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12 Settembre, 2025
Gin & Tonic Festival: da venerdì 12 a domenica 14 settembre 2025 l’ultima edizione italiana di quest’anno
Dopo il grande successo delle sue edizioni in diverse città italiane, Gin & Tonic Festival approda al Bunker di Torino da venerdì 12 a domenica 14 settembre 2025, per un autentico gran finale di stagione. Il Bunker, tempio dell’underground torinese, si trasformerà in un’arena da degustazione unica, unendo l’eleganza del gin alla creatività post-industriale della location. L’evento, a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su Eventbrite, promette contenuti di diverse fattispecie, pensate per rendere accessibile la cultura del Gin a un pubblico sempre più ampio e preparato.
Oltre 400 etichette
Il cuore pulsante del festival sarà rappresentato da una selezione curatoriale di oltre 400 etichette di gin provenienti dalle più prestigiose distillerie internazionali. Dai London Dry Gin iconici alle interpretazioni botaniche più avant-garde, dai produttori artigianali italiani alle maison storiche britanniche e olandesi, ogni bottiglia racconterà una storia di maestria distillatoria e passione per l’eccellenza.
Masterclass gratuite
Masterclass gratuite con esperti internazionali: Gin&Tonic Festival si distingue per un approccio educativo di livello accademico. Grazie alla partnership con ilGin.it e Mosaico Spirits, l’evento ospiterà il fondatore Marco Bertoncini, uno dei tre membri italiani della prestigiosa The Gin Guild
Crea il tuo Gin
Un’occasione unica per trasformarsi in Mastro Distillatore per un giorno. Realizzato in partnership con iltuogin.it, questo laboratorio permette agli ospiti di cimentarsi nella creazione di blend personalizzati sotto la guida di esperti. Il tutto inizia con un racconto sui segreti della distillazione, prosegue con la selezione di oltre 40 botaniche pregiate e si conclude con la creazione di una bottiglia dal blend unico, completa di etichetta personalizzata stampata in loco.
Gin Special
Per chi desidera esplorare il gin oltre il classico Gin & Tonic, sarà presente uno stand speciale “Gin Special”. Qui, i più talentuosi bartender italiani reinterpreteranno i drink a base gin, abbinandolo a guarnizioni e ingredienti innovativi. Lo stand rappresenta il palcoscenico privilegiato per scoprire sfumature di gusto completamente nuove.
Degustazione di Sigari
Si rinnova la collaborazione con il Club Amici del Toscano, un’associazione dedicata a un’icona della tradizione italiana. I visitatori scopriranno il perfetto connubio tra i sapori di un sigaro Toscano e le note aromatiche del Gin & Tonic.
Gin & Tonic by night
Dalle 18:00 all’01:00, i visitatori di Gin&Tonic Festival potranno godersi la serata con musica e dj set che accompagneranno tutte le attività, così come non mancheranno i momenti dedicati al karaoke e ad altro ancora. Dall’una di notte di venerdì 12 e sabato 13 settembre, il GTF Bunker Party rappresenterà la sintesi perfetta sintesi perfetta tra cultura del bere consapevole e intrattenimento di qualità. Il sound system del Bunker prenderà il sopravvento, trasformando la venue in un club esclusivo d’Italia per far ballare i partecipanti. L’accesso ai party è incluso nel biglietto gratuito del festival.
Accesso al festival
In linea con la filosofia inclusiva del brand, l’accesso all’evento rimane completamente gratuito tramite registrazione su Eventbrite, con accesso prioritario garantito fino alle ore 21:00. Una scelta strategica che conferma la mission del festival: rendere accessibile la cultura del premium beverage a un pubblico sempre più ampio e preparato.
INFORMAZIONI PRATICHE:
Location: Bunker, Via Paganini 0/200, Torin
Date: 12-13-14 settembre 2025
Orari Festival: 18:00 – 01:00
Orari Party: dalla 1 di notte (venerdì e sabato)
Ingresso: Gratuito con prenotazione obbligatoria su Eventbrite
web: gintonicfestival.com
facebook: festivalgintonic
instagram: gintonic_festival
youtube: gintonicfestival5184
tiktok: gintonic_festival
La Redazione
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12 Settembre, 2025
Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore
Avete mai sentito parlare dei Chakra?
Capisco che le culture lontane dalla nostra possano suscitare scetticismo e incredulità ma spesso tutto ciò è dovuto ad ignoranza intesa come mancanza di conoscenza.
Nella cultura indiana e già dal 500 a.c. i chakra vengono identificati come centri energetici e di consapevolezza presenti all’interno del corpo umano. Sono veri e propri vortici energetici tanto che la parola chakra vuol dire proprio ruota o vortice.
L’energia che può scaturire o meno da questi vortici influenza parti sostanziali del nostro corpo tanto che sbloccare i chakra vuol dire lasciar fluire l’energia stessa attivando i processi legati all’anima e allo spirito. I grandi Maestri indiani contano centinaia di chakra nel nostro corpo ma i principali sono sette.
Primo chakra, Muladhara
Secondo chakra Svadhisthana
Terzo chakra Manipura
Quarto chakra Anahata
Quinto chakra Vishuddha
Sesto chakra Ajna
Settimo chakra Sahasrara
Muladhara è il colore rosso ed è alla base della colonna vertebrale. Rappresenta forza e passione cosi che quando è sbloccato ci si sente indipendenti e forti.
Svadhisthana è l’arancione posizionato nell’ombelico. È la felicita corporale e sensuale. Le emozioni insomma. Sbloccarlo vuol dire vivacità, positività, soddisfazione.
Manipura, il giallo. Nella parte alta dell’addome è il vero accumulatore di energia tanto che sbloccarlo fa sentire più energici, produttivi, concentrati.
Anahata è il verde che rappresenta il ckakra del cuore. Posizionato poco al di sopra di questo, è l’amore universale.
Vishudda nel suo azzurro è il chakra della comunicazione ed espressività. È alla base della gola e indica come il silenzio rappresenti la nascita della comunicazione autentica.
Ajna, il blu, la consapevolezza superiore. Tra le sopracciglia è il terzo occhio che da la concentrazione spirituale.
Sahasrara, il viola. Dalla sommità della testa è la completezza, la perfezione. La coscienza cosmica che scaturisce dal suo sbloccarsi porta alla pace interiore e alla chiara prospettiva sul mondo.
Si, va bene, ma con il vino cosa diavolo c’entra tutto ciò?
Partiamo dall’inizio.
Giovanni Aiello è un ragazzone simpatico. Alto, scuro di carnagione. Una bella barba folta e degli occhiali neri che sembrano usciti direttamente da uno di quei film americani anni 70. Mi viene incontro con una andatura stanca. Stanca di uno che ha appena finito una lunga degustazione con dei clienti americani. Ci sta.
Siamo in Puglia nella Valle d’Itria, a Putignano (BA). A pochi km ci sono le grotte di Castellana (meritano una visita assolutamente). Il terreno dunque è di tipo carsico. Definirlo terreno è però un eufemismo. Sembra di stare sulla crosta di una forma di groviera. Solo che non è morbido ma duro come la roccia. Carsica appunto e con tante cavità.
La Valle d’Itria nei tempi andati era una distesa infinita di vigneti. Nei tempi andati appunto. Tanta produzione, vini esclusivamente da taglio, uva destinata alla tavola. Solo oggi i giovani rimasti, o tornati, stanno cercando di rivalorizzare questa parte di Puglia che forse è più vera di altre. È quella dove i trulli sono ancora costruzioni adibite a stalla e gli olivi secolari sembrano giganti solitari a difesa delle dolci colline (o cavità segrete). Il mare lo si vede sempre all’orizzonte e i venti carichi di sale, spesso, lo ricordano.
La cantina all’esterno, sembra il set di un film ambientato, ovviamente, in Puglia: una masseria squadrata, le balle di fieno utilizzate come sedute posizionate intorno ad un grande olivo, i tavoli all’ombra.
Due meravigliosi cani, dei Bovari docili in maniera inversamente proporzionale alle dimensioni, accolgono me e mio figlio prima di Giovanni.
All’ingresso la masseria accoglie i visitatori con la visione dei grandi tini di acciaio che arrivano fino alla grande porta sul retro. Aperta cosi da far corrente e meno male visto il caldo.
Ci sono delle teche con le bottiglie che destano subito l’attenzione per via delle etichette molto particolari. Ognuna di esse si caratterizza per una nuvola di schizzi colorati posizionati in maniera randomica. Ogni bottiglia un colore. Avevo letto dei chakra….
Alle pareti una infinità di diplomi e riconoscimenti. Tutti parlano di Giovanni Aiello. Un modo per far capire quanta fatica si è fatta. Già mi piace.
Poi ci sono quadri e oggetti di altri tempi: da un grammofono ad una pompa a mano. Meravigliosi.
Giovanni, cosi come le persone dello staff, indossano una polo nera con sopra il cuore un riquadro con gli stessi schizzi colorati delle etichette dei vini. Rossi stavolta. Giovanni Aiello, enologo per amore è il claim ricamato.
I miei sensi di ragno mi dicono che siamo in presenza di qualcosa di inusuale qui. Come se si fosse studiato prima, costruito poi, qualcosa di estremamente particolare.
Ma la domanda che occorre sempre farsi in questo caso è: che male c’è?
In fondo, della storia di chi fa vino da generazioni, di chi il vino lo faceva da piccolo, di chi è ritornato alla campagna, di chi ha mollato il lavoro ecc ecc ecc, ne è pieno il web (prima si sarebbe detto le pagine ma oggi non si stampa più..). Se invece qualcuno ci ha messo testa prima, cuore dopo (o viceversa) per creare qualcosa utile a sviluppare una azienda e con questa il territorio, dobbiamo solo levarci il cappello!
La struttura dicevamo. Una stupenda vecchia masseria dei primi del 1800 appartenuta alla famiglia Laterza. Si quelli della casa editrice che erano proprio di queste zone. Prima adibita a cantina poi trasformata nel 1958 in un ristorante prima e ristorante discoteca dopo.
La voglia di fare vino di Giovanni nasce in un garage, oltre 10 anni fa. Una voglia nata da un senso dì incompiutezza. Strano a dirlo ma quando la tua famiglia produce e vende uva da tavola, puoi certamente vivere bene e fartela andare bene ma magari ti può venire in testa che con l’uva ci puoi fare altro. Tipo il vino. Ecco l’incompiutezza. Completare il ciclo dell’uva realizzando il vino.
La voglia di colmare questo senso non può che condurlo a studiare enologia prima e a fare esperienze all’estero dopo.
Per quanto nella famiglia le terre ci sono, non ce ne sono però da dedicare al vino togliendole al reddito dell’uva da tavola.
L’Australia, la California. Diventano le terre d’apporto di Giovanni che, quando inizia, non è che si mette immediatamente a fare l’enologo.
Forse impari più non facendo. Dipende se uno vuole imparare cioè nel senso se tu c’hai fame. Un pezzo di pane soddisfa assolutamente anzi ti fai il fisico. Non avevo mai visto una cantina, non parlavo inglese. Era già dura con l’inglese. Mi sono fatto 20 giorni alla cisterne. Inizi a capire come attaccare i tubi. Ma sono quelle banalità che se non le vedi non impari. A scuola fai tanta chimica, biochimica, microbiologia, un insieme di scienze tutte messe insieme ma se poi non sai attaccare il tubo alla cisterna, hai voglia tu a fare il vino.
Perché a guardare la cantina sembra tutto bello, pulito, le bottiglie esposte, i quadri, ma solo parlando con Giovanni si capisce come dietro ci sia tanto sudore, tanta fatica. Sacrifici. Ecco devi equipaggiarti di tanta umiltà e fare sacrifici. Vallo a raccontare agli smidollati di adesso….
La voglia, la necessità di fare esperienze continua e Giovanni tramite il suo professore di Udine trova una cantina. In Cile. Il destino però ci mette sempre uno zampino nelle storie ed è così che il papà viene colto da un infarto importante. Dove diavolo vai quando hai un padre in fin di vita? Da nessuna parte ovviamente. Tocca rimanere a casa. C’è la famiglia e c’è l’azienda.
Da lì ho scelto di rimanere qui e partire con il mio progetto. Mi mancava una parte nel senso che ho fatto otto anni tra le esperienze sul campo, in vigna non ci sono problemi. Idem per la parte enologica. Manca però saperlo vendere il vino. Così decido di fare un master in marketing e comunicazione.
L’umiltà da un lato, la capacità di avere il quadro di insieme dall’altra. Giovanni è splendidamente solido, pragmatico, concreto. Non è tipo che sa di poter fare le cose bene viste le sperimentazioni e le microvinificazioni che nel tempo ha operato dunque, lanciarsi e amen. Ritornare è si qualcosa di impagabile sempre stato nella sua mente. Ma non basta.
Quando stai tanto lontano da casa, per quanto il mondo può essere bellissimo, ti rendi conto che non è casa tua il mondo. E poi penso che oggettivamente posso abitare in un posto veramente bello.
Tutto meraviglioso ma da persona umile quale è capisce anche se si producono vini eccellenti poi, comunque, li devi vendere. C’è bisogno di capire come.
In molti sottovalutano un aspetto come la vendita che è in realtà il più complesso della catena del valore del vino. La concorrenza, in un settore dove la qualità è mediamente alta e il numero di aziende sul mercato infinita, è immensa.
Uno dei docenti era all’epoca era il direttore di Feudi San Gregorio, Francesco Domini. Vuoi fare delle esperienze? Fai il commerciale, sul marciapiede. Così mi sono fatto un paio d’anni sul marciapiede. È stata una grande scuola.
Il progetto di Giovanni ovviamente procede in parallelo con la prima vigna in affitto e la cantina nel garage di casa. Il principio è quello dell’autofinanziamento. Nessuna voglia di chiedere aiuti, nessuna voglia di prendere scorciatoie. Il vino che ne deve derivare deve essere diretta espressione del pensiero e del cuore di Giovanni.
Il primo vino è un rosato cosa che non è strana a pensarci bene e non lo è quando occorre uscire subito sul mercato e la vigna che presa in affitto è di Primitivo. Fare il rosso non è cosa poiché andrebbe aspettato. Il bianco non c’è. Dunque? Rosato.
Poi arriva la prima vigna acquistata e le altre in affitto. Tanto qui i contadini smettono di coltivarle quando non ci sono più figli che rimangono.
È così, con tanti tanti sacrifici, si arriva a 10 anni di azienda, 10 ettari di vigne con piante anche di 110 anni e circa 55.000 bottiglie. E la cantina, quella dei Laterza che la adibirono anche a ristorante.
Il ristorante, cioè un dining nel 58 nel mezzo di una Puglia post guerra, dove la gente viaggiava con valigie di cartoni. Un super ristorante folle e fortunato.
Una fortuna dovuta all’apertura delle grotte di Castellana e al pubblico non certo popolare che si appresta a visitarle. Il ristorante decolla anche grazie ad uno chef importante dell’epoca, Angelo Consoli. La struttura diventa davvero “in” e rimane aperta fino al 2014. Viene poi affittata ad una associazione culturale che in realtà organizza dei rave party. Nel 2020, quando il COVID (benedetto fu il COVID!) rende impossibili queste pratiche, Giovanni si fa avanti per rilevarla.
Se le grandi sale al pian terreno forniscono la visione di una incantevole masseria, il piano interrato esprime l’essenza del territorio carsico poiché completamente scavato nella roccia. La barricaia con le grandi botti adibite a contenere tavoli per cene intime, la grande sala della discoteca sono tutte scavate, a picconate, nella roccia. Affascinante è dir poco.
In un lungo corridoio sono allineate le barrique necessarie per affinare il Primitivo.
Solitamente, qui c’è un tavolo che occupa tutto il corridoio. Qui applichiamo le etichette che sono tutte dipinte a mano una per una. Ogni bottiglia è unica. Per amore.
Ogni etichetta è diversa dall’altra poiché ottenuta tramite una punzonatura manuale e con colori diversi in funzione del tipo di vino. In questo semplice (ma complicato) gesto c’è tutta la grandezza di Giovanni. Dietro un gesto, una idea, un pensiero di azienda, di vita, di sviluppo e valorizzazione del territorio. Qualcosa di completo che si evolve anno dopo anno. Sempre con una solida idea alle spalle.
Ecco che i Chakra diventano modo per identificare un vino, la sua storia, la voglia, l’umiltà, la fatica, il sudore, i sacrifici, il territorio.
Le etichette delle bottiglie sono colore vino. Schizzi colorati, unici e identificativi del tipo di vino. Solo che se non lo si conosce, occorre prendere in mano la bottiglia e voltarla. Marketing. Di quelli intelligenti. Di quelli che vogliono superare i classici stereotipi delle banali e già viste etichette.
Il Chakra potrebbe essere un modo per identificare ciò che quel vino rappresenta oppure semplicemente ciò che vorrebbe rappresentare o ciò che rappresenta per chi la stappa. Una scelta personale. L’importante è che rappresenti il territorio e sia buona. Buona da vendere e da finire.
Ci si può girare intorno quanto ognuno crede ma per il vino, alla fine, conta solo un giudizio: buono/non buono.
Possiamo raccontare il territorio. Possiamo raccontare le storie di vita dai tempi che furono. Poi però, a tavola, quando stappiamo una bottiglia, se è buona si finisce.
Spesso mi trovo ad aprire bottiglie con mia moglie. Bottiglie eccellenti da un punto di vista tecnico e con una storia alle spalle pazzesca. Quando lei mi dice: non mi piace, tutto finisce. Non c’è più la magia. Non c’è storia che tenga.
Allora Giovanni, in questo mondo perverso, ha creato una modalità per portare le persone qui a Putignano, nel bel mezzo della Valle d’Itria, in un posto stupendo. Vengono, si accomodano nella grotta piuttosto che sulle balle di fieno sotto il grande olivo, bevono il vino, lo accompagnano con semplici piatti della tradizione pugliese e se ne vanno via con cartoni di vino acquistati allo shop.
Fanno veramente bene a portarsi via il vino. È quello che penso dopo aver degustato i vini insieme a Giovanni.
Ci accomodiamo attorno ad un tavolino posizionato sotto un grande olivo. Niente di più semplice. Niente di più bello e suggestivo. Fa caldo ma c’è una brezza leggera che rende piacevole il contesto.
Questo è il primo Chakra. Blu. Una bollicina che non è una bollicina.
È una bollicina da Verdeca, Marchione e Maruggio. Tre vitigni tipici del territorio. Come tutti gli altri di Giovanni.
Giovanni stappa la bottiglia che ha ancora il tappo a corona. È infatti un metodo classico rifermentato. Strano solo a dirsi. Semplice come i vini di una volta quando si mettevano in bottiglia le basi senza alcun tipo di sboccatura. Certo, il liqueur de tirage deve esserci altrimenti niente presa di spuma. Ne risulta un vino che fa della torbidezza il suo biglietto da visita. Ma è bello e vivo. La Verdeca spicca così come la mineralità del territorio. In bocca è pastoso, vivo, con il perlage fine e quasi masticabile. Si presta davvero bene.
Ora, perché Giovanni abbia voluto assegnare il chakra blu a questo vino non lo so e francamente non glielo ho chiesto perché abbiamo parlato, piacevolmente, di tante altre cose. Che possa dare la consapevolezza e concentrazione superiore, ho qualche dubbio. Avrei scelto Vishudda, l’azzurro perché questa bollicina non richiede un commento ma il silenzio di contemplazione. Non ha bisogno infatti di interpretazioni tecniche e di paragoni con metodi classici super raffinati e dal perlage cremoso. Questo è un vino semplice, immediato, fresco, sapido. Giusto. La stappi e la finisci.
La prima bottiglia è la dimostrazione di quanto Giovanni sia in primis bravo a fare il vino poi a creare qualcosa di vendibile. Avrebbe potuto fare un metodo classico. Sarebbe stato fantastico. Ma poi? Si sarebbe dovuto paragonare con una infinita di bollicine e con la necessità di attenderlo tanto tanto tempo. Invece ha creato qualcosa di complicato a trovarsi. Certo, complicato anche a spiegarlo.
Mi ricorda la Fiat Multipla. Si, lo so, paragone forte ma vi spiego.
Lavoravo in Fiat all’epoca e la Multipla oggettivamente era brutta. Ma brutta forte. Non come la Duna ma insomma… Aveva però una particolarità unica: se una persona saliva a bordo e la guidava, se ne innamorava follemente: tutto a portata di mano, visibilità pazzesca, sei posti comodi, un motore scattante. Non si poteva spiegare perché l’occhio è la prima cosa che funziona nel bello (e l’automobile deve essere bella). Dovevi solo far salire il cliente a bordo.
Il Chakra Verde è il bianco da Verdeca.
Il Verdeca può essere assimilato a Anahata, l’amore universale? Ho ancora qualche dubbio ma sicuramente è il vino del cuore di Giovanni. Lui è schietto e diretto, semplice ed essenziale. Lo scopo è quello di conquistare non le persone ma il loro palato e questo Verdeca lo fa proprio con la sua semplice essenzialità che trova nella eccellente sapidità il vero punto di forza. Non serve lasciare il naso nel calice perché ciò che si trova è qualche scorza di agrume e qualche fiore: fine, elegante ma certamente non complesso. Poi in bocca è fresco, sapido, verticale.
Anche questo si finisce.
Chakra Essenza è il giallo, sempre da Verdeca. Un vino che fermenta con lieviti indigeni e per una sua parte fa una macerazione sulle bucce.
Manipura, energia, produttività, concentrazione. Si, ci sta tutto. È la Verdeca che si amplia, diventa più cicciotto ma senza esagerare. Si arrotonda mantenendo la verticalità della Verdeca.
Il Chakra Rosato è il rosato da Primitivo
Svadhisthana? Si, si decisamente si. È un vino emozionale e berlo crea veramente vivace soddisfazione. Ci sono si le fragoline di bosco ma anche qui è la mineralità che gioca un ruolo fondamentale donando a questo rosato una leggerezza e una verticalità che fa finire la bottiglia.
Chakra Rosso è il Primitivo ottenuto con la vinificazione anche dei raspi per donare un minimo di vegetalità ed eleganza in più ad un vitigno che altrimenti si taglierebbe con il coltello. Il passaggio in botte è con legni quasi esausti per non prendere nulla di più di quello che la terra e il sole della Puglia possono dare.
Ne deriva un vino incredibilmente centrato che è fine ed elegante (cosa che per un Primitivo è tanta roba), che non si perde nei sentori, che fa dell’ampiezza centrifuga il suo punto di forza. Ampiezza centrifuga? Mi è venuto in mente cosi perché è un vino che ti gira in bocca per via di una importante complessità per poi scendere verticalmente. Non è infatti melassoso, non è denso, non è pastoso. Tutte caratteristiche queste che rendono i “normali” Primitivi pugliesi incredibili ma imbevibili. Con certi vini il naso rimarrebbe nel bicchiere e la bocca, una volta preso il primo sorso, rimane così ingessata che assimilarne un secondo diventa complicazione.
Chakra Rosso invece è elegante per via di quel tocco vegetale, per la quasi trasparenza, per la finezza che emana da ogni goccia.
Infine il Chakra Selezione Oro, la Riserva del Chakra Rosso. Ne avevamo già assaggiato dal tino la preview tra poco in commercio e già forniva ottime sensazioni. Questa, sempre da Primitivo e con un maggiore affinamento, dimostra ancora una volta come Giovanni ci sappia fare. L’ispirazione è verso l’eleganza e lo sdoganamento degli stereotipi legati ai vini pugliesi. Per quanto complesso, per quanto maggiormente rotondo, per quanto più alcolico (altrimenti come si fa a capire che siamo in Puglia?) rimane estremamente elegante. Non è una bottiglia che ti finisci (in due almeno), ma una volta che ti sei finito tutte le altre, non ti pare un pò troppo?
Ecco, tutto questo è Giovanni Aiello, enologo per amore. Incontrandolo ho scoperto che l’amore a cui fa riferimento è qualcosa di più rotondo. Include quello per la sua famiglia, peri i due bellissimi cani, per il vino, per la sua azienda, per i dipendenti che deve tutelare eliminando tutti i rischi legati alla produzione, quello per la propria terra. Allora, i Chakra non sono altro che pezzi vorticosi di questo amore. Elementi energetici in grado di far muovere tutta l’azienda. Con amore.
Ps visto che Giovanni non si ferma, ha già realizzato delle nuove linee in tiratura limitata che non sono altro che le sue sperimentazioni. Perché va bene tutto, va bene l’azienda, va bene il dover puntare al territorio ecc ecc ma sempre un appassionato del suo lavoro è!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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11 Settembre, 2025
Monte Serra: la storica tenuta Benanti per scoprire i vini autentici dell’Etna
A Viagrande, un’esperienza enoturistica unica tra eccellenza vitivinicola, storia e paesaggio vulcanico, firmata Benanti.
Viagrande (CT), agosto 2025 – Nel cuore dell’Etna più autentico, la storica Tenuta Monte Serra di Benanti si conferma un polo enoturistico d’eccellenza dove la passione per il territorio incontra una produzione vitivinicola tra le più apprezzate d’Italia. Con radici nel Settecento e la partecipazione della holding Brave Wine di Renzo Rosso, Benanti è pioniere indiscusso della viticoltura etnea, con una filosofia basata su tradizione, territorio e identità culturale.
Benanti è fra le poche cantine a selezionare le uve coltivate nei suoi vigneti di proprietà distribuiti sui quattro versanti del vulcano: Contrada Calderara Sottana e Dafara Galluzzo a nord, Rinazzo a est, Monte Serra a sud-est e Cavaliere a sud-ovest. Qui padroneggiano i vitigni autoctoni Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante, che attraversano terroir complessi donando vini eleganti e complessi.
Visitare la Tenuta Monte Serra significa immergersi in un racconto emozionante: dal vigneto storico sul cono spento di Monte Serra – con viti secolari a piede franco – al maestoso Palmento settecentesco, oggi museo della vinificazione etnea, fino alla raffinata Sala dei Quadri, dove design e arte dialogano nella collezione privata della famiglia Benanti. L’esperienza si completa nella Bottaia, fra aromi intensi e la narrazione del processo di affinamento dei rossi Benanti, per concludersi con degustazioni guidate di alta qualità abbinate a piatti della tradizione preparati da chef con esperienza stellata.
Le esperienze “Vino & Cultura”, disponibili in italiano e inglese (altre lingue su richiesta), si svolgono ogni giorno tranne il lunedì e richiedono prenotazione su www.benanti.it. Offrono approfondimenti su agronomia, vinificazione e abbinamenti con i sommelier aziendali coinvolgendo appassionati, esperti e professionisti. È anche possibile acquistare vini in loco con spedizioni nazionali e internazionali.
Per chi desidera formule più esclusive, Benanti propone degustazioni con cena, eventi personalizzati in location scelte e l’uso riservato della Tenuta Monte Serra, ideale per esperienze uniche e indimenticabili.
La Redazione
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11 Settembre, 2025
ENOTirino 2025. Una masterclass e qualcos'altro.
IL COSA E IL DOVE
Il 30 e 31 Agosto, Bussi sul Tirino ha ospitato la seconda Edizione di ENOTIRINO, Evento fortemente voluto da Giorgio d’Orazio, Luca Di Carlo e Marco Giuliani con il duplice intento di valorizzare e promuovere le eccellenze enologiche abruzzesi e contribuire alla rinascita di Bussi e di tutta quella Valle del Pescaraviolentata per anni dai veleni e dal menefreghismo della MONTEDISON.
Un Bussi dal quale ha mosso i primi passi la storia del vino di tutta la Regione, un Bussi dove Montepulciano e Cerasuolo raccontano autenticità e Tradizione.
Circa 100 le Aziende presenti in rappresentanza di un Abruzzo fatto di Territori spesso duri come le popolazioni italiche che lo abitavano ma sicuramente in grado di accogliere, Territori dai quali è necessario e fondamentale partire per conoscere il vino.
Una manifestazione organizzata e partecipata come poche che nelle sale di un Castello Cantelmo tornato a vecchi splendori ha riunito tanta ma tanta Qualità.
A tutto questo (che mica è poco) si aggiunge il piacevole pomeriggio trascorso solo pochi giorni prima con un Giuliano Pettinella che, nella nuova e ormai pienamente operativa cantina di Tocco da Casauria mi ha voluto regalare due ore del suo preziosissimo tempo e tutte le emozioni che i suoi vini mi sanno regalare ogniqualvolta ci ficco il naso dentro.
Un Giuliano Pettinella che troverete più avanti accostato all’altro amico Alessandro Filomusi Guelfi nella bellissima masterclass dedicata alla sottozona Casauria e ai suoi tesori.
Dodici i vini di cui leggerete, sei quelli della masterclass, cinque tra i pochi che il poco tempo di un Sabato impicciatissimo mi ha lasciato assaggiare e un’ultima etichetta (che in realtà sarebbero tre) assaggiata da Giuliano nell’occasione di cui Vi ho detto.
Come sempre Vi invito a leggere ma mai come questa volta Vi invito ad assaggiare!
LA MASTERCLASS
“CASAURIA: TRA TRADIZIONE E CONTEMPORANEITÀ”, titolo che ha suscitato qualche perplessità soprattutto pensando ai protagonisti dell’incontro, un Giuliano che ha rappresentato sin dalle sue prime bottiglie il futuro del Montepulciano (inteso come vitigno) pur dimostrando di voler rimanere fortemente ancorato alla Tradizione e un Alessandro che, gravato del peso di un’eredità importante come quella lasciatagli dal padre Lorenzo, sembra avere ben chiare le idee sulla strada da intraprendere, una strada che corre parallela a quella di Giuliano con i dovuti distinguo e lo stesso traguardo ben fissato in mente.
Sei i vini in degustazione, tre per ciascuno dei due “contendenti”, sei vini “uguali”, sei vini profondamente diversi, cinque annate con una 2019 presa come ponte sul quale stringersi la mano guardando al domani.
Date una letta alle mie personali considerazioni e vogliate perdonare l’essere stato prolisso nel descrivere quel primo vino che, come dettoVi, ho avuto sotto il naso tre volte nel breve periodo.
Leggete ma soprattutto assaggiate (e stavolta dovrete impegnarVi per cercare ‘ste bottiglie, ché non ce ne sono mica tante in giro).
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2022, PETTINELLA: dall’ultima volta che l’ho assaggiato ha scontato un altro anno di pena in quel vetro che lo costringe.
Un anno durante il quale ha potuto riflettere, educare il proprio comportamento, iniziare a pensare al futuro.
Ha rinunciato al “satana” dello sgarbo alcolico lasciatogli in eredità da un’annata torrida e s’è lasciato andare totalmente alla freschezza.
S’approccia al Vostro naso come un vino di pancia, quasi dimentico dello spirito se non di quello orgoglioso e viscerale che porta in dote da quel Territorio che mai come ora sembra voler “tenere fuori”, rivendicare la propria unicità.
Racconta la campagna delle visciole e delle marasche, ricorda la mora e il graffio della spina, la liquirizia che Vi guarda passare dal bordo della strada…
Un appena boschivo di funghi e cortecce e poi il sorso…
Vivace, impulsivo prima, compulsivo poi.
Non Vi abbraccia, Vi avvinghia, difficile scrollarselo di dosso.
Inciampate nella sua calcarea, spigolosa mineralità, nel suo cilicio di tannini e cercate nuovamente conforto in quel naso che ora Vi regala l’Oriente delle spezie e un’amarena che ora è, la gentilezza della vaniglia e lo sgambetto monello del vinacciolo.
A questo punto mi è d’obbligo innestare in questa folle narrazione l’over-time dedicatogli una settimana prima in quel di Tocco da Casauria, laddove nasce e cresce, dove Giuliano ha voluto regalarmi due preziosissime ore di emozioni.
Quel giorno era passata un’oretta da quando il bicchiere lo aveva accolto, un’ora di chiacchiere, nasi ficcati dentro alla traditora, assaggi e grandi sorsi, refill e pensieri.
E in quell’ora, seguendo lo slancio naturale proprio dei vini “artigianali” ha mostrato tutta la sua mutevolezza, quella dei vini fatti così, con passione e sapiente artigianalità.
In una sorta di danza verticale fatta di posati avanzamenti s’è innalzato dalla terra e dalle radici verso il sole di un frutto pieno e rotondo e quell’amarena, prima sconosciuta, si è poi palesata nel calice riempiendo il palato del suo succo.
Da Femmina a Donna, da amante a moglie, dal sesso all’amore.
Alla fine, tornando all’oggi e tirando le somme, penserete a un’eresia ma mi sembra ancor più giovane della volta scorsa e quel fondo del calice che sa di sagrestia mi pare oggi quasi una preghiera, uno “stappami” cantato dalle sirene cui noi, novelli Ulisse, dobbiamo essere bravi a resistere.
Vuole farcelo credere ma ancora non s’è redento.
Da bere ascoltando LA GUERRA È FINITA dei BAUSTELLE.
È forse per questo che a un anno di distanza si ritrova con un meno in meno (89- e tantetante speranze).
Monellaccio.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2021, PETTINELLA: un olfatto inatteso, firmato da un graffio di alcol.
S’atteggia a più maturo di frutto e di carattere, sfoderando da subito quell’amarena prima celata ai più frettolosi ma forse è solo apparenza, ché subito porta aria di temporale.
Ed è proprio quella ferrosa atmosfera che si percepisce quando l’aria è carica di elettricità a tradirne l’animo scalpitante.
Imbrigliato nel resto dei suoi stessi profumi morde il freno, muore dalla voglia di raccontare macchia mediterranea, spezie, pot pourri di fiori secchi, la freschezza delle erbe aromatiche, la voce balsamica della liquirizia.
Un suo andare di fretta che impone calma perché questa sua irruenza mal si confà alla sostanza che comunica.
In bocca è il tannino il padrone.
Governa il frutto con pugno di ferro in guanto di velluto, esaltandone la massa senza consentirgli di valicare quel confine oltre il quale scadrebbe nella scontata opulenza.
Nel finale la calcarea mineralità s’accosta e accompagna il sorso lasciando spazio ancora alla freschezza nel finale sottilmente balsamico.
Sicuramente non ancora arrivato ma prossimo al traguardo della prontezza.
89-.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2019, PETTINELLA: austero nel suo abito tessuto di balsamicità da sagrestia.
Un abito talare che comunica la sacralità dello scricchiolio sotto i piedi delle tavole di una soffitta ingombra di ricordi, l’attenzione e la meraviglia di aprire un vecchio album impolverato dal quale ammicca lo sguardo dello zio Giovanni (che in realtà amava il rosato) quasi imponendo la cura che con un’uva ricca e “rustica” come il Montepulciano si deve avere per coglierne gli aspetti essenziali evitando inutili ridondanze.
L’olfatto si muove attento come un funambolo sul filo teso e sottile dell’equilibrio, un Philippe Petit che tra le Torri Gemelle della luce e dell’oscurità incontra in armoniosa successione l’amarena (ma dio ci scampi dal confonderla con quella dei topping da quattro soldi), i fiori appassiti, le erbe aromatiche, la liquirizia, la china e un tocco animale che è firma in calce a un lavoro di conservazione della storia viaggiando nel futuro.
Il sorso è di pesante leggerezza, massiccio eppure sveltissimo nell’assolvere il suo compito dissetante richiedendo un immediato refill.
La freschezza sostiene, il tannino coinvolge, il frutto rapisce, la spezia fa sognare, la mineralità…la mineralità chiude il sipario, ricordando la pietra e la terra da cui nasce la pianta, a chiudere un cerchio perfetto con l’etereo incipit.
Da bere ascoltando DON’T SPEAK dei NO DOUBT.
91+ Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2019 RISERVA, FILOMUSI GUELFI: a memoria m’era successa la stessa cosa con l’annata 2014, stesse sensazioni, stesso impatto emotivo.
Un Montepulciano “al contrario” questo di Alessandro (anche pensando a quello che Lorenzo cercava di ottenere dai suoi vini).
Un vino che costringe a ripensare la dinamica dell’assaggio facendoci fare autocritica laddove abbiamo peccato di omologazione.
Il naso Vi porta a passeggio nell’orto e Vi lascia apprezzare lattuga e sedano rapa, peperone, foglia di pomodoro.
Il frutto c’è, arriva!
Ma dovete aspettarlo un po’, sta maturando, la visciola ha appena virato di colore, è aspra e pungente.
E poi arrivano le note scure, del legnetto di liquirizia, del caffè, fors’anche il cacao, di sicuro l’ispido della pelliccia, di una firma “animale” che tiene il vino ancorato alla terra dalla quale proviene.
In bocca non fa sconti, nessuna piacioneria, nessun ammiccamento.
Il tannino è ruvida carezza, forse scappellotto, di sicuro contraltare alla dolcezza di una frutta ben più evidente che al naso.
Chiude su balsamici ricordi di liquirizia lasciandoVi soli a dialogare con l’anima.
88+ Punti; meno, molti meno di quanti gliene darei pensando a quanto mi piace.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “FONTE DEI” 2015, FILOMUSI GUELFI: dalla saggezza del cru che Lorenzo immaginava potesse rappresentare il “cos’è” Casauria, un vino che porta la firma di chi l’ha voluto.
Al naso non si schermisce e mostra tutta la potenza di cui il Montepulciano dispone.
Se vi confronto i Montepulciano di Giuliano, sembra che quelli ne vogliano seguire le tracce.
Hanno una falcata molto più agile, una frequenza di corsa più rapida, tre passi dei loro per uno di questo “FONTE DEI” eppure viaggiano affiancati nel solco della tradizione verso il traguardo di un futuro mai dimentico del passato
Qui è di nuovo evidente il frutto, uno spot su un palcoscenico scuro fatto di inchiostro, china, liquirizia, funghi forse, note vegetali sicuramente.
Terziari morbidi e intimisti per pensare il giusto prima del sorso.
In bocca è potenza e agilità, dinamica freschezza a snellirne la struttura imponente.
Succoso, legno ben integrato, tannini cavalcati a pelo ma ben domati e un finale lunghissimo di frutta, spezie e…caffè.
Forse non il mio Montepulciano, ma forse perché sono il solito iconoclasta.
89+ Punti con forse un altro +.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2012 (CAMPIONE DI BOTTE), FILOMUSI GUELFI: imbottigliato a tradimento per l’occasione, sembra essersela presa a male.
Sbuffa, ringhia, drizza il pelo, scansa le carezze…
Scorbutico al naso, chiuso, introverso, quasi scocciato di essere stato tratto fuori da quel suo buio esilio che dura ormai da ben tredici anni.
È reticente nel raccontare di prugne e visciole, meno a far parlare della liquirizia, del giusto di pepe…
Anche in bocca si mostra poco accondiscendente.
Sottolinea i tannini, si spinge fino a mostrare un animo di frutti neri, poi un allungo di spezie e…mette di nuovo il broncio.
Forse è il caso di parlarci un po’ (ma oggi non ce n’è il tempo) oppure è meglio che se ne stia ancora qualche tempo a rimuginare su quello che è e quello che vuole essere.
Mi meraviglio nello scrivere “non pronto” ma tant’è.
88 Punti e tante belle speranze anche per lui.
A LATERE
– CONTROGUERRA DOC PECORINO “CASANOVA” 2024, BARONE CORNACCHIA: un Pecorino diverso da quanto mi aspettassi (è la seconda volta che mi capita quest’Estate!).
Sicuramente vi colpirà la vibrante, agrumata freschezza, sicuramente la frutta matura guida le danze e quella tropicale non sta certo in finestra a guardare ma è quell’atmosfera calda e ventilata che fa tanto “collina” a sorprendermi, quell’idea di erba di campo e fiori piegati dalle brezze adriatiche.
In bocca freschezza e sapidità marina si danno di gomito e…quel tannino sottile e birichino…
In chiusura agrumi ed erbe aromatiche per un Pecorino da assaggiare.
85 Punti con forse un -.
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “POGGIO VARANO” MACERATO 2022, BARONE CORNACCHIA:
un naso concentrato come l’occhio suggerisce, sostanzioso nei suoi profumi di mela macerata, pesca gialla, nespole.
Tanta frutta in una atmosfera selvatica e vegetale che in fondo lascia intravedere note amaricanti di frutta secca non ancora matura e freschezze d’agrume.
Sorso voglioso, materico, scorrevole, di grande coerenza, che aggiunge amaritudini di erbe aromatiche al plot olfattivo e chiude lungo, davvero lungo.
88 Punti con forse un +
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “VIGNA LE COSTE” 2019 RISERVA, BARONE CORNACCHIA:
E la frutta?!
Dov’è la frutta!?
L’incipit è balsamico e speziato, pizzicoso di pepe, dolce di cannella e chiodi di garofano.
Poi verde di corteccia, umido di bosco, vispo di resina, amaricante di liquirizia, caffè e cacao per le tostature e poi…ecco la frutta, rossa (con qualche fiore).
Sorso caldo, materico, educatamente tannico, elegante nonostante la decisa sapidità, morbido quanto serve per soddisfare i palati più omologati ma senza prestare il fianco a inutili piacionerie.
87+ Punti.
– COLLI APRUTINI IGT PECORINO “CORTALTO” 2019, CERULLI SPINOZZI: Pecorino (e siamo a tre)?!
Sicuri che non sia Trebbiano?! O forse Riesling?!
Vegetale anche nel suo proporre quegli agrumi cui al frutto sembra preferire la foglia, nei fiori di mughetto, nella freschezza della mentuccia.
Amaricante di timo…
Ma che sto dicendo!?
Gli idrocarburi sono quelli che strillano!
Da quando la Mosella ha cambiato corso ed è diventata un affluente del Vomano!?
Appena lo assaggiate “il sale Vi assale”, dovete berne un secondo sorso, subito, prima di ritrovare nuovamente un agrume fresco-amaro che è quasi lime (altro che Margarita!).
Bellobello!
89—Punti.
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017, RABOTTINI: intenso nel proporre fiori secchi, mela matura, nespola, sambuco, un appena di smalto, idrocarburi appena accesi, mandorla e un tocco di miele.
In bocca è compatto, tannico quanto serve a tener per mano la minerale sapidità, ripropone la mela e svela la paglia, il confetto, le erbe aromatiche.
Completo ed elegante, l’ho già assaggiato più volte ma…farò finta di non ricordare e riassaggerò con più calma.
Da non perdere.
89—Punti.
– CERASUOLO D’ABRUZZO “TAUMA” 2024, PETTINELLA: beh, di questo “Cerasuolo” (tra virgolette perché deve ancora capire da che parte stare) ho già scritto diverse volte (andateVi a cercare gli altri articoli, ché mica posso dirVi tutto io!).
Rispetto alla 2022 che è l’ultima in cui ho ficcato il naso, questa appare molto più solare e, forse, marina.
Sottolinea subito il sudore e la fatica ma poi s’allarga in un sorriso di frutta rossa, carnosa, palpabile, presente; ma non la banale ciliegia, ci sono i ribes, i lamponi, qualcosa di piccolo che dovete scarpinare su per i monti per raccogliere.
Ché, qui niente è scontato e tutto ha un senso che DOVETE cercare.
Ed è solo VOLENDO che riuscirete a passare al secondo livello, quello che sbloccate pensando a un legno che c’è ma è diafana presenza, quello che regala liquirizia e cioccolato fondente, un’impronta nera sulla sabbia dorata, là dove nessuno si sarebbe aspettato di trovarla.
Frutta, sale e…calore.
Un calore che sorprende quando Vi accorgete che i gradi alcolici che il naso supponeva sono tanti di meno, un calore che diventa grande freschezza quando, impossibilitati a resistere, Vi lasciate andare al sorso.
Importante eppure godurioso, un urlo quasi blasfemo di sale e graffianti acidità, quella della melagrana, quella del chinotto…
Lunghissimo in bocca come lo sguardo che si perde nel blu cangiante dell’Adriatico, a ricordare la frutta rossa e, questa volta si, la ciliegia sorprendendo ancora una volta con una nota scura di oliva.
88++ Punti.
E QUINDI?
E quindi grazie a Giorgio per avermi invitato anche quest’anno a una manifestazione che avrei voluto avere il tempo di gestire con la calma che merita e di cui metto in agenda sin da ora l’Edizione 2026.
Un Evento davvero bello in un posto davvero bello, un Evento degno di entrare nel novero di quelli estivi cui non si può mancare.
Vi aspetto lì l’anno prossimo.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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10 Settembre, 2025
Vino: a Vinitaly.USA l’Italia che reagisce ai dazi
Il 5 e 6 ottobre a Chicago la seconda edizione della fiera business con oltre 250 espositori italiani e top importer USA.
Verona, 27 agosto 2025 – Prosegue a pieno ritmo la promozione del vino italiano negli Stati Uniti grazie a Vinitaly.USA, evento organizzato da Veronafiere, ITA – Italian Trade Agency, Fiere Italiane e la Camera di Commercio Italiana Americana del Midwest. La manifestazione si svolgerà il 5 e 6 ottobre al Navy Pier di Chicago, con quasi 250 espositori tra cantine e consorzi, per un fatturato aggregato di circa 7,2 miliardi di euro.
Federico Bricolo, presidente Veronafiere
Stiamo riscontrando una forte motivazione da parte delle principali imprese del vino italiano. C’è consapevolezza che alla sfida dei dazi si debba rispondere con una maggiore presenza e promozione sul mercato americano.
A Chicago saranno presenti i maggiori brand italiani come Antinori, Famiglia Cotarella, Frescobaldi, Ferrari, Zonin, Bellavista, Berlucchi, Planeta, Allegrini, Pasqua, Masciarelli, Feudi di San Gregorio, Varvaglione, San Polo, Tasca d’Almerita, Rocca delle Macìe e Tommasi. Non mancheranno i produttori di Prosecco, tra cui Mionetto, Villa Sandi, Spumanti Valdo, oltre a grandi gruppi cooperativi quali Giv, Nosio (Mezzacorona) e le Cantine di Verona.
I consorzi presenti includono Prosecco DOC, Conegliano Valdobbiadene DOCG, Asti DOCG, Valpolicella, Brunello di Montalcino, Custoza, Chiaretto, Bardolino, Lugana, Garda, Umbria Top e DOC Sicilia. Le regioni rappresentate spaziano tra Veneto, Sardegna, Friuli, Emilia-Romagna e Lazio, altre aderenti sono in arrivo.
Tra gli importatori e buyer americani già iscritti figurano Volio Fine Wine Imports, Vias, Terlato Wines, More Than Grapes, Winebow Fine Wines – Spirits e Eagle Eye Wines, segnando un chiaro interesse del mercato USA verso i vini italiani.
Il direttore generale di Veronafiere, Adolfo Rebughini
Vinitaly.USA è una piattaforma stabile e strategica che rafforza la presenza delle imprese italiane negli Stati Uniti, trasformando anche le sfide commerciali in opportunità per consolidare relazioni durature.
Il programma della manifestazione include degustazioni, matching domanda-offerta e focus di mercato, oltre al debutto internazionale del wine2wine business forum con 20 sessioni tra tasting e analisi settoriali. Il 5 ottobre sarà inoltre svelato a Chicago l’elenco dei protagonisti di Vinitaly OperaWine 2026, selezionati da Wine Spectator. Spazio anche all’enoturismo con le proposte di Vinitaly Tourism, formazione con la Vinitaly International Academy e assaggi di olio extravergine d’oliva al SOLExpo Oil Bar.
La Redazione
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10 Settembre, 2025
Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi
San Vito è una frazione che non conoscevo, a pochi minuti da San Felice al Circeo. Un piccolo angolo tra terra e mare che custodisce storie di famiglia, profumi sinceri e una cucina che sa ancora sorprendere. È qui che ho vissuto un pranzo degustazione da Vincenzo, ristorante aperto nel 1967 e oggi portato avanti con passione da Antonio in cucina, Francesca in sala e la figlia Giulia, che affianca con eleganza i genitori.
Appena arrivato, vengo accolto con calore da Francesca, che mi mostra alcune foto d’epoca: là dove oggi si trova una luminosa sala per banchetti, un tempo c’era una pista da ballo all’aperto. Scorci di memoria che profumano di estate, feste e famiglia. Ci accomodiamo a tavola e Francesca stappa per l’occasione un Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese. Uno spumante 100% Pinot Nero, dalla struttura importante, grazie all’acidità naturale del vitigno. La breve macerazione sulle bucce, prima della pressatura soffice, dona un colore vivo e una freschezza perfetta per aprire le danze.
Il Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese lo guardo nel bicchiere prima di portarlo alla bocca e si presenta con un colore rosa tenue brillante, attraversato da riflessi ramati eleganti e da un perlage fine e persistente. Alla vista è luminoso, delicato, ma deciso, come il vitigno da cui proviene: un Pinot Nero in purezza vinificato con cura e sensibilità.
All’olfatto colpisce per la sua freschezza floreale e fruttata: si aprono note di rosa canina, fragoline di bosco, melograno e una lieve traccia di crosta di pane, data dalla rifermentazione. È un profilo aromatico nitido, raffinato, con una punta agrumata che invoglia l’assaggio.
Al palato, la struttura è piena ma agile, con una vivace acidità che dona slancio e verticalità. Il sorso è secco, ben equilibrato, con una spuma cremosa e una chiusura sapida che ricorda la mineralità del territorio dell’Oltrepò. Un rosé gastronomico, che accompagna con classe piatti di pesce, crudi, carni bianche e antipasti di mare.
E così prima di iniziare le danze alziamo i calici al cielo e facciamo un bel brindisi alla nostra prima volta insieme.
Leggendo il menù mi incuriosisco dell’antipasto misto, e così chiedo ad Antonio in cosa consiste e lui sorridendo svela “varia in base al pescato del giorno ci sono piatti cotti e crudi, una vera e propria sinfonia di assaggi”.
Sorridendo dopo aver raccolto spunti utili sul loro menù inizio a veder sul tavolo una sinfonia di piatti che come per magia riempiono il tavolo non lasciando nessuno spazio libero.
Si comincia con un’insalata di mare fresca, condita semplicemente con limone, olio e sale, e arricchita da sedano, carote, olive, polpo, seppia e calamari.
L’insalata di mare servita è un esempio perfetto di semplicità ben calibrata, in cui ogni ingrediente è riconoscibile, armonico e valorizzato senza eccessi. Al palato, l’impressione iniziale è di freschezza pulita e naturale, grazie a un condimento ridotto all’essenziale: olio extravergine d’oliva, limone fresco e un tocco di sale. Nessun aceto, niente aromi coprenti. Solo equilibrio.
La dolcezza del polpo e la morbidezza della seppia si intrecciano con la consistenza soda dei calamari, mentre sedano e carota, tagliati sottili, aggiungono una croccantezza vegetale che dà ritmo al boccone. Le olive, probabilmente nere e polpose, offrono un contrasto sapido che accende il piatto senza sovrastarlo.
Il risultato è un’insalata viva, che rispetta la delicatezza del pesce e la arricchisce con tocchi precisi: è sapida ma non salata, agrumata ma non aspra, gustosa ma mai invadente. Una vera ouverture di mare, pensata per preparare il palato al viaggio che verrà.
Poi un crostino con pesto al limone e prosciutto di ricciola, intenso e bilanciato.
Il crostino è un piccolo concentrato di intensità e precisione, che gioca su contrasti aromatici ben dosati.
La base croccante del pane tostato offre subito struttura e calore, creando un bel gioco di texture con la morbidezza del prosciutto di ricciola, tagliato sottile, dal sapore delicatamente affumicato e con una nota marina pulita e persistente. Il protagonista però è il pesto al limone: profumatissimo, agrumato, dalla freschezza spiccata che ravviva il palato e alleggerisce la parte grassa del pesce.
In bocca, l’effetto è quello di un’armonia salina e agrumata, con un finale in cui emerge la parte erbacea del pesto (forse con basilico o prezzemolo) e una persistenza sapida e vivace, che invita subito al morso successivo. Un antipasto moderno, essenziale, che dimostra come con pochi ingredienti e tanta cura si possano ottenere equilibri raffinati.
Un piatto bianco lascia intravedere delle alici e salmone marinati con aceto e vino si adagiano su peperoni e melanzane arrostite, con una granella di pistacchio che dà croccantezza e un tocco in più.
Questo piatto è un vero intreccio di marinatura, ortaggi arrostiti e contrasti ben pensati. Una sorpresa alla vista ma soprattutto al palato. Le alici e il salmone, marinati con aceto e vino, hanno una consistenza morbida ma tesa, quasi vibrante, e un sapore pieno, in cui la parte acida della marinatura è ben calibrata e mai invasiva. Il salmone regala un grasso elegante, l’alice invece offre un carattere più deciso e sapido.
La base di peperoni e melanzane arrostite aggiunge un gusto vegetale profondo, con la dolcezza affumicata dei peperoni e la morbidezza vellutata delle melanzane, quasi caramellate. Su tutto, la granella di pistacchio agisce da contrasto, dando croccantezza, colore e una sfumatura dolce-salata che rende il boccone completo e tridimensionale.
Insieme, questi elementi compongono un antipasto che sa essere ricco ma leggero, con un equilibrio tra acidità, sapidità e dolcezza vegetale che conquista per precisione e originalità. Un piatto che richiama il Mediterraneo in ogni suo dettaglio.
Segue una tartare di tonno con finocchio, arancia e pistacchio, delicata e armonica.
La tartare è un piatto che gioca sulla leggerezza e sull’equilibrio tra dolcezza, freschezza e grassezza naturale del pesce.
Il tonno, tagliato a coltello, si presenta morbido, setoso, fresco, con un sapore pulito e marino che viene esaltato ma non coperto dagli altri ingredienti. Il finocchio crudo, affettato finemente, aggiunge una nota croccante e aromatica, con quella sfumatura leggermente balsamica che rinfresca il palato.
L’arancia entra in scena con il suo succo e la sua polpa viva, portando una dolce acidità agrumata che accende il piatto e crea un bel contrasto con la grassezza del tonno. Il pistacchio, in granella, chiude il boccone con una nota dolce e tostata, donando profondità e texture.
Nel complesso, è un piatto raffinato e armonico, dove ogni elemento ha un ruolo preciso: la dolcezza dell’arancia, la freschezza del finocchio, la ricchezza del tonno e la croccantezza del pistacchio si fondono in un morso elegante, che parla di mare, agrumi e territorio.
Il baccalà mantecato è servito su crostini di polenta fritta con pistilli di peperoncino: cremoso, fragrante, avvolgente.
l baccalà mantecato è un incontro riuscitissimo tra nord e sud, tra tradizione veneta e sapori familiari che, per chi come me che viene da Foggia, evocano subito gli scagliozzi, quelle deliziose fette di polenta fritta croccante che profumano di casa.
Il baccalà, mantecato alla perfezione, è soffice, cremoso, delicato ma sapido, con quel sapore profondo che solo la lunga lavorazione sa donare. Si fonde letteralmente con la polenta fritta, che regala una croccantezza rustica e dorata, un supporto solido ma affettuoso, che avvolge il palato in una carezza fragrante.
I pistilli di peperoncino aggiungono un tocco aromatico e leggermente piccante, che accende il piatto senza sovrastare. La sorpresa sta proprio lì: nella semplicità che si fa emozione, nel sapore che racconta più di una terra. Un boccone che sa di ricordo e di scoperta, di comfort e carattere.
Il saute di cozze è quello classico: olio, aglio, prezzemolo e un pizzico di pepe, senza orpelli ma pieno di gusto.
Questo piatto è una celebrazione della semplicità più autentica, quella che non ha bisogno di effetti speciali per conquistare. In questo piatto ogni ingrediente ha un ruolo preciso: l’olio extravergine caldo accoglie l’aglio appena dorato, il prezzemolo fresco dona un tocco erbaceo, e il pepe nero chiude con una nota vivace e leggermente pungente.
Le cozze, carnose e succose, rilasciano il loro liquido naturale in cottura, che si unisce agli aromi creando un sughetto profumato e sapido, irresistibile. Il risultato è un piatto intenso ma bilanciato, dove il sapore del mare viene rispettato e amplificato dagli ingredienti senza essere mai coperto.
È uno di quei piatti che fanno venire voglia di prendere il pane e tuffarlo nel fondo del piatto, raccogliendo ogni goccia di quel condimento generoso, caldo e profondo. Un gesto antico e istintivo, che dice tutto: qui si mangia per davvero.
I gamberoni avvolti nella pancetta affumicata, adagiati su una purea di mele golden con glassa di aceto bianco e peperoncino, colpiscono per la dolcezza che incontra il fumo e il piccante.
Un piatto creativo, audace ma coerente, che ti lascia a bocca aperta per l’equilibrio tra dolcezza, sapidità e piccantezza, e che ti fa venir voglia di finirlo lentamente, per non farlo finire mai.
È uno di quei piatti che restano impressi per la loro capacità di sorprendere e conquistare in un solo boccone.
Appena il coltello affonda, la pancetta affumicata sprigiona tutto il suo profumo intenso: è croccante ai bordi, morbida all’interno, e avvolge il gamberone con una nota affumicata, grassa e saporita che esalta la dolcezza naturale del crostaceo. Il gambero, polposo e appena scottato, mantiene una consistenza succosa, e il suo sapore marino trova nella pancetta un partner perfetto: terra e mare si incontrano in un equilibrio sorprendente.
E poi arriva lei, la purea di mela golden. Setosa, calda, dolce al punto giusto, con quella nota fruttata che non ti aspetti ma che conquista immediatamente. È la vera rivelazione del piatto, una base che accoglie e lega tutti gli elementi con delicatezza. La glassa di aceto bianco e peperoncino aggiunge l’ultimo tocco: acidità sottile, un pizzico di fuoco, e tanta armonia.
E per concludere questo tripudio di mare per un antipasto che non può non lasciarti senza parole arrivano i moscardini e triglie fritte, asciutte e croccanti, e una sorprendente parmigiana di pesce spada, con melanzane, provola, pomodoro fresco, basilico e pesce spada: un piatto di grande equilibrio, che profuma di casa.
Il piatto arriva con profumi irresistibili e colori dorati: moscardini e triglie fritte, asciutti, croccanti, leggeri come pochi sanno fare. La frittura è impeccabile, dorata, sottile, non unta, con quella crosticina fragrante che si sbriciola sotto i denti lasciando spazio alla morbidezza del pesce. I moscardini hanno una consistenza tenera e saporita, mentre le triglie sprigionano tutto il loro gusto delicatamente iodato, esaltato dalla panatura asciutta e fragrante.
Accanto a questa golosa frittura, una parmigiana di pesce spada che stupisce: melanzane fritte, provola filante, pomodoro fresco, basilico e tranci di pesce spada si fondono in una stratificazione armonica e piena, che richiama la tradizione ma la reinterpreta con leggerezza. Il sapore del pesce è presente ma ben integrato, la dolcezza del pomodoro bilancia la sapidità del mare, e la melanzana regala consistenza e profondità.
Un piatto che racconta la cucina mediterranea più sincera, tra frittura fatta a regola d’arte e un comfort food che profuma di casa e di domenica.
In attesa del primo piatto, Francesca porta in tavola il Pandataria di Candidaterra, vino di Luigi Sportiello che prende il nome dall’isola di Ventotene.
Il Pandataria di Candidaterra, è un vino che racconta l’essenza di Ventotene, l’isola da cui prende il nome, attraverso profumi e sapori autentici. Prendo il calice in mano e lo porto verso la luce per ammirarne i colori, alla vista si presenta con un giallo paglierino carico, luminoso e profondo, segno di maturità e struttura. Al naso è un viaggio nella macchia mediterranea: emergono note di timo, origano, rosmarino, fuse con sentori agrumati di scorza di limone e pompelmo, e un tocco finale aromatico e balsamico, quasi salmastro, che ricorda l’aria dell’isola e le sue erbe selvatiche.
In bocca è secco, pieno, avvolgente, con una struttura rotonda ma dinamica, grazie a una freschezza ben integrata e a una mineralità fine che accompagna il sorso fino alla chiusura. Il finale è lungo, elegante, con ritorni salini e agrumati che lo rendono perfetto per accompagnare la cucina di mare, come quella di Antonio.
Un bianco dal carattere deciso ma mai eccessivo, capace di esaltare il piatto senza sovrastarlo. Un vino che sa di sole, vento e pietra vulcanica.
Il primo non è in carta. Antonio ha voluto farmi provare un esperimento, sorridendo mi dice: “Mangerai qualcosa di nuovo che nessuno ha provato prima di te”. Arriva in tavola uno spaghettone spezzato di Gragnano, cotto insieme a calamari, cozze, vongole, gamberi, patate, olio, basilico, scorzone estivo e pepe. Una sola cottura, nessuna separazione, tutto insieme, come si fa nei piatti nati dal cuore più che dalla tecnica.
Il risultato è un piatto profondo, ricco, umido, in cui il mare si fa crema e profumo. La pasta trattiene l’amido delle patate e i sapori dei frutti di mare, diventando avvolgente, saporita, calda. Il pepe e lo scorzone aggiungono una nota terrosa e balsamica, il basilico porta un’aria d’estate, ma il piatto, nella sua densità e calore, sa di stagione fredda. Lo assaggi e pensi a un caminetto acceso, a un pranzo lento d’inverno, anche se fuori è maggio. Ed è forse proprio questo il suo fascino: un piatto che racconta cura, invenzione e istinto, come una poesia scritta senza pensarci troppo, ma con le mani sporche di cose buone.
Forse un po’ caldo per il mese di maggio, ma perfetto da proporre in autunno e inverno.
Si chiude in dolcezza con un sorbetto all’ananas, semplice ma impeccabile, dalla consistenza leggera e cremosa, con un’acidità viva che pulisce il palato e lo prepara alla chiusura finale.
Arriva poi una millefoglie scomposta, giocata su contrasti e leggerezza: ananas fresco e melone dolce, crema pasticcera vellutata e una riduzione profumata di limone, vino e zucchero, che lega tutto con una nota agrumata elegante. Il risultato è un dessert estivo, luminoso, rinfrescante, che non appesantisce ma completa il percorso con armonia e leggerezza. Una chiusura perfetta, che lascia in bocca il sapore del sole e negli occhi il piacere di essere stati davvero bene.
A suggellare il pranzo, un sorso di Mandragola Liqueur, amaro piemontese, dal gusto balsamico e profondo. Questo liquore rappresenta una chiusura autorevole e meditativa per un pranzo di questo tipo. Nato nel 1873 in Piemonte, è un amaro storico dal profilo botanico articolato, che unisce radici, erbe officinali e spezie in un infuso ricco e persistente.
Alla vista si presenta con un colore bruno intenso, quasi nero, con riflessi ramati. Al naso offre un bouquet profondo e avvolgente, dove emergono note di china, genziana, liquirizia e menta balsamica, con un sottofondo legnoso e leggermente tostato.
Al palato è vellutato ma deciso, con un ingresso morbido e dolce-amaro che evolve in una lunga persistenza amaricante, mai aggressiva. Il finale è asciutto, erbaceo e rinfrescante, perfetto per aiutare la digestione e chiudere con eleganza un percorso ricco di sapori.
Un liquore da sorseggiare lentamente, in purezza, per contemplare – con lo stesso spirito con cui si rientra a casa dopo un pranzo in famiglia che ha toccato corde profonde.
Ci sono luoghi in cui il tempo sembra smettere di correre, e la cucina diventa un gesto d’affetto, un abbraccio che sa di casa. Da Vincenzo, a San Vito, non si è solo clienti: si è ospiti, si è amici, si è parte di qualcosa di vero.
Grazie ad Antonio, che cucina con l’anima e racconta il territorio in ogni piatto. Grazie a Francesca, per quella gentilezza che ti fa sentire il benvenuto ancora prima di sederti. E grazie a Giulia, presenza luminosa e discreta, che completa questa famiglia con grazia e calore.
In un giorno di primavera, mi hanno regalato un pranzo tra amici di vecchia data, anche se ci siamo conosciuti solo allora. E mentre uscivo dal ristorante, avevo la sensazione di aver lasciato non un tavolo, ma un salotto di famiglia. Perché in fondo, il buon cibo nutre lo stomaco. Ma è l’accoglienza a scaldare il cuore.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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10 Settembre, 2025
È il giorno di Vinòforum. Il grande evento enogastronomico della Capitale illumina Piazza di Siena
Oltre 800 cantine, 21 Temporary Restaurant con il meglio della ristorazione romana, 60 chef da tutta Italia, i grandi maestri pizzaioli e tutti gli appuntamenti delle prime due serate
Si alza il sipario su Vinòforum 2025. Piazza di Siena si trasforma in un palcoscenico del gusto unico dove oltre 800 cantine, 60 tra chef e maestri pizzaioli, stampa, grandi esperti del vino e appassionati si incontrano per celebrare le migliori eccellenze del nostro Paese. Dai classici della cucina, agli incontri con i migliori produttori della Penisola, dalle cene esclusive guidate dagli chef fino al meglio del mondo della pizza, dell’Extravergine e degli spirits, per un calendario di incontri imperdibili tutti da vivere nel cuore verde della Capitale.
–Emiliano De Venuti, organizzatore e CEO di Vinòforum
Il momento che aspettavamo è arrivato. Produttori, chef e tutti gli artigiani del gusto sono pronti a raccontarsi e a celebrare le grandi eccellenze del nostro Paese con una narrazione inedita e ricca di contenuti. Vinòforum non è solo una rassegna enogastronomica: ci aspetta una settimana davvero coinvolgente che metterà al centro le storie delle persone che ogni giorno scrivono l’eccellenza delle produzioni del nostro Paese. Dialogo, condivisione, cultura e piacere nella degustazione per un’esperienza in grado di unire e appassionare, dal grande pubblico agli operatori del settore, il tutto arricchito dalla suggestiva atmosfera di Piazza di Siena che, dal tramonto, farà da preziosa cornice.
Oltre 3200 etichette in degustazione, rappresentative dell’Italia del vino e dei territori più affascinanti del panorama enologico internazionale, alle quali si affiancheranno importanti realtà consortili del territorio laziale e di spicco da diverse regioni come il Consorzio DOC Friuli, la ARSAC- Regione Calabria, il Consorzio Vini Piceni, la Città di San Benedetto del Tronto e la Strada del Barolo e dei Grandi Vini di Langa.
Tra gli appuntamenti più attesi della settimana, da lunedì 8 a domenica 14 settembre, ci saranno The Night Dinner, le cene d’autore con protagonisti chef di altissimo livello che realizzeranno menu ispirati al mondo del cinema. Ad aprire il calendario, lunedì 8, Alfonso Crisci del Ristorante Oltremare di Maiori, con un percorso degustazione dedicato alla cucina mediterranea e ai sapori di mare, sulle scene del film “Quanto Basta”. Martedì 9 sarà la volta di Koji Nakai del Ristorante Nakai di Roma che porterà i profumi, le tecniche e l’essenza della cucina della giapponese nel cuore della Capitale tra le scene di “Mangiare bere uomo donna”. Tutti i piatti saranno abbinati ai vini selezionati da Dalle Vigne, rete di distribuzione d’eccellenza a livello nazionale. A questi incontri si aggiungono le serate Pizza D’Autore, organizzate in collaborazione con Molino Casillo, che avranno come protagonisti i maestri dell’arte bianca – pizzaioli e panificatori – e i loro menu realizzati a quattro mani. Nella serata di lunedì si incontrano Leonardo Lanza di Sfizio (Roma) e Francesco Arena di Arena Mastrofornaio (Messina), martedì invece ci saranno Gabriele Paradiso di Santini Bistrot (Roma) e Marco Lattanzi de Il Toscano Panificio (Corato). Le loro pizza saranno abbinate alla Birra d’Abbazia Leffe nelle varianti Rouge, Blonde, Ritual, Triple, Ambree.
Vinòforum porta in scena il meglio della cucina romana e laziale nei Temporary Restaurant, ogni giorno con tre chef della Capitale e provenienti da tutta la regione. Nella prima serata ci saranno Flavio Pulicati di N’Antro Bistrot e L’Oste della Bon’Ora (Roma), Giuseppe Milana di Giù Upside Down Restaurant (Roma) e Alessandro Bizzotti di JappoRomano (Roma) mentre, martedì 9, toccherà a Riccardo Ulsi di La Bottega Frascatana (Frascati), Ciro Alberto Cucciniello di Carter Oblio (Roma) e Franklin Garcia di Garden Ristò (Roma).
Protagoniste di ogni serata le migliori espressioni dell’enologia nazionale e non solo all’interno delle Top Tasting, le degustazioni esclusive guidate dagli esperti sommelier di AIS Lazio che si apriranno alle 21.30 con l’appuntamento i “Migliori Vini bianchi Italiani”, un percorso tra Piemonte, Friuli, Toscana fino alla Campania, per conoscere i capolavori più premiati dell’enologia bianchista italiana. Per poi continuare martedì 9 con la degustazione i “Tesori della Valpolicella” per scoprire le più importanti espressioni enologiche di questo prezioso territorio. Le grandi masterclass continuano a Casa Barolo che ogni sera aprirà le porte ai visitatori sull’affascinante mondo delle Langhe con una doppia degustazione guidata tra le migliori etichette della denominazione e i vitigni più identitari del territorio.
A Vinòforum si vola anche oltre confine con gli appuntamenti organizzati dall’Ente Turistico Spagnolo, un vero e proprio tour per scoprire la storia, i vitigni e i territori enologici più affascinanti di questo Paese. Da non perdere, inoltre, le cene esclusive di Anima, signature Restaurant del The Rome EDITION con lo chef Antonio Gentile e i suoi piatti abbinati ai grandi Champagne; le degustazioni e i corsi di approfondimento sull’Extravergine organizzati da Evoo School e gli incontri nel Club Amici del Toscano.
Anche per questa edizione si rinnova il progetto Acqua Orsini – Gocce di Eccellenza, cene spettacolo dedicate esclusivamente agli operatori del settore, in cui chef e bartender si incontrano e si confrontano regalando esperienze uniche. Nello Spazio Acqua Orsini, ogni incontro promette un viaggio culinario straordinario, dove l’eccellenza e la passione si fondono per offrire il meglio della tradizione gastronomica e della mixology.
Con Orsini, Vinòforum inaugura anche il suo primo Soda Bar, in cui le Orsini Soda saranno protagoniste di una mixology contemporanea in grande stile, dedicata a tutti gli appassionati.
COLPO D’OCCHIO SU VINÒFORUM
Vinòforum nasce nel 2004 come il primo evento dedicato al vino organizzato nella città di Roma.
Da ormai venti anni ospita le maggiori cantine italiane, lasciando sempre più spazio all’abbinamento con l’alta ristorazione. Dal 2018 si conferma, per numeri e per aziende partecipanti, la più grande manifestazione enogastronomica del Centro Sud Italia.
DATE: 8 – 14 settembre
LOCATION: Piazza di Siena (Villa Borghese) – Roma
ORARI: dom – giov 19 – 24 // ven – sab 19 – 01
CENE D’AUTORE E TOP TASTING prenotabili online. Per info e prenotazioni www.vinoforum.it
PARCHEGGIO CONSIGLIATO: Se arrivi in auto, consigliamo l’utilizzo del parcheggio Saba Piazza di Spagna – Villa Borghese in Viale del Muro Torto.
Tutto il pubblico di Vinoforum potrà usufruire di una scontistica del 20% sulla tariffa oraria presentando alle casse del parcheggio, al momento del pagamento, il biglietto di ingresso alla manifestazione. Per maggiori info https://www.lospaziodelgusto.it/visita-la-manifestazione/
La Redazione
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9 Settembre, 2025
Mondaccione: il grande vino da Freisa in purezza torna a scrivere la storia della Cantina Coppo
Dal 1892 custodi dell’eccellenza, Coppo rilancia il Mondaccione, etichetta simbolo di tradizione, identità e innovazione piemontese.
La storica Cantina Coppo, dal 1892 protagonista della viticoltura piemontese, annuncia il ritorno del Mondaccione, uno dei suoi vini più iconici e rappresentativi. Dopo un periodo di assenza, questa preziosa etichetta torna a far parte della prestigiosa gamma aziendale, offrendo un’interpretazione moderna di un vitigno tradizionale che merita nuova luce.
Il Mondaccione è un vino raro, prodotto in purezza da uve Freisa coltivate sui ripidi vigneti di Valdivilla, frazione di Santo Stefano Belbo. Nato quasi per caso dopo il ritrovamento di due bottiglie storiche di Freisa (1952 e 1933), il Mondaccione ha saputo raccontare fin dagli anni ’80 il valore nascosto di questa varietà, spesso sottovalutata, esprimendo un carattere nobile, longevo e complesso che continua a sorprendere.
Il nome stesso, “Mondaccione” (dal dialetto “Mundaciun”), richiama con nostalgia le fatiche dei contadini di un tempo nell’affrontare vigneti impervi, rievocando un legame profondo con la terra e la tradizione.
Rossano Savoia, AD di Coppo, dichiara:
Il Mondaccione è molto più di un’etichetta per noi: rappresenta un capitolo importante della nostra storia e della nostra visione. Riportarlo oggi significa dare continuità al nostro impegno per una viticoltura di qualità, profondamente legata al territorio ma proiettata verso il futuro.
Caratterizzato da un gusto secco e deciso, il Mondaccione è un vino esigente, frutto di dedizione, coraggio sperimentale e fortuna. Lungo affinamento in legno e lenta maturazione in bottiglia donano intensità e originalità, apprezzate dagli amatori che cercano autenticità e profondità in ogni sorso.
Il rilancio dell’etichetta conferma la missione di Coppo di valorizzare le eccellenze piemontesi, mixando sostenibilità, tradizione e innovazione, per custodire il passato e costruire il futuro del vino italiano.
Dal settembre 2025 il Mondaccione 2020 è disponibile in cantina e nei migliori ristoranti.
About Coppo
Con vigneti di proprietà nel Monferrato e nelle Langhe, entrambi siti UNESCO, Coppo è una realtà vinicola che unisce tradizione e qualità per un pubblico nazionale e internazionale raffinato.
Siti web: www.coppo.com – www.villagiada.wine La Redazione
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9 Settembre, 2025
Ambonnay, cuore pulsante della Montagne de Reims
Adagiato sul versante sud-orientale della Montagne de Reims, il villaggio di Ambonnay custodisce un patrimonio vitivinicolo e culturale unico. Con poco più di mille abitanti e un territorio che sfiora i dodici chilometri quadrati, il comune mantiene ancora oggi la dimensione intima e raccolta delle comunità rurali della Champagne.
Le origini del nome si perdono nella storia: secondo alcuni studiosi deriverebbe da Amboniacus, un possidente romano che introdusse la viticoltura in queste terre; altri lo collegano a bonne haie, la buona siepe che un tempo delimitava le foreste circostanti. In entrambi i casi, il filo conduttore resta la vite, presente da secoli e parte integrante dell’identità del paese.
Passeggiare tra le vie di Ambonnay significa compiere un viaggio nel tempo. Se l’anima di Ambonnay si riconosce nelle sue pietre, è nei vigneti che pulsa la sua vera essenza. Il comune è infatti uno dei soli diciassette classificati Grand Cru al 100%, un privilegio che ne certifica l’eccellenza viticola.
La superficie vitata si estende per circa 385 ettari, in larga parte coltivati a Pinot Noir (oltre 300 ettari), varietà regina di questo terroir, e in misura minore a Chardonnay (poco più di 70 ettari). I vigneti si adagiano tra i 120 e i 180 metri di altitudine, raggiungendo i 200 metri in direzione di Bouzy. I suoli calcarei e l’esposizione soleggiata a sud e sud-est creano condizioni ideali per vini di grande struttura e ricchezza aromatica, capaci di unire profondità e longevità.
Ambonnay è un nome imprescindibile nella geografia dello Champagne: molte maison di prestigio possiedono parcelle nel villaggio, a partire da Krug, che qui custodisce il celebre Clos d’Ambonnay, uno dei vigneti più preziosi al mondo. Non mancano i piccoli vigneron, custodi di tradizioni familiari secolari, che affiancano le grandi etichette con interpretazioni artigianali del terroir. Il villaggio è noto anche per l’Ambonnay Rouge, un raro e ricercato Coteaux Champenois fermo da Pinot Noir, ulteriore testimonianza della straordinaria vocazione di queste vigne.
Tornando al Clos d’Ambonnay, questo è uno dei vigneti più piccoli e prestigiosi al mondo: appena 0,68 ettari, racchiusi da mura fin dal 1766. Si trova nel cuore di Ambonnay, villaggio Grand Cru della Montagne de Reims, celebre per il Pinot Noir di straordinaria intensità e profondità.
Krug, fedele alla sua filosofia di osservare e valorizzare ogni singola parcella, identificò questo vigneto dopo una lunga ricerca durata sette anni. Nel 1994 lo acquistò, riconoscendone il potenziale unico. La prima vendemmia fu quella del 1995, presentata al pubblico soltanto nel 2007, dopo oltre un decennio di paziente affinamento.
Con questa scelta, la Maison ha consacrato Ambonnay come terroir imprescindibile della propria identità, confermando il legame storico che da sempre la lega al Pinot Noir di questo villaggio, infatti in tutte le grandi Cuvée c’è sempre stato del vino di Ambonnay.
La rarità è un tratto essenziale del Clos d’Ambonnay. Dal 1995 al 2006 sono state prodotte soltanto sei annate (1995, 1996, 1998, 2000, 2002, 2006), per un totale poco superiore alle 4.000 bottiglie per annata.
Ogni millesimo rappresenta quindi un’uscita eccezionale e attesissima, oggetto di culto tra collezionisti e appassionati. Si tratta, di fatto, di una delle produzioni più esigue e ricercate dell’intera Champagne.
Il Clos d’Ambonnay è un Blanc de Noirs al 100% Pinot Noir, espressione pura del villaggio e del vigneto. Dopo la fermentazione in piccoli fusti di rovere, seguendo la tradizione Krug di vinificare separatamente ogni parcella, i vini riposano in cantina per oltre 10–12 anni sui lieviti.
Il risultato è uno Champagne di potenza e complessità straordinarie, capace di coniugare la generosità del Pinot Noir di Ambonnay con l’inconfondibile finezza dello stile Krug.
Note tipiche comprendono aromi di frutta nera matura, spezie, cacao, torrefazione e note affumicate, che si intrecciano con freschezza minerale e una struttura imponente. È uno Champagne che evolve magnificamente nel tempo, mantenendo tensione e vitalità anche dopo decenni, infatti le mie prime bevute della 1995 e 1996 ad inizio anni 2010 non mi impressionarono affatto ritenendole troppo giovani. Riprovata la 1995 appena post Covid ha mostrato tutta la sua freschezza e potenza.
Il Clos d’Ambonnay si inserisce accanto al più noto Clos du Mesnil (100% Chardonnay, da Le Mesnil-sur-Oger), completando la visione di Krug di esaltare i due vitigni nobili della Champagne in interpretazioni monovarietali e monoparcellari.
Se il Clos du Mesnil racconta la purezza cristallina dello Chardonnay, il Clos d’Ambonnay incarna l’anima più intensa e carnale del Pinot Noir. Entrambi, però, condividono la filosofia Krug: il tempo, la precisione artigianale e il rispetto assoluto del terroir.
Oggi il Clos d’Ambonnay è molto più di uno Champagne: è una leggenda enologica, simbolo di esclusività e di ricerca estrema della perfezione, che rafforza ulteriormente il legame indissolubile tra Krug e il villaggio di Ambonnay, ed infatti è proprio di fronte al Clos d’Ambonnay, che dopo 7 anni ha inaugurato Joseph 2.0, la nuova cantina voluta dalla Chef de Caves Julie Cavil. Non soltanto un centro produttivo, ma un progetto pensato per il presente e per le prossime generazioni, in linea con la visione di Joseph Krug, che nel 1843 sognava di offrire ogni anno lo Champagne migliore possibile.
La nuova sede, avviata nel 2017, si estende su 9.500 metri quadrati e concentra tutte le fasi della vinificazione: dalla ricezione dei mosti all’imbottigliamento. Otto cantine indipendenti, 330 serbatoi firmati dall’italiana Defranceschi e una progettazione che unisce ergonomia, sostenibilità e controllo naturale di gravità e microclima. Un luogo costruito a misura di uomo e di vino, capace di conciliare innovazione e precisione senza mai tradire la tradizione.
Il cuore resta il parco barrique: 4.300 fût champenois da 205 litri, con un’età media di 17 anni, disposti su due piani per garantire rotazione e gestione ottimale. Da Krug il legno è destinato esclusivamente alla fermentazione: dopo sette mesi i vini vengono travasati in acciaio, mantenendo pratiche rare come il soutirage à l’ancienne, reso qui più agevole da un rubinetto appositamente ideato.
Con Joseph 2.0, Krug affonda ancora più saldamente le proprie radici ad Ambonnay, terroir simbolo della Montagne de Reims e patria di Pinot Noir d’eccellenza. Non è un caso: in ognuna delle 173 cuvée uscite finora c’è sempre stato almeno un tocco di Ambonnay. È qui che, accanto al Clos du Mesnil, Henri e Rémi Krug individuarono nel 1994 il Clos d’Ambonnay, secondo “solista” della Maison. Oggi la nuova cantina rappresenta la naturale continuazione di quella storia.
Le persone sono il cuore del progetto”, ricorda Julie Cavil. Joseph 2.0 non è un tempio dell’automazione, ma uno spazio che valorizza il lavoro degli uomini e delle donne che ogni anno orchestrano l’inconfondibile musica di Krug. Nella nuova Joseph 2.0, che domina, ma in maniera sobria, Place du Barancourt, troviamo anche tutti gli uffici tecnici, ma questa cantina serve solo per la vinificazione e conservazione dei vini di riserva. Una volta effettuato il tirage tutte le bottiglie vanno nelle storiche cantine di Reims per l’affinamento sui lieviti.
Champagne Soutiran – Destino, memoria e artigianalità di Ambonnay
Come detto Ambonnay è sede di tante aziende artigianali, come ad esempio Soutiran la cui storia è profondamente legata ad Ambonnay. Tutto inizia con Gérard Soutiran, nato nel 1916 in piena Prima Guerra Mondiale. Rimasto orfano, fu accolto da un viticoltore che gli trasmise l’amore per la vigna. Dopo una carriera militare, nel 1950 fondò la sua maison, dando vita alle prime bottiglie di Champagne Soutiran.
Negli anni successivi il testimone passò al figlio Alain, che insieme alla moglie Roselyne ampliò i vigneti e creò nuove cuvée. La figlia Valérie portò poi la maison oltre i confini francesi, trasformandola in un marchio conosciuto a livello internazionale. Oggi Valérie, con il marito e chef de cave Patrick Renaux, guida l’azienda restando fedele ai valori originari: rispetto del terroir, artigianalità e tempo.
Il cuore dei vigneti è ad Ambonnay, dove il Pinot Noir raggiunge una delle sue massime espressioni: struttura, profondità e frutto maturo, bilanciati dalla freschezza e dalla tensione minerale dello Chardonnay. Alcune parcelle si trovano anche in Premier Cru come Trépail, Chigny-les-Roses, Ludes e Chamery.
Il tempo è ingrediente fondamentale da Soutiran, infatti ogni cuvée riposa in cantina dai cinque agli otto anni sui lieviti, sviluppando complessità aromatica, eleganza e una mousse finissima. La vinificazione parcellare e l’uso calibrato del legno contribuiscono a definire lo stile della maison: ricco, profondo, ma sempre sostenuto da freschezza e tensione minerale.
Durante una degustazione completa con Valérie Soutiran, emerge chiaramente il filo conduttore che lega tutte le cuvée della maison: la capacità di raccontare Ambonnay. Dal più fresco ed elegante Signature Grand Cru alle etichette di maggior struttura e complessità, ogni bicchiere restituisce una visione diversa e autentica del villaggio. Signature, più immediato ma mai banale, perfetto esempio di equilibrio tra potenza e freschezza. Le cuvée millesimate, capaci di mostrare l’evoluzione e la complessità che solo le grandi parcelle del villaggio sanno donare.
Il racconto appassionato di Valérie ha trasformato la degustazione in un viaggio: non solo vini, ma storie di famiglia, di sacrificio e di amore incondizionato per la terra.
Soutiran non è soltanto una maison di Champagne, ma il racconto di una famiglia e di un territorio. Ad Ambonnay il tempo diventa ingrediente fondamentale, capace di scolpire vini memorabili. Ogni bottiglia è un invito a scoprire la profondità e la poesia di un Grand Cru che non smette di sorprendere.
Ambonnay non è soltanto un villaggio Grand Cru: è un microcosmo che racchiude l’essenza della Champagne. Qui convivono la grandezza di una Maison iconica come Krug, con il mito del Clos d’Ambonnay e la modernità della nuova cantina Joseph 2.0, e la voce sincera e autentica di produttori come Soutiran, capaci di raccontare con verità e passione il volto più umano di questo territorio. Ed è forse proprio questo intreccio di grandezza e autenticità che rende Ambonnay il villaggio che porto più nel cuore.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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