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15 Settembre, 2025
Annalisa Zorzettig: una vendemmia che richiama le grandi annate del passato
Nei Colli Orientali del Friuli, tra i vigneti di Annalisa Zorzettig, l’aria profuma di mosto: è tempo della vendemmia, che quest’anno si presenta come il risultato di un’annata segnata da forti contrasti climatici, ma in grado di imprimere un carattere distintivo e promettente ai vini.
Dopo un maggio piovoso e un giugno tra i più caldi e asciutti mai registrati, un luglio sorprendentemente fresco infatti ha rallentato i ritmi della natura, favorendo una maturazione lenta e regolare delle uve. Le rese sono leggermente inferiori alla media, ma i dati analitici e le prime degustazioni raccontano un quadro di grande interesse: pH più bassi, acidità elevate e profili aromatici ricchi delineano vini succosi, tesi e vibranti, con richiami alle migliori annate fresche di fine anni Ottanta, inizio anni Novanta.
Le varietà precoci hanno già espresso caratteri notevoli: il Sauvignon Blanc e il Pinot Nero colpiscono per precisione e freschezza, mentre il Friulano sorprende per l’energia, insolita per un vitigno che tende a perdere acidità.
Se settembre manterrà giornate asciutte e ventilate, il 2025 potrà entrare nella memoria come un’annata capace di regalare vini eleganti, longevi e autenticamente legati al territorio dei Colli Orientali del Friuli.
Accanto all’analisi tecnica, la vendemmia 2025 custodisce una dimensione poetica per Annalisa, intrisa di ricordi d’infanzia: i rientri da scuola, tra mattinate fresche, pomeriggi di sole e piogge improvvise con le corse tra i filari.
Anche se l’autunno inizia solo a fine settembre – racconta la produttrice – queste giornate hanno lo stesso sapore delle stagioni di passaggio, composte da energia, attesa e vitalità. I vini che stanno nascendo sono profondamente legati a questo ritmo naturale, capaci di restituire l’essenza del territorio e la memoria delle grandi annate del passato.
La Redazione
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15 Settembre, 2025
Paris et l’Art de Vivre
I piaceri della vita: vino, arte e formaggi. Parigi non è semplicemente una città; è l’incarnazione di un’idea. Quando penso a Parigi, la prima immagine che mi assale è quella di una metropoli che rispecchia perfettamente l’Art de Vivre.
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15 Settembre, 2025
Muristellu. Il Rosso Selvaggio che parla Nuragico
Un vitigno dimenticato, una terra indomita, un vino che non si lascia spiegare ma solo ascoltare.
Un Vitigno che Viene da Lontano.
Nel cuore della Sardegna, dove il tempo sembra essersi fermato tra nuraghi e silenzi millenari, cresce un vitigno che pochi conoscono e ancora meno osano vinificare in purezza: il Muristeddu, chiamato anche Muristellu o Bovaleddu. Il suo nome evoca radici profonde, forse più antiche di quanto la storia ufficiale voglia ammettere.
Alcuni lo collegano al Bovale spagnolo, portato sull’isola durante la dominazione aragonese. Ma studi genetici recenti suggeriscono una parentela con la vite selvatica sarda (Vitis vinifera sylvestris), una varietà che cresce ancora spontanea nei boschi del Supramonte. Se fosse confermato, il Muristeddu sarebbe uno dei pochi vitigni al mondo a discendere direttamente da ceppi preistorici.
Il Vino nella Civiltà Nuragica: Un’Eredità Liquida
Molto prima che il Muristeddu fosse vinificato, la Sardegna parlava già la lingua del vino. La civiltà nuragica, fiorita tra il 1800 e il 500 a.C., ha lasciato tracce indelebili di una cultura agricola e rituale in cui la vite aveva un ruolo centrale. Gli scavi archeologici nei siti di Monte Prama, Sant’Imbenia e Nora hanno restituito vinaccioli carbonizzati, coppe rituali e contenitori ceramici che testimoniano la presenza di una viticoltura arcaica.
Il vino, per i nuragici, era più di una bevanda: era un simbolo di connessione con il divino, un elemento sacro usato in cerimonie religiose e offerte votive. Le coppe ritrovate nei templi e nei pozzi sacri suggeriscono che bere vino fosse un atto rituale, forse riservato ai capi tribù o agli sciamani.
Il Muristeddu, con la sua rusticità e resistenza, sembra incarnare proprio quella memoria genetica della Sardegna nuragica. Ogni sorso è come un’eco di tamburi lontani, di fuochi accesi sotto le stelle, di racconti tramandati a voce.
Un Vino Che Non Imita Nessuno
Il Muristeddu non segue mode. Nel calice, si presenta con un rosso rubino profondo, quasi misterioso. Al naso, esplode in un bouquet di frutti rossi maturi, pepe nero, erbe selvatiche e note minerali. In bocca è tannico, austero, ma sorprendentemente armonico. Ha una struttura che ricorda certi rossi francesi di grande razza, ma con un’anima selvaggia e indomita. La persistenza è lunghissima, con ritorni balsamici e minerali che sembrano scolpiti nella roccia.
È il vino che berresti davanti a un fuoco acceso, mentre fuori ulula il maestrale.
Dove Nasce: La Valle dell’Oddoene
Le vigne di Muristeddu crescono in luoghi impervi, dove la viticoltura è ancora eroica. La valle dell’Oddoene, nei pressi di Dorgali, è uno dei suoi habitat più autentici. Qui, tra canyon dolomitici e suoli calcarei, le viti vengono allevate ad alberello, spesso senza irrigazione, in un clima che alterna estati torride a notti fresche e ventose.
Il risultato è un’uva concentrata, ricca di polifenoli, che riflette la lotta quotidiana tra la vite e la pietra. Ogni grappolo è un piccolo miracolo.
Curiosità Rare e Dettagli da Iniziati
Il Muristeddu è uno dei pochi vitigni sardi che non ha mai subito cloni commerciali: ogni ceppo è diverso, ogni vigneto è un microcosmo.
Alcuni produttori lo vinificano in anfore di terracotta, per esaltarne la componente minerale e la verticalità.
In alcune zone del Mandrolisai, viene ancora coltivato secondo pratiche arcaiche, con potature lunari e fermentazioni spontanee.
È uno dei pochi rossi sardi che può invecchiare oltre 20 anni, sviluppando note di cuoio, tabacco e spezie orientali.
Scheda Tecnica – Muristellu IGT Isola dei Nuraghi
Caratteristica
Dettaglio
Vitigno
Muristeddu (Bovale Sardo) 100%
Denominazione
IGT Isola dei Nuraghi
Zona di produzione
Valle dell’Oddoene, Dorgali (NU)
Altitudine
250–400 m s.l.m.
Suolo
Dolomitico-calcareo
Sistema di allevamento
Alberello sardo
Vinificazione
Fermentazione spontanea in acciaio o anfora
Affinamento
12–18 mesi in tonneaux o terracotta, 6 mesi in bottiglia
Gradazione alcolica
14–15%
Colore
Rosso rubino profondo
Note olfattive
Mirto, resina, grafite, pepe nero
Gusto
Tannico, minerale, persistente
Abbinamenti
Cinghiale in umido, formaggi erborinati, pane carasau con lardo e miele di corbezzolo
Conclusione: Un Vino per Chi Sa Ascoltare
Il Muristeddu non è per tutti. È per chi cerca un vino che racconti, non che intrattenga. È per chi ama la Sardegna non solo per le spiagge, ma per la sua anima profonda, aspra, autentica. È per chi sa che il vino, come la terra, ha bisogno di tempo, silenzio e rispetto.
Giovanni Scapolatiello
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14 Settembre, 2025
Oleificio Zucchi: 215 anni di storia in un francobollo
Il 10 settembre a Roma, presso il MIMIT, la cerimonia di annullo alla presenza della Presidente e AD Alessia Zucchi e delle Istituzioni
Oltre due secoli di attività racchiusi in pochi centimetri di carta: è questo il significato più profondo del francobollo commemorativo che oggi celebra la lunga storia di Oleificio Zucchi, azienda cremonese fondata nel 1810 e tra i principali protagonisti del settore oleario italiano e internazionale.
La cerimonia di annullo, riservata a una selezione di eccellenze dell’agroalimentare italiano, si è svolta nel pomeriggio a Roma, presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), alla presenza di Alessia Zucchi (Presidente e AD di Oleificio Zucchi), di Fausta Bergamotto (sottosegretario di Stato al Ministero delle imprese e del made in Italy con delega alla filatelia), delle Istituzioni, dei vertici di Poste Italiane e del top management di Oleificio Zucchi.
Il francobollo — parte della serie tematica “Le Eccellenze del sistema produttivo e del Made in Italy” — non è solo un riconoscimento formale, ma è il simbolo tangibile di un’eredità costruita passo dopo passo, attraversando trasformazioni industriali, cambiamenti sociali, mode e tecnologie. Una storia che affonda le sue radici nel 1810, quando un piccolo oleificio artigianale di territorio iniziava a produrre olio da semi destinato all’alimentazione.
Da quel primo gesto, Oleificio Zucchi non ha mai smesso di crescere e rinnovarsi. Nei primi decenni del Novecento intraprende il cammino verso l’industrializzazione. È poi nel secondo dopoguerra, con la ricostruzione del Paese, che l’azienda prende nuovo slancio, trasformandosi in società per azioni e ampliando la distribuzione. Nasce il marchio “Zeta”, noto a generazioni di consumatori, e si avviano le collaborazioni con la grande distribuzione.
Gli anni Novanta segnano una svolta. L’inaugurazione del moderno stabilimento lungo il canale navigabile di Cremona porta con sé una nuova visione: tracciabilità, rispetto per l’ambiente e investimenti nella ricerca, oltre che una crescita del business delle private label sia in Italia che all’estero.
Negli anni Duemila, entra in azienda la sesta generazione della famiglia Zucchi. È un vero passaggio di testimone, che segna l’avvio di un percorso verso una sostenibilità integrata, culminato nella creazione del primo disciplinare italiano certificato per la filiera dell’olio extra vergine. Viene costruita la più grande cantina a temperatura controllata di olio extra vergine di oliva in Italia, un laboratorio per il controllo qualità e un sistema logistico sostenibile con scalo ferroviario interno.
La trasformazione in Società Benefit dell’ultimo anno è una scelta che sancisce l’impegno formale a generare valore non solo per l’impresa, ma anche per la comunità e l’ambiente.
In questa stessa direzione si inserisce inoltre l’attuale avvio del percorso di certificazione per la parità di genere, ulteriore conferma di una strategia che pone al centro le persone e la sostenibilità.
Il bozzetto del francobollo racconta visivamente questo lungo viaggio: il logo storico accanto alla macina in pietra, simbolo delle origini artigianali, si fonde con un tratto grafico ispirato al logo attuale che richiama la più recente produzione di olio di oliva, simboleggiando un percorso di crescita fondato sul rinnovamento continuo, la diversificazione e la valorizzazione delle proprie origini.
Alessia Zucchi, Presidente e AD di Oleificio Zucchi.
Questo francobollo rappresenta per noi un riconoscimento che va oltre la celebrazione di un anniversario, È un tributo a tutte le persone che hanno creato la nostra storia: collaboratori, partner e famiglie che hanno condiviso un cammino fatto di dedizione, innovazione e radici profonde. Guardiamo al futuro con lo stesso spirito di sempre, continuando a coniugare tradizione e progresso.
Il Sottosegretario Fausta Bergamotto
Con l’emissione della serie filatelica Le Eccellenze del sistema produttivo ed economico dedicata all’agroalimentare rendiamo omaggio a imprese dalle radici profonde nei territori, fondate sul lavoro ben fatto e sulla perseveranza. Generazione dopo generazione, questi marchi hanno accompagnato la vita degli italiani e sono oggi riconosciuti in Italia e nel mondo come sinonimo di qualità, gusto ed affidabilità. Con questo gesto, il Mimit ribadisce il proprio impegno a valorizzarle, sostenendone crescita, innovazione ed export.
Oleificio Zucchi è una realtà che esporta in oltre 45 Paesi, impiega più di 150 persone e realizza un fatturato 2024 superiore ai 344 milioni di euro. Il cuore rimane ancorato a Cremona, al territorio, ai collaboratori. Pioniere nell’ambito della sostenibilità, raggiungendo quest’anno la XX edizione del report di sostenibilità, con 19 certificazioni di qualità, una produzione sempre più attenta all’impatto ambientale, più di 42.000 analisi annue sugli oli e un’offerta sostenibile, Oleificio Zucchi detiene una posizione di leadership nel settore.
Il francobollo dedicato ai 215 anni di Oleificio Zucchi, venduto in tutti i punti filatelici di Poste, e anche a Cremona, entra nella collezione permanente del Museo Storico di Poste Italiane, portando con sé la storia di un’impresa che ha saputo essere tradizione e avanguardia, famiglia e impresa, locale e globale. Un simbolo, piccolo ma potente, di ciò che significa essere parte della storia del Paese.
La Redazione
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14 Settembre, 2025
La Famiglia Tommasi rafforza la presenza in Puglia e amplia il progetto Masseria Surani
Acquisizioni strategiche e visione mediterranea: il futuro di Masseria Surani, cuore pulsante della viticoltura salentina.
Un passaggio di testimone che unisce storia, esperienza e visione internazionale: dopo una lunga carriera ricca di successi, Claudio Quarta annuncia il suo ritiro dall’attività, affidando alla rinomata Famiglia Tommasi l’acquisizione di due prestigiose realtà pugliesi, Tenuta Eméra a Lizzano e Cantina Moros a Guagnano, Lecce. Un’operazione che consolida e amplia il progetto Masseria Surani, espressione autentica del territorio salentino e simbolo di eccellenza enologica.
Dietro il successo del progetto Quarta, c’è una storia di passione e ritorno alle origini iniziata nel 2005, quando Claudio lasciò gli Stati Uniti per dedicarsi al vino in Salento, accompagnato dall’ingresso deciso di sua figlia Alessandra, che dal 2012 ha portato innovazione e freschezza, creando un ponte tra tradizione e contemporaneità. La loro filosofia si fonda su ricerca, sostenibilità e rispetto delle radici, valori che ora si intrecciano perfettamente con la consolidata esperienza della Famiglia Tommasi.
Da tempo presente in Puglia con Masseria Surani a Manduria, la Famiglia Tommasi gestisce già 55 ettari di vigneto e ha recentemente aggiunto ulteriori 45 ettari nelle adiacenze di Tenuta Eméra a Lizzano, potenziando la produzione e la vinificazione grazie anche alla nuova cantina di imbottigliamento.
Giancarlo Tommasi, enologo e direttore tecnico di Tommasi Family Estates
Questa acquisizione rappresenta un’opportunità straordinaria per la nostra famiglia. Masseria Surani acquista una nuova casa che rafforza il nostro patrimonio vitivinicolo, che oggi supera gli 800 ettari distribuiti in tutta Italia, integrando produzione di qualità e un progetto enoturistico autentico, capace di raccontare la Puglia e di completare il mosaico delle nostre cantine dalla Valpolicella al Vulture e all’Etna.
Alessandra Quarta
Guidavo l’azienda dal 2023 e cercavo un partner solido per sostenere crescita e innovazione. Con la Famiglia Tommasi potremo far fiorire il progetto iniziato da mio padre, creando valore per il territorio in modo sostenibile e consapevole.
Il portafoglio pugliese di Tommasi Family Estates si arricchisce così sotto il marchio Masseria Surani, che comprende:
Tenuta Espéra a Manduria, cuore storico con vini esclusivi per la ristorazione, espressione pura del territorio;
Tenuta Eméra a Lizzano, dove si vinificano Primitivo DOC, Fiano e Negroamaro Rosé;
Cantina Moros a Guagnano, custode del Salice Salentino DOC Riserva.
Questa espansione completa la visione mediterranea della Famiglia Tommasi con presenze significative in Sud Italia e aree iconiche quali Salento, Vulture in Basilicata (Paternoster) e Etna in Sicilia (Ammura). L’obiettivo è raccontare con autenticità e qualità la ricchezza del Mediterraneo attraverso vini dalle identità territoriali forti, capaci di raccontare storie universali.
Tommasi Family Estates: storia, territori e innovazione
La Famiglia Tommasi è simbolo indiscusso della Valpolicella e molto oltre, con otto tenute distribuite in sette regioni italiane: dal Veneto con Tommasi, dalla Lombardia con Tenuta di Caseo, alle Langhe con Casisano, a Montalcino con Poggio al Tufo, fino a Masseria Surani in Puglia, Paternoster in Basilicata e Ammura sull’Etna, senza dimenticare importanti partnership nel Chianti Classico e Friuli Venezia Giulia.
Quattro generazioni di visionari hanno fatto della qualità, della tradizione e dell’innovazione i pilastri fondanti di un gruppo che investe con passione nel recupero del patrimonio vitivinicolo italiano, con un occhio attento alla sostenibilità e all’accoglienza turistica. L’esperienza degli ospiti viene valorizzata attraverso strutture ricettive di pregio come Villa Quaranta Wine Resort & Thermal SPA, l’Albergo Mazzanti a Verona e l’Agriturismo Poggio al Tufo in Toscana.
La Redazione
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13 Settembre, 2025
ViVa 2025: la Valtellina da bere, da vivere, da amare in un evento unico
Dal 6 all’8 settembre a Sondrio un’esperienza immersiva tra vino Nebbiolo, paesaggi alpini e cultura enogastronomica.
Sondrio si prepara ad accogliere la prima edizione di ViVa, Vini Valtellina, un evento diffuso e coinvolgente che celebra la straordinaria identità enologica e territoriale della Valtellina. Organizzato dal Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina in collaborazione con la Strada del Vino e la Fondazione Provinea, ViVa 2025 è un invito aperto a curiosi, appassionati, operatori e giornalisti per immergersi nella magia della montagna e nel carattere unico del Nebbiolo delle Alpi.
Dal 6 all’8 settembre, i celebri terrazzamenti vitati che dominano la valle saranno il palcoscenico naturale di degustazioni, passeggiate, incontri culturali e attività sportive, offrendo un’esperienza autentica a contatto diretto con i produttori che coltivano e interpretano ogni giorno questa terra d’eccezione.
La manifestazione si apre sabato 6 settembre con un tuffo alle radici, tra visite guidate ai vigneti e alle cantine, per comprendere l’arte dei muretti a secco e la dedizione che conferiscono valore senza tempo al territorio. La serata si anima con “ViVa Nebbiolo”, una festa conviviale all’aperto nel cuore di Sondrio, animata da musica dal vivo, cucina tipica e calici di Nebbiolo che si sposano in un’atmosfera di calore e accoglienza.
Domenica 7 settembre è dedicata alla scoperta libera e al dialogo diretto: i banchi d’assaggio proporranno le nuove annate delle aziende, mentre i partecipanti potranno partecipare a tour in e-bike, camminate guidate tra i vigneti e incontri culturali, per vivere la Valtellina in tutti i suoi aspetti, dalla natura al gusto, dall’arte alla tradizione.
Lunedì 8 settembre è giornata riservata agli operatori professionali – ristoratori, sommelier, buyer e giornalisti – che, previa registrazione gratuita, avranno accesso a degustazioni riservate, incontri business e approfondimenti tecnici. Un’occasione strategica per rafforzare relazioni e scoprire nuovi scenari di mercato.
ViVa 2025 si propone così non solo come un evento vinicolo, ma come un’esperienza culturale che racconta la Valtellina e il Nebbiolo delle Alpi come espressioni di qualità, sostenibilità e identità montana.
Il Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina
Fondato nel 1976, il Consorzio tutela i pregiati vini prodotti sulle terrazze alpine della provincia di Sondrio, dove oltre 2.500 km di muretti a secco sostengono vigneti unici al mondo. Il territorio genera vini di grande pregio come la DOCG Valtellina Superiore e lo Sforzato di Valtellina, oltre al Rosso di Valtellina DOC e all’Alpi Retiche IGT. Il Consorzio promuove qualità, tradizione e rispetto per il paesaggio, in sinergia con la Fondazione Provinea e la Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina, proponendo un prodotto che è racconto autentico della montagna e del suo popolo.
La Redazione
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13 Settembre, 2025
Tenuta Stella riapre le porte a settembre
Un calendario ricco di eventi tra vigneti, degustazioni e benessere nel cuore del Collio
Tenuta Stella accoglie settembre con un programma ricco di appuntamenti, occasione per entrare in contatto con la sua realtà e con l’essenza più genuina del Collio. La cantina sarà aperta dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 17.30, per visite e degustazioni, mentre ogni sabato, dalle 11.00 alle 17.00, tornerà l’appuntamento con la formula “Sorsi di Collio”. Su richiesta sarà possibile prenotare degustazioni anche la domenica, con la presenza del team in azienda per accogliere gli ospiti durante tutto il weekend.
Il cuore del mese sarà il fine settimana del 13 e 14 settembre con Vigneti Aperti, due giornate dedicate a vivere il territorio attraverso esperienze immersive a contatto diretto con la natura e con la cantina.
Sabato 13 settembre la giornata prenderà il via alle 10.00 con una sessione di yoga tra i filari, per poi proseguire con degustazioni libere e visite guidate ai vigneti.
Domenica 14 settembre, accanto alle attività di Vigneti Aperti, si svolgerà l’atteso Harvest Party: un pomeriggio di festa con musica dal vivo dalle 17.00 alle 21.00.
Sempre domenica, alle 10.30, sarà inoltre disponibile la Full Experience, un percorso pensato per chi desidera conoscere la cantina in modo completo, con la degustazione dell’intera gamma dei vini Tenuta Stella.
A completare il calendario, giovedì 18 settembre alle ore 19.00, l’appuntamento con la Verticale del Mese, interamente dedicata alla Ribolla Gialla. Per l’occasione saranno aperte le porte dell’archivio storico della cantina con la degustazione di quattro annate di questa varietà simbolo, accompagnate dagli abbinamenti gastronomici ricercati dell’Alimentari Tomadin di Cormons. Un evento esclusivo, a posti limitati e con prenotazione obbligatoria, pensato per approfondire le potenzialità di un vitigno che meglio di altri racconta il Collio e la filosofia produttiva di Tenuta Stella.
Alberto Faggiani, agro tecnologo e responsabile della produzione enologica della cantina.
Questi eventi rappresentano per noi un’occasione speciale per accogliere il pubblico e accompagnarlo in un’esperienza che va oltre la degustazione. Vivere Tenuta Stella significa immergersi nel Collio, nei suoi paesaggi, nei suoi profumi e nelle sue storie. Ogni appuntamento è pensato come un percorso che coinvolge tutti i sensi, per scoprire la cantina e il territorio in modo autentico e completo.
Settembre diventa così per Tenuta Stella un invito a rallentare e a condividere momenti speciali, con un calendario di esperienze che intrecciano natura, vino, benessere e convivialità, restituendo tutta la ricchezza di un territorio unico.
Per info e prenotazioni contattare: info@tenutastellacollio.it
La Redazione
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13 Settembre, 2025
Biglietteria aperta per il 14º Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti a BolognaFiere
Dal 15 al 17 novembre 2025 torna a Bologna il più importante evento dedicato ai vignaioli indipendenti italiani.
Dal 1° settembre è aperta la biglietteria online per la 14ª edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti, in programma a BolognaFiere dal 15 al 17 novembre 2025. L’evento si conferma il punto di riferimento per la passione e la qualità del vino artigianale italiano, con circa 1.000 vignaioli provenienti da tutte le regioni d’Italia e delegazioni europee di vignaioli indipendenti, oltre a 32 soci della Federazione Italiana Olivicoltori Indipendenti.
Il Mercato dei Vini è protagonista di una partnership rinnovata tra FIVI e BolognaFiere che garantirà la sede fino al 2028, confermando Bologna come capitale della viticoltura indipendente con una superficie espositiva di quasi 40.000 mq distribuiti in 4 padiglioni.
Gianpiero Calzolari, Presidente di BolognaFiere:
Il Mercato dei Vini unisce qualità, cultura e passione, attirando ogni anno un pubblico competente e appassionato, facendo della nostra città una vetrina d’eccellenza per il settore vitivinicolo e l’enoturismo.
Il programma è arricchito da cinque masterclass incentrate sul tema “Vino, vigne, Vignaioli: una storia di famiglia”. Durante l’evento saranno assegnati il Premio Leonildo Pieropan 2025 e il Premio Vignaiolo come noi, recentemente assegnato a personalità come il cantante Stefano Belisari (Elio) e il cestista Marco Belinelli.
L’evento offre un’esperienza completa con servizi dedicati come carrelli, trolley e spedizioni, e attenti miglioramenti logistici per facilitare l’accesso tramite ingresso di Piazza Costituzione e parcheggi ampiamente disponibili, oltre a una convenzione speciale con Trenitalia per sconti fino al 75% sui Frecciarossa.
Orari e biglietti
Sabato 15 e domenica 16 novembre: 11:00–19:00
Lunedì 17 novembre: 11:00–17:00
Biglietti acquistabili su www.mercatodeivini.it
Intero giornaliero online fino al 9 novembre: €25, poi €30
Ingresso 2 giorni online: €40, in fiera €50
Ingresso 3 giorni online: €60, in fiera €70
Ridotti per soci AIS, FISAR, ONAV, Slow Food e altri: €20
Operator i (con partita IVA): €20
Abbonati Bologna FC 1909: ingresso a tariffe agevolate
FIVI: la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti
Fondata nel 2008, FIVI riunisce oltre 1.800 vignaioli indipendenti in tutta Italia, rappresentando più di 17.000 ettari di vigneto. La federazione tutela una viticoltura autentica e artigianale, seguendo l’intero ciclo produttivo e promuovendo un legame profondo con il territorio e la tradizione. Il marchio “Ampelio”, simbolo di FIVI, incarna la passione e l’impegno quotidiano dei vignaioli, custodi della cultura enologica italiana.
La Redazione
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12 Settembre, 2025
Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio
Piero Canopoli è il titolare della Cantina Murales, in Sardegna. L’ho conosciuto tempo fa e la sua storia mi aveva così colpito da scriverne un articolo che troverete qui. Oltre ad essere una persona squisita e davvero a modo, ama profondamente la Sardegna, sua terra di origine nella quale è tornato dopo tanti anni sul Continente. Un giorno d’estate mi ha inviato un elaborato che aveva composto e sul quale mi chiedeva un parere. L’ho trovato così profondo e vero che pubblicarlo è stata solo una naturale conseguenza. L’attaccamento alla Sardegna, alle tradizioni, alla storia, alle persone, fanno di questo scritto qualcosa che, credetemi, vale la pena di leggere con passione e attenzione.
Buona lettura
Ivan Vellucci
Non li trovi nei documenti ufficiali. Non hanno divise, né targhe sulla porta.
I Custodi del territorio sono uomini e donne che vivono dentro il paesaggio, non sopra. Sono quelli che non cambiano la terra, ma la accudiscono. Che non la possiedono, ma la servono. Sono vignaioli che parlano con le pietre, apicoltrici che ascoltano i fiori, falegnami che intagliano il silenzio.
Sono pastori, guaritori, raccoglitori di storie. Ma anche bambini che piantano un albero dove nessuno lo ha mai fatto. Non proteggono il territorio con le leggi, ma con le mani. Con la memoria. Con la presenza. Li trovi se non hai fretta. Se cammini senza chiedere. Se guardi più del dovuto e parli meno del necessario.
Non avevo una meta precisa. Solo una voglia antica di sentire sotto i piedi la terra che mi mancava. La Gallura, con le sue pietre rosate e le sue voci antiche, mi chiamava da tempo. Così ho iniziato a camminare.
Il primo incontro fu tra le vigne ai piedi del Monte Limbara. C’erano viti basse, pettinate dal maestrale, e pietre ovunque.
Non so se fosse terra o roccia. Forse tutte e due.
Chiscu (Francesco) era seduto su una sedia pieghevole, con le ginocchia larghe e lo sguardo dritto verso il sole. Aveva mani scure, ruvide. E un silenzio che non pesava, ma curava.
Questa vigna è mia solo nel nome. In verità, io sono suo ospite.
Lo disse mentre con un coltello spezzava un pane scuro, poggiato su una pietra. Mi offrì un bicchiere di vino non filtrato. Era ruvido, pieno, vivo.
Sai cos’è questo? Memoria liquida. È come un padre che ti guarda senza dire niente.
Mi portò a camminare tra i filari, in salita. Il terreno vibrava sotto i piedi, come se respirasse.
Qui la vite fa fatica. Ma chi resiste, racconta meglio. Vale anche per noi, no?
Quando me ne andai, mi regalò una pietra, non una bottiglia.
Quella la bevi. Questa te la porti addosso.
Capì subito perché ero lì.
Cerchi chi custodisce? Allora devi restare in silenzio più di quanto parli.
E io lo feci.
Camminai verso Telti, dove incontrai Maria Teresa e le sue api. La sua casa sembrava un alveare: piccola, profumata, viva. Non aveva muri alti né rete al cancello. Solo un sentiero e una nuvola di ronzii.
Maria Teresa non disse nulla all’inizio. Mi fece indossare una maschera, e camminammo in silenzio tra le arnie. Le api ci giravano intorno come pensieri buoni.
Loro mi conoscono. Tu, forse, devi ancora farti conoscere.
Ogni albero aveva un nome. Ogni fiore, una stagione. Mi indicò una pianta di elicriso e la strofinò tra le dita.
Questo è il profumo dell’invisibile. Serve a ricordare ciò che non si può spiegare.
Nel pomeriggio mi parlò del marito, morto anni prima, e delle api che non lo hanno più cercato.
Hanno capito prima di me che non sarebbe tornato.
Mi offrì un cucchiaino di miele che sapeva d’infanzia.
È il corbezzolo. Non piace a tutti. Ma chi lo ama, non lo dimentica più.
Più camminavo, più la terra si apriva.
Tra Calangianus e Tempio conobbi Gavino, pastore errante.
Condivideva il suo latte con la notte. Non aveva fretta. Camminava da solo, con due cani e trenta pecore. Portava una giacca militare logora, una barba di sole e uno sguardo limpido come l’acqua dei torrenti. Mi vide, si fermò, annuì. Poi riprese il cammino. Io lo seguii.
Non parlò per ore. Poi si sedette sotto un olivastro.
Tua madre ti ha mai detto come si fa a non avere paura del buio?
Io dissi di no.
La mia sì. Mi disse: abituati. Perché tanto arriva lo stesso.
Mi diede un pezzo di formaggio che odorava di fumo e luna.
Lo faccio solo quando ho pace. Se no il latte impazzisce.
Dormimmo accanto, sotto una coperta ruvida e un cielo sterminato. Mi svegliai che già era lontano. Sopra una pietra aveva inciso con il coltello:
Chi si ferma troppo, dimentica da dove viene.
Nel borgo di Aggius mi aspettava Luisa, la raccoglitrice di memorie. Conservava le foto di chi non c’è più, ma anche le storie che nessuno aveva mai scritto. Aggius profuma di camino acceso e vecchie voci. Ogni casa è un libro. Alcuni aperti. Altri chiusi da decenni.
Luisa vive in una stanza piena di scatole, fotografie, lettere. Non butta via nulla.
Ogni pezzo di carta ha una voce. Se la strappi, la perdi per sempre.
Mi fece vedere un album del 1934, Dentro c’erano visi con occhi forti, ma bocche timide, Mi raccontò chi erano, cosa fecero, chi non tornò.
Questo è l’archivio degli scomparsi. Ma io li tengo vivi.
Prese una giacca da donna e la mise sulle mie spalle.
Pesa, vero? È perché porta dentro tre generazioni. E nessuna era leggera.
Luisa non raccontava storie: le restituiva. E quando me ne andai, mi disse:
Tu ora ne porti una. Trattala bene. Potrebbe essere tua.
E poi c’era Zia Bonaria, tra gli ulivi di Calangianus.
Arrivai al tramonto. Una luce arancione spaccava il cielo in due. La casa di Zia Bonaria sembrava uscita da un sogno: piccola, tutta pietra, con piante ovunque e un silenzio che parlava. Mi fece entrare senza chiedere chi fossi.
Una guaritrice vera, di quelle che non cercano clienti. Leggeva i sogni e l’acqua. Mi disse:
Non cercare i custodi. Fatti trovare.
E fui trovato ancora.
Mi fece entrare senza chiedere chi fossi.
Ti aspettavo. Non te lo avevano detto?
Mi offrì un infuso verde scuro, dal profumo selvatico. Poi prese un piatto d’acqua e ci guardò dentro.
Qui si vede chi sei. Ma io non te lo dirò. Non ora.
Mi mostrò erbe, amuleti, libri scritti a mano. Ma soprattutto mi parlò delle donne che non urlano, ma fanno. Le custodi sono spesso invisibili. È la loro forza. Quando me ne andai, mi diede un piccolo sacchetto di lana. Dentro c’era un osso di lepre, un seme di mirto e un biglietto con una frase
Non tutto si cura. Ma tutto si può tenere con rispetto.
Camminai Sulle rocce di Capo Testa, incontrai parlava con i graniti. Efisio, che Capo Testa mi accolse con il vento di taglio. Le rocce lì non sono solo rocce: sono espressioni. Sembianze. Creature che hanno imparato a stare ferme millenni. Efisio viveva tra le fenditure. Un uomo secco, con la pelle come cuoio vecchio, e occhi chiarissimi. Aveva costruito un rifugio tra due blocchi di granito. Senza cemento, senza chiodi. Solo incastri e rispetto.
Non si forza mai la pietra. Si aspetta che dica sì.
Camminammo tra formazioni dalle forme impossibili: un drago dormiente, una donna incinta, un bambino accovacciato. Ogni roccia aveva un nome. Una leggenda. Efisio non spiegava. Sussurrava.
Di notte queste pietre parlano. Chi le ascolta, torna diverso.
Dormii lì, coperto da un telo ruvido. Il vento raccontava. Io ascoltavo. La mattina, Efisio era sparito. Aveva lasciato inciso su una parete liscia:
Non avere paura del silenzio. È pieno di risposte.
Incontrai Maddalena , la ragazza dei venti, che navigava tra Tavolara e Molara come fosse un’arpa umana.
Ogni isola è una voce. Io le accordo.
L’ho incontrata al porto di Porto San Paolo. Capelli color cenere e occhi d’alga. Una barca piccola, legno consumato e un nome inciso a mano: Libera
Io non vado a vela. Io vado a vento. C’è differenza.
Maddalena non navigava per pescare, ma per sentire. Conosceva ogni corrente, ogni gorgo, ogni variazione della schiuma. Mi portò tra le isole: Tavolara, solenne come una regina; Molara, più scontrosa; Molarotto, quasi un pensiero emerso.
Le isole parlano. Ma in lingua di mare. Bisogna tradurre con l’anima.
Mi raccontò di navi affondate, di uccelli che tornano sempre allo stesso scoglio, di delfini che riconoscono la sua voce.
Io non sono una guida. Sono un eco. Riporto indietro le voci che il mare ha inghiottito.
Quando mi lasciò a riva, mi mise tra le mani una conchiglia rotta.
Non serve che sia intera per avere valore.
A Luras, entrai nella bottega di Sebastiano. Non servivano parole: il rumore della pialla bastava. Faceva mobili con l’anima.
Il legno non si lavora. Si ascolta.
La bottega era piccola, nascosta, senza insegna. Lì dentro, odore di segatura e passato. Sebastiano aveva le mani grandi, quadrate. Gli occhi stanchi, ma fermi. Mi fece entrare con un cenno, poi tornò al lavoro. Una pialla scivolava lenta su un pezzo di ulivo. Era un rumore ipnotico. Quasi sacro. Sulle pareti: mobili, croci, statuette, sedie, culle. Tutto fatto a mano. Tutto che sembrava vivo.
Mi mostrò un armadio intagliato con motivi di sughero e vento.
Questo l’ho iniziato quando è nato mio figlio. L’ho finito quando è partito.
Non parlava mai di soldi. Solo di legno.
L’ulivo ti insegna a non avere fretta. Se lo ascolti, ti dice dove tagliare.
Mi regalò una piccola scatola con il coperchio curvo.
Non ti dirò a cosa serve. Scoprilo tu.
In un luogo dove la Gallura si fa pietra e mistero, tra Luogosanto e Aglientu, incontrai il Custode. Nessuno sa il suo nome. Sedeva su una pietra, scalzo, con un bastone intagliato. Mi guardò come se sapesse già tutto. Camminammo insieme lungo un sentiero dimenticato, dove la Gallura si fa quasi mistica. e non ci dicemmo nulla.
Camminammo insieme per ore. Lui indicava: un albero spaccato, un nuraghe sommerso, un muretto a secco. Non diceva “questo è”. Diceva “questo ricorda”. Si fermava spesso. Non per riposare, ma per ascoltare. Il rumore delle formiche. Il fruscio dei rami. Il battito della terra.
Le cose vere non fanno rumore. Ma restano.
Mi indicò una sorgente nascosta tra i cespugli. Bevemmo in silenzio. Quando mi voltai, non c’era più. Sulla mia tracolla, appoggiato con cura, un rametto di lentischio e una frase incisa su una pietra piatta:
La Gallura non si conquista. Si custodisce con presenza.
L’ultimo incontro fu il più semplice, E forse il più potente. Era seduto sulla sabbia, nudo come un sogno, le ginocchia piegate e un bastone in mano. Aveva scavato una buca, ci aveva piantato un fico minuscolo.
Così, quando sarò grande, l’ombra sarà mia.
Gli chiesi come si chiamava.
Non importa. I custodi non hanno nomi. Hanno gesti.
Mi raccontò che il nonno gli aveva insegnato a piantare alberi anche dove sembra inutile.
Dice che la terra ricorda chi l’ha amata.
Mi porse un sassolino levigato.
Tieni. Questo l’ho trovato quando avevo quattro anni. Adesso è tuo. Ma solo se prometti di restituirlo al mare, un giorno.
Ci salutammo senza parole. Lui tornò al fico. Io tornai al cammino. Ma la leggerezza che avevo addosso era nuova.
Era lui, forse, il vero custode. Il più piccolo. Il più semplice. Il più potente. Ora lo so.
I custodi non difendono il territorio: lo abitano con grazia. Non lo possiedono: lo onorano.
E chi cammina senza chiedere niente, alla fine riceve tutto. Dicono che un viaggio cambi quando incontri le persone giuste. Io credo che cambi quando smetti di chiedere e cominci ad ascoltare. Quando non cerchi paesaggi da fotografare, ma luoghi da abitare. Quando ogni passo è un sì. La Gallura mi ha lasciato segni: una pietra in tasca, una conchiglia spezzata, il miele sulle labbra, una frase incisa nel cuore.
I custodi non li dimentichi. Perché non sono personaggi. Sono principi di realtà. Sono territorio che ha scelto un volto per farsi ascoltare.
E adesso che torno a casa, mi porto con me una sola certezza: essere custodi non è un mestiere.
È una forma d’amore.
Piero Canopoli
Cantina Murales
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