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6 Ottobre, 2025

Vinòforum 2025. Roma sotto il segno del vino e della convivialità

    Roma, Piazza di Siena – Villa Borghese, 8-14 settembre 2025: queste date segneranno per molti amanti del vino l’inizio dell’autunno con un gusto speciale. È tornato Vinòforum, la 22ª edizione della kermesse enogastronomica che più di ogni altra mette in dialogo produttori, territori, chef e appassionati, puntando su eccellenza, scoperta e identità. Luogo, numeri e novità L’edizione 2025 si è svolta in una cornice mozzafiato: Piazza di Siena in Villa Borghese, che ha ospitato circa 800 produttori, con oltre 3.200 etichette in degustazione. Orari serali (dalle 19 fino a mezzanotte, con estensione fino all’una nei weekend) che hanno trasformato le sere romane in momenti di gusto e convivialità. Il biglietto includeva il calice da degustazione, un carnet da 10 assaggi di vini e l’accesso agli eventi gratuiti previa prenotazione. Novità interessante, la scelta di far cadere l’evento a settembre, in un momento vicino alla vendemmia, per cogliere vini che esprimono più freschezza, più identità. L’intento dichiarato dagli organizzatori è che questo diventi un new wine & food era per Roma e per il Lazio.   Il Lazio al centro: vini locali e scoperte personali In questa occasione ho avuto modo di dedicare particolare attenzione ai produttori laziali: vini dei Castelli Romani, Frascati, Roma DOC, Colli Pontini. Vini che riconoscono il caldo, le brezze tirreniche, i terreni vulcanici e argillosi. In particolare, ho assaggiato un Frascati Superiore che mi ha sorpreso per la sua acidità equilibrata e per il profumo di fiori bianchi – un vino che sa di territorio e di storia. Mi ha colpito anche una selezione di rosati dei Colli Albani, leggeri ma con carattere, che si rivelano perfetti nei momenti serali di Vinòforum. Lo stand Calabria: curiosità che cresce sempre di più anche per il pubblico romano Una delle aree che mi ha più affascinato è stata quella dedicata alla Calabria. Tra gli espositori calabresi, ho notato una partecipazione costante del pubblico; molte persone incuriosite, disposte a fermarsi, degustare, chiedere origine, varietà, abbinamenti. Il patrimonio calabrese — spesso percepito come “marginale” — a Vinòforum ha avuto un palcoscenico importante, e credo che la consapevolezza delle sue potenzialità stia crescendo davvero.   Internazionale, masterclass e approfondimenti Vinòforum non è solo esposizione: è formazione, esperienza, confronto. Ho partecipato a una masterclass sui vini spagnoli, che ha offerto una prospettiva ampia: da Rioja e Ribera del Duero fino ad alcune denominazioni minori meno conosciute, ma ricche di storia e di gioia per il palato. È stato stimolante capire come la freschezza o l’influenza atlantic-marittima in alcuni spagnoli dialoghi con la calda mediterraneità del Lazio; una bella lezione di contrasto e di equilibrio.   In un wine evento che si rispetti occorre una buona acqua. Altrettanto memorabile è stata la cena Gocce d’Eccellenza, cui ho preso parte, organizzata dallo sponsor Acqua Orsini, e con la partecipazione di bar Culto e il ristorante romano Carter Oblio: piatti studiati, dallo chef Alberto Cucciniello abbinati e  ben calibrati, a singolari cocktail  inventati da Giorgio Menotti Bar tender di CVLTO bar Trastevere. Atmosfera raffinata ma non formale. È in questi momenti che un evento diventa esperienza totale: sapore, estetica, conversazione.   I miei preferiti e una classifica sentita Tra i tanti calici assaggiati a Vinòforum, ci sono stati alcuni vini che mi hanno davvero emozionato e che meritano una menzione speciale, quasi una piccola classifica personale: Frascati Superiore DOCG (Lazio) Villa Simone. Un bianco che sembra racchiudere la luce delle colline laziali: al naso fiori bianchi, note agrumate e un accenno minerale che ricorda la brezza dei Castelli Romani. In bocca è armonico, con un equilibrio perfetto fra freschezza e sapidità. È il Lazio che si racconta senza fronzoli, ma con un’eleganza spontanea che conquista.   Albariño Rosado (Spagna) Bodegas Lagar da Condesa Un vino sorprendente, quasi sfuggente, con una veste rosa tenue che invita subito al sorso. Il profumo è un giardino mediterraneo: erbe aromatiche, piccoli frutti rossi e un tocco salino che ricorda le mareggiate atlantiche. In bocca danza leggero, vibrante, perfetto con i piatti di pesce e la tapas gourmet che ho avuto modo di assaggiare durante la masterclass. Un vino che ti porta lontano senza farti muovere da Roma.   Il Monaci di Giraldi & Giraldi (Calabria). Rosso da uve Magliocco, potente e raffinato insieme. Ha il colore intenso del tramonto che bagna la costa tirrenica calabrese e un naso che esplode di frutti di bosco maturi, spezie e una leggera nota affumicata. In bocca è profondo, con tannini avvolgenti e una persistenza che ti accompagna a lungo, come un ricordo che non vuole svanire. È la Calabria che sa affermarsi con orgoglio, con un carattere autentico e una voce che rimane impressa.   La Vip Room e lo Champagne Tra i momenti indimenticabili di Vinòforum, c’è stata la sosta nella Vip Room, uno spazio esclusivo dove scorreva Champagne e metodo classico internazionale. Qui il mio calice preferito è stato un Veuve Clicquot Brut, brillante e seducente, con le sue note di mela gialla, brioche appena sfornata e agrumi canditi. Bevuto insieme a un collega e amico giornalista, Luca Gruppo, che saluto con piacere, ha reso quel brindisi un istante di vera complicità professionale e umana. Un sorso che ha suggellato il lato più conviviale e nobile del festival.   La Digital Communication Room Una novità che ho particolarmente apprezzato in questa edizione è stata la presenza della Digital Communication Room: non una semplice sala stampa, ma uno spazio pensato per giornalisti digitali, influencer, content creator e comunicatori del vino. Un punto d’incontro moderno dove scambiarsi opinioni, creare contenuti live, lavorare con connessioni stabili e strumenti a disposizione. Un luogo che testimonia come Vinòforum stia guardando avanti, comprendendo che oggi la comunicazione del vino non passa solo dalle testate cartacee o dalle grandi firme, ma anche da chi racconta in tempo reale sui social, portando l’esperienza del festival oltre i confini fisici di Roma.   In conclusione: un invito a vivere il prossimo Vinòforum Se ti piace il vino, se ami il racconto che c’è dietro ogni bottiglia, non puoi perdere Vinòforum. È l’evento che celebra il bello dell’enogastronomia e ti fa sentire parte di qualcosa: comunità, territorio, gusto. Alza un calice con me e preparati: il prossimo Vinòforum sarà ancora più sorprendente. 🍷   Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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5 Ottobre, 2025

Alto Adige nel calice

  Brindisi autunnali con Schiava, Pinot Nero e Gewürztraminer   L’autunno in Alto Adige non è solo una stagione, ma una vera e propria atmosfera, un invito a fermarsi e godere. Tra vigneti che si tingono d’oro e di rosso, i calici si riempiono di vini che raccontano l’identità profonda di questo territorio. Tre varietà, diverse ma complementari, accompagnano il gusto di questo periodo dell’anno: la Schiava, il Pinot Nero e il Gewürztraminer. La Schiava, vino rosso leggero e vivace, è uno dei più identitari dell’Alto Adige, apprezzato sin dal Cinquecento e oggi protagonista di una rinnovata stagione di qualità con bottiglie fresche e raffinate. Leggera, dai tannini moderati, offre profumi di violetta e frutti di bosco, versatile in abbinamento a speck altoatesino, canederli, pizza gourmet e zuppa di pesce. Il Pinot Nero, vitigno esigente ma nobile, ha trovato nelle Dolomiti una seconda casa, esprimendo eleganza e finezza grazie al clima fresco e ai suoli alpini. Si abbina perfettamente a carni come filetto di manzo alle erbe alpine o piatti a base di funghi porcini, esaltando raffinata struttura e aromi sottili. Perfetto simbolo della viticoltura altoatesina è il Gewürztraminer di Termeno, con la sua impronta aromatica unica, rotondo e avvolgente. Ideale con cucina asiatica speziata, crostacei e formaggi erborinati, oggi viene interpretato in chiave più fresca ed elegante, con note e longevità sorprendenti. La regione dell’Alto Adige è un mosaico di sfumature e varietà uniche. Questi tre vini rappresentano la leggerezza conviviale della Schiava, la nobiltà del Pinot Nero e la personalità distinta del Gewürztraminer, accomunati nel brindisi all’autunno. La Redazione
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5 Ottobre, 2025

Valpolicella Education Program

Valpolicella Education Program (VEP). Come Diventare Wine Specialist! Un viaggio nell'universo Valpolicella. Negli ultimi anni, mi sono appassionata sempre più al territorio della Valpolicella, grazie alle numerose partecipazioni a eventi di rilievo. Ho avuto il privilegio di vivere esperienze come Amarone Opera Prima
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10° Premio al Territorio Vinarius: dopo il riconoscimento alle Montagne e Valli Trentine, 15 enoteche protagoniste del secondo viaggio Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2025

10° Premio al Territorio Vinarius: dopo il riconoscimento alle Montagne e Valli Trentine, 15 enoteche protagoniste del secondo viaggio

  Dal 21 al 23 settembre, in seguito alla consegna del prestigioso 10° Premio al Territorio, promosso da Vinarius – Associazione Enoteche Italiane, 15 enoteche associate hanno partecipato a un viaggio esperienziale nel cuore del Trentino, territorio vincitore dell’edizione 2025.   Lo scorso febbraio, durante la cerimonia ufficiale al Senato della Repubblica a Roma, il premio è stato conferito alle “Montagne e Valli trentine” come simbolo di un’eccellenza vitivinicola che unisce qualità produttiva, sostenibilità ambientale e valorizzazione turistica. Grazie a un ricco calendario di iniziative in collaborazione con il Consorzio Vini del Trentino, i soci Vinarius hanno vissuto tre giorni intensi di degustazioni, visite in cantina e approfondimenti culturali, approfondendo le peculiarità del territorio che lo rendono un polo di riferimento per il turismo enologico e la produzione di qualità. Graziano Molon, Direttore Generale del Consorzio È con profondo orgoglio che il Consorzio Vini del Trentino ha accolto i soci di Vinarius, associazione di rilievo nel panorama della distribuzione enologica nazionale. Il nostro obiettivo era illustrare la complessa architettura del modello vitivinicolo trentino, fondato su tre pilastri: sostenibilità ambientale, valorizzazione del capitale umano e incessante ricerca della qualità. Questa esperienza rafforza la sinergia strategica tra produzione e distribuzione, fondamentale per trasmettere al consumatore il valore autentico del nostro territorio. Durante il viaggio sono stati conferiti due riconoscimenti speciali a figure che si sono distinte per il loro impegno nel promuovere l’immagine del Trentino: Massimo Pizzato, docente di Immunologia all’Università di Trento, premiato “per aver scoperto un meccanismo fondamentale che inibisce la replicazione di virus come HIV e SARS-CoV-2 e per aver contribuito alla gestione della pandemia COVID-19”. La S.A.T. – Società Alpinisti Tridentini, rappresentata dal presidente Cristian Ferrari, riconosciuta per oltre 150 anni di cura e tutela del paesaggio alpino, della rete sentieristica e della cultura montana rivolta alle nuove generazioni. Il Premio Vinarius al Territorio, giunto alla sua decima edizione, conferma così il suo ruolo di riferimento nel panorama enologico nazionale, valorizzando le aree italiane in cui qualità, ambiente e tradizione si fondono in un modello sostenibile. Chi è Vinarius Fondata nel 1981, Vinarius – Associazione delle Enoteche Italiane rappresenta oltre 120 associati distribuiti sul territorio nazionale con un fatturato complessivo di circa 50 milioni di euro. Presieduta da Giuliano Rossi, Vinarius si impegna nella promozione, tutela e formazione degli operatori del settore enologico, organizzando viaggi studio, corsi di aggiornamento e partecipando a numerosi eventi e fiere. Il Premio Vinarius al Territorio è uno dei suoi progetti biennali più importanti, volto a valorizzare le eccellenze territoriali italiane. La Redazione
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Vendemmia 2025: Costaripa, la gentilezza del tempo e del frutto Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2025

Vendemmia 2025: Costaripa, la gentilezza del tempo e del frutto

  La vendemmia appena conclusa a Costaripa racconta una stagione altalenante e complessa, ma capace di offrire frutti di sorprendente equilibrio.   Mattia Vezzola La vendemmia 2025 è stata un esercizio di ascolto e misura. Abbiamo inseguito la perfezione non nel frutto ideale, ma nella capacità di cogliere l’attimo esatto. Il risultato è un’annata che racconta. Dopo una fioritura leggermente posticipata, l’estate si è distinta per un clima estremo: ondate di caldo torrido e limitate escursioni termiche hanno accelerato le fasi vegetative fino a fine luglio. Le piogge abbondanti di inizio agosto hanno rinfrescato le vigne, ridisegnando le prospettive di maturazione. Dal 4 agosto, i filari hanno richiesto un nuovo sguardo, attento al perfetto equilibrio tra bellezza e maturità. Dal 14 agosto, undici giorni di sole limpido hanno accompagnato la raccolta di Pinot Nero e Chardonnay, con uve perfette, fresche e predisposte a un’eleganza naturale. L’8 settembre è stata la volta delle varietà rosse destinate alla firma identitaria: Groppello Gentile, Marzemino, Sangiovese e Barbera. Grappoli calibrati, acini turgidi, bucce croccanti e vinaccioli color caffè hanno segnalato una maturazione impeccabile, in piena sintonia con la filosofia di precisione di Vezzola. Come da tradizione, la vendemmia rossa ha visto rese inferiori al disciplinare (-30%) con un’ulteriore riduzione del 10% nel 2025, scelta qualitativa che privilegia eccellenza alla quantità. I mosti, oggi in piena evoluzione, sono netti e fragranti. La promessa dei vini è già chiara: espressioni di «gentilezza», cifra stilistica che per Vezzola significa equilibrio tra moderazione alcolica, freschezza e complessità gusto-olfattiva. Con la chiusura della raccolta, Costaripa consegna al futuro una vendemmia che, pur figlia di una stagione difficile, arricchirà la tradizione del Garda Classico e confermerà Mattia Vezzola come riferimento assoluto nel panorama del vino rosato italiano. La Redazione
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Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vigna Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2025

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le sorelle della vigna

  Ci sono parole che hanno un potere evocativo immediato, oltre al significato aggiungono sensazioni, immagini, suoni, iniziano a raccontarti una storia. Per esempio a Codogno, il paese in cui sono nato e cresciuto, c’è un edificio storico che è conosciuto come Ospedale Soave, dal cognome dell’architetto neoclassico che lo progettò intorno al 1770. Rimase in uso come ospedale fino agli anni 40 del secolo scorso dopodiché è diventato un “contenitore” di eventi, io ci organizzai anche cinque mostre di arte contemporanea. Da bambino l’Ospedale Soave, che sorge alla fine di un grande viale alberato, con la cupola verde rame, le colonne in pietra, il cancello sempre chiuso in ferro battuto, mi faceva pensare ad un posto magico. Associavo le parole Ospedale+Soave ad un luogo di miracoli, dove ogni paziente sarebbe senz’altro guarito! Un anticipo di Paradiso sulla terra. Poi….si cresce, ti spiegano che Soave è solo il cognome dell’Architetto, e tutta la poesia finisce in una oretta di vista guidata con la classe, avrò avuto si e no 8 anni. Va beh! Ma esiste un altro Soave, questo si un anticipo di Paradiso sulla terra, tra Verona ed i Monti Lessini, colline morbide, dolci, a volte nascoste nella foschia, molte di origine vulcanica con un vitigno la Garganega che la fa da padrona. Tra questi paesaggi fiabeschi, tra borghi medioevali e castelli, tre principesse Meri, Valentina ed Alessandra nell’antico borgo di Fittà guidano una azienda dal nome magico, Suavia antico nome di Soave. Fondata nel 1982 dai loro genitori, Giovanni e Rosetta Tessari e certificata azienda biologica dal 2020 oggi conta una area di 30 ettari nella zona classica del Soave, Fittà, Carbonare, Castellaro e Tremenalto, con una produzione di circa 250.000 bottiglie all’anno interamente dedicata alla vinificazione in bianco tra Trebbiano di Soave e Garganega. Di quest’ultima varietà vantano viti che sanno di memoria storica, biotipi che raccontano oggi il passato di 70 anni fa ed oltre. Nota a parte merita il Trebbiano di Soave, parente stretto del Verdicchio, che fino agli anni 50/60 del secolo scorso godeva di una estensione pari alla Garganega. Vitigno delicato e sofferente alle variazioni climatiche ed ai parassiti è stato quasi del tutto espiantato negli anni successivi a favore della stessa Garganega o di altre qualità più resistenti, la sua rinascita è merito di Valentina, enologa della cantina, che nei primi anni del 2000 dopo una ricerca tra le vigne più vecchie del Soave Classico ed in collaborazione con L’Università di Milano riesce ad individuare 14 genotipi di Trebbiano di Soave, ristretti poi a quattro con una selezione massale. Esce nel 2008 la prima annata di Massifitti, il primo esempio di Trebbiano di Soave in purezza di tutto il territorio, autentico paradigma di stile, risultato della tenacia e dell’amore per questa varietà e questa terra di tutta la famiglia Tessari. Amore che si riscontra anche nella filosofia di allevamento delle vigne, non una monocoltura spinta, ma una variegata biodiversità tra boschi di querce, acacia, piante di ulivo, da qui una piccola produzione di un ottimo olio varietà Grignano dal sapore quasi agrumato e piacevolmente piccante. E il bello sta proprio qui….cura e attenzione per il passato e tanta cura ed attenzione per il presente: Suavia affida i suoi vini al tempo con la chiusura del tappo Stelvin, che ahimè ancora oggi è questione di dibattito e pregiudizi. E la poesia? La poesia rimane intatta al primo sorso, questo metodo di chiusura difatti elimina qualsiasi rischio durante l’affinamento in bottiglia, racchiude uno specifico momento di vita del vino cosi come lo vuole la cantina, sorrido se penso al prossimo tabù da infrangere, le bottiglie con questa chiusura ancora orizzontali? No no, in piedi va benissimo. Ma….un passo alla volta. A tal proposito prendo in prestito una famosa opera, una frase al neon, dell’artista fiorentino Maurizio Nannucci,  “ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY” a sottolineare come il nuovo sia storicamente  divisivo, ma anche come il contemporaneo dopo una manciata di anni diventa un classico. Prima di iniziare la degustazione Alessandra, oggi nostra preziosa Virgilio in questo viaggio enologico, ci racconta la composizione morfologica del territorio: prevalenza di suolo calcareo ad Ovest, prevalenza di suolo vulcanico ad Est, introduzione necessaria per capire al meglio i vini di Suavia. Iniziamo con gli uvaggi Garganega prima ed il Trebbiano di Soave poi: Soave Classico 2024, Garganega lavorata in acciaio, è subito un pot pourri di fiori freschi bianchi, vengono in mente il biancospino, il mughetto, profumi delicati, così la frutta una mela croccante allo stesso modo la pera, un sentore di pompelmo rosa ed una fresca nota erbacea ne fanno un vino perfetto per le calde serate d’estate, con una scia sapida che favorisce la beva. Morbido, cremoso ed elegantemente avvolgente. Parlando di come già questo vino annunci la qualità e la ricerca espressiva della cantina, senza fronzoli, pulizia nei sentori, risalto dei terreni, Alessandra ci versa nel bicchiere Monte Carbonare 2023, Cru di Garganega. Qui si cambia registro, ci racconta di come le radici delle vigne affondino in un terreno nero, ma proprio nero, basalto molto scuro comunque drenante, tra i più vulcanici del Soave, sul loro sito viene raccontato come “un pezzo di terra nel bicchiere”. Rende bene l’idea perché prevale l’idrocarburo, la grafite, la frutta c’è ed è matura, una pesca gialla, corposa, le note sono fumè, qualche nota vegetale di fieno, riposa un anno sulle fecce in acciaio più sei mesi in bottiglia. Una pronunciata acidità e mineralità portano questo vino lontano nel tempo, curioso di assaggiarlo tra tre o quattro anni! I prossimi tre vini sono parte di un progetto chiamato I LUOGHI , un percorso che personalmente mi piace moltissimo per l’aspetto didattico e la profondità del dettaglio di come un terreno influisca sul risultato finale di un vino. Nel raggio di tre chilometri Suavia possiede tre particelle in tre U.G.A., unità geografica aggiuntiva, sottozone all’interno di una denominazione DOC o DOCG, in pratica uno zoom all’interno della denominazione. Esattamente a Fittà, Castellaro e Tremenalto con una produzione di sole 2.000 bottiglie per particella. Sorprende come in così poco spazio i terreni siano geologicamente tanto diversi,  diversità che si rispecchia palesemente nei vini. Un passo alla volta…. Il primo assaggio è Fittà 2020, vigne vecchie anche di 50/60 anni ed oltre, qui il terreno è scuro, la massa è argillosa, per farci capire quanto Alessandra la definisce un pongo, e si alterna con substrati di rocce basaltiche. I sentori prevalenti sono di frutta matura esotica, papaya, melone, ananas maturo, la mimosa sicuramente, il gelsomino, si sente la mandorla, il cedro, note di affumicato. Il secondo è Castellaro 2020, si cambia completamente suolo, roccia pura, pietroso e qui le radici devono sudarsi il nutrimento scavando e faticando non poco. Vengono esaltate le note speziate, sempre un fiore giallo di mimosa e gelsomino, ma il frutto è poco e le spezie tante, pepe bianco, noce moscata, erba di maggiorana, un po di agrume, una balsamicità di mentuccia, le note prevalenti. Il terzo è Tremenalto 2020, il terreno è poco argilloso in superficie, roccia sgretolata e ossidata con diversi minerali. Tornano i sentori di idrocarburo accompagnati da una frutta molto matura, una marmellata, fiori di zagara e frutta candita, con una mandorla a chiudere, il sentore minerale è un gesso. Tutti e tre sono Garganega 2020, distanti pochi metri, ed hanno la stessa vinificazione: 12 mesi in vasche d’acciaio con le fecce fini e 24 mesi in bottiglia, ma in comune hanno solo una cosa, il colore, un bel paglierino tendente al dorato, con una luminosità intensa e scintillante, per il resto si fatica a credere che nascano nella stessa zona, vicinissimi, ed abbiano avuto le stesse identiche lavorazioni. Concludiamo questa splendida degustazione con il celebrato Trebbiano di Soave. La prima etichetta è Massifitti 2021, bello teso e verticale, paglierino e riflessi verdolini, esce con pepe bianco, pesca, mandorla nel finale, fiori di sambuco, ben sapido e persistente, note evidenti di calcare, roccia bagnata. La seconda etichetta di Trebbiano di Soave è Opera Semplice Atto V, un metodo classico con 24 mesi sui lieviti, un pas dosè con bolla fine, frutta dolce e miele di acacia lo rendono molto piacevole, subentra poi una bella acidità quasi astringente insieme a sentori di pasticceria secca, Alessandra ci suggerisce anche un sentore di oliva che effettivamente riscontriamo, prodotto solo nelle annate migliori. Un unicum assoluto nel territorio. La giornata si chiude con l’unico vino della cantina che si eleva in legno, Garganega Le Rive 2021, 15 mesi in botte grande sulle proprie fecce e affinamento di un anno in bottiglia. Gode anche di una vendemmia tardiva, a fine ottobre, che ne esalta il grado zuccherino che ben controbatte l’acidità della Garganega, il risultato è un vino paglierino dorato, ricco di frutta candita, di spezie, viene in mente il pepe rosa che di per se tende all’agrume, un pò di vaniglia, insomma è il vino che si lascia bere anche da solo, regge una bella serata autunnale, in compagnia…di un bicchiere. Da Suavia abbiamo vissuto un’esperienza entusiasmante grazie ad Alessandra, ricca di racconti, di storie, di particolari che aiutano a capire i loro vini, ognuno con la propria identità, con una firma distinguibile tra mille. La parola Mineralità, diventata un eco che accompagna degustazioni, fiere, presentazioni, spesso svuotata di significato, qui finalmente riacquista concretezza e verità. Meri, Valentina ed Alessandra trasmettono a piene mani l’amore che hanno per questo territorio e per il loro lavoro in vigna, il risultato è un vino scolpito nei dettagli, superlativo, contemporaneo e giustamente molto ambizioso, ci rimane nel cuore la degustazione  I LUOGHI, tra le più interessanti ed autentica trasposizione di un concetto in un bicchiere. BRAVISSIME!     Davide Stroppa
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Autinbej 2022 di Ca’ del Baio: eleganza, carattere e territorio nel cuore delle Langhe Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2025

Autinbej 2022 di Ca’ del Baio: eleganza, carattere e territorio nel cuore delle Langhe

  Un Barbaresco che racconta il terroir e la passione della famiglia Grasso   Il Barbaresco Autinbej 2022 di Ca’ del Baio rappresenta un autentico ritratto delle Langhe. Nato dall’assemblaggio dei migliori Cru della tenuta – le “autin bej”, vigne più belle e soleggiate su esposizioni e altitudini diverse – questo vino esprime tutta la raffinatezza del Nebbiolo da Barbaresco. Distribuito in Italia da Compagnia del Vino, Autinbej è il frutto della dedizione della famiglia Grasso, che da oltre un secolo coltiva le colline tra Treiso e Barbaresco. Affinato 24 mesi in botti di rovere di Slavonia da 30 ettolitri, il 2022 si distingue per profumi complessi che spaziano dal lampone e confettura, alla violetta, con note speziate dolci e accenni di cacao. Il tannino morbido e integtrato garantisce un’immediata armonia senza rinunciare a profondità e longevità, evolvendosi per altri 10-15 anni. Elegante e versatile, Autinbej si abbina con carni rosse, selvaggina come lepre e fagiano, formaggi stagionati e piatti a base di tartufo e funghi. Le sorelle Valentina, Paola e Federica Grasso Autinbej è il risultato del nostro impegno in vigna che racconta la vocazione del territorio. Un vino di grande eleganza, equilibrio e personalità, capace di raccontare il nostro Terroir e la nostra visione. Fondata nel 1870 da Giuseppe Grasso, Ca’ del Baio è oggi guidata dalla quarta generazione che coltiva con attenzione sostenibile 31 ettari di vigneto. La filosofia “The Green Experience” privilegia la viticoltura sostenibile, eliminando concimi chimici, adottando lieviti autoctoni e promuovendo biodiversità con insetti pronubi e nidi per uccelli. Le sorelle Grasso aggiungono La qualità dei nostri vini nasce dalla cura e dal rispetto del territorio. Sostenibilità ed eccellenza sono due facce della stessa medaglia, per un patrimonio unico destinato alle generazioni future. Prezzo indicativo: 45 euro La Redazione
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Life of Wine XIV edizione: un viaggio unico alla scoperta dell’evoluzione del vino Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2025

Life of Wine XIV edizione: un viaggio unico alla scoperta dell’evoluzione del vino

  Domenica 30 novembre 2025 – Hotel Villa Pamphili, Roma   Torna a Roma uno degli appuntamenti più attesi da professionisti e appassionati del mondo del vino: Life of Wine, manifestazione unica nel panorama italiano dedicata esclusivamente all’assaggio di vecchie annate e annate meno recenti direttamente ai banchi di degustazione. La quattordicesima edizione si svolgerà domenica 30 novembre 2025 presso la splendida cornice dell’Hotel Villa Pamphili, sede storica della kermesse da diversi anni. Ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica, con la collaborazione del giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere, l’evento riunirà circa 60 cantine italiane. Ogni produttore porterà almeno un’etichetta declinata in due annate meno recenti più quella attualmente in commercio, permettendo ai visitatori di compiere un vero e proprio viaggio nel tempo attraverso i calici. Sarà possibile assaggiare ulteriori referenze e, in alcuni casi, acquistare direttamente le bottiglie con prezzi esposti sui banchi. Orari e modalità di accesso Dalle 10.00 alle 13.30: ingresso riservato a sommelier tesserati (25 €), operatori del settore vinicolo, stampa e comunicatori (accredito obbligatorio da richiedere online dal 1° luglio). Dalle 13.30 alle 19.00: apertura al pubblico di appassionati (35 €, degustazioni libere incluse). Info accrediti e biglietti: www.lifeofwine.it/accrediti/ Un successo confermato L’edizione 2024 ha registrato oltre 600 presenze e la partecipazione di più di 60 aziende vitivinicole, con forte presenza di operatori e stampa specializzata. Un risultato che conferma Life of Wine come punto di riferimento nazionale per approfondire il tema della longevità del vino. Storia e location Dal 2010 a oggi Life of Wine ha toccato location prestigiose, tra cui Firenze, Roma e altri spazi esclusivi: dal 2021 si tiene stabilmente all’Hotel Villa Pamphili di Roma, via della Nocetta 105. La Redazione
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Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2025

Barbato 1907. Raffaele, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita

    Si ‘sta voce te sceta ‘int’ â nuttata,
Mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
Statte scetata, si vuò stà scetata,
Ma fa’ vedè ca duorme a suonno chino! Sono le parole di Voce ‘e notte, una meravigliosa canzone d’amore scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi perdutamente innamorato (e ricambiato) di Anna Rossi, figlia di un ricco commerciante che la diede in sposa ad un facoltoso cliente settantacinquenne.  Una storia struggente che narra di come un destino avverso possa essere cambiato o cambiare esso stesso in qualche modo. Occorre far qualcosa, muoversi, rimanere svegli. Inquadrare Raffaele Barbato Capasso non è affatto semplice. Un omone dal volto e dall’aspetto gentile che quando lo vedi versare e parlare dei suoi vini, non puoi che notarne la felicità. Felicità. Si è proprio la felicità che mi viene in mente. Gli sorridono gli occhi e non solo. L’ho conosciuto ad una meravigliosa manifestazione, IoVino, completamente dedicata ai vini campani e marchigiani. Era accanto a sua moglie Francesca e alla figlia Peonia che disegnava beatamente accanto ai genitori. Nonostante il trambusto che regnava nella grande sala dell’hotel, Peonia era felice, Francesca era felice, Raffaele era felice. C’era una sorta di idillio che ho preferito osservare da lontano prima di avvicinarmi.  Poi ho capito. Solo poi, chiacchierando con Raffaele, ho capito. Mi chiamo Raffaele Barbato di nome e Capasso di cognome. Già questo è un casino. Il nonno da parte di mamma che faceva vino. Loro sono i Barbato. Io però Barbato ce l’ho come nome. All’epoca non si poteva avere il doppio cognome. Nonno aveva una sola figlia femmina che poi ha fatto tre femmine e per quarto sono arrivato io. Lui era nato nel Far West del 1907 e l’azienda infatti si chiama Raffaele Barbato 1907. Fu anche l’anno in cui è stata ultimata la grotta e ultimato il palazzo. Un doppio nome per poter conservare il cognome che altrimenti si sarebbe perso. Una di quelle cose che solo la genialità campana poteva partorire. Siamo a Frattaminore, paesino dell’hinterland di Napoli. Giusto giusto al confine con la provincia di Caserta. Grandi distese di terre dedicate negli anni perlopiù alla canapa e intervallate dalla moltitudini di piccoli o grandi centri abitati.  Io sono la supponta ovvero il bastone della vecchiaia, che però in effetti è l’erede morale. Sono cresciuto con lui, andavamo sempre in campagna io e lui il cane, che era un mastino napoletano e a cui mio nonno teneva, il suo trattorista Carluzzo. I primi anni della mia vita e fino ai 15 anni, sono stati così. Nonno voleva sempre un maschio ma non l’ha mai avuto. Lui mi diceva fai altre cose, studia.  Il doppio nome e ‘a supponta. Tutto quadra. Una tradizione napoletana quella della supponta ancora oggi, manco a dirlo, ben radicata. Un modo per trasmettere non solo il nome o il cognome ma ciò che si è appreso dalla vita, ciò che dalla vita si è ottenuto. Il nonno di Francesco era uno che con la terra ci lavorava. Tanti ettari, tanta produzione. Si, anche il vino. Come si faceva allora. Quello che più conta per Raffaele sono i ricordi delle grandi alberate di Asprinio all’ombra delle quali se ne stava con il nonno, il mastino napoletano e gli altri personaggi dei quali il nonno si circondava per l’azienda. I medesimi ricordi, al netto del cane, che ho anche io impressi nella mia memoria. Ricordi che sono come dolci carezze nella notte. Le passeggiate in campagna con il nonno e sotto braccio il paniere in vimini per raccogliere i fichi o le nocciole. L’ombra dei grandi alberi. Il canto delle cicale. Gli odori della campagna.  Al bambino Raffaele cosa volete importasse del vino. Contava il contatto con il nonno e la sua realtà. Una supponta neanche scritta ma nella natura delle cose. Era lui, nonostante le due sorelle e un fratello più piccolo, quello destinato al nome.  Il vino poi non poteva che essere quello che si faceva dall’Asprinio, vero artefice di questi luoghi.  Nonno aveva l’Asprinio con piante vecchie di 100 anni a piede franco. Mischiava anche varietà diverse. Sopra c’era una vasca di cemento dove metteva i grappoli con il raspo. Li lasciava una nottata poi torchiava e faceva confluire il mosto in un’altra vasca di cemento a tre metri dove iniziava la fermentazione. Dopo tre giorni portava tutto in grotta nelle botti. Lui faceva la pigiatura, diciamo prima coi piedi, poi con la macchina che schiacciava solamente con con il raspo. Poi stava tutta la nottata con il raspo e le bucce poi veniva nelle botti che erano di castagno. Quindi era una Asprinio con i tannini, poi in botte di castagno. Va bene che erano in cerate però era un bel vino importante. Fermo anche se l’Asprinio avendo un residuo zuccherino tende a rifermentare un pò. La grotta. Credo che se non la si veda non la si possa nemmeno immaginare.  In questi luoghi il tufo domina il sottosuolo per via dei riporti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio. La terra, o la sabbia, nel corso dei secoli, lo hanno solo ricoperto con diversi risultati. È cosi che ci sono zone dove il tufo lo si trova a pochi metri sotto argilla e sabbia e altri dove è più profondo. Come una sorta di gioco collinare. Chi ha avuto la fortuna di potersi costruire la casa negli anni e secoli scorsi, mai si è lasciato scappare l’occasione di avere, realizzandola, una cantina. Non c’erano i frigoriferi e avere un luogo dove poter conservare alimenti (vino incluso) era davvero una necessità. Mio nonno aveva la cantina. Un luogo buio e misterioso dove ai nipoti non era consentito scendere. Vi si accedeva con una irta scala completamente buia alla fine della quale c’erano altri cunicoli che portavano chissà dove. Sempre che in realtà non si fermassero dopo pochi metri. Vallo a capire. Era li che trovavamo sempre mio nonno prima di pranzo. Diceva che andava a prendere il vino ma poi rimaneva in contemplazione a farsi un bicchiere in serenità. Vai a dargli torto! Il nonno di Raffaele più che una cantina aveva creato, sotto il grande palazzo della famiglia, una vera e propria grotta. 18 metri di profondità scavati integralmente nel tufo.  Per scenderci c’erano le grandi scale in legno. Le stesse che gli agricoltori usavano per arrampicarsi sui grandi pioppi maritati con i filari dell’Asprinio. Oggi c’è una scala in muratura, realizzata parecchio dopo.  È nella grotta che si stivava anche il vino. Ma non solo ovviamente.  Il vino era l’Asprinio o il rosso di Solopaca ed è grazie alla grotta e alle botti di legno che questi vini cambiavano totalmente. Temperatura e umidità fisse, zero luce. Condizioni ideali per la maturazione. O far morire le persone. Già, perché in luoghi come questo l’ossigeno viene spesso mangiato dall’anidride carbonica. Ecco perché la grotta ha delle bocche di areazione. Si scendeva con la candela per capire della presenza di anidride carbonica. Dalle bocche di areazione si gettavano delle fascine accese in modo che il calore potesse portare sopra l’anidride carbonica. Succedeva nelle giornate afoso e stagnanti. Si diceva: la grotta s’è mbriacata. Purtroppo Raffaele sarà costretto a pavimentare la grotta per via della falda che si sposta verso l’alto. L’abbandono delle coltivazioni nella zona, abbandonate come gran parte delle cose qui, determina una diminuzione dell’assorbimento di acqua dalla falda che è destinata ad alzarsi. Senza una pavimentazione l’acqua allagherebbe tutto. Mio nonno faceva l’Asprnio. Aveva una zona dietro Aversa perché migliore. Nonno è finito negli anni 90. Nelle ultime annate nonostante fossi piccolino, ero comunque quello che segnava le giornate degli operai, andava in vigna, ecc. Segnavo le pese, la qualità, portavo la contabilità, poi andavo da quello lì per i soldi. Morto nonno, mamma ha affittato i terreni. La regione Campania pagò per farli togliere i vigneti.  Erano gli anni 80. Gli stessi dello scandalo del metanolo in Italia e dell’antigelo in Austria. L’Unione Europea corse ai ripari e cercò di ridurre le quantità prodotte con lo scopo di aumentare la qualità del vino. Ovviamente con gli incentivi all’estirpazione delle vigne. L’Asprinio, decantato da Mario Soldati nel suo viaggio Vino al vino, non aveva avuto le stesse fortune di altri. Oltretutto complicato da gestire in vigna per via delle alberate, poco di appeal come vino fermo. Fu così che proprio al posto delle alberate si piantarono le nocciole o le pesche. Ma pure con queste ci fu lo stesso problema del vino. Non con scandali ma con eccessiva produzione. Ricordo ancora i tir pieni di pesche che venivano portate alla discarica. Sentivo gli effluvi a distanza. Belle pesche, gradi e succose, ammassate sui camion. Perché non darle ai poveri? L’Unione Europea non voleva (e non vuole per tante altre cose come ad esempio il latte….). Poi, fine anni 90, abbiamo tolto le le pesche. Comunque con problemi. Le terre vennero vendute alle persone che c’erano dentro. Erano coloni che vendevano l’uva coltivata sui terreni dei quali lui era il proprietario. Qualche terreno è diventato edificabile. Da che avevamo 30 ettari adesso ne abbiamo 12. Due e mezzo coltivati a vigneto, mezzo lo sto seminando. Avevamo quattro alberate e adesso ne sono rimaste tre per via di un incendio nel 2021. Altri quattro ettari con 2 ad Asprinio e due a  Camaiola, Casavecchia e Pallagrello Bianco.  La mamma di Raffaele non poteva certamente fare il lavoro del padre.  Mio padre aveva studiato medicina e faceva il vino con mia nonno, ma erano due capatosta. Ehhh quando due capatosta entrano in contatto, bene che vada c’è uno scontro titanico. Ma non si piò fare nulla. Oltretutto la capatosta è qualcosa di ereditario tanto che pure Raffaele lo è.  Io ho sempre lavorato in famiglia. Sia con mio nonno che con mio padre. Il più bel periodo della vita mia sono stati i vent’anni. Un terzo andavo all’università, un terzo uscivo sul corso con le femmine dell’università, l’altro terzo passavo per lo studio, però non avevo grosse responsabilità. Poi mi sono trovato a sostituire mio padre perché fu operato. Ma io sono capatosta perché una volta assaggiato il potere, non lo vuoi mollare, capatosta lui che giustamente dice vai truvann, è roba mia… la crisi dell’edilizia negli anni pre covid, poi il covid. Io avrei fatto cose diverse ma passavamo il tempo a discutere di come avremmo fatto le cose… La faccenda si ingarbuglia ed è meglio spiegarla così si capisce bene il personaggio Raffaele. La storia sembra proprio essere uscita da una commedia di Edoardo Scarpetta, di quelle magistralmente interpretate da Edoardo De Filippo.  Il papà di Raffaele oltre ad aver studiato medicina, essere stato sindaco a Frattaminore ed avere una passione per i cavalli da corsa, ha una impresa edile nella quale lavora Raffale e una sorella. Le altre due sorelle sono medici e il fratello, ingegnere. Stanno bene di famiglia i Capasso e il buon Raffaele ama la bella vita. Non lo nasconde e per sua stessa ammissione, se la gode.  Studiavo giurisprudenza perché a me non piaceva la matematica. Non avevo la mia strada. Studiavo, mi divertivo, mi facevo le meglio vacanze. A marzo prendevo l’aereo e andavo a Miami. Mia sorella stava all’università a Miami che faceva un dottorato. Lei è pediatra. In famiglia abbiamo un pediatra, una ginecologa, due ingegneri. Io sono l’unico che ha studiato altre cose. Insomma, avete capito il tipo. Ciò che però manca di capire è perché proprio uno come Raffaele si sia messo a fare il vino, anzi, lo spumante.  Qui e proprio qui sta la commedia di Scarpetta, quelle che da possibili tragedie creano una rinascita. Nello spirito, nell’animo e soprattutto nella vita.  Per quanto uno possa stare bene economicamente e pensi di potere avere tutto dalla vita, accadono dei fatti, perché la vita è così, che fanno comprendere quanto tutto si sostenga su un sottile foglio di carta velina.  Raffaele si sposa e proprio a ridosso del COVID, nasce Peonia. Un evento meraviglioso se non fosse che la moglie non ha esattamente un parto semplice e il COVID non aiuta.  Stavamo chiusi dentro casa per il COVD, mia moglie aveva appena partorito e aveva avuto problemi con il parto e diciamo l’hanno acchiappata perché stava in buon ospedale se no, non so cosa sarebbe successo. Dentro casa lei allattava con la mascherina e con i guanti. Io stavo sul tavolo come imprenditore a fare il business plan per ordinare le piantine, mia figlia che mi guardava e aspettava che ogni tanto dovevo portarla ad allattare. Io stavo cagato sotto perché avevo paura che l’avrei cresciuta da solo. Da quel momento m’è scattata una molla. Ho detto voglio fare questo e mentre stavo scrivendo il business plan che si chiama ci pensa papino 2040 quando mia figlia avrà 18 anni in quell’anno è di avere una azienda che fa buoni prodotti, è conosciuta, ecc. Niente nella vita è semplice. Però sono proprio i momenti di difficoltà ad aprirti gli occhi e a farti pensare a quali siano realmente le cose importanti nella vita.  La famiglia che ho visto a Roma, dietro un banco di degustazione, i sorrisi, gli sguardi, le parole sussurrate all’orecchio, le carezze per Peonia, lo stupore per i disegni che stava facendo. Piccole cose. Piccoli momenti di gioia che sanno di felicità. Ognuno può trovare questi momenti nel passato o nel presente, Raffaele lo ha trovato guardando al passato e a quando stava bene con il nonno. Il vino? Ma si, è importante ma se il nonno avesse prodotto canapa, sarebbe stato bello lo stesso. Sono le sensazioni che contano.  Faccio questo perché sono nel mio ambiente e sto bene. Sono felice. Faccio lo spumante di Asprinio e sto cercando di uscire con il Casavecchia e il Camaiola perchè voglio essere una azienda spumantistica. Ho un legame con quello che è il mio passato, che è la mia vita con la con il vino. Io voglio ripartire da me stesso voglio, quello che mi rende felice. Voglio voglio fare quello che che mi fa stare bene. Sono felice quando mi sento me stesso.  Spumanti. Spumanti metodo classico. Con l’Asprinio, con il Casavecchia, con la Camaiola. Il business plan di Raffaele è al 2040 con un risultato da raggiungere nel 2030. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo.  Ho un terreno che da la giusta acidità. Ho l’Asprinio che è ottimo per spumantizzare. Ho la grotta. La mia situazione è perfetta per andare bene. Tutto. Raffaele Barbato ha tutto per riuscire ed è certamente vero può permettersi di aspettare. Ma non è questo il vero motivo. Non vuole, nella maniera più assoluta, lasciare a Peonia qualcosa che non sia di eccellenza. Ha iniziato un percorso nel 2020 che si è rivelato complicato. Nel 2021 andò a fuoco la vigna di cent’anni. Si salvò un ramo. Le ripiantai. Dopo un anno guardavo le piccoline e mancava qualcosa: l’alberata dove stavo seduto là sotto io e mio nonno Carluzzo. Era diverso, era tutto diverso. Era come quando perdi non dico familiare, ma un amico di gioventù. Dopo un anno ho accusato che mi è mancato. Poi in quel momento dissi vabbè però noi dobbiamo fare le cose nuove e belle. Il problema è che il vecchio non va bene se tu non lo rispetti. Se tu rispetti quello che ti da allora e capisci come usarlo. Così hai un amico.  Le alberate sono così. Vecchie e difficili. Vecchie e complicate. Vecchie e desuete. Però sono le alberate. Da quelle e su quelle l’Asprinio si esprime al meglio per via delle altezze che concede minore alcolicità.  9178 bottiglie prodotte nel 2023 che si venderanno tra qualche anno. Nel 2020 1600 bottiglie. Nel 2021 incendio.  Nel 2022 era la prima annata con la produzione dei nuovi impianti e con l’alberata abbiamo fatto una unica produzione con una parte, quella a sei metri, un pò più matura. Io faccio il biologico e voglio meno prodotti in cantina. Così abbiamo prodotto il Gold, molto minerale cosi che profumi e colori mi ricorda l’Asprinio che conosciamo noi. Anche il profumo di miele. Ho provato l’annata 2020. Nato nella grotta, dove il silenzio plasma l’eleganza luccica di oro nel calice.
Atteso per 40 mesi, così da scolpire l’anima spumeggiante.
Nel calice, la memoria di un vitigno antico, la freschezza che taglia l’aria come marmo scolpito, la mineralità che sussurra storie di tufo e radici. Sentori di crosta di pane, mela verde, agrumi canditi, una vena salina che ricorda le profondità della terra.
La sapidità pervade il sorso con le agrumate e fresche bollicine che dissetano offrendo una innata sensazione di pulizia estrema.
È un brindisi verticale, aspro, scolpito, scandito bolla dopo bolla.  Insomma, un interessantissimo metodo classico solo per chi vuole scoprire, senza domarlo, l’impeto e la verticalità di un vitigno come l’Asprinio. Mano mano sto cercando di capire, di avere la consapevolezza. Sicuro ho la consapevolezza di non sapere le cose. Mi informo, chiedo e mi fido di qualcuno. Pietro Ceparano è l’agronomo e enologo. L’obiettivo è raggiungere la vendita di 12/15.000 bottiglie per anno nel 2030 attraverso una linea (Pure) di derivazione unicamente dalle alberate. Un Casavecchia blanc de noir, un millesimato e un sans année.  Ho avuto il piacere di assaggiare il vino base delle alberate e devo dire che la differenza c’è tutta. La frutta emerge con veemenza sia al naso sia in bocca arrivando a dare sensazioni gustative interessanti. È una ottima base che darà bellissime soddisfazioni nella sua evoluzione. Stiamo facendo delle prove. Poi 36 e 40 mesi. Per adesso un unico prodotto che mette insieme tre annate. Ho 5000 bottiglie e basta. Poi ci vorrà il 26 e 27. Arrivare, fare e 12.000 15.000 bottiglie di vendita all’anno 20.000 all’anno sarò faticoso.  Assolutamente deciso a non intraprendere scorciatoie. Un progetto articolato e complesso che per Raffaele è o cosi o non si va da nessuna parte. Per adesso, oltre ad attendere che le bollicine prendano forma insieme al suo progetto, porta la sua meravigliosa bimba in giro con lui. Mi porto mia figlia appresso fin da piccolina. Il sabato andiamo in campagna. La domenica al parco a farla giocare sulle giostrine. L’anno prossimo devo vedere come devo fare per seminare i papaveri o qualcosa per lei. Si chiama Peonia come prima nome poiché scelto da mia mia moglie. Le piaceva da una storia che aveva letto da piccolina. Secondo nome, Margherita come mia nonna. Dunque Peonia Margherita Capasso. Figlia di un agricoltore, perché alla fine, io sono sono imprenditore agricolo. Ecco, questa è la meraviglia del vino. La campagna, la terra, il vivere una vita scandita dai cicli della natura. Assecondarla. Per essere felici. In questo caso, tra le bolle.   PS La canzone di Eduardo Nicolardi è anch’essa una storia a lieto fine che insegna come occorra provare a cambiarlo il destino piuttosto che attendere che qualcosa accada. Nel suo caso, il facoltoso cliente morì, Anna divenne sua moglie ed ebbero ben otto figli.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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