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14 Settembre, 2026

Riviera del Monferrato. La nascita di un nuovo brand

Non serve il mare per sentirsi all’orizzonte. Nell’Alto Astigiano, dove le colline respirano vento, vigne e biodiversità, prende forma Riviera del Monferrato: una nuova idea di territorio che unisce comunità, vini e paesaggi in un racconto condiviso “Smetti di cercare l’orizzonte. Sei appena arrivato in un mare di colline” Il mese di settembre, per chi si occupa di viticoltura, rappresenta l’inizio di una nuova annata. È il tempo della vendemmia, il momento in cui il lavoro di un intero anno arriva al suo passaggio più delicato e decisivo. In pochi giorni si concentra una parte fondamentale del lavoro di un’intera stagione. Quale mese migliore di settembre quindi per raccontare la nascita di un nuovo progetto, nato dopo mesi e mesi di incontri, di idee a confronto, di progettazione. Venerdì 4 settembre  Riviera del Monferrato è arrivata alla sua vendemmia. L’evento ha trovato la sua cornice ideale in Coccowine, appuntamento enogastronomico tra i più frequentati e caratteristici del Piemonte che dal 4 al 6 settembre trasforma Cocconato, borgo tra i più belli d’Italia, in una sala di degustazione di vini e di sapori a cielo aperto e che quest’anno festeggia la 25esima edizione, una continuità storica costruita e sostenuta da una Associazione che regala solo meraviglie: GoWine, presente in questi tre giorni con il suo demiurgo il Presidente Massimo Corrado. Ma cosa è precisamente Riviera Monferrato? E’ un territorio dell’Alto Astigiano che da sempre gode di una condizione geografica e climatica estremamente fortunata, con una serie di Comuni in cima a dei bricchi i più alti dell’intero Astigiano costantemente sopra i 400 metri s.l.m. Oggi è anche un nuovo brand turistico promosso dall’Enoteca Regionale di Albugnano, dal Consorzio di Cocconato, dal Comune di Cocconato, da Explore Monferrato e condiviso da 11 Comuni dell’areale: Albugnano, Moransengo-Tonengo, Aramengo, Castelnuovo Don Bosco, Moncucco Torinese, Passerano Marmorito, Robella, Cerreto d’Asti, Cocconato, Pino d’Asti e Buttigliera d’Asti. Non c’è il mare naturalmente ma c’è un litorale d’altura dove le colline aprono ad un territorio felice per la viticoltura grazie alle importanti escursioni termiche, ad una curata e ricca biodiversità e grazie anche ad un cuore bianco geologico profondo ed esteso di gesso che regala ai vini finezze espressive uniche. Le sue due estremità simboliche sono Albugnano e Cocconato. Il primo, con i suoi 549 metri è il Comune più alto del Monferrato e ha nel Nebbiolo, qui chiamato proprio Albugnano, la propria espressione vitivinicola più identitaria. Il secondo a 491 metri, è da sempre conosciuto come la Riviera del Monferrato e trova nella Barbera d’Asti una delle voci più autentiche del proprio territorio. La presentazione alla stampa di questo ambizioso progetto si è aperta venerdì mattina all’Enoteca Regionale di Albugnano con una Masterclass  dedicata al Nebbiolo ed alla Freisa, introdotta da Massimo Corrado, Presidente di Gowine, e Davide Gasperini, Presidente dell’Enoteca, che hanno sottolineato come sia forte la volontà di creare una coesione, una squadra che sappia costruire un’identità territoriale, una narrazione riconoscibile e condivisa di questo areale così unico. A condurre la Masterclass l’enologo Giampiero Gerbi, supervisore enologico di Riviera del Monferrato. L’introduzione avviene con una Barbera estremamente fresca, 2025, a ricordarci come in questo areale la natura di questo vitigno prediliga una vivacità da bersi giovane, senza lunghi affinamenti. Dinamismo vuol dire andare a percepire quello che in fondo bocca non è un taglio netto, un vino corto, ma è un vino, seppur non lunghissimo, mobile, che dà sensazioni vivaci e veloci. L’acidità si lega a una piccola punta di sapidità e la sensazione in bocca è quella di avere una breve salivazione, un flash in fondo alla palato che ci dà la voglia di bere ancora un sorso di questo vino. La bellezza di queste Barbera sta proprio nella loro capacità di essere snelle. Fare invecchiare un vino nelle nostre zone era considerato un sacrilegio. Seguono poi tre interpretazioni di Freisa, un vitigno che Giampiero Gerbi non esita a definire rustico e rock’n’roll. Un vitigno che sino ad una ventina di anni fa aveva la frizzantezza nel destino, tanto da diventarne l’archetipo in tutto il territorio. Oggi le interpretazioni sono molteplici, dal vino frizzante da bersi giovane, alla vinificazione che predilige l’invecchiamento, al metodo Classico ed al metodo Martinotti. Personalmente ho apprezzato in modo particolare l’interpretazione della cantina La Montagnetta con la Freisa Bugianen 2018. Con sfumature eteree, di goudron e grafite in primo piano, buccia d’uva, viola e caffè. Particolarmente complessa come Freisa ma che ho apprezzato molto. E molto mi è piaciuta la Freisa 500 metodo Martinotti di Terre dei Santi. Qui il vitigno ritrova una delle sue espressioni più immediate e riconoscibili: la fragola, appunto Freisa in dialetto piemontese. Nomen omen, verrebbe da dire, perché è proprio quella nota fragrante e golosa a emergere nel bicchiere, restituendole la sua anima più fresca, conviviale e giocosa. A seguire arrivano tre annate di Nebbiolo, Albugnano. Il paragone con il Nebbiolo delle Langhe è quasi immediato, in realtà bisogna varcare le porte di Albugnano e dimenticarsi che cos’è la Langa. Colpisce la leggerezza di questo vino, tannini sottili e scivolosi, il grip del Nebbiolo c’è sempre ma è incastonato in un contesto di freschezza più che di corpo, speziature più leggere ma sempre molto eleganti, dal caramello al caffè, dal cuoio alla cera. Tutto quasi….rarefatto. Non posso non legarlo alle opere dell’artista Antonio Calderara, maestro della rarefazione e della riduzione formale. Stessa eleganza, stessa grazia, stessi particolari che vanno ricercati passo dopo passo, o…sorso dopo sorso. Come ultimo vino ci viene servita una gemma che non conoscevo, una Malvasia rossa della cantina Gilli, Malvasia Castelnuovo Don Bosco, blend di Malvasia di Scherano che regala la parte fruttata, e Malvasia nera lunga che dona lo spettro floreale. Il residuo zuccherino molto evidente in questo vino viene mitigato più che dall’acidità dai tannini, leggeri leggeri ma che rallentano gli zuccheri altrimenti troppo invadenti. Una sorpresa felice. Il pomeriggio è stato interamente dedicato al territorio di Cocconato, iniziato con una visita in cantina all’azienda Marovè, proprietaria anche di un agriturismo e dedita soprattutto alla riscoperta della Bonarda Piemontese. Prima azienda a ripiantare barbatelle di Bonarda Piemontese in sostituzione della Croatina, storico vitigno dell’Oltrepò Pavese atto a divenire Bonarda dell’Oltrepò. Marovè la propone in due versioni, una leggermente mossa ed una secca, con meno residuo zuccherino, e ferma. Ha, in entrambi i casi una beva felice, gastronomica e leggera. Morbida nelle due versioni che giocano evidentemente sui toni dei piccoli frutti rossi e delle spezie dolci. Della stessa azienda abbiamo apprezzato il Grignolino e un Dolcetto, vini della tradizione che trovano nella cucina dell’agriturismo il loro naturale completamento, cucina legata al territorio capace di esaltare le materie prime prodotte esclusivamente in azienda. Nel tardo pomeriggio ho avuto l’occasione ed il piacere di partecipare ad una Masterclass interamente dedicata alla Barbera d’Asti, ospitata sulla meravigliosa terrazza del Ristorante Cannon d’Oro con una vista a 360 gradi sulla pianura velata di rosa dal sole calante. Protagoniste cinque cantine aderenti al Consorzio di Cocconato: Cantina Nicola, Maciot, Poggio Ridente, Marovè, Benefizio di Cocconito. La degustazione ha confrontato annate e interpretazioni diverse di Barbera d’Asti, evidenziando la versatilità del vitigno tra vini giovani, affinamenti senza legno e versioni Superiore. Denotando una costante qualità espressa elevata.  Il filo conduttore riconosciuto è la freschezza legata all’acidità, con profili che variano da frutto, fiori ed erbe aromatiche nei vini giovani a note più evolute nei vini affinati. È stata proposta una lettura della Barbera come vino contemporaneo e di ampia bevibilità, non solo come vino popolare. La conduzione della Masterclass è stata affidata al sapiente verbo di Leonardo Romanelli che non senza ragione privilegia il concetto di maturazione del vino a quello di invecchiamento. Personalmente ho molto apprezzato la Barbera d’Asti Superiore 2021 della Cantina Nicola, per la sua eleganza ed equilibrio, sbuffi balsamici su un tappeto di frutti rossi molto maturi, speziature appena pungenti intrecciate a liquirizia, di ottima persistenza. Una così bella giornata non poteva che concludersi con un’altrettanto piacevole cena, nelle sale del Cannon d’Oro abbiamo avuto l’occasione di assaggiare alcune eccellenze del territorio, dalla robiola alle tre salse alla carne cruda alla Monferrina ai miracolosi dolci di nocciole, assaggiando altre referenze delle cantine associate al Consorzio a completare una giornata che ha avuto il sapore di queste colline. L’unica pecca? Non essermi goduto almeno un’intera giornata di Coccowine. Ma, a ben vedere, è anche un’ottima motivazione per prenotarmi fin d’ora per Coccowine 2027. L’ennesima perla di Gowine.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Il pinot grigio DOC delle Venezie fa tappa a montréal: vino, territorio e cicloturismo alla vigilia dei mondiali di ciclismo Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

Il pinot grigio DOC delle Venezie fa tappa a Montréal: vino, territorio e cicloturismo alla vigilia dei mondiali di ciclismo

  Il 15 settembre il Consorzio sarà protagonista di un media lunch e di una masterclass realizzati in collaborazione con la Camera di Commercio Italiana in Canada. Prosegue il percorso che lega la DOC al mondo dello sport, raccontando sui mercati internazionali un territorio da vivere e scoprire anche attraverso il turismo esperienziale e su due ruote.   Dal calice alla bicicletta, attraversando paesaggi, territori e culture. Il Pinot Grigio DOC Delle Venezie vola in Québec per due appuntamenti dedicati alla stampa e agli operatori canadesi che, alla vigilia dei Campionati del Mondo di ciclismo su strada UCI 2026, mettono in dialogo vino, luoghi e cicloturismo. Dal 20 al 27 settembre, infatti, il Canada tornerà ad accogliere i migliori interpreti del ciclismo internazionale, a oltre cinquant’anni dalla storica edizione del 1974, la prima disputata fuori dall’Europa, con una importante rappresentanza azzurra attesa nelle diverse categorie e specialità. Ed è proprio in questo contesto di forte richiamo che il Consorzio DOC Delle Venezie decide di rafforzare la sua promozione nel Paese.   Il 15 settembre, il Consorzio sarà protagonista a Montréal di un media lunch e di una masterclass, realizzati in collaborazione con la Camera di Commercio Italiana in Canada, per raccontare al pubblico locale la più estesa Denominazione italiana del Pinot Grigio attraverso una chiave di lettura che affianca alla degustazione la scoperta dei territori di origine – distribuiti tra Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento – e delle loro potenzialità non solo qualitative ma anche sotto il profilo turistico. Un viaggio ideale tra le terre della DOC che anticipa di pochi giorni l’appuntamento iridato. A guidare entrambi gli incontri sarà Karyne Duplessis Piché, giornalista e conferenziera canadese specializzata nel mondo del vino e autorevole firma di La Presse. Il primo appuntamento sarà un media lunch rivolto a giornalisti e content creator canadesi dei settori wine, lifestyle e travel. I vini del Pinot Grigio DOC Delle Venezie accompagneranno un percorso suddiviso per aree geografiche, con abbinamenti gastronomici e brevi interventi dedicati alle aziende, ai paesaggi di provenienza e ai possibili itinerari da percorrere in bicicletta. L’obiettivo è restituire una fotografia della Denominazione che vada oltre il prodotto, trasformando il calice in una porta d’accesso ai luoghi in cui la DOC Delle Venezie nasce. La masterclass, rivolta invece a operatori canadesi della ristorazione, media e professionisti specializzati nel cicloturismo, partirà da un’introduzione alla DOC e alle sue peculiarità per sviluppare poi il rapporto tra vino, paesaggio e mobilità su due ruote. Assaggi guidati pensati quindi non soltanto per approfondire la conoscenza del Pinot Grigio DOC Delle Venezie, ma per raccontare la Denominazione come un mosaico di luoghi da attraversare, conoscere e vivere. Entrambi gli appuntamenti si svolgeranno in successione presso il Sofitel Montréal – Salle Monet (1155 Sherbrooke St W), tra le 13:30 e le 15:00. Stefano Sequino, direttore del Consorzio Con questi appuntamenti vogliamo raccontare il Pinot Grigio DOC Delle Venezie andando oltre il prodotto e facendo del calice una porta d’accesso ai territori in cui la Denominazione nasce. L’attività di Montréal è stata pensata specificamente per il pubblico canadese, con l’obiettivo di raccontare la Denominazione attraverso un linguaggio capace di mettere in relazione vino, paesaggio, sport e turismo esperienziale. Il legame con il mondo dello sport si inserisce in un percorso che abbiamo sviluppato nel corso dell’anno, con l’obiettivo di associare la DOC Delle Venezie a una visione contemporanea del vino e dei suoi territori di origine, nella quale sport, viaggio, comunità, cultura enogastronomica e turismo possano dialogare in modo naturale. Questa nuova attività oltreoceano rappresenta, infatti, un ulteriore tassello del percorso che nel 2026 ha visto il Pinot Grigio DOC Delle Venezie rafforzare il proprio legame con il mondo dello sport, scelto come piattaforma di comunicazione capace di parlare a pubblici differenti, portare i valori della Denominazione oltre i tradizionali contesti di settore e promuovere, soprattutto sui mercati internazionali, uno stile di vita equilibrato e una cultura del consumo responsabile. La Redazione    
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Borgoluce Fest segna in agenda gli ultimi appuntamenti con la musica d’autore sulle colline del prosecco Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

Borgoluce Fest segna in agenda gli ultimi appuntamenti con la musica d’autore sulle colline del prosecco

  Borgoluce Fest segna in agenda gli ultimi appuntamenti con la musica d’autore sulle colline del prosecco   Borgoluce Fest prosegue anche a settembre, con le ultime date della rassegna musicale che ha raccolto grande partecipazione nell’arco dell’intera estate. L’11 e 17 settembre prossimi, i locali storici di Borgoluce hanno offerto esperienze a misura d’uomo tra le colline del Prosecco: buona musica, calici di vino e tramonti con vista mozzafiato sui filari in pendio, Patrimonio Unesco. Per gli appassionati di jazz, vinili e musica d’autore, settembre è il periodo ideale per concedersi un momento di totale relax, lontano dai rumori della città. Il clima è dolce, il paesaggio si fa più disteso e l’esperienza sonora si intreccia alle fragranze dei calici di vino del territorio: Borgoluce Fest, la rassegna musicale che ha offerto per tutta l’estate esperienze multigenere ad ingresso libero, sulle Colline del Prosecco – Patrimonio Unesco -, ha in serbo gli ultimi appuntamenti di settembre. Sono stati come sempre i locali storici di Borgoluce, a Susegana (TV), a garantire esperienze a misura d’uomo, in cui il coinvolgimento è reale. C’è chi sceglie di partecipare da solo, chi in compagnia: le porte di Vineria e Osteria Borgoluce sono aperte a tutti coloro che intendono godere della bellezza di un’avventura immersiva, tra musica e buon vino, nella cornice naturale di 1000 ettari di boschi, pascoli, frutteti e vigneti al tramonto. La rassegna Disco Tramonti, a cura di Riva Disco, una crew nata dall’incontro di tre diggers accomunati da una visione precisa, ha attraversato gli anni Settanta, gli Ottanta, i Novanta senza mai percorrere le strade più battute. Funk, disco, rare grooves, synth-pop, italo, balearica: generi che si sfiorano, si sovrappongono e si reinventano in selezioni eclettiche costruite con la cura di chi i dischi li cerca, li studia e li ama davvero. L’ora del tramonto si trasformerà così in un rito collettivo da non perdere, fatto di ritmo, luce e calici scintillanti. Borgoluce Fest rappresenta un’iniziativa culturale che risuona in tutti gli spazi della tenuta, nella sua storia e nel suo paesaggio. Situata nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene, l’azienda agricola è gestita dalla famiglia Collalto, che custodisce la tenuta da oltre ottocento anni, facendo della circolarità la propria bussola: gli animali pascolano liberi e si nutrono dei cereali coltivati in sede, mentre i residui agricoli diventano energia che alimenta i cicli successivi. Ogni filiera inizia e finisce qui, nella stessa terra: i vini, i formaggi di bufala, i salumi, le farine macinate a pietra non hanno bisogno di viaggiare lontano per raccontare da dove vengono. Borgoluce non è solo un’azienda agricola, ma un ecosistema fatto anche di luoghi e atmosfere: l’Osteria sulle colline con la sua terrazza panoramica; la Frasca che richiama antichi borghi rurali; la Vineria dove il calice incontra la vista sui rilievi delle Prealpi Venete; la Foresteria per chi vuole fermarsi e rilassarsi. Spazi distinti per carattere ma uniti da una stessa qualità dell’accoglienza. www.borgoluce.it La Redazione
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Branko Čotar Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

Il sapore del Carso

Branko Čotar non era soltanto un vignaiolo. Era il volto di un Carso autentico, fatto di pietra, bora e pazienza. Questo racconto ripercorre un incontro, una filosofia di vita e l’eredità di uno dei pionieri del vino naturale sloveno, attraverso luoghi, vini e ricordi che continuano a parlare. Per Branko Čotar Questo pezzo lo tenevo da parte. L’avevo scritto di getto dopo la prima visita a Gorjansko, il primo giorno di primavera del 2022, buttato su Facebook e poi lasciato lì, con l’idea di riprenderlo con calma. A Gorjansko poi ci sono tornato, e qualche annata in più nel bicchiere l’ho messa. Volevo pubblicarlo più avanti. Non pensavo di riprenderlo così. Branko Čotar se n’è andato a fine agosto, a 78 anni. Era nato nel 1948. In Slovenia lo hanno salutato come il pioniere del vino naturale sul Carso, e non è una frase buttata la tanto per dire: chi è passato da Gorjansko sa che quella roba lì Branko la faceva da trent’anni prima che si parlasse seriamente di “vino naturale”. Lascio il racconto di quel primo giorno com’era, al presente. Mi sembra il modo giusto.   Primo giorno di primavera, passo il confine in zona Aurisina e dopo qualche chilometro arrivo a Gorjansko, piccolo comune del Carso sloveno a cinque chilometri scarsi dal mare. Giornata splendida, sole, quel panorama boschivo che da queste parti non somiglia a niente altro. Qui c’è l’azienda di Branko e del figlio Vasja. Mi accoglie Branko. Prima cosa, mi porta in cantina. Poi comincia a raccontare. La prima cantina è degli anni Settanta, e degli anni Settanta sono anche i primi vini, che però vengono imbottigliati per la vendita al pubblico solo nel 1990 — e venduti parecchi anni dopo. Perché nascono per il ristorante di famiglia, l’osteria, ancora aperta e gestita dalla figlia. All’inizio in carta ci sono due vini. Poi prende piede il progetto dei sei piatti e sei vini, le richieste aumentano, e a un certo punto Branko decide di dedicarsi alla viticoltura a tempo pieno, tenendo l’osteria solo per i pranzi importanti su prenotazione. In tavola, allora come adesso, solo prodotti locali, con la selvaggina al centro. Oggi sono poco meno di otto ettari divisi in otto vigne, condotti in biodinamica. Le varietà sono quelle della zona, con una predilezione ormai netta per le bianche, circa il 75%. Nel Carso, piantato per l’80% a Terrano, non è una scelta scontata. Vitovska, Malvasia istriana, Sauvignon: quest’ultimo doveva essere espiantato, come è successo allo Chardonnay, e invece qui dà risultati stupefacenti. Tra le rosse Merlot, Cabernet Sauvignon e appunto Terrano. In vigna si lavora tanto, e il clima aiuta: qui si incontrano la Bora che scende da nord e il Mornik che sale dal mare. Poi c’è la terra. Cinquanta centimetri di terra rossa carsica, e sotto la roccia. La si vede a occhio nudo nella cantina interrata. In un vigneto Branko sta provando i trattamenti zero: solo potature, cimature, selezione dei grappoli, lavorazioni verdi. Ma questo, scrivevo allora, lo vedremo in futuro. La cantina è scavata nella roccia e negli anni è stata ampliata. La vendemmia qui è tra fine settembre e ottobre, a maturazione completa: problemi di acidità non ce ne sono. Le uve fermentano rigorosamente con lieviti indigeni e macerano dai cinque-sei giorni fino ai quattordici per le rosse, poi si pressa e il vino scende per caduta nelle due cantine sotterranee — i bianchi un piano sotto, i rossi due — dove umidità e temperatura fanno il resto. Per i bianchi botti di ogni dimensione, forma e provenienza; per i rossi barrique. Tutte esauste, per non passare aromi e tannini al vino. Che bella filosofia, questa. I bianchi stanno due anni in botte, i rossi anche più di dieci, e non vengono mai travasati: si imbottiglia quando serve e quando sono pronti. Niente chiarifiche, niente filtrazioni, solo decantazione naturale; passaggio in acciaio (unico momento in cui entra in gioco una pompa) e imbottigliamento per caduta. Poi le bottiglie finiscono in ceste di legno al piano terra della cantina, che d’inverno sta a 3 gradi e d’estate a 23. Vini più stabili, che dopo soffrono meno gli sbalzi di temperatura. Solforosa quasi zero, qualcosa solo nei rossi. «Sono trent’anni che non bevo più vini con troppa solforosa», dice Branko. Gradazioni basse, beve compulsive. Vini naturali come vorresti trovarne sempre. I bianchi sono tre: il Gorjansko, dedicato al paese, blend dei tre vitigni bianchi con un 10% di Sauvignon; poi Malvasia e Vitovska in purezza. Il Sauvignon invece viene imbottigliato unendo due annate, e Branko lo definisce atipico. Ecco, sì: proprio atipico. Tra i rossi il Terrano, il blend Terre Rosse, il Merlot, il Cabernet Sauvignon — vini che restano dieci anni in botte e arrivano al culmine della beva quattro anni circa dopo l’imbottigliamento. In cantina uno storico di bottiglie anni Novanta e Duemila da fare invidia a tanti. Quel giorno mi dice che sta per mettere in commercio un blend rosso del 1999. Ventitré anni. Vitovska 2019. Frutta gialla matura, erbe aromatiche, frutta esotica, buona mineralità. Sapidità e acidità fanno da corredo a una beva succosa dal finale persistente. Malvazija 2019. Frutta esotica, pere, mele, pesche, sentori burrosi, fiori. Morbido, fresco, asciutto, minerale, di ottima persistenza, con il floreale che domina. Sauvignon 2018/2019, assaggiato da botte, imbottigliato la settimana dopo. Che vino, ragazzi. Dimenticate i Sauvignon del Collio e delle zone limitrofe: erbe e frutta, e niente dei sentori a cui siete abituati. Terra Rossa 2011, da Merlot, Cabernet Sauvignon e Terrano, imbottigliato nel 2021. Bouquet complesso, frutta, cuoio, spezie; poi acidità e freschezza. Da abbinare alla selvaggina. E poi il Gorjansko 2019, fiori ed erbe con quei sentori iodati; il Terrano 2018, teso e verticale, di quelli che ti fanno finire la bottiglia in tempo zero; il Merlot 2009 imbottigliato nel 2020, ancora rubino, spezie, cuoio e tabacco leggero.   Con Branko ci si vedeva un paio di volte l’anno. Una in cantina, le altre in giro: ad Amber Wine, a Maceratija, la festa della Domačija Novak,a Border Wine, finché la facevano. E poi alla Bio Alternativa, la biennale da Denis Montanar. Insomma, spesso. Lui sempre tranquillo e disponibile, al banco come in cantina. A giugno, alla Bio Alternativa, c’era solo Vasja. Di suo padre non abbiamo parlato. Abbiamo assaggiato la Vitovska, sempre ottima. Le etichette, disegnate da Marijan Močivnik, portano le impronte digitali di Branko e Vasja: una firma, e una garanzia. Quelle impronte sono ancora lì, sulle bottiglie che riposano nelle ceste a Gorjansko e su quelle che ho in cantina a casa. Una delle due è di Branko.   Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo  
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DOC DELLE VENEZIE, nasce il Premio di Laurea “Giuseppe Catarin” per valorizzare ricerca e nuove competenze nel settore vitivinicolo Arrow Right Top Bg

13 Settembre, 2026

DOC DELLE VENEZIE, nasce il Premio di Laurea “Giuseppe Catarin” per valorizzare ricerca e nuove competenze nel settore vitivinicolo

  Il Consorzio dedica l’iniziativa alla memoria dell’enologo e funzionario della Regione del Veneto che contribuì allo sviluppo del comparto e al percorso della denominazione.   Promuovere la ricerca universitaria, valorizzare le competenze delle nuove generazioni e favorire un dialogo sempre più stretto tra mondo accademico e filiera vitivinicola. Con questi obiettivi il Consorzio DOC Delle Venezie istituisce il Premio di Laurea “Giuseppe Catarin”, dedicato alla memoria dell’enologo e funzionario della Regione del Veneto che, nel corso della propria attività professionale, ha contribuito con competenza, passione e visione strategica allo sviluppo del settore vitivinicolo regionale e, tra i diversi progetti seguiti, anche al percorso che ha condotto alla costituzione e all’affermazione della DOC Delle Venezie. Il Premio nasce con una finalità culturale, scientifica e istituzionale e intende riconoscere e valorizzare elaborati universitari capaci di offrire un contributo concreto alla conoscenza, allo sviluppo e alla competitività del comparto vitivinicolo, con particolare riferimento al Nord-Est italiano e attraverso un approccio interdisciplinare che metta in relazione competenze tecniche, economiche, giuridiche, ambientali e comunicative. Luca Rigotti, Presidente del Consorzio DOC Delle Venezie Con questo Premio vogliamo innanzitutto ricordare Giuseppe Catarin attraverso ciò che meglio ne rappresentava il modo di lavorare: competenza, capacità di visione e attenzione all’evoluzione del settore. Allo stesso tempo vogliamo guardare al futuro, creando un’occasione per avvicinare il mondo universitario alla filiera vitivinicola e per intercettare studi, idee e nuove competenze che possano aiutarci a comprendere e affrontare i cambiamenti in corso. Un settore complesso come quello del vino ha sempre più bisogno di ricerca, innovazione e capacità di leggere i fenomeni da prospettive differenti: tecniche e agronomiche, ma anche economiche, giuridiche, ambientali e comunicative. Crediamo che investire sui giovani e sulla conoscenza significhi investire sulla competitività futura dei nostri territori e delle nostre denominazioni, dando continuità a quell’approccio fatto di competenza, curiosità e capacità di guardare avanti che ha contraddistinto Giuseppe Catarin e che, attraverso questo Premio, vogliamo trasmettere alle nuove generazioni. Il bando è aperto a tesi di laurea triennale, magistrale o magistrale a ciclo unico dedicate al settore vitivinicolo del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento. Tra gli ambiti individuati figurano viticoltura ed enologia, sostenibilità ambientale e cambiamento climatico, economia e marketing del vino, diritto vitivinicolo e tutela delle denominazioni, comunicazione, turismo e valorizzazione del paesaggio, innovazione tecnologica e digitale, filiera vitivinicola e competitività dei territori. Potranno partecipare i laureati che abbiano frequentato corsi di studio con sede didattica in Veneto, Friuli Venezia Giulia o Provincia autonoma di Trento e discusso la tesi nel periodo compreso tra il 1° ottobre 2024 e il 31 ottobre 2026. Particolare attenzione sarà riservata all’originalità e al rigore scientifico, all’utilità e applicabilità dei risultati per la filiera, al contributo allo sviluppo del territorio viticolo e del sistema delle Indicazioni Geografiche e alla coerenza della ricerca con il settore vitivinicolo del Nord-Est. Le candidature dovranno essere trasmesse entro e non oltre il 16 novembre 2026 all’indirizzo info@dellevenezie.it, allegando la documentazione prevista dal bando, consultabile a questo link. Il vincitore potrà essere coinvolto nelle attività istituzionali del Consorzio attraverso la presentazione dell’elaborato in occasione di eventi o iniziative dedicate, trasformando così il Premio anche in un’occasione di diffusione e condivisione delle conoscenze sviluppate in ambito universitario. Per informazioni è possibile rivolgersi alla Segreteria del Consorzio DOC Delle Venezie, tel. +39 045 4943850, e-mail info@dellevenezie.it. La Redazione
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Dalle mete iconiche ai territori diffusi: la marca trevigiana si qualifica come destinazione del turismo delle esperienze Arrow Right Top Bg

12 Settembre, 2026

Dalle mete iconiche ai territori diffusi: la marca trevigiana si qualifica come destinazione del turismo delle esperienze

  Fondazione DMO Marca Treviso coordina il racconto della Marca Trevigiana   Sempre più viaggiatori scelgono esperienze autentiche, itinerari slow, destinazioni da vivere e non luoghi da consumare rapidamente. In questo scenario, la Marca Trevigiana si propone come uno dei territori più interessanti del panorama turistico italiano, grazie a un’offerta diffusa che unisce cultura, paesaggio, enogastronomia, outdoor e tradizione produttiva. I report dell’industria turistica certificano un cambio di paradigma: secondo l’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, le esperienze rappresentano un elemento centrale nelle vacanze leisure, tanto che per oltre l’80% dei viaggiatori costituiscono il principale fattore di scelta della destinazione. Presidente di Fondazione DMO Marca Treviso, Giulia Casagrande. La Marca Trevigiana non è un singolo luogo da visitare, ma un territorio da attraversare: la nostra sfida è raccontarlo come un’unica destinazione, capace di mettere in rete città, colline, campagne e comunità senza perdere l’autenticità di ciascuna. Dietro a un luogo riconoscibile c’è un lavoro di regia e di fiducia tra pubblico e privato: la Fondazione esiste per dare a tutti gli attori gli strumenti per crescere insieme, mantenendo al centro le persone e le realtà locali. A guidare lo sviluppo e il posizionamento della Marca Trevigiana è Fondazione DMO Marca Treviso, il soggetto di riferimento per la gestione integrata della destinazione turistica Marca Trevigiana. Costituita come fondazione di partecipazione e operante senza scopo di lucro, coordina istituzioni, imprese, operatori e comunità locali con l’obiettivo di costruire una destinazione riconoscibile, competitiva e sostenibile sui mercati nazionali e internazionali. In un’epoca in cui il turismo evolve dalla logica delle singole attrazioni a quella delle esperienze integrate, la Fondazione svolge il ruolo di cabina di regia del territorio: definisce strategie, sviluppa prodotti turistici, promuove la destinazione, supporta eventi, favorisce la collaborazione tra pubblico e privato e valorizza l’identità della Marca Trevigiana attraverso una visione condivisa. La Marca Trevigiana rappresenta infatti un modello di turismo diffuso, dove il valore non si concentra in una sola icona, ma emerge dalla relazione tra paesaggi, comunità, produzioni e patrimoni culturali. Dalle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene Patrimonio UNESCO alle Ville Venete, dai borghi storici e le città murate alle esperienze in natura tra il Sile, il Piave e il Monte Grappa, passando per il cicloturismo con i grandi percorsi interregionali e internazionali, l’enogastronomia con le sue eccellenze DOP e IGP e la cultura del saper fare, dalle mani degli artigiani agli imprenditori conosciuti a livello internazionale, il territorio offre una pluralità di esperienze capaci di dialogare con le nuove esigenze del viaggiatore contemporaneo. Teresa Colombara I numeri ci raccontano una destinazione vivace e sempre più internazionale, ma il nostro lavoro è trasformare il paesaggio in esperienze concrete. Ogni elemento del territorio diventa una narrazione unica: le città murate, le ville venete e i borghi raccontano la nostra vocazione culturale; la tavola quella enogastronomica; le vie d’acqua del Sile e del Piave alimentano le esperienze all’aria aperta; mentre i distretti produttivi aprono al turismo esperienziale. È così che un territorio diffuso diventa una destinazione da scoprire per connessioni, al proprio ritmo. I risultati confermano la solidità di questo percorso. Nel 2025 la Marca Trevigiana ha registrato oltre 1 milione di arrivi e più di 2,18 milioni di presenze, raggiungendo il dato più elevato della propria storia recente. Particolarmente significativo il peso della componente internazionale, con gli arrivi stranieri che hanno superato quelli italiani e oltre 1,12 milioni di presenze provenienti dall’estero. Numeri che testimoniano la crescente attrattività di una destinazione capace di intercettare i grandi cambiamenti del mercato turistico: maggiore attenzione alla sostenibilità, mobilità lenta, esperienze immersive e contatto diretto con le comunità locali. In questo contesto, Fondazione DMO Marca Treviso si conferma il soggetto che rende leggibile e accessibile la complessità della Marca Trevigiana, trasformando un patrimonio diffuso di luoghi, competenze, tradizioni ed esperienze in una destinazione coerente e competitiva. Perché oggi il turismo premia le destinazioni capaci di raccontarsi attraverso esperienze e connessioni. E la Marca Trevigiana rappresenta uno dei territori più interessanti in cui leggere questa evoluzione del viaggio contemporaneo.  FONDAZIONE MARCA TREVISO Fondazione DMO Marca Treviso è il soggetto di riferimento per la gestione integrata della destinazione turistica Marca Trevigiana. Opera come Destination Management Organization (DMO) con l’obiettivo di coordinare, promuovere e valorizzare il territorio attraverso una strategia condivisa che mette in rete istituzioni, imprese, operatori turistici e comunità locali. Attraverso attività di destination management e destination marketing, la Fondazione sviluppa prodotti turistici, supporta la promozione della destinazione, favorisce la collaborazione tra pubblico e privato e contribuisce alla crescita sostenibile del turismo. La sua missione è rendere la Marca Trevigiana una destinazione sempre più riconoscibile, competitiva e attrattiva sui mercati nazionali e internazionali, valorizzandone il patrimonio culturale, paesaggistico, enogastronomico e produttivo. La Redazione
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Conclusa la prima vendemmia Piwi d’Abruzzo Arrow Right Top Bg

12 Settembre, 2026

Conclusa la prima vendemmia Piwi d’Abruzzo

  Nel vigneto sperimentale dell’Istituto Ridolfi di Scerni raccolte le uve delle 18 varietà resistenti.  Il progetto è promosso dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo con una qualificata partnership.   Il presidente del Consorzio Nicodemi: “Una sfida enologica e di sostenibilità”
L’assessore regionale all’Agricoltura Imprudente: “Ricerca ed innovazione per la viticoltura abruzzese del futuro” Dalla vigna al vino per capire se i vitigni resistenti possono rappresentare una risorsa per la viticoltura abruzzese. È terminata, a Scerni, la prima vendemmia sperimentale di vitigni Piwi, coltivati presso l’azienda agraria dell’Istituto Tecnico Agrario “Cosimo Ridolfi”. Si tratta del primo raccolto di un progetto che studia il comportamento di varietà resistenti alle principali malattie fungine della vite e verificarne, nel tempo, l’adattamento al territorio, le caratteristiche produttive e il potenziale enologico e che il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo promuove e finanzia dal 2024. La vendemmia, iniziata lo scorso 29 luglio, arriva al terzo anno dall’impianto del vigneto e apre una fase importante della sperimentazione: le uve raccolte a Scerni sono state sottoposte a microvinificazione. I vini ottenuti, insieme ai dati agronomici raccolti in campo, forniranno ulteriori elementi per valutare il potenziale delle singole varietà. Nel vigneto sono presenti 18 varietà: Bronner, Charvir, Fleurtai, Johanniter, Kersus, Palma, Pinot Iskra, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Solaris, Sauvignier Gris, Cabernet Eidos, Nermantis, Pinot Kors, Pinot Regina, Sevar, Termantis e Volturnis. Il lavoro di monitoraggio è stato guidato dall’agronomo Fausto Cimini, che ha seguito la crescita di dieci piante per ciascuna cultivar, contrassegnate individualmente, effettuando rilievi tecnici settimanali dalla fase di gemma cotonosa fino alla maturazione. Sono stati registrati i principali parametri fenologici e produttivi: germogliamento, fioritura, allegagione, invaiatura, numero di germogli e grappoli, fertilità delle gemme, posizione del primo grappolo sul tralcio, peso dell’uva, numero e peso dei grappoli e peso medio degli acini. Un monitoraggio che non si è limitato alla produttività. L’intero vigneto è stato infatti osservato anche dal punto di vista fitosanitario per verificare la risposta delle varietà a peronospora e oidio, le due principali patologie fungine per le quali i Piwi sono stati selezionati. Secondo la relazione tecnica, tutte le piante osservate hanno mostrato completa resistenza alle due patologie. “Quella dei vitigni resistenti è una sfida enologica, ma anche una sfida di sostenibilità, che abbiamo scelto di affrontare mettendo insieme partner importanti e competenze diverse – sottolinea Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo -. La prima vendemmia è un passaggio fondamentale perché ci permette di cominciare a confrontarci concretamente con il prodotto della vigna. Da ora saranno le uve e le microvinificazioni a dirci qualcosa in più sul potenziale enologico di queste varietà. Ma il progetto non si esaurisce con una vendemmia: servono anni di osservazione, dati e confronti per capire quali genotipi possano essere realmente adatti al nostro territorio. Come Consorzio, crediamo che la ricerca sui vitigni resistenti sia un investimento strategico poiché la sostenibilità non può essere soltanto una dichiarazione di principio ma deve tradursi in capacità di innovare senza perdere il legame con il territorio. Per questo – aggiunge Nicodemi – abbiamo costruito una squadra con partner importanti, ciascuno con una competenza specifica: dalla scuola all’università del sapere tecnico, dal mondo vivaistico agli enologi, dagli agronomi ai periti agrari. È proprio questa integrazione di competenze che può permetterci di affrontare seriamente una sfida che riguarda l’intera filiera”. “L’avvio della vendemmia Piwi in Abruzzo rappresenta un risultato importante di un percorso che mette ricerca, innovazione e sostenibilità al servizio della nostra viticoltura – dichiara Emanuele Imprudente, vicepresidente della Regione Abruzzo e assessore all’Agricoltura -. La sperimentazione condotta a Scerni ci consente di acquisire dati e conoscenze preziose su varietà che potrebbero contribuire a rendere il sistema vitivinicolo regionale sempre più resiliente e competitivo, riducendo al contempo la pressione delle principali patologie fungine e l’impiego di trattamenti. È un lavoro che richiede tempo, rigore scientifico e capacità di fare sistema, ma che va nella direzione che, come Regione Abruzzo, riteniamo strategica: sostenere l’innovazione in agricoltura senza perdere il legame con le nostre produzioni e con la specificità dei nostri territori. Continueremo a seguire con attenzione questa sperimentazione – conclude l’assessore Imprudente – e tutti i futuri progetti scientifici sul tema, perché i risultati che emergeranno nei prossimi anni potranno offrire nuove opportunità e strumenti alle nostre imprese vitivinicole”. Quella dei Piwi è, infatti, solo una delle iniziative del Consorzio nell’ambito di studi di filiera che, insieme ai vitigni resistenti, vedrà presto l’avvio di altri due filoni di ricerca, uno sulle Tea (Tecnologie di evoluzione assistita) che permettono di generare nuovi cloni migliorati di varietà già esistenti, autoctone oltre che internazionali, meno suscettibili alle malattie e agli stress biotici e abiotici e l’altro dedicato ai vini autoctoni regionali, con l’obiettivo di mettere a disposizione dei viticoltori maggiori conoscenze e, soprattutto, più possibilità di scelta per le future strategie produttive. Il progetto del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo coinvolge infatti l’Istituto “Ridolfi-Zimarino” di Scerni, i Vivai Cooperativi Rauscedo, il CIVIT – Consorzio Innovazione Vite, Assoenologi Abruzzo-Molise, la Federazione Regionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali dell’Abruzzo e il Collegio Interprovinciale dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati di Chieti-L’Aquila. La sperimentazione ha un orizzonte complessivo di almeno 5-6 anni, con almeno tre microvinificazioni e la costruzione, per ciascun genotipo, di un profilo quantitativo e qualitativo completo. L’obiettivo finale è arrivare a disporre di dati sufficienti per valutare le varietà e, per quelle che dimostreranno di possedere caratteristiche adeguate, procedere con l’eventuale richiesta di iscrizione nell’Elenco regionale delle varietà di vite autorizzate in Abruzzo. PER APPROFONDIRE Piwi è l’abbreviazione del termine tedesco pilzwiderstandsfähig, cioè “vitigno resistente ai funghi”. Si tratta di varietà ottenute attraverso incroci naturali tra la Vitis vinifera europea e altre specie del genere Vitis, di origine americana e/o asiatica, portatrici dei geni della resistenza. Gli incroci avvengono attraverso impollinazione, selezione dei semi e successiva selezione delle piante. PIWI NON SIGNIFICA OGM – Le varietà resistenti non sono organismi geneticamente modificati: la loro caratteristica distintiva deriva da un percorso di incrocio e selezione. Il vantaggio agronomico è nella capacità delle piante di difendersi dalle principali malattie fungine, permettendo una significativa riduzione dei trattamenti fitosanitari. Meno trattamenti significa potenzialmente meno prodotti fitosanitari utilizzati, minore esposizione per chi lavora in vigna, maggiore tutela per chi vive nelle aree circostanti, minori consumi legati alle operazioni in campo e una conseguente riduzione delle emissioni di CO₂. La Redazione
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La chiusura, un elemento chiave nell’evoluzione del vino Arrow Right Top Bg

11 Settembre, 2026

La chiusura, un elemento chiave nell’evoluzione del vino

  Uno studio quinquennale condotto in collaborazione con l’Università di Udine conferma le eccellenti prestazioni sensoriali dei tappi Vinolok dopo 36 mesi in bottiglia   Cosa determina il modo in cui un vino evolve in bottiglia? Accanto alle caratteristiche del vino, al processo di vinificazione e alle condizioni di conservazione, anche la scelta della chiusura gioca un ruolo importante. A confermarlo sono i risultati dello studio quinquennale condotto da Vinolok, azienda leader nella produzione di chiusure premium in vetro per il packaging alimentare e delle bevande, in collaborazione con l’Università degli Studi di Udine. Dopo 36 mesi in bottiglia, i vini chiusi con Vinolok hanno evidenziato prestazioni sensoriali costantemente positive, sia nel caso dei bianchi sia dei rossi.
Lo studio, segue l’evoluzione di Pinot Grigio e Pinot Nero nell’arco di cinque anni, mettendo a confronto quattro diversi sistemi di chiusura: Vinolok, tappo a vite, tappo in sughero e quello tecnico. L’obiettivo è analizzare come le diverse soluzioni possano influenzare, nel tempo, l’evoluzione del vino in bottiglia. A 36 mesi dall’imbottigliamento, i vini chiusi con Vinolok hanno evidenziato ottime prestazioni sensoriali su entrambe le tipologie. Nel Pinot Grigio, Vinolok ha contribuito a preservare un profilo equilibrato, caratterizzato da un’elevata qualità olfattiva e da una spiccata piacevolezza, senza evidenze di ossidazione o riduzione. Nel Pinot Nero, ha raggiunto una qualità olfattiva significativamente superiore, mantenendo al contempo un buon livello di freschezza e piacevolezza.
Per i produttori, questi risultati confermano l’importanza della scelta del tappo nel percorso evolutivo del vino: dopo tre anni in bottiglia, Vinolok ha dimostrato di garantire la preservazione di un profilo sensoriale equilibrato e gradevole, tanto nei vini bianchi quanto nei rossi.
Lo studio nasce dall’impegno di Vinolok ad approfondire, attraverso un approccio scientifico, il ruolo dei diversi sistemi di chiusura nell’evoluzione del vino. La ricerca, condotta in collaborazione con l’Università degli Studi di Udine dal maggio 2023, è progettata per proseguire per almeno cinque anni.
Per garantire la massima affidabilità del confronto, i vini sono stati imbottigliati in condizioni controllate. Lo studio combina degustazioni indipendenti e valutazioni analitiche, offrendo ai ricercatori una prospettiva completa sull’evoluzione del vino: non solo ciò che accade dal punto di vista analitico, ma anche come il vino cambia e si esprime nel bicchiere nel corso del tempo. Dott. Piergiorgio Comuzzo e il dott. Franco Battistutta, responsabili scientifici del progetto presso l’Università di Udine (Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali e Animali). Questo accordo rappresenta un’interessante opportunità per rafforzare la terza missione dell’Università ed è un eccellente esempio di come le istituzioni pubbliche e private possano sviluppare una solida cooperazione nella ricerca. Edina Kiss, responsabile tecnico di progetto presso Vinolok. La prova sta nel bicchiere, quindi la qualità del vino deve essere valutata, in ultima analisi, attraverso l’esperienza diretta. Nel nostro approccio di ricerca, è stato fondamentale selezionare i partner giusti e tenere sotto controllo ogni parametro rilevante del processo di imbottigliamento, affinché il confronto finale fosse accurato e non compromesso. Sebbene lo studio sia ancora in corso, i risultati relativi ai primi 36 mesi rappresentano già un’importante pietra miliare. I vini continueranno a essere monitorati nel tempo, accompagnando l’avanzamento del programma quinquennale e permettendo di seguirne l’evoluzione fino al completamento della ricerca.
Per Vinolok, l’obiettivo è contribuire a una maggiore comprensione del ruolo della chiusura nell’evoluzione del vino, mettendo a disposizione dei produttori dati concreti per orientare le proprie scelte e valutare con maggiore consapevolezza le soluzioni più adatte anche alle referenze destinate a un più lungo affinamento in bottiglia. Vinolok Vinolok, con sede nella Crystal Valley nella Repubblica Ceca, sviluppa e produce tappi in vetro di alta qualità per vino, distillati e altre bevande. L’azienda combina le proprietà del vetro con un sistema di sigillatura funzionale per offrire un tappo progettato a preservare l’integrità del prodotto, aggiungendo al contempo un elemento distintivo di alta qualità alla confezione. Con oltre 20 anni di esperienza nello sviluppo di tappi in vetro, Vinolok continua a investire nella ricerca tecnica e nella collaborazione con università e istituti di ricerca specializzati per comprendere meglio le prestazioni dei tappi e l’evoluzione del vino.
Sito web: www.vinolok.com Informazionisull’Università di Udine L’Università degli Studi di Udine promuove lo sviluppo e il progresso della cultura e della scienza attraverso la ricerca, la formazione e la cooperazione culturale e scientifica con istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. Il Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali e Animali vanta un’esperienza pluriennale e riconosciuta nella ricerca enologica e
BOHEMIAN GLASS CLOSURE nello studio dell’evoluzione del vino in relazione alle chiusure e alle variabili ambientali. La collaborazione con Vinolok si sviluppa in questo contesto. La Redazione
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11 Settembre, 2026

Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare 

  A Vecchie Terre di Montefili, il Biancone 2024 racconta una donna che ha trasformato il cambiamento in appartenenza   Una strada trovata sullo schermo  Sul vecchio computer di casa compare una graduatoria e Serena Gusmeri cerca il suo nome, lo trova tra i primi venti e resta a fissare lo schermo con una sorta di felicità semplice. Come quando quella porta si apre proprio nel momento in cui speravi si aprisse. Una gioia che si fa fatica a dimenticare. Non fosse altro perché per Serena voleva dire la prima scelta davvero sua.  Guardai la graduatoria e pensai: ce l’abbiamo fatta. Un plurale che contemplava un padre operaio, una mamma infermiera, l’orto di casa, le galline, le giornate passate nei boschi con gli scout e poi da capo scout, le damigiane del Trevigiano che finivano imbottigliate in famiglia. Come per molte situazioni analoghe, il vino era già presente nella sua vita molto prima di diventare una professione. Aveva il volto delle cose semplici, delle mani occupate a fare e di una natura vissuta ogni giorno.  Qualche mese prima una professoressa aveva accolto con scarso entusiasmo la sua idea di iscriversi a Viticoltura ed Enologia. Serena usciva dal liceo scientifico, aveva accompagnato la sorella all’Università di Verona e durante un open day aveva trovato una brochure che parlava di agricoltura, natura e lavoro concreto. Le era sembrata una strada possibile, forse addirittura la sua.  Mi disse che quel percorso sembrava poco adatto alle mie attitudini e mi aveva smontata completamente. Serena passò l’estate sui libri a preparare il test di ammissione, sostenne anche quello di Economia e Commercio a Brescia per tranquillizzare la famiglia e all’uscita dall’aula guardò l’amica Paola pronunciando una frase che oggi assomiglia già a una dichiarazione di libertà.  Economia e Commercio io non la farò mai. Molti anni dopo, seduta tra le vigne di Vecchie Terre di Montefili, conserva lo stesso modo di stare davanti alle possibilità: osserva, riflette, studia e poi sceglie. È accaduto quando ha lasciato Brescia per Verona, quando è partita per l’Australia, quando ha raggiunto Benevento con una valigia e poco altro, quando ha deciso di seguire suo marito in Toscana e quando ha preso tra le mani una collina che chiedeva tempo, pazienza e fiducia. È accaduto anche con il Biancone, lo Chardonnay di Montefili, rimasto per oltre quarant’anni in attesa di una forma capace di esprimere il luogo.  Le cose vanno fatte quando esistono le condizioni per farle bene. A oltre cinquecento metri, sopra Panzano in Chianti, quella frase assume la consistenza delle pietre, il profumo dei fiori spontanei lasciati crescere tra i filari, la fatica dei quattro uomini che lavorano stabilmente con lei e la traiettoria della poiana che sorvola la proprietà. Qui Serena è arrivata nell’estate del 2015 pensando di seguire suo marito e si è ritrovata a costruire una parte decisiva della propria vita. La scusa per incontrarla è il Biancone 2024 ma bastano pochi minuti per capire che il vino è giusto che arrivi dopo. Prima c’è da conoscere la donna che gli ha concesso il tempo di diventare ciò che doveva essere.  Tecnicamente sono io a gestire Montefili, però con le definizioni sono poco brava. Mi sento soprattutto viticoltrice. Mi piace il lavoro in vigna, mi piace capire quello che accade alle piante e portare in cantina uve capaci di raccontare una stagione. Fuori dalla finestra le vigne scendono lungo i versanti e risalgono verso il bosco. Serena le guarda ogni giorno da undici anni e continua a trovarle bellissime. Forse le attitudini possiedono proprio questa forma: qualcuno prova a indicarcele, poi arriva un momento in cui impariamo a riconoscerle da soli, sullo schermo di un vecchio computer, in una valigia diretta a Sud oppure su una collina toscana che diventa il luogo in cui scegliamo di restare.  Il treno di suo padre  La laurea prende forma tra Verona, Asti e Milano, dove Serena approfondisce la viticoltura, poi arriva l’Australia per la tesi e insieme cresce la consapevolezza di voler conoscere il vino partendo dalla pianta. In quegli anni le donne del corso erano davvero poche e per loro sembravano aprirsi soprattutto il laboratorio, le analisi e il commerciale. Serena aveva in mente vigneto e cantina. Passa febbraio a potare accanto ad una squadra di uomini e torna in estate per vivere la vendemmia dall’inizio alla fine.  Avevo ventuno o ventidue anni, ero una ragazza magra e bresciana in mezzo a persone abituate a quel lavoro fisico. Volevo imparare in vigneto e in cantina, quindi feci tutte le potature e poi tutta la vendemmia. Dopo la Franciacorta arriva la proposta di seguire due aziende tra Benevento e Ischia. Serena ha ventisette anni, è fidanzata con Davide e davanti a quella partenza avverte l’entusiasmo insieme alla paura di spostare ogni equilibrio. Suo padre ascolta i dubbi e le consegna una frase che resta il punto cardinale della sua storia.  Questo è un treno sul quale puoi salire e dal quale puoi scendere quando vuoi. Se non sali, non sai dove porta. Parte nel settembre 2009 e rimane in Campania fino all’estate del 2015, facendo la spola tra Benevento e Ischia, imparando il valore dei vitigni autoctoni e incontrando Greco, Falanghina, Coda di Volpe e Piedirosso, varietà che le mostrano quanto profondamente il vino possa appartenere a un luogo.  Lì ho visto davvero la relazione tra vitigno, suolo e singola particella. Da cantine molto semplici uscivano vini bellissimi e quell’esperienza mi ha dato il senso del vitigno e soprattutto del vigneto. Sebbene da anni lavori prevalentemente con il Sangiovese, si definisce ancora una bianchista. Magari perché nei bianchi cerca e trova pulizia, finezza e freschezza. Caratteristiche che ha cercato Ambra nel grande rosso toscano con la capacità di avanzare nel sorso attraverso l’eleganza e la profondità.    Una famiglia dentro la vendemmia  Nel frattempo Davide, biotecnologo con una specializzazione nel mondo della birra, trova lavoro a Castelnuovo Berardenga e affronta ogni fine settimana dieci ore di automobile tra andata e ritorno. Serena ama la Campania, gli amici e il lavoro, ma comprende che la famiglia ha bisogno di tempo condiviso e sceglie di compiere il viaggio opposto rispetto a quello fatto da lui anni prima.  Gli ho detto: facciamo questo giro, stavolta ti seguo io. Il primo passo lo avevi fatto tu. Se continuiamo così, la famiglia resta sempre un progetto. Una coincidenza mette sulla sua strada Montefili. Un importatore conosciuto durante gli anni campani sta valutando con altri soci l’acquisto di una proprietà in Toscana e la invita a visitarla. Serena cammina tra vigne sassose segnate da anni difficili, assaggia vecchie annate di grande bellezza e comprende che quella collina possiede una voce forte, anche se per ascoltarla serviranno anni di lavoro.  Dissi subito alla proprietà che avremmo dovuto abbassare la testa e andare avanti, perché in vigna quello che fai oggi cominci a vederlo davvero dopo tre anni. Lia nasce cinque giorni prima della vendemmia 2016. Serena vive in azienda, la allatta al piano superiore, la lascia dormire e scende a lavorare. Pietro arriva nel febbraio 2019 e attraversa la primavera nel marsupio della madre oppure riposa su una sdraietta accanto a Stefano, il collega commerciale. Serena racconta quei mesi con gratitudine e con la lucidità di chi conosce quanto un simile equilibrio dipenda dalla salute, dalla disponibilità del luogo di lavoro e da bambini particolarmente tranquilli.  L’azienda mi ha permesso di tenerli con me e io ho continuato a esserci. È stato un dare e avere, una possibilità rara che ha fatto crescere insieme i miei figli, il mio lavoro e Montefili. Nella sua esperienza emerge anche il paradosso vissuto dalle donne che ricoprono il ruolo di imprenditore agricolo professionale. La maternità è già difficile per chi ha una busta paga ma per chi è in agricoltura lo è ancora di più. Serena ha potuto continuare, ma la domanda più ampia sulle condizioni nelle quali una donna può scegliere di diventare madre e restare pienamente dentro il proprio mestiere rimane aperta.  La collina delle tre terre  Vecchie Terre di Montefili occupa una collina fuori dalla Conca d’Oro, tra i 480 e i 540 metri, con la cantina al centro e le vigne aperte tutt’intorno. Serena la chiama il suo piccolo panettone, una forma apparentemente semplice attraversata da tre lingue di terra che la mappatura ha ricondotto a pietraforte, alberese e galestro. A pochi passi di distanza il Sangiovese cambia espressione, ritmo e profondità, e proprio queste differenze hanno spinto Serena a vinificare separatamente le parcelle.  Mi chiedevo perché Sangiovesi coltivati così vicini riuscissero a essere sempre diversi. La zonazione ha chiuso il cerchio e ci ha fatto capire che la risposta era nei suoli. Dal 2018 Montefili porta avanti con Vitenova un lavoro di ricerca sulla salute del vigneto, sulla biodiversità e sulla relazione tra suolo, pianta e grappolo. Foglie, piccioli e uve vengono analizzati per seguire la traslocazione dei microelementi, mentre un botanico e un’entomologa osservano fiori spontanei e insetti, costruendo nel tempo una conoscenza concreta dell’ecosistema.  Negli anni abbiamo campionato tra cinquantotto e sessantadue specie floreali. Nella Vigna nel Bosco, quella a 540 metri, sono comparse anche due specie più tipiche della costa toscana e un’orchidea spontanea rarissima da incontrare in vigneto. La Vigna nel Bosco si raggiunge a piedi o lungo la capezzagna con il trattore ed è circondata da centinaia di metri di vegetazione. Il bosco crea un microclima particolare, mitiga alcuni estremi e permette alla vita di esprimersi con una varietà sorprendente. Anche la lavorazione del terreno trova qui una misura precisa, perché un passaggio eccessivo cancellerebbe le fioriture e una cura equilibrata lascia invece emergere ciò che il suolo custodisce.  Quando trovi certi fiori capisci che il terreno viene lavorato con attenzione. Se lo muovi troppo, quelle specie spariscono. I fiori restano tra i filari abbastanza a lungo da completare il loro ciclo e produrre seme per l’anno seguente. In paese qualcuno domanda al trattorista quando verrà finalmente tagliata tutta quell’erba e lui risponde con una frase che è diventata quasi la sintesi di Montefili: a Serena piacciono i fiori.  Io ai ragazzi ripeto sempre che i fiori fanno l’uva buona. Fare impresa significa avere cura  Serena coordina l’intera azienda, dialoga con la proprietà, segue i vigneti, la cantina, gli ordini, i rapporti commerciali e gli investimenti, e continua a sentirsi prima di tutto una viticoltrice. Montefili conta quattro lavoratori fissi in campagna, persone presenti da anni che conoscono le piante, i ritmi della collina e il significato di ogni scelta.  Quando trovi persone brave vanno trattate bene, con contratti corretti e rispetto. I miei ragazzi sono dediti al lavoro e sentono queste vigne anche loro. Nelle stagioni difficili capisci davvero il valore di una squadra stabile. Anche la crescita dell’azienda procede con la stessa attenzione. La cantina vive negli spazi di un vecchio podere, la bottaia occupa il piano terra della casa padronale e ogni nuovo strumento deve trovare il proprio posto in una geometria da Tetris. Gli investimenti arrivano uno alla volta, alternando vigna e cantina: una pressa, un nastro di selezione, un trattore, un atomizzatore, infine una nuova etichettatrice.  La cantina è semplice e la tecnica altrettanto semplice. Ogni anno facciamo un investimento in vigna e uno in cantina, così i ragazzi restano tutti contenti. Serena difende la possibilità di consolidare ciò che esiste mantenendo alta la qualità, proteggendo una squadra per accompagnare dodici ettari e mezzo attraverso stagioni climaticamente complesse rappresenta già una scelta imprenditoriale profonda.  In questo momento sento l’obbligo di tenere bene quello che abbiamo. Abbiamo lavorato anni per raggiungere questo equilibrio e adesso cominciamo a vederne i risultati. Biancone, il tempo necessario  Il vigneto di Chardonnay viene piantato nel 1982 insieme a una piccola presenza di Sauvignon per la moglie del precedente proprietario, che preferiva il vino bianco. Da quelle uve nasceva Vigna Regis, fermentato e affinato in legno secondo uno stile di ispirazione francese, poi la produzione si interrompe e la vigna continua il proprio cammino.  Quando Serena arriva a Montefili riprende a vinificare lo Chardonnay in acciaio. Circa milletrecento bottiglie fresche e immediate destinate soprattutto alla vendita diretta. Il vino incontra il pubblico, mentre dentro di lei cresce la convinzione che quella parcella meriti la stessa attenzione dedicata ai Sangiovesi e una forma capace di stare accanto all’identità della tenuta.  Sapevo che sarebbe arrivato il momento di dare alla nostra vigna bianca lo stesso valore che mettevamo nei rossi. Ho sempre risposto che serviva tempo, perché le cose vanno fatte quando possiamo farle bene. Serena organizza degustazioni alla cieca con la proprietà, assaggia Chardonnay del territorio e cerca un equilibrio capace di preservare la freschezza e la sapidità di Montefili aggiungendo profondità. Nel 2024 sceglie di lasciare metà del vino in acciaio e di affinare il resto in un tonneau e in una barrique di secondo passaggio, con bâtonnage settimanale. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni, l’affinamento dura dodici mesi tra acciaio e legno, poi la massa riposa cinque mesi in bottiglia prima dell’uscita del 3 maggio 2026. La prima produzione conta 1.330 bottiglie.  Il legno serviva a dare struttura e rotondità, salvaguardando la freschezza e quella sapidità che appartenevano già allo Chardonnay in acciaio. Volevo che restasse nello stile di Montefili. Il nome Biancone appartiene alla poiana che vive sopra la tenuta. Un giorno Stefano la fotografa appollaiata su un palo della vigna e da quello scatto nasce il disegno dell’etichetta. Quest’anno una femmina e due piccoli hanno continuato a volare sopra Montefili, trasformando il nome del vino in un racconto di famiglia.  Il Biancone nel calice  Il Biancone 2024 entra nel bicchiere con una luce chiara attraversata da riflessi dorati ancora giovani e si apre con la precisione della mela verde appena incisa, seguita dalla polpa della pera Conference, dalla scorza di lime e da un soffio di sambuco e acacia che ricorda i fiori lasciati crescere tra i filari. Il profumo possiede nitidezza e profondità, avanza per strati senza alzare la voce e restituisce immediatamente l’idea di una collina esposta al vento.  In bocca l’ingresso è ampio e vivo. Il bâtonnage concede alla materia una trama cremosa, l’acciaio conserva la direzione, il legno accompagna come una nota bassa e discreta. La frutta diventa pera succosa e mela gialla, poi l’acidità rialza il sorso e lo porta verso una chiusura salina, lunga, attraversata da agrume, erbe fini e una sensazione minerale che sembra provenire dalle pietre di Montefili.  È uno Chardonnay toscano capace di evitare imitazioni e di trovare una voce d’altura, luminosa e profondamente legata al luogo. Ha la solidità di Serena e anche la sua inquietudine, perché procede con sicurezza e lascia aperta una domanda, possiede una struttura consapevole e una freschezza che continua a muoverlo, proprio come chi ha trovato il proprio posto e conserva intatta la curiosità per il mondo.  Sono molto autocritica. Anche all’università, quando ricevevo buoni punteggi nelle degustazioni, trovavo sempre qualcosa da rivedere. Per essere la prima prova, questo vino è venuto bene. Ciò che resta nel bicchiere  Discrezione. Questa è la parola che mi viene più da pensare con il Biancone. La discrezione di chi ha atteso il proprio momento. Per più di quarant’anni quella piccola vigna è rimasta a cinquecento metri d’altitudine, osservando le stagioni passare sopra Montefili, il vento attraversare i boschi, il Chianti cambiare pelle e il mondo del vino rincorrere ogni volta una novità.  Anche Serena ha seguito una strada guidata dal tempo e dalle scelte. Ha studiato, viaggiato, cambiato città, attraversato l’Australia, la Campania e la Toscana, ha costruito una famiglia tra i filari, ha visto crescere i figli insieme alle vigne e ha imparato che alcune cose trovano il proprio senso quando arriva il momento giusto. Per questo il Biancone emoziona, perché dentro quel vino vivono i fiori lasciati andare a seme, le analisi dei terreni, le notti fresche della collina, le estati sempre più calde, i dubbi, la pazienza e la volontà di aspettare un anno in più pur di trovare una voce autentica.  La sensazione più intensa arriva quando il bicchiere è quasi vuoto e rimane una scia sottile, sapida e viva che invita a tornare ancora una volta al calice. È la stessa impressione che lascia Serena, la forza di chi ha scelto tante volte nella propria vita unita alla delicatezza di chi continua a interrogarsi anche davanti ai risultati migliori.  Fuori, la poiana continua a disegnare cerchi sopra la vigna e i suoi piccoli imparano a stare nel vento seguendo una traiettoria che presto diventerà la loro. Alcune storie impiegano anni per trovare le parole giuste e, quando finalmente arrivano, possiedono la naturalezza delle cose che erano già tutte lì, nella terra, nella memoria e nello sguardo di chi ha saputo aspettarle.  Montefili mi appassiona ancora.  Forse una casa comincia proprio così, nel momento in cui un luogo continua a sorprenderci e ogni ritorno somiglia ancora a una scelta.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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