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14 Agosto, 2026
La Montemarzina. La Pesca di Volpedo, il sapore vivo della frutta e il tempo di una famiglia
Ad AssaggiaTortona, tra i tanti stand che riempivano le stradine di un paese di cui mi sono innamorato, ho conosciuto Marco Ravazzano de La Montemarzina: un ragazzo simpatico, persino più chiacchierone di me. Attraverso le sue parole e i prodotti esposti ho scoperto Montemarzino, i Colli Tortonesi e una storia familiare legata ai tempi della frutta.
Sul banco c’erano bottiglie di nettare, pesche, confetture, frutta sciroppata e composte. Marco mi ha fatto assaggiare uno dei suoi nettari e le sue pesche. Che dire: la natura in un barattolo.
Accanto al suo banchetto c’erano i gemelli Alessandro e Filippo di Osteria Billis, due ragazzi d’oro, simpaticissimi. Alessandro, poi, è davvero un bravo chef. Tra loro e Marco c’è un’amicizia che si vedeva nelle battute e nel modo spontaneo di stare insieme. Le chiacchiere sono andate avanti a lungo: prima gli assaggi, poi le domande e infine il piacere di continuare a parlare.
La loro frutta da bere è stata una delle sorprese più belle della giornata: intensa, morbida, con il gusto netto del frutto maturo. Anche le pesche avevano profumo, consistenza e quella dolcezza che si trova quando vengono raccolte al momento giusto.
Da quella chiacchierata è nata l’intervista. Le prime tre parole scelte da Marco per descrivere La Montemarzina sono state famiglia, territorio e consapevolezza.
FAMIGLIA, TERRITORIO, CONSAPEVOLEZZA
Famiglia, perché prima ancora di essere un’azienda agricola La Montemarzina è una storia condivisa da quattro generazioni. Territorio, perché nascerci non basta: bisogna conoscerlo, curarlo e mantenerlo. Consapevolezza, perché Marco sa quanto valga la frutticoltura dei Colli Tortonesi e quanto sia importante conservarla.
La realtà si trova a Montemarzino, tra la Val Curone e la Val Grue, nel basso Piemonte, a circa 440 metri sul livello del mare. È un’area di confine, vicina a Volpedo, nella quale boschi, vigneti e frutteti convivono sopra terreni sabbiosi e mediamente argillosi.
L’azienda oggi si estende per circa diciotto ettari coltivati esclusivamente a frutteto. Ci sono Pesche di Volpedo, albicocche, ciliegie di Garbagna, susine, prugne, mele, pere, fragole di Volpedo e piccoli frutti rossi.
Sorridendo, Marco racconta che le fragole di Volpedo sono più grandi di quelle di Tortona. Lo dice con l’orgoglio di chi conosce bene i propri frutti e le differenze tra una zona e l’altra.
UNA STORIA CHE COMINCIA PRIMA DEI BARATTOLI
La storia agricola della famiglia risale agli anni Trenta e ha il volto del bisnonno Orazio, chiamato “il Moro”. All’inizio c’erano i vigneti ricevuti dal padre, i campi seminativi, pascolo e allevamento e alcune piante da frutto: mele, pesche e albicocche.
Nel tempo la pesca acquistò un ruolo sempre più importante. La famiglia partecipò anche alla nascita del Consorzio di Tutela della Pesca di Volpedo nel 1992. Anni dopo Fausto scelse di prendere in mano l’azienda e di compiere una scelta controcorrente: sostituire progressivamente seminativi e vigneti con nuovi frutteti.
Arrivarono così altre varietà: albicocche, susine, pere, mele antiche, ciliegie di Garbagna e fragole. L’azienda cambiava, ma il legame con il lavoro della famiglia restava lo stesso.
Quando Marco parla dell’anima dell’azienda, non cita un prodotto. Ricorda la gestualità dei nonni: la frutta raccolta insieme nei campi e la cura della nonna mentre sistemava le pesche nelle cassette destinate al mercato.
È questo il passaggio tra una generazione e l’altra: non una lezione spiegata a parole, ma un modo di raccogliere, toccare e sistemare la frutta.
SAPER ASPETTARE
Durante la nostra chiacchierata torna più volte il tema dell’attesa.
Per Marco aspettare significa essere soggetti al tempo: quello necessario perché la frutta maturi e quello segnato dal passaggio delle stagioni. Nella frenesia di oggi non è facile, ma aspettare dà ancora più valore al lavoro.
La terra gli ha insegnato che agricoltura significa dipendere da due grandi presenze: terra e cielo, quelli che lui definisce con ironia «i due grandi boss» dei loro frutti.
La pazienza conta moltissimo, ma quando arriva il momento della raccolta bisogna correre senza sentire la stanchezza. Come dice Marco, se la frutta chiama bisogna rispondere.
La Pesca di Volpedo viene raccolta “a onda”. La pianta non viene svuotata in una sola volta: si torna più volte e si scelgono a mano soltanto i frutti arrivati alla maturazione migliore.
Un frutto raccolto con attenzione, per Marco, si riconosce dal sapore, da quel gusto vivo e godurioso che arriva a ogni morso. Un frutto curato per la qualità è un frutto vivo.
Ed è proprio da questa attenzione alla maturazione che cominciano anche i prodotti de La Montemarzina. Perché prima del nettare, della confettura o della pesca sciroppata c’è sempre il frutto: raccolto quando è pronto, lavorato cercando di conservarne profumo, consistenza e carattere.
DAL FRUTTO AL BARATTOLO
Nel 2013 la famiglia cominciò a riflettere sulla stagionalità. La frutta matura in un periodo preciso e breve. L’idea di trasformarla nacque durante una cena in un ristorante storico di Montemarzino, quando l’oste Giuseppe disse alla famiglia che pesche così buone non potevano essere mangiate soltanto d’estate.
Da quella frase nacque il progetto. Una parte della cascina venne ristrutturata per ospitare il laboratorio e nel 2015 iniziarono la produzione delle Pesche di Volpedo sciroppate e delle prime confetture.
Il raccolto viene trasformato direttamente in azienda, subito dopo la raccolta, per conservare il più possibile consistenza, profumo e qualità organolettiche. La lavorazione non prevede conservanti o additivi.
Le Pesche di Volpedo sciroppate sono ancora oggi il prodotto simbolo de La Montemarzina, ma intorno a loro è cresciuto un piccolo mondo di trasformazioni che continua a partire dalla frutta.
Ci sono preparazioni nelle quali entrano anche i vini dei Colli Tortonesi: la pesca gialla di Volpedo incontra il Derthona Timorasso, le pere il Monleale da Barbera, la pesca bianca il rosato.
Lo stesso dialogo ritorna nelle confetture. La Derthonina unisce Pesca di Volpedo e Timorasso, la Fragolotta fragola e Barbera. Poi arrivano combinazioni più personali: pesca bianca e zenzero, albicocca e lavanda, pera con cacao e nocciole piemontesi, fino alla pesca con i pistilli di zafferano biologico di Montebore.
La frutta sciroppata comprende pesche di Volpedo con e senza buccia, albicocche, prugne e ciliegie. Tra le novità arrivano le mele verdi sciroppate allo zenzero e le pere sciroppate alla cannella.
Le Marmellose, preparate con peperoni rossi e cipolle rosse, sono pensate per formaggi e prodotti salati. Con il Montebore trovano uno degli abbinamenti più legati al territorio.
LA FRUTTA DA BERE
I nettari sono tra le produzioni più recenti e oggi anche tra le più richieste.
La frutta viene estratta a freddo, unita ad acqua, poco zucchero e succo di limone, poi imbottigliata e pastorizzata. Gli ingredienti sono pochi e il gusto rimane riconoscibile.
Al banco di AssaggiaTortona li ho assaggiati con curiosità e mi hanno colpito subito. Il gusto della frutta restava netto, con la morbidezza della polpa e una dolcezza presente ma non invadente.
Sembrava davvero di bere il frutto appena maturo.
GUARDARE INDIETRO PER ANDARE AVANTI
Il progetto più recente parte da un principio che Marco sintetizza così: guardare indietro per andare avanti.
La famiglia sta cercando di recuperare la Pesca Guidobono, conosciuta anche come Waddel, la prima varietà coltivata nell’area di Volpedo. È una pesca a polpa bianca, molto profumata e delicata, quasi scomparsa dai frutteti.
Grazie all’aiuto di Riccardo, mastro birraio di Montegioco, sono state recuperate alcune gemme. Le nuove piantine sono state collocate vicino alla chiesetta del paese. Ora non resta che aspettare.
L’obiettivo è recuperare una varietà dimenticata e tornare a coltivarla.
LA PRIMAVERA E IL FUTURO
Alla domanda sul momento dell’anno atteso con maggiore emozione, Marco non sceglie l’estate, la stagione dei frutti pieni e delle raccolte.
Sceglie la primavera.
È il periodo in cui ogni coltivazione si risveglia lentamente: cambiano i rami, si aprono le gemme e il nuovo raccolto comincia il suo percorso.
Anche immaginando il futuro, La Montemarzina non cerca di diventare altro da sé. Marco la vede ancora a Montemarzino, con i suoi barattoli e magari qualche novità in più.
A chi conosce l’azienda Marco vorrebbe lasciare soprattutto il loro pensiero, la filosofia che seguono sia per la frutta fresca sia per le conserve.
UN BAMBINO SOTTO UNA PIANTA
Una delle risposte più belle arriva quando gli chiedo che cosa vorrebbe insegnare a un bambino entrato per la prima volta nel frutteto.
Marco dice che forse ci sarebbe poco da insegnargli, perché i bambini sono spesso già più avanti degli adulti. Basterebbe aiutarlo ad arrivare alla pianta, prendere una pesca o un’albicocca e mangiarla lì, sotto i rami.
E se il frutteto potesse parlare, racconterebbe come sono cambiate le stagioni e le temperature. Forse ricorderebbe anche chi, prima di noi, è passato a raccogliere una pesca e ne ha goduto.
LE PAROLE INTORNO AL BANCHETTO
L’intervista è finita, ma la conversazione è continuata.
Tra un assaggio e l’altro, il banchetto di Marco è diventato il luogo delle nostre lunghe chiacchierate. Accanto, i fratelli di Osteria Billis rendevano tutto ancora più piacevole con la loro amicizia e la loro simpatia.
Ricordo la disponibilità di Marco, il modo preciso con cui parlava del frutteto e come ogni risposta tornasse sempre alla famiglia.
Tra le iniziative dell’azienda c’è anche la merenda sinoira tra i peschi, guardando la collina. Organizzano inoltre visite nei frutteti, degustazioni e aperitivi al tramonto.
Da AssaggiaTortona sono tornato soprattutto con due ricordi: il gusto pieno della loro frutta da bere e quello delle pesche assaggiate al banco.
Poi sono arrivate le parole di Marco, la storia della famiglia, i frutteti e tutto ciò che c’è dietro quei prodotti.
Adesso vorrei fare il percorso inverso: partire da ciò che ho assaggiato e andare a Montemarzino, tra gli alberi e nel laboratorio, per vedere dove quel gusto comincia.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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13 Agosto, 2026
Metti un giorno da PASETTI. Gli Arimanni a guardia del vino d'Abruzzo.
ANTEFATTO
Da Silvi a Francavilla sono poi solo una ventina di minuti di macchina e l’Azienda di Mimmo Pasetti merita sicuramente il viaggio.
Vacanza nella vacanza dunque per assaggiare tutto quello che già conosco ma stavolta con l’impagabile compagnia di Annesa e Debora e la calma che il caos degli Eventi normalmente non consente.
Certe volte mi chiedo cosa mi spinga ad assaggiare ancora e ancora vini che già conosco a memoria, cosa ci sia da cercare di nuovo in un sorso se non l’eredità di un’annata ogni volta diversa (che comunque non è poco).
E mi chiedo come sia possibile che tutti i vini mi sembrino ogni volta diversi dal giorno prima, come sia possibile che il vino segua così fedelmente i capricci del nostro animo restituendoci emozioni mai uguali (e non necessariamente sempre positive).
E stavolta, mentre la macchina mi trasporta dal punto A al punto B, ripenso a quanto mi è capitato di scrivere negli anni riguardo i vini di PASETTI, cercando di far mente locale alle “cattiverie” che potrei aver messo nero su bianco in modo tale da avere subito pronta una scusa che possa giustificarmi.
Ma il passato è passato e il presente che mi aspetta con Annesa e Debora già so che mi strapperà almeno un sorriso.
PASETTI
Ci sono famiglie che non scelgono la terra, la terra sceglie loro.
La storia dei Pasetti comincia in epoca borbonica, quando Silvestro, trisavolo con più visioni che soldi, compra tomoli di terra e pianta.
Poi arriva la fillossera a fare tabula rasa e tutto sembra finire ma…
Ma non finisce.
Si ricomincia come produttori e mediatori di uve, si diventa punto di riferimento regionale negli anni Cinquanta, si apre il primo punto vendita a chilometro zero, negli anni Sessanta, quando nessuno sapevo cosa volesse dire.
E Mimmo…Mimmo decide che non basta più, che il vino, per essere vero, deve nascere da una scelta più radicale.
Lascia la costa di Francavilla, va in montagna, non “nel” ma “dentro” il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Nel 1998 compra un pezzo di terra a Pescosansonesco (550m/slm) e un rudere che un tempo fu casa del Barone Trojani, finanziatore del primo elicottero italiano (i visionari non si incontrano mai per caso).
È lì che nasce la TENUTA TESTAROSSA.
Non un’azienda, una dichiarazione.
“TESTAROSSA” non è un nome di fantasia.
È il colore dei capelli di Francesca Rachele (la primogenita) e di tutte le donne di famiglia prima di lei così, quando nel 1983 nasce la figlia, Mimmo imbottiglia il miglior Montepulciano prodotto e lo chiama così.
È un omaggio e un inizio.
Da lì in poi ogni etichetta porterà un pezzo di storia privata: “RACHELE”, “MADONNELLA”, “HARIMANN”,“GESMINO”.
Settanta ettari vitati tra Pescosansonesco e Capestrano, tra il “Deserto” e i mille metri di Forca di Penne.
Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina, e ora anche Chardonnay e Pinot Nero per un metodo classico che ancora non c’è ma…arriverà (io l’ho assaggiato e, nella sua scapestrata e irriverente gioventù, ha già qualcosa da dire).
Nessuna scorciatoia, la difficoltà come parte del percorso.
Il vento e la quota decidono, impongono scelte, rinunce, attese.
Qui il vino non è una scienza esatta, è un pezzo di vita.
E la vita, a Pescosansonesco, sa di capelli rossi, di montagne testarde e poco inclini al perdono e di una Famiglia che ha deciso di restare.
GLI ASSAGGI
Ve ne racconto due, solo due, perché sono cattivo e perché il Cerasuolo (che è l’Alfa e l’Omega del vino d’Abruzzo e che non ho assaggiato in questa occasione) me lo voglio tenere da conto per un’altra cosa che c’ho in testa.
Dunque spazio al bianco e al nero, allo Ying e allo Yang, al Dr. Jekyll e a Mr. Hyde, a…continuate Voi.
– TERRE AQUILANE DOP TREBBIANO D’ABRUZZO “TESTAROSSA” 2023 RISERVA, PASETTI: le storie tornano, come i capelli rossi di certe donne di famiglia, come la terra di un Capestrano dove il sole picchia di giorno, la notte scende fredda e il suolo non regala niente a nessuno.
Lì “TESTAROSSA” non è un’etichetta, ma un’eredità, un omaggio e una dichiarazione insieme.
Parla il Trebbiano, quello che da giovane è fresco e delicato, e con gli anni diventa qualcosa di più: balsamico, tostato, minerale, capace di sorprendere chi sa aspettare.
Diecipercento di legno a fare cento con il resto che vede solo l’acciaio, precisione, misura…
Un naso di pesca e albicocca, di agrumi che seguono il filo di una pietra che è forse focaia ma sicuramente pietra.
C’è sapidità, c’è mineralità, c’è quella freschezza che è regalo del Territorio.
Sisi, struttura, rotondità, finale ammandorlato, grande equilibrio, un Trebbiano di razza ma…
Quel diecipercento!
Piccolopiccolo, piccolo come i legni ma con il piede pesante, che lascia un’impronta di tostatura levigata che sa di Francia più che di Abruzzo.
Fighetto, curato, un po’ troppo educato per essere figlio di una terra dura, di venti che spazzano e di montagne che non perdonano.
Mette da parte la schiettezza ruvida del Trebbiano e si atteggia.
In bocca la freschezza e la sapidità tengono ancora il punto; è pieno, avvolgente, di buona persistenza, ma quella nota di legno, sottile e davvero insistente, continua a farsi sentire.
Non copre (anzi si), non rovina (anche se) ma rende tutto troppotroppo.
Certo è scelta e non difetto, ma le scelte, si sa, si prestano a disquisizioni che, con il bicchiere in mano…
Si abbina benissimo al…dubbio, quello che nasce quando un vino di terra dura e fatica decide di diventare darsi un tono.
86 Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “TESTAROSSA” 2022 RISERVA, PASETTI: ci sono storie che non hanno bisogno di essere inventate.
Bastano i capelli rossi di alcune donne di famiglia e un pezzo di terra che guarda il Gran Sasso dai 550 metri di Pescosansonesco, dentro il Parco, dove il vento non perdona e la terra custodisce tutto quello che conta.
Lì i Pasetti hanno deciso di “restare”.
Non di tornare, di “restare”.
E di chiamare “TESTAROSSA” non una linea di marketing, ma un omaggio e una dichiarazione insieme: questo siamo noi.
Il Montepulciano, in queste vigne esposte a nord-est, non ha fretta.
Matura tardi, quasi di nascosto, concentrando colore e tannino come chi sa di dover durare, fermentando in acciaio, facendo la malolattica…tutto da solo.
Cemento e barrique francesi che prima hanno custodito altro vino lo segregano per ventiquattro mesi.
Solo tempo e silenzio.
Dal calice non ti saluta con cortesia, ti arriva addosso.
Prima ancora della frutta matura, della prugna dell’amarena (mannaggia), della ciliegia sotto spirito che faceva nonna e della viola appassita, c’è lei: la curcuma.
Non un’eco, non un ricordo.
È forte, terrosa, amaricante, quasi insolente, si pianta nel mezzo del bouquet e da lì governa tutto il resto: l’eucalipto, la liquirizia, il cacao, il tabacco, un’ipotesi di oliva.
È come se il vino avesse deciso di non somigliare a nessun altro “TESTAROSSA“, di portare sulla lingua il sapore di una terra che ha qualcosa da dire e non intende farlo piano.
In bocca è caldo, pieno, robusto quanto si conviene a un Montepulciano che non intende chiedere scusa.
I tannini sono setosi, eleganti, ma presenti, la struttura c’è, la freschezza non manca e…nel finale torna la curcuma, magari sottile ma insistente come la goccia nei Piombi di Venezia, a lasciare un amaro speziato che allunga la persistenza e ti fa restare con il bicchiere in mano più del dovuto, a guardarlo e meditare sul fatto che si, hai trovato “il naso di Rossy de Palma”, la perfetta imperfezione, quella che fa abbassare le penne al vino e lo rende umano e memorabile.
L’abbinamento perfetto?
Una sera vuota e il tempo di ascoltarlo davvero.
Confesso che non è mai stato il “mio” Montepulciano ma questo, quest’annata, questa bottiglia, con questa compagnia…magari si merita di ascoltare “CAPELLI ROSSI” di FIORELLA MANNOIA, ma a volume basso, quasi in confidenza.
89 Punti (con “forse” un +).
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a PASETTI per la squisita ospitalità e per il tempo che ha voluto concedermi.
È stata una mattinata intensa, trascorsa in piacevole compagnia, tra scambi di idee e risate, tra seriosità tecniche ed emozioni che entravano a gamba tesa, tra vecchie conoscenze, ricordi scolpiti e nuove emozioni, conferme e sorprese.
Mi spiace non poter ricambiare che con poche parole ma spero che la Curiosità spinga molti di Voi ad assaggiare perché il “restare” non è da tutti e per capire bisogna ficcarci il naso dentro.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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12 Agosto, 2026
Scacciadiavoli presenta la Seconda Edizione di Naf – Nose Art Festival
Il 29 e 30 agosto la cantina di Montefalco torna a trasformarsi nel primo laboratorio italiano dedicato all’olfatto come linguaggio artistico e culturale
Performance teatrali, cinema olfattivo, installazioni immersive e degustazioni: un weekend che mette al centro il senso più evocativo e meno esplorato, dove vino, arte e memoria dialogano tra loro.
Esiste un senso capace più di ogni altro di riportarci a un luogo, a una persona o a un ricordo. È l’olfatto, il più primordiale e insieme il più misterioso dei nostri sensi. È proprio da questa consapevolezza che nasce NAF – Nose Art Festival, il progetto ideato e promosso dalla Cantina Scacciadiavoli, che il 29 e 30 agosto 2026 torna a Montefalco con la sua seconda edizione, confermandosi come uno dei più originali appuntamenti del panorama culturale italiano dedicati all’esplorazione dell’olfatto attraverso il dialogo tra arti performative, cinema, vino e ricerca sensoriale.
Dopo il successo della prima edizione e il percorso itinerante di NAF Preview, che nei mesi scorsi ha portato il festival all’interno di musei e spazi culturali tra Umbria e Marche, il progetto torna negli storici spazi della cantina Scacciadiavoli, trasformandoli ancora una volta in un grande laboratorio esperienziale aperto al pubblico, dove il paesaggio vitivinicolo diventa scenografia naturale di un percorso immersivo che coinvolge emozioni, memoria e percezione.
Nato da un’idea di Liù Pambuffetti, alla guida dell’azienda insieme al padre Amilcare e al cugino Iacopo Pambuffetti, il festival prosegue il proprio percorso di ricerca sul ruolo dell’olfatto come linguaggio culturale, strumento di conoscenza e forma di relazione con il paesaggio, le persone e i ricordi.
Liù Pambuffetti
Quando abbiamo immaginato NAF volevamo dimostrare che una cantina può diventare anche un luogo di produzione culturale, capace di generare riflessioni e nuove forme di partecipazione. L’olfatto è il senso che più di ogni altro custodisce la nostra memoria e mette in relazione ciò che siamo con i luoghi che attraversiamo. Con questa seconda edizione il festival cresce, si arricchisce di nuove produzioni artistiche e consolida la propria identità, continuando a costruire un dialogo tra vino, arte contemporanea e ricerca sensoriale che crediamo possa rappresentare un’esperienza unica per il pubblico.
Il programma 2026 propone un percorso composto da produzioni originali e installazioni immersive, tutte accomunate dalla volontà di mettere il visitatore al centro dell’esperienza.
Tra gli appuntamenti più attesi “I nomi, il naso”, la performance teatrale site-specific ideata da Stella Piccioni e Daniele Gaggianesi, nella quale uno spettatore bendato, accompagnato da un attore, attraversa un viaggio intimo fatto di profumi, suoni e ricordi, lasciando che sia il naso, e non lo sguardo, a guidare la percezione del mondo.
Debutta invece “ATTIMO”, nuova creazione di Gabriella Salvaterra, una performance poetica dedicata al tempo come esperienza sensoriale e memoria del corpo, nella quale piccoli gruppi di spettatori vengono accompagnati lungo un percorso capace di trasformare odori, silenzi e gesti in materia narrativa.
Il festival apre inoltre le porte anche alle famiglie con “Il Favoloso Museo di Lulù Cologne”, spettacolo ideato da Giovanna Pezzullo, che conduce adulti e bambini alla scoperta degli odori nascosti delle fiabe attraverso un racconto ironico e sorprendente, dove fantasia e profumeria si incontrano.
Tra le novità dell’edizione 2026 anche il Cinema Olfattivo, che propone la proiezione del cortometraggio “How I Didn’t Become a Piano Player”, scritto e diretto da Tommaso Pitta, accompagnato da un percorso olfattivo ideato da Liù Pambuffetti e Stella Piccioni, capace di amplificare il coinvolgimento emotivo dello spettatore attraverso la relazione tra immagini e odori.
Come da tradizione, il vino rimane il filo conduttore dell’intero festival. Il biglietto di ingresso comprende un calice di Spumante Rosé Scacciadiavoli, l’accesso alle installazioni e al DJ set, mentre durante tutto il weekend sarà possibile degustare i vini della cantina e una selezione di proposte gastronomiche pensate per accompagnare l’esperienza sensoriale. Tutte le performance saranno gratuite con prenotazione consigliata, vista la disponibilità limitata dei posti.
Con la seconda edizione del Nose Art Festival, Scacciadiavoli conferma la propria vocazione a essere non solo una realtà vitivinicola di riferimento nel territorio di Montefalco, ma anche un laboratorio culturale permanente, dove il vino diventa occasione di incontro tra discipline diverse e l’esperienza della degustazione si amplia fino a comprendere arte, teatro, cinema e percezione sensoriale. Un progetto che continua a esplorare nuove forme di racconto del territorio, trasformando la cantina in uno spazio dove cultura e vino si respirano, prima ancora che si assaggino.
La Redazione
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12 Agosto, 2026
Il Prosecco buono, esiste?
Sì. Si chiama Silvano Follador. Il problema è che per dirlo mi serve un articolo intero, e che la risposta resta al singolare.
È la domanda che mi arriva più spesso quando in degustazione tocco le bollicine e qualcuno alza la mano, mezzo serio e mezzo per provocare: il Prosecco buono esiste?
Sì. Esiste. Sta a Santo Stefano di Valdobbiadene, in località Follo, e lo fanno due fratelli su poco più di tre ettari. Si chiamano Silvano e Alberta Follador. Ci arrivo, ma prima devo spiegare perché per rispondere a una domanda così semplice serva mezza pagina di premesse, e perché la risposta sia una azienda e non venti.
Metto anche le carte in tavola, così ce lo togliamo dai piedi subito: io di mestiere mi occupo di Champagne. Chi mi legge lo sa, e qualcuno chiuderà questo pezzo pensando che sia il solito sermone dello champagnista che guarda dall’alto la bollicina del popolo. Il confronto Champagne–Prosecco, però, non lo faccio, perché non ha senso: due vitigni, due metodi, due strutture di costo, due mercati che non si sfiorano quasi mai. Chiedere a un Valdobbiadene di somigliare a un Blanc de Blancs è un errore di categoria, e per di più è l’errore che da queste parti ha fatto più danni, perché ha convinto mezza denominazione che per essere presa sul serio dovesse mettersi a fare metodo classico.
Il problema del Prosecco non è che non è Champagne. È che troppo spesso non è nemmeno Prosecco.
I numeri sono il vero argomento
Il Prosecco Doc ha chiuso il 2025 con 667 milioni di bottiglie, oltre l’82% esportate in 164 Paesi, per un valore stimato di 3,6 miliardi di euro. Aggiungiamo i 98 milioni della Docg Conegliano Valdobbiadene, cresciuta dell’8%, e i 32 milioni della Docg Asolo, che è la più dinamica delle tre con un +16%: fanno quasi 800 milioni di bottiglie. Nessun’altra denominazione italiana ci arriva vicino. Nel 2026 il Prosecco Doc è anche Official Sparkling Wine Sponsor delle Olimpiadi di Milano Cortina.
Sono numeri che a un consorzio fanno battere le mani. A me fanno venire in mente un’altra domanda: 800 milioni di bottiglie di che cosa?
Perché quel numero non nasce dal nulla. Nasce dalla riforma del 2009, quando il Prosecco da vitigno diventa luogo. Il vitigno viene ribattezzato Glera, il nome Prosecco viene agganciato a un toponimo (quel paesino sopra Trieste che tutti citano e nessuno visita) e la denominazione si allarga a nove province tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Contemporaneamente Conegliano Valdobbiadene e Asolo salgono a Docg.
Sul piano legale è stata un’operazione intelligente e forse necessaria: ha bloccato i “prosecco” prodotti in Brasile, in Germania, in Australia. Sul piano dell’identità è stata un’amputazione. Perché quindici comuni di collina da una parte e nove province su due regioni dall’altra (con dentro tutta la pianura che ci sta) non sono la stessa cosa, e non serve un sommelier per capirlo. Il consumatore che al supermercato prende una bottiglia con scritto Prosecco non ha però nessuno strumento per sapere in quale dei due mondi si trova. Anzi: gli abbiamo insegnato attivamente che non ha importanza.
Il Prosecco non ha vinto come vino. Semmai come ingrediente
Qui arrivo alla parte che di solito non piace.
Il successo planetario del Prosecco non è un successo enologico. È un successo di miscelazione, e ha un nome preciso: Spritz.
Guardate i dati che Campari Group ha messo sul tavolo al suo Strategy Day: Aperol vale 1,5 miliardi di consumazioni all’anno e ha superato lo Champagne, che sta a 1,35 miliardi. Questo è l’unico confronto con lo Champagne che mi concedo, e non è di qualità: è di volumi, e a metterlo per iscritto sono loro, non io. “Spritz” è la parola più cercata online al mondo nel campo dei cocktail, davanti al Margarita, e il gruppo detiene metà di quelle ricerche. Aperol da solo è il 24% delle vendite del gruppo, e lo stabilimento di Novi Ligure è stato ampliato per passare da 90 a circa 200 milioni di litri l’anno.
Adesso ragioniamo su cosa serve, tecnicamente, a un Aperol Spritz. Serve una base con perlage abbondante e non fine, alcol contenuto, acidità non troppo aggressiva, un residuo zuccherino che chiuda il cerchio con l’amaro dell’arancia, e soprattutto nessuna personalità. Zero. Perché qualsiasi carattere varietale, qualsiasi nota territoriale, qualsiasi sapidità entrerebbe in conflitto con il bitter e verrebbe comunque coperta dal ghiaccio, dalla fetta d’arancia e dalla soda.
Un Extra Dry con 15 grammi litro di zucchero è la risposta perfetta a quel problema. Non è un difetto: è un capolavoro di ingegneria di prodotto. Il mercato non ha chiesto un vino territoriale, ha chiesto un semilavorato affidabile, disponibile in centinaia di milioni di pezzi, a un prezzo che permette al bar di fare marginalità su un aperitivo da otto euro. La denominazione ha risposto con precisione svizzera.
Il risultato è che il vino italiano più conosciuto al mondo è conosciuto per come sparisce dentro qualcos’altro.
Non è un reato, ma un prezzo si paga
Faccio la parte dell’avvocato, perché il discorso “il Prosecco è tutta fuffa” è pigro e falso.
Quel business ha portato reddito reale in una fetta di Veneto e di Friuli che senza quei numeri sarebbe oggi in abbandono o in mano ai capannoni. Ha tenuto le colline piantate. Ha finanziato cantine, macchine, lavoro, ricambio generazionale. Chi fa il moralista dal divano dovrebbe andare a spiegare a un viticoltore di pianura perché doveva restare povero per rispetto della tipicità.
Il conto si paga da un’altra parte. Si paga quando la logica del semilavorato risale la valle e arriva nelle colline storiche, quelle da vigne a mano su pendenze da 30% e oltre, quelle diventate patrimonio UNESCO nel 2019 mentre nei comuni si litigava sui trattamenti e sulle distanze dalle case. Si paga quando il Cartizze, 108 ettari in tutto, la terra agricola più cara d’Italia, deve competere sullo scaffale con una bottiglia che ha lo stesso nome sopra e costa quattro euro. Si paga quando un ettaro di collina che richiede centinaia di ore di lavoro manuale vale, in percezione del consumatore, esattamente quanto un ettaro meccanizzabile.
E si paga quando la qualità smette di essere una garanzia della denominazione e diventa una questione di nomi propri. Perché il disciplinare, da solo, non ti dice più niente: devi sapere chi c’è dietro l’etichetta. E i nomi da sapere, su ottocento milioni di bottiglie, si contano su due mani.
Silvano Follador, ovvero cosa succede quando decidi di non giocare
L’azienda la seguo dal 2010. Ero a pranzo al Laite di Sappada e il compianto Roberto mi mise nel bicchiere un loro metodo classico parlandone con un entusiasmo che a quei tempi, associato alla parola Prosecco, era quasi una provocazione. Ci sono voluti anni e diverse bottiglie per capire che aveva ragione lui.
I ruoli, lì dentro, sono divisi in modo netto. Silvano sta in vigna dall’alba al tramonto su quei tre ettari, timido, concreto, uno che preferisce far parlare le bottiglie. Alberta tiene i rapporti, riceve, spiega, e quando racconta non nasconde niente. In un’azienda di queste dimensioni l’equilibrio tra due caratteri opposti pesa quanto il terreno, e qui si vede.
Poco più di tre ettari, spartiti tra la sottozona Cartizze e Saccol, terreni di marne e arenarie. Partono nel 2000 sui terreni del nonno, viticoltura convenzionale, consulenza esterna, e arrivano a fare circa 100.000 bottiglie l’anno. Il mercato le assorbe tutte, la domanda c’è, il modello funziona. Ed è esattamente lì che decidono di smontarlo, perché, sono parole di Alberta, che è un vulcano di energia positiva e non ha nessun problema a raccontare gli errori, quel vino era corretto e non era loro. Standardizzato. Senza anima.
Biologico dal 2004, biodinamica dal 2005. In Valdobbiadene, nel 2005, una scelta da guardare storto in paese. Nel 2007 mandano via il consulente. Poi, uno dopo l’altro, spariscono dalla cantina i lieviti selezionati per la prima fermentazione, le chiarifiche, gli enzimi, gli additivi, i correttori. Naturali non si definiscono, e fanno bene: dicono di lavorare nel modo meno interventista possibile, che è una formulazione onesta e molto più difendibile. Il punto di partenza per loro è la salute del suolo e della pianta, e tutto il resto è conseguenza. Che è anche il modo più elegante di dire una cosa scomoda: in cantina puoi fare poco solo se in vigna hai fatto tanto.
Il ciclo oggi è questo: fermentazione spontanea, affinamento sulle proprie fecce in vasche di cemento fino alla primavera, poi autoclave per la seconda fermentazione, due mesi circa, una filtrazione e in bottiglia. Dosaggio praticamente nullo, sotto i 2 grammi litro: Extra Brut. L’unico lievito selezionato di tutta la filiera è quello della seconda fermentazione, un lievito neutro selezionato in Champagne da Fleury — e c’è una certa ironia nel fatto che l’unico intervento tecnico ammesso arrivi da lassù.
Ma la scelta che mi interessa davvero è quella del 2020, quando smettono di produrre metodo classico.
Fermiamoci un secondo su questo. Il metodo classico, per un’azienda di Valdobbiadene, è la scorciatoia verso lo status: alza il prezzo, sposta la percezione, ti tira fuori dal calderone, ti fa scrivere sulle guide. Loro l’avevano, funzionava, avevano un pubblico. E l’hanno chiuso, perché sono convinti che per valorizzare la Glera il metodo migliore sia la rifermentazione in autoclave. Non credono nemmeno alla rifermentazione in bottiglia, il colfondo, che pure oggi è la bandiera del Prosecco artigianale e venderebbe da sola.
È la cosa meno commerciale che potessero fare, e per questo è la più credibile. Vuol dire che stanno pensando al vino e non al posizionamento.
Nel bicchiere
Valdobbiadene Superiore Extra Brut. Base Glera con piccole quote di Verdiso, Perera e Bianchetta.
Naso floreale che vira presto sul frutto fresco, mela verde in primo piano, erbe aromatiche sul finale. In bocca è teso, verticale, secco, sapido, di una pulizia quasi severa: non c’è un grammo di quella morbidezza zuccherina che ci hanno abituati a chiamare Prosecco, e la differenza vera è che non stanca. Non c’è niente da cui il palato debba difendersi, e quindi il bicchiere si svuota da solo.
Poi c’è la struttura, che è la cosa che ti spiazza. Non te l’aspetti da un vino così leggero, e ti costringe a ricalibrare tutto quello che pensavi di sapere sulla Glera. In due, una bottiglia dura dieci minuti. Quindici se vi comportate bene.
E si beve volentieri anche con un anno in più sulle spalle. Che mi porta all’ultima provocazione.
Il Prosecco va bevuto entro l’anno.
È una frase che circola nei materiali divulgativi, nei corsi, nelle associazioni, e sono ragionevolmente sicuro che chi l’ha scritta non intendesse quello che il pubblico ha capito. Il senso tecnico è sensato: la Glera non è un’uva da lungo affinamento, e il consumatore va indirizzato verso bottiglie fresche invece che verso quelle ferme da tre anni sullo scaffale di un supermercato. Nella traduzione popolare, però, è diventata una data di scadenza. E una data di scadenza appiattisce tutto sullo stesso piano: non distingue più tra una bottiglia che dopo sei mesi è già sfatta. Se succede il problema sta a monte e una che a diciotto mesi si è solo assestata, ha perso un po’ di irruenza e ha guadagnato in definizione.
Apri una bottiglia dei Follador con un anno in più e ti accorgi che l’uva non è mai stata il problema.
La risposta alla domanda
Quindi sì, il Prosecco buono esiste. Ma se dopo ottocento milioni di bottiglie la risposta corretta è “esiste, e vado a prenderti l’indirizzo”, allora la domanda giusta non è se esistano i buoni. È un’altra: una denominazione di queste dimensioni può ancora permettersi un’identità, o l’identità è diventata un affare privato di sei famiglie che tengono aperta una porta di servizio per conto di tutti gli altri?
Non ho la risposta, e diffido di chi ce l’ha. So che le colline di Santo Stefano ci sono ancora, che il Cartizze è ancora un posto irripetibile, e che finché due fratelli su tre ettari continuano a fare le scelte sbagliate dal punto di vista del marketing, quella porta resta aperta.
Viva il Prosecco. Quello di Silvano Follador.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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11 Agosto, 2026
Custodi del territorio, lavoratori del paesaggio. Dal 21 al 26 agosto i Vignaioli Indipendenti FIVI partecipano per la prima volta al Meeting di Rimini
Dal 21 al 26 agosto per la prima volta la FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti
avrà un proprio stand al Meeting di Rimini. La Presidente Babini dichiara: Vogliamo dare il nostro contributo alla realizzazione di quello che Papa Leone ha splendidamente definito “il cantiere del nostro tempo”, nella consapevolezza che la nostra indipendenza non significa
isolamento, tutt’altro: siamo persone e imprenditori naturalmente inseriti in ecosistemi sociali, economici e culturali articolati, fatti di filiere nelle quali ogni attore è fondamentale e insostituibile. Per la prima volta la FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti parteciperà con un proprio stand al Meeting di Rimini, che si svolgerà in Fiera dal 21 al 26 agosto 2026, e che quest’anno avrà come titolo e filo conduttore il verso di Dante “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Rita Babini, Vignaiola e Presidente FIVI. Il Meeting di Rimini è un appuntamento da sempre molto attento al mondo dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, che riesce a far dialogare i protagonisti dell’economia, della società e i decisori pubblici intorno ai temi più importanti del nostro tempo. Abbiamo deciso dunque di partecipare anche noi, mossi dalla curiosità e dalla voglia di confronto con i tanti protagonisti che animano questa manifestazione, a partire dal vastissimo pubblico, “il popolo del Meeting”, che lo rende uno degli eventi pubblici più partecipati d’Italia Come ha scritto Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas, anche noi Vignaiole e Vignaioli “desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo” e “individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune”, accogliendo la diversità delle opinioni e stimolando il confronto “serio e leale”. Vogliamo dare il nostro contributo alla realizzazione di quello che Papa Leone ha splendidamente definito “il cantiere del nostro tempo”, nella consapevolezza che la nostra indipendenza non significa isolamento, tutt’altro: siamo persone e imprenditori naturalmente inseriti in ecosistemi sociali, economici e culturali articolati, fatti di filiere nelle quali ogni attore è fondamentale e insostituibile. Viviamo di scambi e interazioni, a maggior ragione perché ciò che produciamo, quel magnifico e misterioso liquido che è il vino, è quasi per definizione un elemento di relazione e convivialità, oltre che il risultato di una filiera produttiva che, spesso ormai da sola, regge le economie territoriali di aree del Paese altrimenti destinate all’abbandono e allo spopolamento. Di questo nostro ruolo, di questo nostro essere custodi del territorio e lavoratori del paesaggio, vogliamo parlare a Rimini, con tutte le persone che avranno piacere di venirci a incontrare. Lo stand FIVI rappresenterà un punto d’incontro per il pubblico e gli ospiti del Meeting che vorranno conoscere meglio le attività della Federazione e il mondo dei Vignaioli: chi sono, cosa fanno, quali sono i valori che li animano e che li uniscono, oltre a far scoprire la storia di Ampelio, il marchio FIVI, che si trova su tutte le bottiglie degli associati, rendendo riconoscibile un vino prodotto da un Vignaiolo indipendente. INFORMAZIONI: Il Meeting di Rimini si svolgerà presso la Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto.
Lo stand della FIVI si troverà nella Hall Sud allo spazio S 17 e sarà aperto tutti i giorni dalle 11 alle 19. Per ulteriori informazioni: www.meetingrimini.org FIVI – Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) è un’organizzazione senza scopo di lucro nata nel 2008. Si propone di promuovere e tutelare la figura, il lavoro, gli interessi e le esigenze tecnico-economiche del Vignaiolo Indipendente italiano, inteso quale soggetto che attua il completo ciclo produttivo del vino, dalla coltivazione delle uve fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione del prodotto finale. Attualmente sono più di 1.800 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di oltre 18.000 ettari di vigneto. Il Marchio FIVI raffigura “Ampelio”, immagine di un Vignaiolo che porta una cesta d’uva sulle spalle e la cui ombra prende la forma di una bottiglia. In questa figura è riassunto tutto quello che per la FIVI significa essere Vignaioli, impegnati quotidianamente in un processo che segue l’intera filiera di produzione, operando
costantemente per custodire, tutelare e promuovere il territorio di appartenenza. La Redazione
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avrà un proprio stand al Meeting di Rimini. La Presidente Babini dichiara: Vogliamo dare il nostro contributo alla realizzazione di quello che Papa Leone ha splendidamente definito “il cantiere del nostro tempo”, nella consapevolezza che la nostra indipendenza non significa
isolamento, tutt’altro: siamo persone e imprenditori naturalmente inseriti in ecosistemi sociali, economici e culturali articolati, fatti di filiere nelle quali ogni attore è fondamentale e insostituibile. Per la prima volta la FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti parteciperà con un proprio stand al Meeting di Rimini, che si svolgerà in Fiera dal 21 al 26 agosto 2026, e che quest’anno avrà come titolo e filo conduttore il verso di Dante “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Rita Babini, Vignaiola e Presidente FIVI. Il Meeting di Rimini è un appuntamento da sempre molto attento al mondo dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, che riesce a far dialogare i protagonisti dell’economia, della società e i decisori pubblici intorno ai temi più importanti del nostro tempo. Abbiamo deciso dunque di partecipare anche noi, mossi dalla curiosità e dalla voglia di confronto con i tanti protagonisti che animano questa manifestazione, a partire dal vastissimo pubblico, “il popolo del Meeting”, che lo rende uno degli eventi pubblici più partecipati d’Italia Come ha scritto Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas, anche noi Vignaiole e Vignaioli “desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo” e “individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune”, accogliendo la diversità delle opinioni e stimolando il confronto “serio e leale”. Vogliamo dare il nostro contributo alla realizzazione di quello che Papa Leone ha splendidamente definito “il cantiere del nostro tempo”, nella consapevolezza che la nostra indipendenza non significa isolamento, tutt’altro: siamo persone e imprenditori naturalmente inseriti in ecosistemi sociali, economici e culturali articolati, fatti di filiere nelle quali ogni attore è fondamentale e insostituibile. Viviamo di scambi e interazioni, a maggior ragione perché ciò che produciamo, quel magnifico e misterioso liquido che è il vino, è quasi per definizione un elemento di relazione e convivialità, oltre che il risultato di una filiera produttiva che, spesso ormai da sola, regge le economie territoriali di aree del Paese altrimenti destinate all’abbandono e allo spopolamento. Di questo nostro ruolo, di questo nostro essere custodi del territorio e lavoratori del paesaggio, vogliamo parlare a Rimini, con tutte le persone che avranno piacere di venirci a incontrare. Lo stand FIVI rappresenterà un punto d’incontro per il pubblico e gli ospiti del Meeting che vorranno conoscere meglio le attività della Federazione e il mondo dei Vignaioli: chi sono, cosa fanno, quali sono i valori che li animano e che li uniscono, oltre a far scoprire la storia di Ampelio, il marchio FIVI, che si trova su tutte le bottiglie degli associati, rendendo riconoscibile un vino prodotto da un Vignaiolo indipendente. INFORMAZIONI: Il Meeting di Rimini si svolgerà presso la Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto.
Lo stand della FIVI si troverà nella Hall Sud allo spazio S 17 e sarà aperto tutti i giorni dalle 11 alle 19. Per ulteriori informazioni: www.meetingrimini.org FIVI – Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) è un’organizzazione senza scopo di lucro nata nel 2008. Si propone di promuovere e tutelare la figura, il lavoro, gli interessi e le esigenze tecnico-economiche del Vignaiolo Indipendente italiano, inteso quale soggetto che attua il completo ciclo produttivo del vino, dalla coltivazione delle uve fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione del prodotto finale. Attualmente sono più di 1.800 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di oltre 18.000 ettari di vigneto. Il Marchio FIVI raffigura “Ampelio”, immagine di un Vignaiolo che porta una cesta d’uva sulle spalle e la cui ombra prende la forma di una bottiglia. In questa figura è riassunto tutto quello che per la FIVI significa essere Vignaioli, impegnati quotidianamente in un processo che segue l’intera filiera di produzione, operando
costantemente per custodire, tutelare e promuovere il territorio di appartenenza. La Redazione
11 Agosto, 2026
Giovanni Papi. La trasformazione stellata: radici, percorso, visione
Ogni grande professionista costruisce la propria identità nel tempo. La costruisce attraverso le esperienze, le scelte, gli incontri e i luoghi che attraversa, ma soprattutto attraverso ciò che decide di portare con sé.
Nel percorso di Giovanni Papi, la trasformazione non nasce da una distanza dalle proprie origini, ma dalla capacità di dare loro nuove forme. La sua crescita professionale si sviluppa senza mai perdere il legame con il luogo da cui tutto è partito: la sua terra, la sua gente, le tradizioni e quella memoria gastronomica che continua a rappresentare una parte fondamentale della sua identità.
Cambiare, confrontarsi con mondi diversi e misurarsi con nuove realtà non significa abbandonare ciò che si è stati, ma permettere alle proprie radici di dialogare con il mondo, trasformandole in una visione più ampia.
È questa la forza di un percorso: evolversi senza smarrirsi.
Nel cammino di Giovanni Papi, ogni esperienza diventa parte di una costruzione più grande. Il riconoscimento raggiunto rappresenta un traguardo importante, ma ciò che racconta davvero il suo percorso è la capacità di continuare a cercare, imparare e mettersi in discussione.
Una crescita che passa dal dubbio, dalla consapevolezza che non esistano punti di arrivo definitivi e dalla volontà di guardare sempre oltre.
Il giorno in cui uno chef pensa di non avere più nulla da imparare è il giorno in cui smette davvero di evolversi.
La cucina cambia velocemente, noi dobbiamo avere l’umiltà di cambiare con lei.
Parole di Giovanni Papi che racchiudono il senso di un percorso costruito sulla ricerca continua, sulla capacità di trasformarsi senza perdere la propria identità.
Dopo tanti anni di cucina, c’è ancora qualcosa che ti fa dubitare delle tue scelte o pensi che il rischio più grande per uno chef sia proprio quello di smettere di mettersi in discussione?
Sì. Credo che il dubbio sia un fattore importante per continuare a crescere. Dopo tanti anni di cucina (quasi 18 ad oggi) continuo a mettermi in discussione, sia come chef che come persona. Mi pongo tante domande tipo: avrei potuto fare meglio un piatto, una scelta o un comportamento. Il giorno in cui uno chef pensa di non avere più nulla da imparare è il giorno in cui smette davvero di evolversi. È quindi meglio ritirarsi. La cucina cambia velocemente, noi dobbiamo avere l’umiltà di cambiare con lei.
Oggi si parla molto di alta cucina: secondo te cosa viene celebrato troppo rispetto al reale valore che porta nel piatto?
Oggi la cucina è apparentemente estetica. Sono sempre stato del parere che il gusto e la tecnica di preparazione vengano prima di tutto. Non che l’estetica non sia importante. È un fattore soggettivo, personale, come il gusto. Si tende troppo ad aggiungere, come far sembrare un piatto di alta qualità solo perché contiene dieci ingredienti nella ricetta. Non credo che esista alta cucina o bassa cucina. Esiste il pensiero del cuoco che esprime, a seconda della sua personalità, il modo di cucinare. Sono gli ingredienti semplici, lavorati nel modo giusto, che rendono un piatto memorabile.
Quanto può diventare pericoloso per uno chef costruirsi un’identità culinaria troppo forte? Quando lo stile rischia di trasformarsi in una gabbia?
Lo stile è personalità. Racconta chi realmente sei: un cuoco. Questa è una mia opinione personale sul fatto di non staccarmi mai dalla realtà e quella di non smettere mai di ascoltare la natura, seguire la stagionalità, stare a contatto con gli ingredienti, con i miei collaboratori e prendere spunto da tutto ciò che mi circonda. Per non smettere mai di crescere e condividere la mia conoscenza.
Qual è stata la decisione più controcorrente che hai preso in cucina, quella che magari qualcuno non ha capito subito, ma che sentivi necessaria?
Non sono sicuro se le mie decisioni siano state giuste o sbagliate. Ho sempre seguito il mio istinto. Viaggiare forse, arrivare fino in Cina per scoprire una cultura gastronomica così forte, per permettere a me stesso di potermi distinguere e fare la differenza, per avere un bagaglio personale più ampio e poter adattare quelle tecniche alla mia cucina italiana.
C’è una convinzione della ristorazione che un tempo consideravi intoccabile e che oggi invece hai completamente cambiato idea?
Durante i miei anni di apprendimento nelle cucine in giro per il mondo ero davvero concentrato solo su me stesso. Diventare un bravo chef, sognavo di arrivare a grandi livelli, ma ero sempre consapevole che non sapevo se ci sarei mai riuscito. Negli ultimi anni invece il mio modo di pensare è cambiato. Nel nostro mestiere è solo grazie alle persone che lavorano con te nella brigata che si può avere un ristorante di successo. La differenza è il team work. Oggi sono concentrato a delegare, ad espandere la mia capacità di creare più concept e non stare soltanto al pass.
Se potessi cancellare un’abitudine o una tendenza dell’alta ristorazione contemporanea, quale elimineresti e perché?
Oggi il marketing fa quasi il 60%. Sui social media si è alla ricerca dell’effetto wow che deve impressionare a tutti i costi. Prima si fotografa un piatto e poi lo si assaggia. Sono social anche io, ma credo che il gusto venga sempre al primo posto. Facciamo ospitalità. Il cliente deve sentirsi a casa da quando la reservation risponde al telefono fino a quando lo salutiamo per andare via dopo un’esperienza al ristorante. Perché credo che il successo sia quando il cliente torni al ristorante una seconda volta. Non perché veda la foto del piatto.
b
Il mio punto di vista
Raccontare Giovanni Papi nasce prima di tutto da una curiosità personale. Lo seguo da tempo e, nel corso degli anni, ho cercato di approfondire il suo percorso non fermandomi ai risultati raggiunti, ma provando a comprendere il pensiero che c’è dietro il suo modo di interpretare la cucina.
Ho studiato la sua storia, cercato di capire meglio la sua visione e ho avuto modo di confrontarmi con lui. Quello che emerge è il ritratto di un professionista che ha scelto di mettersi continuamente alla prova, senza mai cercare scorciatoie.
La cosa che più mi affascina del suo percorso è proprio la capacità di mettersi in gioco fin dall’inizio: partire dalla Sardegna e confrontarsi con realtà gastronomiche completamente diverse. Dalla Costa Azzurra a Parigi, passando per il Lussemburgo, Newcastle, l’Australia, la Cina e oggi Dubai, dove vive e lavora da quasi otto anni, ogni esperienza ha aggiunto un tassello alla sua crescita senza mai recidere il legame con le proprie radici.
Forse è proprio questo l’aspetto che più mi colpisce: la capacità di trasformare ogni viaggio in conoscenza e ogni esperienza in una nuova consapevolezza. Nelle sue parole emerge una cucina che mette al centro il gusto prima dell’apparenza, la tecnica prima dell’effetto scenico, la semplicità degli ingredienti prima della loro ostentazione. Una visione che considera il dubbio uno strumento di crescita e l’umiltà una qualità indispensabile per continuare a evolversi.
Giovanni, dopo un percorso che ti ha portato a confrontarti con culture, cucine e mondi diversi, oggi se dovessi descrivere il tuo ruolo di chef con una sola parola, quale sceglieresti e perché?
G.P. Curioso e affamato. Curioso perché la crescita nasce dalla voglia di continuare a conoscere, esplorare e mettersi in discussione; affamato perché, dopo ogni traguardo raggiunto, rimane la necessità di continuare a sviluppare nuove conoscenze e competenze.
La sua risposta finale racchiude forse il senso più autentico del suo percorso: la curiosità di chi non smette di cercare, di imparare e di confrontarsi, e quella fame professionale che porta a trasformare ogni traguardo in un nuovo punto di partenza.
Per questo Giovanni Papi, oltre ai riconoscimenti raggiunti, è uno chef che personalmente apprezzo. Non soltanto per ciò che ha costruito, ma soprattutto per il modo in cui ha scelto di costruirlo: attraverso la ricerca, il sacrificio, il confronto con culture diverse e quella capacità, rara, di trasformarsi senza mai dimenticare da dove è partito.
Vale Wine – Oltre la carta dei vini
Mi trovi su Instagram come @valewine_
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10 Agosto, 2026
Venissa. Il tempo della Dorona
Mazzorbo è una Venezia diversa, silenziosa e ancora legata al ritmo dell’acqua, dell’agricoltura e delle stagioni. È qui che io e Roberta scegliamo di trascorrere il nostro anniversario, soggiornando al Wine Resort di Venissa per conoscere da vicino uno dei progetti vitivinicoli più originali della laguna.
Dalla camera lo sguardo si apre sul canale e, poco distante, si intravede la Vigna Murata, che visiteremo la mattina successiva. Durante il soggiorno è Roberta a seguire con fotografie e video i diversi momenti del racconto, dalla visita alla Vigna Murata alla degustazione.
Dedichiamo il pomeriggio a Murano. Alla fornace Mian assistiamo alle diverse fasi della lavorazione del vetro, per poi proseguire con il Museo del Vetro, testimonianza di un’arte che da secoli identifica Venezia nel mondo. Un sapere artigianale che ritroveremo più avanti, nella particolare etichetta di Venissa.
Rientriamo a Venissa nel tardo pomeriggio. Prima di cena attraversiamo il giardino che conduce alla Vigna Murata. La luce sta cambiando e il vigneto è immerso in un silenzio quasi assoluto. Per il momento lo osserviamo da fuori: il giorno successivo entreremo tra i filari per conoscere la storia della Dorona.
La serata prosegue all’Osteria Contemporanea, in un ambiente elegante ma informale, con un servizio attento e discreto.
Il percorso si apre con i Cicchetti della Laguna e dell’Orto, accompagnati da Dilì – Moscato Giallo IGT Veneto – Vino Frizzante Col Fondo. La vivace freschezza, la leggera velatura e il carattere aromatico del Moscato Giallo dialogano con naturalezza con le preparazioni dedicate ai prodotti dell’orto e della laguna.
Lo Spaghettone con alalunga cruda ed erbe spontanee viene servito con Oltre la Pipa “Bucce” di Matteo Bisol. La Glera fermentata spontaneamente e macerata sulle bucce aggiunge struttura e una delicata trama tannica, sostenendo il piatto senza alterarne l’equilibrio.
Con la Volpina arriva il primo calice di Venissa 2020. È l’anticipazione del vino che sarà protagonista della verticale del giorno successivo. Mi limito a registrarne le sensazioni principali: marcata sapidità, consistenza del sorso e una freschezza capace di sostenere una materia importante.
Il secondo piatto è ben eseguito e valorizza le verdure dell’orto, pur risultando meno incisivo rispetto alle portate precedenti. Più debole la conclusione dolce: l’alternativa proposta a causa dell’intolleranza al mascarpone appare improvvisata e il Vermouth Venusa, interessante e piacevole da solo, non trova un abbinamento altrettanto convincente con il dessert.
Rientrando in camera attraversiamo nuovamente il giardino. La Vigna Murata è ormai completamente immersa nel buio. L’appuntamento con Chiara è fissato per la mattina successiva.
La Vigna Murata e la rinascita della Dorona
La mattina incontriamo Chiara, Wine Ambassador di Venissa, che ci accompagnerà nella visita alla Vigna Murata e nella degustazione. Prima di entrare tra i filari le chiedo di raccontarmi la storia della Dorona. È impossibile comprendere questi vini senza conoscere il percorso che ha riportato il vitigno al centro della viticoltura veneziana.
Dopo l’acqua alta del 1966 e il progressivo abbandono dell’agricoltura nelle isole, la Dorona era praticamente scomparsa. Considerata estinta, era stata cancellata dal Registro nazionale delle varietà di vite.
La svolta arriva nel 2002. Gianluca Bisol nota alcune vecchie piante nel giardino della casa di Nicoletta Emmer a Torcello, proprio di fronte alla Basilica di Santa Maria Assunta. Non riconoscendo il vitigno dalla forma delle foglie, avvia una ricerca storica e ampelografica che conduce a una scoperta inattesa: quelle viti appartengono alla Dorona di Venezia, l’antica uva dorata della laguna che tutti ritenevano ormai perduta.
La ricerca prosegue nelle diverse isole e consente di individuare ottantotto ceppi superstiti. Da quel patrimonio genetico prende avvio il progetto di recupero. Le nuove barbatelle vengono messe a dimora nella Vigna Murata di Mazzorbo, restituendo alla Dorona uno dei luoghi nei quali era stata coltivata per secoli.
Da quel momento non si è trattato soltanto di salvare il vitigno, ma di imparare nuovamente a conoscerlo, osservandone il comportamento in un ambiente condizionato dall’acqua salmastra, dalle maree e dalla particolare composizione dei terreni.
Entriamo nel vigneto e dopo pochi minuti ci fermiamo davanti a due parcelle che, a prima vista, sembrano identiche. Chiara ci fa notare che tra le due esiste circa un metro di dislivello. Una differenza minima, ma sufficiente a modificare il drenaggio, il rapporto con l’acqua della laguna e il comportamento della vite.
Anni di osservazioni e microvinificazioni hanno evidenziato caratteristiche differenti nelle uve provenienti dalle diverse zone della Vigna Murata. Da questa consapevolezza è nata la decisione di destinare a Venissa le uve delle parcelle più basse, mentre quelle della parte superiore trovano una diversa interpretazione in Venusa.
Lo studio si è poi esteso agli altri vigneti della laguna. Venusa sta assumendo il ruolo di una mappa della Dorona nelle diverse isole. Il progetto dei cru insulari nasce dalla volontà di rendere riconoscibili nel calice differenze di suolo, quota, drenaggio e rapporto con l’acqua che, in un territorio apparentemente uniforme, possono incidere in modo significativo sul carattere delle uve.
Parliamo anche della macerazione sulle bucce, elemento che ha sempre caratterizzato Venissa. Nelle prime annate si arrivava a circa trenta giorni; successivamente il periodo è stato leggermente ridotto, cercando maggiore precisione ed equilibrio senza rinunciare alla struttura e alla personalità del vino.
La visita nel vigneto dura circa mezz’ora, ma il confronto prosegue durante tutta la degustazione. È sufficiente per comprendere che Venissa non nasce da un’intuizione isolata, bensì da oltre vent’anni di osservazione, sperimentazione e conoscenza progressiva di un ambiente che continua ancora oggi a suggerire nuove direzioni.
L’etichetta: oro, vetro e memoria veneziana
Una volta riportata la Dorona a Mazzorbo e ottenuto nuovamente il vino, la famiglia Bisol si trova davanti a un’altra sfida: comunicare visivamente la rarità del progetto e il suo legame con la storia artigianale di Venezia.
La risposta non è una tradizionale etichetta di carta, ma un’opera applicata direttamente sulla bottiglia. Un progetto che mette in relazione tre luoghi e tre saperi della laguna: l’antica arte del battiloro veneziano, le fornaci di Murano e la viticoltura insulare di Mazzorbo.
Il primo passaggio avviene nella bottega di Marino Berta, ultimo battiloro artigianale rimasto a Venezia. Qui un lingotto d’oro zecchino viene lavorato attraverso una lunga battitura manuale, fino a essere ridotto in foglie sottilissime. L’oro non svolge soltanto una funzione decorativa: richiama quello dei mosaici bizantini della Basilica di San Marco e inserisce la bottiglia nella tradizione materiale della città.
Le foglie vengono poi trasferite nelle fornaci di Murano. Durante la lavorazione, i maestri vetrai applicano la lamina d’oro sulla bottiglia sottoposta a temperature prossime ai mille gradi. Il calore permette all’oro di aderire e fondersi visivamente con il vetro, trasformando la superficie della bottiglia in una parte integrante del racconto.
Ogni bottiglia presenta quindi un disegno irripetibile, completato dall’incisione manuale a punta di diamante dell’annata e della numerazione.
La verticale: quattro annate, quattro interpretazioni della Dorona
Terminata la visita rientriamo nella sala degustazione, dove Chiara ha già predisposto i quattro calici della verticale. Sul tavolo ci attendono Venissa 2020, 2019, 2016 e 2010: un percorso che permette di osservare come la Dorona reagisca al tempo senza perdere la propria identità.
Non si tratta di cercare il vino migliore. Ogni annata conserva una fisionomia precisa e restituisce le caratteristiche di una stagione diversa. Il filo comune non è la ripetizione di uno stile, ma la capacità della Dorona di interpretare ogni vendemmia mantenendo riconoscibile la propria origine.
Nel primo calice troviamo Venissa 2020, l’annata più giovane della verticale. Il colore è luminoso, attraversato da riflessi dorati che anticipano un vino ancora pieno di energia. Al naso emergono iodio, salgemma, camomilla, albicocca e susina gialla, seguiti da cedro e da una mineralità che richiama immediatamente la laguna.
Al palato colpiscono la tensione e la precisione del sorso. La freschezza sostiene una materia importante senza appesantirla, mentre la lunga persistenza salina lascia intuire un potenziale evolutivo ancora in gran parte da esprimere. È un vino dinamico, costruito sul contrasto tra consistenza e verticalità.
Il passaggio al 2019 cambia completamente il registro. Il colore acquista maggiore intensità e il profilo aromatico diventa più profondo. I richiami iodati si intrecciano a cenere, cotognata, agrume amaro, radici officinali, mallo di noce, miele di castagno e leggere sfumature di tabacco.
In bocca il vino appare austero, quasi severo, con una trama tannica evidente e una sapidità che accompagna il sorso fino alla chiusura. È un’annata compatta, che non concede molto nell’immediato e richiede attenzione, ma proprio questa sua compostezza la rende particolarmente affascinante.
Con il 2016 la degustazione raggiunge un equilibrio diverso. Dopo l’energia del 2020 e il rigore del 2019, questa annata appare pienamente armonizzata. Il bouquet alterna brezza lagunare, camomilla, nespola, pesca gialla, cedro, miele, zafferano e una delicata nota di noce.
In bocca è pieno, profondo e dinamico. La materia è importante, ma non manca mai la freschezza; ogni elemento sembra aver trovato il proprio spazio, restituendo un sorso che unisce intensità, eleganza e precisione.
L’ultimo calice è il 2010, la prima annata prodotta da Venissa. Prima ancora di avvicinarlo al naso colpisce il colore, ancora vivo e sorprendentemente brillante dopo quindici anni.
Il profilo olfattivo è ampio e stratificato. Ritornano le note iodate, accompagnate da alghe, miele, zafferano, tabacco e richiami balsamici che si susseguono conservando nitidezza.
L’assaggio rappresenta il momento più emozionante della verticale. La freschezza è ancora protagonista, l’alcol perfettamente integrato e la sapidità sostiene un vino che non mostra cedimenti. È uno di quei calici che invitano a rallentare e a tornare più volte sul bicchiere per seguirne l’evoluzione.
Il tempo non ha uniformato le quattro annate, ma ne ha esaltato le differenze. Il 2020 si esprime attraverso energia e tensione, il 2019 con materia e austerità, il 2016 attraverso equilibrio e armonia, il 2010 con profondità ed evoluzione.
È probabilmente questo l’aspetto più convincente di Venissa: la volontà di non costringere la Dorona dentro uno stile immutabile, lasciando che ogni vendemmia racconti il proprio carattere.
La degustazione prosegue con Venusa, che interpreta la Dorona attraverso parcelle e provenienze differenti rispetto a quelle destinate a Venissa. Il progetto dei cru delle isole trova qui la propria applicazione più concreta: non un secondo vino, ma una lettura più ampia della viticoltura lagunare, capace di distinguere e valorizzare le identità dei singoli vigneti.
Venissa e Venusa diventano così due letture complementari della Dorona. Il primo punta su profondità, struttura e longevità; il secondo amplia il racconto del vitigno, mettendone in evidenza il rapporto con le diverse isole.
Il percorso si completa con due rossi provenienti da Santa Cristina, entrambi ottenuti da 82% Merlot e 18% Cabernet Sauvignon, ma costruiti secondo impostazioni molto diverse.
Venusa Rosso 2023, vinificato e affinato in acciaio, mostra il volto più giovane e immediato. Violetta fresca, fiori di barena ed erbe spontanee introducono un frutto fragrante di marasca, fragolina, mora, mirtillo e ribes rosso. Il sorso è vivace, succoso e scattante, sostenuto da una freschezza vibrante, da un tannino fine e da una sapidità che accompagna la chiusura balsamica.
Venissa Rosso 2016 racconta invece il tempo e l’evoluzione. La maturazione in piccoli fusti di legno e il lungo riposo in bottiglia hanno costruito un profilo più profondo, nel quale il frutto nero si intreccia a tabacco da pipa, cuoio, cacao, liquirizia e spezie.
Al palato è pieno, compatto e strutturato. La trama tannica, fitta ma ormai levigata, trova equilibrio in una freschezza ancora viva e in una marcata componente sapida. Il finale è lungo, salmastro e balsamico.
Il confronto chiarisce il ruolo delle scelte di cantina e del tempo. Venusa privilegia fragranza, freschezza e immediatezza; Venissa cerca struttura, complessità e capacità evolutiva. In entrambi rimane riconoscibile una vena salina che riconduce il vino al suo ambiente di origine, dimostrando come la laguna riesca a lasciare la propria impronta anche su varietà internazionali.
Il tempo come ingrediente
Terminata la degustazione restiamo nella stessa sala, dove si trova anche il Wine Shop, e continuiamo a confrontarci con Chiara e Filippo sulle potenzialità evolutive della Dorona. La domanda nasce spontanea: quale bottiglia portare a casa?
La scelta ricade sul Venissa 2020.
È l’annata che, più delle altre, restituisce l’idea di un vino ancora in costruzione. Ha energia, profondità e una freschezza che lascia immaginare un’evoluzione importante nei prossimi anni.
Chiara mi suggerisce di riaprirla tra dieci anni. Non è una previsione costruita per stupire, ma la convinzione di chi segue quel vino dalla vigna alla bottiglia e considera il tempo uno dei suoi ingredienti fondamentali.
La bottiglia entra così nel bagaglio con un obiettivo preciso: non essere aperta presto, ma diventare un ricordo da ritrovare nel momento giusto.
Lasciando Mazzorbo porto con me la consapevolezza che il recupero di un vitigno non si esaurisce nella sua conservazione. Richiede studio, pazienza e la capacità di modificare le proprie scelte quando il vigneto indica una direzione diversa.
La separazione delle parcelle, l’evoluzione della macerazione, il progetto dei cru insulari e la stessa bottiglia, nata dall’incontro tra oro veneziano e vetro di Murano, dimostrano che Venissa non considera la Dorona un reperto da proteggere, ma una varietà ancora capace di rivelare nuove identità.
Anche l’ospitalità ha un ruolo preciso. Dalla reception a Chiara, fino a Filippo nel Wine Shop, ogni persona incontrata accompagna la visita con competenza e disponibilità, senza trasformarla in una rappresentazione costruita per il visitatore.
Venissa non ha soltanto riportato in vita un vitigno ritenuto estinto.
Gli ha restituito un territorio e, soprattutto, un futuro.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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9 Agosto, 2026
Le Manzane: da sabato 1° agosto al via le prenotazioni per la 15ª ®Vendemmia Solidale
Aperte le iscrizioni per l’evento di domenica 6 settembre: nel cuore del Conegliano Valdobbiadene una giornata tra i vigneti con musica dal vivo, visite in cantina, intrattenimento per grandi e bambini, finger food e pranzo in caneva
Prima del vino c’è la vendemmia. Il momento più atteso dell’anno, quando le colline del Conegliano Valdobbiadene si animano di mani, ceste e grappoli maturi. Un rito che, per un giorno, si veste anche di solidarietà. Domenica 6 settembre 2026, dalle 9.00 alle 16.00, i filari della tenuta Le Manzane, a San Pietro di Feletto (Treviso), accoglieranno centinaia di aspiranti vignaioli pronti a trasformare una giornata di festa in un concreto gesto di aiuto. Torna, infatti, per il quindicesimo anno consecutivo, la ®Vendemmia Solidale – Festa e Beneficenza nella Terra del Conegliano Valdobbiadene. Le prenotazioni si aprono sabato 1° agosto: per partecipare è sufficiente scrivere a info@lemanzane.it. Non serve alcuna esperienza, ma soltanto la voglia di condividere una giornata speciale e contribuire a una buona causa.
L’edizione 2026 sostiene Il Filo di Simo ODV, organizzazione di volontariato nata nel 2021 per prevenire il disagio psicologico e offrire ascolto, sostegno e percorsi terapeutici a chi attraversa momenti di fragilità emotiva, con un’attenzione particolare ai giovani. Attraverso gli sportelli attivi nel territorio, gli incontri nelle scuole e le attività di sensibilizzazione, l’associazione promuove una cultura della salute mentale fondata sulla prevenzione, sul dialogo e sulla vicinanza alle persone.
Ernesto Balbinot, titolare della cantina Le Manzane
Ogni anno la ®Vendemmia Solidale ci ricorda quanto possa essere straordinaria la forza della condivisione. In questi quindici anni abbiamo costruito una grande rete di persone, aziende e volontari che credono nella solidarietà. Quest’anno abbiamo scelto di sostenere Il Filo di Simo perché affronta un tema sempre più urgente come il benessere psicologico, soprattutto dei giovani. Tra i filari non si coltiva solo la terra: si coltivano anche speranza, relazioni e nuove possibilità.
La giornata prenderà il via alle 9.30 con l’inizio della raccolta dell’uva e la scopertura del quindicesimo totem del “Vigneto Solidale”, dedicato a Il Filo di Simo ODV. Durante la mattinata saranno organizzate visite guidate in cantina, musica dal vivo con la Black Out Band e un ricco aperitivo con i vini Le Manzane accompagnati dai finger food di pesce del Ristorante Ca’ del Poggio e dalle eccellenze casearie della Latteria Perenzin. A mezzogiorno Riccardo Checchin presenterà ufficialmente la quindicesima edizione della manifestazione con i saluti istituzionali e le testimonianze dell’associazione beneficiaria.
Nel pomeriggio spazio al pranzo in caneva, al gelato per tutti, alla sottoscrizione a premi e a numerose attività dedicate a grandi e piccoli. I bambini potranno divertirsi con i giochi della Ludobussola e le attività artistiche, mentre gli adulti avranno l’opportunità di partecipare a esperienze dedicate all’armocromia, alla lettura delle carte e ai test drive organizzati dalla concessionaria Carraro.
Il ricavato dell’iniziativa, insieme alle donazioni di partner e sponsor e a parte del ricavato della vendita, nel periodo natalizio, delle bottiglie di Conegliano Valdobbiadene Solidale con il bindello della ®Vendemmia Solidale 2026, sarà devoluto a favore de Il Filo di Simo ODV.
L’hashtag ufficiale per seguire la manifestazione sui social è #vendemmiasolidale.
Sono numerosi anche quest’anno i partner e gli sponsor che condividono gli obiettivi benefici della ®Vendemmia Solidale: Arti Grafiche Conegliano, Banca Prealpi SanBiagio, Battistella Capsule, Carraro Concessionaria, Coletti Shopfitting Genius, Crai, Dersut Caffè, Foto Francesco Galifi, Generalvetri, i Bibanesi, Icas, Ondulkart, Ortensia Isola Pâtisserie, Perenzin Latteria, Pez Panificio Pasticceria, Ristorante Relais Ca’ del Poggio, Rotas, Savno Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale, S. Bernardo Tappi Spumante, S’Paul n’ Co. Design, Studio Cloè e TeleChiara.
L’iniziativa è patrocinata dalla Regione del Veneto, dalla Provincia di Treviso e dai Comuni di San Pietro di Feletto, Conegliano e Valdobbiadene, oltre che dall’Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, con il sostegno del Consorzio Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, dell’associazione di promozione sociale XI di Marca e del Club n. 40 Frecce Tricolori Conegliano.
Il Filo di Simo ODV è un’organizzazione di volontariato nata il 5 maggio 2021 con l’obiettivo di prevenire il disagio psicologico e offrire una concreta seconda opportunità a chi vive momenti di fragilità. In pochi anni ha attivato sette sportelli di ascolto nella provincia di Treviso, erogando oltre 3.000 sedute di psicoterapia e accompagnando centinaia di persone in percorsi di sostegno psicologico e prevenzione, con una particolare attenzione ai giovani e alle scuole.
La cantina Le Manzane si trova a San Pietro di Feletto, a metà strada tra le Dolomiti e Venezia, nella fascia collinare della provincia di Treviso, nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene, proclamate il 7 luglio 2019 Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco. L’azienda, a conduzione familiare, è fortemente radicata nel territorio trevigiano come produttrice da più di 40 anni. La cantina, tra le più dinamiche e interessanti nel panorama enologico del Conegliano Valdobbiadene, distribuisce sia in Italia che all’estero raggiungendo oltre 30 Paesi.
La Redazione
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8 Agosto, 2026
Al+Ma e l’incanto: l’estate “Still” di Maso Martis
Regina del metodo classico, forse non tutti sanno che la Maison della famiglia Stelzer, Maso Martis, produce anche due interessanti vini bianchi, due espressioni d’eccezione che rappresentano la perfetta interpretazione del terroir trentino in versione “ferma”: AL+MA 800 (Müller Thurgau) e Incanto (Chardonnay).
Due anime distinte, due personalità che portano nel calice l’essenza delle Dolomiti, rendendole le compagne ideali per i momenti conviviali dell’estate, dalle cene in terrazza ai pranzi mediterranei.
AL+MA 800: il soffio dell’alta quota
Al+Ma è un Müller Thurgau in purezza che sfida l’altitudine. Coltivato a 800 metri di quota in località Montevaccino, questo vino è un inno alla freschezza
Dedicata ad Alessandra e Maddalena Stelzer, (Al+Ma appunto) l’etichetta riporta l’illustrazione ispirata a Henri Matisse e Fortunato Depero e ritrae le due sorelle a formare sia la M di Maso Martis sia le montagne trentine dove questo vino nasce.
Al naso rivela un bouquet aromatico complesso di fiori bianchi – rosa, gelsomino e mimosa – arricchito da sentori agrumati di cedro e note di mela Golden, che sfumano su un finale di salvia e tè verde. Al palato è teso, asciutto e incredibilmente minerale.
Per l’estate: è il vino per un aperitivo rigenerante o per accompagnare piatti delicati come crudi di pesce, insalate estive gourmet o piatti della tradizione asiatica.
L’Incanto: l’eleganza dello Chardonnay
Questo Chardonnay IGT Vigneti delle Dolomiti matura per 15 mesi in barrique, un processo che dona al vino una struttura importante senza sacrificarne l’eleganza. Si presenta con un colore giallo paglierino carico e un profilo olfattivo che spazia dalla frutta esotica matura alle spezie dolci. All’assaggio è pieno e persistente, caratterizzato da una nota vanigliata mai invasiva, che sostiene una sapidità vibrante.
Per l’estate: grazie alla sua complessità diventa il protagonista della tavola, perfetto per accompagnare carni bianche nobili, pesci dalla struttura importante, come crostacei alla griglia o formaggi vaccini leggermente stagionati.
AL+MA 800
Müller Thurgau Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 14,70 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/muller-thurgau-igt-vigneti-delle-dolomiti/ L’Incanto
Chardonnay Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 16,50 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/chardonnay-lincanto-igt-vigneti-delle-dolomiti/ A PROPOSITO DI MASO MARTIS Maso Martis è nata nel 1990, grazie ad Antonio Stelzer e all’allora fidanzata Roberta Giuriali. Insieme, Antonio e Roberta Stelzer hanno costruito una delle realtà della spumantistica nazionale tra le più premiate, che oggi conta su 12 ettari di vigneto di proprietà condotti a regime biologico, una produzione di circa 120mila bottiglie all’anno vendute per il 95% in Italia e per il resto all’estero (Europa, Giappone, Stati Uniti). Antonio e Roberta Stelzer, oggi affiancati dalle figlie Alessandra e Maddalena Da subito ci siamo dedicati quasi esclusivamente all’arte della produzione di spumante metodo classico: una vera e propria sfida allora, quando questa tipologia di prodotto del Trentino non aveva ancora raggiunto la reputazione di alta qualità come oggi ha con il marchio Trentodoc. Il Metodo Classico è il vino che amiamo, che per noi meglio rappresenta il terroir del Trentino, il vino che abbiamo scelto per passione, complici la giovinezza e l’entusiasmo con il quale siamo partiti. Oggi la produzione di Metodo Classico è per noi parte integrante della nostra quotidianità, che ha abbracciato negli anni una selezione e gestione particolare del vigneto, tutto di nostra proprietà. Maso Martis si trova a Martignano, ai piedi del Monte Calisio (detto anche Argentario) sopra Trento, a 450 metri di altitudine: un terreno montano che conosce la coltivazione già dalla fine del 1800, ottimamente esposto e accarezzato dalla brezza di montagna. «Per noi è importante che ogni bottiglia rispecchi l’annata nella quale è stata prodotta e che l’attenzione con la quale curiamo la salubrità della vigna, sia la stessa che poniamo nella tutela del nostro ambiente di vita quotidiano. L’attenzione al dettaglio è frutto di un prezioso lavoro di gruppo, dove la presenza di Daniele Tomasi con Daniel Fedrizzi in vigna e di Matteo Ferrari ed Edoardo Tamanini in cantina, sono parte integrante del nostro appassionante progetto. La firma di Maso Martis è pertanto una concreta realtà che sigla ogni singola bottiglia: in pochi anni tutti gli spumanti Metodo Classico della cantina hanno ottenuto i massimi riconoscimenti delle più importanti guide di settore. La Redazione
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Müller Thurgau Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 14,70 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/muller-thurgau-igt-vigneti-delle-dolomiti/ L’Incanto
Chardonnay Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 16,50 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/chardonnay-lincanto-igt-vigneti-delle-dolomiti/ A PROPOSITO DI MASO MARTIS Maso Martis è nata nel 1990, grazie ad Antonio Stelzer e all’allora fidanzata Roberta Giuriali. Insieme, Antonio e Roberta Stelzer hanno costruito una delle realtà della spumantistica nazionale tra le più premiate, che oggi conta su 12 ettari di vigneto di proprietà condotti a regime biologico, una produzione di circa 120mila bottiglie all’anno vendute per il 95% in Italia e per il resto all’estero (Europa, Giappone, Stati Uniti). Antonio e Roberta Stelzer, oggi affiancati dalle figlie Alessandra e Maddalena Da subito ci siamo dedicati quasi esclusivamente all’arte della produzione di spumante metodo classico: una vera e propria sfida allora, quando questa tipologia di prodotto del Trentino non aveva ancora raggiunto la reputazione di alta qualità come oggi ha con il marchio Trentodoc. Il Metodo Classico è il vino che amiamo, che per noi meglio rappresenta il terroir del Trentino, il vino che abbiamo scelto per passione, complici la giovinezza e l’entusiasmo con il quale siamo partiti. Oggi la produzione di Metodo Classico è per noi parte integrante della nostra quotidianità, che ha abbracciato negli anni una selezione e gestione particolare del vigneto, tutto di nostra proprietà. Maso Martis si trova a Martignano, ai piedi del Monte Calisio (detto anche Argentario) sopra Trento, a 450 metri di altitudine: un terreno montano che conosce la coltivazione già dalla fine del 1800, ottimamente esposto e accarezzato dalla brezza di montagna. «Per noi è importante che ogni bottiglia rispecchi l’annata nella quale è stata prodotta e che l’attenzione con la quale curiamo la salubrità della vigna, sia la stessa che poniamo nella tutela del nostro ambiente di vita quotidiano. L’attenzione al dettaglio è frutto di un prezioso lavoro di gruppo, dove la presenza di Daniele Tomasi con Daniel Fedrizzi in vigna e di Matteo Ferrari ed Edoardo Tamanini in cantina, sono parte integrante del nostro appassionante progetto. La firma di Maso Martis è pertanto una concreta realtà che sigla ogni singola bottiglia: in pochi anni tutti gli spumanti Metodo Classico della cantina hanno ottenuto i massimi riconoscimenti delle più importanti guide di settore. La Redazione