Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
7 Settembre, 2026
Crossing Giancola 2026: il benessere si mette in movimento tra natura e vino
Domenica 6 settembre la Tenuta di Jaddico-Giancola di Tenute Rubino ha accolto il pubblico con un pomeriggio dedicato al movimento, alla natura, al relax e alla degustazione, in uno dei luoghi più identitari dell’azienda, nel cuore della terra del Susumaniello, vitigno autoctono che la famiglia Rubino ha contribuito a valorizzare e rendere simbolo della propria identità.
L’appuntamento rientra nel calendario collettivo “Sulla Via del Brindisi”, promosso da Appia Wine Road, l’associazione di sette cantine nata per valorizzare il patrimonio vitivinicolo e il paesaggio rurale attraversati dal tratto terminale della Via Appia-Traiana. L’evento si inserisce nell’anno in cui ricorre il secondo anniversario del riconoscimento della Via Appia come Patrimonio Unesco. Un legame che nasce dal luogo stesso: la Tenuta di Jaddico-Giancola si trova lungo l’antico tracciato della via Traiana, nel tratto terminale che conduceva verso il mare e il porto di Brindisi.
Correre, pedalare, camminare, respirare, nuotare. E, alla fine, brindare. È questa la formula di Crossing Giancola 2026: un invito della famiglia Rubino a vivere la Tenuta di Jaddico-Giancola a passo libero, seguendo il proprio ritmo e lasciandosi guidare dal paesaggio, dai suoni e dai silenzi della natura
Dopo la prima, coinvolgente edizione, il programma si amplia e propone attività per sportivi, appassionati di outdoor, famiglie e wine lovers, ma anche per chi semplicemente desidera regalarsi qualche ora di energia e leggerezza immerso nella natura.
Si parte alle 17.00 con diverse esperienze in contemporanea: una camminata attiva di circa un’ora tra filari e paesaggio rurale, un percorso dedicato alla corsa guidato da Vito Scarcella e Francesco Schirinzi, due appassionati runner e conoscitori del territorio, e due proposte sulle due ruote, con la mountain bike dell’ASD Bici Club Carovigno e il percorso slow firmato Madera Bike Tour di Daniele Pomes, con 14 bici disponibili a noleggio.
Per chi preferisce rallentare, spazio allo yoga al tramonto con Lidia Corallo, che porterà la pratica fuori dal tappetino, tra respiro, ascolto e connessione con il paesaggio. Tra le novità di questa edizione c’è anche l’esperienza in mare: un percorso di nuoto nel tratto antistante Torre Testa, guidato da Marco Simone, allenatore, istruttore di nuoto e nuotatore Master, coordinatore di Apulian Open Water, gruppo di appassionati uniti dall’amore per il mare e per il nuoto in acque libere.
Niente classifiche, niente cronometri, niente stress: Crossing Giancola non è una gara, ma un pomeriggio di relax e benessere. Un modo diverso di attraversare un luogo e sentirsi bene. Il movimento diventa così una chiave per entrare in sintonia con la natura, esplorare il territorio e arrivare al momento più atteso con ancora più voglia di stare insieme.
Intorno alle 19.00, infatti, tutti i percorsi convergeranno nell’area degustazione per un aperitivo al tramonto di fronte a Torre Testa, con il mare sullo sfondo e i vini prodotti con le uve della stessa Tenuta di Jaddico-Giancola nel calice.
A raccontare aneddoti, storia, vitigni e profumi nel calice saranno Jasmin Almiento, Brand Ambassador e sommelier professionista di Tenute Rubino e Stefano Leggiero, sommelier ed enologo specializzato in viticoltura digitale, affiancati da tre collaboratori storici dell’area produzione. Leo Borsetti, Francesco Morleo e Dante De Cataldo. Un brindisi finale che diventa parte integrante dell’esperienza: ritrovare nel calice la brezza, la luce e i profumi del paesaggio appena attraversato.
Crossing Giancola 2026 è un invito a staccare, muoversi, respirare e brindare. Perché a volte il modo migliore per scoprire un territorio è semplicemente attraversarlo. E poi fermarsi, insieme, davanti ad un calice di vino.
Prenotazione obbligatoria
Tenute Rubino www.tenuterubino.com
Informazioni: 0831 571955 / 377 3713039
La Redazione
Leggi
7 Settembre, 2026
Mosella. Il punto di equilibrio
Riesling, terroir e rapporto tra dolcezza, freschezza e mineralità
La Mosella si presenta con un paesaggio molto riconoscibile: il fiume, i piccoli paesi lungo le rive e i vigneti che risalgono pendii spesso molto ripidi. È però iniziando a degustare che emergono le differenze più interessanti.
Nel giro di pochi chilometri cambiano esposizioni, pendenze, microclimi e suoli. L’ardesia assume tonalità e caratteristiche differenti, mentre maturazione delle uve e scelte del produttore completano il quadro. Il Riesling resta il filo conduttore, ma nel bicchiere può assumere forme molto diverse: completamente secco oppure con residuo zuccherino, più sottile o più concentrato, con il frutto in primo piano oppure maggiormente segnato dal suolo.
Durante alcuni giorni trascorsi tra Brauneberg, Zeltingen-Rachtig, Bernkastel, Wehlen, Mülheim, la Ruwer e Pünderich, l’interesse principale è stato capire perché vini nati a poca distanza l’uno dall’altro potessero risultare così diversi. Il Riesling conserva naturalmente acidità elevate; il clima favorisce maturazioni lente e i terreni di ardesia, insieme alle forti pendenze e alle esposizioni favorevoli, incidono sul carattere dei vini. Anche il residuo zuccherino va letto in questo contesto: in Mosella un vino dolce non è necessariamente pesante e un trocken non deve essere per forza austero. Conta soprattutto il rapporto tra maturità, acidità, zucchero residuo e struttura.
Per orientarsi tra le diverse tipologie è utile separare due aspetti che spesso vengono confusi. Kabinett, Spätlese e Auslese indicano innanzitutto un diverso grado di maturazione delle uve al momento della raccolta. Il Kabinett parte generalmente da uve meno mature e dà vini più sottili e leggeri; nello Spätlese aumenta la maturità del frutto e con l’Auslese cresce ulteriormente la concentrazione. Questo però non significa che Kabinett, Spätlese e Auslese corrispondano automaticamente a vini via via più dolci.
Il secondo elemento è il residuo zuccherino del vino finito, che dipende anche dalle scelte di vinificazione. La dicitura trocken identifica un vino secco; feinherb viene utilizzato per vini con una maggiore morbidezza e una presenza zuccherina percepibile, ma sostenuta dall’acidità; nei vini fruchtsüss la componente dolce è invece più evidente. Per comprendere davvero un Riesling della Mosella bisogna quindi leggere insieme questi due livelli: la maturità dell’uva da cui nasce e il modo in cui zucchero residuo, acidità e struttura trovano il loro equilibrio nel bicchiere.
Brauneberg
Brauneberg è stata la nostra base durante il viaggio e si è rivelata una buona posizione da cui iniziare a leggere il territorio. Il paese corre lungo la Mosella e alle sue spalle sale il Brauneberger Juffer. Dal basso colpisce soprattutto la pendenza dei vigneti; salendo diventa più chiaro il rapporto tra versante, esposizione e fiume.
Qui abbiamo soggiornato presso il Weingut Gehlen-Cornelius, una realtà familiare diversa per dimensioni e impostazione dalle aziende più note incontrate nei giorni successivi. Gli spazi sono semplici e raccolti, senza una separazione netta tra luogo di lavoro e accoglienza, e restituiscono bene la dimensione familiare della cantina. A presentarci i vini è Daniel Gehlen, con un approccio diretto e concreto, concentrato soprattutto sul vigneto e sul carattere dei diversi Riesling.
Il Brauneberger Juffer Riesling Trocken 2024 mostra bene questa impostazione. Secco e lineare, ha un frutto nitido, freschezza ben integrata e una vena minerale che ne prolunga il finale. Non cerca concentrazione esasperata né particolare complessità, ma conserva una chiara identità territoriale. È un vino utile anche per ricordare che la Mosella non vive soltanto delle sue etichette più prestigiose: il carattere del territorio può essere leggibile anche in bottiglie più immediate e accessibili.
Günther Steinmetz
Da Günther Steinmetz la degustazione si svolge all’aperto, in un piccolo giardino tra piante e fiori, sotto una struttura in ferro che ripara il tavolo. Il contesto è informale e rende subito percepibile la dimensione artigianale della cantina.
È Günther Steinmetz stesso ad accompagnarci nell’assaggio, con un racconto concentrato sulle parcelle, sulle vecchie vigne e sulle differenze tra i singoli siti. Il Graacher Domprobst Riesling Trocken “Alte Reben” 2022 mostra un profilo più intenso. Al naso emergono ardesia fumé e pietra focaia, seguite da limone maturo, pompelmo giallo, pesca bianca, erbe aromatiche e leggere sfumature balsamiche. Al palato è asciutto e succoso, con acidità netta e una marcata impronta salina. Il finale è lungo, con ritorni minerali ed erbacei.
Rispetto al Brauneberger Juffer di Gehlen-Cornelius, il frutto arretra e lascia maggiore spazio alla tensione e alla profondità. Le vecchie vigne contribuiscono alla concentrazione senza appesantire il sorso. Il confronto mostra quanto possano cambiare due Riesling secchi nati a poca distanza. Markus Molitor Con Markus Molitor cambia la scala. La sede conserva all’esterno il carattere della Mosella, con una facciata in pietra e una grande scalinata che conduce agli ambienti di degustazione. La sala è luminosa ed elegante: pareti chiare, un lungo tavolo in legno prestigioso, pochi elementi decorativi e tutto concentrato sull’assaggio.
A guidarci è Annika, che rende leggibile una gamma molto ampia, accompagnandoci tra vigneti, livelli di maturazione e differenti interpretazioni del Riesling. Per orientarsi viene utilizzato il noto sistema delle capsule: bianca per i vini secchi, verde per quelli feinherb, oro per le versioni fruchtsüss. Il Bernkasteler Doctor Riesling *** 2021, capsula bianca, rappresenta bene questa impostazione. Il Doctor è uno dei vigneti più conosciuti della Mosella e il vino appare ancora giovane e raccolto. L’acidità è incisiva, la componente minerale ben definita e la materia importante. Il frutto resta più indietro e il sorso si sviluppa soprattutto sulla tensione.
Non è un Riesling immediato. Le diverse componenti sono ancora in fase di integrazione, ma la struttura lascia intuire una notevole capacità evolutiva. Rispetto a Steinmetz aumenta la profondità e il vino richiede più tempo per distendersi. Dr. Loosen Da Dr. Loosen la cantina si apre su un ampio cortile in pietra, delimitato da muri in ardesia, con i vigneti che salgono subito alle spalle della proprietà. All’interno la degustazione si svolge in una grande sala scandita da volte bianche e colonne, con lunghi tavoli in legno e un’impostazione più strutturata.
È Ernst Loosen stesso ad accompagnarci nell’assaggio, riportando il discorso ai vigneti e alle differenze tra i grandi cru della Mittelmosel. L’Ürziger Würzgarten Riesling Spätlese Tradition 1993 è uno degli assaggi più significativi del viaggio. Dopo oltre trent’anni, il residuo zuccherino non appare più come una componente separata. Il frutto ha assunto tonalità mature e complesse, mentre l’acidità continua a sostenere il vino e a conservarne dinamismo. Il Würzgarten aggiunge una speziatura evidente che porta il vino verso un profilo più maturo e articolato.
L’interesse non è soltanto nella capacità di conservarsi nel tempo, ma nel modo in cui l’evoluzione ha modificato le proporzioni. La dolcezza si è integrata, la freschezza resta presente e il vino ha acquisito maggiore compattezza. L’acidità non serve quindi soltanto a dare slancio al Riesling giovane, ma diventa una componente strutturale della sua longevità. Joh. Jos. Prüm A Wehlen, da Joh. Jos. Prüm, la sede ha il carattere di una dimora storica, con facciata in pietra, elementi decorativi e un’impostazione elegante ma non monumentale. La degustazione si svolge in una sala arredata elegantemente, con poltroncine e un grande tavolo imperiale, in un contesto dal tono elegante e prestigioso.
A guidarci è Mariana, che accompagna il percorso attraverso Kabinett, Spätlese e Auslese con grande chiarezza, rendendo comprensibili le differenze tra maturazione, dolcezza e acidità. Il Graacher Himmelreich Riesling Spätlese 2015 è un esempio particolarmente chiaro. Il residuo zuccherino è evidente, ma il vino conserva agilità. L’acidità attraversa il sorso, il frutto resta preciso e la gradazione alcolica contenuta contribuisce alla leggerezza complessiva. Nel finale compare una vena minerale che evita eccessi di morbidezza.
Definirlo semplicemente “dolce” sarebbe riduttivo. Lo stile di Prüm si riconosce proprio nella capacità di ottenere profondità senza volume eccessivo. Rispetto al 1993 di Loosen, il 2015 mostra un momento evolutivo differente: maggiore freschezza, frutto più definito e un equilibrio ancora sostenuto soprattutto dall’acidità. Max Ferd. Richter Da Max Ferd. Richter si entra in una cantina dal carattere fortemente tradizionale. All’esterno dominano pietra scura e legno, con una struttura che conserva l’aspetto di una Weingut storica. La degustazione si svolge invece in una stanza molto accogliente, con raffinata carta da parati a motivi vegetali e un tavolo preparato con eleganza e schede e mappe dei vigneti.
A condurla è Dr. Dirk Richter. Il racconto affascinante parte spesso dalle parcelle, dalla continuità familiare e dalla storia tedesca ed europea per arrivare direttamente ai vini. Il Wehlener Sonnenuhr Riesling GG “Uralte Reben” trocken 2024 rappresenta bene questa impostazione. Le vigne molto vecchie portano profondità e concentrazione, ma il vino conserva eleganza. Il frutto è definito, l’acidità ben integrata e la vena minerale accompagna il sorso senza dominarlo.
Accanto alla maggiore severità del Bernkasteler Doctor di Molitor, questo Riesling appare più disponibile fin dall’assaggio. È completamente secco, ma maturità e freschezza rimangono ben proporzionate e la profondità non compromette la precisione. Maximin Grünhaus A Maximin Grünhaus la degustazione si svolge in una sala luminosa, con un grande tavolo in legno, librerie e scaffali con le bottiglie della tenuta. Accanto ai calici e alle schede compaiono campioni di roccia provenienti dai diversi vigneti, un dettaglio che rende immediato il legame tra suolo e vino.
Rebecca costruisce il percorso sul confronto tra Abtsberg, Herrenberg e Bruderberg, spiegandone differenze di esposizione, struttura e stile prima di ritrovarle nel bicchiere. Il vino che più chiaramente mostra il rapporto tra maturazione, dolcezza e freschezza è l’Abtsberg Riesling Beerenauslese 2018. Con la Beerenauslese entriamo in una categoria diversa: uve fortemente concentrate e una presenza zuccherina importante danno origine a un Riesling di grande ricchezza.
La dolcezza, tuttavia, non si traduce in pesantezza. La concentrazione del frutto trova nell’acidità il proprio contrappeso e mantiene il sorso dinamico. La maturità porta intensità e profondità, mentre la freschezza conserva precisione e prolunga il finale.
È uno degli assaggi che spiegano meglio perché, parlando di Mosella, sia poco utile giudicare un vino soltanto in base alla quantità di zucchero residuo. Una Beerenauslese può essere intensamente dolce e al tempo stesso conservare tensione e leggibilità. Clemens Busch A Pünderich, da Clemens Busch, la casa, poco riconoscibile mancando qualsiasi riferimento, conserva all’esterno il carattere tradizionale della Mosella, con elementi a graticcio, decorazioni dipinte e un ingresso in pietra. La degustazione avviene in una piccola stanza, con travi in legno a vista e bottiglie disposte lungo una mensola. Il contesto è intimo e privo di formalità, più commerciale, molto diverso dalle realtà più strutturate visitate nei giorni precedenti.
Qui il discorso torna sulle singole parcelle del Pündericher Marienburg e sulle diverse matrici geologiche che Busch cerca di preservare nei vini. Il Pündericher Marienburg Rothenpfad Riesling Trocken GG nasce in una zona caratterizzata dall’ardesia rossa. Il profilo è speziato, con il frutto relativamente discreto rispetto a molti degli assaggi precedenti. Al palato è teso e salino, con acidità precisa e un finale persistente nel quale tornano spezie e sensazioni minerali.
È un vino meno immediato rispetto a Richter o Gehlen-Cornelius, ma particolarmente utile per comprendere quanto il suolo possa incidere sull’espressione del Riesling. Nel caso di Busch la mineralità non va letta soltanto come un descrittore olfattivo: è soprattutto una sensazione gustativa, legata alla struttura, alla sapidità e alla persistenza del vino. La Mosella dal fiume Dopo diversi giorni di degustazioni, osservare la Mosella dal fiume aiuta a riunire ciò che nel bicchiere era apparso frammentato. Le pendenze, i cambi di esposizione e la successione dei vigneti diventano più leggibili seguendo le anse della valle. Da questa prospettiva si comprende meglio perché, in pochi chilometri, lo stesso Riesling possa assumere caratteri così diversi. Il territorio appare compatto, ma è molto più articolato di quanto sembri osservandolo per la prima volta. Il punto di equilibrio Dopo alcuni giorni e molti Riesling, ciò che inizialmente sembrava difficile da ordinare diventa più chiaro. La Mosella non trova il proprio equilibrio in una quantità precisa di zucchero, in un livello di acidità o in una particolare espressione minerale. Lo trova nel rapporto tra questi elementi, che cambia con il vigneto, con il grado di maturazione delle uve e con l’interpretazione del produttore.
Uno Spätlese di Prüm può avere dolcezza e insieme leggerezza; una Beerenauslese di Grünhaus può raggiungere concentrazioni molto elevate senza perdere tensione; un trocken di Busch può essere severo e salino; il Bernkasteler Doctor di Molitor può affidare alla struttura e al tempo una parte importante del proprio equilibrio.
Sono modi diversi attraverso i quali lo stesso vitigno restituisce un territorio particolarmente articolato. Il Riesling permette di cogliere queste differenze con chiarezza perché conserva acidità, precisione aromatica e capacità di esprimere maturazione, suolo e scelte produttive.
La Mosella trova così la propria identità non in uno stile unico, ma nelle diverse proporzioni con cui freschezza, dolcezza, struttura e mineralità convivono nel bicchiere. Foto: Roberta Chiari Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
Su Instagram è lllll_Luke_lllll!
Leggi
È Günther Steinmetz stesso ad accompagnarci nell’assaggio, con un racconto concentrato sulle parcelle, sulle vecchie vigne e sulle differenze tra i singoli siti. Il Graacher Domprobst Riesling Trocken “Alte Reben” 2022 mostra un profilo più intenso. Al naso emergono ardesia fumé e pietra focaia, seguite da limone maturo, pompelmo giallo, pesca bianca, erbe aromatiche e leggere sfumature balsamiche. Al palato è asciutto e succoso, con acidità netta e una marcata impronta salina. Il finale è lungo, con ritorni minerali ed erbacei.
Rispetto al Brauneberger Juffer di Gehlen-Cornelius, il frutto arretra e lascia maggiore spazio alla tensione e alla profondità. Le vecchie vigne contribuiscono alla concentrazione senza appesantire il sorso. Il confronto mostra quanto possano cambiare due Riesling secchi nati a poca distanza. Markus Molitor Con Markus Molitor cambia la scala. La sede conserva all’esterno il carattere della Mosella, con una facciata in pietra e una grande scalinata che conduce agli ambienti di degustazione. La sala è luminosa ed elegante: pareti chiare, un lungo tavolo in legno prestigioso, pochi elementi decorativi e tutto concentrato sull’assaggio.
A guidarci è Annika, che rende leggibile una gamma molto ampia, accompagnandoci tra vigneti, livelli di maturazione e differenti interpretazioni del Riesling. Per orientarsi viene utilizzato il noto sistema delle capsule: bianca per i vini secchi, verde per quelli feinherb, oro per le versioni fruchtsüss. Il Bernkasteler Doctor Riesling *** 2021, capsula bianca, rappresenta bene questa impostazione. Il Doctor è uno dei vigneti più conosciuti della Mosella e il vino appare ancora giovane e raccolto. L’acidità è incisiva, la componente minerale ben definita e la materia importante. Il frutto resta più indietro e il sorso si sviluppa soprattutto sulla tensione.
Non è un Riesling immediato. Le diverse componenti sono ancora in fase di integrazione, ma la struttura lascia intuire una notevole capacità evolutiva. Rispetto a Steinmetz aumenta la profondità e il vino richiede più tempo per distendersi. Dr. Loosen Da Dr. Loosen la cantina si apre su un ampio cortile in pietra, delimitato da muri in ardesia, con i vigneti che salgono subito alle spalle della proprietà. All’interno la degustazione si svolge in una grande sala scandita da volte bianche e colonne, con lunghi tavoli in legno e un’impostazione più strutturata.
È Ernst Loosen stesso ad accompagnarci nell’assaggio, riportando il discorso ai vigneti e alle differenze tra i grandi cru della Mittelmosel. L’Ürziger Würzgarten Riesling Spätlese Tradition 1993 è uno degli assaggi più significativi del viaggio. Dopo oltre trent’anni, il residuo zuccherino non appare più come una componente separata. Il frutto ha assunto tonalità mature e complesse, mentre l’acidità continua a sostenere il vino e a conservarne dinamismo. Il Würzgarten aggiunge una speziatura evidente che porta il vino verso un profilo più maturo e articolato.
L’interesse non è soltanto nella capacità di conservarsi nel tempo, ma nel modo in cui l’evoluzione ha modificato le proporzioni. La dolcezza si è integrata, la freschezza resta presente e il vino ha acquisito maggiore compattezza. L’acidità non serve quindi soltanto a dare slancio al Riesling giovane, ma diventa una componente strutturale della sua longevità. Joh. Jos. Prüm A Wehlen, da Joh. Jos. Prüm, la sede ha il carattere di una dimora storica, con facciata in pietra, elementi decorativi e un’impostazione elegante ma non monumentale. La degustazione si svolge in una sala arredata elegantemente, con poltroncine e un grande tavolo imperiale, in un contesto dal tono elegante e prestigioso.
A guidarci è Mariana, che accompagna il percorso attraverso Kabinett, Spätlese e Auslese con grande chiarezza, rendendo comprensibili le differenze tra maturazione, dolcezza e acidità. Il Graacher Himmelreich Riesling Spätlese 2015 è un esempio particolarmente chiaro. Il residuo zuccherino è evidente, ma il vino conserva agilità. L’acidità attraversa il sorso, il frutto resta preciso e la gradazione alcolica contenuta contribuisce alla leggerezza complessiva. Nel finale compare una vena minerale che evita eccessi di morbidezza.
Definirlo semplicemente “dolce” sarebbe riduttivo. Lo stile di Prüm si riconosce proprio nella capacità di ottenere profondità senza volume eccessivo. Rispetto al 1993 di Loosen, il 2015 mostra un momento evolutivo differente: maggiore freschezza, frutto più definito e un equilibrio ancora sostenuto soprattutto dall’acidità. Max Ferd. Richter Da Max Ferd. Richter si entra in una cantina dal carattere fortemente tradizionale. All’esterno dominano pietra scura e legno, con una struttura che conserva l’aspetto di una Weingut storica. La degustazione si svolge invece in una stanza molto accogliente, con raffinata carta da parati a motivi vegetali e un tavolo preparato con eleganza e schede e mappe dei vigneti.
A condurla è Dr. Dirk Richter. Il racconto affascinante parte spesso dalle parcelle, dalla continuità familiare e dalla storia tedesca ed europea per arrivare direttamente ai vini. Il Wehlener Sonnenuhr Riesling GG “Uralte Reben” trocken 2024 rappresenta bene questa impostazione. Le vigne molto vecchie portano profondità e concentrazione, ma il vino conserva eleganza. Il frutto è definito, l’acidità ben integrata e la vena minerale accompagna il sorso senza dominarlo.
Accanto alla maggiore severità del Bernkasteler Doctor di Molitor, questo Riesling appare più disponibile fin dall’assaggio. È completamente secco, ma maturità e freschezza rimangono ben proporzionate e la profondità non compromette la precisione. Maximin Grünhaus A Maximin Grünhaus la degustazione si svolge in una sala luminosa, con un grande tavolo in legno, librerie e scaffali con le bottiglie della tenuta. Accanto ai calici e alle schede compaiono campioni di roccia provenienti dai diversi vigneti, un dettaglio che rende immediato il legame tra suolo e vino.
Rebecca costruisce il percorso sul confronto tra Abtsberg, Herrenberg e Bruderberg, spiegandone differenze di esposizione, struttura e stile prima di ritrovarle nel bicchiere. Il vino che più chiaramente mostra il rapporto tra maturazione, dolcezza e freschezza è l’Abtsberg Riesling Beerenauslese 2018. Con la Beerenauslese entriamo in una categoria diversa: uve fortemente concentrate e una presenza zuccherina importante danno origine a un Riesling di grande ricchezza.
La dolcezza, tuttavia, non si traduce in pesantezza. La concentrazione del frutto trova nell’acidità il proprio contrappeso e mantiene il sorso dinamico. La maturità porta intensità e profondità, mentre la freschezza conserva precisione e prolunga il finale.
È uno degli assaggi che spiegano meglio perché, parlando di Mosella, sia poco utile giudicare un vino soltanto in base alla quantità di zucchero residuo. Una Beerenauslese può essere intensamente dolce e al tempo stesso conservare tensione e leggibilità. Clemens Busch A Pünderich, da Clemens Busch, la casa, poco riconoscibile mancando qualsiasi riferimento, conserva all’esterno il carattere tradizionale della Mosella, con elementi a graticcio, decorazioni dipinte e un ingresso in pietra. La degustazione avviene in una piccola stanza, con travi in legno a vista e bottiglie disposte lungo una mensola. Il contesto è intimo e privo di formalità, più commerciale, molto diverso dalle realtà più strutturate visitate nei giorni precedenti.
Qui il discorso torna sulle singole parcelle del Pündericher Marienburg e sulle diverse matrici geologiche che Busch cerca di preservare nei vini. Il Pündericher Marienburg Rothenpfad Riesling Trocken GG nasce in una zona caratterizzata dall’ardesia rossa. Il profilo è speziato, con il frutto relativamente discreto rispetto a molti degli assaggi precedenti. Al palato è teso e salino, con acidità precisa e un finale persistente nel quale tornano spezie e sensazioni minerali.
È un vino meno immediato rispetto a Richter o Gehlen-Cornelius, ma particolarmente utile per comprendere quanto il suolo possa incidere sull’espressione del Riesling. Nel caso di Busch la mineralità non va letta soltanto come un descrittore olfattivo: è soprattutto una sensazione gustativa, legata alla struttura, alla sapidità e alla persistenza del vino. La Mosella dal fiume Dopo diversi giorni di degustazioni, osservare la Mosella dal fiume aiuta a riunire ciò che nel bicchiere era apparso frammentato. Le pendenze, i cambi di esposizione e la successione dei vigneti diventano più leggibili seguendo le anse della valle. Da questa prospettiva si comprende meglio perché, in pochi chilometri, lo stesso Riesling possa assumere caratteri così diversi. Il territorio appare compatto, ma è molto più articolato di quanto sembri osservandolo per la prima volta. Il punto di equilibrio Dopo alcuni giorni e molti Riesling, ciò che inizialmente sembrava difficile da ordinare diventa più chiaro. La Mosella non trova il proprio equilibrio in una quantità precisa di zucchero, in un livello di acidità o in una particolare espressione minerale. Lo trova nel rapporto tra questi elementi, che cambia con il vigneto, con il grado di maturazione delle uve e con l’interpretazione del produttore.
Uno Spätlese di Prüm può avere dolcezza e insieme leggerezza; una Beerenauslese di Grünhaus può raggiungere concentrazioni molto elevate senza perdere tensione; un trocken di Busch può essere severo e salino; il Bernkasteler Doctor di Molitor può affidare alla struttura e al tempo una parte importante del proprio equilibrio.
Sono modi diversi attraverso i quali lo stesso vitigno restituisce un territorio particolarmente articolato. Il Riesling permette di cogliere queste differenze con chiarezza perché conserva acidità, precisione aromatica e capacità di esprimere maturazione, suolo e scelte produttive.
La Mosella trova così la propria identità non in uno stile unico, ma nelle diverse proporzioni con cui freschezza, dolcezza, struttura e mineralità convivono nel bicchiere. Foto: Roberta Chiari Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
Su Instagram è lllll_Luke_lllll!
6 Settembre, 2026
Les Grands Chais de France presenta SecretsdeCave.com
Les Grand Chais de France, il più grande produttore ed esportatore di vino francese guidato dalla famiglia Helfrich, presenta SecretsdeCave.com, la piattaforma web nata per condurre appassionati e wine lover attraverso le molteplici esperienze proposte dalle maison vitivinicole controllare dal Gruppo.
Attraverso SecretsdeCave.com è infatti possibile acquistare vini, prenotare visite e degustazioni in cantina, personalizzare bottiglie per occasioni speciali e conoscere tutto il mondo enologico che ruota intorno a Les Grands Chais de France: Alsazia, Bordeaux, Borgogna, Diois, Jura, Languedoc, Loira e Provenza, sono le regioni in cui il Gruppo gestisce tenute, château e domaine tra i più importanti di Francia, luoghi magici dove vengono prodotti vini unici, esportati in 170 Paesi al mondo.
Grazie a SecretsdeCave.com, questi luoghi diventano “accessibili” a tutti, a portata di click, attraverso un sito che conduce l’utente direttamente all’interno delle 15 aziende vitivinicole di proprietà del Gruppo: Caves Carod, Chartron & Trébuchet, Château De Fesles, Château De La Galinière, Domaine De La Baume, Domaine Marguerite Carillon, Domaine Viticole De La Ville De Colmar, Maison Arthur Metz, Maison Du Vigneron – Domaine De Savagny, Maison Klipfel, Maison Lacheteau, Maison Moillard – Beaune, Maison Moillard – Meursault, Maison Moillard – Nuits-Saint-Georges e Maison Sauvion.
SecretsdeCave.com mette in contatto tutte queste realtà, agendo come grande hub del Gruppo. Gli ordini vengono gestiti entro 48 ore e le spedizioni sono garantite in tutto il mondo e sicure grazie sia nelle modalità di imballaggio sia in quelle di pagamento, disponibili attraverso carte di credito, Apple Pay e bonifico.
La piattaforma dispone anche di un servizio clienti composto da persone reali che si dedicano ogni giorno all’accoglienza e i contatti presenti sul sito permettono di comunicare direttamente con le tenute. È prevista anche una chat, attiva tutto il giorno, che non è però un chatbot guidato dall’AI ma un servizio a cui rivolgersi in caso di necessità e bisogno di ricevere informazioni, con l’obiettivo di rendere l’esperienza di fruizione del sito il più confortevole possibile per l’utente.
Romina Romano, Country Manager di Les Grands Chais de France in Italia
Attraverso SecretsdeCave.com vogliamo far sì che i magnifici territori francesi del vino siano accessibili a tutti, rendendo disponibili etichette di grande qualità a costi molto competitivi. Ma vogliamo soprattutto che gli appassionati conoscano sempre di più e sempre meglio maison che rappresentano eccellenze enologiche mondiali e tecniche di produzione tanto antiche quanto sofisticate. Non solo, la piattaforma permette anche di personalizzare le bottiglie: si tratta di un servizio sempre più richiesto per i momenti speciali di ognuno e sta riscuotendo un grande successo. Infine, c’è anche una sezione del sito dove è possibile scegliere tra gift box di bottiglie o accessori, come ad esempio i dispositivi Coravin, cavatappi professionali, tappi champagne e tanti altri prodotti del mondo enologico.
La Redazione
Leggi
5 Settembre, 2026
InGRAVEL Morellino 2026: la Maremma si prepara ad accogliere ciclisti da tutto il mondo
Il Consorzio del Morellino di Scansano rinnova la partnership con l’evento che dal 12 al 13 settembre porterà centinaia di appassionati di ciclismo alla scoperta di paesaggi, borghi e vigneti, attraverso un’esperienza autentica e immersiva tra vino e due ruote.
Torna il grande appuntamento con InGRAVEL Morellino, l’evento dedicato al cicloturismo gravel che il 12 e 13 settembre 2026 animerà le colline del Morellino di Scansano, tra strade bianche, vigneti e borghi. Anche quest’anno il Consorzio del Morellino di Scansano rinnova il proprio sostegno alla manifestazione, nata proprio in queste terre e cresciuta in sintonia con l’impegno del Consorzio nella promozione dell’enoturismo e di una modalità lenta e sostenibile di scoprire i luoghi del vino in bicicletta. Negli anni, InGRAVEL Morellino si è affermato come appuntamento di riferimento per gli appassionati di ciclismo outdoor e per quanti desiderano conoscere da vicino questo angolo di Toscana attraverso un’esperienza autentica.
L’edizione 2026 si presenta con un respiro ancora più internazionale: una quota importante degli iscritti arriverà infatti dall’estero, a conferma della crescente attrattività del territorio del Morellino come destinazione di eno-cicloturismo e della capacità di InGRAVEL di richiamare un pubblico proveniente da numerosi Paesi europei e non solo. Un risultato che rafforza il ruolo dell’evento come strumento di promozione del territorio e delle sue eccellenze oltre i confini nazionali.
Cuore della manifestazione saranno i nuovi percorsi 2026, pensati per diversi livelli di preparazione e immersi tra vigneti, strade bianche e paesaggi del Morellino.
Il tracciato più breve attraverserà le antiche vie doganali passando per la Tenuta Marsiliana e le rive dell’Albegna fino all’Abbazia di San Bruzio, mentre quello intermedio condurrà i partecipanti attraverso le campagne maremmane, passando per il celebre Viale dei Cipressi, Ghiaccio Forte e Capalbio. Il percorso di 106 km dedicato ai rider più allenati è una vera e propria celebrazione del Morellino di Scansano e offrirà un itinerario più impegnativo tra vigneti storici, siti etruschi e alcuni dei luoghi più suggestivi del territorio. A completare il weekend, domenica 13 settembre, sarà la Social Ride: una pedalata da Magliano in Toscana verso Talamone e ritorno, all’insegna della convivialità e della scoperta del paesaggio.
Come da tradizione, il vino sarà protagonista lungo tutto il weekend. I partecipanti avranno infatti l’opportunità di sostare nelle aziende del territorio e nei punti ristoro per degustare il Morellino di Scansano DOCG insieme alle specialità gastronomiche della zona, trasformando ogni tappa in un’occasione per conoscere da vicino la cultura enogastronomica locale.
Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio del Morellino di Scansano.
La crescita internazionale di InGRAVEL rappresenta per noi un motivo di grande soddisfazione. Sempre più appassionati scelgono di raggiungere la Maremma per vivere un’esperienza che va oltre l’evento sportivo: scoprono un territorio, incontrano i produttori, assaggiano il Morellino di Scansano e diventano ambasciatori della nostra denominazione nei loro Paesi. È questa la direzione in cui vogliamo continuare a investire: valorizzare il vino attraverso esperienze autentiche, sostenibili e capaci di generare un legame duraturo con il territorio.
La collaborazione tra il Consorzio e InGRAVEL conferma una visione condivisa che mette al centro un turismo lento e consapevole, capace di valorizzare il paesaggio, sostenere le imprese locali e promuovere uno stile di viaggio rispettoso dell’ambiente. Pedalare tra i vigneti, attraversare borghi storici e sostare nelle cantine significa vivere il Morellino di Scansano nella sua dimensione più autentica, dove vino, natura e ospitalità si fondono in un’unica esperienza.
La Redazione
Leggi
5 Settembre, 2026
Primaterra ed Etna Arkè 2026. Vino ed emozione vulcanica
La Primaterra è la prima terra che nasce e si rigenera grazie all'Etna dopo ogni colata scura, quella materia nuova e fertillissima che trova sempre la forza di rinascere e migliorare sé stessa. Un po' come il mio stile di vita: quella spinta costante a migliorarsi, a non fermarsi mai, a cercare sempre nuove sfide e nuova linfa per crescere e reinventarsi. L’estate, per me, non è mai soltanto una pausa dal lavoro o un momento per tirare il fiato. È un tempo sospeso in cui le passioni si aprono alla scoperta, i ritmi rallentano per far spazio ai sensi e le strade percorse finiscono sempre, immancabilmente, per incrociare la vite.
Leggi
4 Settembre, 2026
Antica Dimora Dosio, il foliage visto dall’alto
L’autunno nelle Langhe è un mosaico di filari che sfumano dal giallo all’ocra, fino ai rossi più intensi. A La Morra, questo spettacolo naturale trova uno dei suoi punti di osservazione privilegiati: Antica Dimora Dosio, che sorge a 500 metri di altitudine accanto all’omonima cantina, sulla collina Serradenari.
Qui il lusso è discrezione, e il privilegio è quello del silenzio che si apre sull’arco alpino, disegnando all’orizzonte le vette iconiche come il Monviso.
Nelle prime giornate d’autunno, quando l’aria si fa più fresca ma il sole conserva ancora il tepore estivo, la piscina panoramica riscaldata regala l’ultima illusione d’estate, immersi nella tavolozza del foliage.
Le esperienze seguono il ritmo lento delle giornate: trekking tra i vigneti, itinerari in bicicletta, yoga all’aperto e massaggi personalizzati pensati per ritrovare equilibrio e benessere. In autunno, l’immancabile truffle hunting experience completa il soggiorno, regalando l’emozione della ricerca del tartufo immersi nella natura. Le degustazioni guidate accompagnano alla scoperta della filosofia produttiva di Dosio, attraverso i grandi rossi delle Langhe e una selezione di bianchi che in queste colline trovano un’espressione sorprendente, come Riesling e Sauvignon.
Nei mesi miti che precedono l’inverno, le Langhe diventano una destinazione privilegiata per gli appassionati di vino e di eccellenze gastronomiche come il Tartufo Bianco d’Alba. Antica Dimora Dosio accoglie gli ospiti in sette camere arredate con materiali naturali, ciascuna dotata di caminetto, che contribuisce a creare un’atmosfera intima e raccolta.
Più che un resort, è un luogo in cui il lusso coincide con il tempo ritrovato, tra panorami e grandi vini.
Maggiori informazioni e prenotazioni: https://www.dimoradosio.com/
La Redazione
Leggi
4 Settembre, 2026
I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, la vita che scegliamo
Daniele Manini è arrivato in Oltrepo’ per caso dopo un pezzo di vita che avrebbe voluto altro. Nell’azienda I Doria di Montalto ha trovato forse ciò che cercava e che, alla fine, si è scelto.
Non si sceglie di nascere, ma si sceglie come vivere la vita che ci è toccata.
Jean-Paul Sartre Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno. Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi. Arrivo al vino quasi per scivolamento. Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese. La telefonata delle dieci di sera La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto: Ho sentito parlare di lei. Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete. Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta Mi avevano detto che era un po’ pazzo. La risposta parte prima di qualunque calcolo Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei. Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza. Come mai? chiede lei, sorpresa. Sto arrivando. Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo. L’estraneo che cambia tutto Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi. Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione. All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione Il colore. Mi fermo qui. Un mese dopo viene assunto. La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione. Quando si è stanchi si fanno soltanto danni In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare. Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra. Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori. Al nord, vicino Voghera. A Casteggio. Il nome riaccende nel vecchio un ricordo A Casteggio portavo le botti. Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità. Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini. L’identità dell’Oltrepò La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti. Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale. Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti. Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling. Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie. Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale. I vini de I Doria di Montalto Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce. AD Nebbiolo Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino. Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione. Riesling Le Briglie Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile. Roncobianco. Riesling Riserva Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza. Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita. 1800. Riesling Metodo Classico Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia. AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera. Turais Moscato secco Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla. Il biologico come contratto di onestà Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro. In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro. Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce. La scienza incontra l’uva Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute. Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli. Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più. La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura. Diventare socio, prima ancora di esserlo Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte. Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità. “Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale. Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente. Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato. Il sogno futuro Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi. Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia. L’essenza viene dopo Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso. Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine. Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi. Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Jean-Paul Sartre Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno. Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi. Arrivo al vino quasi per scivolamento. Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese. La telefonata delle dieci di sera La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto: Ho sentito parlare di lei. Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete. Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta Mi avevano detto che era un po’ pazzo. La risposta parte prima di qualunque calcolo Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei. Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza. Come mai? chiede lei, sorpresa. Sto arrivando. Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo. L’estraneo che cambia tutto Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi. Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione. All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione Il colore. Mi fermo qui. Un mese dopo viene assunto. La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione. Quando si è stanchi si fanno soltanto danni In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare. Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra. Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori. Al nord, vicino Voghera. A Casteggio. Il nome riaccende nel vecchio un ricordo A Casteggio portavo le botti. Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità. Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini. L’identità dell’Oltrepò La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti. Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale. Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti. Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling. Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie. Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale. I vini de I Doria di Montalto Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce. AD Nebbiolo Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino. Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione. Riesling Le Briglie Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile. Roncobianco. Riesling Riserva Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza. Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita. 1800. Riesling Metodo Classico Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia. AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera. Turais Moscato secco Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla. Il biologico come contratto di onestà Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro. In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro. Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce. La scienza incontra l’uva Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute. Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli. Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più. La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura. Diventare socio, prima ancora di esserlo Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte. Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità. “Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale. Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente. Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato. Il sogno futuro Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi. Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia. L’essenza viene dopo Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso. Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine. Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi. Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
3 Settembre, 2026
Vinòforum. A Roma, da lunedì 7 a domenica 13 settembre 2026 a Piazza di Siena, Villa Borghese
Con Vinòforum 2026 torna il grande racconto dell’enogastronomia con oltre 3.200 etichette, chef stellati, i terroir internazionali più vocati e le grandi degustazioni
Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, ospiterà ogni sera le Night Dinner con grandi chef da tutta Italia, le Wine Top Tasting a cura dell’Associazione Italiana Sommelier e tanti altri incontri per scoprire i produttori e i territori origine di grandi denominazioni
Il viaggio nel meglio dell’enogastronomia italiana è pronto a iniziare: da lunedì 7 a domenica 13 settembre Vinòforum trasformerà Piazza di Siena a Villa Borghese in una prestigiosa vetrina del vino italiano ospitando oltre 800 cantine e le realtà consortili più rappresentative del territorio.
Emiliano De Venuti, organizzatore e CEO di Vinòforum
A Vinòforum ogni vino e ogni produzione si rivelano oltre l’etichetta perché è l’incontro diretto con il produttore che permette di entrare davvero nel cuore di una realtà, attraversando la storia dell’azienda e le caratteristiche del suo territorio, così da scoprire l’unicità e l’identità di ogni denominazione nel panorama enologico. Per questo motivo abbiamo costruito un programma capace di alternare degustazioni a momenti di approfondimento, cene d’autore e ricette che raccontano l’anima autentica della cucina creando occasioni di confronto e condivisione che permettono ai visitatori di vivere l’enogastronomia come esperienza culturale fatta di persone, racconti e competenza. Siamo onorati, anche per questa edizione, del sostegno ricevuto da parte di Roma Capitale, ARSIAL, Regione Lazio, ARSAC, MASAF e Regione Marche, a rafforzare questo percorso di promozione della ricchezza enogastronomica del nostro Paese
Wine Top Tasting, le imperdibili degustazioni guidate dagli esperti di AIS Italia
Un’occasione d’incontro con i produttori che porteranno il pubblico alla scoperta dell’ampio e sorprendente panorama enologico italiano, spaziando oltralpe tra i vini della Borgogna, dell’Alsazia e le bollicine dello Champagne fino alle produzioni d’eccellenza di Giappone e Sud Africa. Si parte lunedì 7 settembre alle ore 20.00 con “Sfumature di Sangiovese” la masterclass dedicata a uno degli uvaggi principi dell’enologia italiana in tutte le sue diverse espressioni dal Chianti al Brunello fino al Vino Nobile di Montepulciano; seguirà poi l’incontro “Il Pinot Nero secondo Philippe Pacalet” un itinerario tra i cru della Cote D’Or guidato da uno dei vignaioli più conosciuti della Borgogna. La serata di martedì 8 settembre inizierà con la Verticale di Chianti Classico Riserva Carpineto per ripercorre trent’anni di produzione a partire dal 1991 e proseguirà con un appuntamento incentrato sui terroir e gli stili dello Champagne con 12 espressioni di quattro diverse Maison della regione raccontate da Daniele Balan. Giovedì 10 alle 21.30 partirà il racconto sul mondo del Sake con la degustazione di alcune delle più prestigiose espressioni della bevanda simbolo del Giappone, provenienti da diverse prefetture.
Venerdì 11 alle 20.30 continua il racconto dedicato allo Champagne che lascerà poi spazio a una masterclass alla scoperta dei Vini del Sudafrica, tra le espressioni più significative dello Chenin blanc e Pinotage, mentre sabato 12 sarà protagonista il Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi con una verticale esclusiva dedicata al Derthona Timorasso. Quella di domenica 13 sarà una chiusura d’eccezione tra le colline del Valdobbiadene con le etichette di Col Vetoraz, a cui seguirà un approfondimento dedicato al Riesling tra i grandi terroir dell’Alsazia e della Mosella.
The Night Dinner, le cene d’autore organizzate in collaborazione con La Molisana, che celebrano il Fattore Umano in cucina
Vinòforum 2026 torna con le cene esclusive, 7 sere per 7 chef, quest’anno dedicate al ruolo del fattore umano nella ristorazione tra Passato, Presente, Futuro. Gabriel Collazzo di Ristorante Radici (Borgo La Chiaracia – TR), Rocco De Santis di Ristorante Flora (Roma), Sara Scarsella di Sintesi (Ariccia), Danilo Mancini di Anavà (Roma), Gian Marco Bianchi di Al Madrigale (Tivoli), Stefano Bartolucci di Rossodivino (Roma), Giordano Gianforchetti di Yezi Restaurant (Roma): questi gli chef protagonisti che ogni sera, porteranno in scena la propria idea di cucina in un percorso legato alla stagionalità, all’attenzione verso la materia prime e alla ricerca tecnica.
Rossella Ferro, direttore marketing del pastificio La Molisana
Anche quest’anno La Molisana torna protagonista di Vinòforum con le The Night Dinner, le cene d’autore che uniscono la nostra pasta alla creatività degli chef Piazza di Siena a Villa Borghese si conferma la cornice ideale per questo appuntamento, che negli anni è diventato un momento identitario per il pubblico di appassionati e operatori. Crediamo fortemente in questo format e anche per il 2026 abbiamo scelto di affiancare i nostri chef ambassador, certi che sapranno regalare emozioni gastronomiche autentiche.
Ogni serata sarà costruita su un percorso in tre tempi, tra memoria, gesto e visione, una successione riconoscibile tanto nel menu quanto nella selezione enologica e nella narrazione multisensoriale, tra proiezioni e composizioni musicali che accompagneranno il corso della cena. Per questa edizione, la selezione e l’abbinamento enologico di ogni serata di The Night Dinner saranno curati da Vini d’Abbazia, realtà che promuove la cultura del vino come un viaggio tra lo spirito e la bellezza dei territori, alla scoperta delle cantine e delle abbazie che dal Medioevo custodiscono vini e vitigni altrimenti scomparsi.
Dire “è buono” non basta: alla scoperta del Parmigiano Reggiano!
Novità assoluta di questa edizione, il Parmigiano Reggiano sceglie Vinòforum come palcoscenico ideale per presentare il primo Corso di Assaggiatore Ufficiale di Parmigiano Reggiano, in partenza a Roma da ottobre.
Sette giorni di degustazioni, masterclass in purezza e abbinamenti guidati con grandi vini racconteranno come tre soli ingredienti naturali – latte, sale e caglio – possano trasformarsi in un’icona gastronomica globale.
Un percorso che va oltre l’assaggio: attraverso stagionature diverse abbinate a prodotti del territorio, si scoprirà come il fattore tempo renda questa DOP un prodotto versatile, ricco di cultura e artigianalità, adatto a molteplici contesti gastronomici. Un’occasione per scoprirne davvero l’eccellenza.
I vini internazionali a Vinòforum
Vinòforum è la grande casa di tutti gli amanti del vino, non solo italiano, ma anche quello proveniente dai grandi Paesi esteri a vocazione vinicola. Per l’edizione 2026 torna il calendario di degustazioni curato dall’Ente Turistico Spagnolo e dall’Associazione Rutas del Vino de España , che accompagnerà tutti gli appassionati alla scoperta dei sentieri del vino spagnolo. Turismo di Aragon, Turismo di Gran Canaria, Saragozza, Comunità di Madrid e Andalusia: queste regioni, famose per i loro vini pregiati, porteranno la loro esperienza e cultura vinicola a Roma. Qui il programma.
Spazio anche alla Georgia, uno dei Paesi con la tradizione vitivinicola più antica al mondo. Anche in questo caso, gli enti e le istituzioni georgiane coinvolte proporranno corsi e degustazioni gratuite – con i vini selezionati dai wine ambassador de L’Anfora – pensate per avvicinare il pubblico – appassionati e operatori del settore – a un patrimonio enologico ancora poco conosciuto in Italia, ma di straordinario valore culturale.
A firmare tutti i momenti di degustazione sarà Paşabahçe, leader globale nel vetro che accompagnerà wine lovers, espositori ed operatori in un percorso di oltre 3.200 etichette. La rinnovata partecipazione di Paşabahçe a Vinòforum 2026 non è solo una collaborazione tecnica, ma una scelta di valore, volta a sottolineare l’importanza del design e della qualità del vetro nella valorizzazione del vino e dell’esperienza sensoriale. In un contesto esclusivo come Piazza di Siena, il calice Allegra sarà non solo un simbolo di stile ma anche un vero e proprio ambasciatore del gusto, accompagnando ogni assaggio con sobrietà e raffinatezza.
COLPO D’OCCHIO SU VINÒFORUM 2026
DATE: da lunedì 7 settembre a domenica 13 settembre 2026
LOCATION: Piazza di Siena – Villa Borghese (Roma)
ORARI: Tutti i giorni dalle 19 alle 24 (venerdì e sabato 19 – 01)
PARCHEGGIO: PIAZZA DI SPAGNA – VILLA BORGHESE Scontistica del 20% sulla tariffa oraria presentando alle casse del parcheggio il biglietto di ingresso a Vinòforum. (La scontistica non sarà applicabile in caso di entrata al parcheggio tramite sistemi Telepass o UnipolMove)
CENE D’AUTORE E TOP TASTING prenotabili online
Biglietti su www.vinoforum.it La Redazione
Leggi
DATE: da lunedì 7 settembre a domenica 13 settembre 2026
LOCATION: Piazza di Siena – Villa Borghese (Roma)
ORARI: Tutti i giorni dalle 19 alle 24 (venerdì e sabato 19 – 01)
PARCHEGGIO: PIAZZA DI SPAGNA – VILLA BORGHESE Scontistica del 20% sulla tariffa oraria presentando alle casse del parcheggio il biglietto di ingresso a Vinòforum. (La scontistica non sarà applicabile in caso di entrata al parcheggio tramite sistemi Telepass o UnipolMove)
CENE D’AUTORE E TOP TASTING prenotabili online
Biglietti su www.vinoforum.it La Redazione
3 Settembre, 2026
Follador è Wine Sponsor del Vernissage dedicato alla Mostra di Heinz Schattner a Napoli
Il 28 ottobre 2026, negli spazi del ristorante DESCHEVALIERS, all’interno del progetto THE GALLERY del de Bonart Naples Curio Collection by Hilton, la casa vinicola di Valdobbiadene firmerà il percorso enologico dell’evento
Follador sarà wine sponsor del vernissage dedicato alla mostra di Heinz Schattner, in programma il 28 ottobre 2026 presso gli spazi del ristorante fine dining DESHEVALIERS all’interno del progetto THE GALLERY, il progetto sviluppato da Finarte e Caracciolo Hospitality Group all’interno del de Bonart Naples Curio Collection by Hilton.
L’appuntamento, riservato a un pubblico di invitati, segna l’inaugurazione della quarta e ultima tappa del palinsesto espositivo 2026 promosso dal gruppo alberghiero napoletano, che nel corso dell’autunno ha trasformato i propri hotel in luoghi di incontro tra arte contemporanea, ospitalità e territorio.
Heinz Schattner è un fotografo e artista visivo tedesco, attivo in Italia, che dopo un’importante carriera nella fotografia di moda internazionale ha orientato la propria ricerca verso un linguaggio artistico personale, in cui realtà e visione onirica si fondono in immagini di forte intensità espressiva.
Per Follador si tratta di un’occasione unica per portare a Napoli l’identità di una casa vinicola le cui radici affondano nel 1769, nel cuore del territorio di Valdobbiadene, oggi riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Cristina Follador
Essere presenti come wine sponsor in un contesto che unisce arte, ospitalità e territorio ci permette di portare fuori da Valdobbiadene lo stesso rigore che applichiamo in vigna e in cantina”,”Il Prosecco Superiore DOCG nasce da un lavoro quotidiano sulle Rive del nostro territorio, e ogni occasione in cui possiamo condividerlo in un contesto di qualità, come quello proposto da Caracciolo Hospitality Group e Finarte, ci restituisce il senso di un’ospitalità autentica.
Guidata dalla famiglia Follador da generazioni, l’azienda ha costruito nel tempo un rapporto diretto con le colline della Marca Trevigiana, dove l’uva Glera trova le condizioni per esprimere la finezza che caratterizza il Prosecco Superiore DOCG.
THE GALLERY, che ha sede negli spazi di DESCHEVALIERS Restaurant all’interno del de Bonart Naples, è nato con l’obiettivo di portare l’arte contemporanea al di fuori dei contesti espositivi tradizionali, offrendo agli ospiti la possibilità di scoprire le opere esposte e di accedere anche all’acquisto di capolavori contemporanei. In questo contesto, il vernissage di Heinz Schattner rappresenta il momento conclusivo di un anno espositivo che ha visto succedersi, tra il de Bonart Naples e Palazzo Caracciolo Naples Hilton Affiliate, le mostre di Luigi Gentile, Giordano Martone, Francesco Alessio e Pierpaolo De Bona.
La partecipazione al vernissage di Schattner si inserisce in un percorso che l’azienda porta avanti da tempo, quello di affiancare il proprio prodotto a contesti culturali capaci di restituire coerenza tra qualità enologica e qualità dell’esperienza offerta agli ospiti. Il vino, qui, va oltre il semplice accompagnamento conviviale: entra a far parte di un progetto che intreccia l’arte dell’ospitalità e l’alta gastronomia, principi che guidano da sempre la filosofia produttiva di Follador.
La Redazione
Leggi