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31 Luglio, 2025
TRALCI VULCANICI 2025
IL COSA E IL DOVE
Lo sorso 29 Giugno l’area attrezzata del Parco Archeologico Culturale di Tuscolo Ilaria Giardini e IPERICO SERVIZI PER LA CULTURA hanno organizzato TRALCI VULCANICI, Evento che ha raccolto le energie di 15 vignaioli naturali operanti nel Territorio del Vulcano Laziale.
15 Aziende che hanno presentato quei vini che producono nell’assoluto rispetto del lavoro e del Territorio dei Castelli Romani.
GLI ASSAGGI
Ricca la proposta di assaggi, tante novità in cui ficcare il naso, tante facce da mettere dietro un’etichetta ascoltando il racconto della terra e del vino da chi il vino lo fa sporcandosi le mani.
Una bella occasione per cercare di tirare le somme di quanto le nuove generazioni stiano facendo per tenere alto il nome del “vino dei Castelli” e di quanto la visione comune di un Progetto sul Territorio possa far bene a questo e di come “tornare” alla tradizione con occhi nuovi consenta di produrre vini più identitari.
Dal tanto (non tantissimo) che ho assaggiato ho estrapolato una personalissima “TOP SEVEN” nella quale troverete anche vini che per punteggio non Vi aspettereste ma che credo meritino la Vostra attenzione per quanto riescono a raccontare.
Dategli una letta e criticatela ma soprattutto assaggiate e condividete.
QUELLO DA NOVANTA (o quasi)
– LAZIO IGT MALVASIA PUNTINATA “LAVENTE” 2020 EMILIANO FINI: un naso che sa di confini, quello tra le durezze del vulcano e le dolcezze dei mieli di acacia e castagno, quelli tra le vegetalità ortolane di sedano rapa e lo schioccare di lingua della caramella mou, quelli minati sui quali si muove scaltra la sottile riduzione…
E poi calore di fieno e di frutta secca, orienti di curcuma e un forse di alcol che mannaggia.
Il sorso?
L’avete annusato prima!
È uguale! Diretto, ha sapidità tagliente ma sa colpire di piatto con la lama delle morbidezze regalando pensieri di corteccia e tabacco mentre Vi ricorda che l’osso di pesca non può mancare.
Da bere ascoltando “MASTER OF PUPPETS” dei METALLICA (e se non ne sapete il motivo indagate).
90 Punti, anche se quel mannaggia di alcol…
GLI ALTRI
– VINO ROSATO “RAW” 2024, CANTINA RIBELÀ: “RAW”, analogicamente come “Red And White” (o forse come un digitale “non elaborato”), frutto rustico del succo di uve bianche e rosse espone il naso a un’acidità imperante che sa di Barbera, dichiarando frutti rossi, fiori ed erbe di campo, soffi balsamico-boschivi…
Il sorso è come l’olfatto, contadino, dissetante, senza fronzoli, pensato per le chiacchiere e per riempire un bicchiere alla fine di un avambraccio che terge il sudore.
Se volete sapere del punteggio beh, direi 83 ma…davvero Vi interessa sapere quanti punti si merita?
– LAZIO IGP MALVASIA BIANCA DI CANDIA “SAMBUCO +” 2021, IL SAMBUCO: tra i fiori bianchi, il legno lascia che la camomilla perda la propria timidezza e si erga a protagonista, poi l’acacia e un tocco di miele, il bergamotto…
E poi l’anima lanuvina del Vulcano Laziale, quella mineralità tufacea che si fonde con il respiro di un mare che è dietro l’angolo, e le erbe aromatiche…la salvia a graffiare d’amaro un naso altrimenti di sole dolcezze.
Il sorso segue l’olfatto tra drittoni sapidi e strapiombi di freschezza collegati dal ritmo di un tannino quasi esuberante in un assaggio di crescenti durezze che per un attimo mi riportano al mio profondo NE.
85++ Punti.
– LAZIO IGP BIANCO “INDICO” 2024, LIANE: da una piccola parcella di Malvasie un vino dal naso delicato, floreale, fresco di sambuco, dolce di tiglio e pesca bianca, con un pensiero di mare.
Sorso freschissimo, salato, con uno scherzo di tannino regalato da un’azzeccata iniezione di Trebbiano a vivacizzarlo ulteriormente.
Dispettoso e amicone come raccontato dall’etichetta (lo conoscete il Lenghelo, vero?!) non nasconde la lunga strada che ancora c’è da percorrere per farlo “benebene” e, per ora, si accontenta di essere gustosissimo (e non è poco).
85—Punti.
– VINO BIANCO “DELICA BIANCO” 2022, MARCO COLICCHIO: sisi, avvicinate il naso al calice!
No, non state a Bagni di Tivoli, ma a Pavona, tra il vulcano e il mare anzi, in questo caso “dentro” il vulcano.
Ne respirate il fiato di zolfo che sembra voler essere come il permesso di varcare la soglia di casa sua, un’atmosfera che avvolge mela gialla macerata, piccantezze di pepe e zenzero, freschezze d’agrume…
Il sorso è uno schiaffo d’acidità e sale, una sbilanciata stadera che pende verso le durezze, con quell’appena di albicocca che ci prova ma non ce la fa.
Un vino con tanti distinguo ma di grande piacevolezza.
85+ Punti.
– LAZIO IGP BIANCO “TESTARDO” 2023, SIMONE PULCINI: se “MICAGNENTE” sa di Marchese del Grillo, “TESTARDO” è più Rugantino (o Conte Tacchia).
Sa di “tre scrocchi” sotto il tavolo, di passatella e sfottò…
“Frascati” dentro senza che sia scritto fuori, Malvasie e Trebbiano a firmare il Territorio, balsamico, boschivo (c’ha pure i funghi), la frutta gialla, le erbe aromatiche a mazzetto, il sale della terra e la mandorla che non può mancare.
In bocca è di graffiante sapidità e tagliente freschezza, sostanzioso quanto deve e quanto serve e lungo sui toni amaricanti della mandorla e delle erbe aromatiche.
88 Punti.
– VINO BIANCO “LE MONACHELLE” 2020, SIMONE PULCINI: nasce in un convento, da uno sguardo di intesa e per scommessa.
Malvasia e Trebbiano che dopo anni di clausura in vetro rinunciano ai voti e scelgono il peccato.
Malvasia e Trebbiano recuperati da un vero e proprio “clos” e che di quelle “quattro mura” mantengono l’animo terragno con quel quid di sacralità che il luogo inevitabilmente infonde, sa di ortolana sopravvivenza prima che di frutta dolce e solare, sa di erbe officinali e riti officiati.
In bocca è tempo scandito a suon di orazioni fresco sapide, fedele (all’olfatto e al Territorio) e miscredente, fa pensare e imprecare (soprattutto perché non ne avrete un’altra bottiglia).
87+ Punti
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a Ilaria Giardini per avermi ospitato e a tutti i vignaioli che hanno avuto la buona creanza di sorbirsi i miei deliri enoici senza mandarmi a quel paese.
È stata davvero una bella serata che spero si possa ripetere ancora (magari aggiustando un pochino il tiro in termini di organizzazione degli spazi), perché parlare del Territorio lasciando la parola al vino è forse il modo migliore per conoscerlo.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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30 Luglio, 2025
La Vigna del Gallo: il cuore verde della viticoltura siciliana nel centro di Palermo
Un’oasi di biodiversità urbana nella Vigna del Gallo racconta la storia e il futuro del vino siciliano tra natura, cultura e ricerca.
Nel cuore di Palermo, all’interno dell’Orto Botanico dell’Università degli Studi, si trova la Vigna del Gallo “Diego Planeta”, un piccolo spazio di 200 metri quadri che racchiude l’essenza autentica della viticoltura siciliana contemporanea. Nato sulle tracce storiche del vigneto di Sant’Erasmo, nobile possedimento alle porte della città, questo luogo è oggi un vero e proprio laboratorio di biodiversità urbana, dove tradizione e innovazione si incontrano per raccontare la ricchezza vitivinicola dell’isola.
A sette anni dall’inaugurazione, la Vigna del Gallo è diventata una meta internazionale per enoturisti, studiosi e viaggiatori, incastonata tra le collezioni botaniche più rare di un orto fondato nel 1789 e custode di oltre cinquemila specie vegetali. Qui la natura, la cultura e la scienza dialogano intensamente, offrendo un’esperienza che affonda nelle radici storiche e guarda con speranza al futuro.
Camillo Pugliesi, Direttore del Consorzio di tutela vini DOC Sicilia
La Vigna del Gallo incarna l’essenza della viticoltura siciliana contemporanea: un luogo dove le radici incontrano l’innovazione, la terra dialoga col sapere. Questo non è solo un progetto botanico ma una comunità viva in cui identità e memoria trovano voce. Ogni biotipo della vigna è un racconto prezioso che rischiavamo di perdere, un archivio naturale che testimonia il legame profondo tra il vino siciliano e la sua terra.
Il cuore della vigna è costituito da 95 biotipi di vitigni autoctoni e reliquie, tra cui spiccano varietà imprescindibili come Grillo, Nero d’Avola, Frappato, Perricone, Catarratto, Inzolia e tante altre varietà rare e preziose come Prunella, Muscaredda, Corinto bianco, Cutrera, Zuccaratu e Visparola. Questo tesoro genetico è il frutto di una sinergia virtuosa tra il Consorzio di Tutela Vini Sicilia DOC, il Sistema Museale dell’Università di Palermo e il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali (SAAF).
Oltre al suo importante ruolo scientifico, la Vigna del Gallo si è trasformata in un polo culturale e turistico di rilievo. Ammessa nei percorsi di visita dell’Orto Botanico di Palermo, offre a visitatori e scuole un approccio immersivo alla scoperta del vino siciliano: visite guidate, degustazioni, laboratori didattici e momenti di narrazione sensoriale ne fanno un modello di turismo lento e consapevole, perfettamente in linea con le tendenze del turismo culturale contemporaneo.
L’importanza internazionale di questa vigna urbana è riconosciuta anche dalla Urban Vineyard Association (U.V.A.), rete globale che collega le esperienze di viticoltura urbana in città come Parigi, Milano, Vienna, Torino e Adelaide. La Vigna del Gallo si inserisce così in un dialogo mondiale volto alla valorizzazione del paesaggio agrario urbano, alla tutela della biodiversità e alla sensibilizzazione verso le sfide ambientali.
Dal cuore pulsante di Palermo, la Vigna del Gallo lancia un messaggio forte e chiaro: la Sicilia è un continente del vino, un territorio di biodiversità, saperi antichi e visioni moderne, coinvolgendo istituzioni, comunità e visitatori in un racconto corale che unisce natura, ricerca e passione.
La Redazione
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30 Luglio, 2025
Il Barolo DOCG del Comune di Verduno 2021 di Diego Morra tra i “Best in Show” ai Decanter World Wine Awards 2025
97 punti e il massimo riconoscimento internazionale per l’eccellenza piemontese firmata Diego Morra, consacrata nel cuore delle Langhe.
Il Barolo DOCG del Comune di Verduno 2021 dell’azienda Diego Morra si è aggiudicato il prestigioso riconoscimento “Best in Show” al Decanter World Wine Awards 2025, grazie a un punteggio eccezionale di 97 punti. Questo concorso internazionale, arrivato alla sua 22ª edizione, ha visto la valutazione di una giuria composta da 248 esperti provenienti da 35 nazioni, tra cui 22 Master Sommelier e 72 Master of Wine, confermando così il Barolo di Verduno come uno dei vini più rilevanti a livello globale.
Il premio “Best in Show” è riservato ai vini che ottengono i punteggi superiori nella selezione Platinum, rappresentando il massimo riconoscimento qualitativo per ogni categoria enologica. Per la cantina Diego Morra e per il territorio di Verduno, questo riconoscimento consolida il ruolo di valore e prestigio nel panorama internazionale del vino di alta qualità.
La giuria Decanter ha descritto così il Barolo 2021
Poche zone sono state più premiate nelle selezioni “Best in Show” del Decanter che le colline del Barolo, con ben dieci presenze dal 2017 a oggi, e altre due aggiunte quest’anno. Il Barolo 2021 si presenta con un colore rosso granato traslucido e un bouquet coinvolgente di mela dolce, melagrana, terra, funghi e sottobosco. Al palato il vino è concentrato e autorevole; la mela e il melograno iniziano austeri per poi evolvere in dolcezza, mentre emergono complessità simili all’incenso. I tannini sono abbondanti ma fini, promettendo evoluzioni setose con l’affinamento. È un vino da attendere, senza fretta di berlo.
Diego Morra commenta con orgoglio
Questo riconoscimento è motivo di grande soddisfazione per la nostra realtà e per Verduno, un terroir che si conferma protagonista a livello mondiale. Lo condividiamo con i nostri collaboratori e con questo angolo di Langa che ci ospita. Continueremo a lavorare con passione per valorizzare la specificità delle nostre colline, interpretandone profondamente l’identità.
Morra prosegue evidenziando il valore delle menzioni comunali nel Barolo indicando come i vini provenienti da un singolo Comune, come il Barolo DOCG del Comune di Verduno, possano raccontare in modo diretto e autentico l’essenza di un terroir, esprimendo schiettezza e profondità.
Il Barolo 2021 è il risultato dell’unione di quattro MGA di Verduno – Massara, Boscatto, Breri e San Lorenzo – caratterizzate da esposizioni sud e sud-est e da suoli a base di marna di Sant’Agata di origine fossile, ricca di sabbia, limo e argilla.
Vale ricordare che un altro Barolo Diego Morra, il Monvigliero 2016, era già stato premiato tra i Best in Show nel 2021, confermando la costanza qualitativa dell’azienda.
Langhe contemporanee: la visione autentica di Diego Morra
Nel cuore delle Langhe, la cantina Diego Morra rappresenta un perfetto equilibrio tra tradizione e contemporaneità. Fondato nei primi anni 2000, il progetto ha radici profonde nella famiglia Morra, che ha investito giorno dopo giorno nella crescita qualitativa e identitaria del territorio.
Oggi l’azienda coltiva circa 30 ettari vitati distribuiti tra Verduno, La Morra e Roddi, comuni storicamente vocati per Barolo, ma anche per vitigni autoctoni come il Pelaverga, oltre al Dolcetto, Barbera e Chardonnay.
La cantina è moderna e sostenibile, armoniosamente inserita nel paesaggio langarolo con materiali naturali. Ma è nel vigneto che si manifesta la filosofia di Diego Morra: rispetto dei tempi naturali, selezione accurata e agricoltura a basso impatto ambientale, concretamente praticata con attenzione meticolosa.
Tra i progetti più interessanti spicca la valorizzazione del Verduno Pelaverga, vitigno autoctono raro e aromatico, promosso con successo sul palcoscenico internazionale grazie all’impegno della cantina. Accanto, si trovano diverse espressioni del Barolo, tra cui il celebre Monvigliero, e lo spumante metodo classico rosato Avantù Langhe DOC.
Le degustazioni si svolgono con vista sui cru o nell’accogliente barricaia, che ospita anche eventi privati, riflettendo un’atmosfera calda e giovane.
La Redazione
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30 Luglio, 2025
Aquila del Torre. Riesling d’autore e l’alba dei nuovi Cru
Ci troviamo a nord di Udine, in quella che, a mio parere, è una delle più belle aziende vitivinicole friulane: un anfiteatro di vigneti, spesso terrazzati, unico nel suo genere. Siamo nella zona dei Colli Orientali del Friuli, in località Savorgnano del Torre, nel comune di Povoletto.
Dal 1996 l’azienda è di proprietà della famiglia Ciani ed è condotta dal figlio di Claudio, Michele.
Conosco l’azienda da una decina d’anni, ma penso che nell’ultimo periodo abbia raggiunto una maturità e un’identità molto specifiche, che ho potuto riscontrare nei vini in questi ultimi 5-6 anni. Ogni volta è sempre affasciante ed istruttivo fare un tour delle vigne con Michele che racconta la filosofia e i lavori che sono stati svolti e che continuano a essere portati avanti. L’azienda è certificata biologica dal 2013, ma è praticamente a conduzione biodinamica dallo stesso periodo. Punto focale, infatti, è la biodiversità di questa bellissima zona. L’idea è quella della valorizzazione massima del terroir. Dei 50 ettari totali dell’azienda, 18 sono vitati, piantati a Picolit, Riesling, Refosco, Merlot, Friulano e Sauvignon. L’età media delle vigne è di 30 anni, con il Picolit e il Friulano che raggiungono anche i 60 anni. L’anfiteatro è stato suddiviso in terrazzamenti dove, in alcune zone, si trova un solo filare; in altre, due. Il cuore della collina è coltivato a Refosco e Merlot, la parte verso la cantina a Sauvignon, quella opposta a Friulano. Sulla parte più alta si trovano Picolit e Riesling. Il sistema dei terrazzamenti ha permesso anche la realizzazione di canali per lo scolo delle acque, favorendo le lavorazioni, che sono praticamente tutte manuali. Michele, di formazione agronomica, ci spiega tutto con grande amore e passione. Ci racconta la scelta della biodinamica mentre camminiamo tra i vigneti, dove in alcuni punti le pendenze sono veramente importanti. Ma poter camminare in un ambiente sano è un’esperienza che non ha eguali.
Vi consiglio di provare a camminare in un vigneto coltivato in biodinamica da anni: noterete la differenza! Michele ci racconta che la squadra che si occupa dei lavori in vigna è sempre molto felice di venire a lavorare qui. All’interno della tenuta si notano casette per api, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema e dei vigneti. Ci avviciniamo alla cantina. Mentre osserviamo il paesaggio circostante, arriva anche papà Claudio, che poi si fermerà a chiacchierare durante la degustazione. La cantina è moderna, con attrezzature in acciaio per la vinificazione, ma anche uova in cemento per la vinificazione e l’affinamento dei vini, delle quali Michele è molto soddisfatto. Per ora sono tre, ma presto aumenteranno. Le lavorazioni sono artigianali, con l’utilizzo del pied de cuve per l’avvio della fermentazione, rigorosamente con lieviti indigeni. Nessuna aggiunta nelle varie fasi: i vini bianchi affinano per molti mesi sulle fecce fini, mentre i rossi, dopo una macerazione sulle bucce, invecchiano in barriques di rovere francese, mai solo di primo passaggio, ma sempre con un misto. Ne escono vini molto interessanti, caratterizzati da finezza e ottima bevibilità. Vini che, come detto, hanno trovato una forte identità, accompagnati da etichette molto belle e riconoscibili: “Aquila del Torre” è abbreviato in AT, in grafiche diverse per ogni vino, ma sempre unite da un filo conduttore che rappresenta il legame tra uomo e terra visto attraverso il vino. Veniamo ai vini, tutti degni di nota. Oggi vi parlo solo di alcuni: Riesling: sentori di mele e agrumi, poi erbe mediterranee e note floreali. Al palato il vino è teso, croccante, con bella persistenza e bevibilità. Sauvignon Prima Luce: non il classico Sauvignon. Viene affinato in botti di legno per 12 mesi. Al naso sentori complessi e ampi: frutta tropicale, spezie dolci, erbe mediterranee, agrumi. Al palato è pieno e rotondo, equilibrato, pulito, con buona freschezza e persistenza. Una bella bevuta! Oasi: una piccola chicca, una perla unica nel suo genere. È un Picolit vinificato secco. Al naso il bouquet è ampio: sentori di canditi, vaniglia, tostature, ricordi di panettone e spezie dolci. Al palato è pieno, avvolgente, con bella mineralità, grande persistenza e bevibilità. Refosco dal Peduncolo Rosso: frutti di bosco, viole e spezie al naso. Al palato è fresco, pieno, succoso, con bella ampiezza e persistenza. Una beva molto piacevole. Azienda punto di riferimento della zona, credo che nei prossimi anni i loro vini siano destinati a una crescita ancora più importante. Ma Aquila del Torre non è soltanto un’azienda esemplare per la cura della vigna e la sensibilità verso la biodiversità: è anche una delle pochissime realtà dei Colli Orientali del Friuli capace di produrre Riesling di altissimo livello.
La prova concreta l’abbiamo avuta durante la degustazione che ho organizzato qualche settimana fa, al tramonto, proprio tra i filari di Aquila del Torre. Una degustazione alla cieca, pensata per confrontare terroir e stili, che ha messo in dialogo Riesling provenienti dall’Italia, dall’Alsazia e dalla Mosella. Il Riesling di Aquila del Torre, in questo contesto internazionale, ha saputo distinguersi per tensione, freschezza e una finezza aromatica davvero memorabile. In più, c’è una novità importante per questo territorio: dal 2025 è stato approvato ufficialmente il CRU “Colli Orientali del Friuli Savorgnano” (a livello normativo sottozona, ma mi sembra troppo denigrante questo vocabolo che usa il nostro legislatore), dove è previsto un bianco composto da almeno l’80% di Friulano e il 10% di Picolit. Mi entusiasma vedere come qui si stiano valorizzando vecchie vigne di Picolit e Friulano, due vitigni capaci di offrire un profilo aromatico e una freschezza fuori dal comune, soprattutto quando il Picolit è vinificato in versione secca. Questo tipo di lavorazione esalta i caratteri minerali e la pulizia della beva, con un risultato affascinante e identitario. Il blend Friulano–Picolit mi sembra perfetto per raccontare il terroir di queste colline: l’uso calibrato del legno in piccole e medie capacità aggiunge una dimensione aromatica che si integra alla perfezione con la freschezza e la sapidità di base. È in questo contesto, con queste prospettive di valorizzazione del territorio e delle sue varietà storiche, che la nostra serata dedicata al Riesling ha trovato il suo senso più profondo: dimostrare che anche qui, tra i Colli Orientali, si possono produrre bianchi longevi e di grande respiro internazionale. Dopo aver raccontato la filosofia e la storia di Aquila del Torre, è naturale parlare della degustazione che abbiamo organizzato tra i loro vigneti. Non una degustazione qualsiasi, ma una sfida alla cieca tra Riesling provenienti da tre grandi aree: Italia, Alsazia e Mosella, con qualche incursione fuori confine per allargare lo sguardo. Abbiamo iniziato proprio da casa, con le tre annate del Riesling di Aquila del Torre, 2020, 2015 e 2012 per comprendere come il terroir friulano e la mano di Michele Ciani interpretano questo vitigno. A seguire abbiamo aperto il GraZicA 2023 di Burja, proveniente dalla Vipavska Dolina in Slovenia, e il Windbichel 2021 di Castel Juval, espressione elegante dell’Alto Adige e della Val Venosta. Da lì siamo volati lontano, fino all’Eden Valley in Australia, con il Penfolds “Bin 51” 2023, prima di rientrare in Europa con due interpretazioni radicali e macerate di Pierre Frick: il Riesling Rot-Murlé 2021 e il Grand Cru “Vorbourg” 2022, entrambi dall’Alsazia. Sempre dall’Alsazia sono arrivati altri confronti preziosi: il Riesling Grand Cru Frankstein 2021 di Jeran Louis & Eric Kamm, l’elegante Riesling 2021 di Domaine Weinbach e il Riesling 2022 di Marcel Deiss, una delle firme più particolari della regione. Poi ci siamo immersi nella Mosella con lo Schieferterrassen 2021 di Heymann-Löwenstein, il Wehlener Trocken 2020 di Dr. Loosen, il Alte Reben Trocken 2020 di Markus Molitor, il Nonnengarten Trocken 2022 di Clemens Busch e, infine, il Wehlener Sonnenuhr Kabinett 2021 di J.J. Prüm. La degustazione di Riesling ha portato alla luce vari aspetti importanti. Primo: la Mosella si conferma la terra d’eccellenza per questo vitigno. I produttori che lavorano in maniera pulita, spesso in biodinamica, hanno espresso i migliori risultati. I vini più costruiti “a tavolino”, come il Penfolds o lo stesso Löwenstein, rimanevano indietro: si percepiva che erano vini impeccabili tecnicamente, ma meno autentici nel carattere. Ci siamo chiesti anche se abbia senso macerare il Riesling, come fa Pierre Frick. Alla fine della degustazione ho voluto riprovare i suoi vini dopo quelli della Mosella e devo ammettere che facevo fatica a berli: l’espressione del vitigno appariva forzata e mancava quella finezza che rende il Riesling unico. Marcel Deiss ha portato probabilmente il miglior naso della giornata, con profumi complessi e seducenti, ma al palato il vino si perdeva. Al contrario, Clemens Busch e Markus Molitor sono stati i vertici assoluti della serata, con J.J. Prüm a rivaleggiare ma, a mio avviso, non allo stesso livello per la presenza sempre evidente di un residuo zuccherino. Molitor ha offerto un naso classico con un bellissimo sentore di zafferano, segno di grande precisione ed eleganza. E per concludere, una delle sorprese più belle della degustazione: il Riesling del padrone di casa, Aquila del Torre, annata 2012. Un vino di profondità, con una stratificazione di profumi e sapori sorprendente e un’ottima persistenza. Avercene di Riesling così, capace di dialogare alla pari con i grandi interpreti europei! Questa serata non è stata soltanto una degustazione tecnica, ma un vero e proprio viaggio attraverso territori, filosofie e interpretazioni del Riesling. Ed è bello pensare che proprio qui, tra i terrazzamenti di Savorgnano, si stia scrivendo una nuova pagina per i bianchi dei Colli Orientali del Friuli, con l’approvazione del nuovo CRU e la valorizzazione di vitigni storici come il Friulano e il Picolit. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti Se il Riesling 2012 di Aquila del Torre ci ha dimostrato che queste colline possono parlare la lingua dei grandi bianchi del mondo, il futuro che ci attende promette vini sempre più identitari, profondi e capaci di emozionare. E allora, brindiamo a ciò che verrà, perché questa è solo l’inizio di una storia ancora tutta da scrivere.
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Conosco l’azienda da una decina d’anni, ma penso che nell’ultimo periodo abbia raggiunto una maturità e un’identità molto specifiche, che ho potuto riscontrare nei vini in questi ultimi 5-6 anni. Ogni volta è sempre affasciante ed istruttivo fare un tour delle vigne con Michele che racconta la filosofia e i lavori che sono stati svolti e che continuano a essere portati avanti. L’azienda è certificata biologica dal 2013, ma è praticamente a conduzione biodinamica dallo stesso periodo. Punto focale, infatti, è la biodiversità di questa bellissima zona. L’idea è quella della valorizzazione massima del terroir. Dei 50 ettari totali dell’azienda, 18 sono vitati, piantati a Picolit, Riesling, Refosco, Merlot, Friulano e Sauvignon. L’età media delle vigne è di 30 anni, con il Picolit e il Friulano che raggiungono anche i 60 anni. L’anfiteatro è stato suddiviso in terrazzamenti dove, in alcune zone, si trova un solo filare; in altre, due. Il cuore della collina è coltivato a Refosco e Merlot, la parte verso la cantina a Sauvignon, quella opposta a Friulano. Sulla parte più alta si trovano Picolit e Riesling. Il sistema dei terrazzamenti ha permesso anche la realizzazione di canali per lo scolo delle acque, favorendo le lavorazioni, che sono praticamente tutte manuali. Michele, di formazione agronomica, ci spiega tutto con grande amore e passione. Ci racconta la scelta della biodinamica mentre camminiamo tra i vigneti, dove in alcuni punti le pendenze sono veramente importanti. Ma poter camminare in un ambiente sano è un’esperienza che non ha eguali.
Vi consiglio di provare a camminare in un vigneto coltivato in biodinamica da anni: noterete la differenza! Michele ci racconta che la squadra che si occupa dei lavori in vigna è sempre molto felice di venire a lavorare qui. All’interno della tenuta si notano casette per api, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema e dei vigneti. Ci avviciniamo alla cantina. Mentre osserviamo il paesaggio circostante, arriva anche papà Claudio, che poi si fermerà a chiacchierare durante la degustazione. La cantina è moderna, con attrezzature in acciaio per la vinificazione, ma anche uova in cemento per la vinificazione e l’affinamento dei vini, delle quali Michele è molto soddisfatto. Per ora sono tre, ma presto aumenteranno. Le lavorazioni sono artigianali, con l’utilizzo del pied de cuve per l’avvio della fermentazione, rigorosamente con lieviti indigeni. Nessuna aggiunta nelle varie fasi: i vini bianchi affinano per molti mesi sulle fecce fini, mentre i rossi, dopo una macerazione sulle bucce, invecchiano in barriques di rovere francese, mai solo di primo passaggio, ma sempre con un misto. Ne escono vini molto interessanti, caratterizzati da finezza e ottima bevibilità. Vini che, come detto, hanno trovato una forte identità, accompagnati da etichette molto belle e riconoscibili: “Aquila del Torre” è abbreviato in AT, in grafiche diverse per ogni vino, ma sempre unite da un filo conduttore che rappresenta il legame tra uomo e terra visto attraverso il vino. Veniamo ai vini, tutti degni di nota. Oggi vi parlo solo di alcuni: Riesling: sentori di mele e agrumi, poi erbe mediterranee e note floreali. Al palato il vino è teso, croccante, con bella persistenza e bevibilità. Sauvignon Prima Luce: non il classico Sauvignon. Viene affinato in botti di legno per 12 mesi. Al naso sentori complessi e ampi: frutta tropicale, spezie dolci, erbe mediterranee, agrumi. Al palato è pieno e rotondo, equilibrato, pulito, con buona freschezza e persistenza. Una bella bevuta! Oasi: una piccola chicca, una perla unica nel suo genere. È un Picolit vinificato secco. Al naso il bouquet è ampio: sentori di canditi, vaniglia, tostature, ricordi di panettone e spezie dolci. Al palato è pieno, avvolgente, con bella mineralità, grande persistenza e bevibilità. Refosco dal Peduncolo Rosso: frutti di bosco, viole e spezie al naso. Al palato è fresco, pieno, succoso, con bella ampiezza e persistenza. Una beva molto piacevole. Azienda punto di riferimento della zona, credo che nei prossimi anni i loro vini siano destinati a una crescita ancora più importante. Ma Aquila del Torre non è soltanto un’azienda esemplare per la cura della vigna e la sensibilità verso la biodiversità: è anche una delle pochissime realtà dei Colli Orientali del Friuli capace di produrre Riesling di altissimo livello.
La prova concreta l’abbiamo avuta durante la degustazione che ho organizzato qualche settimana fa, al tramonto, proprio tra i filari di Aquila del Torre. Una degustazione alla cieca, pensata per confrontare terroir e stili, che ha messo in dialogo Riesling provenienti dall’Italia, dall’Alsazia e dalla Mosella. Il Riesling di Aquila del Torre, in questo contesto internazionale, ha saputo distinguersi per tensione, freschezza e una finezza aromatica davvero memorabile. In più, c’è una novità importante per questo territorio: dal 2025 è stato approvato ufficialmente il CRU “Colli Orientali del Friuli Savorgnano” (a livello normativo sottozona, ma mi sembra troppo denigrante questo vocabolo che usa il nostro legislatore), dove è previsto un bianco composto da almeno l’80% di Friulano e il 10% di Picolit. Mi entusiasma vedere come qui si stiano valorizzando vecchie vigne di Picolit e Friulano, due vitigni capaci di offrire un profilo aromatico e una freschezza fuori dal comune, soprattutto quando il Picolit è vinificato in versione secca. Questo tipo di lavorazione esalta i caratteri minerali e la pulizia della beva, con un risultato affascinante e identitario. Il blend Friulano–Picolit mi sembra perfetto per raccontare il terroir di queste colline: l’uso calibrato del legno in piccole e medie capacità aggiunge una dimensione aromatica che si integra alla perfezione con la freschezza e la sapidità di base. È in questo contesto, con queste prospettive di valorizzazione del territorio e delle sue varietà storiche, che la nostra serata dedicata al Riesling ha trovato il suo senso più profondo: dimostrare che anche qui, tra i Colli Orientali, si possono produrre bianchi longevi e di grande respiro internazionale. Dopo aver raccontato la filosofia e la storia di Aquila del Torre, è naturale parlare della degustazione che abbiamo organizzato tra i loro vigneti. Non una degustazione qualsiasi, ma una sfida alla cieca tra Riesling provenienti da tre grandi aree: Italia, Alsazia e Mosella, con qualche incursione fuori confine per allargare lo sguardo. Abbiamo iniziato proprio da casa, con le tre annate del Riesling di Aquila del Torre, 2020, 2015 e 2012 per comprendere come il terroir friulano e la mano di Michele Ciani interpretano questo vitigno. A seguire abbiamo aperto il GraZicA 2023 di Burja, proveniente dalla Vipavska Dolina in Slovenia, e il Windbichel 2021 di Castel Juval, espressione elegante dell’Alto Adige e della Val Venosta. Da lì siamo volati lontano, fino all’Eden Valley in Australia, con il Penfolds “Bin 51” 2023, prima di rientrare in Europa con due interpretazioni radicali e macerate di Pierre Frick: il Riesling Rot-Murlé 2021 e il Grand Cru “Vorbourg” 2022, entrambi dall’Alsazia. Sempre dall’Alsazia sono arrivati altri confronti preziosi: il Riesling Grand Cru Frankstein 2021 di Jeran Louis & Eric Kamm, l’elegante Riesling 2021 di Domaine Weinbach e il Riesling 2022 di Marcel Deiss, una delle firme più particolari della regione. Poi ci siamo immersi nella Mosella con lo Schieferterrassen 2021 di Heymann-Löwenstein, il Wehlener Trocken 2020 di Dr. Loosen, il Alte Reben Trocken 2020 di Markus Molitor, il Nonnengarten Trocken 2022 di Clemens Busch e, infine, il Wehlener Sonnenuhr Kabinett 2021 di J.J. Prüm. La degustazione di Riesling ha portato alla luce vari aspetti importanti. Primo: la Mosella si conferma la terra d’eccellenza per questo vitigno. I produttori che lavorano in maniera pulita, spesso in biodinamica, hanno espresso i migliori risultati. I vini più costruiti “a tavolino”, come il Penfolds o lo stesso Löwenstein, rimanevano indietro: si percepiva che erano vini impeccabili tecnicamente, ma meno autentici nel carattere. Ci siamo chiesti anche se abbia senso macerare il Riesling, come fa Pierre Frick. Alla fine della degustazione ho voluto riprovare i suoi vini dopo quelli della Mosella e devo ammettere che facevo fatica a berli: l’espressione del vitigno appariva forzata e mancava quella finezza che rende il Riesling unico. Marcel Deiss ha portato probabilmente il miglior naso della giornata, con profumi complessi e seducenti, ma al palato il vino si perdeva. Al contrario, Clemens Busch e Markus Molitor sono stati i vertici assoluti della serata, con J.J. Prüm a rivaleggiare ma, a mio avviso, non allo stesso livello per la presenza sempre evidente di un residuo zuccherino. Molitor ha offerto un naso classico con un bellissimo sentore di zafferano, segno di grande precisione ed eleganza. E per concludere, una delle sorprese più belle della degustazione: il Riesling del padrone di casa, Aquila del Torre, annata 2012. Un vino di profondità, con una stratificazione di profumi e sapori sorprendente e un’ottima persistenza. Avercene di Riesling così, capace di dialogare alla pari con i grandi interpreti europei! Questa serata non è stata soltanto una degustazione tecnica, ma un vero e proprio viaggio attraverso territori, filosofie e interpretazioni del Riesling. Ed è bello pensare che proprio qui, tra i terrazzamenti di Savorgnano, si stia scrivendo una nuova pagina per i bianchi dei Colli Orientali del Friuli, con l’approvazione del nuovo CRU e la valorizzazione di vitigni storici come il Friulano e il Picolit. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti Se il Riesling 2012 di Aquila del Torre ci ha dimostrato che queste colline possono parlare la lingua dei grandi bianchi del mondo, il futuro che ci attende promette vini sempre più identitari, profondi e capaci di emozionare. E allora, brindiamo a ciò che verrà, perché questa è solo l’inizio di una storia ancora tutta da scrivere.
29 Luglio, 2025
Grimaldi Enoica Co-Wine Festival
Ci siamo!
Ecco il Grimaldi Enoica Co-Wine Festival, un evento dedicato alla valorizzazione del vino calabrese, attraverso un’esperienza condivisa. Una narrazione collettiva sull’identità vitivinicola della Calabria, curata da sommelier professionisti, che guideranno le degustazioni e racconteranno i vini dei produttori partecipanti.
Quando? 10 e 11 agosto.
Dove? Nel bellissimo Borgo di Grimaldi, a pochi km da Cosenza ed in pieno Savuto, il fiume che attraversa il suo territorio.
Due giorni di edizione che vede come partecipanti giornalisti e professionisti della comunicazione enogastronomica, che si incontreranno in talk, salotti e seminari.
Tra gli ospiti Luca Gardini, Best Italy Wine Critic of the World 2022, Miglior Sommelier del Mondo 2010, critico enologico tra i più influenti a livello internazionale, curatore della Guida ai 1000 Vini d’Italia e della Guida ai Ristoranti d’Italia de L’Espresso. Luca Grippo, sommelier, giornalista, blogger di settore e tantissimi altri wine lovers e semplici amanti del vino invitati all’evento.
Il Festival nasce con un’idea ben precisa, quella di raccontare insieme l’identità vitivinicola della Calabria, senza barriere tra le aziende, ma con una presentazione unitaria, curata da sommelier professionisti, che guideranno le degustazioni e racconteranno i vini dei produttori partecipanti. Un salotto nel borgo, tra dialoghi e scambi di idee. Sorrisi e sorsi di qualità.
Siamo convinti che questo Festival possa diventare una vetrina autentica del nostro territorio, e contiamo sulla partecipazione di tanti per costruirlo insieme l messaggio degli organizzatori. Nei prossimi giorni i dettagli del programma, tra convento, con vino e convivio. E poi la wine pop night…Partner dell’evento il Comune di Grimaldi, Regione Calabria, Calabria Straordinaria, Arsac e Città del vino. La Redazione
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Siamo convinti che questo Festival possa diventare una vetrina autentica del nostro territorio, e contiamo sulla partecipazione di tanti per costruirlo insieme l messaggio degli organizzatori. Nei prossimi giorni i dettagli del programma, tra convento, con vino e convivio. E poi la wine pop night…Partner dell’evento il Comune di Grimaldi, Regione Calabria, Calabria Straordinaria, Arsac e Città del vino. La Redazione
29 Luglio, 2025
Jà Te Disse. I vini di Pedro Patrício
Viaggiare con Francesca significa scoprire cantine e vini speciali, vere e proprie perle, quindi non potevo fare a meno di portarvi con me in questo meraviglioso viaggio fuori dall’Italia. Questa volta, ho percorso migliaia di chilometri per approdare in Portogallo, nella regione di Estremoz, in Alentejo, presso una cantina boutique, dove i vini vengono prodotti in un vigneto di appena un ettaro e con un unico obiettivo: la microproduzione di alta progetto Jà Te Disse, dirigente ospedaliero di professione ed enofilo per curiosità e passione. Un uomo incredibile e poliedrico, che riesce ancora a essere uno dei più giovani presidenti di una squadra di calcio, l’União de Santarém, dove sta svolgendo un lavoro di grande successo.
Dopo un viaggio in Borgogna e la degustazione di alcuni vini rimasti impressi nel suo cuore e nella sua memoria, un sogno a lungo latente è rinato: produrre vini di qualità in Portogallo. Nel 2015, Pedro, insieme al fratello Rui Patrício, ha acquistato una tenuta nella regione dell’Alentejo, a Estremoz, a due passi dalla parrocchia di S. Lourenço de Mamporcão. Da lì, piantare un vigneto di un solo ettaro, ma con molto da offrire, è stato solo un piccolo passo.
Questo è un micro-progetto, la realizzazione di qualcosa che desideravamo, che ci dà immenso piacere e dove ogni dettaglio fa la differenza. La quantità non è affatto una delle nostre priorità, ma la qualità sì, senza dubbio!
Quattro anni dopo, nel 2021, è stato lanciato il primo vino, JÁ TE DISSE TINTO 2019, imbottigliato in sole 2.800 bottiglie numerate e sigillate a mano, che sono andate esaurite quello stesso anno. Se chiedessi a Pedro di darmi un motto che simboleggiasse il suo progetto, lo farebbe sicuramente. Da questo momento in poi, la mia curiosità è stuzzicata e voglio conoscere ogni passaggio che porta a queste gemme in bottiglia, molto apprezzate in Portogallo e diventate oggetti da collezione per grandi intenditori di tutto il mondo.
Pedro inizia raccontandomi che, dopo aver diserbato i grappoli settimane prima della vendemmia, rimangono in media solo 3 grappoli per vite fino alla vendemmia; l’uva viene raccolta varietà per varietà, manualmente e all’alba, per preservarne la naturale freschezza. Alcuni vini, dopo il processo di fermentazione naturale, vengono invecchiati in botti di rovere francese, il che ne aumenta ulteriormente la qualità. Per rendere ogni bottiglia una vera e propria opera d’arte, tutte le bottiglie disponibili sono numerate, sigillate e le etichette sono state disegnate e firmate dal più grande architetto portoghese di tutti i tempi: Álvaro Siza Vieira.
Ma Pedro e il suo progetto si basano anche su un team tecnico esperto, dedicato e altamente competente: l’enologo franco-portoghese Joachim Roque è responsabile di tutta la viticoltura e la produzione vinicola. Laureato in viticoltura ed enologia a Bordeaux, in Francia, vanta una vasta esperienza internazionale (Bordeaux, Côtes du Rhônes, Napa Valley e Alentejo). Fin dal primo giorno, Joachim Roque ha riconosciuto il potenziale del terroir e dei vigneti che caratterizzano “JÁ TE DISSE” e, credendo in questo progetto unico e speciale, ha contribuito a trasformare questo piccolo appezzamento di vigneto in una storia di successo, soprattutto per quanto riguarda la produzione rigorosamente controllata di un vino premium dalle caratteristiche uniche. Oltre a Joachim Roque, il produttore sottolinea Ana Paulino, coordinatrice di tutta la produzione vinicola, e Rui Pedras, responsabile generale dei vigneti.
A questo punto, mi sorge spontanea la classica domanda da degustazione: Cosa mi regalerà Pedro di così emozionante e spettacolare?, anche se, a dire il vero, conosco già la risposta: vini eleganti, intensi, freschi, profumati e dalla struttura eccezionale.
La mia prima degustazione è JA TE DISSE BRANCO VIOGNIER, Viognier in purezza, di cui sono state prodotte 3.600 bottiglie numerate in edizione limitata. Un vino premiato con i premi Scelta del Mercato e Scelta della Stampa per tre anni consecutivi in Portogallo. Di colore giallo dorato, presenta un bouquet complesso di fiori bianchi freschi e note fruttate, in particolare di albicocca. È un vino secco, ben strutturato, dal sapore pieno e un tocco di dolcezza. Colpisce il palato con la sua robustezza, freschezza e note agrumate. È gastronomico e versatile, persistente e con un finale entusiasmante e accattivante.
Secondo vino, Pedro mi racconta che questo vino è nato nel 2021 e che le uve di tre varietà (Aragonez, Touriga e Syrah) sono state lavorate con grande cura per creare esattamente questo vino, un grande Rosé. Solo 1.995 bottiglie numerate ed etichette trasparenti per mettere in risalto il colore del vino: ecco il suo JÁ TE DISSE ROSÉ, anch’esso in edizione limitata, e qui mi si riempiono gli occhi di lacrime, perché Pedro sa quanto amo i vini rosati. Ha un colore rosa tenue e trasparente, con un aroma raffinato e vivace, che rivela un’esplosione di frutti di bosco. Al palato è molto elegante, fresco, con note di erbe aromatiche e una buona persistenza.
Ed ora passiamo ai tre vini rossi, in una “scalata fantastica” che non ti aspetti, perché l’asticella si alza sempre di più, vino dopo vino. Cominciamo con JÁ TE DISSE TINTO, prodotto con uve Petit Verdot, Syrah e Alicante. Questo vino ha ricevuto numerosi premi e medaglie internazionali, tra cui la Grand Gold e la medaglia d’oro a Bruxelles, il Vino dell’Anno in Portogallo e molti altri. L’annata 2020 di Já Te Disse Tinto vanta un colore rosso intenso e brillante ed aromi complessi con note di frutta nera matura e spezie. Al palato è elegante e vigoroso, di corpo, con un finale lungo, equilibrato e persistente.
Continuiamo con JÁ TE DISSE ALICANTE BOUSCHET. E che dire…un gran vino… una vera bomba! Un’opera davvero speciale dell’enologo Joachim Roque. Dalle 975 viti di Alicante Bouschet, e utilizzando lo stesso processo produttivo dei suoi vini rossi, Roque ha selezionato le migliori uve per produrre questa “edizione speciale” ed è arrivato ad un vino sorprendente e spettacolare. Dopo 14 mesi di affinamento in botti nuove di rovere francese, sono state prodotte 3.200 bottiglie numerate. Di colore rosso porpora opaco e con aromi di frutta matura e spezie, al palato rivela una consistenza ampia, densa e setosa, con un finale persistente, che ne rivela tutto il potenziale di invecchiamento.
Ma ecco il gran finale, il JÁ TE DISSE PETIT VERDOT Platinum Edition, ONE & ONLY. Un grande omaggio al 75° compleanno dei suoi genitori, Francisco e Fernanda. E anche qui Pedro racconta che durante la vendemmia manuale, avvenuta nelle prime ore del mattino del 9 settembre 2021, Joachim Roque ha selezionato i grappoli migliori per produrre questo Petit Verdot, la prima “Grand Réserve” della famiglia. Dopo 24 mesi di invecchiamento in botti di rovere francese e altri 12 mesi in bottiglia, sono state prodotte solo 877 bottiglie numerate di questa edizione unica e irripetibile. Dal colore rubino brillante e intenso, con aromi di frutti scuri, note di pepe nero e liquirizia, al palato è molto elegante, voluminoso, corposo e vigoroso, completato da una buona acidità, che gli conferisce un finale lungo, fresco e persistente.
Ma la storia non finisce qui…… perché Pedro, prima di salutarmi, mi racconta della sua ultima avventura: nel luglio 2023, solo 30 bottiglie di vino sono state selezionate e immerse per 16 mesi a tre diverse profondità in mare, a Sines, per l’affinamento subacqueo. Un’immersione condotta dallo stesso Pedro Patricio e da un folto team di subacquei, coordinati dall’esperto istruttore subacqueo e ricercatore Joaquim Parrinha. Il vino è stato invecchiato a 10, 16 metri e rifinito a 8 metri, a una temperatura costante stimata tra i 10 e i 12 °C e una pressione di circa 2 bar. E di tutta questa operazione Pedro ne è ovviamente molto soddisfatto sia del risultato che dell’attenzione riservata a questi vini dai collezionisti di tutto il mondo. Pedro, dopo aver detto di aver imparato che i vini nascono nel cuore, ha una frase molto curiosa che sinceramente porterò in Italia con me: “i vini possono essere un buon affare, perché se non si vendono, si bevono”. Pedro nutre un affetto particolare per l’Italia ed ha diversi clienti italiani che consumano i vini Já Te Disse in Portogallo. Mi dice che gli piacerebbe entrare nel mercato italiano e farsi conoscere dagli estimatori di questi vini “di nicchia”… e perché no? Si tratta di vini che qui in Italia possono riscuotere un enorme successo tra gli amanti del vino che hanno un occhio di riguardo anche per quelli internazionali e che non amano i numeri, ma piuttosto l’alta qualità.
Il mio viaggio in terra portoghese termina qui e non posso fare altro che ringraziare e porgere le mie congratulazioni ed i miei più sinceri saluti a Pedro, perché è vero che ci conosciamo dal 2023, ma ora ha realizzato il mio sogno di poter parlare di lui e dei suoi vini, regalandomi il privilegio di essere la prima in Italia.
Pedro conclude questa lunga conversazione con me dicendomi
In Italia, arrivo con i miei vini!.
E in Italia, ti aspetto e ti aspettiamo con i tuoi fantastici gioielli enologici JÁ TE DISSE, meraviglioso Pedro!.
Francesca Sardelli
Su Instagram come @Ladyloveswines
Il viaggio di Francesca
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29 Luglio, 2025
Serate romane. I vini calabresi di Tenuta Santoro e i vernissage di Area Contesa Arte
In quell’angolo di Roma baciato dalla suggestione quale da sempre è Via Margutta, cuore e anima dell’arte romana, presso la Galleria Internazionale Area Contesa Arte, si è tenuto un evento unico che ha saputo fondere armoniosamente pittura, letteratura e gusto. Un pubblico eterogeneo e appassionato di è raccolto per prendere parte al vernissage dell’artista Nicola Virgilio, protagonista con la sua nuova collezione che ha affascinato e sorpreso per intensità espressiva e ricchezza tematica.
La mostra, articolata in un dialogo visivo tra le serie Animalier, Volumi e Cromie e I Colori delle Spezie, ha offerto un viaggio emozionante tra forme e colori, dove l’istinto naturale si intreccia con la sperimentazione stilistica. Virgilio ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di raccontare emozioni e simboli attraverso un linguaggio pittorico vibrante, dinamico, fortemente contemporaneo.
Accanto all’esposizione artistica, la serata ha ospitato la presentazione del libro Il Diario del Giovane Oscar, una narrazione intensa e sincera che ha catturato i presenti con la sua voce autentica profonda. Un’opera che ha saputo toccare corde intime, in perfetta sintonia con l’atmosfera suggestiva del luogo.
Ad impreziosire l’evento, la voce della cantante e scrittrice Caterina Novak e i raffinati vini della Tenuta Santoro, che con le loro etichette selezionate hanno accompagnato gli ospiti in un’esperienza sensoriale completa. Calici di bianco e rosato hanno scandito i momenti della serata, tra chiacchiere, riflessioni artistiche e brindisi conviviali.
Il bianco scelto per la serata è stato Apice, un blend di due incredibili vitigni calabresi quali Mantonico e Greco Bianco capaci di dare corpo e finezza ad un vino che porta la Calabria in una dimensione diversa. Un vino fresco e leggero che si abbina bene ad un aperitivo o ad una cena leggera.
Il rosato invece è Noveno, prodotto sempre con un grande vitigno calabrese, il Gaglioppo. Un vino fresco e profumato che ammalia e conquista grazie anche alla sua sapidità. Il mare e il sole della Calabria sono dentro Noveno che diventa così ideale per le calde serate.
Entrambe i vini sono una dimostrazione di come la Calabria possa uscire dagli stereotipi convenzionali e invece offrire eleganza, raffinatezza e leggerezza. Giuseppe Santoro con la sua azienda in quel di Cirò, produce vini di assoluto livello che meritano solo di essere scoperti.
La Galleria Internazionale Area Contesa Arte si conferma così ancora una volta crocevia di creatività, bellezza e cultura. Un luogo dove l’arte non è solo esposta, ma vissuta, respirata, celebrata. E in questa serata, firmata Nicola Virgilio, è stato impossibile non sentire il battito vivo dell’arte che abita Roma.
Ivan Vellucci & Marco Sargentini
winetalesmagazine.comm
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29 Luglio, 2025
Castello del Terriccio a Una Montagna di Libri 2025: un incontro tra vino, letteratura e Maremma a Cortina
Venerdì 1° agosto, Castello del Terriccio protagonista a Cortina d’Ampezzo con gli autori Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone per celebrare la Toscana e il suo vino.
Venerdì 1° agosto 2025, nelle eleganti sale del Grand Hotel Savoia di Cortina d’Ampezzo, Castello del Terriccio sarà protagonista di un evento speciale nell’ambito della 32ª edizione di Una Montagna di Libri, il prestigioso festival internazionale della letteratura. Per il secondo anno consecutivo, la rinomata tenuta toscana si lega a questa manifestazione culturale, portando la sua identità enologica e territoriale al cuore delle Dolomiti.
L’incontro vedrà la presentazione del romanzo La Regina dei Sentieri, scritto da Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone per Sellerio Editore, un’opera che affonda le sue radici tra i vigneti assolati della Maremma Toscana, con una narrazione avvincente e ricca di ironia che restituisce un ritratto vivido della Toscana rurale, teatro di misteri e passioni.
A dialogare con gli autori saranno Vittorio Piozzo di Rosignano, titolare di Castello del Terriccio, e Francesco Chiamulera, ideatore e responsabile del festival Una Montagna di Libri, per esplorare le connessioni profonde che uniscono vino, cultura, territorio e narrativa.
La serata si concluderà con una degustazione dei pregiati vini di Castello del Terriccio, tra cui spiccano Tassinaia 2021 e Con Vento 2024, offrendo un’armoniosa sintesi tra parola e gusto.
Programma della serata – Grand Hotel Savoia:
Ore 18:00 – Presentazione del libro con interventi di Marco Malvaldi, Samantha Bruzzone, Vittorio Piozzo e Francesco Chiamulera
Ore 19:15 – Firma copie degli autori
Ore 19:30 – Degustazione vini Castello del Terriccio
L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.
Il legame tra Castello del Terriccio e il mondo letterario ha radici profonde: nel 2015, grazie a Gian Annibale Rossi di Medelana, nacque il Premio Terriccio – Il Romanzo della Storia, prima iniziativa italiana dedicata alla narrativa storica. Oggi, con la continua guida di Vittorio Piozzo di Rosignano, Castello del Terriccio consolida questa vocazione culturale portando a Cortina autori che condividono la passione per il vino e la valorizzazione del territorio.
Una Montagna di Libri, che festeggia nel 2025 la sua 32ª edizione, è la più grande manifestazione letteraria stabile di Cortina d’Ampezzo, con oltre 80 eventi annuali e circa 20.000 presenze in sala, una vetrina prestigiosa che unisce cultura, arte e natura in uno scenario unico.
Castello del Terriccio: un gioiello della Maremma Toscana
Situato a Castellina Marittima (PI), Castello del Terriccio è una delle più grandi proprietà agricole della Toscana, con circa 1.500 ettari che si estendono lungo il confine nord della Maremma, fino alle porte di Bolgheri. Tra vigneti (60 ettari), oliveti (40 ettari), boschi mediterranei, seminativi e pascoli con mandrie di bovini Limousine, sorge un borgo storico cuore dell’azienda con il ristorante Terraforte e la guest house Villa La Marrana, entrambi con vista mozzafiato sul mare e sulle isole dell’arcipelago toscano.
L’azienda è conosciuta a livello internazionale per vini iconici come Lupicaia, riconosciuto come uno dei migliori vini rossi italiani, e per le prestigiose etichette Castello del Terriccio e Tassinaia, che hanno contribuito a consolidare la reputazione della Toscana e dell’Italia nel panorama enologico mondiale.
Una Montagna di Libri: cultura e territorio tra le Dolomiti
Giunta alla sua 32ª edizione, Una Montagna di Libri è il festival internazionale di Cortina d’Ampezzo che porta autri italiani e stranieri, eventi, letteratura e cinema nel cuore delle Dolomiti, con una programmazione di respiro europeo e mondiale.
Il festival è organizzato in convenzione con il Comune di Cortina d’Ampezzo e il patrocinio della Regione Veneto, rappresentando un crocevia di esperienze letterarie con un forte richiamo culturale e turistico.
La Redazione
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29 Luglio, 2025
Paestum Wine Festival 2025. Il Sud che incanta il mondo del vino
In un panorama enologico sempre più affollato di eventi e appuntamenti, il Paestum Wine Festival si distingue come una delle realtà più potenti e carismatiche del Sud Italia. Ma limitarlo geograficamente sarebbe riduttivo: quest’anno, con la sua edizione 2025, possiamo affermare senza esagerare che si tratta ormai di un evento di risonanza internazionale, capace di catalizzare le attenzioni di produttori, giornalisti, influencer e appassionati da tutto il mondo.
Organizzato con visione e coraggio da Angelo Zarra, Paestum si è confermata palcoscenico perfetto per un Sud del vino che non solo sa raccontarsi, ma lo fa con qualità, numeri e relazioni. Io ho avuto il privilegio di essere lì, in qualità di ospite giornalista e addetto stampa: un’esperienza intensa, umana, professionale, che porterò con me ancora a lungo.
Una manifestazione che sa crescere (e far crescere)
Cosa rende questo festival così speciale? La risposta è semplice: l’energia umana e culturale che sprigiona. In pochi anni, il Paestum Wine Festival è diventato un polo di incontro per produttori, sommelier, wine lover, distributori, chef, buyer e operatori del settore. Ma soprattutto per chi il vino lo vive come vocazione.
L’edizione 2025 ha visto la partecipazione di centinaia di aziende vitivinicole — dal Piemonte alla Sicilia, dalla Toscana al Cilento — accanto a una fitta agenda di eventi collaterali, workshop, dibattiti, tavole rotonde, masterclass. Un crocevia di conoscenza e confronto, tra vecchie certezze e nuove generazioni del vino italiano.
Tanti i volti noti presenti: personaggi della TV, firme autorevoli del giornalismo enogastronomico, influencer del settore, produttori iconici e nuovi talenti. Un’occasione irripetibile per creare connessioni, raccontare storie e, sì, anche per farsi conoscere.
Tra calici e conversazioni: il mio racconto da dentro
In veste di addetto stampa ho vissuto ogni istante dell’evento con occhi attenti e spirito aperto. Ma, al di là della professione, quello che mi porto a casa è un bagaglio di incontri e emozioni.
Ho avuto modo di conoscere personalmente decine di produttori, ascoltare le loro storie, condividere idee e visioni. Ho partecipato a degustazioni tecniche, interviste televisive e confronti dietro le quinte. Ho parlato con giornalisti che seguivo da tempo e che, con grande generosità, hanno voluto coinvolgermi nei loro spazi.
Paestum è stato per me un acceleratore, una piattaforma dove le professionalità si intrecciano alla passione. Un luogo dove chi comunica il vino può farlo con libertà, profondità e – soprattutto – autenticità.
E poi, lasciatemi dire, è stato un vero piacere degustare i vini del territorio campano, che ha saputo offrire etichette ricche di identità, mineralità e carattere. Tra i tanti momenti, uno che ricordo con grande entusiasmo è stata la festa serale organizzata dall’azienda Tredaniele: una serata conviviale, autentica, in cui produttori, giornalisti e operatori si sono ritrovati nella loro cantina, degustando i vini e condividendo un momento che ha dato ancora più impronta all’intero festival.
Il valore del territorio: quando il Sud alza la voce (e lo fa bene)
Paestum è un luogo magnetico. C’è qualcosa nell’aria, tra i templi greci e il mare che sfiora le vigne, che ti fa sentire in un punto speciale del mondo. Il vino qui non è solo prodotto: è espressione identitaria, radicata nella storia ma proiettata nel futuro.
E il festival riesce a trasmettere tutto questo. È un orgoglio del Sud, sì, ma anche un esempio virtuoso per tutto il settore italiano. Dimostra che la qualità non ha coordinate geografiche: ha idee, ha cuore, ha persone.
Uno sguardo al 2026: aspettative (già altissime)
Il bello? Questo è solo l’inizio. Dopo il successo dell’edizione 2025, l’appuntamento con il 2026 è già in lavorazione — e promette di essere ancora più ricco, internazionale e coinvolgente.
Mi aspetto una crescita ulteriore sul piano degli espositori stranieri, una maggiore attenzione alla sostenibilità, e magari un ampliamento delle aree esperienziali (food, mixology, territori emergenti). Ma soprattutto, mi auguro che Paestum mantenga quella capacità rara di accogliere: di farti sentire a casa anche quando vieni da lontano.
In chiusura: più che un evento, un’avventura
Per me, il Paestum Wine Festival 2025 non è stato un semplice incarico stampa: è stato un viaggio. Dentro un mondo del vino che ha fame di racconto, di bellezza, di nuove strade. Un’esperienza fatta di strette di mano, risate, riflessioni, calici condivisi al tramonto.
Ci sarò anche nel 2026, senza dubbio. E se il vino è la tua passione – o magari la tua professione – segnati già la data. Perché Paestum non è solo un festival: è un’occasione, un’opportunità. Di crescere, di emozionarsi, di dire (finalmente): anche il Sud sa fare rumore. E quando lo fa, è pura musica.
Francesco Aiello
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Percorsi d’assaggio
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