Nel territorio del Morellino di Scansano torna InGRAVEL Morellino: ciclismo e vino tra colline e natura Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2025

Nel territorio del Morellino di Scansano torna InGRAVEL Morellino: ciclismo e vino tra colline e natura

Il 13 e 14 settembre la sesta edizione dell’evento enocicloturistico per vivere la Maremma Toscana in sella e a degustare. Il Consorzio del Morellino di Scansano è partner ufficiale della sesta edizione di InGRAVEL Morellino, il grande evento di cicloturismo dedicato agli appassionati di gravel e turismo slow, in programma il 13 e 14 settembre a Magliano in Toscana (Grosseto). Ideato da professionisti del ciclismo come Andrea Gurayev e Werner Peruzzo, InGRAVEL conferma la Maremma Toscana come meta ideale che unisce sport, natura e eccellenze enogastronomiche. La partecipazione del Consorzio si inserisce in una strategia di promozione territoriale mirata a valorizzare il Morellino di Scansano non solo come vino eccellente a base di Sangiovese, ma come un’esperienza immersiva nel paesaggio autentico della costa toscana. I partecipanti potranno pedalare su strade bianche, attraversare borghi storici e dolci colline vitate, vivendo l’accoglienza genuina e la bellezza naturale del territorio. Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio Siamo orgogliosi di supportare InGRAVEL fin dalla sua nascita, un progetto che racconta il Morellino attraverso il legame con il mondo outdoor e la sostenibilità. Il cicloturismo è una modalità di turismo responsabile che stimola l’economia locale mantenendo l’equilibrio tra uomo e ambiente. Pedalare tra le vigne della Maremma significa vivere la natura in modo autentico e green. Durante le due giornate, i ciclisti potranno scegliere tra vari percorsi adatti a differenti livelli di preparazione, con punti di ristoro che offriranno degustazioni di Morellino di Scansano DOCG e prodotti tipici locali. Tra le eccellenze gastronomiche coinvolte spiccano il ristorante Caino, due stelle Michelin, e la Tenuta Marsiliana dell’azienda Principe Corsini, per un’esperienza sensoriale completa. Con oltre 200 soci, il Consorzio Morellino di Scansano conferma così il suo impegno a promuovere un territorio che parla di vino, cultura e natura, invitando a vivere la Maremma in modo pieno, sostenibile e coinvolgente. La Redazione
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ESTAT-IAMO per sagre! Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2025

ESTAT-IAMO per sagre!

E allora, come anticipato nell’articolo precedente, parlerò di alcune sagre estive che sono diventate un appuntamento fisso e irrinunciabile per chi conosce il borgo meraviglioso abruzzese che le ospita: Colli di Monte Bove, frazione di Carsoli, in provincia de L’Aquila. Siamo tra i Monti Simbruini, nella zona montuosa della Marsica. Chi mi conosce, sa che parlo e scrivo molto di frequente di questo paesello che si trova a 1.000 metri sul livello del mare. La casa di famiglia di mio padre è qui, e fin da bambina, in questo luogo ameno, ho trascorso tanto tempo, soprattutto d’estate. Oggi, mi regalo la permanenza di almeno una settimana ad agosto e alcuni weekend, per riposare e ricaricarmi per i mesi successivi. Aria pulita, paesaggio bellissimo, con una faggeta enorme che fa da cornice, splendidi tramonti, amicizie storiche e vere e…cibo eccezionale e genuino. Quest’ultimo è consumato nelle sagre, con tavolini e piatti molto abbondanti e veraci, in cui, giustamente, si valorizzano i prodotti locali. Purtroppo le persone che vivono qui sono sempre meno, ma, con caparbietà encomiabile, le associazioni locali – Pro Loco, Amministrazione Domini Collettivi e i Giovani –organizzano vari eventi che richiamano molta gente. Quest’anno poi, dopo la pausa forzata per il Covid e varie vicissitudini, finalmente c’è stata la serata delle cantine, un percorso enogastronomico nella parte alta del borgo, dove, oltre a gustare prelibatezze, è stato possibile anche assaggiare vini abruzzesi. In alcune postazioni, infatti, situate anche dentro grotte antiche, erano presenti produzioni vinicole molto interessanti. Non potevo esimermi e così ho collaborato versando il prezioso nettare ai partecipanti. Mi sono dedicata ai prodotti dell’Azienda Agricola Biologica Cioti che si trova a Paterno di Campli, in provincia di Teramo. L’area, dalla fine dell’Ottocento, ha una tradizione vinicola di tutto rispetto e la famiglia Cioti ne è un esempio. Dagli anni Ottanta sta recuperando cloni locali di uve che sono coltivate a 400 metri sul livello del mare, nel parco del Gran Sasso e Monti della Laga, vicino le Montagne Gemelle (Montagna dei Fiori e Montagna di Campli), con la presenza di una biodiversità preservata con molta accuratezza. I vini che hanno riscosso più successo negli assaggi sono un bianco e un rosato. Il primo è Abruzzo DOC Pecorino Superiore “Alarius”, affinato in acciaio. Il Pecorino è un vitigno autoctono a bacca bianca e sembra che il suo nome derivi dal fatto che le pecore sono ghiotte dei suoi acini. Note olfattive di fiori di acacia, gelsomino e agrumi, anticipano un sorso fresco, caldo e con una leggera mineralità finale. Appartiene alla linea  Alarius (alare) che richiama i rapaci che di sovente volano a Paterno. Lo abbino al gruppo musicale americano The Eagles, il cui nome è evocativo del rapace per eccellenza che anche in Abruzzo è presente: l’Aquila Reale. Il secondo è Cerasuolo d’Abruzzo DOC Superiore “Pathernus”, affinato in acciaio, altra linea produttiva che omaggia il nome del luogo natio. 100% Montepulciano, il Cerasuolo nel colore richiama le cerase, il nome dialettale abruzzese delle ciliegie. Al naso emergono fragoline di bosco, amarena, pesca e rosa selvatica; gusto fresco e molto persistente. Una tipologia di rosato che raccoglie ampi consensi anche per la tonalità particolare del colore, per cui lo abbino al libro Norwegian Wood di Haruki Murakami. E’ uno scrittore giapponese che mi piace molto e viene dal Paese in cui la fioritura dei ciliegi (Hanami) è omaggiata ogni anno, dando luogo a molte manifestazioni ed eventi. Aggiungo però anche un piatto tipico del paesello: i pizzicuni, pasta lunga fatta a mano, chiamata così perché deve essere “pizzicata” poco prima di buttarla nell’acqua in ebollizione. Durante la sagra a loro dedicata, ho trovato azzeccatissimo il Cerasuolo come abbinamento, soprattutto per il tradizionale condimento a base di guanciale, cipolla, pecorino e pepe nero. Una vera bontà! E sempre nel corso di questa splendida serata, ho riassaggiato anche un altro vino abruzzese che già mi aveva colpito in precedenza: Montepulciano d’Abruzzo DOC Biologico “B”, affinato in acciaio, dell’Azienda Buccicatino, situata a Vacri in provincia di Chieti. I vigneti, distribuiti tra Vacri e Bucchianico, sono in zona collinare, coltivati in suoli ciottolosi e argillosi e privilegiano di una grande luminosità. Bellissimo colore rosso rubino, con sentori di prugna, more e viole del pensiero, dopo averlo sorseggiato, lascia il palato morbido, con un retrogusto di frutti di bosco. Il Montepulciano d’Abruzzo è il vitigno simbolo della regione e lo abbino quindi al libro Fontamara di Ignazio Silone, ambientato proprio nella Marsica. Passo all’altra sagra che ha avuto per protagonisti gli gnocchi, rigorosamente fatti a mano e straordinariamente buoni con un condimento a base di salsa di pomodoro, salsicce e spuntature di maiale. Naturalmente, come anche nella serata dei pizzicuni, è previsto anche un condimento senza carne, per permettere di gustare tali bontà a chiunque. E anche qui ho assaggiato un ottimo Montepulciano d’Abruzzo DOP Murelle della Cantina Miglianico, cooperativa di circa 300 viticoltori, con vigneti che si trovano nella provincia teatina nell’area di Miglianico, tra mare e collina. Affinato in cemento, questo vino al naso ha profumi intensi di marasca, ribes e chiodi di garofano, con un gusto avvolgente e persistente. Il pensiero va a una canzone dalla melodia dolcissima che è uno sfondo perfetto allo stato d’animo delle giornate da me trascorse: Agnese del cantautore abruzzese Ivan Graziani. Oltre alle sagre, trascorro il mio tempo anche facendo bellissime escursioni, e questa volta ho scelto la montagna adiacente, nelle Vene Le Macchie, insieme al mio amico Nando, natio del paesello, dove vive. Persona generosissima e ospitale, nonché bravissimo in cucina, ho avuto l’onore di essere invitata da lui per un aperitivo con un calice di vino, accompagnato da alcune prelibatezze, sul balcone di casa sua, da cui si può vedere il tramonto spettacolare, vanto di Colli. Ci ha fatto compagnia il Pecorino delle Cantine Bove, azienda di nicchia, fondata nel 1930, il cui quartier generale è ad Avezzano, provincia de L’Aquila. Vino con ottimo rapporto qualità/prezzo, ha sentori delicati di pera, mela e fiori gialli, seguiti da freschezza. Molto piacevole. Concludo con un omaggio mio personale a Filomena, la proprietaria del Bar che ha accolto tutti noi, villeggianti e non, sin da bambini. Compirà 90 anni a breve, ed è stata organizzata una festa per celebrarla: Filumena SummerParty, serata bellissima che ha fatto riaffiorare molti bei ricordi, con sottofondo di musica anni Ottanta e Novanta. L’abbinamento migliore è con il film Un Mondo A Parte di Riccardo Milani, del 2024, con Virginia Raffaele e Antonio Albanese. Ambientato in alcune località, tra cui Opi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, a mio avviso rappresenta molto bene la realtà di chi vive in questi paesi e anche le sensazioni di chi ci entra in contatto, descritte bene dalle parole: La montagna lo fa. Alla prossima, con i miei ultimi assaggi estivi!     Biancamaria Caroli
Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi  
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Vendemmia 2025 al via in Valle d’Aosta: riconoscimenti internazionali premiano l’eccellenza valdostana Arrow Right Top Bg

7 Settembre, 2025

Vendemmia 2025 al via in Valle d’Aosta: riconoscimenti internazionali premiano l’eccellenza valdostana

Un inizio anticipato con uve sane e pregiate, mentre James Suckling assegna punteggi superiori a 95 a cantine simbolo. Il Consorzio Vini Valle d’Aosta annuncia un promettente avvio della vendemmia 2025 caratterizzato da uve perfettamente sane e ricche di potenzialità organolettiche, frutto di un terroir unico tra montagna e tradizione. La raccolta, anticipata di qualche giorno a causa delle alte temperature estive, punta a salvaguardare acidità e freschezza, elementi essenziali soprattutto per gli spumanti e i vini bianchi valdostani, noti per la loro finezza, eleganza e vivacità aromatica. Il prestigioso critico James Suckling ha recentemente visitato la regione assegnando punteggi oltre i 95/100 a importanti cantine locali come Grosjean, Les Crêtes, Rosset e Ottin, confermando la qualità e il valore internazionale della produzione valdostana. Nicolas Bovard, Presidente del Consorzio La vendemmia 2025 parte sotto i migliori auspici grazie a uve di grandissimo pregio e a riconoscimenti di calibro mondiale. La Valle d’Aosta dimostra la sua capacità di affrontare le sfide climatiche con consapevolezza, tutelando la tipicità dei vini e rafforzando la reputazione dell’intero territorio a livello globale. Il Consorzio, formalmente costituito nel 2022 e forte di 48 aziende associate, rappresenta oggi la quasi totalità della produzione regionale DOC, circa 1,8 milioni di bottiglie, e si impegna nella promozione e tutela della viticoltura locale, espressione di un equilibrio perfetto tra natura montana e cultura vitivinicola. La Redazione
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7 Settembre, 2025

Un giro del Mondo a tutto gas!

Passaporto e Calice alla Mano Bentornati, esploratori del gusto e appassionati lettori di Benny School! Nelle puntate precedenti ho reso omaggio al Re incontrastato, lo Champagne, e abbiamo celebrato l’incredibile diversità delle bollicine italiane, dal Metodo Classico di montagna alle gioie immediate del Prosecco e del Lambrusco.
Ma il mondo del vino è vasto e la voglia di “fare festa” con le bollicine non conosce confini. Oggi, quindi, lasciamo l’Italia e la regione della Champagne per un viaggio intercontinentale alla scoperta di altre zone spumantistiche iconiche. Preparatevi, perché scopriremo che la storia a volte gioca scherzi inaspettati e che il clima che cambia sta ridisegnando la mappa mondiale del vino.
Quindi passaporto in una mano e calice nell’altra. Si parte! Francia: non solo Champagne! I Crémant e il “primato” di Limoux Rimaniamo ancora un attimo in Francia, perché sarebbe un errore pensare che fuori dalla regione della Champagne si beva solo acqua frizzante. I Crémant: L’Alternativa Chic Se leggete l’etichetta di uno spumante francese e trovate scritto “Crémant” (seguito dal nome di una regione, come Crémant d’Alsace, Crémant de Bourgogne, Crémant de Loire), sappiate che state bevendo un vino prodotto esattamente con lo stesso metodo dello Champagne (la rifermentazione in bottiglia, o Méthode Traditionnelle). Perché non si chiama Champagne? Semplice: perché non è fatto in Champagne! Questi vini sono spesso alternative fantastiche, che utilizzano le uve tipiche delle loro regioni (come il Riesling in Alsazia o lo Chenin Blanc nella Loira) e offrono un rapporto qualità-prezzo eccezionale. Blanquette de Limoux: Chi è nato prima? Qui la storia si fa piccante. Tutti pensano che lo Champagne sia stato il primo spumante della storia. E invece no! Nel sud della Francia, ai piedi dei Pirenei, si produce la Blanquette de Limoux. Pare che già nel 1531 (ben prima che il monaco Dom Pérignon facesse i suoi esperimenti al nord!), i monaci dell’abbazia di Saint-Hilaire avessero notato che il loro vino bianco, imbottigliato in inverno, tornava a fermentare in primavera con il rialzo delle temperature, creando le bollicine. È considerato da molti il più antico spumante al mondo. Si basa principalmente sull’uva locale Mauzac. Una vera chicca storica! Spagna: Il Cava e la “rivoluzione” Attraversiamo i Pirenei e arriviamo in Spagna, una terra dove il sole bacia i vigneti e la vita scorre a ritmo di tapas e… Cava!
Il Cava è la risposta iberica allo Champagne, prodotto rigorosamente con il Metodo Tradicional (la stessa rifermentazione in bottiglia dei cugini francesi). Ma attenzione a non chiamarlo “Champagne spagnolo”: il Cava ha una sua identità fortissima, legata a doppio filo al Mediterraneo. La sua culla è la D.O. Cava (Denominación de Origen), una denominazione molto particolare. A differenza di quasi tutte le altre zone vinicole mondiali, la D.O. Cava non è un unico territorio contiguo: teoricamente, si può produrre Cava in comuni specifici sparsi in diverse regioni della Spagna (come Rioja o Navarra). Tuttavia, il cuore pulsante, l’anima vera e propria dove si produce oltre il 95% di tutto il Cava, è la Catalogna, e più precisamente la regione del Penedès.
Immaginatevi il Penedès come un anfiteatro naturale a sud-ovest di Barcellona, incastonato tra le spiagge del Mediterraneo e le montagne spettacolari di Montserrat. Qui il clima è mediterraneo, caldo e soleggiato, ma la conformazione del territorio permette di avere vigneti a diverse altitudini: vicino al mare fa più caldo, mentre salendo verso l’interno l’aria si rinfresca, garantendo alle uve quella necessaria acidità per fare grandi spumanti. Ed è qui che entrano in scena le uve dai nomi musicali, il celebre trio autoctono: Macabeo: Dona freschezza e note fruttate. Xarel·lo: La vera spina dorsale del Cava. È un’uva di carattere, che dà struttura, corpo e la capacità di invecchiare a lungo, portando note terrose e minerali. Parellada: Regala finezza ed eleganza floreale, coltivata spesso nelle zone più alte e fresche. Grazie a questo terroir e a queste uve, il Cava ha generalmente un’anima più solare, rotonda e meno tagliente rispetto allo Champagne, con sentori tipici di mela gialla matura, fiori di camomilla, mandorla e, con l’invecchiamento, note di pan brioche tostato. L’Approfondimento: La secessione del Corpinnat Negli ultimi anni, nel mondo del Cava è successo un vero e proprio terremoto. Alcuni dei produttori storici e più prestigiosi della zona, stanchi di vedere il nome “Cava” associato troppo spesso a prodotti industriali, da supermercato e di basso prezzo, hanno preso una decisione drastica: abbandonare la denominazione che avevano contribuito a rendere famosa.
Questi ribelli dell’eccellenza hanno creato un nuovo marchio collettivo: Corpinnat (un nome che suona potente e significa letteralmente “Nato nel cuore del Penedès”).
Non si tratta solo di marketing, ma di una filosofia di qualità estrema. Per poter scrivere “Corpinnat” in etichetta, le regole sono severissime, molto più rigide di quelle del Cava generico: obbligo di uve 100% biologiche certificate, vendemmia rigorosamente manuale, vinificazione interamente nella proprietà del produttore e affinamenti sui lieviti molto lunghi (minimo 18 mesi, ma spesso molti di più). Se oggi cercate l’apice qualitativo delle bollicine catalane, cercate questa parola in etichetta. Germania: il Sekt e le sue regole nascoste Sapevate che i tedeschi sono i più grandi consumatori di spumante pro capite al mondo? Amano le bollicine alla follia, stappando bottiglie per qualsiasi occasione, dalla colazione della domenica al capodanno! Il loro spumante si chiama genericamente Sekt.
Attenzione al “Trapolino”: Il Sekt Base È fondamentale fare una distinzione. Se entrate in un supermercato tedesco e comprate una bottiglia con scritto solo “Sekt” a pochi euro, state comprando un prodotto industriale. La legge permette che questo spumante (fatto quasi sempre con Metodo Martinotti in grandi autoclavi) sia prodotto con uve, mosti o vini base provenienti da tutta Europa (sì, spesso anche dall’Italia o dalla Spagna), che vengono poi spumantizzati in Germania. È un prodotto semplice e beverino, ma non racconta il territorio tedesco. La Vetta della Qualità: Winzersekt e le Zone Vocate Se cercate la vera eccellenza tedesca, dovete aguzzare la vista sull’etichetta e cercare termini specifici che garantiscono l’origine e il metodo: Deutscher Sekt b.A. (bestimmter Anbaugebiete): Significa che il 100% delle uve proviene da una delle 13 regioni vinicole tedesche di qualità determinate. Winzersekt (Sekt del Vignaiolo): Questo è il Santo Graal. È l’equivalente di un “Récoltant-Manipulant” in Champagne o di un piccolo produttore artigianale in Italia. Le regole sono severe: il vignaiolo deve usare solo le proprie uve, deve vinificare nella propria cantina e, soprattutto, deve utilizzare obbligatoriamente il Metodo Classico (Traditionelle Flaschengärung) con una lunga sosta sui lieviti. Le uve regine e le Zone Iconiche Di cosa sa un grande Sekt tedesco? Dipende dall’uva! Il Re Riesling: È il protagonista assoluto. Grazie alla sua acidità naturale tagliente, è perfetto per la spumantizzazione. Un Riesling Sekt di alta qualità (provate quelli provenienti dalle ripide sponde della Mosella o dal prestigioso Rheingau) è un’esperienza incredibile: è come una lama di freschezza, con profumi di lime, mela verde, fiori bianchi e quella nota minerale quasi di “idrocarburo” che si sposa a meraviglia con la complessità dei lieviti. La famiglia dei Pinot: Non solo Riesling! Nelle zone più calde come il Pfalz (Palatinato) o il Baden, si producono Sekt straordinari con i vitigni “borgognoni”: lo Spätburgunder (Pinot Nero) dà vita a Blanc de Noirs strutturati o Rosé elegantissimi, mentre il Weissburgunder (Pinot Bianco) regala Sekt più cremosi e rotondi. Una Chicca sui Dosaggi: non fatevi ingannare da “Trocken”! Ecco una cosa che confonde molti studenti. In Germania, sui vini fermi, la parola Trocken significa “secco” (senza zucchero). Ma nel mondo degli spumanti Sekt, le regole cambiano! Se leggete “Trocken” su un Sekt, sappiate che il vino sarà abboccato, con un residuo zuccherino percepibile (tra 17 e 32 g/l, simile a un Prosecco Dry). Se volete un Sekt veramente secco, nello stile a cui siamo abituati con i grandi Metodo Classico italiani o francesi, dovete cercare le diciture Brut (sotto i 12 g/l) o Extra Brut (sotto i 6 g/l). I migliori Winzersekt oggi tendono ad essere molto secchi per esaltare la purezza cristallina delle loro uve nordiche. Inghilterra: cambia il clima e si varca una nuova frontiera Concludiamo con la sorpresa più grande degli ultimi vent’anni. Se vi avessi detto trent’anni fa che avremmo brindato con spumante inglese di classe mondiale, mi avreste dato del pazzo.
E invece, l’English Sparkling Wine è oggi una realtà solidissima che sta vincendo premi su premi, spesso battendo gli Champagne nelle degustazioni alla cieca. Perché? Due motivi principali. Il primo è geologico: il sud dell’Inghilterra (Sussex, Kent, Hampshire) poggia sullo stesso bacino di gesso che si trova sotto la Champagne. Il terreno è identico. Il secondo è il riscaldamento globale: Le temperature medie nel sud dell’Inghilterra si sono alzate, arrivando a livelli simili a quelli che c’erano in Champagne qualche decennio fa. Questo permette a uve come Chardonnay e Pinot Nero di maturare perfettamente anche lassù. È una viticoltura “eroica” e moderna, che sta attirando investimenti persino dalle grandi Maison di Champagne francesi che stanno comprando terreni in Inghilterra. Teneteli d’occhio! Conclusioni effervescenti Il nostro giro del mondo per ora si ferma qui, ma la mappa delle bollicine è in continua espansione. Ci sarebbero il Sudafrica con il suo Cap Classique, la California, la Tasmania in Australia…
Il messaggio è chiaro: la passione per l’effervescenza è globale. Ogni territorio interpreta il Metodo Classico o Martinotti secondo il proprio clima, le proprie uve e la propria cultura.
Continuate a studiare e, soprattutto, continuate ad assaggiare con curiosità. Ne vedremo (e ne berremo) ancora delle belle! Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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6 Settembre, 2025

Crab Roma. Un viaggio tra mare e creatività nel cuore della Capitale

A pochi passi dal Colosseo, in una viuzza che quasi scompare alla vista, via Capo D’Africa mi ritrovo a scoprire l’insegna di Crab. Sulla porta ad attendermi c’è Giancarlo che con la sua simpatia e romanità mi invita ad entrare e scoprire il ristorante e mi fermo qualche secondo davanti l’immenso acquario che riempie una parate. Crab è un ristorante che offre un’esperienza che unisce materie prime eccellenti, tecnica raffinata e un tocco di creatività, tutto merito dello Chef Matteo che ho il piacere di conoscere.     Matteo con ironia mi illustra quello che sarà il mio viaggio alla scoperta dei loro sapori e delle loro ricette ed io incuriosito mi siedo e attendo impazientemente. Il pesce sarà protagonista assoluto della serata e Matteo lo valorizzerà in ogni sua sfumatura. Dimenticate la solita esperienza a base di crudi e bollicine sorseggiate con fare snob. Qui il mare si vive in modo diverso: audace, sorprendente e senza fronzoli inutili. La cena degustazione che avrò il piacere di provare mi farà vedere il mare con occhi nuovi. Pronti a scoprire sapori intensi, abbinamenti inaspettati e una cucina che non chiede permesso? Mettetevi comodi che si parte. La serata si apre con un benvenuto dello Chef, pomodoro con mousse di salmone e ricciola. Un benvenuto che gioca sulla leggerezza e l’equilibrio, esaltando il contrasto tra la freschezza vegetale e la morbidezza marina. Il pomodoro creato magicamente, sono corso da Matteo per farmi svelare come lo avesse creato, è il guscio succoso per la mousse di salmone ricciola. La mousse al palato si presenta molto delicata, setosa, con una sapidità ben calibrata che avvolge il palato senza sovrastare. Il salmone dona rotondità, mentre la ricciola aggiunge una nota più strutturata e marina. L’insieme è un matrimonio perfetto che si gusta in un sol boccone. Sicuramente Matteo si è presentato con un inizio raffinato che racconta tecnica e attenzione alle materie prime, promettendo una cena all’insegna della qualità e dell’eleganza. Giancarlo inizia a riempire uno dei tanti calici presenti sul tavolo con un Monogram franciacorta cuvée brut. Un franciacorta che incarna l’eleganza e la complessità della denominazione, esprimendo una bollicina fine e persistente che invita a bere il secondo e poi il terzo bicchiere. Al naso si apre con note di fiori bianchi, agrumi maturi e una delicata vena di crosta di pane che testimonia una sosta sui lieviti ben equilibrata. In bocca l’ingresso è vibrante, con un perlage cremoso e ben integrato. L’acidità è precisa e rinfrescante, sicuramente un franciacorta perfetto come aperitivo e che saprà accompagnarmi durante questo inizio di cena.   Giancarlo mi serve il primo piatto della serata che si presenta alla vista davvero molto bello ed originale. Una tartare di scampi con gel al limone, limone candito e foie gras d’oca che sembra dipinto sul piatto. Un piatto che al primo boccone gioca su contrasti sofisticati e armonie inaspettate, bilanciando delicatezza marina, acidità agrumata e opulenza gastronomica. La tartare di scampi che io adoro è lavorata con precisione, lasciando intatta la sua dolcezza naturale e la texture vellutata. Il contrasto che amo è il gel al limone che introduce una freschezza agrumata che pulisce il palato mentre il tocco di genio è il limone candito che aggiunge una nota più morbida e leggermente amaricante amplificando la profondità del piatto. Ma quello che ho trovato a dir poco ottimo e che ho mangiato senza lasciarne traccia è il foie gras d’oca, che con la sua cremosità e ricchezza grassa avvolge il tutto, creando un dialogo gustativo sorprendente. Un piatto che mi ha sorpreso perché concettualmente raffinato in cui ogni ingrediente ha un ruolo ben definito, dando vita ad un’esperienza gustativa che stimola il palato con eleganza e carattere.   Ora Giancarlo mi serve il piatto che mi aspettavo in un ristorante come questo. I crudi di mare. Avevo chiesto di non potermi le ostriche perché ahimè non ne vado matto ma tutto il resto del mare è ben gradito. Così Giancarlo mi serve un piatto che è un inno alla purezza del mare. Un piatto che celebra la materia prima nella sua espressione più autentica, esaltando la qualità e la freschezza assoluta degli ingredienti. I primi che gusto sono i ricci di mare di Santa Severa, la prima volta che mangio ricci che non sono pugliesi o delle terre slave. Sono davvero pura essenza marina: la loro cremosità avvolge il palato con una dolcezza iodata e persistente seguita da un finale sapido e quasi burroso. Non pensavo che nel Lazio ci fossero ricci così ricchi e pieni, una bontà che dovevo provare. A seguire c’è il gambero rosso di Mazzara del Vallo, con la sua consistenza soda e setosa, si distingue per la dolcezza elegante e il retrogusto leggermente mandorlato.  In pochi morsi e i gamberi scompaiono dal piatto e per concludere e terminare in bellezza le mazzancolle siciliane, più delicate ma non meno interessanti, offrono una carne morbida e dal sapore raffinato , con una nota leggermente nocciolata che le rende ideali per essere degustate al naturale. Un trittico di eccellenze che esprime il mare nella sua forma più pura in cui la qualità della materia prima è sicuramente la protagonista. Continuo a sorseggiare il Monogram e lasciare che questi piatti esaltino questa serata che è iniziata nel modo perfetto.   Giancarlo senza lasciarmi per troppo tempo a bocca asciutta mi serve un piatto di capesante scottate alla griglia con guanciale su crema di zucca e chips di cavolo nero. Un perfetto equilibrio tra mare e terra. Un piatto che gioca su contrasti di consistenze e sapori, accostando la dolcezza naturale della capasanta alla sapidità del guanciale e alla profondità della zucca. La capasanta un vera bontà cucinata con precisione: la superficie leggermente caramellata sprigiona note tostate, mentre l’interno rimane morbido e succulento, rivelando la delicatezza del mollusco. Il guanciale la parte forte del piatto che aggiunge quell’elemento croccante e sapido, creando un ponte gustativo tra il mare e la terra e la crema di zucca l’eleganza del piatto che dona rotondità al piatto con il suo tocco vellutato e dolciastro. E poi perché non giocare a fine pasto con le chips di cavolo nero che aggiungono una nota terrosa e leggermente amarognola, bilanciando l’insieme e facendo gustare la fine del piatto in modo giocoso. Sicuramente un piatto raffinato che Matteo ha saputo costruire mettendo in riga ogni elemento e dandogli un ruolo ben preciso, creando un armonia di sapori che valorizza con eleganza sia il mare che la terra. Potrei dirmi sazio ma in realtà sono forse a metà del percorso, e così chiacchiero con Giancarlo della serata, degli ospiti presenti, di quel che solitamente ordinano e attendo che il cameriere mi serva il prossimo piatto. Un calamaro ripieno di baccalà mantecato su sformato di patate, crema di aglio nero e crema di basilico. Sicuramente un piatto che Matteo ha studiato unendo tradizione e innovazione in perfetto equilibrio. Un piatto che gioca sulle sfumature del mare e della terra, esaltando consistenze morbide e sapori intensi con un equilibrio studiato nei dettagli. Il calamaro direi perfetto, tenero e cotto in modo esemplare che diventa lo scrigno di un baccalà mantecato dalla texture cremosa e dal gusto avvolgente, dove la sapidità del pesce trova una morbida rotondità grazie alla lavorazione tradizionale. Lo sformato di patate è quel plus che diverte e regala emozioni perché aggiunge una base delicata e confortevole che avvolge il palato e crea un ponte armonico tra gli elementi del piatto.   La crema di aglio nero introduce una nota umami profonda e leggermente dolciastra che dona carattere senza risultare invasiva, mentre la crema di basilico porta freschezza e un tocco aromatico che illumina il piatto. Un piatto davvero ottimo, molto raffinato e ben costruito che crea un connubio di sapori che valorizza la tradizione con uno sguardo moderno e sofisticato. Giancarlo mi invita a cambiare accompagnamento e mi versa un Les Cretes, valle d’Aosta, chardonnay del 2023. Un vino che disegna l’eleganza della montagna nel calice. Uno chardonnay che esprime con finezza l’anima alpina della valle d’Aosta con un equilibrio perfetto tra freschezza, mineralità e complessità aromatica. Al naso si apre con note floreali e fruttate di mela golden, pesca bianca e agrumi e in bocca il sorso è vibrante e dinamico: l’acidità ben definita si intreccia con una sapidità minerale che richiama il terroir di alta quota. Il finale in bocca è lungo e raffinato, con un retrogusto che lascia emergere leggere note di vaniglia e mandorla dolce. E dopo pochi secondi Giancarlo torna con un piatto che alla vista mi incuriosisce. Me lo presenta come roast beef di tonno con puntarella e stracciatella. Anche qui il mare e la terra si incontrano e sono sicuro sapranno trovarsi in perfetto equilibrio. Un piatto che mi ha sorpreso per la sua capacità di unire eleganza, intensità e freschezza in un gioco di contrasti perfettamente bilanciato. Il tonno scottato all’esterno e lasciato quasi crudo al cuore, richiama la tecnica del roast beef con una texture morbida e succulenta.  Il sapore del tonno deciso e carnoso si esprime con naturalezza, senza sovrastrutture, valorizzato da una cottura precisa che ne esalta la profondità. Le puntarelle sono degne compagne di questo piatto perché con la loro croccantezza e il tipico gusto amaricante, introducono una nota vegetale rinfrescante che spezza la morbidezza del tonno. E poi da pugliese con grande felicità mi lascio conquistare dalla stracciatella cremosa e avvolgente che aggiunge una nota lattica, delicata e leggermente dolce stemperando l’amaro delle puntarelle.. Un piatto che unisce pochi elementi ben uniti tra loro che regalano un gusto unico e ben costruito.
Anche questa volta Matteo ha saputo creare un piatto raffinato, moderno e perfettamente eseguito. Il cameriere mi serve un bel piatto, finalmente arriva il primo. Uno spaghettone Mancini ai ricci di mare con salsa di basilico. Un’esaltazione pura del mare e della terra.   Un piatto che celebra la semplicità solo in apparenza, perché dietro ogni dettaglio si cela una costruzione gustativa raffinata e ben calibrata. Lo spaghettone, con la sua tenace masticabilità e il sapore di grano marcato, è la base perfetta per accogliere il gusto profondo dei ricci di mare. Il loro sapore iodato e vellutato avvolge la pasta con una cremosità naturale regalando un’esperienza gustativa intensa e persistente. La salsa di basilico, con il suo aroma fresco e leggermente erbaceo, spezza la dolcezza marina dei ricci, aggiungendo una nota vegetale che equilibria il piatto  senza sovrastarne l’essenza. Un piatto semplice ma con grande carattere, in cui i ricci sono sicuramente i protagonisti e regalano quel sapore di mare che ti lascia per qualche secondo in una piccola e piacevole contemplazione. Giancarlo vuole farmi uscire dal ristorante allegro e così mi versa un Lugana riserva 2021 cantine Zenato. Questo vino di Sergio Zenato è l’anima nobile della Lugana. Un bianco di grande struttura e complessità, espressione della vocazione straordinaria del trebbiano di Lugana  e della sapiente mano della famiglia Zenato. Al naso il bouquet ampio e avvolgente con note di pesca gialla matura, albicocca, agrumi candiditi accompagnate da eleganti sfumature di vaniglia, mandorla tostata. In bocca il sorso è ricco, cremoso e strutturato ma perfettamente bilanciato da una freschezza vivace e una spiccata mineralità. Questo primo bicchiere, seguito subito da un secondo è il preludio al prossimo piatto. Giancarlo mi serve un polpo rosticciato accompagnato da scarole, olive nere disidratate e basilico. Anche questo piatto un perfetto equilibrio tra mare e terra. Un piatto che valorizza il polpo con una cottura sapiente e abbinamenti dal forte richiamo mediterraneo, giocando su contrasti di consistenze e sapori. Il polpo rosticciato presenta una superfice croccante e ben caramellata, che sprigiona note tostate e affumicate, mentre l’interno rimane morbido e succoso. La scarola con la sua leggera amarezza, introduce una freschezza erbacea che bilancia il sapore del polpo e le olive nere aggiungono una nota concentrata e leggermente amaricante che esalta il piatto. Il basilico è il tocco di classe del piatto che con il suo profumo aromatico e la freschezza completa la composizione donando un tocco leggero. Anche questo piatto Matteo l ha costruito in modo sapiente giocando con ogni elemento e dandogli un ruolo ben preciso, creando un equilibrio tra sapidità, freschezza e croccantezza. Siamo alla fine dei giochi e Matteo arriva con un bel carrello ricco di ingredienti. Prima di mettersi all’opera mi serve in un bicchiere un moscato terre d’ocra Firriato. Un moscato prodotto con uve Zibibbo coltivato nella tenuta Borgo Guarini in Sicilia. SI presenta con un colore giallo dorato brillante, un buon profumo di fichi secchi, albicocca e scorza d’arancia e in bocca morbido e armonioso. Con questo bel bicchiere gusterò quello che davanti ai miei occhi Giancarlo sta preparando ovvero un ottimo tiramisù con mascarpone e savoiardi fatti da Matteo. Un dolce iconico che si trasforma in un’esperienza sensoriale e scenografica, valorizzando la ritualità del servizio e la qualità delle materie prime. La preparazione al tavolo è un vero spettacolo: Giancarlo inzuppa con precisione i savoiardi nel caffè caldo, bilanciando perfettamente l’assorbimento per mantenere la giusta consistenza. La loro struttura artigianale porosa e soffice permette di trattenere l’aroma intenso del caffè senza diventare eccessivamente molli. Il mascarpone che Giancarlo dipinge sui savoiardi, cremoso e vellutato lo passa con cura avvolgendo ogni strato dei savoiardi a completare il piatto una spolverata di cacao amaro che aggiunge un tocco di intensità e un leggero contrasto aromatico. E dopo questo spettacolo gusto  questo tiramisù squisito che diventa un esperienza interattiva e coinvolgente e regala un tocca scenografico alla chiusura di questa splendida degustazione.   Se pensavate di conoscere già tutto sul pesce, questa cena degustazione vi ha appena smentito senza nemmeno chiedere scusa. Il Crab Restaurant non si limita a servire il mare nel piattto, lo ribalta, lo esalta e lo reinterpreta con una sicurezza disarmante. Ogni assaggio è stato un piccolo shock gustativo, ogni abbinamento una sfida vinta. E mentre l’ultima goccia di moscato scivola nel bicchiere e il palato ancora rincorre i sapori del tiramisù, la sensazione è una sola: qui si gioca in un’altra categoria. Se cercate una cena prevedibile, meglio guardare altrove. Se invece volete un’esperienza che vi scuota, vi sorprenda e vi lasci con la voglia di tornare, avete trovato il posto giusto. Alla prossima immersione, Crab. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali Arrow Right Top Bg

5 Settembre, 2025

Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali

  Metempsicosi. Il passaggio dell’anima da un corpo all’altro. Che sia umano o animale poco importa. Un passaggio dopo l’altro fino alla purificazione. È uno dei cardini di Pitagora (Πυθαγόρας), filosofo nato a Samo in Grecia per poi spostarsi a Crotone dove fondò la propria scuola esoterica. Sì, è quello del triangolo e del Π greco, ma non è per questo che ci interessa. L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti noi abbiamo timori. Il più grosso? La morte ovviamente. Conviviamo con questa paura ogni giorno anche se in fondo sappiamo (speriamo) essere lontana nel tempo. Quando però l’età avanza e quell’inevitabile momento si avvicina sempre più, la paura aumenta. Continuiamo a conviverci altrimenti vivremmo male anche quei pochi attimi che rimangono da vivere.  Si può essere immortali? Certamente no. E con i desideri? Ci hanno sempre insegnato come desiderare troppe cose sia sconvenevole mentre accontentarsi, sempre saggio.  L’importante è, sempre e comunque, la felicità. Questa la vera pienezza di vita. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Ci poniamo obiettivi a lungo termine. Ragionare, pensare, desiderare come fossimo immortali. Pensare, agire, realizzare progetti di vita non come se dovessero finire con noi ma perché continuino dopo di noi. Un pensiero profondo, alto, immenso. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’egoismo, l’auto celebrazione, il se. Semmai con il futuro. Anche quando di futuro sai di averne a tempo limitato. Antonio (Brioschi) ha 81 anni e sua moglie Antonella (Scornajenghi) 77. Insieme sono Colli del Vento, una azienda agricola nella Maremma di Scansano (GR). Oltre 80 ettari di bosco, ulivi, seminativo e, ovviamente, vigna.  Antonella e Antonio. Una coppia simpaticissima e così attiva che quando mi dicono l’età, faccio fatica a crederci.  Ingegnere lui, neurochirurgo lei. Dalla Calabria a Milano Antonella; dalla Brianza, sempre a Milano, lui. Due storie che si uniscono per la vita. Una coppia, due figlie, i rispettivi lavori.  Io sono un ingegnere e ho fatto l’ingegnere. Mi sono laureato nel 68. Progettista di computer. Prima si progettavano e si vendevano computer. Siamo nati come Olivetti Divisione Elettronica. Poi siamo stati venduti agli americani. L’ho fatto per circa venti anni. Ho cambiato mestiere e mi sono messo a fare il progettista di reti e in contemporanea l’EDP manager. Tutto sommato quei lavori li piacevano. Mi sono piaciuti e mi hanno dato tante soddisfazioni. A 68 anni sono andato in pensione. Bisogna pure andare in pensione. Nel frattempo della vita professionale, durante le vacanze si andava in Umbria. Antonella ha parenti in Umbria. Si beveva, si parlava con i produttori, si faceva la vendemmia. Anche se ero appassionato di vino da prima. Andavo in giro per il nord a cercare un pò di vino. Stiamo parlando dell’inizio degli anni 70. Il mondo del vino era profondamente diverso. Sì andava dai contadini che ti facevano assaggiare il vino. A volte si trovava anche del vino molto buono. Sì girovagava.  Ci piaceva. Cercavamo di conoscerlo. Antonella mi aveva già raccontato di essere stata neurochirurgo al Niguarda.  Mettendo insieme le due cose è nata la battuta: dovremmo comprarcela anche noi la vigna. La cosa è rimasta li nell’ipotetico. Fino alla pensione.  Prima della pensione eravamo stati nel Chianti a vedere delle vigne ma non prendevamo mai la decisione Sposati nel 75. Pensate, stiamo parlando di cinquanta anni fa. Sembra anche questo qualcosa di desueto al giorno d’oggi. Eppure esiste ancora.  La chiacchierata con Antonella e Antonio è qualcosa che mi lascia a bocca aperta. Sono qui ad ascoltare due persone di una certa età che mi raccontano di come abbiano investito tutto nel loro futuro. In un progetto, come quello del vino, di lunga prospettiva. Un sogno non effimero, concreto. Qualcosa di non leggero, impegnativo. Una seconda vita. Ecco, proprio una seconda vita. Altro che pensionati che non desiderano altro che riposarsi dopo anni di duro lavoro. Loro, Antonella e Antonio, oggi lavorano più di prima. Da soli a Scansano, tra terra, fornitori, incombenze burocratiche, vendita, promozione. Li vedi che vanno da una parte all’altra senza mai fermarsi. Eppure felici. Felici e vivi. Ero io l’avvinazzato. Lei beveva birra. Birra, aperitivi….Ad un certo punto avevo un collega neurochirurgo che aveva una vigna del Chianti con un contadino che gli faceva vino. Portava le damigiane e ce le vendeva. Li ho cominciato ad apprezzare il vino. Il primo vino che ho apprezzato davvero è stato il Chianti Neurochirurgo. Come Antonella. Un mestiere difficile, complicato. Di quelli che costringono ad un continuo confronto con il lato peggiore della vita. I problemi, le malattie, la morte. Forse è anche questo che ha reso Antonella una persona con la voglia di vivere. Vallo a capire. Di certo il suo modo di guardare le cose è quello di una persona che con suo marito, progetta e vive la vita. Fino in fondo e a fondo. Bisogna dire che era Chianti Classico. Era fresco. Non come oggi barricato. Girovagando in questo mondo abbiamo cominciato a capire. Eravamo dei bevitori. Lo imbottigliavo da me. Nella casa che ci eravamo costruiti avevo fatto una cantina. I primi quindici anni li abbiamo fatti a Milano poi ci siamo spostati ad Arcore dove abbiamo costruito la casa. Ho disegnato la cantina che ho cominciato ad utilizzarla prima che fosse finita la casa. Quando uno è ingegnere lo è in ogni cosa. Forse io sono un ingegnere atipico nel senso che non mi verrebbe mai in testa di progettarmi la cantina. Al massimo monto i mobili dell’Ikea. Vado in pensione e lei mi segue a ruota. Decidiamo di andare in giro a vedere cosa c’era. Era il 2012.  Io ero andata prima in pensione dall’ospedale. Avevo le figlie da crescere ma facevo la libera professione. Croce Rossa, invalidità. Perizie del tribunale. Di tutto di più. Fino a che mia figlia mi disse: hai una nipotina, fermati. Cominciammo a girare dall’Umbria. L’abbiamo abbandonata perché non ci piaceva. La zona di Orvieto dove erano i parenti di Antonella. Viriamo in Toscana.  Cercavo gli annunci su Google. Ne vedevo tanti. Girammo in Toscana vedendo cose oscene e belle. Arriviamo in Maremma. Questo posto ci è piaciuto molto. Colline piene di fiori e un panorama bellissimo.  Non c’era niente. Non volevo un rudere ma qualcosa dove poter costruire. Qui non c’era nulla. Vedete che l’ingegnere torna in tutti quegli aspetti che implicano un progettare e un costruire? Antonio il sogno lo ha e ben preciso. Come se tutti gli aspetti progettuali fossero già sul file e dovessero solo essere realizzati. Partire dalle fondamenta non dai muri già realizzati. Era di un vecchio contadino. Lui non coltivava più. Ci avevano detto che tanti anni prima c’era un pò di vigna. Abbiam detto: siamo a Scansano, terra di Morellino. Lo faremo anche noi. Abbiamo comperato i primi quindici ettari cominciando a capire cosa fare. Abbiamo contattato agronomi ed enologi che ci hanno dato un minimo di indicazione cosi da piantare viti ed ulivi. Prima tre ettari di vigna e due di ulivi. Andavamo su e giù dalla Lombardia. Quando ti metti a fare queste cose c’è da fare tante cose. Siamo stati fortunati a trovare delle persone brave che hanno fatto i lavori. Circa quattro anni dopo abbiamo iniziato a vendere l’uva con la prospettiva che prima o poi avremmo fatto il vino. Questo l’obiettivo finale. A nove anni, con le vigne mature ci siamo detti che era il momento. Il vino ha bisogno di cure giornaliere e sei costretto a stare qui. Siamo partiti nel dire: facciamoci la casa e la cantina. Così l’abbiamo costruite. Non è banale per nulla. Non lo è per chi vuole iniziare questo lavoro avendo una vita dinanzi e non lo è per chi vuole realizzare un sogno per una seconda vita.  Invece di scegliere una azienda con le vigne già pronte e magari il vino già provato, Antonio ed Antonella iniziano da zero. Completamente da zero. Niente vigne, niente casa, niente cantina. Nemmeno sapevano come sarebbe venuto l’eventuale vino realizzato. Anzi, nemmeno sapevano farlo il vino! Ci siamo trasferiti nel 2020. Quando abbiamo fatto il primo vino. E poi abbiamo trovato un enologo bravissimo. Un’altra fortuna. Era delle sue parti, brianzolo. Dirige una grande azienda del Chianti. Poi abbiamo comprato altri 70 ettari. I primi quindici si sono consumati in fretta. Bosco, ulivi, casa, cantina, strada. Siamo arrivati ad avere quattro ettari di vigna e tre ettari di ulivi. Così erano finiti i quindici ettari. Così abbiamo comprato a fianco 70 ettari. La materia prima per fare questo mestiere è il terreno. Volendo fare il vino con la propria uva serviva terreno. Siamo partiti come biologici facendo le coltivazioni. Ci teniamo ad avere un rapporto con l’ambiente sano per avere un prodotto sano. Abbiamo piantato altri due ettari e mezzo di vigna e mezzo di ulivo.  L’anno scorso abbiamo piantato le mellifere. Ci hanno portato delle arnie e poi il produttore ci ha dato qualche barattolino. Una visione. Un progetto a lungo periodo. Altro che pensione. Altro che vita tranquilla. Già quindici ettari non significavano per nulla una vita tranquilla ma 70 ulteriori sono un’altra dimensione. Il lungo periodo? Certo ma anche la fatica del breve. Sono sempre più affascinato. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Noi ci poniamo obiettivi a lungo termine. Stamattina stava ragionando per fare le bollicine. Un nuovo progetto. Ogni giorno si aggiunge qualcosa.    Sì aggiunge qualcosa a quello che già c’è. Non per un vezzo. Non per un capriccio. Ma per la voglia di fare qualcosa che produca felicità. Il poter fare ciò che più li rende vivi e proiettati verso il futuro. Perché è questa la vera immortalità. Progettare il proprio futuro senza porsi il freno mentale della sopravvivenza. Che è proprio la base del pensiero di Pitagora L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti, davvero tutti, possono fare grandi cose. Per se stessi, per gli altri. Ciò che capita però è che ci si ferma dinanzi allo scorrere del tempo. Non cominciamo neanche alcune cose perché pensiamo di non avere il tempo per terminarle, per vedere i risultati. Eppure il tempo lo abbiamo, solo che non lo utilizziamo come dovremmo. Quante volte passiamo ore intere sul divano o dinanzi a quel dannato smartphone per poi non avere nulla in cambio. Nemmeno una sorta di soddisfazione. Cosa potremmo fare del tempo se iniziassimo comunque qualcosa indipendentemente dal terminarla? Ecco dunque l’immortalità. Ecco la capacità di attivare la mente attraverso il cuore e pensare oltre il nostro egoismo. Già, egoismo. È proprio questo che, spesso, ci limita nel fare le cose. La incapacità di pensare che non dobbiamo necessariamente essere noi a dover vedere o godere della realizzazione di ciò che è stato pensato ed iniziato. L’importante non è la meta ma il viaggio. Quel percorso mentale e fisico che ci ha fatto incontrare il tempo in ogni suo istante trascorso godendo di ogni momento perché si pensa a quello successivo. Senza bruciare quello che si sta vivendo. Siccome sono in crisi di spazio e devo costruirmi un deposito per il vino imbottigliato e visto che siamo in ballo, mi faccio prendere da questo trip. Se riesco a berla, volentieri. Altrimenti se lo berrà qualche altro. Eccolo Antonio. Un altro progetto che richiede almeno tre anni dal vino base ovvero non meno di quattro. Non è lo stappare la bottiglia e godersela con Antonella ciò che conta: è il viaggio, il percorso, il tempo che sta dedicando e dedicherà al suo progetto.  Mi vengono in mente le RSA, Residenza Sanitaria Assistenziale, quelle che prima si chiamavano ospizi. In Italia sembra che cambiando il nome alle cose queste cambino anche nella sostanza. Ricordo che ad un certo punto si disse che il termine “spazzino” fosse denigratorio e non esaustivo del lavoro di chi teneva pulito il contesto pubblico. Ne serviva dunque uno diverso: operatore ecologico. Bellissimo. Peccato che le condizioni e il lavoro di queste persone non sia cambiato di una virgola.  Ritorniamo alle RSA. In queste le persone anziane trascorrono il proprio tempo sostanzialmente aspettando la propria fine. Le loro giornate sono piatte e monotone. Orari da ospedale. Attività limitate. Contatti sociali assenti o comunque limitati alle interazioni tra gli “ospiti”. Perché, mi chiedo? Certo, non tutti gli anziani sono autosufficienti ma coloro che lo sono, perché sono li? Abbandonati magari ma comunque senza un progetto di vita perché credono che di vita non ne abbiano più a sufficienza. Non ne hanno più a sufficienza. Eppure ne hanno di tempo da trascorrere. È una scommessa. È come il Vin Santo. Abbiamo rimandato. No, non ce la facciamo, non ce lo berremo mai. Invece siamo ancora qui e lo abbiamo fatto. L’anno scorso ci ho provato ma la stagione era pessima e l’uva è marcita sulla pianta. Non è molta l’uva per il Vin Santo. Ci riproveremo. Questo è lo spirito che ci vuole ed è incredibilmente meraviglioso ascoltare Antonella evidenziare proprio la debolezza del “non ce la facciamo”. Una debolezza che viene vinta dalla continua voglia di guardare al futuro abbandonando l’egoismo primordiale. Uno spirito bellissimo. Affascinante. L’immortalità, il pensare sul lungo periodo. Ci sarà qualche altro che potrà continuare il proprio lavoro. Come le due figlie. Una ne ha 47, una 44. Una a Milano e l’altra in Inghilterra. Quella di Milano è molto appassionata di vino. Anche lei ha una laurea in informatica ma si è diplomata sommelier. Ci da una mano nella comunicazione. È interessata a continuare. Anche con la prospettiva di spostarsi qui. Colli del Vento oggi produce circa 15000 bottiglie che raddoppieranno tra tre anni quando gli altri vigneti arriveranno alla piena maturità. Sette etichette: due di bianco, una di rosa, quattro rossi. Un ulteriore livello di complicazione che può sembrare follia ma che ascoltando Antonio si capisce come sia una logica e ingegneristica conseguenza. A me piace il Cabernet Sauvignon. L’ho dovuto piantare. Siamo in Toscana e non puoi non piantare il Sangiovese. Poi non puoi fare solo vino rosso ed ecco i bianchi con il Vermentino. Siamo a tre vini. Dopodiché abbiamo un pò di Malvasia e Trebbiano così, per diversificare, facciamo un vino con i tre vitigni. C’è il Sangiovese in purezza. Tolomeo è il Cabernet Sauvignon in purezza che nel calice è immediatamente vegetale come se i venti della Maremma abbiano portato all’interno tutta la vegetazione delle colline. Il sole ha scaldato la frutta che è diventata matura contaminandosi con le spezie e le tostature. La ciliegia e lo zest di arancia vengono pervase dal cacao, dal pepe verde, dai chiodi di garofano.  In bocca è una folata di vento fresco con gli indomiti e potenti tannini che risaltano l’imponente vegetale. Poi all’improvviso, il vento cala e la lingua si ritrova custode di un incredibile sapore di ciliegia. Un vino duro e determinato che coglie l’essenza della Maremma restituendo sensazioni forti. Scordatevi di berlo senza il giusto contributo di una pasta con ragù di selvaggina o meglio un cinghiale o una lepre. Il Morellino di Scansano 2022, Sangiovese in purezza. Donna Antonietta. Una vera dedica per un vino che nel calice è rubino e croccante. Già, croccante per i sentori di frutta fresca e fiori rossi. La rosa, la violetta e la frutta che sembra già scrocchiare sotto i denti. Prugna, sottobosco, zest di arancia e un velo di balsamico che appare come vento fresco che accarezza le foglie.  Il Morellino che lui non voleva fare perché diceva che si trova anche al supermercato. Poi andavo a vendere il vino e me lo chiedevano. In bocca è ampio con i tannini levigati. Anch’essi dal vento. Freschezza e calore sono ben amalgamati per un piacere vivo. Appagante per come la bocca rimane in quello stato di grazia difficile da trovare in un Sangiovese. È morbido nonostante l’assenza di legno. Duro il giusto, ma solo un pò. Quanto basta perché non sembri smielato. Donna Antonietta è dolce come colei a cui è dedicato ma che sa essere duro quando serve. Solo quando serve. Morellino ovvero sangiovese in purezza. Poi un altro Sangiovese in purezza barricato. Quindi il Cabernet in purezza. Abbiamo deciso di fare il blend 50% di Cabernet e Sangiovese. Sei in ballo ed ecco il rosa con il Sangiovese. Adesso ho messo altro Vermentino che va molto bene e con l’idea delle bollicine ho messo dello Chardonnay. Poi due rossi Merlot e Cabernet Franc. Visto che la base del Supertuscan è il blend di Sangiovese e Cabernet. Vediamo cosa viene.  Il Sangiovese e Cabernet è Dicembre. Un mix che già dal colore appare evidente con il Cabernet che colora il Sangiovese. Finezza ed eleganza del Cabernet che sa di frutta matura, pastosa e melassosa; il Sangiovese con croccantezza e floreale a rendere vegetale il blend.  Arriva il peperone insieme a tostature e spezie. Blande, non invasive. Presenti, non predominanti. È cosi che i chiodi di garofano insieme alla vaniglia e al cioccolato fanno capolino. Poi un velo di rosmarino e zenzero.  Ampiezza in bocca. Di quelle che lasciano in dote, pienezza. Tannini maturi anzi, eleganti. Elegantemente vellutati. Un percorso gustativo che si palesa con la forza del Cabernet per poi lasciare spazio alla verticalità del Sangiovese. Mi piace il bilanciamento che sa di eleganza, forse non ancora di finezza. È un 2022 ed avrà tutto i tempo per evolversi come può. Anzi, come deve. Keplero è il Sangiovese 2022. Note di colore granata evidenziano il passaggio levigante in botte. Al naso la frutta non può che essere matura, quasi cotta. La verticalità del Sangiovese senza botte si attenua così da far emergere le erbe aromatiche, la liquirizia, il ginepro, il pepe verde, i chiodi di garofano, la prugna secca, la ciliegia, il coriandolo. La violetta? Non può mancare certamente. Balsamico? Ovviamente si.  Olfatto complesso e, anche qui, mai invadente. Proprio come Antonella e Antonio.  In bocca si allarga a dismisura con un morbido calore che pervade il palato. I tannini? Levigati ma non stucchevoli. La freschezza lascia il passo alla morbidezza della prugna e della ciliegia che sembrano spremute a rilasciare il loro prezioso succo.  Il finale? Meraviglioso anche grazie ad una lunga persistenza e una sapidità che spicca. Un sorso ampio, importante, a tratti godurioso con sensazioni di assoluto appagamento. Certo, necessita di un abbinamento per essere perfetto! Volevamo sperimentare perché il nostro enologo ci sconsigliava di piantare il Merlot. Diceva che ci vuole l’altezza. Ma altre cantine ce l’hanno In pianura verso li mare. Il terreno è cosi buono. Tutto sasso che si sgretola. Perché non provarci? Frieda è poi il Vermentino 2023. Lo versi e sembra quasi acqua nel bicchiere. Un colore impercettibile che però al naso sa di pesca bianca e biancospino, di salvia e alloro, di pera e mela. Sono poi le note iodate a ricordare che si tratta di un vino minerale e verticale. Quasi un senso di roccia, sasso, ferrite. Intenso. Altro che acqua nel bicchiere! In bocca appare immediatamente sapido, quasi salmastro. Secco e verticale con la bocca che produce saliva a lasciare poi, dopo una lunga persistenza, un intenso sapore di pesca bianca e pera. Fresco e armonico, vuole una pasta! Infine VB44, il rosato da Sangiovese. È rosa antico da buccia di cipolla (di Tropea però!). Sentori di arancia, anguria, rosa, violetta. Fragoline di bosco, lampone e un limone che si inserisce in una sorta di macedonia di frutta alpina. I fiori sono tutti li, a corollario della macedonia.  Se avessi chiuso gli occhi senza guardare il colore avrei avuto la netta sensazione di rosa antico. Sapido e fresco offre una sensazione floreale che rimane a lungo. La collina della Maremma colma di fiori incontra la sapidità dei venti marini. I frutti cotti dal sole, i fiori accarezzati dal vento. Ecco cosa è questo rosato. Convincente anzi, molto convincente! Antonella e Antonio. Sempre con il sorriso. Divertendosi. Pensando al proprio futuro senza pensare se ci sarà o meno. Tutto ciò li tiene meravigliosamente e incredibilmente attivi. Anzi no, vivi. Ecco, vivi è il termine giusto. Perché tutti noi dovremmo sentirci vivi in ogni istante della vita. Vivi e con la dannata voglia di pensare al futuro e a tutto ciò che saremo in grado di realizzare. Immaginate cosa sarebbe il mondo se tutti la pensassero esattamente come Antonella e Antonio. Io lo rifarei anche se noi abbiamo approcciato tutto con uno spirito di incoscienza straordinario. È il nostro giochino dico alle volte. Altro che giochino! Impegnativo.  Una certa età anagrafica. Una esperienza di vita importante. Due figli. Nipoti. Nessuna intenzione di riposarsi. Come se la vita fosse un dono così importante da non poterlo sprecare rimanendosene seduti a giocare a carte e contemplare il nulla. Io ero terrorizzato dall’idea di andare in pensione e sedermi sulla panchina a leggere il giornale. Avevamo il sogno nel cassetto come si usa dire e l’abbiamo tirato fuori. Sono in gamba come salute e anche mia moglie e posso tenere botta. Essendo medico lo tengo sotto controllo. Giro con il trattore. Sto in vigna. Tutto il lavoro manuale non lo faccio io. Ho trentaduemila viti e non ce la faccio.  Io prima stavo dando concime agli ulivi. Abbiamo belli ulivi ma sono giovani. Varietà particolari come il Leccio del Corno. Fa un olio buonissimo ma va via tra parenti ed amici.   Anche gli olivi. Piante immortali, loro si, che resistono al tempo e che solo dopo tanto tempo danno ottimi frutti. Ma poco importa anche per questi.  Nessun rimpianto nelle parole di Antonella e Antonio. Quello che possedevano a Milano e Arcore lo hanno venduto per investire qui. Io qui sono strafelice. Ho vissuto in Lombardia ma sono calabrese e questo clima… sono felicissima. Il tessuto sociale qui è molto lasco. Il più vicino è a cinquecento metri. Lui sta sul suo trattore e io sul mio. Dal punto di vista lavorativo. La sono più efficienti. Una volta un contadino mi disse che la terra non è di nessuno perché puoi certamente averne la proprietà e farci ciò che vuoi, ma alla fine, è di tutti, è parte integrante del pianeta sul quale viviamo. Proprio per questo principio e per la semplice circostanza che tutti noi siamo mortali, la terra va trattata con rispetto al fine di lasciarla a chi verrà dopo di noi, nelle migliori condizioni possibili. Possibilmente meglio di quando l’abbiamo presa noi. Un principio incredibilmente saggio e di lunga prospettiva.  Mi piace pensare che Antonella e Antonio stiano facendo proprio questo con il proprio sogno, così bello che rimarrà anche dopo di loro. Chiunque se ne occuperà. La vera immortalità è il loro insegnamento. PS, Antonella e Antonio sono la dimostrazione che bevendo vino si può arrivare a tarda età! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Follador Prosecco dal 1769: storia, metodo e visione in un racconto di tempo e territorio Arrow Right Top Bg

4 Settembre, 2025

Follador Prosecco dal 1769: storia, metodo e visione in un racconto di tempo e territorio

Nove generazioni di famiglia custodiscono l’identità autentica del Conegliano Valdobbiadene attraverso un metodo esclusivo e uno stile riconoscibile. Nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene, tra antichi casolari e vigneti a forte pendenza, nasce la storia di Follador, un nome legato al Prosecco dal 1769. Oggi riconosciuta come zona Patrimonio UNESCO, questa terra ha visto crescere, generazione dopo generazione, una famiglia che custodisce con passione la sua straordinaria eredità. Tutto ha inizio con Giovanni Follador che, nel 1769, ricevette dal Doge di Venezia un riconoscimento per la qualità del suo vino. Una tradizione preziosa, oggi portata avanti da Michele, Cristina, Emanuela e Francesca Follador, che con ruoli complementari uniscono innovazione tecnologica, cura artigianale e comunicazione. Il Metodo Gianfranco Follador®: innovazione e rispetto del frutto Al centro della produzione vi è un protocollo unico, registrato come Metodo Gianfranco Follador®, che nasce dal confronto tecnico e dall’esperienza concreta: interventi di pigiatura a temperatura controllata in assenza di ossigeno, crio-macerazione delicata e affinamento in autoclave ben oltre lo standard classico. Questi passaggi garantiscono freschezza aromatica, perlage fine e una degustazione equilibrata e complessa. Il Metodo si traduce in vini distintivi, dal Cru “Torri di Credazzo” alle eleganti cuvée dosaggio zero come “XZERO”, confermandosi un punto di riferimento nella produzione di spumante premium. Un “Paesaggio da custodire” I circa 40 ettari di vigneti si estendono tra Col San Martino e Credazzo, con terreni misti argilla e roccia su pendenze impegnative che richiedono vendemmia manuale, definita “eroica”. L’attenzione quotidiana, il microclima ventilato e la sostenibilità delle pratiche, inclusa l’irrigazione calibrata, raccontano una viticoltura attenta e responsabile, capace di adattarsi ai cambiamenti climatici senza perdere l’anima storica. Follador oggi: lifestyle, cultura e internazionalità Oggi il marchio coniuga la tradizione con una visione cosmopolita che lo porta a dialogare con mondi affini: arte, design, alta cucina e ospitalità. La sua presenza in eventi internazionali come il Bangkok Chef Charity Gala 2025 testimonia questa capacità di unire qualità e valori in ogni dettaglio. L’accoglienza si riflette anche nel degusteria rustica delle Tre Torri di Credazzo, luogo esclusivo di esperienze su prenotazione, mentre la gestione export, guidata da Cristina Follador, mira a consolidare e ampliare il posizionamento globale con relazioni selezionate e durature. Follador parla di vino non solo come prodotto, ma come narrazione, cultura e connessione. La Redazione
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Frascati Città del Vino 2025 Arrow Right Top Bg

4 Settembre, 2025

Frascati incontra Frascati: il Concorso Enologico Città del Vino 2025

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 17 Luglio l’Aula Consiliare “FALCONE E BORSELLINO” di Palazzo Marconi a Frascati ha rivestito l’insolita veste di sala degustazione ospitando la premiazione dei vini “frascatani” che si sono fatti onore al XXIII Concorso Enologico Internazionale “CITTÀ DEL VINO”. Presenti il Sindaco Francesca Sbardella e l’Assessore Claudio Cerroni, diplomi e medaglie sono stati consegnati ad Aziende che da anni si impegnano a fare Qualità e a promuovere un Territorio assolutamente unico come quello dei Castelli Romani attraverso il prodotto Vino. Vino quale prodotto estetico ed estatico, vino quale Cultura vino quale conoscenza, impegno e capacità. LA MASTERCLASS Ben sedici le etichette in assaggio. Sedici vini tra “FRASCATI” veri e propri (DOC e DOCG) e vini prodotti da Aziende “DI” Frascati presentati dal Sommelier Francesco Radiciotti. Sedici vini in rappresentanza di un areale molto ampio interpretato da ciascun Produttore in maniera personale. Mentre metto nero su bianco le mie personalissime note di degustazione, mi accorgo di ritrovarmi ad un anno di distanza dall’Edizione 2024 ragionando ancora una volta su quale sia il metro di giudizio adottato dalla Giuria internazionale e, ahimè, quale sia l’idea che i Produttori hanno riguardo il raccontare e il promuovere un Territorio attraverso pratiche che sembrano spesso ribaltare l’etimo del termine (terrere) “escludendo” ciò che dovrebbe essere difeso a favore dell’inclusione di quanto, essendo “estraneo”, dovrebbe altresì essere “escluso”. Difficile infatti, al di là di quanto raccontato da chi conduceva gli assaggi e da diversi dei Produttori intervenuti, leggere il contributo organolettico del Vulcano Laziale in molti dei calici. Questo sembra dimostrare ancora una volta quanto, nella realtà dei fatti e conti della serva alla mano, il mercato sia più importante dell’idea che si dice di voler far passare. In ogni caso e ben lungi dal voler innescare e cavalcare alcuna sterile polemica, date una letta al mio personalissimo recit de dégustation, correte ad assaggiare (ché senza ficcare personalmente il naso nel bicchiere, le parole restano tali e assolutamente vuote), criticate e…condividete. – FRASCATI DOC SPUMANTE “SPUMANTE SAN MARCO” BRUT, CANTINE SAN MARCO: tra le morbidezze della mela matura si fa strada la freschezza dell’agrume, un sospiro di fiori di campo e quel 30% di Malvasia Puntinata segna a dito più la nocciola che la mandorla. In bocca è bollicinoso ma s’atteggia a garbato, punta sull’importante acidità ma pecca sul piano della mineralità territoriale, ricorda i descrittori olfattivi aggiungendo un pizzico di erbe aromatiche e chiude sul contrasto tra l’appena di ammandorlato e la sottile tendenza dolce. Ostentatamente piacione. 83 Punti – VINO SPUMANTE “> CESANESE” 2024, AZIENDA AGRICOLA L’OLIVELLA: un Cesanese dalle bolle divertenti, sbarazzine e anche più esuberanti del precedente, che tira timidamente in ballo piccoli frutti di bosco e melagrana. In bocca la birbante effervescenza amplifica le note fragolose e accompagna il sorso verso un finale cui le leggere piccantezze regalano un po’ di interesse e mezzo punto di bonus. 83+ Punti.   – LAZIO IGT MALVASIA PUNTINATA “SOLO MIA” 2024, CASALE VALLECHIESA: si mostra con imbellettata aromaticità proponendo vegetalità erbacee e note di gelsomino, mandorla dolce e camomilla in una atmosfera di iodata sapidità. In bocca la sostanza glicerica affianca la sapidità e veicola le sensazioni fruttato-agrumate. Buona la persistenza. 85 Punti.   – LAZIO IGT BELLONE “RUPES” 2024, TENUTA DE’ NOTARI: propone un naso timido e fresco che racconta pesca bianca e agrumi su uno sfondo appena vegetale. Sorso fresco, esile e scorrevole, con una chiusura di mandorla dolce a coprire gli accenti sapidi. 83- Punti.     – LAZIO IGT BIANCO “QUARANTA/SESSANTA BIANCO” 2023, AZIENDA AGRICOLA L’OLIVELLA: l’etichetta annota le percentuali di Viognier (da vendemmia anticipata) e Bellone (da vendemmia tardiva) di un vino che, a tre anni dalla sua comparsa sul mercato, non riesce ancora a liberarsi dalla voglia di scimmiottare il Sauvignon. Pesche, nespole e sambuco sugli scudi, salvia, timo e un accenno di pietrisco a seguire le schiere. Sorso sicuramente fresco e giustamente sapido ma ahimè ostentatamente piacione e modaiolo. 83 Punti. – LAZIO IGP SAUVIGNON “SESTO 21” 2024, CASATA MERGÈ: naso intenso che propone la pesca e la sua armellina e una decisa nota di sedano rapa ad anticipare salvia, sfalci e tanto di ananas. In bocca mostra struttura, sapidità da vendere e, mentre esalta la foglia di pomodoro, calca il piede sull’acceleratore della frutta tropicale. 84+ Punti.     – FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO SANTA TERESA” 2024, FONTANA CANDIDA: pesche, fiori di campo, mandorle dolci, ginestre e…tropicalità accompagnate anche dallo sciabordio delle onde e da un filo di fumo che sa di “Signor Robinson”. Il sorso è morbido e ripropone i descrittori olfattivi aggiungendovi un tocco di salvia e un sospiro di aghi di pino. 86- Punti.   – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2024, FERRI: giallo di camomilla e mimosa prosegue enunciando frutta tropicale e bergamotto tra intarsi di noce moscata ed erbe aromatiche. Sorso fresco e di sapidità sottolineata dall’atmosfera sottilmente iodata. Chiude su dolcezze fruttate senza dimenticarsi però di un tocco d’agrume. 85- Punti.   – FRASCATI SUPERIORE DOCG “HEREDIO” 2024, CASALE VALLECHIESA: l’olfatto induce a ozi tropicali, mollezze da cui le erbe officinali ci scuotono. Mughetti e un appena di mineralità introducono un sorso sicuramente fresco e appena meno sapido; una ricerca di equilibrio che, unita ai descrittori olfattivi ordinatamente riproposti, lo rendono forse troppo aderente al gusto internazionale piuttosto che aderente al Territorio. 85 Punti con forse un -.   – FRASCATI SUPERIORE DOCG “SESTO 21” 2023 RISERVA, CASATA MERGÈ: in una atmosfera di soffusa sacralità propone erbe aromatiche e gesso prima ancora della frutta matura. In bocca esalta la glicerica sostanza senza dimenticarsi della sapidità minerale. Un po’ in affanno la freschezza cui, nel finale giunge in aiuto la cremosa pasticceria degli agrumi. 86++ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “FILIAE” 2023 RISERVA, BORGO DEL CEDRO: il naso apprezza subito una silicea mineralità, un accenno di pietra sbattuta che ricorda l’idrocarburo e che introduce un corteo di albicocche, melone, lime a precedere dolcezze di acacia e grassezze di castagno. In bocca è brillante pur nel suo abito di compite morbidezze, fresco e assolutamente sapido, sottolinea il proprio carattere minerale e chiude con buona persistenza sui toni varietali della mandorla evidenziando, a bicchiere vuoto, leggere balsamicità e sottigliezze di erbe aromatiche. 87+ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FILONARDI” 2023 RISERVA, VILLA SIMONE: tra mela e melone, tra camomilla e vegetalità di erbe aromatiche s’affaccia il vulcano con le sue profondità minerali. In bocca è dritto, morbido quanto serve per piacere ai molti, orgoglioso quanto deve per soddisfare i pochi. Chiude tra agrumi e mineralità raccontando di una giovinezza ancora lunga. 87 Punti.   – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2023 RISERVA, FONTANA CANDIDA: giallo di ginestre, senape e camomilla sposa presto il verde della mentuccia e delle erbe aromatiche fresche prima di rilassarsi a suon di pesche e susine. È una leggera brezza marina quella che introduce il sorso sostanzioso e glicerico, firmato da una graffiante sapidità che non si spegne neppure nel lungo finale. Unica pecca la gioventù. 86++ – LAZIO IGT ROSSO “QUARANTA / SESSANTA ROSSO” 2024, L’OLIVELLA: Syrah e Cesanese, l’Oriente e l’Impero. Marasche e prugne governano il naso ma la spezia…la spezia non ci sta a chinare il capo. E allora c’è il nero del pepe, il giallo della curcuma, sfrucugliano il naso e lasciano la curiosità di un’altra sniffata. In bocca è semplice e divertente, vinoso, stimola la chiacchiera, sa di pacca sulle spalle. Sapido fino all’osso ricalca l’olfatto e chiude sull’inatteso di una nota verde che sa di raspo e intriga. 87- Punti. – LAZIO IGT ROSSO “RACEMO ROSSO” 2022, AZIENDA AGRICOLA L’OLIVELLA: sessanta parti di Cesanese e il saldo di Sangiovese per un naso intenso e scuro di prugna matura (e forse secca), ciliegia e liquirizia a introdurre una balsamicità che vira presto sui toni di una vaniglia che contrasta con le diffuse leggerezze vegetali. Sorso ammiccante e agile nonostante la non esile struttura. Succoso, minerale, che mostra tannini ancora vivi e con un allungo gestito da piccantezze pepate e amaritudini di liquirizia. 86+ Punti. – LAZIO IGT ROSSO “PIVOT”, 2020, AZIENDA AGRICOLA L’OLIVELLA: sessanta parti di Cesanese e quaranta equamente divise tra Merlot e Cabernet Sauvignon. Un metodo Ripasso made in Frascati che regala un abbraccio olfattivo fatto di cioccolato, confettura di amarene, cuoio e un legno che è quello della radice di liquirizia e di un contenitore forse un po’ troppo presente. In bocca ha la morbidezza di un toffée, non particolarmente sapido mostra invece una importante spalla acida che incide su un sostanziale sbilanciamento gustativo che sottolinea la necessità di un assaggio futuro. Non certo il mio vino ma un bel vino (magari da bicchiere piccolo e pensieri) e, soprattutto, un vino che incontrerà il favore di molti. 86+ Punti. E QUINDI? E quindi niente! A distanza di un anno (anzi, a distanza di anni) nulla è cambiato. Di nuovo ci ritroviamo a parlare di Territorio senza conoscere il significato del termine e di un “vulcano” che ci circonda ma che non riesce a finire nel bicchiere. 16 vini di sicuro interesse ma che lasciano trasparire il livello qualitativo della concorrenza, 16 vini che sono lo specchio di quanto la giuria internazionale conosca l’areale dei Castelli Romani (con buona pace di ancora una volta ne ha ostentato la “qualificata” rappresentanza (fors’anche per vanto), 16 vini che rappresentano quello che il mercato cerca e quella che è la filosofia produttiva della gran parte delle Aziende. Quella di Frascati e “del” Frascati è ancora oggi una guerra che si combatte su due fronti, quello di fare vini “firmati” dalla storia e dal “luogo” e quella di fare vini che si vendono. Ficcando il naso in questi sedici bicchieri è evidente da quale parte penda la bilancia ma, pur volendo e dovendo giustificare i Produttori (che comunque, alla fine del mese, devono portare qualcosa in cassa), vorrei che da parte di questi ci fosse il coraggio di dire che così è perché così deve essere, senza quel “predicare bene e razzolare male” che il bicchiere non può nascondere. Il “Frascati” c’è, e anche in questa occasione s’è palesato, la sua è una storia di coraggio sta anche a noi averne per sostenerlo. VIVA IL FRASCATI Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Lugana Sunset Tour: tre serate fronte mare per celebrare l’eleganza del Lugana Arrow Right Top Bg

3 Settembre, 2025

Lugana Sunset Tour: tre serate fronte mare per celebrare l’eleganza del Lugana

Dal 4 al 7 settembre, un viaggio esclusivo tra aperitivi, cene e lifestyle sulle spiagge più iconiche d’Italia per raccontare il vino bianco del Lago di Garda. Il Consorzio Tutela Lugana DOC presenta il Lugana Sunset Tour, un format innovativo che porta la freschezza e l’eleganza del Lugana sulle coste mediterranee più suggestive. Tre serate esclusive – a Milano Marittima, Jesolo e Follonica – per vivere il Lugana come simbolo autentico di lifestyle italiano e di un’estate senza fine. Ogni tappa propone oltre 15 etichette di Lugana da degustare con lo sguardo mozzafiato verso il mare, accompagnate da un corner informativo e dalla guida esperta di sommelier, per scoprire le sfumature di questo grande bianco. Le date da segnare: 4 settembre – Cala Zingaro, Milano Marittima: Aperitivo a partire dalle 18:30 con successiva cena alla carta presso il rinomato locale romagnolo. 5 settembre – Marina Beach, Jesolo: Cena con abbinamenti food&wine dalle 19:00, seguita da dj set, club party e degustazioni nel dopo cena. 7 settembre – Marula, Follonica: Trasformazione del beach club in “Lugana Bar” dalle 17:30 con aperitivo e tapas, poi cena dedicata dalle 19:30. Il Lugana Sunset Tour nasce con l’obiettivo di raccontare il vino non solo come prodotto, ma come esperienza culturale ed emozionale. L’allestimento minimal ed elegante crea un’atmosfera immersiva dall’ingresso alla tavola, valorizzando il legame tra vino, paesaggio e convivialità mediterranea. Edoardo Peduto, Direttore del Consorzio Lugana DOC Con questa iniziativa vogliamo far vivere il Lugana in contesti nuovi, unendo vacanza, stile italiano e una narrazione di qualità, per accompagnare i momenti più belli dell’estateorzio Lugana DOC. Il Consorzio Lugana DOC: territorio, sostenibilità e passione Il Lugana DOC prende vita sulle colline intorno al Lago di Garda, dove l’uva Turbiana, coltivata su suoli argillosi e clima mite, dà vita a vini bianchi freschi, eleganti e ricchi di longevità. Riconosciuta fin dal 1967 e gestita dal Consorzio dal 1990, comprende oggi 2.600 ettari con 214 produttori e esporta oltre il 60% della sua produzione in 65 paesi in tutto il mondo. La denominazione si distingue per la varietà delle sue espressioni, dalle fresche versioni giovani alle riserve più complesse, e per l’impegno verso la sostenibilità e il turismo enologico, offrendo percorsi esperienziali certificati che raccontano un territorio unico per storia, cultura e bellezza. La Redazione
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