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3 Settembre, 2026
"AMORMIO" 2023, BELLICOSO. La Barbera è femmina.
La Barbera della mia infanzia era quella che lo “zio matto” mi mischiava con l’acqua, nera da macchiare il bicchiere, “mossa” come le mode di oggi rifuggono.
Spiritosa, smaliziata, forse affascinante.
Aveva un ché di erotico, proibito come gli sguardi lanciati di nascosto ai calendari dei meccanici o dei barbieri, alle pagine dei cataloghi Postal Market o Vestro.
Sapeva “dei grandi”.
Poi sono cresciuto e le nostre strade si sono divise, altri vini nel bicchiere.
Più anni sulle spalle io più “raffinata” lei.
Schiava del mercato ha dato retta a Produttori che in lei cercavano opulenze fuori contesto, che negli spigoli vedevano difetti.
Antonio (Bellicoso) da Montegrosso d’Asti è persona schiva, di educata eleganza, sembra quasi vergognarsi di essere un Produttore.
Ché “Produrre” presuppone “sfruttare” e lui ha un qualcosa di “comunista” nel modo di condurre la vigna: cura il bene comune dando al singolo secondo i propri bisogni (“ad vitem” potremmo dire).
E le piante lo ripagano con succhi che raccontano percorsi di radici profonde, sentieri linfatici che trasportano il Monferrato nel bicchiere.
Sono vini che raccontano il Territorio con personalità, senza scimmiottare.
E se l’etichetta del Grignolino invita a meditare su chi è il padrone, quella della Freisa lo fa a muso duro…
E la Barbera?
La Barbera è “the dark side of Antonio”, la sua faccia oscura ma, allo stesso tempo, lo specchio che illumina le nostre notti.
Due declinazioni (non a caso il suo “MERUM” scomoda il latino) per uno stesso genere “FEMMINA”.
Il legno da una parte, l’acciaio dall’altra, il guanto di velluto da una parte quello d’arme dall’altra, l’uno per l’altro a celare il pugno di ferro di una valchiria.
“MERUM” e “AMORMIO”, gemelli diversi…
Dell’uno e dell’altro ho già detto (qui, qui e qui) ma mi scappava di dedicare una pagina al secondo e appena qualche parola in più al suo Produttore perché…
Perché si!
“AMORMIO” è un’etichetta rossa e un cuore nero, un tatuaggio, un erotico neo sulla pelle, un invito più che una dichiarazione, celato ai più, rivelato ai pochi.
Trasuda passione, annebbia la vista, obnubila la ragione.
E alla passione non bastano gli occhi (quelli, quasi non le servono), la passione vuole mani, odori, sapori…
Le prime per impugnare il bicchiere in un gesto di possesso carnale; per i secondi ci vuole il naso, quello che dà impiccio durante i baci che la bocca regala alternandoli ai morsi, quella bocca cui lasciamo il compito di incidere una memoria tattile fatta di cicatrici gustative.
Al naso è subito l’aspra ciliegia, lolita immatura, a sottolineare quell’acidità identitaria che un pelo d’alcol trasforma da sussurro a urlo strozzato e poi…
Poi eccolo il cuore nero!
Quello che è maleficio impossibile da spezzare.
Lubriche morbidezze di prugna seguono il cilicio spinoso delle more e…è subito sorso!
Il sorso…
Compulsivo, sirena d’Ulisse, primitiva necessità, peccato di lussuria, atto dovuto.
Una freschezza che Vi atterra, Vi cavalca, artigli laccati che scavano solchi nella carne viva.
Indecisi se aggrapparVi ai larghi fianchi della frutta imbizzarrita o alla vita stretta dei tannini, cercherete soccorso nel seno prosperoso delle morbidezze gliceriche, alzerete lo sguardo e non avrete scampo.
Incrocerà i Vostri occhi e con rinnovata energia, rovesciata indietro la testa, Vi farà capitolare con inattese amaritudini di erbe di campo e ansiti mentolati.
Il dopo sarà l’indelebile ricordo di un istante durato una sola bottiglia, il giacere di traverso sul letto sperando di aver fatto una buona impressione, la speranza di un secondo giro sulla giostra della vita.
NON per tutti, ma il prezzo…quello si.
91 Punti.
Da bere ascoltando “BITCH” di MEREDITH BROOKS.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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2 Settembre, 2026
Nasce Lepiga, il Soave DOC dal vigneto storico di Tenuta Santa Maria alla Pieve (Bertani)
Dalla proprietà secolare di Gaetano Bertani, lungo l’antica Via Postumia, nasce un Soave che interpreta oltre due secoli di tradizione attraverso uno dei vigneti più antichi della denominazione
Tenuta Santa Maria alla Pieve, proprietà di Gaetano Bertani a Colognola ai Colli, rappresenta il luogo in cui prende forma il legame della famiglia Bertani con il Soave. Entrata a far parte dei possedimenti nella prima metà dell’Ottocento, la tenuta, situata nell’area più meridionale della Val d’Illasi, tra la Valpolicella DOC e il Soave DOC, è il luogo dove è nato il primo Soave interamente da uve Garganega dell’azienda. Oggi quella tradizione rivive nel Lepiga Soave DOC, cru ottenuto da una delle vigne più antiche della denominazione, interpretato secondo una filosofia che unisce antiche tradizioni e profondo rispetto per la vocazione del territorio.
Giovanni e Guglielmo Bertani, oggi alla guida di Tenuta Santa Maria alla Pieve.
Alla Pieve lavoriamo la Garganega con la stessa attenzione che dedichiamo alle nostre parcelle di Corvina: cambiano il vitigno e i tempi, ma non il metodo. Anche qui la selezione in vigneto, le basse rese e il rispetto dell’identità del territorio rappresentano il punto di partenza di ogni scelta, Conserviamo ancora oggi la selezione massale sviluppata negli anni su questo vigneto: viti tra i 68 e i 70 anni che continuano a raccontare il carattere di questi suoli calcarei. È da questa vigna che nasce Lepiga, il nostro modo di interpretare il Soave.
Tenuta Santa Maria alla Pieve sorge lungo il tracciato dell’antica Via Postumia, la strada romana che collegava Genova ad Aquileia passando per Verona. La proprietà, che conta 22 ettari a vigneto, ricalca probabilmente ancora i confini della centuriazione romana, come suggeriscono i frammenti di catasto romano rinvenuti a Verona. La proprietà confina inoltre con l’omonimo santuario Santa Maria della Pieve di Colognola, edificato su un tempio romano decorato con foglie e grappoli di vite: un’ulteriore testimonianza dell’antichissima vocazione vitivinicola del luogo. Sotto uno dei vigneti della tenuta è stato riportato alla luce un villaggio neolitico, sotto un altro tracce di un insediamento romano, ritrovamenti verificati dalla Soprintendenza con scavi dedicati. Nel corso dei secoli, il complesso ha attraversato diverse epoche e funzioni: prima avamposto fortificato scaligero, poi monastero olivetano, infine posto di comando generale di Massena durante la battaglia di Caldiero del 1805, prima di diventare la cantina di famiglia dedicata ai vini bianchi. Fu proprio qui che, nella prima metà dell’Ottocento, la famiglia Bertani iniziò a produrre il proprio Soave, valorizzando la Garganega coltivata su un terreno eccezionalmente calcareo, ideale per i vini bianchi, e in un clima mitigato dalle influenze montane provenienti dalla Val d’Illasi. Nel tempo è stata sviluppata una selezione massale che ancora oggi viene conservata e che costituisce il patrimonio genetico del vigneto storico, le cui viti, con un’età compresa tra i 68 e i 70 anni, sono state inserite da Jancis Robinson nell’Old Vine Registry tra le più antiche dell’intera regione.
Da questo vigneto nasce il Lepiga Soave DOC, un single vineyard di Garganega in purezza che interpreta il territorio attraverso precisione agronomica e pazienza. La vendemmia viene effettuata esclusivamente a mano in tre passaggi, seguendo le diverse fasi di maturazione dei grappoli: il primo preserva freschezza e acidità, gli ultimi ricercano piena maturità e complessità. Le diverse masse vengono vinificate separatamente dopo una breve macerazione a freddo; segue la fermentazione in vasche di acciaio a temperatura controllata (16-18°C), l’assemblaggio e un lungo affinamento sulle fecce fini con bâtonnage, che dona al vino struttura e profondità senza intaccarne la purezza aromatica. Il risultato è un bianco verticale e minerale, caratterizzato da tensione sapida, profondità ed eleganza, capace di esprimere con autenticità il carattere dei suoli calcarei della tenuta e di dialogare alla pari con i grandi cru del Soave e i bianchi di terroir europei.
La valorizzazione di Tenuta Santa Maria alla Pieve prosegue inoltre il percorso avviato da Gaetano Bertani negli anni Novanta. Dopo quasi quarant’anni di vendemmie di Amarone Classico, animato dal desiderio di riconnettere la famiglia con la storia che dall’esilio ottocentesco la legava alla Francia e appassionato di Chardonnay e Merlot, Gaetano si recò oltralpe per consultare quelli che all’epoca erano considerati i vivaisti di riferimento per molti grandi cru francesi. Attraverso lo studio dei suoli e del microclima vennero impiantati, nel 1991 e nel 1993, i vigneti ad alta densità (9.000 ceppi/ettaro) da cui oggi nascono Torre Pieve, Chardonnay IGT Verona, il cui nome richiama la pieve romanica già citata, e Decima Aurea, Merlot IGT Verona, il cui nome deriva dalla pietra miliare del decimo miglio della Postumia da Verona. Accanto a queste varietà venne inoltre piantato, per la prima volta a Verona, un vigneto di Syrah, oggi protagonista del blend dell’IGT Pragal insieme a Corvina e Merlot. Anche in questa sperimentazione su varietà lontane dalla tradizione veronese, la tenuta applica lo stesso metodo che oggi guida il lavoro sulla Garganega: partire sempre dallo studio del luogo, prima ancora che dal vitigno.
Oggi Tenuta Santa Maria alla Pieve affianca Tenuta Santa Maria, la proprietà storica della famiglia Bertani dedicata ai grandi vini della Valpolicella. Insieme, le due tenute fondate da Gaetano Bertani e oggi guidate dai figli Giovanni e Guglielmo custodiscono anime diverse, ma complementari: da una parte l’Amarone, dall’altra il Soave, con le sue vigne storiche, le selezioni massali e un territorio che da oltre duemila anni lega la propria identità alla coltivazione della vite: un patrimonio di cui Lepiga è oggi l’espressione più autentica.
COMPANY PROFILE
Tenuta Santa Maria è una delle realtà vitivinicole più antiche e significative della Valpolicella. Ad Arbizzano di Negrar, nel cuore della Valpolicella Classica, la cantina monumentale e il brolo cintato di 22 ettari costituiscono un sistema produttivo unitario e storico, le cui origini risalgono al XVI secolo. È proprio in questa cantina che nel 1936 l’Amarone prese forma come vino secco, un passaggio fondamentale che ancora oggi orienta lo stile e la filosofia produttiva della tenuta. Attualmente la gestione è affidata ai fratelli Giovanni e Guglielmo Bertani, che proseguono il lavoro del padre Gaetano portando avanti una tradizione basata su precisione agronomica, appassimento nei fruttai storici e lunghi affinamenti. La produzione si articola tra la sede di Negrar e la tenuta di Colognola ai Colli, nel cuore della DOC Soave.
https://www.tenutasantamaria.wine/it/
La Redazione
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2 Settembre, 2026
Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta
Cremisan 1885 è una delle cantine storiche della Palestina. A Beit Jala, vicino a Betlemme, la produzione vinicola si intreccia con la storia del territorio e con la valorizzazione di vitigni locali. Fadi Batarseh lavora proprio nella cantina. Un tuttofare con una storia incredibile.
Il giorno in cui la libertà diventa una frase semplice
Fadi Batarseh parla correntemente l’italiano. Si capisce, anche solo guardandolo, che non ha vissuto tanto in Italia. Non è, come qualcuno vorrebbe far credere il colore della pelle o una sorta di normalità italiana che lo evidenzia. Sono gli occhi. Il suo sguardo che è come la paura, anzi, il terrore emergesse ogni tanto. Quando parla poi non usa parole grandi. Non ne ha bisogno. Le parole grandi, in certe terre, si consumano in fretta. Pace. Futuro. Confine. Casa. Libertà. Le pronunci e sembrano già più deboli della realtà che dovrebbero contenere.
Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera. È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto. In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto. Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi. Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale. Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare. Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica. Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare? Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine. Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane. Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno. La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo. Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni. I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi. Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione. Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni. Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente. Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto. Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza. Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative. Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao. Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre. La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti. Tornare. Perché non poteva non tornare La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici. Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione. Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora. Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare. Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno. Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi. È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti. Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa. Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario. Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei. Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene. Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità. Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi. Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia. Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua. Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda. L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire. Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così. Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza. Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre. Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo. Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce. La figlia nata dentro la paura Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra. Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro? Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no. Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano. Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro. Non arrendersi non significa crederci sempre La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante. In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso. Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia. C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici. Il vino non salva. Però trattiene qualcosa Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione. Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate. Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo. Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere. E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo. A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera. È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto. In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto. Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi. Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale. Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare. Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica. Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare? Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine. Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane. Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno. La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo. Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni. I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi. Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione. Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni. Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente. Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto. Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza. Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative. Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao. Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre. La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti. Tornare. Perché non poteva non tornare La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici. Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione. Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora. Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare. Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno. Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi. È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti. Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa. Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario. Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei. Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene. Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità. Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi. Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia. Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua. Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda. L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire. Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così. Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza. Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre. Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo. Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce. La figlia nata dentro la paura Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra. Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro? Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no. Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano. Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro. Non arrendersi non significa crederci sempre La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante. In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso. Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia. C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici. Il vino non salva. Però trattiene qualcosa Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione. Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate. Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo. Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere. E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo. A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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1 Settembre, 2026
Vinòforum 2026: il vino non finisce più nel bicchiere ma lo si gusta insieme agli amici.
Per molto tempo abbiamo raccontato il vino partendo quasi esclusivamente da ciò che avevamo nel bicchiere: vitigno, annata, territorio, tecnica, profumi. Tutto resta importante, ma oggi, almeno per me, non basta più.
Il vino è diventato anche l’esperienza che gli costruiamo intorno. Conta ciò che assaggiamo, ma conta anche dove lo assaggiamo, chi ce lo racconta, con chi condividiamo quel momento e cosa portiamo via con noi quando il calice è vuoto.
È da questo punto di vista che guardo alla ventitreesima edizione di Vinòforum, in programma dal 7 al 13 settembre 2026 a Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese a Roma.
Oltre 800 aziende e 3.200 etichette raccontano immediatamente le dimensioni della manifestazione. Ma sono numeri che acquistano senso soprattutto quando dietro le bottiglie riusciamo a incontrare produttori, territori e persone.
Perché un vino può colpirci per quello che troviamo al naso e al palato, ma spesso lo ricordiamo davvero quando riusciamo ad associarlo a un volto, a una storia o a un luogo.
E Piazza di Siena non è un dettaglio. Il luogo in cui viviamo un’esperienza enogastronomica può cambiarne la percezione. Bere un vino non significa soltanto analizzarlo: significa entrare, anche per pochi minuti, nel mondo dal quale proviene e nel racconto di chi ha scelto di produrlo.
Vino e cibo devono continuare a parlarsi
C’è poi un aspetto di Vinòforum che sento particolarmente vicino al mio modo di vivere e raccontare l’enogastronomia: lo spazio dato alla cucina e al mondo food.
Non considero vino e cibo due universi da raccontare separatamente. Al ristorante il vino entra in relazione con un piatto; durante una degustazione un prodotto gastronomico può cambiare completamente la lettura di ciò che abbiamo nel calice. È proprio in questa relazione che spesso nasce l’esperienza più interessante.
Per questo trovo importante che una manifestazione dedicata al vino scelga di aprire una finestra ampia anche sulla cucina, attraverso cene, incontri, degustazioni e momenti di approfondimento. Tra gli appuntamenti dell’edizione 2026, The Night Dinner porta inoltre al centro il fattore umano, osservato attraverso passato, presente e futuro. Un tema che va oltre la tecnica: prima del piatto e prima del vino ci sono sempre persone, esperienze e scelte.
Il Parmigiano Reggiano e un incontro iniziato a Identità Golose
Tra le presenze che mi fa particolarmente piacere ritrovare a Vinòforum c’è quella del Parmigiano Reggiano.
Ho avuto modo di avvicinarmi più direttamente a questo mondo durante Identità Golose. Da quell’incontro è rimasta soprattutto la curiosità di capire meglio un prodotto che troppo spesso conosciamo soltanto come consumatori, senza fermarci sulle differenze tra stagionature, sulle caratteristiche sensoriali e sul lavoro necessario per imparare davvero ad assaggiarlo.
Per questo mi interessa particolarmente la presentazione, durante Vinòforum, del primo Corso di Assaggiatore Ufficiale di Parmigiano Reggiano, previsto a Roma da ottobre. È un percorso al quale sarei felice di poter partecipare: non per aggiungere semplicemente un titolo, ma per acquisire strumenti nuovi con cui leggere e raccontare un prodotto che fa parte dell’identità gastronomica italiana.
Assaggiare, del resto, non significa soltanto stabilire se qualcosa ci piace. Significa imparare a riconoscere differenze, capire perché esistono e trovare le parole giuste per restituirle agli altri.
Quello che resta dopo l’assaggio
È forse questa la prospettiva con cui mi piacerebbe vivere Vinòforum 2026.
Naturalmente ci saranno vini da conoscere, etichette da scoprire e produttori con cui confrontarsi. Ma ciò che cerco oggi in una manifestazione enogastronomica è qualcosa che vada oltre la quantità degli assaggi.
Cerco un luogo capace di creare incontri. Cerco persone che abbiano qualcosa da raccontare. Cerco la cucina accanto al vino, perché l’una aiuta a comprendere l’altro. E cerco quelle esperienze che continuano a lavorare nella memoria anche dopo essere tornati a casa.
Perché il vino continua a essere ciò che versiamo nel bicchiere. Ma oggi è anche il luogo in cui lo beviamo, la persona che ce lo ha raccontato e ciò che abbiamo vissuto mentre lo assaggiavamo.
Roberto Silvio De Pascale
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1 Settembre, 2026
Vendemmiata Romana 2026: Il 13 Settembre l’antico rituale agreste rivive all’orto botanico di Roma
L’antica festa contadina della vendemmia torna all’Orto Botanico di Roma con una giornata unica tra giochi e laboratori per adulti e bambini, canti e balli tradizionali e la coinvolgente raccolta delle uve del Vigneto Italia.
Dopo le magiche serate di Roma Hortus Vini che hanno dato l’opportunità al grande pubblico di vedere la magnificenza del Vigneto Italia, Luca Maroni e Francesca Romana Maroni tornano ad animare gli spazi dell’Orto Botanico di Roma con un evento che vede protagonista, ancora una volta, lo straordinario museo ampelografico in uno dei suoi momenti stagionali più importanti: la vendemmia.
Domenica 13 settembre, infatti, andrà in scena la V° edizione di Vendemmiata Romana e l’Orto Botanico, per tutta la giornata, vivrà di canti, balli, risate e colori che tradizionalmente accompagnano la raccolta dell’uva. Dalle 9:00 alle 18:30, adulti e bambini potranno partecipare a giochi, laboratori creativi e didattici in tema vino-vite-vigna e visite guidate tra le bellezze del giardino trasteverino.
Fulcro della kermesse sarà, ovviamente, la vendemmia in programma alle ore 12:00 che vedrà i partecipanti impegnati nella raccolta delle uve, coadiuvati e guidati dagli esperti viticoltori.
Le uve raccolte, sapientemente trattate dall’azienda vinicola Federici, daranno vita alla seconda annata, la 2026, di un vino unico, il Somma Sapienza, vinificato in bianco e in rosso, che racchiuderà tutte le varietà di vitigni autoctoni coltivate tra le mura dell’Orto Botanico.
Come sempre, non mancheranno degustazioni di vino e assaggi di street food, proposti nelle apposite aree ristoro.
Vendemmiata Romana sarà, ancora una volta, una grande festa popolare che tra musiche, canti e stornelli, pizzica e salterello (antiche danze della migliore tradizione popolare del Centro Italia) darà l’opportunità di trascorrere una giornata all’aria aperta, pur rimanendo a Roma, riappropriandosi di un antico rituale agreste toccando con mano i frutti maturi della generosa terra alle pendici del monte Gianicolo.
Il Vigneto Italia
Situato all’interno dell’Orto Botanico di Roma, alle pendici del Monte Gianicolo, zona storicamente vocata alla viticoltura, il Vigneto Italia è un vero e proprio museo vivente, un unicum di biodiversità racchiuso tra le mura del giardino trasteverino.
Impiantato nel 2018 da Luca e Francesca Romana Maroni, insieme all’Università La Sapienza di Roma e all’Università della Tuscia e in collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo, si tratta del primo vigneto al mondo che vede la coltivazione in un unico lembo di terra di circa cinquecento metri quadrati di ben 150 varietà di vitigni autoctoni provenienti da ogni regione d’Italia, dal Nord al Sud, isole comprese. A questi si sommano 20 varietà di vitigni internazionali. Le barbatelle impiantate con il tradizionale sistema ad alberello (due per ogni vitigno) sono state coltivate in un regime biologico e biodinamico e soggette alle stesse condizioni climatiche, tra sole, vento e acqua. Un vero e proprio esperimento che nel 2022 ha dato vita al suo primo vino, il Somma Sapienza, vinificato in bianco e in rosso. A pochi passi dalle Mura Aureliane, dunque, il Vigneto Italia è un progetto ambizioso ma è anche un importante strumento didattico e scientifico che permette di osservare da vicino la resilienza e l’adattabilità della vite ma anche di conservare un inestimabile patrimonio naturale e culturale del nostro Paese. Non solo. Si tratta anche dell’unico progetto universitario al mondo che comporta la produzione di vino in un contesto urbano con l’utilizzo di uve coltivate in città.
Somma Sapienza – Il vino del Vigneto Italia
Frutto della vendemmia del settembre 2022, che ha portato alla raccolta di circa 200 kg di
uva, Somma Sapienza è un vino che rappresenta un vero e proprio esperimento di microvinificazione. Essa è una sfida in quanto è difficile ottenere un vino di alta qualità dalla vinificazione di una piccola quantità di uva perché è più vulnerabile al suo nemico numero uno, l’ossigeno, che fa ossidare gli aromi del vino stesso.
Il Somma Sapienza è rosso prodotto con 76 varietà di vitigni mentre il bianco è il risultato del blend di 79 uve.
Il vino è stato lavorato dall’azienda Federici che ha abbassato immediatamente la temperatura di fermentazione dato che tanto più è bassa la temperatura tanto minore è il danno olfattivo e la volatizzazione delle particelle che danno il profumo. La fermentazione è avvenuta in damigiana di vetro e poi in barrique di rovere che ha rilasciato una dosata quantità di acido vanillico. Il vino è stato poi chiarificato con prodotti rigorosamente naturali. Il risultato, per quanto riguarda il bianco, è un vino profumato al naso ed equilibrato al palato, tanto morbido quanto acido, sempre viscoso al tatto. Per quanto riguarda il rosso, ottenuto anche esso con le stesse modalità del bianco, al naso risaltano le note di ciliegia e marasca in perfetto equilibrio con le spezie e l’effetto balsamico del legno. Al palato è morbido ma bilanciato tra l’acido e il tannino.
Luca Maroni
Mi affascina molto vedere come genere uva ha tra i propri consimili una capacità di coesione e afflato incredibile. Già è difficile unire due o tre varietà di uva e unirne così tante pensavo fosse difficilissimo ma sentire come queste tipologie si sono andate a congiungere è affascinante. Già dal profumo di questo vino si possono percepire le note di tutti questi differenti aromi e profumi.
Vendemmiata Romana 2026
Museo Orto Botanico di Roma – Largo Cristina di Svezia 23°
13 settembre 2026 – Orari: dalle 9:00 alle 18:30
Biglietto: 12 euro. Bambini fino a 8 anni gratis – Animali non ammessi
Tutte le attività incluse nel biglietto con posti limitati – Obbligatoria la prenotazione sul posto www.senseventi.com/vendemmiata-romana La Redazione
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Museo Orto Botanico di Roma – Largo Cristina di Svezia 23°
13 settembre 2026 – Orari: dalle 9:00 alle 18:30
Biglietto: 12 euro. Bambini fino a 8 anni gratis – Animali non ammessi
Tutte le attività incluse nel biglietto con posti limitati – Obbligatoria la prenotazione sul posto www.senseventi.com/vendemmiata-romana La Redazione
1 Settembre, 2026
Cupertinum. Il Negroamaro nel Castello di Copertino
In Puglia, nel cuore della penisola salentina, a metà strada fra il mar Ionio e l’Adriatico, si stende la campagna di Copertino. È una terra rossa dove la vite e l’ulivo crescono fianco a fianco, in un equilibrio antico. In questo paesaggio, nel 1935, trentasei viticoltori decisero di unire le forze e fondarono la Cantina Sociale di Copertino, un progetto di cooperazione nato per occuparsi direttamente della vinificazione delle proprie uve e del commercio dei vini, senza intermediari. Da allora la Cupertinum (come oggi si chiama la cantina) non ha mai smesso di essere una colonna portante di questo territorio.
Oggi, a novant’anni da quella prima vendemmia, sono trecento i soci che ogni anno conferiscono il proprio raccolto alla cantina, per una superficie vitata complessiva di circa trecentoventi ettari. Un numero cresciuto nel tempo, a testimoniare quanto la formula cooperativa abbia retto, e bene, alla prova degli anni. I vigneti vengono seguiti con la sapienza di chi conosce il proprio terreno da generazioni, coniugando tradizione e innovazione per ottenere vini capaci ancora oggi di emozionare.
Il vitigno principe della casa è il Negroamaro Qui il Negroamaro non si beve soltanto: si vive, simbolo del Salento, affiancato da Malvasia nera, Primitivo e da altre varietà che nei secoli si sono perfettamente acclimatate a queste terre. La zona della DOC Copertino si distende in pianura, fra i trenta e i sessanta metri sul livello del mare, su terreni argillosi che poggiano su un basamento di roccia calcarea e tufacea. È una combinazione che regala ai vini un’impronta riconoscibile e un’aromaticità accattivante, fatta di concordanza ed eleganza più che di potenza fine a se stessa.
Negli anni Sessanta e Settanta la provincia di Lecce contava circa sessanta cantine sociali: un mosaico di realtà che vivevano attorno ai binari ferroviari, fondamentali per spedire il vino sfuso verso il Nord Italia e la Francia. Il Negroamaro e il Primitivo erano protagonisti indiscussi, utilizzati come vini da taglio per dare colore e struttura ai vini di mezza Europa.
Documenti storici raccontano che le parti alte delle mura del Castello Angioino (fra le più imponenti strutture difensive della zona), venivano un tempo utilizzate come giardini pensili e coltivate a vigneto. Nel 2013 la Cupertinum ha proposto di far rivivere quella memoria, presentando alla direzione del Castello e alla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Lecce un progetto di valorizzazione tanto semplice quanto audace: reimpiantare la vite sui bastioni. Il progetto è stato accolto con entusiasmo, e nel 2014 il vigneto è tornato a esistere, allevato ad alberello pugliese con i filari disposti a quinconce e coltivato a Negroamaro Cannellino, un’antica varietà precoce riscoperta da Antonio Calò, storico presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, e scelta nei vivai di barbatelle di Otranto.
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Quando ho chiesto a Francesco Trono cosa significhi, per una cooperativa di trecento soci, riportare la vite dentro le mura di un castello, mi ha risposto con orgoglio che si tratta di un progetto che non ha precedenti né in Italia né all’estero, capace di far rivivere la storia e di valorizzare gli aspetti più autentici della cultura contadina di Copertino. Non a caso, le bottiglie di Copertino DOC portano oggi in etichetta il portale del Castello, mentre due vini IGT Salento, Squarciafico e Spinello dei Falconi, sono dedicati alle famiglie nobiliari che un tempo abitarono proprio quelle mura.
La vocazione vitivinicola di questa terra non è certo una scoperta recente. Gli storici fanno risalire le prime coltivazioni della vite in Salento addirittura all’VIII secolo avanti Cristo, all’epoca della colonizzazione greca. I romani apprezzarono e celebrarono in versi i vini della Terra d’Otranto, e nel Medioevo la produzione continuò a fiorire: nel XII secolo fu perfino Federico II a incoraggiare la sperimentazione di nuovi vitigni. Un documento del 1583, conservato nell’Archivio Generale Agostiniano di Roma, descrive la campagna intorno a Copertino cinta da uliveti e attraversata da vigne che, già allora, davano uve di qualità eccezionale. Sono parole scritte oltre quattro secoli fa, ma che sembrano fotografare ancora oggi questa cantina. Due secoli dopo, sotto Gioacchino Murat, le statistiche del Regno di Napoli documentavano puntualmente le varietà coltivate a Copertino; e il 2 novembre 1976 quel patrimonio ricevette infine il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata.
Cupertinum, una cooperativa anche per la comunità
Ho incontrato il presidente Francesco Trono nella sede della cooperativa, tra le vasche d’acciaio e i profumi di cantina. Agronomo, alla guida della Cupertinum dal 2013, Trono racconta con naturalezza un lato della cantina che raramente finisce in etichetta: quello sociale.
Da una decina d’anni, nei terreni intorno alla cantina cresce una piccola vigna ad alberello di Negroamaro dedicata alle scuole, dove si organizzano giornate di educazione all’agricoltura, corsi di apicoltura e incontri sulla cultura dell’ulivo e dell’olio. La vendemmia, in particolare, è diventata un appuntamento fisso per i bambini e i ragazzi dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Lecce, che ogni anno scoprono con le mani grappoli e acini, ne riconoscono il profumo, pigiano l’uva a piedi nudi nei tini e assaggiano il mosto appena spremuto. Alla fine dell’estate è invece la squadra di calcio per non vedenti a organizzare le “cene al buio” per autofinanziare le proprie trasferte: gli ospiti vengono serviti, al buio, dagli stessi giocatori, in una serata che aiuta chi vede a capire, almeno per qualche ora, cosa significhi non vederci. Francesco, non dimentica di farmi vedere la grande cura che tutti loro hanno delle arnie e delle api che producono un miele molto ricercato in zona.
Il presidente mi ha raccontato anche di una pista da mountain bike che la cooperativa ha voluto ricavare nella sua pineta, pensata per ragazzi che vogliono fare sport in armonia con la natura.
Inoltre la Cupertinum e il suo presidente, sono sempre disponibili ad aprire le proprie porte anche a chi attraversa un momento di difficoltà lavorativa. Tra le persone che negli anni ha accolto, mi ha detto, c’è anche un avvocato che a un certo punto della propria vita ha scelto di non esercitare più la professione forense. Oggi guida trattori, fa potature e vendemmie ritrovando serenità e salute. È la semplice dimostrazione che la terra, quando chiama, non sbaglia mai,
Negli ultimi anni la cantina ha inoltre avviato una collaborazione con Sorgenia per la realizzazione di un impianto fotovoltaico, un passo concreto verso una produzione vitivinicola più sostenibile.
Cupertinum riesce in buona sostanza a conciliare facilmente una realtà quasi centenaria con una grande spinta verso la sostenibilità, avendo già nel DNA il concetto che fare squadra, resta oggi il modo più naturale per prendersi cura del territorio e del suo futuro.
I vini che raccontano il territorio
Ogni vino della Cupertinum racconta un frammento di storia locale e dal 2010 grazie al rigoroso lavoro del dott. Giuseppe Pizzolante Leuzzi, guida enologica della Cupertinum, sono iniziate delle ventate di novità . E’ la sua intuizione e la sua dedizione al lavoro che hanno reso possibile la nascita del Glykòs, (Passito da negramaro); Il Giortì (spumante da negroamaro vinificato in bianco); L’Aldieri (Rosso da primitivo) e definito impeccabilmente i Copertino Doc.
Il cuore della produzione resta il rosso. Il Copertino DOC è un Negroamaro in purezza affinata fra acciaio e cemento vetrificato con una piccola parte in barrique di secondo e terzo passaggio, dal frutto scuro, rubino intenso, mora e prugna con un finale caldo, morbido, appena speziato di pepe nero, con quel piacevole fondo amarognolo che è la firma del vitigno.
La versione Riserva, affinata più a lungo fra acciaio e cemento vetrificato, si fa ampia ed eterea, mostrando un colore granato, persistente con richiami di macchia mediterranea, cuoio, mandorla e ribes nero. Lungo, armonico, identitario. Il Wine Spectator lo ha premiato con 89 punti, apprezzandone proprio le note di cuoio e salvia essiccata.
Il Settantacinque Riserva ha un’anima più verticale e legata all’annata. Una chicca, una scommessa vinta immediatamente. Vino rosso granato dal profumo persistente, asciutto e caldo con note di frutta matura che bene rilevano la varietà e la territorialità, complesso e armonico con un lungo finale.
Accanto ai grandi rossi da Negroamaro, la Cupertinum lavora con crescente convinzione anche il Primitivo da cui nasce l’Aldieri, che prende il nome da una contrada storica del territorio. Vino color porpora carico, morbido, caldo, dai tannini fitti, ciliegia matura, mirto, spezie e mandorla, con ricordi di cioccolato e confettura di prugna.
Il Poggiani, invece, è un Negroamaro più giovane e conviviale, dal profumo di frutti rossi, liquirizia e caffè.
Cupertinum produce non solo rossi impegnativi: la gamma si apre anche a etichette pensate per la quotidianità.
Il Cigliano, uno Chardonnay in purezza, ha riflessi dorati e profumi delicati di salvia, glicine e sambuco e gelsomino, con un finale fresco e leggermente sapido.
La linea Petra di Sole propone un bianco dal carattere aromatico deciso, fresco e vivace dal retrogusto di melone bianco e un rosato da Negroamaro, fruttato con note di mora e dal finale piacevolmente amarognolo. Entrambi pensati per aperitivi e tavole informali.
Più identitari, perché legati alla storia del Castello, sono i due Squarciafico che ricordano la famiglia genovese che nel Cinquecento commerciava grano, olio e vino dal porto di Gallipoli. Nella cappella di San Marco, all’interno del Castello, si trovano ancora i loro sarcofagi.
Lo Spinello dei Falconi, dedicato all’antico feudatario della contea di Veglie, Copertino e Leverano. Un rosato color cerasuolo dal profumo di ciliegia, lampone e rosa selvatica. Fresco, raffinato, con piacevoli ricordi di mora, forse il più elegante della categoria.
Cupertinum produce anche il vino per la Santa Messa, autorizzato con regolare decreto della Diocesi, Il Glykòs, che in greco significa ‘dolce’. E ‘nato nel 2002 come primo passito di Negroamaro in purezza: le uve vengono raccolte e lasciate appassire al sole del Salento, fino a diventare un vino pieno, rotondo, dal frutto maturo e da note di mirto e liquirizia.
Il Giortì, che in greco significa ‘festa’, è invece uno spumante extra dry ottenuto vinificando in bianco e poi filtrando con carbone lo stesso Negroamaro: un’interpretazione insolita e riuscita del vitigno, che restituisce un colore quasi trasparente, con un perlage sottile e dal profumo agrumato, ideale per i brindisi e per gli aperitivi.
Chiude la gamma la grappa Le Viole, distillata con cura dalle vinacce di Negroamaro in alambicchi a vapore, con il taglio di teste e code: cristallina, morbida, dai profumi floreali e di nocciolo di ciliegia.
I nostri vini sono storie che diventano etichette, Sono nomi che non si inventano: si ereditano.
Assaggiati i loro prodotti, mi è venuto naturale chiedere al presidente, come riesce a fondere una realtà cooperativa con una qualità così alta. Francesco Trono risponde semplicemente che il segreto non è altro che il controllo della filiera. Prima della vendemmia viene verificato lo stato sanitario delle uve per poi vinificarle separatamente per varietà e gradazione. Il mosto passa poi nelle vasche in cemento, interrate a otto metri di profondità, garantendo una stabilità termica naturale. Per la DOC Riserva viene rispettato un affinamento minimo di due anni. Il legno viene usato con discrezione per non coprire la tipicità del Negroamaro.
Gli chiedo inoltre come la cooperativa riesca a fondersi così bene con il territorio. La risposta è talmente semplice che mi emoziona. Dice Trono
L’età media dei viticoltori si alza inesorabilmente e molti vigneti rischiano l’abbandono. Abbiamo quindi iniziato a prendere in affitto diversi terreni che altrimenti rimarrebbero all’abbandono e ad assumere giovani.
Dei vini della Cupertinum hanno scritto, nel tempo, maestri della critica enologica come Luigi Veronelli, Hugh Johnson e Gianni Mura, oltre che le guide più autorevoli, da Decanter a Vinous, da Slow Wine a Vitae dell’Associazione Italiana Sommelier, dalla Guida De L’Espresso a Vinibuoni d’Italia, fino al Gambero Rosso. Tutti hanno riconosciuto negli anni la coerenza di un’intera gamma che non conosce cali di livello, sottolineando la fedeltà di questi vini alla propria terra, senza cedimenti verso mode passeggere e con un rapporto qualità-prezzo che raramente si trova altrove.
Chi vuole conoscere la Cupertinum da vicino può farlo di persona, varcando la soglia del punto vendita interno alla cantina dove è possibile acquistare, degustare e prenotare una visita guidata fra i vigneti e le botti. È aperta dal lunedì al sabato, dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30, giovedì pomeriggio escluso, e resta chiusa la domenica.
C’è un vecchio detto, qui in Toscana, secondo cui il buon vino non ha bisogno di frasca: non serve appenderlo fuori dall’uscio per farlo riconoscere, perché si fa notare da sé.
Ripensando alla Cupertinum, e alla chiacchierata con il presidente Trono, sono sicuro di aver colto in pieno l’anima di questa cantina. Novant’anni di lavoro corale, trecento famiglie che ogni anno affidano le proprie uve a un progetto comune, un vigneto che si arrampica sulle mura di un castello, e una porta sempre aperta ai bambini che scoprono l’uva con le mani e a chi ha bisogno di una seconda occasione nella vita. Al Negroamaro di Copertino basta l’amore per il loro prodotto per far raccontare alla terra rossa del Salento la propria storia.
In definitiva la Cupertinum è una cantina che non si limita a produrre vino: custodisce storie, accoglie persone, protegge tradizioni. Qui il Negroamaro diventa voce, memoria, comunità. È un vino che non si dimentica, perché parla la lingua della sua terra che è quella che Cupertinum racconta.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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31 Agosto, 2026
OltreGusto Oltrepò Terra di Pinot Nero
Vini e sapori dell’Oltrepò protagonisti il 7 e 8 settembre a Voghera (PV)
Mancano pochi giorni alla grande manifestazione che unisce il mondo del vino (con la sesta edizione di Oltrepò Terra di Pinot Nero) e dei sapori (con la seconda di Oltregusto). L’evento, organizzato dal Consorzio Vini Oltrepò Pavese, segna la collaborazione tra tessuto vitivinicolo, grande ristorazione e mondo food, con un ricco programma che spazia dagli appuntamenti per gli operatori a momenti di condivisione aperti al pubblico. In primo piano il Pinot nero — nella sua versione metodo classico DOCG e Classese e DOC in rosso —, che proprio nel 2026 si è definitivamente affermato come varietà maggiormente piantata in Oltrepò Pavese, culla italiana di questo vitigno con circa il 70% dell’intera produzione nazionale. Al suo fianco, 18 ristoranti del territorio e altrettanti chef stellati dall’Italia e da diverse parti del mondo, nonché 29 partner che proporranno in degustazione tipicità e curiosità gastronomiche e non solo. Obiettivo della manifestazione è portare in primo piano l’eccellenza vitivinicola e agroalimentare del territorio che è patria del blanc de noirs (e del rosé de noirs), valorizzato grazie al marchio Classese e alla sinergia di numerosi attori, dalla cantine alla ristorazione.
Il programma di Oltrepò Terra di Pinot Nero
Aperto a operatori e stampa Oltrepò Terra di Pinot Nero si aprirà lunedì 7 settembre nell’incantevole cornice del Teatro Valentino Garavani di Voghera (PV), dove alle 9.30 si terrà l’inaugurazione, seguita da una masterclass tecnica tenuta da Alessandro Masnaghetti, il più autorevole creatore di mappe vitivinicole. Con lui si approfondirà il lavoro di studio e mappatura svolto sul territorio nel corso degli ultimi mesi, che ha condotto alla creazione di un breve volume sui principali aspetti che disegnano il panorama vitivinicolo e alle immancabili mappe in 2d e 3d dell’Oltrepò Pavese.
Oltrepò Terra di Pinot Nero prosegue poi nel giardino dell’Istituto Gallini di Voghera, tempio dell’educazione agraria dal 1894. Qui, dalle ore 11 alle 17 saranno aperti i banchi di assaggio di 32 cantine, che proporranno in degustazione a stampa e operatori oltre cento etichette di Classese, Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese DOCG e Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese DOC.
Contemporaneamente, saranno a disposizione due sessioni di degustazione alla cieca dei blanc de noirs e rosé de noir oltrepadani, al mattino dalle ore 12.00 per la stampa e nel pomeriggio dalle ore 14.30 per gli operatori, occasione per un approfondimento sistematico della denominazione, soprattutto nel segno del Classese. Protagoniste della giornata saranno le cantine, in rigoroso ordine alfabetico: Alessio Brandolini, Bosco Longhino, Bruno Verdi, Cà del Gé, Calatroni, Cantina Taia, Cantine Cavallotti, Castello di Cigognola, Conte Vistarino, Cordero San Giorgio, Fiamberti, Finigeto, Francesco Quaquarini, Giorgi, La Genisia, La Piotta, La Travaglina, Lefiole, Lozza, Monsupello, Montelio, Oltrenero, Picchi, Pietro Torti, Prime Alture, Rossetti & Scrivani, Scuropasso, Tenuta Frecciarossa, Tenuta Mazzolino, Tenuta Travaglino, Terre Bentivoglio, Torre degli Alberi. Il programma di OltreGusto Lunedì 7 e martedì 8 settembre, dalle 19 alle 24, i visitatori potranno vivere un’esperienza unica all’insegna del gusto, continuando a degustare i vini DOCG e DOC dell’Oltrepò Pavese, ma incontrando anche i migliori ristoratori del territorio e scoprendo prodotti d’eccellenza grazie alla presenza delle aziende partner dell’evento. Per ciascuna serata, saranno disponibili 5 degustazioni vino e 9 assaggi di altrettanti ristoranti oltrepadani che proporranno piatti caldi e freddi, dolci e salati, tratti dal loro migliore repertorio. Ad affiancarli, però, ci saranno anche gli show cooking con chef stellati italiani e ospiti di prestigio, che si alterneranno sul palco preparando dal vivo le proprie creazioni. A condurre gli incontri sarà Carlo Passera, coordinatore della redazione di Identità Golose, che accompagnerà il pubblico alla scoperta delle ricette, delle tecniche e della filosofia culinaria degli chef. Le preparazioni realizzate durante gli show saranno successivamente offerte ai partecipanti in formato finger food, permettendo di vivere un’esperienza gastronomica completa. L’unione dei due eventi consente di promuovere di concerto l’eccellenza del territorio, mettendo in primo piano la qualità dei vini da Pinot nero (e non solo) e del patrimonio enogastronomico che si esprime su queste colline ai piedi dell’Appennino. Lunedì 7, saranno presenti i ristoranti: Dama, La Cave Cantù, Rimulas, Selvatico, Borgo dei Gatti, La Locanda dei Beccaria, La Stazione di Salice, Gazebo pizzeria artigianale, Iria pasticceria. Gli chef stellati per gli show cooking saranno invece: Salvatore Morello, Roberto di Pinto, Michele Cobuzzi, Andrea de Lillo , Giacomo Devoto, Tim Goelstejin, Mattia Casabianca, Gaia Castelnovo, Tommaso Foglia. Martedì 8, i ristoranti saranno: Villa Naj, Ad Astra, Bazzini, Buscone, Novanta, Osteria del Campanile, Prato Gaio, Il Desco pizzeria, El Teresito pasticceria. Gli chef stellati: Felice Lo Basso, Nino Ferreri, Giuseppe Biuso, Nicolò Rotella, Gian Marco Bianchi, Giacomo Sacchetto, Domenico Giove, Ilaria Caneva, Roberto Rinaldini. Le aziende partner dell’evento, che proporranno a loro volta degustazioni e piccoli assaggi, sono: ACA’ – agricoltura rigenerativa, Adore Vanilla & Cacao, Apicoltura Finocchiaro, Broggi 1818, Infinito design, Callebaut, Coppini arte olearia, Consorzio di tutela del salame di Varzi DOP e La boutique del pane, Finigeto (olio e.v.o. dell’Oltrepò), Monograno Felicetti e La Casearia Carpenedo, Kotanyl – Floriamo – Meracinque, Campo Dell’Oste, La Valle della frutta, Mafalda distilleria, Materica distilleria, Mauro Miliano knife maker, Molino Dallagiovanna, Salumi Daturi e La boutique del pane, San Pellegrino e Le bibite italiane, Presidi e Arca del Gusto di Slow Food (Il Peperone di Voghera e La Cipolla dorata di Voghera), Acqua Panna & San Pellegrino, Voyage Caviar, WDRINK, Castelletto Circuit, Katundi, Lario MI Auto. Tutto l’evento è organizzato con il patrocinio e la collaborazione dei Comuni di Voghera e Torrazza Coste, della Provincia di Pavia, dell’ITA Gallini e di Regione Lombardia. La partecipazione a Oltrepò Terra di Pinot Nero è riservata a stampa e operatori accreditati. L’accesso a Oltregusto è aperto al pubblico, acquistando il biglietto al seguente link: eventboost-ticketing.myshopify.com Segreteria organizzativa e accrediti operatori Oltrepò Terra di Pinot Nero: Scaramuzzi Team, +39 055 494949, scaramuzzi@scaramuzziteam.com La Redazione
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Oltrepò Terra di Pinot Nero prosegue poi nel giardino dell’Istituto Gallini di Voghera, tempio dell’educazione agraria dal 1894. Qui, dalle ore 11 alle 17 saranno aperti i banchi di assaggio di 32 cantine, che proporranno in degustazione a stampa e operatori oltre cento etichette di Classese, Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese DOCG e Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese DOC.
Contemporaneamente, saranno a disposizione due sessioni di degustazione alla cieca dei blanc de noirs e rosé de noir oltrepadani, al mattino dalle ore 12.00 per la stampa e nel pomeriggio dalle ore 14.30 per gli operatori, occasione per un approfondimento sistematico della denominazione, soprattutto nel segno del Classese. Protagoniste della giornata saranno le cantine, in rigoroso ordine alfabetico: Alessio Brandolini, Bosco Longhino, Bruno Verdi, Cà del Gé, Calatroni, Cantina Taia, Cantine Cavallotti, Castello di Cigognola, Conte Vistarino, Cordero San Giorgio, Fiamberti, Finigeto, Francesco Quaquarini, Giorgi, La Genisia, La Piotta, La Travaglina, Lefiole, Lozza, Monsupello, Montelio, Oltrenero, Picchi, Pietro Torti, Prime Alture, Rossetti & Scrivani, Scuropasso, Tenuta Frecciarossa, Tenuta Mazzolino, Tenuta Travaglino, Terre Bentivoglio, Torre degli Alberi. Il programma di OltreGusto Lunedì 7 e martedì 8 settembre, dalle 19 alle 24, i visitatori potranno vivere un’esperienza unica all’insegna del gusto, continuando a degustare i vini DOCG e DOC dell’Oltrepò Pavese, ma incontrando anche i migliori ristoratori del territorio e scoprendo prodotti d’eccellenza grazie alla presenza delle aziende partner dell’evento. Per ciascuna serata, saranno disponibili 5 degustazioni vino e 9 assaggi di altrettanti ristoranti oltrepadani che proporranno piatti caldi e freddi, dolci e salati, tratti dal loro migliore repertorio. Ad affiancarli, però, ci saranno anche gli show cooking con chef stellati italiani e ospiti di prestigio, che si alterneranno sul palco preparando dal vivo le proprie creazioni. A condurre gli incontri sarà Carlo Passera, coordinatore della redazione di Identità Golose, che accompagnerà il pubblico alla scoperta delle ricette, delle tecniche e della filosofia culinaria degli chef. Le preparazioni realizzate durante gli show saranno successivamente offerte ai partecipanti in formato finger food, permettendo di vivere un’esperienza gastronomica completa. L’unione dei due eventi consente di promuovere di concerto l’eccellenza del territorio, mettendo in primo piano la qualità dei vini da Pinot nero (e non solo) e del patrimonio enogastronomico che si esprime su queste colline ai piedi dell’Appennino. Lunedì 7, saranno presenti i ristoranti: Dama, La Cave Cantù, Rimulas, Selvatico, Borgo dei Gatti, La Locanda dei Beccaria, La Stazione di Salice, Gazebo pizzeria artigianale, Iria pasticceria. Gli chef stellati per gli show cooking saranno invece: Salvatore Morello, Roberto di Pinto, Michele Cobuzzi, Andrea de Lillo , Giacomo Devoto, Tim Goelstejin, Mattia Casabianca, Gaia Castelnovo, Tommaso Foglia. Martedì 8, i ristoranti saranno: Villa Naj, Ad Astra, Bazzini, Buscone, Novanta, Osteria del Campanile, Prato Gaio, Il Desco pizzeria, El Teresito pasticceria. Gli chef stellati: Felice Lo Basso, Nino Ferreri, Giuseppe Biuso, Nicolò Rotella, Gian Marco Bianchi, Giacomo Sacchetto, Domenico Giove, Ilaria Caneva, Roberto Rinaldini. Le aziende partner dell’evento, che proporranno a loro volta degustazioni e piccoli assaggi, sono: ACA’ – agricoltura rigenerativa, Adore Vanilla & Cacao, Apicoltura Finocchiaro, Broggi 1818, Infinito design, Callebaut, Coppini arte olearia, Consorzio di tutela del salame di Varzi DOP e La boutique del pane, Finigeto (olio e.v.o. dell’Oltrepò), Monograno Felicetti e La Casearia Carpenedo, Kotanyl – Floriamo – Meracinque, Campo Dell’Oste, La Valle della frutta, Mafalda distilleria, Materica distilleria, Mauro Miliano knife maker, Molino Dallagiovanna, Salumi Daturi e La boutique del pane, San Pellegrino e Le bibite italiane, Presidi e Arca del Gusto di Slow Food (Il Peperone di Voghera e La Cipolla dorata di Voghera), Acqua Panna & San Pellegrino, Voyage Caviar, WDRINK, Castelletto Circuit, Katundi, Lario MI Auto. Tutto l’evento è organizzato con il patrocinio e la collaborazione dei Comuni di Voghera e Torrazza Coste, della Provincia di Pavia, dell’ITA Gallini e di Regione Lombardia. La partecipazione a Oltrepò Terra di Pinot Nero è riservata a stampa e operatori accreditati. L’accesso a Oltregusto è aperto al pubblico, acquistando il biglietto al seguente link: eventboost-ticketing.myshopify.com Segreteria organizzativa e accrediti operatori Oltrepò Terra di Pinot Nero: Scaramuzzi Team, +39 055 494949, scaramuzzi@scaramuzziteam.com La Redazione
31 Agosto, 2026
Arillo in Terrabianca. Adriana Burkard, intanto custode, poi la terra farà il resto
Alcune eredità non si misurano in ettari o bottiglie. Si riconoscono nelle scelte quotidiane, nel rispetto per la terra e nella volontà di preservare ciò che conta. È da qui che prende forma il percorso di Adriana Burkard ad Arillo in Terrabianca, una storia che parla di famiglia, identità e futuro attraverso il linguaggio più sincero del territorio.
Arillo in Terrabianca, la terra come eredità e il vino come memoria
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.
Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino. Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica. Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope. La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa? La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo. Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa. Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto. Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo. Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte. default Una famiglia non si salva dividendosi il futuro Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice. È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato. Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so. Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza. Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori. Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune. default Custodi Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce. È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi. Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui. Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male. Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare. Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla. Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente. Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino. Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare. All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso. Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili. Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati. La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri. Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo? Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali. Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare. Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà. Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande. L’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo. Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo. Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità. Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro. Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio. Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo. Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso. Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente. Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella. Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo. La memoria sensoriale che abbiamo perduto Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine. È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega. La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità. L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro. Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia. La terra farà il resto Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni. La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui. E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare. Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi. Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi. Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito. La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino. Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica. Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope. La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa? La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo. Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa. Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto. Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo. Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte. default Una famiglia non si salva dividendosi il futuro Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice. È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato. Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so. Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza. Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori. Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune. default Custodi Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce. È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi. Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui. Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male. Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare. Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla. Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente. Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino. Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare. All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso. Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili. Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati. La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri. Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo? Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali. Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare. Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà. Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande. L’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo. Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo. Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità. Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro. Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio. Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo. Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso. Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente. Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella. Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo. La memoria sensoriale che abbiamo perduto Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine. È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega. La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità. L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro. Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia. La terra farà il resto Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni. La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui. E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare. Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi. Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi. Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito. La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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30 Agosto, 2026
Gin & Tonic Festival compie 10 anni e arriva per la prima volta a Verona
Da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026 il Parco Ottocento di Verona celebra una tappa importantissima del tour del più importante festival italiano dedicato al Gin & Tonic, che quest’anno festeggia la sua decima edizione.
Il Gin & Tonic Festival, la più importante manifestazione italiana interamente dedicata alla cultura del gin, taglia nel 2026 il traguardo dei dieci anni di attività. Nato nel 2016, l’evento si è affermato come l’appuntamento più importante del settore in Italia, capace di richiamare a ogni edizione migliaia di appassionati attorno al mondo delle distillazioni, delle botaniche e della miscelazione. Un’identità riassunta dal messaggio che accompagna il festival fin dalla prima edizione: “L’originale. Il più grande. L’unico”.
Per celebrare al meglio questo anniversario, nel 2026 il Gin & Tonic Festival ha dato vita ad un Summer Tour che sta attraversando l’Italia, portando con sé tutta l’energia e lo spirito del festival. Dopo le tappe ufficiali in Sardegna, Torino e Montesilvano, accompagnate da una serie di appuntamenti Pop Up in altre città Italiane e – debutto all’estero – a Berlino, il tour si prepara ora a raggiungere una nuova, importante destinazione.
Dal 4 al 6 settembre, infatti, il Gin & Tonic Festival arriverà per la prima volta a Verona, con tre giorni interamente dedicati al mondo del gin, tra degustazioni, musica, intrattenimento e tante esperienze da vivere. La sede scelta per il debutto veronese è Parco Ottocento, in via Boscomantico 9: un’area verde di 120.000 metri quadrati che il festival trasformerà in un vero e proprio villaggio esperienziale diffuso, con un percorso pensato per accompagnare il pubblico tra aree tematiche, degustazioni e intrattenimento, immersi in un polmone verde a pochi chilometri dal centro di Verona.
Cuore della manifestazione saranno tutte le iniziative dedicate alla scoperta del gin, con oltre 400 etichette provenienti da tutto il mondo: dai grandi marchi internazionali alle produzioni artigianali più ricercate, fino alle eccellenze botaniche italiane. Un’attenzione particolare sarà riservata al territorio con i Local Heroes, lo spazio dedicato alle produzioni venete. I produttori saranno inoltre presenti con i propri stand, dove potranno raccontare direttamente al pubblico le loro realtà e i prodotti offrendo la possibilità di acquistare le bottiglie durante il festival.
A completare il programma del festival, un team di bartender professionisti accompagnerà i visitatori nella scelta e nella composizione del proprio Gin & Tonic perfetto.
Ampio spazio anche al food: un’ampia area BBQ autonoma permetterà al pubblico di acquistare carne fresca e opzioni vegetariane e cuocerle in autonomia, mentre la Food Truck Area proporrà una selezione di street food gourmet italiano e internazionale pensata per accompagnare al meglio i drink.
Il programma prevede inoltre masterclass gratuite condotte da esperti internazionali del gin, tra cui Marco Bertoncini, dedicate alle tecniche di miscelazione e alla storia della distillazione, e Gin Lab, il laboratorio interattivo realizzato in collaborazione con iltuogin.it, che permette a ogni partecipante di creare, imbottigliare e portare a casa una propria etichetta di gin personalizzata. Ad accompagnare le tre serate sarà un programma musicale che spazia da sonorità chill e funky al tramonto fino a dj set e karaoke collettivo in notturna, insieme ad aree relax, giochi e attività pensate anche per le famiglie.
Per chi vorrà infine portare a casa una bottiglia, sarà disponibile il Gin Shop ufficiale del festival, con prezzi speciali riservati ai partecipanti.
L’edizione veronese nasce in collaborazione con il local partner Studio Suono.
Pierangelo Vitelli di Studio Suono
Siamo molto orgogliosi di questa partnership e di poter ospitare a Verona, nel primo weekend di settembre, un evento di tale portata. Sarà un’occasione per il pubblico veronese e per i tanti turisti presenti in città di conoscere e degustare diverse tipologie di gin, il tutto in una cornice unica come Parco Ottocento. L’ingresso sarà libero.
Info e biglietti
L’ingresso all’evento è gratuito, previa registrazione sulla piattaforma Eventbrite
Date e Orari: da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026, dalle 18 all’1
Location: Parco Ottocento, Verona
Link Biglietti: Eventbrite Gin & Tonic Festival 2026
Canali Ufficiali: Sito: gintonicfestival.com | Instagram: @gintonic_festival | Facebook: Gin & Tonic Festival La Redazione
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Date e Orari: da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026, dalle 18 all’1
Location: Parco Ottocento, Verona
Link Biglietti: Eventbrite Gin & Tonic Festival 2026
Canali Ufficiali: Sito: gintonicfestival.com | Instagram: @gintonic_festival | Facebook: Gin & Tonic Festival La Redazione