La cantina dei Colli euganei che s’inchina alla Serenissima
C’è un momento, in chi come noi viaggia molto per progettare cantine vinicole, in cui la strada smette di essere un tratto di asfalto e diventa una soglia, una porta d’ingresso a un mondo che parla con altre regole.
Non si arriva per caso nei Colli Euganei: ci si imbatte in un paesaggio che non finge e non si concede facilmente, che non si offre come cartolina da esibire, ma si rivela solo a chi è disposto ad ascoltare.
Ruderi e colline ardite che si alzano non per stupire, ma per custodire. Un arcipelago antico, silenzioso e raccolto, che ancora oggi trattiene i segreti di mercanti e monaci, patrizi e vignaioli. È una terra gentile e severa insieme, dolce nei pendii ma aspra nei silenzi, sospesa tra ombre e luci, in cui la memoria della Serenissima Repubblica di Venezia aleggia come un respiro trattenuto.
L’eco della laguna, neanche tanto lontana, si avverte in un soffio salmastro che risale dal cuore della pianura e si posa su vigne ordinate e corti rurali come una carezza invisibile.
È questo il luogo dove mi sono ritrovato, e con questo spirito sono giunto, a Cortelà, chiamato da un committente accorto, rispettoso, un po’ guardingo, che mi ha sussurrato con voce quasi liturgica
Architetto, ci serve un ampliamento. Ma che non si veda troppo
Mi pose una sfida tanto semplice quanto impegnativa: ampliare una cantina contadina senza farla apparire un’intrusa, costruire senza disturbare, innestare con umiltà.
E in quell’istante ho capito che il Genius Loci dei Colli Euganei esigeva una risposta differente da quello di Usini, in Sardegna.
Là, nel precedente viaggio, il vento dominava la scena, soffiava come un regista severo e bastava osservare i muretti a secco per intuire la direzione della forma e dello spazio.
Qui invece no.
Qui il Genius Loci non parla con la voce del vento né con l’odore della terra, ma con lo sguardo, con le altezze, con le geometrie invisibili che la Serenissima ha lasciato come eredità morale.
Qui il paesaggio non permette gesti sfrontati: chiede discrezione, pretende un inchino. Non vuole volumi che si impongono, ma ampliamenti che si inseriscono come un eco, come una propagazione naturale di ciò che già respira.
Così ha inizio questa nuova lezione: l’arte di costruire senza disturbare, di dare forma senza ferire, di innestare pietra su pietra come si farebbe con un innesto su vite antica, cercando non la gloria dell’architetto, ma l’armonia del luogo.
Il sito
A Cortelà, nel Comune di Vo’, il compito era quello di rammendare un borgo rurale fatto di cantina contadina, di un agriturismo che porta ancora l’impronta della Repubblica di Venezia e di un ex pollaio divorato dal verde.
Un insieme delicato, quasi una corte sacra, attorno alla quale ogni pietra e ogni filare raccontano storie stratificate.
L’ampliamento non poteva e non doveva somigliare a un gesto di forza, ma a un innesto su vite antica: silenzioso, pudico, necessario.
Persino il committente lo percepiva così: voleva spazi nuovi per la vinificazione, ambienti adatti alla conservazione del vino e bottiglierie progettate ad hoc, ma tutto con una misura che non tradisse l’anima contadina del luogo.
E come se non bastasse a rendere il compito solenne, si imposero i vincoli paesaggistici, severi come guardiani inflessibili.
Ma non erano ostacoli: erano segni, parole taciute che attendevano solo di essere decifrate.
Gli archivi storici di Stato di Padova e di Venezia
Mi immersi allora negli archivi storici di Stato (perché un architetto di cantine fa anche questo), prima a Padova e poi in quello di Venezia, tra pergamene e catasti che odoravano di umidità e di secoli.
E lì, tra carte consunte, avvenne ciò che temevo.
La prima apparizione di Dioniso e Bacco. Un siparietto si stava consumando davanti a me nel totale silenzio della sala.
Dioniso, col capo incoronato d’edera, sorridente e beffardo, con gesto teatrale indicava righe di registri, quasi a dire: «Varda qua, fio mio, la storia te parla!» Subito, un altro sipario si mosse, e comparve Bacco, gioviale e irriverente, che rovesciava coppe d’oro sulle mappe dei campi, come a battezzare i luoghi col vino della memoria.
Fu così che, nel fruscio dei fogli, mi ritrovai in compagnia, non più solo,: i due compagni invisibili mi guidavano, facendo della ricerca un banchetto sacro.
Dioniso e Bacco in sopralluogo in cantiere vestiti da patrizi veneziani
I miei compagni invisibili di viaggio si materializzarono ancora una volta. E questa volta non furono semplici apparizioni leggere, ma teatrali.
Varcarono la soglia della corte con l’aria di chi vi fosse nato: Bacco, pingue e sorridente, sfoggiava una zimarra di velluto amaranto con merletti dorati, talmente larga che pareva rubata a un Doge; Dioniso, più scaltro e teatrale, indossava una toga nera da patrizio, il colletto alto e stropicciato, profumata di rosolio e funghi secchi. Entrambi portavano al fianco una coppa d’argento, sempre vuota, ma agitata come se fosse piena.
Camminavano baldanzosi tra le stanze dell’agriturismo, misuravano a passi larghi i portici, entravano e uscivano dai fienili come due revisori dei conti chiamati a verificare non il bilancio, ma le scorte di vino.
Si fermarono un istante nel giardino della corte, dove le aiuole di fiori raccontavano più della storia che delle stagioni.
Edoardo!
gridò Dioniso, battendo il bastone immaginario sul selciato.
Questa corte non è un cortile qualsiasi, ma un campiello veneziano trasportato in collina. Se osi piazzarci un volume fuori posto, Casanova stesso scapperà dalla tomba per riderti in faccia.
Anzi,
ribatté Bacco, carezzandosi la pancia come fosse un globo,
non solo riderebbe, ma pretenderebbe un brindisi. E guarda che io sono disposto a sostituirmi a lui, purché il vino non manchi.
Risero tra loro, ma non io. Io sudavo freddo…
Successivamente, varcarono la soglia della vecchia cantina come due ambasciatori decaduti.
Qui,
disse Dioniso,
serve un ampliamento che sappia danzare con la collina. Non troppo alto, ché sfida il cielo; non troppo basso, ché il vino soffoca. Una loggia di pietra vulcanica, inclinata appena, come un inchino a Venezia.
Poi si spinsero nella sala dell’agriturismo, toccando le mura con le nocche come giudici severi.
Qui servono archi ribassati e luci discrete,
declamò Dioniso,
ché il vino non sopporta le lampade da supermercato.
Alla fine, come due attori consumati, tornarono al centro della corte. Si guardarono attorno con finto rigore, poi si rivolsero a me all’unisono:
Architetto Venturini, sì, il tuo progetto può andare. Ma bada bene: ci devi promettere che alla fine della costruzione, il primo brindisi spetta a noi. Gratis. A volontà.
Non potevo ignorarli: erano la parodia e allo stesso tempo l’incarnazione di ciò che il Genius Loci mi stava imponendo.
Il progetto
Così, passo dopo passo, la progettazione prese forma. La nuova cantina non sarebbe sprofondata nel terreno come a Usini, dove la soluzione ipogea nasceva da necessità climatiche e dal respiro dei venti.
Qui, al contrario, doveva emergere con discrezione, come un corpo in trachite vulcanica che si accosta alla corte senza disturbare, con inserti di pietra bianca e mattoni a comporre un linguaggio sobrio e antico. Le coperture, appena inclinate, richiamavano senza ostentazione l’eco delle architetture veneziane.
Le aperture non si slanciavano verso la valle ma si rivolgevano prima alla corte, come a ribadire che il centro vitale non era il paesaggio lontano, ma quello immediato, intimo, raccolto, dove il vino si racconta prima ancora di essere versato.
L’agriturismo, ristrutturato con dignità, avrebbe accolto sale di degustazione ispirate alle corti nobiliari, mentre l’ex pollaio, da misero rudere, sarebbe stato trasformato in un ricovero agricolo e in un laboratorio per marmellate: un gesto poetico di restituzione.
Tutto era guidato dalla stessa logica: evitare la “WOW architettura”, quella che alza la voce senza ragione, e sposare invece la discrezione, la durata, l’armonia.
La lezione
Ecco dunque la differenza tra il Genius Loci di Usini e quello dei Colli Euganei. Là, i muretti a secco e i venti dominanti suggerivano una cantina ipogea, immersa e protetta, legata alla terra e al respiro del Mediterraneo.
Qui, invece, l’eredità della Serenissima e la sacralità del paesaggio impongono un ampliamento che non affonda ma si inchina, che non osa sfidare ma si allinea, che non cerca di stupire ma di continuare a raccontare.
Un altro insegnamento, un’altra lezione, che ancora una volta non nasce dalla vanità dell’architetto ma dall’ascolto del luogo.
E così, tra apparizioni comiche dei due Dèi e il silenzio austero dei Colli, ho imparato che costruire qui non significa aggiungere, ma prolungare. Non inventare, ma rammendare. Non firmare, ma inchinarsi.
E se un giorno passando per Cortelà vi sembrerà di sentire risate fragorose e bicchieri che brindano sotto i portici… beh, non cercate spiegazioni razionali. Sono loro, ancora lì, che ridono di noi.
Alla prossima lezione di architettura del vino.
Arch. Edoardo Venturini
Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
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