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19 Novembre, 2025
I visionari del vino: la storia di chi ha cambiato l’Alto Adige
Nel novembre 2025, il Consorzio Vini Alto Adige ha presentato in anteprima al Filmclub di Bolzano il docufilm “Vino in Alto Adige – Storia di una rinascita”, un progetto culturale che rende omaggio ai protagonisti della rivoluzione qualitativa avvenuta nel settore vitivinicolo altoatesino dagli anni Settanta e Ottanta fino ad oggi.
Il film, diretto da Peter Künzel e prodotto da Axel Bernhard con F-Tech Production, intreccia storie personali, immagini suggestive delle montagne e delle stagioni, testimonianze delle sfide e dei successi di dodici pionieri come Luis Raifer, Alois Lageder, Elena Walch, Paolo Foradori e altri. Racconta anche la prospettiva delle nuove generazioni di produttrici, spesso donne, che portano avanti l’eredità con passione e innovazione.
Andreas Kofler, presidente del Consorzio Vini Alto Adige
Se durante la crisi del vino negli Anni Ottanta non ci fossero stati uomini e donne lungimiranti, oggi l’Alto Adige non sarebbe dove si trova.
Eduard Bernhart, direttore del Consorzio e ideatore del progetto, descrive il film come un archivio di memorie e visioni, un atto d’amore verso il territorio e le persone che hanno reso grande l’enologia altoatesina.
Il docufilm è il secondo grande progetto culturale del Consorzio dopo il volume “Vino in Alto Adige”, premiato dall’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino (OIV) come uno dei migliori libri nella categoria “Wines and Territories”.
La Redazione
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19 Novembre, 2025
Il Montenegro punta sull’Italia: una destinazione autentica e family-friendly
Il Montenegro si propone come meta ideale per le famiglie italiane, dove natura, cultura e ospitalità genuina si fondono in un territorio compatto e accessibile fra mare e montagna.
In un periodo in cui il viaggio è condivisione e armonia con la natura, il Paese offre un’esperienza autentica, ideale per chi cerca ritmo lento, avventura leggera e incontri con luoghi e persone dal carattere genuino.
La recente apertura di una rappresentanza ufficiale in Italia segna una nuova stagione di attenzione verso il mercato italiano, con l’obiettivo di raccontare un volto autentico del Montenegro e costruire dialoghi diretti con operatori turistici italiani. Il paese, evolutosi da meta balneare a destinazione completa, unisce natura e cultura in un’esperienza su misura per tutte le età, guadagnandosi un crescente interesse nel mercato italiano.
Le destinazioni family-friendly
Petrovac: Cittadina balneare tranquilla ideale per famiglie, con spiagge di sabbia fine e acque calme. Offre un lungomare piacevole per passeggiate e piccole escursioni in barca alle isole di Katič e Sveta Nedjelja. L’ospitalità autentica si riflette in alberghi a misura d’uomo e ristoranti semplici e genuini.
Biogradska Gora: Parco Nazionale con foreste secolari, laghi glaciali, accessibile e ideale per bambini, con sentieri brevi, picnic e osservazione della fauna selvatica. Perfetto per avvicinare i bambini alla natura in modo rispettoso.
Cetinje: Antica capitale del Montenegro, centro culturale dove la storia si racconta attraverso musei interattivi ed edifici storici. Offre un equilibrio tra cultura, gioco e relax, con caffè e pasticcerie tradizionali.
La Redazione
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19 Novembre, 2025
La Xylella. È la nuova Fillossera?
Chiunque si sia approcciato in maniera non solo alcolica al mondo del vino avrà sentito parlare della Fillossera, un insetto, di origine americana che attaccava in America l’apparato fogliare, in Europa quello radicale. Venne definito un flagello visto che distrusse intere regioni vitivinicole mettendo a rischio l’intero mondo del vino. Poi si compresero le diverse resistenze delle diverse specie di viti e partì il più grande scambio scientifico della storia tra Europa e America. Pensate se ci fosse stato Trump a quei tempi!
Chissà se i negazionisti c’erano anche allora. Quelli del COVID abbiamo imparato a conoscerli con gli interminabili dibattiti televisivi. Ve li ricordate? Ecco, di quelli io ricordo l’assurda contrapposizione tra scienziati e ignoranti travestiti da tuttologi dove ignorante non deve necessariamente essere identificata come una offesa ma per il vero senso della parola: colui che non sa.
Nell’era di internet e dei social sembra valere l’opinione di tutti. Uno vale uno, si sente dire. Può e deve essere una equazione valida quando si esprimono opinioni ma non quando l’argomento è scientifico. La scienza non è democratica poiché si basa su studi e dati. Solo su questi due elementi, ci si può confrontare.
Emergono i negazionisti e vengono applauditi da un popolo stolto quando affermano come i dati siano falsi, inventati, mai esistiti. Un pò come chi considera la terra piatta o che siamo tutti pupi dell’opera dei pupi manovrati dalle grandi lobby.
Ritornando alla Fillossera, all’epoca gli imbonitori e i falsi scienziati proliferavano così che c’era chi venne spinto a debellare la malattia con metodi artigianali o pratiche diverse. Senza successo ovviamente. Qualcuno diceva che sui suoi terreni e grazie al proprio metodo, la Fillossera non faceva danni. Poi si scoprì che su terreni vulcanici e sabbiosi, l’insetto non riusciva a proliferare. Un fatto fisiologico non certo dovuto a pratiche esoteriche.
Solo la scienza riuscì a debellare il cataclisma.
E se una nuova Fillossera si stesse affacciando proprio ora? Se il tanto vituperato e controverso cambiamento climatico stesse favorendo un nuovo elemento patogeno in grado di distruggere tutte le cultivar della vite?
Quella che può sembrare fantasia, fantascienza, allarmismo è purtroppo realtà. Taciuta, non sbandierata ma una realtà per la quale non serve essere negazionisti o superficiali. Semmai più realisti del re per agire prima che sia troppo tardi.
Avrete senz’altro sentito parlare della Xylella, un batterio diffusosi a partire dai primi anni 2000 in Puglia che ha comportato l’estirpazione di milioni di piante, anche secolari mettendo, di fatto, in ginocchio migliaia di agricoltori.
La Xylella fastidiosa subsp. pauca è il patogeno responsabile dell’ecatombe. Si insinua nell’apparato linfatico ostruendolo e impedendo all’acqua e alle sostanze nutrienti di arrivare fino alle foglie. Di fatto provoca la morte della pianta. La Xylella fastidiosa subsp. pauca non attacca la vite. Quella fastidiosa subsp. fastidiosa si però, provocando la medesima fine. Gli effetti per il territorio e l’economia potrebbero essere ben peggiori della Fillossera poiché la soluzione, oltre a non essere ancora a portata di mano, richiede tempo. Tanto tempo.
Per saperne di più e con la speranza che questo articolo possa scuotere le sensibilità e le coscienze di chi dovrebbe prevenire i disastri invece che rimettere a posto le macerie, incontro Laura Rustioni, Professore Associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree all’Università del Salento.
Laura è cresciuta coltivando non solo le piante ma anche la passione per il mondo vitivinicolo nata grazie alla vigna del nonno, nell’Oltrepò Pavese. Passione difficile da coltivare non solo all’interno della famiglia: essere donna e lavorare in un ambito prettamente maschile non è proprio semplicissimo.
Non avrei mai pensato di fare l’accademica a dir la verità. Ho studiato agraria perché mi piaceva l’idea di coltivare, di produrre qualcosa. L’idea di creare qualcosa, di veder crescere delle piante o di trasformare l’uva in vino. Cioè ti dà proprio quell’idea di utilità pratica. La passione per il mondo accademico è nata solo successivamente. Non volevo studiare all’università. Poi mi sono detta: vabbè dai c’è viticoltura ed enologia che dura solo tre anni, facciamola. Stavo finendo questo percorso e mi chiama il professore di enologia che mi dice: Abbiamo chiuso le iscrizioni alla laurea magistrale, perché non c’è il tuo nome? Adesso le riapro e ti ci metti dentro.
Un passettino per volta. È l’approccio di Laura e serve a noi per inquadrare bene come abbia a cuore il suo lavoro.
Diploma, laurea triennale, poi la magistrale finita in un anno e mezzo. Genio? Forse. Sicuramente una donna che va come un treno e che non ha paura di sporcarsi le mani.
Finita la laurea magistrale sono andata a fare una vendemmia in Borgogna, perché io ho sempre fatto tante esperienze anche nei vigneti e nelle cantine. Solo durante la laurea triennale ho lavorato nel periodo di vendemmia in 4 diverse aziende. Attirata proprio come il miele. Mi piaceva proprio. Il Professor Failla, mio mentore, poi mi parla del dottorato con la possibilità di passare un periodo in Australia. Io non sapevo nemmeno cosa fosse un dottorato di ricerca, ma adoravo viaggiare. Mi ci sono buttata e una cosa tira un’altra…Ho viaggiato tanto. Penso che il lavoro più bello del mondo sia comunque quello della ricerca. Ho fatto tanti anni di precariato a Milano tra dottorato e tutto penso circa dieci, dodici anni. Avevo l’abilitazione da professore universitario, ma insegnavo negli istituti tecnici agrari. È stata comunque un’esperienza bellissima perché io gli adolescenti li adoro: hanno il cuore aperto. Poi è capitato il concorso in Salento e mi sono detta: proviamoci. Solo che sapevo che se l’avessi vinto, mi sarei dovuta trasferire. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa dal nulla perché qui avevano aperto il corso di laurea in viticoltura ed enologia ma non c’era un Dipartimento di Agraria. Tant’è vero che anche adesso il dipartimento è Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali.
Costruire dal nulla. L’idea di creare qualcosa. Far nascere qualcosa da un seme. Certo, arrivare da un laboratorio attrezzato, con le spalle coperte e trovarsi in un posto dove occorreva rimboccarsi le maniche e fare tutto, non è stato semplice. Ma, Laura è una che oltre ad essere positiva fino al midollo, è anche combattiva.
Il territorio ha spalancato le porte, cioè io ho avuto la sensazione che le aziende sentissero il bisogno di una presenza, anche accademica di ricerca. Mi sono sentita veramente molto accolta dal territorio. Per la ricerca in ambito agrario è importante essere sul territorio, perché da lontano si fa fatica a capire le necessità.
La mia famiglia da parte di papà ha un’azienda che produce riso in Lomellina. Il nonno materno invece aveva questa piccola vigna e poi faceva l’artigiano. Produceva ciambelle e io sono cresciuta con sto profumo meraviglioso in un paesino di cinquecento abitanti in mezzo al nulla. Quando mio nonno è venuto a mancare, mio zio, che ha ereditato il vigneto, lo ha venduto. Nonno mi ha comunque trasmesso una passione insegnandomela come un gioco. Siamo quattro fratelli, tre femmine e un maschio. Io ero proprio la sua cocca e visto che mi piacevano queste cose agricole, lui mi faceva coltivare qualunque cosa volessi: sperimentavamo insieme.
Un nonno che non ha solo seminato in Laura il germe della terra e dell’amore per questa ma ha significato molto nella comprensione del metodo scientifico basato su numeri e fatti.
Lui aveva come titolo di studio la terza media però era super appassionato di matematica e infatti mi faceva tutti questi indovinelli matematici fin da piccola. Mi aveva fatto appassionare all’entomologia perché il suo passatempo era guardare documentari. Purtroppo, i tempi sono cambiati perché con Internet uno pensa di informarsi e invece c’è tanta disinformazione. Qui c’è il problema della Xylella e di tutte queste correnti negazioniste che considerano alla pari la voce di chi si improvvisa rispetto a quella di chi studia. Nella scienza la parola di chiunque non vale allo stesso modo perché se io dedico venti, trenta anni della mia vita a studiare una pianta, la mia tesi non può pesare quanto una persona che si è documentata per venti, trenta minuti sui social. Non si può pretendere di avere lo stesso peso.
Per diventare una professoressa, una docente universitaria, occorre un concorso, presentare delle referenze, fare un esame. Insomma, per insegnare agli altri occorre essere abilitati (e meno male!). La tesi di un docente, non può in nessun modo essere paragonata a quella di una persona che non ha le competenze. Ciò che una universitaria afferma non è una opinione ma qualcosa basato su studi, ricerche e, soprattutto, dati. Oltre che l’esperienza che aiuta nel comprendere ed interpretare al meglio i dati.
I dati non sono opinioni ma fatti.
Il percorso accademico non è poi un percorso facile, richiede impegno e dedizione che vanno veramente oltre. Occorre studiare e studiare tanto. Soprattutto occorre confrontarsi con gli altri accademici.
Quando è morta mia mamma di tumore, io facevo il secondo anno di università. L’ho vista morire davanti ai miei occhi ed è stato veramente un momento pesante. A quell’età, ti trovi in una condizione in cui dici: cavolo la vita è breve e bisogna veramente sfruttarla al massimo. Avrei potuto andare in depressione, chiudermi in casa, ma la mia salvezza è stata lo studio. Mi sono proprio buttata anima e corpo nel mondo vitivinicolo e devo dire che è anche grazie a questo che ho superato un trauma pesante. Mi rendo conto che forse, se non fosse successa questa tragedia, non sarei riuscita a fare tutto quello che ho fatto.
Una reazione forse per compensare quel momento difficile. I viaggi in giro per il mondo e la completa dedizione a questo settore.
Ho saputo lo stesso giorno dell’esito positivo del concorso in Salento che non sarei diventata madre. L’ho preso quasi come un segno e mi sono detta: forse non diventerò mamma, però potrò comunque costruire qualcosa, lasciare qualcosa, trasmettere agli studenti le mie esperienze, le mie competenze. Forse senza questi due grossi ostacoli non sarei dove sono ora. Voglio pensare ad una sorta di destino.
Trovare nei drammi, nei periodi bui, l’elemento positivo. Aggrapparsi a questo e improntare la propria vita ad una missione. Uno scopo. È quello che facciamo tutti in fondo o che proviamo a fare.
Io vengo dal gruppo di ricerca in viticoltura dell’Università di Milano con i Professori Scienza, Failla, Brancadoro da sempre molto impegnati nella selezione varietale ovvero nella valorizzazione dei vitigni. La biodiversità intraspecifica. Prima di venire qui avevo sentito parlare della Xylella e mi sembrava allucinante sentire parlare di gente che “abbracciava” gli alberi infetti per non abbatterli. Mi sembravano cose da pazzi di fronte ad un simile patogeno da quarantena. Solo successivamente ho capito che il legame con la terra e con la pianta era così forte da offuscare la ragione e che comunque non si conosceva esattamente l’entità del rischio su olivo. Sottovalutato all’inizio. Probabilmente dagli agricoltori in primis.
Un olivo che sta li da secoli, che ha visto transitare generazioni di persone, che ha donato i suoi frutti, fa parte della storia delle famiglie contadine. C’è sempre stato e si fa fatica a pensare che non ci sarà più. Ma quando arriva un batterio che penetra dentro le sue vene, non basta abbracciarlo, non basta pensare di risolvere il problema con un fitofarmaco a caso, o con qualche pozione magica proposta dal santone di turno. Non è possibile. Capisco la frustrazione, il dolore, la voglia di pensare che ce la farà, ma non è così. È come quando dinanzi ad una persona malata terminale si spera nel miracolo, si crede nel miracolo. Che spesso, quasi sempre, non arriva.
Quando dovevo trasferirmi qui in Salento, ho subito pensato che avrei dovuto lavorare su Xylella visto che in America questo patogeno colpisce la vite. In Puglia, però, il ceppo che si era diffuso colpiva l’olivo, mentre la vite ne è immune. Quindi mi sono un po’ tranquillizzata. Nel 2019, però, appena arrivata, mi sono trovata in questo paesaggio apocalittico con questi scheletri di olivi. Veramente devastante.
Una tranquillità che dura poco perché è il 2024 quando la Regione Puglia, da tempo molto attenta nel sistema di monitoraggio fitosanitario, identifica un nuovo ceppo della Xylella fastidiosa sottospecie fastidiosa, su alcuni alberi di mandorlo. Un ceppo in grado di attaccare la vite.
Mi sono sentita il peso dei sensi di colpa: ero qui già da qualche anno e ancora non avevo iniziato questa linea di ricerca. Che so essere lunga, impegnativa. Mi sono sentita proprio in dovere di fare tutto quello che potevo.
In questa frase sta tutta la frustrazione di una persona prima, ricercatrice dopo. Frustrazione dovuta alla lungimirante capacità, tutta di chi è una scienziata, del capire come l’unica soluzione possibile alla Xylella sia quella della realizzazione di cultivar resistenti. Stesso procedimento adottato per l’olivo anche se nella vite le difficoltà sono maggiori.
Cerco di spiegare meglio questo concetto.
Per generare una resistenza al patogeno occorre prima di tutto trovare una pianta che abbia già sviluppato l’immunità, la resistenza o la tolleranza. Nel caso della vite è molto improbabile trovare questa condizione nella Vitis vinifera, quella che ci dà l’uva di altissima qualità che siamo abituati a produrre. Dobbiamo quindi cercare questa resistenza in specie americane, non domestiche, i cui frutti sono decisamente meno apprezzabili. Una volta trovata la fonte di resistenza, quindi, è necessario incrociare le due specie perché se ne generi una terza che porti con se il patrimonio genetico resistente senza dimenticarsi di mantenere l’aspetto qualitativo. Non si può infatti chiedere ad un agricoltore di coltivare una pianta resistente alla Xylella se poi produce olive o uva di pessima qualità.
In vite, questo processo di incrocio non si esaurisce con un semplice passaggio ma ne sono necessari parecchi fino a quando non si trova la giusta combinazione tra la resistenza e la qualità ricercata.
Ci vogliono in sostanza almeno quindici anni per realizzare una nuova cultivar resistente. Senza dimenticare che poi ne occorrono altri cinque per la registrazione. Ah la burocrazia!
Mi sono informata dai colleghi di diversi Istituti di Ricerca Italiani, e sembrava che nessuno fosse ad un livello avanzato di ricerca su quel tema. Il problema è che se tu sei lontano, non ti rendi conto dell’impatto reale di un problema. Invece essere qui e aver visto l’effetto sugli olivi, vedere l’ambiente che ogni anno si desertifica con il conseguente abbandono del territorio e gli agricoltori che smettono di fare quel lavoro perché non più sostenibile. Ti rendi conto di quanto sia devastante.
Si sa che Walker, in California, dove viene coltivato lo Zifandel (Primitivo), che è sensibile al patogeno, aveva già attuato un programma di selezione partendo da Vitis arizonica, resistente a Xylella, ma le cultivar da lui ottenute sono praticamente impossibili da reperire in Europa e, comunque, non sono utilizzabili all’interno di programmi di miglioramento genetico.
Essere un universitario comporta avere contatti con tutto il mondo accademico. Una sorta di social network serio e preparato tramite il quale spesso si riesce ad avere accesso ad informazioni e materiali che possono risultare molto utili nella ricerca.
Sapevo che all’Università di Milano, grazie a Daniele Grossi che una decina di anni fa, durante il suo dottorato, ha passato un periodo proprio nel laboratorio di Walker, erano stati seminati tanti vinaccioli di diverse specie americane del genere Vitis. Era febbraio, ho chiamato subito i colleghi di Milano: sentite mi date un pò di marze per fare delle talee…di Vitis arizonica? Loro sono stati disponibilissimi e mi hanno spedito tutto. Le ho fatte radicare e ho avuto la fortuna di avere subito dei fiori. Le piante americane sono dioiche quindi ci sono piante maschili e piante femminili. Non sono come le nostre cultivar che sono ermafrodite così da poter fare un vigneto tutto di Negroamaro in grado di produrre. Nelle piante selvatiche, c’è il maschio e la femmina, e servono tutti e due. I grappoli li fanno solo le femmine, ma solo se vengono impollinate dal maschio.
Capite quante difficoltà? Pare una cosa semplice e vorrei che provassero a farla i negazionisti che abbracciano gli alberi. Si parte dai vinaccioli e non dalle marze. Una pianta selvatica che non è proprio il massimo della qualità rispetto a quelle coccolate dagli agricoltori per migliaia di anni e tramandate di generazione in generazione. È come un far ripartire l’evoluzione qualitativa della specie da zero.
Nel 2024 c’è stata una fioritura super anticipata di 2-3 settimane, ma siamo comunque riusciti a prendere del polline di Vitis arizonica per fare degli incroci con piante di Vitis vinifera a fiore femminile (un trucchetto del mestiere per evitare la demasculazione) ottenendo così 258 piantine di incroci che già quest’anno, grazie alle cure dei ragazzi del mio laboratorio, sono già più alte di 2 metri. Sono ragazzi salentini, che credo sentano l’importanza di questa linea di ricerca e, quindi, veramente devo dire che si sono impegnati molto.
Se entriamo nel dettaglio di un programma di miglioramento genetico, partendo da vite americana, la qualità è pessima. Serve capire e sperimentare tanto per arrivare, come spiegavo sopra, ad un compromesso che poi compromesso non è.
Parallelamente questa primavera, sono andata a bussare alla porta dei maggiori esperti sulla Xylella, perché io mi considero esperta di vite, ma poi per il patogeno ci vuole qualcun altro perché secondo me è importante trovare le competenze giuste e non pretendere di fare tutto da soli. Sono andata da Donato Boscia e Maria Saponari che sono appunto i riferimenti per la Xylella, soprattutto sull’olivo, ma ovviamente come patologi credo siano i maggiori esperti europei sul tema. Ho chiesto se fossero interessati a collaborare su questa linea di ricerca. Loro devo dire sono stati veramente apertissimi e disponibilissimi perché tutto questo è partito senza finanziamenti specifici. Le prime talee le ho fatte sul terrazzo di casa mia in un angolino. Poi c’è stata la possibilità di ottenere delle borse di dottorato cofinanziate da aziende private. Allora ho chiesto supporto ai Vivai Cooperativi Raucedo. In pochissimi giorni mi hanno procurato tutti i documenti necessari, supportandomi fin da subito subito.
Ora c’è un dottorando, Giuseppe Rossetti, che da ottobre dell’anno scorso lavora su questo tema. Il suo contributo è davvero molto importante. Poi è partito un altro grosso progetto, CLEARGENES (“CLimatE chAnge Resilience GENES in Italian fruits and vegetables”), un bando a cascata di AGRITECH finanziato dall’Unione europea tramite il PNRR e dedicato allo sviluppo di cultivar resistenti al cambiamento climatico. Io ero entrata nel progetto per svolgere attività di fenotipizzazione nella vite, ma ho inserito poi anche quelle relative al problema Xylella.
Frustrazione per un qualcosa che si vorrebbe avere subito ma che la natura non consente ne concede. Una sorta di rassegnazione unita al rispetto per i cicli della vita. Non c’è bacchetta magica o una medicina per curare tutto.
Nel frattempo, secondo me è importante sottolineare agli agricoltori che devono fare tutto il possibile per cercare di fermare questo patogeno che è un batterio, quindi non si vede, purtroppo, se non nei sintomi successivi all’infezione.
Peccato ci siano i negazionisti, quelli che affermano non sia un problema reale e che invece ci si può convivere anche senza l’utilizzo di piante resistenti. Occorre invece fare tutto il possibile per eradicare la Xylella, fin che c’è la speranza di poterlo fare, rendendosi conto come sia un patogeno da quarantena. La devastazione del Salento è sotto gli occhi di tutti e gli agricoltori non devono improvvisarsi ma seguire le indicazioni atte a limitare i danni, limitare l’espansione.
La devastazione dell’olivo e la mediaticità che assume a tratti, forse mette un pò in ombra la vite. Vedere ciò che accade per gli olivi, è drammatico.
Oltre al Salento sono stati trovati focolai nel barese e nel foggiano. Il problema, grosso e catastrofico, è dunque regionale.
Gli olivi sono piante imponenti e secolari. Appariscenti e maestosi. Mentre la vite è soggetta al rinnovo degli impianti. Estirpare un vigneto, magari di ottant’anni, ancorché doloroso è relativamente più semplice. Per gli olivi, secolari, è uno scempio. Ma occorre farlo.
La viticoltura, come la coltivazione degli olivi è uno dei settori trainanti dell’economia. Richiede attenzione senza sottovalutarne l’impatto poiché si ripercuoterebbe soprattutto sulla società, non solo sull’ambiente, sulla vivibilità della Puglia come delle regioni limitrofe. In Puglia il sistema di monitoraggio è decisamente più avanzato e sviluppato rispetto ad altre regioni nel senso che qui si cercano attivamente i focolai mentre in altre regioni, comunque suscettibili a questo tipo di patogeno, sicuramente ci sono meno controlli.
Lo stato di avanzamento della Xylella preoccupa. È un batterio, che non si vede, se non quando agisce. È come agire completamente al buio, senza riferimenti, senza punti di ancoraggio.
Quando poi si individua un focolaio, non si può curare con un fitofarmaco. Non si può spargere per il campo prodotti chimici a caso (al momento non esistono cure dimostratesi efficaci) perché, oltretutto, si creerebbero danni ambientali potenzialmente ancor più consistenti di quelli che farebbe il patogeno da solo.
Il problema non è tanto uccidere la Xylella ma entrare nella pianta senza danneggiarla. Un olivo secolare, con un tronco imponente, andare ad agire nello xilema che è interno, è complicato. Nella parte più esterna del tronco c’è il floema che porta la linfa elaborata, ma il patogeno è all’interno dello xilema che porta la linfa grezza, e non è semplice colpirlo senza danneggiare tutto il resto della pianta…Il problema non è la sensibilità del batterio quanto quella del sistema. Per uccidere il batterio si rischia di uccidere l’ambiente. Inoltre, cercare di trovare una cura significherebbe poi trattare in maniera continua gli alberi, generando un impatto ambientale ed economico importante. L’unica strada percorribile e sostenibile è quella delle varietà resistenti che riescano a convivere con il patogeno.
Giovanni Melcarne, studia da tempo la Xylella negli olivi e si unisce alla nostra chiacchierata.
L’unica cosa da fare con gli alberi infetti è estirparli. Anche le piante mezze-morte danno problemi ai nuovi impianti. Sono piante infette che mantengono alto il livello di inoculo sul territorio: rappresentano comunque un problema.
Quelli che si illudono che gli alberi si riprendano, anche se si tratta di piante a cui sono legati in modo emotivo ed affettivo, non comprendono che sono sempre piante mezze morte. Non torneranno mai ad essere come prima. Rappresentano l’agonia, non è qualcosa che rivive. Per far rivivere il territorio, occorre estirpare e ripiantare piante resistenti.
Sembra che ripartono in primavera, ma poi in autunno sono di nuovo tutte secche.
Reimpiantare le stesse piante porta lo stesso risultato.
Ad oggi, ci sono solo quattro cultivar di olivo resistenti. Al momento sono Leccino, FS 17 e poi sono aggiunte un anno fa circa, Leccio del Corno e Lecciana. In più c’è tutto il piano di miglioramento genetico che, per olivo, è già attivo da 7/8 anni e che io porto avanti con il CNR di Bari, mentre la professoressa Rustioni ha iniziato solo un anno fa un percorso che per certi versi è più difficoltoso. Quello della vite rispetto all’olivo intendo. Noi siamo partiti con dell’evidenze empiriche nel capire che il Leccino mostrava caratteri di resistenza. Mentre nella vite devono partire da una vite selvatica che è pessima dal punto di vista della qualità, noi partiamo dal Leccino che una cultivar diffusa, la terza cultivar salentina pre-Xylella.
Lui secondo me è un genio per gli olivi, perché parte dal seme e in tre anni lo porta a frutto. Praticamente ci mette lo stesso tempo necessario per la vite, ma con una specie normalmente più lenta. Si sviluppano nuove tecnologie per cercare di accorciare i tempi.
Alcuni ci chiedono perché non lavoriamo con il genome editing o altre tecniche di ingegneria genetica che accorciano i tempi, almeno teoricamente. Prevengo la domanda. Io ovviamente non ho niente in contrario a queste tecnologie, anzi ben vengano. Però, il problema principale è che per introdurre un gene o un meccanismo all’interno di una pianta, bisogna innanzitutto conoscerlo. Per quanto riguarda la Xylella, non c’è ancora così tanta conoscenza. Bisogna prima fare tutto il lavoro di identificazione del meccanismo che, alla fine, rende i tempi paragonabili se non anche più lunghi. Per questo motivo, al momento, abbiamo deciso di mantenere la strada della dell’incrocio. Inoltre, con l’incrocio, ci si può portare dietro anche altre caratteristiche positive (ad esempio resistenze ad altri stress biotici ed abiotici).
Se qualcuno pensasse che per l’olivo il problema sia stato comunque risolto, purtroppo non conosce la realtà.
Qualche varietà resistente c’è quindi la disponibilità di materiale genetico per i reimpianti c’è. Il problema è che fare reimpianti in un territorio devastato in cui gli agricoltori sono praticamente rimasti senza reddito per anni, hanno avuto tutte le difficoltà dei reimpianti è difficile. Il costo di un impianto per la vite è di circa 20.000€ per ettaro, per l’olivo, dovendo aggiungere le preparazioni del terreno si parla di decine di migliaia di euro in più.
Investimenti grossi, tempi lunghi per la produzione e mancato reddito per anni. Non è che tutti gli agricoltori hanno l’energia economica e mentale per affrontare questa sfida. La conseguenza è il grande abbandono.
Ci sono cinquecento cultivar di olivo che si possono utilizzare in altre zone mentre qui solo quattro. È un forte limite. Quando c’è Xylella sul territorio è un forte dramma anche senza far morire una pianta. Un patogeno da quarantena mette in ginocchio tutto il territorio. Il vivaismo è in ginocchio per colpa della presenza del batterio perché tutte le commesse estere vengono bloccate.
Non viene detto ne sbandierato e a buona ragione ma ci sono paesi esteri che bloccano le importazioni di barbatelle italiane e non solo quelle provenienti della zona infetta.
In una zona infetta, solo le cultivar resistenti possono essere piantate. Dove però la zona è indenne, l’identificazione di un focolaio comporta non solo l’espianto delle piante malate ma il divieto di reimpiantare la stessa specie. Questo aumenta a dismisura il dramma.
Il principio che spiega il Dott. Melcarne è quello della riduzione dell’inoculo sul territorio: riducendo le piante ospiti si riduce potenzialmente anche la quantità di inoculo, anche se resistente.
Parlando di olivo, se in una zona cuscinetto, che per definizione è zona indenne, si trovasse una pianta infetta, questa verrebbe estirpata insieme a quelle che si trovano entro un raggio di 50 metri con il divieto assoluto di reimpianto delle specie suscettibili. Dunque dell’olivo in genere generando il paradosso che verrebbe espiantata o comunque non reimpiantata, anche una pianta di Leccino resistente di suo al batterio. L’area rimane bloccata per dieci anni.
Diciamo che in alcune situazioni, quando ormai l’epidemia ha preso piede in un territorio, il declassamento in zona infetta è quasi una manna del Signore perché ti dà il via libera ai reimpianti.
La zona di Triggiano dove è stata identificata la Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è vicinissima ad uno dei centri nevralgici della produzione di uva a tavola. Quindi, se si diffonderà lì non si potrà più coltivare la vite per molti anni finché eventualmente non la zona non diventi infetta. A quel punto, una volta che viene riconosciuta irreparabilmente compromessa, solo se ci saranno varietà resistenti nel frattempo sviluppate, queste potranno essere reimpiantate. Nel frattempo, gli agricoltori per anni non potranno avere reddito da quella coltura che conoscono e sanno gestire. Magari potranno coltivare altro, ma non è banale né saperlo fare, né saperlo vendere. Se uno è bravo a fare uva da tavola e poi deve mettersi a fare kiwi per dire, non è che sia la stessa cosa.
L’unica speranza per l’agricoltura, non solo pugliese, è la ricerca per fare la quale sono necessari tempo e soldi. Persone, ricercatori e scienziati impegnati, per anni, a lavorare con la sola voglia di fare qualcosa per gli agricoltori. Chi vive il territorio, chi tocca con mano la devastazione, lavora per questo scopo. A distanza non si percepisce la devastazione e il senso di urgenza. È come se fosse tutto rarefatto e con nessuna necessità di sbrigarsi.
Per l’olivo, una soluzione comunque c’è. Limita molto le cultivar disponibili per la coltivazione, ma il rischio è che con il cambiamento climatico anche altre zone (e, potenzialmente, anche altre specie) potranno essere a rischio. È dunque importante lavorare sul miglioramento genetico al fine di produrre cultivar resistenti.
La vite invece è appena all’inizio. La creazione di vitigni resistenti richiede non meno di quindici anni di lavoro di ricerca. Pensate a quanti vitigni a rischio ci sono in Italia!!
Se l’impatto della Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è paragonabile alla Fillossera non abbiamo nulla di cui poter star tranquilli. La diffusione del patogeno è solo questione di tempo. Per questo abbiamo bisogno della ricerca e di persone come Laura Rustioni e Giovanni Melcarne.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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18 Novembre, 2025
I migliori vini del Lazio: due giorni di gusto, convivialità e cultura enogastronomica a Monte Porzio Catone
Il 29 e 30 novembre 2025, negli splendidi spazi di Villa Mondragone a Monte Porzio Catone, Luca e Francesca Romana Maroni accenderanno i riflettori sulla ricchezza enologica del Lazio. L’evento offrirà due giornate dedicate alla convivialità, alla storia e alla cultura del vino, attraverso degustazioni guidate e laboratori sensoriali.
Il Lazio, regione dalla storia millenaria, è un territorio variegato climaticamente e culturalmente, custode di 27 DOC tra cui vitigni autoctoni come Malvasia del Lazio, Malvasia Puntinata, Trebbiano Giallo, Greco, Cesanese. Il festival vuole esaltare l’identità e la qualità dei suoi vini, spesso poco conosciuti rispetto ad altre regioni italiane più celebri.
Villa Mondragone, con la sua architettura rinascimentale e la storica vocazione – dimora di Papa Gregorio XIII e della famiglia Borghese, oggi sede dell’Università degli Studi di Tor Vergata – sarà la cornice perfetta per celebrare l’autenticità e la tradizione della viticoltura laziale.
Nelle due serate, Luca Maroni condurrà le degustazioni, accompagnando il pubblico alla scoperta delle diverse sfumature territoriali e produttive. Le storiche trattorie di Monte Porzio Catone saranno protagoniste con offerte gastronomiche tipiche dei Monti Tuscolani, abbinando sapori dolci e salati ai vini in degustazione.
L’evento culturale sarà arricchito da un approfondimento storico dal titolo “Il Vino al tempo dei Borghese”, in collaborazione con il Museo del Vino di Monte Porzio Catone, che guiderà il pubblico attraverso usi e curiosità del Rinascimento e Barocco.
Domenica, momenti di teatro con la presenza di Michele La Ginestra, celebre attore e volto noto della TV, che con ironia e raffinatezza intratterrà i partecipanti, offrendo un piacevole intermezzo artistico.
Sarà attivo un servizio navetta gratuito tra il centro di Frascati e Villa Mondragone, per permettere agli ospiti di godere in sicurezza dell’evento.
Programma sintetico
29 novembre, ore 18:30: inaugurazione ufficiale e consegna attestati alle aziende partecipanti, seguito da workshop gastronomico e degustazione guidata.
30 novembre: degustazioni, laboratorio sensoriale, approfondimento culturale, spettacoli teatrali.
La Redazione
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18 Novembre, 2025
Al via la Vinitaly Preview Tokyo nella Settimana della Cucina Italiana nel Mondo
Vinitaly vola in Giappone per il rush finale della maratona promozionale 2025 nel mercato del vino asiatico più maturo
La staffetta internazionale di Vinitaly riparte dal Giappone dopo la tappa di Chicago, con la Vinitaly Tokyo Preview in programma il 17 e 18 novembre, inserita nella Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Organizzato da Veronafiere in collaborazione con l’Ambasciata italiana e ITA – Italian Trade Agency, l’evento rafforza la presenza italiana nel mercato asiatico del vino.
La serata inaugurale del 17 novembre si tiene nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo con una cena di gala per 50 ospiti tra istituzioni, buyer, influencer e operatori. In abbinamento è previsto un “carrello degli oli” con degustazione di 5 oli extravergine, guidata dalla giudice giapponese del concorso JOOP, Mariko Shimada. Il 18 novembre all’InterContinental Tokyo Bay si svolgono due masterclass con Filippo Bartolotta e Asami Yoshikawa, dedicate a 8 etichette e 2 blind tasting per sessione, rivolte a 50 operatori del trade selezionati da ITA.
La prima masterclass si focalizza su “The Lightness of Contemporary Italian Winemaking”, esplorando leggerezza e bevibilità come espressione di terroir ed eleganza. La seconda, “Italy Reimagined”, approfondisce l’enologia italiana contemporanea, storia, dati e tendenze produttive.
Secondo Federico Bricolo, presidente di Veronafiere, iniziative mirate come la Preview Tokyo sono fondamentali per consolidare la leadership italiana e accrescere la quota di mercato nei segmenti premium. Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere, ricorda come il Giappone sia tornato a essere il mercato vinicolo più rilevante in Asia con un controvalore export di 183 milioni di euro nel 2024, pari al 2% delle esportazioni italiane di vino.
L’Osservatorio Uiv-Vinitaly segnala segnali positivi per gli spumanti italiani in crescita di volume e valore entro il 2028, nonostante un lieve calo dei vini fermi.
La maratona promozionale di Vinitaly prosegue con tappe in Serbia, Albania, Thailandia e India entro fine 2025. Nel 2026, la strategia internazionale vedrà Preview in Norvegia, Polonia e Roadshow India, per concludersi con Vinitaly China Chengdu e la 58ª edizione della storica rassegna a Verona.
La Redazione
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18 Novembre, 2025
Chouilly. La purezza silenziosa della Côte des Blancs secondo Legras & Haas
Chouilly è il Grand Cru più a nord della Côte des Blancs, posto proprio a ridosso di Épernay. Il villaggio si stende dolcemente su colline orientate a est e nord-est, dove il gesso affiora a pochi centimetri dal suolo e lo Chardonnay domina quasi incontrastato.
Il suo clima leggermente più fresco e l’esposizione meno solare rispetto ad Avize o Cramant donano ai vini un profilo sottile, lineare e di grande verticalità. Le maturazioni lente permettono di preservare acidità e freschezza, traducendosi in Champagne cristallini, salini e longevi.
Chouilly non ama i riflettori, ma chi conosce la Champagne sa che da qui arrivano alcuni dei migliori Chardonnay della regione. È un terroir di finezza e di equilibrio, capace di unire la precisione del gesso alla rotondità naturale del frutto.
Legras & Haas. La purezza secondo Chouilly
Fondata nel 1991 da François Legras e Brigitte Haas, la maison Legras & Haas è oggi condotta dai tre figli: Olivier, Rémi e Jérôme. Proprio Jérôme, che accoglie i visitatori nella sede di Chouilly, è l’anima sorridente e curiosa della famiglia: parla anche italiano e trasmette con entusiasmo la filosofia di casa, fondata su eleganza, precisione e trasparenza.
I vigneti coprono circa venti ettari, tutti Grand Cru di Chouilly, suddivisi in oltre trenta parcelle che offrono sfumature diverse di suolo e microclima. La vendemmia è manuale, la vinificazione separata per parcella, con affinamenti lunghi e nessuna ricerca dell’effetto: tutto è pensato per esprimere il carattere autentico dello Chardonnay di questo villaggio.
Lo stile e la degustazione
La degustazione da Legras & Haas è un piccolo viaggio nel cuore dello Chardonnay. L’accoglienza di Jérôme è calorosa e sincera, e ogni calice è raccontato con precisione e passione. Tra i vini assaggiati, l’Exigence N.10 si è imposto su tutti: una cuvée che unisce lo Chardonnay di Chouilly al Pinot Noir di Aÿ, con una complessità sorprendente, dove tensione minerale e profondità fruttata si fondono in perfetto equilibrio. Gesso, bollicina finissima completanto il quadro. Da abbinare tartare di tonno rosso o cappesante scottate al burro, cosa che ho provato la settimana scorsa. Provare per credere! E non ve ne pentirete.
Accanto a lui, l’Intuition Brut e il Brut Rosé mostrano la cifra stilistica della maison: eleganza, pulizia, armonia.
Il Millesimato 2018, degustato in magnum, è stato una vera sorpresa: un progetto raro, nato da parcelle di 17 produttori diversi, tutti situati in villaggi Grand Cru, un produttore per villaggio, e assemblato in un’unica cuvée (nelle cantine di Frank Bonville) dal carattere ampio e maturo.
Ma la seconda sorpresa è stata ancora più emozionante: Jérôme ha stappato, alla cieca, un Millesimato 2013, non più in commercio, per mostrare l’evoluzione dei suoi Champagne. Un vino profondo, luminoso, con note di nocciola, agrume candito e un’eleganza sottile che racconta la capacità di invecchiamento dello Chardonnay di Chouilly.
Completano la gamma le cuvée Visions ed Evidence, due interpretazioni diverse dello stesso territorio: la prima più slanciata e minerale, la seconda più ampia e strutturata, ma sempre coerenti con l’identità pura e cesellata della maison.
Un’eleganza che non ha bisogno di alzare la voce
I vini di Legras & Haas sono la perfetta rappresentazione di ciò che Chouilly sa offrire: precisione, nitidezza, e un equilibrio naturale che non ha bisogno di forzature.
Ogni bottiglia è un ritratto del gesso, della luce e della misura. Un’eleganza silenziosa, fatta di dettagli, di armonia e di rispetto per il tempo.
Jérôme Legras, con il suo approccio curioso e il suo sorriso disarmante, incarna alla perfezione lo spirito di questa maison: tradizione e rigore, ma anche umanità e piacere di condividere.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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17 Novembre, 2025
L’aperitivo è un must per oltre 4 italiani su 10 (41%): dal calcio alla politica, ecco la top 10 degli argomenti più chiacchierati
L’aperitivo, originario dell’Italia, è diventato un appuntamento fisso a livello globale, dal Nord Europa agli Stati Uniti e al Regno Unito. In Italia, però, rimane la patria indiscussa di questo momento conviviale, in cui si parla soprattutto di sport, in primis calcio, e politica. Al terzo posto, con il 46%, si collocano le discussioni sugli affari internazionali.
Mattia Billiato, Senior Brand Manager Aperitivi
L’aperitivo non è solo un momento della giornata, ma un modo di stare insieme e confrontarsi.
Il bar è ormai un luogo di ritrovo globale, ma in Italia rappresenta una tradizione consolidata: uno spazio d’eccellenza dove condividere “quattro chiacchiere” con amici e colleghi. Secondo uno studio di Sanbittèr basato su Social Web Opinion Analysis su un campione di 480 operatori del settore e 1.200 consumatori tra i 18 e i 55 anni, il fenomeno dell’aperitivo è in crescita anche per bevande analcoliche specifiche.
Gli italiani sono molto affezionati a questo rituale: il 41% frequenta il bar in orario aperitivo, il 26% durante la pausa pranzo, il 21% per colazione e il 12% in altri momenti della giornata. Interessante è l’ascesa dell’analcolico bitter, popolare sia di sera che nel break pomeridiano.
Ecco la classifica dei temi più chiacchierati durante l’aperitivo all’italiana:
Calcio (59%)
Altri sport (29%)
Politica (49%)
Affari internazionali (46%)
Ambiente (44%)
Alimentazione e cibo (41%)
Lavoro (37%)
Shopping (35%)
Gossip (33%)
Cinema (21%)
Tra i personaggi discussi, il 41% parla di influencer, il 36% dei capi ufficio, il 29% di esponenti politici, mentre il 27% menziona sportivi e divi di Hollywood.
Il 57% degli intervistati frequenta il bar perché è un luogo dove esprimersi liberamente. L’orario aperitivo, indicativamente dopo le 18, è il momento più gettonato, con il 41% che apprezza la maggiore presenza di persone e il 35% che cerca confronto e scambio di idee con gli altri.
Il 43% del campione fa tappa al bar 3-4 volte al giorno (colazione, pausa pranzo, caffè, aperitivo), il 31% una volta al giorno, e il 15% tra 2 e 3 volte a settimana.
La Redazione
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17 Novembre, 2025
Cibus Tec Forum si è conclusa con numeri significativi: la mostra-convegno dedicata alla tecnologia per l’industria alimentare e delle bevande ha tracciato a Parma la rotta dell’innovazione
Parma è stata la capitale per due giorni del foodtec, ospitando più di 200 aziende e brand italiani e internazionali, con un’ampia partecipazione del pubblico professionale della Food Valley e non solo, operante nei settori food e foodtec.
La seconda edizione di Cibus Tec Forum ha rappresentato un importante momento di confronto, con oltre 20 seminari e conferenze, un’area dedicata alle start-up e la Talent Academy, che hanno contribuito a delineare le traiettorie di sviluppo per l’intera filiera alimentare.
Cibus Tec Forum ha inoltre annunciato due nuovi progetti strategici per il 2026: la candidatura a ospitare il World Pasta Day 2026 e nuovi impegni verso il mercato africano, con tappe previste in Senegal, Kenya e Sud Africa per promuovere il Made in Italy e le tecnologie italiane di processing e packaging.
Il forum, organizzato da Koeln Parma Exhibitions (KPE), è ormai una piattaforma di riferimento globale per l’innovazione nell’industria alimentare e delle bevande, superando i confini geografici e consolidando l’Italia come hub di eccellenza.
Alla chiusura, Thomas Rosolia, Presidente KPE, ha sottolineato come il progetto crei un modello fieristico unico che valorizza competenze e sinergie globali, mentre Antonio Cellie, CEO KPE, ha evidenziato l’eccezionale esperienza di business garantita dai format smart, con una intensa partecipazione professionale.
La manifestazione ha avuto come Sponsor Platinum CFT, un player internazionale della Food Valley focalizzato su innovazione, sostenibilità e valorizzazione filiera Made in Italy.
In contemporanea si è svolta la prima edizione di Labotec, expo-conference nazionale dedicata alle tecnologie e innovazioni per laboratori di analisi e ricerca, che tornerà nel 2026 in parallelo a Cibus Tec.
Per maggiori informazioni visitare www.cibustecforum.it.
La Redazione
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17 Novembre, 2025
Facciamo “Due Passi in Vigna”
Sabato 25 ottobre ha avuto luogo la tredicesima Edizione di “Due Passi in Vigna“ evento organizzato dal team Vinario4 (Marco Ciccottelli, Riccardo Roselli e Matteo Zelinotti) al Mercato Centrale di Roma.
Chi mi segue, sa che sono una grande fan di questa manifestazione vinicola, nonché grande sostenitrice degli organizzatori, molto bravi e professionali.
Il tema di questa edizione sono stati i vini sostenibili. Si è tenuta una tavola rotonda molto interessante condotta da Matteo Zelinotti e l’Avv. Floriana Risuglia (Docente Diritto Vinicolo e Delegata ONAV Roma). Dopo un breve excursus sul tema della sostenibilità, generalmente focalizzato su ambiente, economia e società, si è posta attenzione all’ecosostenibilità’.
Già da qualche anno, infatti, molte aziende vinicole stanno adottando misure per produrre vini sostenibili. Ne cito alcune: tutela della biodiversità, utilizzo di energie rinnovabili e materiali riciclabili, riduzione di prodotti chimici. Tuttavia, per produttori e produttrici, è molto difficile adempiere a tali indicazioni, sia per motivi economici (è molto esoso ottenere certificazioni del settore e anche mettere in pratica tali misure) che per motivi normativi, poiché la regolamentazione è complessa.
Non da ultimo, è necessario saper comunicare il vino sostenibile, termini risultanti spesso inflazionati, su cui è importante effettuare un’operazione di marketing mirata e nello stesso tempo alla portata di tutti, come condiviso anche da alcuni produttori che sono intervenuti nel dibattito.
Al termine della discussione, ci siamo letteralmente tuffati nella degustazione.
Vi porto con me in un viaggio ricco di novità, raccontando i vini che mi hanno colpita di più.
Inizio da Cantine Primaluce, di Anna Cedrini, che si trova a Tarquinia, in provincia di Viterbo. Agli inizi del Novecento l’azienda agricola fu fondata, grazie all’assegnazione di un terreno dall’ente Maremma. Successivamente, in anni recenti, è stata creata l’azienda vinicola, affiancata, per l’accoglienza, dall’Agriturismo Casale Poggio Nebbia.
L’obiettivo è di creare vini identitari, in cui sia riconoscibile il territorio dove sono coltivate le uve: zona collinare, con terreno argilloso e minerale, situato vicino al mare. La biodiversità è molto tutelata, con grande rispetto per la fauna del luogo, preziosa anche per l’equilibrio dell’ecosistema delle vigne; infatti, le etichette sono un omaggio agli animali che popolano l’area.
E una lepre che corre è raffigurata sul vino assaggiato, “Brina”, Viognier in purezza, chiamato così perché ha la freschezza della brina mattutina, che ricopre vigna e paesaggio. Nel processo di vinificazione, subisce un processo di stabulazione (tecnica estrattiva) e un periodo di batonnage (movimento che rimette in sospensione le fecce fini) che donano al prodotto complessità, potenziale evolutivo e preservazione degli aromi.
Al naso emergono note eleganti e intense di agrumi, ananas e fiori gialli; al sorso fresco, segue una buona persistenza con nota finale leggermente agrumata.
Come abbinamento, sono ispirata da Tarquinia, luogo bellissimo, che conserva resti preziosi dell’antica civiltà etrusca. E nei dintorni di questa bellezza, sono state girate alcune scene di un film celeberrimo Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, con uno strepitoso Alberto Sordi.
Ora ci trasferiamo a Poli, in provincia di Roma. Qui ha sede Tenuta Lungarella, attraverso cui Marino Lulli e i figli, Alexander e Luigi, vogliono trasmettere i valori e i prodotti del territorio, anche attraverso l’ospitalità offerta nella struttura.
I vigneti sono in zona collinare, tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, caratterizzati da suoli tufacei e calcarei; luoghi bellissimi in cui gli imperatori Romani andavano a ristorarsi.
E infatti la linea vinicola si chiama Julius in onore di questa storica tradizione.
Ho assaggiato uno spumante metodo Charmat (fermentazione in autoclave), Brut Rosè Tenuta Lungarella a base di Montepulciano. Sentori eleganti di fragoline di bosco, anticipano un gusto cremoso, che avvolge il palato con lievi note finali minerali. In onore di questo vino, abbino gli scritti di Giulio Cesare, spesso oggetto di esercitazioni per le traduzioni dal latino, come è accaduto alla sottoscritta durante la scuola superiore: De Bello Gallico e De Bello Civili.
Viaggiamo verso la Puglia, per l’esattezza a San Donaci, nel brindisino. Qui si trova Cantine Serio, un’azienda che è nel mondo del vino dagli anni Trenta e che ora è guidata da Giuseppe Serio. Siamo nel cuore della DOP Salice Salentino, il cui nome deriva dalla foresta di salici che in epoche antiche predominava nell’odierno comune omonimo.
Il rosato a base di Negroamaro assaggiato, Setis, all’olfatto presenta sentori predominanti di ciliegie, seguiti da un sorso fresco ed elegante. Abbino un film di successo girato in Salento: Tre uomini e una gamba di Massimo Venier, con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Ripartiamo per la Toscana dove facciamo due tappe.
La prima è a Terranuova Bracciolini, in provincia di Arezzo, con Pian del Pino, di Giovanni Batacchi. I vini prodotti sono frutto di lavorazioni in vigna senza trattamenti invasivi, aderendo al Metodo Man (Metodo Agricolo Naturale, acronimo di Mani, Autonomia e Natura). La zona è nei Pianalti del Valdarno, caratterizzata da suoli argillosi e minerali. E per l’amore verso il territorio, la produzione vinicola è orientata su vitigni autoctoni, come il Colorino del Valdarno, protagonista del vino assaggiato: Salix, vinificato in purezza solo da quest’azienda. Note olfattive intense di more e mirtilli neri, chiodi di garofano e pepe nero, anticipano un gusto fresco, molto persistente.
Il mio pensiero va a un genio nato nell’aretino, le cui opere incantano il mondo intero: Michelangelo Buonarroti.
La seconda tappa è a Chiusi, in provincia di Siena, dall’Azienda Agricola Nenci, famiglia che lavora nel campo vinicolo e agricolo da 50 anni. Oggi alla guida c’è Paolo Nenci, giovane molto promettente che nel 2016 è stato il “Primo Contadino Digitale in Italia”, riuscendo a coniugare la digitalizzazione e la volontà di trasmettere emozioni con i prodotti. Il vino assaggiato, Venere, che prende il nome dalla collina Monte Venere dove sono coltivate le viti, è un Sangiovese in purezza, che al naso presenta sentori di frutti di bosco, viole, liquirizia e cacao. Il palato è avvolto da morbidezza e lunga persistenza. E, per il nome, come non abbinarlo alla leggendaria Venere dell’artista toscano Sandro Botticelli?
Ci avviamo all’ultima tappa di questo viaggio meraviglioso, un vino dolce che ho appositamente assaggiato per ultimo, perché non molto diffuso, ahimè: Cannellino di Frascati DOCG Cannellitto dell’azienda romana Torre dei Falchi. È una realtà vinicola giovane, nata nel 2015, ma crede molto nella valorizzazione dei vitigni autoctoni.
Il nome del vitigno Cannellino sembra derivare dalla cannella della botte, da cui questo vino sgorgava già in epoca romana.
Cannelitto è composto da: 50% Malvasia, 30% Malvasia del Lazio, 10% Trebbiano Giallo e 10% Bellone. Note intense ed eleganti di pesca, miele, arancio candito, vaniglia e zenzero, accompagnano un gusto avvolgente, con note finali lievemente agrumate. Lo abbino ai “Sonetti Romaneschi” di Trilussa in cui, tra l’altro, è nominato anche il Cannellino.
E con quest’ultimo assaggio, Il nostro percorso vinicolo è giunto alla fine.
Ringrazio Vinario4 che organizza sempre eventi in cui si dà voce a realtà vinicole molto interessanti.
Al prossimo Wine Tale!
Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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