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4 Luglio, 2025
Sabbia e argilla: le due identità del Sangiovese secondo Talosa
Talosa e il Sangiovese: sabbia e argilla, due identità per il Vino Nobile di Montepulciano
Nell’affascinante paesaggio della Toscana meridionale, l’azienda Talosa continua a distinguersi come interprete autentica del Vino Nobile di Montepulciano, attraverso una produzione radicata nel territorio e una visione agronomica sartoriale, incentrata sul vitigno principe: il Sangiovese.
I suoi vigneti si trovano in località Pietrose, nel cru Pieve le Grazie, una zona rinomata per la qualità dei suoi vini. Con 33 ettari di vigneto in una delle più belle zone cru di Montepulciano, a un’altitudine di 350-400 metri s.l.m. e con esposizione sud-ovest, Talosa beneficia di condizioni ideali per la viticoltura. L’attenzione maniacale nella coltivazione e nella scelta vendemmiale delle singole parcelle, si traduce in qualità delle uve, permettendo di ottenere vini pregiati degni del nome dell’azienda. I terreni di medio impasto, di origine pliocenica, sono caratterizzati da sabbie argillose. Questa eccezionale zona è in grado di produrre grandi vini grazie alla composizione dei terreni unica.
Le caratteristiche peculiari, che il suolo può imprimere nel vino, permettono all’azienda di compiere delle scelte nette, mantenendo però un punto di partenza comune.
Talosa, infatti, propone un racconto enologico che passa attraverso due grandi espressioni del Sangiovese: Il Vino Nobile di Montepulciano DOCG Riserva nasce su terreni argillosi, di medio impasto e di origine pliocenica. L’argilla è un suolo che trattiene l’umidità e regola la crescita della pianta, favorendo una maturazione lenta e costante delle uve.
La caratteristica di questo suolo è di “rallentare” la vite, equilibrando armoniosamente temperatura e quantità di acqua che interessano la pianta. Questo si traduce in un vino potente e stratificato, con una tessitura tannica importante e un potenziale di invecchiamento eccezionale grazie alla buona acidità residua. Le note degustative spaziano dalla frutta matura alle spezie dolci, dal cuoio alla liquirizia, con una profondità che si sviluppa a ogni sorso.
Il Vino Nobile di Montepulciano DOCG “Filai Lunghi”, invece, proviene da un cru con suolo sabbioso, sempre di origine pliocenica, ma molto più drenante e povero di nutrienti. Diametralmente opposto rispetto al suolo argilloso, si hanno condizioni di drenaggio rapido dell’acqua, temperatura che nei mesi caldi è più elevata e radicazione della pianta più profonda. La vite in queste condizioni tende a produrre acini più piccoli e concentrati, ma anche a maturare in modo più rapido ed equilibrato. Ne deriva un vino più elegante, teso e verticale, dove l’acidità vivace e i profumi floreali e balsamici creano una trama più snella, ma di grandissima finezza. Il sorso è lungo e dinamico, con ritorni fruttati e speziati sottili.
Il Sangiovese è un vitigno sensibile, in un certo senso “sartoriale” in quanto reagisce al contesto, si modella al clima, rispecchia fedelmente la natura del suolo in cui affonda le radici. È questa la lezione che Talosa desidera condividere:
Edoardo Mottini Jacorossi, CEO di Talosa
Non esiste un Sangiovese, ma tante anime del Sangiovese. E tra la potenza elegante della Riserva e la grazia espressiva del Filai Lunghi si dischiude un racconto di territorio, di scelte agronomiche, di tempo e di visione.
Company profile breve
Fondata nel 1972 dalla famiglia Jacorossi, Talosa è stata una delle prime aziende a credere nel potenziale del Vino Nobile di Montepulciano, lavorando con determinazione per innalzarne il profilo qualitativo. Oggi l’azienda si estende su 33 ettari di vigneti biologici nella zona più vocata della denominazione, in località Pietrose, a un’altitudine compresa tra i 330 e i 400 metri, dove il suolo ricco di scheletro e l’esposizione ottimale garantiscono ai vini struttura, eleganza e grande longevità. Cuore pulsante della cantina è la storica bottaia di affinamento, situata nel centro di Montepulciano, nei sotterranei di Palazzo Tarugi e Palazzo Sinatti, edifici rinascimentali del XVI secolo che custodiscono le grandi botti dove il Vino Nobile riposa e si affina.
Questo riconoscimento internazionale e l’adesione al progetto Pievi confermano l’impegno di Talosa nella produzione di vini identitari e autentici, capaci di raccontare la ricchezza del territorio attraverso ogni calice.
La Redazione
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4 Luglio, 2025
Madame Barrique. La seconda vita
Quante volte abbiamo sentito dire come un gatto abbia sette vite? Sette, come i cicli della luna: quattro fasi di sette giorni ciascuna. Una credenza popolare nata nel medioevo quando si attribuiva ai gatti la reincarnazione di una strega. La sprezzante abilità degli stessi felini non faceva altro che alimentare il sentito popolare. Meno male che gli inglesi non sono arrivati nel continente più di tanto perché per loro il gatto di vite ne aveva nove. Paese che vai, usanza che trovi!
Sei un gatto ha sette vite, noi quante ne abbiamo?
Ovviamente, almeno per quello che mi è dato di sapere, una sola. Anche se, da un punto di vista squisitamente legato alle opportunità che l’unica vita ci offre, anche più di una.
Tante le persone che ho incontrato nel corso del mio cammino che hanno dimostrato la capacità di cambiare vita. Di aver avuto e di aver sfruttato la possibilità di fare altro nel senso di cambiare completamente ciò che stavano facendo per dedicarsi a qualcosa di diverso e soprattutto di stravolgente.
Non necessariamente occorre cambiare tutto. Non necessariamente c’è bisogno di voltare completamente pagina. Magari c’è una seconda vita allorquando si arriva ad un punto del nostro percorso. Per l’età, per pensieri, per abitudini. Semplicemente a volte, quando quello che si è sempre fatto diventa non più necessario. Termina la funzione così come è nata e si trasforma in altra.
Pensiamo ad esempio alla funzione della mamma.
La mamma accudisce i propri figli da quando nati e per tutto il loro percorso di crescita fino a quando, inesorabilmente, cominceranno ad intraprendere la propria strada senza possibilità alcuna di influenzarne il percorso. E meno male dico io: sai quanti figli mammoni ci sono in giro che rimangono attaccati alle tette della mamma?
La mamma è sempre la mamma e non smette mai la sua funzione ma nel rapporto con i figli, cambia affinché questi diventino indipendenti. È proprio a quel punto che la mamma muta la propria funzione da chioccia a insostituibile punto di riferimento.
Allo stesso modo, quando una barrique ha terminato il suo scopo, ovvero quello di affinare il vino, può continuare la sua funzione, anche se con meno vigore, affinando altri vini magari di altre aziende oppure, cambiare completamente il suo scopo.
Ho visto barrique trasformate in tavolini e sgabelli piuttosto che riportate alla loro iniziale composizione, le doghe e da queste in altro: opere d’arte.
Giuliana Allegretti in arte Madame Barrique, nella sua seconda vita, senza smontarle, le usa come tele per dipingere.
Seconda vita per Giuliana, seconda vita per la barrique. Non potevano che incontrarsi ad un certo punto del reciproco percorso.
Ho studiato architettura e ho lasciato perdere per lavorare nelle fabbriche dei piatti.
Giuliana abita a Civita Castellana un bellissimo paese della provincia di Viterbo a metà strada tra quest’ultima e Roma. Era famosa per la produzione di ceramica: dai sanitari ai piatti, si produceva di tutto. Almeno fino alla delocalizzazione in Cina di alcune grandi aziende che sì, hanno trovato margini e prosperità (prima di essere fagocitate dagli stessi cinesi) ma anche dato vita al disastro desertificante del territorio. Oggi lo stesso territorio si è ripreso perlomeno la ceramica di qualità anche se i tempi d’oro sono finiti da un pezzo. Peccato, perché qui si produceva ceramica dagli antichi Falisci….
Mio padre era amministratore delegato di un gruppo molto grande. Ho avuto l’occasione di andare a lavorare nello studio grafico dell’azienda. Sono stata una delle prime ad usare Photoshop. Era il 1990. Non disegnavo sui piatti. Disegnavo su carta, scannerizzavo a andavo su Photoshop. Poi si facevano gli impianti per la serigrafia.
Giuliana ha l’aria di una persona soddisfatta della propria vita. Mamma, nonna, moglie. Non si chiede l’età ad una signora anche se è lei a dirmelo (ma non la scriverò mai). Di certo, non li dimostra. Anche perché sprizza energia da ogni dove e ha come impazienza di raccontarsi. Esprimere tutta se stessa tramite una attività che le da non solo gioia di vivere ma linfa vitale.
All’università mi ero arenata su geometria e poi è arrivata l’occasione di andare a lavorare. Non me ne sono mai pentita fino agli anni 2000 quando c’è stata la grande crisi della ceramica per i cinesi che hanno iniziato a copiare. Avevamo grandi clienti: Ikea, Carrefour, ecc. Produzione industriale per tanti brand. Tutti sono andati in Cina e hanno chiuso le fabbriche.
Scanzonata, divertente. A tratti si prende in giro da sola. Traspare completamente la sua gioia di vivere per una seconda vita ritrovata e che non ha minimamente l’intenzione di lasciarsi sfuggire.
Un marito con un bel lavoro nelle acciaierie di Terni, la necessità di occuparsi dei figli. Insomma i pianeti si allineano a che Giuliana diventi mamma a tempo pieno e grafica nei ritagli di tempo.
Rielaborazione fotografica. Facevo le cose per gli amici. Tutto gratis.
Arriva il tempo delle mutazioni. Quei momenti nei quali ricordi di essere brava non solo ad essere mamma ma anche a far si che quella che era lavoro prima, passione poi, riemerga prepotente. Non già come spirito di rivalsa o necessità di essere qualcosa o qualcuno di diverso, quanto per incanalare l’energia, non solo creativa, che Giuliana ha in se.
Poi mi sono stufata di fare le cose gratis per gli amici. Ho iniziato gli studi di sommelier per conoscere il vino. Mi chiamavano Sue Ellen. Sono andata a fare una degustazione da Caprai e ho comprato una botte. Me la porto a casa e ho pensato: la voglio decorare.
Solare e allegra. Sorride anche con gli occhi. Serena e spensierata. Mossa da fantasia, creatività e voglia di fare. Senza stress. Così è Giuliana.
La voglio decorare con le caratteristiche tipiche del vino che l’ha contenuta. Sagrantino, forse dall’oriente. Ho cercato di esprimere a modo mio il tannino. Una esplosione verde. Così ho pensato di vedere su internet se esistevano botti di questo genere. Mi è venuta in mente Madame Barrique. Non esistevano botti del genere. Volevo fare qualcosa che di distinguesse dagli altri. Ho creato un logo MB e l’ho registrato.
La creatività senza quel pizzico di folle determinazione serve a poco. Il genio inteso come espressione della genialità dell’intelletto applicato a qualcosa, deve essere non solo incanalato correttamente ma anche strutturato. Altrimenti rimane fine a se stesso. Giuliana di determinazione ne ha da vendere. Senza stress però. Perché la vita, la seconda vita, va vissuta con tanta tanta serenità.
Poi ho mandato le foto a Radio DJ perché la ascoltavo sempre. Mi hanno chiamato e chiesto: hai una pagina Instagram? Io non ce l’avevo
Semplice e carinissima. Non una sprovveduta ma proprio semplice e spontanea a dimostrazione che le cose possono nascere dalla creatività anche per puro caso. Da li si parte per un viaggio che è frutto proprio della determinazione. Certo che devo andarmela a risentire quella puntata…
Ho creato subito la pagina Instagram per mettere online i reel di ciò che realizzo. Comprato il treppiedi, la luce. Ho iniziato e da Radio DJ mi hanno richiamato. Ogni volta che mi chiamavano, guadagnavo follower.
La barrique diventa una tela sulla quale dipingere qualcosa che riconduce a quanto la stessa barrique ha amorevolmente custodito nel tempo. Un viaggio che parte dal contenuto per estendersi al mondo circostante. L’introspezione che diventa estensione del territorio. Esplosione di pensieri, di idee, di creatività. Il mondo del vino come arte inspiratoria.
La cura della barrique per riportarla al primordiale splendore: dalla scartavetratura al trattamento cn cementite, a riciclo e smalto. Le pennellate di colore per ridare vita al legno. I disegni, creati con gli Uni Posca, perché i pensieri diventino arte. Questo è il lavoro di Madame Barrique. Questa l’arte che vuole fare di una barrique, un semplice barile di legno, un’opera d’arte. Che resista al tempo.
Ho fatto allora quella bordolese, il riesling. Ogni vino, terra, vitigno ha qualcosa che mi viene in mente. Al Vinitaly mi hanno chiesto di fare una botte che riguardasse il Lazio. Ho creato quella della Malvasia Puntinata con decori etruschi e romani che richiamano proprio le origini.
Fino ad oggi Madame Barrique ha creato quattordici opere d’arte. Perlopiù vendute ai privati cosa questa che ha dell’incredibile e che, in molti casi, evidenzia ancora come il settore del vino non sia aperto alle novità.
Da anni mi batto perché il vino trovi non solo la sua giusta collocazione (ovvero a tavola!) ma anche il giusto ruolo di comprimario. Diciamocelo chiaramente: il vino non deve essere il protagonista di qualcosa ma l’elemento che completa, migliora, nobilita altro. Può e deve essere comprimario al pasto. Può e deve essere comprimario ad una festa. Può e deve essere comprimario ad un evento. Ma non può e non deve essere protagonista di qualcosa.
Prendo le botti da Scacciadiavoli e poi c’è un grande lavoro. Tanti mi chiedono informazioni e una mi ha già cominciato a copiare. C’è una signora francese che mi ha copiato e una italiana che mi ha copiato integralmente. Sono rischi che si corrono.
Ecco allora che se il vino può essere comprimario ad esempio in una mostra d’arte, può far diventare protagonista ciò che è stato utilizzato per produrlo.
Se le aziende capissero quanto il vino sia solo la conseguenza di un racconto che si imprime nella mente del consumatore, allora le barrique di Giuliana sarebbero un perfetto anello di congiunzione nel processo della comunicazione.
Io penso e inizio a cercare su internet decori o cose tipiche della zona di provenienza. Ad esempio, sto pensando di farne una dedicata al Pinot Nero e la immagino con il rosso Borgogna, il pizzo a tombolo che fanno in Alto Adige. Con Photoshop elaboro gli schizzi che metto su una botte bianca digitale sulla quale simulo il decoro.
La creatività di Giuliana è meravigliosa già per come si pone. Ha l’entusiasmo di una adolescente che si accompagna ad una matura voglia eruttiva di dire ciò che le passa per la testa senza remore e senza freni.
Quando lavoravo per Ikea dovevo fare mille simulazioni perché non gli andavano mai bene. Io però faccio lo stesso. Faccio le simulazioni e le faccio vedere ad amici e parenti. Sento i loro giudizi. Se qualcuno mi chiede una cosa specifico lo faccio.
Creare una barrique non è cosa da poco. Ci vogliono tre settimane di lavoro manuale e preciso. Un processo creativo e realizzativo che è meticoloso e attento. Come se Giuliana si immergesse in un mondo fatto di colori. Un ritorno ai disegni di bambina, alle mani sporche, ai fogli bianchi pasticciati di tratti colorati che solo ora prendono forma.
I suoi video su Instagram sono significativi del processo creativo.
Io lavoro la sera o la notte. Spesso mio marito sta fuori. È complicato. Dipingere è stressante per gli occhi.
Complicato e stressante ma, nel suo studio, chiusa dentro se stessa, Giuliana è se stessa e con se stessa. Il mondo è fuori e li può anche restarsene.
Mi piacerebbe che queste botti viaggiassero. Una l’ho mandata in Spagna. Ho conosciuto dei signori giocando a golf, gliela ho fatta vedere, gli è piaciuta e l’ho spedita. Ecco mi piacerebbe che andassero in giro. Certo guadagnarci qualcosa no sarebbe male
Ride di gusto Giuliana. Questa passione che si sta trasformando il lavoro, non lo fa certamente per soldi. Il guadagno sarebbe una attestazione, un riconoscimento. Un modo per dire a se stessa “sei così brava che qualcuno è disposto a pagare per avere una tua opera”. Ecco, questo.
Non saprei dargli un valore. Per ora la vendo a 1500€ ma è poco per il lavoro che c’è.
Su Instagram mi scrivono in tanti ma sono strani: quanto è grande sta botte? A quanto la fai?
Il grande minestrone dei social è lo specchio della società. Si incontrano persone interessanti come Giuliana e dementi perditempo che non sanno cosa vogliono dalla vita. Ma è così, è la società che è così.
Sono stata contattata dal Consorzio del Chianti per andare ad una manifestazione per dipingere la botte li. Mettendoci tre settimane ho proposto di dipingere qualcosa. Vediamo ora se va in porto.
Quanto sarebbe bello entrare in una bottaia e trovare botti decorate cosi da rompere quella monotonia monocromatica, a volte cupa, delle botti e barrique. Mi sono personalmente stufato di entrare e avere la sensazione di un déjà vu. Tutte le barricaie si assomigliano e sono monotone. Vista una vista tutte. Eppure ogni vignaiolo ci tiene a farla vedere e visitare. Come se ci fosse qualcosa di diverso nella propria.
Se Antinori mi dicesse di fargli una botte sarei felicissima. Sai quanti ne ho stalkerati? Mi dicono belli ma poi nulla.
Non è una casalinga annoiata ma una entusiasta impegnata. Una donna che sente la propria realizzazione in qualcosa che la appassiona e per certi versi la realizza. Stare chiusa a realizzare le sue opere la appaga. Certo, se c’è bel tempo non perde l’occasione di andare a giocare a golf!
Me ne ha comprata una un’ortopedico siciliano che l’ha vista in cantina a santa Teresa e l’ha voluta per la sua villa in costruzione a Malta. Dice che andrà sul giornale.
Le speranze e l’entusiasmo sembra quello di una adolescente. I sogni per qualcosa che avverrà. Forse un giorno. Qualcuno che la chiamerà per dirle di volere le sue barrique. Una attesa che la riempie di forza creative che le fa dire che
Una barrique, dopo aver contenuto 225 litri di felicità, merita di diventare una Madame Barrique
Con Giuliana la felicità non è solo quella del vino o della pittura o dei pennarelli che usa per le decorazioni. È probabilmente il suo aver ritrovato se stessa realizzando comunque qualcosa di unicamente meraviglioso. Opere d’arte ognuna delle quali unica ed irripetibile. Oggetti che non sono solo cose ma elementi rappresentativi di un ciclo vitale di transito da una vita all’altra. Elementi che riemergono dal passato per essere proiettati nel futuro. La storia che si intreccia con lembi di territorio. Il terroir. Il vitigno. La cantina. Il vignaiolo. Il pensiero. Le stagioni. La vita. La morte. La rinascita. L’amore.
Tutto questo è in quelle pennellate, in quei fanciulleschi tratti di un pennarello che ci ricorda tanto della nostra giovinezza.
Madame Barrique grazie per tentare di rendere colorato un mondo così ingessato come quello del vino. Non fermarti. Non perdere la tua verve artistica e, soprattutto, quello spirito di eterna fanciullezza che contraddistingue il tuo essere.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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3 Luglio, 2025
Champagne Edouard Duval. Il Brut Nature esclusivamente dedicato all'Italia (e non solo)
Oggi “il viaggio di Francesca” vola oltralpe ed andiamo a conoscere una Maison de Champagne ricca di storia, ma soprattutto colui che, adesso, ha fatto rinascere lo storico Monopole Sainte-Eulalie. Ci troviamo esattamente a la Domaine Sainte Eulalie a Bligny, nel sud della regione dello Champagne, nella Cote des Bar, a due ore di auto da Parigi, che è stata ereditata nel 2000 da Edouard Duval, proveniente dalla famosa dinastia della famiglia Duval-Leroy, produttori di Champagne da sei generazioni.
Edouard, che si immerge molto presto nel mondo del vino e laureato al programma Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino e che si orienta rapidamente verso l’imprenditoria internazionale, fondando un’azienda di commercio vinicolo in Cina, nonché essere co-fondatore di un’altra azienda di cui ne rimane Presidente del Consiglio di Amministrazione e che verrà premiata per ben tredici anni consecutivi poiché riconosciuta come leader del mercato cinese.
Ma Edouard non si ferma: nel 2015 diviene co-proprietario del Domaine Roux-Duval a Chassagne_Montrachet, in Borgogna, dove produce una quantità limitata di bottiglie e magnum di Premier Cru Abbaye de Morgeot Bianco e nello stesso anno fonda Champagne Edouard Duval, vinificando il proprio champagne lanciandolo nei mercati nel 2019.
Interessantissima la storia del domaine: come ci spiegano Edouard e Julian Reneaud, enologo e direttore dell’azienda, fu fondata nell’ XI secolo dall’abbazia di Cluny dove i monaci portarono la cultura del vino delle tecniche di viticultura e vinificazione.
Sarà suo nonno, Charles Roger Duval insieme ad altre due famiglie ad acquisire negli anni ’50 la proprietà, divenendone unico proprietario negli anni’70 e valorizzandola al punto tale di farne uno dei pochi monopoli di grandi dimensioni nella regione ed Edouard diventerà il suo erede nel 2000, restaurando l’intera tenuta.
Ci troviamo così davanti 28 ettari di vigneti continui (Monopole), situati tra i villaggi di Bligny e Urville, piantati con 80% Pinot Noir e 20% Chardonnay, dove la maggior parte delle viti ha più di 50 anni (Vieilles Vignes). Nonostante il grande potenziale, solo le migliori uve vengono selezionate ed utilizzate per la produzione dello Champagne. La cosa che colpisce di più è il sottosuolo: una faglia geologica dove il gesso incontra l’argilla, formando i “suoli kimmeridgiani”, conferendo così un’identità vinicola unica e sentori olfattivi e gustativi molto particolari e decisi che ritroveremo nelle sei etichette della nostra degustazione: mineralità e densità unica, come calcare fumè e note quasi metalliche, mentre al palato all’inizio la forte la mineralità iniziale lascerà spazio a note più fruttate.
Nella tenuta, la filosofia di Duval è amore, dedizione, rispetto ed attenzione ai dettagli, nonché grande rispetto per la natura, agendo in modo sostenibile, divenendo non solo uno dei primi vigneti certificati in Viticoltura sostenibile in Champagne, senza uso di erbicidi, ma anche comprendendo nuove tecnologie per generare elettricità, come i pannelli solari.
Duval ha sempre avuto un obiettivo ben chiaro, deciso e preciso: riportare i vini del Monopole Sainte-Eulalie all’importanza di allora, con un occhio proiettato verso il futuro e combinando tradizione ed innovazione, riuscendo a posizionare i suoi Champagne tra i nomi di riferimento della Cote des Bar, grazie al riconoscimento della critica, di una rete di distribuzione selettiva internazionale e all’apertura del Domaine agli appassionati delle bollicine fini di tutto il mondo.
Dopo questo meraviglioso viaggio dove abbiamo potuto conoscere la storia di Edouard e della sua famiglia, del domaine fin dalle origini e dei suoi vigneti, entriamo nel vivo di colui che è famosissimo in tutto il mondo, ovvero, sua Maestà lo Champagne. Qui viene sottolineato che tutti gli Champagne esprimono il grande potenziale del Monopole Sainte- Eulalie, con un perlage molto fine, persistente ed un dosage perfetto. La produzione attuale è di 60.000 bottiglie, con un potenziale di crescita pianificato fino a 120.000 bottiglie, sempre con un approccio artigianale e centrato sul terroir.
I suoi champagne, ovvero le sue sei etichette, sono distribuite in ventisette paesi, ed esclusivamente presso ristoranti gastronomici, hotel di lusso, enoteche di altissimo livello e rivenditori specializzati ed Edouard è felicissimo dei risultati che ha ottenuto negli anni: tantissimi sono gli elogi da parte di critici e sommelier di fama internazionale, basti pensare i punteggi altissimi di James Suckling, Decanter e Gerhard Eichelmann, posizionandoli tra i maggiori successi della Cote des Bar.
Ed eccoci qua a degustare i sei champagne di Edouard Duval e, nonostante siano già distribuiti in Italia, grazie al loro distributore Pretzhof, uno solo è stato creato per il mercato italiano.
Quindi, calice in mano e …via!
Partiamo proprio dal Brut Nature. Edouard mi spiega che è possibile degustarlo solo in Italia, poiché, sempre con il loro distributore Pretzhof, è stato studiato il “gusto italiano” per inserirlo nel nostro mercato. 100% Pinot Noir, dal colore giallo oro pallido ed una bolla molto persistente. Troviamo subito il famoso sentore calcareo dato dal terreno, per poi lasciare spazio a note floreali di violetta e pepe esotico…ma piu’ prende aria piu’ si evolvono le sue note: ribes nero e mora, ciliegia, pompelmo e note tostate. Uno champagne molto fresco, ricco e cremoso, minerale e sapido, ma che poi ti ripropone note fruttate, soprattutto nitido il sentore di pompelmo….Goloso!
Proseguiamo con il Blanc d’Eulalie, 100% Chardonnay, dal colore giallo limone con riflessi argento ed una bolla molto vivace e persistente. Al naso a primo impatto, solito sentore calcareo però più affumicato, per poi lasciare spazio a note di limone, nocciola e pesca bianca…e poi ancora mela cotogna, anacardi, crema di mandorle e anice, mentre in bocca è fresco, succulento, minerale e sapido, con note fruttate, in particolare di limone….champagne molto persistente in bocca ….Chic!
Terza etichetta Proseguiamo con il Brut Eulalie, 80% Pinot Noir e 20% Chardonnay, dal colore giallo oro con riflessi giallo limone ed una bolla molto fine. Netto e deciso sentore calcareo, che pero’ poi si mescola a note di limone, pesca, meringa …e poi mettendo il naso nel calice, arrivano note di lampone, pompelmo rosa, ananas, albicocca ed erbette fresche. Freschissimo e croccante, sapido e persistente ti sorprende con note di limone e pompelmo ….Elegante!
Ed ecco una vera perla MMXV Millesime 2015 Brut Nature, solo 1264 bottiglie e 60 magnum. Da 50% Chardonnay e 50% Pinot Noir, il calice si veste giallo oro con riflessi paglierini ed un perlage fine e persistente, Freschezza, la nota calcarea poi lascia spazio a fragoline, agrumi e pepe esotico, mentre al palato di estrema freschezza e sapidità, finissimo, succoso, interminabile nel sorso e nel finale, con note di pompelmo e frutta polposa…..Raffinato!
Quinto champagne, Noir d’Eulalie Extra Brut, 100% Pinot Noir, dal colore giallo oro e perlage molto persistente. Al naso la sua nota affumicata, violetta e pepe esotico e poi ancora ribes nero e mora, ciliegia, pompelmo e crosta di pane tostato. In bocca è fresco e sapido, ricco e cremoso, succoso che ti verrebbe quasi da dire “goloso”, con le sue note fruttate….Sensuale!
Come farmi felicissima per il gran finale….? Con un Rosè, quindi, l’ultima etichetta di degustazione è Saignee d’Eulalie, 100% Pinot Noir. Dal colore rosa lampone luminoso e brillante, ricorda l’eleganza dei petali di rosa. E la sua eleganza la ritroviamo anche all’olfatto con la sua meravigliosa mineralità, freschezza e con le note di frutti rossi e di bosco, come fragoline, lamponi, ciliegia e pompelmo, albicocca nocciola e spezie dolci. Chiudi gli occhi e al gusto ti rapisce con la sua eccezionale freschezza, sapidità, cremosità, persistenza, le sue note fruttate, e quel tocco di pompelmo…Divino!
Ahimè…Viaggio finito, si rientra in Italia, non prima di aver fatto i complimenti a Edouard Douval ed al suo direttore Julian Reneaud. Mi sento di confermare assolutamente l’eccellenza dei suoi champagne e dei riconoscimenti che ha ottenuto e sta ottenendo a livello mondiale. Per gli amanti dello Champagne consiglio questo viaggio al Domaine per entrare appieno nel contesto tra storia, vigneti, una degustazione da” favolosa” ed un soggiorno da sogno, grazie alla guest house “La Villa Eulalie”, con tre bellissime camere e la cucina di Liliane, riconosciuta ed apprezzatissima con critiche eccellenti sui vari server di prenotazione.
Per concludere questo viaggio, mi auguro, altresì, che il mercato italiano come sta già accadendo nel resto del mondo dia veramente ampio spazio e la valorizzazione a questi sei meravigliosi gioielli…Santè!
Francesca Sardelli
Su Instagram come @Ladyloveswines
Il viaggio di Francesca
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3 Luglio, 2025
La cantina Lungarotti di Torgiano si rinnova per offrire esperienze ispirate alla vita lenta dell’Umbria
Il restyling degli spazi dedicati all’accoglienza racconta un nuovo capitolo della storica azienda
Tornare alle radici per raccontare una nuova contemporaneità. È questa la filosofia che ha ispirato il progetto di restyling della cantina Lungarotti di Torgiano. La storica realtà vitivinicola ha scelto di rinnovare gli spazi dedicati all’accoglienza per raccontare, anche attraverso di essi, un nuovo capitolo nel percorso di questa azienda familiare sinonimo di vino umbro dal 1962.
Un percorso iniziato nel 2024 che ridefinisce l’immagine e la proposta in modo coerente con la storia di Lungarotti. Un’evoluzione nel pensiero, nelle persone, nella produzione e anche nella comunicazione visiva che si è tradotto in un restyling degli esterni della cantina, a partire dal logo sulla facciata. Sotto il nome Lungarotti, infatti, appare la scritta Radici in Umbria, che sintetizza il senso di questo cambiamento: riportare il territorio al centro della narrazione non solo come luogo fisico, ma come stile di vita da trasmettere al mondo. Uno stile di vita lento, a misura d’uomo, per riscoprire il piacere della convivialità sotto il pergolato della cantina, sorseggiando un calice di Rubesco 62 e di Torre di Giano 62, le due etichette simbolo di Lungarotti, rivisitate nella forma e nella sostanza, che conquistano con uno stile gustativo più snello, fresco, immediato e trasversale.
Ma il restyling riguarda anche gli interni e, in particolare, l’Enoteca della Cantina dove è possibile degustare, pranzare e acquistare i vini. Negli ambienti rinnovati per rendere ancora più piacevole e immersiva l’esperienza, le etichette iconiche sono protagoniste assolute: in esposizione anche le vecchie annate che raccontano la storia di un’azienda che ha sempre incarnato valori profondi come famiglia, territorio, continuità.
“Il restyling degli spazi dedicati all’accoglienza – spiega Chiara Lungarotti, amministratore delegato dell’azienda di famiglia – è un altro tassello del nostro piano di rinnovamento, iniziato con il lancio del Progetto 1962, che ci proietta nel futuro con uno sguardo che parte da lontano, per rendere contemporaneo il brand e i suoi valori. Un percorso fatto di concretezza, eleganza, autenticità e legame con il territorio. Come interpreti di una regione unica, sentiamo il dovere e l’orgoglio di rappresentarla attraverso ciò che meglio ci racconta: i nostri vini senza tempo, capaci di parlare al presente, la nostra generosa ospitalità che promuove uno stile di vita sano, a contatto con la natura, incentrato sulla riscoperta di ritmi più umani e sul piacere di ricercare la gioia nella semplicità”.
Per tutta la stagione estiva, gli ospiti potranno vivere a Torgiano – così come nella tenuta Lungarotti a Montefalco – esperienze autentiche: dal classico wine tour con degustazione ai trekking e picnic tra i vigneti, per immergersi nella natura dell’Umbria e scoprire come nasce un vino, dal grappolo alla bottiglia. Le esperienze si completano con la visita al Museo del Vino di Torgiano, che racconta la storia del vino attraverso oltre 3 mila preziosi reperti, dagli etruschi all’arte contemporanea, e al Museo dell’Olivo e dell’Olio che ha appena compiuto 25 anni.
La cantina Lungarotti
Lungarotti, storica realtà vitivinicola dell’Umbria, ha contribuito a scrivere la storia del vino italiano nel mondo. Fu Giorgio Lungarotti, nel dopoguerra, a trasformare l’azienda agricola di famiglia a Torgiano, in una cantina di successo. Una storia che oggi continua nelle tenute di Torgiano e Montefalco, grazie all’impegno, la passione e la competenza di 3 generazioni della famiglia. Con il Progetto 1962, lanciato nel 2025, è iniziato un nuovo ciclo dell’azienda che torna alle sue radici per raccontare una nuova contemporaneità. La visione del Progetto 62, che prende il nome dalla prima annata del Rubesco e Torre di Giano, le due etichette simbolo rivisitate nella forma e nella sostanza, è chiara e ambiziosa: portare l’Umbria e il suo stile di vita lento nel mondo proponendo vini intramontabili e territoriali. Tra i pilastri dell’azienda, l’enoturismo e la promozione della cultura del vino, dell’olio e del patrimonio artistico attraverso il Museo del Vino e il Museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano.www.lungarotti.it
La Redazione
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3 Luglio, 2025
Una collaborazione alla scoperta delle radici umbre
La ricerca, promossa da Umbria Top, si dedica alla scoperta e alla valorizzazione delle origini e delle espressioni del patrimonio vitivinicolo dell’Umbria, riconoscendo nel passato una fonte di ispirazione per le pratiche agricole e culturali del presente
Quando compare per la prima volta in Italia la parola scritta “vino”? Ovvero, in seno a quale civiltà italica il nettare degli dèi ha percorso i suoi primi passi nella storia? Non è da escludere che tutto sia avvenuto nel territorio del centro Italia che oggi chiamiamo Umbria, prima dell’avvento degli Etruschi nello Stivale. Echi di altri tempi ma proiettati nel contemporaneo: nasce con queste domande la creazione del primo tavolo lavoro composto da studiosi ed esperti sul tema “Radici: l’eco delle origini”.
La ricerca, la cui realizzazione è promossa da Umbria Top, la cooperativa che raggruppa cantine e Consorzi di Tutela vini umbri, oltre che essere proponente del Distretto di Filiera del Vino Umbro di Qualità, vuole percorrere e riscoprire le origini della produzione vitivinicola umbra attraverso un approccio multidisciplinare. Peculiarità botaniche, agronomiche e ambientali del territorio, spunti culturali, racconti storici, testimonianze di archeologia agricola e rurale per scoprire punti di forza della piccola ma preziosa produzione umbra, grazie al rilevante contributo di professori e studiosi di Università per Stranieri di Perugia, Università degli Studi di Perugia, 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, Museo del Vino di Torgiano, AIS Umbria.
Gioia Bacoccoli, coordinatrice di Umbria Top
Non soltanto una pubblicazione, ma una dichiarazione di appartenenza e un atto di memoria collettiva. Il progetto “Radici” nasce dal desiderio di narrare punti di forza della filiera vitivinicola regionale a partire dalle sue origini. Del resto, è in gran parte nel nostro sottosuolo che si trovano preziosi segreti ancora spesso celati. Il vino in Umbria, si fa da tempi immemori: non resta dunque che iniziare a scrivere un racconto nuovo ed antico allo stesso tempo, una prima raccolta di spunti per una caccia al tesoro all’inverso: dal calice alla radice” che vorremmo fosse un percorso partecipato e in progress. Il lavoro che abbiamo avviato infatti, ha fin da subito mostrato un potenziale interessante di ricerca su settori quali ad esempio l’enoturismo e il marketing territoriale, per i quali si intende programmare a breve un tavolo di lavoro utile ad individuare nuovi strumenti per la promozione del comparto e del territorio regionale.
La ricerca, che include un progetto editoriale, rappresenta un esempio virtuoso di networking tra istituzioni, enti di ricerca e realtà locali, confermando l’impegno di Umbria Top nella promozione e valorizzazione delle eccellenze enologiche regionali, con uno sguardo attento alla sostenibilità e alla conservazione delle tradizioni. L’opera, arricchita da un apparato iconografico di pregio e da contributi scientifici inediti, si propone come un punto di inizio lavori per studiosi, appassionati e professionisti del settore, offrendo spunti utili alla promozione della immagine del comparto vitivinicolo umbro.
Luigi Mundula, Presidente del corso MICO dell’Università per Stranieri di Perugia
Questa ricerca è un primo approccio e prende le mosse da un approfondimento storico, linguistico e archeologico delle origini della coltivazione della vite e della produzione del vino, per proseguire poi con un’analisi della modifica del paesaggio agrario e delle architetture. Il vino, dunque, come patrimonio culturale è presentato come un condensato di storia e cultura, un patrimonio immateriale dell’umanità. Questa visione eleva il vino da semplice bevanda a simbolo di identità, a componente essenziale di questa terra unica e inimitabile, oltre che per l’origine storica, i suoi cicli, le sue feste, i suoi riti e le sue memorie vissute.
La ricerca si avvale della partecipazione di vari docenti dell’Università per Stranieri di Perugia (Giovanni Capecchi, Valentina Gasbarra, Roberto Montagnoli e Alessio Patalocco) e dell’Università degli studi di Perugia (Manuel Vaquero Piñeiro, Alberto Palliotti e Paolo Braconi) ma anche del prezioso contributo scientifico di esperti e ricercatori (Stefano Cimicchi, Luisa Spagnoli) ed enti (3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, Museo del vino di Torgiano MUVIT, Associazione Italiana Sommelier).
Chiunque desiderasse ricevere gratuitamente una copia del volume cartacea o digitale di “Radici, l’eco delle Origini”, può scrivere una mail a info@umbriatopwines.it
Le iniziative di UmbriaTop sono inserite nell’ambito delle iniziative di promozione delle produzioni certificate umbre promosse dalla Cooperativa UmbriaTop Wines nell’ambito della misura del CSR Umbria 2023-2027 – intervento SRG10 “Promozione dei prodotti di qualità”.
La Redazione
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3 Luglio, 2025
Lugana, armonie senza tempo
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 10 Giugno, negli eleganti spazi di Palazzo Brancaccio a Roma, il CONSORZIO TUTELA LUGANA DOC ha presentato ARMONIE SENZA TEMPO, un Evento dedicato alla più vecchia Denominazione della Lombardia, quel LUGANA che rappresenta l’anima enologica di due Regioni e lo spirito vibrante di un Territorio unico come quello del Lago di Garda.
Una giornata all’insegna della Qualità, un Evento di cui il cui sold-out già due settimane prima basterebbe a descrivere il successo.
IL LUGANA
Un vino per due Regioni (Veneto e Lombardia), per due Provincie (Verona e Brescia), per cinque comuni, che racconta un Lago che è quasi un mare (il Lago di Garda), il Monte Baldo trasportato dal Peler e la valle che viaggia sull’Ora.
Ventottomilionidibottiglie prodotte da duemilaseicentoettari coltivati da duecentoquindicisoci.
Numeri impressionanti per il vino bianco con il più alto punto prezzo d’Italia, versatile, sostenibile (oltre due terzi dei Produttori hanno certificazioni ambientali), un vino simbolo di un Territorio che crede nella Qualità, nella sostenibilità e nell’Accoglienza.
LA MASTERCLASS
Sei i vini che Fabio Zenato (Presidente del Consorzio) e Edoardo Peduto (direttore dello stesso) hanno presentato insieme ai produttori delle Etichette in degustazione.
Sei Vini a rappresentare le diverse tipologie del Lugana, le sue possibili interpretazioni e la sua capacità di reggere alla prova del tempo.
Un viaggio molto interessante che ha riservato sorprese positive e non e che ha consentito ai presenti di valutare passato, presente e futuro di un vino che è un racconto da bere i cui protagonisti sono luoghi, uomini e storie.
– LUGANA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO “36” PAS DOSÉ 2016, CITARI (LOMBARDIA): appena ci ficcherete il naso dentro avrete l’impressione che il fornaio abbia appena sfornato le sue pagnotte migliori, quelle con i semi a impreziosire la crosta e l’impasto.
Poi scuoterete la testa e saranno gelsomini, zest di limone e, per quelli che avranno la pazienza di aspettare, tostature di nocciola, dolcezze di toffee, note di cappuccino…dolcezze che contrastano con una sapidità che, l’ultima goccia, quella che sporca il calice, associa a stuzzichii di salamoia.
Il sorso è ampio e l’effervescenza un abbraccio che trasforma gli agrumi in pasticcerie di crema al limone, arrivano poi note di mandarino e il finale è sapidosapido e intrigantemente amaricante.
89- Punti sono forse troppi ma m’è piaciuto un sacco e oggi mi sento buono.
– LUGANA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO “PRIMESSENZA” BRUT 2020, MONTONALE (LOMBARDIA): nette le sensazioni di fiori bianchi rampicanti, di frutta bianca e zest di limone, poi l’incedere della nocciola s’accompagna alle erbe aromatiche e a una pasticceria che riempie il calice non appena la T° si alza.
Il sorso mostra vibrante freschezza e cremosità che soddisfa.
Sottolinea l’astringenza dell’agrume e la presenza tattile della sua scorza, accenna a toni resinosi e nel finale non manca di ricordarVi di che pasta è fatta la sua sapida mineralità.
87++
– LUGANA DOC 2024, OTTELLA (VENETO): al naso, l’intensa vegetalità sa di Sauvignon scappato dalla gabbia (o magari di una raccolta troppo precoce).
E allora ecco sambuco, nespola, finocchietto selvatico, una pesca con tutta l’armellina…
Si, un po’ di albicocca, qualcosa di mela, i fiori gialli, l’agrume…
Il sorso è snello e di pimpante acidità, dribbla le attese con un incipit di frutta dolce e propone poi una conforme riproposizione dell’olfatto sulla cresta di una intensa progressione acido-salina.
Un vino sicuramente coinvolgente ma…
83+/4 Punti
– LUGANA DOC “FENIL BOI” 2024, TURINA (LOMBARDIA): un profilo olfattivo sottile e appena intimista.
Propone la nocciola prima degli agrumi, le erbe aromatiche prima della pesca, una sottile, silenziosa mineralità ferrosa…
Il sorso è agile, fresco, sapido, snello ma piacevole e bilanciato.
84/+ Punti.
– LUGANA DOC “MENASASSO” 2020 RISERVA, PODERE SELVA CAPUZZA (LOMBARDIA): al naso sono nette le note di nocciola e semi di zucca, le leggere tostature, un accenno di crosta di pane e la pudica proposta di un idrocarburo che verrà.
Poi canditi di agrume e frutta gialla, susine, acacia un soffio di menta, un appena cinerino e una mineralità sassosa a tenere insieme il tutto.
In bocca è grasso, cremoso, ampio, sottolinea la dolcezza dell’agrume candito e colpisce con una sapidità piccante che in gola lascia suggestioni di pimento.
90+/91 Punti.
– LUGANA DOC “RISERVA SERMANA” 2020 RISERVA, CORTE SEMANA (VENETO): il naso riconosce la frutta gialla, matura e financo disidratata, un ché di frutta secca che ci trasporta in pasticceria e un soffio più intenso di timo a zittire le altre erbe aromatiche.
Bocca piena, sostanziosa, masticabile ad atteggiarsi a Chardonnay senza averne bisogno, un sorso che si risveglia a suon di astringenze agrumate e che si chiude con una sapidissima piccantezza.
88++ Punti.
A LATERE
Ai banchi d’assaggio c’era un mondo di etichette a disposizione ma avevo poco tempo a disposizione ma un paio di cosette da consigliarVi ce le ho comunque:
– LUGANA DOC “MOLCEO” 2022 RISERVA, OTTELLA (VENETO): punta sulle dolcezze di frutta e di spezia per irretire il naso.
Giallo di cedro candito e mimosa sorprende con tostature di nocciola e con il contrasto tra cioccolatose grassezze e sapidità quasi marine.
Sorso di grande sostanza e sapidità che tiene a bada il legno, con un finale dolce-amaro che invita a un secondo sorso.
88+ Punti.
– LUGANA DOC RISERVA “BUSOCALDO” 2019 PASINI SAN GIOVANNI (LOMBARDIA): netta l’impronta floreale di tiglio e magnolia e altrettanto marcato il giallo profilo fruttato d’agrume (ma non solo) intarsiato di piccantezze speziate e minerali.
Sorso morbido, cremoso, fresco di frutta, sapido e con un lungo finale di intensa aromaticità
Davvero un bel vino che però dava l’impressione di doversi sgranchire le gambe (cosa impossibile in simili contesti).
Una sorta di Metodo Classico senza le bolle che segno tra i vini da DOVER riassaggiare con calma.
89 Punti.
– LUGANA DOC “BORGHETTA” 2020 RISERVA, AVANZI (LOMBARDIA): fruttato d’albicocca e agrume, balsamico di mentolo e sambuco, appena peposo, intrigante di zafferano.
Sorso materico e cremoso che freschezza e sapidità rendono leggero e invitante, con un finale che esalta sapide piccantezze e note di agrume amaro sottese a ritorni speziati.
88++ Punti.
E QUINDI?
E quindi Grazie al CONSORZIO TUTELA LUGANA DOC per avermi ospitato, a tutti i Produttori cui ho rotto le scatole, a tutti quelli che invece si sono salvati dai miei deliri enoici e a tutti Voi che avete avuto la pazienza e la bontà d’animo di leggermi fin qui
Roberto Alloi
Su Instagram @eno_evo
VINODENTRO
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2 Luglio, 2025
Serate romane con i vini delle Langhe di Cristian Ferrero
Metti una sera d’estate a Roma. Trenta gradi e nemmeno il ponentino a mitigare la temperatura.
La serata degustativa organizzata nella centralissima e meravigliosa location dell’Etico Food a Roma, ristorante albergo che fa della inclusività la sua ragione di essere, conta circa settanta invitati. Siamo ospitati all’aperto, negli spazi antistanti l’hotel. Siamo su due livelli con la scalinata che collega i due spazi. Luci soffuse, piante verdi e l’architettura tipica della zona fanno da cornice alla serata.
I partecipanti non sanno cosa aspettarsi. Sanno solo che l’azienda che ci accompagnerà in questa esperienza è quella di Cristian Ferrero.
Cristian Ferrero, un giovane vignaiolo delle Langhe. Ha solo venticinque anni e quando ne aveva ventuno, ha acquisito la proprietà e responsabilità delle vigne di famiglia. Prima un solo ettaro, poi tre, quindi sette e oggi dodici. Il suo primo vino è stato un Barolo. Proprio appena ha iniziato la sua attività, ha messo in botte il nebbiolo per produrre il Barolo prodotto a Bricco San Pietro (tanto devo aspettare tre anni ha detto). Una delle 181 MGA delle Langhe. Poi gli altri. Lo Chardonnay, il Barbera Superiore, il Nebbiolo. Tutti vini che si contraddistinguono per una incredibile eleganza e finezza.
In pochi azzarderebbero a portare in degustazione in una serata di fine giugno i vini delle Langhe. Eppure, è quello che ho deciso di fare. Dimostrare che un vino rosso si può bere anche in estate. Purché le temperature siano quelle giuste e non la tanto inflazionata temperatura ambiente. In un ambiente a trenta gradi sarebbe impossibile bere un vino alla stessa temperatura. Sarebbe alcol melassoso. Impossibile.
Obiettivo della serata è, oltre divertirsi e stare insieme, far comprendere come le temperature di servizio giochino un ruolo fondamentale nell’assicurare una corretta esperienza degustativa. Oltre che il vero piacere di beva.
Con cosa li abbiniamo i vini delle Langhe? Una battuta di carne, un agnolotto del plin, dei formaggi, un brasato. Ma ci sono trenta gradi!
Giusto, non è possibile.
Bella occasione per sfatare un ulteriore luogo comune e abbinare i vini delle Langhe con il pesce. Con Serena, manager dell’Etico e lo chef Paolo ho dato indicazioni ben precise. All’inizio li ho trovati scettici. Un po’ come saranno gli ospiti ma conquisterò anche loro.
Partiamo dallo Chardonnay. Un vitigno molto diffuso nelle Langhe insieme all’Arneis. Quello di Cristian Ferrero, affinato solo in acciaio, è decisamente semplice, fine ed elegante. Sentori di fiori prevalentemente e qualche piccolo frutto. Fresco, secco e sapido ha in sé una tenue consistenza. L’abbinamento perfetto è con una insalata di mare accompagnata da una julienne di verdure. Semplice, delicata, con una bassa consistenza. Il matrimonio è perfetto. La pulizia del palato è assicurata. Così come il piacere. Il giusto modo, semplice e soft per iniziare un pasto. Nessuna pesantezza. Nessuna opulenza.
Per la Barbera Superiore, continuiamo con finezza ed eleganza. Qui sale la sostanza perché il passaggio in botte di sei mesi ha creato maggiore complessità olfattiva e gustativa. È una Barbera ben fatta che mantiene freschezza e rotondità. I sentori sono ampi e qualche speziatura e tostatura si sente. Non invadenti. Non predominanti. Buona sapidità e ottimo bilanciamento in bocca. Invece della tartare di Fassona, lo chef Paolo ha preparato una azzeccatissima tartare di tonno con una leggera salsa di soia. L’integrazione con la Barbera supera l’esame a pieni voti. C’è la consistenza del tonno con la sua persistenza che trovano nella Barbera un giusto legame. Pazzesco.
Arriviamo al Nebbiolo, ulteriore esempio di eleganza. Nel calice è trasparente e sinuoso. Vibrante nei sentori si esprime con tutta la potenza del nebbiolo in misura meno impegnata rispetto al Barolo. Il legno impatta e da il suo imprinting ma è il frutto vegetale che diventa ben maturo a creare le sensazioni migliori. La beva è potente ma senza graffiare. Comunque sia, intriga perché è profondo e vellutato. Il bilanciamento è riuscito egregiamente. Bravo il ragazzo non c’è che dire.
Cercavo un abbinamento insolito e l’ho trovato con un risotto al polipo in rosso. Per apprezzare meglio la combinazione tra i due invito i commensali a quello che amo chiamare mappazzone: metti un boccone di risotto in bocca e subito dopo un sorso di vino. Solo così si è in grado di valutare la bontà dell’accoppiamento. Le regole della sommellerie prevedono la nascita di nuovi sapori se il paring è di livello. È così infatti. Davvero incredibile ciò che ne deriva. Anche gli ospiti se ne rendono conto e i sorrisi sono evidenza di meraviglia. Anche Serena arriva da me a dire che non si aspettava una cosa del genere.
Per ultimo c’è il Barolo Bricco San Pietro 2021. Complicato abbinare un vino del genere. Ma la temperatura è quella giusta. Non andiamo oltre i 16 gradi. Appena messo nel bicchiere si incrementerà subito. Nel calice il Barolo è il Barolo. L’eleganza è innegabile. Occorre dire grazie al Marchese Falletti che con il matrimonio contratto con la nobildonna francese Julienne Cobert ha suscitato l’attenzione dell’enologo Louis Oudart dunque del Conte Camillo Benso di Cavour. Il Barolo alla maniera dei vini francesi nasce così. Quello di Cristian è graffiante ma di quel graffio che sa di passione e tanta ma tanta passione. I sentori sono grintosi graffi che penetrano balsamicamente nella mente lasciando il segno pungente di frutta non ancora matura e di sottobosco. Fini spezie sonnolenti si destano repentinamente aumentando la sensazione di ficcante finezza. Ruggenti e impetuose sensazioni che sanno di maestosa complessità. In bocca la freschezza dei potenti tannini sembra incutere timore come le fauci di un felino. Sono denti forti ma delicati ad afferrare i propri cuccioli. È così che un cuore di fragoline selvatiche e petali di rosa appassita riesce ad evocare eleganti sensazioni lasciando la bocca meravigliosamente al sicuro. Elegantemente coinvolgente ha in sé la fierezza del 𝐍𝐞𝐛𝐛𝐢𝐨𝐥𝐨 e la lungimiranza di 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐥𝐨 per un vino che come il leone cucciolo, sarà Re quanto prima.
Come abbinarlo? Con quale pesce? Qualcosa di grasso e masticabile. Il salmone. Gratinato e sul quale lo chef Paolo aggiunge una emulsione di vongole. La differenza di temperatura tra il salmone e il Barolo fa il suo mestiere. L’abbinamento da insolito e inaspettato, diventa incredibile. Nessuno ci credeva eppure et voilà.
Un vignaiolo giovane, Cristian Ferrero, che con tanta sapienza ed un tocco di estrosa genialità (al quale meglio aggiungere un po’ di spavalda incoscienza) crea vini eleganti e raffinati. Un luogo incredibile come Etico Food a Roma che grazie a Serena e al suo meraviglioso staff nel quale va citato lo chef Paolo. I miei compagni di viaggio Giorgio e Fabrizio senza i quali le serate non sarebbero le stesse; Stefania che riesce ad essere una PR eccelsa. Tutti i partecipanti che sono stati al gioco e, spero, abbiano davvero gradito l’azzardo.
È stata comunque una serata memorabile.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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2 Luglio, 2025
JNK. Dal Vipava con amore, il vino secondo Kristina
Ci sono vini che non si dimenticano. Non perché siano perfetti, ma perché ti parlano. Ti prendono il tempo, la bocca e i pensieri. In Slovenia, nella Valle del Vipava, c’è una piccola cantina che non fa rumore ma lascia il segno. È lì che il vino profuma di storia, di mani callose, di attese lunghissime. È lì che torno oggi.
E così, virtualmente, i nostri orizzonti si allargano fino a spingersi tra le vigne della Slovenia, con il cuore e con la mente. Precisamente a Šempas, a pochi chilometri da Nova Gorica e dal confine italiano. Siamo proprio nella Valle del Vipava, ed è qui che si trova la cantina vinicola Mervič, conosciuta nel mondo degli appassionati semplicemente come JNK. JNK è una piccola cantina a conduzione familiare, fondata nel 1890 da Ivan Mervič, soprannominato appunto “Jnk”. Fu lui ad acquistare i primi terreni e piantare le prime 200 viti. Da allora, la cantina è passata di padre in figlio, e oggi raggiunge livelli qualitativi molto alti. Alla guida troviamo Kristina Mervič, con il supporto del padre Boleslav. Ho un rapporto molto bello con Kristina: la incontro sempre volentieri, che sia in una fiera o in un passaggio veloce nella piccola cantina. Lei ti accoglie sempre con un sorriso sincero, con un calore silenzioso che racconta più di mille parole. L’azienda possiede 3,5 ettari di vigneti, in gran parte collinari, con pendenze che arrivano fino al 45%. I vigneti sono posti tra i 100 e i 350 metri di altitudine, su suoli variabili caratterizzati da un’alternanza di marne e antiche argille, che donano ai vini struttura, corpo, buona acidità, e soprattutto grande mineralità. Il microclima è particolare: è il risultato dell’incontro tra i venti freddi del nord e le brezze miti del mar Adriatico. Uno dei vigneti più piccoli si trova nel paese di Šmihel, accanto a una chiesetta dedicata a San Michele, da cui prende il nome il vino Sv. Mihael (un uvaggio di più varietà, che vedremo tra poco). Insieme allo Chardonnay, rappresenta – a mio avviso – la vera punta di diamante della produzione. Completano la gamma dei bianchi la Ribolla Gialla, il Jakot (Tocai Friulano) e la Malvazija. I rossi sono invece affidati ai due vitigni bordolesi per eccellenza: Merlot e Cabernet Sauvignon. La produzione totale si aggira attorno alle 8.000 bottiglie. La filosofia aziendale è semplice e chiara: solo da una grande materia prima nascono grandi vini. Tutti i lavori in vigna sono manuali, senza utilizzo di sostanze chimiche. Anche la vendemmia è manuale, eseguita solo a piena maturazione delle uve, con un’accurata selezione dei grappoli. Le rese sono basse: l’obiettivo è raccogliere uve perfette e sanissime. In cantina si prosegue con la tradizione: le uve bianche macerano sulle bucce per 3, 5 o 8 giorni, mentre i rossi arrivano fino a 40 giorni di macerazione, sempre con lieviti indigeni e senza controllo della temperatura. L’utilizzo di solforosa è minimo: la macerazione estrae anche una parte dei tannini, che contribuisce a proteggere naturalmente il vino. Le concentrazioni totali di solforosa sono spesso sotto i 50 mg/l. Gli affinamenti in bottiglia, per scelta aziendale, sono molto lunghi. Una volta svinati, i vini maturano sulle fecce fini in botti di rovere di varie dimensioni, a seconda del vino, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno, spesso prolungato. I vini escono pronti, mai prima di 3–4 anni dalla vendemmia. L’etichetta e la conchiglia C’è una storia affascinante dietro l’etichetta delle circa 8.000 bottiglie prodotte ogni anno. La racconta Kristina: L’immagine rappresenta un fossile, Mervicia exima gen., una conchiglia unica al mondo, scoperta nel 1967 nella palude Barje di Lubiana da mio zio Jože, lì per motivi di studio. Il nome di questo fossile, dal colore perlato, riporta il nostro cognome. L’etichetta gli è dedicata. Il vino, come un fossile, può durare tantissimi anni. Degustazioni e note di assaggio di qualche vino Rebula Riserva 2009 Scorza d’arancia candita, miele, albicocca, frutta secca, fiori di campo essiccati. Pulizia impeccabile. Al palato è pieno, caldo, ampio, molto sapido e lunghissimo. Da bere con formaggi stagionati. Sv. Mihael 2011 Uvaggio di Sauvignon, Pinot Bianco, Malvasia e Ribolla. Spettacolare. Profumi di erbe di campo, nocciola, miele, pesca, albicocca, datteri. Più resta nel calice, più evolve. Vellutato come seta, fresco, elegante e potente. Finale lunghissimo, con ritorni di albicocca e dattero.
Da aprire almeno un’ora prima, servire a 14 °C. Perfetto con polpo alla brace o nella peka. Sv. Mihael 2012 Giallo dorato intenso e luminoso. Profumi eleganti e ricchi: fieno, fiori, erbe aromatiche, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, elegante e persistente. Secondo me non ai livelli della 2011, ma comunque un grande vino. Bianco da lunghissima evoluzione. Vitovska 2018 Che grande sorpresa questa Vitovska fuori dal classico contesto carsolino. Giallo luminoso. Profumi eleganti e ricchi: erbe aromatiche, mango, miele, spezie, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, verticale, elegante e persistente. Bianco da lungha evoluzione da provare con crostacei alla griglia. Chardonnay 2003 Bevuto circa un anno fa. Giallo oro, al naso fruttato ed erbaceo. In bocca pieno, ampio, elegante, avvolgente. Ricco, intenso, persistente. Un vino da capretto al forno e voi penerete che abbinamento stano, ma fantastico ve lo assicuro. Peccato averlo bevuto troppo in fretta… uffa! Merlot 2007 Assaggiato alla Locanda Devetak circa un anno fa, in abbinamento a uno splendido filetto di cinghiale – tanto buono da fare il bis, di entrambi: vino e cinghiale. Acidità ben presente, tannino smussato. Colore rosso rubino intenso. Profumi eleganti di mirtillo e lampone, con una leggera nota vegetale e speziata. Al palato è saporito, persistente, elegante. Non mi stancherò mai di dirlo: dopo Pomerol, questo areale – Friuli Venezia Giulia, Slovenia, ma direi l’Istria in genere – è la seconda casa del Merlot. Poi ci sono altri vini come Pinot Bianco e Cabernet Sauvignon, ma ne parleremo in futuro. Considerazioni finali In un mondo di macerati spesso troppo estremi o instabili, JNK riesce a trovare una precisione rara, una pulizia che non sacrifica né la materia né l’identità. È vino naturale, sì, ma anche vino che sa aspettare, che evolve senza spigolature. Sono bottiglie che porti a tavola quando vuoi condividere, non quando vuoi stupire. Ti restano dentro, come certe conversazioni che non dimentichi. Vini di grande classe, piacevoli e seducenti, capaci di emozionare. Vini che meritano tempo, attenzione, ascolto. Nell’ultimo anno ne abbiamo bevute tante e ogni bottiglia è stata un piccolo evento.
Vini da bere, non solo da degustare. Chapeau. In ogni bottiglia, un fossile che respira. Un tempo che non corre. Un vino che parla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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E così, virtualmente, i nostri orizzonti si allargano fino a spingersi tra le vigne della Slovenia, con il cuore e con la mente. Precisamente a Šempas, a pochi chilometri da Nova Gorica e dal confine italiano. Siamo proprio nella Valle del Vipava, ed è qui che si trova la cantina vinicola Mervič, conosciuta nel mondo degli appassionati semplicemente come JNK. JNK è una piccola cantina a conduzione familiare, fondata nel 1890 da Ivan Mervič, soprannominato appunto “Jnk”. Fu lui ad acquistare i primi terreni e piantare le prime 200 viti. Da allora, la cantina è passata di padre in figlio, e oggi raggiunge livelli qualitativi molto alti. Alla guida troviamo Kristina Mervič, con il supporto del padre Boleslav. Ho un rapporto molto bello con Kristina: la incontro sempre volentieri, che sia in una fiera o in un passaggio veloce nella piccola cantina. Lei ti accoglie sempre con un sorriso sincero, con un calore silenzioso che racconta più di mille parole. L’azienda possiede 3,5 ettari di vigneti, in gran parte collinari, con pendenze che arrivano fino al 45%. I vigneti sono posti tra i 100 e i 350 metri di altitudine, su suoli variabili caratterizzati da un’alternanza di marne e antiche argille, che donano ai vini struttura, corpo, buona acidità, e soprattutto grande mineralità. Il microclima è particolare: è il risultato dell’incontro tra i venti freddi del nord e le brezze miti del mar Adriatico. Uno dei vigneti più piccoli si trova nel paese di Šmihel, accanto a una chiesetta dedicata a San Michele, da cui prende il nome il vino Sv. Mihael (un uvaggio di più varietà, che vedremo tra poco). Insieme allo Chardonnay, rappresenta – a mio avviso – la vera punta di diamante della produzione. Completano la gamma dei bianchi la Ribolla Gialla, il Jakot (Tocai Friulano) e la Malvazija. I rossi sono invece affidati ai due vitigni bordolesi per eccellenza: Merlot e Cabernet Sauvignon. La produzione totale si aggira attorno alle 8.000 bottiglie. La filosofia aziendale è semplice e chiara: solo da una grande materia prima nascono grandi vini. Tutti i lavori in vigna sono manuali, senza utilizzo di sostanze chimiche. Anche la vendemmia è manuale, eseguita solo a piena maturazione delle uve, con un’accurata selezione dei grappoli. Le rese sono basse: l’obiettivo è raccogliere uve perfette e sanissime. In cantina si prosegue con la tradizione: le uve bianche macerano sulle bucce per 3, 5 o 8 giorni, mentre i rossi arrivano fino a 40 giorni di macerazione, sempre con lieviti indigeni e senza controllo della temperatura. L’utilizzo di solforosa è minimo: la macerazione estrae anche una parte dei tannini, che contribuisce a proteggere naturalmente il vino. Le concentrazioni totali di solforosa sono spesso sotto i 50 mg/l. Gli affinamenti in bottiglia, per scelta aziendale, sono molto lunghi. Una volta svinati, i vini maturano sulle fecce fini in botti di rovere di varie dimensioni, a seconda del vino, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno, spesso prolungato. I vini escono pronti, mai prima di 3–4 anni dalla vendemmia. L’etichetta e la conchiglia C’è una storia affascinante dietro l’etichetta delle circa 8.000 bottiglie prodotte ogni anno. La racconta Kristina: L’immagine rappresenta un fossile, Mervicia exima gen., una conchiglia unica al mondo, scoperta nel 1967 nella palude Barje di Lubiana da mio zio Jože, lì per motivi di studio. Il nome di questo fossile, dal colore perlato, riporta il nostro cognome. L’etichetta gli è dedicata. Il vino, come un fossile, può durare tantissimi anni. Degustazioni e note di assaggio di qualche vino Rebula Riserva 2009 Scorza d’arancia candita, miele, albicocca, frutta secca, fiori di campo essiccati. Pulizia impeccabile. Al palato è pieno, caldo, ampio, molto sapido e lunghissimo. Da bere con formaggi stagionati. Sv. Mihael 2011 Uvaggio di Sauvignon, Pinot Bianco, Malvasia e Ribolla. Spettacolare. Profumi di erbe di campo, nocciola, miele, pesca, albicocca, datteri. Più resta nel calice, più evolve. Vellutato come seta, fresco, elegante e potente. Finale lunghissimo, con ritorni di albicocca e dattero.
Da aprire almeno un’ora prima, servire a 14 °C. Perfetto con polpo alla brace o nella peka. Sv. Mihael 2012 Giallo dorato intenso e luminoso. Profumi eleganti e ricchi: fieno, fiori, erbe aromatiche, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, elegante e persistente. Secondo me non ai livelli della 2011, ma comunque un grande vino. Bianco da lunghissima evoluzione. Vitovska 2018 Che grande sorpresa questa Vitovska fuori dal classico contesto carsolino. Giallo luminoso. Profumi eleganti e ricchi: erbe aromatiche, mango, miele, spezie, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, verticale, elegante e persistente. Bianco da lungha evoluzione da provare con crostacei alla griglia. Chardonnay 2003 Bevuto circa un anno fa. Giallo oro, al naso fruttato ed erbaceo. In bocca pieno, ampio, elegante, avvolgente. Ricco, intenso, persistente. Un vino da capretto al forno e voi penerete che abbinamento stano, ma fantastico ve lo assicuro. Peccato averlo bevuto troppo in fretta… uffa! Merlot 2007 Assaggiato alla Locanda Devetak circa un anno fa, in abbinamento a uno splendido filetto di cinghiale – tanto buono da fare il bis, di entrambi: vino e cinghiale. Acidità ben presente, tannino smussato. Colore rosso rubino intenso. Profumi eleganti di mirtillo e lampone, con una leggera nota vegetale e speziata. Al palato è saporito, persistente, elegante. Non mi stancherò mai di dirlo: dopo Pomerol, questo areale – Friuli Venezia Giulia, Slovenia, ma direi l’Istria in genere – è la seconda casa del Merlot. Poi ci sono altri vini come Pinot Bianco e Cabernet Sauvignon, ma ne parleremo in futuro. Considerazioni finali In un mondo di macerati spesso troppo estremi o instabili, JNK riesce a trovare una precisione rara, una pulizia che non sacrifica né la materia né l’identità. È vino naturale, sì, ma anche vino che sa aspettare, che evolve senza spigolature. Sono bottiglie che porti a tavola quando vuoi condividere, non quando vuoi stupire. Ti restano dentro, come certe conversazioni che non dimentichi. Vini di grande classe, piacevoli e seducenti, capaci di emozionare. Vini che meritano tempo, attenzione, ascolto. Nell’ultimo anno ne abbiamo bevute tante e ogni bottiglia è stata un piccolo evento.
Vini da bere, non solo da degustare. Chapeau. In ogni bottiglia, un fossile che respira. Un tempo che non corre. Un vino che parla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
1 Luglio, 2025
Critone Summer Edition. La Calabria, una spiaggia alla volta
Librandi celebra le coste calabresi con sei nuovi esclusivi design in limited edition per il suo bianco iconico
La cantina Librandi firma un omaggio speciale alla sua terra: Critone Summer Edition è un’edizione limitata di sei nuovi esclusivi design dell’etichetta di Critone, il bianco iconico della casa vitivinicola calabrese che da sempre racconta il mare e la luce del Sud.
La Famiglia Librandi
Quest’estate abbiamo voluto raccontare la Calabria a modo nostro. Lo facciamo con il Critone, il nostro bianco che da sempre parla del mare e della luce della nostra terra, in una veste speciale: sei etichette dedicate a sei luoghi simbolo delle nostre coste.
Un viaggio visivo e sensoriale che inizia da Punta Alice, cuore pulsante di Cirò Marina, dove ha sede l’azienda: un promontorio baciato dal sole che guarda l’orizzonte ionico, simbolo del legame originario tra il vino Librandi e il suo territorio. Si prosegue verso sud con la maestosa Le Castella, fortezza aragonese sospesa tra cielo e mare, icona indiscussa della costa calabrese. Poco oltre, lo scenario cambia ma resta altrettanto suggestivo: Pietragrande, lo scoglio imponente che emerge dalle acque turchesi è omaggiato in un’etichetta dal respiro deciso e mediterraneo.
Attraversato idealmente l’istmo, il racconto si sposta sul Tirreno, dove le coste si fanno frastagliate e verticali. A dominare la scena è l’intramontabile fascino di Tropea, con la sua rupe a picco sul mare e l’inconfondibile profilo del Santuario di Santa Maria dell’Isola. Poi Chianalea di Scilla, il borgo di pescatori che sembra emergere direttamente dal mare, fatto di vicoli, barche ormeggiate e case adagiate sugli scogli. Infine, la collezione si chiude con la più intima delle sei mete: l’Arcomagno, una baia nascosta tra le rocce nei pressi di San Nicola Arcella, dove l’arco naturale di pietra incornicia uno dei luoghi più magici della regione.
Con Critone Summer Edition, Librandi celebra la Calabria che conosce da sempre e che vuole continuare a raccontare: una bellezza vera, solare, accogliente, da vivere a piedi nudi e con lo sguardo rivolto al mare. Le sei grafiche, illustrate con uno stile essenziale ma evocativo, uniscono estetica e racconto con immagini dal forte impatto visivo, pensate per catturare l’occhio e la memoria, trasformando ogni bottiglia in una cartolina d’autore.
La collezione sarà disponibile da giugno 2025, esclusivamente in una selezione di lidi e stabilimenti balneari calabresi. Con questo progetto, Librandi rinnova il suo impegno nel valorizzare il territorio calabrese attraverso il vino, l’arte e la narrazione visiva.
La Redazione
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