Il Consorzio Alta Langa main sponsor della 95ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba Arrow Right Top Bg

11 Ottobre, 2025

Il Consorzio Alta Langa main sponsor della 95ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba

  L’Alta Langa DOCG conferma il suo ruolo da protagonista tra bollicine d’eccellenza e gourmet   Per il nono anno consecutivo, il Consorzio Alta Langa affianca la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, in programma ad Alba dall’11 ottobre all’8 dicembre 2025. Giovanni Minetti, presidente del Consorzio L’Alta Langa DOCG torna anche quest’anno alla Fiera con orgoglio, accompagnando il Tartufo Bianco d’Alba nei momenti più significativi come Official Sparkling Wine. è un evento imperdibile, un’occasione unica per collocare il nostro prodotto accanto a una gemma della gastronomia italiana apprezzata nel mondo. La stagione del tartufo si apre ufficialmente con il Capodanno del Tartufo nella notte del 30 settembre, un brindisi simbolico con Alta Langa DOCG in piazza Risorgimento ad Alba. Durante la Fiera, i vini Alta Langa DOCG saranno protagonisti nella Grande Enoteca del Mercato Mondiale del Tartufo, cuore della manifestazione, con oltre 30 cooking show in Sala Beppe Fenoglio. Grandi chef abbineranno le bollicine piemontesi alle loro creazioni gourmet. Novità 2025: i Tramonti Gourmet, aperitivi d’eccellenza con aperitivi all’italiana accompagnati da Alta Langa DOCG e cocktail con Vermouth di Torino IGP. Il 12 ottobre alle 15 si terrà il workshop Alta Langa DOCG, un laboratorio esperienziale su storia e terroir delle bollicine piemontesi, mentre il 16 novembre la Masterclass con wine writer Othmar Kiem e Simon Staffler approfondirà l’universo Alta Langa DOCG. Tra le “Cene Insolite” gli ospiti potranno gustare menu d’autore con grandi chef stellati quali Karime Lopez, Takahiko Kondo, Matias Perdomo, Gaetano Trovato, Floriano Pellegrino e Luigi Taglienti, in location storiche abbinando cultura e alta cucina. L’edizione 2025 pone al centro il rispetto dell’ambiente, della biodiversità, degli animali protagonisti della cerca e della qualità, autenticità e trasparenza del prodotto, unendo tradizione e sostenibilità in un modello di eccellenza riconosciuto a livello mondiale. La Redazione
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Vinòforum 2025. Il gusto in connessione tra vino e cucina Arrow Right Top Bg

11 Ottobre, 2025

Vinòforum 2025. Il gusto in connessione tra vino e cucina

  A Roma, una settimana di esperienze sensoriali dove il vino diventa racconto, incontro e cultura Ogni settembre Roma si trasforma in un palcoscenico del gusto. Dal 8 al 14 settembre, nel cuore verde di Villa Borghese – Piazza di Siena, è andata in scena una nuova edizione di Vinòforum – Lo Spazio del Gusto, l’evento che celebra l’incontro tra vino, cucina e persone. Vinòforum non è solo un grande evento dedicato al vino: è un viaggio sensoriale e culturale che attraversa territori, tradizioni e nuove visioni. Un luogo dove ogni calice racconta un territorio, ogni piatto diventa emozione e ogni incontro lascia il segno. Quest’anno ho partecipato con la curiosità di chi ama scoprire e con la sensibilità di chi cerca nel vino una storia da raccontare. E posso dire che, anche questa volta, Vinòforum è riuscito a sorprendere.   Vini che raccontano territori: le mie scoperte a Vinòforum Camminare tra gli stand di Vinòforum è come attraversare l’Italia — e un po’ anche l’Europa — con il calice in mano. Ogni sorso è un invito al viaggio, una finestra su paesaggi, profumi e tradizioni. Tra i vini che mi hanno colpita di più in questa edizione: Pecorello di Ippolito (Calabria) – un bianco solare, dai profumi floreali e agrumati, che racconta l’anima mediterranea del Sud. Riva Diva, la nuova bollicina firmata Ippolito – elegante, minerale, con una finezza che parla di innovazione e territorio. Pecorello Bianco di Akra (Calabria) – un bianco marino e sapido, che incanta per equilibrio e persistenza. Donna Giuliana Rosato di Giraldi & Giraldi e Le Conche Rosato – due rosati autentici, vibranti e moderni, espressione di una Calabria che riscrive il suo stile. Le Piantate Frascati Superiore di Chiara Via Volpetti (Lazio) – raffinato e armonico, dimostra quanto il Lazio stia riscoprendo la propria eleganza. Riva dei Carati Sive Natura (Sicilia) – un bianco pieno di luce, con note di frutta gialla e mandorla, simbolo del Mediterraneo nel bicchiere. Pizzogallo Traminer (Umbria) – aromatico, speziato e sorprendentemente fine. Hedos di Cantina Tollo (Abruzzo) – rosato minerale e intenso, che unisce modernità e autenticità. Viñas del Vero Gewürztraminer (Spagna) – profumato e seducente, con un equilibrio tra dolcezza e freschezza che conquista.   Quando l’enogastronomia diventa dialogo Vinòforum è anche sinonimo di incontro tra cucina e vino, tra produttori e chef, tra chi crea e chi degusta. La vera novità degli ultimi anni è proprio questa: l’evoluzione dell’enogastronomia come dialogo continuo tra mondi che un tempo restavano separati. Ne ho avuto la prova durante la Cena Acqua Orsini – Gocce di Eccellenza, realizzata in collaborazione con Culto Trastevere e Carteroblio. Un’esperienza che ha messo in luce il nuovo linguaggio del gusto: equilibrio, leggerezza e ricerca. L’acqua, protagonista insieme al vino, è diventata parte integrante del percorso degustativo. La mineralità di Acqua Orsini ha creato un filo conduttore tra i piatti, amplificando le sensazioni e rendendo ogni abbinamento un piccolo dialogo di armonie. Un esempio concreto di come oggi l’enogastronomia non sia più solo tecnica o tradizione, ma esperienza consapevole, fatta di collaborazione, equilibrio e ascolto.   Cibo e vino: due linguaggi, una sola emozione Durante Vinòforum ho capito ancora una volta che non esiste un abbinamento perfetto in assoluto: esiste quello che emoziona, quello che crea connessione. Il vino non completa il piatto, lo accompagna in una danza di aromi, consistenze e ricordi. Chef e sommelier lavorano insieme come due interpreti che raccontano la stessa storia da punti di vista diversi. Il risultato è un’armonia che cambia a ogni sorso, ma che lascia sempre un segno. E forse è proprio questo il cuore di Vinòforum: la capacità di creare legami, di unire le persone attraverso il gusto, di trasformare la convivialità in cultura.   Conclusione: il futuro dell’enogastronomia è relazione Vinòforum 2025 ha confermato che il futuro del vino e della cucina è fatto di connessioni. Dalla Calabria alla Spagna, dai produttori locali agli chef emergenti, ogni realtà partecipa a un racconto collettivo che celebra la diversità e l’autenticità. Uscendo da Villa Borghese, con ancora il ricordo dei profumi, dei calici e delle conversazioni appassionate, ho pensato che il vero valore di eventi come questo sta proprio nella condivisione. Perché il vino, quando è raccontato con sincerità, non è mai solo una bevanda: è un modo di vivere, di emozionarsi e di incontrarsi.   Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
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I migliori vini piacentini sbarcano a Milano con Oh my DOC! Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

I migliori vini piacentini sbarcano a Milano con Oh my DOC!

  Degustazioni, seminari e mixology per scoprire il meglio dei Colli Piacentini   La eccellenza enologica dei Colli Piacentini arriva a Milano domenica 12 ottobre con Oh my DOC!, un evento dedicato agli appassionati e professionisti del vino organizzato presso Milano Wine Marketing (via Privata Gradisca 11). Dalle 14:00 alle 18:30, sarà possibile partecipare a un walk around tasting con oltre cinquanta vini DOC tra Malvasia, Gutturnio, Ortrugo e altre tipicità, che esprimono la tradizione e la vivacità di un territorio premiato dalle guide di settore.   Alle 18:45 si terrà il seminario “Le Doc dei Colli Piacentini: dal calice allo shaker”, che racconterà il mondo affascinante delle bollicine DOC trasformate in sorprendenti wine cocktail grazie alla collaborazione con esperti mixologist. Sarà presentato il libro “Sorseggiando i Colli Piacentini”, con venti ricette di cocktail a base dei vini del territorio, abbinati a finger food e salumi DOP piacentini, un perfetto equilibrio tra gusto, freschezza e tradizione. L’ingresso a Oh my DOC! è libero con prenotazione obbligatoria: https://forms.gle/8ToEszMS8zEiC7KW8
La partecipazione al seminario richiede prenotazione separata: https://forms.gle/2k7jtBQmenFdfsd58 Il programma si arricchisce lunedì 13 ottobre alle ore 11 con la masterclass riservata alla stampa “Malvasia di Candia Aromatica: dal sogno di Leonardo alla realtà dei Colli Piacentini”. Un viaggio storico e sensoriale che ripercorre la piantagione di Leonardo da Vinci a Milano, con il recupero e la valorizzazione di un vitigno unico oggi coltivato da Castello di Luzzano. L’incontro approfondirà natura, storia e peculiarità di questa varietà, espressione di un patrimonio vitivinicolo d’eccellenza e innovazione. Anche per la masterclass la prenotazione è obbligatoria, posti limitati: https://forms.gle/QAy972nXxHEdi7F78 Al termine sarà possibile proseguire la degustazione con i banchi dei produttori DOC dei Colli Piacentini. L’iniziativa rientra nel Programma di sviluppo rurale e piano strategico nazionale PAC 2023-2027 (Reg. UE 2115/2021) – Intervento SRG 10 “Promozione dei Prodotti di Qualità”. La Redazione
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Tre giorni, cinquanta locali, un solo vino: il Bolgheri Rosso 2023 di Le Macchiole Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

Tre giorni, cinquanta locali, un solo vino: il Bolgheri Rosso 2023 di Le Macchiole

  Le Macchiole porta il Bolgheri Rosso 2023 in degustazione in tutta Italia dal 10 al 12 ottobre   Dal 10 al 12 ottobre 2025, la cantina Le Macchiole di Bolgheri presenta il suo Bolgheri Rosso 2023 in oltre cinquanta locali selezionati tra enoteche, wine bar e ristoranti di alta qualità in tutta Italia, dal Nord fino alle isole. Un evento aperto a tutti, pensato per far scoprire un vino giovane e vibrante, espressione autentica del territorio bolgherese. Fondata nel 1983, Le Macchiole è oggi una realtà di punta nella denominazione. Il Bolgheri Rosso, nato nel 2004 come progetto preciso in vigna, seleziona vigneti per lo più giovani con varietà Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Syrah, rappresentando con freschezza e carattere il classico taglio bordolese reinterpretato nello stile distintivo dell’azienda. Il 2023 è un’annata di vino fresco, dinamico e versatile, ideale per ogni momento conviviale e abbinabile facilmente a diverse pietanze, sintetizzando in modo coerente la passione di Le Macchiole per il terroir. L’iniziativa coinvolge locali che incarnano qualità e accoglienza, offrendo una degustazione a prezzo accessibile ma senza compromessi sulla qualità. Un’occasione per un brindisi collettivo che unisce produttori, partner e appassionati in tutta Italia sotto il segno del Bolgheri Rosso de Le Macchiole. La Redazione
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Alla Casa del Vino il gran finale di Profumi di Mosto: degustazione speciale il 19 ottobre Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

Alla Casa del Vino il gran finale di Profumi di Mosto: degustazione speciale il 19 ottobre

  Dopo il successo della 24ª edizione di Profumi di Mosto del 5 ottobre, che ha richiamato oltre 1000 partecipanti lungo la sponda bresciana del Lago di Garda, il Consorzio Valtènesi presenta un evento speciale di degustazione.   Domenica 19 ottobre, presso Villa Galnica, sede della Casa del Vino, si terrà una giornata dedicata a tutte le etichette della denominazione. L’iniziativa è una naturale prosecuzione della manifestazione, pensata per approfondire la conoscenza delle eccellenze vitivinicole del territorio. Paolo Pasini, presidente del Consorzio Profumi di Mosto ha rappresentato un momento speciale per condividere il cuore della Valtènesi e il lavoro dei vignaioli, con la vendemmia 2025 ancora in fermentazione. Siamo orgogliosi che quattro aziende associate abbiano ottenuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2026, un riconoscimento che premia sensibilità artigiana e crescita della nostra denominazione a livello nazionale e internazionale. La degustazione domenica 19 ottobre permetterà di scoprire vini Valtènesi prodotti principalmente con vitigni autoctoni come Groppello e Tuchì, espressione di un’identità mediterranea capace di coniugare leggerezza e carattere. Le aziende premiate con Tre Bicchieri che partecipano sono: Avanzi con Valtènesi Rosavero 2024 F.lli Turina con Valtènesi Setamora 2022 Pasini San Giovanni con Valtènesi Lettera C 2022 Tenute del Garda con Valtènesi 2024 Il Consorzio Valtènesi promuove un turismo slow che unisce cultura, paesaggio e convivialità, rafforzando il legame con il proprio pubblico. Consorzio Valtènesi Rappresenta una delle espressioni più autentiche del vino rosé italiano, incastonata nella DOC Riviera del Garda Classico. Con tradizione dal 1896, quando il senatore Molmenti codificò la tecnica del rosé, la Valtènesi è anche la sottozona più a nord d’Europa dove crescono ulivi e limoni. Con 102 produttori, per lo più vignaioli indipendenti, il Consorzio punta su filiera corta, sostenibilità e valorizzazione delle origini. La Redazione
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Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso

  Noi siamo quello che facciamo ripetutamente.  Se riflettiamo sulle nostre azioni ed in particolare sulle abitudini è facile comprendere come queste rappresentino il nostro essere. Molto più di tante parole. Aristotele. Questa frase è del filosofo greco Aristotele che poi la concludeva dicendo Perciò l’eccellenza non è un’azione ma un’abitudine.  Un atleta, se vuole eccellere, deve ripetere all’infinito i propri gesti quasi innestandoli nel proprio dna. Pensate alle ginnaste che volteggiano nel cielo per poi ricadere sulle punte in bilico su una trave larga solo 10 cm. Un musicista, allo stesso modo, per poter suonare uno spartito deve conoscerlo nel profondo. Ogni nota, ogni pausa, ogni tempo, ogni tonalità. Se poi il proprio spartito è inserito tra tanti altri poiché parte di una orchestra non conta più solo la bravura individuale ma la capacità di inserirsi, con i giusti tempi, in un contesto di coralità. Spesso mi trovo a guardare gli sciatori o i piloti di auto che mimano con le mani il percorso. Azioni che devono diventare abitudini perché riescano al meglio. Indipendentemente dall’eccellenza o meno. Rappresentano una prestazione, un momento, ancorché lungo, della vita. Ci capita poi di compiere, giornalmente, azioni che sono così radicate nel nostro animo da rappresentare noi stessi. Verso gli altri, verso il nostro io. Se non le facessimo, non avremmo più una identità ne gli altri ci riconoscerebbero come tali. Pensateci. Ognuno di noi ne ha. Anche chi crede di non averne.  E l’amore? Anche l’amore è una abitudine o nasce per una abitudine? Oppure irrompe nella nostra vita come un fiume in piena. Inaspettato e non calcolato. Ognuno ha la sua storia ma, in ogni caso, vivere l’amore come una abitudine e non come una azione, da curare con il massimo delle nostre possibilità, è l’unica possibilità perché continui a bruciarci dentro come il primo giorno. O anche di più. Io mi vedo sempre qui anche perché né discutevo un pò di tempo fa sempre con mio papà. È come se la mia persona fosse legata a ciò che io faccio. Senza la mia, la nostra azienda, non avrei più una identità. Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Vado fuori di testa. È un problema questo perché uno dovrebbe avere un’identità salda della propria persona, indipendentemente da quello che fa o no? La mia persona, la mia identità ce l’ho grazie a quello che faccio. E quindi, se qualcuno mi levasse quello che faccio, non so dove vado a finire. Non lo so, ci devo riflettere. Io mi vedo qui a fare il vino, ad accogliere le persone, a raccontare i miei vini. Non mi vedo più grande di quella che sono. Non ho in testa di ingrandirmi. Io mi vedo come quella che sono adesso, solo che più vecchia. Più…più….più matura. Marika Socci è una splendida donna, mamma, moglie, figlia, vignaiola di Castelpiano, a poco meno di 50km da Ancona.  Chiacchieriamo tanto insieme. Un colloquio appassionante, intimo, a volte interiore. Siamo accomunati anche dal grande amore per le rispettive figlie che, caso del destino, si chiamano entrambe Azzurra.  Marika è una donna che emana energia positiva in ogni sua espressione. È come se nella sua vita ci fosse un prima e un dopo senza che vi sia realmente un prima e un dopo. È solo che la terra si è prepotentemente insinuata nella sua vita trascinandola così nel profondo fino a capire quali (e dove) fossero realmente le radici del suo essere. Dinamica e determinata prima; tenera e sognatrice dopo. Anzi no. Dinamica e determinata prima; dinamica, determinata, tenera e sognatrice dopo. Marika è riuscita a portarsi dietro il prima nel dopo. Cosa rara. Il prima è fatto di spensieratezza e di voglia di vivere in quel di Ancona dove viveva con la famiglia. La ginnastica ritmica, le gare, la voglia di vita. Fino praticamente ai 18 anni sono stata ginnasta. Ho sempre fatto attività agonistica nel mondo della ginnastica ritmica. Mamma mi iscrisse a ginnastica artistica nella società nella quale ancora oggi lavoro. Venni pescata dal settore artistico e portata dentro la ritmica: non mi sono più mossa. Dopo sono diventata insegnante, non facendo però l’ISEF. Tutto il percorso CONI. L’azienda mi impegna molto. Molta fatica fisica. Ma non la mollo. Che non molli datelo per certo. Marika è una energetica e positiva macchina da guerra. Il suo lavoro da vignaiola affiancando il padre lo ha iniziato dopo che il suo datore di lavoro decise che poteva lavorare solo a nero.  Dissi a papà: adesso io porto i curriculum da tutte le parti e finché non mi chiamano, vengo a lavorare per te. Papà disse: sì, sì, vieni vieni. E da lì mi sono innamorata di tutto quello che lui faceva che poi era tutto quello da cui io ero sempre scappata. Adesso so diventata peggio di lui, perché veramente una volta proprio io e mia sorella non potevamo vedere questa casa in campagna. Diceva mamma mia: speriamo che vende non se ne può. Mi sono pure trasferita qui. Sono diventata mamma incoscientemente. Non pensavo mai di diventare mamma. Forse non mi sentivo all’altezza. Facevo due lavori in palestra e in azienda. Parla con la sua inflessione marchigiana che la rende ancora più vera. Se mai ce ne fosse bisogno. Una energia che parte da una sorta di ritorno ancestrale alla terra.  Come in quasi tutte le generazioni attuali, la terra arriva dai nonni. Umberto e Concetta in questo caso che sì, sono di origini contadine e sì, lavorano la terra non loro ma decidono di spostarsi ad Ancona per cercare fortuna. Che a quei tempi voleva semplicemente dire stare bene e assicurare ai figli un futuro migliore del loro. Non certo guadagnare tanto o cambiare totalmente vita. Quello era per pochi. Alla pensione però nonno Umberto è alla campagna che vuole ritornare. Una sorta di amore primordiale che ne si scorda ne si dimentica. È il 1973 quando insieme al figlio Pierluigi impianta un vigneto a Monte Deserto, una collina in quel di Castelpiano. Ci ritroviamo un piccolo appezzamento di terra al centro dell’area classica di produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Quindi ci sono proprio tutte le condizioni, partendo dal sottosuolo e da ciò che gli sta intorno per dare la possibilità alle uve di essere di qualità. E poi trasmetterla ai vini. Analisi delle esposizioni? Del sottosuolo? Impianti? Nulla di tutto ciò. Il vigneto era per produrre un pò di uva e venderla alle cantine sociali. Quel tanto che bastava per divertirsi e magari arrotondare un pò la pensione. Il vigneto era tenuto come un giardino, perché poi figurati, tre ettari. Fa questo impianto con il figlio, pensa quanto ci teneva. Qui il vigneto si doveva tenere bene altrimenti la gente sparlava. Tutto impiantato a Verdicchio ovviamente. Siamo nelle Marche ed qui che il Verdicchio trova espressioni incredibili. Il disciplinare della DOC nacque solo nel 1968 per tutelare quel vino bianco delle Marche famoso in tutto il mondo anche grazie all’anfora di Fazi Battaglia progettata nel 1953 dall’architetto Antonio Maiocchi (Sinuosa come Sofia Loren avevano detto negli USA).  Con il nonno non si sono mai ingranditi e non l’hanno mai fatto veramente come un qualcosa di commerciale. Era qualcosa che che teneva unita una famiglia mantenendo  iI legame con il territorio che comunque sia mio papà che mio nonno avevano forte. Facevano il vino di casa usando anche dei filari di Malvasia di Candia. Perché una volta il vino Verdicchio era molto duro. Lo ammorbidivi con qualcosa di diverso. Poi arrivano gli anni 80 segnati dallo scandalo del metanolo e dalla guerra commerciale con la Francia. Il vino italiano smette di avere appeal all’estero tanto che conferirlo diventa sempre più complicato. Battaglia ci dice a un certo punto: non è detto che le vostre uve ci servano o non è detto che ci servano come l’anno scorso e gli anni prima. Quindi state attenti, vedete un pò come fare. È da lì ché nascono, siamo nei primi anni 80, tanti piccoli produttori marchigiani. Quando oggi i grandi produttori si lamentano della miriade di aziende piccole, a conduzione familiare, con pochi ettari e che comunque rappresentano il vero patrimonio della viticoltura italiana, dovrebbero solo ricordarsi di quando compravano tutta l’uva per poi, improvvisamente, smettere. Cosa si aspettavano facessero tutti quei contadini che avevano investito soldi e sudori nelle vigne a loro destinate? Deserto è il primo vino che è stato messo in bottiglia. Tanto è il legame con il territorio che la maggior parte delle cantine a quel tempo chiamavano il vino con il cognome della famiglia. Non c’era idea di dare il nome ad un vino. Di solito si chiamava che ne so, Garofoli piuttosto che Moncaldo. Invece sia nonno che papà aveva deciso fin da subito di dare voce al territorio e il loro vino si è sempre chiamato Deserto già da quella volta. Socci era scritto piccolino piccolino sotto in basso e poi Deserto. Associare la propria azienda e i propri prodotti al territorio è qualcosa di incredibilmente all’avanguardia per quei tempi. Solo che Deserto era un nome un pò scomodo per un vino o almeno lo era (ed è) senza investire in comunicazione e marketing. Cosa che non era nelle corde delle piccole aziende a quei tempi (e non è che oggi le cose siano cambiate!). Forse anche perché il vino non tutti lo facevano come primo lavoro. Tutti, anche papà Pierluigi, un altro lavoro lo aveva. Lavorava al centro meccanizzato di Ancona.  Faceva i turni notturni e per un grandissimo arco della sua vita lavorava di notte e stava in vigna di giorno. Io credo che tutte le scelte che mio nonno e mio papà hanno fatto era perché c’era veramente la voglia di far qualcosa che gli piaceva e come per dire, realizzarsi personalmente su un progetto, dove però che non ci si doveva fare arricchire che non ti doveva far campare. Scelte dettate dalla voglia di fare vino. Senza scendere a compromessi. Questo consentiva di portare avanti il legame vero con il territorio. Se hai un piccolo salvagente da una parte e se ti accontenti di avere uno stile di vita normale, quello che ne deriva è qualcosa di incredibile. Vero che qualcosa si imbottigliava ma era poca roba. Il vino si vendeva sfuso. Non si metteva in bottiglia tutto perché in quegli anni c’è un mercato molto molto florido di vino sfuso In Germania. I tedeschi venivano giù con i camion cisterna. Mio papà ha cavalcato tanto questa onda. C’era una signora si chiamava Heide. Guidava il camion veniva giù dalla Germania e portava via parecchi quintali di vino. C’era anche un altro mercato che mio papà ha cavalcato molto: l’Emilia-Romagna. Anche lì venivano giù e acquistavano il vino sfuso. Parallelamente alle prime bottiglie, quindi Deserto che è il nostro classico con la bottiglia ad anfora, c’era comunque tanta vendita di sfuso. Marika è sempre più una forza della natura. Il sorriso disarmante e la capacità di coinvolgere come non mai. Entusiasta, contenta, attiva, energica. Viva, meravigliosamente viva. I ricordi affiorano legandosi alle sensazioni di quei tempi. Riviverle è ripercorrere pezzi di vita vissuti da una bambina che non voleva viverli perché interessata ad altra vita. Non la campagna, non i filari, non il vino. Lei voleva vivere una vita diversa. Ma sono quei ricordi, poi tornati prepotenti a ricordarle da dove veniva e da dove non vorrebbe più andar via, che sono diventati la sua vita. Quella che doveva essere solo una sistemazione momentanea nel periodo della ricerca di un nuovo lavoro, diventa casa. Casa in tutti i sensi. Sia perché Marika con il marito e la piccola Azzurra inizia a vivere proprio a Castelpiano sia perché capisce che quella è veramente casa sua. È li che sono le sue radici. I miei nonni non sono qui nel senso fisico. Non mi sento mai sola. Sono l’unica che vive in azienda con mio marito e mia figlia. Però non è che mi sento mai sola non so, è una sensazione strana e può darsi che deriva pure da un mio modo.  Ho ricordi di una medesima sensazione quando andavo a casa dei miei nonni che loro non c’erano già più da tempo. Quella casa dove andavamo per le feste e stavamo tutti insieme con fratelli e cugini. Sentivo la presenza dei miei nonni. Qualcosa di tangibile. La stessa sensazione a casa dei miei genitori quando sono morti. Ogni oggetto parlava di loro e di una vita trascorsa li. Sono felice nel mio piccolo mondo qua anche se ci sono tante difficoltà, Ivan. Penso che queste difficoltà che io affronto con la mia famiglia quotidianamente mi danno anche la sensazione di non essere mai arrivata di dover fare sempre di più, di non mettermi mai seduta. Perché da un momento all’altro, magari tutto mi può scivolare di mano. Le aziende vivono giorno e non c’è mai una stabilità. Parlo di una stabilità economica. Questo camminare sempre un pò sul filo del rasoio mi da sempre là possibilità di guadagnarmi giorno per giorno quello che ciò e di non stancarmi mai.  Dinamismo e determinazione che si legano alla tenerezza e al sogno. Una grande infinita passione che rende un luogo e una attività come fonte di felicità. Tutto traspare. Lavoravo ad Ancona in palestra e a Monte Deserto c’era la vigna. Non si poteva andare su e giù. Mio marito è un tipo che già da ragazzo amava la vita solitaria della campagna mentre invece io ero quella che per carità, se potessi abità in centro anche in un appartamento di 30 m quadri senza balcone, io ci sarei andata. Era talmente felice credo di diventare padre e sapeva la mia forte passione per l’azienda (lui mi ha sempre spinto a continuare non mi ha mai detto oh guarda lì guadagna niente, solo fatica. Mi ha sempre comunque sostenuto in questo e tutte le mattine va ad Ancona dove lavora) che ci siamo trasferiti di corsa. Azzurra ora sta come una pacchia. Ogni tanto ne parlo con delle mie amiche e le dico: chissà se si rende conto della fortuna che ha. Magari mentre la vive non se ne rende conto. Forse la piccola Azzurra di Marika non si rende ancora conto della fortuna che ha mentre la mia Azzurra forse non avrà mai questa fortuna vivendo in città. I ricordi di quando andavo a casa dei miei nonni in campagna sono ancora vivi, pazzeschi, bellissimi e il rammarico è non poterli farli vivere a mia figlia. Ciò che oggi sento dai vini, nei vini ad esempio è esclusivamente frutto di quei ricordi. Non è solo questione di vini. I loro racconti, il calore del camino, il sapore dei frutti appena colti, il valore delle piccole cose. Ogni cosa vive dentro di me e anche se cerco di raccontarle ad Azzurra, lei non potrà viverle. Non potrà calarsi in quell’ambiente, in quella atmosfera, in quei tempi. Come non vivrà l’amore dei miei genitori che purtroppo non ci sono più. Tutte cose che cerco di compensare in qualche modo pur sapendo che non sarà mai la stessa cosa e io non sarò mai all’altezza. Tu guarda cosa ho trovato in un libro di ricette di mia nonna. Mio nonno, come un bambino ha disegnato come lui voleva la vigna. L’ho fatta stampare per la magnum per la cinquantesima vendemmia. Un bambino che sogna e poi disegna i propri sogni. Quel sogno che diventato realtà e che Marika adesso ha fatto suo. Tre piccoli ettari a Monte Deserto. Lei con i genitori e una sorella, Martina, che quando c’è bisogno, c’è. Quando c’è bisogno di una mano ad esempio per gli imbottigliamenti, perché noi imbottigliamo a mano e chiamiamo fino al terzo grado di parentela perché altrimenti sei fuori legge e ci si aiuta.  Ci si aiuta in famiglia così come ci si aiuta tra vicini. Perché un tempo mica c’era l’enologo che andava in giro a fare consulenze. In pochi se lo potevano permettere. I contadini si aiutavano a vicenda partendo da quello che ce l’aveva fatta a fare il vino. Ma sempre perché magari lo aveva appreso da qualche altro.  In campagna non è come adesso. Chi già faceva il vino, veniva in cantina a dire guarda, io ho fatto così così così quando lo fai chiamami. Cioè era una un gruppo di contadini che si mettevano insieme e provavano. Non c’era un enologo. Con mio papà decisero di acquistare una pressa. Si parlavano tra di loro capito? Era tipo uno scambio di favori. Parlare con una persona positiva come Marika è un tornare ai tempi dei veri contadini. Quelli che facevano le cose insieme e senza invidia. I tempi delle cantine sociali che si mettevano insieme per sbarcare il lunario. La mutua assistenza. La voglia di condividere. Poi c’era chi faceva fortuna e tutti a pensare che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Che belli quei tempi. Per certi versi anche tragici visto che ogni tanto qualcuno giocava sporco per accelerare le cose. Il metanolo insegna… Per paura che non partisse la fermentazione mio nonno accendeva le stufe in cantina e poi ti puoi immaginare quando partiva… C’erano dei racconti carini, che ti facevano capire che tu non arrivavi come oggi che con l’enologo si fa tutto perfetto già la prima botta. Una volta prima di chiudere il cerchio, magari passavo 5 o 6 vendemmie.  Oggi che si parla tanto di lieviti spontanei quasi demonizzando quelli selezionati e ci si dimentica di quando prima non c’era nulla, figuriamoci i lieviti. Se non partiva una fermentazione era finito tutto. Buttavi via e se ne riparlava l’anno dopo. Anche per questo infatti l’uva era meglio venderla che trasformarla (magari!) in vino. Si faceva tutto con lieviti spontanei. Poi quando la cantina si è un pò impreziosita per stare al passo con i tempi (attrezzature, tecnologia, ecc) papà non voleva più rischiare e è passato ai lieviti selezionati per evitare puzzette. Papà bisogna fare un vino con i lieviti indigeni e lui mi diceva: ma fattelo te Fattelo te, perché quando 35 anni fa non c’erano altre possibilità, noi lo facevamo. E comunque lui mi diceva sempre che i vini non erano eleganti. Lui tiene tantissimo all’eleganza del vino. Finché i vini li faccio io, li faccio come dico io.  L’eleganza dei vini parte dall’idea stessa del vino. Voler realizzare un vino che abbia certe caratteristiche non vuol dire pressare l’uva e far partire la fermentazione. È qualcosa di più complesso che inizia dalla vigna per poi lavorare di ingegno e tecnica. L’idea del vino parte da cosa lo ha ispirato e a chi lo si vuol dedicare.  Marika ha 8 etichette. Forse un pò troppe per soli tre ettari. Ma con un papà come il suo non sono nemmeno molte. È l’estro di mio padre. Se glielo togli, gli togli la voglia di tirarsi su dal letto. Alle volte si sveglia e dice: faccio un vino novo. Fa microvinificazioni di 600 bottiglie che gli prendono lo stesso tempo di 6000. Però lui c’ha quel pallino e se non se lo toglie, eh siamo nei guai tutti perché c’è manda il manicomio.  12/15 mila bottiglie annue per otto vini, tutti da Verdicchio. Otto etichette ognuna delle quali ha un preciso significato. Creazione, invenzione, estro o un mix di tutto ciò. Credo che principalmente sia la voglia di dire qualcosa, di rappresentare ciò che si ha nel cuore senza badare più di tanto alla parte commerciale. Tra di loro non sembrano parlarsi e forse non devono poiché attengono ad un momento diverso, ad uno stato emotivo diverso, ad un pensiero diverso. Per lui ogni bottiglia deve avere una forma e un’etichetta diversa perché ha una storia diversa. Quindi se io adesso ti racconto tutte le etichette siamo qui tre ore, ma ogni etichetta c’ha una storia ben precisa. Anche le forme delle bottiglie. Che poi sono riuscita io e mi è rimasta solo il Marika. Per gli spumanti le abbiamo fatte tutte quante scure, tutte uguali dallo stesso fornitore. Mica è semplice trovare 600 bottiglie. Mi è rimasta solo il Marika perché è una crioselezione e lui la voleva in una bottiglia alsaziana. Altissima. La bottiglia doveva parlare delle vinificazioni del nord, degli icewine. Ma chi lo sa se non è un appassionato di vino delle alsaziane? Nessuno! Sono riuscito a farla abbassare un pochino e da un paio d’anni abbiamo una renana, perché sennò era un’alsaziana altissima che entrava neanche negli scaffali delle vendite. La difficoltà da parte mia e anche quando non c’è una continuità nelle annate. Martina e Deserto sono vini che noi facciamo praticamente tutti gli anni altrimenti chiuderemmo.  Per quanto io possa riportare le mie sensazioni derivanti da una chiacchierata con Marika, vorrei che veramente andaste nelle Marche a Castelpiano per parlare con lei. Racconta le cose in una maniera così vera e spontanea che sembra di riviverle al momento. Sempre con il sorriso e la carica energetica che sprigiona. Sarà proprio perché questo lavoro le piace così tanto che vorrebbe trasmetterlo anche agli altri. Come i vini. Ecco, i vini. Partiamo dal Marika che è quello che porta il suo nome.  Quando mio padre fece il Marika, la prima annata fu nel 2009, non lo fece per me. Fece un vino dedicato a tutte le donne. Per lui il Marika grazie alla criomacerazione che aveva quindi a questo lato un pochino più morbido e vellutato che c’è al suo interno, grazie a questo residuo zuccherino leggermente più spiccato rispetto agli altri, poteva essere un vino più femminile rispetto al Verdicchio che di solito è un vino molto più duro, più scalpitante. Lo chiamò Marika perché era un nome che a lui piaceva. Lui racconta questo ma io penso che sotto sotto sia un vino dedicato a me, anche perché poi nasce il Martina che è mia sorella, perché mia madre si arrabbia con mio padre dicendo: hai fatto un vino con il nome Marika ora….. Marika è lo sguardo sfuggente di una donna. Un rapido impercettibile voltar degli occhi e sbattere le palpebre. Non per tutti. Assolutamente non per tutti. Un colore che può trarre in inganno per via della quasi anonimìa. I sentori no. Non sono anonimi anzi, esaltano la mediterraneità di una pelle intrisa di agrumi velati, pere e mele sussurrate, lavanda e salvia in una danza balsamica. Un aspro velato di dolce che si spande nel vento. In bocca è rotondità, morbidezza, sorpresa. Cercando la verticalità del Verdicchio si scopre la rotondità del frutto maturo che si fa strada tra sapidità lievi. Un inganno del palato: secco ma dolce all’impatto; semplice eppure ammaliante. Un sorso che richiama l’altro. Una carezza senza fine. Un bacio che non lascia interpretazioni. Un vino incredibile che conserva comunque una spalla importante in grado di resistere agli anni.   Credo che sia un vino che mi rispecchi molto. Non quando è subito fresco e imbottigliato ma trascorso un pò di tempo e sedimentato. Quando è molto giovane è semplice quindi non non rispecchia troppo la mia personalità. Io mi reputo una persona un pò complicata. Deserto. Un vino non può chiamarsi deserto. Sa di arsura che non si placa, di sole cocente che crea crepe sulla pelle, di notti fredde. Eppure il deserto è un luogo di fascino per via di quella sabbia fine, di quelle dune sinuose che si perdono nell’infinito, di notti stellate accompagnate da un surreale silenzio. Vita e morte che si rincorrono senza sosta. Qualche volta vince l’una, qualche volta l’altra in una interminabile sequenza. Deserto è un Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore che muta in funzione della stagione così come della sua temperatura. Chissà, dalla prima versione del 1973 ad oggi come è variato. No, il colore non conquista. Quel giallo paglierino, quasi verdognolo sa di purezza ma non di brillantezza. Eppure, quando lo porti al naso è uno schiaffo, una ventata di freschezza a farti togliere dalla testa che si tratta di un vino banale. Poi, quando lo hai capito, vieni ricompensato con un bouquet di fiori di campo, di anice, di zagare. In bocca arriva potente come il Ghibli del deserto. Al contrario di questo, non è caldo ma fresco, tagliente, preciso, con quella nota sapida e minerale che le pietre del Monte Deserto hanno consentito di acquisire alle radici delle piante. Proprio come quando il Ghibli passa e ritorna la quiete del deserto, il finale del sorso lascia una bocca agrumata, pulita, fresca. Una bottiglia da ammirare per la sua raffinatezza e la bellezza di un meraviglioso involucro che sa tanto di Marika e un tappo in vetro forte volontà di papà Pierluigi. PeterLuis. Pierluigi è la poesia in bottiglia del Verdicchio Metodo Classico Brut che canta la sua terra e avvolge con la una persistenza fresca e sapida. Un invito sussurrato a bere ancora, a sentirne ogni sfumatura. I sentori di agrumi delicati, la frutta bianca croccante che in bocca si esalta grazie ad un perlage fine e sapido. La nota di mandorla che sembra come una mandorla salata lievemente amarognola.  Insomma, se il Verdicchio si presta bene alla spumantizzazione, questa versione ne è la conferma e, allo stesso tempo, la speranza di vedere affinamenti più lunghi viste le potenzialità. Lui ha la passione per i metodi classici e ha scoperto che se li può fare da soli in cantina. Capirai. Se lo sarà dedicato. Non so. Ma ci starebbe tutto. Sono assolutamente convinto che Pierluigi, nel suo estro che io chiamo meravigliosa follia starebbe ogni anno a sfornare altri vini.  Poi è da qualche vendemmia che prova a fare i metodi ancestrali. Imbottiglia direttamente nelle champagnotte dalla botte lasciando che fermentino. È ancora più artigianali dei vini artigianali che facciamo noi. Poi dolci e a me il dolce non è mai piaciuto. In un’azienda come questa, davvero familiare, dove vive una passione sfrenata per il vino, quella che ti fa alzare la mattina con la voglia di fare, Marika rappresenta la parte dinamica, la determinazione nel fare le cose, la tenerezza verso una figlia che, arrivata inaspettata, è oggi parte di un sogno.  Nulla si crea ma tutto si trasforma. È così che ciò che oggi l’azienda è Marika e Martina. Una trasformazione, un trasferimento di ciò che sono papà Pierluigi e mamma Floriana. Qualcosa che è così profondo che non può essere modificato. Non riuscirei mai andare contro quello che ha fatto finora mio padre. Affiancandolo quotidianamente e costantemente ormai da 15 anni, di tutto quello che lui ha fatto,  non cambierei niente. Anche se non amo il tappo a vetro, non lo cambierei per l’amore che provo per lui, per il grande rispetto e per la sua visione delle cose. Io mi ci batto sempre con mio padre, cioè noi inizialmente non siamo quasi mai d’accordo. Abbiamo 30 anni di differenza e ci sta. Devo dire che col senno di poi c’ha quasi sempre ragione. Lui è uno che all’inizio dell’epoca internet ha acquistato il dominio verdicchio.it. Chi lo avrebbe mai acquistato? Chi ci avrebbe mai creduto? Che poi nelle mani nostre non vale niente, perché hai un sito con una vigna di tre ettari. Però, nelle mani delle persone giuste di un consorzio di qualsiasi altra persona più scafata di noi, avrebbe fatto il botto, come si dice. L’ha preso noi ce l’abbiamo. I pannelli fotovoltaici, l’ha installati più di vent’anni fa. Tutti incazzati in famiglia perché ha fatto un mutuo allucinante, però lui qua in azienda noi siamo sempre stati molto green. Noi produciamo la corrente che ci serve. Un amore profondo. Un rispetto infinito. Qualcosa che vive dentro l’anima e che comunque non evita quegli scontri generazionali che sono il sale dello sviluppo, del progredire, dell’andare avanti.  Non saprei dire se l’amore che Marika prova per questa azienda sia maggiore di quanto all’inizio lo sia stato per Pierluigi. Forse l’amore non ha paralleli e paragoni. L’amore è amore e basta. Da un lato Pierluigi e il papà Umberto che l’hanno creata; dall’altro Marika che se ne è innamorata. All’improvviso e senza che nessuno le imponesse nulla. Spontaneità. Quelle domande che oggi si pone quasi con interrogativo esistenziale Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Domande che presto o tardi si elideranno nel dover diventare responsabile di ogni cosa per consentire, un domani, ad Azzurra e ai cugini che verranno, di ricevere i tre ettari di Monte Deserto. Per innamorarsene e continuare il sogno.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Masi inaugura Monteleone21 in Valpolicella con arte e vino Arrow Right Top Bg

9 Ottobre, 2025

Masi inaugura Monteleone21 in Valpolicella con arte e vino

  Monteleone21 diventa polo enoturistico e produttivo d’eccellenza con l’installazione di Fabrizio Plessi e la tavola rotonda “Vino al centro”   Masi ha celebrato l’inaugurazione ufficiale di Monteleone21, nuovo polo produttivo, enoturistico ed esperienziale situato in Valpolicella pensato per accogliere visitatori internazionali e raccontare l’essenza autentica dell’Amarone e del suo territorio. L’evento ha visto la tavola rotonda “Vino al centro”, che ha riunito istituzioni, esperti e operatori del settore vitivinicolo per discutere il futuro del vino e dell’enoturismo in un’ottica di sviluppo e innovazione. Federico Girotto, AD di Masi Monteleone21 vuole essere un luogo dove storia, cultura e tecnica si incontrano per valorizzare il valore identitario dell’Amarone. Raffaele Boscaini, Direttore Marketing di Masi e Presidente di Confindustria Veneto Un progetto che unisce imprenditorialità e tradizione, con un’attenzione particolare al pubblico internazionale. Monteleone21 è anche sede della monumentale installazione site-specific “L’Anima dell’Amarone” dell’artista di fama mondiale Fabrizio Plessi, che ha trasformato il fruttaio di appassimento in una “Cattedrale del vino”. Questo viaggio visivo e sensoriale mette in dialogo arte e vino, esaltando la profondità e l’anima dell’Amarone. Il maestro Plessi Con quest’opera ho voluto dare forma e luce all’essenza spirituale di questo grande vino. Sandro Boscaini, Presidente di Masi L’arte diventa linguaggio universale per raccontare il nostro impegno e la nostra passione. La Redazione
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Il Consorzio Lugana dialoga con arte, moda e design: protagonista agli incontri d’Arte di Marie Claire Maison a Superliquidator di Beniamino Marini Arrow Right Top Bg

9 Ottobre, 2025

Il Consorzio Lugana dialoga con arte, moda e design: protagonista agli incontri d’Arte di Marie Claire Maison a Superliquidator di Beniamino Marini

  Il Consorzio Lugana continua a innovare il proprio linguaggio, superando gli schemi tradizionali: il vino non è più solo racconto di un territorio, ma artefice di nuove narrazioni, in cui gusto, moda, design e arte si intrecciano.   Il primo appuntamento è stato il 24 settembre a Milano con Superliquidator, progetto parte degli eventi culturali della Milano Fashion Week, ideato da Beniamino Marini con l’artista Sara Leghissa e il fashion brand Cormio. Il Consorzio Lugana supporta questa installazione innovativa, promuovendo il vino come parte integrante di esperienze artistiche che sfidano convenzioni e rinnovano il modo di vivere il gusto. La tensione verso la creatività si ritrova anche il 14 ottobre alla Pinacoteca di Brera, dove il Consorzio prenderà parte agli Incontri d’Arte di Marie Claire Maison, un crossover tra design, architettura, arte e lifestyle. Qui il Lugana accompagnerà gli ospiti con una selezione di vini pensata per dialogare con il tema della serata, creando un incontro unico tra arte e gusto. Edoardo Peduto, Direttore del Consorzio di Tutela Lugana DOC Per noi il vino non è solo un prodotto. Il nostro impegno si estende a progetti culturali che promuovono la bellezza e il dialogo tra diverse forme d’arte. Con Marie Claire Maison e Superliquidator vogliamo aprirci sempre più alla creatività, intesa come fil rouge che unisce tutte le arti. Siamo orgogliosi di partecipare a eventi che celebrano talento, visione e trasformano la cultura in esperienze innovative e contemporanee. Il Consorzio Lugana DOC nasce dalle colline attorno al Lago di Garda, dove il terreno argilloso e il clima mite favoriscono la coltivazione della Turbiana, uva autoctona da cui nascono vini freschi, eleganti e longevi. Con 2.600 ettari e 214 produttori, la denominazione esporta oltre il 60% della produzione in 65 paesi. Il Consorzio promuove la sostenibilità e un turismo enologico sempre più diffuso, con esperienze immersive e percorsi certificati. Il territorio del Lugana è una meta ideale per gli appassionati di vino, cultura e benessere. La Redazione
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Vicoli DiVini 2025: il centro storico di Vibo Valentia si trasforma nel salotto del vino calabrese Arrow Right Top Bg

9 Ottobre, 2025

Vicoli DiVini 2025: il centro storico di Vibo Valentia si trasforma nel salotto del vino calabrese

  Evento itinerante tra vino, cibo, musica e arte nel cuore di Vibo Valentia   Ritorna l’11 ottobre per la nona edizione Vicoli DiVini, manifestazione itinerante promossa dall’Associazione Saturnalia in collaborazione con il Comune di Vibo Valentia, Gal Terre Vibonesi, Arsac e Calabria Straordinaria. La kermesse, che si terrà nel centro storico della città calabrese, ha l’obiettivo di promuovere il vino locale, valorizzare il territorio e favorire l’incontro diretto tra produttori e appassionati. Il centro storico di Vibo Valentia si trasformerà in una grande enoteca a cielo aperto dove 35 cantine saranno distribuite tra le piazze principali – Piazza Garibaldi, Piazza Diaz, Largo Antico Collegio, Piazza Nusdeo, Piazza Terranova e Piazza Carmine – con degustazioni di vini tipici, spettacoli musicali dal vivo, dj set e installazioni artistiche. La partenza del percorso è prevista da Piazza XXIV Maggio, dove i partecipanti ritireranno il kit degustazione. L’evento offre anche una ricca proposta gastronomica che spazia tra varie specialità ideate per esaltare i sapori locali. Per accedere a Vicoli DiVini 2025 sarà necessario acquistare il pass d’ingresso, disponibile nei principali punti vendita a Vibo Valentia e online tramite Eventbrite. La Redazione
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