Calici di Stelle 2025 a Principe di Corleone: vino, stelle e la prima vendemmia 100% biologica Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2025

Calici di Stelle 2025 a Principe di Corleone: vino, stelle e la prima vendemmia 100% biologica

Sabato 9 agosto, tra le colline di Corleone, una notte magica sotto le stelle celebra la svolta green della cantina Pollara, tra vino d’autore, territorio e festa siciliana. Nel cuore vibrante della Sicilia, la storica cantina Principe di Corleone accenderà la notte di San Lorenzo con Calici di Stelle 2025, serata simbolo del Movimento Turismo del Vino. L’evento segna l’inizio di una nuova era: la prima vendemmia completamente biologica di questa eccellenza corleonese, risultato di una visione orientata alla sostenibilità e a una viticoltura profondamente rispettosa dell’ambiente e delle radici familiari. Un’esperienza immersiva tra vino, musica e territorio A partire dalle 18:30, gli ospiti saranno accolti dalla famiglia Pollara con un aperitivo di benvenuto, seguito da visite guidate dei vigneti, cantina, barricaia e alla scoperta del percorso produttivo. Il racconto della filosofia Principe di Corleone si snoderà tra storie di tradizione e innovazione: L’agronomo Pietro Pollara Ogni edizione di Calici di Stelle ci regala emozioni nuove, ma quest’anno siamo ancora più felici perché questa vendemmia rappresenta anni di lavoro verso la certificazione biologica. Il cuore della festa sarà la degustazione serale sui prati della piscina aziendale, dove sarà possibile assaporare prodotti tipici e una selezione completa dei vini della casa: dalle sfumature moderne del Grillo “Ridente Angelica” e del Syrah “Ridente Orlando,” all’eleganza del “Bianca di Corte” (Inzolia-Chardonnay), del “Quattro Canti” (Merlot-Cabernet Sauvignon), fino alla linea “Sophia” (Catarratto e Nero d’Avola bio), lo spumante Metodo Classico “San Loé” da Nerello Mascalese e la riserva “Quercus.” L’atmosfera sarà resa vibrante da musica live (Trio Band Corleone), dj set e arte, rendendo l’evento un viaggio multisensoriale dalla vigna all’intrattenimento sotto il cielo stellato. Un racconto di famiglia, sostenibilità e radici Principe di Corleone è tra le realtà più storiche e rappresentative del vino siciliano: fondata nel 1892 dalla famiglia Pollara, vanta oltre un secolo di tradizione legata a uno dei territori agricoli più autentici della Sicilia occidentale1. Dagli inizi in campagna al ruolo pionieristico nel rilancio della viticoltura isolana dagli anni ’80 in poi, la cantina ha investito su qualità, innovazione e sostenibilità ambientale e sociale. La conversione al biologico completata con la vendemmia 2025 è l’emblema di questa visione, unita all’adesione ai più rigorosi standard SOStain per la biodiversità e la gestione responsabile delle risorse naturali. Oggi la famiglia — Vincenzo e Lea Pollara con i figli Leoluca e Pietro — guida un’azienda dinamica con oltre 200 ettari di vigneti, di cui 60 di proprietà diretta, puntando su varietà autoctone (Catarratto, Grillo, Nero d’Avola, Inzolia, Moscato, Nerello Mascalese) e internazionali (Syrah, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon, Pinot bianco)1. La cantina adotta pratiche colturali e vinificatorie che valorizzano ogni microzona, tecnologie green e una logica di totale tracciabilità senza mai perdere di vista la forza dell’identità corleonese. L’accoglienza è curata in ogni dettaglio, dagli abbinamenti a km 0 al wine resort con piscina e ristorante della tradizione, fino a un’offerta enoturistica vincente che ha reso la cantina una delle mete più vivaci della Sicilia occidentale. La Redazione
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Sotto le stelle di San Lorenzo, Talosa racconta Montepulciano La storica cantina tra i protagonisti di Calici sotto le Stelle 2025 Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2025

Sotto le stelle di San Lorenzo, Talosa racconta Montepulciano. La storica cantina tra i protagonisti di Calici sotto le Stelle 2025

Il 10 agosto a Montepulciano, una notte magica celebra il vino con Talosa, emblema di tradizione e innovazione toscana. La notte di San Lorenzo, il prossimo 10 agosto, vedrà il centro storico di Montepulciano brillare di festa con l’appuntamento più atteso dell’estate: Calici sotto le Stelle. Cultura, musica dal vivo, degustazioni itineranti e intrattenimenti renderanno unica questa esperienza dedicata agli appassionati del vino e della buona compagnia. Tra i protagonisti spicca Talosa, storica cantina montepulcianese, che porterà in degustazione due etichette di grande identità: Alboreto 2020 Vino Nobile di Montepulciano DOCG: intenso ed equilibrato, prodotto da una selezione di Sangiovese e affinato in tonneaux e botti grandi. In ogni calice si incontrano profondità, eleganza e tutto il carattere del territorio. Rosso di Montepulciano 2024: un rosso giovane, vivace e fresco, dal profilo fruttato, perfetto per accompagnare le serate estive e per conoscere il volto più dinamico della denominazione. Entrambi i vini raccontano la filosofia produttiva di Talosa: rispetto per la storia e lo sguardo rivolto all’innovazione, con vigneti biologici tra i 350 e i 400 metri di altitudine, pratiche agronomiche sostenibili e tecniche enologiche che valorizzano l’autenticità del frutto. L’influenza di un microclima favorevole e la ricca mineralità dei suoli danno vita a vini dall’identità riconoscibile, ambasciatori della qualità di Montepulciano. L’appuntamento “Calici sotto le Stelle” è così l’occasione ideale per avvicinarsi a una realtà che, da generazioni, racconta il territorio con passione, autenticità e una continua ricerca dell’eccellenza. Talosa – Breve Company Profile Fondata nel 1972 dalla famiglia Jacorossi, Talosa è stata tra le prime realtà a investire sul potenziale del Vino Nobile di Montepulciano. Oggi l’azienda vanta 33 ettari di vigneti biologici nella zona Pietrose (330-400m slm), dove la composizione del suolo e l’esposizione elevano struttura, eleganza e longevità dei vini. Punto di forza è la storica bottaia di affinamento nei sotterranei cinquecenteschi di Palazzo Tarugi e Palazzo Sinatti, nel cuore di Montepulciano. Talosa si distingue per l’orientamento alla qualità, l’impegno nell’autenticità e l’adesione a progetti di valorizzazione identitaria come Pievi, confermando il proprio ruolo nella narrazione enologica del territorio. La Redazione
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Nel ventre della Sardegna. Ovvero della Cantina che si fa vena della Terra Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2025

Nel ventre della Sardegna. Ovvero della Cantina che si fa vena della Terra

Nel nostro percorso attraverso l’Architettura del Vino — che è mestiere, visione e talvolta rito — abbiamo fin qui tracciato, con tono ora solenne, ora dissacrante o ironico, i capisaldi per progettare una cantina fatta ad arte.
In compagnia di Dioniso e Bacco abbiamo distinto le costruzioni enotecniche dalle cantine vere – scomodando scienziati del XV° e XIX° secolo -, esplorato la sicurezza da un punto di vista inedito, scalato l’Olimpo dell’enoturismo e raccontato la capanna vinicola come grembo del primo vino. Ma ogni architettura che voglia durare comincia da un principio insediativo.
E ogni principio insediativo — se autentico — nasce da una domanda che i salotti del design contemporaneo hanno dimenticato: Chi abita davvero quel luogo, prima ancora dell’edificio? È tempo di affrontare il tema più silenzioso e più decisivo: il Genius Loci. Tanto citato nei convegni, quanto assente nei progetti, esso è per chi scrive la vera radice di ogni cantina vinicola seria. Perché il vino nasce nella capanna, sì.
Ma la cantina nasce dal luogo. E allora eccoci: in Sardegna, su una collina che non tollera arroganza.
Dove il progetto non si impone, ma si raccoglie.
E dove ogni muretto a secco è un verso d’antico sapere. Dello Spirito dei luoghi, prima della forma Il concetto di Genius Loci nasce ben prima che l’architettura si dotasse di software e concorsi internazionali.
Nell’antica Roma, il genius era lo spirito tutelare del luogo, un’entità viva, presente, invisibile ma determinante. Ogni sito – dalla casa al campo, dal bosco al colle – ne possedeva uno.
Non era una metafora: era una presenza reale, da onorare, rispettare e mai offendere. Vitruvio, pensate, nei suoi scritti, non lo nomina esplicitamente, ma lo evoca quando parla dell’importanza del clima, della direzione dei venti, dell’acqua, dell’orientamento degli edifici in armonia con la natura e il paesaggio.
Non esisteva un’architettura contro il luogo. Solo con. È solo nel XX° secolo che il Genius Loci viene riscoperto in chiave fenomenologica e poetica, grazie soprattutto al filosofo Christian Norberg-Schulz, che lo riporta al centro del dibattito architettonico come l’anima concreta di ogni spazio abitato.
Il luogo, dice, non è solo dove si costruisce. È come si abita.
E ogni buona architettura è un atto di riconciliazione tra forma e spirito del contesto. Ora, parliamoci chiaro.
Applicare questo principio alla progettazione di una cantina vinicola significa smettere di trattare il paesaggio come fondale scenico o come sfondo per etichette da Instagram.
Significa, piuttosto, capire che una cantina vera – fatta ad arte e di cui anche Bacco andrebbe fiero – nasce dal suolo, non lo sovrasta.
Che il suo corpo deve respirare con le stagioni, accogliere la luce, l’ombra e la penombra, ascoltare il vento come ascolta il silenzio della fermentazione.   Significa che l’architetto non è un demiurgo, ma un interprete.
E che a volte, per progettare davvero, serve togliere prima che aggiungere.
Togliere ego, togliere cliché, togliere fronzoli.
E ascoltare ciò che il luogo – e talvolta, chi ci ha amato prima – ci suggerisce senza alzare la voce. Questa, forse, è la vera architettura del vino.
Non una vetrina, ma una dimora per il tempo e per il paesaggio.
Una forma che custodisce lo spirito del luogo, come il vino custodisce quello della terra. Una Cantina vinicola ipogea che si fa presenza, che parla attraverso la pietra, il vento e il ricordo d’un padre. Vi è un momento preciso, nell’andare del mestiere d’Architetto, in cui l’uomo colto e superbo depone il righello.
Quel momento, a chi scrive, è accaduto un mattino di un maggio lontano, su un pendio a sud di Usini, terra sarda di collina e d’ostinazione.
Lì dove il mirto cresce scontroso e le viti si aggrappano al cielo come preghiere rovesciate, un’Azienda vitivinicola — seria, devota e audace — mi pone la richiesta: Qui, architetto, vogliamo una cantina. Ma che sia vera. Vera. Dissero Parola altissima, e pericolosa, perché non esiste più nel glossario dell’architettura convenzionale.
Vera è quella che non si mostra, ma serve.
Che non si impone, ma risponde.
Che non cerca gloria estetica, ma profondità. E dove cercare la verità, se non sotto?
Nel ventre. Nella roccia. Nella terra che custodisce e preserva. Del sopralluogo e di ciò che non si vede Non vi fu plastico, né rilievo, né CAD.
Vi fu cammino.
E camminando, silenziosamente, si udirono suoni che non si dicono:
un soffio di vento che entrava da un canalone come un sospiro di secoli,
una curva del terreno che pareva invitar l’ingresso,
un dosso che bisognava lasciare intatto, quasi fosse una fronte posata al sole. Il luogo parlava.
E il progetto si stava facendo, non per volontà mia, ma per rispetto. La collina di Usini non accoglie chi pretende.
Si concede solo a chi ha l’umiltà di fermarsi. E ascoltare. Fu allora che i venti, invisibili padroni del sito, si rivelarono:
il Maestrale, ruvido e benefico, che percorre il crinale con passo largo;
lo Scirocco, più umido e sornione, che scivola basso tra i filari;
e una lieve brezza serale, in odor di finocchietto e calcare, che pare spirito di pastore antico. Ma ancor più eloquenti furono loro: i muretti a secco.
Serpeggianti, testardi, incastonati nella terra come righe d’un poema rurale.
Non vi è pietra fuori posto. Non vi è curva senza senso. Quella sapienza costruttiva – anonima, millenaria – è l’origine della Cantina stessa.
E così ho deciso:
la Cantina nuova non si sarebbe elevata,
ma sarebbe scesa tra quei muri,
copiandone la logica, l’inclinazione,
diventando essa stessa muretto, anzi, vena della terra. Ad accogliere il nuovo ventre ipogeo vi è già un fabbricato agricolo – onesto, concreto –
adibito da anni alle operazioni enotecniche ed enologiche.
Non lo si demolirà, no. Perché è testimonianza.
Lo si amplierà e raddoppierà con geometria sobria, per consentire ogni gesto necessario:
Diraspa-pigiatura, fermentazione, stoccaggio, invecchiamento, imbottigliamento, analisi, travasi, ricovero carri.
Un enopolio completo, ma nascosto.
Come certe biblioteche di eremiti. Presenze e visioni (non sempre sobrie) É in quel mentre che, tra un lentisco e una macchia d’elicriso, comparvero loro.
Dioniso e Bacco. Potevano mancare…? Certo che no!
Ubriaconi celesti, ma profondi come filosofi.
Osservavano, ridacchiavano, commentavano. Uno portava una coppa ricolma, l’altro un ramoscello d’ulivo annerito dal sole. Finalmente uno che scava per capire, non per stupire! sbotta Dioniso. Ma che non gli venga in mente di fare una passerella a sbalzo sulla bottaia… gli risponde Bacco. Come comparse d’un dramma satiresco, si misero a danzare tra i segni invisibili del tracciato.
Parlavano tra loro, eppure ogni loro parola — mi era chiaro — era rivolta a me.
Come se l’architetto non fosse progettista, ma iniziato. E l’iniziazione, si sa, richiede sacrificio:
di vanità, di forma, di firma. Di mio padre e della terra che custodisce i nomi Tra tutti i segni, uno solo fu il più eloquente.
Un sasso. Un masso piatto, antico, che nulla aveva di architettonico e tutto di umano.
Sopra, licheni. Sotto, radici. Mi fermai.
E lì, qualcosa mi parlò senza voce. Non fu immaginazione.
Fu quella presenza sottile, che da qualche mese mi accompagna nei pensieri e nei gesti.
Mio padre.
Non come fantasma, ma come fibra del luogo.
Una forza non dichiarata, che mi indica i pendii migliori,
che mi fa abbassare il tratto quando diventa troppo dritto,
che mi sussurra: Non fare il moderno. Fai il giusto. E tutto diventa più chiaro, il progetto allora si orienta.
La cantina si distende, non invade.
Le pareti si lasciano scavare dalla luce.
Il mosto avrà una casa che non sarà vetrina, ma ventre. Chiosa per chi commissiona e chi progetta Una Cantina vinicola, ipogea o non, ispirata ai muretti a secco o non, non è un’operazione d’immagine.
Non è una vetrina da fotografare, né un’architettura da stupire. È un atto di fedeltà verso la Terra, un gesto d’ascolto che scava più nell’anima che nel suolo. La Cantina progettata con onestà non grida. Mormora.
È la dimora del tempo e dell’attesa, e come tale deve sembrare parte del suolo, non in lotta con esso.
Si costruisce senza firma vistosa, eppure parla di chi l’ha capita. Chi progetta, e chi commissiona, dovrebbe saperlo:
una cantina non è un monumento, significa rinunciare alla tentazione del segno forte dove basterebbe il segno giusto.
Significa non cercare effetti, ma cause.
Non stupire, ma comprendere. Se costruita bene, non chiede applausi.
Si fa riconoscere dal luogo. E chi la visita, se ha cuore per ascoltare, non dirà “che bella”.
Dirà: era già lì.   Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero Per approfondimenti, mi trovi qui:
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3 Agosto, 2025

Primaterra: anima dell'Etna

Vi racconto una storia d'amore siciliana
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Costaripa ed Eleva presentano il Premio AICCA dedicato alla memoria di Christiaan Barnard per la ricerca sulle cardiopatie congenite Arrow Right Top Bg

2 Agosto, 2025

Costaripa ed Eleva presentano il Premio AICCA dedicato alla memoria di Christiaan Barnard per la ricerca sulle cardiopatie congenite

  Un premio giovane e concreto nato dall’incontro tra passione per il vino e impegno nella ricerca medica, per onorare il grande cardiochirurgo e sostenere i medici under 35.   Milano, 12 luglio 2025 – Nasce da un’amicizia autentica e da una visione condivisa fra le cantine Costaripa ed Eleva il Premio AICCA, un’iniziativa dedicata alla memoria di Christiaan Barnard, pioniere mondiale del trapianto di cuore. Il premio sostiene la ricerca sulle cardiopatie congenite e si rivolge a medici under 35 che si distinguono per eccellenza scientifica nel settore. La prima edizione si è svolta il 12 luglio presso la sede di Eleva e ha visto l’assegnazione alla Dottoressa Giulia Guglielmi, riconosciuta per la migliore produzione scientifica nell’ambito delle cardiopatie congenite. Dietro al premio c’è un legame umano e professionale che unisce Mattia Vezzola (Costaripa), Raffaella Veroli e Davide Gaeta (Eleva) e il professor Alessandro Giamberti, primario di Chirurgia delle Cardiopatie Congenite presso il Policlinico IRCCS San Donato e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele. Tutti portano avanti con passione e rispetto la memoria di Barnard, con cui hanno avuto un incontro umano e professionale di grande impatto. Mattia Vezzola racconta: Conoscere Christiaan Barnard è stato un privilegio raro: un uomo di scienza ma soprattutto di profonda umanità, per cui la medicina è cura e rispetto per la vita. Il premio nasce anche per onorare quella visione e per accompagnare chi oggi si dedica con impegno alla cura degli altri. Il vino, quando è fatto con rispetto, ha la stessa origine: custodire, valorizzare e far star bene. Raffaella Veroli, enologa di Eleva, aggiunge: Eleva è una realtà piccola ma preziosa, impegnata nella produzione di vini biologici di alta qualità in armonia con territorio e ambiente. Siamo orgogliosi di partecipare a questa iniziativa insieme a Mattia e al professor Giamberti. Il premio si concretizza in un assegno di 1.000 euro da utilizzare per la partecipazione a un congresso medico a scelta entro 12 mesi, e in un esemplare di un magnum di vino simbolico, la “Christiaan Barnard Foundation vendemmia 2000”, vino nato dal rapporto di amicizia tra il celebre cardiochirurgo e Mattia Vezzola. Dal 2001 questo vino è stato rinominato Campostarne, a simboleggiare la continuità di un progetto che unisce ricerca, passione e cultura: “due bicchieri di vino rosso al giorno consentono al tuo cuore di stare meglio”. Il premio è intitolato all’associazione AICCA – Associazione Italiana dei Cardiopatici Congeniti Bambini ed Adulti –, la più grande realtà italiana di pazienti guidata da pazienti, e la giuria di questa edizione, composta da Alessandro Giamberti, Massimo Chessa, Marco Ranucci e Giovanna Campioni, ha valutato con rigore scientifico le candidature. Dedicare il premio a Barnard, il primo cardiochirurgo a effettuare con successo un trapianto di cuore nel 1967, è un omaggio alla sua grandezza professionale e umana, che unisce scienza e solidarietà. La cerimonia di consegna vedrà protagonisti Mattia Vezzola, Alessandro Giamberti e Giovanna Campioni, momento in cui scienza e solidarietà si intrecciano idealmente. È significativo che due cantine storiche, custodi di una vocazione agricola e produttiva centrata sulla cura e sulla tradizione, sostengano questa iniziativa dedicata alla salute del cuore. Come scriveva Barnard, il vino consumato con equilibrio può favorire il benessere cardiovascolare, un messaggio oggi più attuale che mai. La Redazione
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Sabbia di Mare a Bologna. Nasce il menù conviviale Arrow Right Top Bg

2 Agosto, 2025

Sabbia di Mare a Bologna. Nasce il menù conviviale

  Un nuovo modo di mangiare il pesce Ci troviamo in un giardino segreto a Bologna dove il pesce si condivide, il tempo rallenta e la brace racconta storie….quelle di un appassionato di cucina  e di vini di nome Enrico Bigi. Enrico dopo aver fondato Antica Trattoria del Reno famosa per la carne alla brace e la sua selezione di importanti etichette decide di aprire un format tutto nuovo sul pesce e il vino in condivisione. Uno di quei posti che Bisogna scovarli e goderseli appieno. Qui si gode di un esperienza conviviale dove si condividono piatti di pesce  e vini di qualità in un luogo che sembra appartenere al ritmo frenetico della città: il tempo rallenta, il profumo della brace incontra la brezza serale e la cena diventa un’esperienza da vivere insieme. Immerso in un giardino tranquillo, tra alberi e luci soffuse, si trova un ristorante che ha fatto della condivisione la sua filosofia: qui si cena in compagnia, ma in un modo diverso dal solito. Il menù è studiato per essere vissuto come un vero e proprio viaggio di gruppo nel mondo del pesce, dove ogni piatto arriva in condivisione tra i commensali. Un percorso di mare, da gustare insieme, un idea vincente accompagnata dalla specialità la brace di pesce. Un metodo tutto loro di cucinare il pesce con il sapore della brace. Dimenticate le porzioni individuali e ordinate: da Sabbia di Mare, ogni piatto arriva diviso per due. Non è solo un dettaglio pratico, è una scelta che trasforma il pasto in un momento conviviale autentico, fatto di scambi, di “assaggia questo”, di racconti tra un calice e un boccone. Tra i menù degustazione proposti, quello dedicato ai crudi di pesce è il più sorprendente: mazzancolle, tonno e pescato del giorno – selezionati con cura e lavorati con la tecnica del dry-aged, che concentra e raffina il sapore. Si prosegue poi con una mezza porzione di primo piatto a testa e secondi piatti serviti da dividere al centro della tavola. Tutto preparato con grande attenzione alla materia prima, alla freschezza e all’equilibrio dei sapori. Il vino? Si condivide anche quello. Nel nostro percorso, siamo stati guidati nella scelta due bottiglie da accompagnare e per accompagnarci nel percorso: l’Ammari di Baglio Oro, bianco frizzante siciliano, vibrante e minerale. il Romice rosato della Cantina Calcagno, elegante, fresco, perfetto con i crudi; Due etichette che parlano d’estate e di compagnia. La brace: l’anima calda della cucina Non si può lasciare Sabbia di Mare senza aver provato almeno un fuori menù dal reparto Brace. Noi abbiamo scelto le cozze alla brace: affumicate, intense, servite caldissime. Un piatto che da solo vale la visita e racconta l’anima più rustica e sincera di questa cucina. Un invito a rallentare Sabbia di Mare è il posto perfetto per chi cerca una cena estiva diversa, elegante ma mai pretenziosa. Un ristorante dove la qualità della materia prima e dei vini incontra l’idea del pasto condiviso, e dove ogni dettaglio – dal giardino alla presentazione dei piatti alla selezione dei vini– invita a rallentare e godersi il momento.   Elisa Nardi
Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna Oltre le sensazioni del vino
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ViVa 2025, prima edizione: la Valtellina da bere, da vivere, da amare Arrow Right Top Bg

1 Agosto, 2025

ViVa 2025, prima edizione: la Valtellina da bere, da vivere, da amare

  Dal 6 all’8 settembre, Sondrio ospita ViVa, l’evento immersivo che celebra il Nebbiolo delle Alpi tra vino, cultura e paesaggio.   Al tramonto dell’estate 2025, Sondrio si trasforma nel cuore pulsante dell’autentica viticoltura alpina con la prima edizione di ViVa, Vini Valtellina. Organizzato dal Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina in collaborazione con la Strada del Vino e la Fondazione Provinea, l’evento propone un viaggio sensoriale e culturale nel territorio che ha fatto del Nebbiolo delle Alpi il suo simbolo. Dal 6 all’8 settembre, ViVa apre le sue porte a appassionati, curiosi, operatori e giornalisti per vivere il vino come esperienza condivisa, immergendosi tra i celebri terrazzamenti vitati, vera e propria scenografia naturale nel cuore delle Alpi. Un’occasione unica per conoscere e apprezzare la dedizione dei produttori, il valore del paesaggio, la storia e la cultura di una terra dalla fortissima identità. La manifestazione si apre sabato 6 settembre con visite guidate nei vigneti e nelle cantine: momenti preziosi per toccare con mano l’arte dei muri a secco e la passione dei viticoltori valtellinesi. La sera, il centro di Sondrio diventa un luogo di festa e convivialità con ViVa Nebbiolo, un evento all’aperto che unisce musica dal vivo, sapori locali e calici di Nebbiolo per un’atmosfera accogliente e intensa. Domenica 7 settembre sarà un’occasione per degustare le nuove annate direttamente ai banchi d’assaggio, accompagnati dalle storie di ogni singolo produttore e arricchiti da esperienze diffuse lungo la valle: passeggiate guidate, tour in e-bike tra borghi e vigneti, incontri culturali e attività pensate per vivere la Valtellina in modo attivo e coinvolgente. Lunedì 8 settembre, la giornata è dedicata esclusivamente agli operatori del settore, con accesso riservato a ristoratori, sommelier, buyer, distributori e giornalisti. Focus tecnici, degustazioni mirate e incontri professionali favoriranno la creazione di sinergie e la conoscenza approfondita dei vini valtellinesi. ViVa 2025 si presenta così non solo come un evento enologico, ma come un’esperienza culturale e territoriale, capace di emozionare e far sentire parte di una comunità che custodisce tradizione e innovazione. Un invito a lasciarsi avvolgere dal profumo della montagna, dal racconto dei vigneti e dall’essenza di un vino che è testimone di un territorio unico. La Redazione
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Radis. Le radici del futuro Arrow Right Top Bg

1 Agosto, 2025

Radis. Le radici del futuro

  Quando le radici sono profonde, non c’è motivo di temere il vento. Cosa sono le radici, le nostre radici? In una società abituata ad essere cosmopolita forse siamo diventati tutti apolidi. Un tempo anche se si cambiava città, se non Paese, per trovare lavoro, l’attaccamento alla terra natia era così forte che non si poteva non tornare. Alle radici. Ricordo che quando andavamo in estate a Camigliano (CE), il paese di origine di mamma, rimanevo incuriosito dalle tante auto con targa Svizzera che si vedevano per il paese. Mamma mi spiegava che erano delle persone emigrate che tornavano un mese intero per le vacanze. Tornavano a trovare i genitori anziani ma anche a vivere il paese dove erano nati. Le radici. Difficile spiegare ad un ragazzo di città cosa siano le radici. Non ci sono più le famiglie di una volta o le tradizioni da rispettare. Si scappa da dove si è nati e quando si rimane, spesso, si viene tacciati di bamboccionismo. Ma vivere nella propria terra e lavorare su di essa è altra cosa. Non è mai semplice e lo è ancor meno se si tratta di montagna, con i pendii ripidi e le condizioni climatiche che certo non invogliano. La Valtellina è come un grande tubo che parte dal lago di Como e prosegue dritto dritto verso est fino a Tirano dove devia improvvisamente verso nord per arrivare a Bormio. Nel fondo valle sorgono i centri abitati tra i quali emerge ovviamente Sondrio. Poi una miriade di paesini e frazioni. Ai lati, le montagne iniziano ad inerpicarsi per poi perdersi in altezza. Proprio sui terreni delle pendici, pascoli e terreni seminativi si alternano a terrazzamenti vitati. Qui il Nebbiolo di montagna, la Chiavennasca, la fa da padrona. Sassella, Inferno, Valgella, Grumello, Maroggia. Queste le mitiche sottozone ognuna fautrice di espressioni diverse del Nebbiolo di montagna.  Grandi escursioni termiche, venti del lago, terreno sabbioso limoso con scarsa profondità (si appoggia su solida roccia). Un microclima che porta il Nebbiolo ad esprimersi ovviamente nella sua eleganza ma con caratteristiche profondamente diverse rispetto a quelle del Piemonte. Come quest’ultimo però, ha bisogno di tempo (e legno) per essere domato. Una regione splendida e rigorosamente tipica. Ma difficile, così dannatamente difficile da un punto di vista enologico da essere definita eroica.  Le vigne sono pezzi di montagna strappate a quest’ultima attraverso piccole e strette terrazze caratterizzate dai muri a secco, unici baluardo alla riconquista del territorio da parte dei boschi. Coltivarle vuol dire essere pronti a lavorare tutto a mano e con scarsa possibilità di usare mezzi meccanici. Vuol dire essere pronti ad andare su e giù per i pendii in qualunque stagione e qualunque condizione metereologica. Vuol dire saltare da un appezzamento all’altro per via della estrema parcellizzazione del territorio. Accade quindi che chi coltivava un tempo queste terre, oggi non ha più le forze per continuare. Vendere è complicatissimo e quando le stesse terre rappresentano l’unica fonte di reddito piuttosto che l’unica proprietà disponibile, la riluttanza prende il sopravvento.  Occorre però continuare a coltivarle perché il bosco è sempre in agguato. Lasciarle incolte per qualche stagione vuol dire donarle proprio al bosco. Ecco che la soluzione possibile è l’affitto. Già, ma a chi? Chi è il folle che vuole fare una vita del genere? Io ne ho trovati due, Alessandro Bana e Stefano Panizza. Loro sono giovani. Loro hanno scelto di coltivare le vigne in Valtellina. Loro sono Radis e io incontro Alessandro. La nostra azienda è nata per caso. Ho lavorato per nove anni in una azienda metalmeccanica, fino al 2017, quando con Stefano e degli amici, un pò per gioco, abbiamo deciso di lavorare una vigna di 600 metri quadri. Uno sfogo, un gioco. Volevamo il vino per autoconsumo.  Studiare, potare, chiedere in giro. Il papà di un amico ad aiutarli. Peccato che in primavere una gelata pazzesca gli consente un raccolto di sole due cassette.  È proprio vero che le cose che nascono per gioco. C’è chi ha come passatempo lo sport, chi la musica, chi i viaggi. Chi qualunque altra cosa. Alessandro e Stefano si scelgono la vigna. Che qui, in fondo, vuol dire fare trekking. Su e giù per i pendii fermandosi per le lavorazioni o la raccolta. Paesaggi mozzafiato. Aria pura e, al ritorno, tanta allegria. Cosa volete di meglio? Eh ma così sembra tutto facile quando facile non è. Ci vuole tanta voglia per fare cose come questa.  Stefano ha studiato a Padova, forestale. Ha il suo studio di dottore forestale. Oltre alla passione per la vigna c’era anche un pò di insoddisfazione personale. Poi ho sposato sua sorella e siamo diventati cognati. Ci vedevamo più spesso. Due ragazzi di Tirano. Un gruppo comune di amici. È cosi che si sta insieme e quando si sta insieme, oltre ad innamorarsi della sorella dell’amico, si parla, si chiacchiera, ci si confida. L’insoddisfazione per un lavoro ad esempio. Quel tarlo latente che ti fa pensare a tutti i giorni che dovrai lavorare prima di ritrovarti in pensione e senza aver costruito nulla. La vigna invece, l’uva, il vino, una azienda. Un sogno! La prima vigna è arrivata tramite il papà di Stefano che la lavorava già. Una vigna di famiglia in comodato d’uso.  Come si usa da queste parti. Per tenere la vigna pulita e non farla diventare bosco. I genitori di Stefano coltivano le vigne di altri. Non è la vecchia mezzadria ma un vero e proprio affitto. Conviene a tutti. Solo che chi te le affitta si deve veramente fidare.  Il papà di Alessandro invece, oggi in pensione, coltiva mele e mirtilli. La mia famiglia, sopratutto nonno e mio cugino che ha un’altra azienda vinicola, fa vino. Alessandro è uno di quei ragazzi che da giovane deve averne combinate di cotte e di crude. Ha fatto la scuola Industriale senza saperne il perché. Forse annoiato, forse svogliato, forse ribelle. Però cantava e canta ancora. Dopo le scuole superiori e con poca voglia di lavorare, se ne andò a Milano per due anni a studiare musica e canto.  Non c’era nulla che mi interessava. Alcune scelte sono inconcepibili. Davvero non lo so. Prima di iniziare a lavorare, dopo la fine delle scuole superiori, ho fatto due anni a Milano per una scuola privata di musica. Canto. Avevo dei gruppi musicali e suonavo. La passione la porto avanti tuttora. Prima era rock progressive, PFM, Pink Floyd. Poi c’è stato un cambio e ci siamo ritrovati qualche anno fa con un mio amico che scrive canzoni. Faceva il batterista. Ha fatto esperienze in Africa, Medio Oriente, Balcani. Scrive le sue canzoni anche a sfondo politico e il genere è un misto tra reggae, rock, indie. Io sono il cantante insieme a lui. Da batterista ha sempre avuto l’impedimento di non riuscire ad esprimere ciò che scriveva. È cosi che Alessandro se ne va in giro tutt’ora a suonare con il suo gruppo e se cercate Ti regalerei la mia testa, potrete ascoltare la sua voce. Abbiamo iniziato nel 2017. L’anno successivo, una zia di Stefano ha mollato una vigna e ci ha chiesto di lavorarla. Non ce la faceva più. Abbiamo presa questa vigna e gli anziani della zona hanno capito che due giovani avevano voglia e ci hanno dato un’altra vigna. L’azienda che abbiamo adesso è nata (siamo a tre ettari) così. Ogni anno qualche anziano mollava e sapendo che c’eravamo noi, ci contattavano.  Chissà cosa deve essere per una persona anziana capire che è arrivato il momento nel quale non ce la si fa più fisicamente. Andare su e giù non è più cosa. Il fisico non regge anche se la mente è ancora più attiva di prima.  Cosa farci con le terre però? Lasciarle andare no. I figli non ne vogliono sapere. Lasciarle andare no. Darle a qualcuno ma a chi? Lasciarle andare no. Occorre trovare dei ragazzi che hanno voglia. Ma dove trovarli? Lasciarle andare no. Poi in paese ti parlano di questi ragazzi che mettono a posto le vigne. Trovi la forza per andare a vederle e dici a te stesso che le trattano bene le vigne e tratteranno bene anche le tue. È un sollievo. Lasciarle andare no. Succede cosi da queste parti. Le vigne sono per eroi. Piccoli pezzi di terra che rendono tanto per via del Dio Nebbiolo ma come rendono tanto richiedono.  Ora siamo sul versante Retico. Tirano e Villa di Tirano. Circa tre ettari dai 450 metri nella fascia più bassa fino ai 700 metri. Dei tre ettari sono tre macrozone. Una a Villa, una a Tirano nella fascia bassa e la terza nella fascia alta. Giovani che tornano e si dedicano alle vigne. Recuperano e curano le vigne degli anziani che non ce la fanno più. Tornano per insoddisfazione personale e per fare qualcosa per se stessi. È cosi che trovano soddisfazione nella vigna e nei lavori manuali. Nel 2018 e 2019 abbiamo preso più vigne. Nel 2019 abbiamo vinificato metà della parte e il resto l’abbiamo vendute. A fine 2019 abbiamo detto: dobbiamo decidere. C’era la possibilità di prendere altre vigne. Abbiamo deciso di fare il salto aiutato anche da mio suocero che mi ha detto: se vuoi nel mentre vieni nella mia azienda ad aiutarmi. Così ho mollato il lavoro. Stefano si è dedicato al lavoro in vigna mantenendo l’altro. Abbiamo trovato un connubio e aperto l’azienda nel 2020. I trattori e tutte quelle cose che avevano un costo abbastanza alto erano dell’azienda del papà di Stefano. Una fortuna. Se parti da zero non ce l’avremmo fatta. Le prime vinificazioni sotto casa di Alessandro con una barrique, una pompa e un tino. Senza esperienza. Molti testi. Tanto studio sui libri di enologia e comunque un cugino con una cantina a cui chiedere. Eravamo e siamo curiosi e non ci siamo mai limitati nel fare domande. Avevo fatto il corso ONAV dove avevo conosciuto tante persone e produttori. Ho preso un pò da tutti e riportavo in cantina quando c’era da fare quei testi.  Così Alessandro e Stefano iniziano a fare vini. Prima solo il Rosso di Valtellina poi nel 2021 anche il Superiore che però doveva aspettare in botte prima di uscire sul mercato  Nel 21 abbiamo fatto anche il Superiore che doveva però aspettare per vendere il rosso e comprare la botte di legno. L’abbiamo pagata circa 9000€. Sul legno siamo sempre stati contro perché snaturava troppo la territorialità. Ma essendo obbligatorio abbiamo optata per un legno grande. Baitèi è il Valtellina Superiore provato nel millesimo 2021. Baitèi, un rimando alle capanne di un tempo realizzate con pietre a secco e usate dai pastori per riparare gli attrezzi o le provviste.  Un vino di montagna ancora giovane e il meraviglioso color rubino con un piccolo riflesso ancora porpora non può che svelarne l’età.  I sentori sono di frutta rossa croccante, more poi ribes mirtilli e fragoline di bosco. Non può mancare il balsamico che accentua i sentori porta con se del vegetale, come fosse sottobosco muschiato. Spezie non invadenti di pepe e, all’improvviso, chiodi di garofano e un po’ di anice stellato. In lontananza un sussurro di cacao. Il sorso è fresco come una giornata di primavera in montagna con il balsamico che avvolge offrendo una grande capacità di respiro a polmoni pieni. La giovinezza di Baitèi si esprime con la croccante voglia di spensieratezza e di gioco. Un nebbiolo di montagna dotato di forte verticalità e media ampiezza quasi tagliente e che al contempo lascia una meravigliosa sensazione in bocca. È come una lama di sole che penetra avvolgendo: una giornata al mare d’inverno quando il sole scalda solo quando i raggi colpiscono la pelle. Poi la lama di freddo.  Con il tramonto il sole scende lasciando solamente freddo. Partiti da 7000 bottiglie nel 2021 poi il 2021 con 12.000 bottiglie per arrivare al 2022 con 17000 bottiglie. Una crescita importante prima con uno poi con due infine con tre vini. Crescita accompagnata dalla crescita delle vigne e del lavoro. Ovviamente. Muràchi, il Rosso di Valtellina ha un nome che come Baitei si incunea dritto dritto nel territorio. Muràchi sono infatti quei cumuli di pietra che si creano dopo aver realizzato i terrazzamenti. Duro lavoro. Davvero un duro lavoro fare i terrazzamenti su questi pendii. Muràchi è il Nebbiolo anzi, è la Chiavennasca nella sua espressione più vera visto che non ha visto il legno nemmeno con il cannocchiale astronomico. Solo acciaio per restituire un vino fresco e croccante che sa di montagna in un misto di finezza e rusticità. La versione 2022 è già pronta fin dal calice per un rubino che sa di ciliegia spremuta. Vivido e a tratti luminoso, esprime la sua freschezza di ribes, ciliegie e fiori rossi senza nemmeno sforzarsi più di tanto. Solo roteando il calice arriva un pò di alcol: ma che buono ciò che respiro. In bocca i tannini sono eleganti, altro che rustici. Si fresco, si bilanciato, si verticale. Si tutto ma ciò che più mi piace è la sua semplice eleganza. La bocca è fresca e pulita. Il sentore di ciliegia è quello di un frutto non maturo ma già dolce. Ci vorrebbe solo una fetta di formaggio o dello speck e il gioco è fatto. Mi ha convinto Muràchi e mi ha convinto tanto. Più di Baitèi? Diciamo che se la battono ma con gli amici, per finire la bottiglia, Muràchi la vince! Noi ci diciamo razionali sostenibili. Razionali perché il biologico logisticamente parlando era improponibile. Meccanizzato solo per mezzo ettaro. Tagliamo tutti a mano e i trattamenti tutti manuali. Impossibile. Gli interventi devono essere tempestivi e se ne devono fare di più. Adesso stiamo cercando di andare a ragionare sul fatto che siamo in una zona più interna. La valle va da est a ovest. Essendo più lontano dal lago l’azione mitigatrice viene meno. Il versante inizia a girare verso nord e quindi la nostra esposizione è più sud est. Abbiamo circa dieci giorni di differenza con sassello e inferno. Se loro partono a trattare agli inizi di maggio noi trattiamo dieci giorni dopo. Con le vigne in alto e ventilate riusciamo ad avere trattamenti più distanti.  Posati, ragionatori, entusiasti. Ragazzi che hanno la testa sulle spalle, che non si montano la testa, che fanno il passo quando possono e senza strafare. Nessuna voglia di seguire la moda con i lieviti indigeni perché non si sentono pronti. Lieviti selezionati ma stiamo facendo dei test con gli autoctoni. Va di moda non usare lieviti selezionati ma noi facciamo il passo nel tempo giusto. Nessun tipo di trattamento aldilà dei metabisolfiti. Nessuna chiarifica.  Le vigne non loro. Tutte in affitto con solo un piccolo pezzettino di 1700mq di proprietà. Ma non c’è preoccupazione. Ci sono i contratti che li tranquillizzano per dieci/quindici anni e un abbandono che si incrementa sempre di più.  C’è magari l’interesse fino a quando non vedono quanto sia complicato. Quando ci sei dentro e ti rendi conto di cosa voglia dire, è tutta un’altra cosa. In estate è complicato. Essendo in due stargli dietro è tosta. Alessandro ormai è full time in azienda. Stefano ancora no anche se nell’ultimo anno c’è stato quasi sempre. Le cose stanno andando bene. Stanno ingranando i due ragazzi. Anche con le vendite.  Il primo anno siamo riusciti a vendere tutto da soli in Valtellina. Girando come dei pazzi. Poi sono iniziati i contatti in zona Brescia, a Como. L’anno scorso abbiamo visto che era dura star dietro a tutto. Incompatibile con la vigna. Abbiamo deciso di investire nella promozione e negli eventi e facciamo eventi da novembre fino a marzo per portare la Valtellina in giro. Sta portando risultati.  Ragazzi con il sale in zucca e la capacita di capire, programmare e soprattutto, investire. Non è da tutti credetemi. Alessandro e Stefano hanno però un futuro. La voglia di fare e fare bene. Lo spirito di sacrificio e il grande amore per la Valtellina. La capacità di realizzare vini che sanno fortemente di vita e di territorio con la grande capacità di resistere al tempo e ai tempi. Un mix incredibile che è sinonimo di uno sviluppo che li porterà lontano. Non sicuramente in termini di crescita perché anche loro sanno che oltre le ventimila bottiglie non ha senso andare in questo territorio. Bisogna ingrandirsi un pochino ma neanche più di tanto. Arrivare a superare le ventimila bottiglie. Ci sarebbe anche una idea di un piccolo agriturismo. Il nome Radis nasce dal collegamento con le tradizioni del territorio tiranese e le nostre famiglie che sono agricoltori. C’è sempre stata l’idea di un posto dove esporre i nostri prodotti. Una idea invernale che poi quando finisce l’inverno si mette da parte per lavorare sul serio. Poi girare l’Italia affinché non solo Radis ma anche la Valtellina possa crescere. Ci si sta lavorando e noi nel nostro piccolo portare il nome come dovrebbero far tutti. Vogliamo tutti diventi una chicca. Alessandro e la sua famiglia. Una moglie, una bambina piccola. Stefano e la sua famiglia. Una mogli e quattro figli. Radis, l’azienda, le radici piantate nella loro terra, nel loro territorio.  Quelle radici che giorno dopo giorno arriveranno sempre più in profondità così che tra un pò saranno in grado di abbracciare anche le loro famiglie. Per promettere un futuro, In Valtellina.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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31 Luglio, 2025

Osteria Pontina. L’evoluzione della tradizione nel cuore dell’Agro Pontino

È un tardo pomeriggio di luglio, il sole scalda l’asfalto e la voglia di una birra fresca mi conduce da Alex, storico amico e volto familiare di 1000 Lire. Ho avuto il piacere di scrivere per lui un articolo tempo fa e lo trovate nel link sperando vi incuriosisca la lettura. Il tempo di una stretta di mano, due chiacchiere e una bionda ghiacciata, che qualcosa cattura la mia attenzione: accanto, discreta ma promettente, una lavagna racconta una storia. “Osteria Pontina – tradizione in evoluzione”. Mi avvicino. Leggo di Simone Sorrentino, uno chef che con rispetto e creatività vuole rendere omaggio alla cucina italiana, lavorando le materie prime dell’agro pontino secondo stagionalità e cuore. Non resisto. Entro. Ad accogliermi c’è Alessandra, eleganza gentile e sorriso sincero. Le dico che sono curioso, che quelle parole mi hanno colpito. Lei sorride, chiama Simone. Alto, sguardo vivace, stretta di mano decisa: “Stasera ti faccio assaggiare quello che hai letto”. E comincia l’esperienza. Mi siedo. Una ragazza sorridente mi versa un calice di Sauvignon. Mi racconta sorridendo che il “tra donne sole” oltre a essere il titolo di un breve romanzo di Pavese, è anche il nome di questo vino bianco prodotto da Vite Colte a partire di uve sauvignon. Il  nome che è già poesia. Al naso, erbe aromatiche, sambuco, foglie di pomodoro; al sorso, agrumi, vaniglia, menta, strudel e un tocco di liquirizia. È una sinfonia verde, vegetale e vellutata. Arriva il primo benvenuto: un bon bon di patate su crema di provola, con guanciale croccante di maiale nero lepino e paprika dolce. Il bon bon è un piccolo scrigno di sapore, di quelli che sorprendono al primo morso. La crosticina esterna è dorata e fragrante, cede sotto i denti rivelando un cuore morbido e vellutato di patate. La crema di provola, calda e avvolgente, aggiunge un tocco lattico, leggermente affumicato, che fa da perfetto contrappunto alla nota sapida e croccante del guanciale di maiale nero lepino, selezionato con cura e tostato alla perfezione. La paprika dolce chiude il cerchio: dona calore, colore e una leggera speziatura che accarezza il palato senza sovrastare. Un inizio elegante, rotondo, che fa subito capire di essere in ottime mani. Piccolo, intenso, avvolgente Poi Simone esce dalla cucina, con lo sguardo fiero di chi sa di portare in tavola un pensiero, non solo un piatto. Mi serve lui stesso la Tartare del Buttero: un inno alla materia prima, un’espressione sincera della terra che incontra l’arte della cucina. È una tartare di manzetta prussiana battuta al coltello con maestria, rosata, tenera e al contempo carnosa lasciata integra nella sua naturale sapidità. Sopra la croccantezza rustica del tarallo napoletano sbriciolato che aggiunge quel morso deciso mentre lo zabaione salato, -cremoso quasi vellutato – regala una carezza inaspettata. Le perle di aceto balsamico, lucide come gemme, danno profondità e dolcezza esplodendo con eleganza tra le papille. E poi, l’inaspettato: un gelato al Parmigiano 36 mesi con chips di parmigiano. Freddo, pungente, sapido, perfettamente integrato nel gioco di contrasti. È un piatto che sorprende, che danza tra rustico e fine, tra caldo e freddo, tra tradizione e invenzione. Un piatto che racconta storie. E che non si dimentica.   Ed eccola arrivare, in un’esplosione di colori e freschezza: l’estate nel piatto. Il melone, grigliato quel tanto che basta per sprigionare dolcezza e note caramellate, diventa il compagno perfetto per il culatello di Zibello, tenero, sapido, profondo. Un abbraccio tra terra e sole. Accanto, una quenelle di caprino gessato  “Cappello del mago”, cremoso, delicatamente acidulo, che accarezza il palato con la sua morbidezza. Il pesto di basilico e anacardi chiude il cerchio: erbaceo, intenso, con una nota croccante che sorprende. Il tutto è un piccolo quadro impressionista: profuma di campagna, di pranzi sotto i pergolati, di mani che affettano pane fresco. Un piatto che è una carezza, una pausa, una poesia estiva servita su ceramica. È con il pan brioche che arriva il colpo di teatro. Un piccolo scrigno dorato, lucido, morbido, caldo. Simone sorride con orgoglio: “Questa è una mia creazione, realizzata con Antiqua Cora”. Le sue parole già profumano di storia e passione. Il burro francese si scioglie tra le dita, la maionese ai frutti di bosco regala dolcezza e acidità, il carpaccio di manzetta prussiana – marinato con il metodo Nesler – sprigiona una complessità aromatica sorprendente. Il fermentato di legumi aggiunge umami, le nocciole piemontesi croccano tra i denti, il pepe selvaggio del Madagascar pizzica con eleganza. “Si mangia con le mani”, mi dice, e lo dice come una liberazione. E allora mi abbandono. Le dita si sporcano di burro, bacche e felicità. Ogni morso è un’esperienza carnale e intensa, istintiva, vera. È il tipo di piatto che non si dimentica. Perché non è solo cibo. È un’emozione che resta sulle labbra. E proprio quando penso di essere sazio, arrivano i primi. Il Vesuvio del Pastificio Gentile arriva come un omaggio alla terra, solido e maestoso nel piatto. È una pasta che si fa notare: corposa, ruvida, perfetta per accogliere ogni goccia del ragù di pernice. Il sugo è scuro, avvolgente, con quella profondità che solo la selvaggina sa donare. Il fondo di cottura ne amplifica l’intensità: sapori ancestrali, quasi primordiali, che richiamano la carne, la brace, il bosco. Il morso è carnale, deciso, con una nota selvaggia che resta sul palato come un ricordo vivido. Un piatto che non accarezza, ma abbraccia. Che non sussurra, ma parla forte. E che conquista, con la sua autenticità. Subito dopo, tortello all’ortica ripieno di ricotta di bufala, verdure di stagione, chips e cremoso di Parmigiano, pistilli di peperoncino. Il tortello all’ortica si presenta come un piccolo scrigno di terra e delicatezza. Il verde intenso della pasta, vellutata e sottile, racconta di erbe raccolte all’alba e mani esperte che impastano con amore. All’interno, la ricotta di bufala sprigiona tutta la sua cremosità, con un gusto pieno, rotondo, che accarezza il palato. Le verdure di stagione, croccanti e saporite, portano freschezza e colore. Sul piatto, il cremoso di Parmigiano aggiunge una nota sapida e avvolgente, mentre le chips regalano lo scrocchio inatteso. I pistilli di peperoncino completano l’opera con un tocco vibrante, elegante ma audace. È un piatto che parla sottovoce, ma lascia un’eco potente. Un inno alla natura, vestito di grazia. Eleganza vegetale con anima decisa. Chiedo un finale fresco. Alessandra arriva con un sorbetto lime e menta: pulito, brillante, rigenerante. Mi alzo, colmo. Saluto Alessandra con un sorriso grato, mi affaccio in cucina, ringrazio Simone. Esco e torno da Alex, restituendogli il bicchiere come chi ha appena vissuto qualcosa di più di una cena. L’Osteria Pontina non è solo un ristorante. È un racconto di passione, di mani che lavorano con rispetto, di piatti che parlano al cuore. E chi sa ascoltarli, ci torna. Perché qui, la tradizione non si ripete. Vibra. Vive. E si rinnova. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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