Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
26 Luglio, 2025
Trama di Cori: storie di famiglia, vino e bellezza autentica
La mattina è limpida, l’aria profuma di pietra antica e di dolce. A Cori, piccolo gioiello arroccato tra le colline, borgo di pietra e storia che profuma di vigneti e tramonti inizia il mio incontro con Federica e Alessandro, due volti sorridenti dietro al loro progetto agricolo e vitinicolo. Trama.
Ci sediamo su delle panche alla pasticceria Maciste, una pasticceria storica del paese, mentre la signora Tiziana arriva con un caffè e una brioche calda, burrosa, e con un’ottima crema. È il primo gesto gentile di una giornata che sa già di bellezza. E’ il primo morso di un’esperienza che si rivelerà molto più di una degustazione.
Federica mi racconta con entusiasmo della loro azienda agricola, Palombelli Alessandro, e del progetto Trama, nato sette anni fa e battezzato con l’anagramma affettuoso del nome della loro figlia, Marta. In quel nome si intrecciano affetti, visioni, legami. È la loro trama familiare e agricola, che unisce vino, olio, pasta e sogni. Ormai sono passati sette anni e loro continuano con amore a dedicarsi ad una produzione agricola naturale, rispettosa del territorio e delle persone.
Saliamo in macchina e ci arrampichiamo a Cori alta, verso il cuore più antico del paese. Lì, in un angolo nascosto del paese, che sembra sospeso tra pietra e cielo, hanno trasformato un vecchia osteria in una cantina dallo spirito contemporaneo. Una tettoia di piante rampicanti accompagna il visitatore fino alla ringhiera panoramica: davanti a noi, un paesaggio che toglie il fiato, fatto di colline e silenzi, dove i tramonti si raccontano da soli. Mi raccontano che da qui i tramonti sono pura poesia. Lo credo subito senza dubitarne ammaliato da quella bellezza.
Entriamo nella sala degustazione, accogliente e viva, con pareti di pietra a vista del 1911 che profumano di storia e pazienza. Luce soffusa e silenzio. Seduti a un grande tavolo in legno, iniziano il racconto dei prodotti: non solo vino, ma anche olio e pasta.
Mi mostrano una bottiglia del loro olio extravergine “Unto”, 100% da cultivar Itrana. Estratto da oliva itrana che è una varietà autoctona del territorio di Cori e delle Colline Pontine, si caratterizza per l’alto contenuto di polifenoli e per un’acidità oleica inferiore alla media. Dal colore verde intenso ha sentori di pomodoro, basilico ed erba tagliata. Il nome è un piccolo gioco ironico, scherza Alessandro – “perché, quando lo prendi, inevitabilmente ti ungi” – ma dentro la bottiglia c’è un olio sincero, lavorato senza pesticidi, dal gusto deciso, erbaceo, aromatico, perfetto su una fetta di pane caldo.
Poi arriva la pasta Senatore Cappelli, selezionato agli inizi del Novecento è oggi riscoperto come cereale d’eccellenza per le sue caratteristiche, ricco di sostanze nutritive per la presenza di radici molto profonde che attingono dagli strati più profondi del terreno. La pasta è trafilata in bronzo ed essiccata lentamente a bassa temperatura: profuma di grano vero, ha un sapore persistente e un carattere che racconta la terra da cui nasce. Rimacinata a pietra è priva di conservanti e senza chimica con un basso contenuto di glutine. Ogni prodotto è frutto di un’agricoltura naturale, in equilibrio con l’ambiente, dove nulla viene forzato e tutto segue il ritmo della stagione. Federica mi mostra i formati che producono, mezze maniche, fusillone, fettuccine, penne e mezzi paccheri. A toccarla, senti la ruvidità buona del grano. È cibo che racconta, che nutre sul serio.
Poi, il vino. Ed è qui che la voce si abbassa, il ritmo rallenta, e si apre lo spazio della meraviglia.
Federica mi porge Capofitto, un bianco che non è solo un vino: è un manifesto.
Prodotto da uve Greco bianco, vinificato con una lunga macerazione sulle bucce, nasce per guardare al passato con occhi nuovi. Le uve bianche macerano a lungo sulle bucce per estrarre tannini e materia. Solo lieviti indigeni. E’ un vino pensato e ispirato ai vecchi metodi di vinificazione utilizzati storicamente nel loro territorio attraverso l’esclusivo utilizzo di vitigni autoctoni e metodi di vinificazione tradizionali. Le uve sono greco bianco 100% che scopro per la prima volta e ne apprezzo il sapore. Federica mi racconta che la fermentazione è spontanea, sulle bucce per il 50% del mosto, poi la prima sfecciatura, vengono tolte le bucce e affinamento per sei mesi sulle fecce fini in tini di acciaio, poi seconda sfeccituatura e infine due mesi in bottiglia. Un vino che parla di sfide, intuizioni e futuro. Federica lo versa nel calice e inizio a studiarlo e gustarlo.
Alla vista è un oro profondo, caldo, quasi ambrato. La luce danza nel bicchiere, lasciando leggere velature che raccontano l’assenza di filtrazioni.Al naso, è una sinfonia: albicocca matura, miele di castagno, scorza d’arancia, e poi tè nero, resina, note lievemente balsamiche. Un vino che non si concede subito, ma si apre lentamente, come le pagine di un libro antico.
Al palato, l’ingresso è deciso, pieno. La macerazione gli ha donato tannino e spina dorsale. La freschezza bilancia la sua struttura corposa, mentre sul finale emerge una carezza amarognola di mandorla e pepe bianco. Un vino per chi ama ascoltare. Subito dopo, Alessandro apre la seconda bottiglia. Si chiama Piedefermo, ed è un rosso, prodotto da uve Cesanese 100%.
È un vino che parla in dialetto, che affonda le radici nel passato per camminare verso il futuro. È un inno alla memoria contadina. Nasce da una scelta complessa, ma convinta. Senza chimica né in vigna né in cantina è ottenuto recuperando metodi di vinificazione della tradizione del territorio per una produzione attenta alla sostenibilità. La fermentazione avviene sul 100% delle bucce, con la tecnica antica del “pied de cuve”, ovvero il “piede di fermentazione”. Spontaneo, profondo, schietto: un vino che sa di radici e rivoluzione lenta. Nel calice, il colore è un rubino profondo, con riflessi violacei e densi archetti che scendono lenti.
Al naso, è un abbraccio di terra e frutta: ciliegia scura, more, prugna, poi una nota ferrosa, cuoio, un accenno di spezia dolce. C’è dentro il bosco, il muschio, e un’eco di pane appena sfornato.
In bocca, il sorso è ampio, pieno, con una bella acidità che lo rende verticale. I tannini sono presenti ma levigati, e ogni assaggio si allunga in un finale che sa di liquirizia e radici. È un rosso che ti racconta la vigna con sincerità. L’ora di pranzo si avvicina e Federica, con il suo modo delicato e sorridente, appare con un piatto di pasta fumante. Il profumo si intreccia a quello del vino, la luce filtra morbida dalla porta, e la tavola si fa rifugio. Si parla, si ride, si assaggia. E il tempo, come spesso accade nei luoghi autentici, si ferma. O forse semplicemente si dilata, per lasciare spazio alla bellezza. Dopo pranzo, è tempo di salutarsi. Ma prima di andare, stringo tra le braccia Federica, che mi ha accolta con quella carineria sincera che non si può fingere. La ringrazio per ogni gesto gentile, per ogni parola misurata, per la grazia con cui ha reso speciale ogni momento. Con Alessandro, poi, ci incamminiamo verso il Tempio di Ercole, poco distante. Camminiamo in silenzio, accompagnati solo dai suoni lievi del paese. Di fronte a quelle colonne che sfidano il tempo, ci stringiamo la mano. È un gesto semplice, ma pieno di rispetto. Lo ringrazio per avermi fatto entrare nel cuore della sua terra, con la sua voce pacata e la sua passione ferma. Trama non è solo un progetto agricolo. È una storia tessuta con pazienza e amore. Un racconto fatto di mani sporche di terra, grappoli maturi, tavole condivise e sguardi che si cercano nella semplicità. A Cori, l’agricoltura non è solo lavoro: è un atto d’amore che si rinnova ogni giorno.
E basta un sorso – uno solo – per sentirlo, dritto al cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Prodotto da uve Greco bianco, vinificato con una lunga macerazione sulle bucce, nasce per guardare al passato con occhi nuovi. Le uve bianche macerano a lungo sulle bucce per estrarre tannini e materia. Solo lieviti indigeni. E’ un vino pensato e ispirato ai vecchi metodi di vinificazione utilizzati storicamente nel loro territorio attraverso l’esclusivo utilizzo di vitigni autoctoni e metodi di vinificazione tradizionali. Le uve sono greco bianco 100% che scopro per la prima volta e ne apprezzo il sapore. Federica mi racconta che la fermentazione è spontanea, sulle bucce per il 50% del mosto, poi la prima sfecciatura, vengono tolte le bucce e affinamento per sei mesi sulle fecce fini in tini di acciaio, poi seconda sfeccituatura e infine due mesi in bottiglia. Un vino che parla di sfide, intuizioni e futuro. Federica lo versa nel calice e inizio a studiarlo e gustarlo.
Alla vista è un oro profondo, caldo, quasi ambrato. La luce danza nel bicchiere, lasciando leggere velature che raccontano l’assenza di filtrazioni.Al naso, è una sinfonia: albicocca matura, miele di castagno, scorza d’arancia, e poi tè nero, resina, note lievemente balsamiche. Un vino che non si concede subito, ma si apre lentamente, come le pagine di un libro antico.
Al palato, l’ingresso è deciso, pieno. La macerazione gli ha donato tannino e spina dorsale. La freschezza bilancia la sua struttura corposa, mentre sul finale emerge una carezza amarognola di mandorla e pepe bianco. Un vino per chi ama ascoltare. Subito dopo, Alessandro apre la seconda bottiglia. Si chiama Piedefermo, ed è un rosso, prodotto da uve Cesanese 100%.
È un vino che parla in dialetto, che affonda le radici nel passato per camminare verso il futuro. È un inno alla memoria contadina. Nasce da una scelta complessa, ma convinta. Senza chimica né in vigna né in cantina è ottenuto recuperando metodi di vinificazione della tradizione del territorio per una produzione attenta alla sostenibilità. La fermentazione avviene sul 100% delle bucce, con la tecnica antica del “pied de cuve”, ovvero il “piede di fermentazione”. Spontaneo, profondo, schietto: un vino che sa di radici e rivoluzione lenta. Nel calice, il colore è un rubino profondo, con riflessi violacei e densi archetti che scendono lenti.
Al naso, è un abbraccio di terra e frutta: ciliegia scura, more, prugna, poi una nota ferrosa, cuoio, un accenno di spezia dolce. C’è dentro il bosco, il muschio, e un’eco di pane appena sfornato.
In bocca, il sorso è ampio, pieno, con una bella acidità che lo rende verticale. I tannini sono presenti ma levigati, e ogni assaggio si allunga in un finale che sa di liquirizia e radici. È un rosso che ti racconta la vigna con sincerità. L’ora di pranzo si avvicina e Federica, con il suo modo delicato e sorridente, appare con un piatto di pasta fumante. Il profumo si intreccia a quello del vino, la luce filtra morbida dalla porta, e la tavola si fa rifugio. Si parla, si ride, si assaggia. E il tempo, come spesso accade nei luoghi autentici, si ferma. O forse semplicemente si dilata, per lasciare spazio alla bellezza. Dopo pranzo, è tempo di salutarsi. Ma prima di andare, stringo tra le braccia Federica, che mi ha accolta con quella carineria sincera che non si può fingere. La ringrazio per ogni gesto gentile, per ogni parola misurata, per la grazia con cui ha reso speciale ogni momento. Con Alessandro, poi, ci incamminiamo verso il Tempio di Ercole, poco distante. Camminiamo in silenzio, accompagnati solo dai suoni lievi del paese. Di fronte a quelle colonne che sfidano il tempo, ci stringiamo la mano. È un gesto semplice, ma pieno di rispetto. Lo ringrazio per avermi fatto entrare nel cuore della sua terra, con la sua voce pacata e la sua passione ferma. Trama non è solo un progetto agricolo. È una storia tessuta con pazienza e amore. Un racconto fatto di mani sporche di terra, grappoli maturi, tavole condivise e sguardi che si cercano nella semplicità. A Cori, l’agricoltura non è solo lavoro: è un atto d’amore che si rinnova ogni giorno.
E basta un sorso – uno solo – per sentirlo, dritto al cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
25 Luglio, 2025
Vivere l’Oltrepò Pavese con le Wine Experience di La Genisia
Tour in e-bike, degustazioni, realtà virtuale e attività per famiglie: l’estate all’insegna del Pinot Nero con La Genisia a Codevilla.
Nel cuore dell’Oltrepò Pavese, a Codevilla, Cantina La Genisia invita appassionati e curiosi a scoprire il mondo del Pinot Nero e del Metodo Classico attraverso esperienze immersive, pensate per vivere il territorio e il vino a 360°. Le Wine Experience di La Genisia esaltano la qualità locale offrendo attività outdoor, degustazioni, tecnologia e percorsi per famiglie.
Estate con La Genisia: sport, relax e sapori autentici
La Genisia” parte dalla cantina con un’escursione in e-bike tra i vigneti fino al Golf Club di Salice Terme, pranzo leggero, relax in piscina e rientro per visite guidate e degustazioni di Brut Metodo Classico, Riesling e Pinot Nero accompagnati da prodotti tipici del territorio.
Ogni giovedì di luglio (10, 17 e 24), dalle 18 alle 23, la terrazza panoramica della cantina si anima con wine tasting di Pinot Nero D.O.C.G., snack locali d’autore e convivialità immersa nella bellezza del tramonto sulle colline.
Esperienze guidate tra tecnologia e tradizione
Visita guidata alla cantina e all’imponente Torre Vinaria, simbolo della tradizione vinicola dell’Oltrepò Pavese, con spiegazione delle fasi di produzione.
Realtà virtuale: la piattaforma VR Wine La Genisia permette di passeggiare virtualmente tra i vigneti, offrendo un viaggio tridimensionale alla scoperta dei terroir della zona.
Sala panoramica per la degustazione dei migliori vini della cantina, tra cui l’Extra Brut Metodo Classico, espressione raffinata del Pinot Nero.
Outdoor & Family
Tour in e-bike tra i filari, soste in cantina e degustazioni per un’esperienza autentica tra natura e vino.
Family Pack: attività sensoriali e creative per bambini, mentre i genitori degustano; kit disegno e succhi freschi per i più piccoli.
Gite a cavallo & trekking: escursioni lungo la Green Way e nei vigneti per vivere il paesaggio dell’Oltrepò Pavese con tutti i sensi.
Area Hospitality e degustazioni personalizzate
Il nuovo spazio hospitality accoglie gruppi di amici, famiglie e chiunque desideri scoprire vini e sapori autentici dell’Oltrepò Pavese: eventi, degustazioni guidate, percorsi food&wine con una vista panoramica che abbraccia la pianura Padana, i vigneti e il Monte Rosa. Un ambiente aperto pensato per valorizzare il dialogo tra territorio e qualità, raccontando il lavoro di venti vignaioli riuniti in 70 ettari di passione e innovazione.
La Redazione
Leggi
25 Luglio, 2025
Giorgio Gianatti. Le bottiglie che aspettano
Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdi, ci perdi anche tu!Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdo… la perdi anche tu!
La pazienza è una virtù particolare. Capacità di vivere in armonia con ciò che ci circonda. Senza stress. Lasciando che lo scorrere del tempo faccia il suo corso così che la foglia di gelso si trasformi in seta. Un processo naturale che può essere solo contemplato o interrotto per mano dell’uomo.
La pazienza è l’arte di accettare di non interferire in ciò che la natura compie. Contemplarne il ritmo, l’incedere degli attimi evolutivi ognuno diverso dal precedente. Aver la forza d’animo di rimanere distanti eppure immersi in questo incredibile e incantevole processo.
So che non far per me. Per una persona che va a mille e che considera ogni istante non vissuto al massimo come un istante perso. Ma è bello che ci siano invece persone che quando vedono che il mondo crolla, si spostano quel tanto che serve per non farsi colpire. Ma non è che scappano, si scansano e basta.
Giorgio Gianatti, dalle sue vigne a Montagna in Valtellina sopra Sondrio, non solo produce vini, li aspetta. Per anni, senza fretta. Perché il tempo dia a questi il modo di esprimersi al meglio.
Lo fa da sempre. Con una serenità invidiabile.
Incontro Giorgio ad una degustazione dove si parla di Nebbiolo, Nebbiolo nel cuore, organizzata a Roma da Marco Cum. Mi colpiscono immediatamente due cose. La prima è la sua espressione serafica. La seconda l’età dei suoi vini: non ce ne è uno con meno di quattro anni.
Contadino da sempre. Anzi no, da quando aveva quindici anni e di andare a scuola non gli andava proprio.
Io vengo da una famiglia contadina. Mio papà e mia mamma avevano una azienda agricola quindi con anche le mucche. Prati, vigne, mucche. Una azienda familiare. Io sono del 62. Ho fatto le scuole fino alle medie. Poi volevo fare il ragioniere ma dopo due anni e mi sono accorto che facevo troppa fatica a studiare. Non ero attratto dalla terra.
Il paesino è di quelli piccoli (poco meno di tremila anime). Circondato da montagne scoscese di grumo (la roccia dalla quale deriva il nome Grumello) offre certamente paesaggi e scorci degni di Heidi ma, oltre questo, poco altro. Figuriamoci negli anni 60 e 79 quando Giorgio era piccolo. Doveva comunque aiutava il papà e poi c’erano i compiti. Almeno fino a quando decise che di studiare non ne aveva voglia. Nel frattempo gli amici che giocavano a pallone in strada (così si faceva anche in città un tempo che tanto di macchine non ne passavano).
Dai vieni Giorgio a giocare.
Giocare ogni tanto ci voleva. Anche quando, non andando più a scuola, occorreva lavorare in azienda e seriamente. Lui, il maschio di casa e con due sorelle più grandi, una insegnante e l’altra infermiera, se lo era scelto il suo futuro.
Nell’aprile del 78 ho iniziato a lavorare in azienda. Era faticoso per via del lavoro manuale.
Se lo sceglie Giorgio il suo lavoro. Ma d’altronde, se vedeste questi luoghi e conosceste Giorgio, capireste che il binomio è perfetto.
I dirupi scoscesi, dove le terre coltivabili devono essere strappate ai grumi e terrazzate, sono luoghi mistici fatti di natura e silenzi spezzati solo dallo scricchiolio delle proprie scarpe o dal chiurlo degli uccelli. È qui che Giorgio passa le sue giornate. Nelle sue vigne. Due ettari di terra che chiunque maledirebbe per la difficoltà che comportano. Su e giù. Giù e su. Ci vorrebbe uno ski-lift ma non si può. Ha disegnato le sue vigne prima nella sua testa poi cucendo i singoli appezzamenti di terra presi un pò per volta da chi, al contrario suo, era stufo di andare su e giù.
Nel 79 papà ha avuto problemi di salute e si è assentato per la malattia. Quasi un anno. Gli amici di papà, i vicini, gli amici, hanno aiutato a lavorare e fare vendemmia. Vendere vino era difficile. Tramite una persona qui ero andato alla Negri e venduto 100 ettolitri di vino. Avevo 17 anni e due mesi. Ero un bambino. Quando c’era papà era venuto uno che voleva il vino ma da Negri spuntai 5000lire in più ad ettolitro.
Grande è la fierezza con la quale Giorgio parla di quel momento. C’era la preoccupazione per il padre ma anche la solidarietà delle persone. C’era la necessità di vendere quel vino prodotto e la soddisfazione di averlo venduto ad una azienda importante. 17 anni e due mesi per fare un affare. Qualcosa che lo accompagnerà per tutta la vita. Ancor oggi infatti vende vino alla Negri.
Papà cosi mi lasciò spazio. Qualche anno dopo abbiamo fatto la prima etichetta di Grumello e da quel momento papà ha passato l’azienda a me per poter imbottigliare. I primi anni 80. Nell’83 si inizia ad imbottigliare.
Una scelta quella della bottiglia, utile per far conoscere il prodotto con il proprio nome. Non il primo in valle ma sicuramente tra le prime tre aziende della provincia di Sondrio.
Avevamo la cantina sotto casa. Delle botti in legno. Un pò di cemento. C’erano le scale ripide che portavano in cantine.
La prima annata 3000 bottiglie. Che sembrano poche ma provate voi a portarle su e giù per le ripide e buie scale di una cantina, vedrete quante ve ne sembreranno.
Da quel primo anno ad oggi sono passati quarantadue anni e di bottiglie se ne sono aggiunte poco più di 8000.
Ancora adesso vendo vino alla Negri, 30/40 ettolitri. Mio papà ha sempre fatto vino. Da solo. Negli anni 60 lo mandava sfuso in Svizzera. Sì muoveva in provincia. A me è sempre mancata l’esperienza in qualche azienda.
Già papà Silvio metteva il vino nelle botti. Qui si è sempre fatto cosi. Senza un passaggio in botte sarebbe stato impensabile bere il nebbiolo di montagna. Venderlo dunque, impossibile.
Ho cambiato il legno dal castagno alla rovere per renderlo meno austero. Diversa tostatura. Il tino di cemento era grande e scoperto. Poi ho messo i tini in acciaio. Ma non ho cambiato più di tanto. Ricordo quando pulivo le botti da bambino. Papà era fissato con la pulizia.
Ricordi semplici. Modifiche semplici. Giorgio è una persona semplice. Che non si vanta anzi, si nasconde e si emoziona. Per lui il vino è quello che ha sempre fatto. Niente di più, niente di meno. Lo ha sempre fatto in quel modo. Lo ha sempre aspettato. Senza fretta. Con pazienza. Come gli ha insegnato il padre.
Per essere un vino completo, per uscire bene, deve avere un pò di anni. Se bevi un Grumello dopo due anni, non è completo. Ha bisogno di maturare. Se vuoi venderlo per i soldi puoi farlo, ma non è completo. Il Rosso di Valtellina puoi venderlo dopo sei mesi ma io adesso sto vendendo il 21 e inizio il 22.Non sono diventato miliardario ma sto bene.
Non sono i soldi quelli che muovono persone come Giorgio. Certo che sono importanti perché si deve pur campare e supportare la famiglia (anche se la moglie lavora come biologa all’ospedale di Sondrio e la figlia studia alla Luiss di Roma), ma non sono la vera ragione di vita.
Provate a chiudere gli occhi e a pensare di trovarvi in montagna. Il sole che vi scalda il viso, l’aria fresca che infonde i polmoni, il silenzio, i profumi dei fiori e dell’erba, il cinguettio degli uccelli. A che servono i soldi quassù?
A nulla. Non servono a nulla. Non c’è la fretta di guadagnare perché non c’è quella di spenderli. Ecco allora che le bottiglie possono aspettare. Il vino può aspettare. Non c’è necessità alcuna di avere fretta.
Nel 2009 ho fatto la cantina nuova e si lavora molto meglio.
Almeno ha smesso di andare su e giù per le scale. Non per le vigne.
Con le vigne ho fatto un gran lavoro. Papà aveva un ettaro e mezzo ed erano sparse. Almeno venti appezzamenti. Qui sono tutti pezzettini piccoli. La vigna Sassina, dove faccio il Grumello, era di circa 2000 mq. Adesso sono a quasi due ettari di vigneto unico. Quelle in alto sono state abbandonate perché erano vicino il bosco. Tutti abbandonavano quelle. Nel Sassina le ho messo insieme. Un bel lavoro. Ne sono orgoglioso. C’è voluta molta pazienza.
Una attività rigorosa e paziente. L’ultimo pezzettino comprato appena due anni fa.
Qui tutto è dannatamente difficile. Una volta preso un pezzo di terra occorre fare le terrazze e non sempre si può entrare con gli scavatori. Sì deve fare a mano per via delle pendenze estreme. Occorre arrampicarsi.
Ho dovuto portare l’escavatore con l’elicottero. Mi è costato tantissimo ma adesso riesco a lavorarlo. Era una pendenza pazzesca e c’è voluto un lavoro altrettanto pazzesco. Ho creato una strada nelle vigne per transitare in sicurezza.
In vigna va ancora da solo. È lui che si occupa dei trattamenti. Non è in biologico ma agisce come tale. Complicato quando sei da solo. Complicatissimo in queste zone. Per le condizioni climatiche si può fare certo ma con più persone e più trattamenti.
I vini di Giorgio rispecchiano pienamente quel binomio territorio-vignaiolo che si chiama terroir. Aspettare perché il vino sia al momento giusto. Avere pazienza, senza patemi d’animo. Senza fretta. Lasciando che il tempo scorra.
Mio papà aveva una piccola vigna a Sassina. Ai tempi andarci non era facile per via della particolarità. Mi è sempre piaciuta e mi sono affezionato tanto. Ero e sono un testone. Il Grumello era quello meno noto e questo non mi piaceva. Questa vigna me la sono immaginata come la volevo. Volevo fare vino li. C’è voluto tempo, pazienza e soldi. Sono appezzamenti di 110 metri quadri. Solo che costava più il notaio.
Fino al 2010 ho fatto solo un vino. Con la nuova cantina ho iniziato a fare il San Martino e il Rosso di Valtellina. Più di tanto non voglio fare. Cosa posso fare? Il rose? Il vino in anfora? Adesso con il rosso mi faccio il rose? Ma scherziamo?
Il San Martino è un vino da farci un monumento. Un Nebbiolo Grumello del 2012, dimostrazione che i vini di Giorgio devono aspettare per essere bevuti: 40 giorni di appassimento e due settimane di fermentazione. Poi un passaggio in acciaio e infine per 15 mesi in botticelle di rovere. Infine bottiglia, per anni.
Il colore granata parla di già di qualcosa di bello ed elegante. È un Nebbiolo in fondo e la montagna gli ha donato qualcosa di diverso rispetto ad altre zone. Lo si percepisce dal balsamico che emerge dal calice e lascia scoprire una elegante e raffinata frutta sotto spirito: ciliegia, prugna, zest di arancia. Le spezie cominciano a fare capolino così che il cardamomo, i chiodi di garofano, il pepe, la cannella, il coriandolo emergono fiere senza paura. Poi le tostatura con tabacco e cioccolato che si fondono nel Mon Chéry. Fiori rossi, anice stellato e muschio selvatico arrivano per donare fresca dolcezza. Quasi pungente.
È un incredibile bouquet, perfettamente bilanciato e dal quale emerge un sussurro di dolcezza. Insomma, un calice dal quale non toglieresti mai il naso ma al contempo vuoi farlo perché la curiosità logora!
In bocca è come se il Nebbiolo di montagna volesse rappresentare tutta la sua imponenza e forza. Quella frutta sotto spirito adesso diventa aspra, quasi dura che in bocca si scioglie come neve al sole donando sensazioni meravigliose di freschezza e avvolgenza. Soprattutto finezza ed eleganza. Il tannino c’è. Raffinato, nobile. La bocca è in uno stato di grazia ancorché il San Martino è forte, deciso, determinato. Di montagna. Quella montagna, impervia e fredda, che ha vinto anche sull’appassimento delle uve lasciando la dolcezza sottesa, non stucchevole. Ampio, complesso, intenso. Avvolge e stupisce e avrei bisogno di un camino e di un sigaro insieme ad un quadrotto di cioccolato. Ma anche di un arrosto con castagne.
Un vino che mi ha assolutamente meravigliato e che merita di essere annoverato tra quelli memorabili. Lo si può, anzi, lo si deve aspettare.
Che meraviglia Giorgio! Nessuna intenzione di andare fuori dalle righe. Nessuna voglia di ingrandirsi o di seguire le mode. Tre vini, rossi, bastano e avanzano.
A dire il vero io ho sempre il sospetto che quella vendita a Negri sia sempre per lui la soddisfazione più grande. Certo i propri vini, con la propria etichetta. Ma vendere a Negri spuntando un prezzo migliore di quello del padre…
Il vino deve essere Valtellina. Un vino tradizionale. Non c’è la mia mano perché si fa cosi da anni. Il mio vino non è lo stesso tutti gli anni. Lo lascio il vino sulle bucce per 40 giorni mentre da Arpepe, che sono miei amici, lo lasciano per anche quattro cinque mesi. Ma io non sono convinto.
Sassina è il Valtellina Superiore 2017. Un vino memorabile. Raramente ho degustato un Nebbiolo che già dal bicchiere meraviglia per quel suo essere completamente trasparente. Granata si ma trasparente. La sensazione non può che essere di eleganza e finezza congiunta.
Al naso continua la meraviglia. La frutta, ciliegie, lamponi, prugna, è matura. Il balsamico fa emergere con grazia la parte alcolica e, soprattutto, quella minerale. Si respira il sole che cuoce i sassi di montagna fatti di calcare e minerali ferrosi, di muschio e di fiori. Poi le spezie che il legno ha donato insieme alle tostature. Lievi, sottese, eleganti. Tutto l’olfatto sa di dolce e soave freschezza. Una sensazione che so già non poter ritrovare in bocca.
Però è ancor meglio poiché l’impalpabilità del colore si trasforma in energica danza sinuosa per via di una freschezza viva e un tannino che sa di roccia levigata dal vento. Sassina è verticalmente ampio. Un ossimoro che trova verità in quella vellutata sensazione che si spande in bocca per poi essere memorabilmente verticale. La durezza di un Nebbiolo di Montagna scivola via sui pendii fatti di prati e neve. C’è da rimanerne incantati anche per via di una persistenza che non è particolarmente lunga in bocca ma che rimane indelebile nella mente. Mi sono innamorato!
Il terzo dei tre è Rosso, il Rosso di Valtellina 2021. Forse è proprio lui il vino della gente, quella che si riunisce al bar dopo il lavoro o in trattoria per un pasto in compagnia. Chiavennasca e un sussurro di Rossera e Pignolo con sei mesi tra acciaio e legno (poco) per un vino fresco e croccante che offre sentori di frutta nera e rossa come prugna, lampone, mora, ribes e fragoline di bosco accompagnati da fiori e un muschio verde. Il balsamico, marchio di fabbrica, c’è sempre e apre il naso ancorché in maniera non prepotente come gli altri vini della gamma. Sentori comunque semplici che non risentono minimamente del legno.
In bocca sa di montagna con i tannini ben saldi e presenti che accompagnano il sorso fio alla fine legandosi ad un incantevole amarognolo. Fresco e tagliente come un sasso mal levigato e con una croccantezza che rimane inalterata dall’olfazione alla deglutizione. Semplice, dinamico, vero. Non particolarmente caldo, piacevole per la leggerezza con la quale si propone e la doppia anima: da una parte la durezza di una lama, dall’altra il gusto di fragoline di bosco che rimane in bocca a dispensare carezze. Insomma, davvero un vino nel quale ho trovato montagna, roccia, durezza ma anche il caldo del sole nelle giornate di primavera
Ride Giorgio. Una risata composta come composto è lui. Lo vedi che è sereno e felice. Che non ha bisogno di nulla se non di ritornare tra le sue montagne. Vive con la moglie a Sondrio e torna a Montagna ogni giorno. Ci sono le sue vigne e c’è la mamma ormai splendida novantaquattrenne. Torna perché questo è il suo mondo.
Non sa cosa ci sarà dopo di lui. Gli piacerebbe che qualcuno continuasse, che magari la figlia si innamorasse di qualcuno che ama questi luoghi come lui. Ma sa che è una remota ipotesi. C’è un velo di tristezza nel tono di voce, negli occhi, ma lo scaccia per non farmi vedere. Orgoglio magari, chissà. Di certo, appena Giorgio ritornerà tra le sue vigne godendosi il paesaggio sottostante, ogni pensiero svanirà all’istante cadendo giù per i grumi. Se farà un tonfo appena arrivato a valle, non lo saprà mai. È troppo in alto.
PS il testo all’inizio è tratto da una meravigliosa canzone cantata dai bambini dello Zecchino d’Oro che sarebbe bello non solo ascoltare con attenzione ma ascoltarla con l’animo di un bambino. Farà bene al vostro!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
24 Luglio, 2025
La Spiaggia dentro. Un racconto di sapori e emozioni
Le mie vacanze sono iniziate, ma sono ancora a Latina. Così ho deciso di concedermi una giornata di mare nella parte più affascinante del litorale: Sabaudia. Ho scelto di raggiungerla con la mia cabrio blu, la mia ‘barchetta’, lasciandomi accarezzare i capelli dal vento e godendo del panorama che scorre lento lungo il litorale. Dopo aver percorso un tratto costeggiato da numerosi lidi, mi fermo incuriosito da un cartello semplice e diretto: ‘La Spiaggia’. Quel nome mi fa sorridere. È essenziale, evocativo, rilassante. Parcheggio, mi incammino su una lunga passerella di legno incorniciata dalla vegetazione e arrivo su una spiaggia dorata e fine, lambita da acque limpide che sembrano invitarmi con dolcezza a tuffarmi.
Dopo una lunga mattinata in acqua, la sete inizia a farsi sentire. Mi dirigo verso il chiosco in cima alla spiaggia. Mi siedo a un tavolino e noto una ragazza elegante, dai modi gentili e il sorriso aperto: Maria, la figlia del titolare. Con garbo le chiedo se vuole condividere una Coca-Cola e raccontarmi qualcosa di questo posto incantevole. Lei accetta con entusiasmo e inizia a raccontarmi la storia de ‘La Spiaggia’.
«Tutto è iniziato nel 1989», mi dice. «All’epoca c’era solo la duna di sabbia. Mio padre ottenne una delle poche concessioni per costruire un lido. All’inizio c’era solo un capanno, poi nel 2000 abbiamo costruito quello dove sei seduto ora.» I suoi occhi si accendono mentre parla, come se ogni ricordo fosse ancora vivido. «Nel 2013 ho proposto a papà di aprire un ristorante nella parte più alta, da cui si gode un tramonto mozzafiato.»
Le sue parole mi colpiscono. Maria non è solo la figlia del proprietario: è l’anima nuova di questo luogo, colei che lo ha trasformato in un’esperienza gastronomica e sensoriale. Con entusiasmo le dico che dopo un altro tuffo l’aspetterò a cena nel suo ristorante. Sono curioso, affascinato, voglioso di scoprire se questa bellezza si traduce anche nei sapori della cucina.
Alle 19:30 salgo, trovo una panchina con un morbido cuscino e mi perdo nella magia del tramonto. Le cicale cantano, il cielo si tinge di colori pastello e una brezza leggera completa il quadro. Poco dopo Maria arriva: ha con sé una bottiglia di Majolini millesimato 2020, Franciacorta. Vuole brindare alla nostra conoscenza.
Apre con cura la bottiglia, e il suono sottile del tappo che si stappa accompagna il momento con una delicatezza cerimoniale. Versato nei calici, il Majolini Millesimato 2020 si presenta con un colore giallo paglierino brillante, percorso da bollicine fini e persistenti che danzano con grazia.
Al naso è fine ed elegante: emergono note di fiori bianchi, crosta di pane e frutta secca, accompagnate da una sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso. In bocca è avvolgente ma verticale, con una buona struttura, una freschezza viva e una mineralità fine che accompagna il finale, netto e pulito.
«Alla nostra conoscenza», dice Maria sorridendo. E in quel brindisi c’è tutto: la leggerezza dell’incontro, la profondità dell’accoglienza, la voglia di ricordare il momento con il gusto delle cose belle.
La cena è un crescendo di emozioni: arriva un piccolo piattino con dei fagottini di pasta fillo con ricotta di bufala e verdure di stagione.
Sono un piccolo scrigno di gusto e delicatezza. La pasta fillo, sottile e croccante, si trasforma in un involucro dorato che custodisce un cuore morbido e cremoso.
All’interno, la ricotta di bufala – dalla texture vellutata e dal sapore avvolgente – si sposa perfettamente con il profumo delle verdure di stagione, che conferiscono freschezza, colore e una piacevole varietà di consistenze. Il contrasto tra l’esterno friabile e il ripieno morbido rende ogni morso una sorpresa.
Un piatto che unisce tecnica e semplicità, bellezza e sostanza. Perfetto come antipasto raffinato o come entrée in un percorso di degustazione, rappresenta la celebrazione dell’equilibrio tra leggerezza e intensità. Servito caldo, sprigiona aromi delicati e conquista per eleganza e genuinità. Ed io li finisco senza nemmeno accorgermene conquistato dalla loro bontà.
Improvvisamente, come in una coreografia silenziosa, Maria riappare con passo leggero e sicuro. Tra le mani porta un piatto che racconta storie di mare e di gesti sapienti. Il profumo che lo accompagna è già un preludio di meraviglia. Con un sorriso appena accennato, lo appoggia sul tavolo con delicatezza, quasi a voler preservare la bellezza intatta di ciò che sta per svelare.
Davanti a me, mini hamburger di tonno, adagiati con cura come piccole gemme su un piatto essenziale, ma elegante. Il pane al nero di seppia, preparato artigianalmente nella cucina del ristorante, colpisce subito lo sguardo con il suo colore profondo e opaco, quasi vellutato. Ha una crosticina sottile, mentre l’interno è morbido, fragrante, con un lieve sentore salmastro che rimanda subito all’essenza marina.
All’interno, il tonno – tenero, scottato appena quanto basta – conserva una consistenza succosa e un sapore pieno ma delicato. Adagiato sopra una generosa cucchiaiata di guacamole che lo avvolge con la sua cremosità esotica, mentre i pomodorini arrostiti, disposti come piccole gemme, donano colore e una dolcezza affumicata. A lato, la maionese al lime – profumata e agrumata – aggiunge una nota vibrante e fresca. Li prendo con le mani, come vanno gustati davvero, lasciando che le dita si sporchino di guacamole: ogni morso è un piccolo viaggio tra consistenze e contrasti, tra il pane scuro e deciso e il cuore morbido e profumato.
Maria resta in silenzio per un istante, osserva la mia reazione e poi sorride, come se sapesse già che quel piatto ha fatto centro. E in effetti, lo ha fatto.
Appena Maria poggia il secondo piatto, il profumo delle alici croccanti mi avvolge. Dorate, leggere, già pulite, pronte da gustare senza esitazione.
Le osservo incantato:non hanno nulla a che vedere con quelle che ho assaggiato altrove, nei tanti ristoranti di mare in cui spesso arrivano intere, fritte alla buona, da aprire e spinare a tavola.
Invece qui, in questa piccola oasi affacciata sulla sabbia, le alici sono state schiacciate, aperte, ripulite con cura e trasformate in sottili ostie dorate. Nessuna lisca, nessuna distrazione: solo il sapore pieno del mare, pronto a esplodere al primo morso. La croccantezza è perfetta, sottile ma decisa, quasi eterea, e custodisce all’interno tutta la dolcezza e la salinità del pesce fresco. E ad accompagnarle una buonissima maionese al lime nel quale le immergo prima di portarle alla bocca.
Guardo Maria con gratitudine e stupore, e le confido, quasi ridendo:
— In tutti i posti dove sono stato, me le servivano intere e fritte, ma qui sembrano delle ostie croccanti, pulite, da mettere in bocca come piccoli miracoli del mare. Lei sorride, come se ogni piatto fosse un segreto svelato, e io mi sento grato per questa meraviglia semplice e intensa, che sa di autenticità e di cura. «Abbiamo pensato a ogni dettaglio per semplificare il gusto e renderlo indimenticabile. Come queste alici: le abbiamo immaginate per essere perfette così, pronte da gustare.» Ed ecco che arrivano delle cozze fumanti, adagiate in un piatto semplice che ne esalta la generosità. Sono enormi, carnose, saporite, e a ogni boccone raccontano un angolo di territorio: il lago di Paola, da cui provengono, è a pochi passi, e si sente tutto. Maria me le descrive con orgoglio, con quella passione tenera e decisa che appartiene solo a chi ama profondamente quello che fa.
Poi mi racconta il loro segreto:
«Le mettiamo chiuse direttamente sulla piastra, senza niente. Devono aprirsi da sole, piano, con il calore. Così restano succose. Basta un attimo di troppo, e diventano asciutte. Noi le togliamo subito: devono restare vive, dentro». Poi, mentre mi osserva assaporare una delle cozze, aggiunge con tono complice: «Qui da noi, da buoni campani, non troverai mai il prezzemolo, ma sempre il basilico.» Sorride, e nei suoi occhi brilla un orgoglio discreto, la fierezza di chi difende una scelta semplice ma identitaria. Un dettaglio, certo. Ma in cucina, come nella vita, sono i dettagli a fare la differenza. Guardo Maria mentre parla e penso che, in fondo, queste cozze sono come lei: sincere, essenziali, piene di gusto e radicate nella propria terra. Maria decide di aprire il Soave Staforte 2022, un vino che parla di eleganza, frutta matura e fiori bianchi. Nel calice si presenta con un giallo dorato luminoso, attraversato da riflessi verdolini che raccontano la sua freschezza e giovinezza. Avvicinando il naso, si apre un bouquet raffinato e avvolgente: fiori bianchi come sambuco e acacia, poi pesca gialla matura, pera, e una leggera nota agrumata che richiama il cedro. Al palato è setoso, elegante, dalla struttura equilibrata. La sapidità e la mineralità, tipiche del terroir vulcanico, lo sostengono fino al finale lungo e persistente. Il sorso si fa pieno, ma mai pesante: ha quella grazia spontanea che solo i grandi bianchi sanno esprimere. È un vino che racconta la sua terra e si fa messaggero di una raffinatezza discreta, che accompagna il pasto senza sovrastarlo, lasciando il palato appagato e curioso. Lo accompagniamo a un piatto che profuma di casa, di mani che impastano con amore: gnocchetti di patate, fatti rigorosamente da loro. La consistenza è morbida, ma compatta al punto giusto, quella che trattiene il sugo senza disfarsi. Il condimento è un piccolo viaggio: melanzane fondenti, pinoli tostati, un tocco fresco di menta e ombrina saporita, appena scottata. Il tutto si fonde in un equilibrio inaspettato: ogni boccone è un piccolo mondo. Guardo Maria, prendo fiato e le confesso con un sorriso:
— “Sai, io non prendo mai gli gnocchetti al ristorante. Penso sempre che non si leghino mai davvero al sugo, che restino ‘a parte’. Ma questi… questi sono speciali. Ogni gnocchetto è perfettamente amalgamato, ogni morso cambia: prima la dolcezza della melanzana, poi la freschezza della menta, la croccantezza del pinolo, la profondità dell’ombrina. È come se ogni forchettata raccontasse una storia diversa.” Maria sorride, compiaciuta.
— “È perché sono fatti come si faceva una volta. Con pazienza. E il sugo non è un semplice condimento: è pensato per ogni ingrediente.” E io, in quel momento, sento di assaporare qualcosa che va oltre il piatto. È un modo di raccontare il mare, l’orto, le mani, la cura. E poi, a chiudere il cerchio dei primi, arriva il raviolo al nero di seppia, rigorosamente fatto da loro, elegante e profondo nel colore, ripieno di dentice, che si svela al taglio come un segreto. Il piatto è un piccolo quadro marino: ad accoglierlo, una base di datterino giallo, quasi una purea, morbida e luminosa. Non è solo un contrasto cromatico — quel giallo caldo contro il nero profondo — è un equilibrio di sapori, un abbraccio tra dolcezza e sapidità. Il datterino non invade, ma avvolge. Esalta. Rende tutto più rotondo. Come se quel raviolo non potesse stare altrove, se non lì, in quel colore e in quel sapore. È una scelta delicata e decisa insieme, un dettaglio che fa la differenza. Una pennellata d’artista. Chiudiamo con un trancio di salmone che è quasi un dono. La superficie croccante, la carne tenera, rosata, profumata di dolcezza e carattere. Maria, con il suo solito sorriso che anticipa sempre qualcosa di buono, mi racconta come nasce:
«Lo mariniamo nella birra e nel miele per ore, poi lo mettiamo in forno e infine lo ricopriamo con una granella croccante di pistacchi».
Il risultato è sorprendente: la sapidità del pesce si fonde con il dolce aromatico della marinatura, mentre i pistacchi regalano consistenza e un tocco deciso, quasi tostato. Accanto, un contorno elegante e inaspettato: pak choi, il cavolo cinese, cotto quel tanto che basta per rimanere croccante e rilasciare il suo profumo erbaceo. Lo guardo, lo assaggio, e poi sorrido.
«Non l’avevo mai mangiato prima, sai?» confesso a Maria, che ride divertita. «Ma è davvero gustoso».
Lei annuisce, complice, come se sapesse da sempre che quel boccone avrebbe chiuso il cerchio con equilibrio e sorpresa. E quando pensavo di aver concluso, Maria mi guarda con un sorriso furbo e mi chiede:
«Un dolce?».
Esito, cercando di resistere. Ma poi la guardo, e dico:
«Mi sembrerebbe scortese rifiutarlo».
Lei ride piano e risponde:
«Allora assaggerai qualcosa di lontano, ma che facciamo noi: è una Parlova, un dolce australiano. Fidati, è ottimo».
Mi porge un piccolo coltello:
«Ti servirà. Anche se è un dolce, puoi usarlo senza timore». Arriva così la Pavlova, una piccola opera d’arte di meringa croccante fuori e tenera dentro, sormontata da panna montata fresca e frutti di bosco succosi. I colori accesi, il profumo dolce e leggermente acidulo: sembra estate in un boccone. Affondo delicatamente la lama nel dolce, la meringa si spezza con un suono leggero, quasi un sussurro. Il primo assaggio è una carezza: la dolcezza della panna incontra la vivacità dei frutti, e la meringa si scioglie in bocca come neve tiepida. Lo gusto tutto, senza fretta.
Non solo perché è buono, ma perché chiude questo viaggio sensoriale con eleganza e leggerezza.
Maria mi osserva da lontano, soddisfatta. E io penso che, a volte, l’ultimo boccone è quello che ricordi per sempre. Mi alzo dalla sedia, l’aria sa di sale e notte. La sabbia fredda sotto i piedi, il suono ritmico delle onde poco distanti, e nel cuore ancora i sapori di una cena che non è stata solo cibo, ma incontro, narrazione, delicatezza. Maria non è solo una padrona di casa, è una tessitrice di ricordi, una donna che sa dosare i tempi come in una sinfonia di profumi, consistenze e parole. Ogni piatto è stato un racconto, ogni gesto un invito a restare un po’ di più. La saluto con un sorriso, portandomi via il calore delle sue mani, il suono delle sue risate e il sapore del mare inciso nel palato.
Mi volto un’ultima volta. La luce calda della cucina illumina il suo profilo mentre rassetta il bancone. E capisco che ci sono luoghi dove il tempo rallenta, dove il gusto diventa memoria.
E che quella sera, la spiaggia non era solo fuori. Era anche dentro di me. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
— In tutti i posti dove sono stato, me le servivano intere e fritte, ma qui sembrano delle ostie croccanti, pulite, da mettere in bocca come piccoli miracoli del mare. Lei sorride, come se ogni piatto fosse un segreto svelato, e io mi sento grato per questa meraviglia semplice e intensa, che sa di autenticità e di cura. «Abbiamo pensato a ogni dettaglio per semplificare il gusto e renderlo indimenticabile. Come queste alici: le abbiamo immaginate per essere perfette così, pronte da gustare.» Ed ecco che arrivano delle cozze fumanti, adagiate in un piatto semplice che ne esalta la generosità. Sono enormi, carnose, saporite, e a ogni boccone raccontano un angolo di territorio: il lago di Paola, da cui provengono, è a pochi passi, e si sente tutto. Maria me le descrive con orgoglio, con quella passione tenera e decisa che appartiene solo a chi ama profondamente quello che fa.
Poi mi racconta il loro segreto:
«Le mettiamo chiuse direttamente sulla piastra, senza niente. Devono aprirsi da sole, piano, con il calore. Così restano succose. Basta un attimo di troppo, e diventano asciutte. Noi le togliamo subito: devono restare vive, dentro». Poi, mentre mi osserva assaporare una delle cozze, aggiunge con tono complice: «Qui da noi, da buoni campani, non troverai mai il prezzemolo, ma sempre il basilico.» Sorride, e nei suoi occhi brilla un orgoglio discreto, la fierezza di chi difende una scelta semplice ma identitaria. Un dettaglio, certo. Ma in cucina, come nella vita, sono i dettagli a fare la differenza. Guardo Maria mentre parla e penso che, in fondo, queste cozze sono come lei: sincere, essenziali, piene di gusto e radicate nella propria terra. Maria decide di aprire il Soave Staforte 2022, un vino che parla di eleganza, frutta matura e fiori bianchi. Nel calice si presenta con un giallo dorato luminoso, attraversato da riflessi verdolini che raccontano la sua freschezza e giovinezza. Avvicinando il naso, si apre un bouquet raffinato e avvolgente: fiori bianchi come sambuco e acacia, poi pesca gialla matura, pera, e una leggera nota agrumata che richiama il cedro. Al palato è setoso, elegante, dalla struttura equilibrata. La sapidità e la mineralità, tipiche del terroir vulcanico, lo sostengono fino al finale lungo e persistente. Il sorso si fa pieno, ma mai pesante: ha quella grazia spontanea che solo i grandi bianchi sanno esprimere. È un vino che racconta la sua terra e si fa messaggero di una raffinatezza discreta, che accompagna il pasto senza sovrastarlo, lasciando il palato appagato e curioso. Lo accompagniamo a un piatto che profuma di casa, di mani che impastano con amore: gnocchetti di patate, fatti rigorosamente da loro. La consistenza è morbida, ma compatta al punto giusto, quella che trattiene il sugo senza disfarsi. Il condimento è un piccolo viaggio: melanzane fondenti, pinoli tostati, un tocco fresco di menta e ombrina saporita, appena scottata. Il tutto si fonde in un equilibrio inaspettato: ogni boccone è un piccolo mondo. Guardo Maria, prendo fiato e le confesso con un sorriso:
— “Sai, io non prendo mai gli gnocchetti al ristorante. Penso sempre che non si leghino mai davvero al sugo, che restino ‘a parte’. Ma questi… questi sono speciali. Ogni gnocchetto è perfettamente amalgamato, ogni morso cambia: prima la dolcezza della melanzana, poi la freschezza della menta, la croccantezza del pinolo, la profondità dell’ombrina. È come se ogni forchettata raccontasse una storia diversa.” Maria sorride, compiaciuta.
— “È perché sono fatti come si faceva una volta. Con pazienza. E il sugo non è un semplice condimento: è pensato per ogni ingrediente.” E io, in quel momento, sento di assaporare qualcosa che va oltre il piatto. È un modo di raccontare il mare, l’orto, le mani, la cura. E poi, a chiudere il cerchio dei primi, arriva il raviolo al nero di seppia, rigorosamente fatto da loro, elegante e profondo nel colore, ripieno di dentice, che si svela al taglio come un segreto. Il piatto è un piccolo quadro marino: ad accoglierlo, una base di datterino giallo, quasi una purea, morbida e luminosa. Non è solo un contrasto cromatico — quel giallo caldo contro il nero profondo — è un equilibrio di sapori, un abbraccio tra dolcezza e sapidità. Il datterino non invade, ma avvolge. Esalta. Rende tutto più rotondo. Come se quel raviolo non potesse stare altrove, se non lì, in quel colore e in quel sapore. È una scelta delicata e decisa insieme, un dettaglio che fa la differenza. Una pennellata d’artista. Chiudiamo con un trancio di salmone che è quasi un dono. La superficie croccante, la carne tenera, rosata, profumata di dolcezza e carattere. Maria, con il suo solito sorriso che anticipa sempre qualcosa di buono, mi racconta come nasce:
«Lo mariniamo nella birra e nel miele per ore, poi lo mettiamo in forno e infine lo ricopriamo con una granella croccante di pistacchi».
Il risultato è sorprendente: la sapidità del pesce si fonde con il dolce aromatico della marinatura, mentre i pistacchi regalano consistenza e un tocco deciso, quasi tostato. Accanto, un contorno elegante e inaspettato: pak choi, il cavolo cinese, cotto quel tanto che basta per rimanere croccante e rilasciare il suo profumo erbaceo. Lo guardo, lo assaggio, e poi sorrido.
«Non l’avevo mai mangiato prima, sai?» confesso a Maria, che ride divertita. «Ma è davvero gustoso».
Lei annuisce, complice, come se sapesse da sempre che quel boccone avrebbe chiuso il cerchio con equilibrio e sorpresa. E quando pensavo di aver concluso, Maria mi guarda con un sorriso furbo e mi chiede:
«Un dolce?».
Esito, cercando di resistere. Ma poi la guardo, e dico:
«Mi sembrerebbe scortese rifiutarlo».
Lei ride piano e risponde:
«Allora assaggerai qualcosa di lontano, ma che facciamo noi: è una Parlova, un dolce australiano. Fidati, è ottimo».
Mi porge un piccolo coltello:
«Ti servirà. Anche se è un dolce, puoi usarlo senza timore». Arriva così la Pavlova, una piccola opera d’arte di meringa croccante fuori e tenera dentro, sormontata da panna montata fresca e frutti di bosco succosi. I colori accesi, il profumo dolce e leggermente acidulo: sembra estate in un boccone. Affondo delicatamente la lama nel dolce, la meringa si spezza con un suono leggero, quasi un sussurro. Il primo assaggio è una carezza: la dolcezza della panna incontra la vivacità dei frutti, e la meringa si scioglie in bocca come neve tiepida. Lo gusto tutto, senza fretta.
Non solo perché è buono, ma perché chiude questo viaggio sensoriale con eleganza e leggerezza.
Maria mi osserva da lontano, soddisfatta. E io penso che, a volte, l’ultimo boccone è quello che ricordi per sempre. Mi alzo dalla sedia, l’aria sa di sale e notte. La sabbia fredda sotto i piedi, il suono ritmico delle onde poco distanti, e nel cuore ancora i sapori di una cena che non è stata solo cibo, ma incontro, narrazione, delicatezza. Maria non è solo una padrona di casa, è una tessitrice di ricordi, una donna che sa dosare i tempi come in una sinfonia di profumi, consistenze e parole. Ogni piatto è stato un racconto, ogni gesto un invito a restare un po’ di più. La saluto con un sorriso, portandomi via il calore delle sue mani, il suono delle sue risate e il sapore del mare inciso nel palato.
Mi volto un’ultima volta. La luce calda della cucina illumina il suo profilo mentre rassetta il bancone. E capisco che ci sono luoghi dove il tempo rallenta, dove il gusto diventa memoria.
E che quella sera, la spiaggia non era solo fuori. Era anche dentro di me. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
24 Luglio, 2025
Vino Vivo 2025: la seconda edizione a Petrosino celebra i vini bianchi della costa occidentale della Sicilia
Dal 1 al 2 agosto, degustazioni, concorso enologico, talk e masterclass in un evento immersivo dedicato alle eccellenze vitivinicole del territorio.
Petrosino si prepara a ospitare la seconda edizione di Vino Vivo 2025, un evento diffuso e coinvolgente che celebra i vini bianchi della costa occidentale siciliana, con l’obiettivo di valorizzare un patrimonio enologico e culturale unico. Organizzato dal Comune di Petrosino, con il patrocinio del Libero Consorzio della Provincia di Trapani e in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier di Trapani, Vino Vivo invita appassionati, esperti e operatori del settore a immergersi nel gusto, nella storia e nelle tradizioni vitivinicole dal 1 al 2 agosto.
La giornata di apertura, il 1° agosto, prende il via alle 10:00 presso il Centro Polivalente di Petrosino con il Concorso Enologico “Vino Vivo, i bianchi della costa d’Occidente”, che metterà a confronto le migliori etichette provenienti da comuni costieri come Trapani, Misiliscemi, Paceco, Marsala, Petrosino, Mazara del Vallo e Campobello di Mazara. Una giuria qualificata di esperti e degustatori ufficiali valuterà le produzioni vinicole per premiare le più autentiche e rappresentative.
La sera, il suggestivo Lungomare Biscione si animerà alle 21:00 con il talk pubblico “Rinascere dalla vigna. Prospettive future tra autenticità e territorio”, che offrirà approfondimenti sulle peculiarità delle produzioni marine, la sostenibilità e l’innovazione nel vitigno locale, con focus sulle denominazioni come Delia Nivolelli e Marsala. La serata sarà impreziosita dalla proiezione documentaristica “Pre-British: il vino di Marsala oltre il Marsala”, che racconta la rinascita del vino locale attraverso le storie di quattro vignaioli d’eccellenza.
Il 2 agosto sarà interamente dedicato ai banchi d’assaggio aperti dalle 18:00 alle 24:00 al Lungomare Biscione, con diverse aziende vitivinicole locali che proporranno i loro vini bianchi caratteristici. Alle 20:00 si terrà la masterclass “Il Grillo della costa occidentale. Un Vitigno, una Storia, un Territorio”, un percorso sensoriale ed emozionale tra 10 diverse annate che racconteranno la storia di questo vitigno autoctono. La serata si concluderà con la cerimonia di premiazione del concorso enologico alle 21:30, seguita da un DJ set sulla spiaggia che unisce musica e calici aspettando il calar del sole.
Giuseppe Vultaggio, Delegato AIS Trapani, sottolinea:
Essere sommelier significa conoscere, raccontare il vino con passione e responsabilità. Questo evento valorizza un territorio ricco di storia e qualità, e celebra il lavoro dei produttori e degli enologi che lo rendono unico.”
Vino Vivo 2025 si conferma così come uno spazio di narrazione collettiva e di orgoglio profondo, in cui la tradizione incontra l’innovazione, e ogni calice diventa testimonianza del legame tra uomo, terra e cultura.
La Redazione
Leggi
24 Luglio, 2025
DiVino sotto le stelle 2025 (by Decanter Wine Academy)
IL COSA E IL DOVE
Dal 19 al 21 Luglio il PONTE DELLA MUSICA – ARMANDO TROVAJOLI di Roma è stato il palcoscenico che ha ospitato DIVINO SOTTO LE STELLE, Evento organizzato da DECANTER WINE ACADEMY che rientra in un più ampio calendario di appuntamenti proposto dall’ASSOCIAZIONE NAZIONALE CITTÀ DEL VINO.
Tre serate da vivere calice alla mano scavalcando il Tevere cercando di sfuggire a quell’Africa che sembra essere arrivata nei nostri giardini e che pare non volerci dare tregua.
GLI ASSAGGI
70 Aziende provenienti da tutta Italia, incontri con i Produttori, masterclass…
In poche parole: tanto, troppo da assaggiare.
Confesso di aver cercato in quel “troppo per uno solo” una scusa per dribblare un po’ di assaggi ma poi si sa…ci si lascia prendere la mano e…
Tra le tante etichette in cui ho ficcato il naso ci sono SOLOCINQUEVINICINQUE di cui Vi voglio raccontare, non perché non ce ne fossero altri di cui dire qualcosa ma perché spero che siate Voi ad andare a curiosare nel resto delle produzioni delle Aziende citate.
– COLLINE PESCARESI IGT TREBBIANO “CLO SCIARR” 2023, SCIARR – D’ALESIO (ABRUZZO): un vino fuori dagli schemi aziendali, figlio di un’annata da dimenticare o forse, proprio per questo, un vino da ricordare.
Quasi tutto Trebbiano d’Abruzzo con una flebo di Pecorino e un’iniezione di Montonico.
Tre vitigni che firmano l’assaggio ciascuno per la propria parte regalando un impatto aromatico di camomilla, fieno ancora caldo, un ché di tropicale, scorza d’arancio e finocchietto selvatico su uno sfondo di diffuse dolcezze in una atmosfera di piacevole riduzione.
Sorso pieno, fresco, salino, tattile, piacevolmente astringente, poco incline a cerebrali elucubrazioni.
Un vino semplice, diretto.
Un vino da bere.
87+ Punti.
– DELLE VENEZIE DOC SPUMANTE “ATENA” BRUT 2023, LA ROMIGLIA (VENETO): al naso propone un interessante mix di frutta bianca matura, gerani, pompelmo rosa, melagrana, amaritudini vegetali, sottili peposità e diffusa, sapida mineralità.
In bocca, pur non perdendo mai il proprio intimo slancio verticale, si allarga, panoramico, grazie all’effervescenza mai sopra le righe regalando un sorso vivace firmato da una netta, conchigliosa sapidità.
87+ Punti, niente male per un Metodo Martinotti!
– ASOLO PROSECCO DOCG “REVIVA” BRUT, VISENTIN (VENETO): un anno di autoclave per un naso che, insolitamente complesso per un Prosecco, regala sensazioni di fiori bianchi, mela e pera, susina succosa e tocchi salmastri.
Assaggio secco e deciso, da subito salino, seguito da una bella progressione ritmata da richiami di pera e da un finale piacevolmente ammandorlato e mai dimentico della dolcezza aromatica dell’acino.
88 Punti con forse un +.
– LAZIO IGT TREBBIANO VERDE “BOSCO DELLE BETULLE” 2023, QUOTA ROSA (LAZIO): Trebbiano Verde, alias Verdicchio Bianco B, per i Romani “VIRDIS”.
Qui, in questa bottiglia, un Riesling senza il Riesling (che invece troverete in quell’”INNOMINATO” che aspetta ancora una propria etichetta e di cui io aspetto a dirVi).
Nebbioso come le anse della Mosella all’alba nasconde pesca tabacchiera e mela golden dietro polvere da sparo già sparata, gentilezze di camomilla e ginestra dietro amaritudini di chinotto e arricciamenti di naso di gomma cotta al sole.
E poi sfalci, castagne, mielizie e una mineralità vulcanica che affianca i rimandi olfattivi per tutta la lunghezza di un sorso che si ha voglia di ripetere per il curioso piacere di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo dietro l’ansa successiva di un vino che è come lo scorrere lento del fiume dei ricordi.
Crescerà ancora ma per ora si prende 89- Punti e il mio premio “SURPRAIS”.
– TRE VENEZIE IGT “PRESETTE” 2019, DIECI PRESE (VENETO): un Metodo Ancestrale da Friularo che racconta di arancia e melograno senza dimenticarsi di qualche piccolo frutto rosso e di invitanti note di pasticceria lievitata e cremosa.
Il sorso è una lama affilata dall’intrigante bollicina e da una mineralità mai sopita con un finale di lunghezza inusuale per vini di questo genere.
Personalmente preferisco bere i rifermentati con i lieviti in sospensione ma devo dire che, in questo caso, la versione “limpida” merita un bel punto in più di quella “agitata”.
88 Punti con forse un bel +.
In coda mi piace ricordare il Progetto “ANTICELEBRATION” ideato da Maxim ed Elena che si propone di “combattere il consumo irresponsabile di bollicine” sostituendo a esse durante i festeggiamenti un’apposita soluzione gassata e non potabile.
“ANTICELEBRATION” propone una selezione di spumanti Metodo Classico creati in collaborazione con piccoli Produttori di cui si vuole promuovere lo sforzo di fare Qualità.
Dalle Marche al Piemonte passando per il Veneto sono dodici le cuvée proposte.
È un Progetto nuovo che cercherò di seguire con attenzione, al momento mi pare di poter dire che, Qualità a parte, le etichette manchino un po’ di personalità ma…stay tuned.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a DECANTER WINE ACADEMY per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che hanno voluto dedicarmi parte del loro tempo per raccontarmi storie uniche di Territorio e lavoro.
Grazie anche a Voi che avete avuto il buon cuore di leggermi fino a questo punto e, mentre Vi do appuntamento alla settimana prossima, Vi invito a mettere in agenda sin da ora l’Edizione 2026 di un Evento davvero unico nel suo genere
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
Leggi
23 Luglio, 2025
La versatilità del Morellino di Scansano in tre cocktail d’autore
Il Morellino di Scansano, grazie alla sua sorprendente versatilità, esce dal calice tradizionale per diventare protagonista della mixology estiva con eleganza, autenticità e freschezza.
Tre cocktail d’autore – ReWine e Morellino Carousel, ideati dal bartender Julian Biondi, e House of Moris di Andrea Picci in collaborazione con Moris Farm – raccontano una nuova prospettiva di questo Sangiovese della costa toscana, portandolo al centro di una stagione ricca di stile e innovazione.
Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio Morellino di Scansano.
Il Morellino di Scansano è un vino identitario, ma dialoga con il presente e nuovi linguaggi. La sua versatilità ci consente di raccontarlo anche attraverso la creatività della mixology, senza mai snaturarne l’essenza.
ReWine, omaggio alla struttura del Morellino Riserva, unisce la profondità del vino a whiskey e angostura, creando un cocktail elegante e accessibile, servito in tumbler basso con un cubo di ghiaccio e guarnito con ciliegia marasca. Un drink equilibrato che esalta la vocazione gastronomica del Morellino anche fuori dai contesti tradizionali.
Morellino Carousel si ispira alla Giostra d’Alcool del Futurismo italiano. Con il Morellino al centro, si arricchisce di cordiale al bitter, frutti rossi e un tocco di gazzosa, offrendo un cocktail sorprendente per equilibrio e complessità, perfetto per un aperitivo estivo originale e culturalmente consapevole.
House of Moris, creato da Andrea Picci, unisce succo di limone, sciroppo al rosmarino e gin Moris Farm, con il Morellino aggiunto in superficie. Il rametto di rosmarino completa l’esperienza olfattiva, evocando il paesaggio mediterraneo della costa. Un cocktail giovane e internazionale, che coniuga freschezza e carattere.
Questa fusione tra vino e mixology racconta una denominazione in evoluzione, pronta a conquistare un pubblico nuovo e trasversale, che può scoprire il fascino del Morellino di Scansano attraverso un cocktail estivo sorseggiato al tramonto, un vino radicato nella Maremma ma con uno sguardo aperto e contemporaneo.
La Redazione
Leggi
23 Luglio, 2025
Michele Moschioni. Il tempo come maestro
Una serata organizzata da amici diventa l’occasione per incontrare di nuovo dopo tanti anni Michele Moschioni. Una bellissima serata tra storie, aneddoti, degustazioni e sorrisi. Ma soprattutto un’immersione profonda in ciò che è oggi – e da sempre – il suo vino: un’espressione autentica, ostinata e potente del Friuli più vero.
Friuli, terra famosa nel mondo per i vini bianchi. Certo, perché per i vini rossi è difficile superare Piemonte e Toscana. Sì, però provate ad andare a Cividale del Friuli da Michele Moschioni, lì, colui che produce solo vini rossi in Friuli – e che vini.
Attenzione: io sono un grande sostenitore dei vini rossi in Friuli, a patto che i produttori ritornino al passato (cosa che stanno facendo, peraltro). Infatti, i rossi friulani degli anni ’80/’90, a base di Merlot o autoctoni friulani, erano – e sono tuttora – bevibili, grandi vini.
Ma torniamo a Cividale del Friuli e all’azienda di oggi. Per la precisione, nella frazione di Gagliano, località importante per Celti, Romani e Longobardi, con resti delle varie epoche in questa zona.
È qui che, dal 1500, è presente la famiglia Moschioni, che opera in zona come mezzadri, e nel 1953 acquista dalla Curia 13 ettari di terreni sulle colline, in zone vocate per la viticoltura. Siamo infatti nella zona della DOC Colli Orientali del Friuli.
Inizialmente si dedicano al seminativo e all’allevamento di animali da latte, e il vino viene prodotto ma venduto sfuso ad altri produttori. Ad un certo punto, un incidente al padre di Michele, attuale gestore dell’azienda, lo porta a prendere la decisione di abbandonare la stalla e puntare tutto sul vino.
Michele decide fin da subito che il suo progetto doveva essere incentrato sulle uve a bacca rossa, delle quali si innamora, con la predilezione per le uve autoctone della zona. Quindi sì a Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc che spopolavano in quegli anni, ma lui decide di puntare su Tazzelenghe, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso e Pignolo, di cui alcune viti, ancora presenti e con 70/80 anni, sono ancora a piede franco. Questi ultimi saranno i simboli di “Casa Moschioni”.
Il progetto è interessante, sì, ma immaginatevi le difficoltà iniziali e la diffidenza, a partire dalla propria famiglia.
Sputate parte delle uve bianche, le nuove viti vengono piantate nei vari appezzamenti (i lotti sono 6, distanti al massimo 3 km dalla cantina), studiando il terreno e il clima, e prendendo ad esempio gli insegnamenti dei “vecchi”. Infatti, non è vero che “tanto siamo in collina e le uve vengono di qualità”, perché ogni varietà ha bisogno del suo terreno e delle condizioni ideali.
La filosofia in vigna è quella dell’agricoltura biologica (azienda certificata però solo nel 2017), niente diserbanti o prodotti chimici di alcun genere, le vigne sono inerbite. Le rese sono basse volutamente: 50 quintali per ettaro, che scendono a meno della metà per il Pignolo. Il tutto deve essere il più naturale possibile, sia in vigna che in cantina. Infatti, anche tutte le lavorazioni sono manuali, per poter avere una grande qualità.
Le uve sono portate a maturazione massima – direi tardiva – vengono vendemmiate a mano in cassette o plateau, e poi riposano qualche giorno in un locale, per una specie di appassimento, anche se dura pochi giorni ma permette comunque di arricchire le uve, come per una sovramaturazione, diciamo. Le uve, grazie a una ventilazione naturale, se il clima lo consente, o meccanica, perdono così ancora un po’ di acqua, concentrando gli zuccheri.
Qua c’è da dire che l’ispirazione a Michele è venuta negli anni ’90, avendo conosciuto Bepi Quintarelli; i vini avevano grande potenzialità e struttura, ma mancavano di eleganza e finezza, così Bepi gli consigliò di portare le uve a una maturazione fenolica ancora più estrema, cosa che, anche con la vendemmia ritardata al massimo e l’età giovane dei vigneti, non era comunque sempre possibile. Con la maturità delle uve, il tempo in cassetta post-vendemmia si è infatti ridotto a 3-4 giorni.
Vengono poi diraspate quando sono ancora integre e vinificate. La fermentazione alcolica avviene in tini di legno, senza controllo della temperatura e ad opera di soli lieviti indigeni. Passano poi in acciaio per un breve periodo. Segue poi l’affinamento che inizia in barriques di 1° e 2° passaggio per 12 mesi (ogni anno il 50% delle barriques viene rinnovato), per poi passare in botti grandi da 20/30 Hl per un periodo che va dai 2 ai 4 anni, a seconda del vino. Pignolo e Schioppettino tornano per un breve tempo in barriques. Poi, una volta imbottigliati, i vini riposano dai 12 ai 18 mesi in cantina prima della commercializzazione.
L’utilizzo della solforosa è minimo, solo se serve. Nessuna aggiunta di enzimi, nessuna filtrazione e/o chiarifica durante i vari passaggi o prima dell’imbottigliamento. Come potete ben capire, una vinificazione molto complessa e lunga, perché per Moschioni il tempo è un elemento fondamentale per la maturazione dei suoi vini. Infatti, facendo due calcoli, i vini vengono messi in commercio dopo 7/8 anni dalla vendemmia.
Moschioni produce solo vini se, nelle varie degustazioni – anche con amici enologi – il risultato lo emoziona davvero. Altrimenti non li imbottiglia: li declassa nel Rosso Moschioni, il vino più semplice della gamma. È proprio da questa filosofia che nasce, nel 2014, il Bisest.
Dai 13 ettari escono poco meno di 40.000 bottiglie. Le etichette sono 5:
3 vini autoctoni in purezza: il Pignolo, lo Schioppettino e il Refosco dal Peduncolo Rosso
2 blend: il Rosso Celtico (50% Cabernet Sauvignon, 50% Merlot) e il Rosso Reâl (50% Tazzelenghe, 25% Merlot, 25% Cabernet Sauvignon)
Ma nelle annate “minori” troviamo altre 2 etichette: il Rosso e il Rosso Bisest, che sono blend che possiamo definire declassamenti (ma non di affinamento, infatti un eventuale declassamento viene deciso in fase di maturazione) delle 5 etichette base. Le annate declassate sono: 2005, parte della 2008, 2010, 2014.
Il Metodo Classico è prodotto da qualche anno, ed è composto da Chardonnay 70%, Ribolla Gialla 20% e Refosco Bianco 10%. Vino molto strutturato ma di buona beva, rimane 6 anni sui lievti, non dosato. Vino che preoccupa Michele perchè con l’innalzarsi delle temperature diventa difficile ottenere la maturazione fenolica con un grado alcool potenziale attorno ai 10/11 gradi alcool (che poi diventerebbero circa 13 con la seconda fermentazione, che viene effettuata in aprile successivo alla vendemmia con aggiunta del mosto). Frutta esotica matura, pasticceria da abbinare a frutti di mare.
Sempre su spinta del figlio, nel 2022 viene prodotto anche un bianco friulano da uve Tocai Giallo provenienti da vigne degli anni ’50: 4 giorni sulle bucce e poi fermentazione in legno. La prima annata imbottigliata è la 2022, perché la 2021, pur vinificata, non ha convinto Michele. È un bianco che esprime in tutto e per tutto lo stile Moschioni, pieno, avvolgente molto fruttato e agrumato.
Vini potenti, strutturati, alcolici, ma che – grazie alla loro acidità e freschezza – risultano essere anche estremamente bevibili e adatti all’invecchiamento. Vini che, comunque, secondo me hanno bisogno di tanto tempo – soprattutto il Pignolo – per esprimersi al meglio. Se si ha la pazienza di aspettarlo, si beve una grande bottiglia che non ha nulla da invidiare ai grandi rossi d’Italia.
Bisest 2014 – blend di Pignolo 50% e Schioppettino 50%. (“Bisest” è il termine friulano che significa “bisestile”: fa riferimento alla credenza popolare “an bisest, an funest”, ovvero che gli anni bisestili siano inaffidabili e talvolta persino funesti!)
Al naso è complesso: confettura di frutta varia, come fragole, poi sottobosco, tabacco, cioccolato, spezie. In bocca è pieno e avvolgente, con buona freschezza, morbidezza, calore, bell’equilibrio e tannino levigato. Da bere subito e in grado di accontentare tutti i palati, anche se io lo metterei in cantina ancora per qualche anno – caratteristica che, per me, è comune a tutti i vini di Michele, che hanno bisogno di tempo per esprimersi appieno.
Rosso 2014 – blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Tazzelenghe e Refosco dal Peduncolo Rosso, con percentuali variabili. Cuoio, caffè, cacao, frutti di bosco. Morbido, intenso, fresco, ma ha ancora bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio.
Pignolo 2013 – da viti vecchie, arrivate in azienda negli anni ’40 dall’Abbazia di Rosazzo. È ancora un bambino, con un tannino molto presente e fitto. Grande freschezza. Al naso: prugne, ciliegie, spezie, tabacco. Ancora qualche anno prima di iniziare ad apprezzarlo davvero, ma io direi almeno altri 10 per goderne appieno, come con la 2003 di cui vi parlo dopo.
Refosco dal Peduncolo Rosso 2015 – al naso: frutti di bosco, ciliegia, cioccolato. Al palato è rotondo, morbido, corposo, con buona freschezza e persistenza, anche se – probabilmente – è il vino che mi convince meno.
Schioppettino 2013 – al naso: amarena sciroppata, more, prugne, poi pepe nero e spezie. Pieno e complesso anche al palato, dove emerge una nota di liquirizia inizialmente non percepita al naso. Complesso, caldo, speziato, corposo, con buona freschezza, tannino ben presente e grande persistenza. Un vino che, secondo Moschioni, ha sicuramente una bella identità precisa. Un gran vino, senza dubbio.
Rosso Reâl 2015 – blend di Tazzelenghe 50%, Merlot 25%, Cabernet Sauvignon 25%. “Reâl” significa “vero” in friulano. Il Tazzelenghe (il cui nome deriva da “taglia-lingua”, per la sua acidità e ruvidità) è stato vinificato in blend dopo varie prove, per smussarne i tratti più spigolosi.
Al naso: frutti di bosco, fiori, spezie, liquirizia, mora. Al palato, grande acidità, vino pieno e avvolgente – come tutti quelli dell’azienda – con bella struttura, tannino importante, sapidità e freschezza nel lungo finale.
Rosso Celtico 2015 – Merlot 50%, Cabernet Sauvignon 50%. Un uvaggio classico, in cui il Merlot viene raccolto e lasciato riposare; una volta pronto il Cabernet, si procede alla vinificazione congiunta. È il vino più prodotto. Chiamato così in riferimento ai ritrovamenti del periodo celtico nella zona; lo stesso stemma dell’azienda – presente su tutte le etichette – richiama quell’epoca.
È il vino più “facile”: molto fruttato, con uva surmatura rossa, ciliegie, piccoli frutti di bosco. Tabacco e caffè emergono alla distanza. Al palato è corposo, strutturato, con tannino presente, buona freschezza, e un finale morbido, sapido e decisamente fruttato.
E poi qualche vecchia annata dalla mia cantina bevute recentemente:
Schioppettino 2007 – all’olfatto note scure di pepe, tabacco, cioccolato e liquirizia. Sentori balsamici prevalgono inizialmente sul frutto, che emerge nel finale. Al palato è avvolgente, con buona freschezza, grande struttura, tannino ancora presente e in evoluzione. Buona persistenza.
Schioppettino 2003 – naso molto complesso ed elegante: in primo piano frutta matura, viola appassita, confettura di fragole, poi cacao e pepe. Al palato è pieno, ampio, avvolgente, corposo, rotondo, con tannini eleganti, buona freschezza e un finale lunghissimo e fruttatissimo.
Pignolo 2003 – senza parole. Un vinone, da tutti i punti di vista. Un’esplosione di frutta al naso: more, ciliegie, cacao, cuoio, sentori vegetali leggeri che si amplificano con l’ossigenazione. Al palato il tannino è ancora ben presente, graffiante, potente, fresco, ma con una beva sorprendente. Come vi dicevo, un vino da aspettare, ma un grande vino.
Ampia visione, grande passione e determinazione, voglia di migliorarsi: questo è Michele Moschioni, vignaiolo friulano DOC, che ha fatto e continua a far conoscere al mondo che il Friuli è anche terra di grandissimi vini rossi.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
Vigne e Orizzonti
Leggi
22 Luglio, 2025
Cantina Meraviglia: la nuova meraviglia bolgherese scolpita in una cava dismessa
Era il 2017 quando venne annunciato il progetto, il 2019 quando sono iniziati i lavori per la messa in sicurezza della cava, il 2021 quando è partita l’opera di costruzione vera e propria. Dopo 1125 giorni di costruzione, è stata finalmente inaugurata la nuova Cantina Meraviglia, il più ambizioso progetto architettonico ed enologico del Gruppo ABFV Italia – Alejandro Bulgheroni Family Vineyards in Toscana.
A Bolgheri, nel cuore della Toscana, è stata inaugurata la Cantina Meraviglia, un progetto visionario nato dalla volontà della famiglia Bulgheroni di trasformare un’ex cava di riolite in un luogo unico dove vino, architettura, paesaggio e sostenibilità si fondono armoniosamente. Dopo oltre 1100 giorni di lavori, la cantina si sviluppa su tre livelli seguendo l’orografia naturale della cava, con 7.000 m² di spazi produttivi, una terrazza panoramica affacciata sul Mar Tirreno e un tetto verde immerso nella macchia mediterranea.
Alejandro Bulgheroni, imprenditore italo-argentino e fondatore del progetto, ha dichiarato con emozione
Questo progetto nasce dal desiderio di restituire bellezza e valore a un luogo ferito e dimenticato, trasformandolo in un simbolo di rinascita territoriale e culturale, nel rispetto del terroir straordinario che ci ospita.
La cantina ospita la produzione di Tenuta Meraviglia e Tenuta Le Colonne, per un totale di 95 ettari vitati. La prima, situata in collina, vanta suoli vulcanici e una prevalenza di Cabernet Franc, mentre la seconda si estende su terreni sabbiosi vicino al mare, offrendo vini eleganti e immediati.
Il progetto si fonda su tre pilastri fondamentali: sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Tra le soluzioni adottate figurano la gestione delle acque piovane, la riduzione dell’inquinamento luminoso secondo lo standard DarkSky, tetti verdi e sistemi energetici intelligenti, garantendo anche il massimo comfort per lavoratori e visitatori.
Dal punto di vista enologico, la cantina sfrutta il microclima naturale della cava, con vinificazione per gravità, utilizzo di Tulipe in cemento grezzo e botti di rovere francese non tostate per l’affinamento, preservando così la purezza e l’eleganza dei vini.
Cantina Meraviglia aprirà al pubblico a settembre 2025, diventando anche un polo di enoturismo di alta qualità, con spazi di degustazione, una library sospesa tra le botti e una terrazza panoramica che valorizzano il territorio e la cultura del vino bolgherese.
La Redazione
Leggi