STRAVINO. La Mostra Mercato del Vino, 8 e 9 novembre presso Toscana Fair a Pistoia Arrow Right Top Bg

26 Ottobre, 2025

STRAVINO. La Mostra Mercato del Vino, 8 e 9 novembre presso Toscana Fair a Pistoia

  Dopo il successo della prima edizione, STRAVINO torna per confermarsi come un punto di riferimento per tutti gli amanti del vino. L’evento accoglie sia neofiti che professionisti del settore, offrendo un’occasione unica di incontro, degustazione e scambio. Degustazioni illimitate, incontri con i produttori, workshop tematici e momenti di confronto renderanno questa edizione ancora più ricca e coinvolgente. STRAVINO 2025 non è solo un evento, ma una vera e propria celebrazione del vino in tutte le sue sfumature. Location
Toscana Fair – Via Bonellina 46 (Rotonda della Vergine) – 51100 Pistoia
Una struttura facilmente raggiungibile, con serre chiuse e riscaldate, che garantiscono il massimo comfort indipendentemente dal meteo. Accessibilità
Pistoia si trova a breve distanza da città come Firenze (30 km), Prato (15 km), Lucca (40 km), Empoli (40 km) e Montecatini Terme (15 km), tutte raggiungibili in circa 30 minuti. Questo rende STRAVINO un evento dal grande richiamo per il pubblico toscano e non solo. Collaborazioni
L’organizzazione si avvale anche quest’anno della collaborazione con FISAR – Delegazione di Prato e Delegazione Pistoia, garanzia di qualità e professionalità nelle degustazioni. In sintesi Cantine da tutta Italia Degustazioni illimitate Masterclass d’eccezione Possibilità di acquisto diretto dei vini presso gli stand espositori Per maggiori informazioni: www.stra-vino.it La Redazione
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Un altro grande traguardo per il Consorzio del Vermouth di Torino: il riconoscimento del MASAF Arrow Right Top Bg

26 Ottobre, 2025

Un altro grande traguardo per il Consorzio del Vermouth di Torino: il riconoscimento del MASAF

  Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF) ha ufficialmente riconosciuto il Consorzio di Tutela del Vermouth di Torino, segnando un passaggio fondamentale per la promozione e la tutela di questa eccellenza piemontese, vino aromatizzato con erbe e spezie noto a livello internazionale.   Il Ministro Francesco Lollobrigida sottolinea come questo provvedimento confermi l’impegno istituzionale nel proteggere e promuovere le produzioni territoriali, sostenendo un sistema delle Indicazioni Geografiche che vale oltre 20 miliardi di euro e rappresenta il 16% dell’export agroalimentare italiano. Il riconoscimento segna un momento cruciale per il Vermouth di Torino, che nasce esclusivamente a Torino e in Piemonte, forte ambasciatore di tradizione, territorio e convivialità. Viene rafforzato il ruolo strategico del Consorzio nella tutela dell’IGP Vermouth/Vermut di Torino, l’unica IGP riconosciuta per un vermouth. Il Consorzio potrà così assicurare l’uso corretto del nome, contrastando contraffazioni, concorrenza sleale, imitazioni e usi impropri che danneggiano produttori e consumatori. La tutela si affianca a un impegno istituzionale per la promozione e valorizzazione del prodotto, con attività in Italia e nel mondo. Il traguardo è il risultato di un lungo lavoro di Roberto Bava, Presidente del Consorzio fino all’ottobre 2025, e del Direttore Pierstefano Berta, con il supporto di Federvini e del suo direttore Gabriele Castelli. Oggi il Consorzio, presieduto da Bruno Malavasi e affiancato dai vicepresidenti Roberto Bava e Giorgio Castagnotti, rappresenta una filiera che comprende importanti multinazionali con stabilimenti sul territorio, realtà produttive di ogni dimensione e la filiera delle erbe aromatiche, coprendo oltre il 90% della produzione di Vermouth piemontese, distribuito in 80 Paesi e con una produzione di circa 6 milioni di bottiglie. Bruno Malavasi Salutiamo con grande soddisfazione il riconoscimento del Consorzio del Vermouth di Torino che, come giustamente evidenziato nel comunicato del MASAF, rappresenta il primo vino aromatizzato a ottenere una tutela di questo livello. È doveroso riconoscere il merito di questo fondamentale risultato al grande lavoro fatto negli scorsi anni dal past-president Roberto Bava e dal direttore Pierstefano Berta. Uno sprone in più per tutti noi in questa nuova fase di crescita. La Redazione
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26 Ottobre, 2025

Marco Comai. Il fuoriclasse delle bollicine trentine

Marco Comai. Il fuoriclasse delle bollicine trentine. Attrazione fatale per Marco Comai. Chi mi segue sa quanto ami le storie di famiglia, quelle fatte di passione, terra e mani che non hanno paura di sporcarsi. È per questo che oggi vi porto a Riva del Garda, sulle sponde del lago che amo, per parlarvi di un'azienda che mi ha attratto inevitabilmente: l'Azienda Agricola Comai. Qui, i fratelli Marco e Andrea portano avanti un sogno, unendo la tradizione di quattro generazioni a un'innata curiosità e a una visione che va oltre i confini del Trentino.
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“World Comes To Milan”: la nuova drink list di MAG Navigli che brinda all’incontro tra culture in occasione delle Olimpiadi Arrow Right Top Bg

25 Ottobre, 2025

“World Comes To Milan”: la nuova drink list di MAG Navigli che brinda all’incontro tra culture in occasione delle Olimpiadi

  In vista di Milano-Cortina 2026, MAG Navigli, cocktail bar iconico sul Naviglio Grande, presenta “World Comes To Milan”, la nuova drink list pensata per accogliere i visitatori provenienti da ogni parte del mondo in occasione delle Olimpiadi. Con questo progetto MAG rinnova la propria missione di raccontare il mondo attraverso mixology creativa, facendo sentire a casa chiunque si sieda al bancone.   La città si prepara ad accogliere milioni di turisti e atleti, riaffermandosi capitale non solo dello sport, ma anche della cultura e della socialità. MAG diventa così il “bancone del mondo”, un luogo d’incontro e di scambio dove brindare insieme. La drink list “World Comes To Milan” è un viaggio nella mixology globale: ogni cocktail è ispirato a un Paese, reinterpretandone gli ingredienti, le tradizioni e i caratteri unici. Tra le creazioni più iconiche: “Canada”, un Old Fashioned caloroso e avvolgente con Whiskey Jameson Black Barrel, sciroppo d’acero, noci pecan, burro e bitter alla vaniglia; e la Grecia, omaggiata con un cocktail mediterraneo che rilegge il Tommy’s Margarita con Mastiha Skinos, insalata greca, tzatziki liquido, ciceone e oleato di olive, il tutto completato da una sferificazione all’ouzo. Numerosi altri Paesi come Norvegia, Francia e Australia sono protagonisti con creazioni originali e rappresentative. Non serve il passaporto per questo viaggio, basta la voglia di scoprire: MAG Navigli invita tutti a degustare questa esperienza di ospitalità e cultura liquida, brindando al mondo che arriva a Milano. Informazioni pratiche MAG Navigli si trova in Ripa di Porta Ticinese, 43 – 20143 Milano.
Aperto da lunedì a venerdì 8:00 – 2:00, sabato e domenica 9:00 – 2:00.
IG: @magcafe La Redazione
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Barbera d’Asti Wine Festival: grande attesa ad Asti per l’edizione 2025 Arrow Right Top Bg

25 Ottobre, 2025

Barbera d’Asti Wine Festival: grande attesa ad Asti per l’edizione 2025

  Lunedì 27 ottobre alle ore 12:00, presso la Sala Gianni Basso del Teatro Alfieri (Via Teatro Alfieri, 2), si terrà la conferenza stampa di presentazione ufficiale della seconda edizione del Barbera d’Asti Wine Festival, in programma dal 7 al 10 novembre 2025.   Organizzato dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato in collaborazione con Go Wine e con il sostegno del Comune di Asti, l’evento sarà occasione per illustrare alla stampa il ricco programma, le iniziative e le novità di un’edizione ancora più articolata e coinvolgente. Dopo il successo della prima edizione, il Festival torna con un percorso pensato per coinvolgere un pubblico variegato — dai professionisti agli appassionati e alle nuove generazioni — attraverso degustazioni, talk tematici, showcooking e masterclass. Un appuntamento che celebra il vino come simbolo di territorio sostenibile e innovazione. Vitaliano Maccario, Presidente del Consorzio Il Barbera d’Asti Wine Festival rappresenta un momento unico per valorizzare l’identità e la visibilità della Barbera d’Asti e delle sue denominazioni, rafforzando il legame tra vino, cultura e territorio. La conferenza stampa svelerà temi centrali, relatori e collaborazioni che animeranno le quattro giornate, trasformando Piazza Alfieri nel cuore pulsante del vino e cultura del Monferrato. L’appuntamento segna l’inizio del conto alla rovescia verso uno degli eventi più attesi dell’autunno piemontese, consolidando la posizione di Asti come capitale del vino e dell’enoturismo sostenibile. Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini Monferrato Fondato nel 1946, conta più di 430 aziende associate e tutela 13 denominazioni garantendo la loro immagine e diffusione sui mercati nazionali e internazionali. La Redazione
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25 Ottobre, 2025

Dopo il tennis, il mare nel piatto. Un viaggio tra sapori e incontri al Calamare

  Dopo una partita di tennis al Tecariba, con ancora l’adrenalina addosso e la fame che comincia a farsi sentire, uno sguardo cattura la mia attenzione: un’insegna sobria ma elegante, Calamare.
Entro, spinto dalla curiosità. Appena varcata la soglia, alla mia sinistra due grandi ali luminose si aprono sulla parete come un abbraccio intorno al nome del ristorante, quasi a voler accogliere chi entra.
Sulla destra, un bancone in legno chiaro e marmo, ordinato e luminoso, con bottiglie allineate e luci calde che creano un’atmosfera raffinata ma familiare. Un uomo si avvicina, mi tende la mano e sorride:
«Benvenuto, sono Luca.»
Gli stringo la mano, e lui aggiunge con tono pacato ma fiero: «Chef e titolare.»
Capisco subito che è uno di quelli che la cucina la vivono davvero, senza sovrastrutture, con naturalezza.
Mi invita a seguirlo al bancone. Ci sediamo, e la conversazione nasce spontanea, come tra persone che condividono la stessa curiosità per il cibo e per la vita. Mi racconta che Calamare è nato nel 2020, dopo anni trascorsi sul mare, e che oggi ha trovato qui la sua dimensione più autentica: una cucina elegante ma accessibile, pensata per chi cerca un’esperienza, non solo un pasto.
«Non apriamo a pranzo per scelta — mi spiega — preferisco concentrarmi sull’esperienza della cena, sui tempi, sulla luce, sul ritmo del servizio. A pranzo il sole brucia i sapori, la sera invece la cucina respira.» Poi aggiunge, con un sorriso: «Il giovedì è la nostra serata Fish & Love, dedicata alle coppie: piatti afrodisiaci, musica soft, una luce calda che avvolge tutto.»
Sorrido anch’io e scherzo: «Perfetto allora per me e mia moglie… il venerdì, quando nostra figlia ha il pigiama party!»
Ride, e in quell’istante si crea un’intesa leggera, amichevole. Dopo qualche minuto ci alziamo. Luca mi accompagna verso le sale.
Lo spazio si apre in continuità, due ambienti che si susseguono con armonia: la prima sala è più raccolta, intima, con luci calde e dettagli in legno chiaro; la seconda, più ampia, accoglie un grande quadro che cattura lo sguardo e tavoli per due disposti davanti, ordinati, curati, silenziosi.
L’atmosfera è elegante ma rilassata, con quella luce morbida che invita a restare. «Scegli pure dove preferisci sederti», mi dice Luca.
Scelgo un tavolo per due proprio davanti al quadro, mi siedo, e lascio che la quiete del luogo mi avvolga.
Luca sorride e aggiunge, con tono complice:
«Lascia fare a me, ti stupirò.» E così inizia il mio viaggio. Dopo qualche minuto arriva una ragazza dal sorriso gentile. Appoggia sul tavolo un calice ampio e trasparente, attraversato da una luce rosata che vibra tra il ghiaccio e la parete sottile del vetro. «Gin Sawyer e acqua di rosa» mi dice, con un tono che sa di complicità.
Lo porto al naso: note floreali e fresche, che si intrecciano a un ricordo di agrumi e di mare. È un profumo che apre la mente, prepara al gusto.
È il preludio perfetto all’entrée, servita in una scatola di legno chiaro, elegante come un piccolo scrigno.
All’interno, un letto di nocciole tostate fa da scenografia: profuma di autunno e calore, di botteghe e forno. Sopra, due piccoli gioielli: una tartelletta con gambero rosso e frutti rossi, e i pani puri con tartufo sferificato e panna acida. La tartelletta si apre al palato con un equilibrio sorprendente: la dolcezza del gambero incontra la lieve acidità dei frutti rossi, in un gioco di contrasti che richiama il mare e la terra nello stesso morso. Il profumo è avvolgente, quasi balsamico, con una nota di tostato che arriva dal guscio friabile e perfettamente dorato.
Il pani puri, invece, è un soffio croccante che si rompe tra le dita, liberando un cuore fresco e vellutato di panna acida e tartufo sferificato. Un boccone piccolo ma intenso, che gioca tra la cremosità e il profumo profondo del bosco, lasciando in bocca una scia leggera e persistente. Un inizio che parla di tecnica, eleganza e gioco, ma anche di memoria, profumo e sensazioni.
La ragazza dal sorriso gentile ritorna al tavolo con un cestello d’acciaio lucente, il ghiaccio che tintinna e una bottiglia immersa fino all’etichetta.
È un Grillo Kebrilla 2024 delle Cantine Fina, vino trapanese dalla personalità sapida e iodata.
Ne versa lentamente un filo nel calice, e mentre il liquido scivola dentro, la luce si riflette in sfumature dorate. Lo sollevo, lo metto in controluce: un giallo paglierino brillante, quasi solare.
Lo porto al naso: fiori d’arancio, scorze d’agrumi, pesca bianca. Profumi nitidi, salmastri, che evocano il vento e il mare di Sicilia.
Al palato è rinfrescante, tonico, di grande equilibrio. Ha una salinità elegante e un corpo gentile ma deciso.
È il calice perfetto per questa cena: un vino che accompagna, accarezza, prolunga la sensazione di luce che attraversa la cena. La tartare di tonno rosso arriva come un piccolo quadro. I tocchi di peperone rosso e scalogno portano vivacità, la maionese all’erba cipollina accarezza, il crumble alla paprika dona ritmo e croccantezza.
La salsa teriyaki lucida la superficie come una carezza salmastra, sprigiona profumi di soia e mare.
Al primo boccone la dolcezza del tonno incontra la nota vegetale dell’erba cipollina e l’aroma caldo della paprika: un equilibrio elegante, delicato, che resta impresso per purezza e leggerezza.
Il pane fresco, servito accanto, diventa il complice perfetto per raccoglierne ogni sfumatura. Il secondo antipasto, il Bacca Burger, è un gioco di contrasti. Il baccalà, impanato al panko e dorato con precisione, racchiude un cuore sorprendentemente morbido, quasi cremoso — soffice come una crocchetta di patate.
Al palato esplode un equilibrio perfetto tra la crosta croccante e la delicatezza del pesce, mentre la misticanza porta freschezza e la salsa agrodolce avvolge con la sua nota brillante e leggermente esotica.
Un boccone che conquista per sorpresa e armonia, in cui ogni elemento trova la sua giusta misura.
Quando Luca esce dalla cucina e mi chiede come sta andando, non ho dubbi: “Ottimo.” Lui sorride: “Allora aspetta il primo, ti piacerà solo a guardarlo.”
E aveva ragione.
Il risotto con seppia e carota, burro alle visciole, perlage di caviale e cialda al nero di seppia arriva come un’opera d’arte. L’arancio vivo del riso incontra il nero profondo della cialda, che svetta leggera come una vela sottile di mare. È irregolare, porosa, quasi traslucida in alcuni punti, con quella texture fragile e croccante che invita a spezzarla tra le dita.
Il suo colore, lucido e intenso, racconta il nero di seppia nella sua forma più pura: il profumo è iodato, con un tocco affumicato che anticipa il gusto.
Sotto, il risotto brilla di burro e di mare: il profumo dolce della carota cotta lentamente incontra la nota ferrosa e marina della seppia. Al naso arrivano echi di frutti rossi, un sussurro del burro alle visciole che dona rotondità.
In bocca, il riso è cremoso, la carota cede la sua dolcezza, la seppia aggiunge profondità e il caviale scoppia leggermente al palato, lasciando una traccia sapida e vellutata.La cialda, spezzata sopra, porta croccantezza e un retrogusto amaro e minerale che riequilibra la dolcezza del piatto.
Un insieme che parla di eleganza e precisione, in cui ogni elemento trova voce e misura.
La ragazza torna al tavolo e posa un piatto che sembra un quadro moderno, giocato su tre punti di colore e materia.
Da un lato, il tonno tataki, scottato appena, con la superficie croccante e il cuore rosato e lucente, sprigiona un profumo di mare pulito e tostatura leggera.
Al centro, una macchia gialla di zabaglione salato, densa e brillante, che aggiunge calore e morbidezza visiva.
Dall’altro lato, la caponata ai pinoli, composta e profumata: note dolci e acidule di ortaggi stufati, l’aroma quasi caramellato dei pinoli tostati, un’eco di aceto che vivacizza il tutto. L’insieme è un dialogo perfetto tra elementi distinti ma in sintonia.
Al naso arriva un profumo armonico di mare e orto; al palato, il tonno si scioglie con eleganza, lo zabaglione regala una cremosità calda e avvolgente, la caponata introduce una freschezza agrodolce che pulisce e rinnova ogni boccone.
È un piatto che parla di ritmo, misura e carattere, come una composizione jazz su tre note: croccante, morbido, vellutato. Quando finisco, mi alzo e raggiungo la cucina. Luca è di spalle, immerso nel silenzio operoso dei suoi gesti.
«Avevi ragione,» gli dico con un sorriso, «mi hai stupito. Il primo era già bellissimo da guardare, ma questo lo è ancora di più da ricordare.»
Lui alza lo sguardo, accenna un sorriso pacato e risponde:
«Allora è arrivato dove doveva arrivare» Quando arriva il momento del dolce, il ritmo rallenta.
La ragazza posa davanti a me una tartelletta con crema al limone, fragole e meringa, piccola e luminosa come un raggio di sole nel piatto.
La base è croccante, friabile, e al taglio sprigiona un profumo caldo di burro e vaniglia. La crema al limone è vellutata, con quella punta d’acidità che accende il palato senza sovrastarlo; le fragole fresche portano dolcezza e freschezza, mentre la meringa si scioglie lieve come neve, lasciando un ricordo di zucchero caramellato.
In bocca, il morso è un piccolo viaggio: il croccante iniziale si apre alla morbidezza, poi arriva il limone che risveglia, le fragole che addolciscono, la meringa che chiude il cerchio. È un dolce che profuma d’estate, di luce e di calma. Guardo la ragazza e, quasi per istinto, le chiedo se posso accompagnarlo con un passito.
Lei sorride, annuisce e dopo pochi minuti torna con una bottiglia che brilla come oro liquido. Versa lentamente, e il calice si accende di riflessi ambrati.
Lo porto al naso: miele, scorza d’arancia, fichi secchi, albicocca candita.
Al sorso è morbido e avvolgente, con una dolcezza che non stanca ma accompagna, abbracciando il limone e la fragola in un equilibrio perfetto tra calore e freschezza.
È una chiusura gentile, una carezza che resta. Quando appoggio il calice, Luca si avvicina in silenzio.
«Allora?» chiede.
Sorrido: «Mi avevi promesso che mi avresti stupito. Missione compiuta.»
Mi alzo, stringo la mano a Luca.
Nel suo sguardo c’è quella serenità che solo chi ama davvero ciò che fa riesce a trasmettere. La sala è ormai silenziosa, i bicchieri luccicano sotto le luci soffuse, nell’aria resta un profumo lieve di pane e mare.
Fuori, la sera è calma. Porto con me il sapore del limone e del passito, il ricordo del tonno e della carota, ma soprattutto la sensazione rara di aver vissuto qualcosa di autentico. Ci sono luoghi che si scoprono per caso, ma a cui si sceglie di tornare per gratitudine, per bellezza, per piacere.
E questo — ne sono certo — è uno di quelli.   Roberto Silvio De Pascale – Il buon vivere Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina        
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The Old Vine Conference 2025: “Meeting of the Minds” in California con la partecipazione di Vinchio Vaglio Arrow Right Top Bg

24 Ottobre, 2025

The Old Vine Conference 2025: “Meeting of the Minds” in California con la partecipazione di Vinchio Vaglio

  La settima edizione della conferenza mondiale sui vini da vecchi vigneti si terrà dal 31 ottobre al 4 novembre in California settentrionale, con un panel internazionale di esperti e protagonisti del settore   Dal 31 ottobre al 4 novembre 2025 la California settentrionale ospiterà uno degli eventi più importanti del calendario mondiale del vino: la settima edizione di The Old Vine Conference (OVC), intitolata “Meeting of the Minds”. Organizzata in partnership con Zinfandel Advocates & Producers (ZAP), questa conferenza annuale raduna pioniere, esperti, media, buyer e key opinion leader da tutto il mondo, con l’obiettivo di discutere le sfide più rilevanti nella gestione agronomica delle vecchie vigne e nella valorizzazione e vendita dei vini prodotti da queste. Un’occasione unica per confrontarsi sulle migliori pratiche di conservazione, sostenibilità e comunicazione nel settore, con sessioni dinamiche che includono degustazioni, seminari, tavole rotonde, masterclass e visite in vigneto. Tra i relatori internazionali più attesi figura Marco Giordano, direttore di Vinchio Vaglio, invitato alla tavola rotonda del 1° novembre intitolata “From Roots to Reputation: Cultural Heritage in Wine Marketing”, moderata da Honore Comfort, Vicepresidente International Marketing di Wine Institute California Wines. Al suo fianco saranno presenti figure di rilievo come la Dr.ssa Laura Catena, Deputy Managing Director di Catena Zapata (Argentina), e Christian Miller del Wine Market Council. Il percorso di Vinchio Vaglio è emblematico: dal 1985 l’azienda ha scelto di valorizzare vigne di età superiore ai 50 anni per produrre la linea “Vigne Vecchie”, sfidando la tendenza dominante allora di sostituire i vigneti storici con nuovi impianti. Nel 2009 è stata introdotta la versione “Vigne Vecchie 50”, una seconda interpretazione che esalta la freschezza e l’eleganza di Barbera giovane, proveniente dagli stessi vigneti storici, alcuni dei quali oggi superano gli 80 anni. Giordano presenterà una storia di innovazione e rispetto per il patrimonio vitivinicolo, con focus sulle strategie tecniche e di marketing che hanno portato a questi vini a ottenere riconoscimenti di prestigio e successo sul mercato nazionale e internazionale. L’evento si apre il 31 ottobre con una serata di gala a Napa, al Culinary Institute of America (CIA) a Copia, in concomitanza con il California Wine Institute’s Global Buyers Marketplace, seguito da quattro giorni ricchi di incontri, degustazioni, viaggi in vigneto e approfondimenti specialistici in regioni come Napa, Sonoma e Lodi. L’evento riunisce nomi illustri del settore come Jancis Robinson MW, Paul Draper di Ridge Vineyards, Rebecca Robinson di ZAP, e molti altri esperti di fama internazionale dedicati alla valorizzazione delle “Old Vines” come patrimonio cultural-enologico globale. Chiunque voglia partecipare o seguire la tavola rotonda in diretta streaming può iscriversi tramite il sito ufficiale www.oldvines.org e collegarsi il 1° novembre al livestream (attenzione al fuso orario: California 9 ore indietro rispetto all’Italia). La Redazione
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A vendemmia ultimata, presenti tutti i presupposti per una buona annata in Alto Adige Arrow Right Top Bg

24 Ottobre, 2025

A vendemmia ultimata, presenti tutti i presupposti per una buona annata in Alto Adige

  Nonostante un’estrema instabilità meteorologica, l’annata 2025 si prospetta positiva, con rossi succosi e bianchi freschi e leggeri.   Gli esperti della regione evidenziano un inverno mite che ha favorito una fioritura precoce e abbondante, seguita da un’estate di forti escursioni termiche con temperature alte e periodi freddi alternati, mettendo alla prova le vigne e richiedendo una vendemmia precoce e rapida. La raccolta, iniziata con circa due settimane d’anticipo in molte zone, è stata intensa, sfruttando le finestre di bel tempo e richiedendo grande flessibilità tecnica. Le uve si presentano sane e di ottima qualità, con livelli di zucchero leggermente inferiori rispetto agli anni passati, un aspetto positivo che aiuta a esprimere vini più eleganti e longevi, specialmente nei bianchi. I rossi come Pinot Nero e Merlot promettono vini freschi, succosi e di pregio, con la Schiava e il Lagrein che si preannunciano in crescita qualitativa rispetto agli ultimi anni. Tra i bianchi, Pinot Bianco e Riesling spiccano per freschezza e acidità equilibrata, con vini attesi intorno al 12% di alcol, mentre Pinot Grigio e Sauvignon mostrano ottime premesse. Lo Chardonnay, nelle zone meglio esposte, rappresenta una delle migliori espressioni della vendemmia 2025. Questi elementi fanno della vendemmia 2025 in Alto Adige una campagna da seguire con attenzione, tra sfide climatiche e risultati di qualità che confermano la resilienza e il valore del territorio. La Redazione
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Eliseo Santoro. L’artigiano del vino Arrow Right Top Bg

24 Ottobre, 2025

Eliseo Santoro. L’artigiano, sereno, del vino

  Quando ero piccolo e avevo intorno solo bambini più grandi di me, nonna Evelina soleva dirmi Piccolo e buono, gruoss’e fesso Era così che mi rinfrancavo un pò. Giusto il tempo per poter andare con un minimo di carica in più da quelli più grandi. Il suo motto sottendeva al pensare che nelle cose piccole o nelle piccole cose si possa celare qualcosa di meraviglioso. Nonno Pasquale aveva un’altra frase che ripeteva spesso quando si parlava di fare qualcosa e c’era sempre il dilemma nel quante farne Meglio una festa grande che cento festicciole Meglio cioè fare una sola cosa in grande, fatta bene, con tutto in regola e controllato piuttosto che tante piccole cose delle quali magari non si sarebbe trovato il bandolo della matassa. Quando pensavo alle due frasi, lo devo ammettere, andavo un pò in confusione. In fondo, curarsi di qualcosa di piccolo è più semplice, da meno rischi, è meno dispendioso. Quando si ha a che fare con cose grandi occorre struttura, processi, controlli. Tutto per evitare che il risultato non sia all’altezza. La differenza tra industria e artigianato sta nel risultato che si realizza indipendentemente dal come viene realizzato. Il risultato sarà inevitabilmente diverso. Fino al midollo.  Mentre infatti una industria non si può permettere un risultato diverso dalle attese e diverso da quello che ha sempre prodotto, un artigiano rende unica ogni creazione perché non può non renderla diversa dalla precedente. La qualità del risultato è certamente incredibile in entrambe i casi ma la tipologia del risultato stesso varia completamente. La prima è ripetibile, la seconda no. Non c’è in questo una preferenza di parte ma una constatazione di differenza. Si può decidere, perché piace, di usufruire sempre della stessa esperienza oppure di variarla in funzione di quei tanti fattori che la natura offre. In molti potranno concordare con me nel pensare che quando un artigiano realizza un prodotto lo fa con il cuore. Ma non per questo il risultato sarà migliore. L’amore è condizione necessaria ma non sufficiente. C’è bisogno di tanto altro come le capacità, la materia prima, ecc. C’è però qualcos’altro che rende speciale il risultato: la serenità con la quale si approccia alla vita. Perché la serenità rende l’animo libero e felice. Specialmente quando si riesce ad essere felici con ciò che si ha. La vera ricchezza è la capacità di godere di quello che si ha (Lucio Anneo Seneca) Ho incontrato Eliseo Santoro, di Paternopoli, comune di 2500 anime in provincia di Avellino. Di origini antichissime come tutta l’area sannita è inserito tra i comuni della DOCG Taurasi. Eliseo, persona mite, delicata, pacata è quello che si può realmente definire un artigiano del vino. Assaggiare i suoi vini vuol dire capire quanto bene si possa fare trattando amorevolmente la vigna e il prodotto che questa dona. Se si parla di filosofie di realizzazione del vino, di vino naturale, biologico, biodinamico e compagnia cantando, per Eliseo conta solo rispettare quanto abbiamo ricevuto in dono. O meglio, in prestito visto che la terra è immortale mentre l’uomo no.  Il vino in queste zone si fa da così tanto tempo da non ricordarsi più da quanto. Non è la memoria corta è che, spesso, occorre risalire almeno alla terza generazione per avere un punto di partenza.  Ho preso le redini di parte dell’azienda familiare circa 25 anni fa quando ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato e abbiamo intrapreso insieme questa attività. In realtà, ci lavoro da piccolo. Ci sono nato nella nel nella vigna, perché i miei genitori facevano quello, mio nonno faceva quello. Veniamo da quattro generazioni di viticoltori. Il mio bisnonno all’età di 32 anni è venuto a mancare. Pigiavano l’uva con i piedi e per una sudata si è preso una bronchite. All’epoca cure non erano come oggi e se l’è portato via.  Se si vuole comprendere bene queste zone e capire le persone, occorre vederle, toccarle con mano, viverle. Ancora oggi, l’ospedale più prossimo a Paternopoli è ad Avellino per l’ospedale. 22 km che non sono molti in senso assoluto ma con un problema diventano lunghissimi. Immaginatevi quando le automobili erano diverse da quelle odierne e non tutti potevano permettersela . La famiglia era indebitata, perché aveva acquistato appezzamenti per fare vigneti e quant’altro. Subentrò mio nonno con la vedova. Mio nonno era primogenito di sei figli e aveva undici anni di quanto è venuto a mancare il papà. Per quello che poteva nella sua giovane età si è abbracciata sta croce riuscendo a risanare i debiti familiari. Mio nonno è vissuto esclusivamente di agricoltura. Era coltivatore diretto. Nel principio produceva uva e faceva vino. Con la fillossera i terreni vulcanici erano più resistenti e si produceva ancora mentre al nord quasi nulla. Uno dei colossi del nostro territorio, Mastroberardino, andava per le campagne dai piccoli produttori e comprava direttamente il vino.  Con gli asini caricavano sto vino nei nei barili e lo portavano alla stazione alla ferrovia, perché poi veniva caricato sui treni.  Quanto è strano il mondo certe volte. Per anni i produttori sono andati in giro a comprare vino. Era vino buono, prodotto senza chimica, senza lieviti aggiunti, senza nulla se non il lavoro delle persone. Lo spacciavano per proprio. Era un gran vino. Poi, proprio nella logica del risultato atteso dal grande produttore, si è smesso di comprare vino preferendo prima la sola uva poi, accaparrandosi molti terreni, nemmeno quella.  In una logica del genere, come era normale accadesse, c’è chi ha continuato a produrre vino, chi invece si è accontentato di conferire l’uva.  Ecco così spiegato il proliferare di tante cantine artigianali. Come quella di Eliseo. Il passaggio tra mio nonno e mio padre diciamo quasi non c’è stato per una questione di tempi. Nonno viveva di quello mentre papà era impiegato. Sono subentrato io e mio fratello che però non era interessato. quel poco di vigneto che ha che ha avuto la l’ha estirpato e messo olivi. Ho ereditato la metà della della proprietà aziendale e in più ho acquistato altri appezzamenti.  Due ettari di vigneto e un ettaro di uliveto. Davvero una piccola azienda. Come ce ne sono molte d’altronde. Qui però, si respira un’aria diversa, un non so che di serenità, di tranquillità. Di pace. Abbiamo reimpiantato gli appezzamenti, un poco alla volta abbiamo fatto tutto il parco macchine nuovo. Vendere l’uva non rientrava nei miei canoni e mi sono messo a fare vino. Nella cultura contadina di un tempo, specialmente durante le lavorazioni e la vendemmia, le donne partecipavano attivamente. Il lattante se ne stava buono buono (non sempre!) nella cesta e le mamme allattavano, in vigna, a tempo debito. Bambini come Eliseo hanno respirato gli odori dell’uva e gli effluvi del mosto prima ancora del latte. Intorno ai 15/16 anni papà vedeva che mi piaceva e mi lasciava fare. Intorno al 2000 l’ho cominciato a fare proprio per conto mio proprio. Lo facevo per me e per lui. È diventato lui il mio supporto nel senso che mi dava una mano. Nel 2001 mi sono sposato.  In una azienda artigianale può arrivare il momento nel quale ti rendi conto che il prodotto che fai non è poi così male. Piace non solo a te e alla famiglia ma anche ad altri e non solo perché non vogliono dirti che non è buono. Te ne accorgi dalle facce e soprattutto se te ne chiedono ancora. È quello il momento della consapevolezza: capire che in fondo qualcosa di più, puoi fare. Ci si pensa, ci si ripensa. Ma mica è semplice lanciarsi in una avventura che prevede tempo da dedicare e investimenti da sopportare. All’epoca lavoravano in un’azienda Paternopoli, in una marmeria. Facendo le cene con gli amici mi dicevano: per la miseria il vino è buono perché non lo imbottigli? Era surreale per me. Non avevo le attrezzature. Mia moglie mi regala il fornellino per le capsule sulle bottiglie. Io comprai i tappi. Spesi 80 € io 80 € lei. Grande spese. Ho cominciato a comprare qualche bottiglia, qualche cartone cominciando a fa queste confezioni con una con etichetta di fantasia. Vino per gli amici speciale. Proprio l’ex titolare mio ha cominciato a regalare il vino. Dovunque ha regalato sto vino gli dicevano: e dove hai preso il vino e dove hai preso il vino. Ha cominciato ad affluire un un canale di clienti che poi i clienti hanno portato altri clienti e ho lavorato per anni con sfuso però finché è aumentata esponenzialmente la richiesta. L’imbottigliamento, che un normale consumatore vede come una cosa banale, è in realtà un importante ulteriore scoglio per chi inizia questo mestiere. Un processo pieno di insidie tecniche, che richiede attrezzature (spesso infatti si imbottiglia altrove) e che, alla fine, comporta vedere tante bottiglie nei bancali che vanno vendute. Quel solo averle li con la consapevolezza di quanto si è investito e di quanto si spende ogni giorno, porta a fare i conti con se stessi. Io sono vecchio stampo e le fermentazioni erano solo spontanee. Pigiavo l’uva e fermentavo. Finché lo fai a casa, per te stesso, con pochi litri, bastava uva sana e igiene in cantina. Diciamo riesci a gestire. Nel momento in cui sono cresciuto è nata l’esigenza di cominciare a capire rischiando un poco di meno. Ho cominciato a mettere un minimo di bisolfiti solo durante la macinatura senza aggiungerli mai nel vino. Per quanto riguarda i bianchi invece, siccome quando lo facevamo per noi, pochi litri, facevamo la macerazione totale con la buccia e comunque veniva scuro, per i clienti era era un poco difficile pure piazzarlo. Tramite farmacia agricole, per quello che era la mia conoscenza, ho cominciato a fa un pò di bianchi con un po’ di lieviti. Ma è una cosa ché non ho mai mandato giù, Piccoli passi quelli di Eliseo. Uno dietro l’altro. Soldi pochi, tre figlie, un lavoro da metalmeccanico per lo stipendio che può dare. Investimenti non se ne possono fare. Però c’è il sogno della cantina. Sogno che diventa anche esigenza una volta fatta la scelta di imbottigliare.  Abbiamo osato. Abbiamo fatto richiesta al comune, ASL e quanto altro. Ci hanno autorizzati e siamo partiti. Così, dalla sera per la mattina. In quell’occasione sui social, per caso, l’enologo pubblica la foto di un vigneto Ricordi Paternopoli 202. Antonio Sebastiano si chiama. Vedo questa foto e non conoscendolo lo contatto dicendogli. lo sai che la vigna hai pubblicato è la mia? Una coincidenza. Di quelle fortuite. Più ascolto di queste cose più mi convinco che la vita sia fatta di coincidenze, di attimi nei quali ciò che ti passa dinanzi gli occhi può essere percorso. Oppure no. La scelta, sempre forse dettata dal caso, potrà o non potrà cambiare il mondo. Nel caso di Eliseo fa scaturire un incontro.  Ci siamo conosciuti e abbiamo parlato della mia idea di vino. Gli ho rivelato il fatto che per i bianchi non mi entrava in testa di farli con i lieviti. Lui mi ha detto: eh qual è il problema, possiamo farli con il col pied de cuve. Mi ha aperto un mondo. È nata empatia e abbiamo stretto un rapporto bellissimo. È cosi che oggi Eliseo Santoro produce tre vini sempre con lievi di spontanei non aggiungendo nient’altro se non dei solfiti. Nessuna filtratura. Solo acciaio. Un’anfora per sperimentare. Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe: ciò che in Irpinia è di casa. Purtroppo l’anfora costicchia. Dai 150 quintali di sfuso (con una resa bassissima) a circa 4000 bottiglie di Aglianico, 3500 di Falanghina e 500 di Coda di Volpe. La cantina è stata una conseguenza di quanto fatto prima. La mia passione è la vigna, il terreno, le piante. Se da tutto questo, togliamo di mezzo il lavoro in campo, per me non ha più senso. È una cosa tengo dentro me l’attenzione al territorio, alla sostenibilità, alla cura della pianta. Ci passo le ore voglio dire. Me le tocco con mano una a una. Il ciclo lo vivo interamente tutto l’anno. Pensa che quando faccio una scelta germogli, fine maggio inizio giugno, in alcune zone, dove c’è un carico abbastanza abbastanza forte di uva butto quasi il 50% a terra. Ogni anno mia moglie mi dice: ma tu sei pazzo, dice Dio te lo da e tu lo butti. Io le rispondo sempre: a te piace il risultato finale? Sì? E allora bisogna bisogna fa così.  Bisogna fare così. Anche nella assenza di sostanze chimiche, tantomeno di diserbo (non parlate poi di diserbo ad Eliseo che gli prende un senso di disgusto…). La scelta di una certificazione biologica diventa un passo da un lato scontato ma anche necessario per valorizzare il giusto lavoro. Si, è solo una etichetta, ma vuol dire molto. Vuol dire essere riconosciuto dal mondo come qualcuno che rispetta la terra che gli è stata donata e il lavoro Eliseo. Un lavoro che per Eliseo diventa doppio. Prima in azienda, al controllo qualità, poi in vigna. Il solo lavoro della terra, il ricavato dalla azienda, non basta per mandare avanti la famiglia. Cosi però la giornata diventa di quindici, sedici, diciassette ore, togliendo spazio alla famiglia. Comprensibile che le figlie, al momento, non abbiano intenzione di continuare il lavoro del padre.  Purtroppo non mi seguono per un motivo molto semplice. Vivono il mio sacrificio, vedono un papà che alle due di notte si alza e va a fa i trattamenti. Vedono un papà che alle quattro di mattina sta in vigna a fa scelta germoglio. Vedono un papà che alle dieci di sera o a mezzanotte sta in cantina. Nei periodi di vendemmi vedono un papà che per 4/5 giorni non va proprio a dormire.  Quindi, non vedono un papà. Specialmente nei momenti topici della vendemmia o delle fermentazioni piuttosto che delle potature o dei trattamenti.  Non colgono la parte commerciale che potrebbe essere positiva. Meno male che mia moglie Ivana è comprensiva. Mi aiuta tantissimo ed in cantina è sempre presente.  Potrebbe. Dice bene Eliseo. Potrebbe essere quella più positiva ma poi ci si scontra inevitabilmente con il mercato, la vendita, i prezzi, i concorrenti, i distributori. Un mondo marcio e marcito che fagocita senza pietà.  Ho difficoltà nella parte commerciale. Nei dintorni sono riuscito individuare qualche cliente ristorazione enoteca. Dove sono entrato, ci sono pure rimasto quindi è un buon segno. Avendo poco tempo, quando mi chiamano per le consegne, magari vado con orari strani. Per per giustificare il ritardo, puntualmente mi fermo a cena, perché sennò se no mi cacciano via. E va fini che mi devono 100 € e me ne mangio 150 perché mi porto la famiglia. Tengo difficoltà a reperire nuovi clienti per questioni di tempo. Della qualità interessa solo a pochi. Quando assaggi un vino di Eliseo capisci invece quanta bontà si possa trarre da un vitigno. Quanto un elemento ostile come l’Aglianico possa rivelarsi spettacolare anche in acciaio. Si comprende a pieno l’artigianalità, la passione, il cuore di un essere umano verso un prodotto che non è solo un prodotto. Però poi, alla fine, tutto si infrange contro il muro di un mercato becero e ignorante nel quale tutta la filiera (ed è lunga, troppo lunga) vuole guadagnare. Una filiera alla quale non interessa un beneamato cavolo della qualità del vino. Vendere una bottiglia ad un ristoratore ad un prezzo basso così che questo, rincarandola di quattro volte se va bene, possa venderlo al commensale di turno. Quanto sarebbero belle delle leggi per il controllo del margine. Meglio che non mi faccio sentire dall’Antitrust però. Prima o poi chi non riuscirà a capire che gli investimenti in marketing e comunicazione valgono come quelli per l’acquisto di una pressa o di un tino, non sopravviverà. Ci credo nel futuro ancora ma la vedo dura. Quando ho cominciato con tutto l’entusiasmo del mondo, gli amici sono quelli che m’hanno snobbato. Già è partita in salita. Poi, uscendo, confrontandomi, mi sono reso conto, almeno nel piccolo, che il mercato è saturo. Ci stanno proposte di tutti i tipi, anche indecenti. Prezzi in giro, che non so come fanno. Solo di packcking pago di più e quindi no, non lo so. Trovi il commerciante che è attento al prodotto che vuole essere raccontato il progetto, prova il prodotto e lo abbraccia insieme a te. C’è chi guarda solo al guarda solo al guadagno finale. Distributori ad oggi non ne ho. Ho avuto un contatto, ma non mi è piaciuto, quindi non non l’ho assecondato.  Mi fa arrabbiare questa cosa davvero tanto. Nessuno vorrebbe vedersi diminuire lo stipendio però spinge per diminuire il margine degli artigiani. Magari quando ci riesce si vanta pure in giro. Sminuire il lavoro è una delle cose più brutta che si possa fare. Sottopagare, in ogni campo, vuol dire sminuire il lavoro di una persona. Sminuire il tempo dedicato, il sudore, le ansie, le preoccupazioni, il tempo sottratto alla famiglia.  Non ti nascondo che se riuscissi a vivere solo di quello per me sarebbe un sogno realizzato. I sogni sono belli poi confrontarti con la realtà è un pò diverso. Sto concretizzando sempre di più che forse dovrò continuare a far sempre il doppio lavoro. Almeno che con un pizzico di fortuna trovo un canale di uscita dove c’è richiesta un margine giusto.  Per adesso solo quattro vini: un Aglianico, due Falanghina, una con macerazione; una Coda di Volpe. Sempre solo acciaio e fermentazione spontanea.    Limpha è la Falanghina che ha in se peso ovvero sostanza e leggerezza. Un colore quasi dorato di una bellezza disarmante. Profuma di pesca gialla, albicocca, camomilla e salvia. Un bouquet dolce, sfumato di mineralità proprio come l’acqua che sgorga dalla roccia, pura e sorprendente. È una bocca pulita, sapida, larga, dritta come una linea che taglia il tempo. Sembra semplice, ma è profonda. Un sorso che resiste con tanta eleganza da sembrare l’eco di un segreto ben custodito. La terra canta in un finale di pesca gialla che ricorda i frutti maturi dei mercati romani Eliseo con 𝐋𝐢𝐦𝐩𝐡𝐚 non fa rumore ma lascia il segno: si beve come se fosse nulla e resta come se fosse tutto. L’Aglianico 2022 che, nell’idea di Eliseo, affina solo in acciaio. È un rosso che sa di artigianalità già da quel colore rubino intenso e dai freschi sentori di frutta che iniziano a percepirsi solo con la caduta nel calice. La croccantezza della prugna, dell’arancia sanguinella e soprattutto della Cerasa campana che è succosa e acidula: da innamorarsene subito. Quel velo di vegetale e di fiori rossi sta lì, nel sottofondo, a mitigare, senza disturbare. Un pazzesco mix di dolcezze e freschezze che esalta, cattura, avvolge. Un vino che sa di essere poderoso, vivo e concreto come solo un vino artigianale, fatto bene sa essere.   In bocca è decisamente coerente: bello, ampio corposo con tannini pungenti ma non cattivi. La cerasa che diventa marasca arriva in bocca con tutta la sua corposa freschezza, l’ampiezza, la sapidità. È un Aglianico che dimostra di esprimersi magnificamente grazie ad un incredibile bilanciamento e ad un finale che lascia la bocca in uno stato di vera grazia. Sarà perché è buono, davvero molto buono. In sostanza è un vino si rustico ma con una bevibilità che difficilmente si riscontra in altri vini. Dopo questi vini ci sarà una sperimentazione in anfora della quale non vedo l’ora di capire a cosa porti. Molti chiedono; ma l’hai fatto perché sta facendo tendenza. La verità, no, Mo ti racconto la mia malattia: l’attaccamento al territorio. Faccio fatica pure a spiegarlo alle persone. Inevitabilmente, quando cominci a mettere il legno. Ho comprato l’anfora per cercare di capire il mio territorio.  Eliseo è così. Continua a parlare con la serenità che credo abbia sempre respirato in famiglia. Forse per via del padre, un pastore evangelico. Non so se quell’attaccamento alla terra lo si debba proprio agli insegnamenti del padre, di certo quando glielo chiedo Eliseo risponde con un serenità che, anche se da lui me la aspetto, mi spiazza comunque. Hai fatto una domanda sulla quale non ho mai riflettuto. Più che altro ho la consapevolezza che c’è un creato e c’è un creatore. C’è un creato che va custodito, che ci è stato dato un dono per un periodo di tempo e va custodito con dignità, con cure. Un creato che va anche tramandato perché quello che ho imparato io è che la terra non è nostra. Noi non siamo immortali e un giorno andremo via mentre la terra, comunque, rimarrà. Abbiamo il preciso dovere di condurla nella maniera più corretta.  Siamo custodi e se tutti lavorassero bene la terra ovvero con coscienza, anche le generazioni future avranno la fortuna di goderla.  Eliseo Santoro è il custode della terra che coltiva con amore e rispetto. È l’artigiano che forgia con le sue mani i vini che produce. È il padre di famiglia, il marito che vive la vita con quella infinita serenità d’animo che ho completamente ritrovato nei suoi vini. Mi sono chiesto lungamente come riesca a farlo e mi sono ricordato di un tratto del libro di Seneca, De Tranqullitate Animi, dove nel 58 d.c. che mi ha illuminato così tanto da citarla come chiusa di questo articolo. Chi si preoccupa solo delle cose materiali, non potrà mai avere pace dell’animo   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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