Quando il Vermouth incontra il Natale: il Panettone firmato Cocchi Arrow Right Top Bg

23 Novembre, 2025

Quando il Vermouth incontra il Natale: il Panettone firmato Cocchi

  Il primo e originale Panettone al Vermouth di Torino, nato dalla collaborazione tra Giulio Cocchi e Albertengo, un dolce che unisce tradizione e innovazione con aromi di spezie, agrumi e cioccolato   Poche settimane a Natale e torna uno dei simboli più attesi delle festività firmato Cocchi: il Panettone al Vermouth Storico, primo panettone al Vermouth di Torino. Nato dalla collaborazione tra due eccellenze piemontesi, Giulio Cocchi e Albertengo, questo panettone unisce competenze e tradizioni per creare un dolce che profuma di spezie, agrumi e convivialità. Il Vermouth Storico Cocchi è protagonista sia nell’impasto sia nella canditura delle scorze di limone e arancia. Per completare l’armonia dei sapori, vi sono un tocco di zenzero fresco e gocce di cioccolato, donando al panettone una ricchezza aromatica inconfondibile. La lavorazione prevede l’uso di lievito madre e 48 ore di lievitazione naturale, con ingredienti di prima scelta quali burro di alta qualità e uova italiane da galline allevate a terra, uvetta e canditi selezionati, senza conservanti. Un prodotto artigianale che racchiude la maestria piemontese e la gioiosa atmosfera natalizia. Nato come regalo esclusivo per amici e collaboratori, dal 2012 il Panettone al Vermouth Storico Cocchi è diventato un must delle feste per appassionati, barman e amanti della tradizione piemontese. Il consiglio di degustazione è con un calice di Storico Vermouth di Torino Cocchi ben freddo, accompagnato dall’immancabile scorzetta di limone. Il panettone è disponibile nei migliori gourmet shop in Italia e all’estero e presso l’Enoteca Cocchi a Cocconato (Asti), via Stazione 1. La Redazione
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La pazienza e la maestria della tradizione toscana nel Vin Santo di Montepulciano della Cantina Talosa Arrow Right Top Bg

23 Novembre, 2025

La pazienza e la maestria della tradizione toscana nel Vin Santo di Montepulciano della Cantina Talosa

  Nel cuore incantevole della Val d’Orcia, la Cantina Talosa, gioiello della famiglia Jacorossi, custodisce dal 1972 la tradizione enologica del Vin Santo di Montepulciano DOC.   Questo vino è un capolavoro di pazienza e maestria, le cui radici affondano tra le dolci colline della Valdichiana, a ridosso del suggestivo comune di Montepulciano. La cantina, situata a pochi passi da Piazza Grande e protetta da edifici storici come Palazzo Tarugi e Palazzo Sinatti, vanta antiche gallerie sotterranee dove il vino riposa e si affina acquisendo nobiltà e carattere. Il progetto della cantina ha origine dall’imprenditore romano Angelo Jacorossi, che nel tempo ha costruito un legame profondo con il territorio. Talosa si estende su 33 ettari di vigneto nel Cru di Montepulciano, località Pietrose, con meticolosa cura nella scelta delle parcelle per ottenere uve di massima qualità. Il Vin Santo Talosa nasce da un blend di uve a bacca bianca (Trebbiano, Malvasia e Grechetto), coltivate su terreni di medio impasto pliocenico, a 350-400 metri di altitudine con esposizione sud-ovest. La raccolta avviene manualmente a ottobre, seguita da un appassimento di 3-4 mesi in cassette con verifica quotidiana. La pressatura è effettuata con un torchio verticale per preservare la qualità del mosto, che affina per oltre 15 anni in caratelli di rovere da 70-90 litri con la presenza della “madre”. Il vino è imbottigliato in bottiglie da 0,375 litri e si distingue per il suo colore ambra intenso, profumi di noce, albicocca secca, uva passa, toffee, con delicate note di noce moscata, cannella e zafferano che emergono col tempo. Al palato si presenta morbido, vellutato, con dolcezza bilanciata da acidità vivace e un finale lungo con note di frutta secca e miele. Questo Vin Santo eccelle negli abbinamenti con biscotti alle mandorle, pasticceria secca, formaggi stagionati ed erborinati, o da degustare da solo per apprezzarne la complessità. La qualità di Talosa Vin Santo è riconosciuta a livello internazionale: 97 punti da John Fodera, 96 da Luca Maroni (edizione 1996), 94 da Wine Advocate Robert Parker e 2 bicchieri Gambero Rosso per il 1995, premiato al Merano Wine Festival. La Redazione
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23 Novembre, 2025

Nini.La dolcezza che rallenta il tempo

Una gelateria e sala da tè che non serve soltanto gelato, ma un gesto di cura: un’esperienza che nasce dal sapere di una chef e dalla delicatezza di chi conosce il valore dei piccoli dettagli. Ci sono luoghi che arrivano prima di noi: li incrociamo per caso, scorriamo un’immagine, un dettaglio, e qualcosa resta. Qualche giorno fa, su Instagram, mi è apparso Nini – gelato & cioccolato:
una gelateria gentile, chiara, essenziale. Un banco luminoso, gesti misurati, il silenzio delle cose curate con attenzione.
La promessa di una freschezza diversa. Me lo sono segnato — «Ci passerò» —
come si fa con le cose che parlano piano, ma arrivano dritte. Poi è arrivato un pomeriggio d’autunno insolitamente caldo.
Il cielo era nitido, l’aria ferma. Avevo voglia di qualcosa che rinfrescasse, che alleggerisse la mente più che il corpo. Così ho preso la macchina.
Un viaggio non troppo lungo da Latina, la strada che si distende tra campi e rotonde, l’aria condizionata ancora accesa, la musica che riempie lo spazio giusto — senza invadere.
Un movimento naturale, fatto di curiosità e di promessa mantenuta. Ho scelto Sermoneta.
Non il borgo alto, tra pietra e storia, ma più in basso, dove la vita scorre lenta e quotidiana.
È lì che incontro Nini: una gelateria che non chiama, accoglie.
Un luogo che non ti conquista con l’eccesso ma con la misura. Un posto che sembrava conoscermi già. Apro la porta.
Un sorriso mi accoglie. Non è un sorriso di circostanza: è un sorriso che arriva davvero. Benvenuto mi dice. Mi presento: Mi chiamo Roberto Lei sorride, un sorriso pieno, leggero. Io sono Roberta Le dico che sono passato per curiosità, certo, ma anche perché avevo voglia di un gelato fatto bene.
Lei annuisce, come chi riconosce una motivazione genuina. Mi accompagna verso il banco: non ci sono vasche a vista, nessun colore a colpire l’occhio.
Solo cilindri d’acciaio custoditi sotto i loro coperchi, come segreti.
Davanti a ciascuno, un cartoncino scritto a mano: una calligrafia chiara, semplice, che sembra dire qui ogni cosa è fatta da me. Roberta non legge i gusti: li racconta. La Stracciatella ai tre cioccolati, dove il bianco, il latte e il fondente si inseguono senza mai superarsi.
La Pera e cioccolato, che ha la morbidezza della frutta matura e la profondità del cacao.
Il Mascarpone e cookies, goloso ma non pesante.
La Nocciola Piemonte IGP, piena, rotonda, autentica.
Il Pistacchio Feudo San Biagio, che profuma di sale, di vento, di terra.
La Cheesecake alla visciola, delicata, un po’ acida, come un ricordo che torna.
Il Tiramisù, che sa di domenica lenta e cucine luminose. Li ascolto.
E mentre li racconta capisco che questo non è un banco, ma una storia aperta. Scelgo il pistacchio salato Feudo San Biagio, perché parla la lingua delle cose vere.
Poi la cheesecake alla visciola, che mi guarda da dentro.
E infine il tiramisù, perché certe carezze non si spiegano. Lei prepara il cono con gesti precisi, misurati.
Aggiunge un piccolo ciuffo di panna, come una firma gentile. Questo è per la tua visita dice.
E non è una frase di cortesia: è un dono. Assaggio.
Il gelato è fresco ma non freddo, cremoso senza pesare, calibrato nel ritmo del palato. Mentre gusto, lei mi osserva e, con una calma che non chiede nulla, mi domanda: Cosa ti porta davvero qui? La risposta arriva senza sforzo: La curiosità, sì. Ma anche la voglia di raccontare una bella storia. Cerco luoghi che parlano piano. Che non hanno bisogno di alzare la voce. Roberta sorride di nuovo.
Un sorriso che sembra dire capisco. Allora mi dice. Vieni. Sediamoci Ci sediamo vicino alla vetrata.
La luce entra morbida, come se sapesse che qui nessuno ha fretta. Le chiedo come sia arrivata fin qui. Roberta nasce come chef. Studia all’Italian Chef Academy di Roma, poi si perfeziona alla Cast Alimenti, dove la cucina diventa metodo, ritmo, precisione.
Impara la disciplina del taglio, la pazienza delle cotture lente, il rispetto per la materia. Ma, nel frattempo, dentro cresce una domanda che non smette di bussare: Che cosa voglio davvero raccontare attraverso il cibo? La risposta non arriva di colpo; arriva piano, come le cose importanti:
dolcezza.
Una dolcezza che non è zucchero, ma cura. Gesto. Tempo dedicato. Così, all’inizio del 2025, apre questo luogo e lo chiama Ninì — come la sua nipotina l’ha sempre chiamata.
Un nome piccolo, tenero, che sa di mani che si riconoscono.
Un nome che non vuole impressionare, ma accogliere. Le chiedo come prepara i suoi gelati.
La sua voce cambia appena: diventa più chiara, più ferma. Non uso basi.Né semilavorati, né aromi, né stabilizzanti.
Ogni gusto ha dentro solo quello che lo definisce.
Se faccio nocciola, è nocciola.
Se faccio pera e cioccolato, ci sono la pera e il cioccolato.
Il resto è lavoro. Equilibrio. Ascolto. Realizza fino a venti gusti, e li cambia spesso, seguendo la stagione, l’umore, una sensazione, un’idea che arriva mentre mescola.
Non c’è una carta rigida: c’è uno spazio vivo. Il mio cono è finito.
Non perché avessi fame, ma perché era giusto così. Roberta si alza.
Torna poco dopo con un vassoio. Lo posa sul tavolo come si posa qualcosa di importante, ma con leggerezza. Questi sono i dolci che preparo ogni mattina dice con una voce che non cerca attenzione, ma compagnia Non lo dice con orgoglio.
Lo dice con cura. Indica una torta chiara, morbida. Questa è una margherita all’olio d’oliva. L’ho voluta senza lattosio. La leggerezza deve essere buona, non povera Poi prende una piccola crostata. Questa ha le more. Mi piace perché le more non sono mai uguali: ogni morso è leggermente diverso Solleva la campana di vetro: piccole ciambelline al vino si svegliano. Queste sono per i pomeriggi lenti. Me le ha insegnate mia nonna. Non si mordono: si aspettano Accanto, gli n’suddi alla mandorla. Sono dolci siciliani» dice. «Li preparo perché hanno una dolcezza sincera, che non ha bisogno di spiegazioni Poi una piccola crema da forno al limone e mandorle. Questa non chiede attenzione. Ma se la incontri, resta vicino Un frangipane ai frutti di bosco. Questo è un abbraccio, però gentile Infine, un plumcake al cacao, semplice. Le cose semplici» dice «sono le più difficili da fare bene. Perché non puoi nasconderti. Accanto, un infuso caldo pera e cioccolato.
Il profumo sale lento. Non è un tè dice Roberta. È un invito a fermarsi Assaggio piano.Le parole smettono di servire.
E per qualche minuto, restiamo solo noi, il tavolo, il vassoio, la luce. Qui, il tempo non si è fermato: ha solo deciso di sedersi. I dolci hanno ognuno una voce diversa.
Non li mangio per assaggiarli: li ascolto.
La margherita all’olio d’oliva è morbida e chiara, porta con sé la delicatezza delle cose fatte senza voler dimostrare nulla; la crostatina alla confettura di more ha una dolcezza ruvida, lieve, una luce sottile che si apre solo quando decidi di rallentare; le ciambelline al vino sanno di casa, di una casa forse non mia ma familiare, come certe memorie che ci abitano anche se non le abbiamo vissute; gli n’suddi alla mandorla hanno una dolcezza sincera, che non cerca approvazione e resta, quieta e piena; la crostatina alla Nutella è un ritorno semplice, diretto, un gesto che parla la lingua dell’infanzia senza nostalgia; la crema da forno al limone e mandorla arriva piano, come una luce bassa che illumina l’angolo di una stanza, lasciando una nota che resta sul palato, lieve, come un pensiero gentile; il frangipane ai frutti di bosco avvolge senza stringere, un abbraccio che lascia spazio.
E poi l’infuso — pera e cioccolato — che tiene tutto insieme, non come un finale, ma come un respiro che prolunga la presenza delle cose. È caldo e fresco allo stesso tempo, come una passeggiata lenta dopo un pensiero buono.
Bevo, e mi accorgo che non sto cercando il sapore: sto restando.. Le dico che qui la dolcezza non è un gusto.
È un ritmo. Roberta mi guarda, e sorride con quel sorriso che non entra negli occhi, ma nel respiro. Mi parla del futuro. Appena le temperature lo permetteranno» mi dice arriveranno le praline e le tavolette di cioccolato. Non le immagina come prodotti, ma come piccoli doni, da portare a casa, da regalare, da tenere come un pensiero gentile per qualcuno. Per Natale continua vorrei che fossero come un biglietto scritto a mano.Una cosa semplice.
Ma che arriva Poi mi racconta della festa di Halloween che sta organizzando per i bambini della zona: piccoli travestimenti, dolci preparati per loro, musica lieve.
Non per fare evento.
Per tenere vivo il posto. Voglio che questo diventi un luogo che sentono loro dice. Che ci entrino senza pensarci.
Che ci restino perché stanno bene. La ascolto.
La guardo.
Guardo il banco, la vetrata, la luce lenta. In Ninì non c’è solo tecnica.
Non c’è solo studio.
Non c’è solo dolcezza. C’è cura.
C’è la grazia delle cose fatte con l’anima rivolta verso l’altro.
C’è l’attenzione che non chiede niente, ma resta. E capisco che questo non è un posto in cui si viene per mangiare.
È un posto in cui si viene a rallentare. Prima di uscire, Roberta mi invita a seguirla dietro il banco. «Voglio farti vedere dove nasce tutto» dice. Apriamo una porta piccola e silenziosa.
La cucina è essenziale, ordinata, chiara.
Un grande tavolo, tre vetrate che guardano la sala, i barattoli con gli ingredienti allineati come promemoria di verità.
Qui ogni mattina, dalle sei, Roberta è lì:
a impastare, montare, mescolare, assaggiare.
A costruire dolcezza come un lavoro d’amore. È un regno senza troni.
Solo mani, tempo e intenzione. Ci scambiamo un sorriso, di quelli che non riempiono spazio ma senso.
La saluto, con la promessa di tornare. Quando esco, il pomeriggio è diventato più morbido.
La luce si è abbassata, le ombre si sono fatte più lunghe.
Sermoneta respira lenta, come se tutto avesse deciso di andare al ritmo di Ninì. Rimangono con me
la mandorla degli n’suddi,
la confettura di more che resta in fondo alla lingua,
la nota di limone che illumina,
i frutti di bosco che abbracciano piano,
e quella dolcezza semplice del cacao che non ha bisogno di spiegarsi. E porto con me l’infuso pera e cioccolato:
un ricordo tiepido, che accompagna. Ma più di tutto, porto una sensazione rara:
quella di aver trovato un posto che non vuole assomigliare a nessuno. Nini non è una gelateria.
È una forma di gentilezza.
Quella che rimane, anche dopo. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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Villa Farsetti celebra e premia la Sicilia e il Marsala Arrow Right Top Bg

23 Novembre, 2025

Villa Farsetti celebra e premia la Sicilia e il Marsala

  La Grande festa del Vino, evento che da 18 anni celebra le eccellenze enologiche italiane e internazionali, ha ospitato la due giorni (27/28 settembre2025) presso Villa Farsetti (Santa Maria di Sala) il meglio della produzione mondiale. In concomitanza con la festa, è stata organizzato il Vernice International Wine Trophy, un concorso enologico internazionale dedicato ai vini fermi. Queste due manifestazioni hanno reso Santa Maria di Sala la capitale del vino dando luogo a degustazioni di vini provenienti da 11 paesi europei e 15 dal resto del mondo, grazie all’accordo tra gli organizzatori dell’evento Enoteca Le Cantine dei Dogi di Mirano (Venezia) con la redazione di Egnews. Villa Farsetti ha ospitato il percorso su più piani. al piano terra i grandi vini del Nord e Centro Italia, al primo piano un percorso con una distilleria e in sala teatro le degustazioni di vini del resto d’Italia. È all’interno di questa cornice di carattere internazionale che la Sicilia si fregia di un importante riconoscimento. Un prestigioso tributo all’enologo marsalese Giacomo Alberto Manzo, insignito del titolo di Ambasciatore del Vino Marsala conferitogli dal Venice International Wine trophy. Un riconoscimento prestigioso per un uomo che ha fatto della passione e della conoscenza di questo vino, una vera missione. Già conosciuto in occasione del primo concorso enologico autorizzato dal MASAF, Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, “La Venere di Callipigia”, emergevano distintamente le profonde competenze, la dedizione al territorio e una raffinatissima capacità di trasmettere e veicolare l’essenza e l’anima del vino. Promuovere infatti le eccellenze della terra significa sostenere e caldeggiare le proprie origini e la propria memoria. Del resto l’enologo Manzo ha una storia e una fama che lo precedono lungamente; Funzionario dell’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio – IRVO – Presidente Assoenologi Sicilia, ex docente al Corso di Laurea in Viticoltura ed enologia di Marsala, promotore nel 2016 della candidatura UNESCO per il suo territorio, non si è limitato ad una visione puramente storica ed accademica del vino ma si è impegnato attivamente nel prospettarne e costruirne un futuro con grande impegno. Pertanto, il titolo di Ambasciatore è una meritata agnizione in una carriera lungamente spesa al servizio della sua Marsala. La sua instancabile attività di promozione e diffusione, citata nella motivazione del premio, è una gratificazione per tutto l’entourage vitivinicolo dai produttori agli estimatori. Il concorso Venice International Wine Trophy offre ai produttori vitivinicoli di tutto il mondo una piattaforma d’eccellenza per promuovere la propria qualità e offre a tutte le cantine partecipanti un’opportunità unica di confronto e visibilità. La presenza delle etichette internazionali innalza il livello della manifestazione. Partecipare infatti all’evento, non è solo una gara ma una mossa strategica di marketing e brand positioning per i produttori di tutto il mondo. Presenziato da una giuria di alto profilo, questo concorso rappresenta un’opportunità unica per ottenere un riconoscimento di prestigio e visibilità globale. Una medaglia ottenuta al concorso rappresenta un importante sigillo di qualità che valorizza il prodotto, il marchio e apre a nuove frontiere commercial italiane e internazionali. La competizione accoglie tutte le tipologie di vini fermi premiando l’eccellenza in ogni sua forma. Il parterre è già ben nutrito e si sta via via popolando di etichette prestigiose provenienti da diverse nazioni tra cui quest’anno in aggiunta alle altre cantine si sono aggiunte quelle slovene degne di particolare nota confermando il prestigio europeo del concorso.   Katia Manenti La Redazione
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Eúxenos: l’interpretazione di Tenuta di Castellaro della Malvasia delle Lipari Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

Eúxenos: l’interpretazione di Tenuta di Castellaro della Malvasia delle Lipari

  Un bianco secco e lievemente macerato in anfora, frutto di una selezione artigianale di uve Malvasia delle Lipari, che esalta il carattere vulcanico e marino delle Eolie   Dalla selezione di uve 100% Malvasia delle Lipari, raccolte a mano e coltivate ad alberello sul versante nord-ovest dell’isola, nasce Eúxenos, un bianco secco vinificato e lievemente macerato in anfora di cocciopesto. Questo materiale antico, già usato in epoca ellenica e romana, permette una fermentazione spontanea guidata dai lieviti naturali presenti sulle bucce, con un affinamento di otto mesi prima del riposo in bottiglia. A differenza della versione dolce tradizionale, in questo vino le uve non vengono appassite al sole, ma vinificate in purezza per esprimere l’anima più autentica del vitigno, dando vita a un vino pieno, elegante e vellutato, con rimandi a frutta secca e candita in una trama minerale e una delicata scia di acidità e sapidità. Secondo l’enologo Emiliano Falsini, il nome Eúxenos – dal greco antico “accogliente verso lo straniero” – è un invito a scoprire questa terra sorprendente, la bellezza delle Eolie e la millenaria tradizione della Malvasia delle Lipari, varietà raccontata anche dal fondatore della cantina, Massimo Lentsch. La cantina, attiva dal 2005 con 24 ettari vitati e circa 70.000 bottiglie annue, si impegna in un approccio biologico e vegano, mentre il territorio vulcanico e la brezza marina definiscono la caratteristica unica dei loro vini. La Redazione
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Mavolo Beverages presenta la selezione natalizia Anthology by Mavolo Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

Mavolo Beverages presenta la selezione natalizia Anthology by Mavolo

  La linea premium Anthology by Mavolo propone per le vetrine natalizie una selezione di prodotti esclusivi di alta qualità distribuiti in esclusiva da Mavolo Beverages in Italia.   Tra le proposte: Amaro Zerotrenta: mix bilanciato di botaniche con estratto di agave e distillato di zucchero di canna, dal gusto etereo e leggermente balsamico. Prezzo Amazon €36,00, e-commerce €23,90. Amuerte Metal Gift Box: gin con foglie di coca armonizzate al ginepro, in elegante confezione metallica con due bicchieri, disponibile per tutte le edizioni Amuerte. Prezzo Amazon e e-commerce circa €90. Come Hell or High Water XO: rum super premium da blend di Barbados, Trinidad, Giamaica e Guyana, invecchiato fino a 15 anni in botti di rovere americano, con profumi di frutta tropicale, spezie e rovere umido. Prezzo Amazon €38,25, e-commerce €43,49. Jeeper Cuvée Grand Assemblage: champagne dai vigneti storici della Montagne de Reims, equilibrato e cremoso, con bollicine fini e colore brillante. Prezzo Amazon €47,49, e-commerce €50. Le Tribute Countryside Luxury Gin: gin in edizione limitata ispirato alla campagna catalana, con botaniche locali come lavanda, malva e cardamomo nero, ricco di sfumature aromatiche. Prezzo Amazon €77,99, e-commerce €76,90. Selezione Grappa Baruffa & Pupilla: grappe artigianali da blend di vinacce di prosecco e cabernet, distillate e invecchiate 18 mesi in legno. Baruffa è morbida con sentori di frutta, vaniglia e uva passita; Pupilla è intensa con note fruttate e vigore. Prezzi Amazon e-commerce indicati. Anthology by Mavolo si conferma come un punto di riferimento per la distribuzione in Italia di spirits, vini e liquori premium con storie e sapori capaci di emozionare e anticipare le tendenze del mercato. La Redazione
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"La Notte delle Stelle": al Castello delle Cerimonie il gran galà che incorona gli "Chef Stellati di Pizza" Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

"La Notte delle Stelle": al Castello delle Cerimonie il gran galà che incorona gli "Chef Stellati di Pizza"

  Il 25 novembre 2025, il Grand Hotel La Sonrisa ospita l’evento ideato da Vincenzo Varlese dedicato ai migliori maestri dell’arte bianca   È tutto pronto per “La Notte delle Stelle”, l’esclusivo evento di gala firmato dalla Guida Chef Stellato di Pizza, che si terrà il 25 novembre 2025 nella suggestiva cornice del Grand Hotel La Sonrisa. Nato da un’idea di Vincenzo Varlese, l’evento celebra e valorizza i migliori Chef di Pizza al mondo, elevando la figura del pizzaiolo attraverso un prestigioso sistema di classificazione a stelle, ispirato ai più alti standard della ristorazione globale. L’appuntamento inizierà alle ore 13:00 con la conferenza stampa di presentazione della kermesse, momento fondamentale per illustrare obiettivi e protagonisti. Alle 14:00 prenderà il via un coinvolgente cooking show che si concluderà con la degustazione di prodotti d’eccellenza italiani. Alle 15:00 un talk show dedicato alle nuove frontiere della pizza e della ristorazione approfondirà tendenze e innovazioni del settore. Il gran galà inizierà alle 19:00 con la cerimonia di premiazione, condotta da Ida Piccolo e dallo showman internazionale Johnny Parker. La serata si aprirà con un’accoglienza in stile Smooth Jazz e una cena di gala, per poi proseguire con la consegna delle ambite Stelle (1, 2 e 3 Stelle) e dei Premi alla carriera. I criteri di giudizio, esposti dall’ispettore capo durante la serata, si basano su quattro pilastri fondamentali: qualità del prodotto, location, servizio e accoglienza. Non mancheranno momenti di spettacolo con la partecipazione di Richard Calderone, che arricchirà l’evento con interventi musicali e intrattenimento. La Redazione
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Contro la violenza, calici di vino: degustazione benefica dei Custodi del Lambrusco a sostegno della Casa delle Donne di Bomporto Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

Contro la violenza, calici di vino: degustazione benefica dei Custodi del Lambrusco a sostegno della Casa delle Donne di Bomporto

  Un pomeriggio di solidarietà e gusto il 22 novembre 2025 presso la Polisportiva Solarese di Bomporto Un brindisi che parla di solidarietà e rispetto: l’Associazione Custodi del Lambrusco, in collaborazione con il Comune di Bomporto e la Polisportiva Solarese, organizza una degustazione benefica sabato 22 novembre 2025, dalle 15.30 alle 19.00, presso la Polisportiva Solarese (via I° Maggio, 2 – Solara di Bomporto, Modena). Il ricavato dei biglietti d’ingresso (20 euro) sarà interamente devoluto alla Casa delle Donne di Bomporto, gestita dall’Associazione Casa delle Donne Contro la Violenza ODV, realtà impegnata nell’ascolto, orientamento e sostegno alle donne vittime di violenza, aiutandole a costruire percorsi di autonomia e rinascita. Durante l’evento, i partecipanti potranno degustare i vini dei Soci Custodi del Lambrusco, ciascuno presente con uno spazio espositivo, accompagnati da assaggi gastronomici preparati dalla Polisportiva Solarese. Tra le aziende partecipanti figurano nomi come Azienda Agricola Pezzuoli, Cantina della Volta, Fattoria Moretto, Venturini Baldini, Azienda Buonariva, Cleto Chiarli Tenute Agricole, Podere il Saliceto, Cantina Divinja, La Piana Winery e Cantina Zucchi. Fabio Altariva, Presidente dei Custodi del Lambrusco Abbiamo voluto unire il piacere del vino a un messaggio forte e necessario: quello del rispetto e dell’ascolto. Il vino è condivisione, incontro e comunità. Con questa iniziativa vogliamo che anche un semplice calice contribuisca a fare del bene. L’evento è parte del percorso promosso dall’Unione dei Comuni del Sorbara per la promozione delle pari opportunità e il contrasto alla violenza di genere, realizzato in collaborazione con il Centro Documentazione Donna ETS e l’Associazione Casa delle Donne Contro la Violenza ODV. Un pomeriggio all’insegna di gusto e solidarietà, dove ogni brindisi diventa un gesto concreto contro la violenza. La Redazione
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Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

  Prima che i social trasformassero ogni calice in un contenuto e ogni abito in una caption, i grandi nomi della moda già brindavano con naturalezza. Non era posing, era rituale. Karl Lagerfeld, direttore creativo visionario e maestro dell’estetica assoluta, nel 2006 “firmò” l’identità visiva del Dom Pérignon Vintage 1998, trasformando la bottiglia in un’icona da passerella: bollicine prêt-à-boire ma anche intramontabili, oggi ambite dai collezionisti.
Yves Saint Laurent, invece, trovava rifugio creativo a Marrakech, nel suo Giardino Majorelle, tra fiori e silenzi profumati. Non produsse mai vino, ma nel 2019 una cantina della Napa Valley gli ha dedicato un’etichetta chiamata Saint Laurent “Majorelle”: tributo liquido a una mente capace di trasformare la luce nordafricana in haute couture. E poi ci sono gli italiani. Quelli che dal tessuto alla terra non hanno perso l’eleganza, ma l’hanno solo trapiantata tra i filari. Salvatore Ferragamo, erede di un altro impero e di un certo stile fiorentino, ha trasformato Il Borro in una delle più affascinanti tenute d’Italia: un borgo rinato, tra vigne biologiche e ospitalità da rivista patinata. Vini dal grande fascino, capaci di sorprendere e stupire, come all’ultima edizione del Merano Wine Festival dove il Syrah in purezza Alessandro Dal Borro 2019 è stato insignito del miglior vino rosso tra i Platinum. Roberto Cavalli, ha lasciato in eredità un immaginario fatto di eccesso, sensualità e visione. Un immaginario che oggi il figlio Tommaso Cavalli continua a coltivare alla Tenuta degli Dei, nel cuore della Toscana, dove si producono rossi potenti e sartoriali. E proprio nella parole di Tommaso tutta la forza di questa famiglia nella moda e nel vino: I due mondi sono spesso accostati come beni di lusso, in termini di consumo ed esclusività. Credo che la vera analogia sia da ricercare nell’ossessione per qualità che è alla base del lavoro dei grandi marchi di entrambi i comparti. Penso che a questo si debba la grande capacità di comunicare uno stile di vita unico come quello italiano. La fama del brand di famiglia ha amplificato l’interesse intorno alla mia azienda e, certamente, agevolato la comunicazione  mediatica del mio vino. Allo stesso tempo, gran parte del mondo tradizionale di questo settore potrebbe averlo accolto con una certa diffidenza per lo stesso motivo. Per affermare una nuova etichetta e un progetto ambizioso in una fase matura di mercato, non si può prescindere da un grande prodotto e dalla coerenza strategica dei propri obiettivi. La mia prima sfida è sempre stata, perciò, riuscire a comunicare il grande impegno e la passione da cui prendono vita i miei vini e il loro legame al territorio, augurandomi di conquistare il meritato rispetto in virtù della loro indiscutibile qualità. Insomma, moda e vino sono couture e cuvée, sono estetica e fermentazione.
Due mondi dove il dettaglio fa la differenza, il tempo detta legge e la personalità è imprescindibile. E oggi, a raccontarcelo senza passerelle ma con bicchieri veri, sono due imprenditori che hanno fatto della visione il loro biglietto da visita.
Due che hanno cucito sogni e ora li imbottigliano: Renzo Rosso e Massimo Berloni.   RENZO ROSSO – DALLA TERRA AL BRAND (E RITORNO) Non è stato un avvicinamento, dice. Io sono nato in una fattoria, racconta con un tono che non ammette romanticismi di maniera. Sono figlio di contadini, ho la cultura della terra, di come si faceva il vino una volta. Un vino diverso, più istintivo, più fisico. Quello che oggi facciamo è un’altra cosa, ma nasce da lì. Aveva 35 anni quando tutto nella moda gli stava andando bene, quando Diesel era già diventato sinonimo di ribellione e stile. Mi sono potuto permettere di comprarmi la Diesel Farm, e lì è successo qualcosa di magico. Mi ricordava mio padre. Quando ha visto la tenuta, si è messo a piangere. Era come chiudere un cerchio: riportare avanti la cultura che lui mi aveva insegnato. Da lì l’incontro con Roberto Cipresso, e la scoperta che quel terreno non era un campo qualsiasi: È un suolo roccioso, difficile, impossibile per certe coltivazioni. Ma perfetto per il vino. Cipresso mi disse: qui c’è una piccola Borgogna nascosta. E così nacquero i Pinot Nero e gli Chardonnay di Diesel Farm, vini con anima minerale e carattere, come lui li definisce, “duri ma veri”. Oggi, trent’anni dopo, il progetto si è evoluto in una holding vinicola: la Brave Wine, un nome che dice già tutto. Mi piace pensare che il vino sia un’estensione del mio modo di lavorare. Puntiamo alla qualità, non alla quantità. Quello che conta è la bellezza del prodotto, l’identità. La Brave Wine Holding oggi unisce tre realtà italiane: la Diesel Farm sui Colli Vicentini, una partecipazione con Saffirio nelle Langhe, “terra nobile dove il Barolo parla con voce antica”, e infine Benanti, sull’Etna, che Rosso definisce “la Rolls Royce del vulcano”. Mi piace lavorare sulle cose belle. Non penso ai soldi, non ci ho mai lavorato per quelli. Se fai cose belle, i soldi arrivano lo stesso. È la stessa filosofia che lo ha portato a investire non solo nel vino, ma anche nell’hotellerie e persino nelle cliniche del beauty, dove il concetto di benessere si fonde con quello di design e tecnologia. Che sia moda, vino o ospitalità, è sempre lo stesso fil rouge: fare cose belle, con anima, passione e creatività. Le cose belle creano armonia, e l’armonia fa la differenza. È così da sempre, anche nella mia vita. E quando gli chiedo con quale bottiglia chiuderebbe la conversazione, sorride. Dipende dal momento. Ogni attimo ha il suo vino giusto. Magari un Celebreting 55, Metodo Classico della Diesel Farm per iniziare, o un Merlot in purezza se c’è pollo nel piatto. Se invece la serata prende forma…una costata e un Icon, un blend Cabernet Franc–Merlot, come si deve. Perché alla fine, il vino è come la vita: serve solo scegliere il momento giusto per stapparla.   MASSIMO BERLONI – LA SFIDA NELLA SFIDA Non sono uno stilista, dice sorridendo. Sono, come dice mia moglie, un animale d’impresa. E in quella definizione – affettuosa, ironica e terribilmente vera – c’è tutta la sua natura: istinto, fiuto, energia e curiosità continua. Da Dondup alla Collina delle Fate, il passaggio sembra un cambio di scena.
In realtà è solo un cambio di ritmo.
Berloni non ha smesso di creare, ha solo spostato la sua idea di bellezza dalla sartoria alla vigna. Il vino non è una fuga, è un linguaggio nuovo. È il modo più vero che ho trovato per continuare a raccontare storie. Siamo a Fossombrone, nel cuore delle Marche. Un luogo in cui le vigne respirano un’aria particolare: tra montagne, colline, mare, sole e vento. Una posizione geografica che sembra inventata apposta per chi ama l’imperfezione armonica delle cose autentiche. È un territorio che ti insegna a osservare, a capire quando è il momento di agire e quando invece devi solo aspettare. È un po’ come nella moda, ma con un tempo più lungo, più umano. La sua Collina delle Fate produce Chardonnay, Pinot Nero e Sauvignon Blanc: vitigni internazionali in una regione dominata dai bianchi autoctoni, un atto di coraggio che diventa dichiarazione d’identità. Ho scelto varietà non tradizionali per il territorio perché volevo esprimere un’idea diversa. È una sfida nella sfida: rispettare la terra, ma con una visione mia, personale. Ogni bottiglia, da M’ARTE ad ADAGIO, è pensata come un abito su misura: dettagli, proporzioni, coerenza. Nel vino come nella moda, la differenza la fanno le piccole cose. Un millimetro in più o in meno cambia tutto. E il vino, come un capo, deve emozionarti quando lo indossi…o quando lo versi. Nelle sue parole si sente il rispetto per la terra e la curiosità di chi non ha smesso di cercare. Lavorare nel vino ti riporta alla realtà. Ti costringe a rallentare. È un esercizio di umiltà e di ascolto. Ma quando assaggi il risultato, capisci che quella lentezza ha un valore che la moda, a volte, dimentica. Proprio nella lentezza si racchiude la volontà della cantina, con il M’ARTE L’Attesa, un extra brut che si è fatto “attendere”. E dietro questa visione, ci sono anche le sue origini. Un’infanzia passata accanto al padre, tra aziende agricole, giri nei campi e odore di terra. Vengo da una famiglia immersa in quel mondo. Mio padre era fattore, e io con lui ho respirato la campagna fin da bambino. Forse non me ne sono mai staccato davvero. Così, tra una vigna e un ricordo, la Collina delle Fate diventa un ritorno alle origini. Un sogno razionale solo all’apparenza, ma profondamente emotivo nel cuore.   CHIUDE IL CERCHIO Rosso e Berloni. Due mondi diversi, due visioni parallele.
Il primo ha costruito imperi partendo da una fattoria, il secondo ha vestito il mondo e poi ha scelto di spogliarlo di tutto, lasciando solo il vino e la terra. Entrambi parlano la stessa lingua: quella della bellezza utile, della visione che resiste al tempo. Perché la moda passa, ma lo stile — come il vino — resta. E tra una sfilata di annate e un tappo che salta, capisci che il vero lusso non è possedere — è creare qualcosa che resti, anche dopo che hai smesso di firmarlo.   Luca della Regina. Wine Hunter Stories Mi trovi su Instagram      
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