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11 Settembre, 2026

Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare 

  A Vecchie Terre di Montefili, il Biancone 2024 racconta una donna che ha trasformato il cambiamento in appartenenza   Una strada trovata sullo schermo  Sul vecchio computer di casa compare una graduatoria e Serena Gusmeri cerca il suo nome, lo trova tra i primi venti e resta a fissare lo schermo con una sorta di felicità semplice. Come quando quella porta si apre proprio nel momento in cui speravi si aprisse. Una gioia che si fa fatica a dimenticare. Non fosse altro perché per Serena voleva dire la prima scelta davvero sua.  Guardai la graduatoria e pensai: ce l’abbiamo fatta. Un plurale che contemplava un padre operaio, una mamma infermiera, l’orto di casa, le galline, le giornate passate nei boschi con gli scout e poi da capo scout, le damigiane del Trevigiano che finivano imbottigliate in famiglia. Come per molte situazioni analoghe, il vino era già presente nella sua vita molto prima di diventare una professione. Aveva il volto delle cose semplici, delle mani occupate a fare e di una natura vissuta ogni giorno.  Qualche mese prima una professoressa aveva accolto con scarso entusiasmo la sua idea di iscriversi a Viticoltura ed Enologia. Serena usciva dal liceo scientifico, aveva accompagnato la sorella all’Università di Verona e durante un open day aveva trovato una brochure che parlava di agricoltura, natura e lavoro concreto. Le era sembrata una strada possibile, forse addirittura la sua.  Mi disse che quel percorso sembrava poco adatto alle mie attitudini e mi aveva smontata completamente. Serena passò l’estate sui libri a preparare il test di ammissione, sostenne anche quello di Economia e Commercio a Brescia per tranquillizzare la famiglia e all’uscita dall’aula guardò l’amica Paola pronunciando una frase che oggi assomiglia già a una dichiarazione di libertà.  Economia e Commercio io non la farò mai. Molti anni dopo, seduta tra le vigne di Vecchie Terre di Montefili, conserva lo stesso modo di stare davanti alle possibilità: osserva, riflette, studia e poi sceglie. È accaduto quando ha lasciato Brescia per Verona, quando è partita per l’Australia, quando ha raggiunto Benevento con una valigia e poco altro, quando ha deciso di seguire suo marito in Toscana e quando ha preso tra le mani una collina che chiedeva tempo, pazienza e fiducia. È accaduto anche con il Biancone, lo Chardonnay di Montefili, rimasto per oltre quarant’anni in attesa di una forma capace di esprimere il luogo.  Le cose vanno fatte quando esistono le condizioni per farle bene. A oltre cinquecento metri, sopra Panzano in Chianti, quella frase assume la consistenza delle pietre, il profumo dei fiori spontanei lasciati crescere tra i filari, la fatica dei quattro uomini che lavorano stabilmente con lei e la traiettoria della poiana che sorvola la proprietà. Qui Serena è arrivata nell’estate del 2015 pensando di seguire suo marito e si è ritrovata a costruire una parte decisiva della propria vita. La scusa per incontrarla è il Biancone 2024 ma bastano pochi minuti per capire che il vino è giusto che arrivi dopo. Prima c’è da conoscere la donna che gli ha concesso il tempo di diventare ciò che doveva essere.  Tecnicamente sono io a gestire Montefili, però con le definizioni sono poco brava. Mi sento soprattutto viticoltrice. Mi piace il lavoro in vigna, mi piace capire quello che accade alle piante e portare in cantina uve capaci di raccontare una stagione. Fuori dalla finestra le vigne scendono lungo i versanti e risalgono verso il bosco. Serena le guarda ogni giorno da undici anni e continua a trovarle bellissime. Forse le attitudini possiedono proprio questa forma: qualcuno prova a indicarcele, poi arriva un momento in cui impariamo a riconoscerle da soli, sullo schermo di un vecchio computer, in una valigia diretta a Sud oppure su una collina toscana che diventa il luogo in cui scegliamo di restare.  Il treno di suo padre  La laurea prende forma tra Verona, Asti e Milano, dove Serena approfondisce la viticoltura, poi arriva l’Australia per la tesi e insieme cresce la consapevolezza di voler conoscere il vino partendo dalla pianta. In quegli anni le donne del corso erano davvero poche e per loro sembravano aprirsi soprattutto il laboratorio, le analisi e il commerciale. Serena aveva in mente vigneto e cantina. Passa febbraio a potare accanto ad una squadra di uomini e torna in estate per vivere la vendemmia dall’inizio alla fine.  Avevo ventuno o ventidue anni, ero una ragazza magra e bresciana in mezzo a persone abituate a quel lavoro fisico. Volevo imparare in vigneto e in cantina, quindi feci tutte le potature e poi tutta la vendemmia. Dopo la Franciacorta arriva la proposta di seguire due aziende tra Benevento e Ischia. Serena ha ventisette anni, è fidanzata con Davide e davanti a quella partenza avverte l’entusiasmo insieme alla paura di spostare ogni equilibrio. Suo padre ascolta i dubbi e le consegna una frase che resta il punto cardinale della sua storia.  Questo è un treno sul quale puoi salire e dal quale puoi scendere quando vuoi. Se non sali, non sai dove porta. Parte nel settembre 2009 e rimane in Campania fino all’estate del 2015, facendo la spola tra Benevento e Ischia, imparando il valore dei vitigni autoctoni e incontrando Greco, Falanghina, Coda di Volpe e Piedirosso, varietà che le mostrano quanto profondamente il vino possa appartenere a un luogo.  Lì ho visto davvero la relazione tra vitigno, suolo e singola particella. Da cantine molto semplici uscivano vini bellissimi e quell’esperienza mi ha dato il senso del vitigno e soprattutto del vigneto. Sebbene da anni lavori prevalentemente con il Sangiovese, si definisce ancora una bianchista. Magari perché nei bianchi cerca e trova pulizia, finezza e freschezza. Caratteristiche che ha cercato Ambra nel grande rosso toscano con la capacità di avanzare nel sorso attraverso l’eleganza e la profondità.    Una famiglia dentro la vendemmia  Nel frattempo Davide, biotecnologo con una specializzazione nel mondo della birra, trova lavoro a Castelnuovo Berardenga e affronta ogni fine settimana dieci ore di automobile tra andata e ritorno. Serena ama la Campania, gli amici e il lavoro, ma comprende che la famiglia ha bisogno di tempo condiviso e sceglie di compiere il viaggio opposto rispetto a quello fatto da lui anni prima.  Gli ho detto: facciamo questo giro, stavolta ti seguo io. Il primo passo lo avevi fatto tu. Se continuiamo così, la famiglia resta sempre un progetto. Una coincidenza mette sulla sua strada Montefili. Un importatore conosciuto durante gli anni campani sta valutando con altri soci l’acquisto di una proprietà in Toscana e la invita a visitarla. Serena cammina tra vigne sassose segnate da anni difficili, assaggia vecchie annate di grande bellezza e comprende che quella collina possiede una voce forte, anche se per ascoltarla serviranno anni di lavoro.  Dissi subito alla proprietà che avremmo dovuto abbassare la testa e andare avanti, perché in vigna quello che fai oggi cominci a vederlo davvero dopo tre anni. Lia nasce cinque giorni prima della vendemmia 2016. Serena vive in azienda, la allatta al piano superiore, la lascia dormire e scende a lavorare. Pietro arriva nel febbraio 2019 e attraversa la primavera nel marsupio della madre oppure riposa su una sdraietta accanto a Stefano, il collega commerciale. Serena racconta quei mesi con gratitudine e con la lucidità di chi conosce quanto un simile equilibrio dipenda dalla salute, dalla disponibilità del luogo di lavoro e da bambini particolarmente tranquilli.  L’azienda mi ha permesso di tenerli con me e io ho continuato a esserci. È stato un dare e avere, una possibilità rara che ha fatto crescere insieme i miei figli, il mio lavoro e Montefili. Nella sua esperienza emerge anche il paradosso vissuto dalle donne che ricoprono il ruolo di imprenditore agricolo professionale. La maternità è già difficile per chi ha una busta paga ma per chi è in agricoltura lo è ancora di più. Serena ha potuto continuare, ma la domanda più ampia sulle condizioni nelle quali una donna può scegliere di diventare madre e restare pienamente dentro il proprio mestiere rimane aperta.  La collina delle tre terre  Vecchie Terre di Montefili occupa una collina fuori dalla Conca d’Oro, tra i 480 e i 540 metri, con la cantina al centro e le vigne aperte tutt’intorno. Serena la chiama il suo piccolo panettone, una forma apparentemente semplice attraversata da tre lingue di terra che la mappatura ha ricondotto a pietraforte, alberese e galestro. A pochi passi di distanza il Sangiovese cambia espressione, ritmo e profondità, e proprio queste differenze hanno spinto Serena a vinificare separatamente le parcelle.  Mi chiedevo perché Sangiovesi coltivati così vicini riuscissero a essere sempre diversi. La zonazione ha chiuso il cerchio e ci ha fatto capire che la risposta era nei suoli. Dal 2018 Montefili porta avanti con Vitenova un lavoro di ricerca sulla salute del vigneto, sulla biodiversità e sulla relazione tra suolo, pianta e grappolo. Foglie, piccioli e uve vengono analizzati per seguire la traslocazione dei microelementi, mentre un botanico e un’entomologa osservano fiori spontanei e insetti, costruendo nel tempo una conoscenza concreta dell’ecosistema.  Negli anni abbiamo campionato tra cinquantotto e sessantadue specie floreali. Nella Vigna nel Bosco, quella a 540 metri, sono comparse anche due specie più tipiche della costa toscana e un’orchidea spontanea rarissima da incontrare in vigneto. La Vigna nel Bosco si raggiunge a piedi o lungo la capezzagna con il trattore ed è circondata da centinaia di metri di vegetazione. Il bosco crea un microclima particolare, mitiga alcuni estremi e permette alla vita di esprimersi con una varietà sorprendente. Anche la lavorazione del terreno trova qui una misura precisa, perché un passaggio eccessivo cancellerebbe le fioriture e una cura equilibrata lascia invece emergere ciò che il suolo custodisce.  Quando trovi certi fiori capisci che il terreno viene lavorato con attenzione. Se lo muovi troppo, quelle specie spariscono. I fiori restano tra i filari abbastanza a lungo da completare il loro ciclo e produrre seme per l’anno seguente. In paese qualcuno domanda al trattorista quando verrà finalmente tagliata tutta quell’erba e lui risponde con una frase che è diventata quasi la sintesi di Montefili: a Serena piacciono i fiori.  Io ai ragazzi ripeto sempre che i fiori fanno l’uva buona. Fare impresa significa avere cura  Serena coordina l’intera azienda, dialoga con la proprietà, segue i vigneti, la cantina, gli ordini, i rapporti commerciali e gli investimenti, e continua a sentirsi prima di tutto una viticoltrice. Montefili conta quattro lavoratori fissi in campagna, persone presenti da anni che conoscono le piante, i ritmi della collina e il significato di ogni scelta.  Quando trovi persone brave vanno trattate bene, con contratti corretti e rispetto. I miei ragazzi sono dediti al lavoro e sentono queste vigne anche loro. Nelle stagioni difficili capisci davvero il valore di una squadra stabile. Anche la crescita dell’azienda procede con la stessa attenzione. La cantina vive negli spazi di un vecchio podere, la bottaia occupa il piano terra della casa padronale e ogni nuovo strumento deve trovare il proprio posto in una geometria da Tetris. Gli investimenti arrivano uno alla volta, alternando vigna e cantina: una pressa, un nastro di selezione, un trattore, un atomizzatore, infine una nuova etichettatrice.  La cantina è semplice e la tecnica altrettanto semplice. Ogni anno facciamo un investimento in vigna e uno in cantina, così i ragazzi restano tutti contenti. Serena difende la possibilità di consolidare ciò che esiste mantenendo alta la qualità, proteggendo una squadra per accompagnare dodici ettari e mezzo attraverso stagioni climaticamente complesse rappresenta già una scelta imprenditoriale profonda.  In questo momento sento l’obbligo di tenere bene quello che abbiamo. Abbiamo lavorato anni per raggiungere questo equilibrio e adesso cominciamo a vederne i risultati. Biancone, il tempo necessario  Il vigneto di Chardonnay viene piantato nel 1982 insieme a una piccola presenza di Sauvignon per la moglie del precedente proprietario, che preferiva il vino bianco. Da quelle uve nasceva Vigna Regis, fermentato e affinato in legno secondo uno stile di ispirazione francese, poi la produzione si interrompe e la vigna continua il proprio cammino.  Quando Serena arriva a Montefili riprende a vinificare lo Chardonnay in acciaio. Circa milletrecento bottiglie fresche e immediate destinate soprattutto alla vendita diretta. Il vino incontra il pubblico, mentre dentro di lei cresce la convinzione che quella parcella meriti la stessa attenzione dedicata ai Sangiovesi e una forma capace di stare accanto all’identità della tenuta.  Sapevo che sarebbe arrivato il momento di dare alla nostra vigna bianca lo stesso valore che mettevamo nei rossi. Ho sempre risposto che serviva tempo, perché le cose vanno fatte quando possiamo farle bene. Serena organizza degustazioni alla cieca con la proprietà, assaggia Chardonnay del territorio e cerca un equilibrio capace di preservare la freschezza e la sapidità di Montefili aggiungendo profondità. Nel 2024 sceglie di lasciare metà del vino in acciaio e di affinare il resto in un tonneau e in una barrique di secondo passaggio, con bâtonnage settimanale. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni, l’affinamento dura dodici mesi tra acciaio e legno, poi la massa riposa cinque mesi in bottiglia prima dell’uscita del 3 maggio 2026. La prima produzione conta 1.330 bottiglie.  Il legno serviva a dare struttura e rotondità, salvaguardando la freschezza e quella sapidità che appartenevano già allo Chardonnay in acciaio. Volevo che restasse nello stile di Montefili. Il nome Biancone appartiene alla poiana che vive sopra la tenuta. Un giorno Stefano la fotografa appollaiata su un palo della vigna e da quello scatto nasce il disegno dell’etichetta. Quest’anno una femmina e due piccoli hanno continuato a volare sopra Montefili, trasformando il nome del vino in un racconto di famiglia.  Il Biancone nel calice  Il Biancone 2024 entra nel bicchiere con una luce chiara attraversata da riflessi dorati ancora giovani e si apre con la precisione della mela verde appena incisa, seguita dalla polpa della pera Conference, dalla scorza di lime e da un soffio di sambuco e acacia che ricorda i fiori lasciati crescere tra i filari. Il profumo possiede nitidezza e profondità, avanza per strati senza alzare la voce e restituisce immediatamente l’idea di una collina esposta al vento.  In bocca l’ingresso è ampio e vivo. Il bâtonnage concede alla materia una trama cremosa, l’acciaio conserva la direzione, il legno accompagna come una nota bassa e discreta. La frutta diventa pera succosa e mela gialla, poi l’acidità rialza il sorso e lo porta verso una chiusura salina, lunga, attraversata da agrume, erbe fini e una sensazione minerale che sembra provenire dalle pietre di Montefili.  È uno Chardonnay toscano capace di evitare imitazioni e di trovare una voce d’altura, luminosa e profondamente legata al luogo. Ha la solidità di Serena e anche la sua inquietudine, perché procede con sicurezza e lascia aperta una domanda, possiede una struttura consapevole e una freschezza che continua a muoverlo, proprio come chi ha trovato il proprio posto e conserva intatta la curiosità per il mondo.  Sono molto autocritica. Anche all’università, quando ricevevo buoni punteggi nelle degustazioni, trovavo sempre qualcosa da rivedere. Per essere la prima prova, questo vino è venuto bene. Ciò che resta nel bicchiere  Discrezione. Questa è la parola che mi viene più da pensare con il Biancone. La discrezione di chi ha atteso il proprio momento. Per più di quarant’anni quella piccola vigna è rimasta a cinquecento metri d’altitudine, osservando le stagioni passare sopra Montefili, il vento attraversare i boschi, il Chianti cambiare pelle e il mondo del vino rincorrere ogni volta una novità.  Anche Serena ha seguito una strada guidata dal tempo e dalle scelte. Ha studiato, viaggiato, cambiato città, attraversato l’Australia, la Campania e la Toscana, ha costruito una famiglia tra i filari, ha visto crescere i figli insieme alle vigne e ha imparato che alcune cose trovano il proprio senso quando arriva il momento giusto. Per questo il Biancone emoziona, perché dentro quel vino vivono i fiori lasciati andare a seme, le analisi dei terreni, le notti fresche della collina, le estati sempre più calde, i dubbi, la pazienza e la volontà di aspettare un anno in più pur di trovare una voce autentica.  La sensazione più intensa arriva quando il bicchiere è quasi vuoto e rimane una scia sottile, sapida e viva che invita a tornare ancora una volta al calice. È la stessa impressione che lascia Serena, la forza di chi ha scelto tante volte nella propria vita unita alla delicatezza di chi continua a interrogarsi anche davanti ai risultati migliori.  Fuori, la poiana continua a disegnare cerchi sopra la vigna e i suoi piccoli imparano a stare nel vento seguendo una traiettoria che presto diventerà la loro. Alcune storie impiegano anni per trovare le parole giuste e, quando finalmente arrivano, possiedono la naturalezza delle cose che erano già tutte lì, nella terra, nella memoria e nello sguardo di chi ha saputo aspettarle.  Montefili mi appassiona ancora.  Forse una casa comincia proprio così, nel momento in cui un luogo continua a sorprenderci e ogni ritorno somiglia ancora a una scelta.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Nella cantina storica di Talosa riemerge un mare di cinque milioni di anni fa Arrow Right Top Bg

10 Settembre, 2026

Nella cantina storica di Talosa riemerge un mare di cinque milioni di anni fa

  A Montepulciano, un banco fossilifero del Pliocene è visibile nelle gallerie sotterranee della Cantina Storica. Gli stessi sedimenti marini che hanno dato origine ai suoli da cui nasce il Vino Nobile di Montepulciano DOCG Filai Lunghi.   A quasi cento chilometri dal mare, nel cuore di Montepulciano, è ancora possibile vedere le tracce di un mare scomparso milioni di anni fa. Nelle gallerie sotterranee della Cantina Storica di Talosa, ospitata nei cinquecenteschi Palazzo Tarugi e Palazzo Sinatti, è infatti visibile un esteso banco fossilifero risalente al Pliocene, l’epoca geologica in cui gran parte della Toscana era sommersa dalle acque. Lungo il percorso che conduce alla sala degustazione, scavata nel colle su cui sorge Montepulciano, emergono con chiarezza conchiglie fossili, resti di bivalvi e tracce di antichi organismi marini. Una testimonianza concreta di quando, tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa, questo territorio si trovava sul fondo di un mare poco profondo. Ma quei fossili non raccontano soltanto il passato geologico della Toscana. La stessa matrice di sabbie e argille marine costituisce infatti la base dei 33 ettari di vigneti Talosa in località Pietrose, tra i 330 e i 400 metri di altitudine. Nei terreni coltivati a Sangiovese, i ritrovamenti di fossili marini sono frequenti e confermano l’origine pliocenica di suoli che contribuiscono all’identità del Vino Nobile di Montepulciano. Si tratta di suoli di media fertilità, capaci di mitigare gli effetti delle variazioni climatiche e di restituire vini di buona struttura, con acidità sostenuta e un registro sensoriale che richiama l’amarena e la viola. Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano riconosce queste caratteristiche come tratto distintivo della denominazione. Edoardo Mottini Jacorossi, CEO di Talosa Talosa attribuisce queste caratteristiche alla particolare posizione dei propri vigneti, situati nel punto d’incontro tra la componente argillosa e quella sabbiosa del Cru Pietrose. “Il territorio di Montepulciano porta ancora oggi i segni del mare che lo ha formato: lo osserviamo scavando in cantina e lo ritroviamo nella composizione dei nostri terreni. Per la nostra famiglia, che lavora questa terra dal 1972, comprendere l’origine geologica dei suoli fa parte dello stesso approccio con cui selezioniamo i cloni, orientiamo i filari e definiamo l’affinamento più adatto a ogni vigneto. Tra le etichette, il vino che esprime più direttamente questo legame con il territorio è Filai Lunghi, Vino Nobile di Montepulciano DOCG nato nel 2007 da tre vigneti a prevalenza sabbiosa. Secondo l’interpretazione enologica di Talosa, sono proprio i terreni di origine marina a contribuire alla particolare trama sapida che caratterizza il vino e ne accompagna il finale. Nelle annate più recenti emerge una progressione sapida e iodata che accompagna il finale del vino, un tratto che riconduce alla sabbia di origine marina in cui affondano le radici di quei vigneti. La presenza dei fossili rappresenta inoltre uno degli elementi più suggestivi e inaspettati del percorso di visita della Cantina Storica, aperta alle visite dal 2010 dopo un accurato restauro conservativo. Il percorso attraversa ambienti sotterranei che custodiscono grandi botti di rovere e conduce fino alla sala degustazione inaugurata nel 2021, situata accanto a una tomba etrusca del V secolo a.C. Il visitatore compie così un viaggio attraverso epoche diverse della storia di Montepulciano: il tempo geologico dei fossili marini, quello etrusco della sepoltura e quello rinascimentale dei palazzi che oggi ospitano la cantina. Un percorso che mette in relazione l’origine del territorio con il lavoro svolto oggi nei vigneti e in cantina. I fossili conservati nelle gallerie della Cantina Storica raccontano una storia iniziata milioni di anni prima della nascita del Vino Nobile di Montepulciano. Una storia che continua ancora oggi nei vigneti di Talosa e nei vini che da quei suoli prendono origine. Talosa Talosa è di proprietà della famiglia Jacorossi dal 1972. È stata tra le prime aziende di Montepulciano a intraprendere il percorso della qualità che ha contribuito a portare il Vino Nobile di Montepulciano ai vertici dell’enologia toscana e italiana. Negli anni la cantina è cresciuta fino a diventare un’azienda riconosciuta per la produzione di vini d’eccellenza. I vigneti di Talosa si estendono su 33 ettari in una delle aree più suggestive del Cru di Montepulciano, la località Pietrose, a un’altitudine compresa tra i 330 e i 400 metri sul livello del mare, con esposizione sud-ovest. La più antica cantina di affinamento di Talosa è situata nel centro storico di Montepulciano, nei sotterranei di Palazzo Tarugi e Palazzo Sinatti, costruiti nei primi decenni del Cinquecento di fronte al Duomo di Montepulciano. L’ingresso nella Cantina Storica di Talosa riporta i visitatori nel Rinascimento italiano. Le gallerie, interamente realizzate in mattoni, si susseguono tra volte e nicchie che custodiscono le grandi botti destinate all’affinamento dei vini. www.talosa.it https://www.instagram.com/fattoriatalosa/ La Redazione
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RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta. Arrow Right Top Bg

10 Settembre, 2026

RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta.

  IL COSA E IL DOVE Agosto, nessuna tregua dal caldo cattivo di questa estate che sembra voler cancellare qualsiasi memoria precedente, mare “discutibile”, sete e voglia di rivedere vecchi amici presentandoli a nuovi. Mettete tutto questo in un secchio, agitate bene, salite in macchina con l’aria condizionata “a tutta callara” e dirigeteVi verso Chieti, con la segreta speranza che quel produttore noto per i mobili in kit impossibili da montare e per le polpette, lasci che un po’ di freschezza svedese arrivi cinquecento metri più su, dove RABOTTINI VINI E OLI custodisce 15 ettari di Abruzzo e dove Isabella mi sta aspettando per fare quattro chiacchiere e versarmi ancora una volta il vino. L’AZIENDA Sulle colline della provincia di Chieti, tra San Giovanni Teatino e il capoluogo, in quel punto dell’Abruzzo in cui la città prova a ricordarsi di essere campagna e la campagna, per prudenza, non si fida del tutto della città, esiste un’azienda agricola dove le piante vengono ascoltate. Non è una metafora (o almeno non completamente). RABOTTINI VINI E OLI è una storia abruzzese di piante, bottiglie e altre faccende perfettamente irragionevoli, una storia con un oggi datato 2009, una storia iniziata con Massimo (agronomo, fitopatologo, enologo, vignaiolo di quarta generazione…) che decide di tornare ai terreni di famiglia. Scelta senz’altro poetica, soprattutto se raccontata a cena, ma poi, quando arriva il lunedì mattina e bisogna potare, trattare, controllare, telefonare, compilare documenti e capire perché una cosa che ieri stava in piedi oggi ha scelto di sdraiarsi… Isabella (Iezzi), sua moglie, aveva una laurea in Scienze Politiche, un’esperienza nella consulenza finanziaria e un incarico nella pubblica amministrazione ma lascia tutto e si mette a lavorare nell’Azienda occupandosi dell’amministrazione, della logistica e, come in ogni azienda familiare che si rispetti, di qualunque cosa rimanga in piedi dopo le altre. Massimo sostiene di avere un rapporto diretto con le piante e queste, da parte loro, non hanno mai rilasciato dichiarazioni ufficiali e continuano a produrre uva e olive, il che lascia pensare che tale rapporto ci sia e funzioni. L’Azienda di Massimo e Isabella si estende per circa quindici ettari tra vigneti, uliveti, frutteto, bosco e altre porzioni di campagna che sembrano avere ciascuna un ruolo preciso anche quando nessuno riesce a spiegarlo. Cinque ettari di vigna (con tendoni di oltre dieci lustri), sei di ulivi, il resto bosco, tartufaia e quella liquirizia che qui cresce spontanea e viene trattata non come un invasore ma come un collaboratore di reparto. L’imbottigliamento comincia con il Montepulciano d’Abruzzo del 2011. Nel 2013 arriva il Trebbiano d’Abruzzo e nel 2015 il Cerasuolo d’Abruzzo. Le date sono ordinate. La vita intorno alle date, molto meno. Tutti vitigni autoctoni, scelti non per nostalgia ma perché, se si è in Abruzzo, tanto vale cominciare dall’Abruzzo. La cantina è completamente in legno, ha un giardino pensile, un impianto di fitodepurazione e un’aria generale da luogo in cui qualcuno ha preso una decisione molto precisa mentre gli altri stavano ancora discutendo il problema precedente. L’azienda è certificata biologica e lavora sulla vitalità del terreno, puntando alla sua riattivazione e a una gestione attenta delle piante. Quella di Massimo che usa gli essenziali per difendersi da mosca e peronospora potrebbe essere una scena che si svolge in un laboratorio segreto, con ragnatele, una lampadina impolverata appesa al soffitto e un uomo che indica una vigna dicendo: “Si può fare!”. In realtà si tratta di osservazione agronomica, sperimentazione e ricerca di un equilibrio meno dipendente dalla chimica di sintesi. La campagna non applaude, ma continua a crescere. È già una forma di approvazione. In cantina le cose procedono senza particolari effetti speciali. Fermentazioni spontanee, non un solfito in più, cisterna d’acciaio, poi bottiglia. Circa quindicimila bottiglie l’anno, abbastanza per non poterle contare una per una, non abbastanza per smettere di sapere da dove arriva ciascuna. I nomi delle etichette, “PER INIZIARE”, “A SALIRE”, “ED INFINE”, “PER CONCLUDERE” (“FICCANASO” quelli che vengono dalle vigne GGiovani), sembrano il programma di una serata che qualcuno ha provato a organizzare con troppo anticipo. In realtà raccontano il percorso del pasto. È un’idea semplice, quasi geometrica. Prima una bottiglia, poi un’altra, quindi il cibo, le persone, le opinioni non richieste e, infine, il momento in cui qualcuno dice che domani bisogna alzarsi presto. Il vino e l’olio, qui, non sono trattati come oggetti separati dalla vita dell’azienda. Sono il risultato visibile di una quantità notevole di lavoro invisibile, terreni da seguire, piante da capire, tempi da rispettare, attrezzature da pulire e decisioni da prendere quando la soluzione migliore non è particolarmente spettacolare. È il lato meno cinematografico dell’agricoltura e, proprio per questo, quello più interessante. L’olio occupa una parte importante del progetto. Dritta, Leccino, Intosso, Cucco e Gentile di Chieti, insieme a quella FS 17 alla cui ibridazione Massimo ha personalmente contribuito. Ci sono un blend e diverse interpretazioni legate alle singole cultivar quando l’annata lo consente. In altre parole, anche l’uliveto ha le sue gerarchie interne, le sue alleanze e probabilmente almeno una persona che non va d’accordo con nessuno. RABOTTINI VINI E OLI è una piccola azienda, ma non nel senso in cui “piccola” viene talvolta usato per dire irrilevante. È piccola come una stanza in cui tutti si conoscono e nessuno può fingere di non aver visto. Se qualcosa va storto, lo sanno tutti, se qualcosa riesce lo sanno tutti lo stesso. Il vantaggio è che non ci sono molti posti dove nascondere la responsabilità, lo svantaggio è identico. Si può visitare l’azienda, acquistare i prodotti, partecipare a una degustazione e attraversare una campagna che non sembra costruita per impressionare nessuno. Non ci sono grandi promesse. C’è un progetto biologico, una cantina in legno, un giardino sul tetto, un sistema di fitodepurazione e una famiglia che da anni prova a fare le cose secondo una propria logica. A volte la logica funziona, a volte bisogna aspettare, a volte una pianta ha un’opinione diversa. Il punto, alla fine, è proprio questo. Rabottini non cerca di trasformare l’Abruzzo in qualcosa di più elegante, più moderno o più facile da spiegare. Lo lascia complicato. Lo lascia agricolo. Lo lascia pieno di colline, vento, liquirizia spontanea, ulivi, parenti, burocrazia, bottiglie e decisioni prese davanti a una pianta. E se dopo la visita qualcuno domandasse quale sia il segreto dell’azienda, la risposta potrebbe essere molto semplice: nessun segreto. Solo Massimo, Isabella, quindici ettari di terra e una quantità ragionevole di ostinazione. Il resto, come spesso accade, lo fanno le piante. E loro, a quanto pare, sanno il fatto loro. I VINI Quanti ne ho assaggiati? Tanti! Quante volte li ho assaggiati? Tante (tranne il Cerasuolo, nel quale ho ficcato il naso per la prima volta), anche perché raramente mi sono imbattuto in vini più vivi di quelli di Massimo, capaci oggi di “morire” nel bicchiere per risorgere a vita nuova domani o il mese prossimo. Volete sapere delle annate? Quelle in commercio sono per cuori forti e senza macchia. Volete sapere perché tra tanti ne troverete solo due? Perché, soprattutto dopo aver assaggiato i campioni di vasca delle annate che saranno, Trebbiano e Cerasuolo hanno evidenziato analogie sorprendenti, tali da farmeli considerare “gemelli diversi” e perché il Montepulciano d’Abruzzo DOC “ED INFINE” 2018 mi ha spiazzato con una prima bottiglia boh (ma a mio modo di vedere “spaziale”) che è diventata mistero insondabile quando ho ficcato il naso nella seconda, per cui…”cidevodapensareunbelpo’”. Dunque due vini declinati in due “gialli da ombrellone”, dategli una letta e correte ad assaggiarli. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017. Il caso della bottiglia che sapeva troppe cose. La bottiglia era sul tavolo quando sono entrato. Non ricordo di averla invitata, ma era lì. Gialla, silenziosa, con quell’aria da oggetto che ha già sentito la domanda e sta valutando se valga la pena rispondere. «È il Trebbiano?» ho chiesto. Nessuno ha risposto. La bottiglia, però, sembrava divertita. Ho versato. Il vino è sceso nel bicchiere senza fretta, come qualcuno che conosce il posto e non ha bisogno di presentarsi. Il primo odore è stato quello di un’ossidazione netta, inattesa, quasi una porta aperta su una stanza in cui non avevo programmato di entrare. Voluta o no, la nota era lì, non chiedeva permesso e non sembrava intenzionata a uscire. A quel punto, secondo la procedura, avrei dovuto agitare il bicchiere, prendere tempo, assumere l’espressione di chi ha capito qualcosa. Ho agitato il bicchiere. L’espressione è arrivata da sola. L’ossidazione non copre il vino, gli fa da sfondo. Dietro, o dentro, si affacciano fiori bianchi, mela renetta, nespola, sambuco, agrume amaro e liquirizia. Non compaiono in ordine alfabetico, arrivano come testimoni convocati per una faccenda che nessuno vuole spiegare fino in fondo. La mela sembra aver passato una giornata difficile, la nespola mantiene un certo contegno, il sambuco osserva dalla finestra, l’agrume non si fida di nessuno, la liquirizia aspetta la fine, che è il suo mestiere. Il vino viene da Rabottini, ma in questo momento Rabottini è fuori campo, restano l’annata, il bicchiere e il comportamento del liquido. Il 2017 non sembra intenzionato a svolgere il ruolo del bianco giovane, allegro e disponibile. Non sorride al primo incontro, non racconta barzellette, non si mette una giacca chiara per sembrare più estivo. «Sei un Trebbiano?» ho domandato. La bottiglia non ha risposto. «Perché ti chiami “PER INIZIARE”?» Ancora niente. Il vino, tuttavia, si è mosso. Al palato arriva sostanzioso, quasi compatto. Non pesante: compatto. È una differenza importante. Il peso cade verso il basso, la compattezza resta insieme. Qui c’è una materia che non si disperde, sostenuta da un equilibrio preciso e da una scorrevolezza che non si annuncia, si scopre dopo, quando il sorso è già passato e il bicchiere sembra avere ancora qualcosa da dire. La bocca riprende ciò che il naso aveva lasciato sul tavolo. La parte ossidativa non era una trovata teatrale, il frutto non era un diversivo, l’agrume amaro non stava lì per fare atmosfera. Tutto torna, più o meno, come in quelle storie in cui i personaggi sembrano muoversi a caso e poi, all’ultimo momento, si scopre che avevano seguito un piano. Oppure che non c’era nessun piano, e due cose, nel vino, possono assomigliarsi parecchio. Il sorso ha una consistenza quasi fisica, ma non cerca di occupare tutta la stanza. Passa, resta, si ritira. L’acidità tiene la linea. La chiusura allunga il discorso senza alzare la voce. Non è un vino costruito per ottenere un consenso immediato, è un vino che preferisce lasciare un dubbio ben formulato. E il dubbio è questo: quanto deve essere tranquillo un Trebbiano per potersi permettere di essere così poco tranquillo? L’annata 2017, qui, non appare come un numero sull’etichetta. È un comportamento. Ha una maturità che non coincide con la dolcezza, una profondità che non ha bisogno di scurirsi e una parte amaricante capace di tenere il vino lontano dalla comodità. Non è rustico, ma non è neppure pettinato, se ne sta lì con i capelli in ordine sufficiente per non essere fermato dalla polizia. A un certo punto ho provato a lasciare il bicchiere da parte. Era un gesto ragionevole. Il bicchiere è rimasto sul tavolo. Dopo qualche minuto il vino sembrava più disposto a parlare, che è una delle ragioni per cui si lasciano respirare le cose. L’ossidazione si è fatta meno frontale, mentre fiori, frutto, erbe e liquirizia hanno trovato una distanza più leggibile. Non una riconciliazione, una tregua. È qui che “PER INIZIARE” smette di essere soltanto il nome di una bottiglia e diventa una specie di istruzione mal tradotta. “Inizia pure”, sembra dire, “ma non aspettarti che io faccia tutto il lavoro. Io sono qui. Il resto dipende da quanto tempo hai, da quante domande vuoi fare e dalla tua capacità di non scambiare la facilità per chiarezza.” Un vino laterale, non accomodante, con una personalità abbastanza forte da non doverla spiegare ogni trenta secondi. La bottiglia è rimasta sul tavolo ancora un po’. Quando sono uscito, non aveva cambiato posizione. O forse sì. Non abbastanza da poterlo dimostrare. 89++ (che sono quasi 90), ma il punteggio, davanti a una bottiglia così, ha l’aria di un documento lasciato in una stanza sbagliata, dice qualcosa ma non tutto. Da bere ascoltando “LET’S GET IT STARTED” dei THE BLACK EYED PEAS. p.s. a Isabella piace di più la 2015, ma io non sono Isabella. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “A SEGUIRE” 2022. Il caso del rosato che non aveva intenzione di comportarsi da rosato. La bottiglia era arrivata senza preavviso. Nessun biglietto, nessuna telefonata, nessun uomo col cappotto fermo dall’altra parte della strada. Solo lei, sul tavolo, con l’etichetta rivolta verso il muro e un colore che, a prima vista, sembrava aver già superato una certa quantità di problemi. “A SALIRE?” ho chiesto. La bottiglia non ha risposto, ma non sembrava nemmeno sorpresa. Dalla bottiglia al bicchiere dopo un breve tuffo. Il colore è un rosso-granato pallido, con quella tonalità che costringe il degustatore a rivedere alcune convinzioni e il fotografo a spostare due volte la lampada. Non è il rosa che si mette in posa, è più vicino a un rosso che ha deciso di mantenere un profilo basso. Il primo naso non è accomodante. Arrivano erbe secche, una traccia di fungo, un tocco di ciliegia rossa e il pepe. Non entrano insieme, si presentano a gruppi separati, come persone che hanno litigato nel parcheggio e ora devono fingere di essere venute alla stessa festa. La nota di fungo è lì, precisa, senza cercare di diventare elegante, le erbe secche aggiungono una distanza quasi autunnale, la ciliegia prova a riportare il discorso verso qualcosa di più familiare, ma il pepe la interrompe. Nessuno sembra avere il controllo della riunione. È una buona notizia. La gradazione indicata è di 16% vol. ed è una notizia meno buona (per le gambe). A quel punto ho riguardato il bicchiere. Il vino non si era mosso, ma qualcosa era cambiato. Forse la luce, forse il vino, forse io, che è sempre l’ipotesi più difficile da dimostrare. Al palato “A SALIRE” non si presenta come una parentesi leggera, ha una consistenza riconoscibile, una concentrazione che resta anche dopo il primo impatto e una trama tannica che lavora sotto la superficie. Non è un rosato travestito da rosso ma un vino che ha smesso di preoccuparsi della distinzione e procede secondo una logica propria. «Sei ancora giovane?» ho domandato. Il bicchiere ha continuato a non rispondere. L’età, in questo caso, non è un numero ma un atteggiamento. La struttura tannica dà al vino una forma precisa, non è aggressiva ma neppure decorativa. Si percepisce nella trama, nel modo in cui il sorso si allarga e poi si ricompone. La concentrazione tiene il centro, il tempo si occupa dei margini. È il genere di Cerasuolo che mette in difficoltà chi ha bisogno di una definizione rapida. Rosato? Sì, per denominazione. Rosso pallido? Anche. Vino da bere senza pensarci? Non proprio. Vino da bere pensando troppo? Neppure. “A SALIRE” appartiene a quella categoria più scomoda dei vini che pensano di poter fare entrambe le cose, dare una sensazione netta e lasciare una domanda aperta. Il 2022, in questa bottiglia, sembra avere scelto la strada della maturità. Non la maturità dei discorsi solenni, delle tende pesanti e dei mobili scuri, una maturità più pratica, da persona che arriva in anticipo, si siede in fondo alla stanza e osserva tutti gli altri fare confusione. Nel bicchiere il vino continua a cambiare, ma non concede una trasformazione spettacolare, non c’è il colpo di scena con la musica che sale, ci sono piuttosto una serie di piccoli spostamenti: una nota che arretra, un’altra che si fa più leggibile, il frutto che resta in piedi mentre intorno aumentano le ombre. La cosa più riuscita è la coerenza tra colore, naso e bocca. Il rosso-granato pallido non promette un vino semplice e il vino non prova a smentirlo. La concentrazione sostiene il sorso, tannini gli danno una linea e l’evoluzione gli impedisce di scivolare nella banalità. Non è una bottiglia che cerca di piacere a tutti. Probabilmente non ha mai compilato il modulo. Ma non è nemmeno un vino chiuso, ostile o compiaciuto, è semplicemente poco interessato alle buone maniere quando le buone maniere significano togliere qualcosa al carattere. Quando sono tornato al tavolo, la bottiglia era ancora lì. L’etichetta questa volta guardava verso di me. Non ho fatto domande. 88 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Isabella e Massimo per la disponibilità, il tempo che sanno sempre trovare per raccontare il bello che è fare vino e fare olio. Grazie per quel loro lavoro che semplicemente consumiamo per il nostro edonismo e per comunicare il quale io non riesco a trovare che poche e inadatte parole. Se passate da Chieti e siete stanchi di scaffali contenenti prodotti con poche vocali, fate un upgrade di un minuto e regalateVi l’emozione di un francobollo di Abruzzo, viceversa cercate i loro vini e i loro EVO e…programmate quell’upgrade per l’appena possibile. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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Riva degli Etruschi a San Vincenzo (LI) diventa Casa Slow Food della Condotta Slow Food Costa degli Etruschi e consolida il suo progetto di ospitalità, agricoltura e produzione vinicola sostenibile, ristorazione e tutela delle produzioni locali Arrow Right Top Bg

9 Settembre, 2026

Riva degli Etruschi a San Vincenzo (LI) diventa Casa Slow Food della Condotta Slow Food Costa degli Etruschi

  Riva degli Etruschi sarà inoltre l’unica struttura ricettiva toscana e una delle poche in Italia a partecipare a Terra Madre Salone del Gusto 2026   Il Resort Riva degli Etruschi a San Vincenzo (LI) diventerà da settembre 2026 la Casa Slow Food della Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Sarà il Mariva Dune, uno degli spazi della struttura, a ospitare assemblee, conferenze, riunioni e momenti formativi, offrendo una sede stabile alla Condotta e consolidando il rapporto con Slow Food che prosegue da cinque anni. Riva degli Etruschi è una storica realtà con oltre 60 anni di attività, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo. Oltre alle più di 400 sistemazioni, un chilometro di spiaggia privata e sei ristoranti, comprende una tenuta agricola biologica, in cui si producono vegetali, cereali e vini, e una tenuta olivicola, che contribuiscono a dare vita a un modello virtuoso in cui ospitalità, agricoltura e ristorazione sono strettamente connesse. La collaborazione con Slow Food e con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG) ha preso avvio nel 2021 dalla condivisione di alcuni principi: la tutela della biodiversità, la filiera corta, il sostegno a produttori locali e la diffusione di una cultura gastronomica sempre più consapevole. Questo percorso negli anni ha dato il via a progetti concreti, come la Tenuta Guardamare, azienda agricola di proprietà del Resort, che si estende su 35 ettari dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine del resort. A questi si affiancano i vigneti e la produzione dei vini di Riva degli Etruschi, che si avvalgono della consulenza enologica di Attilio Pagli, in un sistema che punta a creare un rapporto sempre più stretto tra ciò che nasce dalla terra e ciò che arriva nei piatti e nei calici degli ospiti del Resort. Tra i progetti più importanti di questo percorso c’è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, coltivazione storica del territorio, tutelata dal 2022 dalla Comunità Slow Food. Riva degli Etruschi è tra i pochissimi produttori di questa varietà, che coltiva nella sua Tenuta Guardamare e propone nei menù dei suoi ristoranti. Il rapporto con Slow Food coinvolge infatti direttamente anche la ristorazione. Magù, uno dei cinque ristoranti del resort, è diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro con la Condotta e le Comunità locali e alla valorizzazione degli ortaggi provenienti dall’orto e delle materie prime del territorio. Lo stesso principio anima appuntamenti come Vini Bagnanti, manifestazione annuale in cui la proposta gastronomica coinvolge artigiani e produttori locali legati alla comunità Slow Food. Anche il progetto vitivinicolo di Tenuta Guardamare ha trovato sinergia con il mondo di Pollenzo: le annate 2020, 2021 e 2023 del bianco Marittimo sono state accolte nella Banca del Vino di Pollenzo, l’archivio dedicato alla conservazione e alla valorizzazione delle espressioni della produzione vitivinicola italiana. Negli anni Riva degli Etruschi è stata inoltre scelta da Slow Food per ospitare importanti momenti istituzionali, tra cui l’Assemblea Regionale dei Soci Slow Food Toscana e la presentazione della Guida agli Extravergini 2026. La nascita di Casa Slow Food rappresenta quindi un ulteriore rafforzamento di un rapporto che dura ormai da tempo. A consolidare ulteriormente questo percorso sarà, a fine settembre, la partecipazione di Riva degli Etruschi a Terra Madre Salone del Gusto 2026 a Torino (dal 24 al 27 settembre), uno degli appuntamenti internazionali più importanti dedicati al cibo, alla biodiversità e ai sistemi alimentari. Riva degli Etruschi sarà l’unica struttura ricettiva della Toscana e una delle poche realtà ricettive italiane a partecipare alla manifestazione. Il resort sarà presente con un proprio stand e prenderà parte anche ad alcuni momenti delle conferenze ufficiali. Le etichette della Tenuta Guardamare accompagneranno inoltre un laboratorio curato dalla Banca del Vino. Al centro del racconto ci sarà proprio la biodiversità, tema dell’edizione 2026, affrontata attraverso l’esperienza maturata a San Vincenzo che mette in relazione ospitalità, agricoltura biologica, produzione vinicola, ristorazione e tutela delle produzioni locali. Per Riva degli Etruschi si tratta di un ritorno a Terra Madre dopo la partecipazione del 2022, quando la struttura era stata presente con uno stand dedicato al tema della “RigenerAzione”. La nuova Casa Slow Food e la partecipazione a Terra Madre rappresentano così due tappe dello stesso percorso, quello intrapreso da Riva degli Etruschi per fare dell’ospitalità non soltanto un’attività ricettiva, ma uno strumento con il quale tutelare il territorio, sostenere le sue produzioni e diffondere una cultura del cibo fondata sui principi del “buono, pulito e giusto”. Riva degli Etruschi Riva degli Etruschi, a San Vincenzo, sulla Costa degli Etruschi, è una realtà con oltre 60 anni di storia. Il resort si estende su 35 ettari di parco con oltre 8.000 alberi e arbusti e comprende più di 400 sistemazioni tra camere, ville e residence, sei ristoranti, una tenuta agricola biologica e una produzione vinicola sostenibile. Tra le produzioni interne, coltivate nella Tenuta Guardamare che si estende su 35 ettari tra San Vincenzo e Baratti, figurano ortaggi e cereali antichi, Carciofo Violetto della Val di Cornia, Comunità Slow Food, e vigneti per un totale di 6 ettari. L’olio extravergine di oliva nasce invece dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI) di 34 ettari con oltre 5000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei sei ristoranti del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria, Locale Amico Slow Food, Colto, piadineria agricola con ingredienti a Km0. La Redazione
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Castello Frisari. La terra deve avere un nome Arrow Right Top Bg

9 Settembre, 2026

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

  Nel basso Salento, Carlo e Roberto Guarini hanno dato vita a Castello Frisari, un progetto che mette il Negroamaro al centro di una ricerca sulle identità territoriali. Tra vigneti, suoli e microclimi differenti, la zonazione diventa lo strumento per raccontare come la stessa varietà possa esprimere caratteri diversi e restituire valore alla terra da cui nasce. Carlo e Roberto Guarini, la geografia del Negroamaro La terra accompagna gli uomini molto prima che imparino a comprenderla, li precede, li divide, li costringe a scegliere quale posto occupare dentro la propria storia. Alcuni la ricevono in eredità e trascorrono la vita a custodirla, altri sentono il bisogno di interrogarla, di attraversarla palmo a palmo, quasi volessero scoprire se sotto un cognome antico possa ancora nascere un pensiero nuovo.  A Scorrano, nel basso Salento, due metri e mezzo di pietra separano la vecchia cantina dall’esterno, una parte appartiene alla fortezza costruita alla fine del Trecento, l’altra all’ampliamento agricolo arrivato secoli dopo. Le volte raccontano le epoche meglio di qualsiasi targa: a ombrello nella parte più antica, a stella in quella successiva; sopra, il paese ha cambiato forma, la piazza ha preso il posto delle vigne, sotto sono rimasti gli ambienti nei quali il vino veniva prodotto e venduto sfuso fino agli anni Quaranta.  Poi il silenzio, gli attrezzi fermi, la polvere, una scala murata.  Carlo e Roberto Guarini sono ripartiti da qui, dal punto in cui una storia familiare sembrava essersi fermata. Da quel punto hanno creato Castello Frisari, una piccola azienda dedicata esclusivamente al Negroamaro, riportando la produzione dentro gli antichi spazi di Palazzo Guarini Frisari. Davanti alla vecchia diraspatrice progettata dall’ingegner Garolla alla fine dell’Ottocento, Carlo si ferma. In Salento il nome dell’inventore è diventato verbo, oggetto, gesto quotidiano: la macchina viene ancora chiamata carolla, anche da chi ignora l’origine di quella parola. È una delle forme più intime della memoria, quando una persona scompare dai libri e continua a vivere nel linguaggio delle mani.  Forse Castello Frisari nasce dalla stessa esigenza: lasciare un nome dentro l’uso della terra.  Due fratelli, una storia lunga quasi mille anni  I Guarini arrivarono in Salento in epoca normanna e la storia documentata della proprietà familiare attraversa quasi un millennio. Oggi l’azienda Duca Carlo Guarini, guidata dalla famiglia, coltiva vigneti, oliveti, cereali, ortaggi e legumi in diverse tenute salentine e dichiara circa settecento ettari di proprietà. Carlo e Roberto continuano a lavorarvi insieme al padre e agli altri familiari.  In apparenza possedevano già tutto: un cognome riconoscibile, vigne, esperienza, una cantina avviata, una storia capace di sostenere qualsiasi racconto. Eppure il privilegio più autentico consiste nella possibilità di assumersi una responsabilità nuova, senza vivere soltanto di quanto hanno costruito gli altri.  Avevamo in mente un altro stile di vinificazione e un’altra ricerca agronomica sui microclimi del basso Salento. Nell’azienda di famiglia c’erano già mio padre, mio zio e mia zia. A noi interessava sviluppare un’idea diversa, per i fatti nostri, senza aggiungere semplicemente un’altra linea o un’altra etichetta. Quel “per i fatti nostri” potrebbe sembrare una dichiarazione di indipendenza, invece possiede il tono, concreto, di chi desidera difendere entrambe le esperienze. Castello Frisari cresce accanto all’azienda familiare, evita di copiarla e rinuncia a mettersi in concorrenza con quanto esiste già.  Se avessimo voluto produrre duecentomila bottiglie, il progetto avrebbe perso senso e sarebbe entrato nello stesso mercato dell’altra azienda. Lo abbiamo disegnato su una dimensione che ci permettesse di gestire entrambe le realtà e, soprattutto, di lavorare come volevamo. Oggi la produzione si aggira intorno alle undicimila bottiglie e l’obiettivo indicato da Carlo arriva intorno alle diciottomila. Piccoli numeri, soprattutto davanti ai circa sessanta ettari vitati dell’azienda di famiglia. Proprio questa misura consente ai fratelli di seguire appezzamenti, prove e vinificazioni con una precisione quasi artigianale.  Roberto è agronomo ed enologo, porta in cantina tecniche apprese in Francia e una conoscenza quotidiana delle vigne; Carlo segue la gestione, il progetto, il racconto, tutto ciò che serve a trasformare un’intuizione in impresa.  Mio fratello è l’agronomo e l’enologo, io faccio un po’ tutto il resto. Siamo molto allineati e lui riesce a interpretare quello che immagino. Quando abbiamo cominciato, nel 2016, l’obiettivo era concentrarci esclusivamente sul Negroamaro, la varietà che rappresenta maggiormente il basso Salento e, per noi, anche la più flessibile, versatile e interessante. Un allineamento non è un fatto naturale e quando avviene è davvero meraviglioso. Difficile ma possibile. Certo, con la fatica di costruire un’identità comune tra due personalità, due competenze e una famiglia dalla presenza inevitabilmente forte. Roberto possiede il rigore di chi ripete “aspettiamo”; Carlo porta l’impazienza necessaria a muovere le cose. Uno misura il tempo della vigna, l’altro quello del progetto. Castello Frisari vive nell’equilibrio tra queste due velocità.  Il basso Salento visto da vicino  Per molti consumatori il Salento resta una figura semplice: pianura, sole, caldo, mare. Basta invece attraversarlo lentamente per accorgersi della varietà di suoli, venti, profondità, esposizioni e consuetudini che cambiano da paese a paese.  A sud di Scorrano cominciano le Serre Salentine con le lievi ondulazioni capaci di modificare il paesaggio dentro distanze minime. Galatone guarda verso ovest con terre rosse più profonde. Ugento avvicina il calcare alla costa, tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare. Scorrano possiede un appezzamento quasi interamente calcareo, segnato dai cuti, le pietre che affioravano e che sono state frantumate per preparare il terreno. Verso Torre Sant’Andrea un nuovo impianto attende di consegnare la propria risposta.  La zonazione comincia così, prima ancora dei confini ufficiali: una vigna, un assaggio, una differenza capace di tornare vendemmia dopo vendemmia.  Noi abbiamo sempre creduto nel valore della terra. Da agricoltore l’unico vero patrimonio che possiedo è la terra. Se sviluppo un lavoro che trascura il nome della zona, creo soprattutto un valore commerciale; se riesco a dimostrare che quel luogo può generare un prodotto con caratteristiche precise, costruisco valore immobiliare, culturale e strutturale. È il passaggio che rende Castello Frisari un progetto imprenditoriale prima ancora che enologico. Nel mercato c’è un incredibile e insostenibile affollamento di nuove etichette spesso senza un senso vero. Carlo e Roberto hanno scelto di investire sulla riconoscibilità dei luoghi, affinché il prezzo di una bottiglia trovi una ragione dentro la vigna e la vigna acquisisca valore grazie alla bottiglia.  Se oggi si discute di sostenibilità attraverso vetri più leggeri, riduzione dei consumi, certificazioni e bilanci, esiste anche una sostenibilità della terra: fare in modo che un appezzamento abbia valore sufficiente per continuare a essere coltivato, che un vigneto possa competere con l’abbandono e con le colture capaci di offrire ritorni più immediati. Non solo dare dignità alla terra dunque ma a chi la lavora. Se produco una bottiglia costosa in una zona alla quale nessuno riconosce valore, basta un errore commerciale e alla fine rimane poco. Io voglio valorizzare il mio patrimonio e far capire che un determinato territorio può dare un vino di una determinata qualità. Il prodotto viene giustificato dal posto e il posto acquista valore attraverso il prodotto. Il Negroamaro smette di essere soltanto un vitigno  Il progetto parte nel 2016 con tre appezzamenti. Uno, mezzo ettaro di vecchi alberelli, viene perso quando il proprietario decide di vendere l’intera proprietà insieme alla casa; restano Galatone e Ugento, poi arrivano Scorrano e la collaborazione per il vigneto di Torre Sant’Andrea.  Carlo usa spesso la parola “vediamo”. Possiede la curiosità di chi crede nel proprio lavoro e lascia alla terra il diritto di contraddirlo. Mi piace davvero molto come approccio perché in esso è insita la voglia di sperimentare, di provare a capire se effettivamente ciò che hanno in mente possa funzionare o meno, se la zonazione è qualcosa di concreto o meno.  La particolarità doveva essere evidente, altrimenti avremmo smesso. Mio fratello ripeteva sempre: vediamo. Quando abbiamo assaggiato le prime vinificazioni, abbiamo trovato due anime diverse e le abbiamo ritrovate nelle annate successive. Per questo abbiamo piantato a Scorrano e coinvolto il nostro amico Francesco a Sant’Andrea. Vogliamo capire se anche quel luogo restituirà un’identità degna di essere raccontata. Stesso vitigno, lavorazioni parallele e lieviti provenienti dalle proprie uve, selezionati grazie alla collaborazione con la ricerca universitaria leccese. Cambiano il suolo, la profondità, la distanza dal mare, l’epoca di maturazione. Cambia il vino.  La zonazione, qui, evita il feticismo del filare utile soltanto a pochi esperti. La differenza tra Pianura e Serre arriva al naso, alla bocca, perfino a chi possiede poca dimestichezza con le degustazioni. I vini spiegano il progetto prima di qualsiasi discorso.  Il mio sogno è che una persona entri in un ristorante o in un’enoteca e scelga un Negroamaro per la zona. Vorrei vedere scritto grande Serre oppure Pianura occidentale del Salento e sotto, più piccolo, Castello Frisari. Il punto siamo noi soltanto fino a quando il lavoro serve a dimostrare che questa differenza esiste. Poi deve diventare patrimonio di tutti. Sette vini, una carta geografica  La degustazione comincia con Sui Lieviti, Metodo Classico Brut Nature da Negroamaro vinificato in bianco, prodotto senza sboccatura. Nel calice porta una bolla cremosa, più morbida che tagliente, capace di aderire al palato senza stancarlo; pesca, agrumi, frutto tropicale, mandorla fresca e un carattere salmastro raccontano un luogo caldo attraverso l’energia, invece che attraverso il peso. Il sedimento gli consegna materia e profondità, con un richiamo di pane appena spezzato che accompagna il frutto. È una bollicina giovane per scelta, costruita sul piacere immediato e sulla capacità del Negroamaro di trattenere freschezza anche sotto il sole salentino.  Volevamo una bollicina divertente, interessante, capace di spezzare il nostro clima. Il tema del Metodo Classico, per noi, riguardava il vino e la sua freschezza, più che i lunghissimi affinamenti. La prima annata, la 2021, conserva ancora un’energia incredibile. Parla di caldo, di mare, di mandorle, e riesce a mantenere tutto insieme. L’Ancestrale, Negroamaro rosato delle Serre Salentine, deriva da un’unica fermentazione, rimane sui propri lieviti ed esce senza filtrazione con un tappo a fungo stile spumante. Ha il colore velato delle albe vicine al mare e una carbonica piena, tenace, pensata per sostenere l’apertura e il residuo. La mentuccia arriva per prima, seguita dalle erbe mediterranee, da una nota di cedro, dal frutto rosso ancora croccante e da una traccia quasi salmastra che riporta a Ugento. Il lievito smussa il profumo e rende il sorso cremoso, poi l’acidità rialza il vino e il calcare lo conduce verso una chiusura asciutta e luminosa.  Abbiamo cominciato dall’Ancestrale perché volevamo qualcosa che rompesse gli schemi e ci allontanasse dal mondo delle bollicine classiche, che in quegli anni stava esplodendo. Il mondo degli ancestrali è una giungla, la parola viene usata in molti modi e manca una disciplina precisa. Per me conta l’identità del prodotto: una sola fermentazione, pressione vera e un vino capace di mantenere la bolla. Il Negroamaro vinificato in bianco, prima annata 2025, nasce a Scorrano da un appezzamento fortemente calcareo. Quasi privo di colore, apre sul fiore bianco, sulla scorza di agrume e su un frutto dolce che richiama la pera matura, con una sfumatura tropicale delicata. In bocca entra verticale, guidato dall’acidità del suolo calcareo, poi il passaggio parziale nel legno allarga il centro del sorso senza appesantirlo. La materia prende una curva più morbida, il frutto torna, il finale recupera secchezza e pulisce il palato. Possiede la spontaneità dell’aperitivo e la struttura necessaria per attraversare un intero pasto.  Io lo aspettavo da tempo e continuavo a rompere le scatole a mio fratello. Lui rispondeva: aspetta, aspetta. Alla fine abbiamo trovato un compromesso e lo abbiamo presentato tra maggio e giugno. Roberto ha fatto un lavoro bellissimo. La sua forza nasce dal movimento: parte affilato, si distende, torna ad assottigliarsi. È il vino che assomiglia maggiormente ai due fratelli, perché unisce l’urgenza di Carlo alla pazienza di Roberto.  Con il Lacrima, rosato da vecchio alberello di Negroamaro nell’agro di Ugento, la costa si avvicina. Al naso il vino accoglie con una dolcezza di fiore e frutto che potrebbe ricordare certa morbidezza tipica dei rosati salentini. In bocca cambia direzione: l’ingresso delicato si allarga, il frutto prende tensione, la mineralità rende il sorso progressivamente più preciso e la chiusura rimane lunga, asciutta, quasi marina. Il rosa possiede una trasparenza ramata, il profumo sfiora melograno, petalo, ciliegia chiara e pietra calda.  All’olfatto può sembrare un rosato più consueto, poi in bocca continua a evolversi. La vinificazione a lacrima lavora soprattutto sulla parte esterna dell’acino e fa emergere il carattere floreale. Il vigneto si trova tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare, su terra calcarea. Il primo dei tre rossi nasce dall’unione dei vigneti di Scorrano, Galatone e Ugento. È il Negroamaro più giovane e diretto della linea, nato da maturazioni e vinificazioni separate, poi riunite per trovare un equilibrio tra le diverse zone. Il frutto rosso conserva il tono vivo della vendemmia, la mora incontra il ribes, le erbe della macchia mediterranea danno profondità e una spezia leggera accompagna un tannino misurato. La macerazione più breve lascia il vino agile, affabile, immediato, con una leggera rotondità del legno sullo sfondo.  Volevamo un Negroamaro diretto, fresco e divertente, anche più accessibile. Con la sua giovinezza mantiene tutta la parte fruttata che il tempo trasforma. Roberto ha interpretato perfettamente il mio desiderio: il vino conserva la bevibilità e porta con sé il risultato varietale. Poi arrivano Pianura di Terra d’Otranto 2022 e Serre di Terra d’Otranto, stessa uva, annata, cantina e tecnica di vinificazione. Il primo nasce a Galatone, su terre rosse profonde; il secondo a Ugento, su terreni calcarei meno profondi e più vicini al mare. La vendemmia delle Serre precede mediamente di circa dieci giorni quella della Pianura.  Il Pianura ha un respiro scuro e largo. Mora, amarena, prugna, spezia e terra rossa costruiscono un naso profondo, attraversato da una componente balsamica più discreta. In bocca il vino occupa spazio, il tannino possiede presenza e maturità, il frutto rimane pieno, la chiusura si distende con calore e lunghezza.  Il Serre parla con un’altra voce. Il frutto diventa più teso e salato, la macchia mediterranea entra con forza, mentuccia, mirto e rosmarino anticipano una bocca più verticale. L’acidità appare più netta, il tannino sottile accompagna il sorso e il finale porta con sé una sensazione calcarea, quasi tattile.  Sul tavolo i due bicchieri sembrano confutare l’idea che pochi chilometri rappresentino una distanza trascurabile. Il Pianura accoglie e allarga, il Serre tende e solleva. Uno conserva la profondità della terra, l’altro la vicinanza del mare. Nessuno prevale, perché la zonazione acquista senso proprio quando evita una graduatoria e offre una scelta.  In tutti questi anni abbiamo avuto preferenze diverse e mai un vincitore assoluto. Era esattamente quello che cercavamo. Il consumatore può riconoscere due caratteri e scegliere in base al proprio gusto, al momento, a ciò che porta in tavola. Questo dimostra che la zona esiste.  L’impresa come atto di fiducia  Carlo parla di mercato con grande lucidità. Conosce il rischio di una regione nella quale molte cantine nascono sulle stesse dimensioni, inseguono fasce di prezzo simili e finiscono per raccontare il territorio con parole intercambiabili. Per questo immagina un sistema nel quale la zonazione diventi uno strumento comprensibile, simile a quanto accade in altre aree europee: provenienza, qualità e valore capaci di sostenersi a vicenda.  La sua è una visione contemporanea dell’agricoltura.  La nostra idea riguarda il vino e anche la dimensione sociale ed economica della zona. Tra un paese e l’altro cambiano tradizioni, dialetti, abitudini, perfino il modo in cui le persone conducevano la vigna. Il Salento possiede una varietà enorme. Vorremmo rappresentarla nel vino e, con il tempo, costruire un lavoro condiviso con altri produttori. Da soli possiamo dimostrare una differenza; per trasformarla in un sistema serve un territorio intero. Castello Frisari approfondisce il proprio luogo. Al posto di chiedersi quale vino desideri il mondo, Carlo e Roberto cercano di capire quale vino possa nascere soltanto qui.  Impresa e affetti si uniscono. La famiglia rimane accanto, dentro l’azienda storica, nei lieviti, nelle prime prove di Negroamaro bianco, nei consigli del padre, nelle competenze apprese dentro una tradizione lunga cinque generazioni a Scorrano. L’autonomia dei figli diventa un’altra forma della continuità familiare: separare i percorsi perché ciascuno conservi integrità, creare spazio perché una storia antica possa generare qualcosa che le somigli senza ripeterla.  Forse crescere significa proprio questo, prendere ciò che una famiglia ci ha affidato e restituirglielo con una domanda in più.  Il giorno in cui si chiederà un Negroamaro di Ugento  Fuori dalla cantina, Scorrano continua la propria vita sopra pietre che hanno visto passare secoli, vendemmie, famiglie, commercianti venuti ad acquistare vino sfuso e ragazzi convinti che per costruire il futuro occorra andare lontano. Carlo e Roberto hanno scelto di raccontare come pochi chilometri tra una vigna e l’altra ma abbastanza per scoprire che il mare, il calcare, le terre rosse e il vento possano cambiare la voce dello stesso vitigno. Tutto sembra passare dal padre ai figli cambiando forma. Come se ogni eredità restasse viva soltanto quando trova il coraggio di evolvere.  Carlo guarda i bicchieri di Pianura e Serre.  Il mio sogno è che qualcuno chieda un Negroamaro della zona occidentale del Salento perché sa che quella zona esiste. Vorrei che scegliesse il territorio prima dell’azienda. Quel giorno potrei anche mettermi a piangere. La sua voce trattiene l’ironia e lascia affiorare la parte più autentica. Dietro la zonazione, le prove, i piccoli numeri, il confronto con il Piemonte o con la Germania, vive il desiderio semplice di consegnare dignità alla propria terra.  Un giorno, entrando in un’enoteca, qualcuno potrebbe chiedere un Negroamaro di Ugento, di Galatone, di Scorrano o di Torre Sant’Andrea. In quel momento Carlo e Roberto avranno raggiunto il proprio obiettivo, anche se il nome Castello Frisari sarà scritto più piccolo.  In fondo, una terra comincia davvero a esistere quando qualcuno impara a chiamarla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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LumiLuna. Restaurare una vigna e perderla Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2026

LumiLuna. Restaurare una vigna e perderla

  L’Umbria non è la mia regione. Lo scrivo subito, prima di tutto il resto, perché cambia il peso di quello che segue: non è il territorio su cui ho una competenza ampia, non ho le annate in testa, non conosco le aziende una per una come le conosco a casa mia. Quello che leggete è il racconto di una visita fatta da qualcuno che qui arriva da fuori. Tenetelo presente e, tenetelo presente anche alla fine, perché di solito scrivo solo di ciò che conosco a fondo, e questa è un’eccezione che alla fine vi spiego. Prima di arrivare in cantina ci siamo fermati a Spina, da Andrea. È il cognato di Giulio, uno dei due soci di LumiLuna: marito di sua sorella e ha una macelleria bellissima, la Carneria. Due anni fa ci ero arrivato dopo essere stato in cantina; questa volta abbiamo fatto il contrario. Denis, il mio amico autoctono, ci teneva a riportarmi lì per la qualità delle sue carni. Per loro sono Emanuele il friulano. A Spina i terremoti del 2009 e del 2016 hanno fatto danni seri. La Carneria è rimasta aperta dentro un paio di container fino allo scorso anno, e quando li ho conosciuti lavoravano ancora lì dentro. Abbiamo comprato le fiorentine per la sera. E chiaramente a quel punto ci serviva il vino. E perché non fare come nel 2024 e andare in cantina da Giulio? Tornando a LumiLuna, la conosco da qualche anno. La prima volta ci sono arrivato perché ero in Umbria da Denis e gli avevo chiesto di portarmi a visitare qualche cantina: tra i nomi che gli avevo fatto c’era il loro. Ci ricevette Giulio, degustammo tutta la gamma con taglieri di salumi e formaggi, comprammo. Giulio Rinaldi e Luca Bigicchia si trovano perché arrivano entrambi da un’esperienza andata storta: uno veniva da Chiorri, l’altro da Monte Vibiano, entrambe finite male. Da quel punto in poi la storia si può raccontare in due modi. Il primo è quello che va di moda: due giovani che si mettono in proprio. Il secondo, più onesto, è che due persone con una competenza già formata e nessuna azienda alle spalle si sono trovate davanti alla domanda che conta: con che cosa si fa il vino, quando non hai le vigne. La risposta se la sono data nel 2015, e non era comprare. Era andare a cercare le vigne vecchie che nessuno curava più. Ci lavoravano nelle ore libere, soprattutto la sera, a lume di luna: da lì il nome. Si definiscono restauratori di vigne prima ancora che vignaioli, e non è una formula da comunicato. Il lavoro che fanno è quello: potatura, cura del suolo, recupero di filari che erano a un passo dall’estirpo. Il 2017 è l’anno della svolta, con l’acquisizione di nuovi ettari. Nel 2018 arriva la cantina di proprietà e la prima vendemmia firmata LumiLuna. Oggi gestiscono quindici appezzamenti in un raggio di quattordici chilometri, di dimensioni che vanno da un decimo di ettaro a poco più di uno, con viti dai venti ai sessantacinque anni. Suoli completamente diversi tra loro: argilla, argilla mista a calcare, galestro, terreni ricchi di scheletro. Trebbiano, Grechetto, Malvasia di Candia, Syrah, Sangiovese, Ciliegiolo. Vale la pena fermarsi su una cosa. Loro le varietà non le hanno scelte. Hanno preso quello che c’era nelle vigne che hanno salvato. È il rovesciamento esatto di come si costruisce normalmente una gamma — prima decidi cosa vuoi vendere, poi pianti. Qui prima si salva, poi si vede cosa ne esce. Che è anche il motivo per cui ogni anno alla gamma base si aggiungono due o tre etichette nuove, con nomi presi dalle canzoni più ascoltate durante la vendemmia. Il 14 agosto, in cantina Abbiamo cominciato dalle vasche. Il Syrah 2026, destinato al rosato rifermentato, ha un colore bellissimo già adesso, in piena fermentazione. Quest’anno il pied de cuve l’hanno fatto con Chardonnay, e servirà per tutti i vini della cantina: una scelta che vale la pena segnalare, perché in un’azienda che lavora senza lieviti selezionati la partenza delle fermentazioni è il punto in cui si decide tutto il resto. Poi il Sangiovese, dove quest’anno stanno provando la macerazione carbonica. Su quello è ancora presto: è in fermentazione e va capito. Lo scrivo così perché è così: chi ti racconta un vino che sta ancora partendo, ti sta vendendo qualcosa. Poi ci siamo seduti nella piccola sala. Mindy 2025, il rosato rifermentato da Syrah, lo stesso vino che un’ora prima era in vasca, ma dell’annata precedente. Pane e salame, quello della Carneria comprato passando. È una bottiglia da bordo piscina con un fritto di paranza, e non lo dico per sminuirla: dirlo è la cosa più utile che un sommelier possa fare per un vino così. Il rifermentato in bottiglia paga da anni il prezzo di essere raccontato male, come vino difettoso o come vino inutile. Invece ha la sua collocazione, la spensieratezza dico io. Non sempre c’è bisogno, o voglia, di bere vinoni e vini importanti. Poi ho detto a Giulio che a maggio avevo bevuto l’ultima bottiglia di Casale dei Ceci che avevo in casa, un 2023. E lui: apri il frigo, prendi quella bottiglia e aprila. Era il 2025. Il Casale dei Ceci è il Grechetto della casa: due raccolte separate a una decina di giorni di distanza, fermentazione in cemento, almeno otto mesi sulle fecce fini. Con l’annata 2025 cambia veste ed esce come Colli Perugini DOC Grechetto, la denominazione che copre in parte i territori di Perugia, Deruta, Marsciano, Fratta Todina, Monte Castello di Vibio, Piegaro e San Venanzo, e che per questa tipologia chiede almeno l’85% di Grechetto. Nel bicchiere frutta bianca, fiori, agrumi. Ma la struttura è diversa, meno importante di quella delle annate precedenti. E qui il confronto non è di memoria lontana: il 2023 l’avevo bevuto tre mesi prima. E questo non è un problema di vendemmia. La vigna perduta Perché il vigneto da cui quel vino nasceva non è più loro. Un ettaro circa, l’avevano recuperato loro. Rimesso in piedi, curato, portato a produrre. Il vino era diventato un cavallo di battaglia dell’azienda. A quel punto il proprietario ha deciso di farselo da sé, ha chiamato un consulente, e quella vigna loro l’hanno persa. Il Casale dei Ceci 2025 è quindi il primo che nasce altrove. Ed è per questo che ne parlo dopo aver scritto cosa c’era nel bicchiere e non prima. Del resto è andata proprio così: prima l’abbiamo bevuto, poi Giulio mi ha raccontato. Quella struttura che manca non è un’impressione, è il vigneto che non c’è più. Le vecchie vigne non sono un elemento di storytelling che si aggiunge all’etichetta. Sono la cosa più importante, quella che regge e dà struttura al vino in bocca, e quando spariscono si sente. E questo non è un aneddoto di sfortuna. Il restauro di una vigna abbandonata è un investimento che si paga in anni di lavoro prima di vedere una bottiglia. Quella vigna diventa come un figlio. Chi lo fa si assume tutto il rischio: che la vigna non risponda, che l’annata non venga, che il vino non valga la fatica. Il consulente arriva dopo, quando quel rischio è già stato tolto da qualcun altro — e arriva su una vigna che ha già dimostrato di funzionare. Il risultato è che il valore creato da chi ha lavorato si trasferisce a chi ha aspettato. E resta il fatto che loro il vino lo fanno lo stesso, con quello che gli è rimasto, e lo mettono in commercio sapendo che sarà misurato su quello di prima. I rossi La degustazione è poi proseguita con i rossi, che abbiamo anche portato a casa: dopotutto eravamo lì per comprare qualche bottiglia per cena, e siamo usciti con cinque cartoni. Lo ZigoZago è Syrah da galestro. Frutta nera e spezie, avvolgente, morbido, tannini vellutati, un finale che richiama la frutta. Beva bellissima — ed è il metro che uso per capire se un vino l’ho capito o solo giudicato: quando il bicchiere si svuota senza che tu te ne accorga. Poi il Murelli, Ciliegiolo in purezza. Frutti rossi, fresco e sapido. L’abbiamo provato nei giorni successivi con gli gnocchi al sugo di spuntature, che qui in Umbria fanno benissimo: super top. È il tipo di abbinamento che non si costruisce a tavolino — funziona perché il vino e il piatto vengono dallo stesso posto. E poi il Sangiovese preso direttamente dalla botte, regalato per la cena. Da carne. Ha ancora un po’ di sentore di legno da smaltire, ma sotto c’è grande stoffa. La serata è finita con la brace accesa e la carne della Carneria sul tavolo a fare da regina. Il Sangiovese di Giulio davanti alle fiorentine comprate da suo cognato, a qualche chilometro dalla vigna. Non c’è nessuna strategia dietro una cosa del genere, nessun progetto di filiera, nessuno che l’abbia pensata per raccontarla. È solo un posto dove le cose stanno vicine. Nei giorni successivi il Syrah e il Casale dei Ceci li abbiamo ribevuti più volte. Ho aperto dicendo che l’Umbria non è la mia regione, e chiudo tornandoci. Perché è proprio questo il punto: non serve conoscere un territorio da vent’anni per riconoscere quando qualcuno sta lavorando bene. Ovunque, in Italia, si fanno e si possono fare bellissimi vini. Non serve una denominazione famosa, e non serve nemmeno che chi beve sia di casa. Serve qualcuno che vada a cercare le vigne che nessuno vuole più. E che poi riesca a tenersele.     Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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Vendemmiata Romana 2026: il 13 settembre l’uva si trasforma, si racconta e si balla Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2026

Vendemmiata Romana 2026: il 13 settembre l’uva si trasforma, si racconta e si balla

  Vendemmiata Romana 2026 – Museo Orto Botanico di Roma – Largo Cristina di Svezia 23°   13 settembre 2026 – Orari: dalle 9:00 alle 18:30
Biglietto: 12 euro. Bambini fino a 8 anni gratis – Animali non ammessi
Tutte le attività incluse nel biglietto con posti limitati – Obbligatoria la prenotazione sul posto
www.senseventi.com/vendemmiata-romana L’antica festa contadina della vendemmia torna all’Orto Botanico di Roma con una giornata unica tra giochi per bambini, laboratori per adulti, lezioni di yoga, canti e balli tradizionali, degustazioni e la coinvolgente raccolta delle uve del Vigneto Italia. Con la fine dell’estate, il Vigneto Italia, nel momento più florido della sua stagione vegetativa, torna protagonista di uno dei più coinvolgenti e attesi eventi targato Sens Eventi. Domenica 13 settembre, infatti, andrà in scena la V° edizione di Vendemmiata Romana e l’Orto Botanico di Roma, per tutta la giornata, vivrà di canti, balli, risate e colori che tradizionalmente accompagnano la raccolta dell’uva. Dalle 9:00 alle 18:30, adulti e bambini potranno partecipare a giochi, lezioni di yoga, caccia al tesoro, laboratori creativi e didattici in tema vino-vite-vigna e visite guidate tra le fioriture autunnali e gli alberi secolari del giardino trasteverino. Fulcro della kermesse sarà, ovviamente, la vendemmia in programma alle ore 12:00 che vedrà i partecipanti impegnati nella raccolta delle uve, coadiuvati e guidati dagli esperti viticoltori. Le uve raccolte, sapientemente trattate dall’azienda vinicola Federici, daranno vita alla seconda annata, la 2026, di un vino unico, il Somma Sapienza, vinificato in bianco e in rosso, che racchiuderà tutte le varietà di vitigni autoctoni coltivate tra le mura dell’Orto Botanico. Spazio anche alle degustazioni, condotte da Luca Maroni, alla scoperta delle aromaticità del Somma Sapienza. Al vino, alla sua storia e al suo ruolo nel corso dei secoli sarà dedicato anche l’incontro dal titolo “Calici di storia: il vino tra cura, cultura e piacere”, un viaggio nel tempo dal Medioevo alla cultura enologica moderna. Agli autentici sapori contadini saranno legati poi gli incontri dedicati ai dolci di una volta, dalle golose ciambelline al vino al pandolce artigianale con uvetta di Malvasia, un morbido assaggio, aromatico e inebriante che profuma di tradizione. Ma non è tutto. Tra i viali del giardino trasteverino troverà spazio la consueta mostra mercato di artigianato, tessuti e prodotti naturali e, per questa edizione di Vendemmiata Italia, non mancherà un focus sulla cosmesi legata al vino. Tra i banchi espositivi, infatti, ci saranno aziende innovative vocate alla sostenibilità e all’economia circolare, focalizzate in particolar modo al riuso creativo degli scarti dell’uva dopo la vinificazione. Tra i prodotti faranno capolino, dunque, fragranze per il corpo e per l’ambiente al mosto d’uva ma anche prodotti cosmetici come creme viso e sieri anti-age realizzati con il Montepulciano d’Abruzzo. I più piccoli potranno imparare giocando a riconoscere la vite e a conoscerne gli usi attraverso divertenti attività sensoriali, ma potranno anche realizzare con le proprie mani delle colorate bombette frizzati per il bagno, da portare a casa, attraverso la lavorazione dell’olio di vinaccioli. Potranno, inoltre, scoprire i benefici dello yoga con una lezione studiata a misura per loro, ma anche partecipare a magiche letture d’autunno all’aria aperta o scoprire, nel corso di un coinvolgente laboratorio interattivo, tutti i segreti di un alveare. Insieme ai propri genitori, infine, potranno divertirsi, tra indizi, prove e piccole sfide, partecipando alla “Caccia al Chicco”. Ma Vendemmiata Romana sarà, soprattutto, una grande festa popolare che tra musiche, canti, stornelli e danze tradizionali, darà l’opportunità di trascorrere una giornata all’aria aperta, pur rimanendo a Roma, riappropriandosi di un antico rituale agreste toccando con mano i frutti maturi della generosa terra alle pendici del monte Gianicolo. Il Vigneto Italia Situato all’interno dell’Orto Botanico di Roma, alle pendici del Monte Gianicolo, zona storicamente vocata alla viticoltura, il Vigneto Italia è un vero e proprio museo vivente, un unicum di biodiversità racchiuso tra le mura del giardino trasteverino. Impiantato nel 2018 da Luca e Francesca Romana Maroni, insieme all’Università La Sapienza di Roma e all’Università della Tuscia e in collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo, si tratta del primo vigneto al mondo che vede la coltivazione in un unico lembo di terra di circa cinquecento metri quadrati di ben 150 varietà di vitigni autoctoni provenienti da ogni regione d’Italia, dal Nord al Sud, isole comprese. A questi si sommano 20 varietà di vitigni internazionali. Le barbatelle impiantate con il tradizionale sistema ad alberello (due per ogni vitigno) sono state coltivate in un regime biologico e biodinamico e soggette alle stesse condizioni climatiche, tra sole, vento e acqua. Un vero e proprio esperimento che nel 2022 ha dato vita al suo primo vino, il Somma Sapienza, vinificato in bianco e in rosso. A pochi passi dalle Mura Aureliane, dunque, il Vigneto Italia è un progetto ambizioso ma è anche un importante strumento didattico e scientifico che permette di osservare da vicino la resilienza e l’adattabilità della vite ma anche di conservare un inestimabile patrimonio naturale e culturale del nostro Paese. Non solo. Si tratta anche dell’unico progetto universitario al mondo che comporta la produzione di vino in un contesto urbano con l’utilizzo di uve coltivate in città. Somma Sapienza – Il vino del Vigneto Italia Frutto della vendemmia del settembre 2022, che ha portato alla raccolta di circa 200 kg di uva, Somma Sapienza è un vino che rappresenta un vero e proprio esperimento di microvinificazione. Essa è una sfida in quanto è difficile ottenere un vino di alta qualità dalla vinificazione di una piccola quantità di uva perché è più vulnerabile al suo nemico numero uno, l’ossigeno, che fa ossidare gli aromi del vino stesso. Il Somma Sapienza è rosso prodotto con 76 varietà di vitigni mentre il bianco è il risultato del blend di 79 uve. Il vino è stato lavorato dall’azienda Federici che ha abbassato immediatamente la temperatura di fermentazione dato che tanto più è bassa la temperatura tanto minore è il danno olfattivo e la volatizzazione delle particelle che danno il profumo. La fermentazione è avvenuta in damigiana di vetro e poi in barrique di rovere che ha rilasciato una dosata quantità di acido vanillico. Il vino è stato poi chiarificato con prodotti rigorosamente naturali. Il risultato, per quanto riguarda il bianco, è un vino profumato al naso ed equilibrato al palato, tanto morbido quanto acido, sempre viscoso al tatto. Per quanto riguarda il rosso, ottenuto anche esso con le stesse modalità del bianco, al naso risaltano le note di ciliegia e marasca in perfetto equilibrio con le spezie e l’effetto balsamico del legno. Al palato è morbido ma bilanciato tra l’acido e il tannino. Luca Maroni Mi affascina molto vedere come genere uva ha tra i propri consimili una capacità di coesione e afflato incredibile. Già è difficile unire due o tre varietà di uva e unirne così tante pensavo fosse difficilissimo ma sentire come queste tipologie si sono andate a congiungere è affascinante. Già dal profumo di questo vino si possono percepire le note di tutti questi differenti aromi e profumi. La Redazione
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Tenuta Liliana. Una visione che diventa un progetto Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2026

Tenuta Liliana. Una visione che diventa un progetto

  Nel Salento, a Parabita, Antonio e Liliana hanno dato forma a una realtà che nasce da un legame personale con questa terra e dalla volontà di restituirle valore, la loro stessa definizione è quella di un “atto poetico”, non soltanto un’impresa, ma un’idea nella quale territorio, famiglia, immaginazione e futuro si incontrano. È una dichiarazione importante, soprattutto perché racconta una cantina giovane attraverso una parola che appartiene apparentemente a un altro mondo, la poesia, ma dietro quella definizione non c’è soltanto romanticismo, c’è la volontà di costruire qualcosa che possa durare, partendo da una terra che Antonio e Liliana conoscono profondamente e nella quale riconoscono le proprie radici. Lo sguardo è rivolto anche alle generazioni future, non si tratta semplicemente di recuperare un terreno e trasformarlo in vigneto, ma di immaginare quale possa essere il ruolo di questo luogo negli anni a venire, una terra amata, a volte difficile, ma capace di sorprendere per la sua bellezza, ed è proprio da questa ambivalenza che sembra nascere la filosofia della Tenuta, non negare la complessità del territorio, ma lavorare per valorizzarla.   Una terra tra due mari I vigneti di Tenuta Liliana si trovano tra il Mar Adriatico e il Mar Ionio, cinque appezzamenti, Specchia, Lembo, Mitriano Alezio, Pizziferro e Rischiazzi, compongono oggi un patrimonio vitato di 13 ettari, inserito in un paesaggio tipicamente salentino, fatto di vento, macchia mediterranea, muretti a secco e una luce che cambia profondamente il carattere del territorio. È un paesaggio che non viene trattato come semplice sfondo, ma come una componente attiva della filosofia aziendale. Ed è qui che arriva una delle scelte più interessanti di Tenuta Liliana, il protagonista del vigneto non è un vitigno autoctono salentino, ma il Cabernet Sauvignon. Una scelta che, a prima vista, potrebbe sembrare quasi una contraddizione, il Salento è una terra dalla fortissima identità viticola e culturale, legata a vitigni come Primitivo e Negroamaro, scegliere una varietà internazionale significa quindi accettare una sfida, dimostrare che anche un vitigno conosciuto in tutto il mondo può parlare una lingua diversa quando viene interpretato in un luogo preciso. Il Cabernet Sauvignon rappresenta il protagonista del parco vitato, affiancato da alcune parcelle di Cabernet Franc, Petit Verdot e Sauvignon Blanc, la proprietà ha lavorato sulla selezione di circa dieci diversi cloni e portinnesti, individuati in relazione ai differenti suoli delle parcelle, con il contributo di Pierre-Marie Guillaume, agronomo e vivaista francese. Non un’unica idea di Cabernet, quindi, ma la ricerca di risposte differenti in relazione ai terreni, un approccio che sposta il discorso dalla semplice scelta del vitigno alla lettura del luogo nel quale viene coltivato. Il Cabernet Sauvignon, proprio per la sua diffusione internazionale, rischia facilmente di essere associato a un modello stilistico riconoscibile in molte parti del mondo, la sfida di Tenuta Liliana è diversa, utilizzare la capacità di adattamento di questa varietà per arrivare a un vino che non cancelli il luogo, ma che lo interpreti. La vigna prima della bottiglia La filosofia produttiva parte dalla vigna. I vigneti sono stati piantati a partire dal 2018 con l’obiettivo di trasformare terreni incolti in veri e propri giardini, dalla vendemmia 2024 sono tutti condotti in regime biologico, all’interno di un percorso di viticoltura rigenerativa orientato all’equilibrio dell’ecosistema. Qui la sostenibilità non viene raccontata soltanto attraverso una certificazione o una dichiarazione di principio, ma attraverso pratiche concrete. Le pecore vengono utilizzate per il diserbo e la concimazione naturale del terreno, gli sfalci vengono inglobati nel suolo, la gestione della vite tiene conto della necessità di proteggerla dalle condizioni climatiche più estreme, mentre due stazioni meteorologiche consentono di monitorare le condizioni del vigneto e intervenire tempestivamente quando necessario. Anche l’orientamento dei filari è stato studiato per proteggere il più possibile i grappoli nelle ore più calde, la vendemmia avviene manualmente, parcella per parcella, quando l’uva raggiunge la maturazione ritenuta ideale. Sono scelte che raccontano un approccio nel quale tecnologia e osservazione della natura procedono insieme, la prima serve a conoscere meglio il vigneto, la seconda a decidere quando intervenire, mentre il lavoro dell’uomo resta centrale. Le persone dietro il progetto Una cantina, però, non è mai soltanto un insieme di ettari e attrezzature, è soprattutto fatta di persone. Al centro ci sono Antonio e Liliana, insieme ai figli Stefano e Valentina, attorno alla famiglia è stata costruita una squadra di professionisti che porta competenze diverse all’interno della Tenuta. A guidare l’azienda c’è Andrea Fattizzo, direttore, agronomo ed enologo, una figura che riunisce competenze fondamentali nella produzione vitivinicola, dalla conoscenza della vigna all’interpretazione del territorio, fino alla trasformazione delle uve in vino. Fattizzo vive l’azienda durante tutto l’anno e supervisiona la gestione dei vigneti e della cantina, accanto a lui, Tenuta Liliana si avvale della consulenza di Carlo Ferrini. La presenza di professionalità con esperienze differenti racconta anche una precisa scelta della famiglia, mantenere una forte identità proprietaria, affidandosi allo stesso tempo a competenze capaci di accompagnare la crescita tecnica dell’azienda. È una squadra, più che una semplice somma di ruoli. Una cantina dentro una cava di tufo Se i vigneti raccontano il rapporto con la terra, la cantina racconta il rapporto con la storia. L’azienda nasce all’interno di una cava dismessa, recuperata e trasformata in cantina, un luogo nel quale una materia appartenente alla storia del territorio viene inserita in una struttura contemporanea. Le pareti rocciose, segnate dal tempo e dalla presenza di fossili, convivono con materiali come vetro e acciaio Cor-Ten, il risultato non è soltanto funzionale alla produzione, ma diventa parte integrante dell’identità della Tenuta. L’edificio si sviluppa su circa mille metri quadrati, la vendemmia manuale porta rapidamente le uve in cantina, in piccole cassette, dove vengono selezionate prima di entrare nelle vasche, la maturazione avviene prevalentemente in barrique e tonneaux di rovere francese, con legni provenienti anche dalle foreste di Fontainebleau. Ma la cantina non è pensata esclusivamente come luogo produttivo, il progetto comprende anche uno spazio dedicato alla cultura del vino, con un tetto giardino capace di generare energia solare e una struttura che cerca un dialogo costante con il paesaggio. È un’idea che amplia il concetto stesso di cantina, trasformandola in uno spazio nel quale produzione, architettura, cultura e ambiente possono incontrarsi. Il vino come punto d’incontro La gamma di Tenuta Liliana nasce direttamente dai vigneti della proprietà, il Cabernet Sauvignon rappresenta il centro della produzione e il vino che porta il nome della Tenuta è prodotto come cuvée dalle migliori uve provenienti dalle cinque parcelle aziendali. Il risultato vuole mettere insieme due elementi apparentemente lontani, il carattere internazionale del Cabernet Sauvignon e la specificità del Salento. Le diverse annate raccontano una ricerca orientata alla precisione, il Cabernet Sauvignon 2021, per esempio, viene affinato in legni di Allier, Tronçais e Fontainebleau, la stessa impostazione prosegue nelle annate successive, con variazioni legate all’annata e al percorso del vino. Accanto al rosso, la Tenuta ha ampliato la propria espressione con Veneri, una nuova interpretazione del Sauvignon Blanc e del Cabernet Sauvignon in versione rosata, prodotta a partire dall’annata 2025, il vino viene affinato in acciaio con maturazione sur lie per cinque mesi. È un passaggio interessante perché dimostra come una visione precisa possa aprirsi a nuove interpretazioni senza perdere la propria coerenza. Una voce contemporanea del Salento Il punto, alla fine, non è stabilire se un Cabernet Sauvignon possa essere “salentino” soltanto perché cresce in Salento. La questione più interessante è un’altra, quanto un vitigno internazionale possa diventare strumento per raccontare un territorio senza sostituirsi ad esso, tenuta Liliana sembra aver scelto proprio questa strada. Non cerca di trasformare il Salento in Bordeaux, né di utilizzare il Cabernet Sauvignon come semplice esercizio di stile, l’idea è quella di permettere a una varietà internazionale di esprimere le caratteristiche del luogo nel quale viene coltivata. Il territorio, in questa prospettiva, non è un’etichetta da applicare al vino dopo averlo prodotto, è il punto di partenza, ed è forse qui che l’azienda trova la sua dimensione più interessante, nella volontà di costruire una realtà contemporanea senza recidere il legame con la terra, di utilizzare strumenti tecnologici senza perdere l’osservazione del vigneto e di affidarsi a grandi competenze senza rinunciare a una forte identità familiare, una storia ancora giovane, quindi, ma già definita da una direzione precisa. Il futuro della Tenuta sarà probabilmente misurato dalla capacità di continuare a far dialogare questi elementi, la famiglia e la squadra, la ricerca e la terra, l’innovazione e la memoria, il Cabernet Sauvignon e il Salento. Perché una realtà vitivinicola, soprattutto quando nasce da una terra così complessa e identitaria, non si costruisce con una sola vendemmia, ma nel tempo. Il mio punto di vista Dopo aver visitato l’azienda, ciò che rimane più forte è la sensazione di trovarsi davanti a una realtà pensata davvero in grande. Antonio e Liliana sono proprietari visionari, capaci di guardare oltre il presente e di trasformare un’idea in una direzione concreta, la loro passione non si percepisce soltanto nelle parole, ma soprattutto nelle scelte, nella cura dei dettagli e nella volontà di costruire qualcosa che abbia una propria identità. A rendere ancora più solida questa realtà è la sua squadra di professionisti di altissimo livello, Andrea Fattizzo è un enologo che considero davvero di altissimo profilo, competente, presente e profondamente coinvolto, la sua conoscenza della vigna e del vino rappresenta, a mio avviso, uno degli elementi che possono fare la differenza nel percorso futuro. E poi c’è la cantina, bellissima, ma soprattutto progettata in maniera superlativa, è uno di quei luoghi nei quali architettura, territorio, storia e produzione riescono a dialogare senza che nulla sembri fuori posto, la cava, i materiali, gli spazi e la luce restituiscono immediatamente la sensazione di essere dentro qualcosa pensato con grande attenzione. La mia impressione è quella di una realtà giovane soltanto sulla carta, perché la visione, le competenze e l’ambizione che ho incontrato a Tenuta Liliana appartengono già a una realtà matura. Ed è forse questo l’aspetto che mi ha colpita di più, la sensazione di essere davanti a una storia che ha ancora molte pagine da scrivere, ma che possiede già tutti gli elementi per diventare una storia importante. Tenuta Liliana quindi non è semplicemente una cantina che sta crescendo, è una visione che ha trovato il modo di diventare un grande progetto.     Vale Wine – Oltre la carta dei vini
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Vinodabere.it: in rete la Guida ai Vini della Sardegna 2027 (nona edizione) Arrow Right Top Bg

7 Settembre, 2026

Vinodabere.it: in rete la Guida ai Vini della Sardegna 2027 (nona edizione)

  Oltre 600 campioni testati, 118 premiati, 7 “vini perfetti” E sono nove! Iniziata con quella targata 2019, la serie delle Guide “on line” che Vinodabere.it, prima e unica testata specializzata a farlo, dedica ai Vini della Sardegna taglia, col rilascio dell’edizione 2027, un traguardo davvero importante. E che assume ulteriore valore visto il momento particolarmente complesso (e non semplice) che tutto l’enomondo italiano e internazionale stanno vivendo. E se i numeri su questo fronte, al solito, non mentono (i campioni inviati e testati dal team della Guida, curata dai giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini,  indice della vivacità complessiva del comparto produttivo che li  fornisce, sono in calo, pur lieve, rispetto all’edizione precedente), le stesse cifre parlano però poi chiaro, anzi chiarissimo, sia sulla costante ed evidente tendenza al rialzo della media qualitativa dei vini proposti (e dunque del comparto vitivinicolo sardo nel suo complesso) che sull’interesse che questo spicchio sempre più definito e originale della produzione nazionale riesce a suscitare tra professionisti, appassionati e semplici ma attenti consumatori. L’uscita della Guida completa è stata infatti preceduta da ben 16 trailer, uscite parziali dedicate ognuna a uno spicchio territoriale o di tipologia del comparto. Ebbene: la media di visualizzazioni per i 16 “episodi” di questa serie alla Netflix è stata di 35 mila per un totale di 560 mila. Un risultato che parla chiaro. Cosi come parlano chiaro le 118 Standing Ovation assegnate sui 331 campioni che hanno meritato la recensione in Guida, con una percentuale siderale del 35,6%, ovvero più d’un premio d’eccellenza per ogni tre campioni censiti. A fare la differenza sono la capacità in costante ascesa (e premiata appunto da meritati riconoscimenti), l’impegno di quelli storici e l’affacciarsi di nuovi protagonisti. Confortati soprattutto sul fronte Bianchi (dunque anzitutto Vermentino) dalla complicità di un’annata, la 2025, decisamente umana e propizia se paragonata a precedenti e alla attuale. E che, in un sub-territorio particolarmente vocato e celebre per finezza come la Gallura ha regalato sensazioni e risultati incantevoli per eleganza anche sul versante rosso, alias Cannonau.
Tra le Standing Ovation, sette i magnifici super top approdati al diploma di vino perfetto: i 100/100. Sono due bianchi, due rossi, e, a sorpresa (fino a un certo punto: la Sardegna ne è patria orgogliosa e malgrado la tendenza commerciale non esaltante, il livello, Vernaccia oristanese in testa, si è confermato in degustazione straordinario) un vino da ossidazione e due vini dolci (l’elenco dei super 7 chiude questo comunicato). Ovviamente, e in base a quanto detto, non poteva che essere la già citata Gallura a far la parte del leone, anzitutto col suo prodotto bandiera, il Vermentino: 19 Standing Ovation su 38 vini in Guida (contro il rapporto 8 a 62 del resto dell’isola) e poco altro da aggiungere.
Benissimo sul fronte colorato, parlando di Cannonau, e oltre la crescita gallurese, ancora una volta Mamoiada: 11 Standing Ovation su 20 presenze. Ma fanno benissimo anche i Carignano con 12 vini al top di 24 e si propone in rampante ascesa il Cagnulari, che si assicura 6 allori su 23 recensiti. E infine, a ulteriore conferma che un terroir, quando è Grand, sa aver anche più facce, Mamoiada si ripropone anche, imperiosa, con le sue Granazza (4 Standing Ovation su 6). E altrettanto, esaltata dalla già citata grazia d’annata, fa la Gallura affiancando al rullo compressore Vermentino ben 5 Cannonau a premio. Con la varietà gratificata anche dai risultati di Romangia (3 premiati), Orgosolo e Ogliastra, entrambe con due decorati sugli appena 3 vini rispettivamente presentati. Un’ultima notazione, che va oltre i numeri e, in un certo senso anche lo stesso ambito del riscontro di qualità del singolo calice o bottiglia, è il rapporto intimo e identitario che lega i vini sardi alle loro sottozone di produzione, e intreccia anche qui in modo unico gusto, bellezza e paesaggio. È per questo (e pensando a un incoming turistico isolano sempre più interessato anche alle zone interne con i loro sapori e i loro vini come calamita) che ogni puntata della Guida è stata aperta da foto di copertina “vere” dei vigneti della sottozona e/o tipologia corrispondente. Perché mai come in questo caso è importante che anche l’occhio – come si dice comunemente – abbia la sua parte. La stessa logica ha indotto il progetto della Guida a testimoniare l’impegno sempre più evidente ed evoluto che i produttori dedicano al packaging dei loro vini. Ognuno di quelli recensiti dunque viene presentato in una scheda corredata dalla foto della bottiglia. La Guida Completa è di accesso gratuito e disponibile qui: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-vini-della-sardegna-2027-di-vinodabere/   La Squadra Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini. Revisione dei testi a cura di Pino Perrone. Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni. Autori dei testi: Salvatore Del Vasto, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Paolo Manna, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Cristina Santini, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani. Hanno completato la squadra di assaggio: Paolo Carpino, Paolo Frugoni, Riccardo Mugnaini.   La Redazione
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