Da Brisighella al Delta del Po
Il 22 maggio scorso, in un itinerario che mi portava da Roma al Delta del Po, ho fatto una deviazione, con tappa in un’azienda vinicola a Brisighella, in provincia di Ravenna. La scelta è stata dettata sia dalla Guida Slow Wine, che ho sfogliato focalizzandomi sulla località a cui avevo pensato, sia da alcuni articoli in cui si parlava dei vini di quest’area.
Sono andata a visitare Fondo San Giuseppe, sull’Appennino Romagnolo, nella sottozona di Valpiana, a 400 metri sul livello del mare. Si supera Brisighella e ci si inerpica in una strada in salita, sterrata ma non troppo, e si arriva davanti a una struttura nuova e bellissima. Stefano Bariani, ferrarese di nascita e dopo un’esperienza lavorativa vinicola in Piemonte, ha acquistato la proprietà nel 2008 insieme alla moglie Mariagrazia Rizzati, prediligendo un territorio integro e fruttifero. Il logo aziendale è l’albero della vita, simbolo di nascita e rinascita, ripreso da una ceramica di Faenza, cittadina vicina e famosa in tutto il mondo proprio per quest’arte. Da allora è iniziato un lungo progetto, che ha portato, dall’anno scorso, a vinificare le uve, tutte raccolte manualmente, direttamente nell’edificio che ho visitato. La produzione è biologica, attestata da Suolo e Salute, primo organismo di controllo e certificazione per il biologico in Italia.

Al piano terra, si trovano sia vasche di cemento vetrificato che di acciaio e, nella cantina, con pareti naturali di roccia, sono presenti barrique e tonneau di pregiato rovere francese. Al piano superiore si trova la sala degustazione. Alcuni dettagli sono in corso di assestamento, ma le enormi vetrate trasparenti mostrano un panorama eccezionale, davvero piacevole mentre si assaggiano i vini. Ci accoglie l’enologo Simone Cavallini, un ragazzo gioviale, pacato e molto professionale, che inizia a mostrarci il suolo su cui sono coltivate i vigneti: marna, arenaria, argilla e calcare. La maggior parte delle uve a bacca bianca a Brisighella, quelle a bacca nera e rossa a Modigliana, località che si trova dall’altra parte della montagna, in provincia di Forlì-Cesena. Di fronte a noi, vediamo due zone triangolari molto chiare in mezzo a moltissimi alberi, apprendiamo che sono il frutto delle stratificazioni delle rocce, conseguenza di anni di piogge e altri eventi climatici, non da ultima l’alluvione che nel 2023 ha causato molti danni in questo territorio.
Ci sediamo e, con una vista impagabile, dominata da sfumature di verde per la folta e rigogliosa vegetazione, iniziamo con Tèra, terra in dialetto, un Trebbiano del 2024, affinato per circa 6 mesi per il 15% in barrique di quinto e sesto passaggio e per la parte restante in cemento. E’ un vino che necessita sicuramente di qualche anno di maturazione in bottiglia, ma già adesso, dopo alcuni minuti di ossigenazione, sprigiona sentori vegetali e al palato la pungente freschezza iniziale, tende ad ammorbidirsi ed equilibrarsi. La pazienza è utile anche in queste situazioni, si aspetta un po’ e poi arriva la parte migliore, si beve un vino ottimo. Abbino la canzone dei The Doors Waiting for the Sun, l’attesa è per il sole, una cosa bella che rigenera il cuore, e in questo caso il palato.
Continuiamo con Caramore, Chardonnay del 2024, il cui vitigno è nella Valle di Acerreta, a Modigliana. Affinamento per il 50% in barrique e per il 50% in cemento per 6 mesi. Note fruttate, soprattutto pera, e leggermente gessose, anticipano un sorso caratterizzato da una buona persistenza e mineralità. Il nome del vino è l’unione di Caro e Amore, soprattutto nei confronti della natura, che regala doni preziosi come l’uva. Viviamo in un mondo meraviglioso, così cantava il mitico Louis Armstrong in What a Wonderful World.
Si procede con un vitigno autoctono molto famoso: l’Albana, in versione secca. Il nome della bottiglia annata 2024, è Fiorile, ottavo mese del calendario rivoluzionario francese, dal 20 aprile al 19 maggio. Periodo dell’anno in cui le fioriture spesso raggiungono il massimo splendore. Affinamento di circa 6 mesi, per il 50% in tonneau e per il 50% in cemento. Al naso si percepiscono forti ed eleganti note agrumate, soprattutto di mandarino, seguite da un gusto fresco con finale fruttato di leggere note esotiche. Questo vino mi ricorda le vacanze estive da bimba con la mia famiglia. Si andava in Riviera Romagnola, a Rimini, e spesso notavo che la mattina molte persone bevevano alcuni sorsi di Albana prima di andare in spiaggia, come un rito per iniziare la giornata. E scatta l’abbinamento a un film storico Amarcord di Federico Fellini, riminese doc.
Questo bellissimo percorso, si conclude con un vino rosso, Collanima 2023, blend di Albana Nera (90%) e Centesimino (10%). Entrambi sono vitigni autoctoni, poco diffusi ma tipici di queste parti. Centesimino deriva dal soprannome, per l’avarizia, di Pietro Pianori, che ritrovò alcuni resti di queste uve, anticamente chiamate Savignone, e riuscì a recuperarle a metà del secolo scorso. L’affinamento è in cemento per 12 mesi. Un nitido colore rosso rubino, anticipa intensi sentori di more, lamponi e marmellata di prugne, con lievi note di liquirizia. Dopo il primo sorso, il palato è morbido, nonostante sia un vino giovane, che può ancora maturare. Il nome della bottiglia è la contrazione di col l’anima, cioè con l’anima, che rende l’importanza di agire in progetti importanti, come Fondo San Giuseppe, con tenacia, forza e convinzione. Mi viene in mene un libro bellissimo, Le nostre anime di notte di Kent Haruf, dove i personaggi protagonisti intrecciano delicatamente le loro vite e le loro anime.
Lasciamo questi posti rigogliosi e ci dirigiamo sul Delta del Po. Il meteo non aiuta, piove con forti raffiche di vento, non è possibile fare escursioni sul fiume, e mi consolo quindi con un pranzo al Ristorante Albergo Da Renata a Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Assaggio le ostriche rosa Tarbouriech, eccellenza della Sacca di Scardovari, a pochi chilometri di distanza. Sono in una zona con una biodiversità incredibile e il vino che assaggio ne è un prodotto. Cuvéè dell’Abate, Brut Millesimato, Azienda Agricola Corte Madonnina, con sede a Codigoro, in provincia di Ferrara. Il territorio è Bosco Eliceo, caratterizzato da nebbie, sole e sabbia; infatti proprio per quest’ultima caratteristica, i vitigni resistettero al flagello della filossera e sono coltivati a piede franco, cioè senza innesto selvatico (come invece accade per la stragrande maggioranza delle vigne). Lo spumante è un metodo Charmat (rifermentazione in autoclave), ottenuto da Trebbiano, Sauvignon e Pinot Grigio. Sentori di fiori di campo, erba e iodio fanno da preludio a un gusto fresco, con perlage persistente. Ottimo con le ostriche rosa, abbinamento territoriale azzeccatissimo!
L’idea di arrivare qui, è nata dopo aver visto la serie TV del 2020 L’Alligatore, diretta da Daniele Vicari ed Emanuele Scaringi con Matteo Martari, Thomas Trabacchi e Valeria Solarino; tratta da una serie di romanzi gialli di Massimo Carlotto, ambientati nel Nord-Est Italiano. Sono rimasta colpita dall’atmosfera romantica e malinconica dei paesaggi visti e narrati.
Purtroppo poi, dopo questi momenti meravigliosi, sono arrivata alla fine di questo tour. Rientro un po’ triste, ma con molta gratitudine per tanta bellezza sensoriale.
Alla prossima!
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