezze.
Ne siete certi? Siete certi di voler far vivere vostro figlio o vostra figlia in mezzo al caos,, al pericolo, alla folla, al traffico, allo smog, alla sporcizia, ai ritmi forsennati di una città? Non credete che Massimo e Michela abbiano offerto ai loro figli il regolo più bella del mondo?
Si, io ne sono convinto. Cosi come sono altrettanto convinto che noi che rimaniamo in città, lo facciamo più per egoismo che altruismo.
Ma come fai a non capire,
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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8 Gennaio, 2026
Vinicoli 2025 e il Salotto di Beba
La Consacrazione dell'evento
Bentornati tra i vicoli di uno dei borghi più belli d’Italia. Se l’anno scorso ci eravamo lasciati con il racconto emozionante della seconda edizione di Vinicoli (leggi qui il mio articolo), quest'anno torniamo ad Anghiari con una consapevolezza diversa. In questa terza edizione di Vinicoli (2025), abbiamo avuto la conferma definitiva: non si tratta più solo di una scommessa vinta, ma di un evento consolidato nel suo successo. Il format "vino e vicoli" si è radicato profondamente nel tessuto del borgo, creando un’alchimia perfetta tra le pietre secolari e i calici alzati.
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8 Gennaio, 2026
LIFE OF WINE 2025. Il vino alla prova del tempo
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 30 Novembre, le ampie sale dell’HOTEL VILLA PAMPHILI di Roma hanno ospitato la quattordicesima Edizione di LIFE OF WINE, Evento unico nel panorama nel mondo del vino.
Nato nel 2010 da un’idea di STUDIO UMAMI e Roberta Perna (e con l’aiuto, dal 2019, di Maurizio Valeriani), propone agli appassionati romani una vera e propria esperienza, un viaggio attraverso le età del vino compiuto grazie alle etichette in degustazione declinate in diverse annate e raccontate dai numerosi Produttori presenti.
Un format ormai collaudato e atteso per un anno intero dai winelovers romani, l’occasione unica di confrontare l’oggi con lo ieri in termini non solo di evoluzione ma anche di stile produttivo.
GLI ASSAGGI
Circa 60 Aziende e un numero imprecisato di etichette in degustazione, tanta Toscana (per tanti motivi), una bella iniezione di Nord e qualche voce da Sud, un percorso complicato da seguire perché è sempre difficile dire “questo si e questo no” di fronte a tanta abbondanza.
Regola numero uno avere tempo a disposizione, regola numero due avere pazienza, regola numero tre improvvisare; questo in breve e da sempre il mio approccio a una giornata impegnativa da gestire con calma e sangue freddo.
Dai circa centotrenta assaggi ho estrapolato ventuno vini da sottoporre alla Vostra attenzione, date una letta alle mie personalissime impressioni e trovate il sistema per assaggiare di persona, ché ne vale davvero la pena!
p.s. se doveste pensare che stavolta sia stato particolarmente “cattivo” beh…avete ragione (ma davvero m’aspettavo qualcosa in più).
QUELLI DA NOVANTA
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC COLLINE TERAMANE “TORRE MIGLIORI” 2008 RISERVA, CERULLI SPINOZZI (ABRUZZO): certo nel 2008 era difficile sbagliare ma qui si rasenta la perfezione.
Olfatto evoluto a scimmiottare la Toscana con piglio d’Abruzzo evidenziando il selvatico di marasche (anche sotto spirito) e visciole, le more con le spine, intrichi di ginepro, ombre di grafite, graffia amaricanti di liquirizia e un’idea grassa di gianduia a strizzare l’occhio.
In bocca non ne vuole sapere di chinare il capo!
Vivo, vibrante per freschezza e tannini.
Un assaggio luminoso di frutto di frutto che in chiusura s’incupisce lasciandoVi soli davanti al calice, in ascolto dei Vostri pensieri.
90 Punti.
– MITTERBERG IGT BIANCO “NÖRDER CUVÉE BLANC” 2015, PLONERHOF (ALTO ADIGE): nel loro giocoso rincorrersi sui ripidi sentieri delle diverse annate, qui è il Riesling ad arrivare primo, tagliando dritto sul pendio della grafite e staccando di ruota le freschezze di mandarino e grassezze opulente di frutta matura non dimentica della banana.
In bocca accenna invece a volersi mettere a ruota di un Sauvignon che, impaziente, sembrava finora dover mordere il freno e che adesso, libero da giochi di squadra, si lancia all’attacco a colpi di pesca e finocchio selvatico.
Interminato il finale, perso nell’abbraccio del Pinot Bianco…minerale, riassuntivo, totale.
91++ Punti.
– SÜDTIROL – ALTO ADIGE DOC BLAUBURGUNDER – PINOT NERO “EXCLUSIV” 2014 (MAGNUM), PLONERHOF (ALTO ADIGE): l’olfatto veste il frac, elegantissimo nel suo “pinguino” di balsamicità e legni nobili calca la guida rossa dei piccoli frutti di bosco tra applausi fumé e di cuoio.
Il sorso corre via leggero su ghiaioni minerali, tra tannini intriganti e frutti rossi che ammiccano sullo sfondo erotico delle spezie.
Annata difficile trattata con esemplare maestria per un risultato che sarebbe un peccato lasciar chiuso nella sua cornice di vetro.
90+ Punti.
– ROMAGNA ALBANA DOCG PASSITO “AR” 2021 RISERVA, FATTORIA ZERBINA (EMILIA ROMAGNA): ci sono vini che vanno raccontati e ci sono vini che parlano da soli…
“AR” è un vino che si capisce guardando gli occhi di chi lo fa.
Salta fuori da sotto un tavolo che ne aveva imboscato l’ultimo sorso e di suo ha ben poco da dire (che vuol dire tanto), è tutto scritto lì, evidente.
320 gr/l di zucchero (avete idea di quanti siano treettitre di zucchero in un litro d’acqua?!), trecentosettantamezzebottiglie (trecentosessantanove dopo questa), esiliato in vetro solo nove volte dal lontano 1966, torchiato a mano (un giro ogni due ore per massimo un giorno), filtrato a lino…
TrockenBeereAuslese “levateve proprio!”
Profuma di frutta candita e più che matura, scorza d’agrume, cera d’api, tiglio, acacia, tabacco, anice…
È dolce, palesemente dolce, ma sapido, minerale…
Un esercizio di stile, competenze e capacità in un sorso.
92 Punti?
Forse, forse di più (o magari di meno), ma non si dà un punteggio a un sogno.
p.s. probabilmente è un vino senza senso ma se ci doveste arrivare dopo aver assaggiato i vari “BIANCO DI CEPARANO”, “TERGENO”, “ARROCCO” e magari quello “SCACCO MATTO” che qui non era presente beh…forse un senso ce lo troverete.
– SOAVE DOC CLASSICO “CONTRADA SALVARENZA VECCHIE VIGNE” 2014 (MAGNUM), GINI (VENETO): da un’annata complessa un vino ridotto all’osso, scarno, essenziale, pietroso ma screziato di ginestre, rude nel dire di timo seccato al sole.
Il sorso ha la ruvida delicatezza dei vecchi, mani di ruvida grafite che accarezzano con la delicatezza della crema di limone e dell’acacia e della cera d’api e la vivacità di una freschezza che non vuol saperne di chinare la testa.
Un vino per pochi, che vuole pensieri profondi e poche parole.
91+ Punti.
– VENETO IGT PINOT NERO “CAMPO ALLE MORE” 2016 (MAGNUM), GINI (VENETO): a chi si chiedesse cosa ci fa il Pinot Nero in zona Soave bisognerebbe dire di esperienza, lungimiranza, visione…
E il naso nel bicchiere dice di Borgogna, forse troppo, o forse no vista l’esuberanza che poco c’azzecca con i cugini d’oltralpe.
Il piccolo frutto sale in piedi sulla cattedra e se la comanda arringando dall’alto sbuffi balsamici, profonde vegetalità e spezie scure.
Il sorso è ricco, fresco come pochi, consistente e setosa la trama tannica, piccante la sapidità, caldo quanto serve a smussarne gli spigoli della calcarea presenza.
Come direbbe mio cugino: “in fondo è solo Pinot Nero” (o forse no?)
91 Punti.
I QUASIQUASI
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “TORRE MIGLIORI” 2018, CERULLI SPINOZZI (ABRUZZO): il primo impatto è con le freschezze verticali del mentolo e con le amaritudini della liquirizia, delicate eppure capaci di imporsi sulle ampiezze della frutta gialla, della camomilla, di un ananas che avrei preferito di no.
Poi pepe bianco, vaniglia, burro fuso, pietra…
Il sorso è pieno, sapido, marino, caldo da quasi mettere in difficoltà la freschezza e lungo, molto lungo, a rimarcare tostature e spezie.
88++ Punti.
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “LE VIGNE DI FARAONE” 2014, FARAONE (ABRUZZO): da una annata difficile un vino destinato a sorprendere quelli che “è solo Trebbiano”.
Sfumature di vaniglia accompagnano la mela ancora succosa, il fieno stempera il sambuco, il tutto in una atmosfera fumé e idrocarburica che confonde la memoria e scimmiotta mineralità di Pecorino.
Assaggio snello, fresco, scattante, salato e sottilmente pepato e intrigantemente tannico, screziato di erbe essiccate che s’allunga ancora sul frutto e sulla spezia.
88 Punti (ma da riassaggiare con calma).
– MITTERBERG IGT BIANCO “NÖRDER CUVÉE BLANC” 2018, PLONERHOF (ALTO ADIGE): dei tre moschettieri (Riesling renano, Sauvignon Blanc e Pinot Bianco) è il secondo ad alzare la voce esaltando la pesca matura, strizzando l’occhio alla mentuccia e al timo, scansando quel Pinot Bianco che provava a fare da paciere e dandosi un po’ di gomito con un Riesling che strilla vulcano violento e selce tagliente.
In bocca è salato, succoso, si ricorda della pesca e ci mette vicino l’albicocca, la freschezza del pompelmo e la grassezza della nocciola.
Un sorso complesso, o forse semplice ma da far girare la testa.
Vi serve altro?
Assaggiatelo!
90- Punti.
– VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO SUPERIORE “STEFANO ANTONUCCI” 2018, SANTA BARBARA (MARCHE): su un tessuto finemente speziato si disegna una trama di caramello bruciato e delicate tostature che precedono l’incedere arrembante della frutta gialla matura e candita, del pompelmo, della camomilla, della mandorla fresca in una atmosfera che “puzza” di pietre sbattute.
Sorso glicerico che accompagna quella progressione fresco-sapida che governa l’assaggio e conduce al lungo ed estremamente coerente finale.
89 Punti.
– VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO SUPERIORE “STEFANO ANTONUCCI” 2012, SANTA BARBARA (MARCHE):
olfatto intenso, quasi aromatico, a sciorinare pompelmi maturi e frutta gialla candita (pesca e albicocca) tra inserimenti a gamba tesa di idrocarburi e spuzzate lenitive di vaniglia.
In bocca spicca per una morbidezza che, inattesa, prende il posto di una mineralità che, supposta potente, sorprende invece per la lenta ma inesorabile progressione che dinamizza il sorso senza renderlo scontroso.
Chiude lungo tra ricordi di frutta e ricami speziati.
89- Punti.
– BRUNELLO DI MONTALCINO DOCG 2020, CARPINETO (TOSCANA): scuro e balsamico, di alloro e sottobosco di felci, di terra rossa, ferrosa, fresco d’arancia, intrigante di tè e spezie d’Oriente.
Sorso di stimolante freschezza reso ancor più intrigante da una sapidità a tutto tondo e dai tannini obbligati a mordere il freno.
Invogliante il finale cantato a due voci dai ritorni di arancia e dagli acuti di chiodi di garofano.
Un Brunello che strizza l’occhio al Rosso e non se ne vergogna.
89- Punti.
– TOSCANA IGT ROSSO “POGGIASSAI” 2015, POGGIO BONELLI (TOSCANA): gesso e resina si mescolano con visciole in confettura e ciliegie sotto spirito, in pepe e la china sposano note di catrame e quel non so che di animale rende il tutto più legato alla terra.
Sorso fresco, potente ma mai eccessivo, compatto, succoso e di piccante persistenza.
88+ Punti.
– BOLGHERI DOC SUPERIORE “SONDRAIA” 2016, POGGIO AL TESORO (TOSCANA): un’annata che trova la quadra tra le piacionerie internazionali dell’annata 2020 e le note umide di funghi e tabacco messo ad asciugare della 2018.
La ciliegia e il lampone sposano la prugna secca, i legni nobili, la macchia mediterranea, la polvere di caffè, l’eucalipto e la liquirizia.
Il sorso è insieme vivace e opulento, ben indirizzato dalla freschezza e marcato da tannini forse un pelo sopra le righe ma stuzzicanti, in un rimarcare continuo di prugna, cassis, liquirizia e tabacco.
89- Punti.
– TRENTO DOC BRUT ROSÉ “+4” 2012 RISERVA, LETRARI (TRENTINO): si mostra da subito in tutta la freschezza del suo abito balsamico-boschivo evidenziando resine e funghi prima di virare sull’agrume dolce e financo cremoso, un mandarino che sposa la melagrana e s’allarga sulla mela cotogna tra guizzi di pepe, crosta di pane e mineralità.
Sorso di struggente cremosità, fresco da dare i brividi, sapido da far schioccare la lingua, lungo, accordato con l’olfatto e con una chiusura pasticcera e agrumata.
Proposto qui in anteprima, celebrerà nel 2026 i cinquant’anni dell’Azienda e lo farà in grande stile.
89 Punti.
– TRENTO DOC BRUT ROSÉ “+4” 2010 RISERVA, LETRARI (TRENTINO): olfatto complesso screziato di orientali speziature ma centrato su quei piccoli frutti che in coda di assaggio riveleranno anche la fragolina, sul mandarino e sulla pasticceria.
Sorso elegantissimo segnato dal contrasto tra la suadente cremosità e il modo un po’ rustico di proporre la sua dolomitica freschezza e la calcarea mineralità, rispettoso dell’olfatto, elegantissimo e di lunghezza che insegna.
89- Punti.
– VALPOLICELLA DOC RIPASSO 2019, SECONDO MARCO (VENETO): un somarello che porta una soma si semplicità disarmante e forse proprio per questo complessa.
Pagine di profumi in perfetto ordine da sfogliare con calma, violette, ciliegie sotto spirito, cioccolato fondente freschezze medicinali e contadine terrosità.
In bocca crea in centro bocca un pianeta di frutta matura attorno al quale orbita lo spazio profondo di una freschezza a molti sconosciuta.
Giovanissimo, 89- Punti e tante belle speranze per il futuro.
– VALPOLICELLA DOC RIPASSO 2018, SECONDO MARCO (VENETO): un olfatto freschissimo di eucalipto e “buco con la menta intorno”, etereo più che balsamico, a introdurre delicatezze di fragola e ciliegia e piccantezze pepate.
In bocca propone succosa eleganza, tannini calibrati sulla gestione della freschezza, riverenze di spezie e allungo da enciclopedia.
Splendida la performance della Rondinella nel girare la chiave di accensione e magistrale la gestione dell’endurance da parte di Corvina e Corvinone.
89 Punti.
– VALPOLICELLA DOC RIPASSO 2017, SECONDO MARCO (VENETO): il frutto se ne sta in finestra ad osservare con discrezione l’arrembante incedere di freschezze mentolate che, dietro un velo di vaniglia, lasciano che si palesino evidenze erbacee.
Sorso luminoso, di succulenta sapidità, e traviante malia.
Pensate alle difficoltà dell’annata e poi ai Ripasso “da manuale”, alle concentrazioni, alle sottolineature…
Dimenticate tutto (NO, l’annata NO!) e dividete anche Voi la Valpolicella dei “secondo tutti” da quella di SECONDO MARCO.
89+ Punti (ma sapete quanto io sia tirato).
– SOAVE DOC CLASSICO “CONTRADA SALVARENZA VECCHIE VIGNE” 2022, GINI (VENETO): sisi, ci sono gli agrumi (quelli con cui in pasticceria fanno le creme), la nespola, la camomilla…ma è quell’anima di pietrosa mineralità che lascia basiti.
In bocca è morbidezza che seduce e sapidità che schiaffeggia, appena tostato, fumé un po’ di più, minerale e agrumato nell’allungo…
Prefillosserico e fondamentale per comprendere le annate di cui leggerete di seguito.
89+ Punti.
– SOAVE DOC CLASSICO “CONTRADA SALVARENZA VECCHIE VIGNE” 2018, GINI (VENETO): un vino dall’olfatto profondo come le radici delle vigne di centoquarant’anni da cui proviene, grasso di mela cotogna, pesca e pompelmo maturi, accenna al confetto ma racconta la ghiaia, fiori gialli e gelsomini, erbe selvatiche, spezie pasticcere, camomilla e forse basilico.
Sorso ampio che propone, tra nobili maniere e retaggi contadini, albicocca matura e scorza di limone, spezie e sapida, pietrosa mineralità.
Chiude un po’ brusco, sottolineando la mandorla di quel confetto percepito al naso e lasciando intendere che ha ancora molto da raccontare.
90- Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE agli organizzatori e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto il buon cuore di dedicarmi parte del loro tempo e la pazienza di starmi a sentire e quelli che per ovvie ragioni non sono riuscito a importunare.
È stata una giornata intensa, forse un pochino al di sotto delle aspettative (complici i troppi Eventi di un fine settimana davvero “overbooked”) ma sempre e comunque imperdiBBile!
Io ho già messo in agenda l’Edizione 2026, e Voi.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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7 Gennaio, 2026
La Masterclass di Piazzo Comm. Armando ad Aspettando ViniAmo
Presentare una Masterclass riguardante le Langhe è senza dubbio un’esperienza meravigliosa non fosse altro perché le aspettative sui vini sono decisamente alte. Parlare di Barolo e Barbaresco è allettante sia per chi ne parla sia per chi ascolta: sono di vini indubbiamente al top della produzione italiana.
Il mio modo di interpretare una master class è sempre orientato non solo a disquisire dell’azienda, delle persone, del contesto ma soprattutto a disquisire con l’azienda. Poi, ovviamente, anche dei vini. Alla base, la semplice idea che senza un contesto territoriale e umano non si possa, mai, parlare di grandi vini ma solamente di importanti prodotti.
La storia della famiglia Piazzo narra della evoluzione delle Langhe stesse e di come questo territorio si sia evoluto vendemmia dopo vendemmia. Le meravigliose Langhe che oggi conosciamo, quelle dove i filari sono instagrammabili e le cascine sono glamour, un tempo non erano nemmeno lontanamente così.
I Piazzo non sono nati nelle Langhe ma in Alta Langa dove la vite non era al primo posto delle colture né tantomeno dei pensieri degli abitanti. C’erano i boschi e i Piazzo erano boscaioli. Utilizzavano la legna non solo come combustibile, ma come merce di sostentamento. Il capofamiglia di allora, Luigi, metteva la legna sul carretto trainato da buoi (mica cavalli che costavano e non davano latte) e li portava giù ad Alba, il mercato di riferimento della zona. Qui almeno la soddisfaceva la necessità di scaldare le tante (si fa per dire) abitazioni.
Proprio il carretto ispira il titolo della Masterclass Nebbiolo a mucchietti. Luigi, infatti, raccontava sempre che i suoi clienti di Alba lo fermavano per chiedergli della legna. Lui, furbo e vero esempio di markettaro, soleva rispondere: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto.
Mucchietto di legna e mucchietto di Nebbiolo. Perché è da lì che parte la storia di una famiglia, dalla terra, dalla legna, dai mucchietti. Vendendo la legna i Piazzo racimolano quel tanto che basta per spostarsi più a valle, dove la vita era dura ma meno dura che in Alta Langa. San Rocco Seno d’Elvio è il luogo, proprio vicino Alba, dove i Piazzo trovano una cascina.
L’inizio del percorso degustativo vuole celebrare l’Alta Langa con un Ritorno, questo il nome del primo vino che beviamo. Un Alta Langa DOCG metodo classico brut millesimato, 60 mesi di affinamento Pinot nero e Chardonnay. Bollicina estremamente sottile, una morbidezza accennata per via del passaggio in legno del liqueur d’expédition da Chardonnay, la freschezza fine ed elegante della frutta a pasta bianca con un velo di crosta di pane. Assolutamente convincente per aromi non particolarmente complessi ma freschi e ancora vivi con l’agrume che non spicca ma si integra.
In bocca è fresco, sapido, a tratti tagliente con le bollicine che puliscono senza aggredire il palato. Persistenza bella lunga che non stanca anzi, grazie all’agrume, creano dipendenza. Uno spumante a tutto pasto da utilizzare nelle maniere più disparate.
Meno dura ma sempre dura la vita nelle Langhe del secolo scorso. Le Langhe che forse abbiamo in mente sono un territorio meraviglioso con terre baciate da Dio, con vino e cibo fantastici, resort Bed & Breakfast, vigneti incredibili, vini pazzeschi. Insomma, benessere. Ecco, quel tipo di Langa non rispecchia quello a cavallo della Seconda Guerra Mondiale quando le Langhe erano un territorio di miseria con il vino e la ricchezza, ad appannaggio di pochi. Le terre non è che fossero poi così estremamente fertili. Terreni con parecchi sassi, boschi, pendii. Tutto così difficile che coltivarla era complicato. Chi aveva un pezzo di terra se la teneva stretta come unico elemento di sostentamento della famiglia. Non poteva che coltivarla fino a quando poteva e lasciarla poi ai figli che non erano poi così contenti.
Beppe Fenoglio nel suo romanzo, Malora, usava proprio con questo termine per parlare della sensazione di disagio che diventava quasi una malattia per coloro che restavano. La desolazione, la povertà, la sofferenza. Financo la paura di non farcela. Un territorio dove, proprio perché si viveva male, iniziò a spopolarsi quando il boom economico degli anni 50 e 60 portò, con l’apertura delle fabbriche, la necessità di manodopera. A basso costo ovviamente. Quale territorio limitrofo a Torino per la Fiat e ad Alba per la Ferrero poteva rappresentare un ideale bacino di pesca? La Fiat con tutto il suo indotto e la Ferrero mandavano funzionari proprio nelle terre a reclutare contadini, braccia che dalla terra si spostavano sulle catene di montaggio. Stipendio, lavoro e cibo. Lavoro e cibo sicuro con, soprattutto, un ambiente dove non c’era malora. O magari ce ne era di meno.
Armando, figlio di Luigi era una persona dotata di grande acume. Animo generoso e grande visione unite insieme. Andava controcorrente rispetto alle Langhe. In un territorio che si svuotava perché nessuno credeva in un futuro diverso, lui iniziò ad acquistare, anche indebitandosi dunque rischiando, le terre lasciate dai contadini che si muovevano verso le fabbriche. Voleva coltivare le vigne per produrre poi vino. Da Nebbiolo.
Anche in questo caso, parlare di Nebbiolo nelle Langhe è qualcosa di scontato. Un binomio che sembra inscindibile. Eppure, in quegli anni e fino a nemmeno tanti anni fa, nelle Langhe si vendeva Dolcetto: facile e di pronta beva mentre il Nebbiolo duro, difficile e anche costoso per la necessità dell’affinamento in botte.
Proprio per celebrare questa visione assaggiamo un’altra visione: MasSim, un Metodo Classico da Nebbiolo. La crasi tra i nomi, Marco e Simone, figli di Marina e nipoti di Armando. Uno spumante interessantissimo ancorché divisivo. Divisivo perché quando si è di fronte ad un metodo classico con sentori tipici di un Nebbiolo fresco quindi, con frutta croccante e crosta di pane tale da far immaginare una fetta di pane sulla quale è spalmata della marmellata di mirtillo e una spremuta di arancia tarocco si può rimanerne stregati oppure infastiditi. Non ci sono vie di mezzo.
In bocca poi assume una fisionomia completamente diversa rispetto ad un metodo classico tipico del Piemonte come l’Alta Langa. Sorso ampio, frutta nel sottofondo, grande capacità di pulizia della bollicina e, ciò che stravolge maggiormente, un finale che, certamente accompagnato da intensa sapidità e giusto bilanciamento, offre un contrasto tra dolce amaro. È come se il palato si trovasse in una situazione di incertezza e stupore, del non sapere cosa si stia bevendo. Il colore offre l’illusione di un rosato. Ma è solo un attimo, una luce che muta. L’ho trovato così inconsueto che me ne sono innamorato.
È il 1969 quando nasce l’Azienda Piazzo. Solo tre anni dopo dall’ingresso di Barolo e Barbaresco nel novero dei vini DOC. Il vino i Piazzo lo vendevano sfuso. La maggior parte della produzione andava a chi era già avvezzo all’imbottigliamento. La prima bottiglia di Barbaresco solo nel 1979, proveniente da una delle vigne che componevano l’azienda. Vigne sparse in vari comuni limitrofi ad Alba. 72 ettari di vigneti su una superficie totale di 100. Un caleidoscopio di terreni, esposizioni, altitudini così da generare una diversità intrinseca nella stessa azienda.
In onore alla prima bottiglia di Barbaresco, degustiamo il Barbaresco Rizzi Fratin. È una 2021, 12 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia più tanti altri in bottiglia. Il nome deriva dalla collina, esposta a sud e posta proprio difronte la cantina, antica proprietà di un convento di frati.
Sostenere che il Barbaresco sia qualcosa di meno del Barolo è quasi una bestemmia. È un modo diverso di trattare il Dio Nebbiolo. Basta che provenga dalle giuste vigne. Non da tutte le vigne ma da quelle giuste perché solo da alcune si può fare il Barbaresco così come da altre si può fare il Barolo.
Vigna Fratin offre finezza ed intensità già dal colore che da rubino vira verso il granato. Sentori complessi dove la frutta è secca e le spezie si alternano ai fiori ad ogni rotazione del calice. Netti, precisi, senza esitazioni. Non si nascondono e sono sinceri. Come le parole di un frate.
Allo stesso modo il sorso: caldo, dai tannini duri, forte struttura, lunga persistenza. Un vino che necessita un abbinamento, che non riesce a rimanere da solo. Ma non è meglio così?
Con l’immediato assaggio di un Barolo è possibile coglierne le differenze del Barbaresco. Barolo Valente 2020 arriva da due vigne vendute ad Armando da tale Valente ancor prima che il Barolo diventasse DOCG. Spesso si cancella tutto quanto possa rappresentare il vecchio proprietario. Si cerca di cancellare il pregresso per imprimere il proprio marchio. Armando invece era uomo che non aveva bisogno di cancellare nulla. Semmai di valorizzare l’anima contadina di chi c’era prima di lui, chi aveva sputato sangue sulle terre per anni. È per questo che scegli di dedicargli un Barolo.
Il Barolo Valente segue la giovane età del Barbaresco già dal colore rubino con riflessi granata. La frutta è sempre secca con la ciliegia sotto spirito che fornisce un tocco diverso. Spezie, erbe aromatiche, sottobosco, vaniglia e quel catrame che asfalta le strade che i più bravi chiamano goudron. Ma sempre catrame è.
Pochi mesi in più in grandi botti di rovere (a contrasto con quanti affinano il Barolo in barrique) creano un inizio di addomesticamento dei tannini. È ancora presto. Così Valente è vigoroso e tannico ancorché assolutamente bevibile qualora accompagnato da una carne o una pasta molto strutturata. Un Barolo quasi di ingresso, un benvenuto nel mondo del Nebbiolo che si alterna tra Barolo e Barbaresco. Si può preferire l’uno o l’altro poiché validi entrambe.
In continuità allora ecco il Barolo Sottocastello di Novello 2020, una delle 181 MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) del Barolo. Una delle vigne più scenografiche delle Langhe a generare un capolavoro assoluto. Forse al naso si differenzia poco dal Valente anche se ad una più attenta olfazione, la maggior eleganza è evidente. Un profilo olfattivo più preciso e netto con gli odori che portano con sé balsamicità accattivante.
In bocca la potenza non può mancare mentre l’eleganza prosegue in tutta la sua spigolosa sinuosità. È come se i tannini danzassero sulle punte volteggiando in bocca. Occorre capirlo poiché complesso. Occorre resistere perché persistente.
E se in una normale Masterclass dedicata alle Langhe si sarebbe chiuso con un Barolo, magari riserva, la voglia di stupire ci porta a proporre il Barbaresco Vigna Giaia Riserva 2017. Proveniente da una delle 66 MGA del Barbaresco Vigna Giaia è chiamata così perché gialla, come il colore delle foglie al tramonto. Il sole illumina la vigna creando un effetto incredibile.
L’ampiezza del bouquet è incredibile così come la complessità. Le spezie sono ora dolci e si accompagnano ad un floreale tenue e delicato mentre la frutta è secca e appassita.
In bocca conquista, ammalia e non già per note suadenti e delicate quanto per una dolcezza che è forza e potenza. Le mani di un’amante che stringono, che sanno di calore e forza, tenerezza e impeto. Così è questo Barbaresco che non teme il confronto con un Barolo perché lo vince, anzi no, lo gestisce.
Perché, in fondo, è poco consono parlare di sfida tra due vini che sono complementari e non alternativi. Vini che possono alternarsi a dimostrare come Barolo e Barbaresco siano due espressioni simili ma diverse del Dio Nebbiolo. Una sorta di Giano bifronte che cambia in funzione non tanto del processo produttivo quanto della diversità delle vigne.
La Masterclass volge al termine. Vedo tante facce contente. Le domande arrivano e rispondiamo con grande gioia. Rispondiamo, perché non si dovrebbe essere mai da soli nel condurre qualcosa che non si è vissuto mai abbastanza. Mio compagno di viaggio è stata una persona straordinaria sia per l’animo quanto per l’esperienza nel mondo del vino: Giampiero Sappa, Direttore Commerciale della Piazzo Comm. Armando. A lui e alla Piazzo va il mio ringraziamento semplicemente per esserci e per aver donato, a me prima e a chi avrà il piacere di visitare l’azienda o assaggiare i vini, una storia. Vera.
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5 Gennaio, 2026
Alta Langa DOCG, un anno da protagonista
Un bilancio delle attività consortili 2025 e il calendario 2026
Il Consorzio Alta Langa chiude il 2025 con un percorso di crescita, presenza istituzionale e consolidamento della denominazione, confermando in modo sempre più forte il ruolo delle Alte Bollicine Piemontesi come riferimento del metodo classico italiano.
Progetti digitali e formativi
L’anno 2025 si è aperto con la messa online del sito Alta Langa Academy: uno strumento pensato per valorizzare appieno storia, territorio e identità dell’Alta Langa DOCG, fruibile per tutti gli appassionati. Frutto di un grande lavoro di ricerca e analisi tecnica, storica e culturale.
Eventi e iniziative del 2025
In febbraio il Consorzio ha preso parte alla Slow Wine Fair 2025 di Bologna con una collettiva di 18 produttori e una partecipata masterclass.
A Torino, La Prima dell’Alta Langa si è svolta a inizio marzo alla Nuvola Lavazza con 82 produttori e oltre 20 mila brindisi, l’edizione più ricca e partecipata di sempre. Proprio in quel contesto Alta Langa DOCG è stato proclamato dall’assessore all’Agricoltura Paolo Bongioanni Vino dell’Anno 2025 per la Regione Piemonte.
Come Vino dell’Anno 2025, l’Alta Langa è stato chiamato a partecipare a numerosi appuntamenti con la Regione Piemonte: in Giappone a Osaka in occasione della settimana piemontese di Expo 2025 con un laboratorio di degustazione dedicato, in Calabria a Vinitaly And the City, a Bra per Cheese, a Torino per Artissima, a Milano per Golosaria.
Nel corso delle ATP Finals di Torino l’Alta Langa è stata protagonista a Casa Gusto e, sempre a Torino, alla cena inaugurale de La Vuelta di Spagna a Palazzo Reale. Le Alte Bollicine Piemontesi sono state presenti anche all’evento “Dolce Vita” tenutosi presso Villa Ephrussi de Rothschild a Saint-Jean-Cap-Ferrat organizzato dalla Camera di Commercio Italiana di Nizza.
Un grande successo anche quello nella Capitale per la seconda edizione di Alta Langa Roma in giugno, una degustazione a banchi per operatori con la partecipazione di 34 cantine. In questa occasione è stata inoltre presentata “Onde”, un’installazione che riprende le curve di livello della zona di origine della Denominazione, pensata come elemento iconico e narrativo dell’area stessa.
Altri eventi hanno coinvolto l’Alta Langa DOCG nel corso dell’anno: dalla Fiera internazionale Vinum ad Alba con una lounge dedicata, all’evento Wine for Earth di Milano con Daniele Cernilli ed Erika Mantovan, e ancora degustazioni a Roma con Fisar, il brindisi inaugurale del Salone Auto Torino 2025 e testimonianze al convegno UGIVI di Grinzane Cavour e a Barolo in occasione di ENO7, organizzato dalla Barolo & Castles Foundation.
Poi ancora Roma con una partecipatissima masterclass guidata da Francesco D’Agostino nel corso di SparkleDay, poi Saluzzo per una serata con Ais Cuneo, Torino con Fisar Torino, Canelli Città del Vino, Alessandria in occasione della Fiera di San Baudolino. Sono state inoltre organizzate nel corso dell’anno degustazioni dedicate per Gambero Rosso, Slow Wine, Falstaff Special, Winesurf, Winescritic, Doctorwine, e altri.
A inizio novembre il Consorzio ha ospitato circa venti giornalisti provenienti dall’estero per una due giorni dedicata alla scoperta dell’Alta Langa DOCG, con una estesa degustazione tecnica, una cooking class dedicata all’abbinamento Alta Langa DOCG e Tartufo bianco d’Alba, una cena tradizionale nelle terre alte di Langa e visite in cantina.
Design, cultura e collaborazioni Durante Fuorisalone a Milano, in collaborazione con Italdesign, sono stati presentati il calice Terra e l’Alta Langa Frappeuse. Il Consorzio a Torino è stato inoltre main sponsor del festival gastronomico Buonissima durante la Summer Edition e in autunno con il classico appuntamento di ottobre che ha raccolto un grandissimo successo con eventi diffusi in tutta la città, grandi chef e un pubblico molto appassionato. Per il terzo anno consecutivo è proseguita la collaborazione come partner tecnico del Teatro Regio di Torino: Alta Langa DOCG è stato il protagonista del brindisi inaugurale alla Prima di Francesca da Rimini e affiancherà il Teatro per tutta la stagione d’Opera. Il Consorzio ha infine rinnovato la sua collaborazione con la Fiera Internazionale del Tartufo bianco d’Alba, confermandosi main sponsor e celebrando l’eccellenza del Tartufo bianco d’Alba insieme a grandi chef e a un pubblico appassionato arrivato da tutto il mondo, tra cooking show, masterclass, cene esclusive e tantissimi brindisi, a partire da quello del
“Capodanno del Tartufo bianco d’Alba”. Vendemmia 2025 e numeri della denominazione “Una vendemmia da incorniciare” è stata definita per Alta Langa DOCG quella del 2025. Iniziata con qualche giorno di Panticipo, è stata favorita dalle piogge primaverili che hanno creato una buona riserva idrica e da una bella estate, condizione necessaria per vendemmie sane e di qualità. L’anno si chiude con 179 soci del Consorzio, tra viticoltori e aziende produttrici, mentre gli ettari vitati sono saliti a 500 e le bottiglie frutto di questa vendemmia potenzialmente atte a potersi fregiare della denominazione Alta Langa DOCG sono 3,5 milioni. Positive anche le vendite di questo 2025, che si attestano oltre al +10% sull’anno precedente, superando il
tetto delle 2 milioni di bottiglie contrassegnate. Prospettive per il 2026 Il Consorzio proseguirà il proprio impegno in attività di promozione, formazione, internazionalizzazione e valorizzazione culturale del territorio, con un programma già definito di iniziative ed eventi per i prossimi mesi, a partire dal fine gennaio, quando è previsto a Torino un momento di incontro e approfondimento dedicato agli operatori esteri “Alta Langa after
Grandi Langhe”. A fine febbraio il Consorzio conferma la sua presenza alla Slow Wine Fair 2026 di Bologna, mentre nella prima decade di marzo si svolgerà una presentazione delle Alte Bollicine Piemontesi a New York. A maggio si tornerà allo Spazio Field di Roma per la terza edizione di Alta Langa Roma. La Redazione
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Design, cultura e collaborazioni Durante Fuorisalone a Milano, in collaborazione con Italdesign, sono stati presentati il calice Terra e l’Alta Langa Frappeuse. Il Consorzio a Torino è stato inoltre main sponsor del festival gastronomico Buonissima durante la Summer Edition e in autunno con il classico appuntamento di ottobre che ha raccolto un grandissimo successo con eventi diffusi in tutta la città, grandi chef e un pubblico molto appassionato. Per il terzo anno consecutivo è proseguita la collaborazione come partner tecnico del Teatro Regio di Torino: Alta Langa DOCG è stato il protagonista del brindisi inaugurale alla Prima di Francesca da Rimini e affiancherà il Teatro per tutta la stagione d’Opera. Il Consorzio ha infine rinnovato la sua collaborazione con la Fiera Internazionale del Tartufo bianco d’Alba, confermandosi main sponsor e celebrando l’eccellenza del Tartufo bianco d’Alba insieme a grandi chef e a un pubblico appassionato arrivato da tutto il mondo, tra cooking show, masterclass, cene esclusive e tantissimi brindisi, a partire da quello del
“Capodanno del Tartufo bianco d’Alba”. Vendemmia 2025 e numeri della denominazione “Una vendemmia da incorniciare” è stata definita per Alta Langa DOCG quella del 2025. Iniziata con qualche giorno di Panticipo, è stata favorita dalle piogge primaverili che hanno creato una buona riserva idrica e da una bella estate, condizione necessaria per vendemmie sane e di qualità. L’anno si chiude con 179 soci del Consorzio, tra viticoltori e aziende produttrici, mentre gli ettari vitati sono saliti a 500 e le bottiglie frutto di questa vendemmia potenzialmente atte a potersi fregiare della denominazione Alta Langa DOCG sono 3,5 milioni. Positive anche le vendite di questo 2025, che si attestano oltre al +10% sull’anno precedente, superando il
tetto delle 2 milioni di bottiglie contrassegnate. Prospettive per il 2026 Il Consorzio proseguirà il proprio impegno in attività di promozione, formazione, internazionalizzazione e valorizzazione culturale del territorio, con un programma già definito di iniziative ed eventi per i prossimi mesi, a partire dal fine gennaio, quando è previsto a Torino un momento di incontro e approfondimento dedicato agli operatori esteri “Alta Langa after
Grandi Langhe”. A fine febbraio il Consorzio conferma la sua presenza alla Slow Wine Fair 2026 di Bologna, mentre nella prima decade di marzo si svolgerà una presentazione delle Alte Bollicine Piemontesi a New York. A maggio si tornerà allo Spazio Field di Roma per la terza edizione di Alta Langa Roma. La Redazione