Amarcord di assaggi
28 Lug 2025
Dal vino in poi

Amarcord di assaggi

 

Ebbene sì, lo confesso, tra le mie fisse mentali, c’è anche quella di fotografare sempre tutto ciò che assaggio.

Ho lo smartphone pieno di immagini di bottiglie, etichette, calici. Poi magari le rivedo dopo qualche tempo. E la particolarità è che, oltre a ricordare sentori e gusti, percepisco nuovamente anche il mio stato d’animo in quel momento. Lo rivivo con molta curiosità, perché è tutto più nitido e ancora più piacevole, e qualche volta ripasso la storia che c’è dietro quella bottiglia.

E proprio ieri mi è capitato di scorrere le foto di due weekend della seconda metà maggio, periodo dell’anno bellissimo, quando le giornate sono lunghe e inizia ad avvicinarsi l’estate, associata a relax e vacanza.

Vivo in Italia, Paese bellissimo, dove i vari tipi di territorio, offrono tanto: cibo, vino, birra e distillati. Tra questi ultimi, di recente, sta avendo successo la produzione di gin.

Amarcord di assaggiNato nel Seicento come distillato di alcol di cereali aromatizzato con base di bacche di ginepro (che in olandese è jenever da cui deriva gin), era utilizzato per scopi medici. A proposito di questo dettaglio, sembra che una primissima versione del gin, sia stata prodotta precedentemente dalla celebre Scuola Medica di Salerno, sempre come medicinale. Poi, successivamente, il processo di preparazione si è evoluto, e il gin è diventato una bevanda diffusa tra i soldati nelle numerose battaglie, diffondendosi in Inghilterra, dove, tra alterne fortune, è diventato un prodotto alcolico molto importante, aggiungendo anche erbe e spezie chiamate “botanicals” (botaniche). Oggi è molto utilizzato nel mondo della miscelazione. Lo stile di produzione più famoso, e da me preferito, è il London Dry Gin, che non prevede l’aggiunta di aromi o dolcificanti artificiali dopo la distillazione, ma solo ingredienti botanici naturali. Di conseguenza, in linee generali: gusto pulito e secco, in cui predominano le note erbacee del ginepro.

Io però sono appassionata e curiosa di distillati, e quindi mi diletto nel provarne di nuovi e diversi. Così, spinta da un mercato vario, con diversi esperimenti di botaniche nel processo di lavorazione, quando il clima si addolcisce, assaggio prodotti in cui oltre al ginepro, si percepiscono altre note e gusti. In Italia si è sviluppata un’ottima produzione di questi spirits (termine inglese che indica la categoria dei superalcolici) e, grazie alle numerose erbe aromatiche che abbiamo, è davvero un piacere assaggiare i cocktails preparati con tali elementi. Per quanto mi riguarda, ho un rito: il venerdì, prima di cena, mi preparo un gin tonic a casa. È il mio omaggio alla fine della settimana lavorativa. Senza strafare, accompagnato poi anche da stuzzichini prelibati e, perché no, qualche volta lo abbino anche al pasto.

Amarcord di assaggiUna delle storie più diffuse sulla nascita di questo cocktail risale al XIX secolo in India, all’epoca sotto il dominio inglese. L’acqua tonica era un trattamento utilizzato contro la malaria, per uno dei suoi ingredienti principali, la chinina. Il sapore però era amaro, e così i componenti dell’esercito britannico, iniziarono ad aggiungere il gin, motivo anche per cui l’acqua tonica classica è chiamata Indian Tonic Water.

Racconto questi particolari con gioia, perché penso sia interessante sapere cosa si nasconde dietro nomi e usanze anche in questo settore.

E allora, grazie al regalo di un mio carissimo amico, Angelo, di nome e di fatto, mi sono preparata un gin tonic con un prodotto Italiano: Pigskin Silver di Silvio Carta. Il nome, letteralmente pelle di maiale, indica il cinghiale, animale con cui sono avvenuti incontri ravvicinati durante la raccolta delle botaniche necessarie alla preparazione del distillato.

E’ un London Dry Gin che nasce in Sardegna. Negli anni 50, Silvio Carta fondò l’omonima azienda che oggi ha sede a Zeddiani in provincia di Oristano, dedicandosi alla produzione di un famoso vino: Vernaccia di Oristano. Nel corso del tempo, grazie anche al figlio Elio, è nato anche l’interesse per liquori e distillati, cercando sempre di trasmettere le bellezze sensoriali del territorio nelle loro creazioni.

Appena versato, al naso è emerso il ginepro, molto diffuso in questa parte della Sardegna. Subito dopo, in successione: rosmarino, timo, mirto, agrumi. Al palato è morbido, e molto persistente. Davvero un ottimo gin, che racchiude tutte le meravigliose ricchezze di questa isola splendida.  Poi ho aggiunto acqua tonica; di quest’ultima ce ne sono varie versioni, ma in questo caso ho preferito utilizzare la classica, per non interferire troppo nei sentori e gusti naturali di questo gin. Naturalmente il gin tonic ha un altro componente essenziale: tanto ghiaccio!

Seduta sul divano, sorseggio lentamente e pregusto il weekend imminente. Sensazione fantastica, accompagnata dall’ascolto a tutto volume di High Hopes dei Pink Floyd, gruppo celeberrimo che mi fa letteralmente impazzire!

Il primo approccio nei loro confronti è stato durante l’adolescenza, periodo in cui la mia curiosità ha iniziato a guidarmi in varie scoperte.

Amarcord di assaggiE infatti, la prima birra che ho assaggiato alla fine della scuola superiore, è stata la mitica Corona Extra. Scrivo mitica, perché in quegli anni e in quella fascia d’età era una sorta di rito di passaggio, un approccio al mondo adulto. E ho avuto l’occasione di riassaggiarla dopo tanti anni, in una cena con le amiche storiche – tutte ex universitarie –  in un locale a Roma. Casualmente si esibiva la Bim Bum Band, nome ispirato al mitico programma che andava in onda su Italia Uno, dove canta anche la bravissima Angela, che ho conosciuto quando facevo parte di un coro. Serata amarcord tra sigle dei cartoni animati, Occhi di Gatto per citarne una, e appunto la Corona.

Questa birra è prodotta dal 1925 (ebbene sì, cento anni fa…) dalla Cervecería Modelo, fondata a Città del Messico nel 1922 da Braulio Iriarte, emigrato spagnolo.

Oggi il marchio appartiene alla multinazionale Anheuser-Busch InBev. La Corona è una birra chiara adjunct lager, cioè leggera, poco amara, e con una bassa gradazione alcolica.  E’ composta di orzo, riso, mais e luppolo e al naso si percepiscono lievi note agrumate. Una caratteristica è che si consuma con una fetta di lime (o limone) nel collo della bottiglia. Le motivazioni sono varie, la più diffusa è che sia un escamotage per dare sapore a una birra poco strutturata, spesso anche cospargendo di sale la bocca della bottiglia.

Per quanto mi riguarda la trovo una bevanda dissetante e la abbino a un’artista leggendaria e molto coraggiosa, nativa di Città del Messico: Frida Kahlo, spesso celebrata in mostre in cui sono esposti soprattutto i suoi autoritratti molto colorati.

Concludo la carrellata di assaggi con un vino bianco siciliano che ho avuto il piacere di bere in un pranzo domenicale con un’amica e la sua famiglia: Sicilia DOC, Tre Venti di Cantine Birgi, azienda situata nella Contrada Birgi Nivaloro a Marsala, in provincia di Trapani.

E’ una cooperativa fondata nel 1960. Oggi ha più di 1.000 soci conferitoti che annualmente portano le loro uve in sede per la vinificazione. I vigneti, autoctoni e internazionali, sono coltivati nella Sicilia Occidentale con i sistemi ad alberello e a spalliera meccanizzata, entrambi garanzia di ottima qualità nella produzione.

Il vitigno protagonista è il siciliano Grillo, nato nel XIX secolo da un incrocio tra il Catarratto e lo Zibibbo, creato dall’appassionato ampelografo Antonino Mendola.

Il nome Tre Venti della bottiglia, ricorda Maestrale, Libeccio e Scirocco, elementi imprescindibili in questa parte della terra sicula. Il colore è giallo paglierino, note di pesca bianca, agrumi, zagara, sono seguite da un gusto fresco con nota sapida in chiusura. Ottimo vino anche nel rapporto tra qualità e prezzo. Bere bene, è anche una modalità di ricevere un pensiero gentile da persone a cui sono molto legata, come è accaduto in questo pranzo. E chiudo con un collegamento proprio all’amicizia, l’evergreen Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry.

Alla prossima con nuovi assaggi!

 

Biancamaria Caroli

Mi trovi su Instagram come @bingasommelier

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