Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
29 Agosto, 2026
Sant’Erasmo Food & Wine, il mare di Palermo incontra il vino
Dal 3 settembre la trattoria di mare di Borgia Group un viaggio sensoriale tra piatti d’autore e grandi etichette, raccontato passo dopo passo dal sommelier Luigi Salvo
Un viaggio tra calici d’autore, sapori di mare e storie di territorio. Si chiama Sant’Erasmo food & wine la rassegna che prende il via il 3 settembre al Molo Sant’Erasmo di Palermo, la trattoria di mare firmata Borgia Group. L’idea è quella di un viaggio attraverso il vino, non una semplice cena con abbinamento di calici e piatti ma un vero momento di degustazione, nel corso del quale i commensali saranno accompagnati passo dopo passo da Luigi Salvo, delegato per Palermo di Ais (Associazione Italiana Sommelier) e giudice di concorsi enologici internazionali.
Nel corso delle serate, che si svolgeranno nella terrazza affacciata sul golfo di Palermo, Salvo racconterà le etichette, la loro storia, le note tecniche, gli abbinamenti con i piatti pensati dallo chef di Molo Sant’Erasmo, Salvatore Piccionello, per esaltare i vini e la materia prima utilizzata per la composizione di ogni portata.
Di volta in volta protagonista sarà un vitigno, un territorio, una filosofia di produzione. La prima serata è dedicata alle sfaccettature del Grillo, uno dei vini bianchi più iconici e amati della Sicilia, nato storicamente a fine Ottocento dall’incrocio tra i vitigni autoctoni Catarratto e Zibibbo.
Ecco il menu e i vini abbinati:
– Entrée: arancinetta pesce spada e melanzane con panatura croccante al panko servita su crema di melanzane affumicata e cipolla in agrodolce.
Vino in abbinamento: Bianco maggiore Cantine Rallo.
– Antipasto: french toast gambero rosso e verdura ripassata.
Vino in abbinamento: Passiperduti di Donnafugata.
– Primo: pacchero fresco ai crostacei, chips di zucchina fritta, scampi in cottura e olio alla menta
Vino in abbinamento: Integer Grillo De Bartoli.
– Secondo: seppia cotta al kamado su un letto di crema di carota, mentuccia fresca e scarola arrostita al barbecue.
Vino in abbinamento: Mozia Tasca d’Almerita.
Saverio Borgia, imprenditore e fondatore di Molo Sant’Erasmo
Con Sant’Erasmo food & wine vogliamo offrire ai nostri ospiti qualcosa in più di una splendida cena sul mare. L’obiettivo è raccontare la nostra cultura dell’accoglienza e del gusto, dove il piatto e il calice dialogano per raccontare la Sicilia in modo profondo. Abbiamo voluto la guida autorevole di Luigi Salvo per trasformare ogni appuntamento in un racconto vivo, capace di valorizzare il lavoro straordinario dei nostri vignaioli e la materia prima che lo chef Piccionello seleziona ogni giorno. Molo Sant’Erasmo non è solo una trattoria di mare, ma uno spazio d’incontro e di scoperta per Palermo.
Borgia Group, i locali tra Milano e Palermo
Un bilancio che sfiora i 12 milioni di euro, 215 dipendenti, 11 locali fra Palermo e Milano, mezzo milione di pasti serviti ogni anno. Sono i numeri di Borgia Group dei fratelli Saverio e Vittorio Borgia: quattordici anni di attività nella ristorazione fra Lombardia e Sicilia. L’idea è quella di una ristorazione “informale”, con l’utilizzo in cucina di prodotti di altissima qualità, in luoghi centrali delle città e con un arredamento rilassante che metta a proprio agio i clienti. Un format che i Borgia hanno adottato sin dal loro primo Bioesserì, aperto a Milano nel 2012, poi replicato nelle varie declinazioni negli altri locali. I ristoranti già attivi sono, a Palermo: Bioesserì, Molo Sant’Erasmo, Mezzena, Sant’Erasmo Burger Box, Terrazze Santamarina, Caffè Palermo con Morettino, Stazione Lago a Piana degli Albanesi. A Milano, Bioesserì e Casa Bi, inaugurato nel dicembre 2023 all’interno di City Life, trattoria Donna Concetta, Osteria Formentini e la pasticceria Baunilla.
La Redazione
Leggi
29 Agosto, 2026
Amaracmand. Etica di famiglia e un grande vino senza solfiti
Era da qualche tempo che desideravo partecipare a un Press Tour organizzato da Maddalena Mazzeschi, collega Donna del Vino e professionista che stimo moltissimo. Tra le nostre agende e i rispettivi impegni, tuttavia, non eravamo mai riuscite a far coincidere le date giuste. Quando si è presentata l'occasione di visitare Amaracmand, pur dovendo rinunciare a un altro appuntamento di rilievo, ho deciso di seguire l'istinto e intraprendere questa nuova avventura.
Leggi
28 Agosto, 2026
Festival Del Cinema di Venezia 2026 Le bollicine Montelvini a la Terrazza by Atlas Concorde dell’hotel Excelsior
Dal 2 al 12 settembre la cantina veneta sarà unico sparkling wine partner de La Terrazza by Atlas Concorde, accompagnando con le sue etichette gli appuntamenti in programma
Dal 2 al 12 settembre Montelvini sarà presente a Venezia durante la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia in qualità di wine partner de La Terrazza by Atlas Concorde per la selezione di vini bianchi e bollicine. La cantina, ambasciatrice dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG, sarà presente durante gli aperitivi e nei momenti conviviali che animeranno uno dei luoghi più glamour del Festival nell’ambito del progetto firmato da Joydis, all’interno dello storico Hotel Excelsior al Lido di Venezia, punto d’incontro privilegiato per attori, registi e ospiti internazionali.
Per tutta la durata della Mostra, la Terrazza ospiterà un ricco calendario di incontri, presentazioni, interviste, serate musicali e momenti di intrattenimento, dal mattino fino a tarda sera. Le etichette Montelvini faranno da cornice agli appuntamenti con una selezione rappresentativa della produzione della cantina: FM333 Asolo Prosecco Superiore DOCG Brut Millesimato, Asolo Prosecco Superiore DOCG Extra Brut Millesimato, Zuitér Montello Asolo DOC Manzoni Bianco, Prosecco DOC Rosé Treviso Brut Millesimato e, per chi desidera un’alternativa analcolica, Montelvini 0% Alcohol Free Sparkling.
Tra le etichette protagoniste, FM333 racchiude una delle espressioni più identitarie della cantina: primo cru dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG, nasce dalle uve Glera coltivate nei due ettari della tenuta Fontana Masorin, a 333 metri di altitudine sulle colline del Montello. Un vino che racconta la capacità di Montelvini di unire territorio, ricerca e innovazione.
Alberto Serena, CEO di Montelvini
Essere stati selezionati come partner wine a La Terrazza by Atlas Concorde durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia rappresenta per noi un’importante occasione e un riconoscimento del valore di Montelvini e del territorio dell’Asolo DOCG.
Sarah Serena, Direttore Generale.
Essere presenti in un contesto così esclusivo e ricco di fascino ci permette di raccontare la nostra storia e le nostre bollicine a un pubblico internazionale, in un luogo che favorisce occasioni di incontro e confronto di grande valore. Il cinema, proprio come il vino, ha la capacità di suscitare emozioni e trasformare un momento condiviso in un’esperienza da ricordare.
Con la partecipazione presso La Terrazza by Atlas Concorde durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Montelvini conferma il proprio impegno a sostegno della cultura, portando le denominazioni venete in uno scenario di grande prestigio e rilevanza internazionale.
Gruppo Montelvini
Montelvini è una delle realtà vitivinicole più dinamiche nel panorama italiano, con sede a Venegazzù, piccola frazione di Volpago del Montello, in provincia di Treviso, nel cuore della DOCG Asolo Montello. L’esperienza di Montelvini si basa su 5 generazioni della famiglia Serena e oltre 140 anni di impegno nella produzione di vini di qualità. Il logo dell’azienda è rappresentato da una civetta perché l’area in cui sorge la cantina è chiamata Zuitère, ovvero “terra delle civette”. Un animale da sempre simbolo di saggezza, di conoscenza, di sensibilità e che in Montelvini rappresenta la sapienza nel cogliere i migliori frutti di un territorio e la saggezza nel condurlo, rispettando la natura e i suoi ritmi. Montelvini crea prodotti ricercati e di grande classe, realizzati nel rispetto dell’ambiente, della tradizione e della sostenibilità. Valore, quest’ultimo, che l’azienda veneta porta avanti con successo e impegno tanto da aver ottenuto nel 2021 il Certificato di Sostenibilità Equalitas per il rispetto dell’ambiente, l’attenzione all’ambito sociale e la responsabilità economica, rientrando così tra le prime tre cantine del territorio del Prosecco ad aver ottenuto questa importante certificazione. La cantina è quanto di più moderno si possa trovare nel panorama vinicolo italiano, grazie anche a collaborazioni con aziende multinazionali leader nella produzione di macchine e prodotti per l’enologia. Oggi, l’azienda è presieduta da Armando Serena ed è gestita dai figli Sarah, Direttore Generale e Alberto, Amministratore Delegato.
INFO E CONTATTI
Via Cal Trevigiana 51, Volpago del Montello 31040 (TV) Italia
TEL. 0423 8777 www.montelvini.it La Redazione
Leggi
TEL. 0423 8777 www.montelvini.it La Redazione
28 Agosto, 2026
Cocco…Wine 2026, la Riviera del Monferrato brinda a Cocconato
Sabato 5 settembre (ore 16-24), e domenica 6 settembre (ore -11-19) il grande banco d’assaggio nel centro storico
Venerdì 4 settembre l’anteprima con il Riviera Monferrato Day ed “Il Salotto di Cocco…Wine”
Oltre 25 cantine protagoniste, i prodotti tipici, le Isole del Vino dedicate alla Calabria e ai vini della Georgia e dei Balcani, “Cammina il Borgo” fra paesaggio e cultura e domenica una novità speciale: a Cocco…Wine con il Treno Storico Centoporte da Torino, Moncalieri e Asti
In corso le prenotazioni on line
E’ giunto alla XXV edizione Cocco…Wine, uno degli appuntamenti enogastronomici più frequentati e caratteristici del Piemonte, in programma da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026 a Cocconato d’Asti. L’Associazione Go Wine promuove e organizza l’evento d’intesa con il Comune di Cocconato e con il Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato. Una formula di successo che si rinnova anno dopo anno e che mette insieme più elementi: il vino e la viticoltura del territorio, la gastronomia locale, il fascino del centro storico e del paesaggio, l’incontro con cantine provenienti da altre aree del Piemonte e, attraverso le tradizionali “Isole del Vino”, il confronto con altre regioni e Paesi. Per un intero fine settimana Cocconato si trasformerà in una virtuale strada del vino e dei sapori. Il percorso, da piazza Cavour lungo via Roma sino al Cortile del Collegio, attraverserà il centro storico interamente pedonale alternando le postazioni delle cantine agli spazi dedicati ai prodotti tipici e agli artigiani del gusto. Un’occasione per vivere Cocconato come vero borgo del gusto, scoprendo insieme vini, gastronomia, scorci e paesaggi di quella parte del Monferrato storicamente conosciuta come “Riviera del Monferrato”.
IL BANCO D’ASSAGGIO: LE CANTINE DI COCCONATO E GLI OSPITI
Il cuore della manifestazione sarà il grande banco d’assaggio, aperto sabato 5 settembre dalle ore 16 alle 24 e domenica 6 settembre dalle ore 11 alle 19. Saranno innanzitutto protagoniste le cantine di Cocconato, ciascuna con un proprio spazio per presentare vigne, vini e storia aziendale: Bava, Benefizio di Cocconito, Cantina Nicola, Giulio Cocchi Spumanti, Maciot, Marovè, Paoletti e Poggio Ridente.
La Barbera d’Asti rappresenterà naturalmente uno dei riferimenti principali della degustazione: un vino profondamente legato alla storia viticola del territorio. Accanto ad essa sarà possibile conoscere altre espressioni da vitigni autoctoni e interessanti selezioni di vini bianchi, favoriti dalle particolari condizioni pedoclimatiche delle colline di Cocconato. Alle aziende del territorio si affiancherà un ampio gruppo di cantine ospiti provenienti da diverse zone del Piemonte: nel complesso, saranno dunque oltre 25 le cantine protagoniste lungo il percorso della manifestazione. I PRODOTTI TIPICI E I SAPORI DEL TERRITORIO Cocco…Wine conferma il forte legame fra vino e gastronomia. Lungo il percorso troveranno spazio specialità e prodotti tipici, con la presenza di realtà del territorio e artigiani del gusto: dalla Robiola di Cocconato ai salumi, dai formaggi alla nocciola, fino ai dolci e ad altre proposte gastronomiche. Saranno presenti, tra gli altri, Cascina Rosengana – Gelà Monfrà, Cocconato Bellebuono – Combriccola Marchetti, Prunotto Salumi, Agricola Rocca, Salumeria Ferrero, Stella Alpina e Sandra Battista.
Un percorso che conferma la storica vocazione di Cocconato alla gastronomia di qualità e alla ristorazione. LE ISOLE DEL VINO: DALLA CALABRIA ALLA GEORGIA E AI BALCANI Tornano anche nel 2026 le “Isole del Vino”, una delle caratteristiche che negli anni hanno contribuito a definire l’identità di Cocco…Wine. Nate nel segno dell’apertura e del confronto, arricchiscono il banco d’assaggio con temi enologici dedicati ad altre aree produttive, offrendo agli enoappassionati l’opportunità di ampliare il percorso di degustazione oltre i confini piemontesi. Due i temi scelti per questa XXV edizione: la prima Isola sarà dedicata ai vini della Calabria, attraverso una speciale Enoteca pensata per raccontare la viticoltura regionale nel suo complesso: le numerose varietà, le differenti aree di produzione e territori che vantano un’antica tradizione legata alla vite. La seconda isola allargherà ulteriormente lo sguardo verso Est, con un percorso fra Georgia, Moldavia e l’area dei Balcani e dell’Europa Sud-Orientale. In degustazione vini provenienti da differenti Paesi, fra cui Moldavia, Albania, Slovenia, Bulgaria e Grecia, per una proposta che mette al centro territori, vitigni e culture del vino da conoscere e confrontare. “CAMMINA IL BORGO”: VINO, PAESAGGIO E CULTURA È confermata anche per questa edizione l’iniziativa “Cammina il Borgo di Cocconato”, nata per invitare il pubblico a non vivere Cocco…Wine soltanto attraverso il calice, ma anche attraverso la scoperta del paese. Una passeggiata nel centro storico consentirà di conoscere scorci, edifici, paesaggi e testimonianze della storia locale, valorizzando l’identità di Cocconato e il rapporto fra il borgo e le colline che lo circondano. Un modo per unire la degustazione all’esperienza del territorio e per sottolineare ancora di più la dimensione turistica della manifestazione. DOMENICA 6 SETTEMBRE, UNA NOVITÀ SPECIALE: IL TRENO STORICO CENTOPORTE Una delle novità più significative dell’edizione 2026 riguarda la giornata di domenica 6 settembre. Sarà infatti possibile raggiungere Cocco…Wine a bordo di un affascinante Treno Storico Centoporte, con partenza da Torino Porta Nuova e fermate a Moncalieri e Asti, per vivere la manifestazione attraverso un’esperienza che unirà viaggio, paesaggio, vino e scoperta del Monferrato. La proposta è pensata per chi desidera lasciare l’auto a casa e trasformare la giornata a Cocco…Wine in un vero itinerario: il viaggio sul convoglio storico, l’arrivo nel borgo, il percorso di degustazione e l’incontro con cantine e produttori.
La quota prevista è di € 48 a persona e di € 25 per i minori e comprende il viaggio sul Treno Storico Centoporte, la partecipazione a Cocco…Wine e una speciale Card Riviera del Monferrato, con sconti e promozioni riservate ai partecipanti per tornare successivamente sul territorio presso cantine, agriturismi, ristoranti, produttori tipici e artigiani del gusto. Per i primi 100 partecipanti che prenoteranno il pacchetto è inoltre previsto un buono da € 5, utilizzabile per l’acquisto di vino presso le cantine presenti alla manifestazione. VENERDÌ 4 SETTEMBRE: IL RIVIERA MONFERRATO DAY ED IL SALOTTO DI COCCO…WINE La manifestazione sarà anticipata venerdì 4 settembre da una giornata riservata alla stampa ed agli operatori per presentare il nuovo progetto “Riviera del Monferrato”, nato a inizio 2026 dall’incontro fra i territori di Albugnano e Cocconato. Con il coordinamento della Enoteca Regionale di Albugnano sarà così promossa una giornata di incontri e degustazioni, fra i nebbiolo di Albugnano (mattino) e la Barbera d’Asti di Cocconato (tardo pomeriggio).
Alle ore 20.00 a Cocconato, presso il Ristorante Cannon d’Oro e secondo tradizione, si terrà invece “Il Salotto di Cocco…Wine”, appuntamento dedicato alla tavola, ai sapori e ai vini di Cocconato. Un momento conviviale aperto anche al pubblico che precede il fine settimana di degustazioni nel centro storico. IL PROGRAMMA IN SINTESI Venerdì 4 settembre – Anteprima con il Riviera Monferrato Day
Dalle 11:00: giornata di degustazioni e visite tra Albugnano e Cocconato nella Riviera del Monferrato. Iniziativa riservata a Stampa e Ho.Re.Ca. (eventi@gowinet.it)
Ore 20.00: “Il Salotto di Cocco…Wine” presso il Ristorante Cannon d’Oro. Sabato 5 settembre – dalle ore 16 alle 24
Apertura del banco d’assaggio nel centro storico con le cantine di Cocconato e del Monferrato, le cantine ospiti, le Isole del Vino e gli stand gastronomici.
Nel programma anche degustazioni di approfondimento e l’iniziativa “Cammina il Borgo”. Domenica 6 settembre – dalle ore 11 alle 19
Cocco…Wine per tutta la giornata con banco d’assaggio, cantine, prodotti tipici, Isole del Vino, degustazioni di approfondimento e “Cammina il Borgo”.
Nella stessa giornata sarà attivo il progetto speciale del Treno Storico Centoporte.
Ore 16.00: Degustazione guidata Barbera d’Asti e Nocciola COME DEGUSTARE Il costo della degustazione per le giornate di sabato 5 e domenica 6 settembre è di € 18,00.
È prevista una tariffa ridotta a € 15,00 acquistando online il biglietto entro il 4 settembre e una quota di € 13,00 per i Soci Go Wine e le Associazioni di Settore.
Al punto accredito ogni partecipante riceverà il calice in vetro, la taschina, il braccialetto e un carnet con 8 buoni degustazione, di cui 2 riservati alle Isole del Vino.
Ogni buono consentirà un assaggio. Chi desidererà proseguire il percorso potrà acquistare durante la manifestazione un ulteriore carnet al costo promozionale di € 10,00. Prenotazioni e acquisto biglietti online sul nostro sito internet (pagamento tramite carte di credito) al link: https://www.gowinet.it/evento/cocco-wine-2026-5-e-6-settembre-2026/ Per info: Go Wine – Alba tel. 0173 364631 stampa.eventi@gowinet.it – www.gowinet.it La Redazione
Leggi
La Barbera d’Asti rappresenterà naturalmente uno dei riferimenti principali della degustazione: un vino profondamente legato alla storia viticola del territorio. Accanto ad essa sarà possibile conoscere altre espressioni da vitigni autoctoni e interessanti selezioni di vini bianchi, favoriti dalle particolari condizioni pedoclimatiche delle colline di Cocconato. Alle aziende del territorio si affiancherà un ampio gruppo di cantine ospiti provenienti da diverse zone del Piemonte: nel complesso, saranno dunque oltre 25 le cantine protagoniste lungo il percorso della manifestazione. I PRODOTTI TIPICI E I SAPORI DEL TERRITORIO Cocco…Wine conferma il forte legame fra vino e gastronomia. Lungo il percorso troveranno spazio specialità e prodotti tipici, con la presenza di realtà del territorio e artigiani del gusto: dalla Robiola di Cocconato ai salumi, dai formaggi alla nocciola, fino ai dolci e ad altre proposte gastronomiche. Saranno presenti, tra gli altri, Cascina Rosengana – Gelà Monfrà, Cocconato Bellebuono – Combriccola Marchetti, Prunotto Salumi, Agricola Rocca, Salumeria Ferrero, Stella Alpina e Sandra Battista.
Un percorso che conferma la storica vocazione di Cocconato alla gastronomia di qualità e alla ristorazione. LE ISOLE DEL VINO: DALLA CALABRIA ALLA GEORGIA E AI BALCANI Tornano anche nel 2026 le “Isole del Vino”, una delle caratteristiche che negli anni hanno contribuito a definire l’identità di Cocco…Wine. Nate nel segno dell’apertura e del confronto, arricchiscono il banco d’assaggio con temi enologici dedicati ad altre aree produttive, offrendo agli enoappassionati l’opportunità di ampliare il percorso di degustazione oltre i confini piemontesi. Due i temi scelti per questa XXV edizione: la prima Isola sarà dedicata ai vini della Calabria, attraverso una speciale Enoteca pensata per raccontare la viticoltura regionale nel suo complesso: le numerose varietà, le differenti aree di produzione e territori che vantano un’antica tradizione legata alla vite. La seconda isola allargherà ulteriormente lo sguardo verso Est, con un percorso fra Georgia, Moldavia e l’area dei Balcani e dell’Europa Sud-Orientale. In degustazione vini provenienti da differenti Paesi, fra cui Moldavia, Albania, Slovenia, Bulgaria e Grecia, per una proposta che mette al centro territori, vitigni e culture del vino da conoscere e confrontare. “CAMMINA IL BORGO”: VINO, PAESAGGIO E CULTURA È confermata anche per questa edizione l’iniziativa “Cammina il Borgo di Cocconato”, nata per invitare il pubblico a non vivere Cocco…Wine soltanto attraverso il calice, ma anche attraverso la scoperta del paese. Una passeggiata nel centro storico consentirà di conoscere scorci, edifici, paesaggi e testimonianze della storia locale, valorizzando l’identità di Cocconato e il rapporto fra il borgo e le colline che lo circondano. Un modo per unire la degustazione all’esperienza del territorio e per sottolineare ancora di più la dimensione turistica della manifestazione. DOMENICA 6 SETTEMBRE, UNA NOVITÀ SPECIALE: IL TRENO STORICO CENTOPORTE Una delle novità più significative dell’edizione 2026 riguarda la giornata di domenica 6 settembre. Sarà infatti possibile raggiungere Cocco…Wine a bordo di un affascinante Treno Storico Centoporte, con partenza da Torino Porta Nuova e fermate a Moncalieri e Asti, per vivere la manifestazione attraverso un’esperienza che unirà viaggio, paesaggio, vino e scoperta del Monferrato. La proposta è pensata per chi desidera lasciare l’auto a casa e trasformare la giornata a Cocco…Wine in un vero itinerario: il viaggio sul convoglio storico, l’arrivo nel borgo, il percorso di degustazione e l’incontro con cantine e produttori.
La quota prevista è di € 48 a persona e di € 25 per i minori e comprende il viaggio sul Treno Storico Centoporte, la partecipazione a Cocco…Wine e una speciale Card Riviera del Monferrato, con sconti e promozioni riservate ai partecipanti per tornare successivamente sul territorio presso cantine, agriturismi, ristoranti, produttori tipici e artigiani del gusto. Per i primi 100 partecipanti che prenoteranno il pacchetto è inoltre previsto un buono da € 5, utilizzabile per l’acquisto di vino presso le cantine presenti alla manifestazione. VENERDÌ 4 SETTEMBRE: IL RIVIERA MONFERRATO DAY ED IL SALOTTO DI COCCO…WINE La manifestazione sarà anticipata venerdì 4 settembre da una giornata riservata alla stampa ed agli operatori per presentare il nuovo progetto “Riviera del Monferrato”, nato a inizio 2026 dall’incontro fra i territori di Albugnano e Cocconato. Con il coordinamento della Enoteca Regionale di Albugnano sarà così promossa una giornata di incontri e degustazioni, fra i nebbiolo di Albugnano (mattino) e la Barbera d’Asti di Cocconato (tardo pomeriggio).
Alle ore 20.00 a Cocconato, presso il Ristorante Cannon d’Oro e secondo tradizione, si terrà invece “Il Salotto di Cocco…Wine”, appuntamento dedicato alla tavola, ai sapori e ai vini di Cocconato. Un momento conviviale aperto anche al pubblico che precede il fine settimana di degustazioni nel centro storico. IL PROGRAMMA IN SINTESI Venerdì 4 settembre – Anteprima con il Riviera Monferrato Day
Dalle 11:00: giornata di degustazioni e visite tra Albugnano e Cocconato nella Riviera del Monferrato. Iniziativa riservata a Stampa e Ho.Re.Ca. (eventi@gowinet.it)
Ore 20.00: “Il Salotto di Cocco…Wine” presso il Ristorante Cannon d’Oro. Sabato 5 settembre – dalle ore 16 alle 24
Apertura del banco d’assaggio nel centro storico con le cantine di Cocconato e del Monferrato, le cantine ospiti, le Isole del Vino e gli stand gastronomici.
Nel programma anche degustazioni di approfondimento e l’iniziativa “Cammina il Borgo”. Domenica 6 settembre – dalle ore 11 alle 19
Cocco…Wine per tutta la giornata con banco d’assaggio, cantine, prodotti tipici, Isole del Vino, degustazioni di approfondimento e “Cammina il Borgo”.
Nella stessa giornata sarà attivo il progetto speciale del Treno Storico Centoporte.
Ore 16.00: Degustazione guidata Barbera d’Asti e Nocciola COME DEGUSTARE Il costo della degustazione per le giornate di sabato 5 e domenica 6 settembre è di € 18,00.
È prevista una tariffa ridotta a € 15,00 acquistando online il biglietto entro il 4 settembre e una quota di € 13,00 per i Soci Go Wine e le Associazioni di Settore.
Al punto accredito ogni partecipante riceverà il calice in vetro, la taschina, il braccialetto e un carnet con 8 buoni degustazione, di cui 2 riservati alle Isole del Vino.
Ogni buono consentirà un assaggio. Chi desidererà proseguire il percorso potrà acquistare durante la manifestazione un ulteriore carnet al costo promozionale di € 10,00. Prenotazioni e acquisto biglietti online sul nostro sito internet (pagamento tramite carte di credito) al link: https://www.gowinet.it/evento/cocco-wine-2026-5-e-6-settembre-2026/ Per info: Go Wine – Alba tel. 0173 364631 stampa.eventi@gowinet.it – www.gowinet.it La Redazione
27 Agosto, 2026
FAUSTO ZAZZARA. Il ritmo della terra.
IL COSA E IL DOVE
Agosto, mare, caldo cattivo anche sulle spiagge abruzzesi…
Dunque nessuna scusa migliore per cercare rifugio nel sottosuolo di Tocco da Casauria, dove la Majella sembra toccare il cielo e nelle sue radici l’uomo ha scavato grotte che attraversano il paese e la storia.
È qui che Fausto Zazzara, Archimede pitagorico della bollicina abruzzese, coltiva il suo sogno raccontando come l’incontro di un’idea con la bravura di chi sa possa realizzare sogni che indicano strade che, forse, mai ci si sarebbe immaginati di imboccare.
Cavaliere senza macchia, in sella al suo APE bianco, sposta l’effervescenza segregata in bottiglia attraverso un dedalo di viuzze portando alla luce quanto custodito a lungo nel buio consegnandolo a chi ne voglia gioire, in un abito che è mappa del tesoro.
L’INGEGNERE DELLE BOLLICINE.
Tocco da Casauria è un francobollo d’Abruzzo vicino alle gole di Popoli, sui pendii della Val Pescara, dentro il Parco Nazionale della Majella.
Qui il tempo non scorre in linea retta ma si annoda tra le pagine del Chronicon Casauriense, redatto in latino alla fine del XII secolo dal monaco benedettino Giovanni Berardi, e le pietre dure di un sottosuolo che respira.
“Tanta è la ricchezza di frutti che alla vista questa terra sembra sia veramente un paradiso”.
Così scriveva Berardi, e da quella ricchezza nacque il nome stesso: Casa Aurea, Casauria, un luogo storicamente vocato alla vite, in particolare al Montepulciano, tanto da essere dal 2006 sottozona della Doc Montepulciano d’Abruzzo e oggi, finalmente, DOCG riconosciuta.
Accanto alla vite, l’olivo della Toccolana e le erbe che il farmacista locale Beniamino Toro pensò bene di infilare in quel medicamento cui, nel 1817, diede il nome di Centerba, completano il trittico di un territorio che non ha mai smesso di generare identità.
È in questo teatro di Storia e di pietra che Fausto Zazzara, classe 1953, ingegnere civile e imprenditore edile, è stato “fulminato sulla via di Damasco” e, a sessant’anni, ha capito che quello che prima era solo un passatempo cominciava a chiedere il conto.
Mercato e profitto erano parole sconosciute ma Curiosità e Qualità erano tarli, gocce cinesi e “bollicine” un’impellenza.
Non le bollicine di tutti i giorni, ma quelle lente, quelle che chiedono tempo, silenzio e una certa dose di ostinazione.
Sapere e coscienza gli hanno fatto capire che, prima ancora di confrontarsi con il mercato, doveva trovare una strada, imboccarla, percorrerla, farla propria.
Non una scorciatoia, non un’imitazione, non una moda.
Una strada propria.
Quella di un Metodo Classico abruzzese affinato nel silenzio umido e costante delle grotte seicentesche di Tocco da Casauria, tra i 10 e i 18 gradi naturali, dove le bottiglie riposano per 24, 36, 48, 60 mesi e oltre, come in un ritiro spirituale fatto di lieviti e tempo.
Un dedalo di grotte naturali e gallerie scavate dall’uomo, di ambienti sparsi nel centro storico, costituisce oggi una vera e propria “cantina diffusa” collegata dallo shinkansen di una ”APE Bolla” che non potrebbe essere altro in questa storia.
È in questo puzzle di ambienti che Fausto si clona divenendo “uno e cinquino”, druido che esegue ogni operazione di rifermentazione in bottiglia, dal remuage sulle pupitres al dégorgement, al confezionamento, con attrezzature di cui è inventore e realizzatore (sennò che ingegnere sarebbe).
Porta le bottiglie, controlla ogni fase, completa la sboccatura, dosa, tappa…
Guanti bianchi perché nessuna impronta deve sporcare il racconto del Territorio affidato a ognuna di quelle bottiglie che finiscono poi per venire vestite da una velina disegnata da lui stesso, con la mappa della cantina diffusa e il racconto del percorso.
Niente è lasciato al caso.
Fausto è stilista delle bollicine, sarto haute couture che sceglie stoffe, taglia, cuce, rifinisce.
Ma è anche artigiano, totale.
L’appellativo gli sta addosso come una seconda pelle.
Ha iniziato con microproduzioni di 50-60 bottiglie da condividere con gli amici.
Poi sono arrivati il diploma da Sommelier, gli incoraggiamenti, la formalizzazione della collaborazione con la Cantina Sociale Progresso Agricolo di Crecchio, realtà cooperativa storica del 1962 (cinquecento soci, duemila ettari vitati e trecentomila ettolitri di vino, bianco per il 75%), i registri “bollati” nel giorno del suo sessantesimo compleanno, la costituzione di una società nel 2018, una produzione che, dalle poche centinaia di bottiglie passa alle circa dodicimila attuali, l’incontro della sua “intuizione” con la bravura di professionisti del calibro di Matteo Fortunato e Giulio Vecchio…
Le basi arrivano da lì: Pecorino, Cococciola e Chardonnay per i bianchi, Montepulciano in purezza per il rosé.
Tre le tipologie di Metodo Classico: un Brut e un Pas Dosé da assemblaggio, e un Brut Rosé, ognuna declinata in diverse soste sui lieviti.
“MAJGUAL” resta il nome riservato alle versioni più pazienti, quelle “mai uguali” a sé stesse perché figlie di un’evoluzione che rifugge le ricette, il resto porta il suo nome, il nome di chi è ben consapevole di cosa sta offrendo.
Da Fausto la soddisfazione non è di casa.
La sua è una ricerca che non si ferma alla bottiglia già pronta.
Ogni annata è un nuovo confronto, ogni cuvée un’evoluzione.
La mente resta in fermento, come i lieviti nelle grotte.
Una insoddisfazione che non è tormento ma motore che spinge avanti.
A Tocco da Casauria, sotto la Majella, le bollicine non dormono, riposano nella pietra, aspettano.
E chi ha la pazienza di ascoltarle scopre che il tempo, quando è trattato con rispetto, restituisce sempre qualcosa di più di una semplice bollicina: un pezzo di quel paradiso che il monaco Berardi aveva già descritto otto secoli fa.
I VINI
Mica tutti (che sboccature e affinamenti sono parametri dalle infinite combinazioni e qui, lo spazio è quello che è.
Però treesolotre ve li racconto a parole mie, invitandoVi però a provarli di persona, ché “MAJGUAL” vale anche per le emozioni che ogni singolo vino riesce a trasmettrere.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT 48 MESI: il calice è animato dalla danza ininterrotta delle bollicine, sabba che trasporta ginestra e biancospino intrecciandone le sensazioni con l’agrumato sottofondo di limone candito e pompelmo giallo.
Poi l’intrigo di quella nota iodata, marina direi, fusa, solidale alle amaritudini aromatiche di timo e maggiorana.
In bocca è decisa la sapidità minerale che rimanda immediatamente alla fatica di cui sono intrise le grotte di Tocco.
Il massaggio delle bollicine esalta un Brut che vive dell’equilibrio sottile tra l’accennata morbidezza e l’importante spalla acida, comandando un sorso che si allunga in un finale nel quale i ritorni d’agrume fanno l’occhiolino all’amaricante sussurro di una mandorla amara che suggerisce di riempire ancora il bicchiere.
Complesso senza essere complicato, nasconde una profondità inattesa sotto la contagiosa vitalità di un Abruzzo che qui smette i panni della rusticità per indossare quelli di una orgogliosa eleganza contadina.
86++ Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT ROSÉ 36 MESI: in principio un po’ restio a concedersi, arriva poi al naso con la gentilezza dei frutti di bosco, ribes e fragolina a precedere un filo di amarena ancora croccante, il graffio selvatico della rosa canina e quella sottile nota vegetale che ricorda le erbe di montagna roride di pioggia.
Poi, quasi di sfuggita, qualcosa di iodato, e una mineralità cupa che parla di grotta e tempo trascorso.
Certo non un rosato “facile”, lontano dalla banalità di un aperitivo, tignoso nel richiederVi anche più di un secondo di attenzione.
Il sorso è materico e definito, sorretto da una effervescenza cremosa ma decisa ad attirare attenzione.
La mineralità è decisa, abruzzese, sostenuta da un’acidità vivace che non stanca e, in coda, torna il frutto, più maturo e succoso che pria, ma sempre tenuto per mano da una leggera vena tannica che, se da una parte è morso e briglia, dall’altra scioglie le redini al ricordo di un Montepulciano che non ci sta a essere dimenticato.
Un sorso bilanciato, di consona lunghezza, con un finale che è scia balsamico-salina a separare dalla banalità dei frutti rossi.
Niente opulenza, appena austero, “MAJGUAL” in pectore ma forse con la necessità di essere un po’ “ugual”.
87–Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “MAJGUAL” 60 MESI: da un gesto ostinato un vino che, nel silenzio, racconta un luogo diventandolo.
Nessun dosaggio.
Solo il vino, i lieviti e il tempo…lungo.
Niente zucchero a consolare, nessun maquillage, solo nuda materia.
L’effervescenza è ricamo sottile, la complessità tombolo tessuto a pazienza che srotola un racconto schivando inutili colpi di scena.
L’arachide sorprende, la nocciola rassicura, tostature che sono mani che stringono i fianchi e possiedono.
Cedro, arancia e un ché di bergamotto sono invece brividi, unghie di freschezza su una schiena altrimenti morbida e candita.
Lo spazio dei lieviti è compreso tra lo scrocchiare della crosta di pane e i cristalli di sale di una pizza romana che forse allontana dal luogo.
Gesso, arenaria, pietra pomice, un appena idrocarburico che con il luogo ha un geologico a che fare…questo il plot minerale che precede lo schiaffo della mela Granny Smith e il brivido del finocchietto selvatico.
Profondo l’olfatto quanto severo il sorso.
Secco, teso, baionetta fresco-sapida forse troppo affilata per una struttura che presta un po’ il fianco ricercando la precisione con eccessiva “troppitudine”.
Tutto minerale lo sviluppo gustativo, a sottolineare la ruvidità del salgemma e lasciare poco spazio ai ricordi di frutta secca.
Sessanta mesi di grotta ammorbidirebbero qualsiasi abate Faria ma questa bottiglia è Jean Valjean (e la sua acredine).
88+ Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a Fausto per la squisita ospitalità e per il tempo che mi ha voluto dedicare.
È stata una mattinata istruttiva e ricca di spunti di approfondimento, una mattinata in cui i protagonisti sono stati il tempo e un uomo che non ha avuto paura di sfidarlo, un uomo che in quel tempo ha trovato un amico e un alleato, un compagno di avventure per realizzare un sogno.
“MAJGUAL” è un esperimento che esperimento non è più, una cresta affilata percorsa inizialmente con prudenza e titubanza divenuta oggi strada maestra verso la Qualità
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
Leggi
26 Agosto, 2026
Marchesi Pancrazi. La terra ha già deciso per noi
Arrivo a Bagnolo di buon mattino, con qualche appunto in tasca, il ricordo di quello che ho già degustato in svariate occasioni e la certezza di trovarmi finalmente in un posto fuori dal comune. Il vialetto di cipressi, il Monte Ferrato che sovrasta verde e silenzioso, i muri antichi che respirano storia e la magnifica Villa di Bagnolo ti accoglie prima ancora che tu bussi.
Ad aspettarmi non c’è solo il Marchese Giuseppe Pancrazi. Con lui c’è Francesca Buti che conoscevo già. È lei che segue le degustazioni, coordina la vendita diretta e presenta i vini nelle manifestazioni. Grande professionalità, grande gentilezza che è la perfetta combinazione che trasforma una visita in un’esperienza. Il marchese apre la conversazione, Francesca completa, integra, aggiunge. Si capisce subito che questa è un’azienda di persone prima ancora che di vino.
La Villa: una casa prima che una cantina
La Villa di Bagnolo non è una cantina con annessa abitazione: è una dimora storica che ha sempre tenuto il vino al suo interno come ha tenuto tutto il resto. Il grano, l’olio, gli animali, la gente che ci lavorava. Costruita tra il XVI e il XVII secolo dalla nobile famiglia fiorentina degli Strozzi, Principi e Duchi di Bagnolo, aveva una sua precisa organizzazione. Quella struttura si legge ancora oggi, stanza dopo stanza.
Il blocco principale segue la logica delle grandi fattorie toscane. Al piano terra: la cucina, grande come si conveniva a una casa che sfamava decine di persone, dotata di un passavivande per mandare i piatti al piano superiore, il piano nobile. Era li che il padrone pranzava lontano dal fumo e dai rumori. Una gerarchia verticale, letterale e simbolica. Sempre al piano terra: la sala del vice fattore, dove i conti della fattoria venivano messi in riga con la precisione del tempo; la sala del fattore, dove i mezzadri si presentavano per ricevere la loro parte; la sala dell’olio, ancora oggi custode dell’oro verde della tenuta; la sala delle botti, che ha attraversato i secoli cambiando solo in parte il suo contenuto. Oggi vi convivono le vasche in cemento per la vinificazione e le vecchie tonneaux, fianco a fianco come se il tempo avesse trovato un accordo con sé stesso.
L’ex stalla, dove un tempo vivevano tori e cavalli con il fienile sopra, oggi ospita le bottiglie pronte per la vendita. L’ex frantoio è diventato deposito di vino imbottigliato.
La limonaia, la usiamo ancora oggi.
Scendendo al piano interrato troviamo la vera cantina con le barriques e i vini in affinamento. Il silenzio è incredibile, la temperatura perfetta senza bisogno di impianti. Risalendo al piano superiore, le stanze private e il salone di rappresentanza, che conserva tutta la sua dignità antica. Essere stati sempre casa di famiglia ha preservato qualcosa di irripetibile.
Marchese, questa villa è rimasta sempre una casa privata. Non ci ha mai tentato l’idea di convertirla in albergo?
No, mai. Qui è la “casa di famiglia”, non un prodotto da vendere. Il fatto che sia rimasta sempre in famiglia ha consentito di conservare l’identità storica che altrove si va perdendo. E quella identità si sente anche nel vino.
La sicurezza sul lavoro, già negli anni Cinquanta
In una delle sale, appese alle pareti, ci sono delle illustrazioni. Tavole grafiche degli anni Cinquanta e Sessanta, disegnate con uno stile diretto, quasi didascalico, pensate per essere capite a colpo d’occhio. I titoli la dicono lunga: Prudenza dell’agricoltore, Agricoltori, la morte in agguato.
Le istruzioni sono precise e concrete: come si conduce un toro tenendolo per l’anello al naso, unico modo per tenerlo calmo e ridurre il rischio; come si porta una falce senza mettere in pericolo chi ti cammina accanto; come ci si siede su un carro per non cadere; come si lavora su una scala in sicurezza. Tutto illustrato, senza testo: perché l’alfabetizzazione, all’epoca, non era quella di oggi, e un disegno arrivava dove le parole non sempre riuscivano.
La sicurezza sul lavoro è un tema quanto mai attuale: la cronaca ce lo ricorda continuamente, con i numeri dolorosi degli infortuni e delle morti bianche. Vedere questi manifesti in una cantina storica è un segnale piccolo ma preciso: quella che oggi chiamiamo cultura della prevenzione qui era già presente settant’anni fa, appesa a un muro, visibile a chiunque lavorasse in questa tenuta. I vecchi proprietari, gli Strozzi, e poi i nuovi, i Pancrazi, hanno sempre sentito questo come un dovere. Non una norma da rispettare: un valore.
Francesca, quelle tavole sulla sicurezza mi hanno colpito molto. Come mai sono ancora lì?
Sono lì perché fanno parte di questa casa. Quando sei in un posto vissuto davvero, non buttare via nulla che racconta chi eri. E poi, ogni volta che le guardo, mi ricordo che certe attenzioni non sono un’invenzione recente. Li trovo bellissimi, anche esteticamente. Sono diretti, efficaci, onesti. Come dovrebbe essere sempre la comunicazione sulla sicurezza.
Un errore felice: come nasce il primo Pinot Nero toscano
La storia di questa azienda inizia con uno sbaglio. Negli anni Settanta, quando la tenuta passa dagli Strozzi (l’ultima rappresentante della famiglia era scomparsa nel 1965 senza eredi) alla famiglia Pancrazi, Vittorio Pancrazi decide di reimpiantare le vigne. Ordina Sangiovese. Il vivaista porta barbatelle di Pinot Nero.
Per anni nessuno se ne accorge. La vigna produce grappoli piccoli, matura in anticipo, ha un’aria da malata. Cambiamola, dicono in molti. Facciamo un bianco, qualcosa di diverso. Poi torna dalla Francia Nicolò D’Afflitto, giovane enologo amico di famiglia, formato in Borgogna. Lo guarda, lo riconosce al volo: Questo non è Sangiovese. È Pinot Nero. E, tra l’altro, viene bene.
Da quel momento tutto cambia. Si tratta la vigna come Pinot Nero in vigna e in cantina. Nel 1989, con un’annata eccezionale, arriva la prima bottiglia. I Pancrazi diventano i primi produttori di Pinot Nero in Toscana. Una primazia nata per caso, custodita con talento.
Se il vivaista non avesse sbagliato, oggi cosa ci sarebbe qui? Un altro Sangiovese?
Probabilmente sì. O qualcosa di normale. E invece ogni tanto mi viene da pensare che quell’errore non fosse poi così casuale – come se la terra avesse già deciso per noi, e il vivaista fosse solo lo strumento. Mio zio ordinava Sangiovese, ma questo posto voleva altro. Il Pinot Nero è elegante ed esigente, va trattato coi guanti bianchi. Però quando trova il posto giusto, ripaga con qualcosa che non puoi spiegare a parole. Qui ha trovato il suo posto.
Il terroir: tre ragioni per cui il Pinot Nero si trova bene qui
Non è solo fortuna, e nemmeno solo bravura. Con il tempo è diventato chiaro perché proprio a Bagnolo il Pinot Nero riesca dove altrove in Toscana fatica. Tre fattori concorrono a creare le condizioni ideali per questo vitigno capriccioso.
La pietra serpentina. Siamo ai piedi del Monte Ferrato, dove affiorano rocce di serpentino con caratteristici riflessi verdi. Il terreno argilloso e ricco di ferro, trasferisce ai vini una mineralità netta e riconoscibile – una firma che si sente al naso e in bocca.
L’escursione termica. La posizione ai piedi dell’Appennino fa sì che d’estate, verso le nove di sera, arrivi una corrente fresca che abbassa sensibilmente la temperatura. Questo contrasto tra il caldo del giorno e il fresco della notte rallenta la maturazione, preserva acidità e complessità aromatica. Qualità indispensabili nel Pinot Nero.
L’umidità del suolo. Non è un caso che il luogo si chiami Bagnolo: c’è acqua a pochi metri di profondità, e quell’umidità costante crea un microclima che il Pinot Nero apprezza. Anche questo non si compra e non si costruisce.
Cinque ettari sembra poco. Come si giustifica economicamente una scelta così piccola?
Con cinque ettari di Pinot Nero, o fai qualcosa di particolare o non stai in piedi. Non puoi competere sul volume. Devi competere sulla qualità, sulla storia, sull’identità. Noi produciamo 25.000 bottiglie l’anno: non molte, ma ogni bottiglia ha un motivo per esistere. E il Pinot Nero è un vitigno che ama i posti piccoli. In Borgogna i cru migliori sono appezzamenti minuscoli. Non è un caso.
I cloni: la scienza serve la terra
Una volta riconosciuto il potenziale del luogo, la famiglia ha fatto una scelta precisa: non coltivare un Pinot Nero qualsiasi, ma trovare i cloni di origine francese più adatti a questo specifico terroir. La vigna originale era un mistero e nessuno sapeva con certezza quali cloni il vivaista avesse portato. Così Nicolò D’Afflitto propose una vigna sperimentale con 13 cloni diversi, seguita da micro-vinificazioni per ciascuno. L’obiettivo: lasciare che fosse la terra a parlare.
Il risultato di quel lungo lavoro è alla base dei quattro vini prodotti oggi. Monte Ferrato nasce da due cloni (113 e 114); Villa di Bagnolo ne assembla sette (113, 115, 114, 666, 777 e 943); Vigna Baragazza è il clone 777 in purezza. Ogni vino è quindi l’espressione di una selezione specifica, calibrata su quella parcella, quell’altitudine, quella combinazione di sole e pietra.
In cantina, rinnovata nel 2021, le uve arrivano in cassette dalla vendemmia manuale, vengono diraspate senza pigiatura – i chicchi restano intatti – e fermentano in piccole vasche di cemento da 31 ettolitri. Separatamente, clone per clone. L’affinamento avviene in barriques di rovere francese a grana fine, con tostatura leggera o media: legno che accompagna, non che prevarica. Le vinacce vanno a una distilleria vicentina per la Grappa di Pinot Nero.
Perché il cemento e non l’acciaio per la fermentazione?
Il cemento è un materiale vivo. Respira in modo diverso dall’acciaio, mantiene le temperature in modo più naturale, ha una sua micro-porosità che interagisce con il vino. Abbiamo sostituito le vecchie vasche di acciaio nel 2021 con vasche di cemento nuove, fatte da Nico Velo di Vicenza: sono piccole apposta, 31 ettolitri, per vinificare separatamente ogni clone. È un lavoro in più, ma è l’unico modo per esprimere al meglio il potenziale di ciascun clone.
I quattro vini: parcella per parcella, la grappa e l’olio.
Il Pinot Nero (Pinot Noir) è considerato tra i più nobili, complessi ed eleganti vitigni a bacca rossa al mondo, ma è anche tra i più difficili e delicati da coltivare. Originario della Borgogna, deve il suo nome alla forma caratteristica del grappolo, compatto e serrato, che ricorda una pigna (pin in francese). La buccia degli acini è sottile e con pochi pigmenti. Ricca di tannini ma povera di antociani (i pigmenti responsabili del colore nei vini rossi). Il grappolo è notevolmente compatto.
Germoglia e matura presto ed è un vitigno geneticamente instabile e altamente mutabile (ha generato per mutazione il Pinot Bianco e il Pinot Grigio) che riflette in modo chirurgico la composizione del suolo, il microclima e le decisioni della cantina.
L’affinamento in legno predilige botti di rovere francese di medio-piccolo taglio con tostature contenute per non sovrastare i profumi primari.
L’abbinamento gastronomico del Pinot Nero si fonda sull’equilibrio tra la sua struttura elegante, la trama tannica setosa e la spiccata freschezza. Non tollera piatti con eccessi di grasso bruciato o speziature prevaricanti, ma esalta le preparazioni dotate di succulenza, untuosità e complessità aromatica.
Pinot Nero Monte Ferrato 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113 e 114 – reimpiantati nel 2011 – affinamento 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio
La vigna d’origine, quella del celebre errore. Terreno argilloso e ricco di ferro ai piedi del Monte Ferrato. Il legno usato per l’affinamento è volutamente “maturo” – barrique di terzo e quarto passaggio – per non sovrastare la delicatezza del Pinot Nero ma accompagnarlo con discrezione.
La vinificazione e il successivo affinamento di 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio, conservano le caratteristiche organolettiche del pinot nero regalandoci nel contempo qualche nota di complessa.
Alla vista si presenta di un rosso rubino scarico, trasparente e luminoso, con piacevoli e tenui riflessi che passano rapidamente tra il rubino chiaro a quasi un rosato complesso.
Il naso ti avvolge velocemente con Frutti rossi croccanti (lampone, fragolina di bosco, ciliegia, ribes), accompagnati da spiccate note floreali di violetta e rosa canina.
La freschezza è sferzante, la trama tannica si fa sentire, ma resta setosa e vellutata, il corpo di medio peso si guadagna una buona persistenza al palato.
E’ perfettamente adatto a sgrassare con la sua succulenza e la sua freschezza e lo vedo egregiamente abbinato con una semplice pasta con un ragù di cortile, oppure con un antipasto a base di formaggi a crosta fiorita e salumi nobili non troppo speziati (Prosciutto S. Daniele), oppure ancora meglio con un filetto di maiale con pancetta, un trancio di salmone alla griglia, un coniglio in umido, e perché no, una zuppa di pesce con il pomodoro.
Pinot Nero Villa di Bagnolo 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113, 115, 114, 666, 777 e 943 – impianti 1989, 1994, 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio
Il vino più rappresentativo della tenuta. Vigne in prossimità del torrente Bagnolo, a 150 metri di altitudine, su terreno umido e ricco di serpentino. Sette cloni, tre impianti diversi, 18 mesi di legno: il risultato è la maggiore complessità del catalogo.
L’affinamento più importante in barrique di primo e secondo passaggio per 18 mesi si fa sentire alla vista, al naso e al palato.
Con l’affinamento la freschezza si integra in modo eccellente, i tannini vengono domati e il corredo aromatico vira verso il terziario.
Il rosso rubino trasparente diventa più carico e vira al quasi al granato. Esplode il sottobosco con la foglia secca, cuoio, fungo, tartufo, spezie e note ematiche eminerali.
La freschezza leggermente più timida, lascia spazio ad una trama tannica educata, ben addomesticata, e piacevolissima. Il corpo restituisce un peso nel complesso delicato che incanta. L’estrema persistenza lo rende delizioso.
Lo consiglio con la cacciagione, con un bel peposo dell’Impruneta, con un filetto di manzo ai funghi porcini, oppure con una semplice bruschetta con i funghi e uova al tartufo.
Pinot Nero Vigna Baragazza – Rosso Toscano IGT
Clone 777 in purezza – impianto 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio – produzione limitata
Il cru. Vigna nelle parcelle di maggiore altitudine, clone 777 selezionato in purezza per la sua capacità di esprimere potenza e raffinatezza insieme. Poche centinaia di bottiglie all’anno, talvolta prodotte anche in Magnum e Jeroboam. Non sempre disponibile: quando c’è, va cercato.
Alla vista si presenta granato compatto e profondo, di notevole concentrazione cromatica.
E’ elegante e austero. Domina il mirtillo sotto spirito, crème de cassis, petali di rosa appassita, humus di bosco. Sul fondo, sfumature terziarie quasi animali che raccontano carattere e maturità.
La freschezza è dinamica e incisiva. La trama tannica si fa sentire senza essere invadente, in perfetto equilibrio con l’alcol. Il finale è lungo, sapido, persistente: invita al sorso successivo anche a distanza di minuti.
Si sposa impeccabilmente con un brasato, con il tartufo nero, con il gorgonzola piccante stagionato.
Pinot Nero Rosé Villa di Bagnolo 2025 – Rosato Toscano IGT
Pinot Nero 100% – impianti 1989, 1994, 1999, 2011 – separazione dalle vinacce entro 12 ore – fermentazione in cemento, nessun legno
Un giovane rosato che non si scusa di essere tale. Pinot Nero in purezza, separazione rapida dalle bucce, nessun passaggio in legno: l’obiettivo è tutto il frutto e tutta la freschezza del vitigno, senza mediazioni.
La sua estrema eleganza mi ha conquistato immediatamente. E’ fresco, beverino, di buona ampiezza aromatica e di una raffinata freschezza.
Si presenta con una fantastica tonalità di rosa tenue (stile provenzale) quasi buccia di cipolla, con qualche bella rifrangenza ramata.
Dominano note di piccoli frutti rossi aciduli (fragolina di bosco, ribes rosso, melograno, lampone), agrumi freschi (pompelmo rosa, scorza d’arancia) e spunti floreali di rosa canina e peonia, arricchite da un sottofondo gessoso.
L’ingresso è teso e verticale, dominato da una freschezza citrina sferzante e da un’evidente sapidità con una struttura agile ma persistente.
La natura poliedrica del Pinot Nero rosé lo rende uno dei vini più versatili in tavola, capace di coprire dall’aperitivo a tutto il pasto.
E perfetto per crudi di mare (Tartare di salmone, scampi e gamberi rossi), tagliolini con verdure, oppure una semplice pasta al pomodoro fresco e basilico. Prosciutto crudo dolce, mozzarella di bufala campana, e perché no, anche piatti leggeri della cucina asiatica.
La “Grappa di Pinot Nero”
Non poteva mancare la grappa di Pinot Nero, egregia estensione delle vinacce del pinot di Bagnolo. Calda, avvolgente sincera. L’ideale per un fine pasto di spessore.
L’olio extra vergine: l’altro oro di Bagnolo
Sarebbe un errore uscire da Bagnolo senza parlare dell’olio. La tenuta conta circa 3.000 ulivi alle pendici del Monte Ferrato, coltivati nelle varietà tipiche toscane: Moraiolo, Frantoio, Leccino, Pendolino e Rossellino. La raccolta è manuale, le olive vengono riposte in piccole cassette, la frangitura a freddo avviene entro 12 ore dalla raccolta. Rigore artigianale, risultati eccellenti: l’olio dei Pancrazi ha ricevuto più volte il riconoscimento di Miglior Olio Extra Vergine d’Oliva della Provincia di Prato. Una conferma che l’attenzione con cui questa famiglia lavora non conosce eccezioni.
Riconoscimenti: una bacheca internazionale
I vini dei Marchesi Pancrazi sono seguiti con costanza dalle principali guide e riviste di settore, italiane e internazionali. I punteggi parlano chiaro.
James Suckling: Monte Ferrato 95 pt (2019) • Villa di Bagnolo 94 pt (2023) • Vigna Baragazza 94 pt (2018, 2022) • Rosé fino a 91 pt
Wine Enthusiast: Villa di Bagnolo 2016 – 95 pt • Vigna Baragazza 2016 – 92 pt • Monte Ferrato 2018 – 92 pt
Luca Maroni: Villa di Bagnolo 2022 – 95 pt • Vigna Baragazza 2021 – 94 pt • Rosé 2023 – 94 pt
Guida Vitae – AIS: Vigna Baragazza: 4 Viti per numerose annate (2015, 2016, 2018, 2019, 2021, 2022) • Monte Ferrato 2021 – 4 Viti
Gambero Rosso: Villa di Bagnolo: 2 Bicchieri in continuità per numerose annate • Monte Ferrato e Vigna Baragazza: 2 Bicchieri
Veronelli: Vigna Baragazza *** fino a 93 pt • Villa di Bagnolo *** fino a 92 pt
Decanter World Wine Awards: Villa di Bagnolo 2016 e 2018 – Gold
The Wine Hunter: Monte Ferrato 2022 – Gold • Villa di Bagnolo 2021 – Gold
I Rosati d’Italia – Rosa Rosati: Rosé Villa di Bagnolo: Rosa d’Oro con Gran Menzione (2025) • Rosa d’Oro (2022, 2023, 2024)
Prima di salutarci
Esco dalla Villa di Bagnolo con qualcosa in più di quello che speravo di trovare. Ho trovato un vino fuori dall’ordinario, certo – ma anche una storia che ha l’umiltà di riconoscere che le cose migliori, a volte, nascono senza essere cercate.
Cinque ettari, 25.000 bottiglie, quattro vini e un olio premiato. Sul mercato da trentasei anni, con punteggi che farebbero invidia a cantine di dimensioni tre volte superiori.
I Marchesi Pancrazi, sono la prova che in Italia, l’eccellenza si trova quando il territorio è quello giusto e le persone ci credono davvero.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi
25 Agosto, 2026
Zeta reticoli
The Only True Protest Is Beauty. È il messaggio che accoglie il visitatore a Palazzo Pisani Moretta, a Venezia, dove la Fondazione Dries Van Noten ha scelto di inaugurare il proprio percorso culturale ispirandosi alle parole dell’attivista Phil Ochs. In tempi complessi, la bellezza non è evasione, ma un gesto capace di provocare, emozionare e trasformare lo sguardo sul mondo. Una bellezza che nasce dal fare, dall’artigianato, dalla materia e dall’intelligenza umana.
La trasversatilità di questo pensiero si rispecchia perfettamente in quella che è oggi Valdobbiadene Superiore. Perché lì la bellezza non è costruita: è coltivata. Ogni filare segue la morfologia estrema delle colline, ogni vite racconta il dialogo secolare tra uomo e natura, ogni vendemmia rappresenta un atto di fiducia verso il tempo.
In questo paesaggio, riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO, la bellezza assume un significato profondo: diventa responsabilità. È la scelta quotidiana di preservare un territorio fragile, di lavorarlo con rispetto, di trasformare la fatica in armonia.
Tra le realtà che meglio interpretano questa filosofia emerge l’Azienda Vinicola Bortolin Angelo, dove il vino non è soltanto espressione del territorio, ma anche linguaggio identitario.
Non è casuale che il simbolo della cantina ci faccia ricordare Zeta Reticoli, il celebre sistema stellare binario della costellazione del Reticolo. Una scelta, una visione che va oltre l’estetica.
Nell’astronomia, un sistema binario vive grazie all’equilibrio tra due stelle che orbitano l’una attorno all’altra, senza mai perdere la propria identità. È una relazione fatta di attrazione, distanza perfetta e reciproca influenza. La stessa dinamica sembra raccontare l’anima di Bortolin Angelo.
Da una parte c’è la terra: le ripide colline del Valdobbiadene Superiore, il lavoro manuale, la memoria agricola, la biodiversità. Dall’altra c’è la visione: la ricerca, la precisione tecnica, l’innovazione discreta, la volontà di interpretare il territorio senza alterarne l’essenza. Due forze che non si contrappongono, ma si completano.
Come due stelle. Come Zeta Reticoli.
L’immagine diventa così una metafora potente: ogni bottiglia nasce dall’orbita perfetta tra tradizione e futuro, tra esperienza e curiosità, tra radici e possibilità.
Esistono bottiglie che custodiscono un vino e ci sono bottiglie che raccontano una visione.
Quelle di Bortolin Angelo appartengono a questa seconda categoria. Ogni dettaglio, riflette un pensiero che supera la semplice identità grafica per trasformarsi in un linguaggio. Come nell’arte, anche nel vino ogni segno diventa significato.
La bottiglia non è soltanto il contenitore del Valdobbiadene Superiore DOCG, ma il primo gesto narrativo di un percorso che unisce paesaggio, cultura e sensibilità contemporanea. la cui sagoma, piatta al centro, è il messaggio per trasportare il lavoro dell’uomo nel vigneto dentro al contenitore che racchiude il frutto di quel lavoro. La forma diventa l’allegoria di un equilibrio costante: quello tra tradizione e innovazione, tra la forza della terra e lo slancio verso il futuro, tra il sapere tramandato e la ricerca continua della qualità.
È la stessa tensione che anima ogni forma d’arte autentica. Un’opera nasce quando tecnica ed emozione trovano il loro punto d’incontro. Allo stesso modo, il vino prende forma quando il gesto dell’uomo interpreta la natura senza dominarla, lasciando che sia il territorio a parlare.
In questa prospettiva, la bottiglia di Bortolin Angelo diventa un oggetto culturale. Non cerca l’effetto, ma l’identità. Non rincorre le tendenze, ma costruisce un racconto capace di attraversare il tempo.
Come una tela, una scultura o un’installazione, invita chi la osserva a fermarsi prima ancora dell’assaggio. A interrogarsi sul significato della sua forma, sul dialogo tra cielo e terra, tra materia e immaginazione.
Il vino, quando nasce da una visione, non si limita a essere degustato: si contempla.
Ed è proprio in questo spazio, dove arte e vino si incontrano, che Bortolin Angelo afferma la propria idea di bellezza. Una bellezza che non è esercizio estetico, ma espressione di un territorio, di una famiglia e di una filosofia produttiva capace di trasformare ogni bottiglia in un’opera da vivere, prima ancora che da bere.
Ecco la forma più autentica di bellezza. Non quella che cerca di stupire. Quella che genera senso.
Oggi, siamo dominata dalla velocità, dall’omologazione e dal consumo immediato delle immagini, produrre un vino identitario rappresenta una scelta quasi controcorrente. Significa accettare i ritmi della natura, valorizzare le differenze, custodire un paesaggio che non potrebbe esistere senza il lavoro dell’uomo. Quel paesaggio che è musa e apollo della “Camera” con vista sulle colline del Valdobbiadene DOCG di Bortolin Angelo. Una “Camera” che nasce dall’idea di offrire un’esperienza capace di rallentare il tempo e restituire il privilegio dell’osservazione, una vista sulle morbide colline del Valdobbiadene DOCG, che invita lo sguardo a perdersi tra i filari, dove il paesaggio racconta il dialogo secolare tra uomo e natura.
La luce accarezza le vigne, disegnando geometrie che cambiano con le stagioni. I pendii che si tingono di sfumature dorate, mentre il silenzio diventa parte dell’esperienza. È una “Camera” aperta su uno dei paesaggi vitivinicoli più affascinanti d’Europa, dove ogni collina custodisce una storia di lavoro, passione e rispetto per la terra.
Viverla significa entrare nel ritmo autentico del territorio. Il vino non è soltanto un prodotto da degustare, ma il filo conduttore di un racconto che continua oltre la cantina, accompagnandoci in un’esperienza fatta di panorami, profumi e dettagli.
La vista diventa così il primo calice da assaporare. Prima ancora del brindisi, è il paesaggio a parlare, trasformando ogni momento in un invito alla contemplazione.
Per Bortolin Angelo l’ospitalità è questo: creare uno spazio in cui il comfort incontra la cultura del vino e la bellezza delle colline diventa parte integrante dell’esperienza. Una “Camera” non solo con vista, ma con un punto di vista privilegiato su un territorio che ha fatto della qualità, dell’armonia e della sua identità un patrimonio da custodire e condividere.
È una forma di protesta silenziosa. Una protesta che non alza la voce. La esprime attraverso un calice.
Come l’arte esposta nelle sale veneziane della Fondazione Dries Van Noten dialoga con la storia del palazzo, così ogni vino di Bortolin Angelo dialoga con le colline da cui nasce. Entrambi ricordano che la bellezza non è un lusso, ma una necessità culturale. Non è superficie, ma profondità. Non è decorazione, ma consapevolezza.
Forse è proprio qui che Venezia e Valdobbiadene si incontrano.
Da una parte l’arte. Dall’altra il vino.
Nel mezzo, la stessa convinzione: che ciò che è autenticamente bello abbia ancora il potere di cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
E allora l’immagine del simbolo di Zeta Reticoli smette di essere soltanto un riferimento astronomico. Diventa una dichiarazione di intenti.
Perché le stelle non indicano soltanto una direzione. Ricordano che ogni equilibrio nasce da una relazione.
Tra uomo e natura. Tra tempo e materia. Tra cielo e terra.
Ed è proprio in quello spazio, sospeso come l’orbita di due stelle, che prende forma il Valdobbiadene Superiore firmato Bortolin Angelo: un vino che non rincorre la bellezza. La coltiva.
L’unica vera protesta è la bellezza. E nasce tra le colline del Valdobbiadene Superiore.
Line Up Prodotti:
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG tranquillo “Barch”
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Angelin Beo” – Extra Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Sommaval” – Extra Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Extra Dry
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Desiderio” – Dry
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Superiore di Cartizze Dry
Bortolin Angelo – Rosso “Dinastie”
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
Mi trovi su Instagram e Facebook
Leggi
Mi trovi su Instagram e Facebook
24 Agosto, 2026
Il gusto lento del vino. Settembre in Emilia, tra vigne, castelli e Grande Fiume
Visit Emilia guida alla scoperta di un territorio che a settembre rallenta il passo per raccontarsi attraverso i calici: dal Valtidone Wine Fest tra i Colli Piacentini alle passeggiate al tramonto sulle terrazze del Castello di Torrechiara, fino ai sapori della Bassa Reggiana, tra Lambrusco, Aceto Balsamico e la terra di Guareschi.
Con la vendemmia, l’Emilia rivela il suo volto più autentico. Tra le colline di Piacenza, i borghi di Parma e le golene della Bassa Reggiana, il vino diventa il filo conduttore di una stagione fatta di feste di paese, passeggiate panoramiche e degustazioni a chilometro zero. Visit Emilia, la Terra dello Slow Mix che riunisce le province di Parma, Piacenza e Reggio Emilia – www.visitemilia.com – propone tre tappe per un viaggio enologico da vivere con calma, un calice alla volta.
Piacenza, al cuore del vino tra le colline della Valtidone
Il palcoscenico enologico piacentino ospita a settembre la XVII edizione del Valtidone Wine Fest, la più grande rassegna dedicata al vino piacentino. Con il claim “Al cuore del vino”, il festival anima per quattro domeniche i borghi della vallata con degustazioni, mercatini e spettacoli dedicati ai vini dei Colli Piacentini. Si parte domenica 6 settembre a Borgonovo Val Tidone con “Ortrugo&Chisola”, omaggio al vitigno simbolo del territorio abbinato alla focaccia con i ciccioli. Il 13 settembre il centro storico di Ziano Piacentino si veste di dolcezza con “Sette Colli in Malvasia”, mentre il 20 settembre Trevozzo, in Alta Val Tidone, celebra il legame tra vino, olio e gastronomia con “DiTerreDiCibiDiVini…DiOli”. Gran finale il 27 settembre a Pianello Val Tidone con “Pianello Frizzante”, dedicato ai calici frizzanti dei Colli Piacentini. Le manifestazioni si svolgeranno dalle 10 alle 19.
Per saperne di più: https://visitemilia.com/eventi/12566/valtidone-wine-fest
Torrechiara (PR), aperitivo al tramonto tra i filari del Castello
A Torrechiara, borgo che si specchia nell’omonimo castello, l’estate lascia spazio a un rito nuovo: la Sunset Walk, passeggiata guidata al tramonto lungo il Sentiero dell’Arte, tra installazioni contemporanee e filari di vigna che salgono verso le mura del Castello di Torrechiara. Ogni venerdì e sabato sera, con un ritmo facile e soste dedicate al panorama, il cammino ripercorre l’antico Canale di San Michele e incrocia il Cammino Via di Linari, per poi chiudersi in bellezza in Piazzetta con un aperitivo a base di vini e prodotti locali – dalla focaccia con la spalla cotta alla torta salata con Prosciutto di Parma. Un’esperienza di due ore, pensata per chi vuole vivere il vigneto non come sfondo ma come parte del racconto.
Per informazioni: https://visitemilia.com/esperienze/torrechiara-sunset-walk-arte-vigne-castle-vibes
Bassa Reggiana, Lambrusco e Aceto Balsamico nelle terre di Guareschi
Nella Bassa Reggiana, il vino si intreccia alla storia e al cinema. Il viaggio parte da Brescello, il paese reso celebre nel mondo dai film di Don Camillo e Peppone, nati dalla penna di Giovannino Guareschi: la piazza, il Crocifisso parlante e i musei dedicati ai due protagonisti raccontano un pezzo di storia italiana, prima di una sosta a tavola con la Spongata, dolce tipico reggiano. Da Brescello il percorso prosegue verso Novellara, dove si apre il mondo del Lambrusco e dell’Aceto Balsamico Tradizionale, tra cantine e acetaie che custodiscono i profumi più identitari della provincia. Una proposta di soggiorno che stimola tutti i sensi, per raccontare la Bassa Reggiana attraverso i suoi sapori più autentici. Maggiori dettagli: https://visitemilia.com/il-tuo-soggiorno/tra-sapori-e-cultura-nella-bassa-reggiana
La Redazione
Leggi
24 Agosto, 2026
Popillia japonica. L'assedio al Nebbiolo e, presto, al Glera
Può defogliare un’intera vite in pochi giorni
Il coleottero giapponese, segnalato per la prima volta in Europa continentale nel 2014, avanza ormai tra i terrazzamenti storici di Piemonte e Lombardia e si affaccia sulle terre del Prosecco
Un raccolto che rischia di non maturare mai. È lo scenario a cui guardano con crescente preoccupazione i viticoltori del Nord Italia, alle prese con l’avanzata della Popillia japonica, lo scarabeo giapponese arrivato in Europa continentale nel 2014, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.
Da lì l’insetto ha risalito Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, colonizzando dapprima orti e frutteti. Lo scorso anno è comparso per la prima volta nei vigneti terrazzati del Nebbiolo, e nelle ultime settimane è stato segnalato anche nei pressi dell’aeroporto Valerio Catullo di Verona, a un passo dalle terre del Prosecco.
Simone Lavezzaro, tecnico del Centro di Saggio Agricola 2000
I danni che Popillia japonica può causare in vigneto sono ingenti. Ha un comportamento gregario e non di rado su una stessa pianta si possono contare centinaia di esemplari che si nutrono della lamina fogliare. Se non controllato, il coleottero giapponese è in grado di defogliare in pochi giorni una intera vite, compromettendo la capacità di sintetizzare nutrienti e dunque di produrre uva.
La defogliazione, spiegano i tecnici, espone i grappoli al sole diretto e riduce la capacità fotosintetica della pianta. Il rischio non è quindi un semplice calo di produzione, ma un’uva che in molti casi non arriva a maturazione.
Per Daniela Lupi, entomologa dell’Università di Milano, la fotografia della situazione europea è ormai definita: in Italia, Svizzera e Germania l’insetto si considera radicato, e l’obiettivo realistico è il contenimento della sua espansione; in Francia e Spagna, dove la popolazione è ancora contenuta, resta invece percorribile l’ipotesi di un’eradicazione.
I numeri aiutano a inquadrare la portata del fenomeno: la Popillia japonica si nutre di oltre 300 specie vegetali e figura nella lista dei parassiti prioritari dell’Unione Europea, categoria che impone agli Stati membri interventi obbligatori di contenimento ed eradicazione. Sul fronte del sostegno alla filiera, la Regione Lombardia ha attivato il bando SRD06, che finanzia reti anti-insetto e trattamenti per i viticoltori colpiti, mentre migliaia di trappole di monitoraggio sono già attive sul territorio.
Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti
In alcune aree il coleottero ha già distrutto il raccolto.
Bazzana sottolinea come il danno economico complessivo resti però difficile da quantificare: l’insetto agisce erodendo la polpa delle foglie, indebolendo la pianta e riducendone la produzione senza necessariamente ucciderla — una dinamica che rende complessa qualsiasi stima puntuale delle perdite su scala regionale.
Sul fronte del contrasto, la lotta chimica garantisce efficacia ma pone un problema di equilibrio ecologico. Tra i formulati che hanno ottenuto l’estensione d’etichetta contro Popillia japonica su vite figurano i piretroidi ad azione abbattente a base di deltametrina, come Decis Evo di Bayer, e i sistemici a base di acetamiprid, come Epik SL, a cui si affianca Trebon Up di Sipcam Italia, a base di etofenprox. Tutti però colpiscono anche i predatori naturali del suolo — talpe e moffette in primis — che normalmente si nutrono delle larve interrate dell’insetto.
La lotta biologica punta invece su antagonisti specifici, come la mosca Istocheta aldrichi e le vespe del genere Tiphia, ma restano strumenti poco compatibili con i tempi stretti della vendemmia. Più diffuse, seppure di efficacia ancora poco documentata sulla qualità dei grappoli di Vitis vinifera, sono le trappole a ferormoni — in commercio con nomi come Biologic Trap, Sayonara Trap e le trappole della linea Al.Fe — insieme ai rimedi a base di terra di diatomee e olio di neem.
Nei pressi di Verona, gli agronomi stanno inoltre sperimentando ceppi commerciali del fungo entomopatogeno Metarhizium anisopliae, già impiegato dai Servizi fitosanitari di Lombardia e Piemonte, per colpire le larve direttamente nel terreno: un approccio che, per stessa ammissione degli esperti, resta un’ipotesi di lungo periodo.
Per l’uomo il rischio diretto è nullo — l’insetto non è pericoloso per la salute pubblica — ma per la produzione vitivinicola del Nord Italia, in un mercato del vino che sta già scontando dinamiche politiche ed economico-strutturali sfavorevoli, la posta in gioco nei prossimi anni è reale.
Adriano Romano – Blend News
Leggi